Le FAVOLE di ESTER & di ROSA

Caro Diario, scrivo a te non perché come uno specchio sai riflettere verità senza sconti, ma perché hai un’anima e mi puoi capire. Seguimi.

L’umanità si divide in due: da una parte i bimbi che imparando a leggere e a scrivere hanno ascoltato e si sono addormentati con le parole delle favole raccontate da un adulto, e dall’altra chi le favole le ha scoperte da solo, per strada, che non esistono.

Quando dico strada, intendo la solitudine di un bimbo di trovarsi solo. Che sia una casa di un condominio, che sia una tenda di un villaggio, un quartiere, un campo di terra abbandonato o seminato, un mare agitato della speranza o calmo di sete e fame, una montagna alta che tocca il cielo o bassa che si perde in un fiume. Insomma, che sia un deserto di giungle o una giungla di deserti.

Trovarsi solo anche tra la folla, anche in una famiglia piccola o numerosa.

Addormentarsi senza la voce di un grande che ti racconta una favola senza la sua infinita tenerezza, ti segna per la vita ma, non è affatto detto che poi questa vita sia meglio o peggio di quella di bimbi svezzati nell’ovatta soffice della pace e del benessere. Anzi, la violenza non si regge, a ogni vittima puoi raccontare tutte le favole che vuoi, ma quella ferita resta e quando va bene ne resta una di cicatrice sulla pelle, ma nella mente no, non rimarginano mai.

La serenità di un bimbo è un diritto fondamentale prima ancora di parlare di uomo e di donna, non ha genere né età, ma a quanto pare il diritto vale fino ad un certo punto compreso quello di polverizzare la carne, le ossa e il sangue della vita umana.

Le favole non esistono ma sono necessarie come l’aria, e non raccontarmi frottole: le favole sono scintilla divina per i piccoli e per i grandi; sono necessarie come un cuore che batte o un polmone che respira.

Io leggendo le FAVOLE di Ester e di Rosa mi sono sentito come quel bimbo meravigliato, a bocca aperta, che viaggia con gli occhi spalancati nel mondo, stando fermo ma correndo, nelle dimensioni parallele delle emozioni senza limite, senza confini, senza l’angoscia di questo mondo di merda che non comprendiamo, tra una violenza e l’altra, che ci fa orrore.

È forse proprio per questo che noi pseudo adulti ne dovremmo leggere di più, forse proprio per questo che le favole di Ester e di Rosa mi sono piaciute tanto, perché ogni tanto riprenderci lo spazio di una favola è necessario perché fa bene e ci fa sentire meglio.

La fiaba non è un rifugio dalla realtà ma uno strumento vero per abitarla.  C’è una convinzione diffusa che le fiabe servano a far addormentare i bambini, a tenerli lontani dal mondo reale, a ripararli in un angolo incantato dove tutto è semplice e prevedibile. Ma chi si è davvero sciolto in una fiaba sa che accade esattamente il contrario. Come ha scritto lo scrittore messicano Juan Miguel Zunzunegui:

«Una fiaba è un luogo dove si entra per uscire trasformati.

Non serve a far dormire i bambini, ma a svegliare gli adulti»

Caro il mio Diario adesso inizia il gioco delle citazioni famose, perché la fiaba, prima ancora di intrattenere, interroga. Sì, interroga proprio noi che poi scegliamo cosa leggere e far leggere ai bimbi. La favola mette il lettore di fronte a scelte, paure, ostacoli e – soprattutto – gli restituisce la certezza che nulla è immutabile. Quindi, fammi un favore, tra un romanzo e l’altro, leggi le favole di Ester e di Rosa e poi dimmi se questo non è vero.

Italo Calvino definisce la fiaba come «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nelle favole s’incontrano la povertà e la ricchezza, l’astuzia e la crudeltà, la solitudine e l’amore: i percorsi possibili sono molti, e così scopriamo l’ovvio, che ogni destino è fatto di prove e di svolte. E poi ci sono i draghi, i mostri.

Citato da Calvino in molte occasioni, G.K Chesterton ha osservato che «le fiabe sono vere non perché ci raccontano che esistono i draghi, ma perché ci raccontano che i draghi si possono vincere».

Per un bambino, il drago, il mostro, è la paura che prende forma: l’ignoto, il pericolo, ciò che sembra invincibile. La fiaba non gli nasconde che il drago esiste, ma gli offre gli strumenti per affrontarlo.

Sempre Calvino ha definito la favola «il primo, ingenuo e profondo tentativo di dare un senso al disordine del mondo». Quindi se il mondo è un caos di stimoli, regole non scritte, emozioni incomprensibili, la fiaba è un filo che prova a tessere quel caos in una trama, senza banalizzarlo.

E la verità? Se è vero, come dice Neil Gaiman, che «una fiaba non è un inganno: è il modo che ha la verità per farsi ascoltare senza fare troppa paura», allora la fiaba non edulcora la vita: racconta l’abbandono, la fame, la morte. Ma lo fa con la distanza lieve del racconto, permettendo al bambino di avvicinarsi alla verità con la gradualità di chi ancora deve imparare a sostenere il suo peso.

Sarà per questo che non smettiamo mai di imparare?

Infine, attribuita a Gesualdo Bufalino, c’è una frase che forse riassume tutto «una favola non è mai soltanto una favola: è un modo di dire la verità con una maschera, e chi la capisce si toglie la maschera dal volto». Perché la maschera non è un nascondiglio: è un linguaggio che impariamo a decifrare, giorno dopo giorno.

La nostra fortuna è quella di essere bimbe e bimbi che desiderano decifrare il mondo, smettendo – ecco un altro favore che ci dobbiamo fare – smettere oggi di scrollare il mondo come idioti senza direzione.

Perché la fiaba non è una fuga, è uno strumento potente per abitare la realtà. Non la nega, non la addolcisce: le dà forma, la rende narrabile, e quindi vivibile. Forse è per questo che torniamo a cercarla anche da adulti?  – questa domanda vale solo per me caro Diario? –

La cerchiamo, la desideriamo, la favola, perché c’è sempre un pezzo di mondo che abbiamo bisogno di imparare ad abitare, ed è proprio per questo che non posso che ringraziare Ester e Rosa per queste opere buone e necessarie come il pane. Perché nonostante le spine, e i grani geneticamente modificati: toglieteci tutto ma non il pane e le rose. Altrimenti ci succede quello che capitò a “Giovannin senza paura” che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.

PdG

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