NON LEGGERAI

commento al Romanzo di Antonella Cilento, Giunti 2019

Ancora una volta devo ringraziare un DIAVOLO di scrittore di cui aspettiamo un’opera molto, ma molto attesa, è una uscita imminente in libreria, ormai mancano solo pochi giorni, è un romanzo: PICIUL (che il 18 novembre 2020 era solo un progetto editoriale).

“Perché?” ti stai chiedendo?

copertina NON LEGGERAI

Perché Antonella Cilento è una maestra e questo suo NON LEGGERAI ne è una magistrale conferma, perché quel diavolo di scrittore è un suo allievo, ecco perché, per osmosi mi ha portato a questo romanzo; noi usiamo FB per socializzare, Antonella nel romanzo lo ha chiamato WT (tempo perso)… GENIALE!

Antonella è una maestra di scrittura, un’accademica delle emozioni raccontate, che partono dalle parole e arrivano direttamente all’anima del lettore. L’Istituto Onnicomprensivo Pino Daniele, le Scuole Riassunto, sono un futuro tanto possente da essere reale già oggi; quella scuola, le protagoniste Help Sommella e Farenàit Lopez, i Mondi Occidentali, la società futura raccontata da Antonella, è quanto di più visionario e “reale” si possa immaginare. Questo romanzo è un trip, un prodotto stupefacente che mi ha rapito prima e sconvolto durante e dopo… tanto che l’ho riletto più volte. Sembra assurdo ma è così, poco tempo per tutto, ma una dipendenza ti porta a ripetere i percorsi del piacere, è un desiderio, diventa una necessità. L’amore per i ragazzi, per la scuola, per la letteratura, per i libri che finiscono nascosti in una bara, per le passioni umane, per una speranza quotidiana che non è l’ultima a morire ma il cibo prelibato ad ogni colazione di ogni giorno… Roba forte, fortissima. I libri come e meglio della droga, vietati, banditi, distrutti, perseguiti, desiderati, un reato, una colpa.

NON LEGGERAI

NON VEDRAI I MORTI

NON AMERAI SENZA SCOPO

Ho molto timore nel riprodurre pezzi di pagine che vanno lette tutte insieme in un solo respiro. Ho paura di sciuparne la magia, l’incantesimo, rovinare questa grande lezione di vita, di preveggenza onirica, di antropologia essenziale che per me, mette al bando ogni futurismo della competizione e della velocità, che indica la strada del ritorno alla lentezza del gusto e accompagna alla profondità del pensiero, e così, svela la nostra natura veramente umana contro la bestialità dell’animale che abbiamo dentro. Un monito, un manifesto alla vita degna, ma allo stesso tempo un insegnamento. Un regalo vero!

«Come è stato possibile?»

«A volte basta concentrarsi solo su se stessi, credere di essere soli. Così soli che non c’è più bisogno di conoscersi, di conoscere gli altri, di mettersi alla prova, di dubitare. Una società che vive stando allo specchio muore.»

copertina NON LEGGERAI
pagina 34 NON LEGGERAI
pagina 39 – NON LEGGERAI – Antonella Cilento – 2019 Giunti Editore

La Viola di Piera

un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri

Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perditadell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.

La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.

“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.

E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”

Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autore ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:

“… ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno”  dalla recensione di Angelo Cennamo su TELEGRAPH AVENUE

“Una favolosa estate di morte” è IL giallo italiano per eccellenza, con tinte noirdalla recensione di Sara Ferri su TRILLER NORD

Nel giallo c’è un indizio importante, un dipinto degli amanti … tornare a Matera:

«Della sua morte apparente o tanosi, quella che le ha permesso di aspettare tanto prima di vendicarsi di…»

una favolosa estate

più misterioso di un fantasma c’è solo un figlio di “pacchiana”che fa commenti 🙂

Le interviste di Abel Wakaam su Writer Officina

sì, va bene la mia, ma ce ne sono di veramente speciali…

… l’intervista a un grande GhostWriter

quella impossibile ad Oriana Fallaci

quella imperdibile a Erri De Luca

quella noir a Piera Carlomagno

e tante altre di grande interesse…

infine, anche quella al fantasma Pietro Di Gennaro

idea
idea

HOTEL D’ANGLETERRE di Carmine Mari

Un commento all’edizione 2021, Marlin Editore

«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterre di Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucano di Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.

copertina_Carmine_mari

Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.

Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.

La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.

Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:

”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.

extra_Hotel_Angleterre

Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.

La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.

Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.

È una storia, una magia che non volevo finisse mai.

… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pue tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.

Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.

nessuna mi fa lo stesso effetto

PIER VITTORIO TONDELLI

un commento a Altri libertini, Feltrinelli, trentesima edizione, 2021

Seguendo i consigli di un diavolo si accede alla letteratura che ti porta per mano dentro gli inferni luminosi delle vicende umane. Sì, perché la luce più forte la fanno le fiamme. La mia fortuna è di avere un orologio sincronizzato con il battere delle ali di quella farfalla che scatena gli uragani nell’altra parte del mondo, e per tanto l’azione di prendere e conoscere un autore e un libro definito universalmente una rivoluzione letteraria, non poteva che scatenare in me una tempesta. E così è stato. Non è mai scontato: credo che ogni lettore abbia i suoi filtri e i suoi momenti unici, le sue esperienze, un vissuto che diventa corazza e arma letale di difesa contro ogni novità: non è mai scontato apprezzare ciò che è osannato da altri.

Questo non è un diario per letterati e fini conoscitori di ogni scrittore italiano o straniero, soprattutto masticatore appassionato di tutte le opere di chi ha ha lasciato e lascia in eredità all’umanità i capolavori della scrittura nella sua forma più artistica, innovativa ed immortale. Non lo è se l’approccio è quello di ricercare parole nuove e non già dette, già raccontate. In questo diario lo spirito che accende le sue pagine è il semplice racconto di letture mai fatte e pertanto, vergini e meravigliate come quelle che solo la prima volta riesce a far amare o maledire per sempre…

young woman standing near fire and sea

È vero quindi, non si può fare a meno di Tondelli e di questo devastante Altri libertini, anche a distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Rivoluzionario, attuale, vero, crudo, respingente e attrattivo nello stesso tempo, come solo una discesa negli inferi può essere immaginata.

Sarà l’età ma comunque mi affascina l’idea di pensare a come poteva cambiare la mia esistenza se questo libro l’avessi letto nello stesso tempo in cui vivevo le stesse vicende (qualcosa in più qualcosa in meno) raccontate in Altri libertini nei nostri anni ottanta del secolo scorso. La potenza della scrittura straborda dalle storie facendone un groviglio di malesseri, torture, follie, sconfitte, estasi e tormenti che mi hanno trapanato il cervello dando ai miei occhi sulla realtà connessioni nuove e mai aperte. Ebbene sì, nonostante l’età. Io ero bimbo nel ’77 anche se a quell’epoca, ma succede in ogni epoca in ogni agglomerato urbano, i bimbi che crescono in strada un po’ giocano e un po’ fanno gang a mani nude, ma queste sono altre storie.

Pier Vittorio Tondelli
Pier Vittorio Tondelli

ScoprireAltri libertini senza conoscere niente di Tondelli, lo consiglio: più passa il tempo e più è possibile poiché siamo oggi nell’epoca post-apocalittica della comunicazione globale, quella che qualcuno definisce il trionfo dell’ignoranza diffusa. Scoprire che nel 1980 questo libro gareggiava nelle classifiche di vendita con Il nome della rosa di Umberto Eco, sembra veramente assurdo, eppure quella competizione “intellettuale” è un fatto storico, è successo in questa italietta immensa, proprio oggi campione d’Europa di calcio maschile e di volley femminile, un trionfo atletico ed estetico di squadre di bellissimi corpi umani; ammirazione che diventa estasi pensando ai successi olimpici!

Il giorno dopo la mia prima lettura di Pier Vittorio, prima di fare un commento ho googlato il suo cognome e… due articoli, dallo scibile globale sono emersi e hanno assestato un colpo letale alle mie già striminzite certezze, per capirci: «Hai presente il sonoro scuzzettone alla matricola nel gioco dello schiaffo del soldato?», si quello, per capirci!

Un altro libertino come Pier Vittorio Tondelli di SERENA VOTANO
Pier Vittorio Tondelli, il contestatore oltre la rivoluzione di Biagio Castaldo

Non servirebbe altro come invito alla lettura di quest’opera, eppure non resisto, battere sulla tastiera le parole di Tondelli leggendole dalla carta del suo libro, è per me come recitare una preghiera:

Ecco l’incipit del racconto il Postoristoro:

Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.

Inserisco solo altri due brevissimi estratti: quello che si deve leggere dentro, nelle visceri del racconto tra questi due eventi, è una tempesta della carne che travolge, che credo sia impossibile anche solo pensare di visualizzare in un film.

Così è restato cattivo sangue anche se al Posto Ristoro ci si dimentica piano piano di tutto perché la vita è davvero vita cioè una porcheria dietro l’altra e allora è come sbattere giù merda ogni giorno che poi ti dimentichi che fa schifo, e ne diventi magari goloso.

Dentro l’ago, zac.

Gli altri racconti sono Mimi e istrioni, Viaggio, Senso Contrario, Altri libertini e Autobahn, un tutt’uno indivisibile che fa dell’immobilità e del viaggio la dimensionalità spaziale senza uscita dall’illusione in cui siamo costretti e ci piace andare. Quelli non sono anni ripetibili perchè ogni generazione ha i suoi anni incredibili e il suo mare, ogni generazione però ripercorre le stesse scoperte, gli stessi drammi, tragedie, felicità e perversioni, gli stessi amori eterni che finiscono. La scrittura di Tondelli ha reso le “solite cose” schiaffi ripetuti all’ipocrisia del perbenismo che fa vinta di non vedere, fa finta di nascondere a se stesso quando invece se ne nutre nell’intimo per sopravvivere nel segreto dei propri peccati incofessabili. E poi la felicità, semplice, precaria, a piccole dosi, irragiungibile, la vera droga della vita: un trip acido dalla nascita alla morte.

Dice che abbiamo pagato troppo caro il prezzo per la ricerca di una nostra autenticità, che tutto quanto abbiamo fatto era giusto e lecito e sacrosanto perché lo si è voluto e questo basta a giustificare ogni azione, ma i tempi son duri e la realtà del quotidiano anche e ci si ritrova sempre a fare i conti con qualche superego malamente digerito; che è stata tutta un’illusione, che non siamo mai state tanto libere come ora che conosciamo il peso effettivo dei condizionamenti.

nuvole

Però subito il giorno dopo a mezzogiorno si ritrovano e stanno a far l’amore chiusi in casa e mangiano e bevono e fumano e scopano ed è questo star bene diosanto, questa è bellavita, avere una gratificazione dietro l’altra e non pensare a niente se non ad abbracciarsi e succhiarsi da ogni parte. Questa sì sarebbe bellavita poterla far per sempre mica bisogno di soldi e lavorare e studiare e partire e perdersi…

Col naso in aria fiutate il vento, strapazzate le nubi all’orizzonte, forza, è ora di partire, forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa!

Quanta ironia con il senno di poi (leggi la dichiarazione di D’Alema nell’articolo di Biagio Castaldo), è proprio vero: “Non è detto che chi viaggia con una ‘500 non possa andare più lontano” – autocit. 🙂

… dimenticavo, se non sai cos’è uno “scuzzettone”… è proprio quello che dice di sentire il protagonista nella canzone che segue, mentre cammina con le mani nel pantalone… in caserma o per strada, la vita è un trip acido dalla nascita alla morte.

Ogni ‘vvota ‘ca me sento ‘sta canzone
Me pare ‘nu guaglione ‘ca more appriesso a te
Me ne vaco ‘cu ‘sti ‘mmane ind’o cazone
Sent’ ‘nu scuzzettone, n’amico ‘ca me fa…

DAVID FOSTER WALLACE e il Tennis

commento a IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA, Einaudi 2012 e 2017

coppette

Ho le mie coppette, sono un modestissimo categoria 4.2 Fit. Conosco il tennis da dentro, certo è quello dell’agonismo amatoriale, ma guardo e sento e desidero tennis da quando ammiravo Panatta, Borg e McEnroe. Sono alla lettura delle mie prime pagine di David, mi aspettano i tomi. Inizio a capire la grandezza di una leggenda. Nel testo che ho appena finito ci sono due storie, quella grandissima dà il titolo al libro: Il tennis come esperienza religiosa.

Punto primo: anche se odiate il tennis la scrittura di Wallace racconta l’esperienza religiosa insita in ogni gesto sportivo di un genio, Federer o Maradona è lo stesso.

Punto secondo: David con le sue parole rende merito ed immortalità ad ogni goccia di sudore che esce dalla fronte ogni qual volta facciamo sport, fossero anche stupide, noiose quanto atroci flessioni, quel sudore è la ricompensa per la preghiera dovuta a ogni penitenza terrena che promette il paradiso. Poi io sono colluso e non faccio testo, amo il tennis: la lettura di questo racconto sublime è stato per me esaltante.

Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quelli che si protrebbero definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene.

[…]

Era impossibile. Sembrava una cosa uscita da Matrix. Non so quali versi mi siano sfuggiti, ma mia moglie dice che…

[…]

Fatto sta che questo è l’esempio di un «Momento Federer», in tv per giunta, e diciamoci la verità: il tennis in tv sta al tennis dal vivo più o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta.

E poi le note sono sostanza viva e necessaria , per esempio a pag.47 la nota 1:

Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno? È il corpo che muore, in fin de conti. Certo, avere un corpo ha anche aspetti magnifici – è solo che…

Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche solo…

Quindi D.V. Wallace scrive “Federer as a Religious Experience” pubblicato sul The New York Times Magazine nel 2006, due anni prima del suicidio, nella parabola discendende della sua permanenza terrena, non poteva sapere il dio che Roger sarebbe diventato, longevo, sempre elegante e quasi eterno ancora oggi a quarant’anni suonati (il mondo lo vuole vedere giocare ancora). Nel racconto c’è anche Nadal, lo conoscono tutti, è un’altro dio del tennis, ma come per altri campioni tennisti, le parole di Wallace sono definitive in quel tempo ma continuano con forza e precisione trascendente ad essere ancora oggi illuminanti, tanto da diventare non solo oggetto di studio, ma divinazione fatta letteratura.

Questo libro, piccino piccino, merita di essere letto anche per la presenza di un trattato breve, forse più che accademico, che Luca Briasco chiama “Solipismo e trascendenza: il tennis come arte”. Inutile dire come le sue parole mi abbiano alimentato ancora di più la voglia di leggere le opere di Wallace, utile invece è riportare un passo scritto che entra direttamente nel cuore della sua analisi critica:

La necessità paradossale di trascendere l’io limitato sapendo che sono i limiti stessi dell’io a rendere possibile il gioco rappresenta la tragedia profonda del tennis e insieme la sua delizia. (Briasco)

[…]

Solipismo e trascendenza non sono due fattori che si escludono; piuttosto, la consapevolezza che là fuori, sul campo, c’è sempre e solo l’io è il primo passo di un percorso che deve portare il tennista o l’artista, a scomparire dentro il gioco, o l’opera. (Briasco)

Ma nemmeno Briasco può esimersi dal citare alla lettera un testo di Wallace, per farsi intendere:

Potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici a essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza. (Considera l’aragosta, DFW).

torneo

La mia sventurata ma colpevole ignoranza, oggi nel 2021, a tratti mi regala fortune inaspettate: scoprire Wallace un pezzettino alla volta mi sta offrendo la stessa emozionalità del salire un livello dopo l’altro, i gradini delle ascese culturali insite nella scrittura: beh, leggere fa proprio bene al corpo e allo spirito. Sebbene come nel tennis un millimetro nell’ultimo punto fa la differenza tra vincere e perdere Wimbledon (è successo proprio a Roger nel 2019 sconfitto da Novak), nell’arte, anche l’errore più pacchiano dell’artista rendono comunque l’opera immensa perché è tale negli occhi di chi guarda: a noi ci sarà anche negato il dono del genio ma delle opere di un genio abbiamo la fortuna di nutrirci in estasi senza limiti.

