Spazza senza foga, che la saggina accarezza e non stride la strada.
Non lo sento cantare, armato di granata, come nei giorni più lieti.
Oggi che io sciopero, e lui che invece all’alba, nella vigna del dovere, ha già finito il suo lavoro: con la testa bassa e una canzone spenta nella gola.
Insegni, con l’acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l’anima lieta.
Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
Dovrebbe importarmi di te Della tua sofferenza Quando la mia mi ha già divorato Annullato, fatto morire?
Il tuo dolore, per quanto grande non ti dà più medaglie del mio.
Le tue lacrime non sono che un rio stagnoso, pietoso. Non mi bagnano perché io sono già annegato nel mio lago salato più grande del mare.
Non mi appoggio più al mondo Lo tengo in piedi Con il mio bastone di Aronne Faccio resistenza con il mio cuore più duro del cuoio sotto al culo di un cavaliere tornato vivo da Gerusalemme a Roma.
Non ho più fiato per la compassione né ammirazione per un gabbiano che per strada sbudella il piccolo piccione innocente saziando la fame di questa vita.
Assassina.
Questa è la natura crudele che ci fa fratelli, creature riprodotte all’infinito, figli di un progetto Divino che non è il mio.
Ho smesso le scarpe della realtà consumate dall’ira per ansimare con le tue ali abbracciato al furore dell’amore che ci fa ribelli, lacci sciolti come papaveri rossi e gialli dal vento legati.
C’è una fortuna rara che ogni tanto tocca un libro, come se il destino decidesse di indicarlo col dito, di illuminarlo per un momento più a lungo degli altri.
Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini è uno di quei casi felici: prima romanzo, poi Premio Letterario Marco Polo Venezia 2026, alla sua decima edizione, celebrato il 30 settembre nelle sale della Fondazione Querini Stampalia, e quasi nello stesso respiro film in Concorso alla Venezia 83, diretto da Edoardo De Angelis e già coronato dal premio Bookciak come miglior opera tratta da un libro.
È come vedere la stessa fiamma passare di mano in mano, da una pagina a uno schermo, da una giuria a un’altra, senza mai spegnersi.
Quel titolo, Il fuoco che ti porti dentro, mi torna in mente come una definizione involontaria di ciò che la scrittura è, o forse dovrebbe essere. Non una decorazione, non un mestiere esercitato in superficie, ma qualcosa che arde sotto, che non ti lascia in pace, che chiede continuamente lingua, forma, corpo.
Scrivere, in fondo, è provare a dare una temperatura alle parole, misurare quanto calore siamo disposti a lasciare uscire, quanto bruciare in pubblico e quanto continuare a bruciare in silenzio.
Vedere un libro attraversare così tante trasformazioni – premio, adattamento, riconoscimenti incrociati – significa assistere al viaggio di quel fuoco, alla sua capacità di cambiare stanza senza perdere intensità.
In questa traiettoria c’è un’altra scintilla che mi colpisce: il premio a Christophe Mileschi per la traduzione francese, Le feu que tu portes en toi.
È un dettaglio solo in apparenza laterale, ma dice una cosa importante: la letteratura italiana non resta più chiusa nella sua stanza, viaggia, cambia voce, assume accenti che non le appartenevano eppure la rispecchiano. La traduzione è questo: un secondo fuoco che si accende a partire dal primo, una brace che qualcuno raccoglie con mani pazienti per farla ardere altrove. Sapere che questo romanzo passa per Parigi, per le sale di un festival, per lo sguardo di un altro pubblico, dà la sensazione che qualcosa, da noi, stia davvero circolando.
Dal mio piccolo angolo di Salerno, dove il mare sembra ogni giorno ripetere la stessa frase con parole leggermente diverse, guardo a questa storia come a un promemoria discreto ma insistente. Il fuoco che ti porti dentro non sempre diventa un premio, un film, una traduzione. Spesso resta appunto solo questo: un fuoco, una inquietudine privata, qualche pagina che nessuno leggerà.
Ma libri come quello di Franchini – e il cammino che fanno – ricordano a chi scrive che vale comunque la pena custodire quella fiamma, anche quando sembra inutile, anche quando illumina solo il tavolo su cui, di notte, continui a sederti da solo.
Care mie anime belle fragili e sublimi, come erbacce fiorite ribelli e colorate.
È la regale umiltà che leggo nella ferocia della vostra parola micidiale: feconda di dubbio e compassione, assassina di menzogna e ipocrisia, parola che brilla nell’ombra della fiamma.
Vi vedo indomabili come nuvole gonfie di lacrime nelle tempeste dei sensi.
Vi seguo nella stratosfera con desio appassionato di notte e di giorno oltre il diluvio acido di tante anime rancorose;
che nell’oppido delle sacrestie fanno la questua;
che nei riti del potere sono al contorno corone di rose coltivate;
che abbrutite dall’invidia con pugni nel petto lastricano furiose l’inferno delle loro catene tintinnanti di fiele e cera.
che fa del mio cuore brandelli ai tuoi piedi come petali di rosa
Rivoltoso, alla deriva mi aggancio all’amo della tua parola che mi straccia la carne e fa del mio cuore uno straccio ai tuoi piedi nudi come corolle di tuberosa
A leggere le opere di Giovanni Maio non smetto mai di pensare a quanta gratitudine devo a questo maestro di rigore e di sentimento. LE RADICI DI PIETRA non è solo un romanzo memoir che celebra la famiglia Maio con il cemento antisismico del ricordo condiviso dei momenti più struggenti e formativi delle vite dei protagonisti. Attraverso la storia di Don Cicco – medico condotto prima e pediatra dopo, del padre che diventa nonno, dell’uomo che “senza far rumore” raccoglie la stima e l’affetto di comunità, umane e professionali, sempre più estese – Giovanni riesce a rendere vive e pulsanti quelle radici universali a cui tutti siamo debitori, oltre i legami di sangue, oltre le fragilità della carne, oltre le turbolenze nervose delle scelte di vita, oltre, molto oltre i confini spaziali e di tempo dentro cui limitiamo le nostre esistenze, che di pietra hanno la consistenza e lo spirito dell’immortalità.
La mia immensa gratitudine, che non riuscirò mai a mettere in parole adeguate, per quanto possano sembrare viziate da un radicato sentimento d’amicizia, è il frutto gustoso e maturo di quanto l’autore riesce a far crescere durante la lettura, con la sua impavida e meticolosa semina di parole concatenate e ricorrenti, con le sue sentenze onnipresenti che accompagnano la visione allargata di fatti e vicende intime, con frasi serrate e coinvolgenti, con paragrafi tanto spesso struggenti, la madre Maria, le sorelle Angela e Claudia, il fratello Nicola e capitoli che sono momenti storici e politici di tutta la società, del Cilento, di Salerno, di tutta l’Italia.
Questa sua letteratura, che solo lui e le soggettività familiari coinvolte, possono sapere quanto romanzata e quanto vera, trascende la storia personale e le emozioni dei protagonisti per diventare messaggio universale di celebrazione ai costituenti essenziali, necessari e ideali dell’esistenza, come la fedeltà, la lealtà, il rispetto, la generosità, e non per ultimo il sacrificio, da cui la consistenza della pietra è conseguenza, da cui la resistenza della pietra è sentimento, da cui la memoria della pietra si fa radice, e quindi crescita felice di una generazione sull’altra.
La presentazione di Giovanni Maio e poi l’introduzione del Dott. Pietro Greco sono un spinta vigorosa verso un tuffo nel romanzo che si fa subito viaggio d’esperienza e di formazione in un mondo che sembra veramente scomparso, anzi oso dire addirittura sconosciuto, la cui memoria non è cronologia ma testimonianza viva come fosse presenza che si fa lezione e monito per questo futuro che stentiamo ad immaginare sereno: inorriditi vediamo crescere incertezze, ipocrisie, crudeltà e follie intorno alle nostre agitate vicende quotidiane.
Con RADICI DI PIETRA scopriamo risposte, certezze, un altro mondo non solo possibile ma necessario. È l’esempio che dovremmo fare nostro nell’agire di ogni giorno per dare soddisfazione se non soluzione al senso della vita che cerchiamo in noi e negli altri. Parafrasando con l’accetta l’incipit più famoso di tutta la letteratura di questo mondo, non so se se tutte le famiglie felici si assomigliano, so che a modo suo ogni famiglia scava e modella la roccia del ricordo con il dolore e i sacrifici, con le lacrime e le carezze dell’amore che si fa adulto e torna bambino.
Questo romanzo è un memoir per chi vuole comprendere e trovare risposte da trattenere per farsi erede e lasciare eredità preziose. Non è un regalo ma una sfida. Ecco perché dobbiamo tutti sentirci debitori a “Don Ciccio” non solo per magnificarlo come l’autore fa da figlio senza fare sconti alla gioia e alla sofferenza personale, ma anche e soprattutto, come Giovanni Maio ce lo fa conoscere come rappresentante dell’umanità più bella che regge e fa girare il mondo, umano e umanità riprodotta nelle generazioni che vincono la morte, come desiderio e dimostrazione d’amore.
Più urlate è più sento, lo schifo Nelle vostre canzoni stonate come pappagalli Nella gabbia della recita Nelle bolle delle meccaniche terrestri Di scontro e distruzione Nell’agone come colosseo moderno Leoni, martiri e fieri gladiatori Che si tolgono la vita
Schifo le bestie che vedo libere Vestite di falsa purezza Cresciute nell’agio e nella presunzione Che sbranano ignoranze
Schifo quelli che scommettono Assistono e tifano senza critica né ragione Osannando santi e madonne finte Gettano all’inferno stento e sacrificio
Schifo chi povero si fa debito e schiavo Che urla guerra, stordito ammazza come Caino
Schifo i cani e i loro padroni che competono Chi vende scommesse, e spaccia feste per sogno
Schifo chi conta e calcola interesse con equazioni differenziali di meccaniche quantistiche
Schifo chi fa eserciti legali, criminali e di straccioni La catena e chi incatena per finire incatenato
Schifo l’utopia che mi brucia l’anima La pietà senza diritti E chi le racconta e ne fa controllo
Cosa voglio?
Il vomito delle dinamiche umane che rimbalza digerito come una palla Pronta alle mani per giocare senza pace Cremare illusioni. Impastare sabbia e cenere per farne castelli. In riva al mare di gente che riprende a pensare.
Questo voglio: finire. In parole da affidare al silenzio
Che idea pazza salvare dal fuoco dell’oblio i fiori del male di Baudelair in questa edizione tradotto in versi liberi dal poeta futurista Paolo Buzzi che scrisse:
Forse è la vita vera. Il carro dipinto, i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento, le belle figlie in cenci, la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri, la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
XVIII – LA BELLEZZA – I FIORI DEL MALE – C. Baudelaire
Io sono bella, o mortali, come un sogno di pietra, – E il mio seno, ove ciascuno è a sua volta assassinato, – È fatto per ispirare al poeta un amore – Eterno e muto pari alla materia.
Troneggio nell’azzurro come sfinge incompresa; – Unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni; – Odio la plastica che sposta le linee; – E non mai piango né rido.
I poeti, davanti alle mie grandi attitudini – Che ho l’aria di prendere a prestito dai fieri monimenti, – Consumeranno i loro giorni in austeri studi;
Poi che ho, per fascinare questi docili amanti, – Dei puri specchi che fanno bella ogni cosa: – I miei occhi, i miei larghi occhi dall’eterno splendore!
Grazie di cuore Agnese per queste meraviglie di pagine che si sfaldano da un secolo e che insieme al portafortuna marino, terremo avvinti come prova d’eterno amore.
