Vorrei che Kafka di ANTIMO CEPARANO

2022 Robin Edizioni

Per dio! In queste ore di doping elettorale che mi asfissiano la mente come la peggiore droga sintetica riesce a fare nell’allontanare il cervello dalla vita reale, mi trovo a sentire il bisogno di lasciare una traccia a quanto di stupendo mi è capitato nel leggere questo mio primo libro di Antimo Ceparano. Ecco cosa metterei come prima cosa da fare in un programma elettorale di minima dignità: pulire dove vi è tristezza!

Poi chiudere le cliniche dei metalmeccanici, abolire la stupidità, traghettare le anime perse su una zattera di pane da una sponda all’altra di un fiume di vino, ed infine aprire le tombe dei cimiteri dove sono sepolte le parole. Detto in un altro modo questo è l’indice di VORREI CHE KAFKA.

Potrei partire dalla fine quindi: “L’uomo è un calvario da attraversare e il mondo è pieno di croci.” Ma questa frase che stordisce deve solo ingolosire: in questi quattro racconti c’è il lavoro e il luogo di lavoro, l’umanità varia che riluce di ombre, c’è il male, c’è dio e anche c’è Dio e le sue religioni come altarini da scatramare, c’è il viaggio della ragione e del tormento, c’è la donna come dea e come puttana, c’è la dimensione del passato e del futuro, e il presente che non vogliamo vedere, insomma: quest’universo ceparano che abbaglia come un sole in piena estate, mi ha folgorato. Sarà un colpo di sole quindi, uno stordimento passeggero senza conseguenze invalidanti o è invece un’illuminazione divina di quella che è misera grandezza umana? Spero di sì, anzi spero di no, comunque vediamo se riesco a scappare dalla trappola “mistica” della venerazione. Perché dopo questa lettura la tentazione è fortissima. Aiuto!

Vorrei resistere ma non posso resistere perché non è una semplice attrazione ma un turbine possente che m’inghiotte e mi divora. Nel loro insieme questi quattro racconti di Antimo Ceparano sono un gorgo di meravigliose scene dove il tumultuoso agitarsi di persone e sentimenti, di anima e pensiero, rapisce con la brutalità che solo l’emozione inspiegabile potrebbe spiegare ma che in quanto indecifrabile, diventa per me un rito d’inizziazione trascendente, un vortice in cui le parole che risorgono dalla radice della conoscenza diventano prigione d’estasi. Non è affatto facile per me tirarmene fuori una volta entrato in questo ciclone d’anarchica bellezza. Ivano Ciminari (COME DUE SOGNIUn vetro di Mirò) nella prefazione avverte e ha ragione nel mettere in guardia il lettore dai possibili effetti collaterali ma devastanti che Antimo infligge con le sue visioni che non sono presunzione di innocenza dell’umano ma anzi grumi virulenti di colpevolezza oggettiva che mi sono tornati in faccia: e come in uno specchio vedo il sudiciume di cui posso solo vergognarmi.

In fondo se non c’è gerarchia, uno se la crea per non perdere equilibrio tra follia e banalità della ragione che ci impone di vivere tranquilli, e quindi ogni incertezza, ogni demone deve calmarsi come fa Caronte che si piega al rimprovero di Virgilio: “Caron, non ti crucciare. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare».

Posso parlare di me e di quello che io immagino di comprendere, posso provare a descrivere l’immanenza rivelatrice di come mi sento nell’occhio di questo ciclone di parole che si fa storia e racconti di vita reale, vera, cruda e precaria come la sofferenza dell’incertezza del presente, posso tentare di resistere ma avvinto mi lascio trascinare nella schiavitù della ragione che si fa sentimento. Vorrei resistere ma non posso resistere perché nudo, spogliato dall’irrisoria stratificazione del vissuto, per quanto privato, per quanto pubblico, per quanto insignificante, doloroso e personale. Lasciarsi andare a lottare nel fango delle vicende della brutalità umana, è una sfida di piacere e nobiltà di tutti quelli affascinati dalla bellezza nascosta tra le rughe dell’esistenza.

Ogni dimensione ha argomenti di misura e di ordine che la definiscono, pertanto anche ANARCARTE dovrebbe possederne? E chi dovrebbe popolare questo meta-luogo luminoso nel presente buio e angosciante che ci troviamo a vivere? Mi candido a discepolo avido e affamato, pazzo di desiderio di mettermi al tavolo di quel giovane che leggeva ed era solo: “Egli sembrava non accorgersi di tutte le persone che lo circondavano e strappava dai fogli dei libri tutte le parole che vi erano sepolte. Le resuscitava e le trasformava in pensieri vivi.”

Infine in ultimo ma non per ultimo, c’è l’Amore questa sì è una cosa seria con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno in una successione infinita di turbamenti, passione e felicità.

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