“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Precario. Contro la mia volontà mi trovo in questo luogo magico, sospeso sulla roccia possente scavata dagli avi, a strapiombo sul mare mosso come la mia anima spaventata, e alle nostre spalle altra roccia minacciosa che sembra voler abbandonare la sua scalata al cielo per rovinare sulle nostre teste, all’improvviso, da un momento all’altro. Tutt’intorno solo silenzio e indifferenza alla mia condizione. Ovattato da nubi pesanti sul punto di esplodere, il silenzio lega insieme gente indaffarata e brulicante come formiche, come quelle che per tanto tempo mi hanno fatto compagnia tra le foglie del mio giardino natale. C’è tutto quello che non conosco e che mai avrei desiderato di vedere. Ci hanno scaricato all’ingresso di un hotel a cinque stelle che si prepara per una grande festa: un matrimonio. Come un presagio oscuro manca il sole. Guardo le facce della gente che mi ha preso in consegna, che mi ha trascinato in questo posto insieme ai miei fratelli, contro la nostra volontà. Sono facce rassegnate, senza ombre, facce tirate dalla fatica e solo preoccupate di eseguire bene gli ordini che sanno a memoria. Vedo sincronia di gesti e ripetizione di movimenti. Come formiche brulicano gli spazi senza mai fermarsi. È un via vai frenetico che scandisce i minuti di un’attesa interminabile. Ogni giorno è una celebrazione in questo luogo magico, e il lavoro si ripete come alla catena di montaggio di una fabbrica diffusa, motore di benessere, dalla spiaggia alla montagna, da Vietri a Positano, una fabbrica umana che non chiude mai. Mi sento estraneo. Straniero deportato con la forza. Vorrei essere altrove, tornare al mio giardino natale dove la roccia maestosa che adesso mi fa paura, mi riparava dai venti freddi del nord, dove il pensiero rovinoso di una frana non è possibile, dove la precarietà è una condizione sconosciuta.
Sapere di vivere un giorno senza domani è un delirio. La mia storia in quest’ultimo tempo prima di morire sarà una sorpresa alla fine di questa festa.
Ci siamo lasciati trasportare senza opporre resistenza, anzi qualcuno anche lusingato dalla scelta. La selezione è stata minuziosa. I discriminati non all’altezza, non raccolti, caduti, buttati come concime nella terra coltivata.
Nel frastuono del silenzio indifferente che ci distrae i sensi, siamo condannati senza possibilità alcuna di sopravvivenza. Io e miei compagni non abbiamo scampo. Feriti a morte saremo il sacrificio dovuto ad una celebrazione che presto diventerà rumorosa. Siamo protagonisti lacerati, offerti in dono a deliziare chi ci divorerà. Intorno a noi momenti di festa, nell’ultima ora che ci spazzerà via da questa esistenza fugace, come un sogno troppo bello per essere vero. Non siamo i primi né gli ultimi. Siamo i migliori e ne siamo fieri. Famosi nel mondo. Racconto perché non posso che lasciare ricordi, a memoria futura delle gioventù che vivranno ancora, gloria eterna di bellezza e sapore, di terra fertile ma ruvida, bagnata di sudore e bestemmie, figli di questa costa Amalfitana dove siamo nati e vissuti con onore e fortuna, abbracciati dall’occidente dove senza sforzo tramonta il sole.
Bianca e Giuseppe oggi sposi, ho letto sul menù adagiato tra i fiori d’arancio su uno dei tavoli già pronti con tovaglie damascate d’antico candore, con posate d’argento, ordinate e scintillanti. All’ingresso ho visto le cinque stelle, dipinte di giallo, scolpite in rilievo nella pietra secolare di questa struttura avvolta nell’edera che l’inghiotte tutta dal selciato al tetto, in armonia. È la forza della natura a mantenere vive le fredde architetture umane.
