IMPREVISTI PERICOLOSI

un commento al Thriller di Rocco Papa, 2017 Ed. Libromania

Da quando a questo fantasma è venuta la smania, l’allagamento di romanzi comprati e da leggere sta raggiungendo un disagio decisamente imbarazzante: è una invasione. «Pirla! C’è la versione digitale» lo so ma non è la stessa cosa 🙂

copertina

Quindi? Avevo bisogno di una boccata d’ossigeno e gli eventi mi hanno tirato dentro questo thriller con un titolo calamita.

Fortuna è che la verità non è discutibile, i romanzi, quelli veri, quelli belli, non affogano mai.

Pericolosi? Già gli imprevisti sono una seccatura spesso atroce, perché rischiare? Christo! Inizi una bella storia e questa non ti molla fino alla fine quando finalmente con l’ultima pagina ti senti appagato.

Scrittura pulita, essenziale, fluida, ordinata, tanto da mostrare profondità estreme con una semplicità avvolgente che mi ha veramente stupito. Rapito.

La tensione è viva come, insieme, lo spessore della riflessione: il protagonista di Papa ha dentro l’universalità dell’uomo grigio, quello medio che esiste solo nelle statistiche ma che, invece, è parte del nostro comune conflitto interiore, quello quotidiano, quello della normalità impostaci come dovere di essere parte, per quanto facilmente sostituibile, della complessa macchina sociale. Il Thriller costruito da Rocco è completo nella sua proporzione equilibrata di azione materiale e psicologica, tanto da rendere potentissimo quello che sembra un semplice luogo scontato: “nella sua vita gli imprevisti non erano previsti”. Scelta coraggiosa e devo dire: vincente!

“La neutralità delle emozioni era un punto di forza per analizzare con obiettività il mondo; Ferrara riteneva che lasciarsi condizionare dai sentimenti nuoceva gravemente alla salute e al suo lavoro.”

Ovviamente c’è una lei, una volta ancora rossa 🙂 con il suo turbo aspirato, motore di eterne tempeste letterarie:

“Aveva i capelli sciolti, ricci e rossi, e indossava un tailleur blu su una camicia bianca; gli occhi neri e grandi, appena truccati. Era alta e magra e aveva l’area spaesata, o impaurita. Annodato al collo portava un foulard rosso.”

Ovviamente c’è lo spogliarello indecente e seducente delle paure più intime e profonde:

“Solo un pazzo avrebbe lasciato la sicurezza del lavoro di medico per dedicarsi al ballo. Il ballo non era nemmeno un vero lavoro, era una di quelle attività umane delle quali non capiva l’utilità.”

Caro diario, so che mi giudichi e ritieni una bestemmia interrompere la lettura di Infinite Jest di DFW per distrarmi con un altro romanzo ma ti giuro, ne avevo bisogno.

«L’anima, Pietro, sono le ali che ogni uomo ha per… per volare sopra questo mondo di merda.»

Una boccata di respiro fuori la complessità serve a tenersi aggrappato ad ali leggere ma tanto robuste da volare oltre. Oltre i doveri e le sfide da riprendere per combattere la resa, l’angoscia della sconfitta, oltre la normalità e il grigio che ci portiamo dentro nostro malgrado, perché in fondo, dobbiamo scavare e scavare ancora. La lettura imprevista è essa stessa la sincronizzazione fortuita e perché no pericolosa, di vite parallele che guardano la stessa luce dietro finestre soggettive come l’uomo grigio sulla copertina. A cinque anni dalla sua pubblicazione per me è una nuova scoperta salernitana, l’ennesima: IMPREVISTI PERICOLOSI è un romanzo ansioso ma veloce, un lampo che squarcia e brucia senza smettere, la domanda di sempre.

Per sapere la domanda di sempre, bisogna leggerlo.

con briciole

Caro diario, lo so, ti prego, non rimproverarmi, prima di BRICIOLE di Rocco Papa, c’è L’UOMO SENZA SONNO di Antonio Lanzetta di cui non ho letto ancora niente… e poi Cioran (che cazzo ci azzecca non è salernitano), poi quello, quell’altro, e l’altro ancora… lo so anche Corrado De Rosa.

Christo! C’è la guerra! Aiutooooooooooooooooooo

Psichiatria

LA ZAMPOGNA: un regalo prezioso

Come ringraziarti Antonio? Organizzando un concerto per diffondere la tua musica? Magari ne fossi capace, di più, magari un tour. Questo tuo libro è prezioso, oltre che una manifestazione limpida della tua grande passione, non solo la musica, non solo l’umanità intrisa, la storia e l’amore, è oltre il pregevole tributo allo strumento, è il canto armonioso di voci che esaltano l’arte umana non come semplice espressione materiale ma come il coro musicale di se stessa: la vita. Dentro c’è tutto dalle foto agli scritti che ne fanno un’operazione culturale di prestigio e fondamentalmente ricca, preziosa appunto.

Copertina

L’ARMONIA DEL DONO di Antonia Autuori, SUONI ROZZI E SELVAGGI di Paolo Apolito, IL DOLCE SUONO DOPO LA MIETITURA di Massimo Bignardi, UNA BUONA PRATICA di Antonietta Caccia, RITO ANTICO di Paolo Simonazzi, CORNAMUSE E ZAMPOGNE di Giovanni Floreani, e alla fine del viaggio letterale che diventa l’inizio del viaggio sensoriale, il tuo IL LEGNO CHE SUONA.

Così è: «È ligname e add sunà» e nelle tue mani, riproduzione popolare pura, magica, immortale.

La zampogna è nei miei ricordi più struggenti, gli anni settanta, i miei di bambino.

I suonatori di zampogna e ciaramella venivano davanti alla porta e il loro avvistamento in strada era già una festa. Qualcuno, ricordo, li faceva esibire in casa, come il prete che benedice a Pasqua. Poi anno dopo anno, li ho visti fermarsi negli androni dei palazzi, chiamare al citofono, suonare su invito e poi, nemmeno più nei portoni li ho sentiti suonare. Come scrive Apolito, un periodo, una frattura culturale e sociale, con l’urbanizzazione e l’industrializzazione che ci hanno cresciuto.

Copertina libro La Zampogna

E allora, benedetto sia il custode della tradizione, soldato di musica, canto e ballo, dispensatore di emozioni, professore sensoriale dell’amore.

Testo di Apolito

“LA ZAMPOGNA oltre la tradizione” è un regalo prezioso che custodirò con infinita riconoscenza, ancora grazie Antonio.

Concerto di Antonio
Compagnia Daltrocanto

Infinite Jest ∞ 101/202 di 1260

libro

In scena entrano Marathe e Steeply, agenti segreti, poliziotti, doppio e triplo gioco, le storie si intrecciano e il mistero, l’intrigo internazionale si fa fitto ma tanto, tanto divertente, appunto, uno scherzo infinito. Provo ad immaginare una scena che possa minimamente descrivere questo mio piacere costante che non scema nonostante la difficoltà di un testo difficile e tormentoso.

Ho fame, vedo una zuppiera piena di riso e mille colori di ingredienti riconoscibili e non. La tavola è enorme, imbandita e succulenta ma io vedo solo la zuppiera. Dentro il riso bianco e scuro, tostato e bollito, pieno di tutto, finanche rivoli copiosi di salse rosse, viola, verdi e nere, alcune gialle. Ho fame tanta fame. DFW mi porge un chicco alla volta, mi aumenta la fame e ad ogni chicco ne aumenta il gusto, una tortura irresistibile, l’acquolina brucia sul palato, il piacere di un piacere diverso da quello precedente e precedente ancora. A bocca aperta aspetto di placare questo bisogno con un chicco ancora, una parola nuova, una frase, un particolare, un gesto, un filo di nuova atmosfera, un pensiero. Una pagina ancora avanti e poi ancora dieci indietro. Una tortura irresistibile.

David

In scena entra lo spogliatoio di Hal, i suoi amici, i ragazzini da accudire, i maestri, i competitori da abbattere, i due fratelli eternamente presenti, un frastuono intimo, acre come il gesso su una vecchia lavagna di ardesia, e poi il padre e poi anche il nonno… Straziante ed estraniante, la capacità di rendere fondamentali momenti irrilevanti, inutili, normali, costituenti, le fondamenta, le fogne. Un fascio di nervi come una corda enorme intrecciata da mille fili, mi frusta e mi accarezza, enorme come quella d’attracco delle navi da crociera, cordame di un veliero in tempesta, un fascio di emozioni bagnate e salate di vita, tese e mollate che vedo schizzare fuori dalle pagine: anche un primo amore, di quelli di un’altro giocatore top, un mito tra i ragazzi, un atleta femmina, il sesso solo nemmeno ipotizzato, non tuo, forse una voglia sua, di quelle emozioni non colte, sprecate, mai consumate, di quelle che ti lasciano il segno per sempre.

Ho appuntato centinaia di frasi, dopo altre cento pagine nemmeno le ricordo, anche due o tre per pagina. Ne riporto solo una. Quanta vergogna mi coglie sempre più affamato e voglioso di altri granelli dal gusto inesplorato, mentre tutt’intorno la fame di notizie sulla guerra fanno di me un lercio spione di realtà truce e tristissima.

“Il deserto era del colore fulvo del manto di un leone.”

lioness sitting in grass and roaring
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David

“Steeply si guardò. Uno dei seni finti (di certo finti: di certo non si sarebbero spinti fino all’ormonale, pensò Marathe) quasi gli toccava il doppio mento, quando si chinava. «Mi è stato chiesto di verificare personalmente, questo è tutto», disse. «La mia impressione è che i pezzi grossi dell’Ufficio considerino l’incidente una faccenda imbarazzante. Ci sono teorie e controteorie. Ci sono perfino antiteorie che presuppongono errori, scambi d’identità, scherzi pesanti».”

Infinite Jest ∞ 37-100

Prozac, Zoloft, Parnate, Litio, Valium, Xanax, Tavor, Lexotan, Valium, Ansiolin, Control, Rivotril, Lorans, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam e poi TENNIS tanto tennis… addirittura definito un ibrido tra scacchi e boxe.

Basterebbe chiedersi “com’è esattamente la storia dei bicchieri capovolti e appannati sul pavimento del bagno” per cadere in una tela intricata di sequenze al limite della realtà più luminosa dei led che vi sputano dallo schermo queste parole di commento.

Sarà il destino o l’allineamento dei pianeti lontani ma comunicare dalla bolla esistenziale di queste ore, ingolfata di paura di guerre e odio, dai virus in continua varianza ai soldatini armati sulla neve nell’Est Europa come ai tempi di Napoleone o Hitler, comunicare dicevo, è un trip che la scrittura di DFW rende un desiderio incontrollabile.

Alla fine potrò dire di averlo letto più e più volte. È la mia lentezza genetica ad impormi un ritmo da lumaca che per lo più mi fa tornare indietro e rileggere. Gli intrecci dei racconti sono peggio di un labirinto ma a tenerli insieme è la tensione dei personaggi, la loro azione e reazione è qualcosa di veramente speciale. I salti temporali sono continui, le infanzie, le adolescenze, infine la cosiddetta maturità dei protagonisti, sono uno spazio continuo, unito nella folle consistenza di una razionalità stupefacente. Questo testo mi colpisce e mi stordisce ad ogni pagina, capitolo dopo capitolo. Avrei voluto lasciare tracce di commento in modo più frequente, ma i racconti di David sono magnetici, le note poi… infinite. Chiusa pagina 100 siamo oltre 30 note, da perderci la testa. La più importante, a questo punto, è la nota 25:

David

JAMES O. INCANDENZA: UNA FILMOGRAFIA.

Sono i film diretti dal papà di Hal in dodici anni di attività, sono sperimentazioni ottiche e sensoriali all’ennesimo livello, tra questi titoli, descritti con minuzia esasperante, ricorre cinque volte INFINITE JEST; nella fase di postproduzione dell’ultimo, il numero V, il regista muore e questa ultima pellicola (riduttivo chiamarla così) sembra scomparsa, distrutto il master, incompleto e non distribuito per gli archivisti anche se qualche studioso l’ha visto. Sembra essere il miglior lavoro depositato nelle volontà testamentarie dell’autore. Che fine avrà fatto?

Una nota di dieci pagine fittissime, un elenco infinito di opere visive per dare alla figura paterna di Hal una pesantezza e grandiosità oltre l’umano: come si deve sentire il figlio di un personaggio mostruosamente grande, una sorte di entità mitologica metà Fellini e metà Oppenheimer, un mostro esageratamente asfissiante e fagocero, e la sua essenza e la sua assenza? Cosa può chiedere alla vita il figlio geniale del Lui in Persona?

Un’altra nota degna di menzione è la descrizione della struttura della scuola ETA (Enfield Tennis Academy) fondata dal papà di Hal a forma di cardioide.

La trama sembra svelarsi, entro le prime 100 pagine vengono delineati i fratelli di Hal, la madre accademica ma anche agente segreto (???), il padre geniale regista, studioso di ottica che fonda la scuola di tennis, una struttura mostruosamente funzionale e futurista dove cresce il piccolo Hal abbandonato in giovane età da un “Lui in persona” morto troppo presto. E poi gli amici del quartiere e i danni subiti nelle violenze familiari come corollario di teoremi emozionali, precisi, dirompenti nel lettore che immerso nel profondo, viene trascinato da una tempesta furiosa, che ti fa annegare e tornare a galla, da un periodo all’altro.

Nelle prime 100 pagine si delineano i temi, il tennis, i medici, le dipendenze, i giovani e le loro devianze. A me sembra una sorta di rappresentazione di sopravvissuti, alla selezione sociale, alla competizione, alla formazione da parte di insegnanti che hanno fallito la loro scalata personale al successo e che, riciclati, sopravvissuti anche loro, diventano istruttori. È la metafora di un’America nascosta sotto l’apparenza, sotto la pelliccia di potente benessere, e della sua classe dirigente alle prese con gli scontri geopolitici di dominio delle risorse naturali, delle terribili sostanze chimiche di controllo, con la tecnologia e la persuasione collettiva dei bisogni emozionali e fisici. Il trasferimento di eredità tra generazioni diventa la riproduzione di modelli arcaici di controllo sociale, tra questi l’intrattenimento assurge ad opera d’arte.

Un altro modo in cui i padri influiscono sui figli è che i figli, una volta che le loro voci sono cambiate con la pubertà, invariabilmente rispondono al telefono con le stesse locuzioni e intonazioni dei loro padri. La cosa resta vera indipendentemente dal fatto che i padri siano ancora vivi o meno.

«Voglio dirti», disse la voce nel telefono, «che la mia testa è piena di cose da dire».

libro

Mario è il fratello che non gioca, ha limiti fisici e mentali. Segue Hal nelle sue partite, dorme con lui, insieme parlano e si contaminano dei ricordi infantili, i genitori, il papà che non c’è più e la madre che ha smesso di viaggiare rinchiudendosi nella loro casa/scuola, una sorta di riformatorio di lusso, fondato quasi espressamente per strutturare con scientifica precisione e severità, la formazione degli eredi dell’Impero visionario di J. O. Incandenza, il Lui in Persona.

E poi, incomincio a conoscere un assistente medico di un potente principe saudita (delle nazioni petrol-arabe) che resta affascinato, ipnotizzato da una senso-cartuccia misteriosa che gli è stata recapitata anonima con un semplice augurio di “buon anniversario” mentre la moglie è assente, impegnata come tutti i mercoledì, a giocare a tennis con le mogli dei diplomatici del Medioriente. La donna lo troverà così, allucinato, steso dentro il suo letto ipertecnologico del riposo, dopo aver visto e rivisto per ore questo misterioso senso-film anonimo.

Le cartucce d’intrattenimento sono film con coilvolgimento sensoriale, DFW ha precorso i tempi, ci siamo quasi, oggi la tecnologia c’è ma non siamo ancora alla diffusione di massa di prodotti di questo tipo, ci sono i visori, le tute sensoriali, le poltrone che vibrano, e il Meta-verso annunciato dal creatore di Facebook. La realtà virtuale da vivere come intrattenimento sarà il nuovo oppio del popolo? La sfida è sostituire gli effetti della chimica ingeriti con le visioni e i sensi stimolati con la tecnologia dei chip e software di programmatori visionari?

Nell’ANNO DELLA SAPONETTA DOVE, un racconto straziante, metropolitano senza ancoraggi culturali se non l’esperienza diretta dei ragazzi, conosco i primi amici di Hal (ma è proprio lui?), Wardine, Reginald…

Wardine c’ha la schiena tutta botte e tagli. Segni lunghi di tagli che vanno su e giú per la schiena c’ha Wardine, righe rosa, e intorno alle righe la pelle tipo la pelle sulle labbra. Solo a vederle mi fa male la pancia.

Wardine piange. Reginald dice che Wardine dice che la sua mamma la tratta male. Dice che sua mamma gliel’ha date con la gruccia. Dice che il tipo della mamma di Wardine, Roy Tony, vuole andare a letto con Wardine. Le dà le caramelle e le dà delle pacche sul culo. Lui le sta sempre davanti e ogni volta non la fa passare senza che la tocca. Reginald dice che Wardine dice che la notte Roy Tony quando la mamma di Wardine è a lavorare va ai materassi dove ci dormono Wardine e William e Shantell e Roy il piccolo, e sta là al buio, fatto, e le dice le cose piano e ansima. La mamma di Wardine dice che è Wardine che lo tenta a Roy Tony nel Peccato. Wardine dice che lei dice che Wardine cerca di portare Roy Tony con lei dritto nel Male e nel Peccato. A botte sulla schiena la prende, con le grucce che leva dallo stanzino. Mia mamma dice che la mamma di Wardine non ci sta con la testa. Mia mamma ha paura di Roy Tony.

Roy Tony è un criminale, è ai domiciliari con una cavigliera elettronica di vigilanza.

Poi Mildred…

Mildred Bonk. Era il tipo di ragazza imprendibile, fatalmente bella, che fluttua per i corridoi di liceo nei sogni degli eiaculatori notturni.

Poi Tommy Doocey, famigerato spacciatore di erba…

La storia di una mattinata di Orin, l’altro fratello maggiore di Hal, è da brividi, realtà e incubi sono intrecciati con fobie e lo studio della schizofrenia paranoide riassunta in un documentario del passato. Letto per la terza volta diventa un dovere ossessivo, un rito, una religione da servire. Sarà stato questo l’effetto della Bibbia negli esseri umani del basso medio evo? Gli umani che bruciavano le streghe? È questo modo di subire un testo che da origine ai riti di lettura come preghiera e penitenza, come sottomissione all’incomprensibile?

Per Orin Incandenza, n. 71, il mattino è la notte dell’anima. Psichicamente, il momento peggiore della giornata.

Poi dopo Orin, l’altro fratello giocatore, ancora un racconto di Hal. Chi non ha spinto con le mani il fumo delle prime sigarette proibite fuori dalla finestra? Per non farsi beccare dai genitori, da un superiore, un insegnante, da una ragazza amata che odia la puzza e il fatto di alterarsi con sostanze strane? Perché l’amore se è drogato non è amore? Mettere a tacere le domande o sfruttare le inquiete paure di non sentirsi all’altezza, di sentirsi perdenti? Come lo racconta DFW di Hal che si nasconde nei tunnel sotto la scuola, è molto ma molto epico. Hal, diciassette anni, si fa e lo fanno tutti.

E allora DFW, quasi mi avesse ascoltato, mi fa vedere cosa pensa e come si comporta la madre… e così scopro che il mostro per il genitore è l’alcol, quasi una minaccia ereditaria da prevenire.

La Sig.ra Avril Incandenza non va pazza all’idea che Hal beva, soprattutto per via di quanto beveva suo padre da vivo in Az e in Ca e, a quanto si dice, il padre di suo padre prima di lui; ma la precocità accademica di Hal e in particolare i suoi recenti successi nei tornei del circuito juniores indicano chiaramente che lui è in grado di gestire le piccole dosi che lei è certa consumi – la psicoconsulente dell’Eta, la Dott.ssa Rusk, le assicura che è impossibile prendere seriamente una sostanza e mantenere un livello altissimo di prestazioni accademiche e atletiche, specie la parte atletica – e Avril ritiene importante che un genitore solo sia attento ma non asfissiante e sappia quando è il caso di lasciare un po’ andare e permettere ai due figli iperfunzionanti dei suoi tre di commettere i loro eventuali errori e imparare dalle proprie valide esperienze, senza pensare alla segreta paura degli errori che rivolta le budella alla loro madre.

mother carrying her baby while looking at the nature scenery
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Dentro c’è l’analisi di tutta la società americana imposta come un fardello sulle muscolose spalle dei ragazzi iperfunzionanti, una comunità di solitudini, alterata, drogata dall’infanzia, in ricreazione perenne. L’abbondanza, la ricchezza, e la competizione sfrenata, senza appello.

Le droghe ricreative sono piú o meno una tradizione di tutte le scuole secondarie degli Stati Uniti, forse per le tensioni senza precedenti che vi s’incontrano: postlatenza e pubertà e angoscia e imminente età adulta eccetera. Per aiutare a gestire le tempeste interpsichiche eccetera.

Poi una stanza, un altro racconto, e gli intrecci aumentano, come i salti temporali. Una stanza qualsiasi del grande dormitorio, una delle tante giovani promesse… e ancora incubi vivi come la fiamma di un fuoco indomabile, la paura, quella di un dodicenne nella prima notte passata all’ETA.

Stanza 204, Subdormitorio B: Jim Troeltsch, diciassette anni, nato a Narberth Pa, n. 8 nell’attuale classifica Under 18 maschile all’Enfield Tennis Academy, e dunque secondo singolarista della squadra B, si è ammalato.

Poi la storia del Lui in persona, il Dott. in Scienze educazionali James Orin Incandenza e il racconto della sua formazione, figlio di un ex tennista, anche lui, scienziato, diventato ricco con innumerevoli brevetti nel campo dell’ottica, regista visionario e fondatore dell’ETA, un romanzo dentro il romanzo, finito con il suicidio all’età di soli cinquantaquattro anni.

