STANCHEZZA

Ci credo alla stanchezza, la sento, la vivo, è la mia, è la nostra, esseri incontenibili d’infinita tristezza, per quello che è stato, per quello che poteva essere e non è stato, per come tutti i bimbi ci sono figli come dice Paolo e vengono massacrati, per come tutte le bimbe ci sono figlie e vengono stuprate. Non è indifferenza, è impotenza. Una condanna a morte senza assoluzione. Alla stanchezza dell’anima non c’è riposo, nemmeno il cardiologo riesce a trovare una soluzione, ci consumiamo questa è la verità, e solo la cenere è il concime che ci piace afferrare, una liberazione dalla materia e dallo spirito senza strada di ritorno. Caro amico ti scrivo cantava Lucio, e così il momento di un pensiero diventa eterno, immortale nel segno riprodotto in coro di un messaggio che strugge il cuore. Non è un caso, non può essere un caso, quella è la stanchezza del nastro che tiene ferma una banana sul muro in un’opera d’arte che vale milioni e non vale niente una volta mangiata. Ecco è la schiuma artistica come dice Fulvio, come quella di una birra che fa male, male sempre, e lo conferma il cardiologo che non ha armi per distruggere il male ma solo pillole chimiche di speranza. Riposo e movimento. Movimento e riposo. Quel nastro grigio ci lega al volante di una macchina, ci rende inermi. La coda del diavolo. Lega le mani al collega superiore, infame, meschino, compromesso, complice di una tratta di bambine, rapite e uccise, marchiate dal simbolo di un amo che serve a pescare e depredarne la bellezza. L’eroe vince e libera le sopravvissute, le ultime fortunate che diventano assassine del male ma le onde del mare non si possono fermare, come non si può fermare la stanchezza che devasta il silenzio, e cancella la risacca che ci inghiotte come granelli di sabbia dispersi in questo nostro deserto senza pace.

Troppo lancinanti alcuni tuoi post, lettere in bottiglia affidate al mare. Troppo feroci per non sentirli devastanti per quello che sono, ferite sanguinanti, labirinti di tormento senza uscita. Caro amico sconosciuto, mi piace immaginarti a fare il pescatore di anime in mezzo a grasse risate, in discorsi osceni e forbiti, con amici a ridere di noi famelici frequentatori di moderne piazze virtuali a combattere la nostra, di solitudine. Un sigaro, due dita di brandy, un camino che scintilla legna vera in fiamme e un maxischermo connesso alla rete. Mi piace che K sei tu, quello di Quando cadono le stelle: “Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”

Ma i piaceri sono solo attimi di stordimento come morfina per un dolore che non muore mai, come stanchezza fino all’ultimo respiro.

Tante sono le code, tanti i diavoli, osceni, indecenti, bellissimi…

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