Le famiglie Riccio e Salati nei Moti del Cilento del 1848
2026 – Romanzo di Giovanni Maio

P R E F A Z I O N E
“Il web non conosce Piero della Francesca. È alto medioevo. Non c’è prospettiva, gerarchia culturale, non sa leggere i distinguo: porta in superficie senza dare proporzioni alle cose.”
Così scrive Roberto Cotroneo (nella sua rubrica Cose che nessuno scrive su Substack).
Il web rende tutto ugualmente visibile, e quindi tutto ugualmente irrilevante. Abolisce la profondità, appiattisce le gerarchie, cancella i distinguo.
Ma c’è un’operazione che il web non sa fare, e che invece la scrittura di Giovanni Maio compie con ostinata precisione: restituire prospettiva.
1848 – I Cospiratori è un romanzo che scava. Che va negli archivi, nei faldoni polverosi della Gran Corte Criminale di Salerno, nei registri dimenticati di parrocchie e conventi. Toglie dalla superficie, restituisce profondità. Dà peso a ciò che era stato reso leggero, ridà importanza a ciò che era stato reso irrilevante.
Contro il medioevo del web, dove tutto è in primo piano e niente ha profondità, Giovanni Maio oppone il Rinascimento della memoria. La prospettiva – quella che misura, che gerarchizza, che dà proporzioni – diventa nei suoi romanzi storici un atto politico, prima ancora che letterario perché la Storia del Cilento, quella dei Salati e dei Riccio, era stata resa irrilevante. Offuscata, se non occultata dalla storiografia ufficiale, ridotta a nota a piè di pagina, sommersa dalla narrazione di un Risorgimento che guardava solo al Nord, Maio la riporta in prospettiva. La restituisce alla sua giusta profondità. La rende finalmente visibile, e talmente interessante da imporne un futuro multimediale da condividere, da vivere e rivivere, da scoprire come esecuzione di un testamento potente e prezioso che per troppo tempo è rimasto nascosto.
In un mondo che ha dimenticato l’arte di distinguere, questa è un’opera necessaria, unica nel suo genere, ardita come lo furono le imprese che racconta.
1848 – I Cospiratori, che Giovanni Maio ha finito di scrivere nei mesi precedenti l’inizio delle riprese nel Cilento della trasposizione cinematografica del suo grande successo Il vento della libertà, è più di un semplice sequel.
È il vento che si rafforza e prende quota, travolgendo ogni volontà d’oblio: due secoli di trascuratezza politica, intellettuale e accademica hanno condannato la Storia del Cilento alla dimenticanza. L’onore e l’orgoglio dei cilentani che si ribellarono al dominio tirannico dei Borbone, pagando con il sangue e con la vita, stanno raccogliendo un interesse crescente che va dalle istituzioni politiche ed amministrative degli enti locali, alle strutture economiche, produttive e culturali, molto oltre i confini provinciali e regionali della Campania.
Grazie alla letteratura di Maio – figlio con “Radici di pietra” che affondano nel DNA di questa terra magnifica – è un fenomeno che dilaga, toccando i nervi scoperti del bisogno comune di identità, di valorosa e gloriosa eredità, che attraverso la scoperta torna a vivere e ci emoziona, perché in fondo, senza memoria non siamo niente.
Questo secondo capitolo, che va ad esplorare il tempo di dolore e sofferenza tra le rivolte del ’28 e del ’48 fino all’Unità d’Italia del 1860, dimostra che, nel tempo della restaurazione più crudele, il desiderio di libertà e di giustizia, nelle ceneri della repressione, ha covato una forza viscerale talmente potente e diffusa da continuare ad essere incendio: quello che dal ’48 in poi ridisegnò l’intera geopolitica del continente europeo.
Ecco la gloria che i moti cilentani meritano: quella di viaggiare nel tempo e diventare azione presente.
