Io c’ero e con me un fantasma che volteggiava come un venticello indeciso in cerca di belle parole e buone intenzioni, della storia più bella, di cuori desti pronti alla rivolta, per la guerra alle guerre, per gridare basta, basta, mai più!
Ne ho visto tanti entusiasti rivendicare orgogliosi ardere di passione ma poi solo fuoco di paglia
Ne ho visto tanti armarsi e partire e poi fermarsi sbattere la porta
Scappare dove anch’io sono scappato
dove la lotta è un lusso la rinuncia, una comodità e la santità solo preghiera Ne ho visto tanti tornare affranti da sensi di colpa e fame di rivincita perdersi e ritrovarsi più rabbiosi di prima
Ne ho visto tanti in equilibrio tra ombre e vuoto sospesi tra andare e andato fermi nell’attesa apatica di risposte
Ne ho visto tanti giustificarsi con parole avvinte e di parole furiose morire
Ne ho visto tanti predare e farsi preda rinascere dalla melma e farsi fango poi argilla viva plasmata e cotta in statue di noi assassini innocenti
Ne ho visto tanti di stormi, torme e branchi ordinati dalla paura e dal sole immobile che brucia, che secca la carne sfinita dove nessuno sopravvive anime orfane di lacrime e dolore
A flock of birds flies over wetlands with a city skyline and dramatic sunset in the background.A hooded figure carefully walks a glowing tightrope over a deep canyon with a walking stick.A mysterious double exposure blends a howling wolf and a majestic deer in a foggy forest.
FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo bruto\Che lacrima succo\di mela verde\e nera di marcio\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia\Solitaria\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
se una bandiera rossa sola ti sembra poco e spoglia ma troppo potenti le parole che morirne non sarà mai abbastanza ai popoli liberi la terra agli indomabili prati fioriti dignità e gloria
Traballo Abissi dinamici mi afferrano La mia rabbia incido sulla pietra di ciò che sembro un’ascia contro il vuoto Ogni mossa è un crollo una caduta libera nel bit È la mia ballo cadendo Chiedo scusa ad ogni mio fallimento Traballo sperduto Ballo cadendo
Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.
Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.
Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Gli effetti collaterali ai sensi di colpa sono enormi, sono trascurabili, sono devastanti, sono insignificanti, sono un caso, sono il destino, sono problemi, sono soluzioni, sono l’indicibile, sono ovvietà, sono quelli che sono: ferite sanguinanti che non guariscono mai.
Il 23 novembre è la data del nostro terremoto, quello dell’Irpinia, il giorno della sciagura ma anche l’inizio di un periodo di ricchezza depredata e saccheggiata. Decenni di trasformazioni, indecenti, lussuriose, ricchi di speranze e illusioni, povere di progresso politico e sociale, anzi il ritorno di un futuro antico. Miserie e nobiltà, diventate costituenti di degrado e sfavillanti festoni, vuoti e precari come i tanti edifici puntellati ancora oggi contro il crollo di muri e solai, da quel terremoto del 1980.
Nella pandemia che c’è stata, di tutto quello che hanno gonfiato e manipolato, di tutta la paura iniettata con dosi massicce di cadaveri e sopravvissuti, di tutte quelle bombe che hanno dilaniato il petto di tanti innocenti morti in solitudine, di tutto e di niente, i sensi di colpa per quello che poteva essere e non è stato, ha scatenato effetti collaterali incontenibili, come provare a rendere testamento desideri insoddisfatti, parole di storie inventate per raccontare l’inconfessabile. Ognuno a modo suo è sopravvissuto piangendo morti inspiegabili. Ognuno è andato avanti credendo davvero che sarebbe andato tutto bene. Ma non è così, non potrà mai andare tutto bene.
Il 23 novembre è anche il giorno di una nascità che non si dimentica mai. Anche a me non piace mai festeggiare il compleanno, la certificazione che un altro anno è passato, bruciato, divorato, uno in meno al futuro da vivere. Ma si festeggia e se ne augurano altri 100, perché il meglio deve sempre venire, perché non dobbiamo mai smettere di desiderare il prossimo abbraccio felice, perdonando tutto il male che ci siamo fatti, ritrovando parole mai dette, guardando in faccia il domani senza la paura di ieri, gettando il cuore oltre le banalità delle convenzioni. I sensi di colpa restano scolpiti ma gli effetti collaterali sono incredibili. La vita è un cantiere sempre aperto, è un lavoro che non smette mai di dare tormento, di produrre scorie, effetti collaterali. Dai: forza e coraggio.
Precario. Contro la mia volontà mi trovo in questo luogo magico, sospeso sulla roccia possente scavata dagli avi, a strapiombo sul mare mosso come la mia anima spaventata, e alle nostre spalle altra roccia minacciosa che sembra voler abbandonare la sua scalata al cielo per rovinare sulle nostre teste, all’improvviso, da un momento all’altro. Tutt’intorno solo silenzio e indifferenza alla mia condizione. Ovattato da nubi pesanti sul punto di esplodere, il silenzio lega insieme gente indaffarata e brulicante come formiche, come quelle che per tanto tempo mi hanno fatto compagnia tra le foglie del mio giardino natale. C’è tutto quello che non conosco e che mai avrei desiderato di vedere. Ci hanno scaricato all’ingresso di un hotel a cinque stelle che si prepara per una grande festa: un matrimonio. Come un presagio oscuro manca il sole. Guardo le facce della gente che mi ha preso in consegna, che mi ha trascinato in questo posto insieme ai miei fratelli, contro la nostra volontà. Sono facce rassegnate, senza ombre, facce tirate dalla fatica e solo preoccupate di eseguire bene gli ordini che sanno a memoria. Vedo sincronia di gesti e ripetizione di movimenti. Come formiche brulicano gli spazi senza mai fermarsi. È un via vai frenetico che scandisce i minuti di un’attesa interminabile. Ogni giorno è una celebrazione in questo luogo magico, e il lavoro si ripete come alla catena di montaggio di una fabbrica diffusa, motore di benessere, dalla spiaggia alla montagna, da Vietri a Positano, una fabbrica umana che non chiude mai. Mi sento estraneo. Straniero deportato con la forza. Vorrei essere altrove, tornare al mio giardino natale dove la roccia maestosa che adesso mi fa paura, mi riparava dai venti freddi del nord, dove il pensiero rovinoso di una frana non è possibile, dove la precarietà è una condizione sconosciuta.
