Madrigale senza suono

un commento al romanzo di Andrea Tarabbia, 2019 Bollati Boringhieri editore.

Madrigale? Cos’è?

Con una ricerca inizia l’approccio a questa opera vincitrice della 57a edizione del Premio Campiello, realizzata da Andrea Tarabbia, e da me conosciuta solo per il fatto di aver letto un suo commento sulla copertina della mia lettura precedente: La perfezione di Marco Martucci.

Strani intrecci determinano le scelte di un lettore.

Eccolo cos’è un madrigale: una “meraviglia”.

Dopo aver ascoltato, “Io parto” e non più dissi, e poi, letto il romanzo di Andrea, era proprio questo che avrei voluto fare, partire e smettere di scrivere.

Ma “Io parto” e non più dissi non è uno dei tre madrigali che Igor’ Fëdorovič Stravinskij sceglie per comporre il suo Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Ammum del 1960.

«Un ordine piccolo che prepara la strada a un ordine più grande: ogni grande operazione matematica non è che una serie infinita di calcoli elementari»

… anche questa storia si scopre leggendo il romanzo, perché Stravinskij racconta come arriva a questa composizione, compiendo un tributo all’opera del principe Carlo di Gesualdo, le cui “gesta” sono narrate dentro un antico libro vecchio di tre secoli ritrovato in una antica libreria di Napoli. Non sono fatti eroici di un guerriero quanto atrocità intime ed efferate verso se stesso e verso i suoi amori fino alla follia. È il genio dell’artista, nutrito dal dolore nell’epoca delle streghe e al culmine dell’esplosione rinascimentale nel Regno di Napoli. Proprio nella capitale partenopea avviene l’efferato duplice delitto di don Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, e della sua amante, donna Maria d’Avalos, moglie del principe compositore e assassino.

Da quei fatti orribili, Gioacchino, il servitore deforme (forse l’autore dello scritto capitato nelle mani di Stravinskij), e il suo nobile padrone si isolarono nel castello di Gesualdo che ancora oggi, con magnificenza sovrasta l’alta Irpinia.

Difficile, e per me di sublime pesantezza, questo racconto, cupo, gotico, storico e moderno, è stata una lettura che mi ha portato in una dimensione sospesa tra l’oggi, due passati lontani tra loro (Carlo e Igor) e l’assurdo della crudeltà umana come nessuno mi aveva svelato fino a questo momento presente: Natale 2021.

Il mio è un diario e qualche data la dovrò pur segnare, o no?

Confesso che la ricerca di queste musiche e poi l’ascolto, hanno accompagnato parte della mia lettura; diversamente non sarei stato in grado di uscire dalla tenaglia labirintica in cui ci si perde tra le pagine di questa storia terribilmente avvincente, che però è stata a momenti, asfissiante e possente come immagino le corazze dei cavalieri di quel tempo, fine 1500 e inizio 1600. Una lettura come una guerra, attese, scontri, sotterfugi, tattiche e strategie, complicata, sfidante, con battaglie vinte e perse nei meandri dell’ignoranza che diventa infine nuova conoscenza.

Arte e cultura non sono optional, sono radici attorcigliate in terra e roccia, fondamenta da scavare nel profondo delle vicende umane in secoli e secoli di storia e fatti, talmente assurdi che si resta sbalorditi di come riescano a riprodursi ancora oggi con la stessa intensità e potenza. La violenza e l’orrore, ispirano, e il genio umano costruisce l’opera d’arte che consuma infine la scintilla vivente del creatore. Emozione e coinvolgimento si trasformano oltre la brutalità, l’omicidio: il male devastante diventa forza genitrice di suoni soavi e struggenti da esibire a corte, da riscoprire per diventare nuova arte immortale secoli dopo.

Raccontare così come racconta Andrea Tarabbia è un esercizio accademico da un lato ma fortunatamente, popolare dall’altro. Di questo non posso che essere solo grato all’autore per le porte spalancate allo stesso tempo su paradiso e inferno del genere umano. Capisco solo alla fine il titolo, perché un madrigale senza suono è come la vita senza il cuore che batte, e così il racconto di sole parole non può sublimare l’essenza senza le immagini che si vivono immaginando le scene descritte. Più in alto si arrampica Stravinskij componendo nuova magia di musica togliendo suono ai madrigali di Carlo Gesualdo.

Questa è la grande opera che ci ha regalato Tarabbia, nuda, cruda, urlante. Guardo questo libro come un nero vinile a trentatré giri di quelli unici ed immortali, come ad una guida altera che non ti prende per mano ma ti ipnotizza, un magnete che ti porta alla conoscenza dell’ignoto, presente ovunque ma mai sentito. L’incontrario della perfezione: la perdizione.

Per finire, con ammirazione, torno allo scrittore, riproducendo un pezzo di una recensione fatta da Antonella Falco su un romanzo precedente: «Il giardino delle mosche» del 2015, è un commento stampato sulla quarta di copertina:

“Tarabbia non dà risposte. Forse perché, come tutti, non le possiede. Forse perché il compito della letteratura – e dei bravi scrittori – non è quello di dispensare certezze ma di instillare dubbi e suscitare quesiti. Di spronare alla riflessione, sempre.”

«Date a me, lasciate che sia io a finire». E mentre facevo ciò che è giusto, l’avrei sentito mormorare, nella catastrofe di colpi e di urla umane e animali che fu quella notte, una frase, o forse un verso o una preghiera: «O unico amore mia grande follia”.

La Viola di Piera

un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri

Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perdita dell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.

La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.

“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.

E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”

Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autore ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:

“… ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno”  dalla recensione di Angelo Cennamo su TELEGRAPH AVENUE

“Una favolosa estate di morte” è IL giallo italiano per eccellenza, con tinte noirdalla recensione di Sara Ferri su TRILLER NORD

Nel giallo c’è un indizio importante, un dipinto degli amanti … tornare a Matera:

«Della sua morte apparente o tanosi, quella che le ha permesso di aspettare tanto prima di vendicarsi di…»

più misterioso di un fantasma c’è solo un figlio di “pacchiana”che fa commenti 🙂