Antonio Franchini, 2024 Marsilio Editori
Il mio primo Franchini è il fuoco di Angela, Carmela Candida!

L’ho appena finito, è il mio primo Franchini, non solo mi è piaciuto moltissimo, ma stento a mettere insieme parole adeguate per commentarlo. Coraggioso e straordinario lo è per me. Il romanzo e l’autore, intendo. L’uno e l’altro non sono scindibili perché la verità, e la finzione di questo romanzo trascendono il personale e diventano immanenza critica della vita collettiva di una generazione responsabile della merda in cui affoghiamo o a seconda dei punti di vista dettati dall’identità economica e sociale occupata nel presente, non è merda ma oro. È la produzione di cultura collettiva di una generazione responsabile della sfavillante ed effervescente ricchezza in cui affoghiamo, oro o merda è lo stesso. Non sono solo i soldi e le emozioni, la politica e il potere, le figurine e i protagonisti, Angela, la mamma, la radice, è il fuoco dell’uomo delle caverne che porta all’incendio ogni foresta di potenza materiale dell’esistenza collettiva che ci riguarda tutti.
Coraggioso, straordinario e figlio di buona donna, è questo Franchini.
Angela che non è mai stata una zoccola, è una buona donna ma non una mala femmina, è una donna che non si è mai venduta, è una donna che lotta fino all’annientamento suo e della sua carne per un diritto, per i diritti e per i suoi figli… La guerra all’INPS è favolosa. È il calvario di tante persone disperate che cercano aiuto nel welfare che è quasi sparito, non assistenza o pietà ma riconoscimento e dignità umana. I precari di ieri e di oggi, disperati domani. Polvere da mettere sotto al tappeto di una società opulenta e senz’anima.

L’altra sera la scrittrice Piera Carlomagno al Salerno Letteratura Festival che presentava il suo ultimo romanzo OVUNQUE ANDRO’, l’ha nominato questo Franchini (che da più parti leggo osannato e denigrato con forza virulenta) per dire di come sia complicato, doloroso ma anche sublime, lavorare a rendere personaggi le proprie relazioni familiari, e non solo quelle di sangue, il passato che diventa futuro e produzione letteraria senza tempo né spazio limitato.
In questo romanzo i familiari di Antonio Franchini, non solo la mamma quindi, diventano personaggi e ognuno romanzo di intrecci che portano all’esploso dell’intera storia d’Italia, dalla seconda guerra mondiale a oggi, in cui il Nord e il Sud non sono spezzati ma annodati, non sono distanti ma sposati e fusi in un’unica anima che è quella della passione, dei sentimenti, delle emozioni che non conosce confini né di tempo né di spazio politico o geografico.
Le origini rocciose del beneventano con la fierezza dei sanniti che in battaglia fermavano l’impero romano nell’antichità, sono le stesse di quelle che fermavano gli austriaci sulle Alpi in epoca moderna. La critica letteraria alle parole che diventano slogan e muovono gli eserciti, non è a D’Annunzio ma alla responsabilità della cultura sottomessa alle vergogne della politica, che in caso di guerra diventano atrocità. La critica e il messaggio, credo anche sapientemente elaborato, passa per gemme che fanno brillare la potenza delle parole come la lezione magistrale sul testo di Zappatore portato alla fama e al ludibrio mondiale da Mario Merola.
uommene scicche e femmene pittate
Una delle pagine più intense e manipolate con l’abilità di un chimico da nobel è quella dei parti e degli aborti, materie che solo una donna avrebbe il diritto di trattare ma se è tua madre si capisce come la vertigine della più profonda emozione intima alla radice della tua esistenza, sia un tempesta senza fine. Beh, forse genio da nobel è anche troppo riduttivo.
Non è un diagramma di flussi che esplodono, è uno zapping alla televisione da un film all’altro, da un documentario all’altro, da un reality all’altro, da uno sport all’altro, da una pubblicità all’altra, da Napoli a Cortina, le pagine rimbalzano da un ricordo all’altro tutti narrati al presente come è proprio del pensiero che ce li fa vivere adesso in presa diretta nella scena e con il desiderio di intervenire per cambiare il verso della storia. I sensi di colpa si sprecano e si fanno espiazione, pentimento e rammarico, impotenza e potenza della liberazione intellettuale di trascrivere e rendere visione un fuoco che distrugge e purifica.
Questa di Franchini, sarà tecnica, sarà padronanza degli strumenti, sarà talento, è una scrittura che fa di me uno spettatore coinvolto nella narrazione e per tanto un lettore entusiasta. Sarà che, per esempio, alcune delle scene le ho vissute e le ricordo come accadessero oggi: a settembre facciamo le bottiglie di pomodoro. Anzi le viviamo ancora come ultimi indiani di una riserva in estinzione. Indigeni ribelli allo strapotere della comodità e del mercato.

“Leva le zoccole, vedi chi ci resta”… cosa rimane della società? Non è una questione di genere, il baratto delle cose e delle persone da millenni crea società e le distrugge… il mercato, l’economia, l’odio diventa vergogna per poi fare i conti con la morte e la ricostruzione… è questo fuoco che mi ha avvampato in questa lettura, in questo gran bel romanzo che per quanti pompieri entrano in campo non si riuscirà mai a spegnere. Franchini è un migrante che ha avuto successo e fortuna? Beh, se lo merita lui e la sua Angela, Carmela Candida che lo ha forgiato con l’acciaio dell’amore che si sente, si maledice, si odia perfino ma non è mai, e mai deve essere un vomito. 😍👏
“E che so’ sti vuommeche?”


Insomma Antonio ama la mamma, odia la mamma, ne ha vergogna, la racconta con crudezza viscerale e c’è un bene per ogni male, un male per ogni bene, bellezza e bruttezza, in picchi assoluti con parole semplici e dirette… Ogni giorno prende il caffè con lei e poi vive la sua vita. Quale figlio può dichiarare questo grande amore praticato materialmente e non decantato a chiacchiere? Quale figlio riesce a cedere alla volontà di un genitore che non vuole essere chiuso in una RSA o stare in ospedale a morire? Dopo la morte chi non la vorrebbe riportare in vita la propria mamma? Con questo romanzo Antonio Franchini la rende immortale senza sconti né ipocrite magnificenze. Per me è geniale, viscerale, straordinario. C’è un giovane scrittore che brucia con un fuoco dentro che non aspetta altro che incendiare le vaste praterie delle nostre piatte esistenze, si chiama Marco Peluso e mi ha scritto che di Franchini devo recuperare QUANDO SCRIVIAMO DA GIOVANI. Obbedisco, eseguo, e provo a leggere. La mia pila di opere da leggere sta diventando un grattacielo: infinita è la strada dei treni di parole che arrivano e che partono ogni ora. Ci vediamo alla stazione.
Non oso immaginare la mia mamma Anna ovunque sia che grosse risate si sta facendo, lei diceva:
«…e cherè stu parlà?»
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