Il Vento della Libertà

I fratelli Riccio e il sogno del Cilento libero

Romanzo storico di Giovanni Maio

Il Vento della Libertà è un romanzo importante, non solo per il lettore appassionato di storia meridionale, ma per chiunque cerchi nella narrativa verità del passato in modo serio, documentato e appassionato. Giovanni non scrive per il mercato: scrive per dare vita alla memoria, e con l’emozione di una scrittura che trasuda fervore e brividi, scrive amplificando eredità preziose. E questa, oggi, è una virtù rara.

I romanzi di Giovanni Maio hanno una voce narrativa consolidata: una miscela di lirismo descrittivo, azione senza tregua, e scarnificazione dei sentimenti umani che ogni volta mi lascia stupefatto. In questa sua opera il presente narrativo e analessi che si rincorrono con estrema naturalezza, sono momenti in cui l’autore “travalica” l’ordinario per raccontare il mito che si fa e ci fa uomini di libertà senza compromessi. Se sullo sfondo c’è la “prepotenza borbonica” della tirannia, in primo piano la storia di Nicola Riccio e dei sue tre figli, è una storia universale che esalta la grande potenza umana di sconfiggere il tempo e la morte. Il Vento della Libertà è un romanzo storico di ampio respiro, che si colloca nella grande tradizione del genere – da Manzoni a Tomasi di Lampedusa, passando per il moderno Il Gattopardo e persino certi affreschi popolari alla Cristo si è fermato a Eboli (cui l’autore stesso rende omaggio con la citazione finale di Carlo Levi).

Con Il Vento della Libertà, Giovanni Maio, racconta una storia struggente e appassionante, storicamente rilevante: i moti carbonari del 1828 nel Cilento, e in particolare la vicenda dei fratelli Riccio di Cardile.

La struttura è classica: esposizione (giuramento dei Filadelfi), sviluppo (feste, preparativi, insurrezione), climax (scontri, repressione, morte dei protagonisti), e un epilogo che fa riflettere e lascia un segno indelebile: una frustata all’oblio dell’universo costituente che sono le nostre radici.

Bisogna riconoscere a Giovanni Maio un lavoro certosino di documentazione. Non si limita a citare qualche data o nome, anzi, ricostruisce con precisione il contesto giuridico-politico del Regno delle Due Sicilie dopo la Restaurazione: le tasse sul macinato e sul sale, la figura di Gioacchino Murat come mito riformatore, la Carboneria e la sua costola più radicale dei Filadelfi, la repressione di Francesco Saverio Del Carretto, le Commissioni Militari, la damnatio memoriae di paesi come Bosco. Però Maio sa che la verità storica non abita solo nei grandi eventi, ma anche – forse soprattutto – nelle piccole cose e così opera come restauratore dando nuova luce, nuova vita alla storia attraverso l’azione di personaggi che scolpiscono l’immaginario. Restaura non decora. La sua voce narrante tende a sovrapporsi al punto di vista dei protagonisti con commenti espliciti e così facendo opera una scelta stilistica che a tratti eleva il romanzo a saggio narrativo. L’unicità e la differenzazione dei personaggi sono il vero punto di forza di questo romanzo che si legge con tensione crescente.

Alessandro: il primogenito pragmatico, tormentato dal peso della responsabilità, capace di orazioni infiammate ma anche di dubbio e introspezione (magnifico il capitolo X, un capolavoro di psicologia narrativa con la lettera di Nicola). Alessandro è il “cuore” della rivolta.

Davide: l’impulsivo, il guerriero, il “braccio”. La sua morte – il veleno della madre, lo scempio post-mortem – sono tra le pagine più strazianti del romanzo.

Licurgo: l’intellettuale, l’architetto della logistica, ferito eppure lucido fino alla fine. La sua morte al mulino, mentre cerca di raggiungere Cardile, è narrata con asciutta crudeltà.

Elena Nunziante: donna colta e ribelle, arriva da Salerno e porta nella casa dei Riccio non solo l’amore, ma una nuova, più lucida consapevolezza: la libertà non si aspetta, si costruisce, anche a costo della vita.

