Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Mille e mille volte Ti ho accarezzato E mille, mille volte Ti avrei preso a schiaffi
Mille e mille volte ti ho voluto E mille, mille volte Ti ho perso e ti ho pensato invano Ti ho visto nel vuoto cadere Felice, ti ho visto volare
Dicono che è normale sopravvivere a madri e padri, tempeste di parole e silenzi per una vita Ma restare quando l’erede muore È disumano mille e mille volte
È pena senza fine al freddo di una tomba Nella fiamma rovente di una cremazione Che mille e mille volte brucia Come ferita aperta devastata dal male Di ricordi, sorrisi e amore
Tu sei lama che taglia e cura quando mille e mille volte ti dico resta con me Anche se ti lascio andare e tu poi ritorni
MILLE VOLTE MILLE
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Caro Diario, scrivo a te non perché come uno specchio sai riflettere verità senza sconti, ma perché hai un’anima e mi puoi capire. Seguimi.
L’umanità si divide in due: da una parte i bimbi che imparando a leggere e a scrivere hanno ascoltato e si sono addormentati con le parole delle favole raccontate da un adulto, e dall’altra chi le favole le ha scoperte da solo, per strada, che non esistono.
Quando dico strada, intendo la solitudine di un bimbo di trovarsi solo. Che sia una casa di un condominio, che sia una tenda di un villaggio, un quartiere, un campo di terra abbandonato o seminato, un mare agitato della speranza o calmo di sete e fame, una montagna alta che tocca il cielo o bassa che si perde in un fiume. Insomma, che sia un deserto di giungle o una giungla di deserti.
Trovarsi solo anche tra la folla, anche in una famiglia piccola o numerosa.
Addormentarsi senza la voce di un grande che ti racconta una favola senza la sua infinita tenerezza, ti segna per la vita ma, non è affatto detto che poi questa vita sia meglio o peggio di quella di bimbi svezzati nell’ovatta soffice della pace e del benessere. Anzi, la violenza non si regge, a ogni vittima puoi raccontare tutte le favole che vuoi, ma quella ferita resta e quando va bene ne resta una di cicatrice sulla pelle, ma nella mente no, non rimarginano mai.
La serenità di un bimbo è un diritto fondamentale prima ancora di parlare di uomo e di donna, non ha genere né età, ma a quanto pare il diritto vale fino ad un certo punto compreso quello di polverizzare la carne, le ossa e il sangue della vita umana.
Le favole non esistono ma sono necessarie come l’aria, e non raccontarmi frottole: le favole sono scintilla divina per i piccoli e per i grandi; sono necessarie come un cuore che batte o un polmone che respira.
Io leggendo le FAVOLE di Ester e di Rosa mi sono sentito come quel bimbo meravigliato, a bocca aperta, che viaggia con gli occhi spalancati nel mondo, stando fermo ma correndo, nelle dimensioni parallele delle emozioni senza limite, senza confini, senza l’angoscia di questo mondo di merda che non comprendiamo, tra una violenza e l’altra, che ci fa orrore.
È forse proprio per questo che noi pseudo adulti ne dovremmo leggere di più, forse proprio per questo che le favole di Ester e di Rosa mi sono piaciute tanto, perché ogni tanto riprenderci lo spazio di una favola è necessario perché fa bene e ci fa sentire meglio.
La fiaba non è un rifugio dalla realtà ma uno strumento vero per abitarla. C’è una convinzione diffusa che le fiabe servano a far addormentare i bambini, a tenerli lontani dal mondo reale, a ripararli in un angolo incantato dove tutto è semplice e prevedibile. Ma chi si è davvero sciolto in una fiaba sa che accade esattamente il contrario. Come ha scritto lo scrittore messicano Juan Miguel Zunzunegui:
«Una fiaba è un luogo dove si entra per uscire trasformati.
Non serve a far dormire i bambini, ma a svegliare gli adulti»
Caro il mio Diario adesso inizia il gioco delle citazioni famose, perché la fiaba, prima ancora di intrattenere, interroga. Sì, interroga proprio noi che poi scegliamo cosa leggere e far leggere ai bimbi. La favola mette il lettore di fronte a scelte, paure, ostacoli e – soprattutto – gli restituisce la certezza che nulla è immutabile. Quindi, fammi un favore, tra un romanzo e l’altro, leggi le favole di Ester e di Rosa e poi dimmi se questo non è vero.