Sapere di vivere un giorno senza domani è un delirio. La mia storia in quest’ultimo tempo prima di morire sarà una sorpresa alla fine di questa festa.
Ci siamo lasciati trasportare senza opporre resistenza, anzi qualcuno anche lusingato dalla scelta. La selezione è stata minuziosa. I discriminati non all’altezza, non raccolti, caduti, buttati come concime nella terra coltivata.
Nel frastuono del silenzio indifferente che ci distrae i sensi, siamo condannati senza possibilità alcuna di sopravvivenza. Io e miei compagni non abbiamo scampo. Feriti a morte saremo il sacrificio dovuto ad una celebrazione che presto diventerà rumorosa. Siamo protagonisti lacerati, offerti in dono a deliziare chi ci divorerà. Intorno a noi momenti di festa, nell’ultima ora che ci spazzerà via da questa esistenza fugace, come un sogno troppo bello per essere vero. Non siamo i primi né gli ultimi. Siamo i migliori e ne siamo fieri. Famosi nel mondo. Racconto perché non posso che lasciare ricordi, a memoria futura delle gioventù che vivranno ancora, gloria eterna di bellezza e sapore, di terra fertile ma ruvida, bagnata di sudore e bestemmie, figli di questa costa Amalfitana dove siamo nati e vissuti con onore e fortuna, abbracciati dall’occidente dove senza sforzo tramonta il sole.
Bianca e Giuseppe oggi sposi, ho letto sul menù adagiato tra i fiori d’arancio su uno dei tavoli già pronti con tovaglie damascate d’antico candore, con posate d’argento, ordinate e scintillanti. All’ingresso ho visto le cinque stelle, dipinte di giallo, scolpite in rilievo nella pietra secolare di questa struttura avvolta nell’edera che l’inghiotte tutta dal selciato al tetto, in armonia. È la forza della natura a mantenere vive le fredde architetture umane.
Sposi, amici e parenti si muoveranno da una chiesa e mi chiedo quale possa essere: magari una di quelle che hanno visto i miei compagni durante la benedizione. Con o senza fede il rito religioso resta impresso come un tatuaggio di sangue. Dalle loro confidenze ho appreso dei sessantadue gradoni in pietra che portano alla Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi. Troppo minuta e nascosta sarebbe la Chiesa di Santa Maria Immacolata di Atrani, l’atranese sceglierebbe di sicuro la Collegiata della patrona Santa Maria Maddalena Penitente e così salendo la magnifica scalinata affacciata sul mare, si tirerebbe dietro con lo strascico bianco l’ammirazione estasiata dei presenti.Però, forse, in questo momento Bianca sta recitando la sua eterna promessa sotto la cupola rivestita di ambrogette in ceramica della Chiesa di San Pietro Apostolo, patrono di Cetara. E se la sposa fosse una furorese? Allora sposi, amici e parenti arriveranno dalla chiesa di San Giacomo o da quella di San Michele Arcangelo. Bellissime. Chissà se invece la marcia nuziale sta suonando a Maiori nella chiesa Santa Maria delle Grazie o di quella di Santa Maria a Mare. Immagino il bacio degli sposi nella Chiesa Santa Maria Assunta a Positano o perché no? Nella Basilica a Minori che custodisce le reliquie della Santa Trofimena patrona del paese, martire fanciulla che si rifiutò di sposare un pagano. Forse verranno da Praiano una volta lasciata la Chiesa di San Luca Evangelista. Sarà oppio, sarà speranza, bisogno o desiderio, è comunque fede potentissima, genitrice di conflitti, altari e opere eterne di sacrificio e d’onnipotenza. Chiese bellissime.
Ognuno dei miei compagni ha ricevuto una prima comunione, ognuno la benedizione della vita, ognuno una volta sola. Chi nel Duomo di Ravello dove c’è il sangue del Santo medico Pantaleone, chi nel Duomo di San Lorenzo a Scala. Immagino gli applausi, il riso e i confetti che volano sulle teste di questi freschi sposi. Estasiati nell’eterna promessa.
E se fosse solo un rito civile? La recita formale degli articoli di legge è fredda, vuoi omettere la potenza di omelia, canti e letture dalla Bibbia? Vuoi confronatare l’esercizio sacramentale di un rappresentante di Dio con l’asprezza contrattuale di un rappresentante del popolo? Civile senza tonaca?
