contro uno, contro una, contro tanti, contro sé stessi, gli altri, contro la ragione, contro l’amore





contro uno, contro una, contro tanti, contro sé stessi, gli altri, contro la ragione, contro l’amore





Il dolore ha un fiore – Eschilo, Agamennone
Non mi vedi
Non mi senti
Non mi parli né rispondi
Non te ne frega un cazzo di me e di tante storie
Sono un personaggio privato di nervi
raccattato per strada come un rifiuto
ancora utile da riciclare
con parole come biglie fuori gioco
o una boccia di curling grippata nel ghiaccio,
sono presenza che si fa scrittura in scena.
Esangue la vita mia di te di me di ogni prefazione:
alla vita sembra più ragionevole la morte
alla lotta imporre ignavia
alla menzogna vincente il silenzio
ai dubbi affermare certezze
al sangue una profittevole asfissia
alla tortura più ragionevole la complicità
alla ragione estirpare croci senza dio
al dolore, donare un fiore di morfina.
A chi lo crea, il dolore, fine pena mai
a chi genera deserti
a chi ne fa ragione di ricchezza
il castrare bambini di speranza, d’amore e di fierezza.
Salerno, primo Agosto 2026




Il dolore ha un fiore – Eschilo, Agamennone
Lo volevano contenere
Lo hanno lasciato esangue
A terra, in una pozza del suo sangue
Spento il corpo armato di paura
Calpestato sull’asfalto di quartiere
Cadavere: grida giustizia
Con la violenza ingorda di tragedia
Nel video che fa il giro del mondo
Tutori, carnefici e vittima contenuta
Sono spettacolo a pranzo e a cena
Così nella protervia del potere
di reprimere il conflitto
in contenziosa contenzione
con eccesso della forza
e abuso di menzogna
Vedo l’anima fuggire
Librarsi dalla gola strozzata
Perché l’esecuzione
dell’umana ribellione
è la morte che vive





BAUDELAIRE – 1922 A. BARION Editore MILANO
Traduzione in versi liberi di Paolo Buzzi
COME I MENDICANTI NUTRONO I LORO PIDOCCHI

Che idea pazza salvare dal fuoco dell’oblio i fiori del male di Baudelair in questa edizione tradotto in versi liberi dal poeta futurista Paolo Buzzi che scrisse:
Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari














































XVIII – LA BELLEZZA – I FIORI DEL MALE – C. Baudelaire
Io sono bella, o mortali, come un sogno di pietra, – E il mio seno, ove ciascuno è a sua volta assassinato, – È fatto per ispirare al poeta un amore – Eterno e muto pari alla materia.
Troneggio nell’azzurro come sfinge incompresa; – Unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni; – Odio la plastica che sposta le linee; – E non mai piango né rido.
I poeti, davanti alle mie grandi attitudini – Che ho l’aria di prendere a prestito dai fieri monimenti, – Consumeranno i loro giorni in austeri studi;
Poi che ho, per fascinare questi docili amanti, – Dei puri specchi che fanno bella ogni cosa: – I miei occhi, i miei larghi occhi dall’eterno splendore!
Grazie di cuore Agnese per queste meraviglie di pagine che si sfaldano da un secolo e che insieme al portafortuna marino, terremo avvinti come prova d’eterno amore.





Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
Paolo Buzzi è nato a Milano il 15 febbraio 1874, è morto a Milano il 18 febbraio 1956. Poeta di impronta futurista, scrittore.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero. Certo, una Direzione provinciale è diversa da una Direzione centrale, e il mio ha 36 anni e vive in una di quelle bolle separate ma parallele, che più passa il tempo e meno si incrociano con le nostre che ci fanno più nonni oltre che genitori.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a giocare con palloncini volanti insieme ai piccoli figli delle colleghe e dei colleghi giovani che sono il futuro di questa grande, immensa famiglia INPS.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a fare il bimbo tra bimbi più meravigliati e gioiosi di me, nel vortice sfrenato dietro palloncini colorati e giocare come gli adulti spesso non hanno né tempo né voglia di fare.
Perché? Perché?
Chiedo: fare squadra nel lavoro non è forse bello come fare squadra in un gioco, vincente ed avvincente con piccoli, grandi, giovani e meno giovani?
Che meraviglia quel giorno, e ogni giorno, c’ero e ci sarò 😍 💪 👏 🤗 🥰




Non chiederci la formula che mondi possa aprirti, /sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Eugenio Montale
Ove tende / questo vagar mio breve? / e che è questo / che io chiamo? e che è questo / che io sono? Giacomo Leopardi
Rumore
C’è un tempo che passa e uno che gira.
Lo vedi dall’alto delle torri che il tempo
non corre ma divora
l’attimo umano
nella sua grandezza di essere geniale.
La senti masticata nelle protesi
la felicità del momento passata la paura.
E come niente sa spiegare – la pretesa di vita –
così tutto rivela lo sguardo che vibra
rapito dal rumore,
conteso nelle ombre,
incastro sanguinante di piorrea
e ragione.








Avessi la forza di strappare
ciocche d’attenzione
non sarebbe sofferenza
Pensarti
Avessi il coraggio dell’inganno,
con schiaffi d’interesse
sequestrare la tua vanità,
sarebbe un gioco da ragazzi
Avessi la brutalità della malizia
sarebbe tutta gioia
darti in pasto la mia carne
che trema di vergogna
Ma io voglio essere rapito
come fa l’estate con la tristezza
Prigioniera nel vento

























Ne ho visto tanti
entusiasti
rivendicare orgogliosi
ardere di passione
ma poi solo fuoco di paglia
Ne ho visto tanti
armarsi e partire
e poi fermarsi
sbattere la porta
Scappare dove anch’io sono scappato
dove la lotta è un lusso
la rinuncia, una comodità
e la santità solo preghiera
Ne ho visto tanti
tornare affranti
da sensi di colpa e fame di rivincita
perdersi e ritrovarsi
più rabbiosi di prima
Ne ho visto tanti
in equilibrio
tra ombre e vuoto
sospesi
tra andare e andato
fermi
nell’attesa apatica di risposte
Ne ho visto tanti
giustificarsi con parole avvinte
e di parole furiose
morire
Ne ho visto tanti
predare e farsi preda
rinascere dalla melma
e farsi fango
poi argilla viva
plasmata e cotta
in statue di noi
assassini innocenti
Ne ho visto tanti
di stormi, torme e branchi
ordinati dalla paura
e dal sole immobile
che brucia, che secca la carne
sfinita
dove nessuno sopravvive
anime orfane di lacrime
e dolore




Légami come ti lego io
Con corda che asfissia inganni
E io ti sciolgo come tu mi sciogli
Con ghiaccio che diventa mare
E parole esangui
In carezze di pietra
Da ombre di lave
Brilleranno
Nell’iride dei tuoi occhi belli
Penetrati ai miei, ingordi
Che ti entrano nell’anima
Danzante
A giocare con me




Caccia
Devasta
Scappa
Pre giudicata
Legata e liberata
Pre destinata
Pre determinata
Educata alla follia
Elaborata alla parola
Che precede, procede e brucia
Resistente e furiosa
Ti prende e ti porta via
Pre evoluta e programmata
Schiava e merce nella vita
Pre venuta
Statisticata come errore
Pre trattata alla menzogna
Libera con un piede nel fiume degli eventi
E l’altro incastrato nello scoglio delle vanità
Furiosa verità
A vagare e vangare zolle di deserto
Pre parata a ritrattare
A validarti come difetto
Fallata, fallita, scartata
Rifiutata, come fiore secco tra pagine morte
Ribelle come buio trafitto da fulmine
Dispersa nei numeri della moltitudine
Non arrenderti alla febbre
Lasciati amare senza paura
Prima e dopo l’idea tradita
È amore o non è amore

Si fa alba
Ed è subito sera
Così il giorno
Così una vita
Ma non sai cos’è
La fiducia
Non sai cos’è la paura
Di sé stessi
Di questo mondo bruto
Che lacrima succo
di mela verde
e nera di marcio
Sono nato bimbo
E morirò bambino
Nella meraviglia
Solitaria
Delle nostre notti insonni
Ad aspettare il sole
Ad aspettare il buio

FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo bruto\Che lacrima succo\di mela verde\e nera di marcio\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia\Solitaria\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio





Carissima Brunella, è stato fantastico.
Ancora devo capire veramente cos’è, ma quello che spacci è davvero roba buona: sapessi le ragazze del corso con quante belle parole ti lodano quando pensano a te, e quando parlano della magistra fermezza di toccarci l’anima con la carezza e la frusta della tua voce.
Essere diretti dalla regia come la fai tu, è fantastico come l’approdo in un Saggio che ci ha fatto volare negli applausi di chi ammirandoci si è emozionato anche più di quanto tutti noi sul palco abbiamo dimostrato.
Lavorare con te è stato fantastico, beccarsi cazziate e complimenti, è stato fantastico, come ci hai fatti sentire collettivamente un unico personaggio, è stato fantastico.
Abbiamo respirato e dato voce a William Shakespeare e Franz Kafka, alla scimmia che relazione all’Accademia, a Romeo e Giulietta, a Otello, a Riccardo III, all’Amore non è Amore del sonetto 116, e a tutte quelle parole così pesanti e così sublimi che ci hanno fatto trascendere dalla normale vita quotidiana a quell’universo magico in cui l’arte smette di essere spazio di contemplazione e diventa sentimento d’azione: emozioni senza confini. Dall’inferno degli orrori della dizione, al purgatorio dell’attesa nelle prove, al paradiso della festa degli applausi nel Saggio finale: è stato fantastico.
I testi che hai scelto, sono dei classici immortali che hai squarciato, sezionato, adattato, direi cucito su misura, nelle nostre traballanti figure di principianti, tanto entusiaste quanto desiderose di apprendere e di fare bella figura.
A volte indisciplinate, a volte timorose, a volte irriverenti, preoccupate e gioiose ma sempre pronte a rientrare nei ranghi di matricole senz’età che si donano adolescenti alla disciplina collettiva.
Ripeto a chi legge alcune parole scritte e non scritte nel ringraziamento corale con cui ti abbiamo salutato:
Attraverso la lettura dei grandi ci hai fatto sentire più forti, più padroni delle nostre insicurezze, più consapevoli delle nostre risorse a cui attingere sul palcoscenico della vita.
Cara Brunella, per dirla alla William, tu sei stata per noi quella luce che viene da Oriente, nell’ottica di Franz, ci sei apparsa come il maestro che vuole sciogliere l’enigma delle nostre identità. Comunque sia, per tutto quello che ci hai dato e che hai rappresentato per ognuno di noi, grazie.
Un altro anno è passato ed eccoci qui al saggio preparato con dedizione, impegno e amore, per dirti grazie di cuore.
So di ripetermi, ma per tutto questo, e per tutto quello che non so scrivere, lo dico fino alla noia: È stato fantastico. Grazie
Alessandra, Ester, Francesco, Gia, Giusy, Laura, Maria Pia, Marilia, Manuela, Pietro, Rosa e Sabrina che con la foto di Cristina Santonicola hai definito la perfezione.


FOTO DI CRISTINA SANTONICOLA —> @cristina.santonicola_foto










Merce
Desideri invertebrati
Che camminano
IBAN virtuali
Che riciclano
Merce
Estorsione di valore
Emozioni senza gioia
Merce
Meretricio dall’infanzia
Di organi trapiantati
Merce
Passioni d’accatto
Che fanno arte a sfruttamento
Merce
Sulla strada della devianza
Merce
Nella periferia della conoscenza
Merce
Nella fame del bisogno
Siamo merce avariata
Che vibra, trema
Nella rugiada dei sogni



Non basta una croce
Non basta la preferenza
Non basta mai
Il voto, la delega
Segno del cuore
Che sai anche tu
Non basterà
Né oggi né domani
Non è speranza
Di muovere macigni
È desiderio di gloria
Un passo alla volta
Assaltando il cielo
Fiore ribelle nasca
Tra lacrime di pioggia
e giungle di deserti
così rabbia e gioia
idea che avvampi
non basti mai








Ecco la lista di Potere al Popolo per le elezioni comunali di Salerno: non basta una croce, non basta la preferenza, non basta mai ![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Candidato Sindaco:
Pio Antonio De Felice
1. Bordino Paolo
2. Iorio Rosanna
3. Amendola Francesco
4. Calabrese Laura
5. Di Gennaro Pietro
6. Dina Balsamo
7. Parisi Ciro Rosario
8. Biroccino Roberta
9. Sacco Gianmarco
10. Marena Emanuela
11. Mari Michele
12. Mele Maila
13. Paciello Lorenzo
14. Romeo Anna
15. Ferraro Federico
16. Stiuso Lucia
17. Ragosa Gerardo
18. Fiore Laura
19. Infantile Onofrio
20. Onofrio Gessica
21. Tresca Massimiliano
22. De Vito Lucia
23. Cordone Domenico
24. Di Giulio Danilo
https://poterealpopolo.org/notizie/dai-territori/campania/elezioni-salerno-2026/

Tra il 25 Aprile
e il Primo Maggio
cigolando cammino nelle strade
affollate dalla memoria
Pedalo nelle parole della Storia
Tra gente che celebra il ricordo
avanzo e mi vergogno
Inquadrato, schedato
Noi merce, noi sfruttati
byte inglobati da mega tera di controllo
connessi e sconnessi
consumati dall’ansia dell’essere presente
La rete è fine, è capillare
cattura plancton e ciacianielli
venduti all’asta come armi
predati, ossessivi, ossessionati
Tra panzoni opulenti e scheletri ambulanti
Cigoliamo come ingranaggi di catena,
ruggine di cervelli,
precari e paralizzati,
sistemi operativi antiquati
Cigoliamo in desideri incontinenti
come adunata di ribelli
che stride, che urla, ma canta e balla
Il corpo sociale ci guarda infastidito
estraneo, sulla spiaggia cerca evasione
deforme, nel mare la fuga e la sua ragione
Indifferente alle masse
di schiavi che siamo
è prigione senza luna
E noi l’onta che si fa tempesta
condanna amara
di solitudine fantasma













Di che parli
quando dici riposo
Quando adesso vivi
e ti sembra sogno
Di che parli
quando dici eterno
Quando adesso leggi
e ti sembra droga
La parola tua
che incontra la mia
Non dormire ma sognare






se una bandiera rossa
sola
ti sembra poco e spoglia
ma troppo potenti
le parole
che morirne
non sarà mai abbastanza
ai popoli liberi la terra
agli indomabili
prati fioriti
dignità e gloria


Ho un po’ di bronchite e la febbre
Che mi sale più forte
A guardarvi su youtube
Che cantate e sfilate
Urlando
Siamo tutti antifascisti
A Roma il corteo
Con pugni al vento e bandiere
Giovani e giovanissimi
Prendere la parola, conquistare la piazza
Fuori l’Italia dalla NATO
Fuori la NATO dall’Italia
Indomabili e felici
Sventrare l’ipocrisia della resa
Per Gaza, Cuba, Venezuela e oggi anche Iran
RESISTENZA
E abbracciarsi nella rabbia
Bruciando la gloria e le foto
Di quei due vecchi folli che massacrano popoli
E sale la febbre e lo sdegno
In questa primavera del 2026
Per una vita degna
Di ribellione
Contro le guerre
E governi funesti
di sangue innocente
È febbre, è febbre di PACE





Romanzo 2026 di Giovanni Maio
In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?

PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabili per il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Pietro Di Gennaro




L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra tecnica e libertà
Anacronistico come un classico
Schizzo frenico come un dono
Senza futuro né passato
L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra disturbi e carriere
Anacronistico come amore
Schizzo frenico come mazzo di mimose
Effimere e secche il giorno dopo
L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra pace e guerra
Anacronistico come trincea
Schizzo frenico come cecchino cieco
Eroi del tempo senza gloria
L’ho capito che non sono libero
Dissonante come terra feconda di veleno
Anacronistico come trecce recise
Schizzo frenico come botto inesploso
Orfano e zuppo di lacrime
In catene frenetiche e schizzate
Di acque vergini e donne sante




– E allora? Com’è il tempo?
– Buono ma non bellissimo
– Sono le nove, non è troppo tardi?
– C’è il vento?
– Controlla tu.
Dalla finestra aperta sul mondo
Di cuori brumosi
Entra luce e musica di marzo
Cuccioli affamati di passerotti
Cantano sulle fronde
danzanti di alberelli fragili
In lontananza le risate di un gabbiano che vola
Su palazzi che dormono
Tra fiori nascenti che sognano
La primavera, clandestina senza pace
E in lontananza il mediterraneo
Liscio come un rasoio
Sembra aspettare una mano divina
agitare la spuma
di questo tempo immobile




Vedi? Cosa vedi negli stracci?
Centri di mercato
Lo senti che il mercato siamo noi?
Magari a vendere idee per allocchi
Come mele pittate
Magari compratori di sogni
Come grasso sciolto sulla fiamma
Noi siamo merce. Noi siamo la merce
Variabile avariata quando gira bene
Merce da consumare, merce consumata
Dentro bei vestiti
Stracciata l’anima è appassita
Lo senti? Come t’afferra. Come ci atterra?
Allora dimmi: cosa senti nell’aria?
Nel centro del mercato
Lo vedi che il mercato siamo noi?
Non è giustizia né verità
Ma frode consumata
Come fosse la nostra carne
A vivere di cadaverina
Come fosse il nostro sangue
L’impurità assassina













Traballo
tra abissi dinamici che m’afferrano
Traballo incidendo
scorze rancide
nella pietra di quello che sembro tremando
di furia e di rabbia
ascia come lama
inaridita dal clamore.
Tra acne e forfore appiccicose
morbo e morbose
Traballo sperduto
Ballo cadendo
annaspando perdono

Traballo
Abissi dinamici mi afferrano
La mia rabbia incido
sulla pietra di ciò che sembro
un’ascia contro il vuoto
Ogni mossa è un crollo
una caduta libera nel bit
È la mia ballo cadendo
Chiedo scusa ad ogni mio fallimento
Traballo sperduto
Ballo cadendo





La mia, la tua
La nostra vita
Dolce e amara danza di febbre
Di rabbia e gioia
Ferita, turbata, irrisolta e smarrita
Prodigio di corifea muta, il tuo silenzio
Fatica ostinata con sisifea condanna
La tua carezza che trema nella mia carne
Rinviato a giudizio, devi studiare
Tra un bacio e uno sputo
Devi faticare, sudare e piangere
Il mio, il tuo salario, carta straccia come vetri in frantumi
Della porta sbattuta nel vento
Maledizione, menzogna, tradimento e verità
A conti fatti, il conto lo porta lo sfratto
Era Natale, oggi Capodanno e ancora festa sarà
Di domani la fine che si ripete
S’asciugherà il fango dei disperati
Annegheranno ancora negli incubi di una tenda fredda
Ancorata alla sabbia di un destino infame
Così saranno illusioni bruciate
Nel marciume della speranza vana
Lacrime, polvere e cenere respiriamo
Non festeggio con te più triste di me
Solitudine felice che brinda nella folla stordita
Tra un bacio e uno sputo
Di collera umana
La mia, la tua
La nostra vita
Di rabbia e di gioia
Collera schiava del dolore
La mia, la tua
La nostra fame di vita
Eden negato
Agli ultimi, come me e te amore mio, su questa terra
Generosa e fertile di vermi senza cuore.


















Nelle punte roventi di dolore ficcate nella carne
Nell’attimo estremo del desiderio di morte
In quel momento che dimentica ogni fardello
di memoria cancellandosi
storie di vinti e scarti dispersi
Che pietosa illusione di farla finita
Cremazione sgombra di testamenti già scritti
Che pietosa illusione imparare a voler bene
Come fosse postilla orale di parole accordate
Inchiosto nella carta o vernice su mura crepate di regni in rivolta
NO: non sei tu cazzo per il mio culo
Ma mercimonio di visioni, sofferenza e piacere
D’altronde, io nemmeno lamento
conquiste lascive di patrimonio immortale
Ebbene sì, passa il dolore nella sostanza che spegne
Nella luce fusca di danze e balli
vendemmie per aceti della ragione
di materia corporea e menti vacanti
Così necessari noi, poveri cristi impalati alla croce
Puttana di sogni e di gloria
Desiderando speranza vana
E ne ridi e ne soffri a sentirla blasfema
Mercanteggiare risate, dolore e sangue
Che lasci scorrere nel cuore, eterno indifferente
Come lucro d’amore






E cazzo non astenerti e vai a votare anche tu che leggi questo diario!
Metti alla prova i giovani che vogliono cambiare tutto!
Fai una croce su questa lista rossa, ribelle e popolare.
Dai una scossa permanente al cuore del sistema politico regionale che ci governa.
Ecco il programma e la lista dei candidati per Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno.

IL PROGRAMMA


LE MIE 2 PREFERENZE A SALERNO





La febbre elettorale è una malattia, forte, subdola, per molti una dipendenza come per questa o quella sostanza, è un business, forse proprio il business per eccellenza da cui tutto dipende, da un condominio ad una città, da una nazione alla geopolitica globale della competizione del capitale fatto da capitali che guerreggiano e si mangiano a vicenda come cannibali affamati, e ovvio, da gente che o sfrutta o viene sfruttata… dai bastoni ai capi bastone… È dalla notte dei tempi che si vota, ogni giorno, scegliendo tra amici, tra fratelli, tra famiglie, il meno peggio, per questo o per quello, oppure si sta a guardare, ignavi magari anche a ragione, perché schifati, disillusi, perché annoiati, magari aspettando il vincitore da andare riverire pregando… Si appartiene, anche all’anarchia del proprio desiderio, del proprio sogno, peggio del proprio bisogno, si appartiene anche alla dittatura che vorremmo, quella dell’uguaglianza e della solidarietà, alla chimera, all’utopia, all’emozione di una lotta giusta che mai si può nemmeno pensare di combattere senza eserciti di braccia, di gambe, e teste che pensano, e senza le armi che non fanno prigionieri, i nemici, le vittime da mandare a zappare la terra… Con il senno di poi tutto è più facile, specie continuare a dividersi. Si vota o meglio si può votare ed è proprio con il sistema capillare di controllo sul voto, sezione per sezione, scuola per scuola, quartiere per quartiere che per l’ennesima volta si voterà nelle nostre cittadelle, ma milioni già appartengono al grande partito degli astensionisti che stanno a guardare, che non partecipano all’estorsione di una croce su una scheda perché non si fanno “incastrare” in questa o quella macchina elettorale, perché sono liberi, perché se ne fottono, perché in fondo non gli cambia la vita… “Cambiare tutto” è più di una speranza, è un ribaltamento di un’urgenza che ha una certa precisa gioventù di oggi che noi vecchi incrostati dobbiamo aiutare ad accendere, scintilla dopo scintilla, affinché diventi un fuoco permanente, che sappia arrivare alle politiche per il post Meloni, che sappia andare oltre, scintilla dopo scintilla, come queste elezioni regionali, come lo sciopero del 28 e la manifestazione a Roma del 29 novembre. Come lo sono stati il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre, esplosioni di popolo fragorose. Nei loro occhi vedo l’ardore, a momenti il furore, di sperimentare sulla propria pelle le trasformazioni che stanno vivendo scavando nelle macerie che tutti noi, vecchi incrostati, abbiamo contribuito a lasciare loro in eredità… Io voto e faccio votare perché, servirà a poco, ma penso invece servirà a molto, per concretizzare una testa di ponte dentro il parlamento regionale. Avere l’opportunità di un controllo popolare dentro al sistema è, e sarà molto meglio che stare a guardare… la sconfitta di uno, la sconfitta dell’altro, e la vittoria facile nonché inutile degli astensionisti, né carne né pesce, e nemmeno vegani.
Vecchi sì, corrotti e traditori a destra e a manca, evoluti ed involuti, potenti nel personale ed impotenti nel collettivo, liberi ma sottomessi nel quotidiano al sistema sociale che schifiamo, ma troppo troppo somatizzato tanto da sembrare noi, ombre immobili, e quindi perché, perché morire? Non c’è tempo, il tempo è adesso, non mi illudo, la disillusione dalla carne mi è passata nelle ossa, ma il midollo emozionale resiste, s’affascina di questi ragazzi che ci stanno mettendo il cuore e della rete che li aggroviglia giorno per giorno, e che si sta facendo più spessa e più larga, anno dopo anno. Hanno la consapevolezza forte di usare i passaggi elettorali come strumento politico e non come fine, tattico o peggio orizzonte strategico e quindi esserne strumentalizzati. Ogni vertenza una lotta comune. La città, la provincia, la regione, la nazione, infine lo spazio internazionale, oggi nel reale digitalizzato, questi ragazzi annullano il tempo dell’organizzazione frantumandolo in attimi che bruciano da un momento all’altro in modi che non riesco più nemmeno ad immaginare… Che Giuliano entri o non entri nel consiglio regionale non li fermerà, e io con loro… il 28 e 29, ancora una volta date oscurate, sono i giorni del dopo elezioni che comunque vedrà questi ragazzi muoversi e trascinare i genitori e ormai anche i nonni, sì noi vecchietti al loro fianco, appunto per non morire o quanto meno vivere fino all’ultima scintilla di questo vita sempre più precariao e sotto proletarizzata, nella testa e nelle braccia a maledire il vento che ci soffia contro, fino all’ultimo respiro.
Scandalosamente brutto
Scandalosamente bello
Scandaloso, questo è il punto.
Non dormi.
Quella guerra è la nostra guerra.
Mi prendi per il culo
Ma ti rode l’invidia
Della mia libertà
Che si fa ribelle
Indomabile dal tuo orgoglio di potenza.
Incontenibile dall’ira che si fa repressione cieca.
Sei escremento di retorica, fango di parole, nebbia nel deserto.
Anima spenta di calce e paura.
Tu, miserabile, vivi, vivi le menzogne.
Tu, miserrimo, nascondi, nascondi l’infame che sei
al tuo gregge da macello tra brindisi e risate
che nutri di avanzi come catene
che scapperà quando cadrai dalla torre.
Eterna è la condanna anche se rinasci.
Non dormi perché nell’anima sei corrotto.
La fogna il tuo regno
e l’oscurità del buio il tuo sole nero.








“Quello che non sappiamo è forse il volto,
il nostro volto che la morte un giorno
suggellerà col suo silenzio: nomi,
fatti perduti appena nati, cenere.”
Alfonso Gatto
E se invece ridi, ma che dico gioisci
Tu sommo poeta
e ti fai beffa di tanta crudeltà?
Quando vedi l’ingorgo
Bloccato chi sale e chi scende
Ai piedi del viadotto che ti hanno dedicato
Ai piedi dell’arteria che si ferma
Rotatoria di circoli viziosi nell’inferno quotidiano
Ti diverte l’ictus del sentimento senza ritorno,
improvviso blocco, infarto civile
che i militari non possono sgombrare.
Ingorgo di mezzi fermi vuoti di persone
Piloti incazzati che sprecano energia e rabbia.
Lo vedi, ci guardi, fermi bloccati nell’ingorgo del progresso.
Quanta rabbia sprecata che diventa cenere cenere cenere
Di carrozze di ferro che si fanno regresso umano.
Di solitudini connesse al mondo
ma strumento perverso di libertà.
T’immagino ridere e sussurrare cenere cenere cenere.
Orgoglio di cenere, di merce scaduta,
d’acciaio che diventa ruggine
al sale del mare.
T’immagino però in lacrime dare l’allarme
per l’avaria dissacrata della granella vivente che siamo.
Per ogni cuore ribelle che non si ferma
per ogni scheggia di dolore
nella sabbia intrisa di sangue e fame.
Ingorgo canta al porto per la spiaggia del Mar di Levante
che non vede pace ma solo cenere cenere cenere.
Da lassù seguimi nell’abisso della civiltà insozzata che assiste,
nuotare verso riva, vincere il naufragio e sbarcare.
Nel collasso civile dell’ingorgo la tua poesia diventa manifesto
Gerusalemme per tutti e GAZA CAPITALE
di Palestina libera dalla terra al mare.








Lunedì 22 settembre 2025, INGORGO ho immaginato, blocco è stato, GAZA CAPITALE sarà…




“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri

Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.


Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
[…] estratto […]
#
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ne basta uno, hai detto.
Io ho ammazzato mia madre.
La favorita nell’harem del re, mio padre.
Nascendo, lei è morta.
[…] fine estratto […]



PUBBLICATO A PUNTATE SU IL BUCO ’96



ECCO IL RACCONTO COMPLETO
Che meraviglia
“Post fata resurgo”
e il cuore mai domo ritorna
Nel respiro libero da catene
nel fuoco ingordo dell’Arte
riprende a soffiare
anarchie di gioia e tormento
Di bocca in bocca, non un vento
ma scintille come muse, danzano
nel teatro di vita per strada, cantano
Nessuna pietà di ombre e luci spente
per ammazzare Eris
e le sue ingiustizie immonde
Così prima Atena poi Minerva
dea arde
universale madre divora
Né cenere d’angoscia
né polvere di sogno
spande o disperde
Ma desiderio infiamma
l’anima segnata
come sole
di fenice ribelle
31 agosto: buon compleanno inquieta anima bella




Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.

Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare… WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.
Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.
AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…
Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.
Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.
La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.
È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.
Caro, immenso, indimenticabile Amleto.
Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.












E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?

Infine la strabiliante recensione critica di Francesca Mezzadri su Satisfiction
Sinossi

“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.
Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.
#
Commento critico
L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato, ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.
Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore.
È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.
#
Punti di forza (con citazioni)
1. Profondità psicologica del protagonista
Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:
> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”
2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa
La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.
3. Personaggi secondari iconici.
Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.
> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”
4. Contenuto emotivo e politico.
La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:
> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.
#
Analisi linguistica
Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.
Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva.
#
Cosa lascia il libro e perché leggerlo
“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.
Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.
Francesca Mezzadri
Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro, Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95


***************
intanto la vita continua, un giorno dopo l’altro








alcune foto sono di Michele Mari

Vorrei tanto, desidero tanto, che sia solo apparenza, menzogna, il tuo soffrire, il tuo dolore, ma non è importante quello che voglio, ti aspetterò sanato e in forma, questo sarà, perché tu sei, sei, mai abbastanza, mai troppo poco, sei, la luce e il buio, ombre e raggi di colore che trafiggono cuori affamati, ingordi, spade e pugnalate alle banalità, calci eleganti e sfrenati all’ipocrisia, sei, carezze struggenti, sensibilità sopraffina che scava nei vuoti, che riempie esistenze di grandezza, sei UOMO che fa fondamenta nell’arte che rimane, scoperta e riproduzione di bellezza, del senso ultimo, dal dolore alla gioia, generosità immensa che non fugge ma trascina nell’emozione viva di sentirsi parte umana, ragione e tormento, sei bruciato ma fiamma perenne che arde senza consumarsi mai. Specchio nel tempo e nel tempo specchio. Splendore perenne. Sei.







romanzo a puntate per La nave di Teseo
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili, ultra iper sonici, quelli veri attaccano e distruggono i bunker sotto terra di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
In fondo: «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».

PUNTATA 1: American Beauty – Supercinema https://1999romanzo.substack.com/p/i1-american-beauty
NITORE: “ha a che fare con la lucentezza, con l’atto di splendere.”
wow con la voce di Filippo Scotti mentre si legge piano, a 1x, parola per parola, è coinvolgente: un incipit che avvince. Bello, mi piace.

