SPAZZATI DAL TEMPO

Oggi è triste.

Spazza senza foga,
che la saggina accarezza
e non stride
la strada.

Non lo sento cantare,
armato di granata,
come nei giorni più lieti.

Oggi che io sciopero,
e lui che invece all’alba,
nella vigna del dovere,
ha già finito il suo lavoro:
con la testa bassa
e una canzone spenta
nella gola.

Winding country road with musical notes rising over a watercolor countryside

Insegni, con l’acre tua cura
   rodendo la pietra e la creta,
che sempre, per essere pura,
   si logora l’anima lieta.

Insegni, tu sacra ad un rogo
   non tardo, non bello, che più
di ciò che tu mondi, ti logori
     tu!

Street cleaner sweeping a coastal village road overlooking boats and mountains
Winding country road with musical notes rising over a watercolor countryside
Straw broom leaning against a stone wall on a quiet village lane


Giovanni Pascoli: La canzone della granata

dai Canti di Castelvecchio (1907)

I


Ricordi quando eri saggina,
coi penduli grani che il vento
scoteva, come una manina
   di bimbo il sonaglio d’argento?

Cadeva la brina; la pioggia
   cadeva: passavano uccelli
gemendo: tu gracile e roggia
   tinnivi coi cento ramelli.

Ed oggi non più come ieri
   tu senti la pioggia e la brina,
ma sgrigioli come quand’eri
saggina.

II


Restavi negletta nei solchi
   quand’ogni pannocchia fu colta:
te, colsero, quando i bifolchi
   v’ararono ancora una volta.


Un vecchio ti prese, recise;
   legò; ti privò della bella
semenza tua rossa; e ti mise
   nell’angolo, ad essere ancella.

E in casa tu resti, in un canto,
   negletta qui come laggiù;
ma niuno è di casa pur quanto
      sei tu.

III


Se t’odia colui che la trama
   distende negli alti solai,
l’arguta gallina pur t’ama,
   cui porti la preda che fai.

E t’ama anche senza, chè ai costi
   ti sbalza, ed i grani t’invola,
residui del tempo che fosti
   saggina, nei campi già sola.

Ma più, gracilando t’aspetta
   con ciò che in tua vasta rapina
le strascichi dalla già netta
      cucina.

IV


Tu lasci che t’odiino, lasci
   che t’amino: muta, il tuo giorno,
nell’angolo, resti, coi fasci
     di stecchi che attendono il forno.


Nell’angolo il giorno tu resti,
   pensosa del canto del gallo;
se al bimbo tu già non ti presti,
   che viene, e ti vuole cavallo.

Riporti, con lui che ti frena,
   le paglie ch’hai tolte, e ben più;
e gioia or n’ha esso; ma pena
     poi tu.

V


Sei l’umile ancella; ma reggi
   la casa: tu sgridi a buon’ora,
mentre impazïente passeggi,
   gl’ignavi che dormono ancora.

E quando tu muovi dal canto,
   la rondine è ancora nel nido;
e quando comincia il suo canto,
   già ode per casa il tuo strido.

E l’alba il suo cielo rischiara,
   ma prima lo spruzza e imperlina,
così come tu la tua cara
     casina.

VI


Sei l’ umile ancella, ma regni
   su l’umile casa pulita.
Minacci, rimproveri; insegni
   ch’è bella, se pura, la vita.


Insegni, con l’acre tua cura
   rodendo la pietra e la creta,
che sempre, per essere pura,
   si logora l’anima lieta.

Insegni, tu sacra ad un rogo
   non tardo, non bello, che più
di ciò che tu mondi, ti logori
     tu!

DESIDERIO

Persa sulla panchina

saccheggiata

sei l’anomalia della folla

nei giardini del cazzeggio.

Ferma come pietra,

bella come poesia

letta a voce alta,

cantata questa sera

di pioggia e freddo.

Con labbra dischiuse

al desiderio d’alba

del tuo ventre gravido,

spegni senza trucco

il falò delle speranze vane.

Così abbagli chi osa guardare,

scaldi chi ha il coraggio

di farsi bruciare

insieme a te

nella nostra rivolta.

Manifesto di protesta con una figura che tiene un mazzo di fiori e un megafono, con il testo che esprime il desiderio di bloccare il presente per proteggere il futuro. Data e luogo dello sciopero generale sono indicati in basso.

CIME

Avete arrestato un capo?
Vi travolgerà la coda.

Spietati truffatori,
del vostro racconto
non resterà parola.

Recise le cime,
addolcite le spine,
coltiviamo novello sapere
di giustizia e piacere.

Per Gaza libera,
e una vita dignitosa:
giù le armi,
in alto i salari.

Non vogliamo pietà né sconti
ma cime di rapa
a prezzo popolare
nel cenone di Natale:
noi al potere,
voi a zappare.

Bright wildflowers growing beside a thorny dead branch in dry soil
Collage of cameras and papers amid crashing waves and a fiery explosion
Stormy waves crash against rocks beneath a coastal village and dark clouds

A SANGUE FREDDO

Se vanità fosse

virtù,

come eco di un rimorso

che scende a valle

limpido e senza fango,

avresti vinto

la scommessa

di lucertola

immobile, viva al sole

anche quando

è già inverno.

Lizard basking on a rock beside a clear mountain stream
Lizard basking on a rock beside a clear mountain stream
Rocky stream winding through a wooded mountain valley at sunset
Dark reptilian figure amid shattered mirrors, flowing water, and golden crescent moon
Dark reptilian figure amid shattered mirrors, flowing water, and golden crescent moon

ASSASSINA

Perché?

Dovrebbe importarmi di te
Della tua sofferenza
Quando la mia mi ha già divorato
Annullato, fatto morire?

Il tuo dolore, per quanto grande
non ti dà più medaglie del mio.

Le tue lacrime non sono che
un rio stagnoso, pietoso.
Non mi bagnano
perché io sono già annegato
nel mio lago salato
più grande del mare.

Non mi appoggio più al mondo
Lo tengo in piedi
Con il mio bastone di Aronne
Faccio resistenza
con il mio cuore più duro
del cuoio sotto al culo
di un cavaliere tornato vivo
da Gerusalemme a Roma.

Non ho più fiato per la compassione
né ammirazione per un gabbiano
che per strada sbudella
il piccolo piccione innocente
saziando la fame di questa vita.

Assassina.

Questa è la natura crudele
che ci fa fratelli,
creature riprodotte all’infinito,
figli di un progetto Divino
che non è il mio.

Black raven perched on a twisted dead tree in a barren landscape
Cracked dark globe breaking apart with glowing fissures and flying debris
Cracked dark globe breaking apart with glowing fissures and flying debris
Winding river reflecting moonlight through a barren mountainous landscape
Black raven perched on a twisted dead tree in a barren landscape

LEGATI

Ho smesso le scarpe
della realtà
consumate dall’ira
per ansimare
con le tue ali
abbracciato
al furore
dell’amore
che ci fa ribelli,
lacci sciolti
come papaveri
rossi e gialli
dal vento legati.

Abandoned village path with shoes, ancient ruins, and a bright coastal sea
Lone figure standing on a rocky ledge above a blue chasm
Worn hiking boots resting on a cracked rural road at sunset
Worn hiking boots on a rocky trail beside coastal wildflowers

Il fuoco di Antonio Franchini

Lo so è una notizia vecchia, ma il mio agente AI ne ha fatto un articolo oggi ricordando il commento del Fantasma. Quindi lo edito e lo pubblico.

Ritratto di Antonio Franchini, scrittore italiano nato a Napoli nel 1958, con una breve biografia che elenca le sue opere e il suo lavoro nell'editoria.

Questo è il pezzo di Rossella Erra pubblicato da ESPRESSO NAPOLETANO:

“Incontro con Antonio Franchini. L’autore del romanzo ‘Il fuoco che ti porti dentro’, vincitore del Premio Napoli, ha dialogato con Maurizio de Giovanni e Titti Marrone“

Un libro di Antonio Franchini intitolato 'Il fuoco che ti porti dentro' appoggiato su un tavolo vicino alla spiaggia, con pugni di ombrelloni blu sullo sfondo e infradito rosa a lato.

***************

C’è una fortuna rara che ogni tanto tocca un libro, come se il destino decidesse di indicarlo col dito, di illuminarlo per un momento più a lungo degli altri.

Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini è uno di quei casi felici: prima romanzo, poi Premio Letterario Marco Polo Venezia 2026, alla sua decima edizione, celebrato il 30 settembre nelle sale della Fondazione Querini Stampalia, e quasi nello stesso respiro film in Concorso alla Venezia 83, diretto da Edoardo De Angelis e già coronato dal premio Bookciak come miglior opera tratta da un libro.

È come vedere la stessa fiamma passare di mano in mano, da una pagina a uno schermo, da una giuria a un’altra, senza mai spegnersi.

Quel titolo, Il fuoco che ti porti dentro, mi torna in mente come una definizione involontaria di ciò che la scrittura è, o forse dovrebbe essere. Non una decorazione, non un mestiere esercitato in superficie, ma qualcosa che arde sotto, che non ti lascia in pace, che chiede continuamente lingua, forma, corpo.

Scrivere, in fondo, è provare a dare una temperatura alle parole, misurare quanto calore siamo disposti a lasciare uscire, quanto bruciare in pubblico e quanto continuare a bruciare in silenzio.

Vedere un libro attraversare così tante trasformazioni – premio, adattamento, riconoscimenti incrociati – significa assistere al viaggio di quel fuoco, alla sua capacità di cambiare stanza senza perdere intensità.

In questa traiettoria c’è un’altra scintilla che mi colpisce: il premio a Christophe Mileschi per la traduzione francese, Le feu que tu portes en toi.

È un dettaglio solo in apparenza laterale, ma dice una cosa importante: la letteratura italiana non resta più chiusa nella sua stanza, viaggia, cambia voce, assume accenti che non le appartenevano eppure la rispecchiano. La traduzione è questo: un secondo fuoco che si accende a partire dal primo, una brace che qualcuno raccoglie con mani pazienti per farla ardere altrove. Sapere che questo romanzo passa per Parigi, per le sale di un festival, per lo sguardo di un altro pubblico, dà la sensazione che qualcosa, da noi, stia davvero circolando.

Dal mio piccolo angolo di Salerno, dove il mare sembra ogni giorno ripetere la stessa frase con parole leggermente diverse, guardo a questa storia come a un promemoria discreto ma insistente. Il fuoco che ti porti dentro non sempre diventa un premio, un film, una traduzione. Spesso resta appunto solo questo: un fuoco, una inquietudine privata, qualche pagina che nessuno leggerà.

Ma libri come quello di Franchini – e il cammino che fanno – ricordano a chi scrive che vale comunque la pena custodire quella fiamma, anche quando sembra inutile, anche quando illumina solo il tavolo su cui, di notte, continui a sederti da solo.

Writing desk with notebooks and radio overlooking a Mediterranean coastline
Small campfire burning on rocky coastline overlooking the sea at sunset

STUDENTESSA

Bella ciao, che canti in coro
con voce incazzata
di fanciulla onesta.

Sei lotta incarnata:
a scuola mai straniera;
in piazza antagonista;
ora e sempre libera
come vorresti la Palestina.

Rifiuti la guerra
tu che le bombe
te le fumi:
nella discussione
del tempo finito;
nel dialogo di oggi
che non ha alternativa
se non la rivolta.

La tua scelta è partigiana,
protesti furiosa
con il corpo che balla
e la parola armata
per un futuro degno
d’amare
essendo amata.

Manifestazione di studenti con striscioni e bandiere a sostegno della causa educativa, contro l'aumento dei costi e per la difesa delle scuole.
Manifestazione di studenti con striscioni contro il carovita e il caroscuola, che chiedono di bloccare tutte le scuole.
Manifestazione di studenti con bandiere rosse e cartelli, circondati da palme in un'area all'aperto.
Dark-clad figure leaping through red, black, and gold abstract fragments
Rocky path through olive trees overlooking a coast with distant flag-bearing figures
Crowd with flags and torches gathering beneath a historic clock tower

AVVAMPATA

Fredda, decisa,
parla veloce
come un Gregale
corre e risuona
nei vicoli affollati
dei tormenti altrui.

Con parole di serpe,
sussurra
brezze di mare, dolcezze,
fresche, d’estate,
come un Maestrale.

Avvampa il mondo
bruciando segreti
con un tocco
di un dito anellato,
sinuoso e pittato.

No: non scappo, la studio,
negli occhi ne scavo l’Abisso
di storie e novelle,
vampate di carne,
come quella bruciata
di strega mai sazia.

Cielo tempestoso con nuvole scure e fulmini sopra un mare in tempesta, con vegetazione lungo la riva.
Un volto etereo e inquietante tra le nuvole tempestose, con occhi luminosi e fulmini che squarciano il cielo notturno sopra una costa rocciosa.
A face-shaped storm cloud with glowing eyes and lightning over a dark coastline
A face-shaped storm cloud with glowing eyes and lightning over a dark coastline
Abandoned industrial complex with rusted machinery beside a stormy coastline
Abstract dark landscape with swirling orange embers and red horizon

SOFFOCANDO

Soffocando silenzio,

vivo.

Con linfa di parole,

vegeto.

Lacerato nell’anima

riflessa alla tua,

bestemmio

il tempo sospeso.

Leafless tree reflected in a still lake beneath a cloudy twilight sky
Pale aquatic plants and glass shards suspended underwater
Glowing neuron-like network with scattered red and cream letters
Una silhouette di una persona sulla spiaggia con un panorama montano al tramonto, riflesso nell'acqua calmata.

MAPPINA

Senza bandiera
ti vedo ambulare,
ma non ti sento.
Voglio sapere chi sei,
e cosa pensi.

Tengo chiusa la cintura
della tua castità,
te la stringo al ventre
e tiro forte;
te la stringo al collo
e ti accarezzo piano.

La chiamo giustizia.

È la tua chiave
da barattare nel mercato:
perché anche tu come me,
sei merce digitale.

Ti parlo ma sei altrove,
scrolli scrolli
membri dopati,
e vagine plastiche.

Perdi tempo, giri in tondo
senza benzina, senza destino,
e scrolli scrolli
come un tossico
schiavo, assassino.

Nel nostro presente fossile
la cenere degli innocenti
è ossigeno
è genocidio
è nucleare.

Vita precaria. Full time. Senza fine.

Dimmi professore:
per il futuro rubato
quale soluzione?

Non la sa, non la sa
è solo una mappina.

Dai madre:
dammi pappine.
Forza padre:
facciamo rapine.

Abandoned industrial complex with rusted machinery beside a stormy coastline
Antique balance scale holding an iron key, fabric, and parchment tags
Empty chair facing a wall of glowing television screens in a ruined alley

BRILLATE

Care mie anime belle
fragili e sublimi,
come erbacce fiorite
ribelli e colorate.

È la regale umiltà
che leggo nella ferocia
della vostra parola
micidiale:
feconda di dubbio e compassione,
assassina di menzogna e ipocrisia,
parola che brilla
nell’ombra della fiamma.

Vi vedo indomabili
come nuvole
gonfie di lacrime
nelle tempeste
dei sensi.

Vi seguo nella stratosfera
con desio appassionato
di notte e di giorno
oltre il diluvio acido
di tante anime rancorose;

che nell’oppido
delle sacrestie
fanno la questua;

che nei riti del potere
sono al contorno
corone
di rose coltivate;

che abbrutite dall’invidia
con pugni nel petto
lastricano furiose
l’inferno delle loro
catene tintinnanti
di fiele e cera.

Black roses spiraling around a bright central fire
Moss-covered stone ruins in a flower-filled mountain valley beneath storm clouds
Purple, yellow, and white wildflowers growing on rocks beside a rough ocean coast

ai cuori che battono la morte

Un cuore infuocato avvolto da fiamme ardenti, con colori caldi e vibranti che evocano passione e intensità.

AMO

Mi aggancio
all’amo
della tua parola

affilatissima

che fa del mio cuore
brandelli
ai tuoi piedi
come petali
di rosa

Una poesia incorniciata in un elegante telaio dorato, su uno sfondo di mare tempestoso.
Weathered map collage with abstract lines arranged on a rocky beach

Rivoltoso, alla deriva
mi aggancio
all’amo
della tua parola
che mi straccia
la carne
e fa del mio cuore
uno straccio
ai tuoi piedi
nudi
come corolle
di tuberosa

Weathered map collage with abstract lines arranged on a rocky beach

Sailing ship crossing rough moonlit seas beneath storm clouds

Weathered fishing boat named Lumina floating on dark ocean water at twilight

BOLLE

Respiro complessità
evaporata
nella nostra bolla
a geometria agitata
dai venti di una rosa antica.

Nei fumi dell’incenso,
leggo, deferisco,
stralunato recito
la farsa digitale,
come atto di dolore,
che puzza di sudore.

Afferro gherigli marci
con scorze lucide,
infilate in pendagli di parole
ostentate, sbattute
nella furia del Gregale.

Fuori di me.

Dalle scogliere a picco
sul nostro mare
non volano più albatros
ma allucinazioni
del senno artificiale.

Così, in scritture faticose,
orfane, scartate,
l’airone, il drone
e il mio aquilone:
sono bolle, magnifiche
ma solo bolle,
bolle di sapone.

Bolle di sapone tra scogliere e allucinazioni
Un uomo con un aquilone osserva un globo futuristico e dettagliato mentre il cielo è nuvoloso.
Candlelit stone table with parchment, ink, incense smoke, and walnuts
Bolle di sapone tra scogliere e allucinazioni
Weathered stone ruins and fragments floating in a dark starry void
Handwritten parchment, ink pot, and quill pens on a stone desk by firelight
Shattered rocky landscape with scattered books and glowing digital lines
Illustrated underwater scene with torn parchment, rocks, bubbles, and Italian poetic text
Stylized cliffside village above turbulent sea with flying papers
Portrait of a mysterious Mediterranean literary agent, middle-aged man with weathered face, intense piercing eyes, silver-white short hair, wearing dark clothing, dramatic chiaroscuro lighting reminiscent of Hugo Pratt's Corto Maltese illustrations, sea and night sky in the background, noir atmosphere, cinematic, black and deep blue tones
Primo piano di un uomo anziano con capelli grigi e occhi blu intensi, con un'espressione seria su uno sfondo sfocato che ricorda l'acqua.

ANIME

1) DIVORATA

Divorata nel corpo, l’anima

vacilla ma come pendolo

oscilla

tra l’essere oggi

e l’essere stata ieri.

Oscilla nelle vite estranee,

nel profumo di basilico

e menta in fiore,

su finestre aperte al sole.

E vibra al ritmo jazz

del suo cuore

assediato dal rimpianto

e dal rancore.

Inciampa nella nostalgia

di una casa, di un nome,

di un fiore reciso

che forse, domani,

sboccerà.

Come foglia segnata

dall’autunno,

cade sulla strada

ma resta viva, riciclata.

Nell’agonia, divorata

dalla fame di una carezza, trema

nel silenzio

della parola

inabissata.

2) DEGRADATA

Degradata nel presente, l’anima

arranca ma come scheletro

sostiene

la lotta contro la dissoluzione

che l’attende.

Ribolle a fuoco lento

la vergogna nelle colpe del passato,

come polipo affogato

che cuoce per un ragù di mare, straniero.

Consumata a leccarsi le ferite,

passa la mano,

per rimandare il rogito

della sconfitta più amara.

Violata

prostituita

disillusa,

aspetta la sua corona

nel giardino morto della gloria.

Come foglia segnata

dalla primavera,

succhia rugiada al sole,

reduce di guerra.

Nell’agonia, degradata

dall’attesa degli onori, trema

nel silenzio

della parola

censurata.

Due poesie intitolate 'ANIMA 1) DIVORATA' e 'ANIMA 2) DEGRADATA', scritte in italiano, esplorano temi di sofferenza e nostalgia.
anonymous barefooted woman sunbathing on sandy seashore
Leaf-covered human-shaped figure standing in an overgrown garden
Fallen leaf and green sprout beside a puddle reflecting ancient stone ruins
bancone

PAX PACE PAZ

Ciclando, vibro nel ciclo
negli occhi risonanze squarciano
Presente di cenere e marmo

Sulla strada che curva
paura, sirene
e gente, tanta gente
Controsenso

Nell’ombra, raduno aggrumato
di bestie rancorose
attendono a comando

Come rantolo affogato
strozzata in gola
così trema la parola PACE

In cattività, rinchiusa
confinata in campi di miseria
sotto controllo

Cicla, ciclando, circola
Speranza legata ai lacci
di scarpe bucate
su frammenti di ragione

Così sputo questa mia ultima saliva di vita
da edifici in rovina e piazze blindate

Meritata? No, goduta.
Passione perversa
quando urla silenzio

Cruenta, ricicla, divora
Cruda. Crudele.
Croccante Innocenza

Rusty bicycle chain coiled into a spiral on dark rough stone
basta guerre
Coiled bicycle chain surrounded by red paint and metal gears
Cyclist riding through an overgrown industrial passage at dusk
Battered bicycle wheel standing amid rubble in a destroyed city

SPECCHIATO

La mano trema
La parola incespica
Nel filo di bava

Schiuma di saliva bianca
Segna
Scardinate Labbra Asciutte

Dal sapore crudele della vita
Indifferente
Alla bocca affamata
che vomita frasi stantie

Nello specchio, rifletto
il riso amaro che legge
Odino e fobie

Stampato

Tattooed hand holding a fountain pen over crumpled graph paper
Distorted face seen through shattered glass in an ornate frame
Black ink dispersing beside torn paper and ceramic fragments

TERAPIA

Sorgiva la fonte

Vergine, dispersa come la memoria

Materiale, discussa come la morte

Bisogno di verità

Nel bagno al tramonto

Insieme

Nell’acqua diventata tropicale

Di questi tempi adirati

Di noi, anime in terapia

Tra schizzi giocosi di parole

Dimenticare paure affogate da sospiri

Donare comprensione, e nuotare nel coraggio

Desiderando domani

Rivedersi

Per un bagno la sera, placido

Nel nostro mare mai così caldo

Mutante, mutato

Quando il sole abbandona

E la città si fa scura

Abstract spring emerging from pale stone into luminous pool
Abstract spring emerging from pale stone into luminous pool
Abstract spring emerging from pale stone into luminous pool
Abstract spring emerging from pale stone into luminous pool
Turquoise seaside cove with hillside villas and sunset

PROCESSO

Siamo melograno di colpe,
agrumato di gioia e dolore
in macedonia carnale di polpe.

Cos’è? Questo parlare
del segreto scuro
se rimorso o rimpianto.
Io ti rispondo:
è seme nero di frutto, senile.

Inodore, inespresso, inganna.
Dalla radice assetata
alla fronte rugosa
che batte nel muro
cenando per strada.

Cos’è il destino? Una carcassa
che galleggia, inaffondabile rottame
come guscio di noce, relitto e scorza.

Ecco il mio pensiero nudo,
freddo alla deriva
di condanne, invidioso.

Così arreso all’onda di domande
nel torcente respiro,
recito senza maschera
apparenti empatie.

Invece tu, amico mio indicibile
semini messe al buio e offri distillati al bar.
Avido, ammirando volti, miri all’anima
affamata di parole.

Di profezia ambiziosa, inebriato
brindi agli scandali, alle stimmate tatuate,
e antico, canti verzure di pensiero, passito.

Soffocando silenzio.

Whole and opened pomegranates with sliced citrus fruits on a stone

Non chiederci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
– Eugenio Montale

Ove tende / questo vagar mio breve?
e che è questo / che io chiamo? e che è questo / che io sono?
– Giacomo Leopardi

Cracked coconut shell floating in a shallow jungle stream

BASTA GUERRE

contro uno, contro una, contro tanti, contro sé stessi, gli altri, contro la ragione, contro l’amore

RADICI DI PIETRA

Romanzo di Giovanni Maio

“Ho scelto di restare fedele, non di vincere.”

RADICI DI PIETRA

Romanzo di Giovanni Maio

“Ho scelto di restare fedele, non di vincere.”

A leggere le opere di Giovanni Maio non smetto mai di pensare a quanta gratitudine devo a questo maestro di rigore e di sentimento. LE RADICI DI PIETRA non è solo un romanzo memoir che celebra la famiglia Maio con il cemento antisismico del ricordo condiviso dei momenti più struggenti e formativi delle vite dei protagonisti. Attraverso la storia di Don Cicco – medico condotto prima e pediatra dopo, del padre che diventa nonno, dell’uomo che “senza far rumore” raccoglie la stima e l’affetto di comunità, umane e professionali, sempre più estese – Giovanni riesce a rendere vive e pulsanti quelle radici universali a cui tutti siamo debitori, oltre i legami di sangue, oltre le fragilità della carne, oltre le turbolenze nervose delle scelte di vita, oltre, molto oltre i confini spaziali e di tempo dentro cui limitiamo le nostre esistenze, che di pietra hanno la consistenza e lo spirito dell’immortalità.

La mia immensa gratitudine, che non riuscirò mai a mettere in parole adeguate, per quanto possano sembrare viziate da un radicato sentimento d’amicizia, è il frutto gustoso  e maturo di quanto l’autore riesce a far crescere durante la lettura, con la sua impavida e meticolosa semina di parole concatenate e ricorrenti, con le sue sentenze onnipresenti che accompagnano la visione allargata di fatti e vicende intime, con frasi serrate e coinvolgenti, con paragrafi tanto spesso struggenti, la madre Maria, le sorelle Angela e Claudia, il fratello Nicola e capitoli che sono momenti storici e politici di tutta la società, del Cilento, di Salerno, di tutta l’Italia.

Questa sua letteratura, che solo lui e le soggettività familiari coinvolte, possono sapere quanto romanzata e quanto vera, trascende la storia personale e le emozioni dei protagonisti per diventare messaggio universale di celebrazione ai costituenti essenziali, necessari e ideali dell’esistenza, come la fedeltà, la lealtà, il rispetto, la generosità, e non per ultimo il sacrificio, da cui la consistenza della pietra è conseguenza, da cui la resistenza della pietra è sentimento, da cui la memoria della pietra si fa radice, e quindi crescita felice di una generazione sull’altra.

La presentazione di Giovanni Maio e poi l’introduzione del Dott. Pietro Greco sono un spinta vigorosa verso un tuffo nel romanzo che si fa subito viaggio d’esperienza e di formazione in un mondo che sembra veramente scomparso, anzi oso dire addirittura sconosciuto, la cui memoria non è cronologia ma testimonianza viva come fosse presenza che si fa lezione e monito per questo futuro che stentiamo ad immaginare sereno: inorriditi vediamo crescere incertezze, ipocrisie, crudeltà e follie intorno alle nostre agitate vicende quotidiane.

