IL TRONO DI PIETRA

Letteratura di spionaggio: la spy story di Giovanni Maio

È incredibile scoprire intenzioni pedagogiche che diventano letteratura.

Come mio solito lascio l’introduzione o prefazione alla fine, dopo aver ingollato tutta la storia. Lui dice che ci prova a cimentarsi in un’impresa che sa d’avventura. Una volta completata la lettura e placata la tensione che questo bel thriller accende, secondo me, Giovanni Maio ci riesce. E lo fa alla grande.

Riesce nel suo intento di condividere e diffondere conoscenza. La sua scrittura conferma che per lui scrivere non è un fine, ma un mezzo per sovvertire i luoghi comuni tesi a sottomettere nel nulla ogni istinto di pensiero autonomo e libero. Per sintetizzare: è quel complesso argomentare super cazzole che vuole mettere l’arte tra le necessità superflue della vita quotidiana, e nello specifico, come effetto collaterale quindi: ghettizzare i generi letterari in prodotti da vendere sugli scaffali dell’intrattenimento, perché altre sarebbero le cose importanti.

L’uomo si cimenta e il maestro prima che artista arriva al cuore dell’azione che rende emozione le parole.

“Il trono di pietra” conferma in pieno un’idea che ho già inserito nel mio commento a La montagna dei sogni, riguarda la dimensione dello scrittore: insegnare e donare conoscenza, plasmare mente e corpo, raccontare storie per coinvolgere, spronare lo spirito a ribellarsi all’indifferenza e al degrado dei nostri tempi. L’idea che classifica gli scrittori è di Jack London, ma questa è un’altra storia.

In questo romanzo giallo emergono con forza esperienze “militari” che sono un condimento prelibato alla trama che scorre fluida. Il collante che tiene in piedi la socialità dei personaggi non è una scontata gerarchia a piramide ma una fitta maglia di relazioni internazionali che imprigiona il lettore in una realtà che sembra troppo vera per essere un romanzo. Tanto vera da risultare indelebile e cruda come un marchio a fuoco sulla pelle, che bruciando nella carne lascia una cicatrice profonda e non un tatuaggio superficiale.

Arrivate al finale e poi ne riparliamo.

L’eroe c’è, affascinante e complicato come la tradizione delle spy story richiede: è il Magnus. Però, fino all’epilogo finale, l’anti eroe, il nemico, il male da sconfiggere per salvare il mondo, è un mistero intricato. Questo sovverte ogni predizione. Premia lo sforzo di capire l’intrigo. Supera la sofferenza che in alcuni verbali dei servizi segreti ci ricorda la guerra in Jugoslavia. Una guerra rimossa e dimenticata. Partigiani o terroristi? Libertà o dittatura? Etnia contro religione o religione contro etnia? Pulizia e polizia etnica. Fosse comuni e tavole imbandite. Opulenza e miseria, crudeltà, fame e obesità, disperazione e la follia del male strumento crudele di un bene superiore.

La storia non fa sconti a chi la racconta e determina vinti e vincitori. Però da quando il mondo è fatto da umani che raccontano, senza spie e spionaggio, senza controspionaggio e doppiogiochisti, la storia non procede. Il XX secolo continua ad essere un periodo troppo vicino e ancora troppo secretato per essere archiviato come morto. Ci turba dentro come un ricordo che agita incubi ricorrenti: le due guerre mondiali, poi la cortina di ferro e la guerra fredda con il culo seduto sulla proliferazione delle bombe atomiche, il prima e il dopo alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la globalizzazione e la connessione in tempo reale di tutta l’umanità, l’oggi e la paura dell’annientamento nucleare che ritorna più angosciosa di prima.

La tecnologia che invece di curare l’umanità è pronta a distruggerla per sempre.

La capacità poliedrica di Giovanni Maio di diffondere il suo messaggio “marziale” attraverso la scrittura e l’arte, è veramente coinvolgente. Che sia del corpo, dell’anima, visiva o d’azione, riesce sempre a coinvolgere con forza. Con questo romanzo Giovanni Maio condivide la trasfigurazione narrativa di formalità o meglio particolarità militari che ha sicuramente vissuto in prima persona. Forse azzardo troppo, ma certe cose non si possono immaginare o copiare da altra letteratura. Ecco in cosa riesce meglio: racconta una storia trasferendola dal piano del reale storico a quello simbolico, finanche metaforico. Finanche l’eros diventa uno strumento militare. Perfino la prostituzione del pensiero e del corpo assumono la necessità di un bene superiore. La fine del mondo si avvicina e non c’è più tempo di discutere. Gli ordini si eseguono, ma quelli sbagliati mai.

Altre scene invece, attengono a relazioni e desideri d’amore che sanno rendere realistiche le avventure di Massimo Baldi, il protagonista in codice Magnus, uno che esagera sempre. Le missioni, i protocolli, lo scontro e i conflitti, i momenti di sesso e d’amore, cioè in due parole la vita vera è quella che ci piace e che sogniamo di vivere. Il rischio di morire inutilmente non è un’opzione di ragionamento. Lealtà e tradimento si intrecciano in una corsa continua di avvenimenti che mettono in discussione lo stato precedente delle cose, quelle scontate, quelle assodate, quelle che bisogna cambiare mentre il thriller si gonfia e toglie il respiro.

Finiamo alla fine rischiosamente appagati e sospesi, oscillanti tra il bene e il male con la sensazione vivida di essere comunque e sempre in guerra tra una pace e l’altra, quella che segue il massacro, la pace dei sensi, e la pace dell’anima dei morti a cui siamo sopravvissuti, a cui tutti dobbiamo la vita.

Però, prima di tutto dobbiamo conoscere noi stessi, poi possiamo parlare di pericoli, d’inganni e di come un viaggio come questo, un trono di pietra, possa farci aprire gli occhi su un mondo che non trova mai pace.

HOTEL D’ANGLETERRE di Carmine Mari

Un commento all’edizione 2021, Marlin Editore

«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterre di Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucano di Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.

copertina_Carmine_mari

Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.

Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.

La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.

Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:

”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.

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Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.

La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.

Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.

È una storia, una magia che non volevo finisse mai.

… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pure tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.

Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.

nessuna mi fa lo stesso effetto