2022, Edizioni Montag, collana Le Fenici
Prefazioni di Antimo Ceparano, Noemi D’Antonio e Francesca Berritto
Epopea meravigliosa è questa storia raccontata con l’equilibrio di un funambolo di magie. Se ne avessi la forza e la confidenza necessaria, chiamerei uno di questi prestigiosi registi del grande cinema, che so, Sorrentino, Muccino o Ron Howard, l’amico del mio Fonzie che con il magnetismo sulle ragazze, il giubotto di pelle nera e il pollicione verso su, m’ha svezzato prima del TG negli anni settanta. L’avesse brevettato, quel pollice in su, il fantasmagorico ansiolitico digitale like dei social, oggi Fonzie sarebbe fanta stra miliardario.
Ecco ci casco sempre, i brevetti, i soldi, il successo: la merda del diavolo. Mi perdonerà l’autore che più leggo e più ferocemente dilania la mia fragile mente con le sue scritture. Mi perdonerà ma il mio primo desiderio che mi ha preso con la parola fine di questo suo romanzo è stato: ne voglio il film!
Domanda: come per Eco è stato IL NOME DELLA ROSA di Jean-Jacques Annaud?
No, di più: in quello straordinario successo si manifestava l’idea dell’infinita onnipotenza divina, in questo romanzo di Ivano Ciminari, si sublima l’infinita onnipotenza umana. Dalle stelle alle stalle e ritorno. E se permettete, c’è la differenza che passa tra la consistenza gassosa di un’idea, il divino, e quella materiale viva e cruda della carne, l’umano.
Blasfemo io? Magari! Materialista? Forse per sempre troppo poco.
Come ho già scritto in un’altra occasione, mettere l’etichetta di romanzo storico è riduttivo, lo sarà necessario per i critici, gli studiosi e i commercianti della Letteratura, ma per me semplice lettore estasiato, anche in questo caso, IL PENITENTE è un grande romanzo punto e basta.
Capisco lo sdegno per questa mia mania leziosa ma dal mio viscerale punto di vista, la frantumazione delle categorie non mi scende come un boccone di un mappazzone troppo grande e asciutto: i generi sono categorie dove si compete per comparti stagni come fossero filoni di pane fatti con farine diverse a placare l’ingordigia di gusti seriali quanto elitari,
In questa opera di Ivano Ciminari c’è tutto: ti piace l’amore? Ci sono amori struggenti e universali che si intrecciano come le fiamme di un fuoco immortale. La capacità dell’autore è quella di avvolgerti con il fuoco chiamato amore. Però Ciminari non ti brucia, illumina e riscalda.
Ti piace il giallo? C’è anche quello, intricato e tagliente. Sì, ma preferisci il noir e di più lo splatter di Tarantino? Beh, anche quello c’è: tremendo male nero, truce violenza gratuita come il buio di ogni ragione. Ok, va bene, però preferisci l’azione?
So di meravigliarti ma posso dire che durante la lettura mi ha preso l’adrenalina che solo l’inferno d’acciaio che sfrigola di lame, frattaglie e sangue sa rendere emozione. Poi, come se non bastasse, c’è la poesia, la filosofia, la religione e Dio. C’è l’erudizione che si fa popolare, trasposizione avvincente di conoscenza, che precipita rapidamente dalla scrittura alla sostanza del pensiero. E così immersi nella natura che diventa protagonista, le vicende umane si fanno materia viva, dolce e amara, dura e cruda, e l’emozione del momento diventa coinvolgimento.
Sembra un sogno, un film appunto, invece si vive in presa diretta dentro questa storia di storie, accanto e dentro personaggi svelati nei particolari più intimi, ad occhi aperti con la frenesia dell’attesa insostenibile del capitolo successivo, con la voglia d’intervenire se mai fosse possibile e il fragoroso desiderio di sapere cosa succede alle storie in sospeso da cui dipende l’esito della vicenda che si sta leggendo. La mente vola e le pagine sono carburante che bruciano in fretta tra le mani.
C’è tutto dicevo, la commedia e la tragedia, la farsa, la follia, le contraddizioni del tempo che sono attualissime e su tutto il drammatico confronto con la propria anima specchiata in quelle raccontate che si muovono trascinate da passioni e sensi di colpa su cui tutti noi miseri mortali, giorno per giorno, siamo chiamati a confrontarci.
Il pentimento, la penitenza come motore della storia, la resurrezione come epopea dell’esistenza, gli amori, i conflitti, la lotta e le battaglie che non possono né si devono rinviare o peggio denigrare con la viltà della rassegnazione, la guerra dentro e fuori del nostro essere umani. Insomma gli ingredienti ci sono tutti ma da soli non bastano per sfornare un piatto prelibato, ci vuole l’arte e la maestria, il talento e l’artigianalità unica del funambolo che fa magie con le parole.
Se ti prende, ti avvince, ti fa pensare e se addirittura ne desideri una versione cinematografica nelle mani di un grande regista visionario, non è per te ingordo lettore ma per lui, artista anarchico.
Definire IL PENITENTE un capolavoro è lapalissiano e ho così cominciato a fantasticare su come un regista di talento potrebbe mettere in scena una frase semplice e potente come questa: “… che nulla accade per caso e che la carne altro non è che una parentesi doloroso tra due eternità.”
Nel racconto, ce ne sono tante di queste schegge che trafiggono la mente con la forza della tensione che arriva al culmine della scena, con la prepotenza delle parole che diventano visione. Sono schiaffi. Sono carezze. Sono frecce impietose, dardi roventi che segnano e aprono ferite mai sanate. Ogni lettore troverà le sue, e sono sicuro, maschio o femmina, racconterà di essere stato presente nella scena finale, testimone oculare di una epopea meravigliosa.
Se come diceva Italo Calvino, la poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere, un romanzo è l’arte di farci entrare tutta l’esistenza del genere umano, l’incontenibile universo degli universi.











Intervista di Antimo Ceparano
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