Eccone solo uno spizzico…

Il matrimonio durato da maggio a dicembre26 dell’alto, sgraziato, isolato e semialcolizzato Dott. Incandenza con una delle poche vere bombe di sesso del mondo accademico nordamericano, l’estremamente alta e nervosa ma anche estremamente carina e aggraziata e astemia e raffinata Dott.ssa Avril Mondragon, l’unica figura femminile accademica ad aver avuto la Cattedra MacDonald in Uso Prescrittivo al Royal Victoria College della McGill University, che Incandenza aveva incontrato in una università di Toronto durante una conferenza in cui i Sistemi Riflettenti venivano messi a confronto con i Sistemi Riflessivi, questo matrimonio fu reso ancora piú romantico dalle tribolazioni burocratiche per ottenere prima un Visto di Uscita poi uno di Entrata, per non parlare della Carta Verde, perché anche se ora era la professoressa Mondragon, sposata con un cittadino americano, il suo coinvolgimento ai tempi dell’università con certi membri della Sinistra separatista québechiana aveva collocato il suo nome sulla lista delle personnes à qui on doit surveiller attentivement della Reale polizia canadese a cavallo. La nascita del primo figlio degli Incandenza, Orin, era stata almeno in parte una manovra legale.

Poi il medico, il reparto psichiatrico e la storia di Kate Gompert. Allucinante ma vera come la carne appena macellata, appesa a gocciolare sangue.

David

I dottori tendono a entrare nelle arene della loro pratica professionale con una disposizione d’animo allegra e vivace che devono poi bloccare e attenuare non appena arrivano nell’arena del quinto piano dell’ospedale, il reparto psichiatrico, dove una disposizione d’animo allegra e vivace sarebbe vista come una sorta di gongolio maligno. Ecco perché nelle corsie psichiatriche i dottori hanno cosí spesso quell’espressione accigliata e un po’ finta di concentrazione perplessa, se e quando li si vede nei corridoi del quinto piano. Ed ecco perché un medico d’ospedale – persone in genere robuste, rosee e senza pori che sanno quasi sempre di buono e di pulito – si presenta a ogni paziente psichiatrico con un piglio professionale a metà strada fra il blando e il profondo, una partecipazione distante ma sincera che appare equamente suddivisa fra il disagio soggettivo del paziente e la dura realtà del caso.

Kate Gompert era sottoposta agli Speciali, vale a dire Sorveglianza Antisuicidio, vale a dire che a un certo punto la ragazza aveva mostrato sia Ideazione sia Intento, vale a dire che doveva essere guardata a vista ventiquattr’ore al giorno da un membro dello staff fino a che il medico supervisore non avesse revocato gli Speciali.

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Gompert, Katherine A., anni 21, Newton Ma. Impiegata informatica in un’agenzia immobiliare a Wellesley Hills. Quarta ospedalizzazione in tre anni, tutte depressioni cliniche, unipolari. Una serie di trattamenti elettroconvulsivi due anni prima al Newton Wellesley Hospital. Sotto Prozac per un breve periodo, poi Zoloft, piú di recente Parnate insieme al litio. Due precedenti tentativi di suicidio, il secondo l’estate scorsa. Bi-Valium sospeso da due anni, Xanax sospeso da un anno – una storia esplicitamente ammessa di abuso di medicinali prescritti. Classica depressione unipolare, caratterizzata da acuta disforia, ansia con panico, episodi diurni di svogliatezza/agitazione, Ideazione con o senza Intento.

Era quasi morta due volte, Katherine Ann Gompert.

«Voglio solo che lei mi faccia l’elettroshock. Mi tiri fuori. Farò qualunque cosa lei desideri».

E poi … l’istruttore tedesco con un pizzico di “potenziale protofascista”

Gerhardt Schtitt, Allenatore Capo e Direttore Atletico dell’Enfield Tennis Academy di Enfield Ma, fu corteggiato senza tregua dal Preside dell’Eta, Dott. James Incandenza, fu praticamente implorato di entrare a far parte dell’Accademia proprio nel momento in cui la cima della collina fu spianata e l’istituto stava per nascere.

È una impresa quasi irrispettosa provare a sintetizzare DFW, io dico impossibile, tu dirai inutile e tediosa, ma, perdono chiedo perdono, copio e mostro piccoli pezzi come fotogrammi di scene come fossero amuleti o reliquie da ricordare. È un trailer compulsivo, orgasmi ripetuti. Sono quelli che mi prendono di più, quelli che meglio comprendo. Con i richiami (sublimi e geniali) alla Matematica, adesso capisco l’assoluta ammirazione e devozione che i veri matematici hanno per DFW.

Questo è un estratto dalla nota 35 a p.1193: “… ove Cantor era un teorico degli insiemi dell’èra del ventesimo secolo (tedesco, per di piú) e piú o meno il fondatore della matematica transfinita, l’uomo che dimostrò che certi infiniti erano piú grandi di altri infiniti, e la cui Prova Diagonale del 1905 (anno piú anno meno) dimostrò che ci può essere un’infinità di cose fra due cose indipendentemente da quanto sono vicine fra loro le due cose, la quale Prova D. influenzò profondamente l’intuizione del Dott. J. Incandenza sull’estetica trans-statistica del vero tennis.”

shadow of woman playing tennis
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Incandenza aveva deciso che avrebbe portato Schtitt nel comitato direttivo a ogni costo – nonostante Schtitt fosse stato di recente invitato a dimettersi dallo staff di uno dei campi di Nick Bollettieri a Sarasota a causa di uno sfortunatissimo incidente nel quale era stato coinvolto un frustino da equitazione. Ma ormai tutti all’Eta pensano che le storie sulla faccenda delle punizioni corporali di Schtitt debbano essere state gonfiate all’inverosimile, perché se è vero che Schtitt continua a portare quegli alti stivaloni neri lucenti e, sí, anche le mostrine militari, sí, ancora, e una bacchetta retrattile da meteorologo che è chiaramente un surrogato del vecchio frustino da equitazione ora proibito, lui, Schtitt, a quasi settant’anni si è ammorbidito fino a diventare una sorta di anziano uomo di Stato che comunica astrazioni piú che disciplina, un filosofo anziché un re.

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Allora ecco la filosofia del tennis moderno contro la modernità, la distruzione di tutto quello che DFW sembra odiare, la media, la statistica, la massificazione. In bocca al suoi protagonisti mette l’esaltazione del bello, della magia, del talento e dell’unicità, facendone un trattato scientifico con tanto di note sempre più specializzate. Sull’altare che non posso non venerare, appaiono distinte le contrapposizioni e le scelte: il Lui in persona sceglie l’appassionato ma ignorante Schtitt per proferire e tramandare il verbo (nonostante sia un anzianotto a digiuno di matematica) mentre il protofascista sceglie Mario, il meno funzionante dei figli del patriarca suicida.

Potrebbe sembrare strano che il leptosomatico Mario I., tanto menomato da non riuscire a tenere in mano una racchetta figuriamoci poi a usarla per colpire una palla in movimento, sia l’unico ragazzo all’Eta di cui Schtitt cerchi la compagnia, anzi l’unica persona con cui Schtitt parli francamente, senza il cipiglio pedagogico.

Cavolo ma cos’è un leptosomatico?

Sono speculativi, inclini all’arte, difficile da adattare, introversi, timidi e seri, dotati di grande energia e tenacia. Questo tipo è associato con il temperamento schizotimico caratterizzato da oscillazioni tra ipersensibilità e frigidità.

Schtitt possiede quella spaventosa tenacia degli anziani che ancora fanno energicamente moto. Ha degli attoniti occhi azzurri e un taglio a spazzola di un bianco acceso che appare virile e appropriato sugli uomini che hanno già perso un bel po’ di capelli. E una carnagione candida come le lenzuola pulite, tanto che quasi brilla: un’evidente immunità ai raggi Uv del sole; nel crepuscolo ombreggiato dai pini è quasi un bagliore bianco, come fosse ritagliato nella pasta di luna.

wood man woman playing
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Mario è un fan sfegatato di Gerhardt Schtitt, ma la maggior parte degli altri ragazzi dell’Eta lo considera probabilmente fuori di testa, e rincitrullente per via della sua logorroicità, e se mostrano al vecchio saccentone un rispetto di facciata lo fanno solo perché Schtitt continua a sovrintendere di persona all’attribuzione quotidiana degli allenamenti

Schtitt affrontava il tennis agonistico piú da matematico puro che da tecnico del gioco. Gran parte degli allenatori di tennis juniores sono sostanzialmente dei tecnici, degli sbrigativi praticoni che pensano di poter risolvere ogni problema con le statistiche, con un po’ di psicologia da quattro soldi e un mucchio di chiacchiere motivazionali.

Schtitt, sapeva che il vero tennis non era fatto da quella mistura di ordine statistico e potenziale espansivo che veneravano i tecnici del gioco, ma ne era anzi l’opposto – non-ordine, limite, i punti in cui le cose andavano in pezzi e si frammentavano nella bellezza pura. Che il vero tennis non era piú riducibile a fattori delimitati o a curve di probabilità di quanto lo fossero gli scacchi o la boxe, i due giochi di cui è un ibrido.

Caro diario, sei nato come un gioco, cresci giorno dopo giorno come un essere vivente sfamando bisogni compressi e desideri lamentosi, ti riproduci e cresci ancora. Ti posso fare una domanda? Chi di noi due è l’ospite?

coronavirus
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Fosse ancora tra i viventi, il Dott. Incandenza descriverebbe ora il tennis nei termini paradossali di ciò che viene adesso chiamata «Dinamica ExtraLineare». E Schtitt, le cui nozioni di matematica formale sono probabilmente equivalenti a quelle di un puericultore taiwanese, sembra tuttavia sapere ciò che Hopman e Van der Meer e Bollettieri sembrano ignorare: e cioè che individuare la bellezza e l’arte e la magia e il miglioramento e le chiavi dell’eccellenza e della vittoria nel complesso flusso di una partita di torneo non è una questione frattale di mera riduzione del caos a forma. Sembrava sentire intuitivamente che non era una questione di riduzione ma – perversamente – di espansione, il fremito aleatorio della crescita incontrollata e metastatica – ogni palla ben colpita ammette n possibili risposte, 2n possibili risposte a queste risposte, e cosí via fin dentro quello che Incandenza avrebbe definito per chi condividesse entrambe le sue aree di sapere un continuo cantoriano di infinità di possibili colpi e risposte, cantoriano e bello perché capace di crescere eppure contenuto, un’infinità di infinità di scelte ed esecuzioni, matematicamente incontrollata ma umanamente contenuta, delimitata dal talento e dall’immaginazione di se stessi e dell’avversario, ripiegata su se stessa dalle frontiere date dall’abilità e dall’immaginazione che infine fanno soccombere uno dei giocatori, che impediscono a entrambi di vincere, che finiscono col fare di tutto questo un gioco, queste frontiere del sé.

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«Cioè le linee di delimitazione del campo sono frontiere?» prova a chiedere Mario. «Lieber Gott nein», con un suono plosivo di disgusto. Schtitt preferisce fare figure di fumo piuttosto che i classici anelli, e non è che sia bravo, cosí crea delle specie di tremolanti hot dog color lavanda che Mario trova deliziosi. Ecco cosa c’è da dire di Schtitt: come la maggior parte degli europei della sua generazione, ancorato com’è sin dall’infanzia a certi valori permanenti che – sí, ok, d’accordo – possono, ammettiamolo, avere un pizzico di potenziale protofascista, ma che comunque (i valori) ancorano mirabilmente un’anima e il corso di una vita – roba patriarcale del Vecchio Mondo come onore e disciplina e fedeltà a una qualche entità piú grande – Gerhardt Schtitt non tanto disapprova i moderni Stati Uniti d’A. onaniti, quanto invece li considera esilaranti e spaventevoli allo stesso tempo. Forse piú che altro semplicemente alieni.

man people girl playing
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Schtitt si è formato ai Gymnasium preUnificazione secondo l’idea piuttosto kanto-hegeliana che l’atletica juniores fosse poco piú che un addestramento a essere cittadini, che l’atletica juniores fosse imparare a sacrificare i ristretti e impetuosi imperativi del Sé – i bisogni, i desideri, le paure, gli aneliti multiformi della volontà appetitiva individuale ai piú importanti imperativi di una squadra (ok, lo Stato) e a un insieme di regole precise (ok, la Legge). Tutto questo sembra quasi spaventosamente semplicistico, ma non per Mario che ascolta dall’altra parte del tavolo di legno da picnic. Apprendendo, in palestra, le virtú che dànno i loro frutti nei giochi di competizione, il ragazzo ben disciplinato comincia ad assemblare le qualità che piú lo allontanano dalla gratificazione, le piú astratte e necessarie per essere un «giocatore di squadra» in un’arena piú vasta: il caos morale ancora piú sottilmente diffratto dell’essere cittadino a pieno diritto di uno Stato. Solo che Schtitt dice Ach, ma come si fa a credere che questo addestramento possa assolvere il proprio scopo in una nazione experialista, che esporta i suoi rifiuti, che sta dimenticando la privazione e la durezza e la disciplina che la durezza insegna a ritenere necessaria? Gli Stati Uniti di una moderna America dove lo Stato non è una squadra o un codice ma una specie di intersezione abborracciata di desideri e paure, dove l’unica forma di consenso pubblico a cui il ragazzo ben disciplinato deve arrendersi è la supremazia riconosciuta della ricerca diretta di quest’idea miope e piatta della felicità personale: «Il piacere felice della persona sola, sí?»

photography of bridge during nighttime
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… sono quelle frontiere se non le linee di fondocampo, che contengono e dirigono verso l’interno l’infinita espansione del gioco, che rendono il tennis simile agli scacchi in movimento, un gioco bello e infinitamente denso?

La grande intuizione di Schtitt, sua grande attrattiva agli occhi del defunto padre di Mario: Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico: è piú il partner nella danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l’impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell’io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. È tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è cosí, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all’infinito. Mario pensa a un palo d’acciaio alzato fino ad arrivare a due volte la sua altezza e sbatte una spalla sul bordo d’acciaio verde di un cassonetto e piroetta verso il cemento prima che Schtitt si precipiti in avanti per afferrarlo a metà strada, e sembra quasi che siano impegnati in un casquè mentre Schtitt dice che questo gioco che tutti i ragazzi sono venuti a imparare all’Eta, questo infinito sistema di decisioni e angoli e linee che i fratelli di Mario hanno lavorato cosí mostruosamente tanto per padroneggiare: lo sport fatto dai ragazzi non è che una sfaccettatura della vera gemma: la guerra infinita della vita contro l’io senza il quale non si può vivere. Schtitt poi sprofonda nel tipo di silenzio di chi si diverte a riavvolgere e riascoltare mentalmente ciò che ha appena detto. Mario sta di nuovo pensando intensamente. Sta pensando a come articolare una domanda tipo: Ma allora lottare e sconfiggere l’io equivale a distruggersi? È come dire che la vita è pro morte? Tre ragazzini allstoniani di passaggio scimmiottano e prendono in giro l’aspetto di Mario dietro le spalle dei due. Alcune delle espressioni di Mario mentre pensa sono quasi orgasmiche: congestionate e molli. E allora quale sarebbe la differenza fra il tennis e il suicidio, la vita e la morte, il gioco e la sua fine?

people holding tennis rackets
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Infinite Jest ∞ 32-37

I APRILE – ANNO DEI CEROTTI MEDICATI

I commenti più frequenti che ho letto in rete sono: “facilmente ti perdi”, “mi sono perso”. Quindi vorrei evitare e mi sono imposto una maratona dal ritmo lento ed incostante con tante pause e riletture per non smarrire la strada dell’impresa.

La vita frenetica in cui non siamo che ingranaggi impazziti, ci toglie il respiro per non parlare della bestialità del momento pandemico che da due anni ci ha cambiato l’esistenza, alcuni dicono anche il DNA. Quindi, metto in stop la realtà e riprendo la conoscenza di Hal nell’anno dei cerotti.

libro

«Hai quanti anni, Hal, quattordici?»

«Ne avrò undici a giugno. Lei è un dentista? È una specie di consulto dentistico?»

«Sei qui per conversare».

«Conversare?»

«Comincerò io, chiedendoti se conosci il significato di implorare, Hal».

Sintetizzare il testo di questo scherzo infinito è impossibile se non sacrilego, ma l’intento è anche annodare i fili del racconto. Un primo accenno della mamma e del fratello di Hal l’ho già trovato subito nel primo capitolo, è un ricordo infantile di Hal a quattro anni. Adesso ne ha dieci, ma può mai esistere un ragazzo così pronto, a quell’età, a fronteggiare domande subdole, tanto da rovesciare a suo vantaggio, la conversazione con un adulto che lo mette alla prova, alla vigilia dell’ennesima partita importante di tennis? A dieci anni?

«Ti chiedo di nuovo se conosci implorare, signorino».

David

«Signorino?»

«Porti il farfallino, dopotutto. Non ti pare un invito a farti chiamare signorino?»

«Implorare è un verbo regolare, transitivo: invitare o chiedere, con suppliche; pregare qualcuno, o per qualcosa, ardentemente; invocare; scongiurare. Sinonimo debole: esortare. Sinonimo forte: supplicare. Etimologia non composta: dal latino implorare, im cioè “in”e plorare cioè, in questo contesto, “piangere sonoramente”. Oed. Condensato Volume Sei pagina 1387 colonna dodici e un pezzetto della tredici».

Ecco che l’irreale diventa solida presenza a se stesso, anzi l’esaltazione del suo genio:

«A volte mi cazzottano ben bene all’Accademia, per delle cose tipo queste. Ha qualche relazione col perché sono qui il fatto che sono un giocatore di tennis juniores classificato a livello continentale che sa anche recitare grossi pezzi di dizionario, verbatim, a piacere, e ogni tanto viene cazzottato, e porta il farfallino? Lei è uno specialista per ragazzi dotati? Significa che pensano che sia dotato?»

Adulto? Quale? Perché? Uno strizzacervelli? Entra in scena il padre.

«Hal, sei qui perché sono un conversazionalista professionista, e tuo padre ha fissato un appuntamento con me, per te, per conversare».

«Non cominci a guardare l’orologio come se le stessi portando via tempo prezioso. Se Lui in Persona ha fissato un appuntamento per il quale ha pagato, il tempo dovrebbe essere mio, giusto? Non suo. E comunque, che cosa dovrebbe significare “conversazionalista professionista”? Un conversazionalista è solo uno che conversa molto. Davvero lei chiede un compenso per conversare molto?»

Un professionista della parola? Ecco la sfida oltre la normalità di avere genitori, per quanto speciali, inizia lo scontro con il problema di non parlare, come di un mare di parole senza l’acqua su cui galleggiare.

«Lui in Persona ha ancora quest’allucinazione che io non parlo mai? È per questo che istiga la Mami a farmi pedalare fin quassú? Lui in Persona è il mio babbo. Lo chiamiamo Lui in Persona. Come tra virgolette “l’Uomo in Persona”. Proprio cosí. Chiamiamo mia madre la Mami. Il termine è stato coniato da mio fratello. So che non è una cosa inconsueta. So che nella maggior parte delle famiglie piú o meno normali i membri si rivolgono l’uno all’altro per mezzo di nomignoli, appellativi e soprannomi. Non si faccia nemmeno venire in mente di chiedermi qual è il mio soprannome privato».

Allucinazioni… e la messa in discussione dell’autorità, del nessuno, del professionista diventato entusiasta della parola, l’avanzo che diventa convulsione, prima della trasformazione.

«Ma Lui in Persona ha delle allucinazioni, a volte, negli ultimi tempi, bisogna che lei lo sappia, anche perché siamo partiti da lí. Mi chiedo perché la Mami permetta che lui mi mandi a pedalare controvento fin quassú in cima alla collina quando alle 1500h ho una partita importante solo per conversare con un entusiasta con la porta senza targhetta e nessun diploma in vista».

«Parlarmi è un divertimento. Io sono un professionista consumato. La gente lascia il mio studio con le convulsioni. Tu sei qui. È tempo di conversazione. Vogliamo discutere l’erotica bizantina?»

Il rapporto di forza tra visione e realtà si è già invertito, ma bisogna leggerne la magia… come la costruzione ai misteri, di spionaggio e di rivolta, nascosti nelle vite dei genitori di Hal… il bimbo si difende, cerca la fuga, un’uscita, vorrebbe non sporcarsi.

«Ho dieci anni, per la miseria. Mi sa che forse c’è un po’di casino nella sua agenda di appuntamenti. Io sono il dodicenne prodigio tennistico e lessicale la cui mamma è la punta di diamante a livello continentale nel mondo accademico della grammatica prescrittiva, e il cui babbo è figura di spicco nel mondo della visione e del cinema avant-garde e ha fondato da solo l’Enfield Tennis Academy, ma beve Wild Turkey alle 5 del mattino e certi giorni crolla a terra di lato durante i palleggi della mattina, mentre certi altri si lamenta perché vede le bocche delle persone muoversi ma non ne esce niente.

David

«…che l’introduzione da parte di lei di steroidi mnemonici esoterici –stereochimicamente non dissimili dal supplemento ipodermico quotidiano “megavitaminico”di tuo padre, derivato da un certo composto organico per la rigenerazione testosteroidea distillato da uno sciamano jivaro del bacino centromeridionale di Los Angeles –nella tua ciotola mattutina di innocenti cereali Ralston…»

«Che la composizione a formula supersegreta dei materiali in resina di polibutilene policarbonato rinforzata da grafite ad alta resistenza dei racchettoni forniti dalla Dunlop in, tra virgolette, “omaggio” è organochimicamente identica, e dico identica, al sensore a bilanciamento giroscopico e alla carta di stanziamento mise-en-scène e alla cartuccia priapistico-intrattenitiva impiantate nientemeno che nel cerebro anaplastico del tuo padre di grande livello dopo la crudele serie di disintossicazioni e trattamenti anticonvulsivi e gastrectomia e prostatectomia e pancreatectomia e fallotomia…»

Il vulcano erutta, non è uno scherzo, un pesce d’aprile: l’adulto ingannatore appare evidente, mostruoso si è trasfigurato nella sua mente, nel suo dolore, nella sua mancanza. Un essere trapiantato con organi futuristi dopo la rimozione totale di tutti quelli che servono per vivere. O un alieno o una allucinazione. Ecco il risveglio, la ripresa dei sensi e del regalo fisico della comprensione, la carezza al lettore per portarlo dentro la storia che ha in mente l’autore.