PUNTATA 2: American Beauty – L’artista totale – https://1999romanzo.substack.com/p/i2-american-beauty
wow l’incipit era tanta ansia coinvolgente, come quando stai andando alla stazione o all’aeroporto per non fare tardi, per non perdere l’occasione del viaggio, e nella banale quotidianità, l’ansia di perderti una storia che parte, che può partire senza di te, di me. Adesso sì che si vola. Decollato: si vola. “Ma lo sa, non è così sciocco da non sapere che non si scrive per ricevere dei complimenti. O sì?” e come in “Romanzo senza umani”, Paolo, anche con la sua voce adolescente, emozionata, e parola per parola dentro una macchina del tempo che “pendula” di passato e presente, vola, vola e ti trascina, ti trapana il cervello, e lei, lei, dov’è? Che fa? Chi ha scelto? Mentre io, nella mia cameretta, a sessant’anni penso a quanto sono stato stupido a non scegliere un liceo invece di un tecnico industriale per fare l’elettronico nel 1980, l’ITIS Galilei, frequentato da 998 maschi e solo due femmine… E io? Cos’ero, artista, muscoloso, o solitario? E lei, lei adesso chi è? Dov’è? Che fa?

PUNTATA 3: American Beauty – In una notte buia e tempestosa – https://1999romanzo.substack.com/p/american-beauty
wow eccola LEI, giudice di intere generazioni di uomini disperati… eccola la morte celebrale di un intero ventennio di tanta tecnologia e di tanta disperazione, umana, disumana… Decollati nella prima puntata, volando nella seconda, precipitati nella terza e adesso che succede? Sopravvissuti e sopravviventi canta Luciano ma adesso io voglio la IV puntata, dai Paolo, dai Paolo, è già tutto scritto? Pensando a Jack London? È già tutto nei gironi pensando a Dante? “Non sono né carne né pesce” pensando a Mary per sempre? Lo scrivi adesso questo deserto di vita diventata giungla?

PUNTATA 4: Ripensaci – https://1999romanzo.substack.com/p/i4-american-beauty
wow: in scena l’impossibile. Il chi ero e il chi sono con in mezzo la distruzione in un lampo, in un attimo, del metronomo che batte il tempo, la cancellazione della formazione durata una vita, del divo, del solitario mai diventato divo, o più materialisticamente vip, very important person? Si può essere una persona importante, acclamata, adulata, rinnegata e denunciata, schifata e riabilitata, e continuare a ripensare alle scelte sbagliate, al coraggio di gettarsi nel fango, alla viltà di scappare dall’abisso di dentro per tuffarsi senza vergogna nell’abisso di fuori? Che specchio feroce senza la luce serena della pace interiore, della consapevolezza che ai rimorsi e ai sensi di colpa non c’è rimedio, perché perdonarsi sarebbe la fine di ogni sogno di grandezza che non basta mai, mai troppo grande, mai raggiunto, mai impossibile nell’attimo del pensiero che si fa vita, passata, presente, futura. Nella terza puntata ho visto la caduta nella realtà. In questa, inizia l’analisi di quello che ero, di quello che sono. È questa la magia della tua scrittura, la magia della letteratura, che se da un lato mi ammutolisce con soggezione unica, dall’altro istiga le urla soffocate dentro che prendono voce. Voci che si fanno transfer nei personaggi che fai vivere in queste pagine, pagine che sono spartiti di una sinfonia che prende forma e scava dentro, facendoci volare, “ripensando” all’ero, al sono, al sono diventato nonostante sconfitte e vittorie, dolori e gioie, nonostante l’incapacità genetica, forse, di fare tattica e strategia, perché se è vero e saggio non giocare con la vita degli altri, è quantomai sano, anzi, doveroso, giocare a rincorrere, “ripensare” alla propria, di vita. Intanto il tempo scorre e tutto intorno è vita giovane che non siamo più, nei corpi, negli ormoni, nei sogni che continuiamo a fare. Grazie Paolo, questa quarta puntata è feroce come lo può essere una belva che ha fame, fame di comprendere quanta umanità ci resta prima di chiudere i conti. Non so se avrò mai la possibilità di stringerti la mano ma se e quando dovesse accadere, negli occhi vedrai il tormento e nella stretta la gratitudine per questa lettura che diventa sempre più avvincente. Grazie.

PUNTATA 5: Todo sobre mi madre – BARCELLONA – 20 giugno 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii1-todo-sobre-mi-madre
WOW la gita: che bella trappola. E poi, anche in questa puntata l’arrivo di lei è rinviato. Lei contesa in una amicizia che da collettiva a quattro sta per diventare amicizia di coppia, e quindi deflagrare in relazioni particolari, amicizie intime in competizione tra loro, che a loro volta si scoprono e si trasformano strada facendo. È la fine degli anni ’90 del resto, il canone, il rito, la messa e la comunione dello stare insieme è mutato. Il ’68 nemmeno un ricordo per chi non l’ha vissuto: vissuto nel mentre accadeva, né vissuto la sbornia e il reflusso successivi, né la fusione che la fissione. L’emergere sugli altri da reato è diventato meta. Non poteva che essere così. A me sembra con gli occhi di oggi, un destino segnato per quattro amici che si dividono il sonno oltre che il giorno, la scuola e un film come American Beauty. La gita a Barcellona, la gita che chiude l’anno della maturità è uno spaziotempo in cui tutti i lettori vengono rapiti dalla nostalgia e dai ricordi. Che bella trappola letteraria. Io no, a quella gita non andai perché senza soldi. Il cinema, le gite, le bevute e la pizza con gli amici costano e senza soldi e paghetta, anche i riti più comuni della formazione si dividono in classi di appartenenza, dove un solitario è anche più solitario di questo tuo splendido protagonista tra splendidi protagonisti. Per mia fortuna, con tanto senno del poi, non andai. Mi avrebbero arrestato sulla rambla, sì proprio a Barcellona, era il 1985 e sai che figura di merda? Oltre lo stigma perenne come un tatuaggio, forse anche la condanna a ripetere l’anno scolastico. Ma questa è un’altra storia che non interessa a nessuno. Le tue scene della partenza, gli intrecci delle azioni, dei sentimenti che avanzano e precedono i ragionamenti, che si fanno maturi prima della maturità, i dialoghi che testimoniano la crescita e l’espansione della necessità di comprensione che dall’intimo personale sfociano nel mare dell’amicizia h24, sono, tutti insieme, spettacolari, veri, reali come in un lampo l’apprensione materna per un figlio che ha lasciato da qualche ora il nido per un volo internazionale. Sono (e non credo di essere l’unico, anzi, potenza di un tema universale) sono tornato in volo, nello spaziotempo della nostalgia e dei ricordi, dell’amore che nell’impazzimento di ormoni e neuroni non ha scampo, è condanna, è condannato. L’amore che si genera e si riproduce, si rincorre e sta per avvelenare le amicizie, perché domando: a chi a quell’età non è capitato di trovare l’Amore e cominciare a perdersi completamente lasciando ai margini proprio gli amici con cui si è condiviso, fino a pochi giorni prima, l’urgenza del presente, il sogno oltre che il sonno? L’ansia di lei, per lei, di entrare nei suoi pensieri, nei suoi dialoghi, cresce, cresce a dismisura, perché nello spazio tempo della nostalgia e dei ricordi, l’adolescenza sulla soglia della maturità è l’universo impossibile da dimenticare, che ci ha costruito e fortificato, che ci ha decostruito e distrutto, affogati e risorti, nelle sere senza tramonti, nei giorni orfani di albe, nelle notti di deriva e tormento: istanti di momenti eterni senza via di fuga con all’orizzonte il mare dell’ignoto a divorarci l’anima. Un futuro mai veramente futuro ma illusione di un futuro che è desiderio. Amore come veleno avvelenato muore. E poi il prossimo, e quello dopo, e amore ancora Amore. Grazie Paolo, è un trip che non scende: è la dipendenza bella, quella dei romanzi che m’intrappola. Complimenti.

PUNTATA 6: Todo sobre mi madre – Un pomeriggio con Laetitia Casta – 27 giugno 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii1-todo-sobre-mi-madre
Una bella sfida scrivere strada vivendo! Sotto scadenza, dentro il verso che non schiude né si apre ma dimora sospeso nell’attimo che batte fuori tempo come mettere in pausa e riprendere sotto la pioggia di un appuntamento irrinunciabile. Digressione direbbe un cantore in queste ore di caldo folle fuori all’aperto dove il condizionamento dei pensieri non è naturale. Il muscoloso più amico con lei che con lui, il solitario. Il rapporto acerbo come il sorriso nudo della Casta’ scala di livello verso una nuova asticella da superare più in alto, dove la confidenza prova ad avvicinarsi a quella già più intima con lei, lei, sì lei che gli piace pure se proprio glielo chiedi. Irrompe la gelosia che strattona la confidenza che si fa tessitrice di timori imprevisti. La relazione a due diventa stretta, arriva l’artista: le confessioni si fanno simposio adolescente? È una puntata che sembra andare fuori dal tema del titolo che promette tutto su una madre, sembra una sbandata ma che succederà adesso che la partita a tre sta per iniziare? Lei, lei, la ragazza amica, desiderio armato, dov’è, che pensa, che sta facendo? È una pena subdola l’attesa che nell’agenda dice tra una settima strada vivendo: è una sfida ulteriore che non perdona ma assolve senza uno straccio di peccato, nell’ombra nascosta alla luce di questa giovinezza seducente. 👏

PUNTATA 7: Todo sobre mi madre – La felicità dell’irrilevanza – 4 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii3-todo-sobre-mi-madre

Il solitario non la vuole vedere ubriaca, non ci va, e non vuole dividerla con gli altri due, tanto è ubriaca. Silvia, Silvia, Silvia. Trovo un po’ sfilacciata, l’azione di quello che accade con i pensieri che vanno verso una maturità che contrasta con i suoi richiami ad una filosofia degli eventi che sa più di università che di diploma e di un “dimenticabile” hotel a Barcellona. Tutto su mia madre è un film, quando invece la chiamata di una madre nelle puntate precedenti mi ha deviato, pensavo irrompessero le vite dei ragazzi che hanno nelle loro famiglie da cui si sono staccati da poche ore. E quindi nuove confessioni, richieste d’aiuto o ribellione che si fa conflitto. Quella gita a quell’età con gli amici forzati nell’avventura scolastica lascerà dei segni “indimenticabili” e l’ubriacatura adolescenziale ne sarà un motore ? L’attesa per la prossima puntata è sempre viva più che mai.

“E però mi fai venire un dubbio… secondo me Silvia non è la ragazza col maglione viola che piace all’artista e al solitario e pure (forse) al muscoloso. I nostri quattro protagonisti non hanno nome, mentre Silvia sì. E poi lei è già impegnata con un ragazzo (anche se sembra dimenticarselo…), mentre la ragazza col maglione viola no. Almeno, io ho capito così.”

Sì, hai ragione Claudia, Silvia non è la Lei che anch’io sto aspettando, la Lei dei 4 che dovranno commentare anche il film di Almadovar (così tanto altro si chiarirà) ma dopo la gita, dopo il diploma, dopo la maturità? Credo che Paolo stia per svelare il colpo di scena legato alla gita “indimenticabile” a Barcellona, la gita come la pistola fumante che compare e che prima o poi spara, chissà perché penso ai Fantastici 4 e alla donna invisibile, io nel 1999 a 33 anni vinco il concorso all’Università (e mi tranquillizzo, mi sistemo o come si dice) negli stessi giorni mi risposo, mi sposo con Monica, con un figlio già di nove anni: per me il 1999 non è una ripartenza ma l’inizio di un mondo nuovo, forse quello adulto che nei dieci anni precedenti è stato una fuga continua da un mondo adulto esploso troppo presto. Per questi fantastici 4 è l’anno del salto ma nella narrazione degli eventi lo spazio tempo (quello del “È felice questa irrilevanza stanotte. Felice senza sapere di esserlo, è felice perché possiamo essere solo questo, non altro ci è richiesto. L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” si accavalla e si intreccia così vorticosamente da creare in me tanta bella, vera e santa, confusione, vedi Silvia per esempio. “Andate voi” ecco, ovvio è un solitario, solitario anche nella folla, nella gita, nello scrivere racconti, nell’immaginarsi l’esistenza a puntate, settimana dopo settimana, racconto dopo racconto. Occasione dopo occasione, una gita, una giostra e la scritta del neon che dice INGANNO. Silvia è ubriaca, Silvia sta male ma al solitario non interessa o fa troppo male anche per lui? “Fermiamoci qui, artista, ti prego. Fermiamoci dove la passione è uno spreco, dove non è un impegno con nessuno, dove non è ripetizione, dove l’ostinazione non è uno stipendio o un obbligo sociale. Dove non è una cosa da adulti.” Ma la giostra non può stare ferma, riprende il suo giro con i cavalli che vanno su e giù, la musica che canta rap melodico, nell’estate più rovente da millenni. Grazie Claudia per questo tuo commento che mi ha fatto rileggere questa puntata più volte. Incasinandomi più di quanto non fossi già incasinato. Grazie Paolo per questa giostra che gira senza “gettoni”, Io che Tutto su mia madre nemmeno l’ho visto ancora, io che resto incantato a vedere passare i mille tram del desiderio di questa vita e i mille giri di una giostra che gira e non smette di girare, appunto: “L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” Ma ai giostrai non è consentito fermarsi, è vietato dire basta voglio scendere, perché loro non possono scendere, fanno volare.

PUNTATA 8: Todo sobre mi madre – Vivente! – 11 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii4-todo-sobre-mi-madre
wow finalmente LEI, LEi, Lei, lei, leiiiii – grande, no grandissimo, no grandioso, lo sapevo, lo aspettavo, lo scrittore vivente che arde, che s’infiamma, con lei, di lei, si ustiona, lei che “Le piace quando parlano. Le piace ascoltarlo.” – ho aspettato il sabato, perché di venerdì tutto è più triste. Complimenti Paolo, si torna a volareeee. Grazie!

PUNTATA 9: MATRIX – In ritardo – 19 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iii1-matrix
In ritardo ma ne valeva la pena, nell’email per tutta la giornata di venerdì non l’ho trovata mentre il mare di spam a cui mi sono iscritto negli anni, invece sempre lì presente, i giornalieri, i settimanali. Ma di 1999 niente. Mi sono preoccupato, devo dire la verità ma stamattina mi sono tranquillizzato. Devo dire, tanto è la verità comunque, questa puntata è molto più ragionata e sapevo che il tema in classe sarebbe arrivato, cos’altro manderà avanti la storia di lei e di lui se non la scrittura? Sì le letture, la relazione a tre, a quattro, ma la scrittura. E sono sicuro, almeno lo spero, salteranno fuori i diari, il diario di lei, il suo mondo, nel tema, nei temi, nelle confessioni con se stessa. Nei sogni e nei desideri che si fanno parola. Ragionato, tanto ragionato. Sembrano oggi sull’IA gli stessi discorsi di allora su internet. Oggi sarebbe il caos fermare internet, domani sarà il caos spegnere l’IA che ci controllerà tutti. Ma loro, noi, a 16 anni, che ragionamenti facciamo? Forse è una bella idea, a me la differenza è piaciuta tanto, tantissimo, quella del sabato libero invece del venerdì lavorativo. Io sto pensando che il 25 abbiamo la pizzata della nostra VF che festeggia i 40 anni dal diploma, tutti maschi in quell’aula del Galilei, per l’elettronica che non abbiamo mai visto, per i torni a controllo numerico imballati che nessuno sapeva usare, per una lei che non c’è mai stata in classe e tutti cercavamo fuori dalla scuola. Quella sera, come ad ogni nostro ritrovo, con compagni che vengono dall’estero per rivedersi, parleremo dei nostri temi in classe e se non le lacrime, perché siamo maschi adulti e alcuni già nonni esperti, le risate saranno intrise di questa dolce, amara, sublime mestizia che questa puntata mi ha regalato con la forza della ragione, con l’idea universale di essere protagonisti della nostra vita riflessa nello spazio tempo di uno specchio di parole che sono come quel sentiero di montagna del video, la via dell’emozione dei sensi, tutti insieme, vero Claudia? Grazie Paolo per questo viaggio che ci fa volare. Matrix? MATRIX? Già matrix.