PIPPO ZARRELLA

un commento a NERO CHIARO QUASI BIANCO, Neo Edizioni 2021

Da quando ho letto la Caduta di Camus, cerco avvocati penitenti ovunque. Un buon avvocato serve sempre, ti apre la mente e ti evita i guai, è una sorta di difesa cautelativa alla sfiga. Almeno tenerseli buoni è una grande idea, perchè se si incacchiano “Con la bocca allappata di bile e le mani che sudano” sono capaci di tutto. Con Vincenzo Malinconico di Diego si va da tutt’altra parte, con Oreste Ferrajoli di Pippo ci si scassa dalle risate per quello che fa ai suoi clienti con una gang di primo ordine. Leggere questo libro che ho trovato delizioso, è stato comunque non solo divertente, la scrittura è fluida, rilassante; leggere questa bella storia, per quanto anche tragica e nera, è stato molto istruttivo, si scoprono personaggi e una Napoli diversa, si riflette sull’arrivismo e sulle sfide della vita.

La passione per gli insetti che dialogano con il protagonista sono metafore dell’io interiore, ma come li racconta Pippo, appaiono necessari dentro una forma vitale fuori da noi, con tanto di zampette e ali colorate. Lo aiutano e lo divorano, lui sembra padrone assoluto ma l’epilogo in una pagina e otto righe messe all’inizio, sono un artificio di incipit napoletano che avvertono subito il lettore: in gioco la cifra è alta, non è una scommessa da niente. Infatti la storia ti prende e ti accompagna alla fine, desiderando quanto prima di scoprire il vero epilogo che aspetta all’ultima pagina.

Si leggono tante storie e storielle ma “La prostituta svuota la sua borsa di clinex sporchi sulla plastica nera che copre per metà quel che resta di…” un cadavere, in pieno giorno, in un mercato affollato, è una scena che nella tensione del racconto accende l’attenzione e ti fa andare avanti veloce con interesse perché in ogni pagina succede qualcosa di verosimilmente fuori dalla normalità, quella piatta e noiosa che ci tocca vivere giorno per giorno.

Nanni Loy

Ecco perchè è un romanzo delizioso, mi ha fatto evadere e convincere di essere più forte di ogni raggiro, capace di sviare ogni marachella truffaldina: a me è venuto in mente Pacco, doppio pacco e contropaccotto del grande regista Nanny Loy, correva l’anno 1993.

Ovviamente la Napoli di Pippo Zarrella è un’altra città, eppure l’avvocatoFerrajoli con la sua gang e la Napoli di Nanni sono un tutt’uno sospeso nel tempo, in uno spazio in cui anche le trasformazioni sociali rendono evidenti l’eternità dei vizi, delle arti, e dei mestieri che si fanno una pippa alla salute del progresso tecnologico, irridono, immortali, la tragedia anche comica dell’esistenza umana.

«Iamm’ bell’. Mettiamoci a lavoro, chiudo la discussione.

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

un commento alla nuova edizione 2021 di Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.

Non c’è niente da fare, ogni rilettura è preziosa perché l’evoluzione personale di ogni lettore è continua come il fluire dei giorni, indisciplinata, mutevole, sempre nuova. I classici sono un dovere talmente piacevole e maledetto da bestemmiare ogni spreco di tempo che ci resta, del giorno, della notte, della vita. Si rimanda ma quando poi ti rapisce, una storia come quella del vecchio e il mare, ti porta dentro la tempesta della lotta anche se tutt’intorno è immobile, l’uragano di empatia per la sofferenza dello sforzo sovrumano di vincere battaglie ormai perse, con l’enorme pesce più grande della barca, con gli squali affamati dalle stesse motivazioni dell’uomo, nel riposo che non arriva mai se non nella sconfitta finale che ti salva l’esistenza. È la gloria che si deve ai vecchi, ostinati, solitari, invincibili, desiderosi di compagnia, desiderosi di trasferire la sapienza, l’essenza dell’esperienza umana. La barca e la capanna, il mare e la terra ferma, la povertà, e la lotta come unica grandezza della forza di ogni uomo.

Questa ultima edizione è preziosa come prodotto editoriale perché contiene foto in bianco e nero molto speciali, e una raccolta di articoli sulla pesca che Hemingway scrisse tra il 1920 e il 1949, tra questi c’è Sull’acqua blu: una lettera dalla corrente del golfo del 1936: è una corrispondenza con cui accenna, ben sedici anni prima, alla storia da cui nascerà Il vecchio e il mare. Inoltre l’extra imperdibile è il racconto inedito La ricerca come felicità che da solo vale tutto il libro, dove Ernest racconta della sua passione per la pesca, per i suoi uomini d’equipaggio e di come tutti insieme, distribuivano il pescato, enormi e meravigliosi grandi pesci, a tutti coloro che ne avevano bisogno, ai morti di fame, poveri e manganellati, in quella Cuba che solo dal 26 luglio del 1953 al primo gennaio del 1959, vede realizzata la rivoluzione di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara, quando ormai Hemingway è già una stella planetaria.

Copertina Life di Hemingway
Copertina Life di Hemingway

A rendere unica e imperdibile questa edizione è ovviamente la traduzione di Silvia Pareschi che nell’epilogo del libro, ci descrive l’iceberg che ha dovuto affrontare, i sette ottavi della montagna Hemingway che sono sott’acqua, cioè quel metodo dell’iceberg che è un caposaldo della scrittura di Hemingway come lui stesso enunciò per la prima volta in Morte nel pomeriggio:

“Se un prosatore sa bene di cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto.” (traduzione di Fernanda Pivano).

Già la traduzione! Solo come accenno alle differenze tra quella di Fernanda e quella di Silvia, riporto l’inizio dell’incipit nelle due differenti edizioni, sono le prime parole di Ernest che nella scansione in bianco a nero dell’originale regalano a questo libro un fascino veramente superlativo; l’ultima foto allegata poi mette insieme i grandi pesci da macellare e una normale famiglia di turisti americani.

testo il vecchio e il mare

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca nella corrente del Golfo e ormai da ottantaquattro giorni non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni con lui c’era stato un ragazzo. Ma dopo quaranta giorni senza neppure un pesce i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era ormai sicuramente e definitivamente salao, cioè uno sfortunato della peggior specie, e per loro ordine il ragazzo era andato su un’altra barca che aveva preso tre bei pesci nella prima settimana. Il ragazzo si rattristava nel vedere il vecchio rientrare ogni giorno con la barca vuota e andava sempre ad aiutarlo a trasportare le matasse di lenze o il raffio e l’arpione e la vela avvolta intorno all’albero. (Traduzione di Silvia Pareschi)

famiglia Hemingway
testo il vecchio e il mare
copertina originale il vecchio e il mare

#ilTerzoLivello: recensione di Nicola Nigro

che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!

http://www.giornaleilsud.com/2021/08/17/un-libro-davvero-da-leggere-soprattutto-per-un-genitore-o-chi-sta-per-diventarlo-o-lo-diventera/

Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro

La Venere di Diego

un commento a “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) di Diego De Silva, Einaudi, 2020

Questa volta prima di scrivere questo commento, ho letto diverse recensioni, ormai più di un anno è passato dall’uscita dell’ultima puntata delle avventure dell’avvocato Malinconico che finalmente vedremo in una fiction RAI in TV, era ora, aggiungo.

Scevra da recensioni e analisi, la lettura di questo libro è stata più interessante del solito e lo posso dire, ragionando con il senno di poi: a non sapere prima cosa c’è dentro rende ogni pagina più godibile e sorprendente a chi, come me, già conosceva l’avvocato – di gemito, più che di grido.

Documentarsi è sempre molto più che istruttivo, addirittura illuminante quando scopri quanta eleganza viene investita nella promozione: la lettera di presentazione che si vede in questa recensione linkata, è una chicca d’autore che gli addetti ai lavori hanno avuto modo di apprezzare come extra. Malinconico buca lo schermo e squarcia la vita reale.

Allora, tornando a noi, e non tanto per dare un contributo minimamente originale (cioè quel pizzico di sale che serve a dare sapidità), ma per trasmettere la mia ennesima meraviglia trovata nella lettura di un bel libro, posso affermare di aver scoperto un personaggio eccezionale: la Venere di Diego è straordinaria, tanto che… no questo non lo posso scrivere, non è elegante! e su Venere, ci torno dopo.

Sebbene, intimamente, sia un semplice ma preziosissimo coglione a scatenare l’inferno e il paradiso delle emozioni, oltre I VALORI CHE CONTANO che danno complessità e immortalità alla narrativa di De Silva, la forza del protagonista Malinconico si amplifica sullo spessore dei personaggi che gli riempiono la vita. Tralasciando quelli delle puntate precedenti (lo so, anche questo non è elegante!) e prima di affronatre la visione della Venere di Diego, dico che Benny Lacalamita può essere un Peppino di Totò e forse anche di più. Non confondo gli attori con i personaggi, provo a riferirmi alla forza dei personaggi impressa da interpretazioni irripetibili.

Forse esagero, forse sono colpevolmente irriverente verso indiscutibili mostri sacri, forse no! la trasposizione o meglio la respirazione di quanto succede nella società italiana a me è arrivata diretta anche se Benny a tratti è più vicino ai personaggi interpretati dal grande Aldo Fabrizi insieme a Totò, non spalle ma giganti. Ecco perchè l’attesa della fiction di Malinconico è per me densa di aspettative. Le pagine, così come io le ho lette, richiedono personaggi veri prima che interpretazioni di personaggi immaginati. Vedremo!

stazione di servizio Benny

Da qualche mese, ogni volta che da sud entro a Salerno anche la tangenziale mi ricorda Benny

– Cristo, Benny, qualche volta sforzati di non prendere tutto alla lettera. Le parole non sono istruzioni per l’uso, sono anche allusive, imprecise, improprie. Mi rendo conto che per te non è facile arrivarci, ma sono le parole improprie che cambiano la vita delle persone.

«I titoli di coda della vita in comune» è la frase di Malinconico che riempie la prima parte non solo come artificio letterario, come il ferro dentro i pilastri di una costruzione narrativa, è una frase dura e permeabile come il legno di una croce su cui vanno a morire tutte le storie, è il lievito che permette a De Silva di far crescere nel lettore la consapevolezza di quanto possenti possono essere le parole; usate come un’arma, impropria appunto, sono capaci di mettere fine e dare nuovo inizio ai capitoli della vita di un essere umano. Suo malgrado Malinconico è un vincente che bastona colleghi, giudici e clienti, ma di più se stesso e continuamente lo fa con ragionamenti veloci e potenti come fa una mazza di baseball prima di un fuori campo.

I capitoli come Eyes Wide Shut de noialtri e Sommarie informazioni, scorrono veloci e ci portano alla Venere di Diego che è il ’68 portato nel XXI secolo, la ribellione e la saggezza dei giovani che sbaragliano il vecchio e stantio status-quo: ecco perchè questo personaggio mi ha fatto impazzire. Citando alcune frasi provo a rendere omaggio al racconto, oggi, di un astro umano dirompente come Venere.

C’è di male che non sono una bambina, nel caso non te ne fossi accorto. E se non arrivi a capire che prevaricando tua figlia in questo modo l’autorizzi a disprezzarti, vuol dire che hai il quoziente intellettivo di un cavallo a dondolo.

… poi …

La scusi, avvocato; anzi ci scusi. io e Venere siamo facili al battibecco, come può vedere, – interviene Dasporto in sua difesa; e lei lo guarda con un guizzo di riconoscenza che subito reprime. – È che vogliamo sempre l’ultima parola. Siamo molto simili, alla fine, – aggiunge.

Questo è vero. Ci prostituiamo entrambi, – fa lei.

… poi …

Ma tu vedi che figura di merda, – sbotta la figlia. – Sei davvero un cafone oltre che uno stronzo, papà. Può anche fare lo spiritoso, avvocato, – mi risponde il padre bypassando gli insulti filiali. – Ma il fatto che non sia laureato non vuol dire che sia ignorante in materia. Non foss’altro perché potrei essermi consultato con professionisti ben più quotati.

Mi alzo.Benissmo. Allora porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali e non m’infastidisca oltre. La porta è lì.

Io non vado da nessuna parte, – sancisce Venere. – Se ne va lui, piuttosto.

«Ben detto», penso. Ma ce n’è anche per me, subito dopo.

E anche tu Vincenzo, «Porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali»: ma mi hai preso per una minorenne telecomandata?

Ovviamente, solo leggendo tutte le pagine, dalla prima all’ultima, si può godere della grandezza di questo personaggio con cui nessun genitore avrebbe voglia di misurarsi, ma che invece ha dentro di se tutti gli aspetti più veri e nascosti di qualsisi adolescente. Il caso Venere è il cardine su cui gira tutto il romanzo, il personaggio rende tutto coinvolgente fino alla risoluzione, le sue relazioni con Malinconico ovviamente mettono a nudo e illuminano, se pure ce ne fosse stato bisogno, le relazioni e sentimenti più intimi del protagonista, ecco Venere non è una stella che cade o una cometa che passa, è la luce che ci aiuta a mettere a fuocoI VALORI CHE CONTANO.

Venere mi rivolge un sorriso sornione, poi solleva i pollici e li rivolta contro. – E la puttana sarei io, – dice.

Così la misura con se stessi, attivata con la vita fuori degli altri, diventa invito generale a tutti i lettori di approfondire e toccare con mano le proprie relazioni, quelle con i propri figli per arrivare a nuove conquiste non scontate:

Più in generale, credo che la pratica di parlare di qualsiasi cosa con i figli sia un modo di portarli in detrazione, di scaricare (su di loro) le spese dei problemi che padri e madri non sanno risolvere da sé. Se vogliamo dei figli liberi, penso, dobbiamo liberali da noi.

L’ordine delle priorità cambia con l’ingresso di avvenimenti non previsti eppure sono vissuti dal protagonista all’interno di uno spazio sconosciuto con naturale approssimazione in un percorso che ogni lettore conosce per esperienze dirette:

Perchè per vivere di più bisogna fare soste brevi, e ripartire subito.

L’empatia con il protagonista, per quanto a tratti anche antipatico e presuntuoso, raggiunge vette di ordinaria umanità nelle relazioni non programmate ma non per questo meno struggenti:

Succede, quando ci si conosce così. La commozione di un compagno di stanza che ti saluta quando lasci l’ospedale ha dentro lo sforzo di dirti, senza usare le parole, che non devi sentirti in colpa se tu vai e lui resta.

Tutte le recensioni che ho letto sono concordi, questa è l’opera della maturità del personaggio e del suo autore, gli effetti spettacolari sono un contorno, ne aumentano il valore finale per la capacità globale di rendere dolcissima e unica, anche l’eterna sfida di leggere dell’amore:

Mi guarda. È così triste. Così indifesa. Sarò patetico, ma mi sento felice, in questo momento. Quando l’amore si semplifica, quando diventa debolezza e timore, di più: paura di non rivedersi, smarrimento, raggiunge quello stato di purezza in cui non c’è più nulla che lo nutre. Non il sesso, non il bisogno (comunque lo s’intenda), non l’abitudine (che pure conta, altro che chiacchiere), non il tempo passato insieme e nemmeno i figli, se ce ne sono: no, l’amore in quei momenti è il bene dell’altro che vuoi e senti in pericolo. Quello, e quello solo.

«Che cos’è la luna?», mi chiede Alagia una mattina che l’accompagno all’asilo. Passa qualche lungo secondo, prima che le risponda. «Una lampada che la notte si accende senza schiacciare l’interruttore», dico. E lei, chissà perché, mi stringe forte la mano. Dovessi indicare il momento in cui mi sono sentito suo padre per la prima volta, direi quello.

Copertina libro De Silva

Il Nero Carlomagno: L’invito

un commento al romanzo breve L’invito, edizioni e-stories 2020, finalista al Premio Garfagnana in giallo sezione ebook 2016

“A volte per ritrovare se stessi è necessario perdersi, ma quanto può essere pericoloso?“ – sulla quarta di copertina la scrittrice Piera Carlomagno, porge il suo invito alla lettura con estrema chiarezza, bianco su fucsia patinato, accenna “di come un accecante, seducente miraggio possa condurre nel baratro più profondo.”

Il titolo dato a questo romanzo, è tutta altra cosa, è un piano diabolico, è la vendetta necessaria di un’anima diventata nera per amore, accecata da gelosia primordiale.

woman s face

Ciò che più mi ha coinvolto è il racconto in prima persona della protagonista Mirella che diventa Greta e poi rinasce in una nuova Mirella, è la formazione dell’insoddisfazione umana prima che femmina, che vive in ben tre personalità, le pulsioni fatte carne e desiderio che rendono il racconto non solo intrigante ed avvincente, ma anche capace di scavare nelle profondità dei meccanismi mentali sottesi alla scelta delle maschere, delle bugie, degli inganni, delle menzogne, della passione nel vivere nascondendosi a se stessi.

