Ho rimandato, ho rimandato
e adesso anche tu sei morto
compagno Benni e nemmeno questo sapevo.
Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo.
Dicono che eri comunista,
ma come lo sei stato e per chi e per cosa
dovrò capirlo
e leggerti ora che non ci sei più
in questa galassia di viventi
dove mi sento più morto di prima,
estinto, a due passi dal corpo di Moro,
come il dinosauro
delle botteghe oscure
che chiedeva sacrifici agli operai.
È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,
e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.
Osservo tutto ma niente mi tocca veramente
e così mi vedo alieno e trasparente.
Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere,
con l’arte immensa per non piangere
la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge
che bela nelle fauci del lupo.
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