La caduta di Albert Camus

“Quando per mestiere o per vocazione si è molto riflettuto sull’uomo, accade che si provi nostalgia per i primati. Loro se non altro, non hanno pensieri reconditi.”

Camus scrive questa frase nel suo, breve ma vasto e feroce romanzo La caduta, l’anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, nel 1956, quando la rivoluzione ungherese è soffocata dai carri armati russi, quando scrittori come Italo Calvino e Elio Vittorini seguendo Ignazio Silone, abbandonano il più grande partito comunista dell’Europa occidentale: il PCI di Togliatti, colui che costringe Giuseppe Di Vittorio, sindacalista contadino, non operaio, ad abiurare le posizioni di pubblica condanna dell’invasione sovietica, riportando la CGIL alla linea del partito, spegnendo così la minoranza socialista interna; la maggioranza socialista è già uscita fondando la UIL nel 1950: le cinghie di trasmissione sono ben consolidate, i cattolici della CILS ovviamente tirano la DC… sono passati 70 anni ma un buon avvocato serve sempre!

Che cosa ci azzecca con La caduta di Camus? Una mazza! ovvio! o forse no?

Quattro anni dopo Albert Camus muore a soli 47 anni, il 4 gennaio 1960, in un misterioso incidente d’auto insieme al suo editore, ma queste sono altre storie, fatto sta che Albert non è simpatico nè agli americani perchè comunista, nè ai russi perchè anti comunista, e per la verità anche a casa sua viene trattato una schifezza: dalla pubblicazione de L’uomo in rivolta nel 1951, la sinistra intellettuale francese, capitanata da Jean-Paul Sartre lo emargina, definendo il suo approccio borghese e passivo. Già molti anni prima è bollato come troskista ed espulso dal partito comunista, per riassumere sarà per sempre un anarchico viscerale, del pensiero, delle genti, dell’assurdo.

Nell’agosto del 1945, Camus, condanna con parole dure i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, unico intellettuale occidentale ad eccezione di Albert Einstein, a farlo apertamente.

Perché uso la parola feroce? Ovvio! la grandiosità, l’immortalità e la devastante forza di questo libro sono dovute alla ferocia del monologo del protagonista, ferocia sadica e cinica, scatenata con chirugica fermezza contro chi sta distruggendo il suo sole dell’avvenire. Non contro l’umanità ma contro chi l’avrebbe potuta dominare e sottomettere; in quel tempo si era in piena guerra fredda e il comunismo poteva ancora essere vincente, come invece non sarà che evidente solo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e come forse lo potrà ancora essere oggi nel nostro XXI secolo, sebbene cinese, sicuramente già economico… ma anche queste sono altre storie.

Non conoscevo Camus, ma dopo aver letto e riletto La caduta non ho resistito, non è sempre così, anzi l’ignoranza è una bestia incatenata che riposa in pace fino a quando, sveglia e affamata non rompe l’argine dell’indifferenza, non ho resistito a conoscere l’uomo che ha descritto con chiarezza allucinante non una caduta ma la potenza dell’uomo di cancellare l’umanità di una intera società di esseri pensanti. Per me il protagonista è lui, la risata che lo perseguita è quella della sua coscienza rimasta insieme agli ex compagni che lo deridono mentre, la donna che si suicida sul ponte gettandosi nella Senna di Parigi è l’idea ideale di una società che non ha salvato e che solo alla fine, scopriremo, non potrà mai più salvare perché ha scelto un’altra strada, un altro modello di determinazione politica delle masse.

Sono categorico e definitivo, al momento, non essere minimamente influencer è una grande fortuna, e lo devo all’ignoranza, all’ingordigia di sapere e comprendere la profondità di chi ha combattuto il nazismo riproverando poi negli anni ai suoi compagni, ai suoi governi, le stesse crudeltà che credeva ormai cancellate da ogni prospettiva futura, invece non gli resta che la fuga e diventare lui il dominatore dell’umanità affinché questa possa specchiarsi con la testa decapitata del suo dominatore. Ci mette tutti al muro ma ci salva con una visione materialista della confessione, non per essere perdonati ma per sopravvivere a se stessi.