“Per poche, ora lo so, pochissime persone, succede a volte che il non vissuto esca fuori dal cono d’ombra dell’immaginazione e metta le mani intorno al collo della verità”

La trama sembra semplice e scorrevole ma si afferra con soddisfazione solo alla fine, come deve essere è vero, ma senza essere scontata: è padronanza di stile.

“Non si accorse che a un certo punto ero morta. Morta di piacere e di desiderio, che mi aveva stretta, poi sciolta, poi rubata e aveva fermato il sangue nelle vene, che mi aveva avvolto i pensieri in un morso di felicità tanto improvvisa quanto assassina.”

Il bene e il male si aggrovigliano tanto che ogni piccolo capitolo è premessa per una attesa insopportabile, un risvolto che ogni lettore deve scoprire.

“L’amore quella notte fu incredibile. Felino e devastante. Spazzò via quello che c’era rimasto di me. Lasciò in piedi un simulacro di donna, una identità a cui erano state dilaniate le carni, ma soprattutto un corpo a cui era stata strappata l’anima.”

Dipendevo da lei, come prima ero stata schiava di lui.

L’intreccio dei sessi, il nemico che diventa alleato e l’odio che sale prendendo il controllo della mente, sono più che suspence o artificio letterario: è fame di antropologia criminale.

“… mi sento come il sole che tramonta nel mare e la mia angoscia si spande in tutto il corpo e nei pensieri.”

Se state pensando che può essere una lettura da fare sotto l’ombrellone, sappiate che va bene per una mattinata o un pomeriggio, si divora in poche ore, poi ogni uomo guarderà negli occhi la propria donna con paure tutte nuove, una donna così non mangia l’anima, divora tutta l’esistenza lasciando niente, anche ai figli.

Copertina romanzo L'invito

“Però la tregua era terminata. Il cervello aveva cominciato a lavorare. C’è una reazione, c’è un fondo del dolore, c’è il momento in cui le mani prendono qualcosa che fa resistenza e tirano fino a strappare, accada quel che accada.”

Fabrizio De André – un ricordo di Erri De Luca

non ci basta mai ascoltare belle parole raccontate bene, un omaggio immenso di Erri per Frabrizio: “uno schiaffo e una carezza…”

A GRANDEZZA NATURALE, Erri De Luca, Feltrinelli, 2021

un commento? forse di più…

Le stelle non si incontrano si consumano. Questo è quello che vuole Erri, ho pensato sull’ultima frase letta a pagina 123.

“Nessuno lo ha chiamato papà. Agì da padre anche se non lo era. Negli abissi del disumano, il semplice umano abbaglia la raffica di un lampo.”

Una volta ancora, ho ringraziato lo Stato di aver letto e discusso “Se questo è un uomo” di Primo Levi a dodici anni nella mia scuola media di allora. Oggi non è più così? è molto peggio, lo scrive Erri nella sua premessa: “Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme”, senza più sapienza.

Ecco, non è affato elegante cominciare dalla fine, devo iniziare dalla Premessa che Feltrinelli ha fatto iniziare a pagina 11. Come se uno scrittore come Erri dovesse premettere qualcosa? Ebbene sì, la premessa di Erri è l’opera, è la sua vita, il suo respiro profondo di esistenza, di ragione e sentimento. È un testamento. È nato nel 1950, poteva anzi è mio padre.

Un compagno come Erri non si discute eppure io oso farlo, devo farlo, devo consumare la sua stella inghiottendone luce e calore, oltre al vino, libro da libro e montagne che non conosco.

Una deliziosa intervista di Abel Wakaam mi ha spinto a prendere in libreria una copia di questo libro nuovo; dopo tanti, troppi anni, ho letto pagine errideluchiane, saranno i nuovi occhiali, saranno le sincronizzazioni celesti, ma oggi posso dire che il vero delitto lo commette il lettore che fa passare il tempo senza leggere le opere di Erri, eppure lui scrive:

“Uno scrittore sta anche da imputato di fronte al lettore. Fattispecie del reato è lo spreco del suo tempo. Da qui la domanda indiscreta sul perché di un libro. Abbozzo una spiegazione relativa a questo.”

photo of boats on ocean near rock formations

Non sono padre. Il mio seme s’inaridisce con me, non ha trovato una via per diventare.”

Possibile? Chiarisce prima, nelle righe precedenti, sente il bisogno di giustificarsi per rispondere:

“Capita di ricevere l’insolubile domanda sul perché si scrive un libro.”

La tua opera? è un malinteso compenso? Ma che dici Erri? Chi sono quelli che malintendono pensando ai compensi? I compagni? quelli che si definiscono veri compagni con il sangue più rosso degli altri animali, nemmeno, forse solo umani?

man planting plant

Ho immaginato Erri De Luca come il contadino appeso alla speranza di un tempo clemente per un buon raccolto a fine stagione, anno per anno da stagione in stagione:

“Per un malinteso compenso, ho piantato molti semi in terra, minuscoli granelli sprofondati sotto una compatta massa. Come hanno saputo da che parte dirigere il germoglio? Sepolto come sotto una valanga, il seme sa la più diretta linea di salita per affiorare all’aria. Ha iscritta in sé la notizia della legge di gravità e per contrasto cresce in direzione opposta. C’è in noi la sua sapienza? Se esiste non la riconosco. Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme.”

Erri non usa parole a vanvera, la valanga usata a pagina 11 è la valanga di pagina 88, o almeno io credo, voglio credere, ho bisogno di credere, bramo e desidero che sia così.

“Ci s’innamora anche così, sùbito, e pure a dire sùbito si perde la velocità di quell’istante. Si era caricato molto prima, accumulato come una valanga su un pendio. Uno sguardo scambiato la distacca, la fa precipitare. Ci s’innamora in discesa, a capofitto.”

red lights in line on black surface

La gravità, come legge e come misura, la direzione opposta come sentimento e come ragione, la valanga come forza genitrice e come forza distruttrice, come montagna da scalare per arrivare all’aria, il senso della vita, in superfice “dove la penitenza più profonda è averne solo un’ora, basta da sola a dire che le altre ventrité sono asfissia.

Siamo solo a pagina 14, ancora nella premessa, e ho saltato la giustifica madre, il movente padre, le storie estreme di genitori e figli.”

“Il vocabolario è la mia macchina per attraversare il tempo.”

three yellow and red tower cranes under clear blue sky

Imputato dal lettore, imputato dai tribunali, imputato dalla generazione che ha accompagnato e trascinato, imputato dalle generazioni che hanno e continuano a lucrare sulle generazioni in lotta permanente, oltre gli anni formidabili che io posso solo vivere nei racconti, anni belli e funesti che non ho vissuto per limiti d’età, ma anche il lucro è questione di nasi capaci di scansarne il sudicio.

“Oggi si dice di vecchie lire, ma allora erano govani. Il denaro non si distingue in base alla sua età, ma tra pulito e sporco. Si vuole invece che non abbia odore, “pecunia non olet”, il denaro non puzza, dicevano i Romani. È questione di nasi. Esistono persone con fiuto sviluppato che permette loro di annusarne l’origine e scansarlo.”

La premessa termina a pagina 16 con tutto l’orgoglio e il rispetto che si deve ad un padre nel ricordarne l’esempio, la costruzione delle fondamenta che danno stabilità e forza alla nostra esistenza di figli: la decenza dell’onesta!

Se mi permette, dottor De Luca, qui state peccando di superbia.

Se mi permette, io la chiamo decenza.

Dopo l’orgoglio, il vuoto, l’ignoranza che da il senso profondo all’opera, la grandezza naturale come misura fisica del nodo che tiene insieme cime destinate a separarsi, ma il nodo dell’esistenza, dei salti di generazione è la metafora che non scioglie dubbi ma ci lega per sempre all’eternità, oltre questa vita, oltre questa morte sempre pronta a rapirci la coscienza del presente.

… e ora tenetevi forte, cari naviganti, ecco una valanga gentile:

“uno spreco di fiato gli anni che ho passato in paragone questa vita a questa morte”

sono le ultime parole cantate da Angelo Branduardi… è la fine, ma dovete arrivarci alla fine di questo libro mirabile; l’ultima citazione di Erri De Luca è in inglese, non altra lingua, è moderna non antica, la lingua imperiale del mondo moderno, l’ultima citazione a pagina 123 è di William Butler Yeats: “In balance with this life, this death.” … una lirica del poeta irlandese (1865-1939) tradotta in italiano e suonata e cantata da Angelo, eccola: un volo sospeso nell’eternità di ognuno di noi.

Un compagno si discute sempre, a maggior ragione quando i suoi germogli rendono fioriti prati immensi, e fattene una ragione carissimo Erri, come i marinai consumano tutti i porti del mondo, tu hai infiniti figli dispersi per città, foreste, campagne e montagne, magari illegittimi, irresponsabili, predicatori e praticatori di direzioni opposte, inconcludenti, deboli, fragili, magari solo lettori e spettatori, o magari mai nati, legati, immobili, teneramente sempre bambini, ma tutti ribelli e sognatori che si sentiranno sempre figli tuoi, e io, solo uno di loro. Grazie di delinquere ancora, i tuoi scritti sono seme divino e fonte umana in terra. Gli atti processuali sfameranno gli storici di domani, i malintesi compensi sfioriranno per concimare nuova terra da seminare.

tagliatemi tutto ma non il mio brain

Acari, e mi esplode l’urgenza del presente

un commento su: Acari di Giampaolo G. Rugo, 2021 Neo Edizioni

short haired woman standing on flowering plants

All’inizio di questo mio personale cammino di formazione alla lettura, non potevo immaginare che un giorno avrei potuto associare un romanzo alle montagne russe, si, proprio quelle, le terribili e strabilianti giostre che salgono e scendono a mille all’ora, quelle che ti travolgono con un pugno nello stomaco quando precipiti giù, quelle che ti fanno respirare nella scalata lenta verso la cima, quelle giostre vorticose che in pochi secondi rendono l’adrenalina regina in un corpo legato, costretto a seguire una macchina pensata per il divertimento, quelle giostre che a testa in giù ti fanno pensare che tutto il mondo è rovesciato quando stai con i piedi a terra. Questo romanzo si legge in poche ore o meglio, ti travolge con un flusso veloce di storie che intrecciano l’esistenza nei suoi aspetti più densi e profondi. Quando sono arrivato all’ultimo giorno di lavoro di un vigile del fuoco, l’eroe per antonomasia della società civile, mentre i sui colleghi lo vogliono festeggiare, ho toccato, con il suo racconto segreto, il tormento estremo di una società che corre a vuoto, marcia sul posto, nel suo ombellico viscerale che non è il centro ma un vortice di anime solitarie, non è il centro ma un insieme convergente senza dimensioni:

“È il nuovo giorno che sostituisce il vecchio: il ritmo incessante della vita che si ripete ottuso.” – questa frase di qualche pagina prima, esplode tutto il suo significato nella confessione del pompiere, da quel giorno in pensione, i colleghi gli chiedono il giorno più bello, lui racconta: “Non ho mai più provato quella sensazione allo stomaco. Mai.” e di cose brutte, un vigile del fuoco ne vive anche troppe.

In questo meraviglioso romanzo ho trovato una sola parola difficile per me, una parola che però spiega il fascino intenso dell’intero romanzo: aoristo.

sostantivo maschile – Categoria del verbo, particolarmente vitale in greco, che indica l’azione pura e semplice, prescindendo dalle categorie del tempo e della durata: gnôthi seautón (‘conosci te stesso’) è in greco, diversamente dall’italiano, un aoristo, perché valido nel presente, nel passato, nel futuro.


Storie ordinarie, storie comuni, storie che ogni lettore vive e rivive nelle esperienze quotidiane, del passato, del presente, nei desideri del futuro, anche se non si è stati al liceo, anche se hanno abolito il latino nella scuola media, anche se la strada e il sogno di diventare campioni si è infranto nell’utopia della gioventù, la prigione di una sedia a rotelle, la prigione di un corpo inerte che non può decidere se vivere o morire… il rumore dei pensieri, leggendo Acari si fa assordante, l’ho sentito forte:

“Barbara me l’ha detto una volta, mentre la guardavo in silenzio:«Mario! Si sente il rumore del tuo cervello che sta sempre a pensare».”

woman sitting on green and red roller coaster

Le cime e le valli, mai una distesa pianeggiante, mai la pace se non alla fine con il racconto dell’amore di Mario, alla fine, ma bisogna arrivarci all’uscita dalla giostra dei racconti di Rugo, racconti che la quarta di copertina riassume come una “sinfonia polifonica orchestrata magistralmente“, giusto ma non c’è solo una musica fatta bene, c’è la vita vera, con le sue vertigini, i suoi conati di vomito e la sua verità più lucida:

woman wearing black top

“Un milione e mezzo di turisti invadono ogni estate la riviera romagnola. Un milone e mezzo di culi producono milioni di chili di merda che si riversano nel mare in cui la mattina dopo lo stesso milione e mezzo si farà il bagno. Mi trovo a cesenatico a lavorare come assitente socio sanitario, anche il mio culo quest’anno sta dando il suo piccolo contributo.”

Le emozioni non si possono contenere, nemmeno un libro penso possa farlo, anzi un libro bello come questo, le amplificano e le rendono meravigliose come un giro su una montagna russa che ancora non si conosce.

roller coaster ride near trees under blue clouds

Dal bidone dell’immondizia arriva un odore nauseabondo di pannoloni sporchi. Non che me ne vengano in mente di buoni, ma questo è davvero un posto di merda per morire.

La morte e la vita ci sfiorano, ci accarezzano, ci sfuggono, come la notizia per me tristissima della scomparsa, proprio in queste ore di un mio vecchio compagno di scuola: carissimo Pasquale, che la terra ti sia lieve.

time lapse photography of roller coaster during night time
Photo by Albin Berlin on Pexels.com

ho scoperto WriterOfficina

“saranno i ribelli a cambiare il mondo” Abel Wakaam – wow!!!

la verità è che ho scoperto uno scrittore, fotografo, esploratore, e ribelle!

– da non perdere le interviste a grandi scrittrici e scrittori… deliziosa quella aErri De Luca, incredibile quella al ghostwriter 🙂 e molto interessanti anche quelle a Dacia Maraini, Piera Carlomagno, Maurizio de Giovanni, etc…

Molto bello l’articolo EGO SUM… sempre tutto diAbel Wakaam, molto affascinante per me la veste grafica e tecnica del sito, molto fine anni ’90 ma molto funzionale ed immediata oggi nel 2021!

Per me una rivelazione, quindi vai! basta un click! per entrare

“nel luogo dei folli che vogliono cambiare il mondo”

fino al 15 novembre 2021 puoi dare la tua preferenza a questo libro nel
Concorso letterario Writer Golden Officina 2021

o partecipare con un tuo testo: fai click su questo link per sapere come fare

La caduta di Albert Camus

“Quando per mestiere o per vocazione si è molto riflettuto sull’uomo, accade che si provi nostalgia per i primati. Loro se non altro, non hanno pensieri reconditi.”

Camus scrive questa frase nel suo, breve ma vasto e feroce romanzo La caduta, l’anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, nel 1956, quando la rivoluzione ungherese è soffocata dai carri armati russi, quando scrittori come Italo Calvino e Elio Vittorini seguendo Ignazio Silone, abbandonano il più grande partito comunista dell’Europa occidentale: il PCI di Togliatti, colui che costringe Giuseppe Di Vittorio, sindacalista contadino, non operaio, ad abiurare le posizioni di pubblica condanna dell’invasione sovietica, riportando la CGIL alla linea del partito, spegnendo così la minoranza socialista interna; la maggioranza socialista è già uscita fondando la UIL nel 1950: le cinghie di trasmissione sono ben consolidate, i cattolici della CILS ovviamente tirano la DC… sono passati 70 anni ma un buon avvocato serve sempre!

Che cosa ci azzecca con La caduta di Camus? Una mazza! ovvio! o forse no?

Quattro anni dopo Albert Camus muore a soli 47 anni, il 4 gennaio 1960, in un misterioso incidente d’auto insieme al suo editore, ma queste sono altre storie, fatto sta che Albert non è simpatico nè agli americani perchè comunista, nè ai russi perchè anti comunista, e per la verità anche a casa sua viene trattato una schifezza: dalla pubblicazione de L’uomo in rivolta nel 1951, la sinistra intellettuale francese, capitanata da Jean-Paul Sartre lo emargina, definendo il suo approccio borghese e passivo. Già molti anni prima è bollato come troskista ed espulso dal partito comunista, per riassumere sarà per sempre un anarchico viscerale, del pensiero, delle genti, dell’assurdo.

Nell’agosto del 1945, Camus, condanna con parole dure i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, unico intellettuale occidentale ad eccezione di Albert Einstein, a farlo apertamente.