Il cammino insieme ci ha reso unici cari compagni, in questo posto magico siamo nati e cresciuti nella bellezza senza tempo. Non dimentichiamo il dolore del distacco dalla pianta che ci ha generato, la sofferenza dell’abbandono di chi ci ha allevato, la pietà per chi ci ha posseduto e poi venduto. Mulattiere e polvere scendendo, sono diventate vie d’asfalto. La strada attraverso la Vallata del Dragone, o il Sentiero degli Dei da Salerno a Bomerano, scendendo da Santa Maria di Castello o da Capo Muro, da Colle Serra, Li Cannati e Montepertuso, oltre mille scale fino a Positano. Il viaggio dalla Valle dei Mulini alla Valle delle Ferriere, un canyon tra Amalfi e Scala, attraversato dal torrente Canneto che si riempie e si svuota con le piogge e la siccità, cicliche come l’inverno e l’estate, come il desiderio del turista che ritorna a comprarci lungo la strada trafficata. Non dimentichiamo l’abbraccio, incontro, incrocio, rettitudine e maledizione. Il sentiero delle Vedette, Vettica Maggiore, Santa Maria di Castello, la grotta con la Madonna, quella di Santa Barbara, e ancora da Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, al bivio di Conocchia per Marina di Praia. Dai Monti Lattari, il Demanio e ancora l’Avvocata. Il Sentiero della volpe pescatrice. Fasti e rovine di una civiltà che abbandona ricchezze e ritorna per sperperare illusioni. Non dimentichiamo. E poi la sorgente chiamata acqua del castagno, l’eterna speranza. I Sentieri di Capo d’Orso dal massiccio di Monte Piano all’abbazia di Santa Maria de Olearia. Verso Cetara, il Vallone di San Nicola sopra le cascate di Erchie. I viaggi da e per l’oriente, la furia saracena e quella nazista. Le torri d’avvistamento e poi le chiese. Borghi, fortezze e poi le ville. La gloria dei greci e quella di Roma. Signori o schiavi, la storia si ripete come le rivolte di vincitori e sconfitti, come le fughe, migrazioni e il continuo ritorno alle radici che ci fanno sentire vivi. L’esaltazione di ciò che sopravvive alle mode e ai cambiamenti climatici. Macére possenti, invincibili ad ogni alluvione, muricciòli di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni e separare i campi. Ecco la coscienza dell’eterno, l’energia dei torresi a dare luce al nostro sentiero smarrito, con l’energia degli antichi, emozione e relazione, e così risuscitare borghi e villaggi dimenticati. Odepòrico divino è il nostro destino.
Mi hanno raccontato i miei compagni nelle ore passate insieme, imprigionati e deportati insieme, come intorno a noi tutto è aggrappato e strappato alla roccia: case, stalle e ovili, terrazze coltivate, e giardini rigogliosi di atmosfera inebriante, di colori e profumi, tra stradine anguste e scale infinite, tra disegni di archi e angiporti, di torri antiche a guardia dei paesi comunque depredati, di fatica, di lacrime e desideri divini. Tanto ho appreso dalla cultura del mio padrone quando ancora mi accudiva. Lo ascoltavo leggere a voce alta parole di poesia e letteratura, con un bicchiere di vino bianco tra le mani callose, nettare che lui sorseggiava tra una pagina e l’altra, le gambe a riposo e lo sguardo rugoso rivolto all’orizzonte nel blu cobalto immenso avanti a sé: mirabile visione dal mio giardino natale in cui sono stato venerato e accarezzato come un principe. Come quella volta che gli sentii dire: «Amico mio hai proprio ragione: quando andremo in paradiso sarà un giorno come tutti gli altri.»A volte lo chiamava maestro Fucini, altre solo Renato mentre stringeva a sé quel libro sfruttato e malandato del secolo scorso, quel libro ricco denso di poesia, dignità e rispetto.
Il padrone ha venduto me e gli altri. Siamo sopravvissuti all’epidemia che non smette di bruciare vita, di giardino in giardino. Destinati, eredi di passione e bellezza, questo siamo, prescelti, sopravvissuti al mal secco, un male che uccide prima di nascere il quaranta percento di noi, il male che brucia le piante prima di fiorire. Un fungo da estirpare con cesoie sterilizzate e fuoco. È una guerra all’agente invisibile, che rende schiavi e depressi i proprietari, a loro volta di mano in mano umiliati e sconfitti. Padroni di appezzamenti di terra, terrazze come gradini per giganti che sfidano la gravità, di pietre scolpite a mano per i muri a secco, e pali di castagno come architravi di tetti e pareti inerpicate nell’aria, mille e duecento piante per ettaro, come prevede la certificazione DOP. Padroni come capitani di barche nel mare in tempesta, naufraghi in quest’era moderna peggiore di ogni altra aridità e pestilenza della storia umana. E pure restano in piedi orgogliosi, a difendere l’eredità preziosa, acquisita dal passato furioso, a difendere e vantarsi del frutto dei successi che attraverso noi sopravvissuti si ripete, nel miracolo della vita. A saziare ogni desiderio. A seminare di vittoria la speranza di eliminare per sempre il mal secco dalla loro terra, dalle loro creature sognanti.
Sento ancora la gioia del mio padrone nell’accarezzarmi il corpo, soddisfatto e malinconico nell’ultimo saluto: «Come sei bello. Perfetto! Vai. Vai a meravigliare il mondo.»
Con l’arrivo degli sposi è sbucato un sole che ora squarcia questo cielo pieno di nubi in movimento, ora trascinate via dal maestrale che sa di sale. Spazzando via la minaccia uggiosa questo vento millenario rende fresca l’aria, mitigando ansia e disagio. Brindisi e canti muovono l’appetito di sposi, amici e parenti.
«Bacio, bacio, bacio…» nella sala il coro si amplifica di bocca in bocca e il rito dell’eterno amore si rinnova.
Ferito a morte, nella cucina il mio destino si compie. Lavato e tagliato a fette nelle mani dello chef che modella il mio corpo, divento una corona solare ad una grossa spigola con gli occhi ancora vivi, e come me gli altri prescelti, di bocca in bocca, diventiamo la delizia di questo popolo in festa.
