RADICI DI PIETRA

Romanzo di Giovanni Maio

“Ho scelto di restare fedele, non di vincere.”

RADICI DI PIETRA

Romanzo di Giovanni Maio

“Ho scelto di restare fedele, non di vincere.”

A leggere le opere di Giovanni Maio non smetto mai di pensare a quanta gratitudine devo a questo maestro di rigore e di sentimento. LE RADICI DI PIETRA non è solo un romanzo memoir che celebra la famiglia Maio con il cemento antisismico del ricordo condiviso dei momenti più struggenti e formativi delle vite dei protagonisti. Attraverso la storia di Don Cicco – medico condotto prima e pediatra dopo, del padre che diventa nonno, dell’uomo che “senza far rumore” raccoglie la stima e l’affetto di comunità, umane e professionali, sempre più estese – Giovanni riesce a rendere vive e pulsanti quelle radici universali a cui tutti siamo debitori, oltre i legami di sangue, oltre le fragilità della carne, oltre le turbolenze nervose delle scelte di vita, oltre, molto oltre i confini spaziali e di tempo dentro cui limitiamo le nostre esistenze, che di pietra hanno la consistenza e lo spirito dell’immortalità.

La mia immensa gratitudine, che non riuscirò mai a mettere in parole adeguate, per quanto possano sembrare viziate da un radicato sentimento d’amicizia, è il frutto gustoso  e maturo di quanto l’autore riesce a far crescere durante la lettura, con la sua impavida e meticolosa semina di parole concatenate e ricorrenti, con le sue sentenze onnipresenti che accompagnano la visione allargata di fatti e vicende intime, con frasi serrate e coinvolgenti, con paragrafi tanto spesso struggenti, la madre Maria, le sorelle Angela e Claudia, il fratello Nicola e capitoli che sono momenti storici e politici di tutta la società, del Cilento, di Salerno, di tutta l’Italia.

Questa sua letteratura, che solo lui e le soggettività familiari coinvolte, possono sapere quanto romanzata e quanto vera, trascende la storia personale e le emozioni dei protagonisti per diventare messaggio universale di celebrazione ai costituenti essenziali, necessari e ideali dell’esistenza, come la fedeltà, la lealtà, il rispetto, la generosità, e non per ultimo il sacrificio, da cui la consistenza della pietra è conseguenza, da cui la resistenza della pietra è sentimento, da cui la memoria della pietra si fa radice, e quindi crescita felice di una generazione sull’altra.

La presentazione di Giovanni Maio e poi l’introduzione del Dott. Pietro Greco sono un spinta vigorosa verso un tuffo nel romanzo che si fa subito viaggio d’esperienza e di formazione in un mondo che sembra veramente scomparso, anzi oso dire addirittura sconosciuto, la cui memoria non è cronologia ma testimonianza viva come fosse presenza che si fa lezione e monito per questo futuro che stentiamo ad immaginare sereno: inorriditi vediamo crescere incertezze, ipocrisie, crudeltà e follie intorno alle nostre agitate vicende quotidiane.

Con RADICI DI PIETRA scopriamo risposte, certezze, un altro mondo non solo possibile ma necessario. È l’esempio che dovremmo fare nostro nell’agire di ogni giorno per dare soddisfazione se non soluzione al senso della vita che cerchiamo in noi e negli altri. Parafrasando con l’accetta l’incipit più famoso di tutta la letteratura di questo mondo, non so se se tutte le famiglie felici si assomigliano, so che a modo suo ogni famiglia scava e modella la roccia del ricordo con il dolore e i sacrifici, con le lacrime e le carezze dell’amore che si fa adulto e torna bambino.

Questo romanzo è un memoir per chi vuole comprendere e trovare risposte da trattenere per farsi erede e lasciare eredità preziose. Non è un regalo ma una sfida. Ecco perché dobbiamo tutti sentirci debitori a “Don Ciccio” non solo per magnificarlo come l’autore fa da figlio senza fare sconti alla gioia e alla sofferenza personale, ma anche e soprattutto, come Giovanni Maio ce lo fa conoscere come rappresentante dell’umanità più bella che regge e fa girare il mondo, umano e umanità riprodotta nelle generazioni che vincono la morte, come desiderio e dimostrazione d’amore.  