Nicola Riccio, il padre medico, è il “cuore” del romanzo. La sua umiliazione pubblica, la lettera nascosta sotto il pavimento, i dialoghi con Del Carretto burocrate del terrore – tutto concorre a creare una figura di straordinaria dignità.

Questi personaggi sbagliano, dubitano, a volte cedono alla disperazione, vorrebbero tornare indietro. È proprio questa umanità imperfetta a renderli eroi autentici, eroi indimenticabili.

Ma il vero protagonista del romanzo è forse lo sguardo di Giovanni Maio. È uno sguardo che non si accontenta della superficie, che vuole capire cosa prova un uomo la notte prima di un’imboscata, cosa pensa una madre mentre il figlio è in fuga tra i monti, cosa brucia nel petto di un rivoluzionario quando vede il proprio villaggio dato alle fiamme. L’autore scrive come se fosse lì, tra i castagni di Laurino, nelle gole del Calore, o sulle creste del Monte Stella, e riesce a trasmettere al lettore l’odore della pioggia sul fango, il freddo delle grotte, il fumo degli incendi, il rumore dei passi dei gendarmi che si avvicinano.

La cifra preziosa del romanzo non è solo la lotta tra libertà e tirannia, la crudeltà della legge che è ingiustizia, ma anche – e forse soprattutto – il tradimento finale, l’abisso morale, il tradimento del vincolo sacro, il tradimento al giuramento del San Giovanni.
L’ossessione dello scrittore la si vede nella meticolosità delle descrizioni, nella cura dei dettagli storici, nella costruzione quasi maniacale delle trame secondarie (il notaio di Piaggine, i Capozzoli, il canonico De Luca). Ma questa ossessione non è mai fine a sé stessa: è l’arte che Giovanni Maio crea per onorare la verità – storica e umana – l’arte che si rifiuta di ridursi a semplice intrattenimento. L’arte che sopravvive alla caducità e alla miseria dell’essere umano che nasce e che muore.

Questo romanzo parla a noi contemporanei con una forza sorprendente. Le domande che pone – quanto vale la libertà? Qual è il prezzo della dignità? Si può restare umani anche nella violenza? – sono domande che attraversano i secoli e ci interpellano direttamente. In un’epoca in cui la parola “libertà” viene spesso svuotata di significato, Giovanni ci ricorda che essa è stata conquistata a caro prezzo, con sangue, sudore e lacrime, e che nessuna conquista civile è mai per sempre. Ma è un romanzo sorprendente anche perché parla di scelte: di quando un uomo o una donna decidono che non è più possibile chinare la testa, che l’obbedienza diventa una forma lenta di morte. Parla del prezzo della dignità, che spesso è altissimo. Parla del tradimento – quello che arriva da dove meno te lo aspetti, da un amico, da un vicino, da chi hai stretto la mano in nome di un santo. E parla della memoria: di come le storie dei vinti, se qualcuno ha il coraggio di raccontarle, diventano più forti delle pietre dei vincitori.

Ho letto Il Vento della Libertà e posso dire che proprio nell’epilogo lascia aperta una finestra sulla speranza. Perché la memoria, quando è coltivata, diventa essa stessa un atto di libertà, un vento non un sussurro del passato, ma un richiamo potente per il nostro presente. Il Vento della Libertà è un romanzo che parla al cuore, prima che alla ragione. È un omaggio a una terra, il Cilento, che troppo spesso è stata periferia del mondo, e che in queste pagine diventa, per la grazia della scrittura, centro dell’universo. È la prova che il romanzo storico, quando è fatto bene, non è evasione: è un modo per interrogarci su chi siamo stati e su chi vogliamo essere.

“Il fucile appartenuto ad Alessandro Riccio, carbonaro di Cardile (SA) che prese parte ai moti del Cilento del 1828, negli anni scorsi, e nel corso di una cerimonia solenne, è stato donato alla comunità della stessa Cardile dalla famiglia Maio. Alessandro, nella sua fuga dai gendarmi borbonici, giunto in località Acque Marine si era liberato di questa arma (e di altri oggetti personali) affidandola ad un mio trisavolo. E da allora il fucile è stato sempre custodito dalla mia famiglia. Ancora oggi posseggo oggetti interessanti appartenuti al noto combattente per la Libertà cilentano.” – G. Maio