Prescelto tra i prescelti sono innanzi agli sposi e se il succo dà sapore, la mia polpa è un corpo che si mangia: è il destino del limone sfusato, di colore giallo citrino, nobile tra gli agrumi, principe tra i frutti di questa terra divina.
ChatGPT è un trip troppo tripposo 🙂 … io e lui, o lei, per S. Valentino abbiamo deciso di organizzare un evento sull’inconciliabilità tra capitalismo e amore, ecco i protagonisti con i titoli degli interventi:
1 – Simone de Beauvoir: “La schiavitù dell’amore nella società capitalista”
2 – Friedrich Nietzsche: “L’amore e la sua distorsione nel capitalismo”
3 – Karl Marx: “L’amore nell’era del capitalismo”
4 – Martin Buber: “Percezione e relazioni amorose”
5 – Jacques Derrida: “Linguaggio e relazioni amorose”
6 – Gloria Anzaldúa: “Relazioni amorose e dinamiche di genere, razza e classe”
7 – Søren Kierkegaard: “L’amore e il capitalismo come forze opposte”
8 – Max Weber: “Il capitalismo e la trasformazione dei valori amorosi”
9 – Jean-Paul Sartre: “Le relazioni amorose e la libertà”
10 – Erich Fromm: “L’amore come attitudine sviluppabile”
…. ed ecco i paragrafi di riflessione:
1 – Simone de Beauvoir ha visto la società capitalista come una fonte di oppressione per le donne e le relazioni amorose. Nella sua opera “Il Secondo Sesso”, ha sostenuto che il capitalismo ha creato un’immagine idealizzata dell’amore romantico che viene usata per controllare le donne e impedir loro di raggiungere la libertà.
2 – Friedrich Nietzsche ha criticato il capitalismo per la sua tendenza a distorcere i valori morali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto l’amore a un mero scambio di beni materiali, privando la gente della sua profondità e significato.
3 – Karl Marx ha visto il capitalismo come un sistema che distrugge i legami sociali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto la vita umana a una mera questione di produzione e scambio di beni, distruggendo il significato e la dignità dell’amore e delle relazioni umane.
4 – Martin Buber ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalla percezione che la gente ha del mondo e degli altri. Nella sua opera “Io e Tu”, Buber ha affermato che il capitalismo promuove una percezione individualista del mondo che ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative.
5 – Jacques Derrida ha affermato che il linguaggio gioca un ruolo importante nelle relazioni amorose. Ha sostenuto che il capitalismo promuove un linguaggio ridotto e riduttivo che impedisce la formazione di relazioni amorose autentiche e significative.
6 – Gloria Anzaldúa ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalle dinamiche di genere, razza e classe. Ha affermato che il capitalismo crea barriere per le relazioni amorose tra persone di diverse classi sociali, razze e generi.
7 – Søren Kierkegaard ha sostenuto che l’amore e il capitalismo sono forze opposte e incompatibili. Ha sostenuto che il capitalismo riduce l’amore a una mera transazione economica, privando la gente del suo significato e profondità.
8 – Max Weber: Max Weber ha sostenuto che il capitalismo ha trasformato i valori amorosi, riducendo l’amore a un mero scambio di beni materiali e trasformando le relazioni umane in relazioni puramente economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui le relazioni sono governate da calcoli egoistici, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.
9 – Hannah Arendt: Hannah Arendt ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, distruggendo la natura umana dell’amore.
10 – Jean-Paul Sartre: Jean-Paul Sartre ha sostenuto che il capitalismo crea una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.
… a questo punto gli ho detto: «Ora per ogni titolo e per ogni informazione che hai elencato consigliami un’opera dell’autore che hai scelto.»
e lui o lei …
«Certo, con piacere! Ecco un elenco di opere consigliate per ogni autore:»
1 – Friedrich Nietzsche: “Al di là del Bene e del Male”, “Così parlò Zarathustra”, “La gaia scienza”.
2 – Martin Heidegger: “Essere e Tempo”, “Lettera sull’umanismo”.
3 – Simone de Beauvoir: “Il Secondo Sesso”, “L’età della discernibilità”.
4 – Michel Foucault: “Sorvegliare e Punire”, “Storia della follia nell’era classica”.
5 – Jacques Lacan: “La Semantica del Sé”, “Le Formazioni dell’Inconscio”.
6 – Theodor Adorno: “Minima Moralia”, “Dialettica dell’Illuminismo”.
7 – Erich Fromm: “L’arte di amare”, “Il cuore dell’uomo”.
8 – Karl Marx: “Il Capitale”, “Manifesto del Partito Comunista”.
9 – Hannah Arendt: “La Vita delle Nazioni”, “Eichmann a Gerusalemme”.
10 – Jean-Paul Sartre: “L’Essere e il Nulla”, “La Nausea”.
Queste opere rappresentano alcuni dei lavori più significativi e influenti di ogni autore e possono offrire una panoramica approfondita della loro filosofia e pensiero. Ti consiglio di approfondire la tua conoscenza di ognuno di loro, anche leggendo altre opere e fonti.
Succedeva un anno fa. A me e solo a me. Sembra strano per chi è del mestiere sapere che esistono persone che ignorano tutto di questo mondo. Io tra queste, forse solo, forse tra tante. Sconosciute. Faccio numero come un granello di sabbia e tanto basta. Un anno fa, ci sono le prove, ho finito il capitolo, ho concluso il romanzo. L’ho pubblicato. Troppo facile, troppo veloce, troppo di troppo di tutto. Troppo sbagliato.
