A leggere le opere di Giovanni Maio non smetto mai di pensare a quanta gratitudine devo a questo maestro di rigore e di sentimento. LE RADICI DI PIETRA non è solo un romanzo memoir che celebra la famiglia Maio con il cemento antisismico del ricordo condiviso dei momenti più struggenti e formativi delle vite dei protagonisti. Attraverso la storia di Don Cicco – medico condotto prima e pediatra dopo, del padre che diventa nonno, dell’uomo che “senza far rumore” raccoglie la stima e l’affetto di comunità, umane e professionali, sempre più estese – Giovanni riesce a rendere vive e pulsanti quelle radici universali a cui tutti siamo debitori, oltre i legami di sangue, oltre le fragilità della carne, oltre le turbolenze nervose delle scelte di vita, oltre, molto oltre i confini spaziali e di tempo dentro cui limitiamo le nostre esistenze, che di pietra hanno la consistenza e lo spirito dell’immortalità.
La mia immensa gratitudine, che non riuscirò mai a mettere in parole adeguate, per quanto possano sembrare viziate da un radicato sentimento d’amicizia, è il frutto gustoso e maturo di quanto l’autore riesce a far crescere durante la lettura, con la sua impavida e meticolosa semina di parole concatenate e ricorrenti, con le sue sentenze onnipresenti che accompagnano la visione allargata di fatti e vicende intime, con frasi serrate e coinvolgenti, con paragrafi tanto spesso struggenti, la madre Maria, le sorelle Angela e Claudia, il fratello Nicola e capitoli che sono momenti storici e politici di tutta la società, del Cilento, di Salerno, di tutta l’Italia.
Questa sua letteratura, che solo lui e le soggettività familiari coinvolte, possono sapere quanto romanzata e quanto vera, trascende la storia personale e le emozioni dei protagonisti per diventare messaggio universale di celebrazione ai costituenti essenziali, necessari e ideali dell’esistenza, come la fedeltà, la lealtà, il rispetto, la generosità, e non per ultimo il sacrificio, da cui la consistenza della pietra è conseguenza, da cui la resistenza della pietra è sentimento, da cui la memoria della pietra si fa radice, e quindi crescita felice di una generazione sull’altra.
La presentazione di Giovanni Maio e poi l’introduzione del Dott. Pietro Greco sono un spinta vigorosa verso un tuffo nel romanzo che si fa subito viaggio d’esperienza e di formazione in un mondo che sembra veramente scomparso, anzi oso dire addirittura sconosciuto, la cui memoria non è cronologia ma testimonianza viva come fosse presenza che si fa lezione e monito per questo futuro che stentiamo ad immaginare sereno: inorriditi vediamo crescere incertezze, ipocrisie, crudeltà e follie intorno alle nostre agitate vicende quotidiane.
Con RADICI DI PIETRA scopriamo risposte, certezze, un altro mondo non solo possibile ma necessario. È l’esempio che dovremmo fare nostro nell’agire di ogni giorno per dare soddisfazione se non soluzione al senso della vita che cerchiamo in noi e negli altri. Parafrasando con l’accetta l’incipit più famoso di tutta la letteratura di questo mondo, non so se se tutte le famiglie felici si assomigliano, so che a modo suo ogni famiglia scava e modella la roccia del ricordo con il dolore e i sacrifici, con le lacrime e le carezze dell’amore che si fa adulto e torna bambino.
Questo romanzo è un memoir per chi vuole comprendere e trovare risposte da trattenere per farsi erede e lasciare eredità preziose. Non è un regalo ma una sfida. Ecco perché dobbiamo tutti sentirci debitori a “Don Ciccio” non solo per magnificarlo come l’autore fa da figlio senza fare sconti alla gioia e alla sofferenza personale, ma anche e soprattutto, come Giovanni Maio ce lo fa conoscere come rappresentante dell’umanità più bella che regge e fa girare il mondo, umano e umanità riprodotta nelle generazioni che vincono la morte, come desiderio e dimostrazione d’amore.
Più urlate è più sento, lo schifo Nelle vostre canzoni stonate come pappagalli Nella gabbia della recita Nelle bolle delle meccaniche terrestri Di scontro e distruzione Nell’agone come colosseo moderno Leoni, martiri e fieri gladiatori Che si tolgono la vita
Schifo le bestie che vedo libere Vestite di falsa purezza Cresciute nell’agio e nella presunzione Che sbranano ignoranze
Schifo quelli che scommettono Assistono e tifano senza critica né ragione Osannando santi e madonne finte Gettano all’inferno stento e sacrificio
Schifo chi povero si fa debito e schiavo Che urla guerra, stordito ammazza come Caino
Schifo i cani e i loro padroni che competono Chi vende scommesse, e spaccia feste per sogno
Schifo chi conta e calcola interesse con equazioni differenziali di meccaniche quantistiche
Schifo chi fa eserciti legali, criminali e di straccioni La catena e chi incatena per finire incatenato
Schifo l’utopia che mi brucia l’anima La pietà senza diritti E chi le racconta e ne fa controllo
Cosa voglio?
Il vomito delle dinamiche umane che rimbalza digerito come una palla Pronta alle mani per giocare senza pace Cremare illusioni. Impastare sabbia e cenere per farne castelli. In riva al mare di gente che riprende a pensare.
Questo voglio: finire. In parole da affidare al silenzio
Che idea pazza salvare dal fuoco dell’oblio i fiori del male di Baudelair in questa edizione tradotto in versi liberi dal poeta futurista Paolo Buzzi che scrisse:
Forse è la vita vera. Il carro dipinto, i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento, le belle figlie in cenci, la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri, la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
XVIII – LA BELLEZZA – I FIORI DEL MALE – C. Baudelaire
Io sono bella, o mortali, come un sogno di pietra, – E il mio seno, ove ciascuno è a sua volta assassinato, – È fatto per ispirare al poeta un amore – Eterno e muto pari alla materia.
Troneggio nell’azzurro come sfinge incompresa; – Unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni; – Odio la plastica che sposta le linee; – E non mai piango né rido.
I poeti, davanti alle mie grandi attitudini – Che ho l’aria di prendere a prestito dai fieri monimenti, – Consumeranno i loro giorni in austeri studi;
Poi che ho, per fascinare questi docili amanti, – Dei puri specchi che fanno bella ogni cosa: – I miei occhi, i miei larghi occhi dall’eterno splendore!
Grazie di cuore Agnese per queste meraviglie di pagine che si sfaldano da un secolo e che insieme al portafortuna marino, terremo avvinti come prova d’eterno amore.
An antique wooden desk lit by a green banker’s lamp, displaying poetry books and writing tools
Paolo Buzzi
Forse è la vita vera. Il carro dipinto, i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento, le belle figlie in cenci, la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri, la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
Paolo Buzzi è nato a Milano il 15 febbraio 1874, è morto a Milano il 18 febbraio 1956. Poeta di impronta futurista, scrittore.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero. Certo, una Direzione provinciale è diversa da una Direzione centrale, e il mio ha 36 anni e vive in una di quelle bolle separate ma parallele, che più passa il tempo e meno si incrociano con le nostre che ci fanno più nonni oltre che genitori.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a giocare con palloncini volanti insieme ai piccoli figli delle colleghe e dei colleghi giovani che sono il futuro di questa grande, immensa famiglia INPS.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a fare il bimbo tra bimbi più meravigliati e gioiosi di me, nel vortice sfrenato dietro palloncini colorati e giocare come gli adulti spesso non hanno né tempo né voglia di fare.
Perché? Perché?
Chiedo: fare squadra nel lavoro non è forse bello come fare squadra in un gioco, vincente ed avvincente con piccoli, grandi, giovani e meno giovani?
Che meraviglia quel giorno, e ogni giorno, c’ero e ci sarò 😍 💪 👏 🤗 🥰
Ne ho visto tanti entusiasti rivendicare orgogliosi ardere di passione ma poi solo fuoco di paglia
Ne ho visto tanti armarsi e partire e poi fermarsi sbattere la porta
Scappare dove anch’io sono scappato
dove la lotta è un lusso la rinuncia, una comodità e la santità solo preghiera Ne ho visto tanti tornare affranti da sensi di colpa e fame di rivincita perdersi e ritrovarsi più rabbiosi di prima
Ne ho visto tanti in equilibrio tra ombre e vuoto sospesi tra andare e andato fermi nell’attesa apatica di risposte
Ne ho visto tanti giustificarsi con parole avvinte e di parole furiose morire
Ne ho visto tanti predare e farsi preda rinascere dalla melma e farsi fango poi argilla viva plasmata e cotta in statue di noi assassini innocenti
Ne ho visto tanti di stormi, torme e branchi ordinati dalla paura e dal sole immobile che brucia, che secca la carne sfinita dove nessuno sopravvive anime orfane di lacrime e dolore
A flock of birds flies over wetlands with a city skyline and dramatic sunset in the background.A hooded figure carefully walks a glowing tightrope over a deep canyon with a walking stick.A mysterious double exposure blends a howling wolf and a majestic deer in a foggy forest.
FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo bruto\Che lacrima succo\di mela verde\e nera di marcio\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia\Solitaria\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Mille e mille volte Ti ho accarezzato E mille, mille volte Ti avrei preso a schiaffi
Mille e mille volte ti ho voluto E mille, mille volte Ti ho perso e ti ho pensato invano Ti ho visto nel vuoto cadere Felice, ti ho visto volare
Dicono che è normale sopravvivere a madri e padri, tempeste di parole e silenzi per una vita Ma restare quando l’erede muore È disumano mille e mille volte
È pena senza fine al freddo di una tomba Nella fiamma rovente di una cremazione Che mille e mille volte brucia Come ferita aperta devastata dal male Di ricordi, sorrisi e amore
Tu sei lama che taglia e cura quando mille e mille volte ti dico resta con me Anche se ti lascio andare e tu poi ritorni
MILLE VOLTE MILLE
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Traballo Abissi dinamici mi afferrano La mia rabbia incido sulla pietra di ciò che sembro un’ascia contro il vuoto Ogni mossa è un crollo una caduta libera nel bit È la mia ballo cadendo Chiedo scusa ad ogni mio fallimento Traballo sperduto Ballo cadendo
You are afraid Of the children of nobody Emigrants Immigrants Dispersed and found again With a thousand homes where poverty and misery dwell.
You are afraid of us. Of the children of nobody who corner you Denouncing your betrayal.
You are afraid of the strength of our roots Eaten by the worms of this land That was Felix and of Magna Graecia Glory of Orient and Occident, In Turkish, Arab, and American flesh, Today Chinese and also Indian.
Of this you are afraid, You slaves of the superfluous, Subdued by appearance, Toxic refuse of power, You traitors of humanity.
Of this you are afraid, And of the pride and the sweat of those who labor, Of those who reason, excel, and refuse to be enslaved By anything but joy, honesty, critique, and conflict, By peace, love, and liberty.
Vous avez peur Des enfants de personne Émigrés Immigrés Dispersés et retrouvés Avec mille maisons où règnent pauvreté et misère.
Vous avez peur de nous. Des enfants de personne qui vous acculent Dénonçant votre trahison.
Vous avez peur de la force de nos racines Rongées par les vers de cette terre Qui fut Félix et de Grande-Grèce Gloire d’Orient et d’Occident, Dans la chair turque, arabe et américaine, Aujourd’hui chinoise et aussi indienne.
De cela vous avez peur, Vous, esclaves du superflu, Soumis à l’apparence, Déchet toxique du pouvoir, Vous, traîtres de l’humanité.
De cela vous avez peur, Et de la fierté et de la sueur de ceux qui travaillent, De ceux qui raisonnent, excellent et refusent d’être asservis Par autre chose que la joie, l’honnêteté, la critique, le conflit, Par la paix, l’amour et la liberté.
Tienen miedo De los hijos de nadie Emigrados Inmigrados Dispersos y reencontrados Con mil hogares donde hay pobreza y miseria.
De nosotros tienen miedo. De los hijos de nadie que los acorralan Denunciando su traición.
Tienen miedo de la fuerza de nuestras raíces Comidas por los gusanos de esta tierra Que fue Félix y de la Magna Grecia Gloria de Oriente y Occidente, En carne turca, árabe y americana, Hoy china y también india.
De esto tienen miedo, Ustedes, esclavos de lo superfluo, Sometidos a la apariencia, Desecho tóxico del poder, Ustedes, traidores de la humanidad.
De esto tienen miedo, Y del orgullo y el sudor de quien trabaja, De quien razona, sobresale y no se esclaviza Más que por la alegría, la honestidad, la crítica, el conflicto, Por la paz, el amor y la libertad.
खोए हुए समय की खोज में (Khoye Hué Samay Ki Khoj Mé)
तुम्हें डर लगता है उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं प्रवासी आप्रवासी बिखरे हुए और फिर से मिले हुए जिनके हज़ार घरों में गरीबी और दुख है
तुम्हें हमसे डर लगता है। उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं, जो तुम्हें दीवार के सामने खड़ा कर देते हैं तुम्हारे विश्वासघात का पर्दाफ़ाश करते हुए।
तुम्हें हमारी जड़ों की ताक़त से डर लगता है जिन्हें इस धरती के कीड़ों ने खा लिया है जो कभी “फेलिक्स” और “मग्ना ग्रेसिया” थी पूर्व और पश्चिम का गौरव, जो तुर्क, अरब, और अमेरिकी मांस-में बसी है, और आज चीनी और भारतीय भी।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, हे फ़ालतू चीज़ों के ग़ुलाम, दिखावे के आगे झुके हुए, सत्ता के ज़हरीले कचरे, मानवता के दगाबाज़।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, और उस गर्व और पसीने से, जो मेहनत करने वालों का है, जो सोचते हैं, उत्कृष्ट होते हैं, और ग़ुलाम बनने से इनकार करते हैं सिवाय खुशी, ईमानदारी, आलोचना, और संघर्ष के, सिवाय शांति, प्रेम, और आज़ादी के।
Osservazioni conclusive: Il testo regge egregiamente la traduzione. I concetti di “radici”, “paura”, “tradimento”, “lavoro” e “libertà” sono universali e trovano immediata corrispondenza. La struttura ritmica e l’uso delle ripetizioni si preservano bene, specialmente nelle lingue romanze. La sfida maggiore è stata rendere l’idea di “figli di nessuno” in modo poetico in hindi e cinese, dove una traduzione letterale sarebbe stata inefficace.
anche arabo
Certamente. Ecco la traduzione in arabo, una lingua che per la sua struttura poetica intrinseca si adatta magnificamente allo spirito del testo.
Ho optato per una traduzione che privilegi il ritmo e la potenza evocativa rispetto al rigido letteralismo, cercando di catturare l’anima del messaggio.
مِنْ هَذَا أَنْتُمْ خَائِفُونَ (Min hādhā antum khāʼifūn) وَمِنْ فَخْرِ وَعَرَقِ مَنْ يَعْمَلُ (Wa min fakhrī wa ʻaraqi man yaʻmal) مِمَّنْ يُفَكِّرُ، يُبْدِعُ، وَيَأْبَى أَنْ يُسْتَعْبَدَ (Mimman yufakkir, yubdiʻu, wa yaʼbā an yustaʻbad) إِلَّا لِلسُّرُورِ، وَٱلنَّزَاهَةِ، وَٱلنَّقْدِ، وَٱلصِّرَاعِ (Illā li as-surūr, wa an-nazāhah, wa an-naqd, wa aṣ-ṣirāʻ) إِلَّا لِلسَّلَامِ، وَٱلْحُبِّ، وَٱلْحُرِّيَّةِ (Illā li as-salām, wa al-ḥubb, wa al-ḥurriyyah)
“Figli di nessuno”: Ho tradotto con “أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ” (awlādi lāḥaqa lahum) che significa letteralmente “figli che non hanno nessuno che si prenda cura di loro/che li rivendichi”. È un’espressione potente che cattura il senso di abbandono e disconoscimento.
“Messi al muro”:“يُحَاصِرُونَكُمْ” (yuḥāṣirūnakum) significa “vi assediano, vi accerchiano, vi mettono con le spalle al muro”. Mantiene l’idea di essere messi in difficoltà e costretti alla resa dei conti.
“Vermi”:“دِيدَانُ” (dīdān) è il termine più comune e viscerale per “vermi” o “larve”, efficace per l’immagine di decomposizione.
“Schiavi del superfluo”:“ٱلْعَبِيدُ لِلتَّافِهِ” (al-ʻabīdu li at-tāfih). “Tāfih” significa qualcosa di futile, insignificante, vano. È un’ottima resa per “superfluo”.
Struttura ritmica: L’arabo, con la sua ricchezza di radici e forme verbali, si presta a creare un ritmo solenne e incalzante. La ripetizione di “أَنْتُمْ خَائِفُونَ” (Antum khāʼifūn – Voi avete paura) funziona in modo eccellente come un ritornello che scandisce l’accusa.
La traduzione in arabo dona al testo una risonanza profonda e quasi profetica, adatta a una lingua che ha una tradizione millenaria di poesia altamente retorica e impegnata.
Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.
Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.
Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ho rimandato, ho rimandato e adesso anche tu sei morto compagno Benni e nemmeno questo sapevo. Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo. Dicono che eri comunista, ma come lo sei stato e per chi e per cosa dovrò capirlo e leggerti ora che non ci sei più in questa galassia di viventi dove mi sento più morto di prima, estinto, a due passi dal corpo di Moro, come il dinosauro delle botteghe oscure che chiedeva sacrifici agli operai.
È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,
e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.
Osservo tutto ma niente mi tocca veramente
e così mi vedo alieno e trasparente.
Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere, con l’arte immensa per non piangere la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge
Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.
… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.
Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.
Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare… WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.
Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.
AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…
Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.
Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.
La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.
È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.
Caro, immenso, indimenticabile Amleto.
Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.
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E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?
“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.
Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.
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Commento critico
L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato, ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.
Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore.
È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.
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Punti di forza (con citazioni)
1. Profondità psicologica del protagonista
Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:
> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”
2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa
La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.
3. Personaggi secondari iconici.
Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.
> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”
4. Contenuto emotivo e politico.
La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:
> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.
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Analisi linguistica
Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.
Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva.
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Cosa lascia il libro e perché leggerlo
“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.
Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.
Francesca Mezzadri
Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro, Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95
Quando basta un “like” per riportare a galla una emozione persa come una goccia nel mare… e poi stare bene ripensando al babbo che chiamo Pà. Grazie Bruno.
Ossuzze senza più carne ma solo pelle e occhi incavati neri come l’abisso della nostra colpa di non fermare l’orrore di orfani affamati che allo stremo si getteranno sulla mitraglia di soldati infami comandati nell’inferno della terra di Palestina. Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua, rovista e scava nelle macerie nuova vendetta. Odio e mai libertà o perdono umano per dominati e dominanti senza lotta e resistenza non sarà mai pace.