Salerno Letteratura Festival

Io c’ero e con me un fantasma che volteggiava come un venticello indeciso in cerca di belle parole e buone intenzioni, della storia più bella, di cuori desti pronti alla rivolta, per la guerra alle guerre, per gridare basta, basta, mai più!

AGNESE

DEMOCRAZIA

Non basta una croce
Non basta la preferenza
Non basta mai

Il voto, la delega
Segno del cuore
Che sai anche tu
Non basterà

Né oggi né domani

Non è speranza
Di muovere macigni
È desiderio di gloria

Un passo alla volta
Assaltando il cielo
Fiore ribelle nasca

Tra lacrime di pioggia
e giungle di deserti
così rabbia e gioia
idea che avvampi
non basti mai

Un gruppo di persone che festeggiano insieme con uno striscione che recita 'potere al popolo', circondati da edifici colorati.
Un gruppo di otto persone in piedi lungo una banchina, sorridendo e alzando bandiere. Sono presenti una bandiera palestinese e una cubana, con uno sfondo di mare e monti al tramonto.
Gruppo di persone che posano insieme su un molo, ognuno con bandiere palestinesi e cubane, in un ambiente all'aperto al tramonto.
Un gruppo di persone in piedi sotto una tenda con bandiere di Cuba, Palestina e un manifesto di Potere al Popolo!.
Manifesti di un'elezione locale per il partito 'Potere al Popolo!', in primo piano una mano tiene i volantini, sullo sfondo abbigliamento in vendita in un mercato.
Un gruppo di persone solleva il pugno in segno di solidarietà su un balcone, circondato da bandiere del Venezuela, Palestina, Cuba e il banner USB.
Un gruppo di persone sorridenti che si sono riunite all'aperto, davanti a una tenda bianca, con alcuni che alzano i pugni in segno di esultanza. Si vedono una bandiera rossa e un'atmosfera di festa e unità.
Manifesto elettorale per le elezioni del 24 e 25 maggio a Salerno, con invito a votare per Pio De Felice sindaco e il movimento Potere al Popolo.

Ecco la lista di Potere al Popolo per le elezioni comunali di Salerno: non basta una croce, non basta la preferenza, non basta mai 😍💪💪💪😍

Candidato Sindaco:

Pio Antonio De Felice

1. Bordino Paolo

2. Iorio Rosanna

3. Amendola Francesco

4. Calabrese Laura

5. Di Gennaro Pietro

6. Dina Balsamo

7. Parisi Ciro Rosario

8. Biroccino Roberta

9. Sacco Gianmarco

10. Marena Emanuela

11. Mari Michele

12. Mele Maila

13. Paciello Lorenzo

14. Romeo Anna

15. Ferraro Federico

16. Stiuso Lucia

17. Ragosa Gerardo

18. Fiore Laura

19. Infantile Onofrio

20. Onofrio Gessica

21. Tresca Massimiliano

22. De Vito Lucia

23. Cordone Domenico

24. Di Giulio Danilo

https://poterealpopolo.org/notizie/dai-territori/campania/elezioni-salerno-2026/

Uomo in giacca di jeans che parla al microfono con una bandiera rossa sullo sfondo.

Natale a Salerno

Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.

Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.

In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.

I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.

Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.

Locandina dello spettacolo teatrale 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con dettagli sulla performance di Brunella Caputo, data e informazioni di contatto.
Un'immagine del debutto dello spettacolo 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con un attore che si esibisce sul palco di fronte a un pubblico entusiasta.
Locandina dello spettacolo teatrale 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con il titolo evidenziato e le immagini di Brunella Caputo e altri attori sul palco.
copertina
Un pinguino in primo piano in una strada affollata, circondato da turisti e decorazioni luminose, in un'atmosfera festiva e vibrante.
Un pinguino alla moda indossa occhiali da sole e collane luminose, in un ambiente festivo con luci colorate sullo sfondo.
Un pinguino che indossa una catena in un vivace mercato notturno, decorato con luci natalizie colorate.
Due pinguini antropomorfi sul palcoscenico di un teatro decorato per le festività, circondati da un pubblico in attesa. Uno dei pinguini indossa una sciarpa rossa.
Pinguino in scena durante uno spettacolo natalizio, circondato da un pubblico attento, con decorazioni festive e luci sullo sfondo.

