se una bandiera rossa
sola
ti sembra poco e spoglia
ma troppo potenti
le parole
che morirne
non sarà mai abbastanza
ai popoli liberi la terra
agli indomabili
prati fioriti
dignità e gloria


se una bandiera rossa
sola
ti sembra poco e spoglia
ma troppo potenti
le parole
che morirne
non sarà mai abbastanza
ai popoli liberi la terra
agli indomabili
prati fioriti
dignità e gloria


Ho un po’ di bronchite e la febbre
Che mi sale più forte
A guardarvi su youtube
Che cantate e sfilate
Urlando
Siamo tutti antifascisti
A Roma il corteo
Con pugni al vento e bandiere
Giovani e giovanissimi
Prendere la parola, conquistare la piazza
Fuori l’Italia dalla NATO
Fuori la NATO dall’Italia
Indomabili e felici
Sventrare l’ipocrisia della resa
Per Gaza, Cuba, Venezuela e oggi anche Iran
RESISTENZA
E abbracciarsi nella rabbia
Bruciando la gloria e le foto
Di quei due vecchi folli che massacrano popoli
E sale la febbre e lo sdegno
In questa primavera del 2026
Per una vita degna
Di ribellione
Contro le guerre
E governi funesti
di sangue innocente
È febbre, è febbre di PACE





Romanzo 2026 di Giovanni Maio
In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?

PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabili per il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Pietro Di Gennaro




L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra tecnica e libertà
Anacronistico come un classico
Schizzo frenico come un dono
Senza futuro né passato
L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra disturbi e carriere
Anacronistico come amore
Schizzo frenico come mazzo di mimose
Effimere e secche il giorno dopo
L’ho capito che non sono libero
Dissonante tra pace e guerra
Anacronistico come trincea
Schizzo frenico come cecchino cieco
Eroi del tempo senza gloria
L’ho capito che non sono libero
Dissonante come terra feconda di veleno
Anacronistico come trecce recise
Schizzo frenico come botto inesploso
Orfano e zuppo di lacrime
In catene frenetiche e schizzate
Di acque vergini e donne sante




– E allora? Com’è il tempo?
– Buono ma non bellissimo
– Sono le nove, non è troppo tardi?
– C’è il vento?
– Controlla tu.
Dalla finestra aperta sul mondo
Di cuori brumosi
Entra luce e musica di marzo
Cuccioli affamati di passerotti
Cantano sulle fronde
danzanti di alberelli fragili
In lontananza le risate di un gabbiano che vola
Su palazzi che dormono
Tra fiori nascenti che sognano
La primavera, clandestina senza pace
E in lontananza il mediterraneo
Liscio come un rasoio
Sembra aspettare una mano divina
agitare la spuma
di questo tempo immobile




Vedi? Cosa vedi negli stracci?
Centri di mercato
Lo senti che il mercato siamo noi?
Magari a vendere idee per allocchi
Come mele pittate
Magari compratori di sogni
Come grasso sciolto sulla fiamma
Noi siamo merce. Noi siamo la merce
Variabile avariata quando gira bene
Merce da consumare, merce consumata
Dentro bei vestiti
Stracciata l’anima è appassita
Lo senti? Come t’afferra. Come ci atterra?
Allora dimmi: cosa senti nell’aria?
Nel centro del mercato
Lo vedi che il mercato siamo noi?
Non è giustizia né verità
Ma frode consumata
Come fosse la nostra carne
A vivere di cadaverina
Come fosse il nostro sangue
L’impurità assassina













Traballo
tra abissi dinamici che m’afferrano
Traballo incidendo
scorze rancide
nella pietra di quello che sembro tremando
di furia e di rabbia
ascia come lama
inaridita dal clamore.
Tra acne e forfore appiccicose
morbo e morbose
Traballo sperduto
Ballo cadendo
annaspando perdono