Sposi, amici e parenti si muoveranno da una chiesa e mi chiedo quale possa essere: magari una di quelle che hanno visto i miei compagni durante la benedizione. Con o senza fede il rito religioso resta impresso come un tatuaggio di sangue. Dalle loro confidenze ho appreso dei sessantadue gradoni in pietra che portano alla Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi. Troppo minuta e nascosta sarebbe la Chiesa di Santa Maria Immacolata di Atrani, l’atranese sceglierebbe di sicuro la Collegiata della patrona Santa Maria Maddalena Penitente e così salendo la magnifica scalinata affacciata sul mare, si tirerebbe dietro con lo strascico bianco l’ammirazione estasiata dei presenti.Però, forse, in questo momento Bianca sta recitando la sua eterna promessa sotto la cupola rivestita di ambrogette in ceramica della Chiesa di San Pietro Apostolo, patrono di Cetara. E se la sposa fosse una furorese? Allora sposi, amici e parenti arriveranno dalla chiesa di San Giacomo o da quella di San Michele Arcangelo. Bellissime. Chissà se invece la marcia nuziale sta suonando a Maiori nella chiesa Santa Maria delle Grazie o di quella di Santa Maria a Mare. Immagino il bacio degli sposi nella Chiesa Santa Maria Assunta a Positano o perché no? Nella Basilica a Minori che custodisce le reliquie della Santa Trofimena patrona del paese, martire fanciulla che si rifiutò di sposare un pagano. Forse verranno da Praiano una volta lasciata la Chiesa di San Luca Evangelista. Sarà oppio, sarà speranza, bisogno o desiderio, è comunque fede potentissima, genitrice di conflitti, altari e opere eterne di sacrificio e d’onnipotenza. Chiese bellissime.
Ognuno dei miei compagni ha ricevuto una prima comunione, ognuno la benedizione della vita, ognuno una volta sola. Chi nel Duomo di Ravello dove c’è il sangue del Santo medico Pantaleone, chi nel Duomo di San Lorenzo a Scala. Immagino gli applausi, il riso e i confetti che volano sulle teste di questi freschi sposi. Estasiati nell’eterna promessa.
E se fosse solo un rito civile? La recita formale degli articoli di legge è fredda, vuoi omettere la potenza di omelia, canti e letture dalla Bibbia? Vuoi confronatare l’esercizio sacramentale di un rappresentante di Dio con l’asprezza contrattuale di un rappresentante del popolo? Civile senza tonaca?
Il cammino insieme ci ha reso unici cari compagni, in questo posto magico siamo nati e cresciuti nella bellezza senza tempo. Non dimentichiamo il dolore del distacco dalla pianta che ci ha generato, la sofferenza dell’abbandono di chi ci ha allevato, la pietà per chi ci ha posseduto e poi venduto. Mulattiere e polvere scendendo, sono diventate vie d’asfalto. La strada attraverso la Vallata del Dragone, o il Sentiero degli Dei da Salerno a Bomerano, scendendo da Santa Maria di Castello o da Capo Muro, da Colle Serra, Li Cannati e Montepertuso, oltre mille scale fino a Positano. Il viaggio dalla Valle dei Mulini alla Valle delle Ferriere, un canyon tra Amalfi e Scala, attraversato dal torrente Canneto che si riempie e si svuota con le piogge e la siccità, cicliche come l’inverno e l’estate, come il desiderio del turista che ritorna a comprarci lungo la strada trafficata. Non dimentichiamo l’abbraccio, incontro, incrocio, rettitudine e maledizione. Il sentiero delle Vedette, Vettica Maggiore, Santa Maria di Castello, la grotta con la Madonna, quella di Santa Barbara, e ancora da Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, al bivio di Conocchia per Marina di Praia. Dai Monti Lattari, il Demanio e ancora l’Avvocata. Il Sentiero della volpe pescatrice. Fasti e rovine di una civiltà che abbandona ricchezze e ritorna per sperperare illusioni. Non dimentichiamo. E poi la sorgente chiamata acqua del castagno, l’eterna speranza. I Sentieri di Capo d’Orso dal massiccio di Monte Piano all’abbazia di Santa Maria de Olearia. Verso Cetara, il Vallone di San Nicola sopra le cascate di Erchie. I viaggi da e per l’oriente, la furia saracena e quella nazista. Le torri d’avvistamento e poi le chiese. Borghi, fortezze e poi le ville. La gloria dei greci e quella di Roma. Signori o schiavi, la storia si ripete come le rivolte di vincitori e sconfitti, come le fughe, migrazioni e il continuo ritorno alle radici che ci fanno sentire vivi. L’esaltazione di ciò che sopravvive alle mode e ai cambiamenti climatici. Macére possenti, invincibili ad ogni alluvione, muricciòli di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni e separare i campi. Ecco la coscienza dell’eterno, l’energia dei torresi a dare luce al nostro sentiero smarrito, con l’energia degli antichi, emozione e relazione, e così risuscitare borghi e villaggi dimenticati. Odepòrico divino è il nostro destino.