Con RADICI DI PIETRA scopriamo risposte, certezze, un altro mondo non solo possibile ma necessario. È l’esempio che dovremmo fare nostro nell’agire di ogni giorno per dare soddisfazione se non soluzione al senso della vita che cerchiamo in noi e negli altri. Parafrasando con l’accetta l’incipit più famoso di tutta la letteratura di questo mondo, non so se se tutte le famiglie felici si assomigliano, so che a modo suo ogni famiglia scava e modella la roccia del ricordo con il dolore e i sacrifici, con le lacrime e le carezze dell’amore che si fa adulto e torna bambino.

Questo romanzo è un memoir per chi vuole comprendere e trovare risposte da trattenere per farsi erede e lasciare eredità preziose. Non è un regalo ma una sfida. Ecco perché dobbiamo tutti sentirci debitori a “Don Ciccio” non solo per magnificarlo come l’autore fa da figlio senza fare sconti alla gioia e alla sofferenza personale, ma anche e soprattutto, come Giovanni Maio ce lo fa conoscere come rappresentante dell’umanità più bella che regge e fa girare il mondo, umano e umanità riprodotta nelle generazioni che vincono la morte, come desiderio e dimostrazione d’amore.  

TORNARE

Bella o brutta
È l’ultima ora di convalescenza
L’attimo di Gesù che scrive sulla sabbia
Sano ma non sanato
Ritorno

Al lavoro? Alla catena?
Ne ho lette tante ma restano vuote
Come quelle parole
Mai esistite

Smetto di raccogliere
Sassi dal mare
Perché la pietra
Della colpa
che nessuno ammette
Sgretoli
La gravità di questa vita
Asciugata al sole

Così torno nelle ombre

Spoglio di festa
Come polpa rossa
Di piennolo del Vesuvio
Appeso per Natale

Close-up of pomegranate pulp with seeds surrounded by red juice and swirling liquid
Close-up of pomegranate pulp with seeds surrounded by red juice and swirling liquid
Halved pomegranate with seeds and smooth stones on wooden table outdoors

CUORE MIO

Ti lascio riposare
dagli affanni pesanti
E ti guardo rapito
dal tuo essere divino

Accarezzo il tuo sonno
che danza di sogni in apnea
agitati come alghe fragili
nel mare in tempesta

Ti lascio riposare
Amore mio
che nei giorni di Cassandra crei
albe nuove all’imbrunire

Tu che nel nostro sottosuolo
di notti bianche e nere
accogli il mio cuore pezzente
penetrato al tuo
e lo fai signore

Two people lying in bed at night with moonlight shining through a window
Remove bandages; animate wind-swept living seaweed

🥰😍 tutta colpa di Battiato e della prospettiva Nevskij, amore mio 😍🥰

SCHIFO

Più urlate è più sento, lo schifo
Nelle vostre canzoni stonate come pappagalli
Nella gabbia della recita
Nelle bolle delle meccaniche terrestri
Di scontro e distruzione
Nell’agone come colosseo moderno
Leoni, martiri e fieri gladiatori
Che si tolgono la vita

Schifo le bestie che vedo libere
Vestite di falsa purezza
Cresciute nell’agio e nella presunzione
Che sbranano ignoranze

Schifo quelli che scommettono
Assistono e tifano senza critica né ragione
Osannando santi e madonne finte
Gettano all’inferno stento e sacrificio

Schifo chi povero si fa debito e schiavo
Che urla guerra, stordito ammazza come Caino

Schifo i cani e i loro padroni che competono
Chi vende scommesse, e spaccia feste per sogno

Schifo chi conta e calcola interesse
con equazioni differenziali
di meccaniche quantistiche

Schifo chi fa eserciti legali, criminali e di straccioni
La catena e chi incatena per finire incatenato

Schifo l’utopia che mi brucia l’anima
La pietà senza diritti
E chi le racconta e ne fa controllo

Cosa voglio?

Il vomito delle dinamiche umane
che rimbalza digerito come una palla
Pronta alle mani per giocare senza pace
Cremare illusioni.
Impastare sabbia e cenere per farne castelli.
In riva al mare di gente che riprende a pensare.

Questo voglio: finire.
In parole da affidare al silenzio

A swirling dark vortex containing shadowy silhouettes of people, birds, and furniture
A city in ruins with black smoke rising under heavy dark clouds
Rusty chain lying among assorted old coins and different types of dice on a rough concrete surface

IMPRESA

La pietà che ti dimostro
È il mio peccato più grande
Che ti fa piacere
Come pane che sfama

Paradosso di retoriche
E offese crudeli
Del mio essere superiore
Come lievito madre

Nell’infamia di farti schiavo
Mio suddito nel bisogno
Accollato e sospeso

Ti incateno alla mia catena
Ti spezzo e ti rinnego
quando smetti di servire

Così, cavarti dalla bocca
Parole di gratitudine
È impresa reale
Sigillo al mio potere

Ma tua è la scelta
Destino del tuo applauso felice
Per me ammirazione
Per te godere

Cracked ancient stone column wrapped in rusted chains with fallen debris
Round rustic bread with a hollow center filled with black charcoal pieces
Tightly woven knot made from intertwined red and gold strands of rope.
Crowd of people cheering in front of a large Iron Throne sculpture restrained by heavy chains outdoors

EREDE

Il dolore ha un fiore – Eschilo, Agamennone

Non mi vedi

Non mi senti

Non mi parli né rispondi

Non te ne frega un cazzo di me e di tante storie

Sono un personaggio privato di nervi

raccattato per strada come un rifiuto

ancora utile da riciclare

con parole come biglie fuori gioco

o una boccia di curling grippata nel ghiaccio,

sono presenza che si fa scrittura in scena.

Esangue la vita mia di te di me di ogni prefazione:

alla vita sembra più ragionevole la morte

alla lotta imporre ignavia

alla menzogna vincente il silenzio

ai dubbi affermare certezze

al sangue una profittevole asfissia

alla tortura più ragionevole la complicità

alla ragione estirpare croci senza dio

al dolore, donare un fiore di morfina.

A chi lo crea, il dolore, fine pena mai

a chi genera deserti

a chi ne fa ragione di ricchezza

il castrare bambini di speranza, d’amore e di fierezza.

Salerno, primo Agosto 2026

Dirt road winding through a desert with sparse vegetation and cloudy sky
A pale flower growing from cracked dry desert soil with mountains in background
A pale flower growing from cracked dry desert soil with mountains in background
Silhouette of a person walking on a two-lane asphalt road during sunset with cars in the distance

ESANGUE 

Il dolore ha un fiore – Eschilo, Agamennone

Lo volevano contenere

Lo hanno lasciato esangue

A terra, in una pozza del suo sangue

Spento il corpo armato di paura

Calpestato sull’asfalto di quartiere

Cadavere: grida giustizia

Con la violenza ingorda di tragedia

Nel video che fa il giro del mondo

Tutori, carnefici e vittima contenuta

Sono spettacolo a pranzo e a cena

Così nella protervia del potere

di reprimere il conflitto

in contenziosa contenzione

con eccesso della forza

e abuso di menzogna

Vedo l’anima fuggire

Librarsi dalla gola strozzata

Perché l’esecuzione

dell’umana ribellione

è la morte che vive

Luminous spirit rising from body into stormy sky
Luminous spirit rising from body into stormy sky
Marble statue with a shattered transparent glass figure lying beneath its foot

I FIORI DEL MALE

BAUDELAIRE – 1922 A. BARION Editore MILANO

Traduzione in versi liberi di Paolo Buzzi

COME I MENDICANTI NUTRONO I LORO PIDOCCHI

Che idea pazza salvare dal fuoco dell’oblio i fiori del male di Baudelair in questa edizione tradotto in versi liberi dal poeta futurista Paolo Buzzi che scrisse:

Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo

da Aeroplani, Zingari

XVIII – LA BELLEZZA – I FIORI DEL MALE – C. Baudelaire

Io sono bella, o mortali, come un sogno di pietra, – E il mio seno, ove ciascuno è a sua volta assassinato, – È fatto per ispirare al poeta un amore – Eterno e muto pari alla materia.

Troneggio nell’azzurro come sfinge incompresa; – Unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni; – Odio la plastica che sposta le linee; – E non mai piango né rido.

I poeti, davanti alle mie grandi attitudini – Che ho l’aria di prendere a prestito dai fieri monimenti, – Consumeranno i loro giorni in austeri studi;

Poi che ho, per fascinare questi docili amanti, – Dei puri specchi che fanno bella ogni cosa: – I miei occhi, i miei larghi occhi dall’eterno splendore!

Grazie di cuore Agnese per queste meraviglie di pagine che si sfaldano da un secolo e che insieme al portafortuna marino, terremo avvinti come prova d’eterno amore.

Vintage Paris street at night with cobblestone road, pedestrians holding umbrellas, classic cars, and illuminated café and hotel signs
Open book titled Lyric Poems on wooden desk with ink bottle, pen, and other books
An antique wooden desk lit by a green banker’s lamp, displaying poetry books and writing tools

Paolo Buzzi

Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo

da Aeroplani, Zingari

Paolo Buzzi è nato a Milano il 15 febbraio 1874, è morto a Milano il 18 febbraio 1956. Poeta di impronta futurista, scrittore.

Al #familydayINPS io c’ero

Che meraviglia quel giorno: io c’ero. Certo, una Direzione provinciale è diversa da una Direzione centrale, e il mio ha 36 anni e vive in una di quelle bolle separate ma parallele, che più passa il tempo e meno si incrociano con le nostre che ci fanno più nonni oltre che genitori.

Che meraviglia quel giorno: io c’ero a giocare con palloncini volanti insieme ai piccoli figli delle colleghe e dei colleghi giovani che sono il futuro di questa grande, immensa famiglia INPS.

Che meraviglia quel giorno: io c’ero a fare il bimbo tra bimbi più meravigliati e gioiosi di me, nel vortice sfrenato dietro palloncini colorati e giocare come gli adulti spesso non hanno né tempo né voglia di fare.

Perché? Perché?

Chiedo: fare squadra nel lavoro non è forse bello come fare squadra in un gioco, vincente ed avvincente con piccoli, grandi, giovani e meno giovani?

Che meraviglia quel giorno, e ogni giorno, c’ero e ci sarò 😍 💪 👏 🤗 🥰

Several diverse hands stacked together over a wooden table
Adult man and four children playing with colorful balloons in an office room
Bright intertwined light trails converging toward a glowing center on a dark background

Rumore

Non chiederci la formula che mondi possa aprirti, /sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Eugenio Montale

Ove tende / questo vagar mio breve? / e che è questo / che io chiamo? e che è questo / che io sono? Giacomo Leopardi

Rumore

C’è un tempo che passa e uno che gira.

Lo vedi dall’alto delle torri che il tempo

non corre ma divora

l’attimo umano

nella sua grandezza di essere geniale.

La senti masticata nelle protesi

la felicità del momento passata la paura.

E come niente sa spiegare – la pretesa di vita –

così tutto rivela lo sguardo che vibra

rapito dal rumore,

conteso nelle ombre,

incastro sanguinante di piorrea

e ragione.

Clock tower with large circular Roman numeral clock and gardens on a mountain at sunset
People walking in a historic city square with tall church tower and long shadows

RAPINA

Avessi la forza di strappare

ciocche d’attenzione

non sarebbe sofferenza

Pensarti

Avessi il coraggio dell’inganno,

con schiaffi d’interesse

sequestrare la tua vanità,

sarebbe un gioco da ragazzi

Avessi la brutalità della malizia

sarebbe tutta gioia

darti in pasto la mia carne

che trema di vergogna

Ma io voglio essere rapito

come fa l’estate con la tristezza

Prigioniera nel vento

Ornate vintage mirror hanging with shattered glass reflecting cloudy sky and hills
Person standing in a wheat field with smoke rising, wearing a green coat and looking into the distance
A person stands thoughtfully in a golden wheat field under a cloudy sky.
Two pairs of hands holding a glowing red heart

TEMPO

Quanto tempo ti rimane?

È quello che resta a me

Di sentire la carezza delle tue parole

Agitare l’anima mia

Come la brezza marina

Fa respirare gente di mare

O la tramontana nel pulire

strade deserte dalle foglie morte

Quanto tempo ci rimane?

È quello delle domande senza risposte

Sapore di frutto maturo

spaccato con le mani

Nella pace eterna di questo cielo nero

Appuntato da stelle

Hands breaking open a pomegranate with seeds falling, starry galaxy background
Milky Way galaxy visible over a coastal landscape with cliffs, beach, and ocean at night
io, mamma, e papà
Person standing in a wheat field with smoke rising, wearing a green coat and looking into the distance
A person stands thoughtfully in a golden wheat field under a cloudy sky.

Salerno Letteratura Festival

Io c’ero e con me un fantasma che volteggiava come un venticello indeciso in cerca di belle parole e buone intenzioni, della storia più bella, di cuori desti pronti alla rivolta, per la guerra alle guerre, per gridare basta, basta, mai più!

AGNESE

TANTI E NESSUNO

Ne ho visto tanti
entusiasti
rivendicare orgogliosi
ardere di passione
ma poi solo fuoco di paglia

Ne ho visto tanti
armarsi e partire
e poi fermarsi
sbattere la porta

Scappare dove anch’io sono scappato

dove la lotta è un lusso
la rinuncia, una comodità
e la santità solo preghiera
Ne ho visto tanti
tornare affranti
da sensi di colpa e fame di rivincita
perdersi e ritrovarsi
più rabbiosi di prima

Ne ho visto tanti
in equilibrio
tra ombre e vuoto
sospesi
tra andare e andato
fermi
nell’attesa apatica di risposte

Ne ho visto tanti
giustificarsi con parole avvinte
e di parole furiose
morire

Ne ho visto tanti
predare e farsi preda
rinascere dalla melma
e farsi fango
poi argilla viva
plasmata e cotta
in statue di noi
assassini innocenti

Ne ho visto tanti
di stormi, torme e branchi
ordinati dalla paura
e dal sole immobile
che brucia, che secca la carne
sfinita
dove nessuno sopravvive
anime orfane di lacrime
e dolore

Flock of birds flying over wetlands with city skyline under dark clouds at sunset
A flock of birds flies over wetlands with a city skyline and dramatic sunset in the background.
Ne ho visto tanti/entusiasti/rivendicare orgogliosi/ardere di passione/ma poi solo fuoco di paglia
A hooded figure carefully walks a glowing tightrope over a deep canyon with a walking stick.
Silhouettes of a howling wolf and a deer with antlers overlaid on a misty forest background
A mysterious double exposure blends a howling wolf and a majestic deer in a foggy forest.

A TE AMORE MIO

Légami come ti lego io

Con corda che asfissia inganni

E io ti sciolgo come tu mi sciogli

Con ghiaccio che diventa mare

E parole esangui

In carezze di pietra

Da ombre di lave

Brilleranno

Nell’iride dei tuoi occhi belli

Penetrati ai miei, ingordi

Che ti entrano nell’anima

Danzante

A giocare con me

Interwoven fiery and icy elements with multiple human eyes inside a heart-shaped rope
un cuore desto ha parole e visioni

PRIMA E DOPO

Caccia
Devasta
Scappa

Pre giudicata
Legata e liberata

Pre destinata
Pre determinata
Educata alla follia

Elaborata alla parola
Che precede, procede e brucia
Resistente e furiosa

Ti prende e ti porta via
Pre evoluta e programmata
Schiava e merce nella vita

Pre venuta
Statisticata come errore
Pre trattata alla menzogna

Libera con un piede nel fiume degli eventi
E l’altro incastrato nello scoglio delle vanità

Furiosa verità

A vagare e vangare zolle di deserto
Pre parata a ritrattare
A validarti come difetto

Fallata, fallita, scartata

Rifiutata, come fiore secco tra pagine morte
Ribelle come buio trafitto da fulmine
Dispersa nei numeri della moltitudine

Non arrenderti alla febbre
Lasciati amare senza paura
Prima e dopo l’idea tradita
È amore o non è amore

FUGACE

Si fa alba

Ed è subito sera

Così il giorno

Così una vita

Ma non sai cos’è

La fiducia

Non sai cos’è la paura

Di sé stessi

Di questo mondo bruto

Che lacrima succo

di mela verde

e nera di marcio

Sono nato bimbo

E morirò bambino

Nella meraviglia

Solitaria

Delle nostre notti insonni

Ad aspettare il sole

Ad aspettare il buio

FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo infame\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia
Della solitudine\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio

FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo bruto\Che lacrima succo\di mela verde\e nera di marcio\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia\Solitaria\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio

Solar eclipse with Earth partially covered by a dark circle displaying zodiac symbols around its edge

Solar eclipse with Earth partially covered by a dark circle displaying zodiac symbols around its edge

Il Saggio di Brunella

Carissima Brunella, è stato fantastico.

Ancora devo capire veramente cos’è, ma quello che spacci è davvero roba buona: sapessi le ragazze del corso con quante belle parole ti lodano quando pensano a te, e quando parlano della magistra fermezza di toccarci l’anima con la carezza e la frusta della tua voce.

Essere diretti dalla regia come la fai tu, è fantastico come l’approdo in un Saggio che ci ha fatto volare negli applausi di chi ammirandoci si è emozionato anche più di quanto tutti noi sul palco abbiamo dimostrato.

Lavorare con te è stato fantastico, beccarsi cazziate e complimenti, è stato fantastico, come ci hai fatti sentire collettivamente un unico personaggio, è stato fantastico.

Abbiamo respirato e dato voce a William Shakespeare e Franz Kafka, alla scimmia che relazione all’Accademia, a Romeo e Giulietta, a Otello, a Riccardo III, all’Amore non è Amore del sonetto 116, e a tutte quelle parole così pesanti e così sublimi che ci hanno fatto trascendere dalla normale vita quotidiana a quell’universo magico in cui l’arte smette di essere spazio di contemplazione e diventa sentimento d’azione: emozioni senza confini. Dall’inferno degli orrori della dizione, al purgatorio dell’attesa nelle prove, al paradiso della festa degli applausi nel Saggio finale: è stato fantastico.

I testi che hai scelto, sono dei classici immortali che hai squarciato, sezionato, adattato, direi cucito su misura, nelle nostre traballanti figure di principianti, tanto entusiaste quanto desiderose di apprendere e di fare bella figura.

A volte indisciplinate, a volte timorose, a volte irriverenti, preoccupate e gioiose ma sempre pronte a rientrare nei ranghi di matricole senz’età che si donano adolescenti alla disciplina collettiva.

Ripeto a chi legge alcune parole scritte e non scritte nel ringraziamento corale con cui ti abbiamo salutato:

Attraverso la lettura dei grandi ci hai fatto sentire più forti, più padroni delle nostre insicurezze, più consapevoli delle nostre risorse a cui attingere sul palcoscenico della vita.

Cara Brunella, per dirla alla William, tu sei stata per noi quella luce che viene da Oriente, nell’ottica di Franz, ci sei apparsa come il maestro che vuole sciogliere l’enigma delle nostre identità. Comunque sia, per tutto quello che ci hai dato e che hai rappresentato per ognuno di noi, grazie.

Un altro anno è passato ed eccoci qui al saggio preparato con dedizione, impegno e amore, per dirti grazie di cuore.

So di ripetermi, ma per tutto questo, e per tutto quello che non so scrivere, lo dico fino alla noia: È stato fantastico. Grazie

Alessandra, Ester, Francesco, Gia, Giusy, Laura, Maria Pia, Marilia, Manuela, Pietro, Rosa e Sabrina che con la foto di Cristina Santonicola hai definito la perfezione.

Gruppo di persone in abbigliamento nero che si esibiscono in un ambiente architettonico elegante.
Un coro di donne e uomini in abbigliamento nero si esibisce su un palco in un ambiente architettonico elegante.

FOTO DI CRISTINA SANTONICOLA —> @cristina.santonicola_foto

Un gruppo di attori in abiti scuri si inchina di fronte al pubblico dopo una performance, alzando le mani in segno di trionfo in un ambiente teatrale con pavimento a scacchi.
Un gruppo di persone in abiti neri sul palco, ognuna tiene in mano un cartello con parole significative come 'Libertà', 'Amore' e 'Gloria', illuminati da luci verdi.
Gruppo di persone in abbigliamento nero che recitano su un palco, con un'atmosfera teatrale e illuminazione rossa.
Locandina del saggio di fine corso intitolato 'William e Franz' di un corso di lettura ad alta voce, curato da Brunella Caputo. Elenco dei partecipanti e dettagli dell'evento, previsto per il 27 maggio 2026 presso Apollonia Hub a Salerno.
Un gruppo di persone sta leggendo copioni su un palco. La scena è composta da uomini e donne di diverse età, alcuni in piedi e altri seduti. Sullo sfondo c'è una parete scura e un pavimento a scacchi.
Gruppo di persone in abbigliamento nero durante una performance teatrale, con uno sfondo verde e dettagli architettonici decorati.
Gruppo di donne sul palco che ricevono applausi, indossando abiti scuri, in un ambiente teatrale.
Un gruppo di donne in abiti scuri applaude, mentre una donna al centro riceve un mazzo di fiori sul palco.
Un uomo con occhiali che legge appunti su un palco, mentre parla con espressione coinvolgente.
Uomo di mezza età che legge un foglio in piedi, con un'espressione attenta e gesticolando con una mano. Sullo sfondo si vedono elementi architettonici e una parete chiara.

Che siamo?

Merce

Desideri invertebrati

Che camminano

IBAN virtuali

Che riciclano

Merce

Estorsione di valore

Emozioni senza gioia

Merce

Meretricio dall’infanzia

Di organi trapiantati

Merce

Passioni d’accatto

Che fanno arte a sfruttamento

Merce

Sulla strada della devianza

Merce

Nella periferia della conoscenza

Merce

Nella fame del bisogno

Siamo merce avariata

Che vibra, trema

Nella rugiada dei sogni

Uomo con capelli grigi e maglione nero, indossa una giacca di jeans, in primo piano con una bandiera sullo sfondo.
Silhouetted figures formed from assorted global banknotes and coins labeled with words like wealth, exchange, human, and value.
Uomo con giacca di jeans parla in pubblico, tenendo un microfono, con una bandiera rossa sullo sfondo e un cartello che promuove un evento elettorale.

DEMOCRAZIA

Non basta una croce
Non basta la preferenza
Non basta mai

Il voto, la delega
Segno del cuore
Che sai anche tu
Non basterà

Né oggi né domani

Non è speranza
Di muovere macigni
È desiderio di gloria

Un passo alla volta
Assaltando il cielo
Fiore ribelle nasca

Tra lacrime di pioggia
e giungle di deserti
così rabbia e gioia
idea che avvampi
non basti mai

Un gruppo di persone che festeggiano insieme con uno striscione che recita 'potere al popolo', circondati da edifici colorati.
Un gruppo di otto persone in piedi lungo una banchina, sorridendo e alzando bandiere. Sono presenti una bandiera palestinese e una cubana, con uno sfondo di mare e monti al tramonto.
Gruppo di persone che posano insieme su un molo, ognuno con bandiere palestinesi e cubane, in un ambiente all'aperto al tramonto.
Un gruppo di persone in piedi sotto una tenda con bandiere di Cuba, Palestina e un manifesto di Potere al Popolo!.
Manifesti di un'elezione locale per il partito 'Potere al Popolo!', in primo piano una mano tiene i volantini, sullo sfondo abbigliamento in vendita in un mercato.
Un gruppo di persone solleva il pugno in segno di solidarietà su un balcone, circondato da bandiere del Venezuela, Palestina, Cuba e il banner USB.
Un gruppo di persone sorridenti che si sono riunite all'aperto, davanti a una tenda bianca, con alcuni che alzano i pugni in segno di esultanza. Si vedono una bandiera rossa e un'atmosfera di festa e unità.
Manifesto elettorale per le elezioni del 24 e 25 maggio a Salerno, con invito a votare per Pio De Felice sindaco e il movimento Potere al Popolo.

Ecco la lista di Potere al Popolo per le elezioni comunali di Salerno: non basta una croce, non basta la preferenza, non basta mai 😍💪💪💪😍

Candidato Sindaco:

Pio Antonio De Felice

1. Bordino Paolo

2. Iorio Rosanna

3. Amendola Francesco

4. Calabrese Laura

5. Di Gennaro Pietro

6. Dina Balsamo

7. Parisi Ciro Rosario

8. Biroccino Roberta

9. Sacco Gianmarco

10. Marena Emanuela

11. Mari Michele

12. Mele Maila

13. Paciello Lorenzo

14. Romeo Anna

15. Ferraro Federico

16. Stiuso Lucia

17. Ragosa Gerardo

18. Fiore Laura

19. Infantile Onofrio

20. Onofrio Gessica

21. Tresca Massimiliano

22. De Vito Lucia

23. Cordone Domenico

24. Di Giulio Danilo

https://poterealpopolo.org/notizie/dai-territori/campania/elezioni-salerno-2026/

Uomo in giacca di jeans che parla al microfono con una bandiera rossa sullo sfondo.

LE SPINE DEL ROSA

Una storia di passioni e d’arte nella Napoli del Seicento

di DANIELA MARRA, 2025 Colonnese Editore

Sono infinitamente grato a Daniela Marra per questo suo grandioso romanzo che mi ha svelato i segreti di una magia che viaggia nel tempo, quella della verità umana che attraverso l’arte trascende la materia dell’opera, la spina che sanguina, divenendo eterna riproduzione di passione. Non sono capace di nascondere la tremante soggezione alla studiosa che mette in letteratura, in emozione della parola scritta, la sua scienza, le sue conoscenze, al servizio di una necessità d’amore prima che scientifica. Più che l’antropologa specializzata in museografia, che si occupa di ricerca e di critica artistica, è la donna madre che colpisce con una scure affilata la grande quercia della storia per farne preziosi gioielli scolpiti nel legno dell’esistenza: materia che vive nelle pagine richiamando quelle passioni che gli stolti chiamano follie della mente, che come spine ci fanno piangere assistendo alla grandiosità della bellezza senza tempo. Dalla fragilità alla crudeltà della vita che passa e divora veloce l’esistenza, queste spine sono la ragione del sentimento che ci commuove: essere bambino e sognare, essere adulto e riprodurre umanità, genìa divina, nel pensiero e nell’azione, nel lavoro che si svolge, operando rivoluzioni vicine e lontane nei cuori che crescono come angeli, come demoni, come streghe condannate sì al fuoco, ma allo stesso tempo alle fiamme delle emozioni eterne.

