Ovunque andrò di Piera Carlomagno

Romanzo Solferino 2024

Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.

Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.

Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.

Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.

C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?

Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce. Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”

Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.

Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.

La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.

Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.

Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.

Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.

Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.

Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?

PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.

PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud ?

RECENSIONI

di Angelo Cennamo su Telegraph Avenue

di Paola Iannelli su THRILLERNORD

di Lucia Accoto su Thebookadvisor

di Marinella Giuni su Milanonera

di Dario Brunetti su Giallo e Cucina


immagini dall’intelligenza artificiale

IL TAGLIO FREDDO DELLA LUNA di Piera Carlomagno

2022, Solferino Libri

L’incipit è un brivido. Uomo o donna? Mi sono chiesto. Il prologo è una lettera, un vortice di sentimenti che trascina senza scampo verso una spumeggiante cascata di domande. Giù verso le rapide turbolente di un fiume agitato da scene avvolgenti: avvinghiata la mente, questa scrittura ipnotica mi ha sbalzato fuori dai gorghi frenetici della vita quotidiana, per avvincermi dentro un flusso impetuoso di fatti e personaggi che alla fine mostrano come all’origine di ogni decadenza umana ci sia il male e la menzogna. Ciò che più mi ha colpito è come, con sferzante eleganza, le vicende narrate dei singoli personaggi, diventino un insieme rappresentativo di un’intera società. Se per i fanciulli la purezza briosa della gioventù muore con la fine dell’innocenza, la purezza dell’impeto costitutivo della repubblica, muore con la fine dell’onestà. Segreti, ricatti e compromessi intrecciano singole esistenze e la pluralità di un’intera organizzazione sociale: la decadenza è un processo che divora da dentro, e il conto si paga solo alla fine con la morte che svela colpe e tormenti nascosti per una vita intera.

“Piangi. Io sono il tuo castigo.”

Dopo aver scoperto con UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE e NERO LUCANO, un intricato e appassionante personaggio come Viola, l’affascinante anatomopatologa di Piera Carlomagno, l’attesa di un’altra sua avvincente storia mi era così insopportabile da rivoltare sotto sopra tutte le priorità di quella giornata. Ricordo come fosse ieri: trenta settembre 2022, nel primo giorno dell’uscita nelle librerie italiane, la prima presentazione alla Feltrinelli di Salerno, e il fondamentale Angelo Cennamo dire: «Il taglio freddo della luna è il romanzo borghese del XXI secolo.»

Secondo una mia sensazione strettamente personale, questa avvincente cronaca romanzata dei giorni che vanno da giovedì 26 agosto con la luna calante visibile all’87%, a martedì 7 settembre del 2021 con luna nuova che inizia a crescere, è la dimostrazione di come una produzione letteraria di fantasia possa diventare un potente strumento di denuncia e critica storica di un’intera società, quella italiana, o meglio di una sua “classe”, la borghesia, che meriterebbe la condanna della memoria.

«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»

Sicuramente esagero, come è esagerata ogni generalizzazione di categorie che più le analizzi e più si frantumano in eccezioni. Ma d’altronde alla fine della lettura e rilettura di questo romanzo, il libro tra le mani scotta come una bomba inesplosa e per troppi anni sotterrata. Questa la mia sensazione dopo la lettura dei due articoli che seguono e che mostrano come la Fossa Irreversibile sia vera e non fantasia; è spaventosamente reale a Rotondella di Matera, in terra lucana, in Italia.

Nel 2019 avviene una sorta di riesumazione di un cadavere vivente, pericoloso sì ma che il genio umano intende riciclare. Poi uno si meraviglia che la realtà possa superare ogni assurda fantasia. Urca che tema di estrema attualità, il nucleare, in queste ore che gli idioti sapiens fanno la guerra lungo il fiume Dnepr, intorno ai sei reattori atomici della centrale di Zaporižžja.

