vulcano di Michele Santoro

Nient’altro che la verità di Michele Santoro

2021 Marsilio Editori

Realizzazione editoriale: Valeria Bové – Collaborazione di Guido Ruotolo

«Si devono spaventare gli altri. Ho ucciso tante persone, non è facile trovare uno più cattivo di me».

Raccontare la verità in letteratura sembra essere un paradosso tipo quello della teoria della relatività di Albert Einstein. Se assumessimo la verità assoluta come l’uguaglianza dell’età di due gemelli, perché la verità è unica (dimostrata o meno, è irrilevante, roba da giudici), ebbene la relatività ci dice che dopo un viaggio, il fratello fermo è invecchiato rispetto all’altro che ha viaggiato alla velocità della luce. Di quanto? Beh, ovviamente dipende dal viaggio, e allora potremmo concludere che la verità storica dei fatti, curva come il tempo, attratta dalla vicinanza dei testimoni e, accarezzata dalle emozioni dei personaggi, cristallizza nel momento fermo della lettura. Quello che con la fisica non è possibile, con la letteratura si può fare: il viaggio nel passato è più veloce di quello alla velocità della luce nello spazio. L’avventura che Michele Santoro mi ha proposto in questo libro è tante cose ma, si fa presto a dire: Nient’altro che la verità. Sì, tra le tante, c’è anche una verità esplosiva: arriva nell’ultimo capitolo e, posso assicurare, arriva come una liberazione, come la libertà dopo le catene e la tortura di una prigione.

C’è in questo racconto, lungo quasi 400 pagine, la verità che veramente ho desiderato, una bramosia accesa con la lettura delle prime pagine: l’anima dei due protagonisti, il killer e il giornalista, Maurizio Avola e Michele Santoro.

“Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. In altri tempi non avrei esitato: avrei trovato irresistibile la possibilità di compiere un viaggio nella mente di un serial killer di mafia. Ma, al punto in cui mi trovo oggi, non sono nelle condizioni più adatte per scavare nell’identità di un altro, visto che la mia è andata in frantumi.“

Non ho strumenti culturali adatti per definire questo libro, posso dire che è stata una lettura coinvolgente come poche, è una storia bella perché si respirano verità mai scontate, vera perché vivida come il vulcano della copertina di cui se ne sente il calore, la rabbia, la potenza, la crudeltà, la ragione umana riprodotta e sottomessa alla natura, la luce della lava che scorre bruciando la terra indifesa. Travolgente.

Per Maurizio uccidere è più di un orgasmo: «In un rapporto sessuale dici “Sto morendo” quando sei al massimo dell’eccitazione, “Moriamo insieme!” per godere nello stesso momento e con la stessa intensità. L’acme del piacere di un killer è sentire l’ultimo rantolo della sua vittima».

«Che ti è rimasto, Maurizio, di quegli anni?».

«L’odore del sangue. Mi è rimasto l’odore del sangue. Faccio il volontario su un’autoambulanza di pronto soccorso. E tanti la vista del sangue la trovano insopportabile. Girano la faccia dall’altra parte. Svengono. Vomitano. Io ci sono così abituato che non mi tiro mai indietro Raccolgo corpi straziati, sollevo feriti con le budella da fuori. Non c’è niente che non riesco a sopportare. Si può sempre contare su di me. Ma quell’odore, quell’odore mi resta attaccato addosso e non riesco a mandarlo via. Come quelli che lavorano in pescheria e si coprono di profumo per non puzzare. Le prime volte ero nervoso, troppo nervoso. Non dormivo, non scaricavo l’adrenalina. Avevo fatto ciò che si doveva fare. Non ne avevo rimorsi, non ne avevo dubbi, non mi vergognavo, non avevo paura delle conseguenze. Ero solo nervoso. Troppo. Mi rigiravo nel letto e sentivo che la testa sanguinava, ma non era sangue, era solo l’odore del sangue. Sui vestiti, sul pigiama, sulle pareti, sulla tazza del cesso. Dappertutto».

I primi capitoli raccontano la formazione, la crescita, il salto dalla gioventù alla maturità e sebbene sia una intervista, l’opera letteraria traspare limpida nella ricostruzione minuziosa degli eventi, dei ricordi, degli insegnamenti da tramandare come testimonianza rappresentativa di generazioni tumultuose come il vulcano, che dalla copertina, entra in ogni pagina, inarrestabile, quasi a giustificare l’eruzione del racconto esistenziale dei due, l’uno di fronte all’altro, nei vari incontri che alla fine saranno quattro in località e situazioni diverse, un faccia a faccia, una relazione che trasforma entrambi abbattendo ogni ipocrisia.

«Se ti prendono che non hai fatto niente e finisci qua dentro per errore, se gli amici ti hanno portato a fare una cazzata, se hai sbagliato che stavi fatto, ’na cosa qualunque di queste, allora in carcere ce l’hai la possibilità di riflettere fare un cambiamento. Però se tieni un’altra indole, l’indole di fare i crimini, quando ti schiaffano qua dentro mettono un leone in gabbia. E quando il leone esce è più feroce di prima. Vuole sbranare a tutti quanti».

Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto ad esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista sarebbe potuto diventare terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle e insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto.

Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra patria.

È una confessione a se stessi di ciò che sono stati, delle scelte fatte e di quello che sono diventati oggi dentro percorsi sociali di trasformazione che alla fine dei conti, hanno cambiato molto poco: il corpo cambia abito, si adatta alle mode, sfrutta i progressi tecnologici, ma resta uguale.