CENTRO STORICO

Ibrido

Come un motore

Elettrico e benzina

Questo cuore

Nascosto all’indifferenza

Di una storia

Antica, moderna, mai vissuta

Di un Gatto che passa

“Tu vivi allora, tu vivi,

il sogno ch’esisti è vero.”

Ti guarda negli occhi

Dal ciottolato viscido

Scappa nel labirinto

Affamato di carezze

Spezza parole

Perso tra anime

Che fanno rumore

Close-up of an old, rusty keyhole embedded in a wooden door with a weathered texture.
Un graffito arancione che rappresenta un occhio su una parete bianca, con un secondo graffito in caratteri neri accanto. Sullo sfondo, si intravede un vicolo con piante e un'auto parcheggiata.
Muro di un edificio con graffiti colorati e inscripti, circondato da alberi e veicoli parcheggiati.
A street scene showing a person walking past parked cars, with a puddle and greenery in the background. Graffiti is visible on a utility box.
Una parete di un edificio con graffiti, inclusi scritte come 'ACAB' e 'BRC', circondata da alberi e un marciapiede.
Vista di un cortile con un edificio di colore giallo, colonne e un'area di pavimentazione. Una scultura senza testa è visibile accanto a una parete che presenta tessere di diverso materiale. Un albero in un vaso è presente sul lato destro.
Una porta arrugginita e chiusa, con scritte di graffiti su un muro bianco accanto a foglie verdi e terreno coperto di foglie secche.
Facciata del Museo Archeologico Provinciale di Salerno, con finestre ad arco e una statua visibile attraverso il cancello.
Murale con graffito su un muro bianco, con scritte e segni di vernice di diversi colori. Il terreno circostante è coperto di foglie secche, e si intravede una scala che porta verso un ingresso.
Facciata di un edificio storico con graffitti, vista inclinata lungo un marciapiede bagnato, con alberi e auto in secondo piano.
Un vicolo con un edificio storico e graffiti visibili sulla parete, bordato da una fila di auto parcheggiate. Il cielo è parzialmente nuvoloso mentre un albero aggiunge verde all'immagine.
Pannello informativo del Museo Archeologico Provinciale, con immagini di reperti storici e una pianta del museo.
Una vecchia porta di ferro arrugginita con una grata, circondata da piante verdi e vegetazione, in un contesto urbano in rovina.
Una sala con soffitto affrescato, finestre con vetri colorati e un piano rialzato con balaustra, con una porta aperta che mostra l'esterno.
Un pavimento geometrico composto da piastrelle bianche e nere a forma di rombo.
Interno di un edificio con una grande porta di legno aperta che dà su un esterno visibile, pavimento a motivi a scacchiera neri e bianchi, e una scala a vista.
Un angolo di strada con un albero verde, una bicicletta parcheggiata e un'auto bianca in parte visibile.

IL REGOLO IMPERFETTO di Carmine Mari

2023, Marlin Editore

La genialità dell’intelletto è un mistero che squarcia il bene e il male, è una sorpresa continua che naviga con feroce brutalità il tempo dell’esistenza umana, è il fascino turbolento del divenire di un eterno conflitto primordiale sempre attuale: potere contro amore. A fin di bene non esiste male che possa essere censurato, così come non esiste potere che non sia sentimento di dominio sull’amore.

Questo romanzo è la storia di storie complicate, intrecciate con abile e aulica maestria, con maniacale fervore oserei dire, dove ogni personaggio presenta conflitti irrisolti, nodi intricati d’emozione stridente di scena in scena, che ne fanno, nella sua totalità, una rappresentazione vivida ed attualissima delle persone, della città, della nazione… del mio mondo presente.