C’è una Storia che Giovanni Maio ha già raccontato. E che oggi diventa cinema. È la cronaca dei fratelli Riccio di Cardile che, nel 1828, avevano sfidato il potere borbonico con il sogno di un Cilento libero. La loro vicenda si era chiusa nel sangue: Davide, Licurgo e Alessandro erano caduti, uno dopo l’altro, traditi, fucilati, decapitati. Le loro teste, rinchiuse in gabbie di ferro, avevano sventolato per anni come monito lungo le strade del Cilento. Ma le vicende non finiscono: anzi, esplodono.

Ora, con 1848 – I Cospiratori, l’autore compie un salto generazionale. Vent’anni dopo il martirio dei Riccio, la fiamma della ribellione non si è spenta. I figli dei martiri sono cresciuti, e con loro una nuova generazione di liberali. Il romanzo si apre nel gelido gennaio del 1847, con la neve che scende su Cardile e Gioi, e con l’aria che sa già di polvere da sparo. L’incipit è strepitoso. Maio scrive:
” In quell’antico borgo arroccato, dove le pietre delle case sembravano trattenere il respiro, la vita scorreva lenta, apparentemente immobile sotto il giogo della miseria e della paura. Eppure, in alcune stanze di quelle abitazioni, l’aria era già satura di un fuoco che non veniva dalla legna, ma dai sussurri della rivolta; quella rivolta che solo un anno più tardi avrebbe incendiato l’intero Regno.”
Subito dopo segue una descrizione minuziosa della casa dei Riccio, della cucina, degli attrezzi, del cibo. È una scelta che può sembrare marginale, ma che è invece fondamentale: Maio sa che la Storia non abita solo nei grandi eventi: si anima nei dettagli materiali. La madia in legno, i fichi secchi impalati, le ciotole in terracotta smaltata – sono questi dettagli che rendono la sua narrazione viva e coinvolgente.
1848 – I Cospiratori è anche Storia di alleanze: i Riccio di Cardile con Catone, figlio del martire Davide, e i Salati di Gioi – la ricca borghesia agraria, colta e illuminata – che mette il proprio prestigio e le proprie ricchezze al servizio della causa. Ma il romanzo non si ferma alle due famiglie protagoniste: si allarga a una vera e propria “costituente”, una ragnatela di relazioni, accordi e azioni, che uniscono le più potenti dinastie del distretto – i Rizzo, i D’Aiuto, i Tajani, i Magnoni – in un’alleanza trasversale che trasforma la rivolta da sommossa locale a moto strutturato di un’intera classe dirigente. È una rivoluzione fatta di libri e di codici, di contratti agrari usati per proteggere i latitanti e di depositi di grano trasformati in riservette di polvere da sparo.
Nel racconto emerge una figura che è il vero cuore del romanzo: Teresa Paladino, moglie di Achille Salati. Lei è la mente lucida che vede il pericolo prima degli uomini, la mano ferma che scrive lettere clandestine, il cuore che tiene in piedi palazzo Salati mentre i gendarmi bussano alla porta. La sua forza è la vera rivelazione del romanzo: una donna del Sud che, dietro lo schermo della rispettabilità borghese, dirige la resistenza. Il suo monologo interiore, i suoi pensieri appassionati sulla condizione delle donne, la sua lucida consapevolezza della fragilità della Costituzione, la sua ostinata speranza in un futuro di dignità totale – tutto questo rende Teresa uno dei personaggi più riusciti del romanzo.
Maio non costruisce eroi senza macchia. I suoi personaggi sono umani, contraddittori, a volte travolti dai dubbi. Achille Salati, l’avvocato prestato alle armi, si interroga: “Ho venduto la vita di questa gente per un sogno astratto?”. Catone Riccio è il figlio che cerca vendetta per onorare la memoria del padre, ma che sa di camminare sul filo del rasoio. E accanto a loro, figure come Alessandro Salati, capitano delle milizie cilentane, aggiungono ulteriore complessità al quadro: la sua leadership moderata, il suo tentativo di mantenere l’ordine, la sua protezione delle figure clericali – tutto questo rende la narrazione meno ideologica e più fedele alla complessità della Storia.