Italo Calvino definisce la fiaba come «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nelle favole s’incontrano la povertà e la ricchezza, l’astuzia e la crudeltà, la solitudine e l’amore: i percorsi possibili sono molti, e così scopriamo l’ovvio, che ogni destino è fatto di prove e di svolte. E poi ci sono i draghi, i mostri.
Citato da Calvino in molte occasioni, G.K Chesterton ha osservato che «le fiabe sono vere non perché ci raccontano che esistono i draghi, ma perché ci raccontano che i draghi si possono vincere».
Per un bambino, il drago, il mostro, è la paura che prende forma: l’ignoto, il pericolo, ciò che sembra invincibile. La fiaba non gli nasconde che il drago esiste, ma gli offre gli strumenti per affrontarlo.
Sempre Calvino ha definito la favola «il primo, ingenuo e profondo tentativo di dare un senso al disordine del mondo». Quindi se il mondo è un caos di stimoli, regole non scritte, emozioni incomprensibili, la fiaba è un filo che prova a tessere quel caos in una trama, senza banalizzarlo.
E la verità? Se è vero, come dice Neil Gaiman, che «una fiaba non è un inganno: è il modo che ha la verità per farsi ascoltare senza fare troppa paura», allora la fiaba non edulcora la vita: racconta l’abbandono, la fame, la morte. Ma lo fa con la distanza lieve del racconto, permettendo al bambino di avvicinarsi alla verità con la gradualità di chi ancora deve imparare a sostenere il suo peso.
Sarà per questo che non smettiamo mai di imparare?
Infine, attribuita a Gesualdo Bufalino, c’è una frase che forse riassume tutto «una favola non è mai soltanto una favola: è un modo di dire la verità con una maschera, e chi la capisce si toglie la maschera dal volto». Perché la maschera non è un nascondiglio: è un linguaggio che impariamo a decifrare, giorno dopo giorno.
La nostra fortuna è quella di essere bimbe e bimbi che desiderano decifrare il mondo, smettendo – ecco un altro favore che ci dobbiamo fare – smettere oggi di scrollare il mondo come idioti senza direzione.
Perché la fiaba non è una fuga, è uno strumento potente per abitare la realtà. Non la nega, non la addolcisce: le dà forma, la rende narrabile, e quindi vivibile. Forse è per questo che torniamo a cercarla anche da adulti? – questa domanda vale solo per me caro Diario? –
La cerchiamo, la desideriamo, la favola, perché c’è sempre un pezzo di mondo che abbiamo bisogno di imparare ad abitare, ed è proprio per questo che non posso che ringraziare Ester e Rosa per queste opere buone e necessarie come il pane. Perché nonostante le spine, e i grani geneticamente modificati: toglieteci tutto ma non il pane e le rose. Altrimenti ci succede quello che capitò a “Giovannin senza paura” che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.
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Una sabato sera di marzo al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è un’opera viscerale, tanto tosta e vibrante che scassa e trascende il mito, tanto rivoluzionaria come la verità, goccia d’acqua che scava la roccia, che materializza il divino umano nel “pacco di carne” che siamo, maneggiati, trasportati, scrollati, sballottolati lungo il viaggio dolce e amaro dell’esistenza, fino alla consegna finale della morte che ci fa immortali.
La Penelope di Brunella non è il centro dell’universo, è tutto l’universo che ribalta la sua potenza, che dal buio parla alla leggenda con la luce della carne, quando l’anima sopravvive al dolore e alle lacrime, diventando padrona, orgoglio e gloria senza tempo.
La Penelope di Brunella rovescia il mito della tela e della fedeltà, squarcia il classico con la modernità, devasta l’ovvio e lo scontato del passato con la realtà e la verità del presente buio che si agita nelle nostre paure.