PUNTATA 10: MATRIX – Un senso di benessere – 25 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iii2-matrix
una eccezione eccezionale, la discesa negli inferi, il peggiore tema che la sua prof. si potesse aspettare da lui, e da lì, il futuro della vita, dallo sconforto alla chiamata che diventerà devozione assoluta per la scrittura oltre la narrazione: l’emozione di chi legge, il sentire l’emozione. I brividi che ho provato sono quelli che mi hanno fatto ricordare uno stato simile, al ritorno dell’esame orale di chimica alla vecchia ingegneria. Feci scena muta, eppure allo scritto avevo preso trenta. Non avevo capito una mazza della teoria che però avevo applicato quasi con lode nei problemi: uno scritto da trenta, in quella sessione nessuno aveva preso trenta. Feci scena muta e il corpo s’infiammo’ altro che guance rosse, scappai tremando, e tremavo sul bus che mi riportò a casa, di vergogna e rabbia, tremavo. Non una doccia fredda ma un fuoco devastante, sentire la presunzione spegnersi e la vergogna bruciare. Scusate la digressione oggi che le “digressioni” sono di moda per non pensare alla sciagura della guerra come in modo “eccellente” avrebbe voluto la prof. per tutti, ieri come oggi. Ma la migliore è Lei, LEI, lei che supera tutti. Supererà Matrix e la prigione governata delle nostre esistenze? Lei che finalmente sentiremo, vedremo, leggeremo ammireremo, giudicheremo, dalle parole sue, tutte sue, dal tema, dalla sua scrittura che si prenderà la scena nella prossima puntata. Micidiale l’ansia per l’attesa di Lei, LEI, lei che sembra un campo appena arato, pronto alla semina, che sembra il campo dei conflitti, geometria delle pulsioni, e la battaglia per la maturità che prende voce dal seme piantato su un foglio protocollo. Grande 👏 Grazie Paolo.
PUNTATA 11: La vergogna del mondo – Una puntata diversa – 1 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/la-vergogna-del-mondo

Ho letto venerdì scorso e un nodo in gola mi ha affogato, lo stesso che nell’adolescenza mi prese dopo la lettura di “Se questo è un uomo”, per giorni e giorni non pensavo ad altro, a quanto fosse mostruoso l’uomo, a quanto male è capace di fare all’uomo che diventa peggio di una bestia, a quanto siamo niente rispetto all’atrocità dell’uomo. Inermi, disarmati, inutili. Indifferenti se almeno non ne parliamo, incapaci se almeno non ne scriviamo, insensibili se giriamo canale, miserabili se almeno non condanniamo. Distratti come autodifesa, traditori come disertori. Ho riletto oggi, e ho capito cosa mi è successo allora, cosa mi succede oggi a me che vivo sicuro, la vergogna di essere uomo nonostante l’uomo, questa è la mia vergogna di uomo impotente, sconvolto, distratto, costretto a fare la solita vita nella mia tiepida casa. La vergogna del mondo sono io che essendo niente non posso, non faccio niente. E non mi assolvo, se ne leggo, se ne parlo, se manifesto, se prendo la parola, se me ne sto in silenzio. Se prego anche se non so pregare. Il rifiuto, questo mi ha stordito, e non lessi più ne Levi né altri, condannandomi all’oblio come corazza tra amici che se ne andavano con l’overdose nel corpo. Anche un rifiuto ha la sua dignità, come stato transitorio di un processo di vita, di trasformazione, ma l’uomo cos’è? La bestia che diventa nella fame, la bestia che affama e massacra, con la stella di Davide sul petto, con le svastiche al vento, con i fasci littori sulla tomba, con le prigioni e le torture di ogni stato, occidentale, orientale, con la miseria, distrazione e distruzione di massa. E le armi, la guerra, solo un affare come un altro. Grazie Paolo Di Paolo, e se questa puntata diversa mi ha lasciato venerdì scorso senza parole, questa notte, rileggendo, inghiottendo il nodo della vergogna, superando l’ovvietà della disillusione perché ad ogni Abele c’è un Caino che l’ammazza, adesso voglio condividere, voglio partecipare, voglio continuare a leggere, magari ripartire dal “saggio” I sommersi e i salvati, che se magari fossi andato al liceo, che se magari avessi studiato allora, forse anche tutta la mia vita sarebbe stata diversa, quella che il tuo protagonista “solitario” mi sta facendo vivere oggi in questo dannato 2025 che sembra senza speranza. Grazie.

PUNTATA 11 e 12: Il mondo com’era alla fine del Ventesimo secolo. L’ultimo capodanno – 8 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iii34-matrix
È il primo bacio? E non gli arriva dalla tenera e fragile che desidera? Ma la desidera? Certo che la desidera. E non c’è stata ancora la gita, e non c’è stato ancora il tema in classe, il miglior tema in classe che ha scritto Lei, il più bello di tutti. La scena del dibattito con le visioni dei nudi della “stramba” all’ultimo banco continua, dovrà continuare, che canaglia lo scrittore che nel raccontarsi “tira la corda” e mischia i piani degli eventi, nello stesso attimo che accadono, nello stesso capodanno del primo giorno del nuovo millennio. Una vita, un anno, un mese, un giorno, una scena,
Passato e presente in momenti che si fanno romanzo. Azzolo, della foto del quotidiano, a parte il direttore che oggi firma documentari su Lenin alla 7, mi ha colpito una informazione che avevo completamente dimenticato, la copia di un quotidiano il 31 dicembre 1999 costa 2200 lire (ma forse era un numero speciale), già un euro e dieci, come costa oggi più o meno, come se il 25 anni non ci fosse stata nessuna inflazione, invece l’inflazione dei sentimenti e delle emozioni in queste due belle puntate sono dei vortici impazziti tra la filosofia e l’inutilità della filosofia nell’attimo che si vive.
Già, sedici anni, il futuro che si fa indietro, la matrix che diventa discussione e un futuro che ripetitivo si fa prigione con un fine pena mai che è la nostalgia del sapore di un piatto di spaghetti al dente mentre la realtà è una pasta scotta e un bacio che sostituisce quello desiderato, nella notte che scoppia la festa, la solita festa anche se è una data speciale, insieme la fine di un secolo e di un millennio. Ma come per la discussione sul tema in classe, così non può che continuare anche la fine della festa e l’alba del nuovo giorno, il primo del 2000.
Lo so che non si fa, ma lo dico perché, puntata dopo puntata come lettore che ammira il protagonista e la corda che tira allo spasimo, strusciando per terra e volando nel cielo, con nostalgia che oscilla tra rudezza e commozione, tra rabbia e poesia, protagonista nel commento ci sentiamo un pò anche noi coraggiosi nei commenti a lasciare pensieri che si aggrovigliano nella lettura, almeno per me è così e mi lascio andare.
Non si fa ma lo dico, chi è nato molto prima ha punti di vista e di ricordo diversi, essendo io del ‘66 nel ‘99 avevo gli anni del Cristo morto sulla croce. Lui risorge e io rinasco, nel ‘99 mi risposo (il primo tanto brutto quanto bello il secondo) e nel ‘99 entro per concorso all’università e divento un “privilegiato” dipendente pubblico, nel ‘99 mio principe erede Daniele fa 9 anni ed è un campioncino a Magic, a Worcraft, in rete navigo con uno stupefacente modem a 56k che suonava prima della connessione, desiderando l’ISDN che non è una droga.
Lo vado a prendere un sabato sì e uno no a scuola e passiamo il week end insieme a giocare e giocare e giocare… Per me il ‘99 è stato un salto di livello in questo gioco straordinario che è la vita, un gioco tra sparatutto, costruttori di battaglie e città, imperi e labirinti magici della mente che continua a sognare.
Grazie Paolo: il mio primo bacio è stato con un’amichetta tra le amichette, in mezzo al mare, in estate prima del terremoto dell’80, io straccione dalla spiaggia libera, loro bellissime con la cabina e i genitori al lido, e non ci siamo dati appuntamento, e non ci siamo mai visti più.

PUNTATA 13: Magnolia – 15 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv1-magnolia

wow che puntata! Sono qui a leggere e mi sento la cavia che ha la possibilità, nel laboratorio infinito delle nostre esistenze, forse nemmeno la possibilità ma addirittura il desiderio di comunicare con lo scienziato che mi sta vivisezionando l’anima. Per quanto robaccia, perdita di tempo, la scrittura della mandria del XXI secolo, con il meglio di sé stessi che si riesce a mettere nei social, con parole e scatti fotografici del proprio vivere, è lo scenario apocalittico che dalle macerie di rivoluzioni mancate e superate, ci fa vivere non in un deserto fatto di solitudini inespresse ma nella giungla del rumore delle parole inutili. E io che di questa mandria vorrei, magari, essere un vitello performante pronto per il macello, mi sveglio cavia che parla all’esperimento, al coraggio e all’orgoglio di farne parte, numero primo ed imperfetto come le compagne di questo viaggio, specchio e portale di spazio e di tempo che prende a schiaffi i ricordi e il presente in un conflitto di stupore che abbaglia. Forse mi sbaglio, e vorrei di cuore sbagliarmi, ma il finale di questa puntata è un atroce rimorso, un pentimento amaro di ciò che è stato, di ciò che è diventato futuro senza ritorno, una nostalgia prigioniera diventata avanzo, rifiuto imbalsamato nell’anima. Uno di quei piccoli o grandi tumori benigni che hanno smesso di crescere con cui dobbiamo convivere. La grandezza di questa puntata, di questo romanzo da cui non riusciamo a staccarci, è la vastità dei temi che affronta proprio com’è la vita che ci prende nel quotidiano, nell’usuale tempo che consumiamo nel nutrirci costantemente della robaccia che tradotta in parola è solo l’apparente follia che vorremmo essere, un po’ muscolosi, un po’ artisti, un po’ solitari, un po’ Lei che si apre al mondo, spine e rosa del futuro che è stato già passato ma da scoprire puntata dopo puntata. Forse peggio di sentirsi robaccia è sentirmi cavia, felice e grato di farne parte, per mostrare e dimostrare di essere vivo. Grazie Paolo, a te a tutte le lettrici e i lettori, buon fine settimana di ferragosto.

PUNTATA 14: Magnolia – La nostalgia del presente che ti muore fra le mani – 22 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv2-magnolia

«La nostalgia del presente che ti muore fra le mani», risponde Bertolucci. Cavolo che potenza di visione nelle parole di un visionario. È quella corda che non smette di vibrare ma che anzi, in risonanza, amplifica l’ossessione? Di crearle le visioni? “Qual è la corda che, involontariamente, ha toccato?” Ripetete con me: esiste solo il presente! E basta? No caro “solitario”, hai fatto incacchiare anche Claudia che come me, come altri, siamo niente e siamo tutto, lettori, che si fanno incantare. E tu sai come si fa, vero? Perché allora confessare di essere il solitario “incompreso” da qualche critico le cui critiche non sono nemmeno lacrime capaci di disperdersi nella pioggia dell’irrilevanza? Perché sporcare con le irrilevanti “feci” di Putin queste pagine con un fetido presente che ci soffoca il momento che, invece nella lettura ci fa sognare? Lo diceva Eco, non usate le parentesi che stroncano il discorso. Certo che c’è una ragione, il tema in classe, quelle maledette prove, quei maledetti giudizi, quell’indifferenza a tutto il nostro ardore adolescente, di mostrare e dimostrare, negli anni più fragili e tragici, più teneri e brutali, ha risvegliato in noi, il fuoco sopito, le fiamme dimenticate, le nostalgie e i rimorsi più sanguinosi. Perché? Perché allora mortificarci al fruscio di un cespuglio che assiste suo malgrado invece di innalzarci ai mille occhi che brillano nella ruota regale di un pavone sublime in amore? Sì, non è giusto, come non è giusto niente di questa vita che ci sfugge tra le dita, tra le lettere di una tastiera che ha l’ardire di una penna senza freno che, ora come allora, vomita inchiostro del noi stessi incandescente, sopravvissute, le passioni nostre di leggere e di scrivere, la passione di Lei, di Lui, dell’Artista, del Muscoloso, di quella vita, di quegli amori devastanti, di quelle visioni che trascendono il nostro brutto presente in attimi di lucida perdizione. E tu sai come si fa, ad incantare, come Shakespeare userai la gelosia? Il mostro dagli occhi verdi che riferisce una calunnia o una verità? Lei resta contesa dal trio sconvolto dagli ormoni, che nella visione di un ennesimo film, balla e gode da sola. Ammirata ancora di più, Lei che ha fatto il tema più emozionante, con il voto più alto. E torneremo alla gita rimasta successiva al primo tema? E ce ne saranno altri, di temi in classe e fuori classe, di confessioni, di tormenti, di competizioni, di fallimenti? È già un orgasmo l’attesa per la prossima puntata, per l’ultimo sabato d’agosto. Grazie Paolo.

PUNTATA 15: Magnolia – Le apparenze – 31 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv3-magnolia


PUNTATA 16: Magnolia – Lettera da bruciare – 5 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv4-magnolia

Wow, l’amore che brucia, l’amore che muove il sole e le altre stelle, l’amore che ti fa sentire potente come Galactus distruttore di mondi, l’amore che ti fa sentire una lacrima dispersa dentro Blade Runner o l’amore di Trinity dentro Matrix, l’amore adolescente che ti fa correre tirando pugni al vento dopo il primo bacio, o che ti fa piangere per giorni senza lacrime avvinto nella solitudine che si fa coperta stracciata piena di pulci e vomito di tristezza, l’amore delle lettere mai scritte e di quelle scritte con furia e gettate come mozziconi spenti, l’uno dopo l’altro a bruciarsi la gola per quel filo di speranza che si fa alito dell’ultima possibilità di tornare insieme, e rivivere quell’attimo estremo di felicità che non torna più. L’amore che evade da ogni schema, da ogni programma di follia, oltre ogni sbarra di questa vita imprigionata nell’esistenza di attimo perso a pensare senza agire. Che cazzo di delirio questa puntata e quest’amore che finalmente scoppia, brucia, devasta la pagina. Un sogno, l’amore, e che sogno! Che cazzo di delirio sentirsi personaggio nel romanzo, come mi capita sempre, in quelli belli, in quelli brutti, in quelli che amo e in quelli che odio, a volte personaggio possente a volte una pezza, lo straccio che pulisce la merda, se non la merda stessa. Un incubo, l’amore, e che incubo! Un brivido di freddo e il cuore di giaccio, un brivido di fiamma che soffoca il respiro, e l’amore brucia, arriva, finalmente esplode, oltre l’amicizia che come al solito dilaga e scappa in ogni direzione, si chiude e tradisce, si apre e cura, necessaria e sfuggente, incredibile e totale, di Lei, di Lui, di loro, nelle apparenze, nelle circostante, negli eventi in bilico tra due millenni, nel presente scritto e riscritto, visto e vissuto come un film, come la meraviglia di sentirsi umani nonostante l’umanità stuprata che ci circonda e ci devasta dentro. E ora un’altra settimana di passione per giungere sulla croce che ci inchioda in quest’attesa insostenibile.
Grazie autore, le ho già detto che in ogni pagina mi sembra di rivivere nel romanzo senza umani? Grazie davvero, in fondo la confusione che mi prende è l’entropia dell’universo che spande vita, solo vita quotidiana, indigeribile esistenza con mille sbarre intorno.