Prima però costruisce l’arma che spoglia l’ipocrisia, che riga le certezze, ferisce le ovvietà, scortica le convinzioni più salde, uccide le credenze laiche e religiose. La costruzione letteraria del monologo trascende ogni ricostruzione storica o attesa pedante, è l’avvocato delle cause perse perché con queste sviscera le budella di ogni lettore, mai il peccato e i peccatori, ma il giudizio è la morte vera e allora il giudice penitente diventa il predicatore del suo tempo. Rileggiamo insieme alcuni estratti.

Infine la diverto, il che non per vantarmi ma indica che è dotato di una certa apertura mentale. Sicchè, lei è più o meno… Ma che importanza ha? Le professioni mi interessano meno delle sette. Mi permetta di farle due domande e risponda soltanto se non le reputa indiscrete. Possiede delle ricchezze? Qualcuna? Bene. Le ha divise con i poveri? No. Lei è dunque quello che io chiamo un suddaceo. Se non ha frequentato le Scritture, riconosco che questo non le dirà molto. Le dice qualcosa? Sicchè conosce le Scritture? Decisamente, lei mi interessa.

Ecco da dove si parte, dai suddacei: una minoranza, una élite di intellettuali del primo secolo (oggi ne viviamo il ventunesimo) spazzata via per aver collaborato con i romani, invasori e dominatori di quel mondo antico, una fazione collaborazionista di ebrei cancellata da ebrei. La domanda non è retorica: iniziamo a contare i suddacei?

Ma, per tornare a noi, stavo dalla parte giusta e questo bastava a farmi sentire la coscienza a posto. La consapevolezza del diritto, la soddisfazione di avere ragione, la gioia di provare stima per se stessi, caro signore, sono motori potenti per tenerci in piedi o per farci andare avanti. Se invece queste cose agli uomini le togli, li trasformi in cani rabbiosi.

avvocato dalla parte giusta…

Infine non mi sono mai fatto pagare dai poveri e non l’ho mai gridato ai quattro venti. Non creda, caro signore, che di tutto ciò voglia vantarmi. Non avevo alcun merito: l’avidità, che nella società odierna tiene luogo dell’ambizione, a me ha sempre fatto ridere. Io miravo più in alto; vedrà che per quel che mi riguarda non c’è espressione più appropriata.

l’onestà e la dignità di andare più in alto

Provavo, anzi, un tale piacere nel dare che detestavo esservi costretto. La precisione nelle questioni di denaro mi annoiavo a morte e vi acconsentivo solo di malavoglia. Dovevo essere padrone delle mie liberalità.

... mi creda caro signore, tutto ciò significa ergersi più in alto del volgare arrivista e giungere a quel culmine in cui la virtù si nutre ormai solo di se stessa.

Ad ogni ora del giorno, in me stesso e fra gli altri, mi ergevo in alto, accendevo fuochi ben visibili, e un gioioso saluto si levava verso di me. Così, quando meno, mi godevo la vita e la mia superiorità.

I giudici punivano, gli accusati espiavano e io, libero da qualunque obbligo, sottratto al giudizio come alla sanzione, regnavo, liberamente, in una luce edenica.

… un lavoro paradisiaco, la beatitudine in terra di servire il popolo

Ero di origini oscure (mio padre era ufficiale), ancorché oneste, e tuttavia certe mattine, lo confesso umilmente, mi sentivo figlio di re, o roveto ardente. Si trattava, badi bene, di qualcosa di diverso dalla certezza che avevo di essere il più intelligente di tutti. Questa certezza è peraltro di poco conto, essendo condivisa da tanti imbecilli.