Come l’aria diremmo necessaria. Ma se trattieni il fiato, nell’istante ne fai a meno, nell’attimo si ferma il tempo, chiudi gli occhi e muori. Superflua diremmo come il vuoto. Idrosolubile come l’esistenza che morde e scappa. Necessaria l’emozione tra sentimenti aggrovigliati come edera a questo muro di dolore. Allora respira, lotta e vivi anima mia.
Voi siete voi. I più bravi siete voi, sempre voi, quelli in alto, quelli in basso, sempre voi per strada un momento, voi sull’attico l’attimo dopo che guardate dall’alto, voi che guardate dal basso, sempre voi, i più armati, i più scortati, in fuga permanente, voi che parlate e vi agitate con i tanti come voi. Voi che comunicate, voi che vi scrivono cosa comunicare, voi che dite cosa pensare e quelli come voi che vi dicono cosa leggere per pensare, voi che ragionate su come dovete ragionare, voi che mostrate e vi fate registrare per parlare a chi come voi ha fame di voi. I più bravi siete voi, voi i vincenti, voi che non perdete mai né la vista né i soldi che vi fanno voi, quelli da desiderare, voi, i privilegiati, voi il privilegio, voi l’indiscutibile, voi che afferrate nell’aria le mani sudate, voi che tirate pugni nel vento, voi a scappare, voi a schernire la miseria come un numero irrilevante perché siete voi il numero eletto, il processo di fede, voi la religione, voi la scienza e voi il mistero maledetto, voi che arrivate nella folla di chi come voi vi tiene in piedi come scheletri appesi sul palco delle recite che senza di voi non si recita. Voi sempre voi nei camerini per il trucco, nei gabinetti del potere che siete voi, immondi siete voi che ci siete dentro, a rovinarmi il sonno, voi maledetti infestanti, che di festa sapete vestirvi, voi che del gusto clonato alla moda andate ubriachi, voi peni di plastica con pile atomiche che vibrate negli ani dei miserabili accattoni, voi, sempre voi, i più grandi, in cima alle classifiche, voi che le fate quelle classifiche, voi indigeribili devo vomitarvi, di voi debbo liberarmi, azzannarvi alla gola obesa di un benessere di lusso senza fatica né sudore che schifate come questa miseria di letame che devo spazzare via dalle vostre stalle senza latte, merda ma per me concime in cui affogarvi, voi sempre voi, i più bravi che siete voi.
In questo deserto di vita diventata giungla ti attacchi ai bordi dell’abisso che siamo urlando il dolore del creato. Con dita sfregiate afferri attenzione e carezze, immondo abbraccio al confine del precipizio. Immolato sul filo spinato con desiderio, ustionato uccidi la noia, ammazzi la miseria e muori e rinasci e vivi di arte e di parola emozione vera in questo deserto di vita diventata giungla.
Vorrei tanto, desidero tanto, che sia solo apparenza, menzogna, il tuo soffrire, il tuo dolore, ma non è importante quello che voglio, ti aspetterò sanato e in forma, questo sarà, perché tu sei, sei, mai abbastanza, mai troppo poco, sei, la luce e il buio, ombre e raggi di colore che trafiggono cuori affamati, ingordi, spade e pugnalate alle banalità, calci eleganti e sfrenati all’ipocrisia, sei, carezze struggenti, sensibilità sopraffina che scava nei vuoti, che riempie esistenze di grandezza, sei UOMO che fa fondamenta nell’arte che rimane, scoperta e riproduzione di bellezza, del senso ultimo, dal dolore alla gioia, generosità immensa che non fugge ma trascina nell’emozione viva di sentirsi parte umana, ragione e tormento, sei bruciato ma fiamma perenne che arde senza consumarsi mai. Specchio nel tempo e nel tempo specchio. Splendore perenne. Sei.
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili, ultra iper sonici, quelli veri attaccano e distruggono i bunker sotto terra di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
In fondo: «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».
wow l’incipit era tanta ansia coinvolgente, come quando stai andando alla stazione o all’aeroporto per non fare tardi, per non perdere l’occasione del viaggio, e nella banale quotidianità, l’ansia di perderti una storia che parte, che può partire senza di te, di me. Adesso sì che si vola. Decollato: si vola. “Ma lo sa, non è così sciocco da non sapere che non si scrive per ricevere dei complimenti. O sì?” e come in “Romanzo senza umani”, Paolo, anche con la sua voce adolescente, emozionata, e parola per parola dentro una macchina del tempo che “pendula” di passato e presente, vola, vola e ti trascina, ti trapana il cervello, e lei, lei, dov’è? Che fa? Chi ha scelto? Mentre io, nella mia cameretta, a sessant’anni penso a quanto sono stato stupido a non scegliere un liceo invece di un tecnico industriale per fare l’elettronico nel 1980, l’ITIS Galilei, frequentato da 998 maschi e solo due femmine… E io? Cos’ero, artista, muscoloso, o solitario? E lei, lei adesso chi è? Dov’è? Che fa?
wow eccola LEI, giudice di intere generazioni di uomini disperati… eccola la morte celebrale di un intero ventennio di tanta tecnologia e di tanta disperazione, umana, disumana… Decollati nella prima puntata, volando nella seconda, precipitati nella terza e adesso che succede? Sopravvissuti e sopravviventi canta Luciano ma adesso io voglio la IV puntata, dai Paolo, dai Paolo, è già tutto scritto? Pensando a Jack London? È già tutto nei gironi pensando a Dante? “Non sono né carne né pesce” pensando a Mary per sempre? Lo scrivi adesso questo deserto di vita diventata giungla?
wow: in scena l’impossibile. Il chi ero e il chi sono con in mezzo la distruzione in un lampo, in un attimo, del metronomo che batte il tempo, la cancellazione della formazione durata una vita, del divo, del solitario mai diventato divo, o più materialisticamente vip, very important person? Si può essere una persona importante, acclamata, adulata, rinnegata e denunciata, schifata e riabilitata, e continuare a ripensare alle scelte sbagliate, al coraggio di gettarsi nel fango, alla viltà di scappare dall’abisso di dentro per tuffarsi senza vergogna nell’abisso di fuori? Che specchio feroce senza la luce serena della pace interiore, della consapevolezza che ai rimorsi e ai sensi di colpa non c’è rimedio, perché perdonarsi sarebbe la fine di ogni sogno di grandezza che non basta mai, mai troppo grande, mai raggiunto, mai impossibile nell’attimo del pensiero che si fa vita, passata, presente, futura. Nella terza puntata ho visto la caduta nella realtà. In questa, inizia l’analisi di quello che ero, di quello che sono. È questa la magia della tua scrittura, la magia della letteratura, che se da un lato mi ammutolisce con soggezione unica, dall’altro istiga le urla soffocate dentro che prendono voce. Voci che si fanno transfer nei personaggi che fai vivere in queste pagine, pagine che sono spartiti di una sinfonia che prende forma e scava dentro, facendoci volare, “ripensando” all’ero, al sono, al sono diventato nonostante sconfitte e vittorie, dolori e gioie, nonostante l’incapacità genetica, forse, di fare tattica e strategia, perché se è vero e saggio non giocare con la vita degli altri, è quantomai sano, anzi, doveroso, giocare a rincorrere, “ripensare” alla propria, di vita. Intanto il tempo scorre e tutto intorno è vita giovane che non siamo più, nei corpi, negli ormoni, nei sogni che continuiamo a fare. Grazie Paolo, questa quarta puntata è feroce come lo può essere una belva che ha fame, fame di comprendere quanta umanità ci resta prima di chiudere i conti. Non so se avrò mai la possibilità di stringerti la mano ma se e quando dovesse accadere, negli occhi vedrai il tormento e nella stretta la gratitudine per questa lettura che diventa sempre più avvincente. Grazie.
WOW la gita: che bella trappola. E poi, anche in questa puntata l’arrivo di lei è rinviato. Lei contesa in una amicizia che da collettiva a quattro sta per diventare amicizia di coppia, e quindi deflagrare in relazioni particolari, amicizie intime in competizione tra loro, che a loro volta si scoprono e si trasformano strada facendo. È la fine degli anni ’90 del resto, il canone, il rito, la messa e la comunione dello stare insieme è mutato. Il ’68 nemmeno un ricordo per chi non l’ha vissuto: vissuto nel mentre accadeva, né vissuto la sbornia e il reflusso successivi, né la fusione che la fissione. L’emergere sugli altri da reato è diventato meta. Non poteva che essere così. A me sembra con gli occhi di oggi, un destino segnato per quattro amici che si dividono il sonno oltre che il giorno, la scuola e un film come American Beauty. La gita a Barcellona, la gita che chiude l’anno della maturità è uno spaziotempo in cui tutti i lettori vengono rapiti dalla nostalgia e dai ricordi. Che bella trappola letteraria. Io no, a quella gita non andai perché senza soldi. Il cinema, le gite, le bevute e la pizza con gli amici costano e senza soldi e paghetta, anche i riti più comuni della formazione si dividono in classi di appartenenza, dove un solitario è anche più solitario di questo tuo splendido protagonista tra splendidi protagonisti. Per mia fortuna, con tanto senno del poi, non andai. Mi avrebbero arrestato sulla rambla, sì proprio a Barcellona, era il 1985 e sai che figura di merda? Oltre lo stigma perenne come un tatuaggio, forse anche la condanna a ripetere l’anno scolastico. Ma questa è un’altra storia che non interessa a nessuno. Le tue scene della partenza, gli intrecci delle azioni, dei sentimenti che avanzano e precedono i ragionamenti, che si fanno maturi prima della maturità, i dialoghi che testimoniano la crescita e l’espansione della necessità di comprensione che dall’intimo personale sfociano nel mare dell’amicizia h24, sono, tutti insieme, spettacolari, veri, reali come in un lampo l’apprensione materna per un figlio che ha lasciato da qualche ora il nido per un volo internazionale. Sono (e non credo di essere l’unico, anzi, potenza di un tema universale) sono tornato in volo, nello spaziotempo della nostalgia e dei ricordi, dell’amore che nell’impazzimento di ormoni e neuroni non ha scampo, è condanna, è condannato. L’amore che si genera e si riproduce, si rincorre e sta per avvelenare le amicizie, perché domando: a chi a quell’età non è capitato di trovare l’Amore e cominciare a perdersi completamente lasciando ai margini proprio gli amici con cui si è condiviso, fino a pochi giorni prima, l’urgenza del presente, il sogno oltre che il sonno? L’ansia di lei, per lei, di entrare nei suoi pensieri, nei suoi dialoghi, cresce, cresce a dismisura, perché nello spazio tempo della nostalgia e dei ricordi, l’adolescenza sulla soglia della maturità è l’universo impossibile da dimenticare, che ci ha costruito e fortificato, che ci ha decostruito e distrutto, affogati e risorti, nelle sere senza tramonti, nei giorni orfani di albe, nelle notti di deriva e tormento: istanti di momenti eterni senza via di fuga con all’orizzonte il mare dell’ignoto a divorarci l’anima. Un futuro mai veramente futuro ma illusione di un futuro che è desiderio. Amore come veleno avvelenato muore. E poi il prossimo, e quello dopo, e amore ancora Amore. Grazie Paolo, è un trip che non scende: è la dipendenza bella, quella dei romanzi che m’intrappola. Complimenti.
Una bella sfida scrivere strada vivendo! Sotto scadenza, dentro il verso che non schiude né si apre ma dimora sospeso nell’attimo che batte fuori tempo come mettere in pausa e riprendere sotto la pioggia di un appuntamento irrinunciabile. Digressione direbbe un cantore in queste ore di caldo folle fuori all’aperto dove il condizionamento dei pensieri non è naturale. Il muscoloso più amico con lei che con lui, il solitario. Il rapporto acerbo come il sorriso nudo della Casta’ scala di livello verso una nuova asticella da superare più in alto, dove la confidenza prova ad avvicinarsi a quella già più intima con lei, lei, sì lei che gli piace pure se proprio glielo chiedi. Irrompe la gelosia che strattona la confidenza che si fa tessitrice di timori imprevisti. La relazione a due diventa stretta, arriva l’artista: le confessioni si fanno simposio adolescente? È una puntata che sembra andare fuori dal tema del titolo che promette tutto su una madre, sembra una sbandata ma che succederà adesso che la partita a tre sta per iniziare? Lei, lei, la ragazza amica, desiderio armato, dov’è, che pensa, che sta facendo? È una pena subdola l’attesa che nell’agenda dice tra una settima strada vivendo: è una sfida ulteriore che non perdona ma assolve senza uno straccio di peccato, nell’ombra nascosta alla luce di questa giovinezza seducente. 👏
Il solitario non la vuole vedere ubriaca, non ci va, e non vuole dividerla con gli altri due, tanto è ubriaca. Silvia, Silvia, Silvia. Trovo un po’ sfilacciata, l’azione di quello che accade con i pensieri che vanno verso una maturità che contrasta con i suoi richiami ad una filosofia degli eventi che sa più di università che di diploma e di un “dimenticabile” hotel a Barcellona. Tutto su mia madre è un film, quando invece la chiamata di una madre nelle puntate precedenti mi ha deviato, pensavo irrompessero le vite dei ragazzi che hanno nelle loro famiglie da cui si sono staccati da poche ore. E quindi nuove confessioni, richieste d’aiuto o ribellione che si fa conflitto. Quella gita a quell’età con gli amici forzati nell’avventura scolastica lascerà dei segni “indimenticabili” e l’ubriacatura adolescenziale ne sarà un motore ? L’attesa per la prossima puntata è sempre viva più che mai.
“E però mi fai venire un dubbio… secondo me Silvia non è la ragazza col maglione viola che piace all’artista e al solitario e pure (forse) al muscoloso. I nostri quattro protagonisti non hanno nome, mentre Silvia sì. E poi lei è già impegnata con un ragazzo (anche se sembra dimenticarselo…), mentre la ragazza col maglione viola no. Almeno, io ho capito così.”
Sì, hai ragione Claudia, Silvia non è la Lei che anch’io sto aspettando, la Lei dei 4 che dovranno commentare anche il film di Almadovar (così tanto altro si chiarirà) ma dopo la gita, dopo il diploma, dopo la maturità? Credo che Paolo stia per svelare il colpo di scena legato alla gita “indimenticabile” a Barcellona, la gita come la pistola fumante che compare e che prima o poi spara, chissà perché penso ai Fantastici 4 e alla donna invisibile, io nel 1999 a 33 anni vinco il concorso all’Università (e mi tranquillizzo, mi sistemo o come si dice) negli stessi giorni mi risposo, mi sposo con Monica, con un figlio già di nove anni: per me il 1999 non è una ripartenza ma l’inizio di un mondo nuovo, forse quello adulto che nei dieci anni precedenti è stato una fuga continua da un mondo adulto esploso troppo presto. Per questi fantastici 4 è l’anno del salto ma nella narrazione degli eventi lo spazio tempo (quello del “È felice questa irrilevanza stanotte. Felice senza sapere di esserlo, è felice perché possiamo essere solo questo, non altro ci è richiesto. L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” si accavalla e si intreccia così vorticosamente da creare in me tanta bella, vera e santa, confusione, vedi Silvia per esempio. “Andate voi” ecco, ovvio è un solitario, solitario anche nella folla, nella gita, nello scrivere racconti, nell’immaginarsi l’esistenza a puntate, settimana dopo settimana, racconto dopo racconto. Occasione dopo occasione, una gita, una giostra e la scritta del neon che dice INGANNO. Silvia è ubriaca, Silvia sta male ma al solitario non interessa o fa troppo male anche per lui? “Fermiamoci qui, artista, ti prego. Fermiamoci dove la passione è uno spreco, dove non è un impegno con nessuno, dove non è ripetizione, dove l’ostinazione non è uno stipendio o un obbligo sociale. Dove non è una cosa da adulti.” Ma la giostra non può stare ferma, riprende il suo giro con i cavalli che vanno su e giù, la musica che canta rap melodico, nell’estate più rovente da millenni. Grazie Claudia per questo tuo commento che mi ha fatto rileggere questa puntata più volte. Incasinandomi più di quanto non fossi già incasinato. Grazie Paolo per questa giostra che gira senza “gettoni”, Io che Tutto su mia madre nemmeno l’ho visto ancora, io che resto incantato a vedere passare i mille tram del desiderio di questa vita e i mille giri di una giostra che gira e non smette di girare, appunto: “L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” Ma ai giostrai non è consentito fermarsi, è vietato dire basta voglio scendere, perché loro non possono scendere, fanno volare.
wow finalmente LEI, LEi, Lei, lei, leiiiii – grande, no grandissimo, no grandioso, lo sapevo, lo aspettavo, lo scrittore vivente che arde, che s’infiamma, con lei, di lei, si ustiona, lei che “Le piace quando parlano. Le piace ascoltarlo.” – ho aspettato il sabato, perché di venerdì tutto è più triste. Complimenti Paolo, si torna a volareeee. Grazie!