Mi è sembrato di vivere oggi la stessa complessità di allora e se vuoi tutto compreso, la banalità dell’interesse personale che prevarica ogni morale di gloria pubblica, nei sentimenti, nel lavoro, nella disperazione quotidiana alla sopravvivenza. Se è vero che non si vive di solo pane è anche vero che senza pane non si vive, così questo romanzo sfama quella parte dell’anima sempre affamata di conoscenza e risposte alle tante domande che le tempeste di guerre che viviamo oggi ci pongono.

L’attualità di questo romanzo storico è straordinaria e partendo da un postulato quantomai “vero”, non puoi comprendere l’oggi senza sapere il passato, mi sono reso conto che tutto converge nell’uso strumentale che l’essere umano fa dell’altro, uomo o donna, potente o povero, ricco o misero, giovane o vecchio, padre o figlio. Un uso strumentale e potente che diventa ragione e passione di vita.

Oltre le diverse trame che si intrecciano, l’abilità di Mari di usare il particolare contesto storico come una scenografia viva dell’azione degli avvenimenti che si avvinghiano ai personaggi, mi continua ad affascinare fin dal suo primo romanzo che ho divorato nel 2021: Hotel d’Angleterre

Dicevo del passato come presente, oggi come allora, ragione e sentimento si alleano nel bene e nel male. Lucro, sfruttamento, ignoranza e paura sono strumenti di dominio con secolare conferma storica. Politici, religiosi, notabili e ragionieri servono mercanti conquistatori e conquistati dal potere, e anche l’accademia medica, oggi come allora, s’adombra e risplende d’intrighi e di eccellenze sulla pelle della gente comune, malata, magari senza più speranza.

Questo romanzo è un giallo intrigante, denso di tensione, di passioni e miserie umane, di ingiustizie e atrocità, c’è anche la storia della comunità ebraica presente nella città di Salerno in quell’epoca lontana. Il progresso trasforma l’apparente complessità di quella che dall’origine dei tempi umani è la forza della spada, lo strumento della violenza brandita dal diritto alla difesa, che sempre più paradossale, oggi come allora, determina la pretesa dell’umano nel sentirsi dio su questa terra.

21 giugno 1943

Oggi 21 giugno entra l’estate, il 21 giugno del 1943, a Salerno entrò la guerra, all’improvviso, inaspettata, i salernitani subirono il primo bombardamento in città da parte dei liberatori.

… Poi luglio, agosto, settembre… Il 16 una “santa” bomba dal cielo devasta la canonica della chiesa di Santa Margherita, uccidendo tre giovani civili innocenti, Matteo, Michele e don Felice.

Oggi la propaganda di una parte avrebbe negato, al massimo riconosciuto un errore collaterale, quella dell’altra parte avrebbe gridato a crimini di guerra, macellai.

Leggere la cronaca di quel 21 giugno 1943 fa venire i brividi.

Oggi, come allora la guerra sembra lontana…

Il 21 giugno 1943, a Salerno sarebbe una data da ricordare ogni anno, per ricordarne le vittime e per condannare la stupidità umana, la brutalità umana nel costringere i popoli nel fuoco devastante della guerra. 🤬 🤬