«E adesso mi accorgo che quel gilet di maglia a losanghe l’ho già visto, indiscutibilmente. Quello è il gilet di maglia a losanghe di Lui in Persona, riservato alla cena del Giorno dell’Interdipendenza, che lui si fa un vanto di non aver mai fatto pulire. Conosco quelle macchie. C’ero anch’io per quella chiazza di vitello al marsala lí sotto. È una cosa che ha a che vedere con le date tutto questo appuntamento? È un pesce d’aprile, Papà, o devo chiamare la Mami e C.T.?»

«… E chi dopo tutta questa luce e questo rumore ha propagato lo stesso silenzio?»

«Papà, … Non posso starmene qui seduto a guardarti pensare che sono muto mentre il tuo naso finto punta verso il pavimento. E senti che sto parlando, Papà? La cosa parla. La cosa accetta la gazzosa e definisce implorare e conversa con te».

Lui in persona, HAl, conversa adesso con l’assenza, con il bisogno di rompere i frantumi del terrore, l’irreparabile già compiuto. Il desiderio di conversazione con il padre che forse non c’è più?

«Pregando per una sola conversazione, dilettantesca o meno, che non finisca nel terrore? Che non finisca come tutte le altre: tu con gli occhi fissi e io che deglutisco?»

Beh, io vedo l’implorazione di un tormento mai sanato, la scena ghiacciata del dolore. Se questa è una allucinazione, l’anno dei cerotti avrà tanto sangue ancora da tamponare.

quebec city skyline in winter
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Infinite Jest ∞ 20-32

ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI

Erdedy dopo Hal, è il secondo protagonista che incontro, però in questo secondo racconto, intorno a lui non ci sono altre persone, c’è solo un dipendente da sballo che però non è un tossico. Un tossico non sta a casa ad aspettare, la sua dipendenza dalla marijuana è tutta mentale in un viaggio letterario che è incredibile. Tossico lo è stato? Lo ridiventerà? È dentro o fuori? #infinitejest

Tanto per dire, visto che comincio ad avere un background da lettore :-), il tossico lo racconta magistralmente Pier Vittorio Tondelli in “Altri libertini”, sono i protagonisti di Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – da me citato nel mio Reload tanto per stampare un link autocelebrativo. Al momento su Prime ho trovato solo la versione tedesca con sottotitoli… 🙁

Il secondo capitolo di Infinite Jest inizia così:

libro

“Dov’era la donna che aveva detto che sarebbe venuta. Aveva detto che sarebbe venuta. Erdedy pensò che avrebbe dovuto essere già arrivata, a quell’ora. Si sedette a pensare. Era in salotto. Quando aveva cominciato ad aspettare una finestra era inondata di luce gialla e proiettava una chiazza di luce sul pavimento, ed era ancora seduto ad aspettare quando quella chiazza aveva iniziato a sbiadire e si era incrociata con una seconda chiazza, piú luminosa, che proveniva dalla finestra sull’altra parete. C’era un insetto su una delle mensole d’acciaio che reggevano l’impianto stereo. L’insetto continuava a entrare e uscire da uno dei buchi delle traverse che sostenevano le mensole. Era scuro e aveva un guscio lucente. Lui lo teneva d’occhio. Una o due volte fu sul punto di alzarsi per avvicinarsi e guardarlo, ma temeva che se si fosse avvicinato e l’avesse guardato da vicino gli sarebbe venuto da ammazzarlo, e aveva paura di ammazzarlo.”

È un racconto claustofobico, asfissiante, maniacale, paranoico talmente assurdo da far sentire reale la prigione mentale in cui Erdedy si distrugge, l’isolamento dei sensi e dei desideri prendono forma e si toccano con mano, e beh sì, tocca leggerlo e rileggerlo tutto più volte!

Intanto l’autore definisce gli spazi temporali: nell’ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI ci presenta Erdedy. Hal ha 17 anni nell’ANNO DEL GLAD, nel racconto che segue, nell’ANNO DEI CEROTTI MEDICATI ha 11 anni…

Torniamo a Erdedy che non è solo, non è un tossico ma potrebbe esserlo stato o almeno lo ha fatto credere ad una sua fiamma femminile, la cui relazione viene raccontata più per definire l’auto isolamento da altri esseri umani in quella che sembra essere una disintossicazione con il metodo dell’eccesso. Erdedy non è solo, con lui vive un insetto che entra ed esce dal racconto come le esperienze sessuali del protagonista.

“Un’altra cosa che comprava se decideva di prendersi una vacanza alla marijuana era la vaselina. Quando fumava marijuana si masturbava tantissimo, ci fossero o no possibilità di rapporto, e quando fumava preferiva masturbarsi che scopare, e la vaselina serviva a non farselo diventare molle e dolorante appena tornava alla normalità.”

La magia di queste pagine è la giungla dei pensieri, uno spazio fitto, intricato, denso di fastidi e di pericoli minacciosi ad ogni pensiero successivo che infligge tortura e piacere di lettura.

“Per salvaguardare la compostezza con la quale stava seduto ad aspettare sulla sua sedia, nella luce, concentrò ogni senso su ciò che lo circondava. Ora dell’insetto non era in vista nessuna parte. Il ticchettio dell’orologio portatile era in realtà composto di tre miniticchettii che lui supponeva stessero per preparazione, movimento e riposizionamento. Cominciò a provare disgusto per se stesso, lí fermo ad aspettare con tanta ansia l’arrivo promesso di qualcosa che comunque ormai non era piú divertente.”

Il vero protagonista del racconto è l’impero della droga, delle sostanze schiaviste che annullano l’essere umano ma non i pensieri, muovono le azioni verso la “discesa nell’inferno della dipendenza chimica“, il dominio su ogni libertà. Al centro c’è un piano di fuga, un progetto di liberazione, un paradosso impossibile che trionfa, l’eterna lotta del bene sul male da combattere con tanto male.

David

“La droga lo spaventava. Gli metteva paura. Non che avesse paura della roba, era che fumarla gli faceva temere tutto il resto. Da un mucchio di tempo aveva smesso di essere una liberazione o un sollievo o un divertimento. Quest’ultima volta avrebbe fumato tutti i duecento grammi –centoventi grammi puliti, tolti i gambi delle foglie –in quattro giorni, piú di un’oncia al giorno in un’unica, fortissima, continua dose, con un ottimo bong vergine, una quantità giornaliera folle, incredibile, ne avrebbe fatto una missione, l’avrebbe considerata una punizione e allo stesso tempo un regime di modifica del comportamento, si sarebbe fumato ogni giorno trenta grammi puri, cominciando dal momento in cui si svegliava e usava l’acqua ghiacciata per staccarsi la lingua dal palato e prendeva un antiacido –facendo in media duecento o trecento tirate al giorno, una quantità folle e deliberatamente spiacevole, e lui ne avrebbe fatto una missione di fumarla di continuo anche se, nel caso in cui la marijuana fosse buona come diceva la donna, avrebbe fatto cinque tirate e poi non avrebbe piú avuto voglia di farsene un’altra per almeno un’ora. Ma lui si sarebbe costretto a farlo comunque. L’avrebbe fumata tutta anche se non ne avesse avuto voglia. Anche se avesse cominciato a fargli girare la testa e a farlo star male. Avrebbe usato disciplina e tenacia e volontà e avrebbe reso l’intera esperienza cosí spiacevole, cosí degradata e perversa e spiacevole, che il suo comportamento ne sarebbe risultato da lí in poi cambiato per sempre, non avrebbe mai piú voluto rifarlo perché il ricordo dei quattro giorni di follia a venire sarebbe stato fermamente e terribilmente incastonato nella sua memoria. Si sarebbe curato con l’eccesso.”

Trovato l’intreccio più intricato, sotteso alla complessità, si finisce nel ribollire dentro l’essenza della delusione e vanità delle esperienze consuete.

David

“Mai, neppure una volta, aveva avuto un vero e proprio rapporto sessuale sotto marijuana. Francamente, l’idea lo disgustava. Due bocche riarse che sbattono l’una contro l’altra cercando di baciarsi. I pensieri imbarazzati che si avvolgono su se stessi come un serpente su un bastone mentre lui si inarca e sbuffa a gola secca sopra di lei, con gli occhi rossi e gonfi e la faccia afflosciata, e le sue guance pendule magari toccano, a singhiozzo, le guance pendule della faccia di lei, anche lei afflosciata, che sbatacchia avanti e indietro sul cuscino mentre la sua bocca lavora a secco. Il pensiero era ributtante.”

La prima traccia che riesco a cogliere sull’epoca storica di questo anno del pannolone, che dovrebbe essere l’anno in cui la vecchiaia incombe con i suoi problemi, è il valore in dollari di due etti di erba: 1250 $. Diciamo poco più di mille euro, oltre due milioni di lire nel XX secolo, e allora siamo nel futuro. Nel nostro presente, siamo ai dieci dollari o euro al grammo, quindi siamo oltre quel futuro, usando una stramba relazione economica del dato. Fatto sta che nel 2008, anno del suicidio di David, quel prezzo futurista stampato in questo romanzo è stato raggiunto. Nel 1996 questa cifra ai lettori di allora sarà sembrata astronomica. Può esserci ansia maggiore di quello che non si vuole vedere?

“Non era mai stato cosí ansioso per l’arrivo di una donna che non voleva vedere.”

“Ora l’insetto era completamente visibile.”

“L’insetto stava nel suo guscio lucente con un’immobilità che sembrava essere il raccoglimento di una forza, era come la carrozzeria di un veicolo dal quale fosse stato temporaneamente rimosso il motore. Era scuro e aveva un guscio lucente e antenne che sporgevano ma non si muovevano.”

“… assistere all’agonia della sua discesa nell’inferno della dipendenza chimica”

Cos’è un problema? Un’ossessione da risolvere? L’approccio scientifico alla vita è una sequenza senza soluzione di continuità di problemi da risolvere con complessità man mano sempre più alta. Nella scienza non c’è spazio per gli “impulsi depredati d’espressione“, non è materia tangibile, ben che meno ne esiste una forma essiccata. La non risoluzione del problema apre le porte alla follia, quella suicida è una delle forme meno dannose alla vastità di presenza del genere umano su questa terra, eppure a pensarci bene, la distruzione di tutta la terra e dell’intera umanità è una follia realizzabile a cui sembriamo tendere.

“Leggere mentre era in attesa della marijuana era fuori questione. Prese in considerazione l’idea di masturbarsi ma non lo fece. Piú che rifiutare l’idea non vi reagí e la lasciò scorrere via. Pensò per sommi capi ai desideri e alle idee che venivano pensate ma non attuate, pensò agli impulsi depredati d’espressione prosciugarsi e scorrere via, e su qualche piano sentí che questo aveva qualcosa a che fare con lui e le circostanze in cui si trovava e quello che –se quest’ultima estenuante perversione alla quale si era impegnato non avesse per qualche ragione risolto il problema –si sarebbe senz’altro dovuto chiamare il suo problema, ma non riuscí neppure a tentare di capire in che modo l’immagine degli impulsi essiccati che scorrevano via fosse connessa a lui o all’insetto, che si era ritirato nel suo buco nella traversa…”

continua —>

1 APRILE –ANNO DEI CEROTTI MEDICATI

Infinite Jest ∞ 1-20

Einaudi 2016 con introduzione di Thomas Carlisle Bissel

libro

Il viaggio, come mi hanno augurato, inizia con “Tutto di tutto: Infinite Jest, vent’anni dopo”, una introduzione che accende l’entusiasmo, un tributo a Wallace e a questa sua opera pubblicata nel 1996.

“Succede qualcosa a un romanzo man mano che invecchia?”

Dopo il primo capitolo, ANNO DI GLAD sono già in un trip.

Ma andiamo con ordine, ho letto che questo libro è il più discusso, il più osannato ma anche il meno letto… questa versione ha 1280 pagine.

In rete ci si perde in mille recensioni, addirittura ho trovato un manuale per non scoraggiarsi e andare fino in fondo… sarebbe meglio dire scalare fino alla vetta; beh sì, Infinite Jest è un Everest a quanto pare. Alle prime venti ho già riletto tre volte, mi sento come il risultato dei test di ammissione cui è stato sottoposto Hal: subnormale.

David

“Individuo con intelligenza inferiore alla media, ma recuperabile mediante opportuno trattamento medico-psico-pedagogico”, dice il vocabolario.

Eccolo, lo vedo, ti spiega cosa succede a chi sta male, Hal è un campione in erba, desiderato dalle università americane, un genio che legge e digerisce cose pesantissime, chiuso dall’età di sette anni in una scuola di tennis. I suoi test attitudinali d’ingresso non sono buoni, sono “subnormali”; la commissione di decani che deve decidere la sua ammissione deve giudicare, lo vogliono ascoltare, lo hanno visto giocare e il talento non si discute, l’affare per l’università è ghiotta, doveva essere un colloquio tranquillo, una formalità, invece…

È un genio incompreso, Hal racconta di non essere capito e non vede cosa gli succede, ha vinto un quarto di finale importante, pensa all’avversario che l’indomani mattina sarà stanco mentre lui, sarà riposato perché sedato, lo stanno trasportando all’ospedale. Lo hanno immobilizzato, lui è con la faccia schiacciata per terra, le lame di luce tagliano l’atmosfera di terrore, la commissione è impazzita, lui vede una caverna rossa mentre ha gli occhi chiusi… Magari, domani, Venus Williams verrà a vederlo giocare…

Dicevo: «Andiamo per ordine.»

“David foster Wallace comprendeva il paradosso di provare a scrivere un’opera di fantasia che parlasse simultaneamente, e con la stessa forza, al pubblico contemporaneo e futuro”

questo dice Bissel nell’introduzione, e poi continua…

“È in tutto e per tutto un romanzo del suo tempo. E allora com’è che lo sentiamo ancora così transcendemente, elettricamente vivo?”

Risponde con varie teorie sulla grandezza di David e di questo romanzo che è Infinite Jest. Anche vent’anni dopo, allora e anche oggi. Sono teorie di sicuro interesse accademico ma lontane da ogni mia intenzione di racconto in questo diario più che altro emozionale… Infatti è il conto con la morte dello scrittore suicida a non potersi chiudere mai:

“Ci hai portato in spalla mille volte. Per te, e per questo libro gioioso e disperato, scrosceranno le nostre risate per sempre incredule, per sempre addolorate, per sempre riconoscenti. Cortro ogni speranza, spero che tu possa sentirci.” TOM BISSELL Los Angeles, novembre 2015

ANNO DI GLAD, inizia il viaggio:

“Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università…”

Come si dice? L’ho letto tutto in un fiato, ti stordisce e l’ho voluto subito rileggere, ti prende tutto, l’atmosfera, la scena, i protagonisti, Hal che racconta quello che vede, quello che sente, tutto quello che lo porta alla crisi. Doveva essere una formalità, invece…

“Guardo con attenzione il nodo Kekuliano della cravatta del Decano in mezzo. La mia risposta silenziosa alla silenziosa aspettativa comincia a pesare sull’atmosfera della stanza: i granelli di polvere e i peluzzi caduti dalle fibre delle giacche sportive danzano a scatti nella lama di luce che viene dalla finestra, agitati dal flusso dell’aria condizionata; l’aria sopra il tavolo mi ricorda lo strato di effervescenza che sta sopra l’acqua minerale appena versata.”

La commissione di ordinari accusa lo zio allenatore di truffa, il curriculum di Hal sarebbe stato truccato, mentre il ragazzo non sarebbe all’altezza di entrare all’università…

“… Non possiamo accettare uno studente che abbiamo ragione di sospettare non sia in grado di tagliare la mostarda con un coltello, al di là di quanto potrebbe essere importante averlo in campo con i nostri colori”.

“Ammettere un ragazzo che vediamo esclusivamente come una risorsa atletica equivarrebbe a sfruttarlo. Siamo soggetti a una miriade di controlli tesi ad accertare che qui non si sta sfruttando nessuno. I suoi risultati d’esame, figliolo, indicano che potremmo essere accusati di sfruttarla”.

Altro che formalità, il colloquio sta diventando un processo…

“Sta montando il mio solito panico di quando non mi capiscono, ho il petto scosso da sussulti e colpi sordi. Uso una grande energia per rimanere completamente silenzioso, sulla sedia, vuoto, gli occhi due grandi zeri pallidi. Qualcuno ha promesso di farmi superare tutto questo.”

Poi finalmente parla, non si difende, attacca come un fiume in piena…

«Non sono solo un ragazzo che gioca a tennis. La mia è una storia intricata. Ho esperienze e sentimenti. Sono una persona complessa. Leggo, io», dico. «Studio e leggo. Scommetto che ho letto tutto quello che avete letto voi. Non pensate che non abbia letto. Io consumo le biblioteche. Logoro le costole dei libri e i lettori Rom. Sono uno che fa cose tipo salire su un taxi e dire al tassista: “In biblioteca, e a tutta”. Con il dovuto rispetto, credo di poter dire che il mio intuito riguardo alla sintassi e alla meccanica sia migliore del vostro. Ma vado oltre la meccanica. Non sono una macchina. Sento e credo. Ho opinioni. Alcune sono interessanti.»

David

Hal è lui? È lo scrittore? È David? Ma no, è fantasia, è un romanzo, sì pero solo lui a quell’età avrebbe potuto dire:

“Se me lo lasciaste fare, potrei parlare senza smettere mai. Parliamo pure, di qualunque cosa. Credo che l’influenza di Kierkegaard su Camus venga sottovalutata. Credo che Dennis Gabor potrebbe benissimo essere stato l’Anticristo. Credo che Hobbes non sia altro che Rousseau in uno specchio oscuro. Credo, con Hegel, che la trascendenza sia assorbimento. Potrei mettervi sotto il tavolo, signori», dico. «Non sono solo un creātus, non sono stato prodotto, allenato, generato per una sola funzione». Apro gli occhi. «Vi prego di non pensare che non m’importi». Li guardo. Davanti a me c’è l’orrore. Mi alzo dalla sedia. Vedo mascelle crollare, sopracciglia sollevate su fronti tremanti, guance sbiancate. La sedia si allontana da me. «Santa madre di Cristo», dice il Direttore. «Sto bene», dico loro restando in piedi. A giudicare dall’espressione del Decano giallastro, li ho impressionati. La faccia di Affari Accademici è invecchiata di colpo. Otto occhi si sono trasformati in dischi vuoti fissi su ciò che vedono, qualunque cosa sia. «Mio Dio», mormora Affari Atletici. «Vi prego di non preoccuparvi», dico. «Posso spiegare». Carezzo l’aria con un gesto tranquillizzante. Entrambe le braccia mi vengono immobilizzate da dietro dal Direttore di Comp., che mi scaraventa a terra e mi schiaccia giú con tutto il suo peso. Sento in bocca il sapore del pavimento. «Che c’è che non va?» «Niente non va», dico io. «Va tutto bene! Sono qui!» mi urla nell’orecchio il Direttore. «Chiedete aiuto!» grida un Decano. Ho la fronte premuta contro un parquet che non avrei mai pensato potesse essere cosí freddo. Sono paralizzato. Provo a trasmettere un’impressione di docilità e arrendevolezza. Ho la faccia spiaccicata contro il pavimento; il peso di Comp. non mi fa respirare. «Cercate di ascoltarmi», dico molto lentamente, la voce attutita dal pavimento.”

«Per amor del cielo, cosa sono quei…» esclama un Decano con voce acuta, «…quei suoni?»

Arrivano le convulsioni, emette suoni animaleschi, è psicoticamente fuori controllo:

«Questo ragazzo ha dei danni cerebrali»

«Il ragazzo ha bisogno di cure».

«Invece di occuparsi del ragazzo lei lo manda qui a iscriversi, a competere?»

Hal è presente ci racconta tutto, sembra incredibile ma siamo nella sua testa che resta lucida, cosciente, ci trasferisce la sua esperienza, non vede ciò che vedono gli altri intorno a lui ma ci immerge in modo straordinario nei suoi pensieri:

“È un’ambulanza speciale, e preferisco non sapere da dove sia stata mandata. A bordo, oltre ai paramedici, c’è anche una qualche specie di psichiatra. Gli assistenti mi sollevano con gentilezza e si vede che hanno familiarità con le cinghie.”

“All’unico altro pronto soccorso nel quale sono stato portato, quasi un anno fa, la lettiga psichiatrica era stata parcheggiata accanto alle sedie della sala d’attesa.”

All’improvviso però inizia l’innesto di elementi che accendono la complessità di Hal…

“Una volta ho visto la parola knife scritta col dito sullo specchio appannato di un bagno non pubblico. Sono diventato un infantofilo. “

infantofilia: l’attrazione di adulti per i bambini molto piccoli (neonati o bambini fino a 5 anni)

“Mi porteranno in una stanza di un pronto soccorso e mi ci terranno finché non risponderò alle domande, poi, quando avrò risposto alle domande, verrò sedato; quindi sarà il contrario del viaggio standard ambulanza-pronto soccorso: stavolta prima farò il viaggio poi perderò conoscenza.”

“La finale di domenica la giocherò contro Stice oppure Polep. Forse di fronte a Venus Williams. Però alla fine, inevitabilmente, sarà qualche addetto non specializzato –un aiuto infermiere con le unghie rosicchiate, una guardia della Sicurezza ospedaliera, un precario cubano stanco –che, mentre si affanna in qualche tipo di lavoro, guarderà in quello che gli parrà essere il mio occhio e mi chiederà: Allora, ragazzo, che ti è successo?”