Nucleare, così a Matera viene alla luce il mistero del Monolito di scorie Usa – SOLE24ORE – 21 dicembre 2019 – di Jacopo Giliberto

Via le scorie nucleari dal terreno: in Basilicata rimosso il monolite della “fossa irreversibile”IL MESSAGGERO –  18 Dicembre 2019 – di Giampiero Valenza

“Negli anni Sessanta i rifiuti nucleari si cementavano e si mettevano sotto terra, in quelle che all’epoca venivano chiamate “fosse irreversibili”, proprio perché sarebbero rimaste lì per sempre.”

Quei rifiuti erano americani e noi abbiamo fatto di pezzi incontaminati della nostra meravigliosa terra una loro pattumiera…

«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»

Cos’altro potrebbero meritare quelle generazioni che hanno permesso al nostro paese di diventare una discarica geopolitica? Più di una metafora, una condanna eterna. Ecco la potenza dell’intelletto cui la Carlomagno ci ha abituato, il viaggio su binari inseparabili, la bellezza della terra e il suo saccheggio, ma questa volta, il salto è trascendente, dal sudiciume materiale del petrolio e dei poteri massonici essenzialmente locali, passa a trattare il mostro invisibile, la contaminazione nucleare e poteri di dominio geopolitici.

«Quelle urla non le dimenticherò mai, anche se le ho ricacciate in fondo a ogni pensiero e sentimento, giù, nel punto più profondo di quell’abisso che è la mia anima.»

Uso alcuni dialoghi a ritroso partendo dalla fine del giallo per dare consistenza a questi miei commenti da lettore ipnotizzato. Sono commenti che cercano di provare quanto profondo e affascinante in questo romanzo sia l’intreccio sociale della storia di un paese con quella dei loro protagonisti, anima e identità, passato e presente, singolare e plurale.

«… Fu in quell’attimo che acquistò l’antitodo contro il veleno dei veleni: la disuguaglianza. Fu in quell’attimo che pensò di riscattarsi anche per il futuro, lui, la sua famiglia e la mamma infelice… »

La storia di uno diventa la storia di una classe smarrita che diventa soggetto sconfitto, singolare e plurale, elevato e decadente, per sé e di sé, prigioniero dell’evoluzione dei veleni materiali, sedotto e corrotto nel labirinto senza uscite di teorie e pratiche di speranza che quelli bravi hanno chiamato la fine della storia. Ma come la fossa dei rifiuti nucleari, la Storia dimostra che di irreversibile c’è solo la morte, e forse nemmeno più quella, almeno per chi sopravvive. In fondo il progresso, la modernità, le colpe che non possono ricadere sui figli, dimostrano che di giorno in giorno, diventa possibile quello che ieri era impossibile. Ecco la dualità umana in eterna contraddizione: bellezza e mostruosità.

«Siamo capaci di convivere con qualsiasi colpa» disse Viola. «Del resto siamo tutti mostri capaci di convivere con l’idea della nostra stessa morte… »

Dall’ultima alla prima pagina è Viola la guida, come il Virgilio di Dante ci accompagna oltre le righe dei fatti, oltre l’inferno e il purgatorio delle anime dei personaggi che lei riesce a sventrare da vivi, risuscitando anche quelle dei morti. Viola Guarino è la luce che scopre le ombre tra le piaghe dolorose delle verità nascoste e di quelle che sfuggono anche se in bella vista nel presente. La magia della letteratura gialla è anche questa, l’abilità della scrittrice di porre in bella mostra quelle evidenze che sono indizi che con lo scorrere delle pagine diventano certezze. Ma con la scrittura della Carlomagno si va oltre, si vola veloci come pipistrelli nelle grotte oscure dell’eterna lotta di classe. All’improvviso un sorriso e un pensiero: accecante e assoluta ineluttabilità della linfa vitale della grande letteratura, degli ultimi che resteranno per sempre ultimi, e che, nonostante i compromessi sociali della convivenza, restano fieri di esserlo, ultimi continuando a lottare per una comune identità di classe e di estraneità, forse nemmeno ultimi, diversi, esclusi ma colti.

Sorrise pensando a quelli che portavano stampata su magliette o borse di pezza appese dietro la schiena, la protesta a quel ciclone passato sulle loro teste senza coinvolgerli: «Pure io sono un povero cristo». E il cordone ombelicale con Levi non si taglia, non si tagli.