Mi hanno raccontato i miei compagni nelle ore passate insieme, imprigionati e deportati insieme, come intorno a noi tutto è aggrappato e strappato alla roccia: case, stalle e ovili, terrazze coltivate, e giardini rigogliosi di atmosfera inebriante, di colori e profumi, tra stradine anguste e scale infinite, tra disegni di archi e angiporti, di torri antiche a guardia dei paesi comunque depredati, di fatica, di lacrime e desideri divini. Tanto ho appreso dalla cultura del mio padrone quando ancora mi accudiva. Lo ascoltavo leggere a voce alta parole di poesia e letteratura, con un bicchiere di vino bianco tra le mani callose, nettare che lui sorseggiava tra una pagina e l’altra, le gambe a riposo e lo sguardo rugoso rivolto all’orizzonte nel blu cobalto immenso avanti a sé: mirabile visione dal mio giardino natale in cui sono stato venerato e accarezzato come un principe. Come quella volta che gli sentii dire: «Amico mio hai proprio ragione: quando andremo in paradiso sarà un giorno come tutti gli altri.»A volte lo chiamava maestro Fucini, altre solo Renato mentre stringeva a sé quel libro sfruttato e malandato del secolo scorso, quel libro ricco denso di poesia, dignità e rispetto.
Il padrone ha venduto me e gli altri. Siamo sopravvissuti all’epidemia che non smette di bruciare vita, di giardino in giardino. Destinati, eredi di passione e bellezza, questo siamo, prescelti, sopravvissuti al mal secco, un male che uccide prima di nascere il quaranta percento di noi, il male che brucia le piante prima di fiorire. Un fungo da estirpare con cesoie sterilizzate e fuoco. È una guerra all’agente invisibile, che rende schiavi e depressi i proprietari, a loro volta di mano in mano umiliati e sconfitti. Padroni di appezzamenti di terra, terrazze come gradini per giganti che sfidano la gravità, di pietre scolpite a mano per i muri a secco, e pali di castagno come architravi di tetti e pareti inerpicate nell’aria, mille e duecento piante per ettaro, come prevede la certificazione DOP. Padroni come capitani di barche nel mare in tempesta, naufraghi in quest’era moderna peggiore di ogni altra aridità e pestilenza della storia umana. E pure restano in piedi orgogliosi, a difendere l’eredità preziosa, acquisita dal passato furioso, a difendere e vantarsi del frutto dei successi che attraverso noi sopravvissuti si ripete, nel miracolo della vita. A saziare ogni desiderio. A seminare di vittoria la speranza di eliminare per sempre il mal secco dalla loro terra, dalle loro creature sognanti.
Sento ancora la gioia del mio padrone nell’accarezzarmi il corpo, soddisfatto e malinconico nell’ultimo saluto: «Come sei bello. Perfetto! Vai. Vai a meravigliare il mondo.»
Con l’arrivo degli sposi è sbucato un sole che ora squarcia questo cielo pieno di nubi in movimento, ora trascinate via dal maestrale che sa di sale. Spazzando via la minaccia uggiosa questo vento millenario rende fresca l’aria, mitigando ansia e disagio. Brindisi e canti muovono l’appetito di sposi, amici e parenti.
«Bacio, bacio, bacio…» nella sala il coro si amplifica di bocca in bocca e il rito dell’eterno amore si rinnova.
Ferito a morte, nella cucina il mio destino si compie. Lavato e tagliato a fette nelle mani dello chef che modella il mio corpo, divento una corona solare ad una grossa spigola con gli occhi ancora vivi, e come me gli altri prescelti, di bocca in bocca, diventiamo la delizia di questo popolo in festa.
Prescelto tra i prescelti sono innanzi agli sposi e se il succo dà sapore, la mia polpa è un corpo che si mangia: è il destino del limone sfusato, di colore giallo citrino, nobile tra gli agrumi, principe tra i frutti di questa terra divina.
Vorrei fare qualcosa ma non posso, e allora guardo, ascolto storie.
«Ciao mamma, non volevo disturbarti ma ho bisogno di te, sto impazzendo.»
Si tengono a distanza, sono sedute vicine ma separate da mascherine, dalla paura di contagiare l’altra, più forte del timore di prendere la variante; sta girando, non è più un incubo, si convive, è normale.
«Hai fatto bene a cercarmi. Mi piace sentire la tua voce. L’ultima volta sono stata troppo dura con te, sapevo di ferirti ma non potevo stare zitta!»
Nell’aria c’è l’afa estiva più opprimente del secolo. Nell’ombra, il sollievo sembra apparente. Il ventaglio ricamato non basta alla signora infastidita che con eleganza, sussurra sottovoce: «Su, su bambini andate a giocare lontano, Ernesto Maria dorme, lasciamolo riposare!»