… essere dio

Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi fino al giorno, o meglio fino alla sera in cui la musica si è fermata, in cui le luci si sono spente. la festa in cui ero stato felice…

il primo presagio della svolta, della morte…

Photo by Renato Danyi

Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e più generosi con i morti? Il motivo è semplice! Con loro non ci sono obblighi. Ci lasciano liberi, possiamo prendercela comoda, tovare un posticino per l’omaggio fra il cocktail e una deliziosa amante, e a tempo perso, insomma. Se a qualcosa ci obbligassero, sarebbe alla memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, negli amici vogliamo bene al morto recente, al morto doloroso, alla nostra emozione, a noi stessi per dirla tutta!

la sufficenza per i morti di prima cui non abbiamo rispetto né memoria

Così è l’uomo, duplice: non può amare senza amarsi.

la certezza dell’amore a cominciare da se stessi

In quel periodo ebbi anche qualche piccola magagna di salute. Niente di preciso, diciamo un po’ di esaurimento, come una difficoltà a ritrovare il mio buonumore. Andai da alcuni medici che mi diedero qualcosa per tirarmi su. Tornavo su, e poi ripiombavo giù. La vita mi risultava meno facile: quando il corpo è triste, il cuore langue. Mi sembrava di cominciare a disimparare quello che non avevo mai imparato e che pure sapevo così bene, cioè vivere. Sì, credo proprio che fu allora che tutto cominciò.

la creazione dell’attesa, il continuo annuncio di una svolta

Andavo avanti così, alla superficie della vita, nelle parole in un certo senso, mai nella realtà. Tutti quei libri a malapena letti, quegli amici a malapena amati, quelle città a malapena visitate, quelle donne a malapena possedute! Compivo gesti per noia, o per distrazione. Le persone venivano dietro, volevano agrapparsi, ma non c’era dove farlo, ed era una iattura. Per loro. Quando a me, dimenticavo. Mi sono sempre ricordato solo di me stesso.

nel periodo migliore comunque vive una condizione di precarietà emozionale, ininfluente, dimenticata, senza consapevolezza se non nella condanna di una superficialità cruenta elargita agli intellettuali: “tutti quei libri a malapena letti”

La verità è che qualunque uomo intelligente, lei lo sa meglio di me, sogna di essere un gangster e di dominare la società solo con la violenza.

la verità dell’indole criminale che regna nell’uomo

Scoprivo, quanto meno, che stavo dalla parte dei colpevoli, degli accusati, solo nella misura in cui il loro reato non mi procurava alcun danno. La loro colpevolezza mi rendeva eloquente poichè non ne ero vittima.

la differenza con chi subisce danni, ma lui no, non è mai una vittima

Avevo dei principi, certo, e per esempio che la moglie degli amici era sacra. Semplicemente, qualche giorno prima cessavo, in tutta sincerità, di essere amico dei mariti.

pure stronzo, ovviamente!

Solo con la morte gli uomini si convincono delle tue ragioni, della tua sincerità, e della gravità delle tue pene. Finché sei vivo il tuo caso è dubbio, ti meriti solo il loro scetticismo … Per non essere più un caso dubbio, devi semplicemente cessare di essere.

spiegare una possibile vittoria finale ma solo nella scomparsa materiale dell’essere umano

I martiri, caro amico, devono scegliere se essere dimenticati, scherniti o usati. Capìti mai.

quindi la scelta?

E poi, senza girarci tanto intorno, io amo la vita, è questa la mia vera debolezza. La amo al punto da non riuscire a immaginare altro. Una simile avidità ha qualcosa di plebeo, non trova? La nobiltà è impensabile senza un po’ di distacco rispetto a se stessi e alla propria vita. Uno muore, all’occorrenza, si spezza piuttosto che piegarsi. Io invece mi piego, perché continuo ad amarmi. Dopo tutto quello che le ho raccontato, infatti, cosa crede che abbia provato? Disgusto per me stesso? Ma no, erano soprattutto gli altri a disgustarmi.

Il giorno in cui me ne resi conto, scoprii la lucidità. Ricevetti tutte le ferite in una volta sola e persi di colpo le forze. L’universo intero prese allora a ridere intorno a me.

ma no nessuna scelta, nessun atto di coraggio, disprezzo per gli altri e amore per se stesso e la scoperta della derisione che cresce con la lucidità di divieto alla sincerità

Come potrebbe mai la sincerità essere una condizione dell’amicizia? Il gusto della verità a tutti i costi è una passione che non risparmia niente e a cui nulla resite. È un vizio, a volte una soluzione di comodo, o una forma di egoismo.