Perché uso la parola feroce? Ovvio! la grandiosità, l’immortalità e la devastante forza di questo libro sono dovute alla ferocia del monologo del protagonista, ferocia sadica e cinica, scatenata con chirugica fermezza contro chi sta distruggendo il suo sole dell’avvenire. Non contro l’umanità ma contro chi l’avrebbe potuta dominare e sottomettere; in quel tempo si era in piena guerra fredda e il comunismo poteva ancora essere vincente, come invece non sarà che evidente solo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e come forse lo potrà ancora essere oggi nel nostro XXI secolo, sebbene cinese, sicuramente già economico… ma anche queste sono altre storie.

Non conoscevo Camus, ma dopo aver letto e riletto La caduta non ho resistito, non è sempre così, anzi l’ignoranza è una bestia incatenata che riposa in pace fino a quando, sveglia e affamata non rompe l’argine dell’indifferenza, non ho resistito a conoscere l’uomo che ha descritto con chiarezza allucinante non una caduta ma la potenza dell’uomo di cancellare l’umanità di una intera società di esseri pensanti. Per me il protagonista è lui, la risata che lo perseguita è quella della sua coscienza rimasta insieme agli ex compagni che lo deridono mentre, la donna che si suicida sul ponte gettandosi nella Senna di Parigi è l’idea ideale di una società che non ha salvato e che solo alla fine, scopriremo, non potrà mai più salvare perché ha scelto un’altra strada, un altro modello di determinazione politica delle masse.

Sono categorico e definitivo, al momento, non essere minimamente influencer è una grande fortuna, e lo devo all’ignoranza, all’ingordigia di sapere e comprendere la profondità di chi ha combattuto il nazismo riproverando poi negli anni ai suoi compagni, ai suoi governi, le stesse crudeltà che credeva ormai cancellate da ogni prospettiva futura, invece non gli resta che la fuga e diventare lui il dominatore dell’umanità affinché questa possa specchiarsi con la testa decapitata del suo dominatore. Ci mette tutti al muro ma ci salva con una visione materialista della confessione, non per essere perdonati ma per sopravvivere a se stessi.

Prima però costruisce l’arma che spoglia l’ipocrisia, che riga le certezze, ferisce le ovvietà, scortica le convinzioni più salde, uccide le credenze laiche e religiose. La costruzione letteraria del monologo trascende ogni ricostruzione storica o attesa pedante, è l’avvocato delle cause perse perché con queste sviscera le budella di ogni lettore, mai il peccato e i peccatori, ma il giudizio è la morte vera e allora il giudice penitente diventa il predicatore del suo tempo. Rileggiamo insieme alcuni estratti.

Infine la diverto, il che non per vantarmi ma indica che è dotato di una certa apertura mentale. Sicchè, lei è più o meno… Ma che importanza ha? Le professioni mi interessano meno delle sette. Mi permetta di farle due domande e risponda soltanto se non le reputa indiscrete. Possiede delle ricchezze? Qualcuna? Bene. Le ha divise con i poveri? No. Lei è dunque quello che io chiamo un suddaceo. Se non ha frequentato le Scritture, riconosco che questo non le dirà molto. Le dice qualcosa? Sicchè conosce le Scritture? Decisamente, lei mi interessa.

Ecco da dove si parte, dai suddacei: una minoranza, una élite di intellettuali del primo secolo (oggi ne viviamo il ventunesimo) spazzata via per aver collaborato con i romani, invasori e dominatori di quel mondo antico, una fazione collaborazionista di ebrei cancellata da ebrei. La domanda non è retorica: iniziamo a contare i suddacei?

Ma, per tornare a noi, stavo dalla parte giusta e questo bastava a farmi sentire la coscienza a posto. La consapevolezza del diritto, la soddisfazione di avere ragione, la gioia di provare stima per se stessi, caro signore, sono motori potenti per tenerci in piedi o per farci andare avanti. Se invece queste cose agli uomini le togli, li trasformi in cani rabbiosi.

avvocato dalla parte giusta…

Infine non mi sono mai fatto pagare dai poveri e non l’ho mai gridato ai quattro venti. Non creda, caro signore, che di tutto ciò voglia vantarmi. Non avevo alcun merito: l’avidità, che nella società odierna tiene luogo dell’ambizione, a me ha sempre fatto ridere. Io miravo più in alto; vedrà che per quel che mi riguarda non c’è espressione più appropriata.

l’onestà e la dignità di andare più in alto

Provavo, anzi, un tale piacere nel dare che detestavo esservi costretto. La precisione nelle questioni di denaro mi annoiavo a morte e vi acconsentivo solo di malavoglia. Dovevo essere padrone delle mie liberalità.

... mi creda caro signore, tutto ciò significa ergersi più in alto del volgare arrivista e giungere a quel culmine in cui la virtù si nutre ormai solo di se stessa.

Ad ogni ora del giorno, in me stesso e fra gli altri, mi ergevo in alto, accendevo fuochi ben visibili, e un gioioso saluto si levava verso di me. Così, quando meno, mi godevo la vita e la mia superiorità.

I giudici punivano, gli accusati espiavano e io, libero da qualunque obbligo, sottratto al giudizio come alla sanzione, regnavo, liberamente, in una luce edenica.

… un lavoro paradisiaco, la beatitudine in terra di servire il popolo

Ero di origini oscure (mio padre era ufficiale), ancorché oneste, e tuttavia certe mattine, lo confesso umilmente, mi sentivo figlio di re, o roveto ardente. Si trattava, badi bene, di qualcosa di diverso dalla certezza che avevo di essere il più intelligente di tutti. Questa certezza è peraltro di poco conto, essendo condivisa da tanti imbecilli.

… essere dio

Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi fino al giorno, o meglio fino alla sera in cui la musica si è fermata, in cui le luci si sono spente. la festa in cui ero stato felice…

il primo presagio della svolta, della morte…

grey skulls piled on ground
Photo by Renato Danyi

Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e più generosi con i morti? Il motivo è semplice! Con loro non ci sono obblighi. Ci lasciano liberi, possiamo prendercela comoda, tovare un posticino per l’omaggio fra il cocktail e una deliziosa amante, e a tempo perso, insomma. Se a qualcosa ci obbligassero, sarebbe alla memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, negli amici vogliamo bene al morto recente, al morto doloroso, alla nostra emozione, a noi stessi per dirla tutta!

la sufficenza per i morti di prima cui non abbiamo rispetto né memoria

Così è l’uomo, duplice: non può amare senza amarsi.

la certezza dell’amore a cominciare da se stessi

In quel periodo ebbi anche qualche piccola magagna di salute. Niente di preciso, diciamo un po’ di esaurimento, come una difficoltà a ritrovare il mio buonumore. Andai da alcuni medici che mi diedero qualcosa per tirarmi su. Tornavo su, e poi ripiombavo giù. La vita mi risultava meno facile: quando il corpo è triste, il cuore langue. Mi sembrava di cominciare a disimparare quello che non avevo mai imparato e che pure sapevo così bene, cioè vivere. Sì, credo proprio che fu allora che tutto cominciò.

la creazione dell’attesa, il continuo annuncio di una svolta

Andavo avanti così, alla superficie della vita, nelle parole in un certo senso, mai nella realtà. Tutti quei libri a malapena letti, quegli amici a malapena amati, quelle città a malapena visitate, quelle donne a malapena possedute! Compivo gesti per noia, o per distrazione. Le persone venivano dietro, volevano agrapparsi, ma non c’era dove farlo, ed era una iattura. Per loro. Quando a me, dimenticavo. Mi sono sempre ricordato solo di me stesso.

nel periodo migliore comunque vive una condizione di precarietà emozionale, ininfluente, dimenticata, senza consapevolezza se non nella condanna di una superficialità cruenta elargita agli intellettuali: “tutti quei libri a malapena letti”

La verità è che qualunque uomo intelligente, lei lo sa meglio di me, sogna di essere un gangster e di dominare la società solo con la violenza.

la verità dell’indole criminale che regna nell’uomo

Scoprivo, quanto meno, che stavo dalla parte dei colpevoli, degli accusati, solo nella misura in cui il loro reato non mi procurava alcun danno. La loro colpevolezza mi rendeva eloquente poichè non ne ero vittima.

la differenza con chi subisce danni, ma lui no, non è mai una vittima

Avevo dei principi, certo, e per esempio che la moglie degli amici era sacra. Semplicemente, qualche giorno prima cessavo, in tutta sincerità, di essere amico dei mariti.

pure stronzo, ovviamente!

Solo con la morte gli uomini si convincono delle tue ragioni, della tua sincerità, e della gravità delle tue pene. Finché sei vivo il tuo caso è dubbio, ti meriti solo il loro scetticismo … Per non essere più un caso dubbio, devi semplicemente cessare di essere.

spiegare una possibile vittoria finale ma solo nella scomparsa materiale dell’essere umano

I martiri, caro amico, devono scegliere se essere dimenticati, scherniti o usati. Capìti mai.

quindi la scelta?

people toasting wine glasses

E poi, senza girarci tanto intorno, io amo la vita, è questa la mia vera debolezza. La amo al punto da non riuscire a immaginare altro. Una simile avidità ha qualcosa di plebeo, non trova? La nobiltà è impensabile senza un po’ di distacco rispetto a se stessi e alla propria vita. Uno muore, all’occorrenza, si spezza piuttosto che piegarsi. Io invece mi piego, perché continuo ad amarmi. Dopo tutto quello che le ho raccontato, infatti, cosa crede che abbia provato? Disgusto per me stesso? Ma no, erano soprattutto gli altri a disgustarmi.

Il giorno in cui me ne resi conto, scoprii la lucidità. Ricevetti tutte le ferite in una volta sola e persi di colpo le forze. L’universo intero prese allora a ridere intorno a me.

ma no nessuna scelta, nessun atto di coraggio, disprezzo per gli altri e amore per se stesso e la scoperta della derisione che cresce con la lucidità di divieto alla sincerità

Come potrebbe mai la sincerità essere una condizione dell’amicizia? Il gusto della verità a tutti i costi è una passione che non risparmia niente e a cui nulla resite. È un vizio, a volte una soluzione di comodo, o una forma di egoismo.

Ogni tanto, certo , provavo a prendere la vita sul serio. Ma coglievo ben presto tutta la frivolezza della serietà, e continuavo solo a recitare la mia parte, meglio che potevo. Recitavo la parte dell’uomo attivo, intelligente, virtuoso, civico, indignato, indulgente, solidale, retto… ero assente proprio nel momento in cui occupavo più spazio.

avanti e indietro il racconto è una continua attesa che incolla alle pagine, più la sua fama cresce, più l’intellettuale occupa spazio e più si sente assente

Finché un giorno esplosi. La mia prima reazione fu scomposta. Ero un bugiardo, va bene, e allora l’avrei rivelato gettando in faccia a tutti quegli imbecilli la mia doppiezza prima ancora che la scoprissero. Incalzato alla verità, avrei raccolto la sfida. Per prevenire il riso, immaginai quindi di darmi in pasto alla derisione generale. Si trattava ancora, insomma, di evitare il giudizio.

finalmente ci siamo ecco la verità

Ma la verità, amico caro, è una barba unica.

niente, ancora un rinvio, la cancellazione di un appuntamento per ritornare al punto di partenza, nascondersi nella perdizione

Persa ogni speranza nell’amore e nella castità, alla fine mi resi conto che per rimpiazzare l’amore c’era ancora la vita dissoluta, che mette a tacere le risate, riporta il silenzio e, soprattutto, regala l’immortalità.

Sì, morivo dalla voglia di essere immortale. Mi amavo troppo per non desiderare che il prezioso oggetto del mio amore non scomparisse mai. Visto che da svegli, per poco che ci conosciamo, non scorgiamo motivi validi per cui una scimmia lubrica sia concessa l’immortalità, occorre che qualche succedaneo di questa immortalità ce lo procuriamo noi. Siccome desideravo la vita eterna, andavo a letto con delle puttane e bevevo per notti intere.

L’alcol e le donne, devo ammetterlo, mi hanno fornito l’unico conforto di cui fossi degno. È un segreto che rivelo a lei, caro amico, e ne faccia pure uso. Si accorgerà allora che la vera dissolutezza è liberatoria poichè non crea alcun obbligo. Possiedi solo te stesso, motivo per cui è l’occupazione preferita di coloro che sono innamorati della propria persona.

A volte si vede più chiaro in colui che mente che non in colui che dice il vero. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette ogni oggetto in risalto.

Così. Secco. In filosofia come in politica, sono quindi favorevole ad ogni teoria che neghi all’uomo l’innocenza e a ogni pratica che lo tratti da colpevole. Lei ha di fronte, mio caro, un sostenitore illuminato della servitù.

aerial photo of city
Photo by Felix Mittermeier

eccolo il fuoco di difesa e dell’attacco, il vero peccato è la condanna, da condannare è solo la libertà dell’individuo che non può essere un diritto né una conquista, l’essere sociale và comandato

L’essenziale è che tutto diventi semplice, come per il bambino, che ogni gesto sia comandato, che il bene e il male siano designati in maniera arbitraria, cioè inequivocabile.

Ma sui ponti di Parigi ho scoperto di avere anch’io paura della libertà. Quindi viva il padrone, chiunque lui sia, per rimpiazzare la legge del cielo.

Vede, l’essenziale, insomma, è non essere più liberi e obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di te. Quando saremo tutti colpevoli, allora ci sarà la democrazia. Senza contare, amico mio, che dobbiamo vendicarci di morire soli.

La morte è solitaria, mentre la servitù è collettiva. Anche gli altri hanno la loro parte, insieme con noi, questa la cosa importante. Tutti riuniti, finalmente, ma in ginocchio, e con la testa china.

sul ponte di Parigi la nobile idea l’hanno suicidata, la scelta è la democrazia non la dittatura del proletariato

Disprezzato, perseguitato, costretto, posso dare il meglio di me, godere di ciò che sono, essere filamente me stesso. Ecco perché, carissimo, dopo aver solennemente accolto la libertà, decisi fra me che bisognava restituirla seduta stante a tutti.

... così diventa predicatore dentro la sua chiesa, il bar Mexico-City, un’anomalia geografica dentro l’operosa Amsterdam, “una capitale di acqua e di nebbie” lontano dalla dissoluta Parigi …

E ogni volta che posso predico nella mia chiesa del Mexico-City, invito il buon popolo a sottomettersi e ad aspirare umilmente agli agi della servitù, che io presento però come la vera libertà. Ma non sono pazzo, mi rendo conro che la schiavitù è di là da venire. Sarà uno dei vantaggi del futuro. Tutto qua.

Allora? Dirà lei. Ebbene, senta qual è il colpo di genio. Ho scoperto che, in attesa dell’avvento dei maestri e delle loro bacchette, per trionfare dovevamo rovesciare il ragionamento, come Copernico. Poiché non potevamo condannare gli altri senza nel contempo giudicare noi stessi, dovevamo infierire su di noi per avere il diritto di giudicare gli altri. Poichè prima o poi ogni giudice finisce penitente, dovevo imboccare il percorso inverso e fare mestiere di penitente per poter finire giudice. Mi segue? bene.

Ho aperto il mio studio in un bar del quartiere dei marinai. La clientela dei porti è molto eterogenea. I poveri non vanno nelle zone eleganti, mentre ha visto che nei luoghi malfamati la gente di rango almeno una volta ci capita. Io tengo d’occhio soprattutto il borghese, e il borghese che si è perso; con lui rendo il massimo. Da lui so trarre, come un vero virtuoso, gli accenti più raffinati.

qui rende evidente la sua platea, il nuovo popolo europeo, uscito dalla guerra e costruttore di un nuovo occidente… la costruzione di un carnevale infinito, una festa danzante e godereccia, servile, comandata! ai suoi detrattori offre lo specchio di ciò che grazie anche alla sua complicità stanno diventando, sordi alle atrocità che si ripetono

la sua “utile professione” è praticare ogni volta che è possibile una confessione pubblica, “Mi accuso in lungo e in largo” dice, tratteggio così un ritratto che è quello di tutti e di nessuno. Una maschera insomma, molto simile a quella di carnevale

Quando il ritratto è finito, come stasera, lo mostro, in preda al più totale sconforto: “Questo, ahimè, è quello che sono.” La requisitoria è conclusa. Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.