Dovrei frenare, fermarmi e fare mio l’aforisma che Salvator Rosa ha dipinto – anzi, inciso – nel suo autoritratto: «Aut tace aut loquere meliora silentio» (O taci, o parla cose migliori del silenzio). Ma come posso resistere alla commozione e al bisogno viscerale di guardare, ammirare, venerare ciò che Salvator Rosa ha trasceso nelle tele che da secoli testimoniano la grandezza dell’uomo e della natura sull’uomo? È uno dei desideri che l’opera di Daniela Marra mette in moto. Se non lo conosci il Rosa, lo devi vedere quello che ha creato, primo tra i primi, grande tra i grandi. Questo è quello che è successo a me: un desiderio che diventa frenesia di conoscenza.

Quella di Salvator Rosa è un’arte che apre il cuore all’immensità dell’epopea umana figlia della natura e del divino creato. I suoi paesaggi sono veri, vivi, selvaggi, rocciosi, dominati da una sensazione a volte orrenda che incute timore e meraviglia – atmosfere cupe animate da banditi, filosofi antichi, eremiti e soldati in una guerra senza eroi. Nelle sue battaglie, non inserisce alcuna figura eroica centrale, solo violenza insensata, caos e rovine, volendo mostrare al mondo che la guerra non è gloria, ma solo macello e follia. Nei suoi dipinti, con filosofi, teschi e ossa, angeli e streghe, Rosa trasforma la tela in un teatro filosofico in cui la ragione incontra il baratro, per interrogarci senza sosta. È un pittore “fuori delle regole degli altri pittori”, è stato scritto, e che ancora oggi i critici stentano ad etichettare: pittore, poeta, attore, satirico e moralista, ubriaco ed ubriacante, capace di guardare al mondo con una coerenza così scomoda che gli aprì le porte di committenti illuminati.

Per amplificare ed andare oltre il conosciuto e il conoscibile, il tumultuoso mondo del Rosa, è fragore, è scoperta, è vita. Daniela Marra, con Le spine del Rosa, che non è una biografia – come l’autrice stessa sottolinea – è una resurrezione letteraria. E ci riesce non tanto rievocando i fatti, quanto immergendosi con slancio nei vuoti: nei silenzi lasciati dalle fonti, nei conflitti solo accennati, nel magma incandescente di una Napoli “spagnola” paradosso di modernità tracannata in ogni atto di ribellione quotidiana. Marra non fa da guida turistica in un Seicento come fosse un presepe da mettere in scena ad ogni Natale – azzarderei scrittura alla moda per il consumo – anzi in stile unico e raro, spalanca i sensi fino a farne sopraffazione emozionale, della parola sull’azione, del pensiero che sconvolge la ragione: gli odori del popolo, le carezze e gli schiaffi della miseria che si fa struttura prima che esperienza di vita, la furia delle rivolte dell’uomo e della natura, la peste del 1656 che svuotò interi quartieri e l’eruzione del Vesuvio del 1631.

Nelle pagine di Daniela Marra accadono cose sconvolgenti. Come nel racconto dell’esplosione del vulcano, simbolo eterno da millenni – lo sbriciolarsi del cono, l’innalzarsi della colonna di cenere – e poi la scrittrice lascia che sia lo stesso Rosa a interrompere il racconto scientifico per domandarsi, con dolore, perché mai l’arte dovrebbe servire a qualcosa. E la risposta che si dà è folgorante, e ci trafigge: «L’arte non salva. È un fuoco che divora».

Ecco, è qui, in pagine come queste che il romanzo di Marra si fa miracolo. Perché questa frase, come altre, non appartiene solo a Salvator Rosa e al suo tormento: è anche la chiave del mondo in cui Daniela Marra oggi scrive. Lei usa e abusa l’arte come una scure per squarciare l’oblio di quello che non possiamo dimenticare perché esperienza diretta, comune, quotidiana, di ogni figlio che assiste l’agonia di un genitore.  Strumento al servizio della trama, scava nella fragilità e nella brutalità dell’umano, nella precarietà di chi sa di dover morire e così si ribella, non giace moribondo ma lotta fino all’estremo. Ma lo fa con uno stile che non imita il barocco (nessun fronzolo, nessuna ridondanza), bensì lo riscrive con frasi brevi, paragoni fulminanti, mai scontati; e nel farlo, restituisce al lettore non il ricordo di un artista del Seicento, ma l’urgenza di una coscienza che ci riguarda, oggi, domani, sempre.

E così già dall’inizio. Il titolo, Le spine del Rosa, non è solo un gioco di parole con il fiore, il colore, e il cognome del pittore. È la cifra di ogni autentica lotta con l’esistenza: la bellezza che punge, la rosa che ferisce, il genio che si paga e ripaga con il sangue e con l’incomprensione. Proprio come nelle tele di Salvator Rosa – dove i teschi e le ossa ci ammoniscono sulla caducità della vita – Marra ci racconta che le spine non si possono togliere dalla rosa senza uccidere la rosa stessa. Ma che addirittura una rosa senza spine è come un amore senza passione. Un artificio contemplativo e non l’immersione totale, l’abbandono completo nel fuoco dell’emozione che rende l’attimo, la visione e il consumo, nutrimento divino. Proprio le spine, tenacemente, resistono alle atrocità che si ripetono senza pace. E così restano. Come onde che si fanno tempesta e miscela di fluidi marci e fragranze sublimi, con lacrime e sangue del presente che viviamo. Come una domanda che rifiuta il silenzio. Come la verità umana che, attraverso l’arte, trascende la materia dell’opera, divenendo eterna riproduzione dell’umano, di vita che nasce dalla morte, irrefrenabile, passione di passioni.

Carlo il Campione di tutti noi

Carissimo Carlo,

ogni anno che passa ricordo la tua prematura ed incredibile scomparsa.

Chi ti ha conosciuto e ha vissuto con te frammenti di esistenza terrena, sa che bella persona sei stato.

Chi ti ha allenato, ti ha visto giocare e ha giocato con te, sa che talento eri e ricorda lucidamente le tue magie e la tua grandissima ed innata sapienza calcistica.

Per tutta la vita ho maledetto questa nostra bella città che ancora oggi non dà ai suoi giovani, decine di campi e campetti in erba, campi di calcio che abbiamo tanto desiderato senza perdere comunque mai l’entusiasmo, anche quando bestemmiavamo il cemento ruvido e criminale del parcheggio della fabbrica abbandonata che è stato il luogo storico del calcio, nel quartiere Torrione.

Sfide e tornei indimenticabili, passioni intense in un degrado strutturale dei salernitani che si arrangiavano. Abbandonata la fabbrica, abbandonata la latteria e abbandonato il mostruoso cementificio proprio dove oggi, il Grand Hotel di Salerno si affaccia nel golfo che dal Cilento va alla Divina costa.

Ho maledetto questa città, soprattutto perché non ti ha dato le opportunità a cui avevi diritto, perché talenti come il tuo sarebbero destinati, tutti, a meravigliare le folle del calcio che conta.

A chi non ti ha conosciuto basti un solo paragone: il campione del mondo Andrea Pirlo, che oggi fa l’allenatore. Un numero dieci che ti assomiglia nel fisico, nel carattere e nelle qualità tecniche.

Poche ma sagge parole e tanti fatti. Come lui sapeva fare, tu prendevi in mano il centrocampo e, anche meglio di lui, velocizzavi e mandavi a rete le punte con una lettura istintiva degli spazi e delle occasioni che l’azione dei tuoi compagni sapevano creare.

Gol su magiche punizioni, assist e tanta corsa in attacco e in difesa. Il tocco, il controllo, la velocità, la visione di gioco e i tuoi lanci erano da vero campione, ma come è capitato e capiterà ancora, per i tanti talenti della nostra terra, la tua condanna è stata crescere dove le pari opportunità devono ancora diventare un orizzonte raggiungibile.

Ciao Carlo,

non ci sono parole adeguate per la tua morte ma il tuo ricordo non sbiadirà mai perché sarai per sempre il Campione di tutti noi.

Gruppo di amici che si divertono insieme in una festa.

Carlo Salvati come è meglio di Andrea Pirlo

Un uomo con capelli lunghi e castani vestito con una maglietta bianca con strisce rosse e nere, in un ambiente all'aperto.

Ecco la squadra “Lido Aurora”

Squadra di calcio in maglietta bianca con dettagli blu, posando in gruppo all'aperto.

vincemmo un torneo cittadino nell’estate del 1984 sul campo Rinaldo Settembrino di Fratte, all’epoca un campo di pietre e polvere, oggi in erba sintetica.

Un ricordo affettuoso e senza tempo va a:

Alfonso Trivisone

piccolo grande centravanti, scomparso nell’altro secolo, quando era ancora troppo giovane e il sogno di fare il calciatore era la sua vita.

Campo da calcio in erba sintetica con una bandierina gialla in primo piano.
Un edificio moderno con una facciata in due toni e un'area di fontane decorative in primo piano.
Fontana con getti d'acqua e parete decorativa, vista da un angolo sul lago.
Un gruppo di ragazzi in posa all'aperto, sorridenti e vestiti in maglioni e pantaloni casual, con uno sfondo di un edificio scolastico.

CIGOLANDO

Tra il 25 Aprile
e il Primo Maggio
cigolando cammino nelle strade
affollate dalla memoria

Pedalo nelle parole della Storia

Tra gente che celebra il ricordo
avanzo e mi vergogno

Inquadrato, schedato
Noi merce, noi sfruttati
byte inglobati da mega tera di controllo
connessi e sconnessi
consumati dall’ansia dell’essere presente

La rete è fine, è capillare
cattura plancton e ciacianielli
venduti all’asta come armi
predati, ossessivi, ossessionati

Tra panzoni opulenti e scheletri ambulanti

Cigoliamo come ingranaggi di catena,
ruggine di cervelli,
precari e paralizzati,
sistemi operativi antiquati

Cigoliamo in desideri incontinenti
come adunata di ribelli
che stride, che urla, ma canta e balla

Il corpo sociale ci guarda infastidito
estraneo, sulla spiaggia cerca evasione
deforme, nel mare la fuga e la sua ragione

Indifferente alle masse
di schiavi che siamo
è prigione senza luna

E noi l’onta che si fa tempesta
condanna amara
di solitudine fantasma

Glowing network of interconnected energy strands with sparkling particles in space

Il Vento della Libertà

I fratelli Riccio e il sogno del Cilento libero

Romanzo storico di Giovanni Maio

Il Vento della Libertà è un romanzo importante, non solo per il lettore appassionato di storia meridionale, ma per chiunque cerchi nella narrativa verità del passato in modo serio, documentato e appassionato. Giovanni non scrive per il mercato: scrive per dare vita alla memoria, e con l’emozione di una scrittura che trasuda fervore e brividi, scrive amplificando eredità preziose. E questa, oggi, è una virtù rara.

I romanzi di Giovanni Maio hanno una voce narrativa consolidata: una miscela di lirismo descrittivo, azione senza tregua, e scarnificazione dei sentimenti umani che ogni volta mi lascia stupefatto. In questa sua opera il presente narrativo e analessi che si rincorrono con estrema naturalezza, sono momenti in cui l’autore “travalica” l’ordinario per raccontare il mito che si fa e ci fa uomini di libertà senza compromessi. Se sullo sfondo c’è la “prepotenza borbonica” della tirannia, in primo piano la storia di Nicola Riccio e dei sue tre figli, è una storia universale che esalta la grande potenza umana di sconfiggere il tempo e la morte.

Il Vento della Libertà è un romanzo storico di ampio respiro, che si colloca nella grande tradizione del genere – da Manzoni a Tomasi di Lampedusa, passando per il moderno Il Gattopardo e persino certi affreschi popolari alla Cristo si è fermato a Eboli (cui l’autore stesso rende omaggio con la citazione finale di Carlo Levi).

Con Il Vento della Libertà, Giovanni Maio, racconta una storia struggente e appassionante, storicamente rilevante: i moti carbonari del 1828 nel Cilento, e in particolare la vicenda dei fratelli Riccio di Cardile.

La struttura è classica: esposizione (giuramento dei Filadelfi), sviluppo (feste, preparativi, insurrezione), climax (scontri, repressione, morte dei protagonisti), e un epilogo che fa riflettere e lascia un segno indelebile: una frustata all’oblio dell’universo costituente che sono le nostre radici.

Bisogna riconoscere a Giovanni Maio un lavoro certosino di documentazione. Non si limita a citare qualche data o nome, anzi, ricostruisce con precisione il contesto giuridico-politico del Regno delle Due Sicilie dopo la Restaurazione: le tasse sul macinato e sul sale, la figura di Gioacchino Murat come mito riformatore, la Carboneria e la sua costola più radicale dei Filadelfi, la repressione di Francesco Saverio Del Carretto, le Commissioni Militari, la damnatio memoriae di paesi come Bosco. Però Maio sa che la verità storica non abita solo nei grandi eventi, ma anche – forse soprattutto – nelle piccole cose e così opera come restauratore dando nuova luce, nuova vita alla storia attraverso l’azione di personaggi che scolpiscono l’immaginario. Restaura non decora. La sua voce narrante tende a sovrapporsi al punto di vista dei protagonisti con commenti espliciti e così facendo opera una scelta stilistica che a tratti eleva il romanzo a saggio narrativo. L’unicità e la differenzazione dei personaggi sono il vero punto di forza di questo romanzo che si legge con tensione crescente.

Alessandro: il primogenito pragmatico, tormentato dal peso della responsabilità, capace di orazioni infiammate ma anche di dubbio e introspezione (magnifico il capitolo X, un capolavoro di psicologia narrativa con la lettera di Nicola). Alessandro è il “cuore” della rivolta.

Davide: l’impulsivo, il guerriero, il “braccio”. La sua morte – il veleno della madre, lo scempio post-mortem – sono tra le pagine più strazianti del romanzo.

Licurgo: l’intellettuale, l’architetto della logistica, ferito eppure lucido fino alla fine. La sua morte al mulino, mentre cerca di raggiungere Cardile, è narrata con asciutta crudeltà.

Elena Nunziante: donna colta e ribelle, arriva da Salerno e porta nella casa dei Riccio non solo l’amore, ma una nuova, più lucida consapevolezza: la libertà non si aspetta, si costruisce, anche a costo della vita.

Nicola Riccio, il padre medico, è il “cuore” del romanzo. La sua umiliazione pubblica, la lettera nascosta sotto il pavimento, i dialoghi con Del Carretto burocrate del terrore – tutto concorre a creare una figura di straordinaria dignità.

Questi personaggi sbagliano, dubitano, a volte cedono alla disperazione, vorrebbero tornare indietro. È proprio questa umanità imperfetta a renderli eroi autentici, eroi indimenticabili.

Ma il vero protagonista del romanzo è forse lo sguardo di Giovanni Maio. È uno sguardo che non si accontenta della superficie, che vuole capire cosa prova un uomo la notte prima di un’imboscata, cosa pensa una madre mentre il figlio è in fuga tra i monti, cosa brucia nel petto di un rivoluzionario quando vede il proprio villaggio dato alle fiamme. L’autore scrive come se fosse lì, tra i castagni di Laurino, nelle gole del Calore, o sulle creste del Monte Stella, e riesce a trasmettere al lettore l’odore della pioggia sul fango, il freddo delle grotte, il fumo degli incendi, il rumore dei passi dei gendarmi che si avvicinano.

La cifra preziosa del romanzo non è solo la lotta tra libertà e tirannia, la crudeltà della legge che è ingiustizia, ma anche – e forse soprattutto – il tradimento finale, l’abisso morale, il tradimento del vincolo sacro, il tradimento al giuramento del San Giovanni.
L’ossessione dello scrittore la si vede nella meticolosità delle descrizioni, nella cura dei dettagli storici, nella costruzione quasi maniacale delle trame secondarie (il notaio di Piaggine, i Capozzoli, il canonico De Luca). Ma questa ossessione non è mai fine a sé stessa: è l’arte che Giovanni Maio crea per onorare la verità – storica e umana – l’arte che si rifiuta di ridursi a semplice intrattenimento. L’arte che sopravvive alla caducità e alla miseria dell’essere umano che nasce e che muore.

Questo romanzo parla a noi contemporanei con una forza sorprendente. Le domande che pone – quanto vale la libertà? Qual è il prezzo della dignità? Si può restare umani anche nella violenza? – sono domande che attraversano i secoli e ci interpellano direttamente. In un’epoca in cui la parola “libertà” viene spesso svuotata di significato, Giovanni ci ricorda che essa è stata conquistata a caro prezzo, con sangue, sudore e lacrime, e che nessuna conquista civile è mai per sempre. Ma è un romanzo sorprendente anche perché parla di scelte: di quando un uomo o una donna decidono che non è più possibile chinare la testa, che l’obbedienza diventa una forma lenta di morte. Parla del prezzo della dignità, che spesso è altissimo. Parla del tradimento – quello che arriva da dove meno te lo aspetti, da un amico, da un vicino, da chi hai stretto la mano in nome di un santo. E parla della memoria: di come le storie dei vinti, se qualcuno ha il coraggio di raccontarle, diventano più forti delle pietre dei vincitori.

Ho letto Il Vento della Libertà e posso dire che proprio nell’epilogo lascia aperta una finestra sulla speranza. Perché la memoria, quando è coltivata, diventa essa stessa un atto di libertà, un vento non un sussurro del passato, ma un richiamo potente per il nostro presente.

Il Vento della Libertà è un romanzo che parla al cuore, prima che alla ragione. È un omaggio a una terra, il Cilento, che troppo spesso è stata periferia del mondo, e che in queste pagine diventa, per la grazia della scrittura, centro dell’universo. È la prova che il romanzo storico, quando è fatto bene, non è evasione: è un modo per interrogarci su chi siamo stati e su chi vogliamo essere.

Una citazione di Epitteto incorniciata, posizionata su una roccia con vista su una spiaggia e il mare azzurro.

“Il fucile appartenuto ad Alessandro Riccio, carbonaro di Cardile (SA) che prese parte ai moti del Cilento del 1828, negli anni scorsi, e nel corso di una cerimonia solenne, è stato donato alla comunità della stessa Cardile dalla famiglia Maio. Alessandro, nella sua fuga dai gendarmi borbonici, giunto in località Acque Marine si era liberato di questa arma (e di altri oggetti personali) affidandola ad un mio trisavolo. E da allora il fucile è stato sempre custodito dalla mia famiglia. Ancora oggi posseggo oggetti interessanti appartenuti al noto combattente per la Libertà cilentano.” – G. Maio

” – “Vostra madre vi aspetta con il rosario tra le mani. Io vi spetto con la penna ferma sul foglio, sperando di poter scivere, un giorno, la parola ‘Pace’ – “

UNA STORIA DIMENTICATA

Il 7 luglio 1828 si consumò nel Cilento una delle pagine più tragiche, e al contempo dimenticate, del Risorgimento italiano: la distruzione del paese di Bosco.

Molto prima che le grandi città del Nord e del Centro Italia si unissero nei moti del 1848 o che la spedizione dei Mille tracciasse la via dell’Unità, il Cilento bruciava già di un fervore rivoluzionario straordinario. In una terra aspra e fiera, un gruppo di patrioti guidati dagli aderenti alla setta carbonara dei Filadelfi, dai fratelli Riccio di Cardile, dai fratelli Capozzoli di Monteforte Cilento, dai De Luca e tanti altri cittadini cilentani ispirati da ideali di libertà e giustizia decise di sollevarsi contro l’assolutismo della monarchia borbonica. La richiesta era chiara, modernissima per l’epoca: il ripristino della Costituzione del 1820.

La reazione del re Francesco I di Borbone fu spietata e immediata. Mandò nel Cilento i gendarmi regi guidati dal maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, un uomo che avrebbe legato il suo nome alla ferocia della repressione. Del Carretto scelse Bosco, un piccolo borgo arroccato tra i boschi che aveva accolto e sostenuto i rivoltosi, come obiettivo principale per dare una punizione esemplare a tutta la provincia.

Il 7 luglio 1828 le truppe borboniche cinsero d’assedio il paese. Bosco fu letteralmente preso a cannonate, saccheggiato e dato alle fiamme. Le case vennero rase al suolo, gli abitanti costretti alla fuga, e i capi della rivolta catturati, processati sommariamente e fucilati (le loro teste vennero persino esposte in gabbie di ferro nei paesi vicini come macabro monito). Un decreto reale arrivò a stabilire che il comune di Bosco venisse formalmente cancellato dalle mappe e che sulle sue rovine fosse sparso il sale, vietando a chiunque di ricostruirvi.

La distruzione di Bosco non fu solo un atto di violenza militare, ma il tentativo deliberato di cancellare la memoria di un popolo che aveva osato chiedere la libertà prima del tempo. I cilentani si erano svegliati dal torpore dell’epoca molto prima del resto d’Italia, pagando a carissimo prezzo il sogno di un futuro più giusto.

Oggi, il ricordo di quel 7 luglio rimane il simbolo di un Sud che non si è mai piegato, che non è stato solo terra di conquista, ma culla di un precoce e coraggioso spirito di Libertà. – Giovanni Maio –

Il Vento della Libertà diventa un progetto cinematografico https://www.ilventodellaliber.com

Due uomini in una sala riunioni, uno in piedi a sinistra e l'altro seduto a destra, discutono davanti a un grande stendardo blu della Provincia di Salerno.
Pagina di un libro intitolato 'Il vento della libertà' di Giovanni Maio, con una dedica autografata che esprime un sogno di libertà.
Invito ufficiale di Loups Garoux Produzioni per Pietro Di Gennaro alla Cerimonia di Premiazione e Presentazione del progetto cinematografico '1828 - Il Vento della Libertà', durante il Festival del Cinema di Roma. Include dettagli su data e luogo.
Una mano che tiene un libro aperto con una citazione evidenziata in giallo, contenente l'epiteto "Non potrà essere mai veramente libero l'uomo che non è padrone di se stesso."

PAROLA

Di che parli

quando dici riposo

Quando adesso vivi

e ti sembra sogno

Di che parli

quando dici eterno

Quando adesso leggi

e ti sembra droga

La parola tua

che incontra la mia

Non dormire ma sognare

MILLE VOLTE MILLE

Sei pensiero
Voce che vorrei fosse vento
Mille e mille volte, carezza
E mille, mille volte, schiaffo
Freddo di tomba e fiamma di cremazione
Che mille e mille volte brucia
Come lama che taglia e cura
quando mille volte mille
dico resto con te

ANIME

Mille e mille volte
Ti ho accarezzato
E mille, mille volte
Ti avrei preso a schiaffi

Mille e mille volte ti ho voluto
E mille, mille volte
Ti ho perso e ti ho pensato invano
Ti ho visto nel vuoto cadere
Felice, ti ho visto volare

Dicono che è normale sopravvivere
a madri e padri, tempeste di parole e silenzi per una vita
Ma restare quando l’erede muore
È disumano mille e mille volte

È pena senza fine al freddo di una tomba
Nella fiamma rovente di una cremazione
Che mille e mille volte brucia
Come ferita aperta devastata dal male
Di ricordi, sorrisi e amore

Tu sei lama che taglia e cura
quando mille e mille volte ti dico resta con me
Anche se ti lascio andare e tu poi ritorni

MILLE VOLTE MILLE

Sei pensiero
Voce che vorrei fosse vento
Mille e mille volte, carezza
E mille, mille volte, schiaffo
Freddo di tomba e fiamma di cremazione
Che mille e mille volte brucia
Come lama che taglia e cura
quando mille volte mille
dico resto con te

Le FAVOLE di ESTER & di ROSA

Caro Diario, scrivo a te non perché come uno specchio sai riflettere verità senza sconti, ma perché hai un’anima e mi puoi capire. Seguimi.

L’umanità si divide in due: da una parte i bimbi che imparando a leggere e a scrivere hanno ascoltato e si sono addormentati con le parole delle favole raccontate da un adulto, e dall’altra chi le favole le ha scoperte da solo, per strada, che non esistono.

Quando dico strada, intendo la solitudine di un bimbo di trovarsi solo. Che sia una casa di un condominio, che sia una tenda di un villaggio, un quartiere, un campo di terra abbandonato o seminato, un mare agitato della speranza o calmo di sete e fame, una montagna alta che tocca il cielo o bassa che si perde in un fiume. Insomma, che sia un deserto di giungle o una giungla di deserti.

Trovarsi solo anche tra la folla, anche in una famiglia piccola o numerosa.

Addormentarsi senza la voce di un grande che ti racconta una favola senza la sua infinita tenerezza, ti segna per la vita ma, non è affatto detto che poi questa vita sia meglio o peggio di quella di bimbi svezzati nell’ovatta soffice della pace e del benessere. Anzi, la violenza non si regge, a ogni vittima puoi raccontare tutte le favole che vuoi, ma quella ferita resta e quando va bene ne resta una di cicatrice sulla pelle, ma nella mente no, non rimarginano mai.

La serenità di un bimbo è un diritto fondamentale prima ancora di parlare di uomo e di donna, non ha genere né età, ma a quanto pare il diritto vale fino ad un certo punto compreso quello di polverizzare la carne, le ossa e il sangue della vita umana.

Le favole non esistono ma sono necessarie come l’aria, e non raccontarmi frottole: le favole sono scintilla divina per i piccoli e per i grandi; sono necessarie come un cuore che batte o un polmone che respira.

Io leggendo le FAVOLE di Ester e di Rosa mi sono sentito come quel bimbo meravigliato, a bocca aperta, che viaggia con gli occhi spalancati nel mondo, stando fermo ma correndo, nelle dimensioni parallele delle emozioni senza limite, senza confini, senza l’angoscia di questo mondo di merda che non comprendiamo, tra una violenza e l’altra, che ci fa orrore.

È forse proprio per questo che noi pseudo adulti ne dovremmo leggere di più, forse proprio per questo che le favole di Ester e di Rosa mi sono piaciute tanto, perché ogni tanto riprenderci lo spazio di una favola è necessario perché fa bene e ci fa sentire meglio.

La fiaba non è un rifugio dalla realtà ma uno strumento vero per abitarla.  C’è una convinzione diffusa che le fiabe servano a far addormentare i bambini, a tenerli lontani dal mondo reale, a ripararli in un angolo incantato dove tutto è semplice e prevedibile. Ma chi si è davvero sciolto in una fiaba sa che accade esattamente il contrario. Come ha scritto lo scrittore messicano Juan Miguel Zunzunegui:

«Una fiaba è un luogo dove si entra per uscire trasformati.

Non serve a far dormire i bambini, ma a svegliare gli adulti»

Caro il mio Diario adesso inizia il gioco delle citazioni famose, perché la fiaba, prima ancora di intrattenere, interroga. Sì, interroga proprio noi che poi scegliamo cosa leggere e far leggere ai bimbi. La favola mette il lettore di fronte a scelte, paure, ostacoli e – soprattutto – gli restituisce la certezza che nulla è immutabile. Quindi, fammi un favore, tra un romanzo e l’altro, leggi le favole di Ester e di Rosa e poi dimmi se questo non è vero.