Ogni tanto, certo , provavo a prendere la vita sul serio. Ma coglievo ben presto tutta la frivolezza della serietà, e continuavo solo a recitare la mia parte, meglio che potevo. Recitavo la parte dell’uomo attivo, intelligente, virtuoso, civico, indignato, indulgente, solidale, retto… ero assente proprio nel momento in cui occupavo più spazio.

avanti e indietro il racconto è una continua attesa che incolla alle pagine, più la sua fama cresce, più l’intellettuale occupa spazio e più si sente assente

Finché un giorno esplosi. La mia prima reazione fu scomposta. Ero un bugiardo, va bene, e allora l’avrei rivelato gettando in faccia a tutti quegli imbecilli la mia doppiezza prima ancora che la scoprissero. Incalzato alla verità, avrei raccolto la sfida. Per prevenire il riso, immaginai quindi di darmi in pasto alla derisione generale. Si trattava ancora, insomma, di evitare il giudizio.

finalmente ci siamo ecco la verità

Ma la verità, amico caro, è una barba unica.

niente, ancora un rinvio, la cancellazione di un appuntamento per ritornare al punto di partenza, nascondersi nella perdizione

Persa ogni speranza nell’amore e nella castità, alla fine mi resi conto che per rimpiazzare l’amore c’era ancora la vita dissoluta, che mette a tacere le risate, riporta il silenzio e, soprattutto, regala l’immortalità.

Sì, morivo dalla voglia di essere immortale. Mi amavo troppo per non desiderare che il prezioso oggetto del mio amore non scomparisse mai. Visto che da svegli, per poco che ci conosciamo, non scorgiamo motivi validi per cui una scimmia lubrica sia concessa l’immortalità, occorre che qualche succedaneo di questa immortalità ce lo procuriamo noi. Siccome desideravo la vita eterna, andavo a letto con delle puttane e bevevo per notti intere.

L’alcol e le donne, devo ammetterlo, mi hanno fornito l’unico conforto di cui fossi degno. È un segreto che rivelo a lei, caro amico, e ne faccia pure uso. Si accorgerà allora che la vera dissolutezza è liberatoria poichè non crea alcun obbligo. Possiedi solo te stesso, motivo per cui è l’occupazione preferita di coloro che sono innamorati della propria persona.

A volte si vede più chiaro in colui che mente che non in colui che dice il vero. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette ogni oggetto in risalto.

Così. Secco. In filosofia come in politica, sono quindi favorevole ad ogni teoria che neghi all’uomo l’innocenza e a ogni pratica che lo tratti da colpevole. Lei ha di fronte, mio caro, un sostenitore illuminato della servitù.

Photo by Felix Mittermeier

eccolo il fuoco di difesa e dell’attacco, il vero peccato è la condanna, da condannare è solo la libertà dell’individuo che non può essere un diritto né una conquista, l’essere sociale và comandato

L’essenziale è che tutto diventi semplice, come per il bambino, che ogni gesto sia comandato, che il bene e il male siano designati in maniera arbitraria, cioè inequivocabile.

Ma sui ponti di Parigi ho scoperto di avere anch’io paura della libertà. Quindi viva il padrone, chiunque lui sia, per rimpiazzare la legge del cielo.

Vede, l’essenziale, insomma, è non essere più liberi e obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di te. Quando saremo tutti colpevoli, allora ci sarà la democrazia. Senza contare, amico mio, che dobbiamo vendicarci di morire soli.

La morte è solitaria, mentre la servitù è collettiva. Anche gli altri hanno la loro parte, insieme con noi, questa la cosa importante. Tutti riuniti, finalmente, ma in ginocchio, e con la testa china.

sul ponte di Parigi la nobile idea l’hanno suicidata, la scelta è la democrazia non la dittatura del proletariato

Disprezzato, perseguitato, costretto, posso dare il meglio di me, godere di ciò che sono, essere filamente me stesso. Ecco perché, carissimo, dopo aver solennemente accolto la libertà, decisi fra me che bisognava restituirla seduta stante a tutti.