In ritardo ma ne valeva la pena, nell’email per tutta la giornata di venerdì non l’ho trovata mentre il mare di spam a cui mi sono iscritto negli anni, invece sempre lì presente, i giornalieri, i settimanali. Ma di 1999 niente. Mi sono preoccupato, devo dire la verità ma stamattina mi sono tranquillizzato. Devo dire, tanto è la verità comunque, questa puntata è molto più ragionata e sapevo che il tema in classe sarebbe arrivato, cos’altro manderà avanti la storia di lei e di lui se non la scrittura? Sì le letture, la relazione a tre, a quattro, ma la scrittura. E sono sicuro, almeno lo spero, salteranno fuori i diari, il diario di lei, il suo mondo, nel tema, nei temi, nelle confessioni con se stessa. Nei sogni e nei desideri che si fanno parola. Ragionato, tanto ragionato. Sembrano oggi sull’IA gli stessi discorsi di allora su internet. Oggi sarebbe il caos fermare internet, domani sarà il caos spegnere l’IA che ci controllerà tutti. Ma loro, noi, a 16 anni, che ragionamenti facciamo? Forse è una bella idea, a me la differenza è piaciuta tanto, tantissimo, quella del sabato libero invece del venerdì lavorativo. Io sto pensando che il 25 abbiamo la pizzata della nostra VF che festeggia i 40 anni dal diploma, tutti maschi in quell’aula del Galilei, per l’elettronica che non abbiamo mai visto, per i torni a controllo numerico imballati che nessuno sapeva usare, per una lei che non c’è mai stata in classe e tutti cercavamo fuori dalla scuola. Quella sera, come ad ogni nostro ritrovo, con compagni che vengono dall’estero per rivedersi, parleremo dei nostri temi in classe e se non le lacrime, perché siamo maschi adulti e alcuni già nonni esperti, le risate saranno intrise di questa dolce, amara, sublime mestizia che questa puntata mi ha regalato con la forza della ragione, con l’idea universale di essere protagonisti della nostra vita riflessa nello spazio tempo di uno specchio di parole che sono come quel sentiero di montagna del video, la via dell’emozione dei sensi, tutti insieme, vero Claudia? Grazie Paolo per questo viaggio che ci fa volare. Matrix? MATRIX? Già matrix.
una eccezione eccezionale, la discesa negli inferi, il peggiore tema che la sua prof. si potesse aspettare da lui, e da lì, il futuro della vita, dallo sconforto alla chiamata che diventerà devozione assoluta per la scrittura oltre la narrazione: l’emozione di chi legge, il sentire l’emozione. I brividi che ho provato sono quelli che mi hanno fatto ricordare uno stato simile, al ritorno dell’esame orale di chimica alla vecchia ingegneria. Feci scena muta, eppure allo scritto avevo preso trenta. Non avevo capito una mazza della teoria che però avevo applicato quasi con lode nei problemi: uno scritto da trenta, in quella sessione nessuno aveva preso trenta. Feci scena muta e il corpo s’infiammo’ altro che guance rosse, scappai tremando, e tremavo sul bus che mi riportò a casa, di vergogna e rabbia, tremavo. Non una doccia fredda ma un fuoco devastante, sentire la presunzione spegnersi e la vergogna bruciare. Scusate la digressione oggi che le “digressioni” sono di moda per non pensare alla sciagura della guerra come in modo “eccellente” avrebbe voluto la prof. per tutti, ieri come oggi. Ma la migliore è Lei, LEI, lei che supera tutti. Supererà Matrix e la prigione governata delle nostre esistenze? Lei che finalmente sentiremo, vedremo, leggeremo ammireremo, giudicheremo, dalle parole sue, tutte sue, dal tema, dalla sua scrittura che si prenderà la scena nella prossima puntata. Micidiale l’ansia per l’attesa di Lei, LEI, lei che sembra un campo appena arato, pronto alla semina, che sembra il campo dei conflitti, geometria delle pulsioni, e la battaglia per la maturità che prende voce dal seme piantato su un foglio protocollo. Grande 👏 Grazie Paolo.
Ho letto venerdì scorso e un nodo in gola mi ha affogato, lo stesso che nell’adolescenza mi prese dopo la lettura di “Se questo è un uomo”, per giorni e giorni non pensavo ad altro, a quanto fosse mostruoso l’uomo, a quanto male è capace di fare all’uomo che diventa peggio di una bestia, a quanto siamo niente rispetto all’atrocità dell’uomo. Inermi, disarmati, inutili. Indifferenti se almeno non ne parliamo, incapaci se almeno non ne scriviamo, insensibili se giriamo canale, miserabili se almeno non condanniamo. Distratti come autodifesa, traditori come disertori. Ho riletto oggi, e ho capito cosa mi è successo allora, cosa mi succede oggi a me che vivo sicuro, la vergogna di essere uomo nonostante l’uomo, questa è la mia vergogna di uomo impotente, sconvolto, distratto, costretto a fare la solita vita nella mia tiepida casa. La vergogna del mondo sono io che essendo niente non posso, non faccio niente. E non mi assolvo, se ne leggo, se ne parlo, se manifesto, se prendo la parola, se me ne sto in silenzio. Se prego anche se non so pregare. Il rifiuto, questo mi ha stordito, e non lessi più ne Levi né altri, condannandomi all’oblio come corazza tra amici che se ne andavano con l’overdose nel corpo. Anche un rifiuto ha la sua dignità, come stato transitorio di un processo di vita, di trasformazione, ma l’uomo cos’è? La bestia che diventa nella fame, la bestia che affama e massacra, con la stella di Davide sul petto, con le svastiche al vento, con i fasci littori sulla tomba, con le prigioni e le torture di ogni stato, occidentale, orientale, con la miseria, distrazione e distruzione di massa. E le armi, la guerra, solo un affare come un altro. Grazie Paolo Di Paolo, e se questa puntata diversa mi ha lasciato venerdì scorso senza parole, questa notte, rileggendo, inghiottendo il nodo della vergogna, superando l’ovvietà della disillusione perché ad ogni Abele c’è un Caino che l’ammazza, adesso voglio condividere, voglio partecipare, voglio continuare a leggere, magari ripartire dal “saggio” I sommersi e i salvati, che se magari fossi andato al liceo, che se magari avessi studiato allora, forse anche tutta la mia vita sarebbe stata diversa, quella che il tuo protagonista “solitario” mi sta facendo vivere oggi in questo dannato 2025 che sembra senza speranza. Grazie.
È il primo bacio? E non gli arriva dalla tenera e fragile che desidera? Ma la desidera? Certo che la desidera. E non c’è stata ancora la gita, e non c’è stato ancora il tema in classe, il miglior tema in classe che ha scritto Lei, il più bello di tutti. La scena del dibattito con le visioni dei nudi della “stramba” all’ultimo banco continua, dovrà continuare, che canaglia lo scrittore che nel raccontarsi “tira la corda” e mischia i piani degli eventi, nello stesso attimo che accadono, nello stesso capodanno del primo giorno del nuovo millennio. Una vita, un anno, un mese, un giorno, una scena,
Passato e presente in momenti che si fanno romanzo. Azzolo, della foto del quotidiano, a parte il direttore che oggi firma documentari su Lenin alla 7, mi ha colpito una informazione che avevo completamente dimenticato, la copia di un quotidiano il 31 dicembre 1999 costa 2200 lire (ma forse era un numero speciale), già un euro e dieci, come costa oggi più o meno, come se il 25 anni non ci fosse stata nessuna inflazione, invece l’inflazione dei sentimenti e delle emozioni in queste due belle puntate sono dei vortici impazziti tra la filosofia e l’inutilità della filosofia nell’attimo che si vive.
Già, sedici anni, il futuro che si fa indietro, la matrix che diventa discussione e un futuro che ripetitivo si fa prigione con un fine pena mai che è la nostalgia del sapore di un piatto di spaghetti al dente mentre la realtà è una pasta scotta e un bacio che sostituisce quello desiderato, nella notte che scoppia la festa, la solita festa anche se è una data speciale, insieme la fine di un secolo e di un millennio. Ma come per la discussione sul tema in classe, così non può che continuare anche la fine della festa e l’alba del nuovo giorno, il primo del 2000.
Lo so che non si fa, ma lo dico perché, puntata dopo puntata come lettore che ammira il protagonista e la corda che tira allo spasimo, strusciando per terra e volando nel cielo, con nostalgia che oscilla tra rudezza e commozione, tra rabbia e poesia, protagonista nel commento ci sentiamo un pò anche noi coraggiosi nei commenti a lasciare pensieri che si aggrovigliano nella lettura, almeno per me è così e mi lascio andare.
Non si fa ma lo dico, chi è nato molto prima ha punti di vista e di ricordo diversi, essendo io del ‘66 nel ‘99 avevo gli anni del Cristo morto sulla croce. Lui risorge e io rinasco, nel ‘99 mi risposo (il primo tanto brutto quanto bello il secondo) e nel ‘99 entro per concorso all’università e divento un “privilegiato” dipendente pubblico, nel ‘99 mio principe erede Daniele fa 9 anni ed è un campioncino a Magic, a Worcraft, in rete navigo con uno stupefacente modem a 56k che suonava prima della connessione, desiderando l’ISDN che non è una droga.
Lo vado a prendere un sabato sì e uno no a scuola e passiamo il week end insieme a giocare e giocare e giocare… Per me il ‘99 è stato un salto di livello in questo gioco straordinario che è la vita, un gioco tra sparatutto, costruttori di battaglie e città, imperi e labirinti magici della mente che continua a sognare.
Grazie Paolo: il mio primo bacio è stato con un’amichetta tra le amichette, in mezzo al mare, in estate prima del terremoto dell’80, io straccione dalla spiaggia libera, loro bellissime con la cabina e i genitori al lido, e non ci siamo dati appuntamento, e non ci siamo mai visti più.
wow che puntata! Sono qui a leggere e mi sento la cavia che ha la possibilità, nel laboratorio infinito delle nostre esistenze, forse nemmeno la possibilità ma addirittura il desiderio di comunicare con lo scienziato che mi sta vivisezionando l’anima. Per quanto robaccia, perdita di tempo, la scrittura della mandria del XXI secolo, con il meglio di sé stessi che si riesce a mettere nei social, con parole e scatti fotografici del proprio vivere, è lo scenario apocalittico che dalle macerie di rivoluzioni mancate e superate, ci fa vivere non in un deserto fatto di solitudini inespresse ma nella giungla del rumore delle parole inutili. E io che di questa mandria vorrei, magari, essere un vitello performante pronto per il macello, mi sveglio cavia che parla all’esperimento, al coraggio e all’orgoglio di farne parte, numero primo ed imperfetto come le compagne di questo viaggio, specchio e portale di spazio e di tempo che prende a schiaffi i ricordi e il presente in un conflitto di stupore che abbaglia. Forse mi sbaglio, e vorrei di cuore sbagliarmi, ma il finale di questa puntata è un atroce rimorso, un pentimento amaro di ciò che è stato, di ciò che è diventato futuro senza ritorno, una nostalgia prigioniera diventata avanzo, rifiuto imbalsamato nell’anima. Uno di quei piccoli o grandi tumori benigni che hanno smesso di crescere con cui dobbiamo convivere. La grandezza di questa puntata, di questo romanzo da cui non riusciamo a staccarci, è la vastità dei temi che affronta proprio com’è la vita che ci prende nel quotidiano, nell’usuale tempo che consumiamo nel nutrirci costantemente della robaccia che tradotta in parola è solo l’apparente follia che vorremmo essere, un po’ muscolosi, un po’ artisti, un po’ solitari, un po’ Lei che si apre al mondo, spine e rosa del futuro che è stato già passato ma da scoprire puntata dopo puntata. Forse peggio di sentirsi robaccia è sentirmi cavia, felice e grato di farne parte, per mostrare e dimostrare di essere vivo. Grazie Paolo, a te a tutte le lettrici e i lettori, buon fine settimana di ferragosto.
«La nostalgia del presente che ti muore fra le mani», risponde Bertolucci. Cavolo che potenza di visione nelle parole di un visionario. È quella corda che non smette di vibrare ma che anzi, in risonanza, amplifica l’ossessione? Di crearle le visioni? “Qual è la corda che, involontariamente, ha toccato?” Ripetete con me: esiste solo il presente! E basta? No caro “solitario”, hai fatto incacchiare anche Claudia che come me, come altri, siamo niente e siamo tutto, lettori, che si fanno incantare. E tu sai come si fa, vero? Perché allora confessare di essere il solitario “incompreso” da qualche critico le cui critiche non sono nemmeno lacrime capaci di disperdersi nella pioggia dell’irrilevanza? Perché sporcare con le irrilevanti “feci” di Putin queste pagine con un fetido presente che ci soffoca il momento che, invece nella lettura ci fa sognare? Lo diceva Eco, non usate le parentesi che stroncano il discorso. Certo che c’è una ragione, il tema in classe, quelle maledette prove, quei maledetti giudizi, quell’indifferenza a tutto il nostro ardore adolescente, di mostrare e dimostrare, negli anni più fragili e tragici, più teneri e brutali, ha risvegliato in noi, il fuoco sopito, le fiamme dimenticate, le nostalgie e i rimorsi più sanguinosi. Perché? Perché allora mortificarci al fruscio di un cespuglio che assiste suo malgrado invece di innalzarci ai mille occhi che brillano nella ruota regale di un pavone sublime in amore? Sì, non è giusto, come non è giusto niente di questa vita che ci sfugge tra le dita, tra le lettere di una tastiera che ha l’ardire di una penna senza freno che, ora come allora, vomita inchiostro del noi stessi incandescente, sopravvissute, le passioni nostre di leggere e di scrivere, la passione di Lei, di Lui, dell’Artista, del Muscoloso, di quella vita, di quegli amori devastanti, di quelle visioni che trascendono il nostro brutto presente in attimi di lucida perdizione. E tu sai come si fa, ad incantare, come Shakespeare userai la gelosia? Il mostro dagli occhi verdi che riferisce una calunnia o una verità? Lei resta contesa dal trio sconvolto dagli ormoni, che nella visione di un ennesimo film, balla e gode da sola. Ammirata ancora di più, Lei che ha fatto il tema più emozionante, con il voto più alto. E torneremo alla gita rimasta successiva al primo tema? E ce ne saranno altri, di temi in classe e fuori classe, di confessioni, di tormenti, di competizioni, di fallimenti? È già un orgasmo l’attesa per la prossima puntata, per l’ultimo sabato d’agosto. Grazie Paolo.
Wow, l’amore che brucia, l’amore che muove il sole e le altre stelle, l’amore che ti fa sentire potente come Galactus distruttore di mondi, l’amore che ti fa sentire una lacrima dispersa dentro Blade Runner o l’amore di Trinity dentro Matrix, l’amore adolescente che ti fa correre tirando pugni al vento dopo il primo bacio, o che ti fa piangere per giorni senza lacrime avvinto nella solitudine che si fa coperta stracciata piena di pulci e vomito di tristezza, l’amore delle lettere mai scritte e di quelle scritte con furia e gettate come mozziconi spenti, l’uno dopo l’altro a bruciarsi la gola per quel filo di speranza che si fa alito dell’ultima possibilità di tornare insieme, e rivivere quell’attimo estremo di felicità che non torna più. L’amore che evade da ogni schema, da ogni programma di follia, oltre ogni sbarra di questa vita imprigionata nell’esistenza di attimo perso a pensare senza agire. Che cazzo di delirio questa puntata e quest’amore che finalmente scoppia, brucia, devasta la pagina. Un sogno, l’amore, e che sogno! Che cazzo di delirio sentirsi personaggio nel romanzo, come mi capita sempre, in quelli belli, in quelli brutti, in quelli che amo e in quelli che odio, a volte personaggio possente a volte una pezza, lo straccio che pulisce la merda, se non la merda stessa. Un incubo, l’amore, e che incubo! Un brivido di freddo e il cuore di giaccio, un brivido di fiamma che soffoca il respiro, e l’amore brucia, arriva, finalmente esplode, oltre l’amicizia che come al solito dilaga e scappa in ogni direzione, si chiude e tradisce, si apre e cura, necessaria e sfuggente, incredibile e totale, di Lei, di Lui, di loro, nelle apparenze, nelle circostante, negli eventi in bilico tra due millenni, nel presente scritto e riscritto, visto e vissuto come un film, come la meraviglia di sentirsi umani nonostante l’umanità stuprata che ci circonda e ci devasta dentro. E ora un’altra settimana di passione per giungere sulla croce che ci inchioda in quest’attesa insostenibile.
Grazie autore, le ho già detto che in ogni pagina mi sembra di rivivere nel romanzo senza umani? Grazie davvero, in fondo la confusione che mi prende è l’entropia dell’universo che spande vita, solo vita quotidiana, indigeribile esistenza con mille sbarre intorno.
Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Dopo questa magistrale lezione di vita e di letteratura, dovremo rimettere nel ghiaccio le nostre emozioni, nel freezer vanno stretti lo so per certo, beh magari qualcuno pensa al frigorifero dei macelli, e io penso ai miei pensieri che penzolano squartati e privati del meglio, le frattaglie, cuore compreso. Una vita di frattaglie a guardarci indietro, ad essere cattivi con il peggio di noi che siamo stati. A come in questi personaggi e l’adolescenza, per quanto confusa, dimenticata, orribile e ubriaca di meraviglie, sia stata di sbornie e dopo sbornie. Sto leggendo in questi giorni le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis, e vomito di pagina in pagina nel nulla che siamo stati, che peccato. E lei caro autore annuncia la fine delle stelline, di quell’era che precede la sventura della fine dell’adolescenza, la fine dei superpoteri, la fine dei giorni magnifici e luminosi di pensare tutti i momenti, tutti i giorni, a lei a lui, a loro, la fine dello strazio del favoloso mondo ingovernabile, del viaggio senza frontiere, con tanto di fili spinati e abissi dietro ogni curva, alla fine dell’orizzonte catturato negli occhi e nelle risate di una canna condivisa, alla fine di quell’amore magari mai consumato, mai bruciato, straziante come quello in cenere che finisce col diventare grandi, freddi, paurosi ma più incoscienti di prima. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Scherzo, rido di me, a queste parole, ingovernate, non distanziate, perdutamente vere, false come lo è tutta la nostra esistenza apparente, quella che non riusciamo a contenere. Azz, inautentico? Azz, “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura” ? Io tremo al solo pensiero di vedere, sentire, leggere, la reazione di Lei a quelle pagine fitte fitte, a quelle domande che sanno di vita vera ed universale che semmai la letteratura l’allarga la realtà, altro che concorrenza, semmai la realtà sarebbe sciapa, né carne né pesce (tanto per non citare un film), insapore, per chi invece di letteratura si nutre, si arma, e sopravvive. Altro che concorrenza sleale per giunta. Mi inerpico in mondi che nemmeno conosco e chiedo perdono, sì proprio come i tanti “scusa se” del solitario… Immagino il tribunale e le prove presentate a carico della “strega” che finirà sul rogo, ci salirà l’artista, il muscoloso, anche il solitario (mi pare di capire con molto senno del poi) e naturalmente Lei, che scriverà altro sul sul diario ma a loro si concederà come non farà mai più nella vita vera da adulta, dove inautentici siamo tutti ogni giorno, perché dobbiamo sopravvivere e provare a fare a meno di sostanze che all’epoca ci facevano volare ma che oggi servono a farci tenere ben piantati i piedi a terra. Ma no, delle emozioni non ne possiamo fare a meno e cavolo ecco perché: “Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito?” Poi c’è chi non si nutre né si abbevera ogni tanto di letteratura, ma questo è un altro discorso. Abbraccio con l’Autore tutti i commentatori e le commentatrici, per il loro coraggio, la loro realtà e autenticità che mi accompagnano dalla prima puntata, e mi ripeto forse, non credo affatto che “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura”, anzi la letteratura sopravvive alla realtà, da millenni, se vogliamo dalla notte dei tempi pensando alla Bibbia o altri testi precedenti, la realtà non può competere né in modo leale né in modo sleale, la può deformare, infangare, magari uccidere, bruciare, Lei rinasce e si riproduce, canta e danza nei secoli, nonostante gli scrittori e le scrittrici, nonostante le lettrici (maggioranza vedo) e i lettori, gli editori, le industrie e le econaomie come i governi, i critici e le accademie, che invece passano, si consumano nella carne, nelle ossa e nel sangue che invece restano sempre vive nelle pagine della letteratura immortale perché senza mai data di scadenza. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? 😌
FOLGORATO
“Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano”.
