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I FAVOLOSI 60 di Gabriele Bojano

Copertina I FAVOLOSI 60

Copertina I FAVOLOSI 60

Troppo giovani per tirare i remi in Barca. Troppo vecchi per tirare la barca a remi. 2021 Linea Edizioni

Dopo Santoro, ho letto ancora un giornalista salernitano, ma a diversamente da Michele, Gabriele, come si apprende nel libro, ha svolto tutta la sua attività a Salerno. Una differenza sostanziale è che Bojano, il giornalista lo fa sulla carta stampata e non in TV, un’altra e che quello famosissimo, è disoccupato. Sarà vero?

Giuro è stato un caso leggere l’uno dopo l’altro: nella bella opera di Gabriele a pag. 103, il delizioso racconto della competizione tra padre e figlio, mi ha fatto apprendere che il papà Giulio Bojano è stato il professore di latino e greco del giovane Michele Santoro, uno che in TV “faceva il bello e il brutto tempo”, uno che a detta del professore: “Persiste nel suo atteggiamento cronico di alunno scostumato e scostante” e che sempre all’epoca, al liceo De Sanctis, prese trentasei alla maturità.

Allora, bando alle distrazioni, torno all’oggetto di questo diario: condividere impressioni. Nelle prime pagine, mi sono preoccupato subito perché Antonio Polito, nella sua prefazione, scrive di fatica intellettuale per il lettore, ma poi è stato un piacere arrivare fino in fondo come lui aveva previsto. Quindi lettura veloce e gradevole che mi ha interessato molto perché mi ha portato in giro in una città a me sconosciuta e all’esplorazione di personaggi di fatto a me vietati per storia e formazione. La mia Salerno è profondamente diversa da quella che ho letto in questo libro perché come in ogni città, c’è un centro e tutto intorno periferie, umane di relazione e culturali.

“Poi arrivò Tangentopoli e il clima si fece molto pesante…”

Quello che mi ha veramente sorpreso è scoprire l’uomo dentro la professione che per virtù e capacità, per formazione e desiderio, si è trovato a scrivere di spettacolo quando lo show avrebbe voluto crearlo lui. Aspirazione ed ambizione che trovano comunque soddisfazione visto le esperienze radiofoniche e televisive in cui è autore di programmi nella favolosa epoca delle emittenti libere nella città capoluogo di provincia.

”A volte si ha l’impressione di scrivere sull’acqua, che nessuno si accorga di te, nel bene e nel male. Specialmente di questi tempi che la stampa cartacea è colata a picco sotto i colpi della concorrenza sleale on line.”

La costruzione narrativa insieme alla voglia di raccontarsi e fare un bilancio della propria esistenza, anche con confessioni molto intime e struggenti, raccontano l’uomo prima che il professionista. Non è una resa dei conti, anzi, credo sia la cementazione di un collage di passati da cui ripartire per un futuro prossimo tutto da scrivere. La sua anomalia, è la cifra che da all’insieme dei racconti una amalgama coerente, rendendo ogni singola citazione, sia essa tratta da fatti che da interviste, una scoperta continua dei senni di poi inesplorati, una evoluzione costante di un periodo storico di forte transizione e sovvertimento sociale lungo oltre quarant’anni. Il dietro le quinte della vita del giornalista, con scoop e sconfitte, persecuzioni e vittorie, rinunce e occasioni perse, premi e figuracce, viaggia a braccetto con l’umanità del giovane, dell’uomo, del marito, del genitore, con l’intransigenza del professionista cui è vietata qualsiasi soluzione di continuità tra vita privata e vita pubblica.

In fondo anch’io mi trovo ad affrontare in questa fase della vita due problemi: ”Il primo viene dalla consapevolezza che il tempo da vivere non è più tanto grande. Il secondo è che il tempo vissuto ha consumato equivoci e incertezze”. (pag. 43)

Non tutto è comunque passato né risolto, anzi, non potevano mancare due questioni aperte, una fatta di zeppole e governatori, e l’altra con una critica feroce alla sua stessa categoria di oggi: “Mica come adesso che i giornalisti sono per lo più ridotti ad amanuensi e copisti. Già, i giornalisti.” (Pag. 131)

Il discorso è lungo, molto complicato, quello che penso è che la drammatica precarietà in cui sono state catapultate varie generazioni che seguono I FAVOLOSI 60, ha generato mostri di sfruttamento che nell’esaltare il professionismo a cottimo molto free ma pagato quattro soldi, distruggono ogni possibilità di produrre lavoro di qualità, vero, coerente, libero e strutturalmente deontologico. Ma ormai anche la propaganda è remunerata a pagherò. Intanto lavora, poi vedremo.

Non ho mai seguito la corrente e ho sempre cercato di battere strade che non erano state già percorse da altri. Per questo amo definirmi “interstiziale”, vado ad infilarmi in quei meandri che gli altri per comodità o solo perché non ci pensano, evitano. (Pag. 225)

L’ironia e la sagacia di Gabriele Bojano che straripano da questo libro sono a tratti durissime auto flagellazioni; su tutte, la domanda sulla prescrizione delle figure di merda a pag. 253, ha un picco di goduria comica che mi mette in attesa su quanto sembra potenzialmente annunciato per i prossimi FAVOLOSI 60. Se è vero quello che ha detto Albert Camus, “Il giornalista è lo storico dell’istante”, lo scrittore Bojano ne ha fatto una vita di momenti indimenticabili.

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