... così diventa predicatore dentro la sua chiesa, il bar Mexico-City, un’anomalia geografica dentro l’operosa Amsterdam, “una capitale di acqua e di nebbie” lontano dalla dissoluta Parigi …

E ogni volta che posso predico nella mia chiesa del Mexico-City, invito il buon popolo a sottomettersi e ad aspirare umilmente agli agi della servitù, che io presento però come la vera libertà. Ma non sono pazzo, mi rendo conro che la schiavitù è di là da venire. Sarà uno dei vantaggi del futuro. Tutto qua.

Allora? Dirà lei. Ebbene, senta qual è il colpo di genio. Ho scoperto che, in attesa dell’avvento dei maestri e delle loro bacchette, per trionfare dovevamo rovesciare il ragionamento, come Copernico. Poiché non potevamo condannare gli altri senza nel contempo giudicare noi stessi, dovevamo infierire su di noi per avere il diritto di giudicare gli altri. Poichè prima o poi ogni giudice finisce penitente, dovevo imboccare il percorso inverso e fare mestiere di penitente per poter finire giudice. Mi segue? bene.

Ho aperto il mio studio in un bar del quartiere dei marinai. La clientela dei porti è molto eterogenea. I poveri non vanno nelle zone eleganti, mentre ha visto che nei luoghi malfamati la gente di rango almeno una volta ci capita. Io tengo d’occhio soprattutto il borghese, e il borghese che si è perso; con lui rendo il massimo. Da lui so trarre, come un vero virtuoso, gli accenti più raffinati.

qui rende evidente la sua platea, il nuovo popolo europeo, uscito dalla guerra e costruttore di un nuovo occidente… la costruzione di un carnevale infinito, una festa danzante e godereccia, servile, comandata! ai suoi detrattori offre lo specchio di ciò che grazie anche alla sua complicità stanno diventando, sordi alle atrocità che si ripetono

la sua “utile professione” è praticare ogni volta che è possibile una confessione pubblica, “Mi accuso in lungo e in largo” dice, tratteggio così un ritratto che è quello di tutti e di nessuno. Una maschera insomma, molto simile a quella di carnevale

Quando il ritratto è finito, come stasera, lo mostro, in preda al più totale sconforto: “Questo, ahimè, è quello che sono.” La requisitoria è conclusa. Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.

Con il capo coperto di cenere, strappandomi lentamente i capelli, il volto graffiato, ma lo sguardo penetrante, mi ergo difronte all’umanità intera, ricapitolando le mie turpitudini, senza perdere di vista l’effetto che produco, e dicendo: “Ero l’ultimo degli ultimi.” Allor, insensibilmente, passo nel mio discorso dall’“io” al “noi”. Quando arrivo al “ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dir loro la verità in faccia. Io sono come loro, certo, siamo tutti sulla stessa barca. Ma ho un privilegio, io, il fatto di saperlo, che dà il diritto di parlare.

Più mi accusi e più ho il diritto di giudicarla. Meglio ancora, la provoco e giudicarsi da sé, cosa che mi sgrava ulteriormente. Ah! mio caro, siamo strane, misere creature, e se solo guardiamo alle nostre vite, non ci mancheranno le occasioni per stupirci e scandalizzarci.

Ho accettato la duplicità anziché farmene un cruccio. Mi ci sono accomodato, semmai, e in essa ho trovato l’agio che ho cercato per tutta la vita. Sbagliavo, in fondo, a dirle che la cosa fondamentale era evitare il giudizio. La cosa fondamentale è potersi permetere tutto, anche proclamando talora a gran voce la propria indegnità. Mi permetto tutto, di nuovo, e questa volta sul serio. Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a usare gli altri. Ammettendo però le mie colpe, però, posso ricominciare con più leggerezza e godere due volte, prima della mia natura, e poi di un pentimento squisito.

a me sembra chiaro, non ha cambiato un bel niente, la sua vita è la stessa di prima, anzi il pentimento è squisito, è l’annuncio dell’assurdo

Da quando ho trovato la soluzione mi abbandono a tutto, alle donne, all’orgoglio, alla noia, al risentimento, e anche alla febbre che con piacere ora sento salire. Finalmente regno, ma per sempre. Ho trovato un’altra vetta, dove sono l’unico ad arrampicarmi e da cui posso giudicare tutti. A volte, di tanto in tanto, quando la notte è proprio bella, sento una risata lontana e di nuovo sorgono i dubbi. Ma subito anniento tutto, creature e creazioni, sotto il peso della mia infermità, ed eccomi di nuovo in forma.

la sua scelta è compiuta, la risata si è affievolita, lui è in forma e sta scalando una nuova montagna, è predicatore, è chiesa, lavora ad un altro futuro come un dio

Che ebrezza sentirsi il Padreterno e distribuire patenti definitive di vita e costumi reprobi.

