Romanzo Solferino 2024
Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.
Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.
Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.
Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.
C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?

Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce.” Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”
Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.
Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.
La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.
Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.
Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.
Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.
Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.
Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?
PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.
PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud ?



























RECENSIONI
di Angelo Cennamo su Telegraph Avenue
di Paola Iannelli su THRILLERNORD
di Lucia Accoto su Thebookadvisor
di Marinella Giuni su Milanonera
di Dario Brunetti su Giallo e Cucina
immagini dall’intelligenza artificiale









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