An antique wooden desk lit by a green banker’s lamp, displaying poetry books and writing tools
Paolo Buzzi
Forse è la vita vera. Il carro dipinto, i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento, le belle figlie in cenci, la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri, la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
Paolo Buzzi è nato a Milano il 15 febbraio 1874, è morto a Milano il 18 febbraio 1956. Poeta di impronta futurista, scrittore.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero. Certo, una Direzione provinciale è diversa da una Direzione centrale, e il mio ha 36 anni e vive in una di quelle bolle separate ma parallele, che più passa il tempo e meno si incrociano con le nostre che ci fanno più nonni oltre che genitori.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a giocare con palloncini volanti insieme ai piccoli figli delle colleghe e dei colleghi giovani che sono il futuro di questa grande, immensa famiglia INPS.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a fare il bimbo tra bimbi più meravigliati e gioiosi di me, nel vortice sfrenato dietro palloncini colorati e giocare come gli adulti spesso non hanno né tempo né voglia di fare.
Perché? Perché?
Chiedo: fare squadra nel lavoro non è forse bello come fare squadra in un gioco, vincente ed avvincente con piccoli, grandi, giovani e meno giovani?
Che meraviglia quel giorno, e ogni giorno, c’ero e ci sarò 😍 💪 👏 🤗 🥰
Io c’ero e con me un fantasma che volteggiava come un venticello indeciso in cerca di belle parole e buone intenzioni, della storia più bella, di cuori desti pronti alla rivolta, per la guerra alle guerre, per gridare basta, basta, mai più!
Ne ho visto tanti entusiasti rivendicare orgogliosi ardere di passione ma poi solo fuoco di paglia
Ne ho visto tanti armarsi e partire e poi fermarsi sbattere la porta
Scappare dove anch’io sono scappato
dove la lotta è un lusso la rinuncia, una comodità e la santità solo preghiera Ne ho visto tanti tornare affranti da sensi di colpa e fame di rivincita perdersi e ritrovarsi più rabbiosi di prima
Ne ho visto tanti in equilibrio tra ombre e vuoto sospesi tra andare e andato fermi nell’attesa apatica di risposte
Ne ho visto tanti giustificarsi con parole avvinte e di parole furiose morire
Ne ho visto tanti predare e farsi preda rinascere dalla melma e farsi fango poi argilla viva plasmata e cotta in statue di noi assassini innocenti
Ne ho visto tanti di stormi, torme e branchi ordinati dalla paura e dal sole immobile che brucia, che secca la carne sfinita dove nessuno sopravvive anime orfane di lacrime e dolore
A flock of birds flies over wetlands with a city skyline and dramatic sunset in the background.A hooded figure carefully walks a glowing tightrope over a deep canyon with a walking stick.A mysterious double exposure blends a howling wolf and a majestic deer in a foggy forest.
FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo bruto\Che lacrima succo\di mela verde\e nera di marcio\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia\Solitaria\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio
Ancora devo capire veramente cos’è, ma quello che spacci è davvero roba buona: sapessi le ragazze del corso con quante belle parole ti lodano quando pensano a te, e quando parlano della magistra fermezza di toccarci l’anima con la carezza e la frusta della tua voce.
Essere diretti dalla regia come la fai tu, è fantastico come l’approdo in un Saggio che ci ha fatto volare negli applausi di chi ammirandoci si è emozionato anche più di quanto tutti noi sul palco abbiamo dimostrato.
Lavorare con te è stato fantastico, beccarsi cazziate e complimenti, è stato fantastico, come ci hai fatti sentire collettivamente un unico personaggio, è stato fantastico.
Abbiamo respirato e dato voce a William Shakespeare e Franz Kafka, alla scimmia che relazione all’Accademia, a Romeo e Giulietta, a Otello, a Riccardo III, all’Amore non è Amore del sonetto 116, e a tutte quelle parole così pesanti e così sublimi che ci hanno fatto trascendere dalla normale vita quotidiana a quell’universo magico in cui l’arte smette di essere spazio di contemplazione e diventa sentimento d’azione: emozioni senza confini. Dall’inferno degli orrori della dizione, al purgatorio dell’attesa nelle prove, al paradiso della festa degli applausi nel Saggio finale: è stato fantastico.
I testi che hai scelto, sono dei classici immortali che hai squarciato, sezionato, adattato, direi cucito su misura, nelle nostre traballanti figure di principianti, tanto entusiaste quanto desiderose di apprendere e di fare bella figura.
A volte indisciplinate, a volte timorose, a volte irriverenti, preoccupate e gioiose ma sempre pronte a rientrare nei ranghi di matricole senz’età che si donano adolescenti alla disciplina collettiva.
Ripeto a chi legge alcune parole scritte e non scritte nel ringraziamento corale con cui ti abbiamo salutato:
Attraverso la lettura dei grandi ci hai fatto sentire più forti, più padroni delle nostre insicurezze, più consapevoli delle nostre risorse a cui attingere sul palcoscenico della vita.
Cara Brunella, per dirla alla William, tu sei stata per noi quella luce che viene da Oriente, nell’ottica di Franz, ci sei apparsa come il maestro che vuole sciogliere l’enigma delle nostre identità. Comunque sia, per tutto quello che ci hai dato e che hai rappresentato per ognuno di noi, grazie.
Un altro anno è passato ed eccoci qui al saggio preparato con dedizione, impegno e amore, per dirti grazie di cuore.
So di ripetermi, ma per tutto questo, e per tutto quello che non so scrivere, lo dico fino alla noia: È stato fantastico. Grazie
Alessandra, Ester, Francesco, Gia, Giusy, Laura, Maria Pia, Marilia, Manuela, Pietro, Rosa e Sabrina che con la foto di Cristina Santonicola hai definito la perfezione.
FOTO DI CRISTINA SANTONICOLA —> @cristina.santonicola_foto
Una storia di passioni e d’arte nella Napoli del Seicento
di DANIELA MARRA, 2025 Colonnese Editore
Sono infinitamente grato a Daniela Marra per questo suo grandioso romanzo che mi ha svelato i segreti di una magia che viaggia nel tempo, quella della verità umana che attraverso l’arte trascende la materia dell’opera, la spina che sanguina, divenendo eterna riproduzione di passione. Non sono capace di nascondere la tremante soggezione alla studiosa che mette in letteratura, in emozione della parola scritta, la sua scienza, le sue conoscenze, al servizio di una necessità d’amore prima che scientifica. Più che l’antropologa specializzata in museografia, che si occupa di ricerca e di critica artistica, è la donna madre che colpisce con una scure affilata la grande quercia della storia per farne preziosi gioielli scolpiti nel legno dell’esistenza: materia che vive nelle pagine richiamando quelle passioni che gli stolti chiamano follie della mente, che come spine ci fanno piangere assistendo alla grandiosità della bellezza senza tempo. Dalla fragilità alla crudeltà della vita che passa e divora veloce l’esistenza, queste spine sono la ragione del sentimento che ci commuove: essere bambino e sognare, essere adulto e riprodurre umanità, genìa divina, nel pensiero e nell’azione, nel lavoro che si svolge, operando rivoluzioni vicine e lontane nei cuori che crescono come angeli, come demoni, come streghe condannate sì al fuoco, ma allo stesso tempo alle fiamme delle emozioni eterne.
Dovrei frenare, fermarmi e fare mio l’aforisma che Salvator Rosa ha dipinto – anzi, inciso – nel suo autoritratto: «Aut tace aut loquere meliora silentio» (O taci, o parla cose migliori del silenzio). Ma come posso resistere alla commozione e al bisogno viscerale di guardare, ammirare, venerare ciò che Salvator Rosa ha trasceso nelle tele che da secoli testimoniano la grandezza dell’uomo e della natura sull’uomo? È uno dei desideri che l’opera di Daniela Marra mette in moto. Se non lo conosci il Rosa, lo devi vedere quello che ha creato, primo tra i primi, grande tra i grandi. Questo è quello che è successo a me: un desiderio che diventa frenesia di conoscenza.
Quella di Salvator Rosa è un’arte che apre il cuore all’immensità dell’epopea umana figlia della natura e del divino creato. I suoi paesaggi sono veri, vivi, selvaggi, rocciosi, dominati da una sensazione a volte orrenda che incute timore e meraviglia – atmosfere cupe animate da banditi, filosofi antichi, eremiti e soldati in una guerra senza eroi. Nelle sue battaglie, non inserisce alcuna figura eroica centrale, solo violenza insensata, caos e rovine, volendo mostrare al mondo che la guerra non è gloria, ma solo macello e follia. Nei suoi dipinti, con filosofi, teschi e ossa, angeli e streghe, Rosa trasforma la tela in un teatro filosofico in cui la ragione incontra il baratro, per interrogarci senza sosta. È un pittore “fuori delle regole degli altri pittori”, è stato scritto, e che ancora oggi i critici stentano ad etichettare: pittore, poeta, attore, satirico e moralista, ubriaco ed ubriacante, capace di guardare al mondo con una coerenza così scomoda che gli aprì le porte di committenti illuminati.
Per amplificare ed andare oltre il conosciuto e il conoscibile, il tumultuoso mondo del Rosa, è fragore, è scoperta, è vita. Daniela Marra, con Le spine del Rosa, che non è una biografia – come l’autrice stessa sottolinea – è una resurrezione letteraria. E ci riesce non tanto rievocando i fatti, quanto immergendosi con slancio nei vuoti: nei silenzi lasciati dalle fonti, nei conflitti solo accennati, nel magma incandescente di una Napoli “spagnola” paradosso di modernità tracannata in ogni atto di ribellione quotidiana. Marra non fa da guida turistica in un Seicento come fosse un presepe da mettere in scena ad ogni Natale – azzarderei scrittura alla moda per il consumo – anzi in stile unico e raro, spalanca i sensi fino a farne sopraffazione emozionale, della parola sull’azione, del pensiero che sconvolge la ragione: gli odori del popolo, le carezze e gli schiaffi della miseria che si fa struttura prima che esperienza di vita, la furia delle rivolte dell’uomo e della natura, la peste del 1656 che svuotò interi quartieri e l’eruzione del Vesuvio del 1631.
Nelle pagine di Daniela Marra accadono cose sconvolgenti. Come nel racconto dell’esplosione del vulcano, simbolo eterno da millenni – lo sbriciolarsi del cono, l’innalzarsi della colonna di cenere – e poi la scrittrice lascia che sia lo stesso Rosa a interrompere il racconto scientifico per domandarsi, con dolore, perché mai l’arte dovrebbe servire a qualcosa. E la risposta che si dà è folgorante, e ci trafigge: «L’arte non salva. È un fuoco che divora».
Ecco, è qui, in pagine come queste che il romanzo di Marra si fa miracolo. Perché questa frase, come altre, non appartiene solo a Salvator Rosa e al suo tormento: è anche la chiave del mondo in cui Daniela Marra oggi scrive. Lei usa e abusa l’arte come una scure per squarciare l’oblio di quello che non possiamo dimenticare perché esperienza diretta, comune, quotidiana, di ogni figlio che assiste l’agonia di un genitore. Strumento al servizio della trama, scava nella fragilità e nella brutalità dell’umano, nella precarietà di chi sa di dover morire e così si ribella, non giace moribondo ma lotta fino all’estremo. Ma lo fa con uno stile che non imita il barocco (nessun fronzolo, nessuna ridondanza), bensì lo riscrive con frasi brevi, paragoni fulminanti, mai scontati; e nel farlo, restituisce al lettore non il ricordo di un artista del Seicento, ma l’urgenza di una coscienza che ci riguarda, oggi, domani, sempre.