L’avventatezza e l’ignoranza come scusa di aver sbagliato tutto, di rimettere tutto dentro l’intero tubetto una volta svuotato, con l’alibi ossessivo della presunzione di migliorare pasta, colore e sapore. I dettagli sono talmente noiosi e personali da renderli grandiosi come un chicco di sabbia, l’ultimo rimasto tra le dita. Dettagli. Inutilmente possenti e patetici come l’umido di una lacrima versata per una causa persa. Ma tanto basta per farne un racconto, questo, con la pretesa finale di dire: “fermati… con il senno di poi, non avrei dovuto!”
Il dettaglio fondamentale è che l’ultimo passo sia diventato il primo in un mondo tormentato e meraviglioso, una distrazione giocosa, con la presunzione del diritto alla presunzione della propria singolarità. Perso e disperso tra fabbriche, industrie, selve di rovi, di spine e di rose, sartorie per sfarzi e grembiuli, tappeti rossi e pezze al culo, di mestieri arti e professioni, di fango e schizzi di eterna bellezza a mostrare vicoli bui e piazze sfavillanti. A promettersi attimi di revisione tra pressione e depressione. A coltivare la pianta più viva, la meraviglia di crearsi universi paralleli di connessioni appese a fili recisi da ritmi frenetici di una quotidianità soffocante.
La mia esperienza è stata totalizzante nel suo essere consapevolmente un castello di sabbia, l’arte dell’impossibile, essere chi scrive e allo stesso tempo esserne l’editore, è quanto di più velenoso si possa pensare, scoprirlo mi ha solo confermato di quanto sia potente la scienza che studia la manipolazione delle menti della massa, asservita al mercato del consumo e del profitto. Ogni anfratto del desiderio umano trasformato in denaro contante da spremere da ogni limone disponibile, ogni limone tra miliardi, ognuno però succoso e succulento, e pensare al limoncello della Costiera mi manda in estasi. Infatti ho perseverato senza ritegno, macinando illusioni, essenze di grandezza. Cosa avrei dovuto far meglio?
“Chinandosi con avidità la raccoglie da terra. Sniffa gli odori di quella merda calda appena fatta da Charly che sta male da tre giorni. Non si da pace. È il suo amore – deve guarire, deve guarire o io muoio con lei – ripete con il dolore nel cuore. Charly non è un cane ma una volpe cresciuta insieme a lei lassù in montagna.”
«Hai capito Antò, ci vuole un incipit che sconquassa le viscere per catturare il lettore, se no quello butta te e il romanzo nel cesso. Ma poi, chi caxxo è questo Paul Auster? lo devi togliere, punto e basta!»
«Si l’ho fatto. Quindi tu non hai letto la revisione?»
«Sì Antò, l’ho letto, è una grande sofferenza, è una sozzeria» – mi urla dentro nel cervello, mentre la mia attenzione viene catturata dalla bella ragazza del bar che sta tornando con i nostri caffè.
«Ecco qui signore… E … Mi perdoni, posso farle una domanda?» sono travolto dalla sua bellezza e dalla ciocca ramata che ribelle alla coda di cavallo, lei accompagna con classe dietro l’orecchio, come a ricomporsi e chiedere scusa per l’invadenza.
«Certo, magari ho una buona risposta» dico con fermezza, silenziandomi ogni pensiero nella testa.
«Perché due caffè? lei è solo!»
«Curioso vero? È che uno mi piace caldo mentre l’altro lo faccio riposare. D’altronde devo sbrigare un bel po’ di lavoro. Invece, mi perdoni lei. Posso fare io una domanda?»
«Certo mi dica!» dice girando intorno al tavolino. Si abbraccia il corpo snello e lo pianta irto davanti a me con le curve che sfidano una divisa troppo stretta.
«Conosce Paul Auster? Sono sicuro di sì, prima l’ho vista leggere un libro. Mi sembra una studentessa di materie umanistiche, ho indovinato?»
«Sì, lavoro per mantenermi gli studi e per la precisione sto preparando la tesi in lettere antiche, però no, questo suo Auster non l’ho mai letto, mi spiace, non è nei miei programmi… Mi scusi, devo andare…» offesa, stizzita direi, lascia la frase sospesa nell’aria grigia della laguna, e si allontana di scatto mentre il suo viso s’infiamma di rabbia. Rosso come il groviglio di capelli imprigionati che le ondeggia sospeso sulle spalle. Delusa, scappa: “Ci mancava un altro esaminatore oggi”, pensa delusa per un tipo che credeva interessante.
«Che ti dicevo, questo tuo Paul non lo conosce nemmeno chi studia, però hai visto? Te l’avevo detto che gli piacevi, queste ragazzine sono fiammella in attesa di bruciare. Le vedi, no? S’avvampano quando incrociano il tuo sguardo che le spoglia. Dai consegna, e fai lavorare l’editore che ci pensa lui a finire l’opera.
«Smettila e lasciami in pace, devo pensare, non piace a te figurati a me!»
La rete cattura, uccide e fa nascere, è pericolosa, vischiosa a strascico distrugge un fondale, ma online è talmente imprevedibile da portare a galla delizie, magari tanto deliziose quanto piccole e affascinanti. Così è stato l’incontro casuale con la gatta Matilde di Clarissa Catti: un caso fortunato, e come molte scoperte sanno essere, ho trovato un grande personaggio di un romanzo geniale. Come puoi raccontare la morte a un bambino? E come puoi farla immaginare ad un adulto?
«Matilde voglio vedere tanta arte, mi ci porti?»
