LETTERE A CIORAN di Nicola Vacca

2017, Gaalad Edizioni

Giuro l’ho letto tre volte. Non è che questo saggio sia difficile, anzi precipita via come una cascata, irruente senza ostacoli: travolge. È questo il punto. È una doccia fredda e non un bagno caldo in una vasca profumata, affogato in schiuma di bolle, cioè rapito in un’altra dimensione a sognare nei romanzi che, allucinanti, nelle ultime settimane mi hanno fatto compagnia. La vertigine è spaventosa, ed è tanto più grande quanto più alta sento la mia ignoranza vista da quaggiù.

Mi verrebbe da dire: «Dovrei prima analizzare la mia caduta prima di pensare alla caduta dell’intera umanità verso il niente di cui siamo fatti. Fortuna che almeno la caduta di Camus l’ho letta, e anche quella mi torna spesso in gola come quando abuso di aglio e di alcol. Non ho peli sullo stomaco, sono travi di quercia, bare di rovere. È il merito, il significato, forse il significante tra gli spazi vuoti, di queste frasi che si intrecciano a questo spirito sublime che si alza dalla tomba di Parigi e stravolge l’armonia della vita e ne fa tempesta di tormento. La frantumazione dei pensieri per pensarne uno solo che manda in frantumi l’universo.

Avete presente la trasformata di Laplace, beh in soldoni è uno strumento matematico che trasforma una funzione reale in una complessa, cioè per amore della verità il lavoro è sulle variabili ma ci siamo capiti. Vero? Ci ho messo settimane per venirne a capo ma avevo vent’anni e ai tempi la mente era veloce come un IBM compatibile.

Questo saggio di Nicola Vacca su Cioran mi scassa il cervello come le dimostrazioni di Analisi Matematica ma alla fine, quando entri in sintonia con il linguaggio e ti appoggi agli esempi della fisica reale, la doccia fredda ti sveglia e ti lascia con il desiderio di leggerlo tu Cioran. Non so se questo era l’intento dell’autore, ma se fosse stato anche solo un invito, una raccomandazione implicita ed indispensabile, beh su di me ha funzionato. L’aulica quanto severa prefazione di Mattia Luigi Pozzi, invece mi ha stroncato le cosce! Non dovrei nemmeno osare aprire queste porte ma a me di cultura sotto proletarizzata che non vuole morire, diverte e piace osare l’assurdo e quindi torniamo a noi.

Con la trasformata di Laplace cominci a risolvere problemi che fino a poco prima nemmeno prendevi in considerazione per quanto ti sembranono impossibili da risolvere e cominci a viaggiare sulla luce alla velocità fotonica. Devo dire che il desiderio di leggere Cioran me lo aveva già radicato un altro saggio, EMIL CIORAN di Vincenzo Fiore, che nel frattempo spero sia diventato professore universitario o almeno ricercatore incardinato. Ma questa è un’altra storia, di quelle che rendono la vita miseramente precaria, affannosa, tortura altro che frantumazione del nulla.

Con il saggio di Nicola Vacca il desiderio di leggere Cioran diventa necessità, bisogno esistenziale. Ma c’è un precedente che devo esplorare e cioè Pier Paolo Pasolini che va sulla tomba di Gramsci e ne scrive le CENERI. Se la montagna è grande allora bisogna scalarla con classe anche se questo parallelismo non è un volo pindarico ma un suicidio letterale. È come cercare “convergenze parallele” tra il socialismo di Craxi e quello delle repubbliche sovietiche morte con la caduta del muro di Berlino, o nell’oggi, il socialismo della grande famiglia europea come convergenza parallela a quello del partito comunista cinese. Io sento la frantumazione dei vetri nello stomaco e nell’aria le scintille delle baionette d’acciaio che confliggono, poi si accarezzano, si leccano ed infine vanno a prendersi un spritz nella Golden Hour del tramonto sulla spiaggia che si porta tanto. Tu che leggi la senti questa voglia di niente?

Sulla tomba di uno spirito di gigante che vive immortale, la poesia straripa di sincera ammirazione di uno (Cioran) e cruenta critica nell’altro (Pasolini) che dice: «Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata passione di essere nel mondo?»

C’è nell’adorazione di un maestro un confine che è più terribile di un salto nel buio, è il porsi in contraddizione come sua creatura generata, come esempio di un fallimento che senza la morte del maestro sarebbe stata dimenticata. È l’oblio della ragione, il tormento del nulla che non genera conflitto con cui incazzarsi, organizzarsi e lottare per modificare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in amore dell’uomo per l’uomo. Esiste una borghesia del pensiero, dell’arte e della bellezza? Esiste un abbandono della lotta, un tradimento di classe, una corruzione dell’anima, come quella che lo stesso Pasolini rimproverava a Calvino? (“Poi Calvino ha cessato di sentirsi vicino a me. L’ho capito subito. All’inizio degli anni Sessanta, qualcosa si spaccava, …”)

Cioran può essere solo adorato o lo si può anche criticare? Lo so devo cambiare spacciatore state pensando. Questo diario è testimone di pensieri incredibili: l’emozione non si controlla, le domande si sprecano, ma non ho scelta, altrimenti il buon senso mi diventa auto censura del ridicolo. Se come dice Nicola Vacca, Cioran altro che nichilista era immanente, per me è l’utopia che ha ammazzato la storia, e la storia delle storie non avrà mai un cimitero ma per sempre un vortice di paradiso con idee meravigliose e l’emozione a dimostrarlo.

Infine, la mia vena si chiude, l’uomo vive e si manifesta implacabile materialista, lo mette per iscritto, e anche se forse dovrò leggerlo per una quarta volta, per concludere che c’ho capito poco, le parole dell’autore sono chiare e cristalline a pagina 79:

Io quì dissento, ma chi se ne frega, i miei silenzi urlano con parole che nessuno sente, è questo il punto, senza le parole a raccontarla, la vita neppure esiste. O detta meglio: la vita non raccontata è il nulla.

Golden Hour

«Qualsiasi commento a un’opera è cattivo o inutile, perché tutto ciò che non è diretto è senza valore» Emil Cioran

http://www.orizzonticulturali.it/it_studi_Biblioteca-Cioran-Mattia-Luigi-Pozzi.html

TRA IL SOSPIRO E L’EPIGRAMMA: ANALISI DELL’OPERA DI E.M. CIORAN

Tesi del Corso di Laurea Specialistica in Scienze Filosoficheda da Mattia Luigi Pozzi all’ UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia nell’anno accademico 2007/08 discussa con relatore:
Chiar.mo Prof. Carlo SINI e correlatore: Chiar.mo Prof. Carmine DI MARTINO

“E’ il suo momento perfetto
Lei rallenta il tempo
Nel suo momento perfetto
Eravamo solo due innamorati
Con i piedi appoggiati sul cruscotto
Guidando senza meta
Bruciando l’estate”

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