E così già dall’inizio. Il titolo, Le spine del Rosa, non è solo un gioco di parole con il fiore, il colore, e il cognome del pittore. È la cifra di ogni autentica lotta con l’esistenza: la bellezza che punge, la rosa che ferisce, il genio che si paga e ripaga con il sangue e con l’incomprensione. Proprio come nelle tele di Salvator Rosa – dove i teschi e le ossa ci ammoniscono sulla caducità della vita – Marra ci racconta che le spine non si possono togliere dalla rosa senza uccidere la rosa stessa. Ma che addirittura una rosa senza spine è come un amore senza passione. Un artificio contemplativo e non l’immersione totale, l’abbandono completo nel fuoco dell’emozione che rende l’attimo, la visione e il consumo, nutrimento divino. Proprio le spine, tenacemente, resistono alle atrocità che si ripetono senza pace. E così restano. Come onde che si fanno tempesta e miscela di fluidi marci e fragranze sublimi, con lacrime e sangue del presente che viviamo. Come una domanda che rifiuta il silenzio. Come la verità umana che, attraverso l’arte, trascende la materia dell’opera, divenendo eterna riproduzione dell’umano, di vita che nasce dalla morte, irrefrenabile, passione di passioni.
ogni anno che passa ricordo la tua prematura ed incredibile scomparsa.
Chi ti ha conosciuto e ha vissuto con te frammenti di esistenza terrena, sa che bella persona sei stato.
Chi ti ha allenato, ti ha visto giocare e ha giocato con te, sa che talento eri e ricorda lucidamente le tue magie e la tua grandissima ed innata sapienza calcistica.
Per tutta la vita ho maledetto questa nostra bella città che ancora oggi non dà ai suoi giovani, decine di campi e campetti in erba, campi di calcio che abbiamo tanto desiderato senza perdere comunque mai l’entusiasmo, anche quando bestemmiavamo il cemento ruvido e criminale del parcheggio della fabbrica abbandonata che è stato il luogo storico del calcio, nel quartiere Torrione.
Sfide e tornei indimenticabili, passioni intense in un degrado strutturale dei salernitani che si arrangiavano. Abbandonata la fabbrica, abbandonata la latteria e abbandonato il mostruoso cementificio proprio dove oggi, il Grand Hotel di Salerno si affaccia nel golfo che dal Cilento va alla Divina costa.
Ho maledetto questa città, soprattutto perché non ti ha dato le opportunità a cui avevi diritto, perché talenti come il tuo sarebbero destinati, tutti, a meravigliare le folle del calcio che conta.
A chi non ti ha conosciuto basti un solo paragone: il campione del mondo Andrea Pirlo, che oggi fa l’allenatore. Un numero dieci che ti assomiglia nel fisico, nel carattere e nelle qualità tecniche.
Poche ma sagge parole e tanti fatti. Come lui sapeva fare, tu prendevi in mano il centrocampo e, anche meglio di lui, velocizzavi e mandavi a rete le punte con una lettura istintiva degli spazi e delle occasioni che l’azione dei tuoi compagni sapevano creare.
Gol su magiche punizioni, assist e tanta corsa in attacco e in difesa. Il tocco, il controllo, la velocità, la visione di gioco e i tuoi lanci erano da vero campione, ma come è capitato e capiterà ancora, per i tanti talenti della nostra terra, la tua condanna è stata crescere dove le pari opportunità devono ancora diventare un orizzonte raggiungibile.
Ciao Carlo,
non ci sono parole adeguate per la tua morte ma il tuo ricordo non sbiadirà mai perché sarai per sempre il Campione di tutti noi.
Carlo Salvati come è meglio di Andrea Pirlo
Ecco la squadra “Lido Aurora”
vincemmo un torneo cittadino nell’estate del 1984 sul campo Rinaldo Settembrino di Fratte, all’epoca un campo di pietre e polvere, oggi in erba sintetica.
Un ricordo affettuoso e senza tempo va a:
Alfonso Trivisone
piccolo grande centravanti, scomparso nell’altro secolo, quando era ancora troppo giovane e il sogno di fare il calciatore era la sua vita.
Il Vento della Libertàè un romanzo importante, non solo per il lettore appassionato di storia meridionale, ma per chiunque cerchi nella narrativa verità del passato in modo serio, documentato e appassionato. Giovanni non scrive per il mercato: scrive per dare vita alla memoria, e con l’emozione di una scrittura che trasuda fervore e brividi, scrive amplificando eredità preziose. E questa, oggi, è una virtù rara.
I romanzi di Giovanni Maio hanno una voce narrativa consolidata: una miscela di lirismo descrittivo, azione senza tregua, e scarnificazione dei sentimenti umani che ogni volta mi lascia stupefatto. In questa sua opera il presente narrativo e analessi che si rincorrono con estrema naturalezza, sono momenti in cui l’autore “travalica” l’ordinario per raccontare il mito che si fa e ci fa uomini di libertà senza compromessi. Se sullo sfondo c’è la “prepotenza borbonica” della tirannia, in primo piano la storia di Nicola Riccio e dei sue tre figli, è una storia universale che esalta la grande potenza umana di sconfiggere il tempo e la morte.
Il Vento della Libertà è un romanzo storico di ampio respiro, che si colloca nella grande tradizione del genere – da Manzoni a Tomasi di Lampedusa, passando per il moderno Il Gattopardo e persino certi affreschi popolari alla Cristo si è fermato a Eboli (cui l’autore stesso rende omaggio con la citazione finale di Carlo Levi).
Con Il Vento della Libertà, Giovanni Maio, racconta una storia struggente e appassionante, storicamente rilevante: i moti carbonari del 1828 nel Cilento, e in particolare la vicenda dei fratelli Riccio di Cardile.
La struttura è classica: esposizione (giuramento dei Filadelfi), sviluppo (feste, preparativi, insurrezione), climax (scontri, repressione, morte dei protagonisti), e un epilogo che fa riflettere e lascia un segno indelebile: una frustata all’oblio dell’universo costituente che sono le nostre radici.
Bisogna riconoscere a Giovanni Maio un lavoro certosino di documentazione. Non si limita a citare qualche data o nome, anzi, ricostruisce con precisione il contesto giuridico-politico del Regno delle Due Sicilie dopo la Restaurazione: le tasse sul macinato e sul sale, la figura di Gioacchino Murat come mito riformatore, la Carboneria e la sua costola più radicale dei Filadelfi, la repressione di Francesco Saverio Del Carretto, le Commissioni Militari, la damnatio memoriae di paesi come Bosco. Però Maio sa che la verità storica non abita solo nei grandi eventi, ma anche – forse soprattutto – nelle piccole cose e così opera come restauratore dando nuova luce, nuova vita alla storia attraverso l’azione di personaggi che scolpiscono l’immaginario. Restaura non decora. La sua voce narrante tende a sovrapporsi al punto di vista dei protagonisti con commenti espliciti e così facendo opera una scelta stilistica che a tratti eleva il romanzo a saggio narrativo. L’unicità e la differenzazione dei personaggi sono il vero punto di forza di questo romanzo che si legge con tensione crescente.
Alessandro: il primogenito pragmatico, tormentato dal peso della responsabilità, capace di orazioni infiammate ma anche di dubbio e introspezione (magnifico il capitolo X, un capolavoro di psicologia narrativa con la lettera di Nicola). Alessandro è il “cuore” della rivolta.
Davide: l’impulsivo, il guerriero, il “braccio”. La sua morte – il veleno della madre, lo scempio post-mortem – sono tra le pagine più strazianti del romanzo.
Licurgo: l’intellettuale, l’architetto della logistica, ferito eppure lucido fino alla fine. La sua morte al mulino, mentre cerca di raggiungere Cardile, è narrata con asciutta crudeltà.
Elena Nunziante: donna colta e ribelle, arriva da Salerno e porta nella casa dei Riccio non solo l’amore, ma una nuova, più lucida consapevolezza: la libertà non si aspetta, si costruisce, anche a costo della vita.
Nicola Riccio, il padre medico, è il “cuore” del romanzo. La sua umiliazione pubblica, la lettera nascosta sotto il pavimento, i dialoghi con Del Carretto burocrate del terrore – tutto concorre a creare una figura di straordinaria dignità.
Questi personaggi sbagliano, dubitano, a volte cedono alla disperazione, vorrebbero tornare indietro. È proprio questa umanità imperfetta a renderli eroi autentici, eroi indimenticabili.
Ma il vero protagonista del romanzo è forse lo sguardo di Giovanni Maio. È uno sguardo che non si accontenta della superficie, che vuole capire cosa prova un uomo la notte prima di un’imboscata, cosa pensa una madre mentre il figlio è in fuga tra i monti, cosa brucia nel petto di un rivoluzionario quando vede il proprio villaggio dato alle fiamme. L’autore scrive come se fosse lì, tra i castagni di Laurino, nelle gole del Calore, o sulle creste del Monte Stella, e riesce a trasmettere al lettore l’odore della pioggia sul fango, il freddo delle grotte, il fumo degli incendi, il rumore dei passi dei gendarmi che si avvicinano.
La cifra preziosa del romanzo non è solo la lotta tra libertà e tirannia, la crudeltà della legge che è ingiustizia, ma anche – e forse soprattutto – il tradimento finale, l’abisso morale, il tradimento del vincolo sacro, il tradimento al giuramento del San Giovanni. L’ossessione dello scrittore la si vede nella meticolosità delle descrizioni, nella cura dei dettagli storici, nella costruzione quasi maniacale delle trame secondarie (il notaio di Piaggine, i Capozzoli, il canonico De Luca). Ma questa ossessione non è mai fine a sé stessa: è l’arte che Giovanni Maio crea per onorare la verità – storica e umana – l’arte che si rifiuta di ridursi a semplice intrattenimento. L’arte che sopravvive alla caducità e alla miseria dell’essere umano che nasce e che muore.
Questo romanzo parla a noi contemporanei con una forza sorprendente. Le domande che pone – quanto vale la libertà? Qual è il prezzo della dignità? Si può restare umani anche nella violenza? – sono domande che attraversano i secoli e ci interpellano direttamente. In un’epoca in cui la parola “libertà” viene spesso svuotata di significato, Giovanni ci ricorda che essa è stata conquistata a caro prezzo, con sangue, sudore e lacrime, e che nessuna conquista civile è mai per sempre. Ma è un romanzo sorprendente anche perché parla di scelte: di quando un uomo o una donna decidono che non è più possibile chinare la testa, che l’obbedienza diventa una forma lenta di morte. Parla del prezzo della dignità, che spesso è altissimo. Parla del tradimento – quello che arriva da dove meno te lo aspetti, da un amico, da un vicino, da chi hai stretto la mano in nome di un santo. E parla della memoria: di come le storie dei vinti, se qualcuno ha il coraggio di raccontarle, diventano più forti delle pietre dei vincitori.
Ho letto Il Vento della Libertà e posso dire che proprio nell’epilogo lascia aperta una finestra sulla speranza. Perché la memoria, quando è coltivata, diventa essa stessa un atto di libertà, un vento non un sussurro del passato, ma un richiamo potente per il nostro presente.
Il Vento della Libertà è un romanzo che parla al cuore, prima che alla ragione. È un omaggio a una terra, il Cilento, che troppo spesso è stata periferia del mondo, e che in queste pagine diventa, per la grazia della scrittura, centro dell’universo. È la prova che il romanzo storico, quando è fatto bene, non è evasione: è un modo per interrogarci su chi siamo stati e su chi vogliamo essere.