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IL PRIMO ATTACCO AEREO – Il primo, vero bombardamento – quello del giorno successivo, 21 giugno 1943 – giunge assolutamente inatteso. È un caldo lunedì, il primo giorno d’estate, e i salernitani, in gran numero, sono ancora in spiaggia quando risuona l’allarme aereo. Forse il piccolo Antonio Vitale, ospite dell’Istituto Umberto I, ha già invano annunciato l’arrivo degli aeroplani, suonando, dall’alto delle mura del “Serraglio” trasformato in posto di avvistamento, una tromba ben piú grande di lui, così come aveva fatto tante altre volte nella completa disattenzione dei salernitani. Nessuno crede che si tratti di alcunché di diverso dai soliti, inutili allarmi; solo pochi cercano riparo nei precari ricoveri antiaereo; i piú restano, inconsapevoli, a prendere i bagni di mare sulla spiaggia di Santa Teresa. È un tragico errore. Alle 13,15 e, poi, all’una di notte del giorno successivo, due diverse ondate di bombardamenti seminano terrore e morte in città. Don Aniello Vicinanza, priore curato della Chiesa dell’Annunziata, annota sul “Libro dei battezzati” della sua parrocchia gli avvenimenti di quel giorno: «Oggi 21 giugno 1943, alle ore 13, la città di Salerno è stata oggetto di una spaventosa incursione aerea da parte dell’aviazione Anglo-Americana. L’incursione si è ripetuta la notte tra il 21 e il 22 giugno. Gli effetti di tutte e due sono stati spaventosi, vari edifici colpiti in città e nel sobborgo di Pastena, con qualche centinaio di morti e forse duecento feriti. La zona della Parrocchia della SS. Annunziata è rimasta miracolosamente illesa. (Sit locus dei et B. Mariae V)». – fonte: Corriere del Mezzogiorno https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/salerno/notizie/cronaca/2013/2-settembre-2013/salerno_avalanche1-2222870602547.shtml – la pagina non è più disponibile – 🙁

“La notte del 16 settembre 1943, nel corso di un bombardamento, venne colpita e distrutta la canonica provocando la morte del giovane sacerdote titolare della parrocchia, don Felice Ventura, di appena 34 anni e di due giovani che gli tengono compagnia: Matteo Rufolo e Michele Greco, rispettivamente di 15 e 29 anni. La chiesa subì danni rilevanti.” – fonte: https://www.parrocchiasantamargherita.net/la-parrocchia/la-storia/ – – la pagina non è più disponibile – 🙁

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Ascolto

Vorrei fare qualcosa ma non posso, e allora guardo, ascolto storie.

«Ciao mamma, non volevo disturbarti ma ho bisogno di te, sto impazzendo.»

Si tengono a distanza, sono sedute vicine ma separate da mascherine, dalla paura di contagiare l’altra, più forte del timore di prendere la variante; sta girando, non è più un incubo, si convive, è normale.

«Hai fatto bene a cercarmi. Mi piace sentire la tua voce. L’ultima volta sono stata troppo dura con te, sapevo di ferirti ma non potevo stare zitta!»

Nell’aria c’è l’afa estiva più opprimente del secolo. Nell’ombra, il sollievo sembra apparente. Il ventaglio ricamato non basta alla signora infastidita che con eleganza, sussurra sottovoce: «Su, su bambini andate a giocare lontano, Ernesto Maria dorme, lasciamolo riposare!»

Il caldo è opprimente eppure sudati, sfrenati, non smettono di correre mentre la loro palla rossa rotola veloce da un piede all’altro, nei viali e sulle aiuole in fiore della Villa.

«Così giovani e già tanto teppistelli ma che vuoi fare, sono serviti da badanti dalla nascita e così moriranno, soli, accuditi da straniere pagate quattro soldi!»

«E dai mamma, sei la solita. Rigida, acida, inflessibile e che cavolo… Non sei mai andata in pensione, sempre pronta con la bacchetta in mano a dare ordini, sgridare, assegnare compiti, a recitare giudizi, emettere sentenze» la giovane le si rivolta contro, infastidita, gesticola freneticamente puntando il dito a destra e a manca.

«Questo è giusto, quello è sbagliato, è bianco, è nero, mai un grigio, mai una via di mezzo, un compromesso!» Poi si placa, tira a sé il figlio, diventa tenera.

«Dai, Non ti preoccupare, stai tranquilla! Ernesto non si sveglia, dormirà profondamente almeno per un’altra ora. Anche di questo volevo parlarti. È normale secondo te? È vorace, frenetico, mi distrugge i capezzoli! Ogni volta doppia razione, prima un seno a sinistra, poi l’altro a destra. All’inizio la poppata è un piacere assoluto ti assicuro, ma sta diventando un dolore insopportabile. Il signorino quando finalmente è sazio, sprofonda in coma, guardalo! Un amore. Mi tortura ma mi fa morire di gioia.»