Oltre e dentro la morte civile e fisica della Donna venduta e stuprata, la Penelope di Brunella è un atto che dalla scrittura all’emozione scenica della rappresentazione, coinvolge direttamente lo spettatore, invitato al dialogo, invitato a rispondere, trascinato con forza ad entrare direttamente nella ferita che mai rimargina, nel sangue che continua a scorrere, nella storia che continua a raccontarsi, falsa e disonesta, bugiarda e millenaria.
Le voci e le maschere di Brunella e Davide Curzio, interpretano lo spirito, lo rendono visione materiale, e mettono in scena la coscienza dell’anima, in un coro di parole e gesti che si fanno tumulto, interrogatorio, processo, giudizio, navigazione agitata tra tempeste e tregue senza scampo; a noi testimoni restano attaccate domande, condanna e pena.
Il testo è incarnato e sconvolge, a momenti irato di rabbia, a momenti struggente e tenero come una carezza. È l’Arte come specchio che si ribella al dubbio della precarietà, alla fissità delle certezze, all’ipocrisia della ricerca cavillosa di redenzione e assoluzione, alla verità come peccato, al peccato come verità, alla vergogna dell’indifferenza, alla vittoria sulle sconfitte, al bene produttore di male, alle suture su bubboni che si fanno tumori.
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è l’Arte che si materializza in una interpretazione emozionante e suggestiva di cui Brunella è maestra: di vita che pulsa, non appare, ma si sente sotto la pelle fino al midollo, dentro le ossa. Brividi.
È la magia del teatro? Forse.
Forse solo la distanza abissale tra veri teatranti immortali e i teatrini di miseria umana che ci fanno bestemmiare.
*** – il post di MONICA – ***
Su il sipario… Ci accoglie la nebbia, una voce narrante melodiosa, Davide Curzio…
Nascosta sotto un velo azzurro, una sposa…
Tu e la tua Penelope, la mia Penelope, la vostra Penelope.
La Donna Penelope… la sente solo chi la vede… la giudica solo chi non vuole vedere… l’ abbraccia solo chi riconosce le sue lacerazioni… la ama solo chi è capace… l’ acqua trova sempre la sua strada… resta calma e lasciati trasportare…
Le Donne intelligenti sanno come fare, ascoltano e non solo le parole…
Le Donne come un pacco di carne…
Le Donne a cui spettano tanti ruoli, figlia, moglie, madre…
Le Donne devono aspettare, tacere, subire… l’acqua trova sempre il suo corso e se lo riprende quando vuole…
Le Donne intelligenti tessono soltanto una tela?
No… tessono tante tele e non le disfano mai…
Le Donne intelligenti conservano, ricordano, e ad ogni lacerazione del corpo e dell’anima si ricompongono…
Le Donne intelligenti affrontano la paura ed è per questo che fanno paura…
Il vestito è sgualcito, sporco, intorno c’è solo il buio, il tempo che passa non lo puoi misurare, la morte arriva quando muori dentro…
Spettacolo meraviglioso…e chissà quante di noi ieri ci siamo sentite la Penelope di Brunella… Bravissimi tutti
Una scenografia studiata nei minimi particolari, le luci abbracciano gli attori, la musica è una melodia che arriva al cuore, a rappresentare i vari stati d’ animo di noi Penelope, donne semplicemente donne.
Una serata splendida, delicata, intelligente.
E dulcis in fundo il presidente Matteo Caputo che bacia la mano di Penelope e esclama: sono fiero di avere una sorella come te.
se una bandiera rossa sola ti sembra poco e spoglia ma troppo potenti le parole che morirne non sarà mai abbastanza ai popoli liberi la terra agli indomabili prati fioriti dignità e gloria
In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabiliper il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Traballo Abissi dinamici mi afferrano La mia rabbia incido sulla pietra di ciò che sembro un’ascia contro il vuoto Ogni mossa è un crollo una caduta libera nel bit È la mia ballo cadendo Chiedo scusa ad ogni mio fallimento Traballo sperduto Ballo cadendo
Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.
Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.
In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.
I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.
Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Il silenzio di un meriggio meridionale. Lontano, la risacca del mare. Cani che abbaiano. A tratti, uno zufolo di canna. Pitagora ha l’accento pigro e pacato di un intellettuale del Sud che stia bevendo acqua e anice.
ECO – Buongiorno Maestro.
PITAGORA – Salute e armonia a te.