“Il fucile appartenuto ad Alessandro Riccio, carbonaro di Cardile (SA) che prese parte ai moti del Cilento del 1828, negli anni scorsi, e nel corso di una cerimonia solenne, è stato donato alla comunità della stessa Cardile dalla famiglia Maio. Alessandro, nella sua fuga dai gendarmi borbonici, giunto in località Acque Marine si era liberato di questa arma (e di altri oggetti personali) affidandola ad un mio trisavolo. E da allora il fucile è stato sempre custodito dalla mia famiglia. Ancora oggi posseggo oggetti interessanti appartenuti al noto combattente per la Libertà cilentano.” – G. Maio
” – “Vostra madre vi aspetta con il rosario tra le mani. Io vi spetto con la penna ferma sul foglio, sperando di poter scivere, un giorno, la parola ‘Pace’ – “
UNA STORIA DIMENTICATA
Il 7 luglio 1828 si consumò nel Cilento una delle pagine più tragiche, e al contempo dimenticate, del Risorgimento italiano: la distruzione del paese di Bosco.
Molto prima che le grandi città del Nord e del Centro Italia si unissero nei moti del 1848 o che la spedizione dei Mille tracciasse la via dell’Unità, il Cilento bruciava già di un fervore rivoluzionario straordinario. In una terra aspra e fiera, un gruppo di patrioti guidati dagli aderenti alla setta carbonara dei Filadelfi, dai fratelli Riccio di Cardile, dai fratelli Capozzoli di Monteforte Cilento, dai De Luca e tanti altri cittadini cilentani ispirati da ideali di libertà e giustizia decise di sollevarsi contro l’assolutismo della monarchia borbonica. La richiesta era chiara, modernissima per l’epoca: il ripristino della Costituzione del 1820.
La reazione del re Francesco I di Borbone fu spietata e immediata. Mandò nel Cilento i gendarmi regi guidati dal maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, un uomo che avrebbe legato il suo nome alla ferocia della repressione. Del Carretto scelse Bosco, un piccolo borgo arroccato tra i boschi che aveva accolto e sostenuto i rivoltosi, come obiettivo principale per dare una punizione esemplare a tutta la provincia.
Il 7 luglio 1828 le truppe borboniche cinsero d’assedio il paese. Bosco fu letteralmente preso a cannonate, saccheggiato e dato alle fiamme. Le case vennero rase al suolo, gli abitanti costretti alla fuga, e i capi della rivolta catturati, processati sommariamente e fucilati (le loro teste vennero persino esposte in gabbie di ferro nei paesi vicini come macabro monito). Un decreto reale arrivò a stabilire che il comune di Bosco venisse formalmente cancellato dalle mappe e che sulle sue rovine fosse sparso il sale, vietando a chiunque di ricostruirvi.
La distruzione di Bosco non fu solo un atto di violenza militare, ma il tentativo deliberato di cancellare la memoria di un popolo che aveva osato chiedere la libertà prima del tempo. I cilentani si erano svegliati dal torpore dell’epoca molto prima del resto d’Italia, pagando a carissimo prezzo il sogno di un futuro più giusto.
Oggi, il ricordo di quel 7 luglio rimane il simbolo di un Sud che non si è mai piegato, che non è stato solo terra di conquista, ma culla di un precoce e coraggioso spirito di Libertà. – Giovanni Maio –
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Mille e mille volte Ti ho accarezzato E mille, mille volte Ti avrei preso a schiaffi
Mille e mille volte ti ho voluto E mille, mille volte Ti ho perso e ti ho pensato invano Ti ho visto nel vuoto cadere Felice, ti ho visto volare
Dicono che è normale sopravvivere a madri e padri, tempeste di parole e silenzi per una vita Ma restare quando l’erede muore È disumano mille e mille volte
È pena senza fine al freddo di una tomba Nella fiamma rovente di una cremazione Che mille e mille volte brucia Come ferita aperta devastata dal male Di ricordi, sorrisi e amore
Tu sei lama che taglia e cura quando mille e mille volte ti dico resta con me Anche se ti lascio andare e tu poi ritorni
MILLE VOLTE MILLE
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Caro Diario, scrivo a te non perché come uno specchio sai riflettere verità senza sconti, ma perché hai un’anima e mi puoi capire. Seguimi.
L’umanità si divide in due: da una parte i bimbi che imparando a leggere e a scrivere hanno ascoltato e si sono addormentati con le parole delle favole raccontate da un adulto, e dall’altra chi le favole le ha scoperte da solo, per strada, che non esistono.
Quando dico strada, intendo la solitudine di un bimbo di trovarsi solo. Che sia una casa di un condominio, che sia una tenda di un villaggio, un quartiere, un campo di terra abbandonato o seminato, un mare agitato della speranza o calmo di sete e fame, una montagna alta che tocca il cielo o bassa che si perde in un fiume. Insomma, che sia un deserto di giungle o una giungla di deserti.
Trovarsi solo anche tra la folla, anche in una famiglia piccola o numerosa.
Addormentarsi senza la voce di un grande che ti racconta una favola senza la sua infinita tenerezza, ti segna per la vita ma, non è affatto detto che poi questa vita sia meglio o peggio di quella di bimbi svezzati nell’ovatta soffice della pace e del benessere. Anzi, la violenza non si regge, a ogni vittima puoi raccontare tutte le favole che vuoi, ma quella ferita resta e quando va bene ne resta una di cicatrice sulla pelle, ma nella mente no, non rimarginano mai.
La serenità di un bimbo è un diritto fondamentale prima ancora di parlare di uomo e di donna, non ha genere né età, ma a quanto pare il diritto vale fino ad un certo punto compreso quello di polverizzare la carne, le ossa e il sangue della vita umana.
Le favole non esistono ma sono necessarie come l’aria, e non raccontarmi frottole: le favole sono scintilla divina per i piccoli e per i grandi; sono necessarie come un cuore che batte o un polmone che respira.
Io leggendo le FAVOLE di Ester e di Rosa mi sono sentito come quel bimbo meravigliato, a bocca aperta, che viaggia con gli occhi spalancati nel mondo, stando fermo ma correndo, nelle dimensioni parallele delle emozioni senza limite, senza confini, senza l’angoscia di questo mondo di merda che non comprendiamo, tra una violenza e l’altra, che ci fa orrore.
È forse proprio per questo che noi pseudo adulti ne dovremmo leggere di più, forse proprio per questo che le favole di Ester e di Rosa mi sono piaciute tanto, perché ogni tanto riprenderci lo spazio di una favola è necessario perché fa bene e ci fa sentire meglio.
La fiaba non è un rifugio dalla realtà ma uno strumento vero per abitarla. C’è una convinzione diffusa che le fiabe servano a far addormentare i bambini, a tenerli lontani dal mondo reale, a ripararli in un angolo incantato dove tutto è semplice e prevedibile. Ma chi si è davvero sciolto in una fiaba sa che accade esattamente il contrario. Come ha scritto lo scrittore messicano Juan Miguel Zunzunegui:
«Una fiaba è un luogo dove si entra per uscire trasformati.
Non serve a far dormire i bambini, ma a svegliare gli adulti»
Caro il mio Diario adesso inizia il gioco delle citazioni famose, perché la fiaba, prima ancora di intrattenere, interroga. Sì, interroga proprio noi che poi scegliamo cosa leggere e far leggere ai bimbi. La favola mette il lettore di fronte a scelte, paure, ostacoli e – soprattutto – gli restituisce la certezza che nulla è immutabile. Quindi, fammi un favore, tra un romanzo e l’altro, leggi le favole di Ester e di Rosa e poi dimmi se questo non è vero.
Italo Calvino definisce la fiaba come «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nelle favole s’incontrano la povertà e la ricchezza, l’astuzia e la crudeltà, la solitudine e l’amore: i percorsi possibili sono molti, e così scopriamo l’ovvio, che ogni destino è fatto di prove e di svolte. E poi ci sono i draghi, i mostri.
Citato da Calvino in molte occasioni, G.K Chesterton ha osservato che «le fiabe sono vere non perché ci raccontano che esistono i draghi, ma perché ci raccontano che i draghi si possono vincere».
Per un bambino, il drago, il mostro, è la paura che prende forma: l’ignoto, il pericolo, ciò che sembra invincibile. La fiaba non gli nasconde che il drago esiste, ma gli offre gli strumenti per affrontarlo.
Sempre Calvino ha definito la favola «il primo, ingenuo e profondo tentativo di dare un senso al disordine del mondo». Quindi se il mondo è un caos di stimoli, regole non scritte, emozioni incomprensibili, la fiaba è un filo che prova a tessere quel caos in una trama, senza banalizzarlo.
E la verità? Se è vero, come dice Neil Gaiman, che «una fiaba non è un inganno: è il modo che ha la verità per farsi ascoltare senza fare troppa paura», allora la fiaba non edulcora la vita: racconta l’abbandono, la fame, la morte. Ma lo fa con la distanza lieve del racconto, permettendo al bambino di avvicinarsi alla verità con la gradualità di chi ancora deve imparare a sostenere il suo peso.
Sarà per questo che non smettiamo mai di imparare?
Infine, attribuita a Gesualdo Bufalino, c’è una frase che forse riassume tutto «una favola non è mai soltanto una favola: è un modo di dire la verità con una maschera, e chi la capisce si toglie la maschera dal volto». Perché la maschera non è un nascondiglio: è un linguaggio che impariamo a decifrare, giorno dopo giorno.
La nostra fortuna è quella di essere bimbe e bimbi che desiderano decifrare il mondo, smettendo – ecco un altro favore che ci dobbiamo fare – smettere oggi di scrollare il mondo come idioti senza direzione.
Perché la fiaba non è una fuga, è uno strumento potente per abitare la realtà. Non la nega, non la addolcisce: le dà forma, la rende narrabile, e quindi vivibile. Forse è per questo che torniamo a cercarla anche da adulti? – questa domanda vale solo per me caro Diario? –
La cerchiamo, la desideriamo, la favola, perché c’è sempre un pezzo di mondo che abbiamo bisogno di imparare ad abitare, ed è proprio per questo che non posso che ringraziare Ester e Rosa per queste opere buone e necessarie come il pane. Perché nonostante le spine, e i grani geneticamente modificati: toglieteci tutto ma non il pane e le rose. Altrimenti ci succede quello che capitò a “Giovannin senza paura” che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.
Una sabato sera di marzo al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è un’opera viscerale, tanto tosta e vibrante che scassa e trascende il mito, tanto rivoluzionaria come la verità, goccia d’acqua che scava la roccia, che materializza il divino umano nel “pacco di carne” che siamo, maneggiati, trasportati, scrollati, sballottolati lungo il viaggio dolce e amaro dell’esistenza, fino alla consegna finale della morte che ci fa immortali.
La Penelope di Brunella non è il centro dell’universo, è tutto l’universo che ribalta la sua potenza, che dal buio parla alla leggenda con la luce della carne, quando l’anima sopravvive al dolore e alle lacrime, diventando padrona, orgoglio e gloria senza tempo.
La Penelope di Brunella rovescia il mito della tela e della fedeltà, squarcia il classico con la modernità, devasta l’ovvio e lo scontato del passato con la realtà e la verità del presente buio che si agita nelle nostre paure.
Oltre e dentro la morte civile e fisica della Donna venduta e stuprata, la Penelope di Brunella è un atto che dalla scrittura all’emozione scenica della rappresentazione, coinvolge direttamente lo spettatore, invitato al dialogo, invitato a rispondere, trascinato con forza ad entrare direttamente nella ferita che mai rimargina, nel sangue che continua a scorrere, nella storia che continua a raccontarsi, falsa e disonesta, bugiarda e millenaria.