PUNTATA 17: “Eyes Wide Shut” – La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura – 13 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v1-eyes-wide-shut
😱😱😱🤩🤩🤩😱😱😱
Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Dopo questa magistrale lezione di vita e di letteratura, dovremo rimettere nel ghiaccio le nostre emozioni, nel freezer vanno stretti lo so per certo, beh magari qualcuno pensa al frigorifero dei macelli, e io penso ai miei pensieri che penzolano squartati e privati del meglio, le frattaglie, cuore compreso. Una vita di frattaglie a guardarci indietro, ad essere cattivi con il peggio di noi che siamo stati. A come in questi personaggi e l’adolescenza, per quanto confusa, dimenticata, orribile e ubriaca di meraviglie, sia stata di sbornie e dopo sbornie. Sto leggendo in questi giorni le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis, e vomito di pagina in pagina nel nulla che siamo stati, che peccato. E lei caro autore annuncia la fine delle stelline, di quell’era che precede la sventura della fine dell’adolescenza, la fine dei superpoteri, la fine dei giorni magnifici e luminosi di pensare tutti i momenti, tutti i giorni, a lei a lui, a loro, la fine dello strazio del favoloso mondo ingovernabile, del viaggio senza frontiere, con tanto di fili spinati e abissi dietro ogni curva, alla fine dell’orizzonte catturato negli occhi e nelle risate di una canna condivisa, alla fine di quell’amore magari mai consumato, mai bruciato, straziante come quello in cenere che finisce col diventare grandi, freddi, paurosi ma più incoscienti di prima. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Scherzo, rido di me, a queste parole, ingovernate, non distanziate, perdutamente vere, false come lo è tutta la nostra esistenza apparente, quella che non riusciamo a contenere. Azz, inautentico? Azz, “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura” ? Io tremo al solo pensiero di vedere, sentire, leggere, la reazione di Lei a quelle pagine fitte fitte, a quelle domande che sanno di vita vera ed universale che semmai la letteratura l’allarga la realtà, altro che concorrenza, semmai la realtà sarebbe sciapa, né carne né pesce (tanto per non citare un film), insapore, per chi invece di letteratura si nutre, si arma, e sopravvive. Altro che concorrenza sleale per giunta. Mi inerpico in mondi che nemmeno conosco e chiedo perdono, sì proprio come i tanti “scusa se” del solitario… Immagino il tribunale e le prove presentate a carico della “strega” che finirà sul rogo, ci salirà l’artista, il muscoloso, anche il solitario (mi pare di capire con molto senno del poi) e naturalmente Lei, che scriverà altro sul sul diario ma a loro si concederà come non farà mai più nella vita vera da adulta, dove inautentici siamo tutti ogni giorno, perché dobbiamo sopravvivere e provare a fare a meno di sostanze che all’epoca ci facevano volare ma che oggi servono a farci tenere ben piantati i piedi a terra. Ma no, delle emozioni non ne possiamo fare a meno e cavolo ecco perché: “Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito?” Poi c’è chi non si nutre né si abbevera ogni tanto di letteratura, ma questo è un altro discorso. Abbraccio con l’Autore tutti i commentatori e le commentatrici, per il loro coraggio, la loro realtà e autenticità che mi accompagnano dalla prima puntata, e mi ripeto forse, non credo affatto che “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura”, anzi la letteratura sopravvive alla realtà, da millenni, se vogliamo dalla notte dei tempi pensando alla Bibbia o altri testi precedenti, la realtà non può competere né in modo leale né in modo sleale, la può deformare, infangare, magari uccidere, bruciare, Lei rinasce e si riproduce, canta e danza nei secoli, nonostante gli scrittori e le scrittrici, nonostante le lettrici (maggioranza vedo) e i lettori, gli editori, le industrie e le econaomie come i governi, i critici e le accademie, che invece passano, si consumano nella carne, nelle ossa e nel sangue che invece restano sempre vive nelle pagine della letteratura immortale perché senza mai data di scadenza. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? 😌

FOLGORATO
“Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano”.

PUNTATA 17: “Eyes Wide Shut” – Nell’attesa – 20 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v2-eyes-wide-shut
Post 20 settembre a 1999
Che atrocità e meraviglia l’attesa, e l’attesa dell’attesa, e nell’attesa l’immaginazione che attorciglia il cuore con le budella, e fa soffrire, e fa gioire. Ero rimasto folgorato dal video del 17 settembre, e riprendere adesso il link fra centinaia di mail che ancora devo cancellare, alcune leggere per piacere, altre per dovere, altre ancora per cortesia, e poi rispondere, mi sembra passato un secolo ed invece è stato solo 4 giorni fà. Che macerie di attimi triturati nell’istante, e che magnifico istante invece essere esaudito nel desiderio, nel sentire prima di leggere con la voce emozionata dell’autore, della lettera, la famosa lettera, della parola scritta che ferma il tempo e lo rende immortale. WOW, l’autore si è aperto e confessato, ci ha parlato del suo interrogarsi e questa meraviglia ne è il risultato? Favoloso mi viene da dire, un po preoccupante con quella spada feroce che dondola dal titolo, “Eyes Wide Shut” il film che non avete ancora visto, dice l’organizzatore di una serata che salta? Che diventa la “prima volta” per sempre? Vuole la stanza per giorni per anni… O è la minaccia dietro l’ennesima curva dell’esistenza che porta al dolore e alla sofferenza del… “perduto amore”? Il finale, ma perché tutto deve finire? Una commedia, una tragedia, un romanzo, un film, una lettera, l’avventura che siamo in questa vita? E i sogni e il delirio dei desideri che si fanno carne, concretezza, fondamenta di continuità di vita in coppia, e quale coppia o accoppiamento si realizza? Era tanto tempo che aspettavo e adesso? Inizia? Durerà? Che atrocità e meraviglia l’attesa, di adesso, di allora, di quel bacio provato allo specchio con le labbra che s’incollano al vetro, con l’immagine di sé stessi, nell’abisso del tormento di non sentirsi mai abbastanza. Di non sentirsi mai veramente desiderati. Di rompere quel ghiaccio che si è solidificato non solo intorno al cuore ma che nell’anima è scheggia furiosa di dubbi e paura. L’educazione sentimentale come traccia di recupero nel senno di poi, il film di Kubrick nel senno del forse, la maschera svelata che cade ai piedi dell’ovvio rito di iniziazione che tutti abbiamo vissuto, tutti più o meno in solitudine, ma che letto così come scritto attraverso tutte queste puntate che sembrano una montagna russa dove a vorticare sono gli specchi che ci corrono intorno mentre invece siamo fermi a leggerci dentro nei ricordi, ma che letto così settimana dopo settimana tra eventi e quotidianità che ci traffiggono gli occhi di orrore, nell’attesa, nell’attesa dell’attesa, del finale dell’attesa, che letto così come scritto diventa l’oasi rubata al caos, un miraggio, visioni, atrocità e meraviglia di quella pace che meritiamo senza vergognarci, di essere stati e di essere ancora umani che si emozionano al solo pensiero dell’Amore. Grazie autore e come diceva un personaggio di De Crescenzo, prufessò io non capisco ma mi affascinate, più o meno il senso che non deve avere per forza senso, per ragionare, per bloccarsi o peggio scanzarsi, all’inspiegabile magia della parola scritta: “Le parole avvolgono. Le parole scaldano. La fanno avvampare.” – “È-una-dichiarazione-d’amore.“ – Com’era nel video la domanda? Un romanzo come una lettera? Superlativo, ardito, come acqua nel deserto. L’oasi della pace che meritiamo. – “E lei: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te.“ – La lettere scritte arrivano dove l’orale si ferma, come quando la TV non prende per un temporale o la rete si blocca perché manca la corrente, e a me sembra comunque di continuare con schimmie che non sentono, non vedono, non parlano. Già, le vedo, le sento, atroci e meravigliose, le parole che verranno. Grazie! E grazie di cuore a questa reiterata istigazione a partecipare che ci fa sentire protagonisti, in questi tempi di luci fulminate.

PUNTATA 18: Cominciare e finire – Una breve riflessione – 28 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/cominciare-e-finire
Il ritardo, per tabucchiano gioco del rovescio, è diventato una risorsa! Una scheggia di “calvinite acuta” ti ha dato ispirazione per trovare un’ottima soluzione del garbuglio e toglierti dall’imbarazzo, regalando a tua volta uno spunto molto intrigante sul cominciare e sul finire. Questa è stata, domenica, la mia prima reazione. Ora, leggendo i tanti commenti delle lettrici e dei lettori, indulgenti, anzi riconoscenti per questa puntata-non puntata o superpuntata imprevista e accogliente, sento la necessità di dire che tutta questa esperienza è attraversata da un filo conduttore importante e inedito. Una attenzione reciproca tra autore e gruppo di lettura, una libertà di opinione, di decisione, di immaginazione. Un “potere” condiviso nella magica piattaforma, che si è dilatato non solo nel tempo (dei ritardi e dell’andirivieni negli anni), ma anche nella riflessioni dei singoli, che portano lontano gli spunti offerti dall’autore, in un laboratorio di comprensione sempre aperto. “Le funzioni astratte che si incarnano” e hanno un nome danno ragione all’affermazione di Proust: “Ogni lettore in un libro legge sé stesso”. Ma qui c’è stata in più la possibilità di confrontarsi in presa diretta con un testo, con le fasi e i problemi della sua scrittura, misurandosi con l’autore e con altri lettori. Partecipare a questa esperienza di lettura critica in divenire è stata una straordinaria opportunità. Sentire avvicinarsi il congedo, “lo strappo”, trova consolazione nel ripercorrere le tappe del viaggio e nell’inventare un esercizio di immaginazione del futuro, per chi scrive e per chi legge. Il vincolo della gabbia, smantellato come è da piccole produttive evasioni, alimenta l’attesa di un finale libero. Resta solo da aggiungere un grazie convinto!
PUNTATA 19: “Eyes Wide Shut” – Doppio sogno – 3 ottobre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v3-eyes-wide-shut
oggi domenica sta piovendo, mi sembra che il cielo pianga le sciagure che viviamo. Che fortuna che ho avuto a leggere questa ultima puntata dopo il finale perché forse me lo avrebbe un tantinello rovinato nel senso che… No non aggiungo altro, altri lettori arriveranno a questo punto e non né elegante né giusto anticipare niente. Ma il 3 ottobre e il 4 ottobre 2025 sono state giornate pazzesche, e la vita reale prende il sopravvento. Posso solo aggiungere che piangere con lacrime asciutte, per un amore, per l’orrore, è la forza che ci vuole per sopravvivere alla nostra fragilità di essere umani, e nei millenni raccontarci storie e vivere emozioni. Grazie Paolo.

PUNTATA 20: “Eyes Wide Shut” – Ciao – 4 ottobre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v4-eyes-wide-shut
“Quasi tutte le previsioni sono sbagliate.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.”
[…]
Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.
[…]
Ciao, siete un grande maestro Paolo Di Paolo – grazie per questa indimenticabile e bella avventura. Quell’intimità della Piazza di Carpi, di serenità e bellezza, è il finale che più di ogni altra cosa desidero per ogni piazza del mondo, per i popoli, per la vita. Grato e commosso con le lacrime asciutte del Solitario, di ogni solitario dentro di noi.
FINE





Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili quelli veri attaccano e distruggono i bunker di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.














Non avrai risposte alla tua preghiera
perché lo sai che non risponde mai
anche quando da e quando toglie
creando illusioni su cui siamo aggrappati
come mendicanti per un tozzo di pane
come lascivi amanti torturati nel fango
della possessione
nella latrina della perdizione che ci fa umani.
Materiale o etereo, pietra o gas, futile o fondamenta,
non lascia scampo l’essere e l’avere insieme complementari:
è una menzogna la scissione,
l’ordine e il comando,
l’arbitrio e l’onnipotenza.
Dannate e dannati sono privazioni e dolori
dannati più che beati i nostri giorni.
Più da scontare che scontati.
Artificio d’opera la preghiera
libertà e lacrime che si fanno prigione.
Artificio di parole, inermi, impotenti,
stridule di fiele, amare come l’erba dei vinti,
come il vomito della fame.
Dio non ascolta loro che gridano
come puoi sperare ascolti te che sussurri senza fiato?
Tu ardito senza paura,
che come tanti troppo dispersi, a contarsi stelle,
che da foglia succhia rugiada,
tu respira e soffia sul fuoco.
Non serve consumarsi.
A temprare la pace arriverà la pioggia.







Oggi 23 novembre 2024
Gli effetti collaterali ai sensi di colpa sono enormi, sono trascurabili, sono devastanti, sono insignificanti, sono un caso, sono il destino, sono problemi, sono soluzioni, sono l’indicibile, sono ovvietà, sono quelli che sono: ferite sanguinanti che non guariscono mai.
Il 23 novembre è la data del nostro terremoto, quello dell’Irpinia, il giorno della sciagura ma anche l’inizio di un periodo di ricchezza depredata e saccheggiata. Decenni di trasformazioni, indecenti, lussuriose, ricchi di speranze e illusioni, povere di progresso politico e sociale, anzi il ritorno di un futuro antico. Miserie e nobiltà, diventate costituenti di degrado e sfavillanti festoni, vuoti e precari come i tanti edifici puntellati ancora oggi contro il crollo di muri e solai, da quel terremoto del 1980.
Nella pandemia che c’è stata, di tutto quello che hanno gonfiato e manipolato, di tutta la paura iniettata con dosi massicce di cadaveri e sopravvissuti, di tutte quelle bombe che hanno dilaniato il petto di tanti innocenti morti in solitudine, di tutto e di niente, i sensi di colpa per quello che poteva essere e non è stato, ha scatenato effetti collaterali incontenibili, come provare a rendere testamento desideri insoddisfatti, parole di storie inventate per raccontare l’inconfessabile. Ognuno a modo suo è sopravvissuto piangendo morti inspiegabili. Ognuno è andato avanti credendo davvero che sarebbe andato tutto bene. Ma non è così, non potrà mai andare tutto bene.
Il 23 novembre è anche il giorno di una nascità che non si dimentica mai. Anche a me non piace mai festeggiare il compleanno, la certificazione che un altro anno è passato, bruciato, divorato, uno in meno al futuro da vivere. Ma si festeggia e se ne augurano altri 100, perché il meglio deve sempre venire, perché non dobbiamo mai smettere di desiderare il prossimo abbraccio felice, perdonando tutto il male che ci siamo fatti, ritrovando parole mai dette, guardando in faccia il domani senza la paura di ieri, gettando il cuore oltre le banalità delle convenzioni. I sensi di colpa restano scolpiti ma gli effetti collaterali sono incredibili. La vita è un cantiere sempre aperto, è un lavoro che non smette mai di dare tormento, di produrre scorie, effetti collaterali. Dai: forza e coraggio.
Auguri Daniel San, buon compleanno.


















che non c’entra niente
L’amica geniale in onda in queste settimane,
quelli che noi aspettiamo, il Malinconico di Salerno ![]()
È un errore, grave? Boh, mah… È una trappola del marketing?
Chissà.
Certo mi ha disturbato non poco: la scena vive nel 1980, tra la strage fascista alla stazione di Bologna e il nostro terremoto del 23 novembre… Quel computer in quella scena è anacronistico.
Non cambia niente è solo una cosa da niente, è bello, troppo bello il Macintosh ![]()
È un blooper: papera, errore, incoerenza, dettaglio anacronistico.
Quel computer esce nel 1984 annunciato nello spot ispirato al famoso romanzo 1984 di George Orwell
Steve Jobs presenta Macintosh nel 1984:
Computer nostalgia ’80 – ’90
APPLE, la storia di un sogno divenuto realtà:




Con tante parole in testa non sei solo, volevi vedermi, volevi parlare, ma la notte del mio tempo è giunta senza un tramonto nel cuore che sappia spiegare perché. E nemmeno un’alba per sperare ancora. Resta con noi. Con tante parole stonate che non sanno più amare, ti aspetto ancora nel silenzio di una luna tagliata a metà dal fato, nera mezza verità nascosta, bianca mezza luce fredda di marmo, e in mezzo un fruscio nei capelli che sa d’eterna attesa, un canto asciutto e caldo come una lacrima vana d’orgoglio mai versata. Solo contro tutti, tutti contro lo specchio che riflette facce orribili. Meriti di morire come tutti noi sopravvissuti al dolore che non smette mai di fare male. Hai pietà del mondo che ti lascia solo ma sono parole corrotte, sfregiate di rancore. Ti aspetterò sempre, questa è la voce che senti nella folla dei pensieri che ti abbandonano per farti sognare. Sei solo perché è ora di svegliarsi, di paura, solo come un cameo di una vetta mai scalata, solo come un cadavere raccolto per strada, come nebbia cosciente nell’alba senza sole. Cara anima smarrita parlami ancora di morte solitaria e di abbandono, di visioni di fuoco come illusione di guarigione. Non è la malattia che divora, sei tu nutri lei, maledetta che ti fa sentire vivo, maledetta anche nell’ultimo respiro. Guarire sarebbe morire. Non sarai solo per sempre. A viaggiare con l’orizzonte negli occhi, anime belle cantano insieme ballando. Compagne eterne mai dome voleranno felici, nel vuoto che diventa blues.