Traballo
Abissi dinamici mi afferrano
La mia rabbia incido
sulla pietra di ciò che sembro
un’ascia contro il vuoto
Ogni mossa è un crollo
una caduta libera nel bit
È la mia ballo cadendo
Chiedo scusa ad ogni mio fallimento
Traballo sperduto
Ballo cadendo





La mia, la tua
La nostra vita
Dolce e amara danza di febbre
Di rabbia e gioia
Ferita, turbata, irrisolta e smarrita
Prodigio di corifea muta, il tuo silenzio
Fatica ostinata con sisifea condanna
La tua carezza che trema nella mia carne
Rinviato a giudizio, devi studiare
Tra un bacio e uno sputo
Devi faticare, sudare e piangere
Il mio, il tuo salario, carta straccia come vetri in frantumi
Della porta sbattuta nel vento
Maledizione, menzogna, tradimento e verità
A conti fatti, il conto lo porta lo sfratto
Era Natale, oggi Capodanno e ancora festa sarà
Di domani la fine che si ripete
S’asciugherà il fango dei disperati
Annegheranno ancora negli incubi di una tenda fredda
Ancorata alla sabbia di un destino infame
Così saranno illusioni bruciate
Nel marciume della speranza vana
Lacrime, polvere e cenere respiriamo
Non festeggio con te più triste di me
Solitudine felice che brinda nella folla stordita
Tra un bacio e uno sputo
Di collera umana
La mia, la tua
La nostra vita
Di rabbia e di gioia
Collera schiava del dolore
La mia, la tua
La nostra fame di vita
Eden negato
Agli ultimi, come me e te amore mio, su questa terra
Generosa e fertile di vermi senza cuore.


















E cazzo non astenerti e vai a votare anche tu che leggi questo diario!
Metti alla prova i giovani che vogliono cambiare tutto!
Fai una croce su questa lista rossa, ribelle e popolare.
Dai una scossa permanente al cuore del sistema politico regionale che ci governa.
Ecco il programma e la lista dei candidati per Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno.