Le voci e le maschere di Brunella e Davide Curzio, interpretano lo spirito, lo rendono visione materiale, e mettono in scena la coscienza dell’anima, in un coro di parole e gesti che si fanno tumulto, interrogatorio, processo, giudizio, navigazione agitata tra tempeste e tregue senza scampo; a noi testimoni restano attaccate domande, condanna e pena.
Il testo è incarnato e sconvolge, a momenti irato di rabbia, a momenti struggente e tenero come una carezza. È l’Arte come specchio che si ribella al dubbio della precarietà, alla fissità delle certezze, all’ipocrisia della ricerca cavillosa di redenzione e assoluzione, alla verità come peccato, al peccato come verità, alla vergogna dell’indifferenza, alla vittoria sulle sconfitte, al bene produttore di male, alle suture su bubboni che si fanno tumori.
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è l’Arte che si materializza in una interpretazione emozionante e suggestiva di cui Brunella è maestra: di vita che pulsa, non appare, ma si sente sotto la pelle fino al midollo, dentro le ossa. Brividi.
È la magia del teatro? Forse.
Forse solo la distanza abissale tra veri teatranti immortali e i teatrini di miseria umana che ci fanno bestemmiare.
*** – il post di MONICA – ***
Su il sipario… Ci accoglie la nebbia, una voce narrante melodiosa, Davide Curzio…
Nascosta sotto un velo azzurro, una sposa…
Tu e la tua Penelope, la mia Penelope, la vostra Penelope.
La Donna Penelope… la sente solo chi la vede… la giudica solo chi non vuole vedere… l’ abbraccia solo chi riconosce le sue lacerazioni… la ama solo chi è capace… l’ acqua trova sempre la sua strada… resta calma e lasciati trasportare…
Le Donne intelligenti sanno come fare, ascoltano e non solo le parole…
Le Donne come un pacco di carne…
Le Donne a cui spettano tanti ruoli, figlia, moglie, madre…
Le Donne devono aspettare, tacere, subire… l’acqua trova sempre il suo corso e se lo riprende quando vuole…
Le Donne intelligenti tessono soltanto una tela?
No… tessono tante tele e non le disfano mai…
Le Donne intelligenti conservano, ricordano, e ad ogni lacerazione del corpo e dell’anima si ricompongono…
Le Donne intelligenti affrontano la paura ed è per questo che fanno paura…
Il vestito è sgualcito, sporco, intorno c’è solo il buio, il tempo che passa non lo puoi misurare, la morte arriva quando muori dentro…
Spettacolo meraviglioso…e chissà quante di noi ieri ci siamo sentite la Penelope di Brunella… Bravissimi tutti
Una scenografia studiata nei minimi particolari, le luci abbracciano gli attori, la musica è una melodia che arriva al cuore, a rappresentare i vari stati d’ animo di noi Penelope, donne semplicemente donne.
Una serata splendida, delicata, intelligente.
E dulcis in fundo il presidente Matteo Caputo che bacia la mano di Penelope e esclama: sono fiero di avere una sorella come te.
se una bandiera rossa sola ti sembra poco e spoglia ma troppo potenti le parole che morirne non sarà mai abbastanza ai popoli liberi la terra agli indomabili prati fioriti dignità e gloria
In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabiliper il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Traballo Abissi dinamici mi afferrano La mia rabbia incido sulla pietra di ciò che sembro un’ascia contro il vuoto Ogni mossa è un crollo una caduta libera nel bit È la mia ballo cadendo Chiedo scusa ad ogni mio fallimento Traballo sperduto Ballo cadendo
Romanzo di Pierangelo Consoli, 2020 Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Che dire? Bella domanda. Io, procedo come un bradipo tra momenti, giorni, mesi e anni che bruciano all’istante come un brutale incendio di foresta, o come quelle famose torri gemelle, grattacieli galattici arsi e crollati in una mattinata di quel lontano 11 settembre. Nell’eco di quell’evento viviamo ancora oggi, e anche il romanzo di Pierangelo è figlio della tempesta di eventi che seguirono quella tragica e funesta data.
Questo millennio da quel giorno ha abbandonato una plateale speranza di benessere tecnologico globale e ha fatto ripiombare l’intera umanità nel “dovere” inevitabile, più che paura, della guerra. Terrorismo e rivoluzioni colorate, esportazione forzata di democrazia, precarietà esistenziale e morale, nella società consumata dal consumismo delle merci e delle anime, e dei corpi come merce. A questo stiamo sopravvivendo in un oceano agitato di dispersione e confusione, ma, tenaci, abbiamo fede nella bella letteratura che ci da la forza di resistere e lottare.
In questi ultimi anni, in questi ultimi mesi e giorni, davvero una maledizione diabolica sembra vincere ad ogni latitudine. Poi incontri un romanzo di Pierangelo Consoli, come SALVARSI LA VITAo come questo COME IL BUIO PER LE STELLE, e il tempo si ferma, avviluppando passato, presente e futuro in un abbraccio che, all’ultima pagina, ti lascia un segno per sempre. È proprio vero: i romanzi belli non passano, non scadono. Vivono, sopravvivono, replicano l’eterna emozione semplice ma struggente, del piacere di immaginarsi potenza umana di redenzione. Salvezza dal dolore, dagli errori imperdonabili, dalla crudeltà, dai sensi di colpa, dalla condanna maledetta della morte che ci circonda. Dipende dai personaggi, dipende dalla trama, dipende da una scrittura talentuosa che, strada facendo, si affina emergendo dal caos della moltitudine che scrive.
Come il buio per le stelle è esattamente questo: un racconto corale sul riscatto che nasce dalle ferite più oscure, la storia di un’equazione umana tanto semplice quanto profonda: tanto buio, tante stelle. E il buio, in queste pagine di Pierangelo, è denso, palpabile, una misura fisica dell’esistenza con cui tutti abbiamo esperienza, fin dall’oscutità calda e sicura dentro il sacco amniotico, nutriti dall’amore e dalla placenta di mamma.
Sembrano pagine secondarie, ma quelle sul buio della comunicazione tra mamma e figli, già uomini da giovanissimi, sono le pagine universali dei mille romanzi di cui è fatta la storia umana: il distacco, la menzogna, il sogno, la speranza, l’eternità oltre la morte.
Il buio è l’antagonista: è quello della Siria devastata, dove Said e suo fratello sono cresciuti a pane, Corano e addestramento al martirio, in un mondo dove la parola “amore” è un atto di eroismo proibito. È il buio di una colpa antica che corrode padre Augusto, sacerdote dalle mani operose e dal cuore appesantito dai dubbi. È l’oscurità del carcere che ha inghiottito Gegè, ergastolano la cui vita è stata spezzata da una fiducia mal riposta. È, infine, il vuoto di attesa di Lea, giovane donna napoletana il cui amore è un presidio, simile a quello di chi aspetta un soldato al fronte. Nel buio i protagonisti sono stelle.
Consoli non scrive una favola sull’integrazione, ma un’epica della redenzione possibile, quasi una salvezza impossibile da immaginare. Il suo colpo da maestro è aver scelto, come protagonista, non una vittima innocente, ma un carnefice in fuga: Said, l’uomo addestrato a uccidere, che scampa all’attentato che avrebbe dovuto compiere. Il suo è un viaggio ai confini dell’umano: come si ricomincia quando si viene dall’«altro lato», dal mondo dove i bambini muoiono di freddo tra le macerie e i corpi s’addestrano alla vendetta? La risposta risiede in un incontro salvifico a Napoli, città che non fa da semplice sfondo ma da co-protagonista mistica e carnale. Una Napoli che venera le anime del Purgatorio perché crede nell’attesa come forma di vita, e che tra il mare e il vulcano accoglie le cadute per trasformarle in slancio.
È qui che le stelle cominciano a brillare nel buio pesto. Attorno al fragile patto tra Said, il fuggiasco, e Augusto, il sacerdote in cerca di perdono, si intrecciano le esistenze di Gegè e Lea, creando una fragile comunità di reietti. Consoli indaga con precisione chirurgica i sensi di colpa, il peso degli errori, la nostalgia tossica per un’identità violenta. Lo fa con una scrittura attenta e gentile, ma dotata di fegato e sangue, che non rifugge dal mostrare le crepe interiori da cui «si sente sempre freddo».
Questo suo romanzo non è un atto di fiducia ma la testimonianza dell’umanità che vince il buio per farsi luce di stelle. In questo suo romanzo, ci sono innervate le radici di “Salvarsi la vita” che poi pubblicherà 5 anni dopo, una frase, un monito, una verità, un dovere che diventerà titolo. Ci ricorda che la salvezza non è mai un atto solitario, ma un ponte gettato da un altro essere imperfetto. Salvarsi insieme dall’imperfezione e diventare perfezione. È nella logica disarmante di un’amicizia improbabile, nella tenerezza silenziosa di una bambina di nome Bao, nella capacità di amare sapendo, prima o poi, di annientarsi e lasciare andare, che risiede la sua luminosa, straziante bellezza. Storie che travolgono, commuovo e, in un’epoca di muri, deportazioni, di predoni e saccheggiatori, regala il coraggio di lanciare un’àncora di salvezza nella tempesta perfetta che potrebbe annientarci tutti. Perché nessuno, in fondo, dorme sotto lo stesso cielo, ma insieme possiamo imparare a riconoscere le stelle degli altri, quando brillano perché tutto intorno è buio.
Nota a margine
In queste ore, nell’approfondire l’universo di Cioran, forse per ingenuità, forse per delirio d’onnipotenza, sicuramente per ignoranza, sto pensando a come il buio di Pierangelo sia paragonabile al nulla di Emil: necessari, incontenibili, essenziali, intersecabili, disgiunti e congiunti nell’esistenza stessa dell’umanità, che senza, non avrebbe la luce delle stelle e di tutti noi miseri, pianeti riflessi, attratti nel piacere e nel dolore, nella musica e nel silenzio.
Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una lettera, mi dicevo che era indirizzata a un mortale. – Emil Cioran, L’incoveniente di essere nati
“Lea imparò che il ricordo è l’esilio dell’anima che non sa rassegnarsi alla pena del distacco… Si aggrappava ai sogni, ogni notte pregava per poterla rivedere, di parlare con lei e tutte le volte quelli cadevano al risveglio come le foglie d’autunno si liberano dal vincolo dei rami…”
“Restarono insieme, quella notte. Una brigata di gente perduta, che si era ritrovata. Un prete, un immigrato, un carcerato.”
“L’amore certe volte è distratto e si posa là dove non può essere raccolto.”
Wanda Marasco tesse l’epica intima e spezzata di due anime condannate all’imperfezione. Il suo racconto vibra tra la concretezza della realtà e la dimensione oggettiva della follia, una disperazione incontenibile come il tentativo di imprigionare l’anima in una sepoltura di terriccio materno. Sono state queste vibrazioni ad accompagnarmi in una lettura tanto complessa e rivelatoria quanto emozionante e coinvolgente, una lettura che, divorando pagine, ha divorato il me stesso illuso e disilluso di quest’epoca barbara. Vibrazioni che, però, non hanno mai raggiunto una risonanza precisa, una scelta netta tra salvezza e perdizione.
La costruzione, l’ascesa, la contemplazione, il volo e la caduta dalla Torre di Palasciano ci riguardano, non come mera impronta storica di doverosa conoscenza, ma come comunione con la fragilità umana, presente e futura: noi soli dentro noi stessi, e tutto il mondo fuori.
Di spalle a questo mondo è un’immersione febbrile nelle vite di Ferdinando Palasciano, medico visionario e precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa segnata da una zoppia fisica e interiore. La loro storia d’amore, nata da una cura e cresciuta nella Torre di Capodimonte, si consuma sotto il peso della follia, quando la mente di lui soccombe a una demenza implacabile.