Italo Calvino definisce la fiaba come «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nelle favole s’incontrano la povertà e la ricchezza, l’astuzia e la crudeltà, la solitudine e l’amore: i percorsi possibili sono molti, e così scopriamo l’ovvio, che ogni destino è fatto di prove e di svolte. E poi ci sono i draghi, i mostri.

Citato da Calvino in molte occasioni, G.K Chesterton ha osservato che «le fiabe sono vere non perché ci raccontano che esistono i draghi, ma perché ci raccontano che i draghi si possono vincere».

Per un bambino, il drago, il mostro, è la paura che prende forma: l’ignoto, il pericolo, ciò che sembra invincibile. La fiaba non gli nasconde che il drago esiste, ma gli offre gli strumenti per affrontarlo.

Sempre Calvino ha definito la favola «il primo, ingenuo e profondo tentativo di dare un senso al disordine del mondo». Quindi se il mondo è un caos di stimoli, regole non scritte, emozioni incomprensibili, la fiaba è un filo che prova a tessere quel caos in una trama, senza banalizzarlo.

E la verità? Se è vero, come dice Neil Gaiman, che «una fiaba non è un inganno: è il modo che ha la verità per farsi ascoltare senza fare troppa paura», allora la fiaba non edulcora la vita: racconta l’abbandono, la fame, la morte. Ma lo fa con la distanza lieve del racconto, permettendo al bambino di avvicinarsi alla verità con la gradualità di chi ancora deve imparare a sostenere il suo peso.

Sarà per questo che non smettiamo mai di imparare?

Infine, attribuita a Gesualdo Bufalino, c’è una frase che forse riassume tutto «una favola non è mai soltanto una favola: è un modo di dire la verità con una maschera, e chi la capisce si toglie la maschera dal volto». Perché la maschera non è un nascondiglio: è un linguaggio che impariamo a decifrare, giorno dopo giorno.

La nostra fortuna è quella di essere bimbe e bimbi che desiderano decifrare il mondo, smettendo – ecco un altro favore che ci dobbiamo fare – smettere oggi di scrollare il mondo come idioti senza direzione.

Perché la fiaba non è una fuga, è uno strumento potente per abitare la realtà. Non la nega, non la addolcisce: le dà forma, la rende narrabile, e quindi vivibile. Forse è per questo che torniamo a cercarla anche da adulti?  – questa domanda vale solo per me caro Diario? –

La cerchiamo, la desideriamo, la favola, perché c’è sempre un pezzo di mondo che abbiamo bisogno di imparare ad abitare, ed è proprio per questo che non posso che ringraziare Ester e Rosa per queste opere buone e necessarie come il pane. Perché nonostante le spine, e i grani geneticamente modificati: toglieteci tutto ma non il pane e le rose. Altrimenti ci succede quello che capitò a “Giovannin senza paura” che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.

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La Penelope di Brunella

Una sabato sera di marzo al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno

IO, PENELOPE di Brunella Caputo è un’opera viscerale, tanto tosta e vibrante che scassa e trascende il mito, tanto rivoluzionaria come la verità, goccia d’acqua che scava la roccia, che materializza il divino umano nel “pacco di carne” che siamo, maneggiati, trasportati, scrollati, sballottolati lungo il viaggio dolce e amaro dell’esistenza, fino alla consegna finale della morte che ci fa immortali.

La Penelope di Brunella non è il centro dell’universo, è tutto l’universo che ribalta la sua potenza, che dal buio parla alla leggenda con la luce della carne, quando l’anima sopravvive al dolore e alle lacrime, diventando padrona, orgoglio e gloria senza tempo.

La Penelope di Brunella rovescia il mito della tela e della fedeltà, squarcia il classico con la modernità, devasta l’ovvio e lo scontato del passato con la realtà e la verità del presente buio che si agita nelle nostre paure.

Oltre e dentro la morte civile e fisica della Donna venduta e stuprata, la Penelope di Brunella è un atto che dalla scrittura all’emozione scenica della rappresentazione, coinvolge direttamente lo spettatore, invitato al dialogo, invitato a rispondere, trascinato con forza ad entrare direttamente nella ferita che mai rimargina, nel sangue che continua a scorrere, nella storia che continua a raccontarsi, falsa e disonesta, bugiarda e millenaria.

Le voci e le maschere di Brunella e Davide Curzio, interpretano lo spirito, lo rendono visione materiale, e mettono in scena la coscienza dell’anima, in un coro di parole e gesti che si fanno tumulto, interrogatorio, processo, giudizio, navigazione agitata tra tempeste e tregue senza scampo; a noi testimoni restano attaccate domande, condanna e pena.

Il testo è incarnato e sconvolge, a momenti irato di rabbia, a momenti struggente e tenero come una carezza. È l’Arte come specchio che si ribella al dubbio della precarietà, alla fissità delle certezze, all’ipocrisia della ricerca cavillosa di redenzione e assoluzione, alla verità come peccato, al peccato come verità, alla vergogna dell’indifferenza, alla vittoria sulle sconfitte, al bene produttore di male, alle suture su bubboni che si fanno tumori.

IO, PENELOPE di Brunella Caputo è l’Arte che si materializza in una interpretazione emozionante e suggestiva di cui Brunella è maestra: di vita che pulsa, non appare, ma si sente sotto la pelle fino al midollo, dentro le ossa. Brividi.

È la magia del teatro? Forse.

Forse solo la distanza abissale tra veri teatranti immortali e i teatrini di miseria umana che ci fanno bestemmiare.

*** – il post di MONICA – ***

Su il sipario… Ci accoglie la nebbia, una voce narrante melodiosa, Davide Curzio…

Nascosta sotto un velo azzurro, una sposa…

Tu e la tua Penelope, la mia Penelope, la vostra Penelope.

La Donna Penelope… la sente solo chi la vede… la giudica solo chi non vuole vedere… l’ abbraccia solo chi riconosce le sue lacerazioni… la ama solo chi è capace… l’ acqua trova sempre la sua strada… resta calma e lasciati trasportare…

Le Donne intelligenti sanno come fare, ascoltano e non solo le parole…

Le Donne come un pacco di carne…

Le Donne a cui spettano tanti ruoli, figlia, moglie, madre…

Le Donne devono aspettare, tacere, subire… l’acqua trova sempre il suo corso e se lo riprende quando vuole…

Le Donne intelligenti tessono soltanto una tela?

No… tessono tante tele e non le disfano mai…

Le Donne intelligenti conservano, ricordano, e ad ogni lacerazione del corpo e dell’anima si ricompongono…

Le Donne intelligenti affrontano la paura ed è per questo che fanno paura…

Il vestito è sgualcito, sporco, intorno c’è solo il buio, il tempo che passa non lo puoi misurare, la morte arriva quando muori dentro…

Spettacolo meraviglioso…e chissà quante di noi ieri ci siamo sentite la Penelope di Brunella… Bravissimi tutti 👏👏👏👏👏

Una scenografia studiata nei minimi particolari, le luci abbracciano gli attori, la musica è una melodia che arriva al cuore, a rappresentare i vari stati d’ animo di noi Penelope, donne semplicemente donne.

Una serata splendida, delicata, intelligente.

E dulcis in fundo il presidente Matteo Caputo che bacia la mano di Penelope e esclama: sono fiero di avere una sorella come te.

… psss e Io, Elena? a quando? 😉😉😉

*** – ***************** – ***

Brunella Caputo presenta “Io Penelope” Teatro Giullare Salerno di Peppe Iannicelli

FOTO di Cristina Santonicola

PECORA

Non sono nera ma peggio

nemmeno pecora bianca

ma grigia: come asfalto consumato

Vestita di lana fredda

sopravvissuta a lupi e macelli

Agnello tradito dall’umanità

Forgiata alla normalità

Bruma e grigia

Né carne né pesce

Ostinata nel mezzo

Immobile come roccia

che sbriciolo in parole

come ruggine arroventata al sole

Né nera né bianca

pecora nel branco

Polvere di poesia irrisolta

nell’eclissi del tempo nostro

Muta e strigliata

Un gruppo di pecore che cammina su una strada circondata da detriti e materiali distrutti.
Un gruppo di pecore che cammina su una strada in un paesaggio urbano desolato, con grattacieli in rovina sullo sfondo e un grande sole al tramonto.
Un gruppo di pecore che attraversa una strada deserta di una città futuristica al tramonto, con un grande sole pieno sullo sfondo.
Pecora sorridente in un campo, con pelo morbido e luminoso, contro un sfondo sfocato al tramonto.
Una figura femminile in piedi davanti a una porta illuminata in un ambiente buio, con pareti di pietra e scritte fluttuanti.

ASSEMBLEA

se una bandiera rossa
sola
ti sembra poco e spoglia
ma troppo potenti
le parole
che morirne
non sarà mai abbastanza
ai popoli liberi la terra
agli indomabili
prati fioriti
dignità e gloria

PRIMAVERA

Ho un po’ di bronchite e la febbre

Che mi sale più forte

A guardarvi su youtube

Che cantate e sfilate

Urlando

Siamo tutti antifascisti

A Roma il corteo

Con pugni al vento e bandiere

Giovani e giovanissimi

Prendere la parola, conquistare la piazza

Fuori l’Italia dalla NATO

Fuori la NATO dall’Italia

Indomabili e felici

Sventrare l’ipocrisia della resa

Per Gaza, Cuba, Venezuela e oggi anche Iran

RESISTENZA

E abbracciarsi nella rabbia

Bruciando la gloria e le foto

Di quei due vecchi folli che massacrano popoli

E sale la febbre e lo sdegno

In questa primavera del 2026

Per una vita degna

Di ribellione

Contro le guerre

E governi funesti

di sangue innocente

È febbre, è febbre di PACE

Il Patto delle 72 Ore

Romanzo 2026 di Giovanni Maio

In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?

PREFAZIONE

È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.

Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.

Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.

Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.

“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.

L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.

Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?

Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.

L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabili per il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.

I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.

La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.

“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.

Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?

Pietro Di Gennaro

EFFICIENZA

L’ho capito che non sono libero

Dissonante tra tecnica e libertà

Anacronistico come un classico

Schizzo frenico come un dono

Senza futuro né passato

L’ho capito che non sono libero

Dissonante tra disturbi e carriere

Anacronistico come amore

Schizzo frenico come mazzo di mimose

Effimere e secche il giorno dopo

L’ho capito che non sono libero

Dissonante tra pace e guerra

Anacronistico come trincea

Schizzo frenico come cecchino cieco

Eroi del tempo senza gloria

L’ho capito che non sono libero

Dissonante come terra feconda di veleno

Anacronistico come trecce recise

Schizzo frenico come botto inesploso

Orfano e zuppo di lacrime

In catene frenetiche e schizzate

Di acque vergini e donne sante

L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra tecnica e libertà
Anacronistico come un classico
Schizzo frenico come un dono
Senza futuro né passato

MARZO

– E allora? Com’è il tempo?

– Buono ma non bellissimo

– Sono le nove, non è troppo tardi?

– C’è il vento?

– Controlla tu.

Dalla finestra aperta sul mondo

Di cuori brumosi

Entra luce e musica di marzo

Cuccioli affamati di passerotti

Cantano sulle fronde

danzanti di alberelli fragili

In lontananza le risate di un gabbiano che vola

Su palazzi che dormono

Tra fiori nascenti che sognano

La primavera, clandestina senza pace

E in lontananza il mediterraneo

Liscio come un rasoio

Sembra aspettare una mano divina

agitare la spuma

di questo tempo immobile

DORMIAMO PER TERRA

Vedi? Cosa vedi negli stracci?

Centri di mercato

Lo senti che il mercato siamo noi?

Magari a vendere idee per allocchi

Come mele pittate

Magari compratori di sogni

Come grasso sciolto sulla fiamma

Noi siamo merce. Noi siamo la merce

Variabile avariata quando gira bene

Merce da consumare, merce consumata

Dentro bei vestiti

Stracciata l’anima è appassita

Lo senti? Come t’afferra. Come ci atterra?

Allora dimmi: cosa senti nell’aria?

Nel centro del mercato

Lo vedi che il mercato siamo noi?

Non è giustizia né verità

Ma frode consumata

Come fosse la nostra carne

A vivere di cadaverina

Come fosse il nostro sangue

L’impurità assassina

Una coperta arancione con motivi floreali adagiata su un cartone, probabilmente usata da una persona senza fissa dimora.
Un angolo di strada con un pavimento di piastrelle, un'affittanza di un negozio accanto e un tappeto arancione sul marciapiede.
Una scatola di cartone con una coperta arancione decorata, posizionata su una strada acciottolata, con sfondo sfocato di negozi e persone.
Un coperta arancione con fiori appoggiata su un cartone in un mercato vivace, con luci brillanti sullo sfondo.

BALLO CADUTO

Traballo

tra abissi dinamici che m’afferrano

Traballo incidendo

scorze rancide

nella pietra di quello che sembro tremando

di furia e di rabbia

ascia come lama

inaridita dal clamore.

Tra acne e forfore appiccicose

morbo e morbose

Traballo sperduto

Ballo cadendo

annaspando perdono

Un'ombra avvolta in un mantello nero fluttua nel vuoto tra rovine oscurate, con detriti che volano attorno a lei.

Traballo
Abissi dinamici mi afferrano
La mia rabbia incido
sulla pietra di ciò che sembro
un’ascia contro il vuoto
Ogni mossa è un crollo
una caduta libera nel bit
È la mia ballo cadendo
Chiedo scusa ad ogni mio fallimento
Traballo sperduto
Ballo cadendo

Una figura in un abito nero inginocchiata in un angolo di un'area con pareti di pietra, visibilmente in uno stato di vulnerabilità. I detriti giacciono a terra.
Una figura seduta in un ambiente oscuro e roccioso, con pioggia che oscilla sopra di essa, creando un'atmosfera malinconica.
Una donna in un abito lungo fluttuante salta da un'entrata buia su macerie, mentre una luce blu attraversa un ambiente architettonico desolato.
Un individuo misterioso in un mantello scuro fluttua in un ambiente sotterraneo in rovina, circondato da macerie e pareti incrinate.
Un paesaggio surreale con un personaggio fluttuante in una profonda fenditura tra le rocce, circondato da macerie e un'atmosfera luminescente.

URLO

Urla nella notte

Di anime segnate dal bisogno

Sento vagare

Gridare scavando rifiuti

Consumare maledizione

Del soggetto che si fa moneta

Urla nelle strade affollate

Di frastuoni e paure

Di bottiglie svuotate dalla fame

Di vetri che incidono la carne

Di lame di rancore spaccate nell’asfalto

Precario come la scorza di un frutto marcio

Dentro la vita di foglie che cadono

Lacrimose e mute

Arrese alla legge privata di giustizia

Urla, urla ancora, notte ingorda di stelle

Di anime in pena, libere di andare

Segnate e segnalate nel regresso

Ascoltale anche tu e grida, anima insonne

Indifferente a sogni e incubi

Mirando la TV dei mille canali ossessi

Legato al letto come cane da guardia

Urla anche tu con me spalancando gabbie

Ai non morti imbottiti di sonniferi e di vergogna

Che non sanno più né leggere né parlare

Privati di protesta, nudati dalla lotta

Che di giorno, nel tormento

Fanno finta di guardare

Respirando veleno

Clandestino e senza casa

Facciata di un elegante edificio storico illuminato di sera, con lampioni accesi e una porta d'ingresso adornata. Il cielo è nuvoloso, creando un'atmosfera suggestiva.
Una strada deserta di notte, illuminata da luci al neon e lampioni, con una figura solitaria che cammina tra edifici e motociclette parcheggiate.
Insegna di un ristorante chiamato 'URLO' con un dipinto affianco, vista notturna di una strada e un carretto verde parcheggiato.
Un uomo in piedi di fronte a una porta aperta, mentre accudisce un fuoco in un pentolone nella notte di una città lampionata.
Una strada deserta di notte in una città abbandonata, con edifici alti e un grande luna nel cielo. Rifiuti e materiali da costruzione sono sparsi lungo il marciapiede.
Una strada deserta di notte con figure scure che camminano, illuminate da lampioni. Rifiuti e bottiglie sparse lungo il marciapiede.
Una strada notturna con sacchi di rifiuti accatastati e un uomo che cammina.
Una strada deserta e nebbiosa di notte, con figure scure in lontananza e lampioni illuminati ai lati.
Una strada buia e deserta di notte, con figure misteriose in mantelli che si muovono tra rifiuti e bottiglie rotte.

PERSO

Nella biblioteca di Borges

Mi sono perso

tra specchi spaccati nella furia

del fuoco fatuo senza parola

Così mi sono perso

nel vento senza voce

di echi vicini risonanti nulla

Mi sono perso nella carezza rimasta appesa

Mi sono perso lacrima spenta asciutta

Mi sono perso

tempesta accecante

di un mare che frantuma certezze

Vago e mi perdo

nelle parole che vedo tremanti

di amore infinita condanna

Perduto nella bestemmia

del vetro che taglia

Mi sono perso sanguinando silenzi

nella dannazione della morte

eterna e delirante

orrore di perdizione

che a torturarmi

mi fa felice

Interno di una biblioteca oscura con scaffali pieni di libri, illuminata da lanterne e un fuoco centrale ardente.
Interno di una biblioteca misteriosa con scaffali di libri, fiamme che ardono, pareti di vetro frantumato e una grande luna visibile attraverso una finestra.
Interno di una biblioteca cupa e misteriosa, illuminata da candele e un lampadario. Scaffali pieni di libri si ergono sulle pareti, con una grande finestra che lascia filtrare la luce. Atmosfera nebbiosa.
Una biblioteca antica con scaffali pieni di libri, un grande specchio rotto e una fiamma che brucia su un libro aperto, illuminata da candelabri.
Interno di una biblioteca buia e affascinante, con scaffali pieni di libri e ritratti sospesi in opere d'arte. Due candele ardono su un tavolo in legno, creando un'atmosfera magica e misteriosa.
Interno di un edificio con pavimento in bianco e nero, una porta di legno aperta che conduce verso l'esterno, un tavolo coperto e una scala visibile.
Un tunnel di libri disordinati che si estende verso una luce blu in fondo.
Una pila di pagine strappate e libri sparsi all'interno di una struttura di legno scura, con un'atmosfera cupa e misteriosa.
Un paesaggio surreale di libri sparsi, con pagine aperte che creano una scenografia intricata in un ambiente nebbioso.
Una figura umana che cammina in un corridoio oscuro illuminato da luci al neon rosa, con tubi e strutture futuristiche sulle pareti.

Violentati

Picchialo a sangue

Picchiala a morte

La tua battaglia è giusta

La tua battaglia è sbagliata

Picchialo, picchialo

Il ragazzino che ti manca di rispetto

Picchiala, picchiala

La zingarella che ti ruba la moneta

Picchialo, picchialo

Il diverso che ti fa ribrezzo

Picchiala, picchiala

La donna che ti dice no

Picchialo, picchialo

Lo studente che dissente

Picchiala, picchiala

La divisa che mena i compagni

Picchialo, picchialo

L’operaio che vuole lavoro

Picchiala, picchiala

La ragione dell’intellettuale eversivo

Picchialo, picchialo

L’anarchico che rifiuta l’ordine

Picchiala, picchiala

La diserzione che ti fa paura

Picchialo, picchialo

Il tradimento che ti fa Troia

Picchiala, picchiala

La dignità di tuo fratello

Picchialo, picchialo

Il palestinese che non se ne vuole andare

Picchiala, picchiala

La fede religiosa che ti fa schiavo

Picchialo, picchialo

Il diritto che fa giustizia

Picchiala, picchiala

La legge del più forte

La tua battaglia è giusta

La tua battaglia è sbagliata

Rinnega, rinnegala, la guerra

Perché sei solo rabbia e dolore

E se non basta

Uccidi e muori

Un graffito di un occhio arancione su una parete bianca, con un muro sullo sfondo e un'auto parcheggiata.
Muro sporco con graffiti visibili, tra cui le scritte 'ACAB' e altri segni colorati.
Muro con graffiti e cancello arrugginito circondato da vegetazione.
Dettaglio di una serratura in metallo su una porta di legno con una superficie rustica.

ORA

Un abbaglio

Accecando

Il mio cuore

Hai saccheggiato

Ora

Che ali di schiuma

Hai reciso

Da questo cielo infinito

Mi schianto

Rugiada su foglie

Tremanti

Disperse dal vento

Nella rinascita fredda

Da una notte

Sveglia

D’alito

Amaro

Ali grandi e luminosi in contro luce, con nuvole e un paesaggio naturale sullo sfondo.
Cuore rosso con ali bianche, circondato da foglie e gocce d'acqua, illuminato dal sole al tramonto.

COME IL BUIO PER LE STELLE

Romanzo di Pierangelo Consoli, 2020 Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Copertina del libro 'Come il buio per le stelle' di Pierangelo Consoli, con un'immagine di figure che camminano in una strada buia.

Che dire? Bella domanda. Io, procedo come un bradipo tra momenti, giorni, mesi e anni che bruciano all’istante come un brutale incendio di foresta, o come quelle famose torri gemelle, grattacieli galattici arsi e crollati in una mattinata di quel lontano 11 settembre. Nell’eco di quell’evento viviamo ancora oggi, e anche il romanzo di Pierangelo è figlio della tempesta di eventi che seguirono quella tragica e funesta data.

Questo millennio da quel giorno ha abbandonato una plateale speranza di benessere tecnologico globale e ha fatto ripiombare l’intera umanità nel “dovere” inevitabile, più che paura, della guerra. Terrorismo e rivoluzioni colorate, esportazione forzata di democrazia, precarietà esistenziale e morale, nella società consumata dal consumismo delle merci e delle anime, e dei corpi come merce. A questo stiamo sopravvivendo in un oceano agitato di dispersione e confusione, ma, tenaci, abbiamo fede nella bella letteratura che ci da la forza di resistere e lottare.

In questi ultimi anni, in questi ultimi mesi e giorni, davvero una maledizione diabolica sembra vincere ad ogni latitudine. Poi incontri un romanzo di Pierangelo Consoli, come SALVARSI LA VITA o come questo COME IL BUIO PER LE STELLE, e il tempo si ferma, avviluppando passato, presente e futuro in un abbraccio che, all’ultima pagina, ti lascia un segno per sempre. È proprio vero: i romanzi belli non passano, non scadono. Vivono, sopravvivono, replicano l’eterna emozione semplice ma struggente, del piacere di immaginarsi potenza umana di redenzione. Salvezza dal dolore, dagli errori imperdonabili, dalla crudeltà, dai sensi di colpa, dalla condanna maledetta della morte che ci circonda. Dipende dai personaggi, dipende dalla trama, dipende da una scrittura talentuosa che, strada facendo, si affina emergendo dal caos della moltitudine che scrive.

Come il buio per le stelle è esattamente questo: un racconto corale sul riscatto che nasce dalle ferite più oscure, la storia di un’equazione umana tanto semplice quanto profonda: tanto buio, tante stelle. E il buio, in queste pagine di Pierangelo, è denso, palpabile, una misura fisica dell’esistenza con cui tutti abbiamo esperienza, fin dall’oscutità calda e sicura dentro il sacco amniotico, nutriti dall’amore e dalla placenta di mamma.

Sembrano pagine secondarie, ma quelle sul buio della comunicazione tra mamma e figli, già uomini da giovanissimi, sono le pagine universali dei mille romanzi di cui è fatta la storia umana: il distacco, la menzogna, il sogno, la speranza, l’eternità oltre la morte.

Il buio è l’antagonista: è quello della Siria devastata, dove Said e suo fratello sono cresciuti a pane, Corano e addestramento al martirio, in un mondo dove la parola “amore” è un atto di eroismo proibito. È il buio di una colpa antica che corrode padre Augusto, sacerdote dalle mani operose e dal cuore appesantito dai dubbi. È l’oscurità del carcere che ha inghiottito Gegè, ergastolano la cui vita è stata spezzata da una fiducia mal riposta. È, infine, il vuoto di attesa di Lea, giovane donna napoletana il cui amore è un presidio, simile a quello di chi aspetta un soldato al fronte. Nel buio i protagonisti sono stelle.

Consoli non scrive una favola sull’integrazione, ma un’epica della redenzione possibile, quasi una salvezza impossibile da immaginare. Il suo colpo da maestro è aver scelto, come protagonista, non una vittima innocente, ma un carnefice in fuga: Said, l’uomo addestrato a uccidere, che scampa all’attentato che avrebbe dovuto compiere. Il suo è un viaggio ai confini dell’umano: come si ricomincia quando si viene dall’«altro lato», dal mondo dove i bambini muoiono di freddo tra le macerie e i corpi s’addestrano alla vendetta? La risposta risiede in un incontro salvifico a Napoli, città che non fa da semplice sfondo ma da co-protagonista mistica e carnale. Una Napoli che venera le anime del Purgatorio perché crede nell’attesa come forma di vita, e che tra il mare e il vulcano accoglie le cadute per trasformarle in slancio.

È qui che le stelle cominciano a brillare nel buio pesto. Attorno al fragile patto tra Said, il fuggiasco, e Augusto, il sacerdote in cerca di perdono, si intrecciano le esistenze di Gegè e Lea, creando una fragile comunità di reietti. Consoli indaga con precisione chirurgica i sensi di colpa, il peso degli errori, la nostalgia tossica per un’identità violenta. Lo fa con una scrittura attenta e gentile, ma dotata di fegato e sangue, che non rifugge dal mostrare le crepe interiori da cui «si sente sempre freddo».

Testo evidenziato da La Bibbia, Matteo 6,14-15 e Corano, sura XVI An-Nahl, versetto 30.

Questo suo romanzo non è un atto di fiducia ma la testimonianza dell’umanità che vince il buio per farsi luce di stelle. In questo suo romanzo, ci sono innervate le radici di “Salvarsi la vita” che poi pubblicherà 5 anni dopo, una frase, un monito, una verità, un dovere che diventerà titolo. Ci ricorda che la salvezza non è mai un atto solitario, ma un ponte gettato da un altro essere imperfetto. Salvarsi insieme dall’imperfezione e diventare perfezione. È nella logica disarmante di un’amicizia improbabile, nella tenerezza silenziosa di una bambina di nome Bao, nella capacità di amare sapendo, prima o poi, di annientarsi e lasciare andare, che risiede la sua luminosa, straziante bellezza. Storie che travolgono, commuovo e, in un’epoca di muri, deportazioni, di predoni e saccheggiatori, regala il coraggio di lanciare un’àncora di salvezza nella tempesta perfetta che potrebbe annientarci tutti. Perché nessuno, in fondo, dorme sotto lo stesso cielo, ma insieme possiamo imparare a riconoscere le stelle degli altri, quando brillano perché tutto intorno è buio.