Che atrocità e meraviglia l’attesa, e l’attesa dell’attesa, e nell’attesa l’immaginazione che attorciglia il cuore con le budella, e fa soffrire, e fa gioire. Ero rimasto folgorato dal video del 17 settembre, e riprendere adesso il link fra centinaia di mail che ancora devo cancellare, alcune leggere per piacere, altre per dovere, altre ancora per cortesia, e poi rispondere, mi sembra passato un secolo ed invece è stato solo 4 giorni fà. Che macerie di attimi triturati nell’istante, e che magnifico istante invece essere esaudito nel desiderio, nel sentire prima di leggere con la voce emozionata dell’autore, della lettera, la famosa lettera, della parola scritta che ferma il tempo e lo rende immortale. WOW, l’autore si è aperto e confessato, ci ha parlato del suo interrogarsi e questa meraviglia ne è il risultato? Favoloso mi viene da dire, un po preoccupante con quella spada feroce che dondola dal titolo, “Eyes Wide Shut” il film che non avete ancora visto, dice l’organizzatore di una serata che salta? Che diventa la “prima volta” per sempre? Vuole la stanza per giorni per anni… O è la minaccia dietro l’ennesima curva dell’esistenza che porta al dolore e alla sofferenza del… “perduto amore”? Il finale, ma perché tutto deve finire? Una commedia, una tragedia, un romanzo, un film, una lettera, l’avventura che siamo in questa vita? E i sogni e il delirio dei desideri che si fanno carne, concretezza, fondamenta di continuità di vita in coppia, e quale coppia o accoppiamento si realizza? Era tanto tempo che aspettavo e adesso? Inizia? Durerà? Che atrocità e meraviglia l’attesa, di adesso, di allora, di quel bacio provato allo specchio con le labbra che s’incollano al vetro, con l’immagine di sé stessi, nell’abisso del tormento di non sentirsi mai abbastanza. Di non sentirsi mai veramente desiderati. Di rompere quel ghiaccio che si è solidificato non solo intorno al cuore ma che nell’anima è scheggia furiosa di dubbi e paura. L’educazione sentimentale come traccia di recupero nel senno di poi, il film di Kubrick nel senno del forse, la maschera svelata che cade ai piedi dell’ovvio rito di iniziazione che tutti abbiamo vissuto, tutti più o meno in solitudine, ma che letto così come scritto attraverso tutte queste puntate che sembrano una montagna russa dove a vorticare sono gli specchi che ci corrono intorno mentre invece siamo fermi a leggerci dentro nei ricordi, ma che letto così settimana dopo settimana tra eventi e quotidianità che ci traffiggono gli occhi di orrore, nell’attesa, nell’attesa dell’attesa, del finale dell’attesa, che letto così come scritto diventa l’oasi rubata al caos, un miraggio, visioni, atrocità e meraviglia di quella pace che meritiamo senza vergognarci, di essere stati e di essere ancora umani che si emozionano al solo pensiero dell’Amore. Grazie autore e come diceva un personaggio di De Crescenzo, prufessò io non capisco ma mi affascinate, più o meno il senso che non deve avere per forza senso, per ragionare, per bloccarsi o peggio scanzarsi, all’inspiegabile magia della parola scritta: “Le parole avvolgono. Le parole scaldano. La fanno avvampare.” – “È-una-dichiarazione-d’amore.“ – Com’era nel video la domanda? Un romanzo come una lettera? Superlativo, ardito, come acqua nel deserto. L’oasi della pace che meritiamo. – “E lei: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te.“ – La lettere scritte arrivano dove l’orale si ferma, come quando la TV non prende per un temporale o la rete si blocca perché manca la corrente, e a me sembra comunque di continuare con schimmie che non sentono, non vedono, non parlano. Già, le vedo, le sento, atroci e meravigliose, le parole che verranno. Grazie! E grazie di cuore a questa reiterata istigazione a partecipare che ci fa sentire protagonisti, in questi tempi di luci fulminate.
Il ritardo, per tabucchiano gioco del rovescio, è diventato una risorsa! Una scheggia di “calvinite acuta” ti ha dato ispirazione per trovare un’ottima soluzione del garbuglio e toglierti dall’imbarazzo, regalando a tua volta uno spunto molto intrigante sul cominciare e sul finire. Questa è stata, domenica, la mia prima reazione. Ora, leggendo i tanti commenti delle lettrici e dei lettori, indulgenti, anzi riconoscenti per questa puntata-non puntata o superpuntata imprevista e accogliente, sento la necessità di dire che tutta questa esperienza è attraversata da un filo conduttore importante e inedito. Una attenzione reciproca tra autore e gruppo di lettura, una libertà di opinione, di decisione, di immaginazione. Un “potere” condiviso nella magica piattaforma, che si è dilatato non solo nel tempo (dei ritardi e dell’andirivieni negli anni), ma anche nella riflessioni dei singoli, che portano lontano gli spunti offerti dall’autore, in un laboratorio di comprensione sempre aperto. “Le funzioni astratte che si incarnano” e hanno un nome danno ragione all’affermazione di Proust: “Ogni lettore in un libro legge sé stesso”. Ma qui c’è stata in più la possibilità di confrontarsi in presa diretta con un testo, con le fasi e i problemi della sua scrittura, misurandosi con l’autore e con altri lettori. Partecipare a questa esperienza di lettura critica in divenire è stata una straordinaria opportunità. Sentire avvicinarsi il congedo, “lo strappo”, trova consolazione nel ripercorrere le tappe del viaggio e nell’inventare un esercizio di immaginazione del futuro, per chi scrive e per chi legge. Il vincolo della gabbia, smantellato come è da piccole produttive evasioni, alimenta l’attesa di un finale libero. Resta solo da aggiungere un grazie convinto!
oggi domenica sta piovendo, mi sembra che il cielo pianga le sciagure che viviamo. Che fortuna che ho avuto a leggere questa ultima puntata dopo il finale perché forse me lo avrebbe un tantinello rovinato nel senso che… No non aggiungo altro, altri lettori arriveranno a questo punto e non né elegante né giusto anticipare niente. Ma il 3 ottobre e il 4 ottobre 2025 sono state giornate pazzesche, e la vita reale prende il sopravvento. Posso solo aggiungere che piangere con lacrime asciutte, per un amore, per l’orrore, è la forza che ci vuole per sopravvivere alla nostra fragilità di essere umani, e nei millenni raccontarci storie e vivere emozioni. Grazie Paolo.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.”
[…]
Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.
[…]
Ciao, siete un grande maestro Paolo Di Paolo – grazie per questa indimenticabile e bella avventura. Quell’intimità della Piazza di Carpi, di serenità e bellezza, è il finale che più di ogni altra cosa desidero per ogni piazza del mondo, per i popoli, per la vita. Grato e commosso con le lacrime asciutte del Solitario, di ogni solitario dentro di noi.
FINE
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili quelli veri attaccano e distruggono i bunker di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
Nella tua assenza tutte le lacrime che non ho versato
Nella tua essenza tutte le lacrime che ho ingoiato
Nella grandezza della mia vergogna più grande
mi sento ancora di succhiare il tuo latte
e le tue poche parole di meraviglia
le tue tante parole di rabbia
tue carezze finite troppo presto
e i tuoi vuoti che mi hanno fatto bestemmiare
con la vita per quello che potevi essere e non sei stata
vita maledetta per quello che eri e non potevi essere
Sola in un mondo che non vale niente
Sola fatta di visioni prigioniere
nelle tue finestre sull’infinito assente
Mia eterna mamma mia come un desiderio
senza pace
Tra le mie braccia ho raccolto il tuo respiro, ingorda dell’ultima aria di questa vita che ti ha lasciato senza parole, chiusa com’eri dentro il tuo mondo estraneo e parallelo al nostro, oggi lontano dallo sgomento, e io felice come allora della tua liberazione dal dolore, oggi felice di immaginarti angelica come meritavi di essere su questa truce terra. Nanninella nostra. Mamma mia.
potessi scappare e afferrare nel cuore questo cielo immenso, non più cadere ma volare, e con ali come catene, trascinato, non più morire ma sognare
potessi in colpo solo eliminare tutti gli scarafaggi di questa terra, ma quelli si riproducono, atomici, mentre angeli dal cielo stirano rughe crepate, il sole muore
voci in continuo parlare di parole scritte e parole urlate di aiuto e di lacrime ridi di me, del mio dolore perche sai quella carezza sapeva di truffa di muffa e di falsa sapienza venduta a caro prezzo come elemosina in un bacio pietoso freddo di marmo ride di me e del mio dolore beffa tradita atroce come fiele di sposa stuprata fossi egoista ti lascerei andare idea malsana ma sono cattivo e crudele mi graffio la pelle sicuro lo ammazzo questo amore deluso e sopravvivo furioso nel mio mare ribelle
Mania, che mi prende, che ti prende, che ci prende, mania, necessità magnifica di gratificazione, avvolgente, consolante come l’essere cullati, come quando infanti eravamo dentro uragani d’amore.
Regredire quindi per non morire emarginati.
Posto, pubblico, dunque sono: ogni like una carezza e ogni like mancato, uno schiaffo.
Siamo umani ma permettiamo il massacro ragionato di bimbi e permettiamo ai sopravvissuti di essere stuprati, torturati, addirittura affamati.
Si dovrebbe fermare il mondo e invece quello gira e noi con lui, con le lacrime asciutte di un momento e la vergogna della nostra impotenza, con la rabbia nel cuore che continua fare il suo mestiere, pompare sangue trasfuso, irrilevante, troppo denso di zucchero e grasso viscoso. Andiamo oltre indifferenti a girare dentro un film scritto senza passione. Rotolando nell’irrilevanza, ci aggrappiamo all’apparenza.
Sono, sei, siamo tutti bisognosi di gratificazione, manipolati da desideri indotti, contorti e contraddittori, ostinati e contrari alle manie, ai doveri, alle parole che fanno male, orgogliosi e presuntuosi dei diritti che crediamo di avere, infine siamo capaci di stupire, capaci di creare bolle di sapone che volano senza futuro, attimi di presenza nella bolla che tutti divora.
Posto, pubblico: dunque sono. E sono: quindi posto, pubblico e rileggo, e mi sbaglio, poi continuo, e leggo e condivido. Tempo sprecato. Il mio, il tuo, il pensiero di altri.
Maniaco, compulsivo, bisognoso, come un mendicante, come un tossico in cerca di soldi per una dose, come una divergenza che si fa massa, affogando nella media che tutto consuma.
Le immagini, le storie, le mie, le tue, quelle degli altri, il personale diventato attrazione e desiderio lascivo, nella piazza virtuale che tutto avvolge.
Il tempo, lo spazio, e la trascendenza delle leggi che dal fisico materiale diventano visione deformata di un presente reale, di ogni coordinata e l’emozione, una nota di colore. E così cronaca, gossip, scandali, del palazzo, del quartiere, del paese, della città, fanno di noi un grande fratello e ci sentiamo di sapere tutto l’importante che succede. Invece siamo schiavi e vittime di propaganda scientifica, di marketing sublimale, di paura inoculata a flebo giornaliere, di shock motivazionale destinati all’acquisto. Li chiamava consigli per gli acquisti ma era solo televisione.
Oggi che anche i clandestini sono connessi, la clandestinità è la disconnessione.
Oggi che la sorveglianza è una necessità fin dentro casa, dentro ogni nostra intimità, e addirittura parliamo con gli oggetti robot servitori, noi controllati e visionati in ogni strada, inquadrati in ogni via, ragioniamo con l’intelligenza artificiale. La luce non ha più ombre mentre dentro di noi le ombre non hanno più luce: indecifrabile la coscienza di esseri immondi ci divora l’esistenza.
Odiamo i poveri, e i poveri siamo noi, cannibali ci divoriamo l’un l’altro, sbandierando sentimenti ormai cadaveri.
Sono io l’esempio, sono io il rappresentante, sono io il peccatore, sono io l’ingordo, sono io che penso, sono io che posto, sono io che pubblico, sono io l’essenza, di una candela, di uno specchio che desidera il buio, riposo, disconnessione totale. Allora così sia, fino a domani, fino a quando sveglio la scimmia del mostrami non vincerà ancora, e ancora, una volta ancora. Desiderio, palliativo, inganno virtuale.
La scatola di cioccolatini è vuota, e ti guardo negli occhi mentre i nostri abissi scuri si abbracciano nella luce. Questa luce di libertà che ci fa vibrare fuori dal mondo reale.
Poi mi sveglio e vedo passioni “pazzesche” che producono lavoro senza sosta, magari anche di notte, come se la vita e la produzione di merce fossero un tutt’uno fusi insieme senza soluzione di continuità, una catena di montaggio che in questa fabbrica diffusa che ingloba ogni spazio, non ha più riposo né relazione oltre sé stessi e il proprio esserne parte eccelsa, la professione, e così la passione regge il ritmo impossibile che non è alienazione ma trascendenza, perché il lavoro intellettuale non ti consuma ma ti fa evolvere anche se la merce che produci non è valorizzata per sé ma per uno sfruttamento di massa senza confini. Gli ingranaggi sono ossessivi e oliati il giusto per non grippare con pezzi di sostituzione in tempo reale che non solo rendono precario il lavoro (e la vita), soprattutto lo rendono talmente sottopagato che sfiora quella schiavitù che ci fa prigionieri senza catene. Anzi, che bello la socialità virtuale.
Vedo passioni pazzesche, deliranti che affogano, missioni tracotanti potenza di propaganda che sedano ogni sentimento di ribellione che anzi si fanno “passione”, stupro consensuale.
L’ho dichiarato in presenza di uno scrittore e di una giornalista che ammiro molto, ad una presentazione di un VIP importante, in pubblico si potrebbe dire, in un privato ristretto forse è più giusto dire, io sono un sottoproletario, culturale e non solo… Non è falsa modestia ma presa di coscienza, e se non ricordo male (Marx, Gramsci, …) sono proprio i sottoproletari il problema della coscienza di classe, anzi il pericolo, gli assoggettabili e i più violenti, l’esercito a poco prezzo che basta a far fallire ogni rivolta, ogni rivoluzione, ogni minimo approccio alla critica dello status esistente… Ma quello che ho visto nella mia vita, è il proletario che prende coscienza di sé e in sé, e che prima o poi si corrompe. Meglio sottoproletario in fase di transizione? Meglio sì, un po’ per speranza e un po’ per ignoranza.
Non sono il granello di polvere che può fermare l’ingranaggio, anzi sono la goccia d’olio che ne aumenta le prestazioni. Io lettore che compro, io lettore che consumo, io lettore che di questa passione vorrei nutrirmi per viaggiare con ali di storie mai vissute.
Ma che ci posso fare se bastano due versi di una canzone per farmi credere che invece si può essere scintilla e appiccare fuoco?
Una serenata, dedicata a voi, passioni pazzesche, voi sì “sensibili alle foglie”.
Io sono un punto. Tu sei un punto. Noi siamo punti. Punti di cosa? Punti di vista. Questo è il punto della questione. Un punto di partenza. Un punto d’arrivo. Un punto di discussione. Una visione. Un punto filosofico. Una poesia. Punti di poesia. Magari solo un punto di una canzone. Una nota. Un punto sulla carta. Un punto di musica. Un punto accecante. Un punto di ferro. Un punto d’acciaio. Un punto dirimente. Un punto mobile. Un punto luce. Un punto di un ponte. Un punto franato. Un punto critico. Un punto di rottura. Un punto politico. Un punto di carta. Un appunto al punto. O un punto di appunto che non ha punti? Di sutura. D’attrito. Un punto di conflitto. Un punto di pace. Un punto senza capo né coda. Un punto in testa. Un punto nel culo che diventa tumore. Un punto d’esproprio. Un punto di legge. Giustizia. Punto. Amore. Punto. Un punto che unisce. Un punto che divide. Un punto che cade. Un punto che sale. Un tuffo di punti. Un punto di mare. Un punto di terra. Un punto nel cielo. Un punto d’incontro. Un punto di scontro. Un punto raro. Un punto bugiardo. Un punto traditore. Un punto come essere. Un punto come avere. Un punto come un pareggio. Un punto per nascondersi. Un punto incasinato. Un punto dove fuggire. Un punto dove ritrovarsi. Ad un certo punto. Un punto come casa. Un punto come strada. Un punto deserto. Un punto indivisibile. Un punto di punti. Un punto e a capo. Questo siamo. Punti. Tra pause, virgole e apostrofi appesi alla corda del sensazionale. Punti e a capo. E già sapersi punto ci fa consapevoli di appartenere a quella linea fatta di punti infiniti che s’attorcigliano sempre nello stesso punto. La vita. E a questo punto la verità è banale perché un punto vale un altro anche se il nostro punto è speciale come nessuno. Questo sì che è un punto fermo dentro galassie fatte di vuoto. Io sono un punto e tu che punto sei? Un punto e a capo. Questo sei e me ne devo fare una ragione. Non un punto ragionevole ma la ragione del punto. La fine. Il punto, la puntata o la puntura?
A volte mi sento come plastica, sintetico, forse riciclabile, magari differenziato. A volte utile nel tempo breve, deformabile, plasmabile con un po’ di calore. Composto e decomposto non da vermi ma da chimici. Creato eterno.
Vedere e farsi vedere, guardare e farsi ammirare, leggere, scrivere e criticare, ascoltare, cantare e poi ballare, adulare, maledire, bestemmiare, odiare l’amore, amare l’odio. Replicare, clonare, esprimersi con le parole di altri, amati, odiati, seguire ed essere seguiti. E quindi correre. Correre nei sogni ma legati alla misera. E quindi volare, e nello specchio specchiarsi l’anima.
Con le piattaforme social i potenti della rete toccano le corde profonde del desiderio umano e ormai l’ego di DNA bastardi, in risonanza suona amplificandosi d’eterno nel groviglio di esistenze duplicate, clonate, appese come edera. Nani che diventano giganti e giganti che diventano nani. Primavere e priapopismi di parole mai lette. Inverni senza gelo. Rifiuti nucleari nel cuore di stelle spente. Biblioteche di terabyte come cimiteri nell’universo.
Palcoscenici ipnotici, connessi come neuroni sperduti, hanno preso il posto delle celle di un alveare prigione che ci contiene obesi di niente. La libertà onnivera ci consuma e come miele produce fiele fino allo spegnimento con manifesti di lutto condivisi come novità offerta a chi rimane in corsa.
