Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.
Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.
Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ho rimandato, ho rimandato e adesso anche tu sei morto compagno Benni e nemmeno questo sapevo. Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo. Dicono che eri comunista, ma come lo sei stato e per chi e per cosa dovrò capirlo e leggerti ora che non ci sei più in questa galassia di viventi dove mi sento più morto di prima, estinto, a due passi dal corpo di Moro, come il dinosauro delle botteghe oscure che chiedeva sacrifici agli operai.
È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,
e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.
Osservo tutto ma niente mi tocca veramente
e così mi vedo alieno e trasparente.
Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere, con l’arte immensa per non piangere la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge
Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.
… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.
Ossuzze senza più carne ma solo pelle e occhi incavati neri come l’abisso della nostra colpa di non fermare l’orrore di orfani affamati che allo stremo si getteranno sulla mitraglia di soldati infami comandati nell’inferno della terra di Palestina. Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua, rovista e scava nelle macerie nuova vendetta. Odio e mai libertà o perdono umano per dominati e dominanti senza lotta e resistenza non sarà mai pace.
Come l’aria diremmo necessaria. Ma se trattieni il fiato, nell’istante ne fai a meno, nell’attimo si ferma il tempo, chiudi gli occhi e muori. Superflua diremmo come il vuoto. Idrosolubile come l’esistenza che morde e scappa. Necessaria l’emozione tra sentimenti aggrovigliati come edera a questo muro di dolore. Allora respira, lotta e vivi anima mia.
“Chinandosi con avidità la raccoglie da terra. Sniffa gli odori di quella merda calda appena fatta da Charly che sta male da tre giorni. Non si da pace. È il suo amore – deve guarire, deve guarire o io muoio con lei – ripete con il dolore nel cuore. Charly non è un cane ma una volpe cresciuta insieme a lei lassù in montagna.”
«Hai capito Antò, ci vuole un incipit che sconquassa le viscere per catturare il lettore, se no quello butta te e il romanzo nel cesso. Ma poi, chi caxxo è questo Paul Auster? lo devi togliere, punto e basta!»
«Si l’ho fatto. Quindi tu non hai letto la revisione?»
«Sì Antò, l’ho letto, è una grande sofferenza, è una sozzeria» – mi urla dentro nel cervello, mentre la mia attenzione viene catturata dalla bella ragazza del bar che sta tornando con i nostri caffè.
«Ecco qui signore… E … Mi perdoni, posso farle una domanda?» sono travolto dalla sua bellezza e dalla ciocca ramata che ribelle alla coda di cavallo, lei accompagna con classe dietro l’orecchio, come a ricomporsi e chiedere scusa per l’invadenza.
«Certo, magari ho una buona risposta» dico con fermezza, silenziandomi ogni pensiero nella testa.
«Perché due caffè? lei è solo!»
«Curioso vero? È che uno mi piace caldo mentre l’altro lo faccio riposare. D’altronde devo sbrigare un bel po’ di lavoro. Invece, mi perdoni lei. Posso fare io una domanda?»
«Certo mi dica!» dice girando intorno al tavolino. Si abbraccia il corpo snello e lo pianta irto davanti a me con le curve che sfidano una divisa troppo stretta.
«Conosce Paul Auster? Sono sicuro di sì, prima l’ho vista leggere un libro. Mi sembra una studentessa di materie umanistiche, ho indovinato?»
«Sì, lavoro per mantenermi gli studi e per la precisione sto preparando la tesi in lettere antiche, però no, questo suo Auster non l’ho mai letto, mi spiace, non è nei miei programmi… Mi scusi, devo andare…» offesa, stizzita direi, lascia la frase sospesa nell’aria grigia della laguna, e si allontana di scatto mentre il suo viso s’infiamma di rabbia. Rosso come il groviglio di capelli imprigionati che le ondeggia sospeso sulle spalle. Delusa, scappa: “Ci mancava un altro esaminatore oggi”, pensa delusa per un tipo che credeva interessante.