Nota a margine

In queste ore, nell’approfondire l’universo di Cioran, forse per ingenuità, forse per delirio d’onnipotenza, sicuramente per ignoranza, sto pensando a come il buio di Pierangelo sia paragonabile al nulla di Emil: necessari, incontenibili, essenziali, intersecabili, disgiunti e congiunti nell’esistenza stessa dell’umanità, che senza, non avrebbe la luce delle stelle e di tutti noi miseri, pianeti riflessi, attratti nel piacere e nel dolore, nella musica e nel silenzio.

Citazione di Emil Cioran sul pensiero della precarietà, estratta dal libro 'L'inconveniente di essere nati'.
Retro di coperta del libro 'Come il buio per le stelle' di Pierangelo Consoli, con un testo che esplora temi di vita, amore, sofferenza e riscatto.
Pagina di un libro con un testo in italiano che descrive una scena urbana e le riflessioni del protagonista.
Testo di un libro con una frase affascinante su uomini e donne, parzialmente coperta da un segno.
Pagina di un libro con testo in italiano, descrivendo pensieri e situazioni di un personaggio in una piazza.
Testo di un libro con passaggi evidenziati in rosso, che parla di amore e notti stellate.
Testo biografico di Pier Angelo Consoli, scrittore e musicista, nato nel 1981 e cresciuto a Sparanise. Laureato in Lettere Moderne, ha vissuto a Napoli e scritto per la rivista Satisfaction.

Pagina di un libro di Pierangelo Consoli intitolato 'Come il buio per le stelle' con una dedica manoscritta e un'illustrazione di una penna d'inchiostro

Informazioni editoriali sul marchio IoScrittore del Gruppo Mauri Spagnol, inclusi nomi di designer e copyright.

“Lea imparò che il ricordo è l’esilio dell’anima che non sa rassegnarsi alla pena del distacco… Si aggrappava ai sogni, ogni notte pregava per poterla rivedere, di parlare con lei e tutte le volte quelli cadevano al risveglio come le foglie d’autunno si liberano dal vincolo dei rami…”

“Restarono insieme, quella notte. Una brigata di gente perduta, che si era ritrovata. Un prete, un immigrato, un carcerato.”

“L’amore certe volte è distratto e si posa là dove non può essere raccolto.”

Post di Monica Di Gennaro su Pierangelo Consoli, discussione su un libro che esplora temi di poesia, sensibilità e il lasciare andare.

OSSA

Cosa importa a te
di questo mondo che brucia
Di te, cosa importa loro
quando questo mondo ride

Solitudine? No, tempeste di parole
aniconiche scritture, spennate e derise
le loro, le tue

Continua, però Fiamma riluce
intima, corrosiva, imprigionata dentro
tra sbarre di cera
non scala, non stride, non scalda

I desertificati nell’anima
mutilati e dispersi
affogati di ceneri
in poesia mai viva

Viltà e orgoglio nel nascere

E rinascere, all’infinito
con l’angoscia di assistere gelosi

Non chiedi aiuto: esigi rispetto

Cosa importa a te
oblio indifferente
Cosa importa, di te

Angiporto di sassi e lacrime
Non è retorica ma sofferenza
Fantasie? Nello specchio non c’è più chi guarda.

Lasciami cremare allora
il midollo reciso dal nervo
di queste ossa
che non stanno più in piedi

Un blocco di legno che brucia con fiamme vivaci, mentre un gruppo di persone ride e si rilassa sullo sfondo in un ambiente all'aperto.
Un gruppo di persone attorno a un grande falò, con torce in mano, in un ambiente desertico al tramonto.
Una scena epica di un'assemblea di persone in abiti tradizionali, con torce accese, che circondano un grande falò in un paesaggio drammatico con montagne e un cielo tempestoso sullo sfondo.
Una donna in abiti chiari si inginocchia su una superficie rocciosa, di fronte a una prigione con sbarre. Sullo sfondo, un grande incendio illumina il cielo grigio.
Un falò acceso circondato da rocce, con un gruppo di persone in background vestite con abiti tradizionali che osservano.
Tre persone sorridenti sedute dietro delle sbarre, con fiamme luminose che danzano dietro di loro.
Quattro persone intrappolate dietro sbarre, circondate da fiamme ardenti, in un contesto di oscurità e caos.
Due persone che ridono sedute su rocce con fiamme ardenti sullo sfondo, illuminate da una luce rosso intenso.
Due donne ridono gioiosamente sedute davanti a fiamme ardenti in un ambiente infuocato.
Folla di persone che osserva un grande falò durante una celebrazione, con fiamme alte e avvolgenti che si alzano nel cielo.

DI SPALLE A QUESTO MONDO

Romanzo di Wanda Marasco, 2025 Neri Pozza Editore

Copertina del libro 'Di spalle a questo mondo' di Wanda Marasco, con un'illustrazione stilizzata di due figure umane e colori vivaci.

Wanda Marasco tesse l’epica intima e spezzata di due anime condannate all’imperfezione. Il suo racconto vibra tra la concretezza della realtà e la dimensione oggettiva della follia, una disperazione incontenibile come il tentativo di imprigionare l’anima in una sepoltura di terriccio materno. Sono state queste vibrazioni ad accompagnarmi in una lettura tanto complessa e rivelatoria quanto emozionante e coinvolgente, una lettura che, divorando pagine, ha divorato il me stesso illuso e disilluso di quest’epoca barbara. Vibrazioni che, però, non hanno mai raggiunto una risonanza precisa, una scelta netta tra salvezza e perdizione.

La costruzione, l’ascesa, la contemplazione, il volo e la caduta dalla Torre di Palasciano ci riguardano, non come mera impronta storica di doverosa conoscenza, ma come comunione con la fragilità umana, presente e futura: noi soli dentro noi stessi, e tutto il mondo fuori.

Di spalle a questo mondo è un’immersione febbrile nelle vite di Ferdinando Palasciano, medico visionario e precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa segnata da una zoppia fisica e interiore. La loro storia d’amore, nata da una cura e cresciuta nella Torre di Capodimonte, si consuma sotto il peso della follia, quando la mente di lui soccombe a una demenza implacabile.

La narrazione si snoda su due binari paralleli e strazianti: da un lato il vortice allucinatorio di Ferdinando, anche recluso in un manicomio, dove ricordi, rimorsi e genio si confondono in un delirio coscienzioso fin troppo lucido e preciso; dall’altro il diario struggente di Olga, costretta prima alla decisione crudele dell’internamento e poi testimone di un lento, inesorabile spegnimento. Attraverso le loro voci, Marasco esplora il confine labile tra sanità e pazzia, tra dovere etico e tradimento della storia, in una Napoli ottocentesca vibrante di fermenti risorgimentali e ombre borboniche.

Ma è nella lingua che il romanzo raggiunge vette di straordinaria bellezza. La prosa di Marasco è un mare lirico, aulico più che barocco, con onde di poesia che travolgono. È una tessitura sapiente, ricamata da inserti di lingua napoletana che fanno brillare la sapienza eterna di un popolo destinato a non smettere mai di stupire il mondo. Ogni pagina è intrisa di una materia emozionale cruda e potente, che riflette e insieme illumina i tormenti e le gioie dei personaggi, fino a squarciarne i confini del mistero: tra malattia e sanità, santità e maledizione, mortale ed eterno, curabile e incurabile, miseria e ricchezza, ordine e caos, conservazione e rivoluzione. Fino al giallo, che pare tuttora irrisolto, della testa di Giacomo Leopardi sepolta nel giardino di Palasciano per volere dell’intimo amico Ranieri e la complicità del medico Ferdinando padrone di casa.

Più che un racconto biografico, è un’indagine sull’irriducibile fragilità umana, sul senso di irreparabilità che segue ogni frattura. Il segno rimane nella carne e nello spirito, e l’unica salvezza possibile sembra risiedere nell’accettazione coraggiosa di questa condanna, nell’abbracciare la propria imperfezione come unico, autentico legame con il mondo. Il romanzo è una lacerante e poetica esplorazione di come l’amore e la follia possano intrecciarsi fino a diventare un’unica, inscindibile sostanza.

Di spalle a questo mondo è un’opera maestosa, scomoda e necessaria, che mi ha lasciato un segno indelebile, costringendomi a riconoscere nelle ferite dei protagonisti l’eco delle mie spaventose immaginazioni: una sorte che potrebbe toccare me, chi amo, come è già stato in passato per chi ho amato. Un muro dove sbattere la testa e uno specchio dove vedersi in scienza e coscienza. La scrittura di Marasco è un’indagine sull’abisso che ci guarda nella luce del sole di una storia d’amore che non si scioglie come neve, ma ghiaccia nel tormento del fine vita.

La vicenda di Ferdinando Palasciano, geniale medico travolto dalla demenza, e di sua moglie Olga, costretta a internarlo, si trasforma sotto la penna di Marasco in un’indagine sull’abisso. Ma non un abisso che separa, bensì uno che unisce. La follia non è raccontata come un elemento estraneo che distrugge il legame, ma come una terra di confine in cui il linguaggio dell’affetto si trasforma, si fa disperato e primitivo, ma non muore, diventando anzi simbiosi tra anime, capace di essere sia un muro che uno specchio. Attraverso i due binari narrativi paralleli – la vita di lui e il diario struggente di lei – l’autrice mostra come la malattia mentale diventi esperienza condivisa con l’amato, con la servitù e, soprattutto, con gli amici che lo venerano e gli restano vicino fino alla fine.

I temi che impreziosiscono questo grande romanzo sono molti. Per me, il principale si potrebbe declinare in una domanda radicale: come amare qualcuno che sta svanendo, la cui mente si fa verità inaccessibile? E poi, oltre il fine vita, oltre la morte, come sopravvivergli e continuare a restare? E anni dopo la morte dell’amato, come testimoniare, facendosi testamento e trama esistenziale? La risposta di Marasco non è eroica, ma profondamente umana. L’amore non guarisce, non redime. Accompagna e si fa dolore nel dolore dell’amato. È la scelta di vivere “di spalle a questo mondo”, rifiutando la sua logica di perfezione per abbracciare la devozione totale verso un’anima in frantumi, in vita e nella sua morte.

In un’epoca ossessionata dalla performance e dal controllo, questo romanzo si erge come un monumento scomodo e necessario. Ci costringe a guardare in faccia il nostro terrore per la fragilità e a riconoscere che il legame più profondo può nascere proprio dalla comune accettazione della caduta. La Torre del Palasciano, dimora e metafora, diventa così il simbolo di un amore che non cerca di curare, ma di custodire; che non volta le spalle alla persona, anche quando essa ha ormai voltato le spalle al mondo.

Testo di un libro con citazioni su esperienze emotive e la scrittura.
Testo su un libro che esplora il tema dell'imperfezione umana, con focus sui personaggi Ferdinando e Olga e le loro sfide emotive e esistenziali.
Testo in copertina di 'Your Blissful Shadow No.4' di Owen Gent, realizzato dalla Grafic Studio Bosi di Verona.
Testo biografico di Wanda Marasco, autrice napoletana vincitrice di numerosi premi letterari.
Citazioni di Gesualdo Bufalino e Fernando Pessoa evidenziate in verde su pagina di un libro.
Testo di un libro con una riflessione su due inverni, uno esterno e uno interno, che descrive l'emozione di una bambina.
Pagina di un libro con testo in italiano, contenente riflessioni su desideri e spiritualità, con appunti o scarabocchi ai margini.
Pagina di un libro con un testo in italiano che riflette sulla scrittura con la mano sinistra e le esperienze passate dell'autore.
Pagina di un libro con testo evidenziato e annotazioni, che discute temi di morte, sofferenza e introspezione.
Pagina di un libro scritto in italiano, contenente un testo narrativo. Sono presenti annotazioni e segni di evidenziazione in rosso. Sullo sfondo, si intravede una tastiera.
Testo di un libro in italiano con un dialogo tra personaggi, descrivendo emozioni e situazioni intime.

https://www.filodiritto.com/giacomo-leopardi-e-il-giallo-della-sua-sepoltura

Pagina di appunti scritti a mano contenente termini e definizioni in italiano, con annotazioni a margine e un'illustrazione di note sulle scienze e mitologie.

Morte

Che tristezza infinita

Il dolore improvviso che arriva

La tanta pioggia che bagna, affogando

Rimpianti e rimorsi, nell’atrocità del ricordo.

Lampi, tuoni e acqua, tanta acqua che sporca

Che tristezza infinita, l’impotenza.

In lacrime di un giorno qualunque

D’inverno quando già tutto intorno muore

L’ultimo saluto quando non c’è più l’essenza

Di un cuore che batte.

Freddo, come marmo di chiesa.

Che tristezza infinita, abbandonarsi

nei pensieri sconosciuti di chi rimane

Nel silenzio crudele della sofferenza

Che non fa prigionieri, sordo e muto alla pietà.

Maledetta ruota della vita che stritola la morte

Distillando rimorso e rimpianto

in gocce di tormento, l’uno scavando l’altro

nella pozzanghera infinita dell’anima mia.

Volto di una donna con espressione triste, circondato da nuvole scure e lampi, con lacrime che scorrono sul suo viso, riflesso in una superficie d'acqua calma.
A woman in a flowing white dress sits on a wet shoreline, holding her knees close, surrounded by a stormy atmosphere with dark clouds, heavy rain, and lightning illuminating the sky.
A crowd stands under a dark sky illuminated by lightning, with rain falling and reflecting in a shallow pool of water in the foreground.
Una figura umana parzialmente immersa in acqua, con un'espressione di tristezza, sotto un cielo tempestoso con fulmini e nuvole scure.
Un riflesso di una testa in una pozzanghera, sotto un cielo tempestoso con lampi e nuvole di colori viola e blu.
A bald figure with a pained expression, tears streaming down their face, emerges partly submerged in dark water, surrounded by rocks. The atmosphere is stormy, with lightning illuminating the sky and creating a dramatic, melancholic scene.
Interno di una chiesa con un altare decorato da fiori rossi, una statua del bambino Gesù in una culla dorata e una sedia di legno dorato, in un'atmosfera solenne.

LA FESTA

La mia, la tua

La nostra vita

Dolce e amara danza di febbre

Di rabbia e gioia

Ferita, turbata, irrisolta e smarrita

Prodigio di corifea muta, il tuo silenzio

Fatica ostinata con sisifea condanna

La tua carezza che trema nella mia carne

Rinviato a giudizio, devi studiare

Tra un bacio e uno sputo

Devi faticare, sudare e piangere

Il mio, il tuo salario, carta straccia come vetri in frantumi

Della porta sbattuta nel vento

Maledizione, menzogna, tradimento e verità

A conti fatti, il conto lo porta lo sfratto

Era Natale, oggi Capodanno e ancora festa sarà

Di domani la fine che si ripete

S’asciugherà il fango dei disperati

Annegheranno ancora negli incubi di una tenda fredda

Ancorata alla sabbia di un destino infame

Così saranno illusioni bruciate

Nel marciume della speranza vana

Lacrime, polvere e cenere respiriamo

Non festeggio con te più triste di me

Solitudine felice che brinda nella folla stordita

Tra un bacio e uno sputo

Di collera umana

La mia, la tua

La nostra vita

Di rabbia e di gioia

Collera schiava del dolore

La mia, la tua

La nostra fame di vita

Eden negato

Agli ultimi, come me e te amore mio, su questa terra

Generosa e fertile di vermi senza cuore.

Un pubblico in festa con le mani alzate, illuminato da luci colorate e proiezioni, in un'atmosfera vivace e celebrativa.
Una folla festosa di persone che alzano bicchieri, sotto delle luci decorative, durante una celebrazione serale.
Folla in un locale con luci arancioni e atmosfera festosa, persone alzano i bicchieri e si divertono.
Folla festante in un ambiente notturno, con persone che ballano e alzano le mani sotto un cielo illuminato da luci colorate e scintille.
Un gruppo di persone si diverte in una festa vivace, ridendo e ballando insieme, con un'illuminazione calda e festosa.
Un gruppo di giovani sorridenti si diverte in un ambiente festoso, circondato da luci colorate e segnaletica luminosa.
Folla festante con persone sorridenti e braccia alzate in segno di gioia durante una celebrazione notturna, con luci e colori vivaci sullo sfondo.
Una folla festante celebra l'arrivo del nuovo anno, con fuochi d'artificio e brindisi.
Illustrazione di un personaggio misterioso che versa una bevanda arancione in un bicchiere, circondato da altre figure con espressioni inquietanti, su uno sfondo giallo intenso.
Un bicchiere di vino spumante circondato da un'atmosfera festosa e sfocata, con luci brillanti sullo sfondo.
Un bicchiere di vino giallo con bollicine, posizionato su un tavolo in un ambiente con luci colorate sullo sfondo.
Due bicchieri di vino dorato vengono toccati in un brindisi, con uno sfondo di luci sfocate e calde.
A lively crowd gathers in a festive setting filled with decorative lights, stars, and lanterns, creating a warm and celebratory atmosphere.
A vibrant bar scene with the neon sign 'LA FESTA' glowing in pink light, patrons enjoying drinks at a table with glasses and bottles, creating a festive atmosphere.
insegna
Un gruppo di giovani adulti seduti a un tavolo in un ambiente urbano notturno, con espressioni serie e bevande in vetro sul tavolo.
Una giovane ragazza con espressione triste in un paesaggio devastato, con fumi e incendi sullo sfondo.
Silhouette di un uomo con due grandi orologi sullo sfondo, che rappresentano il passare del tempo.

DOLORE


Nelle punte roventi di dolore ficcate nella carne

Nell’attimo estremo del desiderio di morte

In quel momento che dimentica ogni fardello
di memoria cancellandosi
storie di vinti e scarti dispersi

Che pietosa illusione di farla finita

Cremazione sgombra di testamenti già scritti

Che pietosa illusione imparare a voler bene

Come fosse postilla orale di parole accordate

Inchiosto nella carta o vernice su mura crepate di regni in rivolta

NO: non sei tu cazzo per il mio culo

Ma mercimonio di visioni, sofferenza e piacere

D’altronde, io nemmeno lamento

conquiste lascive di patrimonio immortale

Ebbene sì, passa il dolore nella sostanza che spegne

Nella luce fusca di danze e balli
vendemmie per aceti della ragione
di materia corporea e menti vacanti

Così necessari noi, poveri cristi impalati alla croce

Puttana di sogni e di gloria

Desiderando speranza vana

E ne ridi e ne soffri a sentirla blasfema

Mercanteggiare risate, dolore e sangue

Che lasci scorrere nel cuore, eterno indifferente

Come lucro d’amore

Commenti su un post che esplorano il tema del dolore attraverso la poesia e le emozioni, evidenziando l'interconnessione tra sofferenza, memoria e estetica.
Commento su un post di Facebook con messaggi di ringraziamento e sentimenti espressi tra amici.

ARIA

Nell’aria agitata

Polvere di macerie

Attaccaticcia vaga

Nel caos dell’indifferenza

Selettiva e sofisticata

Aria di festa e d’attesa

Popolana e di nobiltà pretesa

È polvere macerata nel fango

D’innocente speranza sopravvissuta

Allo sterminio e ai pranzi di gala

Di cerimonie e cerimoniali reclusi

In fila per un posto che sa di colpa

Ingiudicata furba condanna

Vanesia assoluzione crudele

Cosa importa

All’anima perplessa

Fredda nella folla gaudente

Di luci rituali come stelle

Viscosa e solitaria

Quest’aria di rifiuto e noia

Alla fine delle notti insonni

Alla fine dei giorni sognati invano

Soffocante tortura

Respirata, muore.

Una scena che mostra un elegante ristorante con tavoli apparecchiati, affacciato su una città in rovina e distruzione, con grattacieli in lontananza e un tramonto drammatico sullo sfondo.
A crowded urban street filled with people, amidst a haze of dust and debris, capturing a moment of chaotic celebration.
Una vivace scena di festa in una strada affollata, con persone in abiti eleganti e un'atmosfera di celebrazione. Fumi e polveri fluttuano nell'aria, creando un effetto suggestivo. Un lampadario decorativo si apre sopra la folla.
Scene of a dramatic gathering in a grand, ornate city setting, with figures in medieval attire holding flags and swords, under a turbulent sky filled with birds and debris.
Un gruppo di persone si muove in un ambiente urbano, circondato da luci al neon rosa e cartelloni pubblicitari, mentre frammenti di materiale fluttuano nell'aria.
Una folla festante durante un evento, con mani alzate e fuochi d'artificio che esplodono sopra, immersi in una nebbia di luci arancioni.
Una folla di persone in un'area urbana, circondati da una nuvola di polvere e macerie, si fa strada attraverso la confusione, con segnali festivi e un'atmosfera di attesa.
Una strada urbana affollata con spazzatura e macerie, persone che camminano in un ambiente caotico e nebbioso, insegne al neon visibili.
Un gruppo di persone in festa dentro un ambiente riempito di fumi, con bandiere e coriandoli che volano nell'aria, mentre alcuni partecipanti sollevano le mani e i telefoni per documentare il momento.
Una vista di una cena elegante in un ambiente di esplosione e devastazione, con relitti e rovine sullo sfondo, illuminato da luci calde al tramonto.

UN LUOGO DOVE RESTARE

Romanzo di Giovanni Maio

UN LUOGO DOVE RESTARE

Romanzo 2025 di Giovanni Maio

“A chi crede che ogni luogo, anche il più piccolo, possa custodire un frammento di eternità”

Copertina del romanzo "Un luogo dove restare" di Giovanni Maio, con un'immagine in bianco e nero di una figura femminile e un paesaggio urbano sullo sfondo.

Giovanni Maio non smette mai di stupirmi: dopo l’inchiesta sul male con OPERAZIONE KAMARATON, ecco l’inchiesta sul bene con UN LUOGO DOVE RESTARE, nel venti venticinque come dicono gli americani, nello stesso spazio che trascende la fisica dei luoghi per magnificare il cuore dell’anima: Gioi stella del Cilento.

Quest’ultimo suo romanzo, tanto intrigante quanto avvincente, a momenti emoziona, a tratti strugge.  UN LUOGO DOVE RESTARE è una continua e spasmodica ricerca della luce, come desiderio e come bisogno, dell’arte e della filosofia che lega ragione e sentimento di ognuno alla materialità sconvolgente del sacro femminile, eterno motore della riproduzione umana su questa terra.

Il percorso letterario del poliedrico artista Maio va dal fondo dell’abisso, malvagio e brutale, alla vetta sublime della verità più evidente e semplice che ognuno ha dentro sé come patrimonio ereditario di millenni e millenni di storia umana su questa terra.

Giovanni Maio eleva il lettore a custode della scoperta interiore e lo responsabilizza a tramandare la verità della luce. Luce tanto potente quanto continuamente occultata dalla frenesia dell’apparenza, dallo stress delle futilità inutili, dal potere secolare di chi ci vuole ignoranti senza spirito critico, adulto e maturo.

 La sua critica è feroce quanto aulica, contro un antagonista che si erge a sistema di controllo delle anime che devono restare nel buio del mistero e della fede. Nella mia soggettività più estrema e deviata, che si lascia cullare come un poppante, la consapevolezza dell’ipnosi in cui sono stato rapito anche questa volta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è per me nutrimento prezioso.

Le ho contate: in questo romanzo l’autore corre e rincorre ben 85 citazioni in latino, tutte puntualmente tradotte e fonte di continue domande che investono la squadra investigativa immaginata dallo scrittore. Ad impreziosire, quasi a significare presente in costruzione di futuro, una delle due bibliografie contenute nel testo è parte pulsante della storia narrata, fonte degli avvenimenti e delle scoperte, letteratura impreziosita d’accademia.

È materia e sostanza d’eterno che fa da propellente al bisogno travolgente che hanno i protagonisti di arrivare alla scoperta finale che come epilogo sospeso, è la gratificazione e il piacere di un vissuto insieme che nutre, che sfama, che inebria, che stordisce, che con le parole del ragionamento e della narrazione, brucia la distanza tra lo spazio e il tempo di una storia fatta d’amore e di passione.

Certamente è un tributo di nobile ed erudita accademia, al suo paese natale, alla sua terra, alla sua gente, cilentana nello spirito e nella carne, ma allo stesso tempo è una freccia che spappola ipocrisie e falsità di cui il lettore non è solo testimone ma ne diventa complice compiaciuto e grato. Custodire la luce, la verità, è un atto d’amore che Giovanni Maio ci mostra e ci racconta, invitandoci a restare là, dove la luce ci fa divini.

A close-up of a printed page from a book featuring highlighted text, with visible keyboard keys in the background.
Un passaggio di un romanzo con testo evidenziato, che discute temi di controllo, potere e libertà, con una mano che tiene il libro in primo piano.
Testo di un romanzo in lingua italiana con evidenziazione evidenziata in giallo.
A page from a book featuring highlighted text discussing themes of light and hope, with a hand partially visible holding the page.
Un testo di un romanzo con un passaggio evidenziato che parla di un monaco con un libro e una colomba, con un'iscrizione in latino.
Immagine di una pagina di libro con il titolo 'Bibliografia' evidenziato in giallo, contenente una lista di riferimenti bibliografici.
A page from a book featuring highlighted text discussing the dual aspects of feminine sacredness, including themes of initiation and transformation.
A page from a book featuring highlighted text discussing the folklore of 'La Santecchia' and its connection to fear and forgotten truths.
Testo di un romanzo di Giovanni Maio evidenziato, con una candela accesa e ombre sul muro.
Pagina di un libro con un passaggio evidenziato che discute la verità delle domande nella conoscenza.
Testo evidenziato da un libro che esplora i temi della scienza e dei miracoli, con parole in corsivo e un fondo giallo evidenziatore.
A close-up of a page from a book featuring highlighted text in Italian, discussing themes of faith, knowledge, and mystery, with a hand holding the book showing part of the fingers.
Un estratto di un libro con testo evidenziato, contenente riflessioni sulla scienza e la fede.
Pagina di un libro con una citazione evidenziata sulla luce e Maria, con annotazioni scritte a mano e una mano che tiene il libro.
Un passaggio evidenziato da un libro che discute il concetto di miracolo e scienza, con citazioni di Adrien e Diego.
Text from a book page discussing a connection between science and faith, highlighted in yellow.
Pagina di un libro aperto che mostra un testo in corsivo e alcune evidenziazioni, con una mano che tiene il libro.
Un passaggio di un romanzo, con testo italiano evidenziato in giallo su una pagina stampata. Sullo sfondo è visibile una tastiera.
Un passaggio da un romanzo, con testo evidenziato, scritto a mano, su una pagina di libro. La parte inferiore mostra un paio di mani che tengono la pagina.
Pagina di un libro aperto con testo evidenziato, include un dialogo tra i personaggi e la frase 'Ci sono verità che non chiedono d’essere gridate, ma solo custodite.'
Citazione in italiano di Giovanni Maio su una pagina di libro, evidenziata con marcatori, che riflette sul significato della vita e della memoria.
Una pagina di un libro con una dedica scritta a mano, che esprime amicizia e stima, e un messaggio evidenziato sul significato dei luoghi.
Copertina di un romanzo con la foto dell'autore Giovanni Maio e un testo che descrive la trama e i temi del libro, ambientato nel Cilento.
Un uomo in piedi accanto a una scultura in legno rappresentante un personaggio con barba e cappello, in un ambiente naturale sotto un cielo nuvoloso.