ECO – Pitagora… Mi dà una certa emozione pronunciare questo nome, che fu sacro a molti, poiché Lei, Maestro, fu tenuto dai suoi discepoli in conto di divinità…
PITAGORA – Non a torto.
ECO – Vedo. Ragione di più… Dicevo: una certa emozione. Ma mi chiedo se per molti altri che ci ascoltano il suo nome non evochi soltanto memorie ingrate: la tavola pitagorica, il teorema di Pitagora…
PITAGORA – Perché ingrate? Si tratta di due piccole applicazioni, e mi turba quanto tu dici, che per molti la mia fama si sia identificata con questi artifici secondari. Ma anche in essi risplende l’armonia sublime del numero. Pensa alla tavola: una matrice elementare da cui puoi generare tutti gli sposalizi possibili tra numero e numero, dati una volta per tutte, senza tema di errore, perché la regola di questo quadrato magico è la stessa che regola l’armonia dell’universo, dal cerchio più ampio delle sfere celesti agli abissi dell’infinitamente piccolo.
ECO – La capisco, Maestro. Il suo pensiero è stato così semplice e limpido, che ancora oggi molti lo confondono con quattro banali regole di calcolo a uso dei geometri o dei contabili.
PITAGORA – Noto una sfumatura di disprezzo nel modo in cui dici “geometri” e “contabili”. Vi è forse occupazione più nobile di quella di coloro che misurano le mirabili simmetrie degli spazi o che moltiplicano, sottraggono, dividono e assommano i numeri?
ECO – No certo. Ma è che ai giorni nostri… Ma è difficile da spiegare, non so se Lei può cogliere… Mi chiedo anzi come non sia stupito di trovarsi qui, di fronte a me, a tanta distanza di tempo dai giorni in cui visse, in un mondo così incommensurabilmente diverso.
PITAGORA – Ti prego, uomo ingenuo! Tu stai parlando con Pitagora. Tu sai che la mia anima ha trasmigrato in molti corpi; tu sai che un tempo fui l’eroe Euforbo e che vedendo, secoli dopo, il mio scudo nel tempio di Apollo, lo riconobbi, e piansi. Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e lo sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio della purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all’astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa librarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l’armonia del cosmo, e l’ammirevole concatenarsi dei tempi, così che il tuo presente non mi è cagione di gran stupore, come non ne fu il passato, entrambi derivando dalla calibrata e molteplice danza dei cicli cosmici. Ai tempi miei ho visitato l’Egitto, dove vi appresi i misteri coltivati da quei sacerdoti, e la Persia, e le Gallie, e Creta. Come vuoi che mi stupisca e riesca nuovo il tuo mondo?
ECO – E dopo questi viaggi, all’età di quarant’anni, Lei emigrò sulle coste italiche, a Crotone. Eravamo nel sesto secolo avanti Cristo. E qui Lei fondò la sua scuola. Adorato dai suoi discepoli (dicevano persino che Lei, divino, avesse un femore d’oro), accettavano una disciplina rigidissima, e solo gli eletti erano ammessi alla conoscenza dei misteri superiori della sua dottrina. Una comunità di tipo monastico, diremmo oggi, che ha prodotto pensatori che han diffuso le sue teorie in tutto il mondo antico. Cosa insegnava, Maestro, ai più fidi tra i fidi, laggiù a Crotone?
PITAGORA – Il numero, sostanza di tutte le cose.
ECO – In che senso, sostanza?
PITAGORA – Avrai sentito parlare di quei primi filosofi naturali che cercarono la spiegazione dei fenomeni del mondo non nell’immagine mendace degli dèi, ma nel principio primo. Non erano sciocchi, avevano capito che conoscere significa trovare un unico principio che spieghi l’origine, il divenire e l’organizzarsi di tutte le cose esistenti. Solo che la loro mente era debole, la loro fantasia pesante, e cercarono questo principio primo negli elementi fisici, l’acqua, l’aria, il fuoco. Fui io che per primo compresi che il principio e la norma delle cose erano una sola forza, e questa forza era una forza matematica. Sono i princìpi matematici che regolano la vita dell’universo, che ne sono origine, legge, motivo di sussistenza e ragione di bellezza. Il numero è la sostanza delle cose.