«Che ti dicevo, questo tuo Paul non lo conosce nemmeno chi studia, però hai visto? Te l’avevo detto che gli piacevi, queste ragazzine sono fiammella in attesa di bruciare. Le vedi, no? S’avvampano quando incrociano il tuo sguardo che le spoglia. Dai consegna, e fai lavorare l’editore che ci pensa lui a finire l’opera.
«Smettila e lasciami in pace, devo pensare, non piace a te figurati a me!»
Lo guardavo senza farmi notare, ossessiva, guardavo lui e vedevo Jim, al di là del vetro, inafferrabile, perso nei suoi versi. Cancellava e riscriveva come un diavolo ingordo che cambia vittima e strategia, perso in una folla di anime.
“Quindi, quindi tu pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno?”
Mi piaceva ma non lo doveva sapere, io sono al mixer, domani chiameranno un’altra, forse non torneranno, non hanno soldi. Come sempre.
«Basta Alex hai rotto, l’ultima andava bene», le bacchette di Tommy continuano a roteare mentre rompe il silenzio con parole annoiate; vuole suonare, suonare ancora.
«No, cazzo, non va bene, è banale, che cazzo significa distinguere un sorriso vero da uno falso?» – Alex parla furioso, strozzato, però quando canta mi scioglie dentro. Lo amavo dal primo giorno; baciai le sue labbra con la prima birra bevuta insieme. Tra le mie cose preziose, conservo con cura quella Ceres mai lavata, insieme al biglietto della metro fissato con la colla calda sull’etichetta di una birra di cinque anni fa. Quella sera, al mio primo concerto, il mio Jimmy si esibiva, era l’idolo del mio liceo, finì con una rissa, colpa di tre sfigati che non capivano la sua immensa poesia, balordi ubriachi in un misero bar di periferia.
Oggi è diverso, registriamo una canzone vera, quasi tutta sua. Da quella sera sono il suo rifugio, non il suo amore, la sua scorta disarmata. Non lo deve mai sapere che in lui vedo Jim Morrison, impazzirebbe, sorrido con i miei pensieri balordi, lo sento nella testa: “punk esiste solo il punk”.
Oggi sono un tecnico del suono, una professionista – “concentrati e lavora bene” – così spazzo via con forza ricordi della scuola, adolescenti e troppo belli.
«Alex dai, sono ore che proviamo, ne abbiamo già registrate almeno tre che possono andare, è solo un provino da presentare a quella specie di struzzo in giacca e cravatta, ma sei proprio sicuro che ci darà una mano?» Sara suona la chitarra, è una dea, fisico da paura e ricci lunghissimi, io li mescerei di biondo platino ma lei niente, neri come la pece, capisco perché Alex non l’ha mai annusata, ne sono felice, una in meno; Alex è altrove ma vorrei che fosse qui invece è nei suoi versi, la cover per lui deve dire altro, una cover punk di Wish dei Pink può esistere solo nel suo genio. Lo amo ma lui non lo deve sapere. Mai. Lo perderei per sempre.
«Anna sei pronta? Ne facciamo un’altra, tieni gli alti in evidenza, abbassa leggermente il basso di Terry, oggi sbatte le corde come nemmeno una boscaiola del Quebec» – dall’aldilà del vetro gli faccio vedere il pollicione in alto. L’anello alla base mi stringe troppo, mi fa male – “cazzo, sono ingrassata ancora“.
Parte la musica, il climatizzatore fa il suo lavoro, l’aria è fresca, limpida, il vetro è pulito, arriva la sua voce, un delirio nevrotico mi prende, mi alzo dalla poltrona, ho le braccia che ruotano impazzite, i pugni stretti ballano con me. Sono pazza, pazza di lui ma non lo dovrà sapere mai. Ho trovato la mia strada, mi piace questo lavoro; nel pomeriggio ho finito il mio turno con altri emergenti che vogliono sfondare, magari pure i timpani, vogliono sfondare tutto. Lui no, lui è altrove e vorrei tanto che fosse qui stasera, qui nel mio letto, voglio la sua voce ruvida diventare tenera, voglio le sue mani fragili diventare dure, voglio i suoi versi, sussurrati sulla mia pelle: “che protagonista sei? chiuso in una gabbia anche se la guerra ti esplode intorno?”
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