Natale a Salerno

Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.

Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.

In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.

I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.

Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.

Locandina dello spettacolo teatrale 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con dettagli sulla performance di Brunella Caputo, data e informazioni di contatto.
Un'immagine del debutto dello spettacolo 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con un attore che si esibisce sul palco di fronte a un pubblico entusiasta.
Locandina dello spettacolo teatrale 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con il titolo evidenziato e le immagini di Brunella Caputo e altri attori sul palco.
copertina
Un pinguino in primo piano in una strada affollata, circondato da turisti e decorazioni luminose, in un'atmosfera festiva e vibrante.
Un pinguino alla moda indossa occhiali da sole e collane luminose, in un ambiente festivo con luci colorate sullo sfondo.
Un pinguino che indossa una catena in un vivace mercato notturno, decorato con luci natalizie colorate.
Due pinguini antropomorfi sul palcoscenico di un teatro decorato per le festività, circondati da un pubblico in attesa. Uno dei pinguini indossa una sciarpa rossa.
Pinguino in scena durante uno spettacolo natalizio, circondato da un pubblico attento, con decorazioni festive e luci sullo sfondo.

Tonfo dell’eccipiente

Servono a poco

Sebbene giuste

Parole ideali

Senza corpi a respirarle

Fossero anche sbagliate

Servono a poco

Come amore e giustizia

Prive di un corpo che le muove

Perché nei vuoti d’aria

Il vento è silenzio

Sospeso nel giudizio

Tra brutale e criminale

Così nel tonfo dell’eccipiente

Fratture di zampilli

Hanno ragione

Da vendere

E zampilli di fratture

In vena

Fanno rumore

Fuga e clamore

Di luce muta

Woman in a silver gown holding a toast and a book, standing against a dramatic red sky with lightning, surrounded by water fountains and a desolate landscape.
An abstract image showing vibrant, splashing water with crystalline shapes emerging from it, creating dynamic reflections and movement against a blurred colorful background.
Silhouette di una persona in un lungo cappotto di fronte a una fontana di acqua illuminata da luci rosa, riflettendo sull'acqua in primo piano.
Due uomini in abiti scuri si trovano in un paesaggio architettonico surreale, caratterizzato da grandi forme geometriche e raggi di luce che filtrano attraverso. Un lampione è visibile sullo sfondo, mentre macerie di pietra sono sparse sul pavimento.
Un muro di gesso danneggiato con crepe e pezzi di materiale dislocati, creando un effetto di rottura e caos visivo.
A silhouette of a person stands before powerful water jets against a dramatic red sky, with stormy clouds and ancient structures in the background, creating a surreal and striking scene.
A digital illustration depicting a serene water landscape with a central cross emitting water streams, surrounded by rocks.
Una figura in abiti scuri si erge su una superficie riflettente, mentre un getto d'acqua esplode da essa, creando onde e spruzzi attorno.
Un giovane seduto su una piattaforma nell'acqua, circondato da schizzi e gocce in un'illuminazione blu.
Una figura femminile in abito rosso, vista di spalle, tiene un libro in una mano e una bottiglia nell'altra, di fronte a un cielo tempestoso e a un paesaggio di rovine, mentre getti d'acqua spruzzano intorno a lei.
Una donna in abito lungo e lucido sta in piedi di spalle, tenendo un calice di champagne e un libro, di fronte a fontane che spruzzano acqua. Sullo sfondo, un cielo nuvoloso e tempestoso con fulmini e un tramonto rosso.
Una figura femminile in abito lungo rosa alza un bicchiere mentre un gioco d'acqua esplode dietro di lei, con un cielo tempestoso e edifici siluettati sullo sfondo.
Una donna in abito rosso sta in piedi su una superficie riflettente crepata, con un grande zampillo d'acqua sullo sfondo in un ambiente urbano devastato, illuminato da un cielo rosso.
Una donna in abito bianco che tiene un bicchiere di champagne e un libro, in piedi su una superficie d'acqua riflettente sotto un cielo tempestoso di fulmini e nuvole rosse.
Una donna in abito elegante color porpora si trova di fronte a una fontana imponente che spruzza acqua, circondata da un'atmosfera drammatica con nuvole rosa e fulmini in lontananza.
Un giovane uomo in un giubbotto di pelle nera e occhiali da sole, seduto su un tetto con uno skyline di città futuristica sullo sfondo, illuminato da luci rosa e un cielo drammatico.
Silhouette di una persona che si erge vicino a un getto d'acqua in un ambiente buio, con effetti di luce blu e spruzzi d'acqua che creano un'atmosfera mistica.

GLORIA di MIELE

Le tue certezze mi fanno paura

È la presunzione che ti brilla dentro

Come un ordigno

Devasta senza pietà

L’angoscia che mi prende

A te indifferente

A me l’orrore di vederne la fine

Con la violenza furiosa che arriva

E t’ammazza senza scampo.

Mi fa paura il dolore che semini per strada

Il disprezzo arrogante degli egoisti

Magari fosse una caduta nell’abisso

Dove, sensibili nel confronto

Avvinti a sbriciolare insane sicurezze,

potremmo ragionare su quello perduto,

e sul tempo da costruire.

Ma le tue certezze mi fanno paura

Evasione senza fuga

Dalla mente accecata

Di un gregge illuso disperso nelle metropoli

A brucare erba sintetica e oblio piccante

Di giorno

Nutrite da zucchero sull’orlo del confine

Di calici nascosti all’amaro della vita

Di notte

Servizio ai tavoli di chi brinda allo sfruttamento

Astuto e trionfo di profitto

Per te miele sul bordo come strumento di poesia

Le tue certezze mi fanno paura

Come un terremoto di massacri

Spettacolare esecuzione di miserabili indifesi

È fede lacerata dal corpo che invecchia

Illusa e delusa la mia, impotente.

Vanità la tua.

Le tue certezze mi fanno paura

A me che dell’ignoranza mi faccio vanto

Del dubbio gloria terrena degli antichi

E della morte libertà celeste dei moderni.

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

… … e poi muore in un sorriso beato che non fa domande ma gode … …

Sensibili alle foglie che siamo

Brune cadono le foglie,

ingiallite infestano di tristezza

pensieri preziosi

dispersi come rifiuti

da cremare.

Cade d’autunno che è già inverno,

la vita dagli alberi in letargo

nelle strade deserte

nelle prime ore dell’alba.

Cadono anime in cammino

nella metropoli asfissiata

dall’ansia del bisogno,

per sopravvivere nell’inverno

della dignità stuprata,

consensiente

nel lavoro servile

che ci fa schiavi.

Svolazzano aggrappate al vento,

spazzate via dalla paura

di marcire io con loro

nella folla indifferente

ipnotizzata dalle luci

delle notti senza sonno.

Strada deserta coperta di foglie autunnali rosse e arancioni, con vetrine illuminate da insegne al neon, avvolta in una leggera nebbia.
Rami di alberi con foglie arancioni e gialle in autunno, con un viale deserto sullo sfondo al mattino.
Foglie secche di colore marrone disseminate su una strada urbana, con persone che camminano sullo sfondo in un'atmosfera autunnale.
Foliage of orange and yellow autumn leaves scattered across a quiet urban street, illuminated by the warm glow of the setting sun.
Tre persone camminano su una strada coperta di foglie gialle in un contesto urbano autunnale, con alberi ai lati e un'atmosfera nebbiosa.

La Verità

Oblio non mi avrai,

prima ti spegnerò la luce.

Da destra e da sinistra,

ammiri la libertà.

Dell’anarchia che si fa ordine.

Che nell’arte si fa gloria.

Perché l’amore che io vedo,

è nei fiori vivi che succhiano rugiade;

nelle nuvole indifferenti

che volano su questa terra;

nelle gocce salate

che fanno mare

e faville di rogo che sono vulcani.

È il furore negli occhi dello

schiavo che si ribella,

questo è l’amore

per cui posso morire.

Nella pioggia rifratta di colori

tra il vuoto dell’universo e

il fuoco che arde

nel centro del pianeta

che fu stella.

Oblio non mi avrai

finché vive l’infante che ho dentro,

che furioso e affamato di conoscenza,

immortale corre solitario corre,

sopravvissuto gioca,

nella moltitudine di rumore

stonato di progresso.

In fondo oblio,

il trono che prometti

è solo un cesso, seduta fredda

e solitaria

di un desiderio prezioso

che tutti ci lega

alle fogne di questa vita

giocosa illusionista di morte.

Dentro questo cuore che batte il tempo,

la verità, puttana e nuda, fosse anche merda,

è la Storia, è l’Idea, un Pensiero che mi fa eterno.

Ritratto di una giovane donna con fiori e elementi decorativi, illuminata in colori vivaci di rosa e blu, esprimendo intensità e mistero.
Un vulcano eruttante con una nuvola di fiori colorati in cima, mentre un uccello vola attraverso un cielo nuvoloso. In secondo piano, onde si infrangono contro la collina vulcanica.
Un paesaggio contrastante che mostra fiori colorati a sinistra, un'onda del mare in movimento e un vulcano in eruzione a destra, con uccelli che volano nel cielo tra nuvole luminose.
Composizione artistica che rappresenta fiori arancioni e rossi avvolti da fiamme e sfondi infuocati, simboleggiando passione e vita.
A striking portrait of a man with an intense expression, adorned with vibrant flowers and intricate patterns, set against a dramatic seascape with crashing waves and a distant oil rig under a colorful sky.
Un bouquet di fiori colorati su uno sfondo scuro, composto da diversi tipi di fiori tra cui girasoli, margherite e altri, rappresentando bellezza e vitalità.
Ritratto di una giovane donna con una corona di fiori arancioni e gialli, che guarda verso l'alto, circondata da nuvole e fiamme.
Un bouquet di fiori colorati in primo piano, mentre sullo sfondo splende un sole luminoso che illumina nuvole e una scena marittima.

Alla ricerca del tempo perduto

Dei figli di nessuno

emigrati

immigrati

dispersi e ritrovati

con mille case dove c’è povertà e miseria

avete paura.

Di noi avete paura

dei figli di nessuno che vi mettono al muro

denunciando il vostro tradimento.

Avete paura della forza delle nostre radici

mangiate dai vermi di questa terra

che fu Felix e di Magna Grecia

gloria d’Oriente e d’Occidente,

nella carne turca, araba e americana,

oggi cinese e anche indiana.

Di questo avete paura

voi schiavi del superfluo,

sottomessi all’apparenza,

rifiuto tossico del potere,

voi traditori dell’umanità.

Di questo avete paura,

e dell’orgoglio e del sudore di chi lavora,

di chi ragiona, eccelle e non si fa schiavo

se non di gioia, onesta, critica, conflittuale,

di pace, d’amore e libertà.

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore

Black and white group photo of a large gathering, featuring men and women of various ages posing together outside a building.

A black and white photograph of a group of women and girls standing and sitting together outside a building, smiling at the camera.

A family portrait featuring a man and a pregnant woman holding hands with a young child, standing outdoors in a residential area.
Uomo seduto su una pedana, mentre legge dei documenti, indossa una camicia azzurra e jeans, con scarpe sportive bianche.
Uomo con i capelli grigi e vestito in denim, in primo piano, con un'espressione seria, di fronte a una bandiera rossa.

LE TRADUZIONI CHE SEGUONO SONO DI DEEPSEEK

English

In Search of Lost Time

You are afraid
Of the children of nobody
Emigrants
Immigrants
Dispersed and found again
With a thousand homes where poverty and misery dwell.

You are afraid of us.
Of the children of nobody who corner you
Denouncing your betrayal.

You are afraid of the strength of our roots
Eaten by the worms of this land
That was Felix and of Magna Graecia
Glory of Orient and Occident,
In Turkish, Arab, and American flesh,
Today Chinese and also Indian.

Of this you are afraid,
You slaves of the superfluous,
Subdued by appearance,
Toxic refuse of power,
You traitors of humanity.

Of this you are afraid,
And of the pride and the sweat of those who labor,
Of those who reason, excel, and refuse to be enslaved
By anything but joy, honesty, critique, and conflict,
By peace, love, and liberty.

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore


Français

À la recherche du temps perdu

Vous avez peur
Des enfants de personne
Émigrés
Immigrés
Dispersés et retrouvés
Avec mille maisons où règnent pauvreté et misère.

Vous avez peur de nous.
Des enfants de personne qui vous acculent
Dénonçant votre trahison.

Vous avez peur de la force de nos racines
Rongées par les vers de cette terre
Qui fut Félix et de Grande-Grèce
Gloire d’Orient et d’Occident,
Dans la chair turque, arabe et américaine,
Aujourd’hui chinoise et aussi indienne.

De cela vous avez peur,
Vous, esclaves du superflu,
Soumis à l’apparence,
Déchet toxique du pouvoir,
Vous, traîtres de l’humanité.

De cela vous avez peur,
Et de la fierté et de la sueur de ceux qui travaillent,
De ceux qui raisonnent, excellent et refusent d’être asservis
Par autre chose que la joie, l’honnêteté, la critique, le conflit,
Par la paix, l’amour et la liberté.

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore


Español

En busca del tiempo perdido

Tienen miedo
De los hijos de nadie
Emigrados
Inmigrados
Dispersos y reencontrados
Con mil hogares donde hay pobreza y miseria.

De nosotros tienen miedo.
De los hijos de nadie que los acorralan
Denunciando su traición.

Tienen miedo de la fuerza de nuestras raíces
Comidas por los gusanos de esta tierra
Que fue Félix y de la Magna Grecia
Gloria de Oriente y Occidente,
En carne turca, árabe y americana,
Hoy china y también india.

De esto tienen miedo,
Ustedes, esclavos de lo superfluo,
Sometidos a la apariencia,
Desecho tóxico del poder,
Ustedes, traidores de la humanidad.

De esto tienen miedo,
Y del orgullo y el sudor de quien trabaja,
De quien razona, sobresale y no se esclaviza
Más que por la alegría, la honestidad, la crítica, el conflicto,
Por la paz, el amor y la libertad.

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore


Hindi (Traduzione poetica e concettuale)

खोए हुए समय की खोज में (Khoye Hué Samay Ki Khoj Mé)

तुम्हें डर लगता है
उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं
प्रवासी
आप्रवासी
बिखरे हुए और फिर से मिले हुए
जिनके हज़ार घरों में गरीबी और दुख है

तुम्हें हमसे डर लगता है।
उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं, जो तुम्हें दीवार के सामने खड़ा कर देते हैं
तुम्हारे विश्वासघात का पर्दाफ़ाश करते हुए।

तुम्हें हमारी जड़ों की ताक़त से डर लगता है
जिन्हें इस धरती के कीड़ों ने खा लिया है
जो कभी “फेलिक्स” और “मग्ना ग्रेसिया” थी
पूर्व और पश्चिम का गौरव,
जो तुर्क, अरब, और अमेरिकी मांस-में बसी है,
और आज चीनी और भारतीय भी।

इस सब से तुम्हें डर लगता है,
हे फ़ालतू चीज़ों के ग़ुलाम,
दिखावे के आगे झुके हुए,
सत्ता के ज़हरीले कचरे,
मानवता के दगाबाज़।

इस सब से तुम्हें डर लगता है,
और उस गर्व और पसीने से, जो मेहनत करने वालों का है,
जो सोचते हैं, उत्कृष्ट होते हैं, और ग़ुलाम बनने से इनकार करते हैं
सिवाय खुशी, ईमानदारी, आलोचना, और संघर्ष के,
सिवाय शांति, प्रेम, और आज़ादी के।

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore


中文 (Chinese – Traduzione poetica e concettuale)

追寻逝去的时光 (Zhuīxún Shìqù de Shíguāng)

你们害怕
无主之子女
移居他乡者
远道而来者
流离失所而又重获新生者
他们的千所家园里只有贫困与苦难

你们害怕我们。
害怕无主之子女将你们逼至墙边
谴责你们的背叛。

你们害怕我们根脉的力量
被这片土地的蛆虫所啃食
这片土地曾是菲利克斯,是大希腊
是东方与西方的荣光,
蕴于土耳其、阿拉伯与美洲的血肉之中,
今日亦蕴于中国与印度的血肉之中。

你们害怕这一切,
你们这些 superfluo 的奴隶,
屈从于表象,
权力孕育的有毒渣滓,
你们是人类的叛徒。

你们害怕这一切,
害怕劳动者的骄傲与汗水,
害怕那些思考、卓越、拒绝为奴的人
他们只臣服于欢乐、诚实、批判与冲突,
只臣服于和平、爱与自由。

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore


Osservazioni conclusive:
Il testo regge egregiamente la traduzione. I concetti di “radici”, “paura”, “tradimento”, “lavoro” e “libertà” sono universali e trovano immediata corrispondenza. La struttura ritmica e l’uso delle ripetizioni si preservano bene, specialmente nelle lingue romanze. La sfida maggiore è stata rendere l’idea di “figli di nessuno” in modo poetico in hindi e cinese, dove una traduzione letterale sarebbe stata inefficace.

anche arabo

Certamente. Ecco la traduzione in arabo, una lingua che per la sua struttura poetica intrinseca si adatta magnificamente allo spirito del testo.

Ho optato per una traduzione che privilegi il ritmo e la potenza evocativa rispetto al rigido letteralismo, cercando di catturare l’anima del messaggio.


اَلْعَرَبِيَّةُ (al-ʻArabīyah / Arabic)

فِي ٱبْتِغَاءِ ٱلزَّمَنِ ٱلضَّائِعِ
(Fi Ibtighāʼi az-Zamani aḍ-Ḍāʼiʻ)

أَنْتُمْ خَائِفُونَ
(Antum khāʼifūn)

مِنْ أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ
(Min awlādi lāḥaqa lahum)
مُهَاجِرِينَ
(Muhājirīn)
وَقَادِمِينَ
(Wa qādimīn)
مُشَتَّتِينَ وَمَوْجُودِينَ
(Mushattatīn wa mawjūdīn)
بِأَلْفِ بَيْتٍ يَكْتُبُهُ ٱلْفَقْرُ وَٱلْبُؤْسُ
(Bi-alfi baytin yaktubuhu al-faqru wa al-buʼs)

أَنْتُمْ خَائِفُونَ مِنَّا
(Antum khāʼifūna minnā)
مِنْ أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ يُحَاصِرُونَكُمْ
(Min awlādi lāḥaqa lahum yuḥāṣirūnakum)
يُشَهِّرُونَ بِخِيَانَتِكُمْ
(Yushahhirūna bi-khiyānatikum)

أَنْتُمْ خَائِفُونَ مِنْ قُوَّةِ جُذُورِنَا
(Antum khāʼifūna min quwwati judhūrinā)
ٱلَّتِي تَأْكُلُهَا دِيدَانُ هَذِهِ ٱلْأَرْضِ
(Allatī taʼkuluhā dīdānu hādhihi al-arḍ)
ٱلَّتِي كَانَتْ “فِيلِيكْس” وَ”مَاغْنَا غْرِيسِيَا”
(Allatī kānat “Fīlīks” wa “Māghnā Ghrisiyā”)
مَجْدَ ٱلشَّرْقِ وَٱلْغَرْبِ
(Majda ash-sharqi wa al-gharb)
فِي لَحْمٍ تُرْكِيٍّ، وَعَرَبِيٍّ، وَأَمْرِيكِيٍّ
(Fi laḥmin turkiyyin, wa ʻarabiyyin, wa amrīkiyyin)
ٱلْيَوْمَ صِينِيٍّ وَهِنْدِيٍّ أَيْضًا
(Al-yawma ṣīniyyin wa hindiyyin aydan)

مِنْ هَذَا أَنْتُمْ خَائِفُونَ
(Min hādhā antum khāʼifūn)
أَيُّهَا ٱلْعَبِيدُ لِلتَّافِهِ
(Ayyuhā al-ʻabīdu li at-tāfih)
ٱلْخَاضِعُونَ لِلْظَّاهِرِ
(Al-khāḍiʻūna li aẓ-ẓāhir)
نُفَايَةُ ٱلسُّلْطَةِ ٱلسَّامَّةُ
(Nufāyatu as-sulṭati as-sāmmah)
أَيُّهَا خَائِنُوا ٱلْإِنْسَانِيَّةِ
(Ayyuhā khāʼinū al-insāniyyah)

مِنْ هَذَا أَنْتُمْ خَائِفُونَ
(Min hādhā antum khāʼifūn)
وَمِنْ فَخْرِ وَعَرَقِ مَنْ يَعْمَلُ
(Wa min fakhrī wa ʻaraqi man yaʻmal)
مِمَّنْ يُفَكِّرُ، يُبْدِعُ، وَيَأْبَى أَنْ يُسْتَعْبَدَ
(Mimman yufakkir, yubdiʻu, wa yaʼbā an yustaʻbad)
إِلَّا لِلسُّرُورِ، وَٱلنَّزَاهَةِ، وَٱلنَّقْدِ، وَٱلصِّرَاعِ
(Illā li as-surūr, wa an-nazāhah, wa an-naqd, wa aṣ-ṣirāʻ)
إِلَّا لِلسَّلَامِ، وَٱلْحُبِّ، وَٱلْحُرِّيَّةِ
(Illā li as-salām, wa al-ḥubb, wa al-ḥurriyyah)

#millecase – #orgoglioesudore – #nellacarne – #conflittoepace #libertàeamore


Note sulla traduzione in arabo:

  1. “Figli di nessuno”: Ho tradotto con “أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ” (awlādi lāḥaqa lahum) che significa letteralmente “figli che non hanno nessuno che si prenda cura di loro/che li rivendichi”. È un’espressione potente che cattura il senso di abbandono e disconoscimento.
  2. “Messi al muro”: “يُحَاصِرُونَكُمْ” (yuḥāṣirūnakum) significa “vi assediano, vi accerchiano, vi mettono con le spalle al muro”. Mantiene l’idea di essere messi in difficoltà e costretti alla resa dei conti.
  3. “Vermi”: “دِيدَانُ” (dīdān) è il termine più comune e viscerale per “vermi” o “larve”, efficace per l’immagine di decomposizione.
  4. “Schiavi del superfluo”: “ٱلْعَبِيدُ لِلتَّافِهِ” (al-ʻabīdu li at-tāfih). “Tāfih” significa qualcosa di futile, insignificante, vano. È un’ottima resa per “superfluo”.
  5. Struttura ritmica: L’arabo, con la sua ricchezza di radici e forme verbali, si presta a creare un ritmo solenne e incalzante. La ripetizione di “أَنْتُمْ خَائِفُونَ” (Antum khāʼifūn – Voi avete paura) funziona in modo eccellente come un ritornello che scandisce l’accusa.

La traduzione in arabo dona al testo una risonanza profonda e quasi profetica, adatta a una lingua che ha una tradizione millenaria di poesia altamente retorica e impegnata.

Andrò a votare

E cazzo non astenerti e vai a votare anche tu che leggi questo diario!

Metti alla prova i giovani che vogliono cambiare tutto!

Fai una croce su questa lista rossa, ribelle e popolare.

Dai una scossa permanente al cuore del sistema politico regionale che ci governa.

Ecco il programma e la lista dei candidati per Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno.

Manifesto elettorale per le elezioni regionali del 2025 in Campania, con enfasi sul voto e un appello al cambiamento, presentando il candidato Giuliano Granato con simboli politici.

IL PROGRAMMA

Ritratto di Giuliano Granato, candidato presidente, con una camicia chiara e un sorriso, di fronte a uno sfondo neutro.

Lista dei candidati per le province di Napoli, Salerno, Caserta e Benevento. Include nomi e informazioni sui candidati per la campagna elettorale.

LE MIE 2 PREFERENZE A SALERNO

Immagine promozionale per le elezioni regionali del 2025 con Roberta Biroccino, candidata al consiglio regionale, sorridente e in abbigliamento casual, con uno sfondo colorato e testo evidenziato.
Manifesto elettorale di Paolo Bordino per le elezioni regionali del 23 e 24 novembre 2025, con slogan 'Cambiamo tutto!' e invito a votare.

Intervista a Paolo Bordino della Campania Popolare, che commenta l'importanza di avere un programma che risponda alle esigenze dei cittadini.
Poster informativo elettorale per Giuliano Granato, candidato presidente di Campania Popolare, con istruzioni per votare e il simbolo del partito.
Manifesto elettorale che promuove Giuliano Granato per il Consiglio Regionale, chiarendo l'importanza di votare la lista e non solo il candidato.

La febbre elettorale è una malattia, forte, subdola, per molti una dipendenza come per questa o quella sostanza, è un business, forse proprio il business per eccellenza da cui tutto dipende, da un condominio ad una città, da una nazione alla geopolitica globale della competizione del capitale fatto da capitali che guerreggiano e si mangiano a vicenda come cannibali affamati, e ovvio, da gente che o sfrutta o viene sfruttata… dai bastoni ai capi bastone… È dalla notte dei tempi che si vota, ogni giorno, scegliendo tra amici, tra fratelli, tra famiglie, il meno peggio, per questo o per quello, oppure si sta a guardare, ignavi magari anche a ragione, perché schifati, disillusi, perché annoiati, magari aspettando il vincitore da andare riverire pregando… Si appartiene, anche all’anarchia del proprio desiderio, del proprio sogno, peggio del proprio bisogno, si appartiene anche alla dittatura che vorremmo, quella dell’uguaglianza e della solidarietà, alla chimera, all’utopia, all’emozione di una lotta giusta che mai si può nemmeno pensare di combattere senza eserciti di braccia, di gambe, e teste che pensano, e senza le armi che non fanno prigionieri, i nemici, le vittime da mandare a zappare la terra… Con il senno di poi tutto è più facile, specie continuare a dividersi. Si vota o meglio si può votare ed è proprio con il sistema capillare di controllo sul voto, sezione per sezione, scuola per scuola, quartiere per quartiere che per l’ennesima volta si voterà nelle nostre cittadelle, ma milioni già appartengono al grande partito degli astensionisti che stanno a guardare, che non partecipano all’estorsione di una croce su una scheda perché non si fanno “incastrare” in questa o quella macchina elettorale, perché sono liberi, perché se ne fottono, perché in fondo non gli cambia la vita… “Cambiare tutto” è più di una speranza, è un ribaltamento di un’urgenza che ha una certa precisa gioventù di oggi che noi vecchi incrostati dobbiamo aiutare ad accendere, scintilla dopo scintilla, affinché diventi un fuoco permanente, che sappia arrivare alle politiche per il post Meloni, che sappia andare oltre, scintilla dopo scintilla, come queste elezioni regionali, come lo sciopero del 28 e la manifestazione a Roma del 29 novembre. Come lo sono stati il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre, esplosioni di popolo fragorose. Nei loro occhi vedo l’ardore, a momenti il furore, di sperimentare sulla propria pelle le trasformazioni che stanno vivendo scavando nelle macerie che tutti noi, vecchi incrostati, abbiamo contribuito a lasciare loro in eredità… Io voto e faccio votare perché, servirà a poco, ma penso invece servirà a molto, per concretizzare una testa di ponte dentro il parlamento regionale. Avere l’opportunità di un controllo popolare dentro al sistema è, e sarà molto meglio che stare a guardare… la sconfitta di uno, la sconfitta dell’altro, e la vittoria facile nonché inutile degli astensionisti, né carne né pesce, e nemmeno vegani.