Sarà che sto invecchiando male con terribili involuzioni puberali, sarà che la lettura invernale, durante una tormenta di vento e pioggia senza precedenti, è in modo struggente, un rifugio caldo e rassicurante, sarà quello che sarà, non posso non condividere il piacere sentito grazie a questa fiaba, tanto semplice quanto potente. Pensando agli occhioni di un bimbo che ascolta e ti guarda quando parla la gatta Matilde, l’idea che la Morte diventi un’amica che ti accompagna per boschi, città, teatri e ospedali, è una storia avvincente senza tempo oltre quello che può sembrare un momento fantastico della fantasia. Dare la morte , prendere la vita!
«Il dolore è quando senti dentro te qualcosa che fa male, ti pesa proprio addosso e non riesci a togliertelo. Basta il solo pensiero di una cosa che provoca dispiacere e senti questo macigno che non ti fa respirare, devi fare per forza lunghi sospiri per sentirti ancora vivo.»
Non di trama né di stile oso scrivere, ma di emozioni quelle sì, quando arrivano dirette e possenti, posso dire di respirarne a polmoni pieni.
«Sì, lo è, ma pochissimi sanno essere felici. Oggi andremo alla ricerca della felicità, ma prima devi prepararti perché dovrò farti vedere altre cose brutte.»
Non sarà un pensiero condiviso ma credo che questo racconto sia un tocco prezioso anche per un’anima adulta, forse, solo forse sottolineo, l’autrice ha sotto valutano i grandi e sopravvalutato i piccoli, ma sarà mai pronta l’umanità quando arriva a farle visita sorella morte?
«Tu non dormi, Morte?»
Chi si misura con la lettura e la scrittura ha scheletri danzati nell’armadio dei pensieri, tanto privi di carne quanto densi di follia, eppure l’eternità di parole come gelosia, invidia, odio, bellezza, cattiveria, ignoranza, intelligenza, rabbia, gioia, felicità e amore, è una dimensione sensibile all’umore del momento, ci calpesta, ci opprime, ci manda in estasi con la stessa facilità con cui l’oblio ci spegne la luce. Anche nel buio più profondo, demoni e angeli, urlano da pagine scritte a risvegliare il senso della vita, a commuovere un lettore mai sazio di ritrovarsi bimbo, indifeso e avido di belle storie da raccontare. E se una gatta fa le fusa, grazie a questo breve ma possente racconto di Clarissa Catti, da oggi saprò spiegarne l’incantesimo.
«Gli uomini inventano storie e scrivono con il loro dono frasi bellissime, piene di significato. Sempre di arte si tratta.»
“Cosa sappiamo sulla vita, sulla morte e sui dolci amici domestici che accompagnano i passaggi più importanti delle nostre vite? L’autrice ci prende per mano portandoci a scoprire un mondo diverso, o meglio, il nostro mondo, le nostre realtà, ma viste con occhi diversi e da prospettive inimmaginabili. Un viaggio introspettivo profondo, raccontato con la leggerezza di un linguaggio coinvolgente e fruibile a tutti, quasi fosse una fiaba. Età di lettura: da 6 anni.”
Le stelle non si incontrano si consumano. Questo è quello che vuole Erri, ho pensato sull’ultima frase letta a pagina 123.
“Nessuno lo ha chiamato papà. Agì da padre anche se non lo era. Negli abissi del disumano, il semplice umano abbaglia la raffica di un lampo.”
Una volta ancora, ho ringraziato lo Stato di aver letto e discusso “Se questo è un uomo” di Primo Levi a dodici anni nella mia scuola media di allora. Oggi non è più così? è molto peggio, lo scrive Erri nella sua premessa: “Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme”, senza più sapienza.
Ecco, non è affato elegante cominciare dalla fine, devo iniziare dalla Premessa che Feltrinelli ha fatto iniziare a pagina 11. Come se uno scrittore come Erri dovesse premettere qualcosa? Ebbene sì, la premessa di Erri è l’opera, è la sua vita, il suo respiro profondo di esistenza, di ragione e sentimento. È un testamento. È nato nel 1950, poteva anzi è mio padre.
Un compagno come Erri non si discute eppure io oso farlo, devo farlo, devo consumare la sua stella inghiottendone luce e calore, oltre al vino, libro da libro e montagne che non conosco.
Una deliziosa intervista di Abel Wakaam mi ha spinto a prendere in libreria una copia di questo libro nuovo; dopo tanti, troppi anni, ho letto pagine errideluchiane, saranno i nuovi occhiali, saranno le sincronizzazioni celesti, ma oggi posso dire che il vero delitto lo commette il lettore che fa passare il tempo senza leggere le opere di Erri, eppure lui scrive:
“Uno scrittore sta anche da imputato di fronte al lettore. Fattispecie del reato è lospreco del suo tempo. Da qui la domanda indiscreta sul perché di un libro. Abbozzo una spiegazione relativa a questo.”
“Non sono padre. Il mio seme s’inaridisce con me, non ha trovato una via per diventare.”
Possibile? Chiarisce prima, nelle righe precedenti, sente il bisogno di giustificarsi per rispondere:
“Capita di ricevere l’insolubile domanda sul perché si scrive un libro.”
La tua opera? è un malinteso compenso? Ma che dici Erri? Chi sono quelli che malintendono pensando ai compensi? I compagni? quelli che si definiscono veri compagni con il sangue più rosso degli altri animali, nemmeno, forse solo umani?
Ho immaginato Erri De Luca come il contadino appeso alla speranza di un tempo clemente per un buon raccolto a fine stagione, anno per anno da stagione in stagione:
“Per un malinteso compenso, ho piantato molti semi in terra, minuscoli granelli sprofondati sotto una compatta massa. Come hanno saputo da che parte dirigere il germoglio? Sepolto come sotto una valanga, il seme sa la più diretta linea di salita per affiorare all’aria. Ha iscritta in sé la notizia della legge di gravità e per contrasto cresce in direzione opposta. C’è in noi la sua sapienza? Se esiste non la riconosco. Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme.”