La narrazione si snoda su due binari paralleli e strazianti: da un lato il vortice allucinatorio di Ferdinando, anche recluso in un manicomio, dove ricordi, rimorsi e genio si confondono in un delirio coscienzioso fin troppo lucido e preciso; dall’altro il diario struggente di Olga, costretta prima alla decisione crudele dell’internamento e poi testimone di un lento, inesorabile spegnimento. Attraverso le loro voci, Marasco esplora il confine labile tra sanità e pazzia, tra dovere etico e tradimento della storia, in una Napoli ottocentesca vibrante di fermenti risorgimentali e ombre borboniche.
Ma è nella lingua che il romanzo raggiunge vette di straordinaria bellezza. La prosa di Marasco è un mare lirico, aulico più che barocco, con onde di poesia che travolgono. È una tessitura sapiente, ricamata da inserti di lingua napoletana che fanno brillare la sapienza eterna di un popolo destinato a non smettere mai di stupire il mondo. Ogni pagina è intrisa di una materia emozionale cruda e potente, che riflette e insieme illumina i tormenti e le gioie dei personaggi, fino a squarciarne i confini del mistero: tra malattia e sanità, santità e maledizione, mortale ed eterno, curabile e incurabile, miseria e ricchezza, ordine e caos, conservazione e rivoluzione. Fino al giallo, che pare tuttora irrisolto, della testa di Giacomo Leopardi sepolta nel giardino di Palasciano per volere dell’intimo amico Ranieri e la complicità del medico Ferdinando padrone di casa.
Più che un racconto biografico, è un’indagine sull’irriducibile fragilità umana, sul senso di irreparabilità che segue ogni frattura. Il segno rimane nella carne e nello spirito, e l’unica salvezza possibile sembra risiedere nell’accettazione coraggiosa di questa condanna, nell’abbracciare la propria imperfezione come unico, autentico legame con il mondo. Il romanzo è una lacerante e poetica esplorazione di come l’amore e la follia possano intrecciarsi fino a diventare un’unica, inscindibile sostanza.
Di spalle a questo mondo è un’opera maestosa, scomoda e necessaria, che mi ha lasciato un segno indelebile, costringendomi a riconoscere nelle ferite dei protagonisti l’eco delle mie spaventose immaginazioni: una sorte che potrebbe toccare me, chi amo, come è già stato in passato per chi ho amato. Un muro dove sbattere la testa e uno specchio dove vedersi in scienza e coscienza. La scrittura di Marasco è un’indagine sull’abisso che ci guarda nella luce del sole di una storia d’amore che non si scioglie come neve, ma ghiaccia nel tormento del fine vita.
La vicenda di Ferdinando Palasciano, geniale medico travolto dalla demenza, e di sua moglie Olga, costretta a internarlo, si trasforma sotto la penna di Marasco in un’indagine sull’abisso. Ma non un abisso che separa, bensì uno che unisce. La follia non è raccontata come un elemento estraneo che distrugge il legame, ma come una terra di confine in cui il linguaggio dell’affetto si trasforma, si fa disperato e primitivo, ma non muore, diventando anzi simbiosi tra anime, capace di essere sia un muro che uno specchio. Attraverso i due binari narrativi paralleli – la vita di lui e il diario struggente di lei – l’autrice mostra come la malattia mentale diventi esperienza condivisa con l’amato, con la servitù e, soprattutto, con gli amici che lo venerano e gli restano vicino fino alla fine.
I temi che impreziosiscono questo grande romanzo sono molti. Per me, il principale si potrebbe declinare in una domanda radicale: come amare qualcuno che sta svanendo, la cui mente si fa verità inaccessibile? E poi, oltre il fine vita, oltre la morte, come sopravvivergli e continuare a restare? E anni dopo la morte dell’amato, come testimoniare, facendosi testamento e trama esistenziale? La risposta di Marasco non è eroica, ma profondamente umana. L’amore non guarisce, non redime. Accompagna e si fa dolore nel dolore dell’amato. È la scelta di vivere “di spalle a questo mondo”, rifiutando la sua logica di perfezione per abbracciare la devozione totale verso un’anima in frantumi, in vita e nella sua morte.
In un’epoca ossessionata dalla performance e dal controllo, questo romanzo si erge come un monumento scomodo e necessario. Ci costringe a guardare in faccia il nostro terrore per la fragilità e a riconoscere che il legame più profondo può nascere proprio dalla comune accettazione della caduta. La Torre del Palasciano, dimora e metafora, diventa così il simbolo di un amore che non cerca di curare, ma di custodire; che non volta le spalle alla persona, anche quando essa ha ormai voltato le spalle al mondo.
“A chi crede che ogni luogo, anche il più piccolo, possa custodire un frammento di eternità”
Giovanni Maio non smette mai di stupirmi: dopo l’inchiesta sul male con OPERAZIONE KAMARATON, ecco l’inchiesta sul bene con UN LUOGO DOVE RESTARE, nel venti venticinque come dicono gli americani, nello stesso spazio che trascende la fisica dei luoghi per magnificare il cuore dell’anima: Gioi stella del Cilento.
Quest’ultimo suo romanzo, tanto intrigante quanto avvincente, a momenti emoziona, a tratti strugge. UN LUOGO DOVE RESTARE è una continua e spasmodica ricerca della luce, come desiderio e come bisogno, dell’arte e della filosofia che lega ragione e sentimento di ognuno alla materialità sconvolgente del sacro femminile, eterno motore della riproduzione umana su questa terra.
Il percorso letterario del poliedrico artista Maio va dal fondo dell’abisso, malvagio e brutale, alla vetta sublime della verità più evidente e semplice che ognuno ha dentro sé come patrimonio ereditario di millenni e millenni di storia umana su questa terra.
Giovanni Maio eleva il lettore a custode della scoperta interiore e lo responsabilizza a tramandare la verità della luce. Luce tanto potente quanto continuamente occultata dalla frenesia dell’apparenza, dallo stress delle futilità inutili, dal potere secolare di chi ci vuole ignoranti senza spirito critico, adulto e maturo.
La sua critica è feroce quanto aulica, contro un antagonista che si erge a sistema di controllo delle anime che devono restare nel buio del mistero e della fede. Nella mia soggettività più estrema e deviata, che si lascia cullare come un poppante, la consapevolezza dell’ipnosi in cui sono stato rapito anche questa volta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è per me nutrimento prezioso.
Le ho contate: in questo romanzo l’autore corre e rincorre ben 85 citazioni in latino, tutte puntualmente tradotte e fonte di continue domande che investono la squadra investigativa immaginata dallo scrittore. Ad impreziosire, quasi a significare presente in costruzione di futuro, una delle due bibliografie contenute nel testo è parte pulsante della storia narrata, fonte degli avvenimenti e delle scoperte, letteratura impreziosita d’accademia.
È materia e sostanza d’eterno che fa da propellente al bisogno travolgente che hanno i protagonisti di arrivare alla scoperta finale che come epilogo sospeso, è la gratificazione e il piacere di un vissuto insieme che nutre, che sfama, che inebria, che stordisce, che con le parole del ragionamento e della narrazione, brucia la distanza tra lo spazio e il tempo di una storia fatta d’amore e di passione.
Certamente è un tributo di nobile ed erudita accademia, al suo paese natale, alla sua terra, alla sua gente, cilentana nello spirito e nella carne, ma allo stesso tempo è una freccia che spappola ipocrisie e falsità di cui il lettore non è solo testimone ma ne diventa complice compiaciuto e grato. Custodire la luce, la verità, è un atto d’amore che Giovanni Maio ci mostra e ci racconta, invitandoci a restare là, dove la luce ci fa divini.
Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.
Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.
In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.
I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.
Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.
You are afraid Of the children of nobody Emigrants Immigrants Dispersed and found again With a thousand homes where poverty and misery dwell.
You are afraid of us. Of the children of nobody who corner you Denouncing your betrayal.
You are afraid of the strength of our roots Eaten by the worms of this land That was Felix and of Magna Graecia Glory of Orient and Occident, In Turkish, Arab, and American flesh, Today Chinese and also Indian.
Of this you are afraid, You slaves of the superfluous, Subdued by appearance, Toxic refuse of power, You traitors of humanity.
Of this you are afraid, And of the pride and the sweat of those who labor, Of those who reason, excel, and refuse to be enslaved By anything but joy, honesty, critique, and conflict, By peace, love, and liberty.
Vous avez peur Des enfants de personne Émigrés Immigrés Dispersés et retrouvés Avec mille maisons où règnent pauvreté et misère.
Vous avez peur de nous. Des enfants de personne qui vous acculent Dénonçant votre trahison.
Vous avez peur de la force de nos racines Rongées par les vers de cette terre Qui fut Félix et de Grande-Grèce Gloire d’Orient et d’Occident, Dans la chair turque, arabe et américaine, Aujourd’hui chinoise et aussi indienne.
De cela vous avez peur, Vous, esclaves du superflu, Soumis à l’apparence, Déchet toxique du pouvoir, Vous, traîtres de l’humanité.
De cela vous avez peur, Et de la fierté et de la sueur de ceux qui travaillent, De ceux qui raisonnent, excellent et refusent d’être asservis Par autre chose que la joie, l’honnêteté, la critique, le conflit, Par la paix, l’amour et la liberté.
Tienen miedo De los hijos de nadie Emigrados Inmigrados Dispersos y reencontrados Con mil hogares donde hay pobreza y miseria.
De nosotros tienen miedo. De los hijos de nadie que los acorralan Denunciando su traición.
Tienen miedo de la fuerza de nuestras raíces Comidas por los gusanos de esta tierra Que fue Félix y de la Magna Grecia Gloria de Oriente y Occidente, En carne turca, árabe y americana, Hoy china y también india.
De esto tienen miedo, Ustedes, esclavos de lo superfluo, Sometidos a la apariencia, Desecho tóxico del poder, Ustedes, traidores de la humanidad.
De esto tienen miedo, Y del orgullo y el sudor de quien trabaja, De quien razona, sobresale y no se esclaviza Más que por la alegría, la honestidad, la crítica, el conflicto, Por la paz, el amor y la libertad.
खोए हुए समय की खोज में (Khoye Hué Samay Ki Khoj Mé)
तुम्हें डर लगता है उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं प्रवासी आप्रवासी बिखरे हुए और फिर से मिले हुए जिनके हज़ार घरों में गरीबी और दुख है
तुम्हें हमसे डर लगता है। उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं, जो तुम्हें दीवार के सामने खड़ा कर देते हैं तुम्हारे विश्वासघात का पर्दाफ़ाश करते हुए।
तुम्हें हमारी जड़ों की ताक़त से डर लगता है जिन्हें इस धरती के कीड़ों ने खा लिया है जो कभी “फेलिक्स” और “मग्ना ग्रेसिया” थी पूर्व और पश्चिम का गौरव, जो तुर्क, अरब, और अमेरिकी मांस-में बसी है, और आज चीनी और भारतीय भी।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, हे फ़ालतू चीज़ों के ग़ुलाम, दिखावे के आगे झुके हुए, सत्ता के ज़हरीले कचरे, मानवता के दगाबाज़।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, और उस गर्व और पसीने से, जो मेहनत करने वालों का है, जो सोचते हैं, उत्कृष्ट होते हैं, और ग़ुलाम बनने से इनकार करते हैं सिवाय खुशी, ईमानदारी, आलोचना, और संघर्ष के, सिवाय शांति, प्रेम, और आज़ादी के।
Osservazioni conclusive: Il testo regge egregiamente la traduzione. I concetti di “radici”, “paura”, “tradimento”, “lavoro” e “libertà” sono universali e trovano immediata corrispondenza. La struttura ritmica e l’uso delle ripetizioni si preservano bene, specialmente nelle lingue romanze. La sfida maggiore è stata rendere l’idea di “figli di nessuno” in modo poetico in hindi e cinese, dove una traduzione letterale sarebbe stata inefficace.
anche arabo
Certamente. Ecco la traduzione in arabo, una lingua che per la sua struttura poetica intrinseca si adatta magnificamente allo spirito del testo.