ECO – Ma cosa significa questo. Che le cose sono numeri? O che le cose imitano i numeri? O che le cose sono regolate da numeri?
PITAGORA – Tu mi chiedi troppo. Alcuni hanno dovuto vivere all’ombra della mia verità per tutta una vita, per capire. E non sempre hanno capito. Al massimo hanno ripetuto. Dicevano, delle mie parole; «Autosè fa – Ipse dixit – Lo ha detto il Maestro, non si discute». E nell’obbedienza, nell’umiltà, nasceva la conoscenza. E tu vuoi che di colpo ti sveli la verità? Piuttosto, guarda questa figura.
ECO – La conosco… È la Tetraktys, il triangolo magico composto di punti. Tre lati, di quattro punti ciascuno, e un punto al centro, così che sembra anche composta di quattro file di punti, una di quattro, una di tre, una di due e una di uno.
PITAGORA – E in essa, se saprai capire, già ti sorride la verità del numero. Uno più due più tre più quattro uguale a dieci. Un punto al centro, origine di tutti gli altri. Quattro punti ai lati, quattro, il numero della perfezione, della forza, della giustizia e della solidità. Tre serie di quattro punti formano il triangolo equilatero, simbolo di eguaglianza perfetta. La somma dei punti dà dieci, e coi primi dieci numeri puoi esprimere tutti gli altri infiniti numeri che abitano nell’universo. E se guardi il triangolo dal vertice alla base, ecco che il numero dei punti ti mostra, alternati, il pari e il dispari. Il pari, simbolo dell’infinito, perché non potrai mai identificare in una linea di punti pari il punto che la divida in due parti uguali. Il dispari, dotato di un centro che separa due metà sempre uguali. E l’uno, infine, numero pari e dispari ad un tempo, origine sia dei numeri dispari che dei pari, che con la sua sola presenza può rendere pari il dispari e dispari il pari. Non vedi, uomo, in questo simbolo elementare, tutta la saggezza dell’universo, tutte le leggi matematiche che fanno il mondo?
ECO – Sì, in astratto… Ma gli oggetti fisici?
PITAGORA – E cosa sono gli oggetti fisici, da dove credi che traggano la loro consistenza se non da una diversa disposizione spaziale e numerica dei loro elementi infinitesimali? Se il fuoco serpeggia così rapido, e punge e penetra, è perché dalla generazione dei triangoli elementari si generano corpi solidi in forma di piramide, che appunto punge e penetra. Mentre gli altri elementi saranno formati da ottaedri, icosaedri e dodecaedri. E questi, che regolano la vita infinitesima del microcosmo, sono i princìpi del macrocosmo, che regolano il cammino delle sfere celesti e la rotazione dei pianeti.
ECO – Io capisco, Maestro, che Lei ha anticipato di secoli le intuizioni fondamentali della scienza moderna: non solo che il mondo può essere spiegato in termini matematici, ma che sia l’universo delle galassie che quello delle particelle subatomiche sono due aspetti di una stessa macchina, spiegabile in termini di calcolo. Ma proprio Lei, Maestro, che ha dato un tono così profondamente religioso alla sua comunità, non ha preveduto l’obiezione che ancora oggi qualcuno potrebbe farle: che, cioè, il numero spiega la struttura del mondo fisico ma non la vita… come dire… dell’anima, dello spirito. Ma cos’è allora l’anima di cui Lei parla, che trasmigra di corpo in corpo sino alla purificazione? Cosa sono la musica, che lei ha amato tanto, l’arte, la poesia?
PITAGORA – Sono numero. Numero. Che altro? Lo stesso numero che costituisce le piramidi del fuoco, lo stesso gioco di pari e dispari, finito e illimitato che regge la generazione delle grandezze matematiche. Ecco, qui ho sette bicchieri, di uguale formato; e ciascuno è riempito di acqua, ma in misura diversa. Ora io batto con questa verga di metallo su ciascun bicchiere, in serie… Senti? (Si ode una successione di suoni, non una scala diatonica, qualcosa di più simile a una scala cromatica, o la successione dei tasti neri sul pianoforte). Cos’è questa?