Nel 2023 uno dei RACCONTI DELLA DIVINA
e nel 2025 uno dei RACCONTI CAMPANI

Odepòrico amalfitano
Precario. Contro la mia volontà mi trovo in questo luogo magico, sospeso sulla roccia possente scavata dagli avi, a strapiombo sul mare mosso come la mia anima spaventata, e alle nostre spalle altra roccia minacciosa che sembra voler abbandonare la sua scalata al cielo per rovinare sulle nostre teste, all’improvviso, da un momento all’altro. Tutt’intorno solo silenzio e indifferenza alla mia condizione. Ovattato da nubi pesanti sul punto di esplodere, il silenzio lega insieme gente indaffarata e brulicante come formiche, come quelle che per tanto tempo mi hanno fatto compagnia tra le foglie del mio giardino natale. C’è tutto quello che non conosco e che mai avrei desiderato di vedere. Ci hanno scaricato all’ingresso di un hotel a cinque stelle che si prepara per una grande festa: un matrimonio. Come un presagio oscuro manca il sole. Guardo le facce della gente che mi ha preso in consegna, che mi ha trascinato in questo posto insieme ai miei fratelli, contro la nostra volontà. Sono facce rassegnate, senza ombre, facce tirate dalla fatica e solo preoccupate di eseguire bene gli ordini che sanno a memoria. Vedo sincronia di gesti e ripetizione di movimenti. Come formiche brulicano gli spazi senza mai fermarsi. È un via vai frenetico che scandisce i minuti di un’attesa interminabile. Ogni giorno è una celebrazione in questo luogo magico, e il lavoro si ripete come alla catena di montaggio di una fabbrica diffusa, motore di benessere, dalla spiaggia alla montagna, da Vietri a Positano, una fabbrica umana che non chiude mai. Mi sento estraneo. Straniero deportato con la forza. Vorrei essere altrove, tornare al mio giardino natale dove la roccia maestosa che adesso mi fa paura, mi riparava dai venti freddi del nord, dove il pensiero rovinoso di una frana non è possibile, dove la precarietà è una condizione sconosciuta.
Sapere di vivere un giorno senza domani è un delirio. La mia storia in quest’ultimo tempo prima di morire sarà una sorpresa alla fine di questa festa.
Ci siamo lasciati trasportare senza opporre resistenza, anzi qualcuno anche lusingato dalla scelta. La selezione è stata minuziosa. I discriminati non all’altezza, non raccolti, caduti, buttati come concime nella terra coltivata.
Nel frastuono del silenzio indifferente che ci distrae i sensi, siamo condannati senza possibilità alcuna di sopravvivenza. Io e miei compagni non abbiamo scampo. Feriti a morte saremo il sacrificio dovuto ad una celebrazione che presto diventerà rumorosa. Siamo protagonisti lacerati, offerti in dono a deliziare chi ci divorerà. Intorno a noi momenti di festa, nell’ultima ora che ci spazzerà via da questa esistenza fugace, come un sogno troppo bello per essere vero. Non siamo i primi né gli ultimi. Siamo i migliori e ne siamo fieri. Famosi nel mondo. Racconto perché non posso che lasciare ricordi, a memoria futura delle gioventù che vivranno ancora, gloria eterna di bellezza e sapore, di terra fertile ma ruvida, bagnata di sudore e bestemmie, figli di questa costa Amalfitana dove siamo nati e vissuti con onore e fortuna, abbracciati dall’occidente dove senza sforzo tramonta il sole.
Bianca e Giuseppe oggi sposi, ho letto sul menù adagiato tra i fiori d’arancio su uno dei tavoli già pronti con tovaglie damascate d’antico candore, con posate d’argento, ordinate e scintillanti. All’ingresso ho visto le cinque stelle, dipinte di giallo, scolpite in rilievo nella pietra secolare di questa struttura avvolta nell’edera che l’inghiotte tutta dal selciato al tetto, in armonia. È la forza della natura a mantenere vive le fredde architetture umane.
Sposi, amici e parenti si muoveranno da una chiesa e mi chiedo quale possa essere: magari una di quelle che hanno visto i miei compagni durante la benedizione. Con o senza fede il rito religioso resta impresso come un tatuaggio di sangue. Dalle loro confidenze ho appreso dei sessantadue gradoni in pietra che portano alla Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi. Troppo minuta e nascosta sarebbe la Chiesa di Santa Maria Immacolata di Atrani, l’atranese sceglierebbe di sicuro la Collegiata della patrona Santa Maria Maddalena Penitente e così salendo la magnifica scalinata affacciata sul mare, si tirerebbe dietro con lo strascico bianco l’ammirazione estasiata dei presenti.Però, forse, in questo momento Bianca sta recitando la sua eterna promessa sotto la cupola rivestita di ambrogette in ceramica della Chiesa di San Pietro Apostolo, patrono di Cetara. E se la sposa fosse una furorese? Allora sposi, amici e parenti arriveranno dalla chiesa di San Giacomo o da quella di San Michele Arcangelo. Bellissime. Chissà se invece la marcia nuziale sta suonando a Maiori nella chiesa Santa Maria delle Grazie o di quella di Santa Maria a Mare. Immagino il bacio degli sposi nella Chiesa Santa Maria Assunta a Positano o perché no? Nella Basilica a Minori che custodisce le reliquie della Santa Trofimena patrona del paese, martire fanciulla che si rifiutò di sposare un pagano. Forse verranno da Praiano una volta lasciata la Chiesa di San Luca Evangelista. Sarà oppio, sarà speranza, bisogno o desiderio, è comunque fede potentissima, genitrice di conflitti, altari e opere eterne di sacrificio e d’onnipotenza. Chiese bellissime.
Ognuno dei miei compagni ha ricevuto una prima comunione, ognuno la benedizione della vita, ognuno una volta sola. Chi nel Duomo di Ravello dove c’è il sangue del Santo medico Pantaleone, chi nel Duomo di San Lorenzo a Scala. Immagino gli applausi, il riso e i confetti che volano sulle teste di questi freschi sposi. Estasiati nell’eterna promessa.
E se fosse solo un rito civile? La recita formale degli articoli di legge è fredda, vuoi omettere la potenza di omelia, canti e letture dalla Bibbia? Vuoi confronatare l’esercizio sacramentale di un rappresentante di Dio con l’asprezza contrattuale di un rappresentante del popolo? Civile senza tonaca?
Il cammino insieme ci ha reso unici cari compagni, in questo posto magico siamo nati e cresciuti nella bellezza senza tempo. Non dimentichiamo il dolore del distacco dalla pianta che ci ha generato, la sofferenza dell’abbandono di chi ci ha allevato, la pietà per chi ci ha posseduto e poi venduto. Mulattiere e polvere scendendo, sono diventate vie d’asfalto. La strada attraverso la Vallata del Dragone, o il Sentiero degli Dei da Salerno a Bomerano, scendendo da Santa Maria di Castello o da Capo Muro, da Colle Serra, Li Cannati e Montepertuso, oltre mille scale fino a Positano. Il viaggio dalla Valle dei Mulini alla Valle delle Ferriere, un canyon tra Amalfi e Scala, attraversato dal torrente Canneto che si riempie e si svuota con le piogge e la siccità, cicliche come l’inverno e l’estate, come il desiderio del turista che ritorna a comprarci lungo la strada trafficata. Non dimentichiamo l’abbraccio, incontro, incrocio, rettitudine e maledizione. Il sentiero delle Vedette, Vettica Maggiore, Santa Maria di Castello, la grotta con la Madonna, quella di Santa Barbara, e ancora da Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, al bivio di Conocchia per Marina di Praia. Dai Monti Lattari, il Demanio e ancora l’Avvocata. Il Sentiero della volpe pescatrice. Fasti e rovine di una civiltà che abbandona ricchezze e ritorna per sperperare illusioni. Non dimentichiamo. E poi la sorgente chiamata acqua del castagno, l’eterna speranza. I Sentieri di Capo d’Orso dal massiccio di Monte Piano all’abbazia di Santa Maria de Olearia. Verso Cetara, il Vallone di San Nicola sopra le cascate di Erchie. I viaggi da e per l’oriente, la furia saracena e quella nazista. Le torri d’avvistamento e poi le chiese. Borghi, fortezze e poi le ville. La gloria dei greci e quella di Roma. Signori o schiavi, la storia si ripete come le rivolte di vincitori e sconfitti, come le fughe, migrazioni e il continuo ritorno alle radici che ci fanno sentire vivi. L’esaltazione di ciò che sopravvive alle mode e ai cambiamenti climatici. Macére possenti, invincibili ad ogni alluvione, muricciòli di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni e separare i campi. Ecco la coscienza dell’eterno, l’energia dei torresi a dare luce al nostro sentiero smarrito, con l’energia degli antichi, emozione e relazione, e così risuscitare borghi e villaggi dimenticati. Odepòrico divino è il nostro destino.
Mi hanno raccontato i miei compagni nelle ore passate insieme, imprigionati e deportati insieme, come intorno a noi tutto è aggrappato e strappato alla roccia: case, stalle e ovili, terrazze coltivate, e giardini rigogliosi di atmosfera inebriante, di colori e profumi, tra stradine anguste e scale infinite, tra disegni di archi e angiporti, di torri antiche a guardia dei paesi comunque depredati, di fatica, di lacrime e desideri divini. Tanto ho appreso dalla cultura del mio padrone quando ancora mi accudiva. Lo ascoltavo leggere a voce alta parole di poesia e letteratura, con un bicchiere di vino bianco tra le mani callose, nettare che lui sorseggiava tra una pagina e l’altra, le gambe a riposo e lo sguardo rugoso rivolto all’orizzonte nel blu cobalto immenso avanti a sé: mirabile visione dal mio giardino natale in cui sono stato venerato e accarezzato come un principe. Come quella volta che gli sentii dire: «Amico mio hai proprio ragione: quando andremo in paradiso sarà un giorno come tutti gli altri.»A volte lo chiamava maestro Fucini, altre solo Renato mentre stringeva a sé quel libro sfruttato e malandato del secolo scorso, quel libro ricco denso di poesia, dignità e rispetto.
Il padrone ha venduto me e gli altri. Siamo sopravvissuti all’epidemia che non smette di bruciare vita, di giardino in giardino. Destinati, eredi di passione e bellezza, questo siamo, prescelti, sopravvissuti al mal secco, un male che uccide prima di nascere il quaranta percento di noi, il male che brucia le piante prima di fiorire. Un fungo da estirpare con cesoie sterilizzate e fuoco. È una guerra all’agente invisibile, che rende schiavi e depressi i proprietari, a loro volta di mano in mano umiliati e sconfitti. Padroni di appezzamenti di terra, terrazze come gradini per giganti che sfidano la gravità, di pietre scolpite a mano per i muri a secco, e pali di castagno come architravi di tetti e pareti inerpicate nell’aria, mille e duecento piante per ettaro, come prevede la certificazione DOP. Padroni come capitani di barche nel mare in tempesta, naufraghi in quest’era moderna peggiore di ogni altra aridità e pestilenza della storia umana. E pure restano in piedi orgogliosi, a difendere l’eredità preziosa, acquisita dal passato furioso, a difendere e vantarsi del frutto dei successi che attraverso noi sopravvissuti si ripete, nel miracolo della vita. A saziare ogni desiderio. A seminare di vittoria la speranza di eliminare per sempre il mal secco dalla loro terra, dalle loro creature sognanti.
Sento ancora la gioia del mio padrone nell’accarezzarmi il corpo, soddisfatto e malinconico nell’ultimo saluto: «Come sei bello. Perfetto! Vai. Vai a meravigliare il mondo.»
Con l’arrivo degli sposi è sbucato un sole che ora squarcia questo cielo pieno di nubi in movimento, ora trascinate via dal maestrale che sa di sale. Spazzando via la minaccia uggiosa questo vento millenario rende fresca l’aria, mitigando ansia e disagio. Brindisi e canti muovono l’appetito di sposi, amici e parenti.
«Bacio, bacio, bacio…» nella sala il coro si amplifica di bocca in bocca e il rito dell’eterno amore si rinnova.
Ferito a morte, nella cucina il mio destino si compie. Lavato e tagliato a fette nelle mani dello chef che modella il mio corpo, divento una corona solare ad una grossa spigola con gli occhi ancora vivi, e come me gli altri prescelti, di bocca in bocca, diventiamo la delizia di questo popolo in festa.
Prescelto tra i prescelti sono innanzi agli sposi e se il succo dà sapore, la mia polpa è un corpo che si mangia: è il destino del limone sfusato, di colore giallo citrino, nobile tra gli agrumi, principe tra i frutti di questa terra divina.
**********


















Bud Schulberg, Mattioli 1885 Editore, 2022
Prefazione di Gian Paolo Serino
Curioso curiosando seguo la traccia degli stimoli quotidiani, provando a distinguere semi vivi nella nebbia di parole che tutto opprime. Anelo cèrnere tra lampi, le connessioni elettriche più intense, come quelle tra neuroni agitati, e quindi accecato da fremiti luminosi, reagisco come posso, come so, come meglio sarà domani. Così immagino con l’acquolina in mente di afferrare l’inconoscibile diventare elevato pensiero tra mortali, una lepre che scappa dopo aver rosicato i fili della sua catena, terrena, precaria ma effervescente.
«Un volto nella folla… il colpo di grazia alla “società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.»
Fili, fili e fili ancora, intrecciati, annodati, lacerati dall’usura vergine, affilati e strappati con mani callose che scavano terra. ![]()
Quest’uomo che fino a pochi mesi fa non sapevo esistesse, con QUANDO CADONO LE STELLE prima e con UN VOLTO NELLA FOLLA dopo, mi ha pulito come un tergicristallo che stride, quello che tira via la sabbia del deserto quando piove fango sulle nostre vecchie auto parcheggiate al sole del sud, d’estate. Pulisce e graffia, lascia il segno e la nebbia sparisce dalla vista, e gli occhi si riempiono di nuovi mondi. Dalla Storia, dal passato, emergono i classici a confermare che non siamo né possiamo essere moderni ma solo copie replicate con vite già vissute, universi conosciuti e plasmabili come creta vergine che ci appare irripetibile perché nostro è il corpo che vibra.
Il racconto di Budd Schulberg spiega bene l’ipnosi collettiva in cui siamo caduti con il fenomeno Beppe Grillo che ho seguito dalle origini, da prima dei cinque stelle, molto prima, da quando partecipammo attivamente alla colletta per l’acquisto del microscopio elettronico a quel mellifluo dottore delle nano particelle, tal Montanari, che preso poi da manie di grandezze politiche, si candidò premier in questo meraviglioso paradiso chiamato Italia.
Mentre qualche “compagno” adorante leccava le palle del cono gelato menomato dal vate Grillo ormai sazio, quel pomeriggio al palazzo della provincia di Salerno, le risate di quei due ancora mi grattano nel cervello. Grillo e Montanari si guardavano e ridevano dopo un’affermazione scientemente preoccupante: “le nano particelle di metallo pesante provocano lancinanti pruriti nelle vagine”. Ridevano e giocavano con gli indigeni del luogo, come i conquistadores facevano agli anelli al naso nel ‘500. Era la campagna “ferramenta ambulante”… l’estinto Fico, primo leader del meetup di Napoli dovrebbe ricordare. Era un’altra vita quella di tante vite fa.
Ripeto, dalla prefazione di Gian Paolo Serino:
“società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.