Con il capo coperto di cenere, strappandomi lentamente i capelli, il volto graffiato, ma lo sguardo penetrante, mi ergo difronte all’umanità intera, ricapitolando le mie turpitudini, senza perdere di vista l’effetto che produco, e dicendo: “Ero l’ultimo degli ultimi.” Allor, insensibilmente, passo nel mio discorso dall’“io” al “noi”. Quando arrivo al “ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dir loro la verità in faccia. Io sono come loro, certo, siamo tutti sulla stessa barca. Ma ho un privilegio, io, il fatto di saperlo, che dà il diritto di parlare.

Più mi accusi e più ho il diritto di giudicarla. Meglio ancora, la provoco e giudicarsi da sé, cosa che mi sgrava ulteriormente. Ah! mio caro, siamo strane, misere creature, e se solo guardiamo alle nostre vite, non ci mancheranno le occasioni per stupirci e scandalizzarci.

Ho accettato la duplicità anziché farmene un cruccio. Mi ci sono accomodato, semmai, e in essa ho trovato l’agio che ho cercato per tutta la vita. Sbagliavo, in fondo, a dirle che la cosa fondamentale era evitare il giudizio. La cosa fondamentale è potersi permetere tutto, anche proclamando talora a gran voce la propria indegnità. Mi permetto tutto, di nuovo, e questa volta sul serio. Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a usare gli altri. Ammettendo però le mie colpe, però, posso ricominciare con più leggerezza e godere due volte, prima della mia natura, e poi di un pentimento squisito.

a me sembra chiaro, non ha cambiato un bel niente, la sua vita è la stessa di prima, anzi il pentimento è squisito, è l’annuncio dell’assurdo

Da quando ho trovato la soluzione mi abbandono a tutto, alle donne, all’orgoglio, alla noia, al risentimento, e anche alla febbre che con piacere ora sento salire. Finalmente regno, ma per sempre. Ho trovato un’altra vetta, dove sono l’unico ad arrampicarmi e da cui posso giudicare tutti. A volte, di tanto in tanto, quando la notte è proprio bella, sento una risata lontana e di nuovo sorgono i dubbi. Ma subito anniento tutto, creature e creazioni, sotto il peso della mia infermità, ed eccomi di nuovo in forma.

la sua scelta è compiuta, la risata si è affievolita, lui è in forma e sta scalando una nuova montagna, è predicatore, è chiesa, lavora ad un altro futuro come un dio

Che ebrezza sentirsi il Padreterno e distribuire patenti definitive di vita e costumi reprobi.

Sul volto smarrito, mezzo nascosto da una mano, leggo la tristezza della condizione comune, e la disperazione di non avere scampo, e io compatisco senza assolvere, capisco senza perdonare e soprattutto, ah, sento finalmente di essere adorato.

c’è chi lo ama, chi l’adora, il Nobel l’anno dopo sarà la conferma di quanto già sapeva

black outdoor pedestal lamp near coaster train rail
Photo by Justin Hamilton

Si, mi agito, come potrei starmene a letto tranquillo? Devo essere più in alto di lei, i pensieri mi sollevano. Quelle notti, o meglio quelle mattine, giacché la caduta avviene all’alba, esco, vado con passo rapido lungo i canali. Nel cielo livido gli strati di piume si diradano un po’, le colombe risalgono appena, un chiarore rosato annuncia, rasente i tetti, un nuovo giorno della mia creazione. Sul Damrak tintinna il campanello del primo tram, che nell’aria umida suona il risveglio della vita ai margini di questa Europa dove nello stesso momento centinaia di milioni di uomini,miei sudditi, si strappano a fatica dal letto, con la bocca amara, per andare verso un lavoro senza gioia. E in quel momento,mentre plano con il pensiero sopra tutto questo continente che senza saperlo mi è sottomesso, mentre bevo la luce d’assenzio che si leva, ubriaco infine di parole malvage sono felice, eccome se sono felice, glielo dico io, le proibisco di non credere ch’io sia felice, felice da morire! Oh! sole, spiagge, e isole battute dagli alisei, giovinezza il cui ricordo è straziante!

non una caduta quindi, ma certe notti all’alba cadute ripetute, sono i dubbi della coscienza, il ricordo straziante di una giovinezza combattuta con le armi in pugno, le armi delle parole che sono esercito

Alla fine, ogni volta arriva la rivelazione, il desiderio di essere arrestato, decapitato con la sua testa in mano al boia, mostrata al popolo riunito affinché tutti vi riconoscano e io di nuovo li domini, esemplare Ogni cosa sarebbe consumata, avrei concluso, come se niente fosse, la mia carriera di falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.

Non siamo forse tutti simili, a parlare senza sosta a nessuno, a misurarci sempre con gli stessi interrogativi di cui peraltro conosciamo in anticipo le risposte? Allora mi racconti, la prego, cosa le è successo una sera sul lungo senna e come è riuscito a non mettere mai a repentaglio la sua vita. Pronunci lei stesso le parole che da anni non smettono di riecheggiare nelle mie notti, e che dirò finalmente attraverso la sua bocca: “O ragazza, buttati ancora nell’acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvarci entrambi!”

allora la domanda è a me lettore: tu che non hai mai messo a repentaglio la tua vita, chiamato ad agire, che farai? Seguirai il falso profeta decapitato o allo specchio sceglierai di uscire dal deserto della tua anima e dissetarti alla fonte del raccontarsi?

Una seconda volta eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Ci toccherebbe agire. Brr…! L’acqua è così fredda! Ma possiamo star tranquilli! È troppo tardi, adesso sarà sempre troppo tardi. Per fortuna!

sarà sempre troppo tardi! o meglio, prima che sia troppo tardi, di sicuro! e allora penso che per Parigi quella bella ragazza gira ancora alla ricerca di un nobile cavaliere affamato di armoniosa dissolutezza capace di accompagnarla nella luce di un nuovo giorno.

Albert Camus

Ringrazio chi mi ha consigliato questa lettura perché non ha idea del guaio che ha combinato 🙂 liberare una bestia non è mai una buona idea!

la confessione: Paul Auster e la Trilogia di New York

…il coraggio lo devo a lui. A Paul Auster devo il coraggio di aver osato pubblicare #ilTerzoLivello. Non credo di riuscire mai più a evadere dalla sua Trilogia di New York, sono imprigionato nei tre racconti che formano un unico romanzo: mi ha stravolto, allucinato, rapito per sempre. Non scherzo, lo confesso e pagherò tutto quello che c’è da pagare. La pistola è carica e pronta a sparare se il mio me stesso dovesse entrare da quella porta: non c’è scampo, non c’è via di fuga, non posso che ritornare indietro all’inizio delle indagini alla ricerca della città di vetro, dei fantasmi e di questa stanza chiusa. L’epilogo è l’inizio.

copertita trilogia di new york

Certo, posso sbagliarmi. In quel momento non ero in condizione di leggere nulla, e forse il mio giudizio è alterato. Ero lì, scorrevo le parole con gli occhi, e stentavo a credere a quello che vedevo.

– Non puoi sapere cosa è vero o falso. Non lo saprai mai

Chiamerò la polizia. Sfonderanno la porta e ti porteranno a forza all’ospedale.

Al primo colpo contro la porta una pallottola mi trapasserà il cranio. Non puoi vincere, è inutile.

Quello che ha abbattuto ogni mia paura di pubblicare cose poco interessanti, o peggio scritte male e insulse, è stato il suo incipit nella Città di vetro:

”La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.”

Cos’è il significato di un racconto, di una vita, di un momento, di un eterno pensiero, della nostra storia dentro la storia di tutti gli altri dentro di noi? Non spetta a chi scrive, spetta a chi legge …

All’improvviso gliene veniva offerta l’opportunità e adesso, in strada, l’idea di quello che gli si prospettava si ingigantì come un incubo atroce. Pensò alla piccola bara che racchiudeva il corpo del figlio, a come l’aveva vista calare sotto terra il giorno del funerale. Quello era l’isolamento, disse fra sé. Quello era il silenzio. Forse non era un vantaggio che anche suo figlio si fosse chiamato Peter.

– Veda, signor Quinn… il mondo è in frammenti. E il mio lavoro è ricomporli insieme.

– Be’, è un bell’impegno.

Me ne rendo conto. Ma io cerco unicamente il principio. Questo è senz’altro alla portata di un uomo solo. Se riesco a porre le fondamenta, altre mani sapranno compiere la riedificazione vera e propria. L’importante è la premessa, il primo gradino teorico.

Perdersi nelle pagine di Paul è fin troppo facile ma non è smarrimento, è anzi un viaggio illuminato:

Mentire è brutto. Ti fa pentire di essere nato. E non essere nati è una maledizione. Sei condannato a vivere fuori dal tempo. E quando vivi fuori dal tempo, non esistono il giorno e la notte. Non hai nemmeno la possibilità di morire.

Capisco.

– Una bugia non si cancella mai. Nemmeno con la verità. Io sono un padre, e queste cose le so.

Non servono mappe del tesoro, non è la caccia all’isola che non c’è, è già il coraggio che abbiamo dentro di guardare fuori non per assistere ma per agire:

“Si chiedeva se sarebbe stato capace di scrivere senza penna, o se invece avrebbe imparato a parlare riempendo il buio con la voce, pronunciando le parole nell’aria, nei muri, nella città, anche se la luce non fosse tornata mai più.”

“Su Black, su White, sul lavoro che gli è stato affidato, ora Blue incominciava ad avanzare alcune ipotesi. Scopre che inventare storie, oltre a servirgli a far passare il tempo, può essere un piacere.”

“Pronunciare una condanna a morte era orribile, ma lavorare per un morto non sembrava molto meglio.”

Amare le parole, investire una parte di sé in quello che è scritto, credere nel potere dei libri: tutto ciò sommerge il resto, e al confronto la propria vita individuale diventa insignificante.

Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi. È una mistificazione. Noi esistiamo per noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può sconfinare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.

Ora scoprii che quella stanza si trovava nel mio cervello.

“La conclusione, tuttavia mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, Città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. Non pretendo di aver risolto nessun problema. Voglio solo segnalare che venne un momento in cui guardare ciò che era successo cessò di spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perché non avevo altra scelta che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia non è nelle parole: è nella lotta.

Mancano ancora una ventina di pagine quando Paul firma la sua immortalità nel significato delle cose importanti dell’agire umano.

La storia non è nelle parole: è nella lotta!

ora sai perché #ilterzolivello è diventato un libro che vaga fuori dalla stanza, e per il piacere dei collezionisti, la traccia da seguire è l’incipit non più pubblicato:

Attendevo una telefonata importante che non arrivava mai. Le ossessioni iniziano all’improvviso, inaspettate. Mi tormenta un dolore tutto interiore, un dolore che si ripete e che non so spiegare. Con chiacchiere inutili e conversazioni necessarie, la storia che sto per raccontare potrebbe non avere senso. Paul direbbe che “la questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”.

#IlTerzoLivello: su Amazon e in libreria è ordinabile la revisione del 4 luglio 2021

l’acqua e la matematica di David Foster Wallace

piano piano leggerò anche David Foster Wallace, prima lo scherzo infinito e poi il re pallido … o prima il re pallido e poi Infinite Jest?

La mente funziona così, una gentilissima e colta lettrice mi dice: «Un po’ ti consiglierei di leggere Foster Wallace» e poi mi manda un pdf che divoro voracemente.

L’ultimo discorso di saluto per i nuovi laureati in un college americano di cui ho memoria è quello di Steeve Jobs, si proprio lui, quello di “siate affamati, siate folli!” – pazzia e fame, veramente un grande futuro! 🙂 calmi calmi, lo so’, anche Steeve come David, parlano di pensiero e lo fanno ancora, anzi lo faranno per sempre!

(ma visto che mi trovo, è interessante anche un’altra sua frase storica: “Non è compito dei consumatori sapere quello che vogliono.” quindi dei due chi è l’acqua santa e chi il diavolo?)

Prima di iniziare a leggere il pdf, vedo che è un discorso tradotto da Roberto Natalini e allora mi chiedo: «chi èRoberto Natalini?» Ah, la rete che meraviglia,Roberto Natalini è un accademico, e che accademico!

… condivido i primi 2 link che ho divorato … si fa per dire, gli sforzi degli esami di analisi matematica mi tornano ancora in gola 🙁 … ma la fascinazione no, quella non si controlla …

DAVID FOSTER WALLACE E LA MATEMATICA DELL’INFINITO

“Wallace considerava la Matematica come una delle più grandi imprese culturali dell’umanità ed era interessato, a un livello più profondo, alla Matematica come a un linguaggio capace di descrivere e trasmettere idee belle e difficili, una specie di serbatoio capace di fornire dei principi narrativi, a volte nascosti, per le sue narrazioni.”

Gli infiniti scherzi matematici di David Foster Wallace

nello scherzo infinito – “incontriamo delle situazioni narrative che corrispondono ai due infiniti di cui si è parlato sopra. Da una parte abbiamo la ripetizione infinita, a loop, il ripresentarsi continuo di gabbie in cui l’apparente porta di uscita conduce solo ad altre gabbie, il muoversi in modo circolare lungo curve chiuse: la dipendenza dalla droga e dall’alcool (i continui cicli di disintossicazione e di ricaduta), il sesso come esperienza vuota e straniante (uno dei personaggi maschili ha l’abitudine dopo il coito, che a lui non provoca nessun piacere, di tracciare compulsivamente con il dito il simbolo dell’infinito sul fianco nudo della ragazza con cui è appena stato), la ripetizione ossessiva della pratica sportiva nell’accademia di tennis, …” – “Leggendo Wallace sentiamo una voce nella nostra testa che parla, come se fosse un secondo ‘io’ più intelligente e linguisticamente onnisciente, che con noi costruisce un dialogo intenso e pieno di significato.”

ma veniamo all’acqua, potevo annegare ma invece mi sono dissetato …

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” … È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Non è più tempo di riassunti, per comprendere il messaggio, il segno e l’augurio di David bisogna leggerlo … per me, prima che sia troppo tardi!

L’immenso blog di Angelo Cennamo mi aveva già ampiamente cresimato, ma l’acqua è così, o la bevi o ti affoga.

leggi di più su TELEGRAPH AVENUE che si presenta con una frase di David Foster Wallace:

“La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano”

David Foster Wallace si è tolto la vita a soli 46 anni, il 12 settembre del 2008.

CERTI BAMBINI di Diego De Silva

un commento alla nuova pubblicazione 2021 di Einaudi (prima edizione 2001)

Quando ho letto nella prefazione di Domenico Starnone:

‘De Silva forse deve qualcosa soltanto ai piccoli gangster ebrei di C’era una volta in America’

mi sono vergognato di non aver letto questo libro venti anni fa. Ho rimediato con voracità colmando una profonda lacuna che più di ogni altra cosa (è ovviamente un fatto personale di scarsissimo interesse collettivo), mi ha riaperto ferite che pensavo fossero completamente rimarginate. Questo fa la grande letteratura, non scade, non passa di moda, racconta sempre nel presente storie che non finiscono mai. Dall’antichità a oggi, l’uso dei minori nel lavoro che sfrutta gli umani non è affatto un un capitolo chiuso, quando poi è un lavoro sporco e criminale, che ammazza le persone su commissione, i sensi di colpa di appartenere ad una razza animale bastarda come quella umana sono insopportabili. Eppure senza la testimonianza, senza il racconto, senza la conoscenza viva e diretta della realtà ogni vita sarebbe menomata, incapace di scavare nel profondo dell’abisso per riconoscersi diverso e fortunato da chi nasce e cresce già condannato a seguire strade senza ritorno. La produzione e riproduzione della malvagità sono molto meno marginali di quanto si possa immaginare, forse anche solo sperare, ci cammina dentro tanto da rivelarsi anche in chi invece è chiamato e formato alla tutela della giustizia. È sempre colpa degli adulti e “certi bambini” lo sanno bene e anche solo per difendersi e sopravvivere devono emularli e prenderne il posto. Dove ci sono regole il più forte le infrange anche se la sua umanità bollente di tenerezza e amore lo costringe a tormenti indefiniti, anche fisici, senza risposte adeguate.

“Il torpore sparì per qualche secondo e poi tornò peggio di prima, accompagnato da una sensazione di vuoto in mezzo alle cosce, proprio lì, dove teneva la sua ricchezza più importante.”

Rosario non è solo un certo bambino, un rappresentante di una categoria, Rosario è ogni bambino cresciuto in strada in ogni metropoli del mondo e con lui i suoi amici, la sua gente, e l’infamità del suo universo condannato all’inferno sulla terra, l’inferno delle gerarchie, dei deboli sopraffatti dai forti.