La frustata al lettore è possente, è questo il viaggio? L’avvio è travolgente, come l’immagine sontuosa di un jet che solcando il cielo apre come un bisturi il blu da cui sgorga il bianco di un corpo… quante volte l’abbiamo visto, allora negli anni novanta come oggi nel 2022, lo sguardo si inverte, vediamo l’opposto di quello che abbiamo sempre visto come normale, siamo dentro la storia non più contenibile tenendo chiuse le sue pagine… ne mai riassumere se non leggendone ogni parola, dalla prima all’ultima.

«Può darsi che vi giunga nuova, ma nella vita c’è di piú che starsene seduti a stabilire contatti».

continua —>

ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI

Madrigale senza suono

un commento al romanzo di Andrea Tarabbia, 2019 Bollati Boringhieri editore.

Curriculum

Madrigale? Cos’è?

Con una ricerca inizia l’approccio a questa opera vincitrice della 57a edizione del Premio Campiello, realizzata da Andrea Tarabbia, e da me conosciuta solo per il fatto di aver letto un suo commento sulla copertina della mia lettura precedente: La perfezione di Marco Martucci.

Strani intrecci determinano le scelte di un lettore.

Eccolo cos’è un madrigale: una “meraviglia”.

Dopo aver ascoltato, “Io parto” e non più dissi, e poi, letto il romanzo di Andrea, era proprio questo che avrei voluto fare, partire e smettere di scrivere.

Ma“Io parto” e non più dissi non è uno dei tre madrigali che Igor’ Fëdorovič Stravinskij sceglie per comporre il suo Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Ammum del 1960.

«Un ordine piccolo che prepara la strada a un ordine più grande: ogni grande operazione matematica non è che una serie infinita di calcoli elementari»

… anche questa storia si scopre leggendo il romanzo, perchéStravinskij racconta come arriva a questa composizione, compiendo un tributo all’opera del principe Carlo di Gesualdo, le cui “gesta” sono narrate dentro un antico libro vecchio di tre secoli ritrovato in una antica libreria di Napoli. Non sono fatti eroici di un guerriero quanto atrocità intime ed efferate verso se stesso e verso i suoi amori fino alla follia. È il genio dell’artista, nutrito dal dolore nell’epoca delle streghe e al culmine dell’esplosione rinascimentale nel Regno di Napoli. Proprio nella capitale partenopea avviene l’efferato duplice delitto di don Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, e della sua amante, donna Maria d’Avalos, moglie del principe compositore e assassino.

Da quei fatti orribili, Gioacchino, il servitore deforme (forse l’autore dello scritto capitato nelle mani di Stravinskij), e il suo nobile padrone si isolarono nel castello di Gesualdo che ancora oggi, con magnificenza sovrasta l’alta Irpinia.

il castello di Gesualdo
la copertina

Difficile, e per me di sublime pesantezza, questo racconto, cupo, gotico, storico e moderno, è stata una lettura che mi ha portato in una dimensione sospesa tra l’oggi, due passati lontani tra loro (Carlo e Igor) e l’assurdo della crudeltà umana come nessuno mi aveva svelato fino a questo momento presente: Natale 2021.

Il mio è un diario e qualche data la dovrò pur segnare, o no?

Confesso che la ricerca di queste musiche e poi l’ascolto, hanno accompagnato parte della mia lettura; diversamente non sarei stato in grado di uscire dalla tenaglia labirintica in cui ci si perde tra le pagine di questa storia terribilmente avvincente, che però è stata a momenti, asfissiante e possente come immagino le corazze dei cavalieri di quel tempo, fine 1500 e inizio 1600. Una lettura come una guerra, attese, scontri, sotterfugi, tattiche e strategie, complicata, sfidante, con battaglie vinte e perse nei meandri dell’ignoranza che diventa infine nuova conoscenza.

Arte e cultura non sono optional, sono radici attorcigliate in terra e roccia, fondamenta da scavare nel profondo delle vicende umane in secoli e secoli di storia e fatti, talmente assurdi che si resta sbalorditi di come riescano a riprodursi ancora oggi con la stessa intensità e potenza. La violenza e l’orrore, ispirano, e il genio umano costruisce l’opera d’arte che consuma infine la scintilla vivente del creatore. Emozione e coinvolgimento si trasformano oltre la brutalità, l’omicidio: il male devastante diventa forza genitrice di suoni soavi e struggenti da esibire a corte, da riscoprire per diventare nuova arte immortale secoli dopo.

Raccontare così come racconta Andrea Tarabbia è un esercizio accademico da un lato ma fortunatamente, popolare dall’altro. Di questo non posso che essere solo grato all’autore per le porte spalancate allo stesso tempo su paradiso e inferno del genere umano. Capisco solo alla fine il titolo, perché un madrigale senza suono è come la vita senza il cuore che batte, e così il racconto di sole parole non può sublimare l’essenza senza le immagini che si vivono immaginando le scene descritte. Più in alto si arrampica Stravinskij componendo nuova magia di musica togliendo suono ai madrigali di Carlo Gesualdo.

Questa è la grande opera che ci ha regalato Tarabbia, nuda, cruda, urlante. Guardo questo libro come un nero vinile a trentatré giri di quelli unici ed immortali, come ad una guida altera che non ti prende per mano ma ti ipnotizza, un magnete che ti porta alla conoscenza dell’ignoto, presente ovunque ma mai sentito. L’incontrario della perfezione: la perdizione.

Per finire, con ammirazione, torno allo scrittore, riproducendo un pezzo di una recensione fatta da Antonella Falco su un romanzo precedente: «Il giardino delle mosche» del 2015, è un commento stampato sulla quarta di copertina:

“Tarabbia non dà risposte. Forse perché, come tutti, non le possiede. Forse perché il compito della letteratura – e dei bravi scrittori – non è quello di dispensare certezze ma di instillare dubbi e suscitare quesiti. Di spronare alla riflessione, sempre.”

commenti della stampa

«Date a me, lasciate che sia io a finire». E mentre facevo ciò che è giusto, l’avrei sentito mormorare, nella catastrofe di colpi e di urla umane e animali che fu quella notte, una frase, o forse un verso o una preghiera: «O unico amore mia grande follia”.

LA PERFEZIONE

un commento al romanzo di Marco Martucci, 2021 Morellini Editore

Amaro. Hai presente quell’ottimo liquore a chiudere un pasto veramente gradito? Non uno di quelli striminziti anche se stellati, ma uno abbondante che ti sazia spirito e pancia? È esattamente il finale di questo romanzo, amaro ma melodico,  a tratti poetico, e a tratti semplicemente realista delle nostre crude verità.

A firma di Andrea Tarabbia, nella quarta di copertina si legge: “Insomma: è una storia dove la perfezione non la si trova quasi mai. È per questo che La perfezione somiglia così tanto alle vite di tutti noi.”

quarta di copertina

Il filo (casuale?) tirato dall’immenso fuso della rete internet che mi ha portato ad ordinare il romanzo di Marco, si è trascinato con sé anche quello di Andrea, l’ultimo disponibile al momento dell’acquisto, “Madrigale senza suono” che sto iniziando adesso…

Quando uno scrittore ne tira un’altro, non è marketing è riproduzione del bello.

Un nodo misterioso li ha intrecciati e fatti arrivare a me, insieme in primavera, poi lo scorrere degli eventi li hanno fatti diventare cibo succulento sotto Natale,  ma questa è un’altra storia.

Lo so, è scorretto, usare pezzi d’opera senza chiedere permessi e licenze, è deplorevole. Il mio fine, non disperdere il sacro tempo della lettura e magari interessare chi ancora non ne ha condiviso il piacere, mi giustifica oltremodo ad affollare di paginette l’immenso web. Replico frasi che mi hanno lasciato un segno mischiando i personaggi e i tempi, per pubblicare commenti di un lettore nuovo, aggiuntosi agli altri, e che nelle intenzioni ne vuole condividere il sapore con altri ancora.

”In quel locale orrendo servivano una schifosa birra chiara e si esibivano le peggiori cover band esistenti, eppure il subbuglio nei petti aveva inventato colori dove tutto era grigio.”

city people art street
Photo by Polina Kholodova on Pexels.com

Napoli e Bologna sono le città di questa bella storia che riempie, capitolo dopo capitolo, uno spazio tanto familiare quanto avvincente: mi ha afferrato l’intimo più profondo. Quando si tratta di amore, da quello impetuoso della gioventù a quello tormentato della maturità, l’intimo di se stessi è come una pagina appallottolata che vuoi rimettere stesa sulla scrivania. Le pieghe e gli strappi non tornano stirati mai.

“Se avesse continuato a pensare, gli schemi imposti per saldare la vita perfetta, l’ambizione coniugale, sarebbero crollati malamente.”

Seguendo la tensione di questa storia, un intrigo abilmente intarsiato tra figure molto avvincenti oltre gli amori protagonisti, ci si imbatte in anime superiori, quelle di sempre, su tutte Lady Marian, un’altra adorabile figlia, come la Venere di De Silva. Insopportabili per un genitore ma essenzialmente la conferma del miracolo riproduttivo della bellezza. Oltre dicevo, ci si aspetta altro e invece la fine, una volta svelato l’intrigo antico come il mondo, è la perfezione amara della vita che riparte uguale a se stessa quando le priorità sono invertite dalla tempesta interiore che, incontrollabile, rompe ogni ovvia certezza del presente. E allora tutto deve cambiare, anche al proibito, messo a nudo, non si può resiste.

Qualche intellettuale tribale maschio direbbe: « è sempre colpa di quella zoccola di Eva» aggiungendo amaramente poi: «sì, però è quello stronzo di Adamo ad averla seguita…». Quale sarebbe stata l’alternativa? Il paradiso per sempre? Sai che noia!

“La ragazza era così appassionata e femmina e scaltra che si sarebbe presa quel che voleva.”

Cosa sono le fragilità umane e i sogni infranti? Il rimpianto non è sterile ma determina azione, cos’è se non perfezione riprendersi ciò che si è messo da parte, nel cassetto dimenticato?

“Si era perso troppo, aveva buttato via il sogno mentre lo stava realizzando, e si era rinchiuso in una relazione che sarebbe esplosa inevitabilmente prima o poi, perché nessuno può stare bene in eterno dentro un ruolo che non gli appartiene.”

«I vivi se ne fottono del fegato spappolato e continuano a divertirsi.»

la perfezione copertina

Vittorio e Diego, amici da sempre, sanno l’uno dell’altro il necessario ma si nascondono l’essenziale con cui smetterebbero di essere amici, con l’uno e l’altro questo romanzo poggia la sua costruzione su pilastri difformi ma strutturalmente complementari per il loro spessore di protagonisti senza tempo nelle consuete tragedie esistenziali, dentro le solite e definite categorie di maschi alpha accerchiati, succhiati da comprimari ingordi del loro successo. Lo star system, che sia politico o musicale, nazionale o locale, si nutre di fascino, di occasioni, di quei desideri sciacalli, di quella perfezione abbagliante che attrae come l’occhio di un ciclone.

“Si era scordato moglie e figli, adesso se ne rendeva conto davvero, da un po’ li aveva mollati in una posizione sconsiderata lungo l’ordine delle priorità, e là stavano ancora.”

Ma a mio parere, però sono le donne a brillare, a dare luce definitiva su tutto il romanzo, fatto di storie ed emozioni che si intrecciano alla perfezione.

“E seppure davanti a ogni decisione presa si era sentita forte, adesso doveva ammettere che il passato non le si era assolutamente arrestato alle spalle, ma in un moto ondoso e rapido stava risalendo in riva.”

silhouette photo of woman against during golden hour

“Era diventata così perché lo aveva scelto, perché si era circondato di filtri che trattenevano l’imprevedibile. Eppure in un tempo lontano era stata un’istintiva, disposta a stravolgere le consuetudini più solide per soddisfare l’istinto, per andare incontro alle possibilità sconosciute.”

Le città sono uno sfondo, ma ben distinto e disegnato con i particolari necessari ad un rapido quanto immortale riconoscimento. Non è il racconto delle città né quello dei protagonisti, strumenti usati con sapienza certosina da Marco, è l’immersione in apnea dentro l’intimo, l’irruenza affannosa dei ricordi nella precarietà del presente a fare la differenza, a chiedere il rimescolamento repentino di quanto sembra perfetto, è la perfezione dell’essere imperfetti, come credo di aver scritto da qualche altra parte, ad avermi tramortito e saziato, fino al finale, amaro, ma di quello buono, di quello che completa la sazietà non un alcolico qualsiasi che aiuta a digerire. Arrivati alla fine, ciò che sembra scontato è l’onda lunga del desiderio che si è appagato, soddisfatto.

la perfezione copertina

“E poi , nelle vene di ogni musicista, l’imprevedibile si fa plausibile scorrendo.”

«L’incoerenza abbonda dove l’amore brucia»


copertina MADRIGALE Andrea Tarabbia

Parte Prima

“In principio era il verme”

LA MORTE COMMOSSA

di Clarissa Catti, 2021 IL FILO DI ARIANNA

illustrazioni di Marina Trapanese

La rete cattura, uccide e fa nascere, è pericolosa, vischiosa a strascico distrugge un fondale, ma online è talmente imprevedibile da portare a galla delizie, magari tanto deliziose quanto piccole e affascinanti. Così è stato l’incontro casuale con la gatta Matilde di Clarissa Catti: un caso fortunato, e come molte scoperte sanno essere, ho trovato un grande personaggio di un romanzo geniale. Come puoi raccontare la morte a un bambino? E come puoi farla immaginare ad un adulto?

«Matilde voglio vedere tanta arte, mi ci porti?»

a gray tabby cat peeking

Sarà che sto invecchiando male con terribili involuzioni puberali, sarà che la lettura invernale, durante una tormenta di vento e pioggia senza precedenti, è in modo struggente, un rifugio caldo e rassicurante, sarà quello che sarà, non posso non condividere il piacere sentito grazie a questa fiaba, tanto semplice quanto potente. Pensando agli occhioni di un bimbo che ascolta e ti guarda quando parla la gatta Matilde, l’idea che la Morte diventi un’amica che ti accompagna per boschi, città, teatri e ospedali, è una storia avvincente senza tempo oltre quello che può sembrare un momento fantastico della fantasia. Dare la morte , prendere la vita!

copertina La Morte Commossa

«Il dolore è quando senti dentro te qualcosa che fa male, ti pesa proprio addosso e non riesci a togliertelo. Basta il solo pensiero di una cosa che provoca dispiacere e senti questo macigno che non ti fa respirare, devi fare per forza lunghi sospiri per sentirti ancora vivo.»

Non di trama né di stile oso scrivere, ma di emozioni quelle sì, quando arrivano dirette e possenti, posso dire di respirarne a polmoni pieni.

«Sì, lo è, ma pochissimi sanno essere felici. Oggi andremo alla ricerca della felicità, ma prima devi prepararti perché dovrò farti vedere altre cose brutte.»

Non sarà un pensiero condiviso ma credo che questo racconto sia un tocco prezioso anche per un’anima adulta, forse, solo forse sottolineo, l’autrice ha sotto valutano i grandi e sopravvalutato i piccoli, ma sarà mai pronta l’umanità quando arriva a farle visita sorella morte?

«Tu non dormi, Morte?»

Chi si misura con la lettura e la scrittura ha scheletri danzati nell’armadio dei pensieri, tanto privi di carne quanto densi di follia, eppure l’eternità di parole come gelosia, invidia, odio, bellezza, cattiveria, ignoranza, intelligenza, rabbia, gioia, felicità e amore, è una dimensione sensibile all’umore del momento, ci calpesta, ci opprime, ci manda in estasi con la stessa facilità con cui l’oblio ci spegne la luce. Anche nel buio più profondo, demoni e angeli, urlano da pagine scritte a risvegliare il senso della vita, a commuovere un lettore mai sazio di ritrovarsi bimbo, indifeso e avido di belle storie da raccontare. E se una gatta fa le fusa, grazie a questo breve ma possente racconto di Clarissa Catti, da oggi saprò spiegarne l’incantesimo.

«Gli uomini inventano storie e scrivono con il loro dono frasi bellissime, piene di significato. Sempre di arte si tratta.»

copertina La Morte Commossa

“Cosa sappiamo sulla vita, sulla morte e sui dolci amici domestici che accompagnano i passaggi più importanti delle nostre vite? L’autrice ci prende per mano portandoci a scoprire un mondo diverso, o meglio, il nostro mondo, le nostre realtà, ma viste con occhi diversi e da prospettive inimmaginabili. Un viaggio introspettivo profondo, raccontato con la leggerezza di un linguaggio coinvolgente e fruibile a tutti, quasi fosse una fiaba. Età di lettura: da 6 anni.”

selective focus photography of woman wearing purple sweater holding silver tabby cat

I FAVOLOSI 60 di Gabriele Bojano

Troppo giovani per tirare i remi in Barca. Troppo vecchi per tirare la barca a remi. 2021 Linea Edizioni

Dopo Santoro, ho letto ancora un giornalista salernitano, ma a diversamente da Michele, Gabriele, come si apprende nel libro, ha svolto tutta la sua attività a Salerno. Una differenza sostanziale è che Bojano, il giornalista lo fa sulla carta stampata e non in TV, un’altra e che quello famosissimo, è disoccupato. Sarà vero?

Giuro è stato un caso leggere l’uno dopo l’altro: nella bella opera di Gabriele a pag. 103, il delizioso racconto della competizione tra padre e figlio, mi ha fatto apprendere che il papà Giulio Bojano è stato il professore di latino e greco del giovane Michele Santoro, uno che in TV “faceva il bello e il brutto tempo”, uno che a detta del professore: “Persiste nel suo atteggiamento cronico di alunno scostumato e scostante” e che sempre all’epoca, al liceo De Sanctis, prese trentasei alla maturità.

Copertina I FAVOLOSI 60

Allora, bando alle distrazioni, torno all’oggetto di questo diario: condividere impressioni. Nelle prime pagine, mi sono preoccupato subito perché Antonio Polito, nella sua prefazione, scrive di fatica intellettuale per il lettore, ma poi è stato un piacere arrivare fino in fondo come lui aveva previsto. Quindi lettura veloce e gradevole che mi ha interessato molto perché mi ha portato in giro in una città a me sconosciuta e all’esplorazione di personaggi di fatto a me vietati per storia e formazione. La mia Salerno è profondamente diversa da quella che ho letto in questo libro perché come in ogni città, c’è un centro e tutto intorno periferie, umane di relazione e culturali.

“Poi arrivò Tangentopoli e il clima si fece molto pesante…”

Quello che mi ha veramente sorpreso è scoprire l’uomo dentro la professione che per virtù e capacità, per formazione e desiderio, si è trovato a scrivere di spettacolo quando lo show avrebbe voluto crearlo lui. Aspirazione ed ambizione che trovano comunque soddisfazione visto le esperienze radiofoniche e televisive in cui è autore di programmi nella favolosa epoca delle emittenti libere nella città capoluogo di provincia.

”A volte si ha l’impressione di scrivere sull’acqua, che nessuno si accorga di te, nel bene e nel male. Specialmente di questi tempi che la stampa cartacea è colata a picco sotto i colpi della concorrenza sleale on line.”

La costruzione narrativa insieme alla voglia di raccontarsi e fare un bilancio della propria esistenza, anche con confessioni molto intime e struggenti, raccontano l’uomo prima che il professionista. Non è una resa dei conti, anzi, credo sia la cementazione di un collage di passati da cui ripartire per un futuro prossimo tutto da scrivere. La sua anomalia, è la cifra che da all’insieme dei racconti una amalgama coerente, rendendo ogni singola citazione, sia essa tratta da fatti che da interviste, una scoperta continua dei senni di poi inesplorati, una evoluzione costante di un periodo storico di forte transizione e sovvertimento sociale lungo oltre quarant’anni. Il dietro le quinte della vita del giornalista, con scoop e sconfitte, persecuzioni e vittorie, rinunce e occasioni perse, premi e figuracce, viaggia a braccetto con l’umanità del giovane, dell’uomo, del marito, del genitore, con l’intransigenza del professionista cui è vietata qualsiasi soluzione di continuità tra vita privata e vita pubblica.

In fondo anch’io mi trovo ad affrontare in questa fase della vita due problemi: ”Il primo viene dalla consapevolezza che il tempo da vivere non è più tanto grande. Il secondo è che il tempo vissuto ha consumato equivoci e incertezze”. (pag. 43)

Non tutto è comunque passato né risolto, anzi, non potevano mancare due questioni aperte, una fatta di zeppole e governatori, e l’altra con una critica feroce alla sua stessa categoria di oggi: “Mica come adesso che i giornalisti sono per lo più ridotti ad amanuensi e copisti. Già, i giornalisti.” (Pag. 131)

Gabriele Bojano

Il discorso è lungo, molto complicato, quello che penso è che la drammatica precarietà in cui sono state catapultate varie generazioni che seguono I FAVOLOSI 60, ha generato mostri di sfruttamento che nell’esaltare il professionismo a cottimo molto free ma pagato quattro soldi, distruggono ogni possibilità di produrre lavoro di qualità, vero, coerente, libero e strutturalmente deontologico. Ma ormai anche la propaganda è remunerata a pagherò. Intanto lavora, poi vedremo.

Non ho mai seguito la corrente e ho sempre cercato di battere strade che non erano state già percorse da altri. Per questo amo definirmi “interstiziale”, vado ad infilarmi in quei meandri che gli altri per comodità o solo perché non ci pensano, evitano. (Pag. 225)

L’ironia e la sagacia di Gabriele Bojano che straripano da questo libro sono a tratti durissime auto flagellazioni; su tutte, la domanda sulla prescrizione delle figure di merda a pag. 253, ha un picco di goduria comica che mi mette in attesa su quanto sembra potenzialmente annunciato per i prossimi FAVOLOSI 60. Se è vero quello che ha detto Albert Camus, “Il giornalista è lo storico dell’istante”, lo scrittore Bojano ne ha fatto una vita di momenti indimenticabili.

Nient’altro che la verità di Michele Santoro

2021 Marsilio Editori

Realizzazione editoriale: Valeria Bové – Collaborazione di Guido Ruotolo

«Si devono spaventare gli altri. Ho ucciso tante persone, non è facile trovare uno più cattivo di me».