IL PROGRAMMA


LE MIE 2 PREFERENZE A SALERNO





La febbre elettorale è una malattia, forte, subdola, per molti una dipendenza come per questa o quella sostanza, è un business, forse proprio il business per eccellenza da cui tutto dipende, da un condominio ad una città, da una nazione alla geopolitica globale della competizione del capitale fatto da capitali che guerreggiano e si mangiano a vicenda come cannibali affamati, e ovvio, da gente che o sfrutta o viene sfruttata… dai bastoni ai capi bastone… È dalla notte dei tempi che si vota, ogni giorno, scegliendo tra amici, tra fratelli, tra famiglie, il meno peggio, per questo o per quello, oppure si sta a guardare, ignavi magari anche a ragione, perché schifati, disillusi, perché annoiati, magari aspettando il vincitore da andare riverire pregando… Si appartiene, anche all’anarchia del proprio desiderio, del proprio sogno, peggio del proprio bisogno, si appartiene anche alla dittatura che vorremmo, quella dell’uguaglianza e della solidarietà, alla chimera, all’utopia, all’emozione di una lotta giusta che mai si può nemmeno pensare di combattere senza eserciti di braccia, di gambe, e teste che pensano, e senza le armi che non fanno prigionieri, i nemici, le vittime da mandare a zappare la terra… Con il senno di poi tutto è più facile, specie continuare a dividersi. Si vota o meglio si può votare ed è proprio con il sistema capillare di controllo sul voto, sezione per sezione, scuola per scuola, quartiere per quartiere che per l’ennesima volta si voterà nelle nostre cittadelle, ma milioni già appartengono al grande partito degli astensionisti che stanno a guardare, che non partecipano all’estorsione di una croce su una scheda perché non si fanno “incastrare” in questa o quella macchina elettorale, perché sono liberi, perché se ne fottono, perché in fondo non gli cambia la vita… “Cambiare tutto” è più di una speranza, è un ribaltamento di un’urgenza che ha una certa precisa gioventù di oggi che noi vecchi incrostati dobbiamo aiutare ad accendere, scintilla dopo scintilla, affinché diventi un fuoco permanente, che sappia arrivare alle politiche per il post Meloni, che sappia andare oltre, scintilla dopo scintilla, come queste elezioni regionali, come lo sciopero del 28 e la manifestazione a Roma del 29 novembre. Come lo sono stati il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre, esplosioni di popolo fragorose. Nei loro occhi vedo l’ardore, a momenti il furore, di sperimentare sulla propria pelle le trasformazioni che stanno vivendo scavando nelle macerie che tutti noi, vecchi incrostati, abbiamo contribuito a lasciare loro in eredità… Io voto e faccio votare perché, servirà a poco, ma penso invece servirà a molto, per concretizzare una testa di ponte dentro il parlamento regionale. Avere l’opportunità di un controllo popolare dentro al sistema è, e sarà molto meglio che stare a guardare… la sconfitta di uno, la sconfitta dell’altro, e la vittoria facile nonché inutile degli astensionisti, né carne né pesce, e nemmeno vegani.
Vecchi sì, corrotti e traditori a destra e a manca, evoluti ed involuti, potenti nel personale ed impotenti nel collettivo, liberi ma sottomessi nel quotidiano al sistema sociale che schifiamo, ma troppo troppo somatizzato tanto da sembrare noi, ombre immobili, e quindi perché, perché morire? Non c’è tempo, il tempo è adesso, non mi illudo, la disillusione dalla carne mi è passata nelle ossa, ma il midollo emozionale resiste, s’affascina di questi ragazzi che ci stanno mettendo il cuore e della rete che li aggroviglia giorno per giorno, e che si sta facendo più spessa e più larga, anno dopo anno. Hanno la consapevolezza forte di usare i passaggi elettorali come strumento politico e non come fine, tattico o peggio orizzonte strategico e quindi esserne strumentalizzati. Ogni vertenza una lotta comune. La città, la provincia, la regione, la nazione, infine lo spazio internazionale, oggi nel reale digitalizzato, questi ragazzi annullano il tempo dell’organizzazione frantumandolo in attimi che bruciano da un momento all’altro in modi che non riesco più nemmeno ad immaginare… Che Giuliano entri o non entri nel consiglio regionale non li fermerà, e io con loro… il 28 e 29, ancora una volta date oscurate, sono i giorni del dopo elezioni che comunque vedrà questi ragazzi muoversi e trascinare i genitori e ormai anche i nonni, sì noi vecchietti al loro fianco, appunto per non morire o quanto meno vivere fino all’ultima scintilla di questo vita sempre più precariao e sotto proletarizzata, nella testa e nelle braccia a maledire il vento che ci soffia contro, fino all’ultimo respiro.
Scandalosamente brutto
Scandalosamente bello
Scandaloso, questo è il punto.
Non dormi.
Quella guerra è la nostra guerra.
Mi prendi per il culo
Ma ti rode l’invidia
Della mia libertà
Che si fa ribelle
Indomabile dal tuo orgoglio di potenza.
Incontenibile dall’ira che si fa repressione cieca.
Sei escremento di retorica, fango di parole, nebbia nel deserto.
Anima spenta di calce e paura.
Tu, miserabile, vivi, vivi le menzogne.
Tu, miserrimo, nascondi, nascondi l’infame che sei
al tuo gregge da macello tra brindisi e risate
che nutri di avanzi come catene
che scapperà quando cadrai dalla torre.
Eterna è la condanna anche se rinasci.
Non dormi perché nell’anima sei corrotto.
La fogna il tuo regno
e l’oscurità del buio il tuo sole nero.








