Romanzo 2024 – Bibliotheka Edizioni
Il romanzo “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo mi ha sconvolto: iniziato la sera prima e finito la sera dopo. Oltre 400 pagine assaporate e masticate con l’ingordigia primordiale di un autista di TIR, che finalmente si ferma dopo kilometri e kilometri di noia. Non solo il lavoro, non solo le chiacchiere con la manovella e le polemiche da bar escludenti l’altro, gli altri, l’umanità che ci fa paura. Non solo le propagande da oriente a occidente. Non solo stragi d’innocenti, quotidiane come flebo d’anestetico nelle vene, come schiaffi continui di questa vita precaria, ma anche stragi di soldati e sempre più soldatesse pagate per fare la guerra. Eserciti umani con la follia negli occhi e tumori d’orrore nel cervello.
La noia uccide, invece da quella sera, da quelle 400 pagine divorate al posto di un cenone come un altro, i miei sogni sono diventati più reali, più tremendamente vivi di quanto onestamente possa io mai sopportare di vivere. Mi si è aperta nella mente, una porta spazio tempo tra i pensieri che viaggiano senza soluzione di continuità dalla notte al giorno e dal giorno alla notte, emozioni e sentimenti che diventano questioni aperte di notte e di giorno. Desideri che si realizzano e azioni che diventano desiderio. È la potenza viscerale di “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo. Non so spiegarmi meglio, viscerale è quella cosa biologica che mi fa sentire carne viva un pensiero.
La costruzione multidimensionale di questo romanzo è un inviluppo armonioso di sentimenti e stati carnali dell’umano che si fanno desiderio e sogno d’amore. L’intergenerazione delle vicende dei personaggi non è solo temporale, relazionale, di genere e di sangue. L’essere figlio, l’essere genitore, l’essere uomo e l’essere donna, amare e l’essere amato, sono dimensioni che si tagliano tra loro e si intersecano, sono dimensioni dell’uno e del tutto, complementi di ferite laceranti aggrovigliate con momenti d’estasi che dal tormento esplodono nella felicità, e dalla felicità precipitano nel tormento. Lotta continua. Incontro, scontro, ricerca e scoperta, dell’io narrante che si fa compagnia d’anime, che lotta e canta in coro, la grandiosità e la bruttura dell’esistenza umana. Le dimensioni del sogno e della realtà si compenetrano: tagliano, producono ferite, attraggono, creano carezze. E si cuciono e si strappano a vicenda in una lotta continua dell’io soggettivo che si racconta, unico Dio di se stesso e della terra su cui cammina. La trama è un filo di Arianna tessuto in trame convergenti, la finitura lucida di un tessuto che non veste ma incarna la soluzione, quindi l’epilogo, che come un novello Teseo mi ha portato fuori dal labirinto di pensieri senza comprensione. Ciò che sconvolge illumina, crea treni di pensieri, e nuove visioni. Questo è quello che mi ha regalato “Le notti senza memoria”.
Lo dice lui nelle note finali: “veste inedita di narratore delle inquietudini delle pene dell’anima con una storia visionaria, onirica…”
Ringrazio Gian Paolo Serino e Satisfiction per la segnalazione, quella scintilla che accende il desiderio di lettura, quella critica che agita frenesie di conoscenza, quell’ordine che mette in moto il caos e ne comanda una scelta precisa. Scoperta e incontro, onore e commozione.
“Iniziati” li finisco tutti ma alcuni romanzi mi scaraventano in sogni da cui non vorrei svegliarmi mai. Io li finisco sempre i romanzi, belli o brutti, prima o poi anche soffrendo a fatica, li voglio finire. Preziosi mi diventano tra le mani quelli che mi rapiscono, presto dimenticati quelli finiti senza emozione. Sono fortunato a non dover lavorare con i libri, credo che peggio dell’alienazione del lavoro ripetitivo, ebbene sì anche la noia quando va bene e non diventa patologia, ci sia la gestione manageriale ricattatoria del tempo che vola troppo veloce. Freddo, algido, giustizialista, necessario per chi ha poco tempo e troppe scadenze che urlano alla porta. Quel dovere senza pietà che stritola la lettura e i libri stessi, è un boia, maledetto e spietato. Nelle mie mani, nel tranciare una lettura mi sembra di ucciderne l’autore e anche se non finisce nella spazzatura ma in bella vista, parcheggiato tra le cose da continuare a leggere, sento il suo sguardo che mi rimprovera perché della sua anima, riesco sempre a leggerne briciole tra le righe che ha scritto. L’anima non si può ammazzare e se anche provo a nasconderle nello scantinato sottostrutturale del mio pensiero utile, comprimendo allo spasimo mirabili desideri di fuga dalla realtà, una forza misteriosa doma la bramosia del nuovo prima di terminare il vecchio. Perché è un romanzo la dimensione ideale in cui perdersi per non annegare nella noia della vita quotidiana. Non arrendersi, in questo caso, come per tanti altri capolavori, si è rivelato una fortuna immensa. All’inizio il Carlo protagonista sembra un clone antipatico, nemmeno tanto singolare ed interessante, anzi moralmente disprezzabile con gli occhi bacchettoni, mio malgrado annoiati, di chi crede di averne visto e letto anche di peggiori. Poi invece, alla fine, non solo ti piace ma vorresti entrare nelle pagine e abbracciarlo. Posso affermare, con le parole dell’autore: “No. Non volevo guarire, e non era ancora il tempo di morire.”
Non arrendersi, resistere, paga, paga sempre.
A volte, nel brutto, nella monnezza, nell’ovvio, nel banale che non è la stessa cosa, nella sporcizia, nel fatto male, nella mediocrità, nell’orrendo, c’è tutta quell’umanità trasfigurata di cui ho bisogno, quel metro che misura tutta la mia irrilevanza, nel tempo che ci rimane. Poi a volte inciampo nella bellezza immensa, e il tempo che mi rimane diventa eterno. Il tempo non mi spreca, mi consuma come un fuoco avvampa senza ossigeno da respirare… Non so se per godere fino in fondo di questo bel romanzo di Carmelo Sardo, bisogna essere sognatori. Quello che so è che sognare è meraviglioso.
“Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.” (F.D.)
Che colpa posso mai avere io nel desiderare di vivere nelle parole di un romanzo sempre nuove storie in cui ardere d’amori e di tormenti? Quindi, sognare di vivere o vivere di sogni?