Un senso? Cordoglio. Ubriacante sconnesso mi collego a brividi che tremano senza ordine né memoria.
Sconnesso godo. E zombi sociali di cinecei fluidi ritornano vintage come fiori malati con flebo di byte in vene bucate, come rancura dilaniata che striscia tra odio e amore.
E allora sì, sconnesso vago, sconnesso godo, sconnesso cerco la strada.
Sei giudice e boia di te stesso. Sei amante e traditore di te stesso. Siamo il male e il bene di noi stessi. Ci ritroveremo a scavare cenere e terra dalla faccia per uscire dal baratro delle sofferenze per entrare nell’abisso dei dimenticati, per scappare e correre nella luce dei dispersi. Un giorno ancora, dimessi dalla mediocrità, un giorno ancora a respirare bellezza, rovente come fiamma. Un giorno ancora a prendere a calci la vita che non ci piace, indomabile la vita come questo corpo che rifiuta di morire, che a modo suo, rigetta organismi senz’anima. Un giorno ancora per giocare a farsi dio vomitando sangue. Un giorno ancora, infame, parassita, a riempire mancanze che diventano vuoto, a urlare parole di musica soave che sono carezze per questo cuore straziato.
Ho litigato con un demente nella mia testa che mi diceva di ubbidire senza obiettare critiche con evanescente orgoglio politico. Un giorno ne mangerò il cuore. Un giorno racconterò cosa è successo veramente. Adesso è già notte ma troppo presto per dormire o troppo tardi per vivere ancora senza pace.
La vita è un punto di vista, azione di righe, cerchi e colori mescolati dal tempo, visione di passato all’alba che diventa futuro, linee d’orizzonte e incroci di sogni, ringhiere a sostegno e sbarre di galera nella coscienza, mentre una stella ti scalda e il tormento trasforma la corsa in attesa come piacere eterno di strade affollate immobili verso un blu che sa di cielo. Come giocare su campi bagnati dalla pioggia quando invece il mare è tranquillo, e per strada ci si perde.
Quando tutto il mondo fuori era in fiamme, nui vagliunciell iucavamo a pallone, areta a latteria abbandunata. Là dreta so criscut pur’io, mieza a via, iucann o pallon quann’ passav na machina ogni morte e papa. Egge iucat’ pur io rinta a chillu KGT. Nu squadrone. Ncopp o cement taglient e nu parcheggio vutat a camp e pallone, in finale contro ‘o Real Torrione, vincettm nu torneo ‘ncoppa a chella frabbrica abbandunata aro’ mo fann o mercat e ce sta na scola pe’ creature che si chiamma Posidonia. Là patem facev l’operaio a faticà tunnellate e fierr che addiventavan tubi, lamere, e per l’esportazione guarda rail pa’ Russia. Accussì mi raccontava papà. Iucavam ‘nsieme all’ultim re frat Cavaliere, Adriano o chiù piccirill, nu’ Pelè meglie e Rivera. Gaetano in porta, Eduardo mediano. E tanti amici muccusiell che nun vech cchiù e chissà che fine enn fatt. Ricordo che fenett 6 a 2 pe’ nui e nu gol o faciett pur io, nu chiattulill che iucav a terzino cu nu 2 ‘ncopp e spalle cusut a mano da mammà. Forse era il 1977. Pure quando nisciuno sapeva che fine aveva fatto Aldo Moro, iucavamo a pallone mieza a via sott a fenestra e Nanninella. Nun m’arricord chiu’, manc e nomm e manch e facce e tutta chella bella gioventù. Là, ncoppe a chill campo ca pareva nu Maracanà, o pallone ra matin a sera nun ce bastava mmai. Pallone e pallunate, falli e mazzate, abbracci pe nu goal e cazzott ‘nfaccia pu nu sgambett a tradimento. A palleggià, pa capa e pi pier, appriess a na palla areta a chella latteria chiene e zoccole e fetenzie. A latteria steve miezo o quartiere, abbandunata comme o cementificio e quella fabbrichetta saccheggiata, mieza a chillu piezz e città tra a Pastena e a Ferrovia, là addo mo’ ogni matina è na festa e mercato. Tanta bella gente, frutta, verdura, e pisc’ e mare che ancora nun so’ muorte. Miezo ‘o Turrione e Salierno ca po’, sagliett pure in serie A.
Pur’io so crisciut miez’a via, pur’io pur’io, e pur’io vulev nu post rint’a squadra pe iucà ma crescen crescen egg capit che o pallone è na bucia comm’a vita, na pazziella a rò o padrone è semp nu patatern che prima o poi se ne va e se port appriess chi vò iss, senza pietà. Comme nu fiore e tarassaco c’emme consumat miez’a via. Comme è fredda e gelat’a notte quann chiove, vott o vient e riman sule. E pienz e a che pienz? A quand’era bell a turnà a casa, addò mammà t’aspettav, pe te fa magnà chell che era cucinato pensann’a te.
foto dal web (prego il proprietario di rivendicarne i diritti e a lui chiedo il permesso di usare questa sua bellissima foto che immortala il passaggio dell’esercito americano nella seconda guerra mondiale, si vede la vecchia latteria di Salerno poi ricostruita e abbandonata credo alla fine degli anni ’60 – la riqualificazione del quartiere è cominciata nei primi anni ’80…
traduzione
La latteria abbandonata
Quando tutto il mondo fuori era in fiamme, noi ragazzini giocavama a pallore, dietro la latteria abbandonata. Là dietro sono cresciuto anch’io, in strada, giocavamo a pallone quando passava una macchina ogni morte di papa. Ho giocato anch’io in quel KGT. Uno squadrone. Sopra il cemento tagliente di un parcheggio trasformato in campo di pallone, in finale contro il Real Torrione, vincemmo un torneo dentro quella fabbrica abbandonata dove ora fanno il mercato. Là mio padre faceva l’operaio a lavorare tonnellate di ferro che diventavano tubi, lamiere, e per l’eportazione guard rail per la Russia. Così mi raccontava papà. Giocavamo insieme all’ultimo dei fratelli Cavaliere, Adriano, il più piccolo, un Pelè meglio di Rivera. Gaetano in porta, Eduardo mediano. E tanti amici ragazzini che non vedo più e chissà che fine hanno fatto. Ricordo che finì 6 a 2 per noi e un goal lo feci anch’io, un chiattoncello che giocava terzino con un 2 sulle spalle cucito a mano da mammà. Forse era il 1977. Anche quando nessuno sapeva che fine aveva fatto Aldo Moro, giocavamo a pallone sotto la finestra di Nanninella. Non mi ricordo più, neanche i nomi e nemmeno le facce di tutta quella gioventù. Là sopra a quel campo che sembrava un Maracanà, il pallone dalla mattina alla sera non ci bastava mai. Pallone e pallonate, falli e botte, abbracci per un goal e cazzotti per uno sgambetto a tradimento. A palleggiare, con la testa e con i piedi, seguendo una palla dietro a quella latteria abbandonata piena di topi e fetenzie. La latteria stava in mezzo al quartiere, abbandonata come il cementificio e quella fabbrichetta saccheggiata, dentro a a quel pezzo di città tra Pastena e la Ferrovia, là dove ora ogni mattina è una festa di mercato. Tanta bella gente, frutta, verdura, e pesci di mare che ancora non sono morti. In mezzo al Torrione di Salerno che poi salì anche in serie A. Anch’io sono cresciuto in mezzo alla strada, anch’io anch’io, e anch’io volevo un posto in squadra per giocare ma crescendo crescendo ho capito che il pallone e una bugia come la vita un giocattolo (una cosa di niente) dove il padrone è sempre un padre eterno che prima o poi se ne va e si porta con lui chi vuole senza pietà. Come un fiore tarassaco ci siamo consumati in strada. Come è fredda e gelata la notte quando piove, butta il vento e rimani solo. E pensi e a che pensi? A quando era bello tornare a casa dove mammà ti aspettava, per farti mangiare quello che aveva cucinato pensando a te.
Ci credo alla stanchezza, la sento, la vivo, è la mia, è la nostra, esseri incontenibili d’infinita tristezza, per quello che è stato, per quello che poteva essere e non è stato, per come tutti i bimbi ci sono figli come dice Paolo e vengono massacrati, per come tutte le bimbe ci sono figlie e vengono stuprate. Non è indifferenza, è impotenza. Una condanna a morte senza assoluzione. Alla stanchezza dell’anima non c’è riposo, nemmeno il cardiologo riesce a trovare una soluzione, ci consumiamo questa è la verità, e solo la cenere è il concime che ci piace afferrare, una liberazione dalla materia e dallo spirito senza strada di ritorno. Caro amico ti scrivo cantava Lucio, e così il momento di un pensiero diventa eterno, immortale nel segno riprodotto in coro di un messaggio che strugge il cuore. Non è un caso, non può essere un caso, quella è la stanchezza del nastro che tiene ferma una banana sul muro in un’opera d’arte che vale milioni e non vale niente una volta mangiata. Ecco è la schiuma artistica come dice Fulvio, come quella di una birra che fa male, male sempre, e lo conferma il cardiologo che non ha armi per distruggere il male ma solo pillole chimiche di speranza. Riposo e movimento. Movimento e riposo. Quel nastro grigio ci lega al volante di una macchina, ci rende inermi. La coda del diavolo. Lega le mani al collega superiore, infame, meschino, compromesso, complice di una tratta di bambine, rapite e uccise, marchiate dal simbolo di un amo che serve a pescare e depredarne la bellezza. L’eroe vince e libera le sopravvissute, le ultime fortunate che diventano assassine del male ma le onde del mare non si possono fermare, come non si può fermare la stanchezza che devasta il silenzio, e cancella la risacca che ci inghiotte come granelli di sabbia dispersi in questo nostro deserto senza pace.
Troppo lancinanti alcuni tuoi post, lettere in bottiglia affidate al mare. Troppo feroci per non sentirli devastanti per quello che sono, ferite sanguinanti, labirinti di tormento senza uscita. Caro amico sconosciuto, mi piace immaginarti a fare il pescatore di anime in mezzo a grasse risate, in discorsi osceni e forbiti, con amici a ridere di noi famelici frequentatori di moderne piazze virtuali a combattere la nostra, di solitudine. Un sigaro, due dita di brandy, un camino che scintilla legna vera in fiamme e un maxischermo connesso alla rete. Mi piace che K sei tu, quello di Quando cadono le stelle: “Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”
Ma i piaceri sono solo attimi di stordimento come morfina per un dolore che non muore mai, come stanchezza fino all’ultimo respiro.
Tante sono le code, tanti i diavoli, osceni, indecenti, bellissimi…
Gli effetti collaterali ai sensi di colpa sono enormi, sono trascurabili, sono devastanti, sono insignificanti, sono un caso, sono il destino, sono problemi, sono soluzioni, sono l’indicibile, sono ovvietà, sono quelli che sono: ferite sanguinanti che non guariscono mai.
Il 23 novembre è la data del nostro terremoto, quello dell’Irpinia, il giorno della sciagura ma anche l’inizio di un periodo di ricchezza depredata e saccheggiata. Decenni di trasformazioni, indecenti, lussuriose, ricchi di speranze e illusioni, povere di progresso politico e sociale, anzi il ritorno di un futuro antico. Miserie e nobiltà, diventate costituenti di degrado e sfavillanti festoni, vuoti e precari come i tanti edifici puntellati ancora oggi contro il crollo di muri e solai, da quel terremoto del 1980.
Nella pandemia che c’è stata, di tutto quello che hanno gonfiato e manipolato, di tutta la paura iniettata con dosi massicce di cadaveri e sopravvissuti, di tutte quelle bombe che hanno dilaniato il petto di tanti innocenti morti in solitudine, di tutto e di niente, i sensi di colpa per quello che poteva essere e non è stato, ha scatenato effetti collaterali incontenibili, come provare a rendere testamento desideri insoddisfatti, parole di storie inventate per raccontare l’inconfessabile. Ognuno a modo suo è sopravvissuto piangendo morti inspiegabili. Ognuno è andato avanti credendo davvero che sarebbe andato tutto bene. Ma non è così, non potrà mai andare tutto bene.
Il 23 novembre è anche il giorno di una nascità che non si dimentica mai. Anche a me non piace mai festeggiare il compleanno, la certificazione che un altro anno è passato, bruciato, divorato, uno in meno al futuro da vivere. Ma si festeggia e se ne augurano altri 100, perché il meglio deve sempre venire, perché non dobbiamo mai smettere di desiderare il prossimo abbraccio felice, perdonando tutto il male che ci siamo fatti, ritrovando parole mai dette, guardando in faccia il domani senza la paura di ieri, gettando il cuore oltre le banalità delle convenzioni. I sensi di colpa restano scolpiti ma gli effetti collaterali sono incredibili. La vita è un cantiere sempre aperto, è un lavoro che non smette mai di dare tormento, di produrre scorie, effetti collaterali. Dai: forza e coraggio.
Con tante parole in testa non sei solo, volevi vedermi, volevi parlare, ma la notte del mio tempo è giunta senza un tramonto nel cuore che sappia spiegare perché. E nemmeno un’alba per sperare ancora. Resta con noi. Con tante parole stonate che non sanno più amare, ti aspetto ancora nel silenzio di una luna tagliata a metà dal fato, nera mezza verità nascosta, bianca mezza luce fredda di marmo, e in mezzo un fruscio nei capelli che sa d’eterna attesa, un canto asciutto e caldo come una lacrima vana d’orgoglio mai versata. Solo contro tutti, tutti contro lo specchio che riflette facce orribili. Meriti di morire come tutti noi sopravvissuti al dolore che non smette mai di fare male. Hai pietà del mondo che ti lascia solo ma sono parole corrotte, sfregiate di rancore. Ti aspetterò sempre, questa è la voce che senti nella folla dei pensieri che ti abbandonano per farti sognare. Sei solo perché è ora di svegliarsi, di paura, solo come un cameo di una vetta mai scalata, solo come un cadavere raccolto per strada, come nebbia cosciente nell’alba senza sole. Cara anima smarrita parlami ancora di morte solitaria e di abbandono, di visioni di fuoco come illusione di guarigione. Non è la malattia che divora, sei tu nutri lei, maledetta che ti fa sentire vivo, maledetta anche nell’ultimo respiro. Guarire sarebbe morire. Non sarai solo per sempre. A viaggiare con l’orizzonte negli occhi, anime belle cantano insieme ballando. Compagne eterne mai dome voleranno felici, nel vuoto che diventa blues.
Se il cuore batte il motore è in moto in folle, in fiamme se il cuore batte possente e fragile come una madonna come un fiore che sboccia sente rumore respira movimento vede futuri se il cuore batte orchestrali intorno ne bramano ritmo come accattoni osannanti dolore vampiri che nell’aria succhiano emozioni sono miraggio come acqua di deserti dissetano aridità illusioni sabbie di sentimento senza forza ma lo spirito della passione del tuo cuore che batte alterità immortale ha fame fame di miseria mentre cori stonati che urlano replicanti ballano indecenti e se non fosse mai una domanda d’amore ma una risposta sentire armonia in musiche di lacrime è festa solitaria gineceo silente di uno spirito libero che senza il tormento di capire perché se batte ancora è cenere danzante fuoco che brucia foreste ignoranti anima pura che vince la morte
«Dedicato a chi è lontano come galassia e galassie tra loro.»
Può una vita essere prescritta Scadere Vivendo la sua dimenticanza Soffrendo inutilmente Evolvere nel niente Decadere In tormento come girotondo In tondo al fuoco consumarsi In onde ripetute agitarsi In urla mute lievitare Svanire Come fantasma vivere Svenuta e risorta Sfregiata Vita prescritta
Magari! La verità è che la vita di questo fantasma non è affatto interessante né tanto meno avventurosa. Quindi magari ma il romanzo non sono io. Cito una frase forse nemmeno tanto famosa: “senza i sensi di colpa non esisterebbe la letteratura”. La verità è che non esistono verità assolute che possono placare i tormenti del pensiero che ci bruciano dentro. E questo fuoco arde di continuo sostenuto di volta in volta dalle relazioni umane, del passato, del presente, del futuro anche solo immaginate. Dal conflitto alla concordia, dal dolore alla felicità, è un fuoco che sprigiona la luce e il calore necessari a rendere spettacolare questa nostra passeggiata nei sentieri rugosi dell’esistenza terrena. Ma imprevedibile la fiamma rinasce dalla cenere che sembrava definitiva. La verità è che dentro questo testo ci sono schizzi di vita veramente vissuta e tracce d’immaginazione tanto incontenibili quanto paradossali che mi divertono ancora oggi. Come per esempio lo “sfruttamento” di due personalità salernitane VIP come Lucia Annunziata e Michele Santoro che, ironia della contemporaneità storica dei conflitti umani, in queste ore si scontrano, contendendosi consensi e voti per le elezioni al Parlamento d’Europa. Corsi e ricorsi, alti e bassi, stalle e stelle, la verità è che solo alla morte non c’è rimedio. Sconosciuti e dimenticati, morti troppo giovani, la verità è che questo testo è un mio personale tributo alla memoria di Alfonso e Carlo, amicizie immortali come il tremendo senso di colpa che m’infligge il loro ricordo. La verità è che questo testo m’imprigiona più di quanto la sua scrittura volesse assolvermi perché in fondo questo fantasma vive di fantasmi che solo la fantasia sa liberare con il coraggio di continuare a sognare ad occhi aperti un mondo migliore pieno di conflitti ma senza guerre.
Colpevole era lei: Frida, che suonava con me quella notte.
Mezza vestita e mezza spogliata. Brillava di sudore urlando Maracaibo, mare forza nove, fatta persa di lambrusco, quel tanto rubino da frizzare di solfiti scadenti. Graffiava la mia chitarra consumata e cantava in un corpo sgraziato dal rancore. Fuori tempo danzava con dentro sogni devastati di rock’n’roll e la gola bruciata dall’erba di Velia. Aveva solato anche me quel contadino maledetto, un truffatore altro che Eden. L’albergo del cenone, grande, bianco e pulito come la tela di un pittore senza fantasia, era un trauma improvviso come un cazzotto sull’occhio in mezzo alla piana del Sele, ai piedi dell’antica Paestum. Cento euro per una serata di canzoni era ossigeno in quella nostra vita disperata. L’avrei seguita in capo al mondo Frida. Andò dove non potevo andare, e peggio come non poteva andare. Quella fu la nostra ultima esibizione insieme. Quando il principale del locale le chiese l’autografo, lei gli spaccò la testa con una bottiglia di spumante: una morte scadente come tutta quella festa di capodanno. In cella oggi Frida scrive canzoni ubriacandosi di parole recluse come la sua anima in fiamme, mentre l’avvocato scrive ricorsi. C’è un medico che è sicuro come la cassazione: Frida in quel momento non era capace d’intendere e di volere. Voleva bere non uccidere. In mano a Laura in arte Frida, la bottiglia era vuota. Si è difesa da quel bavoso fetente che meritava di morire. A vent’anni la vergogna brucia come l’inferno ma nessuno l’ha mai creduta. Questa volta però è la volta buona me lo sento: il giovane CTU del tribunale ama il rock’n’roll e mi ha giurato che non si vende a quella potente famiglia camorrista. E poi vorrei dire: come si fa a condannare una stella?