Vecchi sì, corrotti e traditori a destra e a manca, evoluti ed involuti, potenti nel personale ed impotenti nel collettivo, liberi ma sottomessi nel quotidiano al sistema sociale che schifiamo, ma troppo troppo somatizzato tanto da sembrare noi, ombre immobili, e quindi perché, perché morire? Non c’è tempo, il tempo è adesso, non mi illudo, la disillusione dalla carne mi è passata nelle ossa, ma il midollo emozionale resiste, s’affascina di questi ragazzi che ci stanno mettendo il cuore e della rete che li aggroviglia giorno per giorno, e che si sta facendo più spessa e più larga, anno dopo anno. Hanno la consapevolezza forte di usare i passaggi elettorali come strumento politico e non come fine, tattico o peggio orizzonte strategico e quindi esserne strumentalizzati. Ogni vertenza una lotta comune. La città, la provincia, la regione, la nazione, infine lo spazio internazionale, oggi nel reale digitalizzato, questi ragazzi annullano il tempo dell’organizzazione frantumandolo in attimi che bruciano da un momento all’altro in modi che non riesco più nemmeno ad immaginare… Che Giuliano entri o non entri nel consiglio regionale non li fermerà, e io con loro… il 28 e 29, ancora una volta date oscurate, sono i giorni del dopo elezioni che comunque vedrà questi ragazzi muoversi e trascinare i genitori e ormai anche i nonni, sì noi vecchietti al loro fianco, appunto per non morire o quanto meno vivere fino all’ultima scintilla di questo vita sempre più precariao e sotto proletarizzata, nella testa e nelle braccia a maledire il vento che ci soffia contro, fino all’ultimo respiro.

Torneranno le lucciole

C’è chi parte, chi ritorna

e va di qua e va di la

tra tombe, cappelle e marmi da lucidare

con lacrime mai sazie del dolore passato.

Anime agitate, fiori recisi, corpi fantasmi e stranieri,

rassegnati in silenzio, iniezione ibrida di morti e viventi.

Che pensiero euristico in questo pélago di folla

pensare ai morti nel giorno dedicato ai morti.

Usare le tue parole caro Pasolini

mi ridesta dal personale che diventa politico.

Nel giorno dello scempio del tuo corpo

esile e dannato, maudite come la tua poesia del tempo andato.

2 novembre 1975

Inaudito, mistificato, codardo, bieco, coatto, estremo scempio.

La società dei consumi ti ha divorato, vomitato e oggi ti magnifica

In questa data che fa mezzo secolo, a destra e a manca.

Capaci di tutto nell’apparenza nulla, nella fede sincera, vuota come

un pallone sgonfio, inutile rifiuto, marginale gioco del ricordo esornativo.

Che pensiero euristico in questo pélago di folla plaudente la gloria,

pensare ai morti nel giorno dedicato ai morti.

Con le greppie al collo, in luttuoso doppiopetto,

di potere transnazionale, di polizie tecnocratiche

e teste di legno senza radici né cultura

con pupille raggrumate di fuliggine

di potere senza volto, il vero fascismo

di fascisti padri e figli fascisti.

Che pensiero commosso pensarti fantasma come mamma e papà

che ci facevano figli del boom economico

nell’Italia potenza, immutata fascista, orfana ubbìa

ancora oggi di lucciole in cerca di luce.

Copertina del libro di Pier Paolo Pasolini, intitolato 'Il fascismo degli antifascisti', pubblicato da Garzanti.
Copertina del libro di Pier Paolo Pasolini intitolato 'Il fascismo degli antifascisti', caratterizzata da uno sfondo scuro con testo bianco.
Una scena in un cimitero misterioso con angeli trasparenti che fluttuano sopra tombe ornate di fiori e candele, mentre una luna piena illumina l'ambiente buio e silenzioso.
Cimitero al crepuscolo con croci e fiori rosa illuminati, atmosfera suggestiva e triste.
A close-up of an open book page featuring text in Italian, with highlighted segments and a hand holding the page.
Pagina di un libro con del testo evidenziato che discute le idee del fascismo e la cultura giovanile in Italia.
Un libro con del testo evidenziato, che discute il concetto di fascismo e cultura, accompagnato da una tastiera sullo sfondo.
Testo evidenziato su una pagina di un libro, con parti in giallo. Discussione sul fascismo in relazione alla società e alla moralità.
Un'immagine di una pagina di un libro con del testo in italiano, evidenziato in verde, che discute le responsabilità e le conseguenze delle stragi politiche in Italia.
Pagina scritta con testo evidenziato che parla di storia e cultura italiana, in particolare sul concetto di 'Italianità' e il rimpianter la storia.
Close-up of a page from a book, with highlighted text discussing public life and the need to find the strength to play.
Testo evidenziato che discute di antifascismo, con la parola "Fascista" in evidenza.
A close-up image of a page from a book, featuring highlighted text and a person's fingers holding the page.
Apertura di un libro con un passaggio evidenziato in evidenza gialla, accompagnato da un computer portatile sullo sfondo.
Testo evidenziato in giallo su una pagina, che discute il concetto di 'civiltà dei consumi' e la sua connessione con il fascismo.
Un libro aperto su un tavolo, con un titolo evidenziato 'L'articolo delle lucciole' e testo in italiano che discute il fascismo.
A close-up of a page from a book with highlighted text and a person's fingers pointing at the text.
Un uomo con il cappuccio scuro e la barba corta, in primo piano, di fronte a un mobile con librerie e oggetti vari. Dietro di lui, un libro intitolato 'La filosofia di Umberto Eco' è in evidenza.
Una famiglia in un ambiente urbano, composta da un padre e una madre in abiti casual, con una donna incinta che tiene per mano un bambino. Gli edifici sullo sfondo suggeriscono un contesto suburbano.
Un cimitero al crepuscolo, con lapidi e monumenti, illuminato da piccole luci fluttuanti che ricordano anime, mentre sullo sfondo si può vedere un albero spoglio e il cielo che si scurisce.

Coraggio

Non è il coraggio che manca

fosse utile sarebbe rugiada.

Che gioco crudele è l’attesa

di morire per farla finita

nel sole nascosto di questa vita.

L’assurdo in gola non scende.

Il vuoto che ghiaccia, il senso che vibra

in danza infelice di vento senz’aria

orfano di slanci e saluti stantii.

Nella fatica della solita alba

spenta all’ennesimo tramonto,

immonda ritorna

e il dubbio contesta.

Come risacca agitata che torna indietro e si perde

nell’impietoso giorno passato. Sconfitto

Una donna con capelli lunghi e fluenti indossa un abito rosso, mentre si trova in piedi su un terreno roccioso e bagnato, circondata da onde con l'oceano sullo sfondo. Tene un libro aperto in mano, con un cielo infuocato e nuvole scure che creano un'atmosfera drammatica.
Un paesaggio marino tempestoso con onde alte, botti di legno rovesciati sulla spiaggia e un cielo drammatico illuminato dalla luna e colpito da fulmini.
Un libro aperto splende mentre onde d'acqua spray lo circondano, con una sfondo di nuvole rosse e un'atmosfera drammatica.
Un libro aperto in fiamme fluttua sopra onde di tessuto rosso, illuminato da fulmini luminosi sullo sfondo scuro.
Un primo piano di una giovane donna con i capelli lunghi e mossi, che indossa una sciarpa di colore arancione. Ha un'espressione pensierosa e triste, con uno sfondo di tonalità calde e sfumate che richiamano il sole al tramonto.

Calore di paglia

Siamo cenere impastata a paglia

cenere di fuochi mai innescati

faville di parole addomesticate

cenere prima del fermento

scintille di polvere nelle strade

difetto, scarto e poi rifiuto,

cenere di sogni diventati paura.

Siamo quello che non vediamo

rumore nel fragore di lampi

déi sfrantumati nel ricordo

statuine bruciate nei forni dell’oblio.

In sostanza siamo impostura di paglia e cenere.

Ma l’apparenza è turbinio,

la speranza diluvio, e l’idea universo disgiunto.

Così dunque l’affanno nel conflitto

urla tempeste, e mi riscrivo

correndo

strisciando

affogando

tra statuine in serie

di cenere e di paglia

come fango urbano divenendo pietra.

Figures resembling human statues with long hair made of straw, positioned in a dark, foggy environment scattered with debris and straw, illuminated by soft purple light.
Tre figure di legno in un ambiente di paglia e rami, illuminate da una luce calda in un'atmosfera mistica.
Un gruppo di sculture di paglia che rappresentano figure umane, illuminate dalla luce, con dettagli sottili e aspetti espressivi.
Sculture di paglia rappresentanti figure umane in un paesaggio naturale, con uno sfondo sfocato.
Un'inquadratura ravvicinata di una concentrazione di materiali bruciati e polvere, con fili rossi sporgenti e un fondo sfumato di colore viola, evocando un'atmosfera mistica e contemplativa.
Sculture di figure mitologiche in un ambiente di paglia e legno, illuminate da una luce radente.
Quattro statuine in piedi, realizzate con materiali che richiamano la paglia e la cenere, in un'atmosfera cupa con dettagli intricati nei capelli e nei vestiti.
Un falò circondato da statuine di cenere e paglia, con una fitta nuvola di fumo e luci soffuse che creano un'atmosfera misteriosa.
Silhouette di figure in miniatura su un terreno coperto di paglia e bastoncini, illuminate da una luce viola soft.
Un'insegna stradale che indica 'Piazza 25 Aprile' con una bicicletta parcheggiata accanto a un lampione, circondata da alberi in un'area verde, sotto un cielo sereno.

ARRETRATO

6 ottobre 2024

Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.

RESPIRO

Alle bestie, le bestie,

per legge e vendetta,

macello di carne e sangue,

innocente,

che nella pace i tribunali bruceranno,

con parole fredde a maledire orrore,

l’inumano orrore.

Non cogito ergo digito dice Rezza.

Saghe mentali invece, è di Caparezza.

Non è libertà ma schiavitù,

il pensiero bestiale della condanna eterna,

scritta nella sabbia,

persa

nella memoria,

corta

di un respiro.

La storia del drago manciuni

Ed ecco la vera storia del drago di Bellanova.

Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.

Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.

Nicolò Quagliata

INFAME

Scandalosamente brutto

Scandalosamente bello

Scandaloso, questo è il punto.

Non dormi.

Quella guerra è la nostra guerra.

Mi prendi per il culo

Ma ti rode l’invidia

Della mia libertà

Che si fa ribelle

Indomabile dal tuo orgoglio di potenza.

Incontenibile dall’ira che si fa repressione cieca.

Sei escremento di retorica, fango di parole, nebbia nel deserto.

Anima spenta di calce e paura.

Tu, miserabile, vivi, vivi le menzogne.

Tu, miserrimo, nascondi, nascondi l’infame che sei

al tuo gregge da macello tra brindisi e risate

che nutri di avanzi come catene

che scapperà quando cadrai dalla torre.

Eterna è la condanna anche se rinasci.

Non dormi perché nell’anima sei corrotto.

La fogna il tuo regno

e l’oscurità del buio il tuo sole nero.

Con la Global Sumud Flotilla

Da Babilonia a Babilonia

Sul filo come lama di spada

a dividere bene e male.

Cade la torre cade la testa del re.

Tra legale e illegale

denazificare il cuore criminale

Che ci fa disumani

Nel bruciare il fratello disarmato

Che voglio abbracciare ancora vivo

Che resiste con vecchi, bimbi e donne da salvare.

Che con una fionda fa paura come Davide,

perché Davide vinse Golia.

La Flottiglia ha squarciato l’indifferenza,

atto politico di ribellione, d’anarchia organizzata

con la vergogna di chi è potente e vomita disgustato.

Global Sumud resistenza alla vita contro la morte degli innocenti.

Poi egiziani, greci e romani, i barbari del nord, e i turchi mamma li turchi

E il cristo e l’oriente, gli arabi, i russi, i cinesi e gli indiani,

quelli sterminati dal gringo d’occidente, di lingua inglese, francese e spagnola,

ma sopravvissuti nel mondo delle americhe, oltre le americhe,

indigeni, indiani e quelli che con Ghandi hanno mostrato

la marcia per il sale, che ora veleggia per mare.

Quanti oggi andrebbero in montagna

per combattere l’atrocità dell’infame potere nero?

La Flotilla è partigiana la Flotilla, è internazionale.

Schiaffo in faccia all’ipocrisia, alle bestie nelle torri.

Per resistere e sbarcare sulla spiaggia che lacrima sangue

Dove un bimbo aspetta un dito d’acqua dolce e ha fame, tanta fame.

Voglio vedere il tramonto del sole nero

con Gaza capitale nella Palestina libera

dalla terra al mare.

CENTRO STORICO

Ibrido

Come un motore

Elettrico e benzina

Questo cuore

Nascosto all’indifferenza

Di una storia

Antica, moderna, mai vissuta

Di un Gatto che passa

“Tu vivi allora, tu vivi,

il sogno ch’esisti è vero.”

Ti guarda negli occhi

Dal ciottolato viscido

Scappa nel labirinto

Affamato di carezze

Spezza parole

Perso tra anime

Che fanno rumore

Close-up of an old, rusty keyhole embedded in a wooden door with a weathered texture.
Un graffito arancione che rappresenta un occhio su una parete bianca, con un secondo graffito in caratteri neri accanto. Sullo sfondo, si intravede un vicolo con piante e un'auto parcheggiata.
Muro di un edificio con graffiti colorati e inscripti, circondato da alberi e veicoli parcheggiati.
A street scene showing a person walking past parked cars, with a puddle and greenery in the background. Graffiti is visible on a utility box.
Una parete di un edificio con graffiti, inclusi scritte come 'ACAB' e 'BRC', circondata da alberi e un marciapiede.
Vista di un cortile con un edificio di colore giallo, colonne e un'area di pavimentazione. Una scultura senza testa è visibile accanto a una parete che presenta tessere di diverso materiale. Un albero in un vaso è presente sul lato destro.
Una porta arrugginita e chiusa, con scritte di graffiti su un muro bianco accanto a foglie verdi e terreno coperto di foglie secche.
Facciata del Museo Archeologico Provinciale di Salerno, con finestre ad arco e una statua visibile attraverso il cancello.
Murale con graffito su un muro bianco, con scritte e segni di vernice di diversi colori. Il terreno circostante è coperto di foglie secche, e si intravede una scala che porta verso un ingresso.
Facciata di un edificio storico con graffitti, vista inclinata lungo un marciapiede bagnato, con alberi e auto in secondo piano.
Un vicolo con un edificio storico e graffiti visibili sulla parete, bordato da una fila di auto parcheggiate. Il cielo è parzialmente nuvoloso mentre un albero aggiunge verde all'immagine.
Pannello informativo del Museo Archeologico Provinciale, con immagini di reperti storici e una pianta del museo.
Una vecchia porta di ferro arrugginita con una grata, circondata da piante verdi e vegetazione, in un contesto urbano in rovina.
Una sala con soffitto affrescato, finestre con vetri colorati e un piano rialzato con balaustra, con una porta aperta che mostra l'esterno.
Un pavimento geometrico composto da piastrelle bianche e nere a forma di rombo.
Interno di un edificio con una grande porta di legno aperta che dà su un esterno visibile, pavimento a motivi a scacchiera neri e bianchi, e una scala a vista.
Un angolo di strada con un albero verde, una bicicletta parcheggiata e un'auto bianca in parte visibile.

INGORGO

“Quello che non sappiamo è forse il volto,

il nostro volto che la morte un giorno

suggellerà col suo silenzio: nomi,

fatti perduti appena nati, cenere.”

Alfonso Gatto

E se invece ridi, ma che dico gioisci

Tu sommo poeta

e ti fai beffa di tanta crudeltà?

Quando vedi l’ingorgo

Bloccato chi sale e chi scende

Ai piedi del viadotto che ti hanno dedicato

Ai piedi dell’arteria che si ferma

Rotatoria di circoli viziosi nell’inferno quotidiano

Ti diverte l’ictus del sentimento senza ritorno,

improvviso blocco, infarto civile

che i militari non possono sgombrare.

Ingorgo di mezzi fermi vuoti di persone

Piloti incazzati che sprecano energia e rabbia.

Lo vedi, ci guardi, fermi bloccati nell’ingorgo del progresso.

Quanta rabbia sprecata che diventa cenere cenere cenere

Di carrozze di ferro che si fanno regresso umano.

Di solitudini connesse al mondo

ma strumento perverso di libertà.

T’immagino ridere e sussurrare cenere cenere cenere.

Orgoglio di cenere, di merce scaduta,

d’acciaio che diventa ruggine

al sale del mare.

T’immagino però in lacrime dare l’allarme

per l’avaria dissacrata della granella vivente che siamo.

Per ogni cuore ribelle che non si ferma

per ogni scheggia di dolore

nella sabbia intrisa di sangue e fame.

Ingorgo canta al porto per la spiaggia del Mar di Levante

che non vede pace ma solo cenere cenere cenere.

Da lassù seguimi nell’abisso della civiltà insozzata che assiste,

nuotare verso riva, vincere il naufragio e sbarcare.

Nel collasso civile dell’ingorgo la tua poesia diventa manifesto

Gerusalemme per tutti e GAZA CAPITALE

di Palestina libera dalla terra al mare.

Una vista panoramica di una spiaggia affollata con edifici moderni sullo sfondo, bandiere palestinesi sventolano e barche a vela solcano le acque del mare.
Immagine storica del Viadotto Gatto negli anni '70, che mostra la struttura in costruzione e il paesaggio circostante di Salerno.
Panoramica di Salerno oltre 20 anni fa, mostrando il porto e il viadotto Gatto, con edifici e montagne sullo sfondo.
Una vecchia foto del Viadotto Gatto, che mostra il ponte e il panorama circostante, con auto parcheggiate e la costa visibile sullo sfondo.
Screenshot
Immagine storica del porto di Salerno nel 1977, con la costruzione del viadotto Alfonso Gatto in evidenza e una vista di mezzi fermi e barche parcheggiate.
A person holding a Palestinian flag outdoors.
Panorama di una spiaggia affollata con palazzi sullo sfondo, persone che si godono il sole sulla sabbia e un'auto parcheggiata vicino all'acqua.
Un cuore stilizzato in fiamme, illuminato da una luce intensa, rappresenta la fusione di passione e dolore.

Lunedì 22 settembre 2025, INGORGO ho immaginato, blocco è stato, GAZA CAPITALE sarà…

Una folla di manifestanti radunati sotto un viadotto, con diverse bandiere che sventolano, in un contesto di protesta.
Una manifestazione di protesta con un'auto caricata di beni bloccata nel traffico, circondata da persone con bandiere e cartelli.
Manifestazione affollata con persone che sventolano bandiere palestinesi e cartelli, in un contesto urbano.
Una grande manifestazione con persone che sventolano bandiere palestinesi e rosse, in un contesto urbano con montagne sullo sfondo e un cielo blu.

L’UCRONIA di Maurizio Pintore

Una serata al Porticciolo di Pastena a Salerno, con cinque relatori seduti a un tavolo, mentre una donna legge e tiene un microfono, illuminata dalla luce soffusa della notte.

A Salerno, ma che bella serata al Porticciolo di Pastena, con il “fantasma” di Sàndor che prima ferma il vento e abbraccia i presenti con la possenza della sua grande sensibilità per gli ultimi, poi ci ammalia con il suo essere “uno di noi” grazie all’UCRONIA sapiente di Maurizio Pintore che fa nascere e rinascere ogni volta il grande scrittore Màrai nel suo magnifico romanzo costituente memoria “Il penultimo dono” che ci mostra la “terza via”.

Un evento serale al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un gruppo di relatori seduti attorno a un tavolo, mentre una donna legge da un libro. Sullo sfondo, si intravede l'illuminazione della città di Salerno.

Ma nel buio della spiaggia incantata, è nella lettura di Brunella Caputo che l’emozione dalla parola scritta diventa voce determinata e profonda, che fa silenzio del brusio, e ci emoziona, toccando quelle corde dell’anima che quando vibrano sanno cancellare ogni dubbio di fede, calmare ogni tempesta minacciosa di questi tempi bui. La notte si è illuminata di sentimenti tanto fondamentali quanto primordiali che sono nel DNA della nostra umanità fatta di dolore e piacere, egoismo e solidarietà, brutalità e dolcezza, di tormenti e d’amore. Serata stupenda con memorie e testimonianze vivide di passione, che in attimi senza fine hanno preso il sapore della ragione condivisa con il sale e con il pepe, con la maestria dell’esperienza di Luciana Mauro, Dario Arenella e Gabriele Bojano. Grazie di ❤️ Doc Maurizio Pintore per l’indimenticabile serata del 17 settembre 2025 a Salerno.

Un gruppo di relatori discute davanti a un tavolo imbottito, mentre il sole tramonta dietro le montagne su una spiaggia a Salerno.

PS. Per la cronaca, alla seconda lettura, “Il penultimo dono – La terza via di Sàndor Màrai” mi è piaciuto anche di più, segno che le parole di un grande romanzo, una volta sedimentate diventano roccia senza tempo come le sapienti epigrafi immortali che aprono ogni capitolo di queste sue belle storie Doc, come quella di un “comodino” compagno fedele di ogni notte, che come uno scrigno prezioso contiene la memoria struggente che ci fa uomini e donne per bene.

Copertina del libro 'Il penultimo dono - La terza via di Sándor Márai' di Maurizio Pintore, appoggiata su un tavolo di legno con un computer in parte visibile.
Book cover of S. Màrai's 'Il sangue di S. Gennaro' with a brief description of the author's life and literary contributions.
A book cover featuring a brief overview of Sándor Márai's life and work, highlighting the emotional themes and literary contributions referenced by the author Maurizio Pintore.
Citazione da Sándor Márai evidenziata su uno sfondo bianco, con il titolo 'Capitolo 25'. Rappresenta un pensiero sui consigli nella vita.
Un evento serale al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un gruppo di relatori seduti attorno a un tavolo, mentre una donna legge da un manoscritto.
Page of a book featuring the prologue about Sàndor Màrai, discussing his life and literary impact.
Pagina di un libro di Maurizio Pintore con testi scritti in italiano, riguardanti la storia e sentimenti complessi legati alla memoria e all'umanità.
Un'immagine di una pagina di un libro che presenta l'inizio di un capitolo dedicato a Sándor Márai, con citazioni e testo visibile.
Un evento letterario al Porticciolo di Pastena a Salerno, con quattro relatori seduti a un tavolo, mentre il sole tramonta sullo sfondo montano. Atmosfera di condivisione e riflessione.
Un passaggio evidenziato da un libro, con il titolo 'Capitolo 22'. Il testo descrive una notte in cui un personaggio non riesce a dormire, menzionando Sándor Màrai. Alcuni segmenti sono sottolineati per evidenziare frasi significative.
Una donna legge durante un evento all'aperto al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un tramonto sullo sfondo e persone sedute attorno a un tavolo.
Un libro aperto con il capitolo 16 evidenziato, accompagnato da una stampa di una citazione di Fëdor Dostoevskij.
Un evento al Porticciolo di Pastena a Salerno, con relatori seduti a un tavolo, mentre il sole tramonta alle spalle, creando un'atmosfera suggestiva.
Una pagina di un libro con evidenziazioni, citazioni e annotazioni sullo scrittore Sàndor Màrai e i suoi diari, che esplorano emozioni e solidarietà umana.
Un evento al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un gruppo di relatori seduti a un tavolo, durante una serata al tramonto.
Programma editoriale in italiano con dettagli su direzione, redazione e distribuzione di opere letterarie.
Un gruppo di persone sedute intorno a un tavolo all'aperto mentre il sole tramonta all'orizzonte, con le montagne sullo sfondo.
Un gruppo di persone parla e si muove durante un evento al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un tramonto sullo sfondo.
Copertina di un libro con una foto in bianco e nero di Sàndor Màrai e Ilona Matzner nel giorno del loro matrimonio, con un titolo e una descrizione sotto l'immagine.
Due uomini conversano al Porticciolo di Pastena al tramonto, con rocce e un tavolo apparecchiato in background.
Una dedica scritta a mano su un foglio della Biblioteca del Vascello, con il titolo "A PIETRO" e firme di un autore.

Cenere e silenzio

A voi che prendete la parola per bestemmiare

E chiedete alla guerra di continuare

Niente sarà perdonato

Dopo il silenzio sarete cenere

Così questa polvere di verità

sporca la coscienza

A che serve se Gaza brucia più del sole?

È notte tutto il giorno

Di morte e dolore

Nella pioggia di ferro e fuoco

Gridano dalle macerie dell’umano

Voci che divorano parole affamate

Nulla giustifica il sangue degli innocenti

Sarà silenzio di memoria spezzata

Mentre l’anima scappa da corpi condannati

la soluzione finale si compie in diretta TV

Senza più carne da macellare

Avremo infine il coraggio di dimenticare?

RANCURA MADRE

“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri

Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.

PRESENTAZIONE

Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.

Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.

In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.

Francesca Mezzadri

[…] estratto […]

#

Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.

È giunta voce anche ai tuoi genitori.

Ecco perché hanno preso le distanze da te.

Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.

Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.

Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.

Ne basta uno, hai detto.

Io ho ammazzato mia madre.

La favorita nell’harem del re, mio padre.

Nascendo, lei è morta.

[…] fine estratto […]

PUBBLICATO A PUNTATE SU IL BUCO ’96

ECCO IL RACCONTO COMPLETO

Stefano Benni


Ho rimandato, ho rimandato
e adesso anche tu sei morto
compagno Benni e nemmeno questo sapevo.
Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo.
Dicono che eri comunista,
ma come lo sei stato e per chi e per cosa
dovrò capirlo
e leggerti ora che non ci sei più
in questa galassia di viventi
dove mi sento più morto di prima,
estinto, a due passi dal corpo di Moro,
come il dinosauro
delle botteghe oscure
che chiedeva sacrifici agli operai.