Raccontare la verità in letteratura sembra essere un paradosso tipo quello della teoria della relatività di Albert Einstein. Se assumessimo la verità assoluta come l’uguaglianza dell’età di due gemelli, perché la verità è unica (dimostrata o meno, è irrilevante, roba da giudici), ebbene la relatività ci dice che dopo un viaggio, il fratello fermo è invecchiato rispetto all’altro che ha viaggiato alla velocità della luce. Di quanto? Beh, ovviamente dipende dal viaggio, e allora potremmo concludere che la verità storica dei fatti, curva come il tempo, attratta dalla vicinanza dei testimoni e, accarezzata dalle emozioni dei personaggi, cristallizza nel momento fermo della lettura. Quello che con la fisica non è possibile, con la letteratura si può fare: il viaggio nel passato è più veloce di quello alla velocità della luce nello spazio. L’avventura che Michele Santoro mi ha proposto in questo libro è tante cose ma, si fa presto a dire: Nient’altro che la verità. Sì, tra le tante, c’è anche una verità esplosiva: arriva nell’ultimo capitolo e, posso assicurare, arriva come una liberazione, come la libertà dopo le catene e la tortura di una prigione.

C’è in questo racconto, lungo quasi 400 pagine, la verità che veramente ho desiderato, una bramosia accesa con la lettura delle prime pagine: l’anima dei due protagonisti, il killer e il giornalista, Maurizio Avola e Michele Santoro.

Nient'altro che la verità - copertina

“Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. In altri tempi non avrei esitato: avrei trovato irresistibile la possibilità di compiere un viaggio nella mente di un serial killer di mafia. Ma, al punto in cui mi trovo oggi, non sono nelle condizioni più adatte per scavare nell’identità di un altro, visto che la mia è andata in frantumi.“

Non ho strumenti culturali adatti per definire questo libro, posso dire che è stata una lettura coinvolgente come poche, è una storia bella perché si respirano verità mai scontate, vera perché vivida come il vulcano della copertina di cui se ne sente il calore, la rabbia, la potenza, la crudeltà, la ragione umana riprodotta e sottomessa alla natura, la luce della lava che scorre bruciando la terra indifesa. Travolgente.

Per Maurizio uccidere è più di un orgasmo: «In un rapporto sessuale dici “Sto morendo” quando sei al massimo dell’eccitazione,“Moriamo insieme!” per godere nello stesso momento e con la stessa intensità. L’acme del piacere di un killer è sentire l’ultimo rantolo della sua vittima».

«Che ti è rimasto, Maurizio, di quegli anni?».

«L’odore del sangue. Mi è rimasto l’odore del sangue. Faccio il volontario su un’autoambulanza di pronto soccorso. E tanti la vista del sangue la trovano insopportabile. Girano la faccia dall’altra parte. Svengono. Vomitano. Io ci sono così abituato che non mi tiro mai indietro Raccolgo corpi straziati, sollevo feriti con le budella da fuori. Non c’è niente che non riesco a sopportare. Si può sempre contare su di me. Ma quell’odore, quell’odore mi resta attaccato addosso e non riesco a mandarlo via. Come quelli che lavorano in pescheria e si coprono di profumo per non puzzare. Le prime volte ero nervoso, troppo nervoso. Non dormivo, non scaricavo l’adrenalina. Avevo fatto ciò che si doveva fare. Non ne avevo rimorsi, non ne avevo dubbi, non mi vergognavo, non avevo paura delle conseguenze. Ero solo nervoso. Troppo. Mi rigiravo nel letto e sentivo che la testa sanguinava, ma non era sangue, era solo l’odore del sangue. Sui vestiti, sul pigiama, sulle pareti, sulla tazza del cesso. Dappertutto».

Nient'altro che la verità - copertina

I primi capitoli raccontano la formazione, la crescita, il salto dalla gioventù alla maturità e sebbene sia una intervista, l’opera letteraria traspare limpida nella ricostruzione minuziosa degli eventi, dei ricordi, degli insegnamenti da tramandare come testimonianza rappresentativa di generazioni tumultuose come il vulcano, che dalla copertina, entra in ogni pagina, inarrestabile, quasi a giustificare l’eruzione del racconto esistenziale dei due, l’uno di fronte all’altro, nei vari incontri che alla fine saranno quattro in località e situazioni diverse, un faccia a faccia, una relazione che trasforma entrambi abbattendo ogni ipocrisia.

«Se ti prendono che non hai fatto niente e finisci qua dentro per errore, se gli amici ti hanno portato a fare una cazzata, se hai sbagliato che stavi fatto, ’na cosa qualunque di queste, allora in carcere ce l’hai la possibilità di riflettere fare un cambiamento. Però se tieni un’altra indole, l’indole di fare i crimini, quando ti schiaffano qua dentro mettono un leone in gabbia. E quando il leone esce è più feroce di prima. Vuole sbranare a tutti quanti».

Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto ad esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista sarebbe potuto diventare terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle e insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto.

Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra patria.

È una confessione a se stessi di ciò che sono stati, delle scelte fatte e di quello che sono diventati oggi dentro percorsi sociali di trasformazione che alla fine dei conti, hanno cambiato molto poco: il corpo cambia abito, si adatta alle mode, sfrutta i progressi tecnologici, ma resta uguale.

«Tanto i bancari non sono meno ladri dei rapinatori. Alle volte mi vedono arrivare con la pistola in mano e gliela leggi negli occhi la contentezza. È come se vedessero comparire la Madonna per miracolo». In pratica, siccome i soldi li hanno rubati prima loro, hanno un debito che non possono giustificare. E, avendoli spesi, non sanno come ripagarli. Sia benedetta la rapina! Possono finalmente cancellare gli ammanchi e sistemare la contabilità. Dio grazie!

Non sono i bisogni a cambiare gli eventi, è la natura umana ingorda, sia per fame di bellezza e cultura, di soldi e potere, sia essa avida di piaceri. Questi due protagonisti si attraggono e nel loro abbraccio avvolgono il lettore a prescindere dalle motivazioni che lo portano ad entrare nella storia. Del resto basta leggere la recensione che ho linkato alla fine, per rendersi conto di quanto vasto possa essere il ventaglio dei giudizi possibili su questa opera. È proprio la confessione di entrambi a rendere la mafia, l’associazione a delinquere, un argomento secondario rispetto alla profondità senza tempo della loro umanità, per quanto anche tribale e sconcertante, per quanto anche disillusa e sconfitta. È la pace interiore ad essere irraggiungibile. La verità è fuori dal racconto che aspetta una platea da richiamare a raccolta, non di spettatori ma di cittadini da informare.

«Hai paura? Ho notato che anche per strada stai molto attento».

«Non è paura, è abitudine. Se mi devono uccidere voglio guardarli in faccia».

Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente. Se tutti avessero da mangiare in abbondanza e i soldi per non fare una vita da schiavo, non sono certo che ci sarebbero ancora le rapine.

Avola smonta con frasi semplici, “elementari” le ormai blande certezze di Santoro:

«Le rapine ci saranno sempre. Non si fanno per necessità. La maggior parte delle volte sono i ricchi che rapinano i poveracci».

“Maurizio non ha letto il Decamerone di Boccaccio, né ha visto il film di Pier Paolo Pasolini, ma sa per esperienza che all’origine dell’accumulazione della ricchezza c’è un atto violento; che ci si fa mercante sfasciando la testa a un passante per prendergli la borsa con le monete d’oro. Non tutti i ricchi lo hanno fatto. I loro padri, o i padri dei loro padri, sì.”

Avola non ha mai voluto fare il mercante, non ha mai desiderato il potere, per lui fottere è meglio che comandare e Santoro lo mette per iscritto in siciliano, ha tradotto tutto ma quel poco che si legge in lingua madre del killer, è scelto con estrema cura e precisione.

«Quando colpisco non giro la faccia dall’altra parte, non chiudo gli occhi. Tiro un colpo per buttarlo a terra; e poi gli sparo in faccia per finirlo. Lo devo guardare diritto negli occhi mentre prendo la mira, colpirlo con esattezza. Il suo momento è arrivato. Io sono la sua morte».

Tra pagina 138 e 140, nel capitolo «Sono nato per uccidere. E la tua missione qual è?», ho trovato una riflessione potente, sull’identità dei giovani e la loro esplosione di energia, che, come la copertina, prendono forma di eruzione vulcanica ma, non è una foto, è un film tutto intero. Beh, io dico più di una riflessione, è una grande testimonianza dell’autore che racconta se stesso e gli anni formidabili del ’70.

Come ho detto all’inizio, da subito ho desiderato l’anima dei due protagonisti, posso dire di averle trovate leggendo fino alla fine; non deve essere stato facile al giornalista travalicare la sua professionalità sporcando l’intervista con la sua presenza, a tratti delicata, a momenti pesante e prepotente; quello che mi è piaciuto è l’insieme, lo scontro di mondi tanto lontani quanto vicini nel resoconto di vite ancora ingorde di futuro, nonostante gli orrori, le atrocità, gli errori e le illusioni infrante nel muro della crudezza affaristica. Questo libro è un lavoro molto particolare che secondo me lascia una traccia profonda più di quanto potrà mai fare una trasmissione TV. E a proposito: noi perché siamo nati?

La tua verità Michele a me è arrivata forte e chiara, limpida come il “servire il popolo” della tua gioventù!

«Sparare mi piace, mi eccita far esplodere una bomba. Ce l’ho nel sangue. Sono nato killer, non ci sono diventato. Avevo un solo pensiero nella testa: fare bene, sparare con precisione, eseguire il piano in ogni dettaglio. Se c’è una cosa che non si puà sbagliare, è l’omicidio».

«L’ho capito col tempo che sono nato per uccidere. Sentivo l’anima del morto che se ne andava, l’attimo preciso che si separava dal corpo. È come un soffio, una corrente d’aria, uno spiffero. Un rumore impercettibile che solo io avvertivo chiaramente. E, in quel momento, mi sembrava quasi di vedere l’anima che volava via. A proposito, qual è la tua missione? Perché sei nato?».

“Maurizio è uno dei quelli che avrebbero potuto uccidermi. E siamo uno di fronte all’altro alla ricerca di un motivo per continuare a esistere.”

Santoro Giuramento

… Quelli che mi chiamano “il giornalista di Salerno”, con la spocchia razzista che la sinistra nasconde sotto la morbidezza del cachemire.

«Giuriamo di farla sempre fuori dal vaso!” L’Italia è una puttana come Catania. La mia missione? Mi illudevo di redimere l’Italia come Maria Maddalena! Col Giornalismo! Quando si dice un povero cristo.

“Oggi la mafia non spara più, è vero ma la pace non è mai iniziata.”

Il 15 gennaio 1993, Salvatore Riina viene arrestato (Governo Amato I)

Il 15 settembre 1993, don Pino Puglisi viene ammazzato «Per dare un segnale alla Chiesa, non per le sue prediche».

L’11 aprile 2006, Bernardo Provenzano viene arrestato nel giorno in cui vince Prodi e perde Berlusconi (si votò domenica 9 e lunedì 10 novembre 2006)

Nient'altro che la verità - copertina
Santoro allo specchio
Santoro allo specchio

PENSIERO MADRE a cura di Federica De Paolis

17 SCRITTRICI. 17 RACCONTI. UNA DOMANDA. 2016 NEO Edizioni

Alla fine, dopo l’ultima pagina: “Ma che vuoi commentare” mi sono detto subito, come può un maschio immaginare anche solo l’idea di maternità?

È sempre un bisogno di curiosità a prenderci la mano, a trascinarci, è il desiderio mai sazio dell’inesplorato, di quella sconosciuta essenza che in continuazione ci turba e ci attrae.

two women sitting on white bench

Parto da una domanda: cos’è il pensiero madre? In questa raccolta si trovano diciassette risposte che hanno ispirato letteratura intima e quantomai potente. Più che risposte sono ispirazioni coinvolgenti, rivelazioni possenti, soggettività diverse, alcune spiazzanti, alcune incredibili. Sono storie della decisione di mettere al mondo un figlio, o di non farlo: “quella dimensione liquida, preistorica, che prelude alla scelta.”

Tengo per me la classifica dei racconti che mi sono piaciuti di più rispetto ad altri, perché credo sia ingiusto e sbagliato determinarne una classifica dettata dai miei gusti personali, trovo ingiurioso mettere questi diciassette racconti in competizione tra loro. Devo però complimentarmi con la curatrice che li ha messi insieme in un unico libro che, a distanza di un lustro dalla pubblicazione, merita secondo me di essere riscoperto e magari anche ampliato con nuovi racconti di nuove scrittici che nel frattempo hanno dimostrato di essere altre novità di talento.

Provare a proporre questa domanda alla tua interlocutrice, magari durante una passeggiata, o un aperitivo o in una cena, provare a chiedere un racconto del suo “pensiero madre”, sono sicuro darà frutti inaspettati, genererà riflessioni che fermeranno il tempo. Non credo si possa conoscere una donna senza coinvolgersi nel suo “pensiero madre”. Ecco perché questa raccolta è preziosa, non può essere definitiva perché la donna, per definizione non classificabile, è unica, credo per volontà o progettazione divina.

three women wearing turbands

Basta una delle prime frasi dell’introduzione autobiografica di Federica De Paolis, a scatenare il desiderio di leggerne l’insieme: ciò che stupisce una donna, una madre, mette in moto azioni che solo la scrittura, poi, rende evidenti in quanto forze motrici dell’esistenza umana.

“Con lei ho scoperto che la femminilità non è indotta, è autentica. E questo mi ha stupita. Oggi ha sei anni, e ha già ampiamente esibito il suo sentimento di maternità…”

Dove nasce la loro maternità. E come si esprime? È estroflessa. Negata. Desiderata. Impossibile. Impronunciabile. Sventolata ai quattro venti.

Questo desiderio come si annida? Cresce, Lievita? Si ricuce nello stomaco o nella mente? Non può essere inesistente. Questa è una domanda che ogni donna attraversa.

Federica De Paolis ha chiesto a diciassette scrittrici di rispondere, di raccontare il rapporto con la maternità nel momento che la precede. Di fatto in alcuni racconti questo momento si dilata in modo indefinito o si accavalla con i momenti successivi o precedenti di esseri già procreati e relazioni che hanno consistenza fuori dai loro corpi. Il preludio della maternità è senza soluzione di continuità, presente anche quando non c’è un test di gravidanza positivo.

woman stands on mountain over field under cloudy sky at sunrise

I racconti raccolti sono di: Simona Baldanzi (Fuori verde), Chiara Barzini (Tre racconti), Ilaria Bernardini (Il secondo giro), Cinzia Bomoll (Venti minuti), Caterina Bonvicini (Il pollo e il nano), Gaja Cenciarelli Nuda verità), Silvia Cossu (L’attesa), Camilla Costanzo (Pugni aperti), Carla D’alessio (Odio sollevare la questione), Gaia Manzini (Vasca grande), Kamin Mohammadi L’orologio biologico), Melissa Panarello (La caccia), Gilda Policastro (Bimbo a orologeria), Veronica Raimo (Un giorno tutto questo sarà tuo), Taiye Selasi (Alla ricerca del tempo sospeso), Simona Sparaco (Usa e getta), Chiara Valerio (Sette Quattordici Ventotto).

Quelle che seguono sono poche frasi estrapolate per dimostrare come i diciassette racconti della raccolta, possano essere letti come capitoli di uno stesso romanzo. Tutte le protagoniste narrano la varietà di un pensiero personale, unico, indipendente, mostrando vite parallele accomunate dal destino naturale dell’essere donna nella società, con tutte le difficoltà e le paure che questa presenta ad ognuna di loro, e così, aspirazioni, lavoro, affetti, traumi e conflitti di questi personaggi rendono tangibile la complessità dell’esistenza moderna a confronto con un istinto preistorico e naturale.

“A volte ha l’impressione di vivere per prevenire un’abitudine.”

“Una volta diceva: io sono fatta così. Ora non fa che prendere le distanze da se stessa.”

“Il desiderio di maternità cela un’ansia di cambiamento, le dice un amico. Quindi il non desiderio è un’ansia di stasi, pensa lei. Oppure significa sentirsi ancora figlia, sentirsi allo stesso tempo figlia e orfana.”

“Nel mondo in cui sta per entrare, tutto ciò che ha paura di perdere è la propria irresponsabilità.”

“Ero convinta di avere l’orologio biologico di qualcun altro, forse quello di un camionista.”

“Poi avverte una tensione che non riusciva più a distinguere tant’era divenuta abituale, cessare tutt’assieme. La percepisce nell’istante in cui scompare. E il sonno riprende il suo assalto.”

Pensiero Madre

NON LEGGERAI di Antonella Cilento

2019 Giunti Editore

Ancora una volta devo ringraziare un DIAVOLO di scrittore di cui aspettiamo un’opera molto, ma molto attesa, è una uscita imminente in libreria, ormai mancano solo pochi giorni, è un romanzo: PICIUL (che il 18 novembre 2020 era solo un progetto editoriale).

“Perché?” ti stai chiedendo?

copertina NON LEGGERAI

Perché Antonella Cilento è una maestra e questo suo NON LEGGERAI ne è una magistrale conferma, perché quel diavolo di scrittore è un suo allievo, ecco perché, per osmosi mi ha portato a questo romanzo; noi usiamo FB per socializzare, Antonella nel romanzo lo ha chiamato WT (tempo perso)… GENIALE!

Antonella è una maestra di scrittura, un’accademica delle emozioni raccontate, che partono dalle parole e arrivano direttamente all’anima del lettore. L’Istituto Onnicomprensivo Pino Daniele, le Scuole Riassunto, sono un futuro tanto possente da essere reale già oggi; quella scuola, le protagoniste Help Sommella e Farenàit Lopez, i Mondi Occidentali, la società futura raccontata da Antonella, è quanto di più visionario e “reale” si possa immaginare. Questo romanzo è un trip, un prodotto stupefacente che mi ha rapito prima e sconvolto durante e dopo… tanto che l’ho riletto più volte. Sembra assurdo ma è così, poco tempo per tutto, ma una dipendenza ti porta a ripetere i percorsi del piacere, è un desiderio, diventa una necessità. L’amore per i ragazzi, per la scuola, per la letteratura, per i libri che finiscono nascosti in una bara, per le passioni umane, per una speranza quotidiana che non è l’ultima a morire ma il cibo prelibato ad ogni colazione di ogni giorno… Roba forte, fortissima. I libri come e meglio della droga, vietati, banditi, distrutti, perseguiti, desiderati, un reato, una colpa.

NON LEGGERAI

NON VEDRAI I MORTI

NON AMERAI SENZA SCOPO

Ho molto timore nel riprodurre pezzi di pagine che vanno lette tutte insieme in un solo respiro. Ho paura di sciuparne la magia, l’incantesimo, rovinare questa grande lezione di vita, di preveggenza onirica, di antropologia essenziale che per me, mette al bando ogni futurismo della competizione e della velocità, che indica la strada del ritorno alla lentezza del gusto e accompagna alla profondità del pensiero, e così, svela la nostra natura veramente umana contro la bestialità dell’animale che abbiamo dentro. Un monito, un manifesto alla vita degna, ma allo stesso tempo un insegnamento. Un regalo vero!

«Come è stato possibile?»

«A volte basta concentrarsi solo su se stessi, credere di essere soli. Così soli che non c’è più bisogno di conoscersi, di conoscere gli altri, di mettersi alla prova, di dubitare. Una società che vive stando allo specchio muore.»

copertina NON LEGGERAI
pagina 34 NON LEGGERAI
pagina 39 – NON LEGGERAI – Antonella Cilento – 2019 Giunti Editore

La Viola di Piera

un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri

Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perditadell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.

La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.

“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.

E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”

Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autore ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:

“… ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno”  dalla recensione di Angelo Cennamo su TELEGRAPH AVENUE

“Una favolosa estate di morte” è IL giallo italiano per eccellenza, con tinte noirdalla recensione di Sara Ferri su TRILLER NORD

Nel giallo c’è un indizio importante, un dipinto degli amanti … tornare a Matera:

«Della sua morte apparente o tanosi, quella che le ha permesso di aspettare tanto prima di vendicarsi di…»

una favolosa estate

più misterioso di un fantasma c’è solo un figlio di “pacchiana”che fa commenti 🙂

Le interviste di Abel Wakaam su Writer Officina

sì, va bene la mia, ma ce ne sono di veramente speciali…

… l’intervista a un grande GhostWriter

quella impossibile ad Oriana Fallaci

quella imperdibile a Erri De Luca

quella noir a Piera Carlomagno

e tante altre di grande interesse…

infine, anche quella al fantasma Pietro Di Gennaro

idea
idea

HOTEL D’ANGLETERRE di Carmine Mari

Un commento all’edizione 2021, Marlin Editore

«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterre di Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucano di Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.

copertina_Carmine_mari

Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.

Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.

La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.

Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:

”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.

extra_Hotel_Angleterre

Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.

La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.

Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.

È una storia, una magia che non volevo finisse mai.

… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pure tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.

Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.

nessuna mi fa lo stesso effetto

PIER VITTORIO TONDELLI

un commento a Altri libertini, Feltrinelli, trentesima edizione, 2021

Seguendo i consigli di un diavolo si accede alla letteratura che ti porta per mano dentro gli inferni luminosi delle vicende umane. Sì, perché la luce più forte la fanno le fiamme. La mia fortuna è di avere un orologio sincronizzato con il battere delle ali di quella farfalla che scatena gli uragani nell’altra parte del mondo, e per tanto l’azione di prendere e conoscere un autore e un libro definito universalmente una rivoluzione letteraria, non poteva che scatenare in me una tempesta. E così è stato. Non è mai scontato: credo che ogni lettore abbia i suoi filtri e i suoi momenti unici, le sue esperienze, un vissuto che diventa corazza e arma letale di difesa contro ogni novità: non è mai scontato apprezzare ciò che è osannato da altri.