Il caldo è opprimente eppure sudati, sfrenati, non smettono di correre mentre la loro palla rossa rotola veloce da un piede all’altro, nei viali e sulle aiuole in fiore della Villa.
«Così giovani e già tanto teppistelli ma che vuoi fare, sono serviti da badanti dalla nascita e così moriranno, soli, accuditi da straniere pagate quattro soldi!»
«E dai mamma, sei la solita. Rigida, acida, inflessibile e che cavolo… Non sei mai andata in pensione, sempre pronta con la bacchetta in mano a dare ordini, sgridare, assegnare compiti, a recitare giudizi, emettere sentenze» la giovane le si rivolta contro, infastidita, gesticola freneticamente puntando il dito a destra e a manca.
«Questo è giusto, quello è sbagliato, è bianco, è nero, mai un grigio, mai una via di mezzo, un compromesso!» Poi si placa, tira a sé il figlio, diventa tenera.
«Dai, Non ti preoccupare, stai tranquilla! Ernesto non si sveglia, dormirà profondamente almeno per un’altra ora. Anche di questo volevo parlarti. È normale secondo te? È vorace, frenetico, mi distrugge i capezzoli! Ogni volta doppia razione, prima un seno a sinistra, poi l’altro a destra. All’inizio la poppata è un piacere assoluto ti assicuro, ma sta diventando un dolore insopportabile. Il signorino quando finalmente è sazio, sprofonda in coma, guardalo! Un amore. Mi tortura ma mi fa morire di gioia.»
«Tu no, che fatica farti mangiare. Delicata con me, con il mondo poi, non ne parliamo: sei esagerata! Sei fatta così, non pretendi mai niente, sei il dubbio fatto persona. Ti piace ascoltare, ti distrai non ti imponi, subisci e non affronti mai il toro per le corna. Eh sì, mi hai fatto vedere le stelle, dolori e febbre, quella tremenda mastite poi mi fece passare la voglia di avere altri figli. Ecco perché sei l’unica erede!»
«E dai mamma! Poi dici che non ti voglio parlare. Ogni volta mi fai sentire in colpa, questa poi è assurda. Mi hai raccontato del travaglio, lungo e doloroso, ma mai dell’allattamento, deve essere stato uno shock, rifiutata dal proprio angioletto. Pagherei qualsiasi cosa per poterti vedere in quella scena. Poverina, la mia mammina tutta di un pezzo delusa e sconfitta sul campo. Dai non ci credo: non mi hai mai mollato un secondo, eri morbosa, asfissiante; tutti gli esami da privatista, roba che nemmeno nell’Ottocento, e che cazzo!»
«L’avevo rimosso. No, non hai colpe. Non hai preso niente da me, tanto è vero che non ti sei mai ribellata. È la natura. Rifiutavi il mio latte malato e avevi ragione, quello artificiale del resto, non era un granché. Più mi sentivo inadatta e più mi attaccavo a te. Sì, è vero, sei stata la mia unica ragione di vita. Sì, anni sabbatici come stai facendo tu con Ernesto Maria, la storia si ripete solo che a te è toccato un maschio!»
«E quindi? Cosa vuoi dire?»
«Tu delicata, lui vorace! È la natura!» con piglio marziale, impettita, si volta verso i giardini fissando la fontana del Settecento di don Tullio. Il passato. Si assenta dalla figlia che la richiama all’attenzione più volte. Sembra svanita in un vuoto senza suoni, immobile, imprigionata da ricordi violenti.
«Mamma che ti prende», la giovane trentenne la strattona con forza e nell’impeto le saltano gli occhiali sul selciato polveroso. È un cambio di scena improvviso, sta arrivando un pallone con dietro due scalmanati. Il passeggino viene allontanato dalla mano della giovane donna che, lasciata la presa, si lancia per terra a raccogliere la montatura metallica delle lenti che luccicando al sole sono minacciate dai furiosi calciatori in fasce. Colpito dalla palla, Ernesto Maria emette un fragoroso vagito, alza di scatto la piccola schiena per un attimo dando prova di nascenti ma già poderosi addominali, poi si gira dall’altro lato, si accoccola e pacioccone riprende a sognare. La nonna è più veloce, posato l’antico ventaglio sulla panchina, si alza con prontezza, anticipa la figlia intenta a togliersi dalla faccia l’enorme massa di capelli neri corvino che le arrivano fino al petto. È un attimo: una splendida esibizione atletica da sorella maggiore più che anziana signora dai capelli neve con luminosi sprazzi lilla sulla testa. Chinandosi raccoglie gli occhialini alla Lennon della figlia e voltandosi verso i torelli minacciosi, li arresta con un gesto quasi divino: con il semplice palmo della mano respinge l’assalto. Poi dici che le madri sono assenti e non servono a niente.