Poi ci sono i sentimenti e i desideri di Viola, i sogni erotici e gli incubi della maledizione arcaica dei tormenti che si fanno umanità inquieta, ci sono le voglie di scorticarsi addosso l’essenza emozionale del corpo e del pensiero, sentimenti e desideri che non trovano pace, che si intrecciano senza legarsi mai, e anzi ne fanno una danzatrice alla ricerca di quell’equilibrio impossibile di chi è sempre in fuga.

«La luna non muore mai» osservò Loris. «Si rigenera.»

«Certo, come tutti dopo le delusioni.»

Non c’è niente di semplice e scontato in questo grande romanzo, proprio come è la complessità della vita che nelle sfumature e negli attimi si fa preziosa, proprio come un diamante, inutile e spento senza una luce che lo attraversi. Così ci sono un paio di pagine in cui Viola e Loris si parlano, si sfiorano e si allontanano, un paio di pagine che da sole riscaldano il cuore e lo stordiscono, mettendo a nudo le differenze della donna dall’uomo, della femmina dal maschio, differenze della ragione dal sentimento.

«… Non ci si abitua a tutto, se si presenta l’occasione si saldano conti vecchi che si credevano dimenticati. E invece no, non si dimentica niente, tutto resta ferocemente piantato nelle nostre coscienze.»

Le scene e i dialoghi sono talmente vividi che saltano dalla pagina e arrivano, a volte come pugni in faccia improvvisi, a volte come carezze di una ragnatela di parole in cui i personaggi restano impigliati in attesa di essere svelati.

Ma non ricordare non è possibile, finché si è in vita, rimuginava Bepi e forse questa è la chiave di tutto. Sono i ricordi che rendono le persone pericolose e consapevoli che ciò che è stato potrà essere ancora; chiunque sia vivo continua a rimestare nei simulacri che occulta, che lo voglia o no, ed è tutta qua la complessità e la contraddizione dell’umano.

Eccola la scrittura ipnotica che salta tra passato e presente, con storie intrecciate come i rami di un bosco fitto e misterioso che mi ha ricordato il groviglio dell’adolescenza, le paure e le follie, ignoto e oscenità, vertigini e cadute, le colpe, l’ebrezza della potenza e lo sconforto della sconfitta, i rimpianti e gli occultamenti della vergogna. Ci sono conti che non si chiuderanno mai e tra questi, la conoscenza di questo personaggio grandioso che è la Viola di Piera, dopo tre romanzi è solo all’inizio. È una conoscenza parziale e ancora sfuggente, fatta di numerose curiosità irrisolte mentre nell’attesa di una prossima inchiesta, immagino lei correre come un fulmine bianco che non tocca mai terra.

… entrava nella morgue con l’aiuto di un rapporto ancestrale con la morte e si avvicinava ai corpi con la speranza di incontrarne l’anima.

Ducati 950 multistrada
la socia di Viola è bianca: Ducati multistrada 950

premio nero lucano

e… dopo tanti giorni, resto ancora stordito

INTRIGO A ISCHIA di Piera Carlomagno

2017, Centauria Milano

Una delizia. Lo devo scrivere: questo intrigo è un romanzo delizioso. Provo a spiegartene il perché? Beh sì mio caro Diario, altrimenti che autocoscienza saresti?

copertina

Le vicende umane che si intrecciano nella trama sono come cupole soffici di pan di spagna, hai presente la consistenza di un dolce strutturato? Una delizia lo è. Poi, dentro lo spazio esistenziale dei personaggi ci sono cuori farciti come in un mix di crema pasticcera, e di agrumi diversi tra loro, con punte di dolce e di aspro come la granulosità dei sentimenti e il sapore delle passioni più intense. Una delizia quindi, ma non è finita perché l’insieme è bagnato da un calore alcolico e profumato come quello di un limoncello, un liquore mai uguale che scalda le personalità rappresentative della commedia dell’arte napoletana. La scrittrice rincorre le maschere eterne della vita e le supera con l’efficacia di un racconto perennemente in equilibrio tra la classicità del passato e la modernità del presente.