Questo non è un diario per letterati e fini conoscitori di ogni scrittore italiano o straniero, soprattutto masticatore appassionato di tutte le opere di chi ha ha lasciato e lascia in eredità all’umanità i capolavori della scrittura nella sua forma più artistica, innovativa ed immortale. Non lo è se l’approccio è quello di ricercare parole nuove e non già dette, già raccontate. In questo diario lo spirito che accende le sue pagine è il semplice racconto di letture mai fatte e pertanto, vergini e meravigliate come quelle che solo la prima volta riesce a far amare o maledire per sempre…

young woman standing near fire and sea

È vero quindi, non si può fare a meno di Tondelli e di questo devastante Altri libertini, anche a distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Rivoluzionario, attuale, vero, crudo, respingente e attrattivo nello stesso tempo, come solo una discesa negli inferi può essere immaginata.

Sarà l’età ma comunque mi affascina l’idea di pensare a come poteva cambiare la mia esistenza se questo libro l’avessi letto nello stesso tempo in cui vivevo le stesse vicende (qualcosa in più qualcosa in meno) raccontate in Altri libertini nei nostri anni ottanta del secolo scorso. La potenza della scrittura straborda dalle storie facendone un groviglio di malesseri, torture, follie, sconfitte, estasi e tormenti che mi hanno trapanato il cervello dando ai miei occhi sulla realtà connessioni nuove e mai aperte. Ebbene sì, nonostante l’età. Io ero bimbo nel ’77 anche se a quell’epoca, ma succede in ogni epoca in ogni agglomerato urbano, i bimbi che crescono in strada un po’ giocano e un po’ fanno gang a mani nude, ma queste sono altre storie.

Pier Vittorio Tondelli
Pier Vittorio Tondelli

ScoprireAltri libertini senza conoscere niente di Tondelli, lo consiglio: più passa il tempo e più è possibile poiché siamo oggi nell’epoca post-apocalittica della comunicazione globale, quella che qualcuno definisce il trionfo dell’ignoranza diffusa. Scoprire che nel 1980 questo libro gareggiava nelle classifiche di vendita con Il nome della rosa di Umberto Eco, sembra veramente assurdo, eppure quella competizione “intellettuale” è un fatto storico, è successo in questa italietta immensa, proprio oggi campione d’Europa di calcio maschile e di volley femminile, un trionfo atletico ed estetico di squadre di bellissimi corpi umani; ammirazione che diventa estasi pensando ai successi olimpici!

Il giorno dopo la mia prima lettura di Pier Vittorio, prima di fare un commento ho googlato il suo cognome e… due articoli, dallo scibile globale sono emersi e hanno assestato un colpo letale alle mie già striminzite certezze, per capirci: «Hai presente il sonoro scuzzettone alla matricola nel gioco dello schiaffo del soldato?», si quello, per capirci!

Un altro libertino come Pier Vittorio Tondelli di SERENA VOTANO
Pier Vittorio Tondelli, il contestatore oltre la rivoluzione di Biagio Castaldo

Non servirebbe altro come invito alla lettura di quest’opera, eppure non resisto, battere sulla tastiera le parole di Tondelli leggendole dalla carta del suo libro, è per me come recitare una preghiera:

Ecco l’incipit del racconto il Postoristoro:

Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.

Inserisco solo altri due brevissimi estratti: quello che si deve leggere dentro, nelle visceri del racconto tra questi due eventi, è una tempesta della carne che travolge, che credo sia impossibile anche solo pensare di visualizzare in un film.

Così è restato cattivo sangue anche se al Posto Ristoro ci si dimentica piano piano di tutto perché la vita è davvero vita cioè una porcheria dietro l’altra e allora è come sbattere giù merda ogni giorno che poi ti dimentichi che fa schifo, e ne diventi magari goloso.

Dentro l’ago, zac.

Gli altri racconti sono Mimi e istrioni, Viaggio, Senso Contrario, Altri libertini e Autobahn, un tutt’uno indivisibile che fa dell’immobilità e del viaggio la dimensionalità spaziale senza uscita dall’illusione in cui siamo costretti e ci piace andare. Quelli non sono anni ripetibili perchè ogni generazione ha i suoi anni incredibili e il suo mare, ogni generazione però ripercorre le stesse scoperte, gli stessi drammi, tragedie, felicità e perversioni, gli stessi amori eterni che finiscono. La scrittura di Tondelli ha reso le “solite cose” schiaffi ripetuti all’ipocrisia del perbenismo che fa vinta di non vedere, fa finta di nascondere a se stesso quando invece se ne nutre nell’intimo per sopravvivere nel segreto dei propri peccati incofessabili. E poi la felicità, semplice, precaria, a piccole dosi, irragiungibile, la vera droga della vita: un trip acido dalla nascita alla morte.

Dice che abbiamo pagato troppo caro il prezzo per la ricerca di una nostra autenticità, che tutto quanto abbiamo fatto era giusto e lecito e sacrosanto perché lo si è voluto e questo basta a giustificare ogni azione, ma i tempi son duri e la realtà del quotidiano anche e ci si ritrova sempre a fare i conti con qualche superego malamente digerito; che è stata tutta un’illusione, che non siamo mai state tanto libere come ora che conosciamo il peso effettivo dei condizionamenti.

nuvole

Però subito il giorno dopo a mezzogiorno si ritrovano e stanno a far l’amore chiusi in casa e mangiano e bevono e fumano e scopano ed è questo star bene diosanto, questa è bellavita, avere una gratificazione dietro l’altra e non pensare a niente se non ad abbracciarsi e succhiarsi da ogni parte. Questa sì sarebbe bellavita poterla far per sempre mica bisogno di soldi e lavorare e studiare e partire e perdersi…

Col naso in aria fiutate il vento, strapazzate le nubi all’orizzonte, forza, è ora di partire, forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa!

Quanta ironia con il senno di poi (leggi la dichiarazione di D’Alema nell’articolo di Biagio Castaldo), è proprio vero: “Non è detto che chi viaggia con una ‘500 non possa andare più lontano” – autocit. 🙂

… dimenticavo, se non sai cos’è uno “scuzzettone”… è proprio quello che dice di sentire il protagonista nella canzone che segue, mentre cammina con le mani nel pantalone… in caserma o per strada, la vita è un trip acido dalla nascita alla morte.

Ogni ‘vvota ‘ca me sento ‘sta canzone
Me pare ‘nu guaglione ‘ca more appriesso a te
Me ne vaco ‘cu ‘sti ‘mmane ind’o cazone
Sent’ ‘nu scuzzettone, n’amico ‘ca me fa…

DAVID FOSTER WALLACE e il Tennis

commento a IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA, Einaudi 2012 e 2017

coppette

Ho le mie coppette, sono un modestissimo categoria 4.2 Fit. Conosco il tennis da dentro, certo è quello dell’agonismo amatoriale, ma guardo e sento e desidero tennis da quando ammiravo Panatta, Borg e McEnroe. Sono alla lettura delle mie prime pagine di David, mi aspettano i tomi. Inizio a capire la grandezza di una leggenda. Nel testo che ho appena finito ci sono due storie, quella grandissima dà il titolo al libro: Il tennis come esperienza religiosa.

Punto primo: anche se odiate il tennis la scrittura di Wallace racconta l’esperienza religiosa insita in ogni gesto sportivo di un genio, Federer o Maradona è lo stesso.

Punto secondo: David con le sue parole rende merito ed immortalità ad ogni goccia di sudore che esce dalla fronte ogni qual volta facciamo sport, fossero anche stupide, noiose quanto atroci flessioni, quel sudore è la ricompensa per la preghiera dovuta a ogni penitenza terrena che promette il paradiso. Poi io sono colluso e non faccio testo, amo il tennis: la lettura di questo racconto sublime è stato per me esaltante.

Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quelli che si protrebbero definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene.

[…]

Era impossibile. Sembrava una cosa uscita da Matrix. Non so quali versi mi siano sfuggiti, ma mia moglie dice che…

[…]

Fatto sta che questo è l’esempio di un «Momento Federer», in tv per giunta, e diciamoci la verità: il tennis in tv sta al tennis dal vivo più o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta.

E poi le note sono sostanza viva e necessaria , per esempio a pag.47 la nota 1:

Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno? È il corpo che muore, in fin de conti. Certo, avere un corpo ha anche aspetti magnifici – è solo che…

Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche solo…

Quindi D.V. Wallace scrive “Federer as a Religious Experience” pubblicato sul The New York Times Magazine nel 2006, due anni prima del suicidio, nella parabola discendende della sua permanenza terrena, non poteva sapere il dio che Roger sarebbe diventato, longevo, sempre elegante e quasi eterno ancora oggi a quarant’anni suonati (il mondo lo vuole vedere giocare ancora). Nel racconto c’è anche Nadal, lo conoscono tutti, è un’altro dio del tennis, ma come per altri campioni tennisti, le parole di Wallace sono definitive in quel tempo ma continuano con forza e precisione trascendente ad essere ancora oggi illuminanti, tanto da diventare non solo oggetto di studio, ma divinazione fatta letteratura.

Questo libro, piccino piccino, merita di essere letto anche per la presenza di un trattato breve, forse più che accademico, che Luca Briasco chiama “Solipismo e trascendenza: il tennis come arte”. Inutile dire come le sue parole mi abbiano alimentato ancora di più la voglia di leggere le opere di Wallace, utile invece è riportare un passo scritto che entra direttamente nel cuore della sua analisi critica:

La necessità paradossale di trascendere l’io limitato sapendo che sono i limiti stessi dell’io a rendere possibile il gioco rappresenta la tragedia profonda del tennis e insieme la sua delizia. (Briasco)

[…]

Solipismo e trascendenza non sono due fattori che si escludono; piuttosto, la consapevolezza che là fuori, sul campo, c’è sempre e solo l’io è il primo passo di un percorso che deve portare il tennista o l’artista, a scomparire dentro il gioco, o l’opera. (Briasco)

Ma nemmeno Briasco può esimersi dal citare alla lettera un testo di Wallace, per farsi intendere:

Potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici a essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza. (Considera l’aragosta, DFW).

torneo

La mia sventurata ma colpevole ignoranza, oggi nel 2021, a tratti mi regala fortune inaspettate: scoprire Wallace un pezzettino alla volta mi sta offrendo la stessa emozionalità del salire un livello dopo l’altro, i gradini delle ascese culturali insite nella scrittura: beh, leggere fa proprio bene al corpo e allo spirito. Sebbene come nel tennis un millimetro nell’ultimo punto fa la differenza tra vincere e perdere Wimbledon (è successo proprio a Roger nel 2019 sconfitto da Novak), nell’arte, anche l’errore più pacchiano dell’artista rendono comunque l’opera immensa perché è tale negli occhi di chi guarda: a noi ci sarà anche negato il dono del genio ma delle opere di un genio abbiamo la fortuna di nutrirci in estasi senza limiti.

NERO CHIARO QUASI BIANCO di Pippo ZArrella

2021 Neo Edizioni

Da quando ho letto la Caduta di Camus, cerco avvocati penitenti ovunque. Un buon avvocato serve sempre, ti apre la mente e ti evita i guai, è una sorta di difesa cautelativa alla sfiga. Almeno tenerseli buoni è una grande idea, perchè se si incacchiano “Con la bocca allappata di bile e le mani che sudano” sono capaci di tutto. Con Vincenzo Malinconico di Diego si va da tutt’altra parte, con Oreste Ferrajoli di Pippo ci si scassa dalle risate per quello che fa ai suoi clienti con una gang di primo ordine. Leggere questo libro che ho trovato delizioso, è stato comunque non solo divertente, la scrittura è fluida, rilassante; leggere questa bella storia, per quanto anche tragica e nera, è stato molto istruttivo, si scoprono personaggi e una Napoli diversa, si riflette sull’arrivismo e sulle sfide della vita.

La passione per gli insetti che dialogano con il protagonista sono metafore dell’io interiore, ma come li racconta Pippo, appaiono necessari dentro una forma vitale fuori da noi, con tanto di zampette e ali colorate. Lo aiutano e lo divorano, lui sembra padrone assoluto ma l’epilogo in una pagina e otto righe messe all’inizio, sono un artificio di incipit napoletano che avvertono subito il lettore: in gioco la cifra è alta, non è una scommessa da niente. Infatti la storia ti prende e ti accompagna alla fine, desiderando quanto prima di scoprire il vero epilogo che aspetta all’ultima pagina.

Si leggono tante storie e storielle ma “La prostituta svuota la sua borsa di clinex sporchi sulla plastica nera che copre per metà quel che resta di…” un cadavere, in pieno giorno, in un mercato affollato, è una scena che nella tensione del racconto accende l’attenzione e ti fa andare avanti veloce con interesse perché in ogni pagina succede qualcosa di verosimilmente fuori dalla normalità, quella piatta e noiosa che ci tocca vivere giorno per giorno.

Nanni Loy

Ecco perchè è un romanzo delizioso, mi ha fatto evadere e convincere di essere più forte di ogni raggiro, capace di sviare ogni marachella truffaldina: a me è venuto in mente Pacco, doppio pacco e contropaccotto del grande regista Nanny Loy, correva l’anno 1993.

Ovviamente la Napoli di Pippo Zarrella è un’altra città, eppure l’avvocatoFerrajoli con la sua gang e la Napoli di Nanni sono un tutt’uno sospeso nel tempo, in uno spazio in cui anche le trasformazioni sociali rendono evidenti l’eternità dei vizi, delle arti, e dei mestieri che si fanno una pippa alla salute del progresso tecnologico, irridono, immortali, la tragedia anche comica dell’esistenza umana.

«Iamm’ bell’. Mettiamoci a lavoro, chiudo la discussione.

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

un commento alla nuova edizione 2021 di Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.

Non c’è niente da fare, ogni rilettura è preziosa perché l’evoluzione personale di ogni lettore è continua come il fluire dei giorni, indisciplinata, mutevole, sempre nuova. I classici sono un dovere talmente piacevole e maledetto da bestemmiare ogni spreco di tempo che ci resta, del giorno, della notte, della vita. Si rimanda ma quando poi ti rapisce, una storia come quella del vecchio e il mare, ti porta dentro la tempesta della lotta anche se tutt’intorno è immobile, l’uragano di empatia per la sofferenza dello sforzo sovrumano di vincere battaglie ormai perse, con l’enorme pesce più grande della barca, con gli squali affamati dalle stesse motivazioni dell’uomo, nel riposo che non arriva mai se non nella sconfitta finale che ti salva l’esistenza. È la gloria che si deve ai vecchi, ostinati, solitari, invincibili, desiderosi di compagnia, desiderosi di trasferire la sapienza, l’essenza dell’esperienza umana. La barca e la capanna, il mare e la terra ferma, la povertà, e la lotta come unica grandezza della forza di ogni uomo.

Questa ultima edizione è preziosa come prodotto editoriale perché contiene foto in bianco e nero molto speciali, e una raccolta di articoli sulla pesca che Hemingway scrisse tra il 1920 e il 1949, tra questi c’è Sull’acqua blu: una lettera dalla corrente del golfo del 1936: è una corrispondenza con cui accenna, ben sedici anni prima, alla storia da cui nascerà Il vecchio e il mare. Inoltre l’extra imperdibile è il racconto inedito La ricerca come felicità che da solo vale tutto il libro, dove Ernest racconta della sua passione per la pesca, per i suoi uomini d’equipaggio e di come tutti insieme, distribuivano il pescato, enormi e meravigliosi grandi pesci, a tutti coloro che ne avevano bisogno, ai morti di fame, poveri e manganellati, in quella Cuba che solo dal 26 luglio del 1953 al primo gennaio del 1959, vede realizzata la rivoluzione di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara, quando ormai Hemingway è già una stella planetaria.

Copertina Life di Hemingway
Copertina Life di Hemingway

A rendere unica e imperdibile questa edizione è ovviamente la traduzione di Silvia Pareschi che nell’epilogo del libro, ci descrive l’iceberg che ha dovuto affrontare, i sette ottavi della montagna Hemingway che sono sott’acqua, cioè quel metodo dell’iceberg che è un caposaldo della scrittura di Hemingway come lui stesso enunciò per la prima volta in Morte nel pomeriggio:

“Se un prosatore sa bene di cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto.” (traduzione di Fernanda Pivano).

Già la traduzione! Solo come accenno alle differenze tra quella di Fernanda e quella di Silvia, riporto l’inizio dell’incipit nelle due differenti edizioni, sono le prime parole di Ernest che nella scansione in bianco a nero dell’originale regalano a questo libro un fascino veramente superlativo; l’ultima foto allegata poi mette insieme i grandi pesci da macellare e una normale famiglia di turisti americani.

testo il vecchio e il mare

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca nella corrente del Golfo e ormai da ottantaquattro giorni non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni con lui c’era stato un ragazzo. Ma dopo quaranta giorni senza neppure un pesce i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era ormai sicuramente e definitivamente salao, cioè uno sfortunato della peggior specie, e per loro ordine il ragazzo era andato su un’altra barca che aveva preso tre bei pesci nella prima settimana. Il ragazzo si rattristava nel vedere il vecchio rientrare ogni giorno con la barca vuota e andava sempre ad aiutarlo a trasportare le matasse di lenze o il raffio e l’arpione e la vela avvolta intorno all’albero. (Traduzione di Silvia Pareschi)

famiglia Hemingway
testo il vecchio e il mare
copertina originale il vecchio e il mare

#ilTerzoLivello: recensione di Nicola Nigro

che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!

http://www.giornaleilsud.com/2021/08/17/un-libro-davvero-da-leggere-soprattutto-per-un-genitore-o-chi-sta-per-diventarlo-o-lo-diventera/

Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro

La Venere di Diego

un commento a “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) di Diego De Silva, Einaudi, 2020

Questa volta prima di scrivere questo commento, ho letto diverse recensioni, ormai più di un anno è passato dall’uscita dell’ultima puntata delle avventure dell’avvocato Malinconico che finalmente vedremo in una fiction RAI in TV, era ora, aggiungo.

Scevra da recensioni e analisi, la lettura di questo libro è stata più interessante del solito e lo posso dire, ragionando con il senno di poi: a non sapere prima cosa c’è dentro rende ogni pagina più godibile e sorprendente a chi, come me, già conosceva l’avvocato – di gemito, più che di grido.

Documentarsi è sempre molto più che istruttivo, addirittura illuminante quando scopri quanta eleganza viene investita nella promozione: la lettera di presentazione che si vede in questa recensione linkata, è una chicca d’autore che gli addetti ai lavori hanno avuto modo di apprezzare come extra. Malinconico buca lo schermo e squarcia la vita reale.

Allora, tornando a noi, e non tanto per dare un contributo minimamente originale (cioè quel pizzico di sale che serve a dare sapidità), ma per trasmettere la mia ennesima meraviglia trovata nella lettura di un bel libro, posso affermare di aver scoperto un personaggio eccezionale: la Venere di Diego è straordinaria, tanto che… no questo non lo posso scrivere, non è elegante! e su Venere, ci torno dopo.

Sebbene, intimamente, sia un semplice ma preziosissimo coglione a scatenare l’inferno e il paradiso delle emozioni, oltre I VALORI CHE CONTANO che danno complessità e immortalità alla narrativa di De Silva, la forza del protagonista Malinconico si amplifica sullo spessore dei personaggi che gli riempiono la vita. Tralasciando quelli delle puntate precedenti (lo so, anche questo non è elegante!) e prima di affronatre la visione della Venere di Diego, dico che Benny Lacalamita può essere un Peppino di Totò e forse anche di più. Non confondo gli attori con i personaggi, provo a riferirmi alla forza dei personaggi impressa da interpretazioni irripetibili.

Forse esagero, forse sono colpevolmente irriverente verso indiscutibili mostri sacri, forse no! la trasposizione o meglio la respirazione di quanto succede nella società italiana a me è arrivata diretta anche se Benny a tratti è più vicino ai personaggi interpretati dal grande Aldo Fabrizi insieme a Totò, non spalle ma giganti. Ecco perchè l’attesa della fiction di Malinconico è per me densa di aspettative. Le pagine, così come io le ho lette, richiedono personaggi veri prima che interpretazioni di personaggi immaginati. Vedremo!

stazione di servizio Benny

Da qualche mese, ogni volta che da sud entro a Salerno anche la tangenziale mi ricorda Benny

– Cristo, Benny, qualche volta sforzati di non prendere tutto alla lettera. Le parole non sono istruzioni per l’uso, sono anche allusive, imprecise, improprie. Mi rendo conto che per te non è facile arrivarci, ma sono le parole improprie che cambiano la vita delle persone.

«I titoli di coda della vita in comune» è la frase di Malinconico che riempie la prima parte non solo come artificio letterario, come il ferro dentro i pilastri di una costruzione narrativa, è una frase dura e permeabile come il legno di una croce su cui vanno a morire tutte le storie, è il lievito che permette a De Silva di far crescere nel lettore la consapevolezza di quanto possenti possono essere le parole; usate come un’arma, impropria appunto, sono capaci di mettere fine e dare nuovo inizio ai capitoli della vita di un essere umano. Suo malgrado Malinconico è un vincente che bastona colleghi, giudici e clienti, ma di più se stesso e continuamente lo fa con ragionamenti veloci e potenti come fa una mazza di baseball prima di un fuori campo.

I capitoli come Eyes Wide Shut de noialtri e Sommarie informazioni, scorrono veloci e ci portano alla Venere di Diego che è il ’68 portato nel XXI secolo, la ribellione e la saggezza dei giovani che sbaragliano il vecchio e stantio status-quo: ecco perchè questo personaggio mi ha fatto impazzire. Citando alcune frasi provo a rendere omaggio al racconto, oggi, di un astro umano dirompente come Venere.

C’è di male che non sono una bambina, nel caso non te ne fossi accorto. E se non arrivi a capire che prevaricando tua figlia in questo modo l’autorizzi a disprezzarti, vuol dire che hai il quoziente intellettivo di un cavallo a dondolo.

… poi …

La scusi, avvocato; anzi ci scusi. io e Venere siamo facili al battibecco, come può vedere, – interviene Dasporto in sua difesa; e lei lo guarda con un guizzo di riconoscenza che subito reprime. – È che vogliamo sempre l’ultima parola. Siamo molto simili, alla fine, – aggiunge.