Sul volto smarrito, mezzo nascosto da una mano, leggo la tristezza della condizione comune, e la disperazione di non avere scampo, e io compatisco senza assolvere, capisco senza perdonare e soprattutto, ah, sento finalmente di essere adorato.

c’è chi lo ama, chi l’adora, il Nobel l’anno dopo sarà la conferma di quanto già sapeva

Photo by Justin Hamilton

Si, mi agito, come potrei starmene a letto tranquillo? Devo essere più in alto di lei, i pensieri mi sollevano. Quelle notti, o meglio quelle mattine, giacché la caduta avviene all’alba, esco, vado con passo rapido lungo i canali. Nel cielo livido gli strati di piume si diradano un po’, le colombe risalgono appena, un chiarore rosato annuncia, rasente i tetti, un nuovo giorno della mia creazione. Sul Damrak tintinna il campanello del primo tram, che nell’aria umida suona il risveglio della vita ai margini di questa Europa dove nello stesso momento centinaia di milioni di uomini,miei sudditi, si strappano a fatica dal letto, con la bocca amara, per andare verso un lavoro senza gioia. E in quel momento,mentre plano con il pensiero sopra tutto questo continente che senza saperlo mi è sottomesso, mentre bevo la luce d’assenzio che si leva, ubriaco infine di parole malvage sono felice, eccome se sono felice, glielo dico io, le proibisco di non credere ch’io sia felice, felice da morire! Oh! sole, spiagge, e isole battute dagli alisei, giovinezza il cui ricordo è straziante!

non una caduta quindi, ma certe notti all’alba cadute ripetute, sono i dubbi della coscienza, il ricordo straziante di una giovinezza combattuta con le armi in pugno, le armi delle parole che sono esercito

Alla fine, ogni volta arriva la rivelazione, il desiderio di essere arrestato, decapitato con la sua testa in mano al boia, mostrata al popolo riunito affinché tutti vi riconoscano e io di nuovo li domini, esemplare Ogni cosa sarebbe consumata, avrei concluso, come se niente fosse, la mia carriera di falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.

Non siamo forse tutti simili, a parlare senza sosta a nessuno, a misurarci sempre con gli stessi interrogativi di cui peraltro conosciamo in anticipo le risposte? Allora mi racconti, la prego, cosa le è successo una sera sul lungo senna e come è riuscito a non mettere mai a repentaglio la sua vita. Pronunci lei stesso le parole che da anni non smettono di riecheggiare nelle mie notti, e che dirò finalmente attraverso la sua bocca: “O ragazza, buttati ancora nell’acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvarci entrambi!”

allora la domanda è a me lettore: tu che non hai mai messo a repentaglio la tua vita, chiamato ad agire, che farai? Seguirai il falso profeta decapitato o allo specchio sceglierai di uscire dal deserto della tua anima e dissetarti alla fonte del raccontarsi?

Una seconda volta eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Ci toccherebbe agire. Brr…! L’acqua è così fredda! Ma possiamo star tranquilli! È troppo tardi, adesso sarà sempre troppo tardi. Per fortuna!

sarà sempre troppo tardi! o meglio, prima che sia troppo tardi, di sicuro! e allora penso che per Parigi quella bella ragazza gira ancora alla ricerca di un nobile cavaliere affamato di armoniosa dissolutezza capace di accompagnarla nella luce di un nuovo giorno.

Ringrazio chi mi ha consigliato questa lettura perché non ha idea del guaio che ha combinato 🙂 liberare una bestia non è mai una buona idea!