“Quello che non sappiamo è forse il volto,
il nostro volto che la morte un giorno
suggellerà col suo silenzio: nomi,
fatti perduti appena nati, cenere.”
Alfonso Gatto
E se invece ridi, ma che dico gioisci
Tu sommo poeta
e ti fai beffa di tanta crudeltà?
Quando vedi l’ingorgo
Bloccato chi sale e chi scende
Ai piedi del viadotto che ti hanno dedicato
Ai piedi dell’arteria che si ferma
Rotatoria di circoli viziosi nell’inferno quotidiano
Ti diverte l’ictus del sentimento senza ritorno,
improvviso blocco, infarto civile
che i militari non possono sgombrare.
Ingorgo di mezzi fermi vuoti di persone
Piloti incazzati che sprecano energia e rabbia.
Lo vedi, ci guardi, fermi bloccati nell’ingorgo del progresso.
Quanta rabbia sprecata che diventa cenere cenere cenere
Di carrozze di ferro che si fanno regresso umano.
Di solitudini connesse al mondo
ma strumento perverso di libertà.
T’immagino ridere e sussurrare cenere cenere cenere.
Orgoglio di cenere, di merce scaduta,
d’acciaio che diventa ruggine
al sale del mare.
T’immagino però in lacrime dare l’allarme
per l’avaria dissacrata della granella vivente che siamo.
Per ogni cuore ribelle che non si ferma
per ogni scheggia di dolore
nella sabbia intrisa di sangue e fame.
Ingorgo canta al porto per la spiaggia del Mar di Levante
che non vede pace ma solo cenere cenere cenere.
Da lassù seguimi nell’abisso della civiltà insozzata che assiste,
nuotare verso riva, vincere il naufragio e sbarcare.
Nel collasso civile dell’ingorgo la tua poesia diventa manifesto
Gerusalemme per tutti e GAZA CAPITALE
di Palestina libera dalla terra al mare.








Lunedì 22 settembre 2025, INGORGO ho immaginato, blocco è stato, GAZA CAPITALE sarà…




“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri

Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.


Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
[…] estratto […]
#
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ne basta uno, hai detto.
Io ho ammazzato mia madre.
La favorita nell’harem del re, mio padre.
Nascendo, lei è morta.
E per questo anch’io dovevo morire.
Mi ha salvata mia sorella Fatima, la grande.
Già vecchia a quarant’anni.
Anche lei sposa a dodici, come tutte.
Urlavo e piangevo con la testa appena fuori dal cadavere di mia madre.
La favorita, nel gineceo del sovrano.
Fatima mi ha salvata, sostituendo il mio corpo vivo con quello di un bambino morto, appena partorito da un’altra donna — anche lei sposa bambina. Sono una principessa d’Oriente.
Allevata nel Monastero delle Monache Benedettine di Clausura a Eboli, dove si è fermato il Cristo di Carlo Levi, dove neonata mi portò mia sorella. Dalle monache votate alla castità ho imparato il rigore del velo che le mie sorelle orientali amano.
Alla morte di mio padre, orfana e sposa di nessuno, sarò regina. Nascendo ho ammazzato mia madre. E per questo non avrei mai dovuto vivere.
Il miracolo sono io.
Mi chiamo Aya.
Con doppia personalità.
Clandestina legalizzata in Occidente, e doppio passaporto.
L’altra sera, nella nostra ultima videochiamata, Fatima mi ha ricordato che dovrò tornare.
Nel regno dove non ho mai vissuto, sono già leggenda.
Mi chiamano Rancura Madre, e io mi sento la veridica sovrana dentro Dune, di Frank Herbert, che uccide il mostro.
Tu parli di romanzi.
Io ripasso il mio destino, mentre il crocifisso segna la mano che lo stringe.
Più fa male e più lo serro sul petto, che scoppia di rancore.
Caro professore, tu presto saprai come mi hanno sconvolto le letture che ci hai proposto.
Di come la rabbia di non aver avuto mai una madre vera tutta per me abbia segnato le mie notti insonni.
Di come avere per madre una statua colorata da pregare sia stata la mia altalena liminale tra realtà, sogno e incubo.
Di come, con i racconti di mia sorella Fatima, l’odio per l’uomo predone abbia squarciato nel profondo la mia scorza di orfana.
Di come io pensi a te come a un miserrimo escremento alla fine del viaggio, nel pachidermico intestino di questo immenso Campus.
È ora che tu venga espulso.
La singolare molteplicità di questo universo accademico deve smettere l’omertà e armarsi di purezza.
Non hai scampo, è solo questione di tempo.
Andrai in pasto alla folla moralista, affamata di giustizia sommaria, e così la tua anima cadrà nell’oblio dei casi irrilevanti, con un crocifisso conficcato nella gola come simbolo blasfemo della parola che muore muta.
Caro professore,
tu mi boccerai, ma io ti mangerò il cervello.