ECO – Sì… musica. Almeno, il principio della musica.
PITAGORA – E da cosa dipendono gli intervalli, e le differenze riconoscibili (e amabili) tra suoni, se non dalla misurabile quantità d’acqua in ciascun bicchiere? E vedi ora questa corda: lo sai, è il principio che permette il funzionamento di molti strumenti musicali. Se la premi a questo punto, rendendola più corta, ottieni un suono, se la premi più avanti, e l’accorci ancora, il suono sarà più acuto (si odono due suoni). Tu sai, ogni musico sa, che ogni minima differenza di suono può essere misurata rapportandola proporzionalmente all’estensione della corda. Una formula matematica regge la vita di ogni evento musicale.
ECO – Sì, ma io dicevo: e l’anima?
PITAGORA – Risponde alle leggi della musica, è un puro gioco di rapporti numerici. Ricordo una sera, a Taormina. Un giovane, avvinazzato, al colmo dell’ira, stava per sfondare la porta di una casa dove abitava una donna. Nessuno riusciva a trattenerlo. Sino a che io capii. Non tanto il vino lo eccitava, quanto la musica che i suonatori di tibia suonavano in modo frigio, che dispone all’eccitazione, e tende muscoli e nervi, per simpatia tra i numeri che regolano e l’uno e l’altro fenomeno. E io ordinai ai suonatori di passare al modo ipofrigio. E subito il giovane si calmò. D’altra parte noi stessi, nella scuola di Crotone, ci addormentavamo al suono di qualche calcolatissima cantilena, e poi al risveglio, per rifarci lucidi, ricorrevamo ad altre modulazioni. Ma tu lo sai, e lo sapeva tua mamma, quando eri infante, che ricorreva con grande saggezza alla nenia giusta per calmare le tue lacrime! Senza che avesse studiato essa sentiva, dal profondo della sua anima, i numeri che potevano ben disporre la tua, e li traduceva in musica! Non so cosa sia d’altro, per te, l’anima, e se sia qualcosa di più. E cosa ammiri nel tempio o nella statua se non la simmetria, l’ordine e la rispondenza di una parte a tutte le altre, e il ritmo, lo stesso che ami nella poesia?
ECO – Io credo che Lei abbia ragione, Maestro, e che sia molto più religioso il suo pensiero di quello di coloro che oppongono spirito e materia come se fossero due entità incommensurabili. Ma forse lei ha portato questa sua religione del numero troppo avanti. La sua dottrina astronomica, per esempio…
PITAGORA – Cosa vi è di errato nella mia dottrina astronomica? Intorno al fuoco centrale ruotano i dieci corpi celesti. Il cielo delle stelle fisse, Giove, Saturno, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, la Luna, la Terra e l’Antiterra.
ECO – Appunto. La Sua dottrina astronomica è stata rivoluzionaria, ha anticipato quella copernicana, perché non riteneva che i pianeti ruotassero intorno alla Terra. Ma perché l’Antiterra, un corpo che nessuno ha mai visto?
PITAGORA – Ma perché solo così si raggiunge il numero perfetto di dieci!
ECO – Vede dunque che per amore di teoria, di perfezione matematica, Lei si è costruito un universo su misura, che non corrisponde alla verità dei fatti.
PITAGORA – Non corrisponde alla verità dei fatti? Cosa significa? La verità è la teoria matematica. Se la teoria matematica postula la presenza dell’Antiterra, l’Antiterra deve esistere, e peggio per noi che non siamo capaci di vederla. Forse che ai tuoi tempi non sono stati scoperti nuovi pianeti?
ECO Certo. – Urano, Plutone, e i satelliti di Giove…
PITAGORA – E come li hanno scoperti? Li hanno visti?
ECO – No, dapprima no. Dapprima, per verificare certe teorie astronomiche, per spiegare certe anomalie nel moto dei corpi celesti, si è dovuto presupporre che esistessero, poi si è andati a cercarli con strumenti sempre più raffinati e poi…
PITAGORA – Vedi dunque che è la teoria che ha fornito gli elementi per la verità, la fiducia nella legge matematica dell’universo, il postulato della regolarità dei fenomeni!