Quello che rende questo romanzo unico non è solo la trama, ma il lavoro che sta dietro. Giovanni Maio non ha inventato i suoi personaggi: li ha trovati nei faldoni della Gran Corte Criminale di Salerno, nei verbali di polizia, nei registri parrocchiali. Ha scavato negli archivi come un archeologo, e ha riportato alla luce nomi che la Storia ufficiale aveva dimenticato.
Il romanzo si chiude con un apparato di fonti archivistiche impressionante. L’autore elenca i processi per reati politici che hanno coinvolto le famiglie di Gioi e Cardile. Non è un vezzo da accademico: è un atto di giustizia. Quei nomi – Andrea Salati, Catone Riccio, Michele Salati, Giuseppe Riccio – sono stati cancellati dalla memoria nazionale. Maio li restituisce alla conoscenza collettiva. Come scrive nella Nota Storica:
“Dimenticare i moti del 1848 cilentani significa privare il Risorgimento italiano di una delle sue radici più pure e popolari. Questo libro nasce come un atto di restituzione.”
Il romanzo è attraversato da un tema che lo rende universale: il tradimento. Non è solo il tradimento del re Borbone, che promette una Costituzione e poi la calpesta con le baionette svizzere. È anche il tradimento di chi, per paura o per interesse, spezza il patto di sangue tra fratelli. C’è Luigi Riccio, cognato di Catone, che denuncia l’organizzazione clandestina per salvarsi la pelle. C’è Gennaro Sacco, la spia che si infiltra a palazzo Salati fingendosi un bracciante. C’è Pasquale Romano, il Capo Urbano che perseguita i patrioti con l’odio di chi si sente padrone del proprio paese.
E poi c’è il tradimento della Storia stessa, che ha dimenticato queste vicende. La storiografia ufficiale ha raccontato il Risorgimento come una grande epopea nazionale, concentrandosi sui grandi teatri del Nord. Il Sud è stato ridotto a sfondo, a problema, a brigantaggio. Maio rovescia questa narrazione: mostra che il Cilento non è stato uno spettatore passivo, ma un protagonista che ha pagato con il sangue il suo sogno di libertà.
1848 – I Cospiratori è il sequel perfetto del romanzo Il vento della libertà. Non solo perché prosegue la narrazione delle stesse famiglie, ma perché ne condivide lo spirito. Entrambi i romanzi sono animati dalla stessa urgenza: raccontare ciò che è stato dimenticato, dare voce a chi è rimasto in silenzio. Ma c’è una differenza. Mentre il primo romanzo è la Storia di una sconfitta, il secondo è la Storia di una resistenza che dura dodici anni. Il 1848 non vince, ma non si arrende. I rivoltosi cilentani finiscono in carcere, in esilio, nei boschi. Ma la loro idea non muore. Nel 1860, quando Garibaldi sbarca in Calabria, il Cilento si solleva di nuovo. I figli di chi ha combattuto nel ’48 imbracciano le armi e vanno incontro all’Eroe dei Due Mondi.
In questo testo di Giovanni Maio, la dimostrazione del suo rigore indomabile si svela dopo la parola fine. La dedica che ha la potenza di un testamento:
«Ai figli di questa terra e a chiunque ne custodisca la memoria: non dimenticate mai che la dignità di un popolo non si misura dalle catene che porta, ma dall’orgoglio con cui sa spezzarle.»
Leggere le opere di Giovanni Maio significa immergersi in storie eterne che parlano di noi, anche del nostro presente. Perché i temi di cui trattano – la libertà, la giustizia, il tradimento, il prezzo della dignità – non appartengono solo al passato. Anzi.