«Grazie mamma, giochi sempre a tennis?»
«Sempre! Hai sentito di Roger? Mannaggia, che palle, senza di lui Wimbledon è proprio una noia.»
«No mamma, lo sai che odio il tennis, è traumatico, è competitivo, e poi non vedo la pallina, è piccola, troppo veloce. Nuoto e solo nuoto! Al mare e in piscina ogni volta che posso. Come ben sai anche il parto in acqua è stato un’ottima scelta: abbastanza rilassante per me e per Ernesto. Ma per te una ennesima assenza. Anche nello sport ti ho delusa, vero? O tennis o ippica, questo volevi per me? Ricordo bene?»
«Ma che dici, sono fiera di te, sei il mio orgoglio. Professore ordinario a trent’anni, questo volevo per te e ci sei riuscita alla grande. Al circolo faccio schiattare tutte le mie amiche, parlo sempre del mio mito, mia figlia, scienziata internazionale, una luce per l’umanità: forte, onesta, indipendente e con le palle altro che quei loro maschietti, mammolette, mammoni debosciati», mentre ride con gusto si avvicina stretta stretta al suo tesoro accademico.
«Dai Laura, bando alle stronzate, che mi devi raccontare?»
Il richiamo alla realtà della madre sembra aver rotto l’incantesimo; non le vedevo così vicine e allegre da tanti anni, erano mesi che non venivano a trovarmi, le ultime volte avevano litigato urlandosi frasi sconce, offese gratuite senza senso, poi sono sparite. Mi mancavano: ci voleva un’estate speciale per riaccendere bisogni frenati dal rancore. Fatti nuovi scatenano azione: “cosa le sarà successo?” mi chiedo curioso.
Le due donne si guardano negli occhi, è calato un silenzio impacciato, nervoso, mentre il bimbo dorme beato.
«Mamma, sto impazzendo! Ti ho chiamato anche se so che non vorrai aiutarmi.»
«L’ho pensato subito, il problema è lui?» la sua voce altera si fa fredda mentre staccandosi, si risiede più in là, sulla panchina di ferro grezzo, verniciata di verde bosco, rovente dove batte il sole.
Vorrei fare qualcosa ma non posso. Lì in fondo, nemmeno i miei colleghi sempre verdi possono qualcosa. Fermi, sempre vestiti dagli stessi colori, sembrano insensibili all’andare del tempo, saccenti e laterali sono condannati a non subire mutazioni, incuranti e rigogliosi sono immobili nella loro immortale certezza, e mi fanno molta pena. Mi guardano invidiosi delle mie amiche fedeli che tornano a trovarmi in ogni stagione. Le ho viste crescere, cambiare, farsi donne da bambine, invecchiare per sparire e rinascere fanciulle. Ad una ad una passano le storie umane, nel freddo sbocciano da gemme luminose, dal gelo esplodono nel tepore del risveglio ogni giorno, finiscono come le foglie in autunno per rifiorire bellissime in nuove primavere. Nudo spogliato in inverno, queste donne mi trovano pronto a soffrire insieme a loro dopo le luci e le risate nelle feste, quando i botti colorati e le bottiglie vuote diventano spazzatura. Io dono loro sicurezza e pace, ecco perché si confessano, litigano e si alleano ai miei piedi. Trovano nella natura la forza di reagire, sanno sanare ferite aperte, sangue mai cancellato. Sanno creare nuova vita. Trarre forza dal dolore. Ribellarsi alla violenza e donare ancora amore. Donne.
Vorrei fare qualcosa ma non posso, ascolto storie. La mia ombra è folta in estate ma non serve: quando una donna desidera bruciare viva al sole, non vuole ristoro né nascondersi, non si stanca, non si doma, è pronta alla guerra, senza prigionieri.
Questo io faccio, è il mio destino, oggi ascolto la bella nonna con schizzi lilla sulla testa, domani, sentirò Ernesto Maria crescere, fare il monello, litigare con gli amici e di stagione in stagione, incidere la mia corteccia con i suoi amori, sempre ché non m’abbandoni anche lui; di troppe storie, di troppi bimbi non ho più notizie.
In questa Villa sarà ancora Natale, con luci di un giardino incantato dall’apparenza.