Precario. Contro la mia volontà mi trovo in questo luogo magico, sospeso sulla roccia possente scavata dagli avi, a strapiombo sul mare mosso come la mia anima spaventata, e alle nostre spalle altra roccia minacciosa che sembra voler abbandonare la sua scalata al cielo per rovinare sulle nostre teste, all’improvviso, da un momento all’altro. Tutt’intorno solo silenzio e indifferenza alla mia condizione. Ovattato da nubi pesanti sul punto di esplodere, il silenzio lega insieme gente indaffarata e brulicante come formiche, come quelle che per tanto tempo mi hanno fatto compagnia tra le foglie del mio giardino natale. C’è tutto quello che non conosco e che mai avrei desiderato di vedere. Ci hanno scaricato all’ingresso di un hotel a cinque stelle che si prepara per una grande festa: un matrimonio. Come un presagio oscuro manca il sole. Guardo le facce della gente che mi ha preso in consegna, che mi ha trascinato in questo posto insieme ai miei fratelli, contro la nostra volontà. Sono facce rassegnate, senza ombre, facce tirate dalla fatica e solo preoccupate di eseguire bene gli ordini che sanno a memoria. Vedo sincronia di gesti e ripetizione di movimenti. Come formiche brulicano gli spazi senza mai fermarsi. È un via vai frenetico che scandisce i minuti di un’attesa interminabile. Ogni giorno è una celebrazione in questo luogo magico, e il lavoro si ripete come alla catena di montaggio di una fabbrica diffusa, motore di benessere, dalla spiaggia alla montagna, da Vietri a Positano, una fabbrica umana che non chiude mai. Mi sento estraneo. Straniero deportato con la forza. Vorrei essere altrove, tornare al mio giardino natale dove la roccia maestosa che adesso mi fa paura, mi riparava dai venti freddi del nord, dove il pensiero rovinoso di una frana non è possibile, dove la precarietà è una condizione sconosciuta.
Sapere di vivere un giorno senza domani è un delirio. La mia storia in quest’ultimo tempo prima di morire sarà una sorpresa alla fine di questa festa.
Ci siamo lasciati trasportare senza opporre resistenza, anzi qualcuno anche lusingato dalla scelta. La selezione è stata minuziosa. I discriminati non all’altezza, non raccolti, caduti, buttati come concime nella terra coltivata.
Nel frastuono del silenzio indifferente che ci distrae i sensi, siamo condannati senza possibilità alcuna di sopravvivenza. Io e miei compagni non abbiamo scampo. Feriti a morte saremo il sacrificio dovuto ad una celebrazione che presto diventerà rumorosa. Siamo protagonisti lacerati, offerti in dono a deliziare chi ci divorerà. Intorno a noi momenti di festa, nell’ultima ora che ci spazzerà via da questa esistenza fugace, come un sogno troppo bello per essere vero. Non siamo i primi né gli ultimi. Siamo i migliori e ne siamo fieri. Famosi nel mondo. Racconto perché non posso che lasciare ricordi, a memoria futura delle gioventù che vivranno ancora, gloria eterna di bellezza e sapore, di terra fertile ma ruvida, bagnata di sudore e bestemmie, figli di questa costa Amalfitana dove siamo nati e vissuti con onore e fortuna, abbracciati dall’occidente dove senza sforzo tramonta il sole.
Bianca e Giuseppe oggi sposi, ho letto sul menù adagiato tra i fiori d’arancio su uno dei tavoli già pronti con tovaglie damascate d’antico candore, con posate d’argento, ordinate e scintillanti. All’ingresso ho visto le cinque stelle, dipinte di giallo, scolpite in rilievo nella pietra secolare di questa struttura avvolta nell’edera che l’inghiotte tutta dal selciato al tetto, in armonia. È la forza della natura a mantenere vive le fredde architetture umane.
Sposi, amici e parenti si muoveranno da una chiesa e mi chiedo quale possa essere: magari una di quelle che hanno visto i miei compagni durante la benedizione. Con o senza fede il rito religioso resta impresso come un tatuaggio di sangue. Dalle loro confidenze ho appreso dei sessantadue gradoni in pietra che portano alla Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi. Troppo minuta e nascosta sarebbe la Chiesa di Santa Maria Immacolata di Atrani, l’atranese sceglierebbe di sicuro la Collegiata della patrona Santa Maria Maddalena Penitente e così salendo la magnifica scalinata affacciata sul mare, si tirerebbe dietro con lo strascico bianco l’ammirazione estasiata dei presenti.Però, forse, in questo momento Bianca sta recitando la sua eterna promessa sotto la cupola rivestita di ambrogette in ceramica della Chiesa di San Pietro Apostolo, patrono di Cetara. E se la sposa fosse una furorese? Allora sposi, amici e parenti arriveranno dalla chiesa di San Giacomo o da quella di San Michele Arcangelo. Bellissime. Chissà se invece la marcia nuziale sta suonando a Maiori nella chiesa Santa Maria delle Grazie o di quella di Santa Maria a Mare. Immagino il bacio degli sposi nella Chiesa Santa Maria Assunta a Positano o perché no? Nella Basilica a Minori che custodisce le reliquie della Santa Trofimena patrona del paese, martire fanciulla che si rifiutò di sposare un pagano. Forse verranno da Praiano una volta lasciata la Chiesa di San Luca Evangelista. Sarà oppio, sarà speranza, bisogno o desiderio, è comunque fede potentissima, genitrice di conflitti, altari e opere eterne di sacrificio e d’onnipotenza. Chiese bellissime.
Ognuno dei miei compagni ha ricevuto una prima comunione, ognuno la benedizione della vita, ognuno una volta sola. Chi nel Duomo di Ravello dove c’è il sangue del Santo medico Pantaleone, chi nel Duomo di San Lorenzo a Scala. Immagino gli applausi, il riso e i confetti che volano sulle teste di questi freschi sposi. Estasiati nell’eterna promessa.
E se fosse solo un rito civile? La recita formale degli articoli di legge è fredda, vuoi omettere la potenza di omelia, canti e letture dalla Bibbia? Vuoi confronatare l’esercizio sacramentale di un rappresentante di Dio con l’asprezza contrattuale di un rappresentante del popolo? Civile senza tonaca?
Il cammino insieme ci ha reso unici cari compagni, in questo posto magico siamo nati e cresciuti nella bellezza senza tempo. Non dimentichiamo il dolore del distacco dalla pianta che ci ha generato, la sofferenza dell’abbandono di chi ci ha allevato, la pietà per chi ci ha posseduto e poi venduto. Mulattiere e polvere scendendo, sono diventate vie d’asfalto. La strada attraverso la Vallata del Dragone, o il Sentiero degli Dei da Salerno a Bomerano, scendendo da Santa Maria di Castello o da Capo Muro, da Colle Serra, Li Cannati e Montepertuso, oltre mille scale fino a Positano. Il viaggio dalla Valle dei Mulini alla Valle delle Ferriere, un canyon tra Amalfi e Scala, attraversato dal torrente Canneto che si riempie e si svuota con le piogge e la siccità, cicliche come l’inverno e l’estate, come il desiderio del turista che ritorna a comprarci lungo la strada trafficata. Non dimentichiamo l’abbraccio, incontro, incrocio, rettitudine e maledizione. Il sentiero delle Vedette, Vettica Maggiore, Santa Maria di Castello, la grotta con la Madonna, quella di Santa Barbara, e ancora da Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, al bivio di Conocchia per Marina di Praia. Dai Monti Lattari, il Demanio e ancora l’Avvocata. Il Sentiero della volpe pescatrice. Fasti e rovine di una civiltà che abbandona ricchezze e ritorna per sperperare illusioni. Non dimentichiamo. E poi la sorgente chiamata acqua del castagno, l’eterna speranza. I Sentieri di Capo d’Orso dal massiccio di Monte Piano all’abbazia di Santa Maria de Olearia. Verso Cetara, il Vallone di San Nicola sopra le cascate di Erchie. I viaggi da e per l’oriente, la furia saracena e quella nazista. Le torri d’avvistamento e poi le chiese. Borghi, fortezze e poi le ville. La gloria dei greci e quella di Roma. Signori o schiavi, la storia si ripete come le rivolte di vincitori e sconfitti, come le fughe, migrazioni e il continuo ritorno alle radici che ci fanno sentire vivi. L’esaltazione di ciò che sopravvive alle mode e ai cambiamenti climatici. Macére possenti, invincibili ad ogni alluvione, muricciòli di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni e separare i campi. Ecco la coscienza dell’eterno, l’energia dei torresi a dare luce al nostro sentiero smarrito, con l’energia degli antichi, emozione e relazione, e così risuscitare borghi e villaggi dimenticati. Odepòrico divino è il nostro destino.
Mi hanno raccontato i miei compagni nelle ore passate insieme, imprigionati e deportati insieme, come intorno a noi tutto è aggrappato e strappato alla roccia: case, stalle e ovili, terrazze coltivate, e giardini rigogliosi di atmosfera inebriante, di colori e profumi, tra stradine anguste e scale infinite, tra disegni di archi e angiporti, di torri antiche a guardia dei paesi comunque depredati, di fatica, di lacrime e desideri divini. Tanto ho appreso dalla cultura del mio padrone quando ancora mi accudiva. Lo ascoltavo leggere a voce alta parole di poesia e letteratura, con un bicchiere di vino bianco tra le mani callose, nettare che lui sorseggiava tra una pagina e l’altra, le gambe a riposo e lo sguardo rugoso rivolto all’orizzonte nel blu cobalto immenso avanti a sé: mirabile visione dal mio giardino natale in cui sono stato venerato e accarezzato come un principe. Come quella volta che gli sentii dire: «Amico mio hai proprio ragione: quando andremo in paradiso sarà un giorno come tutti gli altri.»A volte lo chiamava maestro Fucini, altre solo Renato mentre stringeva a sé quel libro sfruttato e malandato del secolo scorso, quel libro ricco denso di poesia, dignità e rispetto.
Il padrone ha venduto me e gli altri. Siamo sopravvissuti all’epidemia che non smette di bruciare vita, di giardino in giardino. Destinati, eredi di passione e bellezza, questo siamo, prescelti, sopravvissuti al mal secco, un male che uccide prima di nascere il quaranta percento di noi, il male che brucia le piante prima di fiorire. Un fungo da estirpare con cesoie sterilizzate e fuoco. È una guerra all’agente invisibile, che rende schiavi e depressi i proprietari, a loro volta di mano in mano umiliati e sconfitti. Padroni di appezzamenti di terra, terrazze come gradini per giganti che sfidano la gravità, di pietre scolpite a mano per i muri a secco, e pali di castagno come architravi di tetti e pareti inerpicate nell’aria, mille e duecento piante per ettaro, come prevede la certificazione DOP. Padroni come capitani di barche nel mare in tempesta, naufraghi in quest’era moderna peggiore di ogni altra aridità e pestilenza della storia umana. E pure restano in piedi orgogliosi, a difendere l’eredità preziosa, acquisita dal passato furioso, a difendere e vantarsi del frutto dei successi che attraverso noi sopravvissuti si ripete, nel miracolo della vita. A saziare ogni desiderio. A seminare di vittoria la speranza di eliminare per sempre il mal secco dalla loro terra, dalle loro creature sognanti.
Sento ancora la gioia del mio padrone nell’accarezzarmi il corpo, soddisfatto e malinconico nell’ultimo saluto: «Come sei bello. Perfetto! Vai. Vai a meravigliare il mondo.»
Con l’arrivo degli sposi è sbucato un sole che ora squarcia questo cielo pieno di nubi in movimento, ora trascinate via dal maestrale che sa di sale. Spazzando via la minaccia uggiosa questo vento millenario rende fresca l’aria, mitigando ansia e disagio. Brindisi e canti muovono l’appetito di sposi, amici e parenti.
«Bacio, bacio, bacio…» nella sala il coro si amplifica di bocca in bocca e il rito dell’eterno amore si rinnova.
Ferito a morte, nella cucina il mio destino si compie. Lavato e tagliato a fette nelle mani dello chef che modella il mio corpo, divento una corona solare ad una grossa spigola con gli occhi ancora vivi, e come me gli altri prescelti, di bocca in bocca, diventiamo la delizia di questo popolo in festa.
Prescelto tra i prescelti sono innanzi agli sposi e se il succo dà sapore, la mia polpa è un corpo che si mangia: è il destino del limone sfusato, di colore giallo citrino, nobile tra gli agrumi, principe tra i frutti di questa terra divina.
Curioso curiosando seguo la traccia degli stimoli quotidiani, provando a distinguere semi vivi nella nebbia di parole che tutto opprime. Anelo cèrnere tra lampi, le connessioni elettriche più intense, come quelle tra neuroni agitati, e quindi accecato da fremiti luminosi, reagisco come posso, come so, come meglio sarà domani. Così immagino con l’acquolina in mente di afferrare l’inconoscibile diventare elevato pensiero tra mortali, una lepre che scappa dopo aver rosicato i fili della sua catena, terrena, precaria ma effervescente.
«Un volto nella folla… il colpo di grazia alla “società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.»
Fili, fili e fili ancora, intrecciati, annodati, lacerati dall’usura vergine, affilati e strappati con mani callose che scavano terra.
Quest’uomo che fino a pochi mesi fa non sapevo esistesse, con QUANDO CADONO LE STELLEprima e con UN VOLTO NELLA FOLLA dopo, mi ha pulito come un tergicristallo che stride, quello che tira via la sabbia del deserto quando piove fango sulle nostre vecchie auto parcheggiate al sole del sud, d’estate. Pulisce e graffia, lascia il segno e la nebbia sparisce dalla vista, e gli occhi si riempiono di nuovi mondi. Dalla Storia, dal passato, emergono i classici a confermare che non siamo né possiamo essere moderni ma solo copie replicate con vite già vissute, universi conosciuti e plasmabili come creta vergine che ci appare irripetibile perché nostro è il corpo che vibra.
Il racconto di Budd Schulberg spiega bene l’ipnosi collettiva in cui siamo caduti con il fenomeno Beppe Grillo che ho seguito dalle origini, da prima dei cinque stelle, molto prima, da quando partecipammo attivamente alla colletta per l’acquisto del microscopio elettronico a quel mellifluo dottore delle nano particelle, tal Montanari, che preso poi da manie di grandezze politiche, si candidò premier in questo meraviglioso paradiso chiamato Italia.
Mentre qualche “compagno” adorante leccava le palle del cono gelato menomato dal vate Grillo ormai sazio, quel pomeriggio al palazzo della provincia di Salerno, le risate di quei due ancora mi grattano nel cervello. Grillo e Montanari si guardavano e ridevano dopo un’affermazione scientemente preoccupante: “le nano particelle di metallo pesante provocano lancinanti pruriti nelle vagine”. Ridevano e giocavano con gli indigeni del luogo, come i conquistadores facevano agli anelli al naso nel ‘500. Era la campagna “ferramenta ambulante”… l’estinto Fico, primo leader del meetup di Napoli dovrebbe ricordare. Era un’altra vita quella di tante vite fa.
Ripeto, dalla prefazione di Gian Paolo Serino:
“società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.
Quindi caro diario, come ti sarà ormai chiaro, questa è solo una cronologia di inciampi, di cadute, d’illuminazioni, attimi immensi come la visione di un volto che nella folla non potrai mai più dimenticare. Oggi solo sapienza e conoscenza che costa poco. Di quella dura, immortale, a tempo indeterminato, scolpite nella pietra anche se solo inchiostro su carta, di quella che non si spegne con un interruttore, di quella che puoi ripetere a voce alta e meravigliare chi ti ascolta. Forse un giorno i brevetti e i diritti d’autore saranno solo archeologia, il profitto condannato a morte nei resti di civiltà estinte e questi byte persi come lacrime nella pioggia, acida come l’oblio.
In Russia sembra iniziato un colpo di stato militare guidato dal suo ex cuoco, il padrone della società mercenaria Wagner. Forse siamo alla vigilia di cadere dalla padella alla brace. Fino a ieri Prigozhin era l’eroe che ha sterminato gli ucraini a Bakmut, oggi sembra diventato l’eroe dell’occidente che sogna di rovesciare il governo Russo. Un po’ di tempo fa anche in Turchia c’è stato un tentativo militare di ribaltare Erdogan ed è finita con un bagno di sangue. Se denaro crea denaro, sangue chiama sangue… e magari è tutta una commedia, forse un dramma, magari una tragedia. Pare che Aljaksandr Lukašėnka, il Presidente della Bielorussia ha messo una pezza alla questione.
Ho chiesto aiuto a ChatGPT per capire il senso di questa parola, sembra vero sempre tutto il contrario di tutto, nel tempo e nella storia cambiare idea come cambiare padrone è una libertà, sembra proprio libertà costituente… è questione di ore, forse domani mattina inizierà una guerra civile (i ceceni sono partiti all’inseguimento), la guardia nazionale e la polizia si prepara a difendere Mosca … forse come ho già detto la sceneggiata è finita prima di cominciare.
ecco l’articolo —–>
Il Concetto di apostasia: analisi politica, filosofica e religiosa.
L’apostasia, termine che deriva dal greco “apostasis” e che significa “abbandono” o “rivolta”, non è solo una questione religiosa, ma assume anche una rilevanza politica significativa. Nell’ambito politico, l’apostasia si riferisce all’atto di abbandonare o dissentire da un’ideologia o un regime politico. Tuttavia, oltre alla sua connotazione politica, la parola “apostasia” solleva anche critiche filosofiche sulla libertà di pensiero e sulla natura dell’identità individuale.
L’apostasia, termine che deriva dal greco “apostasis” e che significa “abbandono” o “rivolta”, è un concetto complesso che assume rilevanza non solo dal punto di vista politico e filosofico, ma anche religioso. Esploriamo dunque le diverse prospettive su questo argomento.
Prospettiva Politica
Nel contesto politico, l’apostasia si riferisce all’atto di abbandonare o dissentire da un’ideologia o un regime politico. Alcuni sostenitori dei diritti umani e dei principi democratici vedono l’apostasia come un’espressione della libertà di pensiero e del diritto individuale di cambiare convinzioni politiche.
Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, ha sostenuto il concetto di libertà religiosa e di coscienza come diritti fondamentali. Egli ha scritto che “il governo non ha alcun potere di prescrivere credenze religiose o coercire l’adesione ad alcuna professione di fede”.
Nelson Mandela, il famoso leader sudafricano nella lotta contro l’apartheid, ha difeso il diritto delle persone di cambiare le proprie convinzioni politiche. Ha affermato che “essere libero non è solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetti e riconosca la libertà degli altri”.
Critiche Filosofiche
Le critiche filosofiche alla parola “apostasia” mettono in luce il conflitto tra la libertà individuale e le aspettative sociali. Alcuni filosofi sostengono che l’identità di un individuo sia legata alle proprie convinzioni politiche e che un atto di apostasia possa essere visto come una forma di alto tradimento.
Jean-Paul Sartre, filosofo esistenzialista francese, afferma che l’identità è costantemente in evoluzione e che l’apostasia può essere vista come un passo verso una maggiore autenticità individuale. Secondo Sartre, ogni individuo ha il diritto di esplorare e ridefinire le proprie convinzioni politiche senza essere vincolato a un’ideologia dominante.
Friedrich Nietzsche, filosofo tedesco, sostiene che la vera grandezza di un individuo risiede nella sua capacità di superare le vecchie convinzioni e di abbracciare nuove prospettive. Secondo Nietzsche, l’apostasia può essere un segno di forza e di vitalità individuale, in quanto implica una rottura con le convenzioni e una ricerca di nuove verità.
Prospettiva Religiosa
Nel contesto religioso, l’apostasia si riferisce all’abbandono o al rifiuto di una fede o di una religione. Le prospettive religiose sull’apostasia possono variare ampiamente a seconda delle tradizioni, delle interpretazioni e dei contesti culturali.
Nella Bibbia cristiana, l’apostasia viene spesso considerata negativamente e vista come un allontanamento dalla verità divina. Ad esempio, l’apostolo Paolo afferma: “Alcuni si sono allontanati dalla fede, dando ascolto a spiriti seduttori e dottrine di demoni” (1 Timoteo 4:1). Tuttavia, alcune correnti teologiche cristiane sostengono il concetto di libertà religiosa e la possibilità di cambiare o abbandonare una fede.
Nel Corano, il testo sacro dell’Islam, l’apostasia è considerata un atto grave. Secondo alcuni passaggi, l’apostasia è vista come una negazione della verità rivelata e può essere soggetta a pene severe. Tuttavia, ci sono interpretazioni diverse all’interno dell’Islam riguardo alla punizione per l’apostasia, con alcuni sostenitori dell’idea che la libertà di religione dovrebbe essere rispettata e che l’apostasia non dovrebbe essere perseguita come un reato.
In conclusione, l’apostasia è un concetto complesso che coinvolge prospettive politiche, critiche filosofiche e prospettive religiose. Dal punto di vista politico, l’apostasia può essere considerata un’espressione della libertà di pensiero e dei diritti individuali. Le critiche filosofiche sollevano interrogativi sulla natura dell’identità e sulla possibilità di cambiamento. Le prospettive religiose possono variare ampiamente, con alcune religioni che considerano l’apostasia come un atto negativo e altre che abbracciano la libertà di scelta e di ricerca spirituale. Alla base di tutto, è fondamentale trovare un equilibrio che garantisca il rispetto dei diritti umani, la promozione di società aperte e inclusive, e la tutela delle diverse libertà individuali e collettive.
25 giugno 2023
È bastata una giornata di rivolta per accendere l’attenzione dei media sulla guerra, già perché i centinaia di soldati morti ogni giorno non facevano e non fanno notizia… Che follia, eppure i media sembrano pilotati da autori privi di fantasia e provano con pillole ipnotiche di desideri imposti, come la fine di Putin, la Russia in crisi, la vittoria militare…
Nel giorno della festa del papà del 2022, a pochi giorni dell’invasione, dell’aggressione, della guerra in Ucraina, avevo in testa un solo augurio per ogni bimbo, avere un papà con cui giocare e non al fronte a fare la guerra.
Le immagini di ieri dell’operatore ecologico che spazza tra i carri armati della Wagner a Rostov-sul-Don, è stata emblematica di come si deve rispondere alle armi: non si combatte, si tratta e al soldato si chiede: «Cosa vuoi? Chi ti comanda? Per chi sei disposto a morire?».
Io credo che la sceneggiata di ieri abbia un regista che intende parlare ai soldati ucraini, dimostra loro che rivoltarsi al proprio comandante è possibile, se lo fanno i mercenari contro Putin, loro lo possono fare contro quei generali che li stanno mandando a morire giorno dopo giorno per un’idea di vittoria impossibile.
È girata una notizia secondo me vera perché banale: in poche ore la madre Russia ha bloccato le carte di credito e i conti correnti delle milizie mercenarie di Prigožin. Ecco come si fermano i mercenari, bloccando i soldi, ecco come si alimentano i mercenari, con il vile denaro… La rivolta di Prigožin è la difesa di una “società privata di servizi” che mamma Russia voleva e vuole nazionalizzare. Prigožin ha fame di conquista e come Zelensky vuole più armi per combattere e attaccare. Forse sarà arrestato proprio in Biolorussia, forse diventerà governatore dell’Ucraina liberata, di sicuro ha dimostrato che la guerra più utile è quella con le armi che non sparano…
I militari eseguono ordini e saranno loro a fermare la guerra a Kiev.
Era il 19 marzo 2022 e il mio augurio è sempre lo stesso: avere un papà che gioca e non fa la guerra…
Caro Diario, io so che tu sai come sai che esisti per tenere traccia di emozioni che altrimenti perderei per sempre, proprio come quest’intrigante attesa per domani 18 giugno…
Dal 2021 ci provo con una storia che per i 4/5 è ancora tutta da scrivere 🤣 come lo è l’incipit ({minimo 30.000 e massimo 60.000 battute spazi inclusi}) che per il terzo anno ho presentato a IoScrittore.
È una bella sfida: interessante sono i giudizi che arrivano dopo la prima fase. Ecco quelli del 2021 e del 2022… noto come da una revisione all’altra, questi giudizi siano quasi migliorati 🤣 e domani avrò quelli 2023. L’eventuale ammissione alla seconda fase mi costringerà a scriverla tutta questa mia strana storia. 🤣 Intanto affido alle tue pagine questa mia intrigante attesa.
Giudizi 2021
• Del personaggio principale si capisce troppo poco: al lettore devono essere dati più punti di riferimento, anche se magari centellinati poco a poco. Troppi interrogativi senza risposta; troppi colloqui interiori.La disposizione del testo va meglio studiata e alleggerita.La vena comica è piacevole ma non deve lasciare che tutto cada nel grottesco.I dialoghi sono male strutturati, sia per caratterizzazione grafica, sia per alternanza di battute e tendono a trasformarsi in successione di lunghi monologhi poco credibili.La lingua va rivista e resa personale con qualche guizzo di inventiva.
• In questo incipit ci sono alcune idee di fondo interessanti e alcune capacità di scrittura che, se perfezionate, potrebbero portare a risultati positivi, purtroppo ci sono anche alcuni grossi difetti che pregiudicano il risultato finale.Il personaggio principale, che rimane comunque troppo misterioso per l’intero incipit, è inserito in un’ambientazione che stuzzica l’attenzione e ha una psicologia credibile. L’uso della prima persona, le domande retoriche e il troppo ‘pensato’ a scapito del narrato/dialogato, invece, lo indeboliscono.L’idea dei poliziotti incapaci e ottusi è interessante, ma troppo insistita: li trasforma in macchiette poco credibili. I dialoghi sono male strutturati, sia per caratterizzazione grafica, sia per alternanza di battute e tendono a trasformarsi in successione di lunghi monologhi poco credibili.Se l’autore passerà al turno successivo (come gli auguro) e riuscirà a rielaborare con coraggio i punti che gli ho elencato, sicuramente le sue speranze di vittoria aumenteranno notevolmente. Per ora, tutto appare, un po’ acerbo.
• La narrazione è lenta e inconcludente, mi ha lasciato con una profonda noia e senza la minima curiosità riguardo al prosieguo della vicenda. Ho inoltre trovato la prosa troppo pesante, senza guizzi e monotematica, così come i personaggi.
• Si merita sicuramente la sufficienza, il testo non contiene errori e non ha debolezze lampanti. Parte molto bene, con un romantico flashback sui pascoli valdostani e poi un amara descrizione del presente del protagonista a sottolineare lo strappo tra le sue due vite. Dal momento in cui iniziano i dialoghi tuttavia, i personaggi (narratore compreso) perdono spessore. L’intera, lunghissima scena alla stazione di polizia non è convincente, le conversazioni sembrano costruite con il solo fine di sottolineare il carattere gioviale del maresciallo, ma risultano ridondanti e superflue. Ho utilizzato l’aggettivo “lunghissima” per descrivere la scena in centrale e mi rendo conto che forse non è affatto lunghissima, ma questa è la percezione che ne ho avuto.
• Interessante l’idea di caratterizzare il protagonista come un personaggio vagamente disturbante. Tuttavia i dialoghi non risultano realistici. Ad esempio nella fase iniziale dell’interrogatorio il maresciallo accavalla troppe domande. Inoltre sono presenti alcuni errori grammaticali (es: vikingo)
• ‘Sarei tornato… ma non trovai’, io avrei scritto invece: ‘Ci ritornai in quella campagna…ma senza trovare più gli stessi colori’. Al posto di: ‘Sarei tornato per rivivere le emozioni irruenti e straripanti che quell’estate stravolsero la mia vita per sempre’, metterei: ‘Ci tornai per poter rivivere le emozioni irruenti e straripanti di quell’estate che stravolse per sempre la mia vita. Invece, mai più…’ Insomma, bisogna lavorare sulla scorrevolezza delle frasi, e non sbagliare i tempi verbali. Simpatiche la descrizione della mucca e le manie del protagonista. Ho trovato invece poco credibili i dialoghi col maresciallo e la situazione in sé (il fatto che venga trattenuto ore in commissariato per una testimonianza, senza una spiegazione plausibile). Alcuni refusi. Tuttavia per me resta un incipit che non mi invoglia a continuare la lettura del romanzo. 5-6-5-6
• L’incipit di questo romanzo ha una verve molto romantica e quasi eterea. Il protagonista ricorda un’estate lontana, una donna, forse un vecchio amore. Il linguaggio è particolarmente ricercato nello prime venti righe o poco piu, per poi passare ad un tono piú prosaico. C’ è quasi una rottura fisica tra questi ricordi quasi nostalgici e l’inizio brusco della vita solitaria del protagonista che sembra molto piatta e abitudinaria, ma in qualche modo anche misteriosa. Angelo Maria Chanoux sembra avere relazioni e sentimenti strani con le donne. All’inizio evoca Clara che pare il classico amore perduto ma unico, poi peró questa impressione viene smentita dall’introduzione di Tiziana: un’impiegata di un supermercato che sembra del tutto ignara di questo attaccamento morboso quasi malato del protagonista. Le dinamiche relazionali appaiono esistere solo nella mente di Angelo che improvvisamente viene portato in caserma ove comincia un debole dialogo col maresciallo. Questa ultima parte vuole essere volutamente pregna di intrigo e mistero, seguire le fila del protagonista che sembra a questo punto davvero un uomo degno di un giallo alla Agatha Christie. Sembra, appunto. I personaggi sono dei cliché, dal maresciallo col vocione che suda alla Montalbano all’ispettore donna della polizia tutta gambe e flessuositá tipiche dei gialli polizieschi in TV. Il mistero che avvolge il protagonista è un cliché riveduto che parte dal classico omicidio e commisariato. Il tono si mantiene piatto, monocorde, nonostante la singolarità del personaggio e degli eventi vorrebbero trascinare il lettore nel proseguo della storia, attraendolo. Onestamente non mi ha incuriosito, non finirei di leggere questa storia che si mantiene pressoché incolore e scevra di sentimento con la presunzione di aver gettato le basi per un mix invincibile di attrattiva: romanticismo spicciolo, giallo da nastro industriale e personaggi ahimé ormai troppo scritturati e conosciuti.
• Inizialmente non avevo ben capito che Clara fosse…una capra? Credo che sia una capra. Trovo che l’autrice/autore abbia davvero un gran talento, tuttavia l’uso degli aggettivi è molto ripetitivo e può risultare un po’ ingombrante all’interno della narrazione. Trovo il protagonista molto interessante.
• Redatto con uno stile squillante e personale. La storia è originale e scritta bene anche nella lingua e i dialoghi sono veloci, attuali, ironici quanto basta. L’ambientazione è verisimile e descritta a tratti veloci ma con precisione. I personaggi sono credibili e ben caratterizzati anche da un punto di vista psicologico.
Giudizi 2022
• le prime pagine con i ricordi dell’adolescenza vissuta con Clara tra le valli del Gran Paradiso è stata una scelta azzeccatissima dell’autore. la narrazione non è annoiante e ripetitiva, non gronda di particolari inutili ma capisci subito la personalità del protagonista Angelo: le sue manie nella scelta dei cibi, il suo restare in contatto col mondo senza la mediazione della tecnologia, Tiziana come uno spiraglio di pace, come Salerno e tutti i posti in cui ha vissuto, il suo evidente stupore e imbarazzo con le forze dell’ordine. anche i personaggi che entrano piano piano nella storia è un elemento piacevole, essi sono credibili e i loro discorsi non forzati e costruiti. mi ha coinvolto fino all’ultima pagina e mi piacerebbe fosse tra i finalisti.
• La narrazione scorre fluida e chiara, il punto di vista è quello del protagonista che svela, nel corso della narrazione, paure e traumi di cui non si è mai liberato con il passare degli anni. L’intenzione del testo però risulta poco chiara: il romanzo è di tipo formativo (con crescita del personaggio e agnizione finale) o è più da incasellare nel genere poliziesco/investigativo? La trama inoltre risulta (è comunque solo l’incipit, quindi non posso avere una visione esaustiva d’insieme) poco avvincente e senza spinta, valuterei quindi insieme all’autore di aggiungere elementi di suspense/mistero che possano renderla fin da subito accattivante al lettore.
• La scena principale all’interno del comando dei carabinieri e l’alone di mistero che avvolge il protagonista, la cui figura è in qualche modo legata a due omicidi, lasciano intendere l’inizio di un Thriller. La lettura è scorrevole e rispecchia lo stile di uno scrittore maturo. Mi è piaciuta meno la caratterizzazione dei personaggi, in particolare quella dell’ispettrice Santoro , soprattutto per la descrizione che ne fa il protagonista. Valchiria, amazzone e chi più ne ha, più ne metta… classico esempio della donna che ricopre un ruolo importante, ma che è apprezzata soprattutto per le sue doti fisiche. Spero che sia stata solo una mia impressione e perciò voglio lasciare il beneficio del dubbio. I dialoghi sono realistici e coerenti con i personaggi, anche se farei attenzione ad alcune espressioni usate dal maresciallo, perché al limite della caricatura. In generale, l’incipit ha stuzzicato la mia curiosità sullo sviluppo della trama.
• Le prime sette pagine dello scritto sono pesanti da superare, ma se il resto del libro prosegue come dalla seconda parte in poi è possibile che sia benfatto, per quanto la cosa non si capisca dall’estratto. La scrittura, pesantissima al principio, non ha molto da eccepire a parte un paio di virgole mancanti e il secondo verbo della terza frase (dovrebbe essere “mai più avrei trovato calore, solo angoscia…”), ma non ha neppure molto che attiri per la scrittura in sé. Le frasi sono molto prolisse, cosa non adatta al tono monotono del racconto. La lentezza palesemente intenzionale è un problema. Si crea l’effetto di un flusso di coscienza e l’assenza del dinamismo da una parte e di informazioni dall’altra fa sì che l’interesse sviluppato per il protagonista e per la storia sia basso. Il non sapere di chi o di quale animale si stia parlando da principio e di quale sia la tragedia della lontana “estate” non mettono curiosità a causa del reiterato girarci attorno. Un accenno stimola l’interesse, così come più rimandi che inframezzano altro, ma un susseguirsi di frasi ambigue non dovrebbe proseguire tanto a lungo. Inoltre, l’ambiguità iniziale su chi sia Clara e l’ipotesi remota che sia umana, debole di mente o molto giovane, creano un’impressione disturbante perché inducono il lettore a pensare, anche se solo un poco, agli abusi, che non hanno a che fare con la storia né con il tipo di malessere del protagonista. Non c’è nulla di palesemente sbagliato nel tratto iniziale, ma non conquista come dovrebbe. Troppe frasi sono usate per accennare allo stesso evento, alcune andrebbero eliminate. La ripetizione sembra un tratto peculiare del protagonista e può essere mantenuta, ma non sembra realistica la poca chiarezza con cui il protagonista rimugina su degli eventi. Nei tratti da non abbreviare, inoltre, i rimandi a un vago passato andrebbero inframezzati da altro, per stemperare l’impressione di non stare andando da nessuna parte. Una volta superata la prima sezione dello scritto, però, credo che il livello del libro dipenda interamente dall’impostazione del giallo, per il momento accennata, e dalla chiarezza con cui verranno spiegati gli eventi. Non so quale sia la velocità dell’intero scritto, ma suggerisco caldamente una coerenza nella quantità di eventi che accadono in ogni pagina. La caratterizzazione dei personaggi è fatta davvero bene e riducendo l’effetto di un flusso di coscienza questo potrebbe essere il punto forte dell’opera.
• La doverosa premessa è che il poliziesco non è esattamente nelle mie corde. Nonostante il genere non rispecchi i miei gusti ho trovato l’incipit di questa opera godibile, ben scritto ed efficace. L’alone di mistero circa l’esperienza sconvolgente che ha vissuto il protagonista nel passato crea curiosità e spinge alla lettura, così come le manie e le paranoie che si porta dietro. Meno curiosità si genera invece intorno all’omicidio per cui viene convocato in centrale e interrogato. L’unica pecca che ho potuto riscontrare, almeno da quanto letto, è un po’ nell’originalità dei personaggi. Il vecchio ispettore prossimo alla pensione, affiancato da una giovane e attraente collega, ha l’eco di un film già visto. Suggerisco in modo del tutto spassionato di rivedere alcune espressioni che suonano un po’ artificiose come “sontuosa chioma setosa” (sarebbe bastato un solo aggettivo per rendere l’idea). Al di là di ciò il mio giudizio è comunque positivo.