Ci riguardano ancora, attraverso domande che abbiamo il dovere di continuare a porci: quanta libertà e quanta giustizia abbiamo guadagnato o perso nel passaggio dal Re Borbone a quello Sabaudo?
E dalla Monarchia alla Repubblica?
E se invece guardiamo alla nostra storia più recente, la domanda si fa ancora più urgente: quanta libertà e quanta giustizia dobbiamo ancora conquistare?
Pietro Di Gennaro







😍💪👏🥰 – A prescindere da quello che scriveva Umberto Eco con il suo “L’umana sete di prefazioni” che prima o poi dovrò consultare, quando Giovanni Maio mi ha chiesto di leggere in anteprima 1848 I COSPIRATORI, l’emozione e l’ansia mi hanno divorato. Quando poi mi ha consegnato la copia che testimonia la pubblicazione della mia prefazione alla sua ultima opera, mi sono sciolto come un cioccolatino sotto il sole d’agosto. Che posso dire? Ancora una volta sono onorato di condividere il privilegio di accompagnare un romanzo che scuote le viscere dei sentimenti più nobili di cui è capace l’essere umano quando lotta per la Libertà. Grazie di cuore Giovanni per questo grande onore e privilegio che mi hai voluto rinnovare. La tua stima nei miei confronti mi commuove ogni volta sempre di più. Stima che ricambio con ogni zampillo di ragione che mi rimane, per le tue azioni indomite, per la tua scrittura febbrile e fertile che sono sprone e nutrimento per l’anima di noi tutti che ti ammiriamo, noi che senza memoria non siamo niente. – 😍💪👏🥰

Ogni romanzo è un viaggio che parte da lontano, un mondo interiore che cerca una voce per affacciarsi al di fuori. Ma prima ancora che il lettore varchi la soglia del primo capitolo, c’è un luogo di passaggio fondamentale, un ponte teso tra l’autore e il pubblico: la prefazione.
Non si tratta di un semplice testo di accompagnamento, di un prologo burocratico o di una mera formalità editoriale. Una prefazione introduttiva è cosa molto importante. È la chiave che apre la serratura, la luce soffusa che accoglie chi entra in una stanza sconosciuta, il primo battito di ciglia di un’opera che sta per prendere vita. Chi scrive sa quanto sia delicato questo spazio: affidare l’introduzione della propria creatura a un’altra persona significa condividere un segreto, offrire una prospettiva, permettere a un altro sguardo di illuminare angoli che forse neppure noi sapevamo di aver esplorato.
Ecco perché, guardando al percorso dei miei scritti, provo un profondo senso di gratitudine e di privilegio pensando alle prefazioni che l’amico Pietro Di Gennaro ha scritto in più occasioni per me. E per me questi non sono semplici testi critici o presentazioni di valore letterario, sebbene la tua penna, caro Pietro, possieda sempre una rara lucidità e una profonda sensibilità. Per me queste tue parole sono il segno di un percorso condiviso, di una sintonia intellettuale e umana che dura nel tempo. Si, cari amici, perché Pietro possiede la dote rara di saper leggere tra le righe, di cogliere l’essenza più intima di ciò che scrivo e di restituirla al lettore con una forza e una chiarezza che mi stupiscono ogni volta.
Nei suoi scritti introduttivi ho sempre ritrovato non solo un’analisi acuta dei miei romanzi, ma anche la misura del nostro legame: un’amicizia vera che sa farsi specchio, che sa interrogare i testi senza mai tradirne lo spirito, arricchendoli di significati nuovi.
E così, anche in questo mio ultimo lavoro letterario, le sue parole, sono diventate parte integrante dell’opera stessa. Sono la bussola che orienta chi legge, ma anche la conferma affettuosa che il viaggio della scrittura non è mai un cammino solitario, quando si ha la fortuna di incontrare compagni di strada capaci di comprendere la voce dell’anima prima ancora che quella della pagina scritta. Grazie ancora, Pietro!





