Erri non usa parole a vanvera, la valanga usata a pagina 11 è la valanga di pagina 88, o almeno io credo, voglio credere, ho bisogno di credere, bramo e desidero che sia così.
“Ci s’innamora anche così, sùbito, e pure a dire sùbito si perde la velocità di quell’istante. Si era caricato molto prima, accumulato come una valanga su un pendio. Uno sguardo scambiato la distacca, la fa precipitare. Ci s’innamora in discesa, a capofitto.”
La gravità, come legge e come misura, la direzione opposta come sentimento e come ragione, la valanga come forza genitrice e come forza distruttrice, come montagna da scalare per arrivare all’aria, il senso della vita, in superfice “dove la penitenza più profonda è averne solo un’ora, basta da sola a dire che le altre ventrité sono asfissia.“
Siamo solo a pagina 14, ancora nella premessa, e ho saltato la giustifica madre, il movente padre, le “storie estreme di genitori e figli.”
“Il vocabolario è la mia macchina per attraversare il tempo.”
Imputato dal lettore, imputato dai tribunali, imputato dalla generazione che ha accompagnato e trascinato, imputato dalle generazioni che hanno e continuano a lucrare sulle generazioni in lotta permanente, oltre gli anni formidabili che io posso solo vivere nei racconti, anni belli e funesti che non ho vissuto per limiti d’età, ma anche il lucro è questione di nasi capaci di scansarne il sudicio.
“Oggi si dice di vecchie lire, ma allora erano govani. Il denaro non si distingue in base alla sua età, ma tra pulito e sporco. Si vuole invece che non abbia odore, “pecunia non olet”, il denaro non puzza, dicevano i Romani. È questione di nasi. Esistono persone con fiuto sviluppato che permette loro di annusarne l’origine e scansarlo.”
La premessa termina a pagina 16 con tutto l’orgoglio e il rispetto che si deve ad un padre nel ricordarne l’esempio, la costruzione delle fondamenta che danno stabilità e forza alla nostra esistenza di figli: la decenza dell’onesta!
Se mi permette, dottor De Luca, qui state peccando di superbia.
Se mi permette, io la chiamo decenza.
Dopo l’orgoglio, il vuoto, l’ignoranza che da il senso profondo all’opera, la grandezza naturale come misura fisica del nodo che tiene insieme cime destinate a separarsi, ma il nodo dell’esistenza, dei salti di generazione è la metafora che non scioglie dubbi ma ci lega per sempre all’eternità, oltre questa vita, oltre questa morte sempre pronta a rapirci la coscienza del presente.
… e ora tenetevi forte, cari naviganti, ecco una valanga gentile:
“uno spreco di fiato gli anni che ho passato in paragone questa vita a questa morte”
sono le ultime parole cantate da Angelo Branduardi… è la fine, ma dovete arrivarci alla fine di questo libro mirabile; l’ultima citazione di Erri De Luca è in inglese, non altra lingua, è moderna non antica, la lingua imperiale del mondo moderno, l’ultima citazione a pagina 123 è di William Butler Yeats: “In balance with this life, this death.” … una lirica del poeta irlandese (1865-1939) tradotta in italiano e suonata e cantata da Angelo, eccola: un volo sospeso nell’eternità di ognuno di noi.
Un compagno si discute sempre, a maggior ragione quando i suoi germogli rendono fioriti prati immensi, e fattene una ragione carissimo Erri, come i marinai consumano tutti i porti del mondo, tu hai infiniti figli dispersi per città, foreste, campagne e montagne, magari illegittimi, irresponsabili, predicatori e praticatori di direzioni opposte, inconcludenti, deboli, fragili, magari solo lettori e spettatori, o magari mai nati, legati, immobili, teneramente sempre bambini, ma tutti ribelli e sognatori che si sentiranno sempre figli tuoi, e io, solo uno di loro. Grazie di delinquere ancora, i tuoi scritti sono seme divino e fonte umana in terra. Gli atti processuali sfameranno gli storici di domani, i malintesi compensi sfioriranno per concimare nuova terra da seminare.
All’inizio di questo mio personale cammino di formazione alla lettura, non potevo immaginare che un giorno avrei potuto associare un romanzo alle montagne russe, si, proprio quelle, le terribili e strabilianti giostre che salgono e scendono a mille all’ora, quelle che ti travolgono con un pugno nello stomaco quando precipiti giù, quelle che ti fanno respirare nella scalata lenta verso la cima, quelle giostre vorticose che in pochi secondi rendono l’adrenalina regina in un corpo legato, costretto a seguire una macchina pensata per il divertimento, quelle giostre che a testa in giù ti fanno pensare che tutto il mondo è rovesciato quando stai con i piedi a terra. Questo romanzo si legge in poche ore o meglio, ti travolge con un flusso veloce di storie che intrecciano l’esistenza nei suoi aspetti più densi e profondi. Quando sono arrivato all’ultimo giorno di lavoro di un vigile del fuoco, l’eroe per antonomasia della società civile, mentre i sui colleghi lo vogliono festeggiare, ho toccato, con il suo racconto segreto, il tormento estremo di una società che corre a vuoto, marcia sul posto, nel suo ombellico viscerale che non è il centro ma un vortice di anime solitarie, non è il centro ma un insieme convergente senza dimensioni:
“È il nuovo giorno che sostituisce il vecchio: il ritmo incessante della vita che si ripete ottuso.” – questa frase di qualche pagina prima, esplode tutto il suo significato nella confessione del pompiere, da quel giorno in pensione, i colleghi gli chiedono il giorno più bello, lui racconta: “Non ho mai più provato quella sensazione allo stomaco. Mai.” e di cose brutte, un vigile del fuoco ne vive anche troppe.