“Rosario va a uccidere con la testa piena di ordini e una specie di ignoranza. Sente tutta la responsabilità delle istruzioni ma non del risultato che verrà. Si è addestrato all’ubbidienza fino a sviluppare come un disinteresse per quello che dovrà succedere, fino a pensare all’uomo che ammazzerà come una conseguenza meccanica delle istruzioni, a un fatto, una cosa che lo riguarda solo in quanto prova morente dell’esecuzione.”

Rosario è ogni bambino soldato, arruolato e addomesticato da un esercito, istituzionale o meno non fa differenza, il degrado delle periferie o dei centri storici non fanno differenze, la chiave della svolta è il coraggio e non tutti sono come lui.

“Era così libero dal ricatto della paura, del pericolo, della vita, che il pensiero di morire non gli faceva più niente. Anzi, in un certo senso avvicinare la morte, andare verso di lei in una volta sola, con un atto unico, un sì o un no, la rendeva piccola.”

Che fine ha fatto Rosario? non è la domanda giusta, la domanda interessante è cosa sta facendo il Faraone? che Diego ringraziava allora come ringrazia ancora oggi dopo venti anni, con questa nuova e “miracolosa” ripubblicazione di un libro che bisogna leggere, assolutamente.

“Grazie a Gianfranco Marziano, perché gli devo molte delle cose raccontate in questa storia”

Oh la rete … cercando il Faraone ho trovato questo documentario Rai che non avevo mai visto (spero di essere l’unico) è una puntata di Torre d’Autore su Salerno con Amleto De Silva

https://www.raitalia.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ab2c3697-8563-47b3-a036-5e510fb091ba.html#p=0

In questa puntata di Terre d’autore, lo scrittore e umorista Amleto De Silva ci porta a Salerno, tra i luoghi della sua infanzia e personaggi popolarissimi che hanno contribuito alla sua formazione e alla creazione dei protagonisti del suo romanzo “L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè”. Un’occasione per scoprire una Salerno inedita, che sa stare al passo con i tempi pur con le contraddizioni tipiche della città di provincia, che De Silva coglie con senso dell’umorismo, rivelando un grande amore per la sua città.

“più ti vanno male le cose e più sei contento” 🙂 Amleto De Silva

lì comincia il lungomare dei poveri, quello senza alberi” … si Amleto, proprio dove si cammina con il #ilterzolivello

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fare un sito è facile come camminare, il difficile inebriante è scegliere la strada 🙂🤩

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nata il 4 luglio

Il Terzo Livello: ecco la revisione del 4 luglio 2021

così come pubblicato, questo romanzo è una pietra lavorata per incidere sull’evoluzione del presente. Un caso originale di narrazione mutante e divertente nonostante lo spessore a tratti seriosi dei temi trattati. Da leggere e farne discussione con nonni, genitori e figli.

Affrontare i conflitti aiuta a migliorare se stessi e chi vuoi bene.

Un romanzo fatto di legamenti e nodi di contrasto.

SINOSSI – riassunto minimo

A causa di una misteriosa convocazione da parte di un giovane maresciallo dei Carabinieri, Antonio Esposito si sveglia con un incubo da tempo non più ricorrente, è il conflitto padre figlio che ritorna, doloroso. La novità di una giornata diversa dal solito e i dubbi su una convocazione in una caserma militare, portano il protagonista a raccontarsi pensieri scombinati, del presente e del passato, riflessioni, domande e risposte che si accavallano nella sua mente durante il percorso che ha scelto per recarsi all’appuntamento con l’Arma. La passeggiata sul suo lungomare, della sua città, è breve ma percorre tutta la sua esistenza compresa quella dell’oggi come lavoratore e sindacalista, e come anomala spia del terzo livello: costruzione mentale del suo complotto interiore. In caserma, nell’incontro e scontro con il maresciallo Gradone, scoprirà un fatto incredibile che lo coinvolge suo malgrado ad affrontare la risoluzione del racconto che si svolgerà tra colpi di scena e strutture futuribili.

NON LEGGERAI
commento al Romanzo NON LEGGERAI di Antonella Cilento, 2019 Giunti Editore
La Viola di Piera
un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, …

Il Terzo livello è un esperimento creativo di scrittura, essenzialmente un approdo precario, necessario all’autore che affronta in modo originale, un rapporto conflittuale padre figlio, attraverso le confessioni intime di una spia egocentrica, rendendo la storia campo di confronto con il lettore di ogni età. I tre livelli generazionali in cui il protagonista è figlio prima che genitore, si intrecciano con il racconto del suo personalissimo modello sociale a tre livelli, inglobando formazione e maturazione dell’essere con il frastuono incoerente di pensieri che fluiscono su piani paralleli, sospesi tra i rimorsi, necessità e desideri. Il racconto della sua presenza, da bambino, da adolescente, da sportivo, da studente e lavoratore, da spia e sindacalista, è una esplorazione agitata e frenetica, con flashback improvvisi, di relazioni e avvenimenti anche sconnessi tra loro ma che liberano il personaggio da sensi di colpa ingombranti.

Fatti di rilievo come il boom economico degli anni 50/60’, i complotti politici e la “Notte della Repubblica” fanno da collante storico in una esistenza che ha però una bella pretesa: Antonio Esposito è il protagonista della sua vita. Non è un romanzo giallo, ma ci sono le spie, i complotti, c’è il sarcasmo della vita quotidiana e di quella preoccupante di un maresciallo inquisitore. Fatti veri come nei, caratterizzano un racconto di fantasia, ideale ma non troppo. Poi c’è la città, simile alle mille cresciute nei millenni intorno ai porti della gente mediterranea: Salerno è la storia attraverso il luogo che non c’era, quello a sud del fiume Irno, quello che ha sostituito la vecchia zona industriale e commerciale controllata dalla Polveriera dei Borboni. Ci sono le fabbriche abbandonate come simbolo di conflitti dimenticati, il calcio e il tennis, un Macintosh, la radio libera, c’è la droga come in mille quartieri simili nelle mille metropoli del mondo, di ieri e di oggi.

Nell’era di Twitter e di post lampo che scorrono veloci su Facebook, il tempo di leggere storie è limitato, ma il bisogno di consumare e condividere la propria presenza è dominante. Le battute discontinue dei dialoghi, o i monologhi, e la mancanza descrittiva dell’atmosfera dei fatti che accadono intorno ai pochi personaggi che animano la storia, sono scelte che rompono gli schemi essenziali di un romanzo, nel tentativo di crearne una costruzione sceneggiata con strumenti elementari di pseudo poesia per immagini, proprio come avviene sui social, come è però, impossibile da immaginare dentro la reclusione soffocante della pandemia. Il mare come proprietà e come bisogno rende bene l’idea della fuga dalle paure più intime, e così anche il “runner illegale” che corre per la libertà, diventa una scena che non ha bisogno di descrizione.

In piena pandemia 2020, Antonio Esposito brucia i ricordi di una vita che dura il tempo di una passeggiata sul suo lungomare, una andata e un ritorno con sorprese e colpi di scena, con accanto e sullo sfondo la Divina costiera. L’ovvietà di un’impresa paradossale si aggrappa ad una tensione che resta latente fino all’epilogo finale che viene rimandato, pagina dopo pagina per un epilogo che è da scoprire anche se non c’è un cadavere, un delitto: in gioco ci sono le relazioni umane primordiali che prima del sangue chiedono il ragionamento per poi tornare al principio, per poi ripartire. Il bisogno di comunicare è nel DNA di ognuno ma il bisogno di scrivere per lasciare un segno è precedente. Questa genesi ha bisogno di un approdo definitivo, è una sfida lanciata nella rete globale della comunicazione che spetta al lettore raccogliere per navigare sé stessi…

Flora

Alessandro Robecchi, 1191 di Sellerio

Pornografia dei sentimenti. Quando lo senti in una presentazione dall’autore non ha lo stesso effetto di quanto lo vedi leggendo le sue pagine. Quando poi nelle sue pagine ho trovato l’ardua impresa di fare la rivoluzione con la Poesia per distruggere la “Grande Fabbrica della Merda”, una vertigine fortissima mi ha tramortito. Combattere l’impossibile con la forza e la bellezza della gentilezza, dell’insegnamento, della scoperta, della persuasione, delle visioni dell’arte, è il sogno che diventa realtà. L’eterno mito della lotta del debole che combatte il forte, è messo in scena con la maestria delle parole, in una storia che mi ha acchiappato con frenesia, e mi ha fatto fare il tifo per i cattivi, i delinquenti che rapiscono, sequestrano, poi corrompono l’anima, reclutando la protagonista e il lettore che segue una vicenda appassionante nella sua assurdità, mirabile iperbole della società in cui galleggiamo giorno per giorno.

“Comunicare le proprie ossessioni è bellissimo”

lo dice l’autore in un’intervista e in questo libro si respirano intense le nostre nevrosi quotidiane di consumatori di miserie umane sia quelle nella ricchezza che quelle, nella povertà dell’esistenza.

La rivincita, il progetto, il piano e la sfida al colosso, al paese intero:

“Senza contare che questo prendersi un’ora di diretta in prima serata sa tanto di riappropriazione dei mezzi di produzione”.

Lo dice l’autore, “le differenze di classe sono diventate differenze antropologiche” e quindi si capisce che la scommessa è anche storica:

“… da tutta quella finzione che diventa più vera del vero, iperrealismo, storie addomesticate. Sanno come funziona l’imbroglio televisivo nel più minuscolo dettaglio, ma ne restano comunque stupiti, è un superpotere.”

Per concludere, un’ultima citazione da questo bel libro che vale tutto il tempo che mi ha preso:

C’è il piccolo sciacallaggio della politica, c’è dispiacere sincero, c’è uno smottamento emotivo. C’è un paese che aspetta. C’è tutto.”

È audace ma con la Poesia si può fare la rivoluzione, anche svegliarsi il giorno dopo è la rivoluzione che non aspetta chi si ferma solo a guardare.

chi vorresti interpretare? il principale, il lavoratore o Ginevra?

Per festeggiare san Pietro & san Paolo condivido l’ultimo mio esercizio di scrittura del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti (SESE).

traccia: scena finale del film “Via col vento” – lunghezza 20 righe

Stiamo chiudendo, finalmente è venerdì, sarei già scappato ma oggi devo fermarmi, gli voglio parlare: «Jenny, hai un minuto per me?»

«Che ci fai ancora qui? siamo a metà mese!» – è sorpresa di vedermi sull’uscio del suo ufficio sempre aperto, nella sua voce la meraviglia diventa curiosità materna: «bellino, tu non me la conti giusta, ti ho osservato tutta la settimana, ancora problemi con la piccola? come sta?» – l’ufficio è quello di una segretaria ma la sua funzione va oltre, Ginevra si preoccupa di tutti ma lo fa con discrezione, mi ha salvato il culo un sacco di volte, sa della malattia di Desy, sa dei casini con la mamma, sa tante cose di me, ci vogliamo bene, è una grande compagna di lavoro, lei sa come mi butterei nel fuoco per lei.

«No Jenny, lei sta bene, te l’avrei detto, sta recuperando alla grande, ha ripreso anche a camminare» Ginevra in questo luogo triste è sprecata, fa tre lavori e a stento quell’amorale di principale gliene paga uno, in una ditta più grande, una seria, una bella, sarebbe la manager del personale, altro che segretaria.

«Ok e allora che ti serve? dai sbrigati devo chiudere i conti, dai si può sapere che vuoi?» – è incredibile come dopo una giornata di lavoro, un venerdì infernale come oggi, lei sia sempre così perfetta, efficiente e sexy da morire: «niente lavoro con lui questo fine settimana?» – prendo tempo perché quello che le devo dire non le piacerà.

«Giovanotto! non sono cazzi tuoi, o entri ti siedi e mi racconti cosa succede o te ne vai di corsa a quel paese, deciditi!» – non funziona, lo sapevo.

«Jenny gli voglio parlare, ne ho bisogno, tu intanto non chiudere ancora la cassa» apriti cielo, Ginevra si incazza di brutto.

«Adesso? a quest’ora? sei un cazzone, va, va, adesso lo sento» – non mi muovo, le sventolo tre bollette scadute che devo pagare con urgenza, lei prende il telefono, lo chiama, confabula agitandosi a gesti verso di me, posa la cornetta, si alza in piedi, mi raggiunge all’orecchio e mi sussurra: «lui ha detto che francamente se ne infischia, io ti dico tra due ore al solito posto poi domani, se ti va penseremo ad un altro giorno».

auguri a tutti/e Pietro, Piera, Pedra, Pierrette, Pétronille, Paolo e Paola del mondo: salute e serenità a festeggianti e festeggiati per oggi e per tutti gli anni a venire.

Chi ha ucciso mio padre

Édouard Louis ha vinto il PREMIO SALERNO LIBRO D’EUROPA 2021

Anche con il mio voto ha vinto un piccolo grande libro che merita di essere studiato nelle scuole primarie.

Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”

“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”

“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”

Finalisti Premio Salerno Libro d’Europa 2021

  • Tempi eccitanti di Naoise Dolan, Atlantide edizioni (Irlanda)
  • Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis, Bompiani ( Francia)
  • Il mare è rotondo di Elvis Malaj, Rizzoli (Albania/Italia)

finalisti premio salerno
finalisti premio salerno

Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.

“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”

“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in America, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”

Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.

“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”

“Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”

Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.

“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”

Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.

“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”

mamma e papà

… lo so, è il disgustoso egocentrismo di un fantasma che tenta di stabilire contatti con la realtà del passato, ma i complimenti e gli incoraggiamenti di chi ha letto il #ilterzolivello mi rendono ancora più incosciente 🙂

questo video, troppo lento, troppo grezzo e troppo lungo, contiene i tre salti generazionali di ognuno, i salti della città che non c’era, come in ogni porto del mar Mediterraneo, quartiere di una metropoli diffusa del nostro XXI secolo, come sulle sponde di ogni mare del mondo globalizzato, perché

“Pè mare nun ce stanno taverne” diceva papà!

… le oltre 500 visualizzazioni uniche, ridono ancora con me, come quel moccioso in braccio alla madre fiera del suo monello, genitrice e sguardo severo, di sfida, immortale anima senza tempo …

Hello, goodbye di Claudio Grattacaso

Hello, goodbye, edito da Baldini+Castoldi nel 2021, è un evento formativo di grande spessore narrativo, almeno per me, giovane lettore con pochi capelli imbiancati che sopravvivono.

Claudio è un insegnante e con questa opera dimostra come essere maestri sia una vocazione fondamentale, una piacevole scoperta per un affamato di racconti, quale sono io in queste ultime settimane.

La storia raccontata è avvincente, coinvolge e tiene incollati alle pagine come un ottimo noir deve fare e come illustri recensioni continueranno a confermare.

La cosa che fa un maestro è affascinare, è aprire domande alimentando nuove curiosità ignorate, far vibrare corde ferme capaci di riempire vuoti inesplorati. Il libro che sta leggendo il protagonista Angelo è una carabina di precisione che nella notte buia alimenta il coraggio di prendere decisioni e di agire:

“Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.”

Un fucile sulle spalle, non per sparare ma portato a tracolla come compagno fedele che dà sicurezza e coraggio.

Quindi leggere e rileggere Fëdor Michajlovič Dostoevskij come un bisogno, come una necessità, arriva al lettore richiamandolo a pulsioni che una volta innescate, non si fermano più.

Questo fa un maestro, innesca desideri oltre le visioni:

“Avrei voluto essere altrove, come mi capitava sempre, qualsiasi cosa stessi facendo e dovunque mi trovassi. A meno che non fossi immerso in un libro. Solo la lettura aveva la capacità di trascinarmi via da tutto, lontano da me stesso. Ma era una parte di me a pensarla così, l’altra era consumata dal fuoco delle mie ossessioni, …”.

Allo stesso tempo, nel tempo della storia le tracce del racconto non permettono distrazioni, perché le tracce dell’autore fanno presa, sono cemento rapido:

Stamattina, sulla spiaggia, pensavo a come in fondo le storie si assomiglino tutte. Se si gratta la scorza, ecco che compare una bella sofferenza, un male fresco o una tragedia antica che torna sempre a galla, c’è in ognuno qualcosa che gli dilania la vita e che in qualche modo ne dirige i comportamenti.”

I personaggi vivono intensamente nelle pagine di Grattacaso, le poche tracce e appuntamenti che cito sono da scoprire, da divorare con furia:

“Ci si adatta a tutto. Ai soprusi, a un’esistenza piatta, a giornate fatte di incomprensioni, a lavori mortificanti. A tutto, ma non ai tradimenti, glielo assicuro.”

I personaggi di Claudio vibrano con ardore:

Mi baciò. Sentii la sua lingua fondersi con la mia, e mi sembrò di sciogliermi, ero una candela di cera e Zena il fuoco che mi consumava.”