Ho optato per una traduzione che privilegi il ritmo e la potenza evocativa rispetto al rigido letteralismo, cercando di catturare l’anima del messaggio.
مِنْ هَذَا أَنْتُمْ خَائِفُونَ (Min hādhā antum khāʼifūn) وَمِنْ فَخْرِ وَعَرَقِ مَنْ يَعْمَلُ (Wa min fakhrī wa ʻaraqi man yaʻmal) مِمَّنْ يُفَكِّرُ، يُبْدِعُ، وَيَأْبَى أَنْ يُسْتَعْبَدَ (Mimman yufakkir, yubdiʻu, wa yaʼbā an yustaʻbad) إِلَّا لِلسُّرُورِ، وَٱلنَّزَاهَةِ، وَٱلنَّقْدِ، وَٱلصِّرَاعِ (Illā li as-surūr, wa an-nazāhah, wa an-naqd, wa aṣ-ṣirāʻ) إِلَّا لِلسَّلَامِ، وَٱلْحُبِّ، وَٱلْحُرِّيَّةِ (Illā li as-salām, wa al-ḥubb, wa al-ḥurriyyah)
“Figli di nessuno”: Ho tradotto con “أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ” (awlādi lāḥaqa lahum) che significa letteralmente “figli che non hanno nessuno che si prenda cura di loro/che li rivendichi”. È un’espressione potente che cattura il senso di abbandono e disconoscimento.
“Messi al muro”:“يُحَاصِرُونَكُمْ” (yuḥāṣirūnakum) significa “vi assediano, vi accerchiano, vi mettono con le spalle al muro”. Mantiene l’idea di essere messi in difficoltà e costretti alla resa dei conti.
“Vermi”:“دِيدَانُ” (dīdān) è il termine più comune e viscerale per “vermi” o “larve”, efficace per l’immagine di decomposizione.
“Schiavi del superfluo”:“ٱلْعَبِيدُ لِلتَّافِهِ” (al-ʻabīdu li at-tāfih). “Tāfih” significa qualcosa di futile, insignificante, vano. È un’ottima resa per “superfluo”.
Struttura ritmica: L’arabo, con la sua ricchezza di radici e forme verbali, si presta a creare un ritmo solenne e incalzante. La ripetizione di “أَنْتُمْ خَائِفُونَ” (Antum khāʼifūn – Voi avete paura) funziona in modo eccellente come un ritornello che scandisce l’accusa.
La traduzione in arabo dona al testo una risonanza profonda e quasi profetica, adatta a una lingua che ha una tradizione millenaria di poesia altamente retorica e impegnata.
La febbre elettorale è una malattia, forte, subdola, per molti una dipendenza come per questa o quella sostanza, è un business, forse proprio il business per eccellenza da cui tutto dipende, da un condominio ad una città, da una nazione alla geopolitica globale della competizione del capitale fatto da capitali che guerreggiano e si mangiano a vicenda come cannibali affamati, e ovvio, da gente che o sfrutta o viene sfruttata… dai bastoni ai capi bastone… È dalla notte dei tempi che si vota, ogni giorno, scegliendo tra amici, tra fratelli, tra famiglie, il meno peggio, per questo o per quello, oppure si sta a guardare, ignavi magari anche a ragione, perché schifati, disillusi, perché annoiati, magari aspettando il vincitore da andare riverire pregando… Si appartiene, anche all’anarchia del proprio desiderio, del proprio sogno, peggio del proprio bisogno, si appartiene anche alla dittatura che vorremmo, quella dell’uguaglianza e della solidarietà, alla chimera, all’utopia, all’emozione di una lotta giusta che mai si può nemmeno pensare di combattere senza eserciti di braccia, di gambe, e teste che pensano, e senza le armi che non fanno prigionieri, i nemici, le vittime da mandare a zappare la terra… Con il senno di poi tutto è più facile, specie continuare a dividersi. Si vota o meglio si può votare ed è proprio con il sistema capillare di controllo sul voto, sezione per sezione, scuola per scuola, quartiere per quartiere che per l’ennesima volta si voterà nelle nostre cittadelle, ma milioni già appartengono al grande partito degli astensionisti che stanno a guardare, che non partecipano all’estorsione di una croce su una scheda perché non si fanno “incastrare” in questa o quella macchina elettorale, perché sono liberi, perché se ne fottono, perché in fondo non gli cambia la vita… “Cambiare tutto” è più di una speranza, è un ribaltamento di un’urgenza che ha una certa precisa gioventù di oggi che noi vecchi incrostati dobbiamo aiutare ad accendere, scintilla dopo scintilla, affinché diventi un fuoco permanente, che sappia arrivare alle politiche per il post Meloni, che sappia andare oltre, scintilla dopo scintilla, come queste elezioni regionali, come lo sciopero del 28 e la manifestazione a Roma del 29 novembre. Come lo sono stati il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre, esplosioni di popolo fragorose. Nei loro occhi vedo l’ardore, a momenti il furore, di sperimentare sulla propria pelle le trasformazioni che stanno vivendo scavando nelle macerie che tutti noi, vecchi incrostati, abbiamo contribuito a lasciare loro in eredità… Io voto e faccio votare perché, servirà a poco, ma penso invece servirà a molto, per concretizzare una testa di ponte dentro il parlamento regionale. Avere l’opportunità di un controllo popolare dentro al sistema è, e sarà molto meglio che stare a guardare… la sconfitta di uno, la sconfitta dell’altro, e la vittoria facile nonché inutile degli astensionisti, né carne né pesce, e nemmeno vegani.
Vecchi sì, corrotti e traditori a destra e a manca, evoluti ed involuti, potenti nel personale ed impotenti nel collettivo, liberi ma sottomessi nel quotidiano al sistema sociale che schifiamo, ma troppo troppo somatizzato tanto da sembrare noi, ombre immobili, e quindi perché, perché morire? Non c’è tempo, il tempo è adesso, non mi illudo, la disillusione dalla carne mi è passata nelle ossa, ma il midollo emozionale resiste, s’affascina di questi ragazzi che ci stanno mettendo il cuore e della rete che li aggroviglia giorno per giorno, e che si sta facendo più spessa e più larga, anno dopo anno. Hanno la consapevolezza forte di usare i passaggi elettorali come strumento politico e non come fine, tattico o peggio orizzonte strategico e quindi esserne strumentalizzati. Ogni vertenza una lotta comune. La città, la provincia, la regione, la nazione, infine lo spazio internazionale, oggi nel reale digitalizzato, questi ragazzi annullano il tempo dell’organizzazione frantumandolo in attimi che bruciano da un momento all’altro in modi che non riesco più nemmeno ad immaginare… Che Giuliano entri o non entri nel consiglio regionale non li fermerà, e io con loro… il 28 e 29, ancora una volta date oscurate, sono i giorni del dopo elezioni che comunque vedrà questi ragazzi muoversi e trascinare i genitori e ormai anche i nonni, sì noi vecchietti al loro fianco, appunto per non morire o quanto meno vivere fino all’ultima scintilla di questo vita sempre più precariao e sotto proletarizzata, nella testa e nelle braccia a maledire il vento che ci soffia contro, fino all’ultimo respiro.
Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.
Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.
Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.
A Salerno, ma che bella serata al Porticciolo di Pastena, con il “fantasma” di Sàndor che prima ferma il vento e abbraccia i presenti con la possenza della sua grande sensibilità per gli ultimi, poi ci ammalia con il suo essere “uno di noi” grazie all’UCRONIA sapiente di Maurizio Pintore che fa nascere e rinascere ogni volta il grande scrittore Màrai nel suo magnifico romanzo costituente memoria “Il penultimo dono” che ci mostra la “terza via”.
Ma nel buio della spiaggia incantata, è nella lettura di Brunella Caputo che l’emozione dalla parola scritta diventa voce determinata e profonda, che fa silenzio del brusio, e ci emoziona, toccando quelle corde dell’anima che quando vibrano sanno cancellare ogni dubbio di fede, calmare ogni tempesta minacciosa di questi tempi bui. La notte si è illuminata di sentimenti tanto fondamentali quanto primordiali che sono nel DNA della nostra umanità fatta di dolore e piacere, egoismo e solidarietà, brutalità e dolcezza, di tormenti e d’amore. Serata stupenda con memorie e testimonianze vivide di passione, che in attimi senza fine hanno preso il sapore della ragione condivisa con il sale e con il pepe, con la maestria dell’esperienza di Luciana Mauro, Dario Arenella e Gabriele Bojano. Grazie di Doc Maurizio Pintore per l’indimenticabile serata del 17 settembre 2025 a Salerno.
PS. Per la cronaca, alla seconda lettura, “Il penultimo dono – La terza via di Sàndor Màrai” mi è piaciuto anche di più, segno che le parole di un grande romanzo, una volta sedimentate diventano roccia senza tempo come le sapienti epigrafi immortali che aprono ogni capitolo di queste sue belle storie Doc, come quella di un “comodino” compagno fedele di ogni notte, che come uno scrigno prezioso contiene la memoria struggente che ci fa uomini e donne per bene.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ho rimandato, ho rimandato e adesso anche tu sei morto compagno Benni e nemmeno questo sapevo. Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo. Dicono che eri comunista, ma come lo sei stato e per chi e per cosa dovrò capirlo e leggerti ora che non ci sei più in questa galassia di viventi dove mi sento più morto di prima, estinto, a due passi dal corpo di Moro, come il dinosauro delle botteghe oscure che chiedeva sacrifici agli operai.
È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,
e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.
Osservo tutto ma niente mi tocca veramente
e così mi vedo alieno e trasparente.
Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere, con l’arte immensa per non piangere la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge
Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.
… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.
Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.
Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare… WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.
Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.
AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…
Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.
Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.
La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.
È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.
Caro, immenso, indimenticabile Amleto.
Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.
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E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?
“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.
Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.
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Commento critico
L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato, ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.
Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore.
È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.
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Punti di forza (con citazioni)
1. Profondità psicologica del protagonista
Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:
> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”
2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa
La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.
3. Personaggi secondari iconici.
Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.
> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”
4. Contenuto emotivo e politico.
La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:
> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.
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Analisi linguistica
Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.
Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva.
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Cosa lascia il libro e perché leggerlo
“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.
Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.
Francesca Mezzadri
Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro, Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95
Quando basta un “like” per riportare a galla una emozione persa come una goccia nel mare… e poi stare bene ripensando al babbo che chiamo Pà. Grazie Bruno.