«Tu no, che fatica farti mangiare. Delicata con me, con il mondo poi, non ne parliamo: sei esagerata! Sei fatta così, non pretendi mai niente, sei il dubbio fatto persona. Ti piace ascoltare, ti distrai non ti imponi, subisci e non affronti mai il toro per le corna. Eh sì, mi hai fatto vedere le stelle, dolori e febbre, quella tremenda mastite poi mi fece passare la voglia di avere altri figli. Ecco perché sei l’unica erede!»

«E dai mamma! Poi dici che non ti voglio parlare. Ogni volta mi fai sentire in colpa, questa poi è assurda. Mi hai raccontato del travaglio, lungo e doloroso, ma mai dell’allattamento, deve essere stato uno shock, rifiutata dal proprio angioletto. Pagherei qualsiasi cosa per poterti vedere in quella scena. Poverina, la mia mammina tutta di un pezzo delusa e sconfitta sul campo. Dai non ci credo: non mi hai mai mollato un secondo, eri morbosa, asfissiante; tutti gli esami da privatista, roba che nemmeno nell’Ottocento, e che cazzo!»

«L’avevo rimosso. No, non hai colpe. Non hai preso niente da me, tanto è vero che non ti sei mai ribellata. È la natura. Rifiutavi il mio latte malato e avevi ragione, quello artificiale del resto, non era un granché. Più mi sentivo inadatta e più mi attaccavo a te. Sì, è vero, sei stata la mia unica ragione di vita. Sì, anni sabbatici come stai facendo tu con Ernesto Maria, la storia si ripete solo che a te è toccato un maschio!»

«E quindi? Cosa vuoi dire?»

«Tu delicata, lui vorace! È la natura!» con piglio marziale, impettita, si volta verso i giardini fissando la fontana del Settecento di don Tullio. Il passato. Si assenta dalla figlia che la richiama all’attenzione più volte. Sembra svanita in un vuoto senza suoni, immobile, imprigionata da ricordi violenti.

la fontana di don Tullio

«Mamma che ti prende», la giovane trentenne la strattona con forza e nell’impeto le saltano gli occhiali sul selciato polveroso. È un cambio di scena improvviso, sta arrivando un pallone con dietro due scalmanati. Il passeggino viene allontanato dalla mano della giovane donna che, lasciata la presa, si lancia per terra a raccogliere la montatura metallica delle lenti che luccicando al sole sono minacciate dai furiosi calciatori in fasce. Colpito dalla palla, Ernesto Maria emette un fragoroso vagito, alza di scatto la piccola schiena per un attimo dando prova di nascenti ma già poderosi addominali, poi si gira dall’altro lato, si accoccola e pacioccone riprende a sognare. La nonna è più veloce, posato l’antico ventaglio sulla panchina, si alza con prontezza, anticipa la figlia intenta a togliersi dalla faccia l’enorme massa di capelli neri corvino che le arrivano fino al petto. È un attimo: una splendida esibizione atletica da sorella maggiore più che anziana signora dai capelli neve con luminosi sprazzi lilla sulla testa. Chinandosi raccoglie gli occhialini alla Lennon della figlia e voltandosi verso i torelli minacciosi, li arresta con un gesto quasi divino: con il semplice palmo della mano respinge l’assalto. Poi dici che le madri sono assenti e non servono a niente.

«Grazie mamma, giochi sempre a tennis?»

«Sempre! Hai sentito di Roger? Mannaggia, che palle, senza di lui Wimbledon è proprio una noia.»

«No mamma, lo sai che odio il tennis, è traumatico, è competitivo, e poi non vedo la pallina, è piccola, troppo veloce. Nuoto e solo nuoto! Al mare e in piscina ogni volta che posso. Come ben sai anche il parto in acqua è stato un’ottima scelta: abbastanza rilassante per me e per Ernesto. Ma per te una ennesima assenza. Anche nello sport ti ho delusa, vero? O tennis o ippica, questo volevi per me? Ricordo bene?»