La scommessa non è mai vinta veramente, vince sempre il rilancio, per scalare le montagne bisogna scavare la terra e allora si capisce meglio l’abisso e la redenzione che c’è in “Hello, goodbye” con altre parole di Dostoevskij che, il giorno dopo, ho desiderato scoprire in altri libri:

“Che cosa è la madre di Dio secondo te?”

“La gran madre – rispondo – è la speranza del genere umano”.

“Sì – dice – la madre di Dio è la gran madre umida terra e in ciò è racchiusa una gran gioia per l’uomo. E ogni angoscia terrena e ogni lacrima terrena è gioia per noi e quando avrai imbevuto con le tue lacrime la terra sotto di te fino a un mezzo arsin di profondità, allora subito ti rallegrerai per tutto. E non avrai più nessuna – mi dice – sventura, tale – mi dice – è la profezia”.

Per quanti riti possiamo immaginare le profezie assolute vorticano nell’aria e quando vicino c’è l’acqua del mare e quello della pioggia insieme, l’atmosfera non è solo scena è essa stessa disperazione che alimenta l’istinto alla sopravvivenza prima che alla felicità.

Un grande scoperta e riscoperta che devo tutto a questo grande autore che mi vergogno a dire non conoscevo, questo fa un maestro, con l’esempio apre le tante porte delle case della conoscenza, detto con le parole di Fëdor è così:

“Non vi auguro troppa felicità, vi verrebbe a noia; non vi auguro nemmeno del male, ma secondo la filosofia popolare vi ripeto semplicemente «Vivete quanto più potete» e cercate in qualche modo di non annoiarvi troppo; questo vano augurio lo aggiungo da parte mia. Be’, addio, addio sul serio. Ma non restate vicino alla mia porta, non aprirò.

”Hello, goodbye inizia così:

“La rossa aveva chiesto di me.”

L’attesa è subito insopportabile: non esiste un maschio o una femmina che non abbia una rossa nel cuore.

firma di Claudio Grattacaso

“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”

Finalisti Premio Salerno Libro d’Europa 2021

Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.

“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”

Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”

Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.

“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”

Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”

Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.

“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”

Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.

“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”

da libriconsigliati su instagram

estratto dal romanzo #ilterzolivello – pag.89

Classico? Che abuso se ne fa di questa parola. Classico nel senso di appartenente alla classe? Nel senso di evergreen? Nel senso di raffinato? Nel senso di normale? Per carità la normalità no.

La normalità è una media. Siamo tutti delle divergenze che non si possono mediare.

Veronica Roth ne ha fatto una saga di successo. Mi sono piaciuti anche i film, anche se nei libri avevo vissuto altre storie e i personaggi che ho immaginato erano diversi. Punto, è la solita storia, difficilmente un film rende merito ad un grande romanzo stampato su carta.

#nerolucano di Piera Carlomagno

Ho rinviato in continuazione il finale, leggevo e rileggevo scene e stati d’animo che segnano d’emozione una giornata qualsiasi.

#nerolucano di Piera Carlomagno non è un semplice giallo noir avvincente, è un capolavoro di romanzo che mi ha scorticato dentro.

“Intraprese il cammino tra stradine e scalinate, strette e ombrose come le crepe dell’animo, per arrivare a via Madonna delle Virtù.” […]

«Che noia» scherzò lui. «Sei su un prato ben pettinato. Immagina invece la foresta.»

Non ho parole adeguate al momento per descrivere quanto mi sia piaciuto, tanto? tantissimo? sono parole riduttive. Adesso devo sapere come è nata Viola, non mi resta che scoprirlo dentro “Una favolosa estate di morte”.

Malinconico è tra noi

Durante la corsa mattutina, avevo notato al Grand Hotel di Salerno, l’apparato viaggiante di uno staff cinematografico di alto livello, il camper della sartoria, quello degli attori, etc. Come mi ha confermato un brillante giovanotto che, al sole di giugno, ha soddisfatto la domanda di un runner sudato e curioso: “stanno girando Malinconico di Diego De Silva, una fiction per RAIUNO”.

Ho conosciuto Diego molto prima del suo “Non avevo capito niente” che mi era piaciuto tantissimo (…e vedi tu, nel 2007 Premio Napoli e finalista al premio Strega). Quando ci lasciammo, ricordo che era molto incazxxxx con me. Questo non è ovviamente interessante. Ricordo i primi iMac colorati del fantasmagorico ritorno di Steve Jobs alla Apple, archeologia tecnologica oggi ma da sempre scelta distintiva di un artista o di un professionista.

Veniamo a oggi. Stanno girando al tribunale ma non ho chiesto se nel nuovo o nel vecchio tribunale, comunque, l’idea di vedere Malinconico nell’esercizio delle sue funzioni è desiderio puro. Non ho resistito a ritrovare tra le mie cose “Mia suocera beve”, edito da Giulio Einaudi nel 2010, ne avevo un ricordo lucido di ammirazione. Devo ritrovare gli altri ma oggi questo mi basta e avanza:

«Se c’è una cosa che non bisognerebbe assolutamente fare quando una storia d’amore comincia ad annuvolarsi, è chiedere alla propria donna cosa c’è che non va»

ed infatti dall’incipit al racconto “Quando ti svegli e capisci d’essere morto nel sonno” pag.294, racconto comparso sulla rivista Rolling Stone nel febbraio 2008, dall’inizio alla fine dunque, per me è stato più di una conferma nel lontano 2010, Malinconico mi è sempre piaciuto anche se spesso e volentieri fa e dice cose che non avrei mai il coraggio o la crudeltà di fare o dire.

“Io, quando polemizzo via sms, non faccio che pestare merde. E avendone pestate per iscritto, mi rimangono come prova documentale a carico.”

Oggi facebook o whatsApp è lo stesso, Malinconico è avanti a tutto e a tutti, come avvocato semi disoccupato, semi divorziato semi felice e come filosofo autodidatta ed involontario. Non è l’eroe men che meno il super eroe, non è nemmeno lo sfigato che vuole raccontarsi, è un personaggio next già nel futuro e quindi comprendo bene come sia possibile che la letteratura di De Silva possa approdare al cinema ai giorni nostri per riempire un vuoto di modelli e di insegnamenti a “vivere” nella complessità di una società che decennio dopo decennio, non migliora anzi decade nello sfruttamento della precarietà anche culturale.

Avere in carne ed ossa Malinconico come amico nella difesa dei propri problemi, fosse anche come avvocato d’ufficio, è salvarsi il culo dalle sconfitte e dalle cadute, dal dileggio e dalla vergogna, Malinconico è un salvatore concreto e materiale eternamente in fuga ma facilmente consultabile nelle pagine di Diego:

“… com’è curioso che uno che si sente guasto nel profondo possa ancora valere l’amore di qualcuno”.

Non mi sembra vero Malinconico è qui a Salerno, nell’antico o nel nuovo tribunale futurista della città d’Europa, non è importante, sono felice che finalmente sia uscito dalle pagine di vari libri e vaghi, tormentato, ovviamente, per strade della mia città tornata in serie A, un quartiere occidentale della metropoli diffusa che bagna il Mediterraneo come dice un’altra persona che ammiro, un professore dell’università.

Sarà uno spasso, se non lo conoscete, leggetelo, Malinconico è uno spasso che aiuta a campare con un sorriso.

#ilmeritatosuccessoharadiciprofonde

La serie Malinconico di Diego De Silva: Non avevo capito niente (2007), Mia suocera beve (2010), Sono contrario alle emozioni (2011), Divorziare con stile (2017), I valori che contano – avrei preferito non scoprirli – (2020).

vai su —> post approvato sul gruppo RAI LETTERATURA

tornare ai ragazzi della via Pal

Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare, si commettono errori specie come dice Malinconico 🙂 di Diego De Silva, per iscritto: sono prove a carico, spesso di aiuto all’accusa, non certo alla difesa 🙂 ma rileggendo oggi questo post su “Le notti della macumba” di Piera Carlomagno, la sua prima opera dopo averne letto l’ultima, #nerolucano, con un salto temporale di ben dieci anni, avverto la necessità di riflettere ad alta voce: le montagne si scalano e da ogni vetta raggiunta si vede la prossima, una montagna più alta, più luminosa e difficile da raggiungere, si sente il brivido del desiderio di quello che non basta mai.

Non parlo del successo ma della soddisfazione data a se stessi nella realizzazione della propria opera, il sacrificio, la ricerca, lo studio, il lavoro vero, l’arrampicata a mani nude dello scalatore che respira roccia nuda o ghiaccio friabile, sempre in carenza di ossigeno. Benedico il giorno in cui il coraggio di osare mi ha lanciato su una vetta oggi alla portata di tutti, l’auto pubblicazione, pubblicare un libro, non tanto per la rovinosa caduta (ma anche quella, gioiosa come la discesa di una montagna russa) ma per il desiderio nato che si è fatto nascita ed epifania, il desiderio della lettura, senza il quale ogni tentativo di scrittura è solo esercizio estetico, molto social forse, molto distratto senza passione, solo un esercizio di se e non degli altri con le loro storie non raccontate. Questa la ragione di questo mio primo post da “nuovo lettore” di cui avvertivo l’urgenza ma mi sfuggiva l’essenza. Quindi allora, anche se solo di pochi giorni fa si tratta, sulla mia pagina condividevo solo ciò che un amministratore di un gruppo importante come quello di Rai Cultura, aveva autorizzato, rendendolo degno di essere letto. Mi hanno pubblicato è questa la differenza, l’eterno desiderio di essere accettati, l’eterno infantile, forse, eterno per quanto possa durare una vita a sangue caldo.

Ho la mia pietra grezza da curare #ilterzolivello, ma mi dicono che devo passare oltre, si vedrà ma questo non è l’importante, sarà necessario se scocca dentro la scintilla, l’importante è il fuoco dell’anima che va curato e mantenuto, la lettura vera e approfondita, perché la differenza che esiste tra la prima e l’ultima opera di Piera, testimonia la scalata, la crescita, la formazione, l’evoluzione, l’eccellenza di cui oggi sono ammirato, una fortuna, una sorpresa che ad altri è negata perché l’hanno vissuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, una sorpresa improvvisa immensa per me perché io (fortunato?) l’ho vista tutta in una volta, una sorpresa improvvisa immensa come quella sui cui ci invita a riflettere Eduardo in “Napoli Milionaria”, che, in una sola volta, ha visto le fortune economiche della borsa nera che hanno fatto ricca una moglie diversa da quella lasciata, andando in guerra.

“A te t’hanno fatto impressione pecché ll’he’ viste a ppoco ‘a vota” […] A me, vedenno tutta sta quantità ‘e carte ‘e mille lire me pare nu scherzo, me pare na pazzia…”

ecco, uno scherzo, una pazzia definire una “scrittura” la mia, un oblio perché non si tratta di me, non si tratta di “‘e ccarte ‘e mille lire… ” si tratta della tanta vita che la lettura ci fa vivere con le parole, le frasi e le pagine che rapiscono. Quindi, per tutto quanto scritto, a futura memoria, confermo:«ne voglio ancora!»

ps. come non ringraziare Marco Peluso che (io leggendo lui) mi ha fatto sentire a mio agio e assolutamente contento e consapevole di stare comodo in fondo al burrone, esso stesso montagna da scalare prima di arrivare alla roccia vera da comprendere, o come adesso mi viene in mente, nell’acqua del mare, dentro, come prima, molto prima degli esseri preistorici che emersero per respirare l’aria abbandonando branchie seccarsi al sole… grazie ragazzi … e ragazze (se no mi gioco il genere preferito) ho voglia di tornare a via Pal, lasciata troppo in fretta troppi decenni fa …

#ilterzolivello su instagram

anche instagram … la notizia sta girando 🙂#ilterzolivello

“Le notti della macumba”

Questa prima opera di Piera Carlomagno è il mio nuovo inizio da lettore ma ogni nuovo inizio è ovviamente una contraddizione di termini se non un reset di sistema. Lo so, in questo nostro mondo moderno (?), dove l’unica forma di difesa è l’etichetta, salvo poi scoprire che non esiste chi certifica il certificatore (sul cibo dovrebbe essere dichiarato delitto all’umanità), la prima etichetta che mi stamperanno in fronte sarà: “sei strumentale”.

Il marketing, la PNL, il commercio, l’economia sono aree scientifiche sempre più subdole e invasive della sfera privata di ogni essere vagante a sangue caldo; la pubblicità è l’anima dell’apprendista diavolo, il diavolo vero non si affida alle “macumbe”, ti ruba l’anima e basta.

La penultima copia disponibile sulla piattaforma della multinazionale, libro ora nelle mie mani, è una stampa del 2012 fatta per conto delle Edizioni Cento Autori dalla Tipografia Stampa Editoriale Srl di Avellino, è un giallo, credo il primo di Piera, è un giallo intrigante e scritto benissimo sebbene “sembra” essere un’opera prima (non ci credo…), strutturalmente coerente, è una storia che mi ha catturato, mi ha trascinato fino alla risoluzione finale che collega tutto il racconto alla scomparsa di una bella, giovane, intelligente prostituta; è una storia liberamente ispirata da un delitto vero, a Salerno, a pochi passi da dove sono cresciuto, dove vivo ancora, ma che non ricordavo o che la mia memoria aveva rimosso.

La verità è che pur vivendo negli stessi luoghi, vivevo altrove ma questa è un’altra storia che in questo contesto non c’entra una mazza. L’incipit è per me strepitoso:

“Mi restano sei mesi di vita. Il dottore me lo ha detto facendo sciogliere un’aspirina in un bicchiere d’acqua: «Tra breve questa non servirà più a niente» mi ha sussurrato sorridendo «Ci vorrà ben altro per i suoi mal di testa» Sembrerà strano, ma il mio primo pensiero non è stato di disperazione. “Ho tempo a sufficienza” mi sono detto.

Salerno, martedì 18 aprile 1995, ore 10:00

«Avvoca‘, è sentenza passata in giudicato. Lo sapete gli atti sono alla torre di via Campo.”

L’avvocato Federico Rizzi, il commissario Baricco e la giornalista Annaluce, i colpevoli e gli innocenti, sono protagonisti veri, vivi, lontani dalla mia conoscenza ma dentro la mia coscienza tanto da soccombere alla necessità di doverli seguire a forza, tanto da aspettare, pagina dopo pagina, le loro conclusioni, le delusioni e ovviamente le sorprese che rendono accattivate il racconto di una storia affascinante sì, ma addirittura “normalmente noir” come mille altre.

L’unicità è nella ragione dei successi di critica e di vendita che Piera ha, la sua scrittura. Ripercorrere il mio “altrove” attraverso l’analisi delle opere pubblicate durante una carriera di uno scrittore è un impegno fuori dalla mia portata materiale, di tempo e di spazio, però è una promessa fatta al desiderio che non sapevo potesse esistere: scorticare parola per parola, frase per frase, pagina per pagina, il racconto di una storia, l’opera narrativa delle azioni e dei pensieri umani, la vita e la morte:

“Le campane suonavano a morto. Il cielo di Napoli era grigio, pesava un’aria di scirocco.Il commissario tirò fuori un fazzoletto e si asciugò il sudore.Diede un’occhiata oltre il vetro del minuscolo bar che avevano scelto per parlare. L’ingresso della chiesa di Santa Maria delle Grazie era perfettamente in vista. In Vico Rotto a carbonella, qualcuno passando si faceva il segno della croce. Curiosi bisbigliavano aspettando l’uscita del feretro.”

Non sono niente e sono tutto, un lettore, classificabile dall’ISTAT, identificabile da sofisticate ricerche di mercato, “strumentalizzabile” dal proprio ego e dall’infinito fuoco sparato dal supremo esercito, quello alle dipendenze del lucro economico, dei controllori sociali del consenso e delle vendite; sono un semplice lettore, un numero primo, solo un numero, un universo tra gli universi, vittima e carnefice, benzina nel motore dei social e del mercato, un invisibile, un codice fiscale, una tessera sanitaria, un consumatore… ho consumato questo libro, non sapevo esistesse, mi sono nutrito e sono soddisfatto, ne voglio ancora: può esistere un giudizio migliore? Gratuito? è vero: in un mondo dove tutto è ormai merce, la verità è giusta? è una bestemmia? o addirittura un’offesa? Dov’è la verità?

Le notti, un sax e le macumbe … la magia è uno stato dell’anima, segreti e misteri gli ingredienti speziati, un buon giallo mi trascina nel groviglio dei riti e delle soluzioni finali, capisco ora il successo dei romanzi noir.

