LE SPINE DEL ROSA

Una storia di passioni e d’arte nella Napoli del Seicento

di DANIELA MARRA, 2025 Colonnese Editore

Sono infinitamente grato a Daniela Marra per questo suo grandioso romanzo che mi ha svelato i segreti di una magia che viaggia nel tempo, quella della verità umana che attraverso l’arte trascende la materia dell’opera, la spina che sanguina, divenendo eterna riproduzione di passione. Non sono capace di nascondere la tremante soggezione alla studiosa che mette in letteratura, in emozione della parola scritta, la sua scienza, le sue conoscenze, al servizio di una necessità d’amore prima che scientifica. Più che l’antropologa specializzata in museografia, che si occupa di ricerca e di critica artistica, è la donna madre che colpisce con una scure affilata la grande quercia della storia per farne preziosi gioielli scolpiti nel legno dell’esistenza: materia che vive nelle pagine richiamando quelle passioni che gli stolti chiamano follie della mente, che come spine ci fanno piangere assistendo alla grandiosità della bellezza senza tempo. Dalla fragilità alla crudeltà della vita che passa e divora veloce l’esistenza, queste spine sono la ragione del sentimento che ci commuove: essere bambino e sognare, essere adulto e riprodurre umanità, genìa divina, nel pensiero e nell’azione, nel lavoro che si svolge, operando rivoluzioni vicine e lontane nei cuori che crescono come angeli, come demoni, come streghe condannate sì al fuoco, ma allo stesso tempo alle fiamme delle emozioni eterne.

Dovrei frenare, fermarmi e fare mio l’aforisma che Salvator Rosa ha dipinto – anzi, inciso – nel suo autoritratto: «Aut tace aut loquere meliora silentio» (O taci, o parla cose migliori del silenzio). Ma come posso resistere alla commozione e al bisogno viscerale di guardare, ammirare, venerare ciò che Salvator Rosa ha trasceso nelle tele che da secoli testimoniano la grandezza dell’uomo e della natura sull’uomo? È uno dei desideri che l’opera di Daniela Marra mette in moto. Se non lo conosci il Rosa, lo devi vedere quello che ha creato, primo tra i primi, grande tra i grandi. Questo è quello che è successo a me: un desiderio che diventa frenesia di conoscenza.

Quella di Salvator Rosa è un’arte che apre il cuore all’immensità dell’epopea umana figlia della natura e del divino creato. I suoi paesaggi sono veri, vivi, selvaggi, rocciosi, dominati da una sensazione a volte orrenda che incute timore e meraviglia – atmosfere cupe animate da banditi, filosofi antichi, eremiti e soldati in una guerra senza eroi. Nelle sue battaglie, non inserisce alcuna figura eroica centrale, solo violenza insensata, caos e rovine, volendo mostrare al mondo che la guerra non è gloria, ma solo macello e follia. Nei suoi dipinti, con filosofi, teschi e ossa, angeli e streghe, Rosa trasforma la tela in un teatro filosofico in cui la ragione incontra il baratro, per interrogarci senza sosta. È un pittore “fuori delle regole degli altri pittori”, è stato scritto, e che ancora oggi i critici stentano ad etichettare: pittore, poeta, attore, satirico e moralista, ubriaco ed ubriacante, capace di guardare al mondo con una coerenza così scomoda che gli aprì le porte di committenti illuminati.

Per amplificare ed andare oltre il conosciuto e il conoscibile, il tumultuoso mondo del Rosa, è fragore, è scoperta, è vita. Daniela Marra, con Le spine del Rosa, che non è una biografia – come l’autrice stessa sottolinea – è una resurrezione letteraria. E ci riesce non tanto rievocando i fatti, quanto immergendosi con slancio nei vuoti: nei silenzi lasciati dalle fonti, nei conflitti solo accennati, nel magma incandescente di una Napoli “spagnola” paradosso di modernità tracannata in ogni atto di ribellione quotidiana. Marra non fa da guida turistica in un Seicento come fosse un presepe da mettere in scena ad ogni Natale – azzarderei scrittura alla moda per il consumo – anzi in stile unico e raro, spalanca i sensi fino a farne sopraffazione emozionale, della parola sull’azione, del pensiero che sconvolge la ragione: gli odori del popolo, le carezze e gli schiaffi della miseria che si fa struttura prima che esperienza di vita, la furia delle rivolte dell’uomo e della natura, la peste del 1656 che svuotò interi quartieri e l’eruzione del Vesuvio del 1631.

Nelle pagine di Daniela Marra accadono cose sconvolgenti. Come nel racconto dell’esplosione del vulcano, simbolo eterno da millenni – lo sbriciolarsi del cono, l’innalzarsi della colonna di cenere – e poi la scrittrice lascia che sia lo stesso Rosa a interrompere il racconto scientifico per domandarsi, con dolore, perché mai l’arte dovrebbe servire a qualcosa. E la risposta che si dà è folgorante, e ci trafigge: «L’arte non salva. È un fuoco che divora».

Ecco, è qui, in pagine come queste che il romanzo di Marra si fa miracolo. Perché questa frase, come altre, non appartiene solo a Salvator Rosa e al suo tormento: è anche la chiave del mondo in cui Daniela Marra oggi scrive. Lei usa e abusa l’arte come una scure per squarciare l’oblio di quello che non possiamo dimenticare perché esperienza diretta, comune, quotidiana, di ogni figlio che assiste l’agonia di un genitore.  Strumento al servizio della trama, scava nella fragilità e nella brutalità dell’umano, nella precarietà di chi sa di dover morire e così si ribella, non giace moribondo ma lotta fino all’estremo. Ma lo fa con uno stile che non imita il barocco (nessun fronzolo, nessuna ridondanza), bensì lo riscrive con frasi brevi, paragoni fulminanti, mai scontati; e nel farlo, restituisce al lettore non il ricordo di un artista del Seicento, ma l’urgenza di una coscienza che ci riguarda, oggi, domani, sempre.

E così già dall’inizio. Il titolo, Le spine del Rosa, non è solo un gioco di parole con il fiore, il colore, e il cognome del pittore. È la cifra di ogni autentica lotta con l’esistenza: la bellezza che punge, la rosa che ferisce, il genio che si paga e ripaga con il sangue e con l’incomprensione. Proprio come nelle tele di Salvator Rosa – dove i teschi e le ossa ci ammoniscono sulla caducità della vita – Marra ci racconta che le spine non si possono togliere dalla rosa senza uccidere la rosa stessa. Ma che addirittura una rosa senza spine è come un amore senza passione. Un artificio contemplativo e non l’immersione totale, l’abbandono completo nel fuoco dell’emozione che rende l’attimo, la visione e il consumo, nutrimento divino. Proprio le spine, tenacemente, resistono alle atrocità che si ripetono senza pace. E così restano. Come onde che si fanno tempesta e miscela di fluidi marci e fragranze sublimi, con lacrime e sangue del presente che viviamo. Come una domanda che rifiuta il silenzio. Come la verità umana che, attraverso l’arte, trascende la materia dell’opera, divenendo eterna riproduzione dell’umano, di vita che nasce dalla morte, irrefrenabile, passione di passioni.

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