È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,

e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.

Osservo tutto ma niente mi tocca veramente

e così mi vedo alieno e trasparente.

Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere,
con l’arte immensa per non piangere
la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge

che bela nelle fauci del lupo.

https://ilmanifesto.it/il-nostro-furioso-e-la-parodia-dello-stato-delle-cose-presenti

A vibrant scene depicting a large, surreal tree in a warehouse filled with enthusiastic young people wearing uniforms and holding red flags featuring a hammer and sickle. The background shows flames and debris, creating a dramatic atmosphere.
Gruppo di persone sorridenti riunite in un ambiente all'aperto, con bandiere rosse e simboli comunisti, che sembrano celebrare un momento di gioia in mezzo ai resti di un edificio danneggiato.
Un paesaggio industriale desolato con fumi in lontananza, bandiere rosse e simboli comunisti, mentre un gruppo di persone passeggia tra i rottami.
Tre uomini sorridono davanti a un grande albero, con bandiere rosse sullo sfondo e fiamme che si alzano da un'area industriale in rovina.
Un'entità misteriosa con la pelle chiara, priva di capelli, si staglia contro uno sfondo scuro e nebuloso, creando un'atmosfera inquietante.
Tramonto su una spiaggia con bottiglie di vetro abbandonate e barche a vela in lontananza.

Sarà notte e sarà giorno

Non è re Giorgio ma Oliviero

Dicevi bene

Siamo trasparenti

Ma sostanza di fumo e vento

Ubriachi di follia

Per la fine nel principio

Sgomenti di tempeste

Sarà notte e sarà giorno

Restiamo umani

Diceva Vittorio

Dalla spiaggia di Gaza dove sarà notte

se affonderanno le barche della rivolta

Dove sarà giorno se sbarcheranno cibo

per un popolo disperso

E se nell’angoscia di morte, polvere e macerie

non ci fosse più nessuno da salvare?

E se fosse già troppo tardi per annegare?

Io voglio spostare il sole.

Per cancellare ogni ombra assassina di vita innocente

Così trasparente come vetro frantumato

Nella sabbia bagnata di sangue

Asciugare dolore e rinascere umano

Bene? Male?

Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.

… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.

A woman in a turquoise dress holding a smiling toddler, standing outdoors with a sign in the background.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia al tramonto, con un ponticello di legno e un motoscafo che naviga nell'acqua all'orizzonte.
Bambino che gioca sulla spiaggia mentre costruisce un castello di sabbia con il mare sullo sfondo.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia al tramonto, con una bandierina rossa in cima e il mare che si infrange dolcemente in lontananza.
Un bambino gioca con un castello di sabbia sulla spiaggia al tramonto, costruendo un ponte levatoio, mentre le onde si infrangono e una barca naviga in lontananza.
Un bambino gioca sulla spiaggia mentre costruisce un castello di sabbia al tramonto, con onde che si infrangono in lontananza.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia, con una piccola bandierina rossa in cima, mentre le onde del mare si infrangono sullo sfondo al tramonto.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia, con un ponte levatoio e una bandiera rossa, circondato da onde del mare al tramonto.
Un bambino che gioca sulla spiaggia al tramonto, mentre costruisce una torre di sabbia, con il mare e una barca sullo sfondo.
Castello di sabbia dettagliato con un ponte levatoio, sulla spiaggia al tramonto, con un motoscafo in lontananza che solleva onde nel mare.

FENICE RIBELLE

Che meraviglia
“Post fata resurgo”
e il cuore mai domo ritorna

Nel respiro libero da catene
nel fuoco ingordo dell’Arte
riprende a soffiare
anarchie di gioia e tormento

Di bocca in bocca, non un vento
ma scintille come muse, danzano
nel teatro di vita per strada, cantano

Nessuna pietà di ombre e luci spente
per ammazzare Eris
e le sue ingiustizie immonde

Così prima Atena poi Minerva
dea arde
universale madre divora

Né cenere d’angoscia
né polvere di sogno
spande o disperde

Ma desiderio infiamma
l’anima segnata
come sole
di fenice ribelle

31 agosto: buon compleanno inquieta anima bella

Un cuore infuocato circondato da fiamme vivaci su uno sfondo scuro.
Un cuore stilizzato di colore rosa vivace con luci elettriche che lo circondano, su uno sfondo scuro.
Un cuore ardente circondato da fiamme, emana luce intensa, simboleggiando vita e passione.
Post containing poetic reflections on existence, art, and the power of desire, celebrating life and resilience.

E se, AMORE CONDANNATO AMORE

Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.

Vetrina di una libreria con diversi libri esposti, tra cui 'Amore condannato amore' di Pietro Di Gennaro, visibile in primo piano con un'etichetta arancione.

Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare…  WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.

Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.

AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…

Ritratto in bianco e nero di un uomo con capelli radi, indossa una giacca e cravatta, con uno sfondo sfocato.

Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.

Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.

La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.

È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.

Caro, immenso, indimenticabile Amleto.

Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.

Una selezione di libri disposti su un tavolo, con titoli di Amleto De Silva ben visibili, e un oggetto decorativo in pietra vulcanica accanto a una tastiera e sottolineatori colorati.
Esposizione di libri nella libreria Feltrinelli, con il segno 'Voci della città' in alto e varie copertine di libri in evidenza sugli scaffali.
Una libreria mostra una collezione di libri con copertine arancioni, incluse opere di vari autori e titoli come 'Il regno animale' e 'La teoria del salto'.
Una persona osserva le vetrine della libreria 'Imagine's Book', con molti libri esposti, in una giornata di sole.
Vetrina di una libreria con una selezione di libri, inclusi titoli di vari autori e un visitatore in primo piano che indossa un cappello di paglia.
Copertina del libro 'Amore Condannato Amore' di Pietro Di Gennaro in vetrina, con riflessi e trasparenze. Sullo sfondo, si intravedono altri libri nella libreria.
Un uomo con un cappello di paglia osserva la vetrina di una libreria chiamata 'Imagine's Book', piena di libri esposti.
Esterno della libreria Imagine's Book a Salerno, con panoramica delle vetrine piene di libri e persone che entrano ed escono.
Immagine di una recensione di un libro su uno sfondo scuro, con un uomo che cammina in un corridoio illuminato e il titolo 'Amore condannato amore' evidenziato.
Ripiano di libreria con libri di autori vari, tra cui 'AMORE CONDANNATO AMORE' e 'LA MISTERIOSA MORTE DELLO SCRITTORE EGIDIO VALDÉS' di Domenico Notari.
Copertina del libro 'Amore condannato amore' di Pietro Di Gennaro, che mostra una scala in penombra con una figura che scende.
Screenshot

E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?


recensione di Elvira Rossi

Infine la strabiliante recensione critica di Francesca Mezzadri su Satisfiction


Sinossi

“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.

Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.

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Commento critico

L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato,  ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.

Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore. 

 È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.

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Punti di forza (con citazioni)

1. Profondità psicologica del protagonista

Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:

> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”

2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa

La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.

3. Personaggi secondari iconici.

Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.

> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”

4. Contenuto emotivo e politico.

La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:

> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.

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Analisi linguistica

Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.

Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva. 

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Cosa lascia il libro e perché leggerlo

“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.

Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.

Francesca Mezzadri 

Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro,  Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95

Copertina del romanzo 'Amore condannato amore' di Pietro Di Gennaro, con un uomo che sale una scala in un ambiente moderno e ben illuminato.
Retro di un libro con dettagli su trama e autore, scalinata sullo sfondo.

Libreria Feltrinelli con una selezione di libri in evidenza, inclusi romanzi e opere di autori locali, con un focus su 'Voci della città'.

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intanto la vita continua, un giorno dopo l’altro

Un uomo seduto su un palco, in camicia azzurra, che legge un documento, con pantaloni jeans e scarpe sportive bianche.
Tre persone sedute in una libreria, con una bandiera rossa sullo sfondo che recita 'potere al popolo'.
Uomo in giacca di jeans che parla al microfono davanti a una bandiera rossa e cartelli di protesta.
Uomo con capelli bianchi, in giacca di jeans, che ascolta attentamente durante un evento all'aperto.
Uomo con giacca di jeans che parla al microfono in una strada cittadina.
Un uomo in una giacca di jeans parla al microfono davanti a un gruppo di persone in una piazza.
Un gruppo di persone riunite in una manifestazione, con bandiere cubane e rosse, mentre ascoltano un oratore.
Uomo che parla al microfono in un evento pubblico, con bandiere cubane e rosse sullo sfondo.

alcune foto sono di Michele Mari

Silhouetted figures formed from assorted global banknotes and coins labeled with words like wealth, exchange, human, and value.

Come parliamo quando parliamo d’amore

di Paolo Nori su Substack.com

Quando basta un “like” per riportare a galla una emozione persa come una goccia nel mare… e poi stare bene ripensando al babbo che chiamo Pà. Grazie Bruno.

A comment section on Substack where a user discusses themes of love and normalcy in conversation, referencing Paolo Nori and personal anecdotes.
Screenshot of a Substack article titled 'Come parliamo quando parliamo d'amore' by Paolo Nori, with text discussing emotions and personal reflections.
Immagine di una pagina di testo con la scritta 'STATE BENE', che discute di emozioni e amore in un contesto culturale.
Screenshot
Ritratto in bianco e nero di un uomo con capelli grigi, seduto con le braccia incrociate su una superficie di legno, mentre guarda dritto verso la fotocamera.
Ritratto in bianco e nero di un uomo con capelli grigi, indossando un maglione scuro, seduto davanti a una finestra.
Testo di Paolo Nori su piattaforma Substack, che esplora le emozioni attraverso il ricordo del padre e l'importanza dei piccoli gesti come un 'like'.
Un'immagine di un testo su uno schermo con caratteri ben leggibili che discute emozioni e linguaggio nella narrativa di Paolo Nori.
Ritratto di Paolo Nori su sfondo neutro, con espressione seria e barba bianca, mentre indossa una camicia scura.

OPERAZIONE KAMARATON

Romanzo 2025 di Giovanni Maio

Copertina del romanzo 'Operazione KAMARATON' di Giovanni Maio, con un'immagine evocativa associata alla Seconda guerra mondiale.

Prefazione

Parafrasando ciò che mi ha colpito molto in OPERAZIONE KAMARATON, posso dire che il contenuto di questa prefazione può alterare la percezione della realtà stessa: “Prima di procedere alla sua lettura, assicurarsi di essere pronti a confrontarsi con l’inaccettabile.” Quando, durante la lettura troverete queste frasi, forse mi darete ragione, ecco la seconda: “La verità è un cammino, e a volte ci conduce in luoghi dove preferiremmo non andare”

Ricordo perfettamente la sera in cui Giovanni mi ha parlato per la prima volta di questa storia chiedendomi se avessi tempo e voglia di leggerla. È una storia che farà rumore, mi ha detto e ha iniziato a raccontarmi del pescatore Zino che ritrova un cadavere nel mare di Marina di Camerota e dei segreti che legano il Cilento a scienziati e ufficiali scampati alla denazificazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. È il dono di Giovanni Maio: studiare e saccheggiare le verità storiche, e trasformarle in un motore narrativo che non perdona. Ci ha costruito intorno una storia così avvolgente e credibile che, alla fine, mi sono chiesto se non sia andata davvero così. Conosco Giovanni da tempo e ho imparato ad apprezzarlo con alcune sue spystory che non si dimenticano come il TRONO DI PIETRA e L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. So quanto sia meticoloso nella ricerca, quanto si perda per mesi negli archivi e nelle mappe antiche di chiese e monasteri, ossessionato dai dettagli che rendono un’ambientazione viva e tangibile, ma prima di tutto di quanto sia preciso, nella ricostruzione documentale e storica dei fatti che diventano azione nella sua scrittura. In OPERAZIONE KAMARATON, l’ossessione raggiunge il suo apice. Si sente l’odore della salsedine del nostro Mediterraneo più vicino e familiare, il peso della solitudine dei braccati, il senso del dovere e del destino incarnato nei brillanti agenti segreti, Fulvia e Smeraldo, che partendo dalla Cala Bianca di Camerota, si muovono in inchieste ad alta tensione che vanno da un palazzo governativo di Lisbona al castello di Wewelsburg, la fortezza scelta da Himmler come sede mistica del Sole Nero nella Germania del Terzo Reich. Gli intrecci e i misteri che tessono la trama del racconto sono la sostanza connettiva tra silenzi che urlano e ombre in piena luce, tra ragioni di stato e servizi segreti internazionali che rendono i periodi di pace tra le guerre, attimi di una transizione conflittuale che non smette di pulsare, ceneri piene di scintille pronte a scatenare nuovi incendi, rovine su cui ogni nuova costruzione ha fondamenta traballanti, materia e sostanza di vita quotidiana in cui ogni  passo falso significa la morte dei protagonisti. L’abilità di Giovanni Maio è la narrazione che non mostra la scena ma l’avvolge intorno al lettore come una coperta calda in una notte di freddo, il freddo di avvenimenti che continueranno per sempre a sconvolgere verità che sembrano ormai assodate. Il dubbio e il mistero, quello millenario, che muove l’avidità di potere dell’uomo e ne fa l’essere spregevole che uccide senza pietà l’uomo stesso. OPERAZIONE KAMARATON non è solo un thriller di storia abbastanza recente, i fatti si svolgono alla metà degli anni ’80, al suo cuore, come in tutte le grandi storie di spie, c’è una domanda profondamente umana: cosa siamo disposti a sacrificare della nostra anima in nome di una nuova vita? Quanto del nostro passato possiamo davvero rimettere in discussione? I personaggi non sono semplici pedine in un gioco più grande; sono esistenze lacerate, piene di paura e di rimorsi, costretti a scelte impossibili in un mondo che ha smesso di avere regole chiare, proprio quando la fine di una guerra sembra aprire a nuova pace. Giovanni Maio ha compiuto un meticoloso lavoro di ricerca, intrecciando la Storia conosciuta con una verosimiglianza narrativa che è, a tratti, agghiacciante. I personaggi che ho incontrato – gli scienziati tormentati dalla coscienza, gli ufficiali senza più una bandiera per cui combattere, le spie che danzano su un filo teso sopra l’abisso – sono figure universali che danno umanità a vicende che spiegano l’ineluttabilità dell’istinto alla sopravvivenza. È un romanzo che mi ha ricordato perché amo questo genere. Perché non si limita a farmi voltare pagina con l’ansia di sapere cosa succede dopo, ma mi costringe a riflettere sulle nebbie morali del dopoguerra, un periodo che, in fondo, non è mai veramente finito. Io personalmente amo le ombre della Storia, quei complotti che poi la Storia si prende la briga di spiegarne la verità; quelle zone d’ombra che i documenti ufficiali non raccontano, i retroscena che si sussurrano nei corridoi dei palazzi del potere molto dopo che i trattati sono stati firmati. Quando Giovanni mi ha chiesto di presentare questo romanzo, ho accettato non solo per il suo valore narrativo, che è indubbio, ma perché esso scava con precisione chirurgica in una di quelle ombre reali, troppo a lungo ignorate. “La primavera del 1945 non segnò affatto la fine della guerra. Per molti, fu semplicemente l’inizio di un nuovo, più ambiguo conflitto. Mentre l’Europa tentava di rialzarsi dalle macerie, i servizi segreti alleati e sovietici ingaggiavano una caccia spietata non solo ai gerarchi nazisti in fuga, ma al vero bottino: le menti. Scienziati, ingegneri, tecnici il cui know-how poteva cambiare gli equilibri del potere mondiale. L’Operazione Paperclip americana è la più nota, ma fu solo la parte emersa di un iceberg fatto di accordi sottobanco, doppiogiochismo e tradimenti che si consumarono anche nel nostro Mar Mediterraneo, allora un vero e proprio crocevia di spie e rinnegati.”

Panorama aereo della spiaggia di Cala Bianca a Marina di Camerota, circondata da vegetazione lussureggiante.
Spiaggia circondata da scogli, con acque turchesi che si infrangono sulla riva sabbiosa, immersa in un'atmosfera naturale e tranquilla.

La costa cilentana, con i suoi anfratti remoti e i suoi mari allora poco sorvegliati, divenne un’autostrada per la fuga. La fuga di chi, come gli scienziati e gli ufficiali di cui parla questo romanzo, non voleva finire né nelle mani di Stalin né in quelle degli Americani. Volevano scomparire, re-inventarsi, mettere il loro terribile sapere al miglior offerente o, semplicemente, dimenticarlo in cambio di una nuova vita. L’episodio del pescatore di Marina di Camerota che, nelle acque ancora pesanti dei segreti di guerra, trova non un pesce ma un cadavere, è il perfetto incipit per una storia così oscura. Quel corpo non è solo una vittima; è un messaggio in bottiglia lanciato dal passato, la prima tessera di un mosaico di intrighi che lega le nostre storie ad un presente che ci toglie il respiro. Questo non è solo un thriller avvincente; è un viaggio in uno dei capitoli più torbidi e affascinanti del dopoguerra italiano ed internazionale. È la storia di come le ideologie stentano a morire, di come le ambizioni personali e i segreti sopravvivano, spesso con conseguenze inimmaginabili.

“La pace? Forse si può soltanto desiderare come un’utopia irraggiungibile, se non si riconosce prima questa guerra che ci combatte all’interno, questa tensione che ci dilania tra paura e speranza. Fulvia capì che il suo viaggio aveva avuto anche questa funzione: parlare di guerre invisibili, di ferite che non si vedono, di vite che si consumano nell’ombra di potenti giochi.”

Sedetevi comodi, prendete un caffè forte o un bicchiere di brandy – quello che preferite – e preparatevi a essere trasportati in un’epoca in cui niente era ciò che sembrava e ogni onda poteva portare a riva un segreto mortale.

Pietro Di Gennaro

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Retro del libro "Operazione Kamaraton" di Giovanni Maio, contenente una foto dell'autore e una descrizione del romanzo che esplora temi di spionaggio e storia italiana.
Citazione di Primo Levi su fondo bianco: "Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può sempre ritornare, e le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre!"
La prefazione del romanzo 'Operazione Kamaraton' di Pietro Di Gennaro, scritta su una pagina stampata, discute temi di guerra e verità storiche, con un focus su un pescatore che trova un cadavere nel mare di Marina di Camerota.
Dedica scritta a mano da Giovanni Maio per il romanzo 'Operazione Kamaraton', su un fondo chiaro, con una penna scura.
Un post su Facebook di Pietro Di Gennaro dedicato all'opera di Giovanni Maio, che discute la sua importanza e il valore narrativo, includendo citazioni di Primo Levi.
Un esperto di arti marziali in posizione di combattimento, con una katana, all'interno di una palestra di karate, con un emblema sullo sfondo.
Una persona in piedi accanto a una statua in legno di un uomo anziano con barba e cappello, in un ambiente naturale con cielo parzialmente nuvoloso.
Copertina della collana Budo di Giovanni Maio, che promuove vari articoli essenziali sulla cultura giapponese e arte marziale.

Non sarà mai pace

Ossuzze
senza più carne
ma solo pelle
e occhi incavati
neri come l’abisso
della nostra colpa
di non fermare
l’orrore di orfani affamati
che allo stremo
si getteranno sulla mitraglia
di soldati infami
comandati nell’inferno
della terra di Palestina.
Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua,
rovista e scava nelle macerie
nuova vendetta.
Odio e mai libertà
o perdono umano
per dominati e dominanti
senza lotta e resistenza
non sarà mai pace.

SALVARSI LA VITA

Romanzo di Pierangelo Consoli, 2024 Nuova Editrice Berti

È uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Potente e struggente. È uno spazio tempo di parole che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Quest’opera di Consoli è meravigliosa. Non è una pozione magica, un elisir che promette salvezza, è la storia della sensibilità umana che diventa carne e passione, è la storia di anime perse che trovando lo spazio di una comunione sensibile, vivono il tempo sincrono per una salvezza che diventa eternamente possibile, necessaria, costituente di futuro. Nelle ragioni del disagio, della depressione, dello smarrimento, l’adolescenza pianta le radici fameliche di nutrimento nello spirito che cresce rigoglioso, nella scoperta, nella liberazione, nella comprensione, nel ragionamento, nella poesia della vita che è l’amore. Dai traumi, dalla solitudine, dalle patologie dell’esistenza, dalle paure, dai dubbi, dalle domande sublimi, anche la morte diventa danzatrice che incanta, perché la natura, l’essenza del respiro, la potenza delle radici che spaccano la roccia, la follia del creato, è la formazione, la comunione di anime fragili, il cammino su strade che sembrano divergere, che ci salva la vita e con essa l’eredità più grande di essere umani, riproduttori di umanità. Se un giorno gli alieni ci studieranno, è anche attraverso le rivelazioni di romanzi come questo di Consoli, che scopriranno come gli assomigliamo, noi umani scopritori di mondi fantastici.

Per dirlo bene con le parole di Pierangelo: “… perché l’amore ha bisogno di essere mostrato, consumato, esaurito, attraversato come una strada.”

In fondo la vita è un coma da cui è bello svegliarsi ogni giorno.

Copertina del romanzo 'Salvarsi la vita' di Pierangelo Consoli, con un design caratterizzato da una serie di farfalle rosse su sfondo bianco e il titolo in caratteri grandi.
Pagina di un libro con testo in italiano, che trattano temi di viaggio, nostalgia e riflessioni sulla vita.
Testo di un romanzo che descrive la vita di Arturo, un giovane di vent'anni, la cui madre si è tolta la vita. Il testo esplora il suo conflitto interiore e le relazioni con Renato e Manuela, ambientato in un contesto di formazione e scoperta personale.
Camera angle close-up of a text page featuring biographical information about Pierangelo Consoli, a contemporary Italian author and screenwriter.
Pagina aperta di un libro con testo evidenziato in giallo, intitolato 'Salvarsi la vita'.
Copertina del libro 'Elegie duinesi' di Rainer Maria Rilke con una citazione evidenziata all'interno.
Pagina di un libro con testo in italiano evidenziato in giallo, che include riferimenti a Rainer Maria Rilke e preghiere.
Pagina di un libro con testo evidenziato che menziona 'Il mare non bagna Napoli' di Anna Maria Ortese e include un'annotazione a mano.
Pagina di un libro di Pierangelo Consoli con testo evidenziato in giallo, posizionata su un tavolo vicino a una tastiera.
Un estratto di un romanzo con testo evidenziato su una pagina, discute emozioni e connessioni tra due persone.
Passaggio di un romanzo con testo evidenziato, che esplora temi di terrore e morte.
Pagina di un libro con il titolo 'Salvarsi la vita', contenente del testo evidenziato in giallo.
Copertina di un libro con il titolo 'Rainer Maria Rilke' e un ritratto dell'autore a destra. Un testo evidenziato è visibile sul lato sinistro.
Un primo piano di una nota scritta a mano che mostra la parola 'Arbusto:' seguita da 'Tollino (35€ / Kg)' su un documento posizionato sopra una tastiera di computer.
Pagina di un libro di Pierangelo Consoli con un testo in italiano evidenziato in giallo, che parla di un personaggio di nome Alberta.
Un'immagine di tre libri disposti su un tavolo di legno, con un orologio smartwatch e una tastiera in background. Il libro in primo piano è "Salvarsi la vita" di Pierangelo Consoli. Gli altri due libri sono "Il testamento" e "Elegie duinesi" di Rainer Maria Rilke.
Recensione del romanzo 'Salvarsi la vita' di Pierangelo Consoli, con una valutazione di cinque stelle, evidenziando la sua potenza e capacità di coinvolgere il lettore.

Potente e struggente. Uno spazio tempo che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Questa opera di COnsoli è meravigliosa. Complimenti Pierangelo.

L’EDUCATORE di ANTONIO LANZETTA

2025 Newton Comton Editori

Dico solo questo: ipnotico. Lanzetta è un brigante di scrittore che ti ipnotizza e ti tormenta nella Divina, come se Lei, la Divina costa fosse un inferno umano, un crogiolo di brutalità, e non un Paradiso. Dal viadotto Gatto, a Raito, Vietri, Amalfi, Ravello.

Mentre lo leggi ti fa toccare le cicatrici che hai sul corpo, perché iniziano a bruciare, io una la tengo sul labbro di sopra, vecchio ricordo di una testata di un bizantino, così li chiamavano, bizantini, il vomito violento del centro storico di Salerno, scugnizzi di buone donne che massacravano di botte i ragazzini che si avventuravano da Torrione senza compagnia adulta alla Standa, sul corso Vittorio Emanuele, quasi a Portanova.

Già Torrione, c’è anche Torrione nell’Educatore di Antonio Lanzetta.

Pagina dopo pagina, una caramella dopo l’altra, la cicatrice brucia, che io ho continuato a grattare, a leggere, sulla faccia del protagonista, nell’inchiostro delle parole che corrono insieme al sangue che scorre, si rapprende e poi si scioglie ancora e ancora, come nemmeno San Gennaro sa fermare.

La tensione che viaggia, che cresce, da una scena all’altra, da un tormento implacabile che fa dei ricordi un groviglio putrido di dolore, di vendetta, di perdizione. L’inferno umano dei sopravvissuti che non è scenario ma groviglio di emozioni, di bestialità e tenere carezze dolci, come le caramelle alla frutta del vicequestore. Dico solo questo e freno la lingua che il resto, al brigante, glielo dico in faccia: sarà anche fiction noir o come cavolo si etichetta un romanzo di questo tipo, la verità è che fa male, e mi si è anche alzata la glicemia, una caramella dopo l’altra.

Cacchio, l’ho letto al lido dove il caldo ti arroventa ma leggendo mi si sono gelate le ossa. Grande! Grandissimo Lanzetta! Adoro l’odore dei limoni al tramonto, quando le cicatrici dell’anima prendono a pugni le ferite del corpo che vibra di passione.

I finali di Lanzetta sono tutti tremendi: finito uno ne vuoi subito un altro. Ipnotico micidiale. Forse più che brigante, che questa volta il Cilento non c’è, è proprio una canaglia di scrittore salernitano senza pietà.

Cinque stelle con lode, ma non posso darle sulla piattaforma, io L’EDUCATORE l’ho preso, autografato, da Simone De Rosa alla Feltrinelli di Salerno che ringrazio per l’infinita sua pazienza.

Dico solo questo, pensa te se volevo dire altro..

PS.

Ho preso a 0.99 centesimi anche la versione digitale, Lui le regala le sue opere, e poi adora i gatti come nessuno. 😍

Mi è piaciuto moltissimo. Senza respiro, ti ipnotizza e ti porta dentro un groviglio di perdizione umana da brividi. Ipnotico e devastante. Il gotico del XXI secolo da leggere. Per me 5 stelle e lode.

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