ECO – Lei ha ragione. Ma poi si è andati a verificare.
PITAGORA – E che bisogno c’era, se la fiducia nella regola eterna ti diceva già che dovevano esserci? Ma non avverti la bellezza di questa regola eterna del numero? Ogni pianeta girando a velocità diversa intorno al fuoco centrale produce un suono della gamma musicale, e tutti insieme generano un concerto dolcissimo, un’armonia che canta perennemente nell’universo.
ECO – Che noi non sentiamo.
PITAGORA – Certo, perché il nostro orecchio vi è abituato sin dalla nascita. Non hai mai fatto caso, nell’incanto di certe notti, al rumore del silenzio? Ma solo in momenti di grazia puoi udirlo.
ECO – Sì, ma se tutti i dieci pianeti producono ciascuno una nota della scala musicale, tutti insieme non fanno armonia, ma una dissonanza tremenda, come se io schiacciassi di colpo tutta la tastiera del pianoforte, come se pizzicassi tutte le corde di un’arpa in un solo istante…
PITAGORA – Ma la musica non è data dai suoni, bensì dai rapporti tra i suoni. Anche un sordo può godere la musica, purché la pensi, mentre chi la ascolta senza pensarla non la gode.
ECO – Ancora una volta questo disprezzo per il concreto!!!
PITAGORA Ma del concreto io vedo l’anima matematica.
ECO – Sì ma l’adolescente di Taormina è stato calmato da una musica suonata, non dal pensiero matematico degli intervalli musicali.
PITAGORA – Era puro dialogo tra numeri, opposti che si integravano, tensioni che si componevano nell’armonia. Non era necessario che il ragazzo lo sapesse e lo capisse. Così doveva avvenire.
ECO – così doveva avvenire… Vede, Maestro, quello che le rimprovero è il suo ottimismo matematico. La sua fiducia in una sorta di fatalità armonica che regola il divenire dell’universo. Lei ha lasciato in eredità al nostro tempo grandi intuizioni scientifiche, ma al tempo stesso una terribile tentazione. La tentazione di contemplare una armonia astratta del tutto teorica, senza riuscire a tener conto della contraddizione, del dolore, di quelle vicende tutte terrestri in cui il numero fallisce e l’azione umana deve intervenire per ristabilire una legge, o per imporne una nuova. La storia della nostra scienza è fatta anche di calcoli sbagliati, e di esperimenti che hanno contraddetto i calcoli, e di calcoli che hanno rifatto i calcoli precedenti…
PITAGORA – Ma non siete mai riusciti a darmi torto.
ECO – Non lo so. Forse le si è dato ragione proprio quando le si dava torto, quando si sono negati i suoi numeri per cercare altri numeri…
PITAGORA – Sono sempre gli stessi. La regola sta al principio.
ECO Ma trasporti questo atteggiamento nella vita sociale e politica. Cosa ne nasce? Una visione aristocratica e conservatrice. Non a caso Lei ha dovuto fuggire da Crotone, perché il partito democratico vedeva nella Sua scuola un centro di pensiero aristocratico e reazionario. Nella vostra fiducia nelle leggi eterne del mondo voi pitagorici non potevate comprendere la mutazione, non potevate intuire quello che dopo di voi ha intuito Eraclito, che tutto scorre, che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, che la realtà nasce anche dal dolore, dalla lotta, che l’armonia è un punto d’arrivo, sempre provvisorio, ma guai a considerarla un punto di partenza, definitivo.
PITAGORA – Dunque non hai capito.
ECO – No Maestro, ho capito che lei ci ha offerto probabilmente solo uno dei volti della verità, e che ne esiste anche un altro, e che nella tensione tra queste due verità, quella che un nostro poeta ha chiamato la duplice battaglia dell’ordine e dell’avventura, in questo sta la nostra verità umana.
PITAGORA – Dunque non hai capito.
ECO – Sì, ho capito che la Sua funzione è stata di proporci la Sua verità, e di non dubitarne mai. La nostra è di metterla in dubbio, e di crederci, al tempo stesso.
PITAGORA – Dunque non hai capito.
ECO – Buongiorno Maestro. La ringrazio per avermi concesso quest’intervista.