Allora, per rendere credibile questo commento ricomincio dal principio, perché l’inizio dell’intrigo è una delicata glassa profumata che l’avvolge, che sa di Napoli e delle sue isole immortali, Ischia tra queste. I luoghi, le tradizioni, la cronaca e le discendenze umane, si attorcigliano prima e si sciolgono dopo, come quando il palato incontra la pasta raffaioli non un semplice pan di spagna. Quindi per chiudere il discorso, se il dolce chiamato delizia è una poesia per le papille gustative, così la lettura di questa storia napoletana mi ha portato in estasi la mente, cullata dalle pagine ordinate in un romanzo delizioso, appunto.

“La vita prosegue tra inquietudine e illusione, facendo perdere sempre di più la distanza dalla realtà, finché se ne è posseduti.”

Dal “prezioso kefir messo a fermentare” alle viscere di Napoli, INTRIGO A ISCHIA è un giallo delizioso, intrigato, intrigante… oh che darei per vedere recitate sullo schermo le battute di donna Flora e quelle della Polizia che indaga sui fantasmi incalzati da una brillante, mai doma giornalista, Annaluce, e poi Patrizia, Bianca… donne, donne, tante donne… Non credo sia banale, penso sia stato detto mille e mille volte e quindi lo scrivo: l’intrigo è donna e più se ne legge e più se ne desidera…

La dolce astrazione che ho raggiunto con questo romanzo, a parte l’innalzamento della glicemia di cui dovrò discutere con la mia dietologa, è andata dove solo la bella letteratura può andare: con la giusta dose di misteri e di colpi di scena infarciti di momenti divertenti, sensuali e anche di spettacolare normalità, il giallo non si risolve facilmente anzi, la complessità e la tensione degli eventi ne fanno una delizia tutta da scoprire.

Non parlava, non piangeva, non ricordava niente. Aveva riposto la sua vita passata come in un cassetto di biancheria mai usata, rigida e ingiallita. Monosillabi, movimenti della testa, lo sguardo a terra e solo ogni tanto un segno di ribellione: «Basta, iatevenne mo’»

copertina

La VIOLA di Piera Carlomagno

un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri

Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perdita dell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.

La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.

“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.

E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”

Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autrice ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:

“… ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno”  dalla recensione di Angelo Cennamo su TELEGRAPH AVENUE

“Una favolosa estate di morte” è IL giallo italiano per eccellenza, con tinte noirdalla recensione di Sara Ferri su TRILLER NORD

Nel giallo c’è un indizio importante, un dipinto degli amanti … tornare a Matera:

«Della sua morte apparente o tanosi, quella che le ha permesso di aspettare tanto prima di vendicarsi di…»

una favolosa estate

più misterioso di un fantasma c’è solo un figlio di “pacchiana”che fa commenti 🙂

Il Nero Carlomagno: L’invito

un commento al romanzo breve L’invito, edizioni e-stories 2020, finalista al Premio Garfagnana in giallo sezione ebook 2016

“A volte per ritrovare se stessi è necessario perdersi, ma quanto può essere pericoloso?“ – sulla quarta di copertina la scrittrice Piera Carlomagno, porge il suo invito alla lettura con estrema chiarezza, bianco su fucsia patinato, accenna “di come un accecante, seducente miraggio possa condurre nel baratro più profondo.”

Il titolo dato a questo romanzo, è tutta altra cosa, è un piano diabolico, è la vendetta necessaria di un’anima diventata nera per amore, accecata da gelosia primordiale.

woman s face

Ciò che più mi ha coinvolto è il racconto in prima persona della protagonista Mirella che diventa Greta e poi rinasce in una nuova Mirella, è la formazione dell’insoddisfazione umana prima che femmina, che vive in ben tre personalità, le pulsioni fatte carne e desiderio che rendono il racconto non solo intrigante ed avvincente, ma anche capace di scavare nelle profondità dei meccanismi mentali sottesi alla scelta delle maschere, delle bugie, degli inganni, delle menzogne, della passione nel vivere nascondendosi a se stessi.