Questo è vero. Ci prostituiamo entrambi, – fa lei.

… poi …

Ma tu vedi che figura di merda, – sbotta la figlia. – Sei davvero un cafone oltre che uno stronzo, papà. Può anche fare lo spiritoso, avvocato, – mi risponde il padre bypassando gli insulti filiali. – Ma il fatto che non sia laureato non vuol dire che sia ignorante in materia. Non foss’altro perché potrei essermi consultato con professionisti ben più quotati.

Mi alzo.Benissmo. Allora porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali e non m’infastidisca oltre. La porta è lì.

Io non vado da nessuna parte, – sancisce Venere. – Se ne va lui, piuttosto.

«Ben detto», penso. Ma ce n’è anche per me, subito dopo.

E anche tu Vincenzo, «Porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali»: ma mi hai preso per una minorenne telecomandata?

Ovviamente, solo leggendo tutte le pagine, dalla prima all’ultima, si può godere della grandezza di questo personaggio con cui nessun genitore avrebbe voglia di misurarsi, ma che invece ha dentro di se tutti gli aspetti più veri e nascosti di qualsisi adolescente. Il caso Venere è il cardine su cui gira tutto il romanzo, il personaggio rende tutto coinvolgente fino alla risoluzione, le sue relazioni con Malinconico ovviamente mettono a nudo e illuminano, se pure ce ne fosse stato bisogno, le relazioni e sentimenti più intimi del protagonista, ecco Venere non è una stella che cade o una cometa che passa, è la luce che ci aiuta a mettere a fuocoI VALORI CHE CONTANO.

Venere mi rivolge un sorriso sornione, poi solleva i pollici e li rivolta contro. – E la puttana sarei io, – dice.

Così la misura con se stessi, attivata con la vita fuori degli altri, diventa invito generale a tutti i lettori di approfondire e toccare con mano le proprie relazioni, quelle con i propri figli per arrivare a nuove conquiste non scontate:

Più in generale, credo che la pratica di parlare di qualsiasi cosa con i figli sia un modo di portarli in detrazione, di scaricare (su di loro) le spese dei problemi che padri e madri non sanno risolvere da sé. Se vogliamo dei figli liberi, penso, dobbiamo liberali da noi.

L’ordine delle priorità cambia con l’ingresso di avvenimenti non previsti eppure sono vissuti dal protagonista all’interno di uno spazio sconosciuto con naturale approssimazione in un percorso che ogni lettore conosce per esperienze dirette:

Perchè per vivere di più bisogna fare soste brevi, e ripartire subito.

L’empatia con il protagonista, per quanto a tratti anche antipatico e presuntuoso, raggiunge vette di ordinaria umanità nelle relazioni non programmate ma non per questo meno struggenti:

Succede, quando ci si conosce così. La commozione di un compagno di stanza che ti saluta quando lasci l’ospedale ha dentro lo sforzo di dirti, senza usare le parole, che non devi sentirti in colpa se tu vai e lui resta.

Tutte le recensioni che ho letto sono concordi, questa è l’opera della maturità del personaggio e del suo autore, gli effetti spettacolari sono un contorno, ne aumentano il valore finale per la capacità globale di rendere dolcissima e unica, anche l’eterna sfida di leggere dell’amore:

Mi guarda. È così triste. Così indifesa. Sarò patetico, ma mi sento felice, in questo momento. Quando l’amore si semplifica, quando diventa debolezza e timore, di più: paura di non rivedersi, smarrimento, raggiunge quello stato di purezza in cui non c’è più nulla che lo nutre. Non il sesso, non il bisogno (comunque lo s’intenda), non l’abitudine (che pure conta, altro che chiacchiere), non il tempo passato insieme e nemmeno i figli, se ce ne sono: no, l’amore in quei momenti è il bene dell’altro che vuoi e senti in pericolo. Quello, e quello solo.

«Che cos’è la luna?», mi chiede Alagia una mattina che l’accompagno all’asilo. Passa qualche lungo secondo, prima che le risponda. «Una lampada che la notte si accende senza schiacciare l’interruttore», dico. E lei, chissà perché, mi stringe forte la mano. Dovessi indicare il momento in cui mi sono sentito suo padre per la prima volta, direi quello.

Copertina libro De Silva

Il Nero Carlomagno: L’invito

un commento al romanzo breve L’invito, edizioni e-stories 2020, finalista al Premio Garfagnana in giallo sezione ebook 2016

“A volte per ritrovare se stessi è necessario perdersi, ma quanto può essere pericoloso?“ – sulla quarta di copertina la scrittrice Piera Carlomagno, porge il suo invito alla lettura con estrema chiarezza, bianco su fucsia patinato, accenna “di come un accecante, seducente miraggio possa condurre nel baratro più profondo.”

Il titolo dato a questo romanzo, è tutta altra cosa, è un piano diabolico, è la vendetta necessaria di un’anima diventata nera per amore, accecata da gelosia primordiale.

woman s face

Ciò che più mi ha coinvolto è il racconto in prima persona della protagonista Mirella che diventa Greta e poi rinasce in una nuova Mirella, è la formazione dell’insoddisfazione umana prima che femmina, che vive in ben tre personalità, le pulsioni fatte carne e desiderio che rendono il racconto non solo intrigante ed avvincente, ma anche capace di scavare nelle profondità dei meccanismi mentali sottesi alla scelta delle maschere, delle bugie, degli inganni, delle menzogne, della passione nel vivere nascondendosi a se stessi.

“Per poche, ora lo so, pochissime persone, succede a volte che il non vissuto esca fuori dal cono d’ombra dell’immaginazione e metta le mani intorno al collo della verità”

La trama sembra semplice e scorrevole ma si afferra con soddisfazione solo alla fine, come deve essere è vero, ma senza essere scontata: è padronanza di stile.

“Non si accorse che a un certo punto ero morta. Morta di piacere e di desiderio, che mi aveva stretta, poi sciolta, poi rubata e aveva fermato il sangue nelle vene, che mi aveva avvolto i pensieri in un morso di felicità tanto improvvisa quanto assassina.”

Il bene e il male si aggrovigliano tanto che ogni piccolo capitolo è premessa per una attesa insopportabile, un risvolto che ogni lettore deve scoprire.

“L’amore quella notte fu incredibile. Felino e devastante. Spazzò via quello che c’era rimasto di me. Lasciò in piedi un simulacro di donna, una identità a cui erano state dilaniate le carni, ma soprattutto un corpo a cui era stata strappata l’anima.”

Dipendevo da lei, come prima ero stata schiava di lui.

L’intreccio dei sessi, il nemico che diventa alleato e l’odio che sale prendendo il controllo della mente, sono più che suspence o artificio letterario: è fame di antropologia criminale.

“… mi sento come il sole che tramonta nel mare e la mia angoscia si spande in tutto il corpo e nei pensieri.”

Se state pensando che può essere una lettura da fare sotto l’ombrellone, sappiate che va bene per una mattinata o un pomeriggio, si divora in poche ore, poi ogni uomo guarderà negli occhi la propria donna con paure tutte nuove, una donna così non mangia l’anima, divora tutta l’esistenza lasciando niente, anche ai figli.

Copertina romanzo L'invito

“Però la tregua era terminata. Il cervello aveva cominciato a lavorare. C’è una reazione, c’è un fondo del dolore, c’è il momento in cui le mani prendono qualcosa che fa resistenza e tirano fino a strappare, accada quel che accada.”

a Fabrizio De André un ricordo di Erri De Luca

Non ci basta mai ascoltare belle parole raccontate bene.

Erri per Fabrizio: “uno schiaffo e una carezza…”

A GRANDEZZA NATURALE di Erri De Luca

2021 Feltrinelli

un commento? forse di più…

Le stelle non si incontrano si consumano. Questo è quello che vuole Erri, ho pensato sull’ultima frase letta a pagina 123.

“Nessuno lo ha chiamato papà. Agì da padre anche se non lo era. Negli abissi del disumano, il semplice umano abbaglia la raffica di un lampo.”

Una volta ancora, ho ringraziato lo Stato di aver letto e discusso “Se questo è un uomo” di Primo Levi a dodici anni nella mia scuola media di allora. Oggi non è più così? è molto peggio, lo scrive Erri nella sua premessa: “Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme”, senza più sapienza.

Ecco, non è affato elegante cominciare dalla fine, devo iniziare dalla Premessa che Feltrinelli ha fatto iniziare a pagina 11. Come se uno scrittore come Erri dovesse premettere qualcosa? Ebbene sì, la premessa di Erri è l’opera, è la sua vita, il suo respiro profondo di esistenza, di ragione e sentimento. È un testamento. È nato nel 1950, poteva anzi è mio padre.

Un compagno come Erri non si discute eppure io oso farlo, devo farlo, devo consumare la sua stella inghiottendone luce e calore, oltre al vino, libro da libro e montagne che non conosco.

Una deliziosa intervista di Abel Wakaam mi ha spinto a prendere in libreria una copia di questo libro nuovo; dopo tanti, troppi anni, ho letto pagine errideluchiane, saranno i nuovi occhiali, saranno le sincronizzazioni celesti, ma oggi posso dire che il vero delitto lo commette il lettore che fa passare il tempo senza leggere le opere di Erri, eppure lui scrive:

“Uno scrittore sta anche da imputato di fronte al lettore. Fattispecie del reato è lo spreco del suo tempo. Da qui la domanda indiscreta sul perché di un libro. Abbozzo una spiegazione relativa a questo.”

photo of boats on ocean near rock formations

Non sono padre. Il mio seme s’inaridisce con me, non ha trovato una via per diventare.”

Possibile? Chiarisce prima, nelle righe precedenti, sente il bisogno di giustificarsi per rispondere:

“Capita di ricevere l’insolubile domanda sul perché si scrive un libro.”

La tua opera? è un malinteso compenso? Ma che dici Erri? Chi sono quelli che malintendono pensando ai compensi? I compagni? quelli che si definiscono veri compagni con il sangue più rosso degli altri animali, nemmeno, forse solo umani?

man planting plant

Ho immaginato Erri De Luca come il contadino appeso alla speranza di un tempo clemente per un buon raccolto a fine stagione, anno per anno da stagione in stagione:

“Per un malinteso compenso, ho piantato molti semi in terra, minuscoli granelli sprofondati sotto una compatta massa. Come hanno saputo da che parte dirigere il germoglio? Sepolto come sotto una valanga, il seme sa la più diretta linea di salita per affiorare all’aria. Ha iscritta in sé la notizia della legge di gravità e per contrasto cresce in direzione opposta. C’è in noi la sua sapienza? Se esiste non la riconosco. Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme.”

Erri non usa parole a vanvera, la valanga usata a pagina 11 è la valanga di pagina 88, o almeno io credo, voglio credere, ho bisogno di credere, bramo e desidero che sia così.

“Ci s’innamora anche così, sùbito, e pure a dire sùbito si perde la velocità di quell’istante. Si era caricato molto prima, accumulato come una valanga su un pendio. Uno sguardo scambiato la distacca, la fa precipitare. Ci s’innamora in discesa, a capofitto.”

red lights in line on black surface

La gravità, come legge e come misura, la direzione opposta come sentimento e come ragione, la valanga come forza genitrice e come forza distruttrice, come montagna da scalare per arrivare all’aria, il senso della vita, in superfice “dove la penitenza più profonda è averne solo un’ora, basta da sola a dire che le altre ventrité sono asfissia.

Siamo solo a pagina 14, ancora nella premessa, e ho saltato la giustifica madre, il movente padre, le storie estreme di genitori e figli.”

“Il vocabolario è la mia macchina per attraversare il tempo.”

three yellow and red tower cranes under clear blue sky

Imputato dal lettore, imputato dai tribunali, imputato dalla generazione che ha accompagnato e trascinato, imputato dalle generazioni che hanno e continuano a lucrare sulle generazioni in lotta permanente, oltre gli anni formidabili che io posso solo vivere nei racconti, anni belli e funesti che non ho vissuto per limiti d’età, ma anche il lucro è questione di nasi capaci di scansarne il sudicio.

“Oggi si dice di vecchie lire, ma allora erano govani. Il denaro non si distingue in base alla sua età, ma tra pulito e sporco. Si vuole invece che non abbia odore, “pecunia non olet”, il denaro non puzza, dicevano i Romani. È questione di nasi. Esistono persone con fiuto sviluppato che permette loro di annusarne l’origine e scansarlo.”

La premessa termina a pagina 16 con tutto l’orgoglio e il rispetto che si deve ad un padre nel ricordarne l’esempio, la costruzione delle fondamenta che danno stabilità e forza alla nostra esistenza di figli: la decenza dell’onesta!

Se mi permette, dottor De Luca, qui state peccando di superbia.

Se mi permette, io la chiamo decenza.

Dopo l’orgoglio, il vuoto, l’ignoranza che da il senso profondo all’opera, la grandezza naturale come misura fisica del nodo che tiene insieme cime destinate a separarsi, ma il nodo dell’esistenza, dei salti di generazione è la metafora che non scioglie dubbi ma ci lega per sempre all’eternità, oltre questa vita, oltre questa morte sempre pronta a rapirci la coscienza del presente.

… e ora tenetevi forte, cari naviganti, ecco una valanga gentile:

“uno spreco di fiato gli anni che ho passato in paragone questa vita a questa morte”

sono le ultime parole cantate da Angelo Branduardi… è la fine, ma dovete arrivarci alla fine di questo libro mirabile; l’ultima citazione di Erri De Luca è in inglese, non altra lingua, è moderna non antica, la lingua imperiale del mondo moderno, l’ultima citazione a pagina 123 è di William Butler Yeats: “In balance with this life, this death.” … una lirica del poeta irlandese (1865-1939) tradotta in italiano e suonata e cantata da Angelo, eccola: un volo sospeso nell’eternità di ognuno di noi.

Un compagno si discute sempre, a maggior ragione quando i suoi germogli rendono fioriti prati immensi, e fattene una ragione carissimo Erri, come i marinai consumano tutti i porti del mondo, tu hai infiniti figli dispersi per città, foreste, campagne e montagne, magari illegittimi, irresponsabili, predicatori e praticatori di direzioni opposte, inconcludenti, deboli, fragili, magari solo lettori e spettatori, o magari mai nati, legati, immobili, teneramente sempre bambini, ma tutti ribelli e sognatori che si sentiranno sempre figli tuoi, e io, solo uno di loro. Grazie di delinquere ancora, i tuoi scritti sono seme divino e fonte umana in terra. Gli atti processuali sfameranno gli storici di domani, i malintesi compensi sfioriranno per concimare nuova terra da seminare.

tagliatemi tutto ma non il mio brain

ACARI di Giampaolo G. Rugo e mi esplode l’urgenza del presente

2021 Neo Edizioni

short haired woman standing on flowering plants

All’inizio di questo mio personale cammino di formazione alla lettura, non potevo immaginare che un giorno avrei potuto associare un romanzo alle montagne russe, si, proprio quelle, le terribili e strabilianti giostre che salgono e scendono a mille all’ora, quelle che ti travolgono con un pugno nello stomaco quando precipiti giù, quelle che ti fanno respirare nella scalata lenta verso la cima, quelle giostre vorticose che in pochi secondi rendono l’adrenalina regina in un corpo legato, costretto a seguire una macchina pensata per il divertimento, quelle giostre che a testa in giù ti fanno pensare che tutto il mondo è rovesciato quando stai con i piedi a terra. Questo romanzo si legge in poche ore o meglio, ti travolge con un flusso veloce di storie che intrecciano l’esistenza nei suoi aspetti più densi e profondi. Quando sono arrivato all’ultimo giorno di lavoro di un vigile del fuoco, l’eroe per antonomasia della società civile, mentre i sui colleghi lo vogliono festeggiare, ho toccato, con il suo racconto segreto, il tormento estremo di una società che corre a vuoto, marcia sul posto, nel suo ombellico viscerale che non è il centro ma un vortice di anime solitarie, non è il centro ma un insieme convergente senza dimensioni:

“È il nuovo giorno che sostituisce il vecchio: il ritmo incessante della vita che si ripete ottuso.” – questa frase di qualche pagina prima, esplode tutto il suo significato nella confessione del pompiere, da quel giorno in pensione, i colleghi gli chiedono il giorno più bello, lui racconta: “Non ho mai più provato quella sensazione allo stomaco. Mai.” e di cose brutte, un vigile del fuoco ne vive anche troppe.

In questo meraviglioso romanzo ho trovato una sola parola difficile per me, una parola che però spiega il fascino intenso dell’intero romanzo: aoristo.

sostantivo maschile – Categoria del verbo, particolarmente vitale in greco, che indica l’azione pura e semplice, prescindendo dalle categorie del tempo e della durata: gnôthi seautón (‘conosci te stesso’) è in greco, diversamente dall’italiano, un aoristo, perché valido nel presente, nel passato, nel futuro.


Storie ordinarie, storie comuni, storie che ogni lettore vive e rivive nelle esperienze quotidiane, del passato, del presente, nei desideri del futuro, anche se non si è stati al liceo, anche se hanno abolito il latino nella scuola media, anche se la strada e il sogno di diventare campioni si è infranto nell’utopia della gioventù, la prigione di una sedia a rotelle, la prigione di un corpo inerte che non può decidere se vivere o morire… il rumore dei pensieri, leggendo Acari si fa assordante, l’ho sentito forte:

“Barbara me l’ha detto una volta, mentre la guardavo in silenzio:«Mario! Si sente il rumore del tuo cervello che sta sempre a pensare».”

woman sitting on green and red roller coaster

Le cime e le valli, mai una distesa pianeggiante, mai la pace se non alla fine con il racconto dell’amore di Mario, alla fine, ma bisogna arrivarci all’uscita dalla giostra dei racconti di Rugo, racconti che la quarta di copertina riassume come una “sinfonia polifonica orchestrata magistralmente“, giusto ma non c’è solo una musica fatta bene, c’è la vita vera, con le sue vertigini, i suoi conati di vomito e la sua verità più lucida:

woman wearing black top

“Un milione e mezzo di turisti invadono ogni estate la riviera romagnola. Un milone e mezzo di culi producono milioni di chili di merda che si riversano nel mare in cui la mattina dopo lo stesso milione e mezzo si farà il bagno. Mi trovo a cesenatico a lavorare come assitente socio sanitario, anche il mio culo quest’anno sta dando il suo piccolo contributo.”

Le emozioni non si possono contenere, nemmeno un libro penso possa farlo, anzi un libro bello come questo, le amplificano e le rendono meravigliose come un giro su una montagna russa che ancora non si conosce.

roller coaster ride near trees under blue clouds

Dal bidone dell’immondizia arriva un odore nauseabondo di pannoloni sporchi. Non che me ne vengano in mente di buoni, ma questo è davvero un posto di merda per morire.

La morte e la vita ci sfiorano, ci accarezzano, ci sfuggono, come la notizia per me tristissima della scomparsa, proprio in queste ore di un mio vecchio compagno di scuola: carissimo Pasquale, che la terra ti sia lieve.

time lapse photography of roller coaster during night time
Photo by Albin Berlin on Pexels.com

ho scoperto WriterOfficina

“saranno i ribelli a cambiare il mondo” Abel Wakaam – wow!!!

la verità è che ho scoperto uno scrittore, fotografo, esploratore, e ribelle!

– da non perdere le interviste a grandi scrittrici e scrittori… deliziosa quella aErri De Luca, incredibile quella al ghostwriter 🙂 e molto interessanti anche quelle a Dacia Maraini, Piera Carlomagno, Maurizio de Giovanni, etc…

Molto bello l’articolo EGO SUM… sempre tutto diAbel Wakaam, molto affascinante per me la veste grafica e tecnica del sito, molto fine anni ’90 ma molto funzionale ed immediata oggi nel 2021!

Per me una rivelazione, quindi vai! basta un click! per entrare

“nel luogo dei folli che vogliono cambiare il mondo”

fino al 15 novembre 2021 puoi dare la tua preferenza a questo libro nel
Concorso letterario Writer Golden Officina 2021

o partecipare con un tuo testo: fai click su questo link per sapere come fare

La caduta di Albert Camus

“Quando per mestiere o per vocazione si è molto riflettuto sull’uomo, accade che si provi nostalgia per i primati. Loro se non altro, non hanno pensieri reconditi.”

Camus scrive questa frase nel suo, breve ma vasto e feroce romanzo La caduta, l’anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, nel 1956, quando la rivoluzione ungherese è soffocata dai carri armati russi, quando scrittori come Italo Calvino e Elio Vittorini seguendo Ignazio Silone, abbandonano il più grande partito comunista dell’Europa occidentale: il PCI di Togliatti, colui che costringe Giuseppe Di Vittorio, sindacalista contadino, non operaio, ad abiurare le posizioni di pubblica condanna dell’invasione sovietica, riportando la CGIL alla linea del partito, spegnendo così la minoranza socialista interna; la maggioranza socialista è già uscita fondando la UIL nel 1950: le cinghie di trasmissione sono ben consolidate, i cattolici della CILS ovviamente tirano la DC… sono passati 70 anni ma un buon avvocato serve sempre!

Che cosa ci azzecca con La caduta di Camus? Una mazza! ovvio! o forse no?

Quattro anni dopo Albert Camus muore a soli 47 anni, il 4 gennaio 1960, in un misterioso incidente d’auto insieme al suo editore, ma queste sono altre storie, fatto sta che Albert non è simpatico nè agli americani perchè comunista, nè ai russi perchè anti comunista, e per la verità anche a casa sua viene trattato una schifezza: dalla pubblicazione de L’uomo in rivolta nel 1951, la sinistra intellettuale francese, capitanata da Jean-Paul Sartre lo emargina, definendo il suo approccio borghese e passivo. Già molti anni prima è bollato come troskista ed espulso dal partito comunista, per riassumere sarà per sempre un anarchico viscerale, del pensiero, delle genti, dell’assurdo.

Nell’agosto del 1945, Camus, condanna con parole dure i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, unico intellettuale occidentale ad eccezione di Albert Einstein, a farlo apertamente.