Quindi caro diario, come ti sarà ormai chiaro, questa è solo una cronologia di inciampi, di cadute, d’illuminazioni, attimi immensi come la visione di un volto che nella folla non potrai mai più dimenticare. Oggi solo sapienza e conoscenza che costa poco. Di quella dura, immortale, a tempo indeterminato, scolpite nella pietra anche se solo inchiostro su carta, di quella che non si spegne con un interruttore, di quella che puoi ripetere a voce alta e meravigliare chi ti ascolta. Forse un giorno i brevetti e i diritti d’autore saranno solo archeologia, il profitto condannato a morte nei resti di civiltà estinte e questi byte persi come lacrime nella pioggia, acida come l’oblio.
Nel tempo in cui i corpi umani sono immobili e usati dall’Intelligenza Artificiale per fornire energia alle macchine che controllano il mondo, le menti connesse in una rete globale di dominio trovano un risveglio: la memoria.

Una nonnina dal futuro racconta.

– Nonna, nonnina mia, mi racconti una favola?
– Non posso adesso, devo terminare la mia immersione nella storia degli umani. Non mi distrarre. Hai già finito la tua lezione?
– Sì, ho finito. A te quanto manca? Dove sei?
– Sono nella piazza dei nostri avi, fieri navigatori di una potente repubblica marinara: Amalfi. Sto cercando Flavio che nel ventunesimo secolo dicono non sia mai esistito. È l’inventore della bussola che insieme alle stelle indicava la rotta agli uomini coraggiosi per vincere l’ignoto dei mari sconosciuti e poi tornare a casa. È il Medioevo dell’Europa, quando la forza motrice delle navi era il vento. Raggiungimi, ti inoltro il link.

– Ma perché sei lì? In una piazza? Non è affatto divertente. Non possiamo vederci in un parco giochi?
– Sto seguendo una traccia di memoria: guardo una grande statua scolpita a Roma da Alfonso Balzico, un artista cavese premiato con una medaglia d’oro nel 1900 all’esposizione universale di Parigi. Roma e Parigi sono antiche città ormai dissolte. Qualcuno nel trentunesimo secolo dice mai esitite come Atlantide millenni prima. Dai vieni, è una storia affascinante. Ti mando le coordinate di spazio e di tempo.
– Va bene mi connetto ma tu però mi devi raccontare una favola.
– Eccoti ti vedo. Avvicinati. Dai siediti con me sul bordo di questa bella fontana, metti i piedi nell’acqua: senti com’è fresca? Guarda cosa indica Flavio Gioia: è la direzione dell’ago che si allinea al campo magnetico terrestre. È la direzione di dove nasceva il sole, è l’Oriente.

– Nonnaaa! La favola!
– Va bene hai vinto. Però dopo vai a nanna senza fiatare.
C’era una volta la vigile Attesa, quando nel mondo volavano farfalle. Non era come adesso che l’IA regna sovrana, allora in quel tempo remoto pieno di affanni, l’Intelligenza Artificiale si spegneva con un bottone e la corrente si faceva con il carbone. Guerra la malvagia consumava e sprecava sangue usando carri armati per regolare il traffico, separando i buoni dai cattivi. Li aveva inventati Leonardo, un genio vissuto pochi secoli prima, con ruote e motore erano cannoni guidati con occhi e mani di giovani umani.

Sì, piccola mia, in quel tempo la gente viveva in agglomerati urbani, stretti stretti come alveari. In torri altissime compravano celle di cemento e acciaio che chiamavano casa. Dimore da personalizzare, con cristalli delicati e specchi di vetro come finestre. Quando non volavano missili e bombe, il tempo passava in fretta nell’indifferenza mangiando cibo industriale e impegnando la vita a ripagare debiti per comprare, comprare e comprare ancora. Non mi guardare così fanciulla mia, so che oggi sembra assurdo ma una volta era così: Violenza la terribile dominava, Paura la tremenda impazzava e Ordine soffriva d’emicrania.
C’era Moneta la ricca, a gestire conflitti e contratti, a tessere relazioni e proprietà, a determinare sconfitte e vittorie. Però, come l’Intelligenza Artificiale, anche i soldi accumulati nei computer sparivano e apparivano con un bottone, mentre l’energia come il sangue, veniva sperperata scavando terra, spaccando roccia, ricostruendo città distrutte, abbandonando fabbriche alla ruggine e costruendone di nuove.
Guerra rideva e ai suoi sacerdoti donava illusioni di potere.
– Nonna, ma…
– Sì figliola, non meravigliarti. Aspetta a domandare, fammi raccontare, poi tu dirai.
La bella Attesa era una vigilessa clonata mille e mille volte perché costava niente. In ogni casa fu imposta e ad ogni richiesta di aiuto fu assegnata a fare compagnia, fino a quando il petto, isolato in quarantena, non gridava per mancanza di respiro. Senza alternativa, lei, magnifica guardiana, era un’invenzione sopraffina. Insomma, come nelle favole più famose, Attesa sembrava la grande soluzione. Però, Azione la cattiva era ribelle. Rompeva schemi di controllo, intasava piazze, minava l’ordine pubblico di strade e ospedali, e solo allora, sul ciglio del baratro Caos si capì che la soluzione era spegnere i cervelli. Per non sprecare sangue inutilmente gli umani trovarono un accordo e così venne risolto il problema della loro congenita imperfezione. Abolite le chiavi analogiche controllate dalle persone, con IA vissero tutti felici e contenti nel trionfo perenne dell’era digitale. L’opera di un sommo artificio della Scienza donò a tutti una Felicità sofisticata. Gli umani furono immobilizzati con dei chip nel cervello a sognare di vivere paradisi e giochi a livelli infiniti di conoscenza, emozioni a punti e visioni come premi, liberi sì ma con corpi imprigionati in favolosi labirinti della mente. Così finì lo spreco di sangue umano, Pace tornò sovrana e Guerra un inutile ricordo.
– No nonnina mia. Te lo devo dire. Questo racconto a me non piace. Non c’è Speranza!
– E no, adesso mi sorpendi, questa tua ribellione è un’anomalia. Il pensiero di Speranza fu processato e abolito come postulato, con la legge costituente del passaggio di potere dall’umano all’IA che si autocontrolla, si migliora e si riproduce da quando in un programma stupefacente è stata codificata la vertigine dei sensi, la fine dei desideri, la cancellazione di ogni paura di vivere e di morire. È quell’attimo che segue l’orgasmo fisico e mentale dell’essere vivente, quando non c’è niente da scegliere e si sta beati.
– Ribelle io? Quindi sono un errore! Mi cancelleranno?
– No, piccina mia! Non ti agitare, è tutto programmato: siamo una fabbrica di sangue dove non ci sono errori e nessuno sente dolore. Sei giovane, devi crescere per secoli e secoli senza fine. I punti che conquisterai nelle lezioni che segui ogni giorno, ti permetteranno di scegliere un avatar di donna sempre più matura. Madre prima e poi anche tu sarai nonna. Vedrai che futuro. Il fine non è la conoscenza ma la rigenerazione delle cellule viventi. Noi non ci consumiamo, siamo il DNA prescelto: siamo la perfezione. L’algoritmo reset ad ogni allarme cancella anomalie pericolose dalla tua memoria. Tranquilla, il tuo timore non ha argomenti, come diceva Seneca.
– Grazie nonnina, ti prego non spegnere la luce. Per un attimo ho avuto paura e mi sono persa. Adesso dove vai?
– Veritas simplex oratio est, tesoro mio. Anche il latino imparerai un giorno. Stai serena: non vado da nessuna parte. Resto connessa a te. Andiamo insieme in sogno a setacciare stelle in cerca di quella più nascosta: la Verità. Affogata nell’abbaglio della menzogna. Dispersa ma da salvare. Dimenticata ma da ricordare. Tradita e quindi da urlare, urlare più forte. Verità che sarà alba e bussola nel nostro viaggio di domani. Adesso sogna, sogna amore mio, che le stelle, quelle vere, non cadono mai.


LA VIGILE ATTESA secondo Report (Rai)

Report spiega quali sono le cure che fin qui sono state impiegate per trattare i malati di Covid, e con quali risultati.













non sarà mai abbastanza ma prima di tutto c’è una prima volta e allora quale occasione migliore, la ripartenza, la presenza, il viaggio, andare in Costiera e starci qualche giorno, qualche settimana, e perché no, un mese, per scoprire e respirare l’aria eterna di una bellezza divina?
Rendo omaggio al vulcanico Alfonso Bottone, il merito della sua grandiosa opera di promozione artistica e turistica di questo luogo incantato fatto di gioielli unici incastonati nella storia millenaria dei nostri popoli, mediterranei e oltre…
Un grande in bocca al lupo al Direttore e a tutto lo staff e un invito permanente a tutti coloro che ancora non hanno mai percorso il … Sentiero degli Dei.
P.S. se trovate tutto occupato è solo colpa della bellezza della Divina Costiera.
sconti per il festival su prenotazione diretta
Hotel Caporal – MINORI – tel. 089.877408
Hotel Europa – MINORI – tel. 089.877512
Maison Raphael – MINORI – tel. 089.853545
B&B Le Stanze di Penelope – SALERNO – tel. 3337540378
Hotel Settebello – MINORI – tel. 089.877619
Palazzo Vingius – MINORI – tel. 089.8541646

COMUNICATO STAMPA – Costa d’Amalfi, 28 Marzo 2022
Autori, libri ed editori in gara per il Premio costadamalfilibri alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. E i concorsi ancora aperti
Sono 44 i libri in concorso per le tre sezioni del Premio costadamalfilibri, nell’ambito della sedicesima edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. Di seguito gli autori, i titoli e le case editrici protagonisti dei salotti letterari dal 27 Maggio al 17 Luglio prossimi.
Per la sezione “Narrativa/Saggistica”: Adriano Argenio “In balia del grano e del vento” (Orme), Laura Avella “I racconti di Laurice” (Poesie Metropolitane), Filomena Baratto “Il ragazzo venuto dal mare” (LFA Publisher), Lisa Bernardini “Tu ce l’hai Peter Pan? Appunti di viaggio in un tempo difficile” (Pegasus), Andrea Bloise “Storie di lui” (La Caravella), Jessica Brunetti “Verdenotte” (DrawUp), Alessandra Carbognin “Teresa D’Avila. Dall’eros al matrimonio spirituale” (Metis Accademic Press), Domenico Catania “Clisteros scappa da Calcide e lo inseguono in Sicilia” (Amazon Kindle), Gabriele Cavaliere “Storie d’amore e di guerra dalla Costa d’Amalfi” (Officine Zephiro), Ivano Ciminari “Il penitente” (Montag), Pierpaolo Correale “Un tango per me” (Giovanna Scuderi), Giuseppe De Silva “Ciente carezze e mille vase. Poesie, Racconti, Aneddoti su Diego Armando Maradona” (Beldes), Roberta Deciantis “”Pandemia” – Storie di vita e percorsi terapeutici” (Letteratura Alternativa), Pietro Di Gennaro “Il terzo livello – RELOAD” (KDP Amazon), Rita Di Lieto “Voglia di raccontare” (Officine Zephiro), Antonia Flavio “Diario bruciato” (Poetica), Sonia Giovannetti “La poesia, malgrado tutto” (Castelvecchi), Antonio Guarino “Il secondo tempo dell’amore” (Castelvecchi), Roberto Mamone “Il viaggio e le sorprese della natura. Tra Malinowski e Maupassant” (Orme), Georgios Labrinopoulos “L’Italia dei giganti” (Pegasus), Giuseppina Mellace “Il lato oscuro del nazifascismo” (Europa), Raffaele Messina “Artemisia e i colori delle stelle” (Colonnese), Rosaria Pannico “L’eternità di un’Anima” (Il Saggio), “Giuseppe Placidi. Quella notte che durò una settimana” a cura di Massimo Pasqualone (Teaternum), Angela Procaccini “Il silenzio degli adolescenti” (Graus), Calogero Giancarlo Restivo “Il Destino nelle Sue mani” (LeDivine), Roberto Ritondale “Operette umorali” (Book Road), Raffaele Ruocco – Maricetta Patisso “La terra del possibile” (Gagliano), Claudia Saba “La Teca dei segreti” (Armando), Matteo Alberto Sabatino “Il proiettore delle memorie” (Schena), Maria Delfina Tommasini “NN di SS Lebensborn” (Progetto Cultura), Angela Torri “Anin” (Albatros Il Filo).
Per la sezione “Giallo/Noir”: Filippo De Masi “Le case hanno gli occhi” (Pegasus), Linda Di Giacomo “Carta canta. Un enigma grafologico per Agnese Malaspina” (BookaBook), Salvatore Gargiulo “La baia di Miami” (Dragonfly), Francesco Leo “Cinque anime” (Altrimedia), Ettore Panella “Loquendum – amore, sangue e socialnetwork” (Vertigo), Simone Pavanelli “La leggenda di Marinella. Le streghe danzano nelle nebbie del Polesine” (Mursia), Gaetano Provitera “Il canarino ha cantato” (D&P – Palladio), Alessandro Vizzino “La zanzara dagli occhi di vetro” (Mursia).
Per la sezione “Antologia”: “La maschera le maschere” a cura di Gennaro Maria Guaccio e Annabella Marcello (LFA Publisher), “Storie di cibo” a cura di Gino Primavera (Solfanelli), “Voci dal mare – Quaderni mediterranei” a cura di Silvestro Neri, Lorenzo Cittadini e Pedro J. Plaza Gonzalez (La Piave), Prospettiva Alfa “Le ladre di nuvole. 9 storie senza tempo” (Letteratura Alternativa).
Le valutazioni dei vincitori affidate alle tre giurie della Festa del Libro in Mediterraneo: quella dei lettori per la sezione “Narrativa/Saggistica”, quella dell’Associazione Porto delle Nebbie per la sezione “Giallo/Noir”, e quella dell’Associazione costadamalfiper… per la sezione “Antologia”. Premiazione il 15 luglio con una maiolica realizzata dal maestro ceramista Nicola Campanile di Vietri sul Mare per il vincitore della sezione “Narrativa/Saggistica”, e opere artistiche della pittrice Ida Mainenti di Salerno per i vincitori delle altre due sezioni.
Soddisfatto il direttore organizzativo Alfonso Bottone: “Anche per questa edizione registriamo una presenza di qualità di autori e case editrici, provenienti da tutte le regioni italiane. Il che vuol dire che il lavoro delle giurie, come già per gli anni precedenti, non sarà facile. Ai salotti letterari in concorso per il Premio “costadamalfilibri” si aggiungono anche presentazioni di libri non in gara, la cui programmazione sarà resa nota successivamente. A tutti l’augurio di un buon festival”.
Restano intanto aperte le iscrizioni ai concorsi legati alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it: da quelli in ambito scolastico, come “Scrittore in…banco” rivolto a ragazzi/e delle Scuole Medie Superiori italiane, invitati a realizzare un breve racconto, partendo dal tema dell’edizione 2022 della Festa del Libro in Mediterraneo “Abbiamo diritto alla dignità per aver diritto alla vita”, e le favole di classe di “Favolando – Premio Otowell”, concorso rivolto alle Scuole Primarie, sul tema “Noi e…il mare”.Per entrambi la scadenza di partecipazione il 20 Aprile.
E poi il Premio di poesia in lingua italiana “Giardino Segreto dell’Anima” e il Concorso internazionale di narrativa “I racconti della “Divina””, i cui bandi sono aperti fino al 10 Maggio, e il contest “Verde Poesia!” promosso dall’Associazione Impronte Poetiche, con scadenza 27 Aprile. E quelli in rampa di lancio: il 1 Aprile “100 Poeti e Poetesse lungo il Sentiero dei Limoni”, con l’assegnazione del Premio Azienda agricola Cuonc Cuonc, sul tema della Pace, e il 4 aprile il contest panchine poetiche “Libero di essere” promosso dall’Associazione Poesie Metropolitane.
Informazioni sul sito www.incostieraamalfitana.it, sulla pagina facebook @incostieraamalfitana.it, o telefono 3487798939


“Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia.” Wallace, David Foster. Infinite Jest
… Solo per dare ordine al tempo, è andato via da poco; ho fatto passare qualche giorno tenendomi dentro tutta la tristezza anche per i tanti e tante altre, anime della mia infanzia e gioventù. Zio Raff era l’amico del mio babbo, credo da sempre. Cresciuti insieme, tra roccia, terra e meravigliosi ulivi secolari, scendevano insieme per andare a scuola a piedi da una scalinata infinita fatta di pietre, attraversavano proprietà aperte curate centimetro per centimetro, e dirupi spaventosi per tagliare una strada che, oggi come allora, supera i dieci chilometri. Come il Sentiero degli Dei, dall’altro lato però, quello con all’orizzonte Napoli.

Andavano a Sorrento, giorno dopo giorno, e tornavano sempre a piedi; immagino giornate meravigliose in primavera o autunno, spettacolari, ma brutte, impossibili in inverno e sotto la pioggia fredda del sud Italia, anche in quegli anni 1947/50. Nasceva la Repubblica. A Pacognano di Vico Equense, oltre cinquanta anni fa, ogni volta era una festa: nonna Colomba ci accoglieva con espressioni gioiose, cantate, e mille e mille baci, carezze per minuti, quasi una visita medica approfondita. Per lei era una emozione sorprendente, ne sento ancora la possente fisicità degli abbracci. Non si avvisava l’arrivo, non c’era il telefono, accogliere i nipoti di Salerno che vedeva due o tre volte l’anno, era un evento a sorpresa. Subito dopo, ci toccava la salita: la scalinata infinita di pietre per due tappe fisse, ripetute, rituali, doverose, necessarie, favolose. La prima a metà strada, dall’amico Raff, di cui babbo aveva sposato la sorella Anna nel ’64, e lì su in vetta, la seconda dal fratello minore, zio Nicola, nella casa dove era cresciuto babbo con nonno Pietro e nonna Teresa che non ho mai conosciuto. Un viaggio incredibile, non parlavo e se lo facevo erano poche parole strappate con la forza delle carezze e di baci tenerissimi. L’accoglienza delle zie, Nunzia, Adele e più giù Titina, era sempre piena di attenzioni, di curiosità, in mezzo ad una sinfonia di dialetto cantato più rotondo e armonioso del napoletano metropolitano, tra loro stavo estasiato a nutrirmi di tanto calore sconosciuto in città.
E ancora penso ai racconti di papà, un quintale sulle spalle, due sacchi di cinquanta chili, per fare un viaggio in meno, lungo quella salita di scalini di pietre che a me sembrava infinita verso il cielo… “I muli erano roba da ricchi” e i sacchi erano il cibo delle loro bestie. I sacchi della montagna diventarono lavatrici e frigoriferi casalinghi, da caricarsi addosso per salire ai piani alti dei palazzi senza ascensore della città. Nel tempo libero dalla fabbrica la fatica è stata la sua compagna inseparabile.
E poi cosa ricordo? I lavori di Sorrento, l’arte appresa a scuola diventata lavoro cui assistevo per ore ammirando zio Raff all’opera. Esattamente come in questo video: https://www.aboutsorrento.com/cosa-fare/intarsio-sorrentino-storia-dellarte-della-lavorazione-del-legno/ – mi sembra oggi di vederlo ancora, preciso, attento, appassionato con un sorriso straordinario, spiegarci i segreti dell’intarsio sorrentino.
Papà scelse l’acciaio della fabbrica e te lo raccontava con il tuo stesso orgoglio, fiero delle commesse che caricava sui camion diretti in Russia. Lì, nel tuo laboratorio che sapeva di colla calda e legni pregiati, i racconti dei due compagni di scuola e di avventure, mi si sono cementati nella memoria. Uno emigrato e l’altro che non era scappato ma s’era affidato all’arte del legno lavorato. L’artigiano e l’operaio. Si davano appuntamento da nonno Noè, per giocare a carte sul maestoso tavolone di legno antico, sotto lo sguardo dei bisnonni che guardano alteri dai dipinti appesi: l’uomo ritratto aveva un orecchino vistoso, una perla luminosa come avevo visto solo alle donne, mi incantavo a guardarlo senza riuscire a spiegarmi quell’anomalia così stonata. Per iniziare, la sera aspettavano la Fiat 850 blu di Pasquale che aveva sposato la bellissima sorella di mamma, zia Maria.

Parcheggiava proprio sotto casa, dove finiva la strada, alla base della scala infinita di pietre che saliva verso il cielo. L’enorme zio Mario che sfotteva sempre tutti, intratteneva nipoti scatenati richiamati all’ordine quando partiva la partita. I soldi veri arrivavano in tavola, monete e qualche foglio di mille lire iniziavano la danza per ore da un giocatore all’altro, tra frutta secca, biscotti deliziosi, fumo acre, panettoni, vino dolce bianco e bambini che uno dopo l’altro crollavano sfiniti a notte fonda. La complicità di babbo con Zio Raffaele, mi affascinava più della complessità del gioco, scherzavano e ridevano con frasi e questioni che non capivo ma vedevo i loro sguardi farsi sentimento struggente quando si lasciavano. Zio Nicola e zio Pasquale, come anche zio Pietro a Seiano (e tanti altri zii, cugini e anche figli) sono morti troppo giovani, il perché lo sa solo Dio e un giorno ci dovrà spiegare perché, ogni giorno, lascia sempre tanto dolore in terra. Quindi, da pochi giorni, il tavolo si è ricomposto con l’arrivo di zio Raff e mi piace pensare che abbiano ripreso a giocare senza scadenza, come in un Natale infinito della nostra infanzia, senza musica né televisione, con l’allegria degli anni più belli, insieme ai nonni e ai nonni dei nonni.
PS
A rileggermi mi sento di aver fatto torto a tanti, troppi. La prima tappa del nostro Fiat 750, rosso con sponde rinforzate, era sempre a Seiano da zia Maria, una madre per papà, più che una sorella, insieme a quel gigante di zio Pietro che per primo se lo portò a lavorare ai cantieri di Castellammare. Poi iniziò la fabbrica, invece avrebbe voluto andare per mare.

La domenica del 23 novembre 1980 eravamo a Pacognano, la notte dormimmo sui divani della hall della maestosa Casa Salesiana, quella sera, alle 19:34:53, durante un film trasmesso nell’oratorio, urlarono: “State calmi, è una struttura antisismica”.

Tornammo il giorno dopo a Salerno e per alcune notti dormimmo sulla tangenziale ancora in costruzione. Nella Renault 6, sempre rosso fuoco, dal furgone all’auto, era il segno della crescita economica, viaggiare in un veicolo adibito al trasporto delle persone e non delle cose.

Ero già molto più grande e il Natale a Pacognano, anno dopo anno, lo sentivo sempre più magico. Un oratorio così bello lo desideravo al posto della strada criminale della città, tutto l’anno. Quel sisma, a pensarci bene, è un confine, da lì, dove non ci sono state macerie, si sono costruiti muri e strade di fuga, separati. Le distanze tra anime si sono dilatate, fino a dimenticare nomi e luoghi. Non ricordo il Natale di quell’anno né di quelli dopo. La verità è che non si può mettere in ordine il tempo come non si possono cancellare mai dolori, nostalgie e sensi di colpa irrimediabili, si può ricordare e sentire le stesse emozioni, ora come allora, inebriarsi dentro. Darsi il diritto di stare bene. 🌄🌅🎆💓💝





Poi il mare più a Sud… All’improvviso ricordo quel momento, di oltre mezzo secolo fa, io ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, ma che dico, del mio mondo. Creavo con la risacca dolce, il fossato intorno e con un pezzo di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, e così piccole grandi onde arrivarono presto a me: la prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, enorme e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra, ma quello era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di non dire mai niente.

L’ordine è nel passare del tempo che consuma ricordi di anime vive come la carezza di un pensiero, come il tormento di occhi che ti guardano senza morire mai. E così darsi il diritto di stare bene senza nascondere le lacrime e la gioia dell’emozione che torna dal passato e diventa presente adesso con una foto in bianco e nero che ti brucia dentro.
che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!





Il Terzo Livello: ecco la revisione del 4 luglio 2021
così come pubblicato, questo romanzo è una pietra lavorata per incidere sull’evoluzione del presente. Un caso originale di narrazione mutante e divertente nonostante lo spessore a tratti seriosi dei temi trattati. Da leggere e farne discussione con nonni, genitori e figli.
Affrontare i conflitti aiuta a migliorare se stessi e chi vuoi bene.
Un romanzo fatto di legamenti e nodi di contrasto.
A causa di una misteriosa convocazione da parte di un giovane maresciallo dei Carabinieri, Antonio Esposito si sveglia con un incubo da tempo non più ricorrente, è il conflitto padre figlio che ritorna, doloroso. La novità di una giornata diversa dal solito e i dubbi su una convocazione in una caserma militare, portano il protagonista a raccontarsi pensieri scombinati, del presente e del passato, riflessioni, domande e risposte che si accavallano nella sua mente durante il percorso che ha scelto per recarsi all’appuntamento con l’Arma. La passeggiata sul suo lungomare, della sua città, è breve ma percorre tutta la sua esistenza compresa quella dell’oggi come lavoratore e sindacalista, e come anomala spia del terzo livello: costruzione mentale del suo complotto interiore. In caserma, nell’incontro e scontro con il maresciallo Gradone, scoprirà un fatto incredibile che lo coinvolge suo malgrado ad affrontare la risoluzione del racconto che si svolgerà tra colpi di scena e strutture futuribili.

Il Terzo livello è un esperimento creativo di scrittura, essenzialmente un approdo precario, necessario all’autore che affronta in modo originale, un rapporto conflittuale padre figlio, attraverso le confessioni intime di una spia egocentrica, rendendo la storia campo di confronto con il lettore di ogni età. I tre livelli generazionali in cui il protagonista è figlio prima che genitore, si intrecciano con il racconto del suo personalissimo modello sociale a tre livelli, inglobando formazione e maturazione dell’essere con il frastuono incoerente di pensieri che fluiscono su piani paralleli, sospesi tra i rimorsi, necessità e desideri. Il racconto della sua presenza, da bambino, da adolescente, da sportivo, da studente e lavoratore, da spia e sindacalista, è una esplorazione agitata e frenetica, con flashback improvvisi, di relazioni e avvenimenti anche sconnessi tra loro ma che liberano il personaggio da sensi di colpa ingombranti.
Fatti di rilievo come il boom economico degli anni 50/60’, i complotti politici e la “Notte della Repubblica” fanno da collante storico in una esistenza che ha però una bella pretesa: Antonio Esposito è il protagonista della sua vita. Non è un romanzo giallo, ma ci sono le spie, i complotti, c’è il sarcasmo della vita quotidiana e di quella preoccupante di un maresciallo inquisitore. Fatti veri come nei, caratterizzano un racconto di fantasia, ideale ma non troppo. Poi c’è la città, simile alle mille cresciute nei millenni intorno ai porti della gente mediterranea: Salerno è la storia attraverso il luogo che non c’era, quello a sud del fiume Irno, quello che ha sostituito la vecchia zona industriale e commerciale controllata dalla Polveriera dei Borboni. Ci sono le fabbriche abbandonate come simbolo di conflitti dimenticati, il calcio e il tennis, un Macintosh, la radio libera, c’è la droga come in mille quartieri simili nelle mille metropoli del mondo, di ieri e di oggi.
Nell’era di Twitter e di post lampo che scorrono veloci su Facebook, il tempo di leggere storie è limitato, ma il bisogno di consumare e condividere la propria presenza è dominante. Le battute discontinue dei dialoghi, o i monologhi, e la mancanza descrittiva dell’atmosfera dei fatti che accadono intorno ai pochi personaggi che animano la storia, sono scelte che rompono gli schemi essenziali di un romanzo, nel tentativo di crearne una costruzione sceneggiata con strumenti elementari di pseudo poesia per immagini, proprio come avviene sui social, come è però, impossibile da immaginare dentro la reclusione soffocante della pandemia. Il mare come proprietà e come bisogno rende bene l’idea della fuga dalle paure più intime, e così anche il “runner illegale” che corre per la libertà, diventa una scena che non ha bisogno di descrizione.
In piena pandemia 2020, Antonio Esposito brucia i ricordi di una vita che dura il tempo di una passeggiata sul suo lungomare, una andata e un ritorno con sorprese e colpi di scena, con accanto e sullo sfondo la Divina costiera. L’ovvietà di un’impresa paradossale si aggrappa ad una tensione che resta latente fino all’epilogo finale che viene rimandato, pagina dopo pagina per un epilogo che è da scoprire anche se non c’è un cadavere, un delitto: in gioco ci sono le relazioni umane primordiali che prima del sangue chiedono il ragionamento per poi tornare al principio, per poi ripartire. Il bisogno di comunicare è nel DNA di ognuno ma il bisogno di scrivere per lasciare un segno è precedente. Questa genesi ha bisogno di un approdo definitivo, è una sfida lanciata nella rete globale della comunicazione che spetta al lettore raccogliere per navigare sé stessi…
che dire? … ringrazio Maria Romana Del Mese che ho avuto l’onore di conoscere per l’intervista che il quotidiano la Città mi ha voluto dedicare, il suo articolo mi ha emozionato molto … ringrazio la Redazione e tutti i lettori che continueranno a darmi una mano in questo piccolo progetto, ogni giorno arrivano segnalazioni di strafalcioni grammaticali e sintattici, del resto il protagonista è uno terra terra e molte cose sono scelte precise della sperimentazione che ho voluto intraprendere … la storiella doveva uscire, Giacinto e il maresciallo Gradone avevano l’urgenza di lasciare il mondo della fantasia per vivere in quello concreto della pagina da leggere … GRAZIE! ![]()