Parafrasando ciò che mi ha colpito molto in OPERAZIONE KAMARATON, posso dire che il contenuto di questa prefazione può alterare la percezione della realtà stessa: “Prima di procedere alla sua lettura, assicurarsi di essere pronti a confrontarsi con l’inaccettabile.” Quando, durante la lettura troverete queste frasi, forse mi darete ragione, ecco la seconda: “La verità è un cammino, e a volte ci conduce in luoghi dove preferiremmo non andare”
Ricordo perfettamente la sera in cui Giovanni mi ha parlato per la prima volta di questa storia chiedendomi se avessi tempo e voglia di leggerla. È una storia che farà rumore, mi ha detto e ha iniziato a raccontarmi del pescatore Zino che ritrova un cadavere nel mare di Marina di Camerota e dei segreti che legano il Cilento a scienziati e ufficiali scampati alla denazificazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. È il dono di Giovanni Maio: studiare e saccheggiare le verità storiche, e trasformarle in un motore narrativo che non perdona. Ci ha costruito intorno una storia così avvolgente e credibile che, alla fine, mi sono chiesto se non sia andata davvero così. Conosco Giovanni da tempo e ho imparato ad apprezzarlo con alcune sue spystory che non si dimenticano come il TRONO DI PIETRA e L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. So quanto sia meticoloso nella ricerca, quanto si perda per mesi negli archivi e nelle mappe antiche di chiese e monasteri, ossessionato dai dettagli che rendono un’ambientazione viva e tangibile, ma prima di tutto di quanto sia preciso, nella ricostruzione documentale e storica dei fatti che diventano azione nella sua scrittura. In OPERAZIONE KAMARATON, l’ossessione raggiunge il suo apice. Si sente l’odore della salsedine del nostro Mediterraneo più vicino e familiare, il peso della solitudine dei braccati, il senso del dovere e del destino incarnato nei brillanti agenti segreti, Fulvia e Smeraldo, che partendo dalla Cala Bianca di Camerota, si muovono in inchieste ad alta tensione che vanno da un palazzo governativo di Lisbona al castello di Wewelsburg, la fortezza scelta da Himmler come sede mistica del Sole Nero nella Germania del Terzo Reich. Gli intrecci e i misteri che tessono la trama del racconto sono la sostanza connettiva tra silenzi che urlano e ombre in piena luce, tra ragioni di stato e servizi segreti internazionali che rendono i periodi di pace tra le guerre, attimi di una transizione conflittuale che non smette di pulsare, ceneri piene di scintille pronte a scatenare nuovi incendi, rovine su cui ogni nuova costruzione ha fondamenta traballanti, materia e sostanza di vita quotidiana in cui ogni passo falso significa la morte dei protagonisti. L’abilità di Giovanni Maio è la narrazione che non mostra la scena ma l’avvolge intorno al lettore come una coperta calda in una notte di freddo, il freddo di avvenimenti che continueranno per sempre a sconvolgere verità che sembrano ormai assodate. Il dubbio e il mistero, quello millenario, che muove l’avidità di potere dell’uomo e ne fa l’essere spregevole che uccide senza pietà l’uomo stesso. OPERAZIONE KAMARATON non è solo un thriller di storia abbastanza recente, i fatti si svolgono alla metà degli anni ’80, al suo cuore, come in tutte le grandi storie di spie, c’è una domanda profondamente umana: cosa siamo disposti a sacrificare della nostra anima in nome di una nuova vita? Quanto del nostro passato possiamo davvero rimettere in discussione? I personaggi non sono semplici pedine in un gioco più grande; sono esistenze lacerate, piene di paura e di rimorsi, costretti a scelte impossibili in un mondo che ha smesso di avere regole chiare, proprio quando la fine di una guerra sembra aprire a nuova pace. Giovanni Maio ha compiuto un meticoloso lavoro di ricerca, intrecciando la Storia conosciuta con una verosimiglianza narrativa che è, a tratti, agghiacciante. I personaggi che ho incontrato – gli scienziati tormentati dalla coscienza, gli ufficiali senza più una bandiera per cui combattere, le spie che danzano su un filo teso sopra l’abisso – sono figure universali che danno umanità a vicende che spiegano l’ineluttabilità dell’istinto alla sopravvivenza. È un romanzo che mi ha ricordato perché amo questo genere. Perché non si limita a farmi voltare pagina con l’ansia di sapere cosa succede dopo, ma mi costringe a riflettere sulle nebbie morali del dopoguerra, un periodo che, in fondo, non è mai veramente finito. Io personalmente amo le ombre della Storia, quei complotti che poi la Storia si prende la briga di spiegarne la verità; quelle zone d’ombra che i documenti ufficiali non raccontano, i retroscena che si sussurrano nei corridoi dei palazzi del potere molto dopo che i trattati sono stati firmati. Quando Giovanni mi ha chiesto di presentare questo romanzo, ho accettato non solo per il suo valore narrativo, che è indubbio, ma perché esso scava con precisione chirurgica in una di quelle ombre reali, troppo a lungo ignorate. “La primavera del 1945 non segnò affatto la fine della guerra. Per molti, fu semplicemente l’inizio di un nuovo, più ambiguo conflitto. Mentre l’Europa tentava di rialzarsi dalle macerie, i servizi segreti alleati e sovietici ingaggiavano una caccia spietata non solo ai gerarchi nazisti in fuga, ma al vero bottino: le menti. Scienziati, ingegneri, tecnici il cui know-how poteva cambiare gli equilibri del potere mondiale. L’Operazione Paperclip americana è la più nota, ma fu solo la parte emersa di un iceberg fatto di accordi sottobanco, doppiogiochismo e tradimenti che si consumarono anche nel nostro Mar Mediterraneo, allora un vero e proprio crocevia di spie e rinnegati.”
La costa cilentana, con i suoi anfratti remoti e i suoi mari allora poco sorvegliati, divenne un’autostrada per la fuga. La fuga di chi, come gli scienziati e gli ufficiali di cui parla questo romanzo, non voleva finire né nelle mani di Stalin né in quelle degli Americani. Volevano scomparire, re-inventarsi, mettere il loro terribile sapere al miglior offerente o, semplicemente, dimenticarlo in cambio di una nuova vita. L’episodio del pescatore di Marina di Camerota che, nelle acque ancora pesanti dei segreti di guerra, trova non un pesce ma un cadavere, è il perfetto incipit per una storia così oscura. Quel corpo non è solo una vittima; è un messaggio in bottiglia lanciato dal passato, la prima tessera di un mosaico di intrighi che lega le nostre storie ad un presente che ci toglie il respiro. Questo non è solo un thriller avvincente; è un viaggio in uno dei capitoli più torbidi e affascinanti del dopoguerra italiano ed internazionale. È la storia di come le ideologie stentano a morire, di come le ambizioni personali e i segreti sopravvivano, spesso con conseguenze inimmaginabili.
“La pace? Forse si può soltanto desiderare come un’utopia irraggiungibile, se non si riconosce prima questa guerra che ci combatte all’interno, questa tensione che ci dilania tra paura e speranza. Fulvia capì che il suo viaggio aveva avuto anche questa funzione: parlare di guerre invisibili, di ferite che non si vedono, di vite che si consumano nell’ombra di potenti giochi.”
Sedetevi comodi, prendete un caffè forte o un bicchiere di brandy – quello che preferite – e preparatevi a essere trasportati in un’epoca in cui niente era ciò che sembrava e ogni onda poteva portare a riva un segreto mortale.
Ossuzze senza più carne ma solo pelle e occhi incavati neri come l’abisso della nostra colpa di non fermare l’orrore di orfani affamati che allo stremo si getteranno sulla mitraglia di soldati infami comandati nell’inferno della terra di Palestina. Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua, rovista e scava nelle macerie nuova vendetta. Odio e mai libertà o perdono umano per dominati e dominanti senza lotta e resistenza non sarà mai pace.
È uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Potente e struggente. È uno spazio tempo di parole che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Quest’opera di Consoli è meravigliosa. Non è una pozione magica, un elisir che promette salvezza, è la storia della sensibilità umana che diventa carne e passione, è la storia di anime perse che trovando lo spazio di una comunione sensibile, vivono il tempo sincrono per una salvezza che diventa eternamente possibile, necessaria, costituente di futuro. Nelle ragioni del disagio, della depressione, dello smarrimento, l’adolescenza pianta le radici fameliche di nutrimento nello spirito che cresce rigoglioso, nella scoperta, nella liberazione, nella comprensione, nel ragionamento, nella poesia della vita che è l’amore. Dai traumi, dalla solitudine, dalle patologie dell’esistenza, dalle paure, dai dubbi, dalle domande sublimi, anche la morte diventa danzatrice che incanta, perché la natura, l’essenza del respiro, la potenza delle radici che spaccano la roccia, la follia del creato, è la formazione, la comunione di anime fragili, il cammino su strade che sembrano divergere, che ci salva la vita e con essa l’eredità più grande di essere umani, riproduttori di umanità. Se un giorno gli alieni ci studieranno, è anche attraverso le rivelazioni di romanzi come questo di Consoli, che scopriranno come gli assomigliamo, noi umani scopritori di mondi fantastici.
Per dirlo bene con le parole di Pierangelo: “… perché l’amore ha bisogno di essere mostrato, consumato, esaurito, attraversato come una strada.”
In fondo la vita è un coma da cui è bello svegliarsi ogni giorno.
Potente e struggente. Uno spazio tempo che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Questa opera di COnsoli è meravigliosa. Complimenti Pierangelo.
Dico solo questo: ipnotico. Lanzetta è un brigante di scrittore che ti ipnotizza e ti tormenta nella Divina, come se Lei, la Divina costa fosse un inferno umano, un crogiolo di brutalità, e non un Paradiso. Dal viadotto Gatto, a Raito, Vietri, Amalfi, Ravello.
Mentre lo leggi ti fa toccare le cicatrici che hai sul corpo, perché iniziano a bruciare, io una la tengo sul labbro di sopra, vecchio ricordo di una testata di un bizantino, così li chiamavano, bizantini, il vomito violento del centro storico di Salerno, scugnizzi di buone donne che massacravano di botte i ragazzini che si avventuravano da Torrione senza compagnia adulta alla Standa, sul corso Vittorio Emanuele, quasi a Portanova.
Già Torrione, c’è anche Torrione nell’Educatore di Antonio Lanzetta.
Pagina dopo pagina, una caramella dopo l’altra, la cicatrice brucia, che io ho continuato a grattare, a leggere, sulla faccia del protagonista, nell’inchiostro delle parole che corrono insieme al sangue che scorre, si rapprende e poi si scioglie ancora e ancora, come nemmeno San Gennaro sa fermare.
La tensione che viaggia, che cresce, da una scena all’altra, da un tormento implacabile che fa dei ricordi un groviglio putrido di dolore, di vendetta, di perdizione. L’inferno umano dei sopravvissuti che non è scenario ma groviglio di emozioni, di bestialità e tenere carezze dolci, come le caramelle alla frutta del vicequestore. Dico solo questo e freno la lingua che il resto, al brigante, glielo dico in faccia: sarà anche fiction noir o come cavolo si etichetta un romanzo di questo tipo, la verità è che fa male, e mi si è anche alzata la glicemia, una caramella dopo l’altra.
Cacchio, l’ho letto al lido dove il caldo ti arroventa ma leggendo mi si sono gelate le ossa. Grande! Grandissimo Lanzetta! Adoro l’odore dei limoni al tramonto, quando le cicatrici dell’anima prendono a pugni le ferite del corpo che vibra di passione.
I finali di Lanzetta sono tutti tremendi: finito uno ne vuoi subito un altro. Ipnotico micidiale. Forse più che brigante, che questa volta il Cilento non c’è, è proprio una canaglia di scrittore salernitano senza pietà.
Cinque stelle con lode, ma non posso darle sulla piattaforma, io L’EDUCATORE l’ho preso, autografato, da Simone De Rosa alla Feltrinelli di Salerno che ringrazio per l’infinita sua pazienza.
Dico solo questo, pensa te se volevo dire altro..
PS.
Ho preso a 0.99 centesimi anche la versione digitale, Lui le regala le sue opere, e poi adora i gatti come nessuno. 😍
Mi è piaciuto moltissimo. Senza respiro, ti ipnotizza e ti porta dentro un groviglio di perdizione umana da brividi. Ipnotico e devastante. Il gotico del XXI secolo da leggere. Per me 5 stelle e lode.