Perché uso la parola feroce? Ovvio! la grandiosità, l’immortalità e la devastante forza di questo libro sono dovute alla ferocia del monologo del protagonista, ferocia sadica e cinica, scatenata con chirugica fermezza contro chi sta distruggendo il suo sole dell’avvenire. Non contro l’umanità ma contro chi l’avrebbe potuta dominare e sottomettere; in quel tempo si era in piena guerra fredda e il comunismo poteva ancora essere vincente, come invece non sarà che evidente solo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e come forse lo potrà ancora essere oggi nel nostro XXI secolo, sebbene cinese, sicuramente già economico… ma anche queste sono altre storie.

Non conoscevo Camus, ma dopo aver letto e riletto La caduta non ho resistito, non è sempre così, anzi l’ignoranza è una bestia incatenata che riposa in pace fino a quando, sveglia e affamata non rompe l’argine dell’indifferenza, non ho resistito a conoscere l’uomo che ha descritto con chiarezza allucinante non una caduta ma la potenza dell’uomo di cancellare l’umanità di una intera società di esseri pensanti. Per me il protagonista è lui, la risata che lo perseguita è quella della sua coscienza rimasta insieme agli ex compagni che lo deridono mentre, la donna che si suicida sul ponte gettandosi nella Senna di Parigi è l’idea ideale di una società che non ha salvato e che solo alla fine, scopriremo, non potrà mai più salvare perché ha scelto un’altra strada, un altro modello di determinazione politica delle masse.

Sono categorico e definitivo, al momento, non essere minimamente influencer è una grande fortuna, e lo devo all’ignoranza, all’ingordigia di sapere e comprendere la profondità di chi ha combattuto il nazismo riproverando poi negli anni ai suoi compagni, ai suoi governi, le stesse crudeltà che credeva ormai cancellate da ogni prospettiva futura, invece non gli resta che la fuga e diventare lui il dominatore dell’umanità affinché questa possa specchiarsi con la testa decapitata del suo dominatore. Ci mette tutti al muro ma ci salva con una visione materialista della confessione, non per essere perdonati ma per sopravvivere a se stessi.

Prima però costruisce l’arma che spoglia l’ipocrisia, che riga le certezze, ferisce le ovvietà, scortica le convinzioni più salde, uccide le credenze laiche e religiose. La costruzione letteraria del monologo trascende ogni ricostruzione storica o attesa pedante, è l’avvocato delle cause perse perché con queste sviscera le budella di ogni lettore, mai il peccato e i peccatori, ma il giudizio è la morte vera e allora il giudice penitente diventa il predicatore del suo tempo. Rileggiamo insieme alcuni estratti.

Infine la diverto, il che non per vantarmi ma indica che è dotato di una certa apertura mentale. Sicchè, lei è più o meno… Ma che importanza ha? Le professioni mi interessano meno delle sette. Mi permetta di farle due domande e risponda soltanto se non le reputa indiscrete. Possiede delle ricchezze? Qualcuna? Bene. Le ha divise con i poveri? No. Lei è dunque quello che io chiamo un suddaceo. Se non ha frequentato le Scritture, riconosco che questo non le dirà molto. Le dice qualcosa? Sicchè conosce le Scritture? Decisamente, lei mi interessa.

Ecco da dove si parte, dai suddacei: una minoranza, una élite di intellettuali del primo secolo (oggi ne viviamo il ventunesimo) spazzata via per aver collaborato con i romani, invasori e dominatori di quel mondo antico, una fazione collaborazionista di ebrei cancellata da ebrei. La domanda non è retorica: iniziamo a contare i suddacei?

Ma, per tornare a noi, stavo dalla parte giusta e questo bastava a farmi sentire la coscienza a posto. La consapevolezza del diritto, la soddisfazione di avere ragione, la gioia di provare stima per se stessi, caro signore, sono motori potenti per tenerci in piedi o per farci andare avanti. Se invece queste cose agli uomini le togli, li trasformi in cani rabbiosi.

avvocato dalla parte giusta…

Infine non mi sono mai fatto pagare dai poveri e non l’ho mai gridato ai quattro venti. Non creda, caro signore, che di tutto ciò voglia vantarmi. Non avevo alcun merito: l’avidità, che nella società odierna tiene luogo dell’ambizione, a me ha sempre fatto ridere. Io miravo più in alto; vedrà che per quel che mi riguarda non c’è espressione più appropriata.

l’onestà e la dignità di andare più in alto

Provavo, anzi, un tale piacere nel dare che detestavo esservi costretto. La precisione nelle questioni di denaro mi annoiavo a morte e vi acconsentivo solo di malavoglia. Dovevo essere padrone delle mie liberalità.

... mi creda caro signore, tutto ciò significa ergersi più in alto del volgare arrivista e giungere a quel culmine in cui la virtù si nutre ormai solo di se stessa.

Ad ogni ora del giorno, in me stesso e fra gli altri, mi ergevo in alto, accendevo fuochi ben visibili, e un gioioso saluto si levava verso di me. Così, quando meno, mi godevo la vita e la mia superiorità.

I giudici punivano, gli accusati espiavano e io, libero da qualunque obbligo, sottratto al giudizio come alla sanzione, regnavo, liberamente, in una luce edenica.

… un lavoro paradisiaco, la beatitudine in terra di servire il popolo

Ero di origini oscure (mio padre era ufficiale), ancorché oneste, e tuttavia certe mattine, lo confesso umilmente, mi sentivo figlio di re, o roveto ardente. Si trattava, badi bene, di qualcosa di diverso dalla certezza che avevo di essere il più intelligente di tutti. Questa certezza è peraltro di poco conto, essendo condivisa da tanti imbecilli.

… essere dio

Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi fino al giorno, o meglio fino alla sera in cui la musica si è fermata, in cui le luci si sono spente. la festa in cui ero stato felice…

il primo presagio della svolta, della morte…

grey skulls piled on ground
Photo by Renato Danyi

Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e più generosi con i morti? Il motivo è semplice! Con loro non ci sono obblighi. Ci lasciano liberi, possiamo prendercela comoda, tovare un posticino per l’omaggio fra il cocktail e una deliziosa amante, e a tempo perso, insomma. Se a qualcosa ci obbligassero, sarebbe alla memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, negli amici vogliamo bene al morto recente, al morto doloroso, alla nostra emozione, a noi stessi per dirla tutta!

la sufficenza per i morti di prima cui non abbiamo rispetto né memoria

Così è l’uomo, duplice: non può amare senza amarsi.

la certezza dell’amore a cominciare da se stessi

In quel periodo ebbi anche qualche piccola magagna di salute. Niente di preciso, diciamo un po’ di esaurimento, come una difficoltà a ritrovare il mio buonumore. Andai da alcuni medici che mi diedero qualcosa per tirarmi su. Tornavo su, e poi ripiombavo giù. La vita mi risultava meno facile: quando il corpo è triste, il cuore langue. Mi sembrava di cominciare a disimparare quello che non avevo mai imparato e che pure sapevo così bene, cioè vivere. Sì, credo proprio che fu allora che tutto cominciò.

la creazione dell’attesa, il continuo annuncio di una svolta

Andavo avanti così, alla superficie della vita, nelle parole in un certo senso, mai nella realtà. Tutti quei libri a malapena letti, quegli amici a malapena amati, quelle città a malapena visitate, quelle donne a malapena possedute! Compivo gesti per noia, o per distrazione. Le persone venivano dietro, volevano agrapparsi, ma non c’era dove farlo, ed era una iattura. Per loro. Quando a me, dimenticavo. Mi sono sempre ricordato solo di me stesso.

nel periodo migliore comunque vive una condizione di precarietà emozionale, ininfluente, dimenticata, senza consapevolezza se non nella condanna di una superficialità cruenta elargita agli intellettuali: “tutti quei libri a malapena letti”

La verità è che qualunque uomo intelligente, lei lo sa meglio di me, sogna di essere un gangster e di dominare la società solo con la violenza.

la verità dell’indole criminale che regna nell’uomo

Scoprivo, quanto meno, che stavo dalla parte dei colpevoli, degli accusati, solo nella misura in cui il loro reato non mi procurava alcun danno. La loro colpevolezza mi rendeva eloquente poichè non ne ero vittima.

la differenza con chi subisce danni, ma lui no, non è mai una vittima

Avevo dei principi, certo, e per esempio che la moglie degli amici era sacra. Semplicemente, qualche giorno prima cessavo, in tutta sincerità, di essere amico dei mariti.

pure stronzo, ovviamente!

Solo con la morte gli uomini si convincono delle tue ragioni, della tua sincerità, e della gravità delle tue pene. Finché sei vivo il tuo caso è dubbio, ti meriti solo il loro scetticismo … Per non essere più un caso dubbio, devi semplicemente cessare di essere.

spiegare una possibile vittoria finale ma solo nella scomparsa materiale dell’essere umano

I martiri, caro amico, devono scegliere se essere dimenticati, scherniti o usati. Capìti mai.

quindi la scelta?

people toasting wine glasses

E poi, senza girarci tanto intorno, io amo la vita, è questa la mia vera debolezza. La amo al punto da non riuscire a immaginare altro. Una simile avidità ha qualcosa di plebeo, non trova? La nobiltà è impensabile senza un po’ di distacco rispetto a se stessi e alla propria vita. Uno muore, all’occorrenza, si spezza piuttosto che piegarsi. Io invece mi piego, perché continuo ad amarmi. Dopo tutto quello che le ho raccontato, infatti, cosa crede che abbia provato? Disgusto per me stesso? Ma no, erano soprattutto gli altri a disgustarmi.

Il giorno in cui me ne resi conto, scoprii la lucidità. Ricevetti tutte le ferite in una volta sola e persi di colpo le forze. L’universo intero prese allora a ridere intorno a me.

ma no nessuna scelta, nessun atto di coraggio, disprezzo per gli altri e amore per se stesso e la scoperta della derisione che cresce con la lucidità di divieto alla sincerità

Come potrebbe mai la sincerità essere una condizione dell’amicizia? Il gusto della verità a tutti i costi è una passione che non risparmia niente e a cui nulla resite. È un vizio, a volte una soluzione di comodo, o una forma di egoismo.

Ogni tanto, certo , provavo a prendere la vita sul serio. Ma coglievo ben presto tutta la frivolezza della serietà, e continuavo solo a recitare la mia parte, meglio che potevo. Recitavo la parte dell’uomo attivo, intelligente, virtuoso, civico, indignato, indulgente, solidale, retto… ero assente proprio nel momento in cui occupavo più spazio.

avanti e indietro il racconto è una continua attesa che incolla alle pagine, più la sua fama cresce, più l’intellettuale occupa spazio e più si sente assente

Finché un giorno esplosi. La mia prima reazione fu scomposta. Ero un bugiardo, va bene, e allora l’avrei rivelato gettando in faccia a tutti quegli imbecilli la mia doppiezza prima ancora che la scoprissero. Incalzato alla verità, avrei raccolto la sfida. Per prevenire il riso, immaginai quindi di darmi in pasto alla derisione generale. Si trattava ancora, insomma, di evitare il giudizio.

finalmente ci siamo ecco la verità

Ma la verità, amico caro, è una barba unica.

niente, ancora un rinvio, la cancellazione di un appuntamento per ritornare al punto di partenza, nascondersi nella perdizione

Persa ogni speranza nell’amore e nella castità, alla fine mi resi conto che per rimpiazzare l’amore c’era ancora la vita dissoluta, che mette a tacere le risate, riporta il silenzio e, soprattutto, regala l’immortalità.

Sì, morivo dalla voglia di essere immortale. Mi amavo troppo per non desiderare che il prezioso oggetto del mio amore non scomparisse mai. Visto che da svegli, per poco che ci conosciamo, non scorgiamo motivi validi per cui una scimmia lubrica sia concessa l’immortalità, occorre che qualche succedaneo di questa immortalità ce lo procuriamo noi. Siccome desideravo la vita eterna, andavo a letto con delle puttane e bevevo per notti intere.

L’alcol e le donne, devo ammetterlo, mi hanno fornito l’unico conforto di cui fossi degno. È un segreto che rivelo a lei, caro amico, e ne faccia pure uso. Si accorgerà allora che la vera dissolutezza è liberatoria poichè non crea alcun obbligo. Possiedi solo te stesso, motivo per cui è l’occupazione preferita di coloro che sono innamorati della propria persona.

A volte si vede più chiaro in colui che mente che non in colui che dice il vero. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette ogni oggetto in risalto.

Così. Secco. In filosofia come in politica, sono quindi favorevole ad ogni teoria che neghi all’uomo l’innocenza e a ogni pratica che lo tratti da colpevole. Lei ha di fronte, mio caro, un sostenitore illuminato della servitù.

aerial photo of city
Photo by Felix Mittermeier

eccolo il fuoco di difesa e dell’attacco, il vero peccato è la condanna, da condannare è solo la libertà dell’individuo che non può essere un diritto né una conquista, l’essere sociale và comandato

L’essenziale è che tutto diventi semplice, come per il bambino, che ogni gesto sia comandato, che il bene e il male siano designati in maniera arbitraria, cioè inequivocabile.

Ma sui ponti di Parigi ho scoperto di avere anch’io paura della libertà. Quindi viva il padrone, chiunque lui sia, per rimpiazzare la legge del cielo.

Vede, l’essenziale, insomma, è non essere più liberi e obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di te. Quando saremo tutti colpevoli, allora ci sarà la democrazia. Senza contare, amico mio, che dobbiamo vendicarci di morire soli.

La morte è solitaria, mentre la servitù è collettiva. Anche gli altri hanno la loro parte, insieme con noi, questa la cosa importante. Tutti riuniti, finalmente, ma in ginocchio, e con la testa china.

sul ponte di Parigi la nobile idea l’hanno suicidata, la scelta è la democrazia non la dittatura del proletariato

Disprezzato, perseguitato, costretto, posso dare il meglio di me, godere di ciò che sono, essere filamente me stesso. Ecco perché, carissimo, dopo aver solennemente accolto la libertà, decisi fra me che bisognava restituirla seduta stante a tutti.

... così diventa predicatore dentro la sua chiesa, il bar Mexico-City, un’anomalia geografica dentro l’operosa Amsterdam, “una capitale di acqua e di nebbie” lontano dalla dissoluta Parigi …

E ogni volta che posso predico nella mia chiesa del Mexico-City, invito il buon popolo a sottomettersi e ad aspirare umilmente agli agi della servitù, che io presento però come la vera libertà. Ma non sono pazzo, mi rendo conro che la schiavitù è di là da venire. Sarà uno dei vantaggi del futuro. Tutto qua.

Allora? Dirà lei. Ebbene, senta qual è il colpo di genio. Ho scoperto che, in attesa dell’avvento dei maestri e delle loro bacchette, per trionfare dovevamo rovesciare il ragionamento, come Copernico. Poiché non potevamo condannare gli altri senza nel contempo giudicare noi stessi, dovevamo infierire su di noi per avere il diritto di giudicare gli altri. Poichè prima o poi ogni giudice finisce penitente, dovevo imboccare il percorso inverso e fare mestiere di penitente per poter finire giudice. Mi segue? bene.

Ho aperto il mio studio in un bar del quartiere dei marinai. La clientela dei porti è molto eterogenea. I poveri non vanno nelle zone eleganti, mentre ha visto che nei luoghi malfamati la gente di rango almeno una volta ci capita. Io tengo d’occhio soprattutto il borghese, e il borghese che si è perso; con lui rendo il massimo. Da lui so trarre, come un vero virtuoso, gli accenti più raffinati.

qui rende evidente la sua platea, il nuovo popolo europeo, uscito dalla guerra e costruttore di un nuovo occidente… la costruzione di un carnevale infinito, una festa danzante e godereccia, servile, comandata! ai suoi detrattori offre lo specchio di ciò che grazie anche alla sua complicità stanno diventando, sordi alle atrocità che si ripetono

la sua “utile professione” è praticare ogni volta che è possibile una confessione pubblica, “Mi accuso in lungo e in largo” dice, tratteggio così un ritratto che è quello di tutti e di nessuno. Una maschera insomma, molto simile a quella di carnevale

Quando il ritratto è finito, come stasera, lo mostro, in preda al più totale sconforto: “Questo, ahimè, è quello che sono.” La requisitoria è conclusa. Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.

Con il capo coperto di cenere, strappandomi lentamente i capelli, il volto graffiato, ma lo sguardo penetrante, mi ergo difronte all’umanità intera, ricapitolando le mie turpitudini, senza perdere di vista l’effetto che produco, e dicendo: “Ero l’ultimo degli ultimi.” Allor, insensibilmente, passo nel mio discorso dall’“io” al “noi”. Quando arrivo al “ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dir loro la verità in faccia. Io sono come loro, certo, siamo tutti sulla stessa barca. Ma ho un privilegio, io, il fatto di saperlo, che dà il diritto di parlare.

Più mi accusi e più ho il diritto di giudicarla. Meglio ancora, la provoco e giudicarsi da sé, cosa che mi sgrava ulteriormente. Ah! mio caro, siamo strane, misere creature, e se solo guardiamo alle nostre vite, non ci mancheranno le occasioni per stupirci e scandalizzarci.

Ho accettato la duplicità anziché farmene un cruccio. Mi ci sono accomodato, semmai, e in essa ho trovato l’agio che ho cercato per tutta la vita. Sbagliavo, in fondo, a dirle che la cosa fondamentale era evitare il giudizio. La cosa fondamentale è potersi permetere tutto, anche proclamando talora a gran voce la propria indegnità. Mi permetto tutto, di nuovo, e questa volta sul serio. Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a usare gli altri. Ammettendo però le mie colpe, però, posso ricominciare con più leggerezza e godere due volte, prima della mia natura, e poi di un pentimento squisito.

a me sembra chiaro, non ha cambiato un bel niente, la sua vita è la stessa di prima, anzi il pentimento è squisito, è l’annuncio dell’assurdo

Da quando ho trovato la soluzione mi abbandono a tutto, alle donne, all’orgoglio, alla noia, al risentimento, e anche alla febbre che con piacere ora sento salire. Finalmente regno, ma per sempre. Ho trovato un’altra vetta, dove sono l’unico ad arrampicarmi e da cui posso giudicare tutti. A volte, di tanto in tanto, quando la notte è proprio bella, sento una risata lontana e di nuovo sorgono i dubbi. Ma subito anniento tutto, creature e creazioni, sotto il peso della mia infermità, ed eccomi di nuovo in forma.

la sua scelta è compiuta, la risata si è affievolita, lui è in forma e sta scalando una nuova montagna, è predicatore, è chiesa, lavora ad un altro futuro come un dio

Che ebrezza sentirsi il Padreterno e distribuire patenti definitive di vita e costumi reprobi.

Sul volto smarrito, mezzo nascosto da una mano, leggo la tristezza della condizione comune, e la disperazione di non avere scampo, e io compatisco senza assolvere, capisco senza perdonare e soprattutto, ah, sento finalmente di essere adorato.

c’è chi lo ama, chi l’adora, il Nobel l’anno dopo sarà la conferma di quanto già sapeva

black outdoor pedestal lamp near coaster train rail
Photo by Justin Hamilton

Si, mi agito, come potrei starmene a letto tranquillo? Devo essere più in alto di lei, i pensieri mi sollevano. Quelle notti, o meglio quelle mattine, giacché la caduta avviene all’alba, esco, vado con passo rapido lungo i canali. Nel cielo livido gli strati di piume si diradano un po’, le colombe risalgono appena, un chiarore rosato annuncia, rasente i tetti, un nuovo giorno della mia creazione. Sul Damrak tintinna il campanello del primo tram, che nell’aria umida suona il risveglio della vita ai margini di questa Europa dove nello stesso momento centinaia di milioni di uomini,miei sudditi, si strappano a fatica dal letto, con la bocca amara, per andare verso un lavoro senza gioia. E in quel momento,mentre plano con il pensiero sopra tutto questo continente che senza saperlo mi è sottomesso, mentre bevo la luce d’assenzio che si leva, ubriaco infine di parole malvage sono felice, eccome se sono felice, glielo dico io, le proibisco di non credere ch’io sia felice, felice da morire! Oh! sole, spiagge, e isole battute dagli alisei, giovinezza il cui ricordo è straziante!

non una caduta quindi, ma certe notti all’alba cadute ripetute, sono i dubbi della coscienza, il ricordo straziante di una giovinezza combattuta con le armi in pugno, le armi delle parole che sono esercito

Alla fine, ogni volta arriva la rivelazione, il desiderio di essere arrestato, decapitato con la sua testa in mano al boia, mostrata al popolo riunito affinché tutti vi riconoscano e io di nuovo li domini, esemplare Ogni cosa sarebbe consumata, avrei concluso, come se niente fosse, la mia carriera di falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.

Non siamo forse tutti simili, a parlare senza sosta a nessuno, a misurarci sempre con gli stessi interrogativi di cui peraltro conosciamo in anticipo le risposte? Allora mi racconti, la prego, cosa le è successo una sera sul lungo senna e come è riuscito a non mettere mai a repentaglio la sua vita. Pronunci lei stesso le parole che da anni non smettono di riecheggiare nelle mie notti, e che dirò finalmente attraverso la sua bocca: “O ragazza, buttati ancora nell’acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvarci entrambi!”

allora la domanda è a me lettore: tu che non hai mai messo a repentaglio la tua vita, chiamato ad agire, che farai? Seguirai il falso profeta decapitato o allo specchio sceglierai di uscire dal deserto della tua anima e dissetarti alla fonte del raccontarsi?

Una seconda volta eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Ci toccherebbe agire. Brr…! L’acqua è così fredda! Ma possiamo star tranquilli! È troppo tardi, adesso sarà sempre troppo tardi. Per fortuna!

sarà sempre troppo tardi! o meglio, prima che sia troppo tardi, di sicuro! e allora penso che per Parigi quella bella ragazza gira ancora alla ricerca di un nobile cavaliere affamato di armoniosa dissolutezza capace di accompagnarla nella luce di un nuovo giorno.

Albert Camus

Ringrazio chi mi ha consigliato questa lettura perché non ha idea del guaio che ha combinato 🙂 liberare una bestia non è mai una buona idea!