“Per poche, ora lo so, pochissime persone, succede a volte che il non vissuto esca fuori dal cono d’ombra dell’immaginazione e metta le mani intorno al collo della verità”

La trama sembra semplice e scorrevole ma si afferra con soddisfazione solo alla fine, come deve essere è vero, ma senza essere scontata: è padronanza di stile.

“Non si accorse che a un certo punto ero morta. Morta di piacere e di desiderio, che mi aveva stretta, poi sciolta, poi rubata e aveva fermato il sangue nelle vene, che mi aveva avvolto i pensieri in un morso di felicità tanto improvvisa quanto assassina.”

Il bene e il male si aggrovigliano tanto che ogni piccolo capitolo è premessa per una attesa insopportabile, un risvolto che ogni lettore deve scoprire.

“L’amore quella notte fu incredibile. Felino e devastante. Spazzò via quello che c’era rimasto di me. Lasciò in piedi un simulacro di donna, una identità a cui erano state dilaniate le carni, ma soprattutto un corpo a cui era stata strappata l’anima.”

Dipendevo da lei, come prima ero stata schiava di lui.

L’intreccio dei sessi, il nemico che diventa alleato e l’odio che sale prendendo il controllo della mente, sono più che suspence o artificio letterario: è fame di antropologia criminale.

“… mi sento come il sole che tramonta nel mare e la mia angoscia si spande in tutto il corpo e nei pensieri.”

Se state pensando che può essere una lettura da fare sotto l’ombrellone, sappiate che va bene per una mattinata o un pomeriggio, si divora in poche ore, poi ogni uomo guarderà negli occhi la propria donna con paure tutte nuove, una donna così non mangia l’anima, divora tutta l’esistenza lasciando niente, anche ai figli.

Copertina romanzo L'invito

“Però la tregua era terminata. Il cervello aveva cominciato a lavorare. C’è una reazione, c’è un fondo del dolore, c’è il momento in cui le mani prendono qualcosa che fa resistenza e tirano fino a strappare, accada quel che accada.”

NERO LUCANO di Piera Carlomagno

Ho rinviato in continuazione il finale, leggevo e rileggevo scene e stati d’animo che segnano d’emozione una giornata qualsiasi.

#nerolucano di Piera Carlomagno non è un semplice giallo noir avvincente, è un capolavoro di romanzo che mi ha scorticato dentro.

“Intraprese il cammino tra stradine e scalinate, strette e ombrose come le crepe dell’animo, per arrivare a via Madonna delle Virtù.” […]

«Che noia» scherzò lui. «Sei su un prato ben pettinato. Immagina invece la foresta.»

Non ho parole adeguate al momento per descrivere quanto mi sia piaciuto, tanto? tantissimo? sono parole riduttive. Adesso devo sapere come è nata Viola, non mi resta che scoprirlo dentro “Una favolosa estate di morte”.

premio nero lucano

LE NOTTI DELLA MACUMBA di Piera Carlomagno

Questa prima opera di Piera Carlomagno è il mio nuovo inizio da lettore ma ogni nuovo inizio è ovviamente una contraddizione di termini se non un reset di sistema. Lo so, in questo nostro mondo moderno (?), dove l’unica forma di difesa è l’etichetta, salvo poi scoprire che non esiste chi certifica il certificatore (sul cibo dovrebbe essere dichiarato delitto all’umanità), la prima etichetta che mi stamperanno in fronte sarà: “sei strumentale”.

Il marketing, la PNL, il commercio, l’economia sono aree scientifiche sempre più subdole e invasive della sfera privata di ogni essere vagante a sangue caldo; la pubblicità è l’anima dell’apprendista diavolo, il diavolo vero non si affida alle “macumbe”, ti ruba l’anima e basta.