«Ma che dici, sono fiera di te, sei il mio orgoglio. Professore ordinario a trent’anni, questo volevo per te e ci sei riuscita alla grande. Al circolo faccio schiattare tutte le mie amiche, parlo sempre del mio mito, mia figlia, scienziata internazionale, una luce per l’umanità: forte, onesta, indipendente e con le palle altro che quei loro maschietti, mammolette, mammoni debosciati», mentre ride con gusto si avvicina stretta stretta al suo tesoro accademico.

«Dai Laura, bando alle stronzate, che mi devi raccontare?»

Il richiamo alla realtà della madre sembra aver rotto l’incantesimo; non le vedevo così vicine e allegre da tanti anni, erano mesi che non venivano a trovarmi, le ultime volte avevano litigato urlandosi frasi sconce, offese gratuite senza senso, poi sono sparite. Mi mancavano: ci voleva un’estate speciale per riaccendere bisogni frenati dal rancore. Fatti nuovi scatenano azione: “cosa le sarà successo?” mi chiedo curioso.

Le due donne si guardano negli occhi, è calato un silenzio impacciato, nervoso, mentre il bimbo dorme beato.

«Mamma, sto impazzendo! Ti ho chiamato anche se so che non vorrai aiutarmi.»

«L’ho pensato subito, il problema è lui?» la sua voce altera si fa fredda mentre staccandosi, si risiede più in là, sulla panchina di ferro grezzo, verniciata di verde bosco, rovente dove batte il sole.

Vorrei fare qualcosa ma non posso. Lì in fondo, nemmeno i miei colleghi sempre verdi possono qualcosa. Fermi, sempre vestiti dagli stessi colori, sembrano insensibili all’andare del tempo, saccenti e laterali sono condannati a non subire mutazioni, incuranti e rigogliosi sono immobili nella loro immortale certezza, e mi fanno molta pena. Mi guardano invidiosi delle mie amiche fedeli che tornano a trovarmi in ogni stagione. Le ho viste crescere, cambiare, farsi donne da bambine, invecchiare per sparire e rinascere fanciulle. Ad una ad una passano le storie umane, nel freddo sbocciano da gemme luminose, dal gelo esplodono nel tepore del risveglio ogni giorno, finiscono come le foglie in autunno per rifiorire bellissime in nuove primavere. Nudo spogliato in inverno, queste donne mi trovano pronto a soffrire insieme a loro dopo le luci e le risate nelle feste, quando i botti colorati e le bottiglie vuote diventano spazzatura. Io dono loro sicurezza e pace, ecco perché si confessano, litigano e si alleano ai miei piedi. Trovano nella natura la forza di reagire, sanno sanare ferite aperte, sangue mai cancellato. Sanno creare nuova vita. Trarre forza dal dolore. Ribellarsi alla violenza e donare ancora amore. Donne.

Vorrei fare qualcosa ma non posso, ascolto storie. La mia ombra è folta in estate ma non serve: quando una donna desidera bruciare viva al sole, non vuole ristoro né nascondersi, non si stanca, non si doma, è pronta alla guerra, senza prigionieri.

Questo io faccio, è il mio destino, oggi ascolto la bella nonna con schizzi lilla sulla testa, domani, sentirò Ernesto Maria crescere, fare il monello, litigare con gli amici e di stagione in stagione, incidere la mia corteccia con i suoi amori, sempre ché non m’abbandoni anche lui; di troppe storie, di troppi bimbi non ho più notizie.

In questa Villa sarà ancora Natale, con luci di un giardino incantato dall’apparenza.

Vorrei fare qualcosa ma non tocca a me.

questo racconto è parte dell’ebook

I racconti dell’Avvento 2021 di AA.VV.

scaricabile gratuitamente a questo link: https://www.librierecensioni.com/libro/i-racconti-dell-avvento-2021-aavv.html

HOTEL D’ANGLETERRE di Carmine Mari

Un commento all’edizione 2021, Marlin Editore

«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterre di Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucano di Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.

copertina_Carmine_mari

Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.

Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.

La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.

Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:

”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.

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Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.

La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.

Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.

È una storia, una magia che non volevo finisse mai.

… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pure tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.

Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.

nessuna mi fa lo stesso effetto