Il meritato successo di oggi ha radici profonde: complimenti Piera, la vera letteratura è per sempre.

post approvato sul gruppo FB di RAI CULTURA

la grammatica italiana

comunicato ai miei carissimi lettori: continuate così – veramente grazie di cuore!!! – ogni segnalazione di errori/orrori, in violazione della grammatica e sintassi italiana, anche napoletana 🙂 ogni commento e ogni domanda sono linfa vitale per questo progetto di editing collettivo in continua evoluzione, intanto … tanto per rimarcare la mia inadeguatezza all’impresa 🙂 bisogna rifare le fondamenta che si sono sfatte, forza e coraggio 🙂 … ho ripreso dalla polvere il libro che si vede allegato al post … nel ’77 ero in prima media (e voi?) … vi prego fermatelo questo tempo maledetto che corre veloce, vi prego fermatelo 🙂 … intanto, bisogna leggere e studiare prima di pubblicare … ormai la frittata è fatta 🙂 e come dicono quelli bravi, bisogna buttare l’acqua sporca, mai il bambino !!!

#ilterzolivello

… tenerlo in vita, farlo crescere, il bambino, è tutta nata storia 🙂

leggi! che meraviglia…

essere lettore, essere giudice, valutare ciò che oggettivamente uno scritto trasmette a chi legge, è un lavoro tremendamente difficile, impegnativo, può essere una professione esaltante se costruita sulla passione ma credo che il bagaglio culturale e delle esperienze, necessario per dotarsi di una cassetta degli attrezzi adeguata è paurosamente infinito, magari ci si può specializzare in termini di “aree” di scrittura e in termini di “target” di lettura … facile, rilassante, invece è la dimensione soggettiva, quello che ci piace e che ci cattura, quello che ci fa pensare, che ci forma, che ci fa sognare, quello che … ci aiuta a sentirci vivi dentro e fuori dal nostro essere umani, nonostante la violenza e le ingiustizie che alimentano il male e la cattiveria dell’essere umano.

Facile e rilassante è scegliere cosa leggere. Devo leggere, devo giudicare…

Nel #ilterzolivello c’è un passaggio del protagonista che impone al figlio la figura del genitore come giudice, il giudicare il figlio è un dovere per il protagonista, quando sappiamo bene come da sempre i figli rimproverano con forza questo ruolo: “tu sai solo giudicarmi!” … ancora non ho trovato un lettore che mi abbia segnalato/criticato questo tema, … la verità è che nella mia sfacciataggine ho buttato dentro troppi temi … ma la vera domanda è: perché dovrei leggere questo #ilterzolivello ? Perché dovrei partecipare a questo esperimento di “editing collettivo”? … devo ragionare meglio con il mio ghostwriter … intanto seguo il suo saggio consiglio: LEGGI!!! 😎

  • finalisti premio salerno
  • Copertina libro De Silva
  • copertina L'invito di Piera Carlomagnobreve L'invito, edizioni e-stories 2020
  • copertina di CERTI BAMBINI
  • specchio

un libro & un caffè

Nel ringraziare la libreria Libramente Caffè per la disponibilità, comunico che sono disponibili copie fisiche del #ilterzolivello a Salerno

in Via Francesco Paolo Volpe, 34

Caffè Letterario Libramente

Dante e gli scacchi

pp. 123 #nerolucano di Piera Carlomagno

«L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»

Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.

1 un coro di angelo

2 due cori di angeli

4

8

16

32

64

128

256

512

1.024

2.048

4.096

8.192

16.384

32.768

65.536

131.072

262.144

524.288

1.048.576

2.097.152

4.194.304

8.388.608

16.777.216

33.554.432

67.108.864

134.217.728

268.435.456

536.870.912

1.073.741.824

2.147.483.648

4.294.967.296

8.589.934.592

17.179.869.184

34.359.738.368

68.719.476.736

137.438.953.472

274.877.906.944

549.755.813.888

1.099.511.627.776

2.199.023.255.552

4.398.046.511.104

8.796.093.022.208

17.592.186.044.416

35.184.372.088.832

70.368.744.177.664

140.737.488.355.328

281.474.976.710.656

562.949.953.421.312

1.125.899.906.842.620

2.251.799.813.685.250

4.503.599.627.370.500

9.007.199.254.740.990

18.014.398.509.482.000

36.028.797.018.964.000

72.057.594.037.927.900

144.115.188.075.856.000

288.230.376.151.712.000

576.460.752.303.423.000

1.152.921.504.606.850.000

2.305.843.009.213.690.000

4.611.686.018.427.390.000

9.223.372.036.854.780.00064°raddoppio 🙂

oltre 9 miliardi di miliardi … quello che segue è un post del 20 marzo 2020 – copiato dal gruppo “Natura & Matematica” – la condivisione FB al post sparisce dopo pochi secondi e quindi ho duplicato anche la bella immagine che accompagna il post – roba da nerd 🙂

«L’incendio suo seguiva ogne scintilla;ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.[…]

I riferimenti ad argomenti di carattere matematico sono molteplici nella Commedia e, nello specifico, quello riportato qui, induce a far pensare che Dante avesse un interesse anche per il gioco degli scacchi. La citazione afferma che il numero di cori degli angeli in Paradiso è talmente grande da superare il “doppiar de li scacchi”. Questa è un’allusione alla leggenda di Sissa Nassir, il mago di corte dello Shah di Persia, che, per dare qualche diversivo al suo re annoiato, inventò il gioco degli scacchi. Lo Shah gli chiese quale dono volesse in cambio per questa sua invenzione e lui rispose che gli sarebbe piaciuto molto ricevere come ricompensa soltanto un chicco di riso sulla prima casella; il doppio dei chicchi sulla seconda casella (cioè 2); il doppio ancora sulla terza casella (cioè 4); il doppio dei chicchi della terza sulla quarta (cioè 😎, e così via, fino all’ultima casella, la sessantaquattresima. Lo Shah credette di poter soddisfare con poco questa sua richiesta, ma ben presto si rese conto che il numero di chicchi di riso necessari era di ben lunga superiore a quello di tutti i chicchi presenti nel suo regno. Allo stesso modo, nel Paradiso dantesco, i cori degli angeli sono in numero ancor maggiore dei chicchi di riso della leggenda].A.T.

capolavori

quando la trasformazione della materia, attraverso la realizzazione di un’idea, crea oggetti utili e belli, queste opere sono capolavori, l’arte è un’altra cosa, magari immortale, magari eterna … il capolavoro è un lavoro fatto bene, può piacere o meno, resta un manufatto unico, irripetibile … e quando questa artigiana ti è moglie, amica e amante … non puoi che ringraziare per l’orgoglio e il privilegio di essere desiderato comunque e sempre: solo infinita ammirazione … https://www.facebook.com/media/set/?set=a.2662122613820382

Libri e Recensioni.com

.. la mia avventata nonché spregiudicata sperimentazione creativa di scrittura, acquista nuovo vigore con la bellissima recensione di Norberto Loricati che ringrazio infinitamente …

Recensione:
Un libro difficilmente classificabile in un genere. Se proprio dobbiamo incasellarlo in una sezione direi “biografia romanzata”, ma in queste due parole… c’è dentro di tutto.
Un elemento caro all’autore è il mare e, dunque, lo uso anche io per fare un esempio.
Immaginiamo una giornata ventosa, di quelle in cui le onde si fanno grosse sotto costa, con cavalloni difficilmente superabili. Se un impavido nuotatore si avventurasse in acqua verrebbe sbattuto a terra, sommerso, respinto, ma insistendo e andando contro vento, superando quel punto in cui le onde si formano, ecco che le acque si fanno più calme, dolci, e accoglienti.
Ebbene, i cavalloni costituiscono le prime quaranta pagine di questo libro: respingenti, difficili da oltrepassare, scritte con uno stile poco avvincente, dialoghi lunghi, quasi dei monologhi, composte da riflessioni pseudofilosofiche che allontanano il lettore, invece di attrarlo.
Superato questo scoglio il racconto prende un altro ritmo, e ci si incammina accanto al protagonista ripercorrendo la sua (e la nostra) vita.
L’autore usa un espediente – una lunga camminata per recarsi a un appuntamento – per rivedere a ogni angolo di strada sprazzi della propria esistenza, ricordando persone, luoghi e idee di una fase della vita che non c’è più. Come spesso accade, si tende a idealizzare il periodo della giovinezza, e ogni cosa dei tempi andati sembra migliore solo perché vissuta in un’età ricca di speranze, progetti e fantasia. Accade la stessa cosa in questo bel libro che Di Gennaro ci propone. Nonostante il protagonista non abbia vissuto una giovinezza particolarmente agiata, si ha la sensazione che la vera ricchezza gli fosse data da qualcos’altro: valori ormai perduti e sani principi restituiscono la soddisfazione per un percorso di vita sempre votato alla correttezza e alla rettitudine.
Insieme al protagonista ripercorriamo gli anni di piombo, con il terrorismo che li incendiò, e le lotte di classe, con il periodo d’oro dei sindacati, quando riuscivano a portare in piazza migliaia di lavoratori per un salario più dignitoso. Inutile dire che l’autore sta dalla parte di chi ha meno, di chi vede i propri diritti calpestati, ed essendo egli stesso un sindacalista, in questa sezione del libro ci ha messo sicuramente molto del suo.
Oltre a questi temi decisamente caldi e vissuti ancora con fervente passione, Di Gennaro ci mostra anche altri temi più romanzati e meno impegnati. Ci parla di amicizia, di lealtà, di momenti di vita vissuta socializzando con persone in carne ed ossa, e non tramite i cellulari come avviene oggi. Ci parla della sua profonda passione per la musica e del ruolo fondamentale che hanno avuto le radio private negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ci parla dei primi home computer entrati nelle case della gente. Ci parla dei primi amori, vissuti con una passione che spingeva a coprire lunghe distanze con una semplice bicicletta. Ci parla anche del ricco e variopinto rapporto di vicinato che si creava nei vicoli delle città. Ma c’è ancora tanto altro: ci sono pensieri e riflessioni sulle differenze generazionali, sul difficile rapporto fra un padre e un figlio che non riescono a comunicare e c’è spazio anche per un piccolo mistero su un’entità superiore, nascosta, capace di condizionare le vite di tutti noi.
Quando si arriva in fondo a questo testo ci si rende conto che in quelle pagine c’è una parte della memoria collettiva del nostro Paese. Non solo, c’è anche tanta parte di noi come singoli individui, con le nostre piccole esperienze vissute e dimenticate negli anni. Ecco, quindi, che questa lettura si differenzia da tante altre poiché, alla fine, non facciamo tesoro delle esperienze altrui, ma scopriamo una più forte e profonda ricchezza nelle nostre stesse vite, che questo libro ci aiuta a ricordare.
Una lettura che mi permetto di consigliare soprattutto a chi ha qualche capello bianco, per rivivere tanti bei momenti della propria esistenza grazie all’aiuto di Di Gennaro.
(Norberto Loricati)

ringraziamento

la letteratura ai tempi di twitter

Johannes Bückler

@JohannesBuckler

Che ci faccio in questo luogo di dolore?

La logica conclusione, caro Johannes, dopo una vita passata a lottare contro i mulini a vento. Perché nessuno mi vuole dare retta? So di aver ragione, ne sono certo. Sto impazzendo per questa cosa. Perché mi hanno rinchiuso in manicomio?

NON ESISTONO PICCOLE STORIE

meritiamo la serie A

… cancello ogni dubbio anche per dissuadere altri tentativi di approccio che temo si intensificheranno comunque, sotto sotto alle elezioni amministrative. Ringrazio con il cuore chi, comunque, mi onora con questo tipo di proposte, ma come ho scritto alla domanda lanciata in rete su fb da Franco Matteo: io no, non mi candido, ci provai nel 2006 anche per capire e ho capito che è un massacro di famiglie, più o meno legali 🙂 … dopo 15 anni è sempre peggio, il tir di liste civiche sarà pieno di anime portate al macello 🙁 … amo Salerno e non solo quella calcistica, tutta SALERNO merita la serie A. Lo confermo con questa foto di qualche gg fa; se dovessi decidere io, la prima cosa che imporrei sarebbe un candidato sindaco DONNA … non voglio decidere, non voglio partecipare (se non con il mio voto), non ce la faccio, io sono un immigrato in questa grande e bella città, le uniche “forze residue” riesco a dedicarle alla militanza nel sindacato di base dentro una amministrazione pubblica che vi assicuro è un impegno affatto semplice … qualcosa, ma tanto altro si respira dentro #ilterzolivello …ma ora, basta chiacchiere, al LAVORO!!! La giornata è lunga, è primavera e il sole tramonta tardi 😎🤩

libri per strada

… nel mondo “fisico”, copie del #ilterzolivello sono disponibili alla

Libreria Guida di Salerno

IMAGINE’S BOOK- c.so Garibaldi 142 – a metà strada tra Tribunale e INPS 🙂

Ringrazio lo staff per la gentilezza e la disponibilità dimostrata.

se ne parla :-)

[…] Vero o falso che sia, quel che si dice degli uomini occupa spesso altrettanto posto nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, quanto quello che fanno. […]

Victor Hugo

#ilterzolivello

è arrivato a Positano

“Il Terzo livello”, il libro dello scrittore salernitano Pietro Di Gennaro

Il libro è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio

Si chiama “Il Terzo livello” ed è il libro scritto dal salernitano Pietro Di Gennaro. Nato a Salerno nel 1966, Di Gennaro è funzionario informatico di una amministrazione pubblica, ma anche dirigente sindacale eletto da compagne e compagni di lavoro. Ha collaborato negli anni tra il 1996 e il 1999 con APPLICANDO, rivista specializzata di computer Apple Macintosh della casa editrice JCE.

Il suo libro, “Il Terzo livello”, è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio, attraverso le confessioni intime di un personaggio egocentrico e stravagante.

Il racconto della sua presenza nella società italiana, chiede al lettore di ricordare i cambiamenti politici e sociale che ognuno ha visto, sentito o vissuto nella realtà. Il protagonista brucia una vita che dura il tempo di una passeggiata sul lungomare di Salerno durante la pandemia 2020.

Ecco il link per acquistare il libro su amazon: clicca qui

Grazie Direttore! —> https://www.positanonotizie.it/

#ilterzolivello sulla Città

che dire? … ringrazio Maria Romana Del Mese che ho avuto l’onore di conoscere per l’intervista che il quotidiano la Città mi ha voluto dedicare, il suo articolo mi ha emozionato molto … ringrazio la Redazione e tutti i lettori che continueranno a darmi una mano in questo piccolo progetto, ogni giorno arrivano segnalazioni di strafalcioni grammaticali e sintattici, del resto il protagonista è uno terra terra e molte cose sono scelte precise della sperimentazione che ho voluto intraprendere … la storiella doveva uscire, Giacinto e il maresciallo Gradone avevano l’urgenza di lasciare il mondo della fantasia per vivere in quello concreto della pagina da leggere … GRAZIE! 🤩

l’amore secondo Marx

«Quando il tuo amore non produce amore reciproco e attraverso la sua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fa di te un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura.»Karl Marx 🧚‍♀️

#ilTerzoLivello

il trailer

.. e come uno sgorbio può rappresentare un milione in poco spazio, così consentite a noi, zeri di questo conto immenso, di agire sulle forze della vostra fantasia

William Shakespeare 🧐

la musica è di Angelo Madureira, la composizione si chiama: Reggaebáh

per vedere il video basta fare un click sul biondino con il pannolone degli anni 60′ 🙂

su una spiaggia di Torrione a Salerno nel 1967

autopubblicatevi!

… che esperienza!

ho preso un raccontino di oltre 30 anni fa e l’ho pubblicato su Amazon …

grazie Bonaventura!


sarà un tantinello narcisista ma viviamo anche grazie a piccole soddisfazioni personali che dobbiamo solo a noi stessi.

Ecco il mio raccontino del 1988:

solo una donna?

Lei è una donna, lo sai che è una donna, dalle quello che merita.

Djiguene la yaw

Djiguene la mom

Djiguene la diox ko limi mom

primo dell’anno 2021

😎 … rasato in testa e in faccia, è arrivato, si parte, butteremo le mascherine e torneremo ad abbracciarci, torneremo a guardarci negli occhi fuori dai monitor, torneremo a lavorare, giocare e correre l’uno a fianco dell’altro, a scontrarci e a confrontarci senza paura di inspirare ed espirare virus letali, torneremo a respirare la libertà di questa vita, precaria, dura, maligna ma anche densa di passione, di meraviglia e d’amore. Non chiedetemi quando, so solo che impazziremo di gioia! Buon 2021 mondo mio…