La penultima copia disponibile sulla piattaforma della multinazionale, libro ora nelle mie mani, è una stampa del 2012 fatta per conto delle Edizioni Cento Autori dalla Tipografia Stampa Editoriale Srl di Avellino, è un giallo, credo il primo di Piera, è un giallo intrigante e scritto benissimo sebbene “sembra” essere un’opera prima (non ci credo…), strutturalmente coerente, è una storia che mi ha catturato, mi ha trascinato fino alla risoluzione finale che collega tutto il racconto alla scomparsa di una bella, giovane, intelligente prostituta; è una storia liberamente ispirata da un delitto vero, a Salerno, a pochi passi da dove sono cresciuto, dove vivo ancora, ma che non ricordavo o che la mia memoria aveva rimosso.

La verità è che pur vivendo negli stessi luoghi, vivevo altrove ma questa è un’altra storia che in questo contesto non c’entra una mazza. L’incipit è per me strepitoso:

“Mi restano sei mesi di vita. Il dottore me lo ha detto facendo sciogliere un’aspirina in un bicchiere d’acqua: «Tra breve questa non servirà più a niente» mi ha sussurrato sorridendo «Ci vorrà ben altro per i suoi mal di testa» Sembrerà strano, ma il mio primo pensiero non è stato di disperazione. “Ho tempo a sufficienza” mi sono detto.

Salerno, martedì 18 aprile 1995, ore 10:00

«Avvoca‘, è sentenza passata in giudicato. Lo sapete gli atti sono alla torre di via Campo.”

L’avvocato Federico Rizzi, il commissario Baricco e la giornalista Annaluce, i colpevoli e gli innocenti, sono protagonisti veri, vivi, lontani dalla mia conoscenza ma dentro la mia coscienza tanto da soccombere alla necessità di doverli seguire a forza, tanto da aspettare, pagina dopo pagina, le loro conclusioni, le delusioni e ovviamente le sorprese che rendono accattivate il racconto di una storia affascinante sì, ma addirittura “normalmente noir” come mille altre.

L’unicità è nella ragione dei successi di critica e di vendita che Piera ha, la sua scrittura. Ripercorrere il mio “altrove” attraverso l’analisi delle opere pubblicate durante una carriera di uno scrittore è un impegno fuori dalla mia portata materiale, di tempo e di spazio, però è una promessa fatta al desiderio che non sapevo potesse esistere: scorticare parola per parola, frase per frase, pagina per pagina, il racconto di una storia, l’opera narrativa delle azioni e dei pensieri umani, la vita e la morte:

“Le campane suonavano a morto. Il cielo di Napoli era grigio, pesava un’aria di scirocco.Il commissario tirò fuori un fazzoletto e si asciugò il sudore. Diede un’occhiata oltre il vetro del minuscolo bar che avevano scelto per parlare. L’ingresso della chiesa di Santa Maria delle Grazie era perfettamente in vista. In Vico Rotto a carbonella, qualcuno passando si faceva il segno della croce. Curiosi bisbigliavano aspettando l’uscita del feretro.”

Non sono niente e sono tutto, un lettore, classificabile dall’ISTAT, identificabile da sofisticate ricerche di mercato, “strumentalizzabile” dal proprio ego e dall’infinito fuoco sparato dal supremo esercito, quello alle dipendenze del lucro economico, dei controllori sociali del consenso e delle vendite; sono un semplice lettore, un numero primo, solo un numero, un universo tra gli universi, vittima e carnefice, benzina nel motore dei social e del mercato, un invisibile, un codice fiscale, una tessera sanitaria, un consumatore… ho consumato questo libro, non sapevo esistesse, mi sono nutrito e sono soddisfatto, ne voglio ancora: può esistere un giudizio migliore? Gratuito? è vero: in un mondo dove tutto è ormai merce, la verità è giusta? è una bestemmia? o addirittura un’offesa? Dov’è la verità?

Le notti, un sax e le macumbe … la magia è uno stato dell’anima, segreti e misteri gli ingredienti speziati, un buon giallo mi trascina nel groviglio dei riti e delle soluzioni finali, capisco ora il successo dei romanzi noir.

Il meritato successo di oggi ha radici profonde: complimenti Piera, la vera letteratura è per sempre.

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