RACCONTO COMPLETO

RACCONTO COMPLETO IN TIMES


Che meraviglia
“Post fata resurgo”
e il cuore mai domo ritorna.
Nel respiro libero da catene
nel fuoco ingordo dell’Arte
riprende a soffiare anarchie di gioia e tormento.
Di bocca in bocca, non un vento
ma scintille come muse danzano
nel teatro di vita per strada cantano.
Nessuna pietà di ombre e luci spente
per ammazzare Eris e le sue ingiustizie immonde.
Così prima Atena poi Minerva, dea arde
universale madre divora,
ma né cenere d’angoscia, né polvere di sogno
spande o disperde
ma desiderio che infiamma come sole
che brucia la tua anima segnata
di fenice ribelle.
31 agosto 2025: buon compleanno inquieta anima bella




Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.

Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare… WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.
Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.
AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…
Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.
Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.
La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.
È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.
Caro, immenso, indimenticabile Amleto.
Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.













E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?

Infine la strabiliante recensione critica di Francesca Mezzadri su Satisfiction
Sinossi

“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.
Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.
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Commento critico
L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato, ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.
Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore.
È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.
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Punti di forza (con citazioni)
1. Profondità psicologica del protagonista
Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:
> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”
2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa
La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.
3. Personaggi secondari iconici.
Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.
> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”
4. Contenuto emotivo e politico.
La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:
> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.
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Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.
Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva.
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Cosa lascia il libro e perché leggerlo
“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.
Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.
Francesca Mezzadri
Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro, Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95


Vorrei tanto, desidero tanto, che sia solo apparenza, menzogna, il tuo soffrire, il tuo dolore, ma non è importante quello che voglio, ti aspetterò sanato e in forma, questo sarà, perché tu sei, sei, mai abbastanza, mai troppo poco, sei, la luce e il buio, ombre e raggi di colore che trafiggono cuori affamati, ingordi, spade e pugnalate alle banalità, calci eleganti e sfrenati all’ipocrisia, sei, carezze struggenti, sensibilità sopraffina che scava nei vuoti, che riempie esistenze di grandezza, sei UOMO che fa fondamenta nell’arte che rimane, scoperta e riproduzione di bellezza, del senso ultimo, dal dolore alla gioia, generosità immensa che non fugge ma trascina nell’emozione viva di sentirsi parte umana, ragione e tormento, sei bruciato ma fiamma perenne che arde senza consumarsi mai. Specchio nel tempo e nel tempo specchio. Splendore perenne. Sei.







Non avrai risposte alla tua preghiera
perché lo sai che non risponde mai
anche quando da e quando toglie
creando illusioni su cui siamo aggrappati
come mendicanti per un tozzo di pane
come lascivi amanti torturati nel fango
della possessione
nella latrina della perdizione che ci fa umani.
Materiale o etereo, pietra o gas, futile o fondamenta,
non lascia scampo l’essere e l’avere insieme complementari:
è una menzogna la scissione,
l’ordine e il comando,
l’arbitrio e l’onnipotenza.
Dannate e dannati sono privazioni e dolori
dannati più che beati i nostri giorni.
Più da scontare che scontati.
Artificio d’opera la preghiera
libertà e lacrime che si fanno prigione.
Artificio di parole, inermi, impotenti,
stridule di fiele, amare come l’erba dei vinti,
come il vomito della fame.
Dio non ascolta loro che gridano
come puoi sperare ascolti te che sussurri senza fiato?
Tu ardito senza paura,
che come tanti troppo dispersi, a contarsi stelle,
che da foglia succhia rugiada,
tu respira e soffia sul fuoco.
Non serve consumarsi.
A temprare la pace arriverà la pioggia.