• Racconto estremamente psicologico che mantiene un buon ritmo nonostante l’azione sia piuttosto limitata, interessanti i personaggi (per quanto un po’ stereotipati), discrete le descrizioni degli ambienti. L’io narrante mentalmente tormentato ricorda, coi dovuti distinguo, il buon Patrick McGrath (autore di capolavori come Follia e Spider) e trascina il lettore con sé nei suoi deliri al limite dell’ossessivo compulsivo. Valutazione complessiva buona, peccato per qualche refuso sparso (il comune valdostano vicino a Cogne si chiama Valsavarenche non Valsamaranche).
• Sono pochi l’incipit veramente belli, sono rari, ma credo che questo si meriti di rientrare nella categoria; incipit riusciti bene.Fin dalle prime pagine l’analisi interiore del protagonista ci permette di entrare in empatia con lui e insieme ci ipnotizza con uno stile narrativo avvolgente.Le parole sono dense ma fluide, si incastrano bene una con l’altra e danno forma ad una specie di danza grammaticale ben struttura.Un punto chiave della storia è il concetto di luogo e di cosa esso dà o trasmette all’essere umano.I luoghi ci danno angoscia o appartenenza, ci chiedono di restare oppure di scappare e questo si sente bene, delineato a modo, fin dalle prime pagine.Trovo invece un po’ stonati i dialoghi, non impaginati bene e un po’ troppo lunghi e poco intervallati, sul finire delle pagine, alle frasi descrittive, rispetto alle descrizioni così ariose e tratteggiate con cura, i dialoghi perdono un poco di efficacia e realismo. Molto belle le parabole sul come ci si sente attraverso se stessi, come l’esempio della stanchezza, che permettono alla vicissitudini raccontate non solo di seguirci accanto ma di entrarci dentro.La trama lascia poi, volutamente e sapientemente, aperta la porta alla suspense, facendoci chiedere in modo insistente, cosa accadrà ora?
• Trovo la storia interessante e l’intreccio ben organizzato. Lo è anche l’incipit, con la presentazione di un personaggio che la vita ha trasformato, che fatica a stare al mondo soprattutto in un contesto più caotico di quello in cui è rimasta la sua mente. Al netto di qualche costruzione che ho trovato un po’ farraginosa (soprattutto nelle primissime pagine a dire la verità), la scrittura è piacevole e riesce a coinvolgere abbastanza bene, lanciandoci all’interno della narrazione. Il consiglio è di affinare un po’ la narrazione, ma siamo sulla buona strada.
• La prosa confusa spesso impedisce una corretta comprensione degli avvenimenti, non aiuta il fatto che spesso sembra che si passi da un flusso di coscienza ad uno stile più convenzionale. L’elenco puntato ad ogni dialogo è una minuzia che però infastidisce e fa questionare l’attenzione posta a rifinire l’opera.
• Ciao Intrepida, mi ha fatto molto piacere il tuo testo, e provo a commentarlo, pur sempre come una persona ignorante. Il tuo tema è davvero attuale: è appena uscita la sentenza definitiva sul caso di Stefano Cucchi, il tossicodipendente fermato per un banale controllo contro la droga, e poi picchiato fino alla morte da due carabinieri, per puro accanimento; a breve uscirà anche un podcast sulla vicenda di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso da due turisti mentre non era in servizio e che, è poi emerso, forse era complice dello spaccio della droga che i due cercavano. Ovviamente salta alla memoria “Il processo” di Kafka, anche se il tuo testo ha un tono intimo, il monologo interiore dell’outsider che osserva la società da fuori, senza farne parte: Angelo è uno dei tanti senza nome che vagano nelle città come ombre, e che magari servono da scenografia a qualche VIP, quando il VIP si fa fotografare sui social network mentre fa l’elemosina ai barboni. È una di quelle persone che vale la pena ascoltare, perché il suo dramma privato non tocca nemmeno questioni di risonanza pubblica come i profughi di una guerra: sembra che ci siano gerarchie di storie più e meno raccontabili. L’ibridazione col genere poliziesco funziona, perché alla base della storia di Angelo ci sono pur sempre due delitti irrisolti, quindi il mistero intriga, e invoglia alla lettura. Però non so dire di più, perché nella sinossi non hai scritto come la storia evolve: un piccolo consiglio è quello di usare la sinossi per descrivere tutta la storia, compreso il finale, perché in questo caso non è una quarta di copertina che deve accattivare il lettore, ma solo un documento utile a valutare il testo nel complesso. Lo stile funziona, anzi sembra che i discorsi di Esposito e Santoro siano la voce di un narratore esterno in terza persona, che alterna il monologo di Angelo. Visto che però è chiarissimo che Angelo sia un outsider che ha subìto un trauma, eviterei di dichiarare apertamente il tema e la parola “trauma”: è davvero bello l’incipit dove Angelo racconta l’idillio adolescenziale con la mucca Clara, e un attimo dopo lo ritroviamo in un reparto latticini, a leggere le etichette di ciò che Clara non ha mai dato alla luce; ma tutto il paragrafo da “non sempre esco di notte” a “penso a Clara e le voci si spengono” è ridondante, perché vuol già descrivere quel trauma, che comunque scopriremo poi. Le parole non devono essere descrizioni, ma azioni: io sostituirei il passaggio in cui si dice “trauma” con un sottotesto: il racconto di un programma TV che Angelo ha visto in una delle notti insonni. Così la scena che la TV trasmetterà, e che tu ideerai, sarà un’allegoria del “fatal flow” di Angelo, più o meno come la scena al banco latticini, ma senza bisogno di spiegare tutto in modo esplicito. Questi messaggi inconsci sono molto efficaci. Spero proprio di poter leggere il tuo romanzo per intero… perché il mio augurio è che ti venga pubblicato! 😉
AGGIORNAMENTO: giudizi 2023 Intrigante. Un incipit che si legge con facilità, con personaggi ben delineati, giustamente contrapposti e con una giusta dose di sottile ironia. Si sente da subito la tragedia che aleggia sullo sfondo, un passato di cui si vuole sapere di più. Un buon inizio. Anche la scrittura è scorrevole, con belle metafore, non banali.
Incipit scritto con padronanza che conduce con maestria il lettore nei diversi piani temporali della storia. Dall’incipit non mi sembra una storia che brilli per originalità, ma i personaggi sono delineati con brio, sia il protagonista che quelli secondari. Qualche errore di impaginazione e formattazione da correggere se, come ti auguro, passerai in finale.
L’autore ha dato vita ad una storia che è un mix di generi e sottogeneri, il che mi fa temere che non abbia le idee chiare. Il romanzo viene presentato come un testo di narrativa generale ma poi si snoda in un intreccio fra due omicidi, entrambi (pare) legati ad un vecchio trauma del protagonista. Ora, se si tratta di un romanzo giallo (come fanno sospettare gli omicidi e le indagini dei carabinieri/polizia), mi pare al quanto confusionario e mal strutturato. Le scene principali dell’incipit si svolgono al commissariato dove Angelo viene interrogato: nella scena prima accade qualcosa del quale lui stesso, e il lettore con lui, non ha un minimo indizio o una traccia che solletichi la curiosità. La trama avrebbe funzionato se lui uscendo dal Bigstore avesse visto, ad esempio, una donna dall’aspetto familiare ma che lui stesso non riesce a rammentare. E lui, in parallelo alla polizia, iniziasse la sua personale indagine nella memoria. Così com’è il testo invece si costruisce una catena di fatti su un evento scatenante che non ha consistenza, se si tratta di un romanzo giallo. Se invece la storia vuole appartenere alla narrativa generale, la trovo delirante. Il protagonista delira a proposito di una mucca che portava al pascolo e di come le cose siano cambiate per sempre però non ci dà veri indizi per innescare le giuste domande nel lettore: che cos’è successo? Tutto ciò che ci viene mostrato è la fissazione per i latticini del protagonista. Ora, capisco che l’autore l’abbia utilizzato come espediente per trasmettere e rendere chiari i disturbi psicologici di Angelo ma, insomma…le etichette trascritte sono troppo. Io credo che l’autore volesse scrivere un romanzo di narrativa generale ma che, per la paura di non trovare abbastanza contenuti per “animarlo” e tenerlo su, lo abbia mescolato con elementi del giallo per non far mancare la storia di eventi. Spesso viene utilizzato l’espediente di scrivere un giallo ma allo stesso tempo munire il protagonista di un conflitto interiore che lo renda più introspettivo e renda la storia sulla linea anche della narrativa generale. Si può fare quindi, ma con più sobrietà altrimenti si rischia un “mappazzone letterario” come questo. Elementi positivi sono invece il linguaggio scorrevole e il buon ritmo della narrazione. Nonostante infatti vi siano lunghi momenti in cui di fatto non accadono eventi e la storia abbia un che di delirante, la scrittura non si fa mai pesante e non si inceppa. Credo che l’autore dovrebbe ripulire la trama del romanzo per quanto è riuscito a rendere fluido e scorrevole lo stile.
La trama abbozzata nell’incipit parla di una persona, con evidenti segni di disagio psicologico, causati da un evento avvenuto nell’estate del 1985, che viene prelevata dai carabinieri come persona informata dei fatti. I fatti sono relativi ad un qualcosa che è avvenuto nel posto (il supermercato) e nel tempo (la notte prima) dove si trovava il protagonista. Non so se è una scelta dell’autore… ma ho capito che si trattava di Tiziana quasi subito; se non è una scelta, proverei a riscrivere depistando un altro po’ il lettore. Gli ambienti e i personaggi sono descritti alla perfezione e il loro interagire li rende molto reali e pieni di vita, ognuno con le sue peculiarità. Si riesce a percepire il caldo afoso del clima come pure l’irrequietezza del protagonista, la stanchezza del maresciallo, la condiscendenza piena di rispetto e deferenza del giovane carabiniere Gaeta, ecc. L’uso della lingua è piacevole, scorre benissimo e ci tiene “incollati” ad una storia che, almeno fin qui, ha un ottimo sapore.
Ho apprezzato l’attacco dell’incipit, che mi ha subito incuriosito. Altra nota positiva dell’incipit è il personaggio principale: si percepisce subito l’instabilità mentale di Angelo, e questa è ben resa dai passaggi in cui la narrazione sembra voler seguire i suoi sproloqui e ragionamenti contorti, all’apparenza “insensati”. Mi convince meno, ad ora, la trama. In particolare, trovo troppo lunga la scena dell’interrogatorio, che prende da sola una buona decina di pagine. Inoltre, se trovo Angelo ben caratterizzato, mi lascia perplesso la figura del maresciallo. Per quanto sia chiaro l’intento macchiettistico, trovo alcuni comportamenti davvero troppo poco realistici (Come è possibile che Angelo che viene prelevato da casa “d’urgenza” senza neanche sapere perché? Di cosa dovrebbe parlare Angelo se nessuno lo informa della situazione? Perché il maresciallo condivide con Angelo dei ragionamenti relativi al caso che dovrebbero essere privati? E, infine, non si capisce se Angelo sia già un sospettato o meno: in caso negativo perché viene trattenuto così lungo? Dovrebbe essere libero di andare via in qualsiasi momento). Infine, attenzione alla punteggiatura e ad alcune sviste grammaticali (centri, po, si…). In bocca al lupo!
anche in questo caso purtroppo il libro non esiste: ancora un commissario, pensieri sconnessi che non sono espressi in forma compiuta, dialoghi mescolati senza senso, il solito c’era una volta iniziale…
Allora leggo un po’ di confusione, si passa dalla mente del protagonista all’ambiente esterno e poi vengono inseriti molti personaggi in un tempo breve e non mi è chiara la dinamica del tutto. Il trauma dei genitori ancora non è emerso, anche se si capisce che lui è un uomo alquanto traumatizzato. Basta rileggerlo con calma e si comprendono più cose, la storia mi piace. Nella sinossi avrei voluto sapere cosa succede, per vedere la coerenza della trama.
la boxe è una lotta con i pugni, ma è anche una lotta con l’anima
«Caro Diario, riempio spazi di vuoto assoluto conscio della vanità di una pagina che non smette di piangere parole inutili.» Insorgenza contro oblio, nient’altro.
La boxe e il kickboxing, oltre ad essere sport di combattimento emozionanti, svolgono un ruolo significativo nella socialità e la psicologia delle donne. Come afferma Floyd Mayweather Jr., nel suo libro “The Soul of a Butterfly: Reflections on Life’s Journey”, la boxe è una lotta con i pugni, ma è anche una lotta con l’anima. Queste discipline offrono alle donne non solo la possibilità di esprimere la loro forza fisica e mentale, ma anche di superare stereotipi e dimostrare la propria autodeterminazione.
Gina Carano, nell’opera “Fighter’s Heart: One Man’s Journey Through the World of Fighting”, descrive il kickboxing come un’arte che le ha insegnato a canalizzare la sua forza interiore. Le donne che praticano queste discipline trovano un senso di potere e fiducia in se stesse, rompendo le barriere mentali e fisiche. Come sottolinea Joe Frazier nel libro “Box Like the Pros”, nessun uomo è abbastanza grande da poter vincere da solo; è la squadra che fa la differenza. Le donne che si dedicano al boxe e al kickboxing trovano sostegno in una comunità solidale che le aiuta a crescere sia sul ring che nella vita di tutti i giorni.
Ronda Rousey, nella sua opera “My Fight / Your Fight”, riflette sul fatto che le arti marziali insegnano che il vero potere risiede nella mente, non solo nel corpo. Attraverso l’allenamento e la pratica, le donne imparano a superare i propri limiti, ad affrontare le sfide con coraggio e determinazione. Laila Ali, nell’ispirante libro “Reach!: Finding Strength, Spirit, and Personal Power”, afferma che il boxe le ha insegnato a superare le proprie paure, a sviluppare abilità di autodifesa e a costruire relazioni all’interno di una comunità solidale.
In conclusione, la boxe e il kickboxing non solo offrono alle donne una piattaforma per esprimere la propria forza fisica e mentale, ma promuovono anche il potenziamento e la consapevolezza di sé stesse. Attraverso l’acquisizione di abilità di autodifesa e la sfida di stereotipi di genere, queste discipline diventano strumenti di crescita personale e di affronto delle sfide quotidiane. Come suggerito dai titoli dei libri consigliati, queste pratiche diventano un viaggio interiore, una scoperta della propria forza interiore e una ricerca di autenticità.
L’autore Pedro Sancho Panzà ha colto l’essenza di un campus universitario con una singola frase. “Il campus respira, divora ogni silenzio e il vuoto d’una eterna attesa di grandezza, la sfida.” Queste parole evocano un’atmosfera vibrante, dove l’apprendimento e l’ambizione danzano insieme.
Il campus universitario è un luogo in cui il sapere fiorisce, le menti si incontrano e le idee prendono vita. Le aule risuonano di discussioni accese, mentre le biblioteche sono un’enciclopedia di conoscenza, pronta ad essere esplorata. Ogni passo è accompagnato dal fruscio dei libri e dallo scorrere ininterrotto delle idee.
Il campus divora ogni silenzio perché è una comunità vivace, dove gli studenti si sfidano a vicenda e si spingono verso nuove vette intellettuali. È un luogo in cui il pensiero critico si scontra con le teorie consolidate, in cui le prospettive divergenti si incontrano e si fondono per creare qualcosa di nuovo e audace.
Ma c’è anche il vuoto d’una eterna attesa di grandezza. Il campus è un terreno fertile per i sognatori, coloro che guardano oltre i confini dell’attuale conoscenza e si lanciano verso l’ignoto. È un’attesa carica di speranza, un’aspirazione a realizzare qualcosa di significativo, a lasciare un’impronta duratura nel mondo.
La sfida è il cuore pulsante di questo campus che respira. È il motore che spinge gli studenti a superare i loro limiti, a perseguire l’eccellenza e a rompere le catene dell’ignoranza. È attraverso la sfida che si realizza il potenziale nascosto, che si scoprono nuove passioni e talenti, che si costruiscono basi solide per un futuro brillante.
In conclusione, Pedro Sancho Panzà ha catturato la complessità e l’energia del campus universitario in questa frase. Il suo ritratto evoca una scena vivida in cui il sapere, l’aspettativa e la sfida si intrecciano in un crescendo incessante. Che tu sia uno studente, un professore o un visitatore, il campus è un luogo dove il respiro della conoscenza si fonde con la fame di grandezza, creando un ambiente stimolante e coinvolgente.
La bellezza è un tema che ha affascinato filosofi, artisti e pensatori di ogni epoca.
Essa è capace di evocare emozioni profonde, sollevare lo spirito e trasformare la realtà che ci circonda. In questo articolo, esploreremo il potere trasformativo dell’estetica attraverso cinque titoli, ognuno dei quali accompagnati da una citazione forse famosa, forse falsa.
a) La bellezza come rifugio dalla vita quotidiana
La bellezza ci offre un rifugio dalla quotidianità, dallo stress e dai problemi della vita di tutti i giorni. Come scriveva Ralph Waldo Emerson: “La bellezza riempie gli occhi e il cuore, e ci affascina con il suo fascino dolce e inspiegabile”.
b) L’arte come espressione della bellezza
L’arte è una forma di espressione della bellezza, capace di trasmettere emozioni e sensazioni attraverso forme, colori, parole e suoni. Come scriveva Johann Wolfgang von Goethe: “L’arte è l’organizzazione di elementi in una struttura che suscita emozioni ed esperienze estetiche”.
c) La bellezza come simbolo di armonia e equilibrio
La bellezza è spesso associata all’armonia e all’equilibrio, come dimostra la bellezza delle forme matematiche o della natura. Come scriveva Platone: “La bellezza è il splendore della verità e l’armonia della proporzione”.
d) La bellezza come fonte di ispirazione per la creatività
La bellezza può essere una fonte di ispirazione per molte persone, soprattutto per gli artisti che trovano nella bellezza l’energia creativa per le loro opere. Come scriveva Leonardo da Vinci: “La bellezza è la migliore lettera di presentazione”.
e) La bellezza come strumento di trasformazione sociale
La bellezza può essere un’arma potente per trasformare la società e portare il cambiamento. Come scriveva Nelson Mandela: “La bellezza di un mondo migliore si trova nella diversità delle sue persone, culture e idee”.
In conclusione, la bellezza è una forza capace di trascendere la realtà, trasformare il nostro modo di vedere il mondo e ispirare la creatività. Grazie al suo potere trasformativo, essa ci invita ad esplorare nuovi orizzonti e a guardare oltre le apparenze per cogliere il vero significato delle cose.
Ieri discutevo della “necessità” dell’intelligenza artificiale, mentre ascoltavo e dibattevo un desiderio in testa m’assillava, devo chiedere a ChatGPT di scrivermi qualcosa per elogiare la bellezza: ecco un possibile risultato, la bellezza trasforma i pensieri, eccita l’azione, muove la vita, procede per traumi, nascosti, ferite mai chiuse.