«Tanto i bancari non sono meno ladri dei rapinatori. Alle volte mi vedono arrivare con la pistola in mano e gliela leggi negli occhi la contentezza. È come se vedessero comparire la Madonna per miracolo». In pratica, siccome i soldi li hanno rubati prima loro, hanno un debito che non possono giustificare. E, avendoli spesi, non sanno come ripagarli. Sia benedetta la rapina! Possono finalmente cancellare gli ammanchi e sistemare la contabilità. Dio grazie!

Non sono i bisogni a cambiare gli eventi, è la natura umana ingorda, sia per fame di bellezza e cultura, di soldi e potere, sia essa avida di piaceri. Questi due protagonisti si attraggono e nel loro abbraccio avvolgono il lettore a prescindere dalle motivazioni che lo portano ad entrare nella storia. Del resto basta leggere la recensione che ho linkato alla fine, per rendersi conto di quanto vasto possa essere il ventaglio dei giudizi possibili su questa opera. È proprio la confessione di entrambi a rendere la mafia, l’associazione a delinquere, un argomento secondario rispetto alla profondità senza tempo della loro umanità, per quanto anche tribale e sconcertante, per quanto anche disillusa e sconfitta. È la pace interiore ad essere irraggiungibile. La verità è fuori dal racconto che aspetta una platea da richiamare a raccolta, non di spettatori ma di cittadini da informare.

«Hai paura? Ho notato che anche per strada stai molto attento».

«Non è paura, è abitudine. Se mi devono uccidere voglio guardarli in faccia».

Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente. Se tutti avessero da mangiare in abbondanza e i soldi per non fare una vita da schiavo, non sono certo che ci sarebbero ancora le rapine.

Avola smonta con frasi semplici, “elementari” le ormai blande certezze di Santoro:

«Le rapine ci saranno sempre. Non si fanno per necessità. La maggior parte delle volte sono i ricchi che rapinano i poveracci».

“Maurizio non ha letto il Decamerone di Boccaccio, né ha visto il film di Pier Paolo Pasolini, ma sa per esperienza che all’origine dell’accumulazione della ricchezza c’è un atto violento; che ci si fa mercante sfasciando la testa a un passante per prendergli la borsa con le monete d’oro. Non tutti i ricchi lo hanno fatto. I loro padri, o i padri dei loro padri, sì.”

Avola non ha mai voluto fare il mercante, non ha mai desiderato il potere, per lui fottere è meglio che comandare e Santoro lo mette per iscritto in siciliano, ha tradotto tutto ma quel poco che si legge in lingua madre del killer, è scelto con estrema cura e precisione.

«Quando colpisco non giro la faccia dall’altra parte, non chiudo gli occhi. Tiro un colpo per buttarlo a terra; e poi gli sparo in faccia per finirlo. Lo devo guardare diritto negli occhi mentre prendo la mira, colpirlo con esattezza. Il suo momento è arrivato. Io sono la sua morte».

Tra pagina 138 e 140, nel capitolo «Sono nato per uccidere. E la tua missione qual è?», ho trovato una riflessione potente, sull’identità dei giovani e la loro esplosione di energia, che, come la copertina, prendono forma di eruzione vulcanica ma, non è una foto, è un film tutto intero. Beh, io dico più di una riflessione, è una grande testimonianza dell’autore che racconta se stesso e gli anni formidabili del ’70.

Come ho detto all’inizio, da subito ho desiderato l’anima dei due protagonisti, posso dire di averle trovate leggendo fino alla fine; non deve essere stato facile al giornalista travalicare la sua professionalità sporcando l’intervista con la sua presenza, a tratti delicata, a momenti pesante e prepotente; quello che mi è piaciuto è l’insieme, lo scontro di mondi tanto lontani quanto vicini nel resoconto di vite ancora ingorde di futuro, nonostante gli orrori, le atrocità, gli errori e le illusioni infrante nel muro della crudezza affaristica. Questo libro è un lavoro molto particolare che secondo me lascia una traccia profonda più di quanto potrà mai fare una trasmissione TV. E a proposito: noi perché siamo nati?

La tua verità Michele a me è arrivata forte e chiara, limpida come il “servire il popolo” della tua gioventù!

«Sparare mi piace, mi eccita far esplodere una bomba. Ce l’ho nel sangue. Sono nato killer, non ci sono diventato. Avevo un solo pensiero nella testa: fare bene, sparare con precisione, eseguire il piano in ogni dettaglio. Se c’è una cosa che non si puà sbagliare, è l’omicidio».

«L’ho capito col tempo che sono nato per uccidere. Sentivo l’anima del morto che se ne andava, l’attimo preciso che si separava dal corpo. È come un soffio, una corrente d’aria, uno spiffero. Un rumore impercettibile che solo io avvertivo chiaramente. E, in quel momento, mi sembrava quasi di vedere l’anima che volava via. A proposito, qual è la tua missione? Perché sei nato?».

“Maurizio è uno dei quelli che avrebbero potuto uccidermi. E siamo uno di fronte all’altro alla ricerca di un motivo per continuare a esistere.”

… Quelli che mi chiamano “il giornalista di Salerno”, con la spocchia razzista che la sinistra nasconde sotto la morbidezza del cachemire.

«Giuriamo di farla sempre fuori dal vaso!” L’Italia è una puttana come Catania. La mia missione? Mi illudevo di redimere l’Italia come Maria Maddalena! Col Giornalismo! Quando si dice un povero cristo.

“Oggi la mafia non spara più, è vero ma la pace non è mai iniziata.”

Il 15 gennaio 1993, Salvatore Riina viene arrestato (Governo Amato I)

Il 15 settembre 1993, don Pino Puglisi viene ammazzato «Per dare un segnale alla Chiesa, non per le sue prediche».

L’11 aprile 2006, Bernardo Provenzano viene arrestato nel giorno in cui vince Prodi e perde Berlusconi (si votò domenica 9 e lunedì 10 novembre 2006)

Santoro allo specchio

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