RANCURA MADRE

“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri

Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.

PRESENTAZIONE

Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.

Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.

In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.

Francesca Mezzadri

[…] estratto […]

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Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.

È giunta voce anche ai tuoi genitori.

Ecco perché hanno preso le distanze da te.

Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.

Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.

Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.

Ne basta uno, hai detto.

Io ho ammazzato mia madre.

La favorita nell’harem del re, mio padre.

Nascendo, lei è morta.

[…] fine estratto […]

PUBBLICATO A PUNTATE SU IL BUCO ’96

ECCO IL RACCONTO COMPLETO

Università

“il campus respira, divora ogni silenzio e il vuoto d’una eterna attesa di grandezza, la sfida”

“the campus breathes, devours every silence and emptiness of an eternal expectation of greatness,
the challenge”

“le campus respire, dévore chaque silence et vide d’une éternelle attente de grandeur, le défi”

“el plantel respira, devora cada silencio y vacío de una eterna expectativa de grandeza, el desafío”

«кампус дышит, пожирает каждую тишину и пустоту вечного ожидания величия, вызова»

“校园呼吸着,吞噬着对伟大和挑战的永恒期待的每一份寂静和空虚”

“校園呼吸著,吞噬著對偉大和挑戰的永恆期待的每一份寂靜和空虛”

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L’autore Pedro Sancho Panzà ha colto l’essenza di un campus universitario con una singola frase. “Il campus respira, divora ogni silenzio e il vuoto d’una eterna attesa di grandezza, la sfida.” Queste parole evocano un’atmosfera vibrante, dove l’apprendimento e l’ambizione danzano insieme.

Il campus universitario è un luogo in cui il sapere fiorisce, le menti si incontrano e le idee prendono vita. Le aule risuonano di discussioni accese, mentre le biblioteche sono un’enciclopedia di conoscenza, pronta ad essere esplorata. Ogni passo è accompagnato dal fruscio dei libri e dallo scorrere ininterrotto delle idee.

Il campus divora ogni silenzio perché è una comunità vivace, dove gli studenti si sfidano a vicenda e si spingono verso nuove vette intellettuali. È un luogo in cui il pensiero critico si scontra con le teorie consolidate, in cui le prospettive divergenti si incontrano e si fondono per creare qualcosa di nuovo e audace.

Ma c’è anche il vuoto d’una eterna attesa di grandezza. Il campus è un terreno fertile per i sognatori, coloro che guardano oltre i confini dell’attuale conoscenza e si lanciano verso l’ignoto. È un’attesa carica di speranza, un’aspirazione a realizzare qualcosa di significativo, a lasciare un’impronta duratura nel mondo.

La sfida è il cuore pulsante di questo campus che respira. È il motore che spinge gli studenti a superare i loro limiti, a perseguire l’eccellenza e a rompere le catene dell’ignoranza. È attraverso la sfida che si realizza il potenziale nascosto, che si scoprono nuove passioni e talenti, che si costruiscono basi solide per un futuro brillante.

In conclusione, Pedro Sancho Panzà ha catturato la complessità e l’energia del campus universitario in questa frase. Il suo ritratto evoca una scena vivida in cui il sapere, l’aspettativa e la sfida si intrecciano in un crescendo incessante. Che tu sia uno studente, un professore o un visitatore, il campus è un luogo dove il respiro della conoscenza si fonde con la fame di grandezza, creando un ambiente stimolante e coinvolgente.