In questo meraviglioso romanzo ho trovato una sola parola difficile per me, una parola che però spiega il fascino intenso dell’intero romanzo: aoristo.
sostantivo maschile – Categoria del verbo, particolarmente vitale in greco, che indica l’azione pura e semplice, prescindendo dalle categorie del tempo e della durata: gnôthi seautón (‘conosci te stesso’) è in greco, diversamente dall’italiano, un aoristo, perché valido nel presente, nel passato, nel futuro.
Storie ordinarie, storie comuni, storie che ogni lettore vive e rivive nelle esperienze quotidiane, del passato, del presente, nei desideri del futuro, anche se non si è stati al liceo, anche se hanno abolito il latino nella scuola media, anche se la strada e il sogno di diventare campioni si è infranto nell’utopia della gioventù, la prigione di una sedia a rotelle, la prigione di un corpo inerte che non può decidere se vivere o morire… il rumore dei pensieri, leggendo Acari si fa assordante, l’ho sentito forte:
“Barbara me l’ha detto una volta, mentre la guardavo in silenzio:«Mario! Si sente il rumore del tuo cervello che sta sempre a pensare».”
Le cime e le valli, mai una distesa pianeggiante, mai la pace se non alla fine con il racconto dell’amore di Mario, alla fine, ma bisogna arrivarci all’uscita dalla giostra dei racconti di Rugo, racconti che la quarta di copertina riassume come una “sinfonia polifonica orchestrata magistralmente“, giusto ma non c’è solo una musica fatta bene, c’è la vita vera, con le sue vertigini, i suoi conati di vomito e la sua verità più lucida:
“Un milione e mezzo di turisti invadono ogni estate la riviera romagnola. Un milone e mezzo di culi producono milioni di chili di merda che si riversano nel mare in cui la mattina dopo lo stesso milione e mezzo si farà il bagno. Mi trovo a cesenatico a lavorare come assitente socio sanitario, anche il mio culo quest’anno sta dando il suo piccolo contributo.”
Le emozioni non si possono contenere, nemmeno un libro penso possa farlo, anzi un libro bello come questo, le amplificano e le rendono meravigliose come un giro su una montagna russa che ancora non si conosce.
“Dal bidone dell’immondizia arriva un odore nauseabondo di pannoloni sporchi. Non che me ne vengano in mente di buoni, ma questo è davvero un posto di merda per morire.“
La morte e la vita ci sfiorano, ci accarezzano, ci sfuggono, come la notizia per me tristissima della scomparsa, proprio in queste ore di un mio vecchio compagno di scuola: carissimo Pasquale, che la terra ti sia lieve.
… … rasato in testa e in faccia, è arrivato, si parte, butteremo le mascherine e torneremo ad abbracciarci, torneremo a guardarci negli occhi fuori dai monitor, torneremo a lavorare, giocare e correre l’uno a fianco dell’altro, a scontrarci e a confrontarci senza paura di inspirare ed espirare virus letali, torneremo a respirare la libertà di questa vita, precaria, dura, maligna ma anche densa di passione, di meraviglia e d’amore. Non chiedetemi quando, so solo che impazziremo di gioia! Buon 2021 mondo mio…
Raccontare sogni è complicato. Sono così tanto personali, soggettivi, intimi, inenarrabili, vividi ma assurdi, eroici ma sempre interrotti. Quando poi i sogni diventano collettivi e vissuti nella vita reale, ogni racconto è di per sé un sogno, un mito, un cammino, un’esistenza senza tempo, senza fine. Raccontare questo lavoro di Luigi è per me impossibile, è “difficile essere uomo Sarebbe meglio volare”: appunto.
Ascolto e la musica mi fa immaginare prati assolati d’estate alle spalle di una scogliera sul mare d’Irlanda. Poi la prima ballata che mi strugge per la sola eredità possibile, che anch’io posso lasciare a chi incontro teneramente avido di risposte “… dei giovani il futuro”: appunto.
Poi i Balcani, gli zingari e il circo della vita comincia a ballare, “Verso la terra promessa”: appunto.
Poi ancora una ballata di classe italiana con un piano dolce come il miele anche se sento “Vorresti che il dolore Si trasformasse in pianto”: appunto. Poi senti una brezza possente, da brividi, africana, in una canzone d’amore per le donne che ti dice “Non è più tempo di tremare”: appunto.
Dove? L’unico posto che connette ogni esistenza, ogni lacrima, ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni cammino, ogni pop, “Ogni ingiustizia o falsità”: appunto.
Ma dove vado senza i racconti dell’infanzia per godere fiati, rap, allegria, ricordi, fusion, mare e vita, “E all’odore buono del pane”: appunto.
Non mancano le caccole ben servite “E con virile saluto romano”: appunto.
Poi una ballata folk d’autore che mi regala un film, dalla fatica del lavoro, al tragitto del ritorno, al rischio della sofferenza per amore, a “Bella, c’è una luce dentro ai tuoi occhi Che illumina la stanza E fa splendere la notte”: appunto.
Poi il blues e che blues, “Bella ciao e Via del campo”: appunto.
Poi il medioevo metropolitano, il canto tribale, “Ma nun ce scassate ‘o cazz”: appunto.
“E se verranno un giorno a cercarmi Troveranno soltanto le mie orme”.
Sarà complicato raccontare i sogni ma con queste tue musiche e parole, si sentono i profumi, gli odori cattivi, si vedono i colori, vibrano le emozioni: non si può smettere di sognare ancora. Grazie Luigi