Oggi 23 novembre 2024
Gli effetti collaterali ai sensi di colpa sono enormi, sono trascurabili, sono devastanti, sono insignificanti, sono un caso, sono il destino, sono problemi, sono soluzioni, sono l’indicibile, sono ovvietà, sono quelli che sono: ferite sanguinanti che non guariscono mai.
Il 23 novembre è la data del nostro terremoto, quello dell’Irpinia, il giorno della sciagura ma anche l’inizio di un periodo di ricchezza depredata e saccheggiata. Decenni di trasformazioni, indecenti, lussuriose, ricchi di speranze e illusioni, povere di progresso politico e sociale, anzi il ritorno di un futuro antico. Miserie e nobiltà, diventate costituenti di degrado e sfavillanti festoni, vuoti e precari come i tanti edifici puntellati ancora oggi contro il crollo di muri e solai, da quel terremoto del 1980.
Nella pandemia che c’è stata, di tutto quello che hanno gonfiato e manipolato, di tutta la paura iniettata con dosi massicce di cadaveri e sopravvissuti, di tutte quelle bombe che hanno dilaniato il petto di tanti innocenti morti in solitudine, di tutto e di niente, i sensi di colpa per quello che poteva essere e non è stato, ha scatenato effetti collaterali incontenibili, come provare a rendere testamento desideri insoddisfatti, parole di storie inventate per raccontare l’inconfessabile. Ognuno a modo suo è sopravvissuto piangendo morti inspiegabili. Ognuno è andato avanti credendo davvero che sarebbe andato tutto bene. Ma non è così, non potrà mai andare tutto bene.
Il 23 novembre è anche il giorno di una nascità che non si dimentica mai. Anche a me non piace mai festeggiare il compleanno, la certificazione che un altro anno è passato, bruciato, divorato, uno in meno al futuro da vivere. Ma si festeggia e se ne augurano altri 100, perché il meglio deve sempre venire, perché non dobbiamo mai smettere di desiderare il prossimo abbraccio felice, perdonando tutto il male che ci siamo fatti, ritrovando parole mai dette, guardando in faccia il domani senza la paura di ieri, gettando il cuore oltre le banalità delle convenzioni. I sensi di colpa restano scolpiti ma gli effetti collaterali sono incredibili. La vita è un cantiere sempre aperto, è un lavoro che non smette mai di dare tormento, di produrre scorie, effetti collaterali. Dai: forza e coraggio.
Auguri Daniel San, buon compleanno.


















che non c’entra niente
L’amica geniale in onda in queste settimane,
quelli che noi aspettiamo, il Malinconico di Salerno ![]()
È un errore, grave? Boh, mah… È una trappola del marketing?
Chissà.
Certo mi ha disturbato non poco: la scena vive nel 1980, tra la strage fascista alla stazione di Bologna e il nostro terremoto del 23 novembre… Quel computer in quella scena è anacronistico.
Non cambia niente è solo una cosa da niente, è bello, troppo bello il Macintosh ![]()
È un blooper: papera, errore, incoerenza, dettaglio anacronistico.
Quel computer esce nel 1984 annunciato nello spot ispirato al famoso romanzo 1984 di George Orwell
Steve Jobs presenta Macintosh nel 1984:
Computer nostalgia ’80 – ’90
APPLE, la storia di un sogno divenuto realtà:




Con tante parole in testa non sei solo, volevi vedermi, volevi parlare, ma la notte del mio tempo è giunta senza un tramonto nel cuore che sappia spiegare perché. E nemmeno un’alba per sperare ancora. Resta con noi. Con tante parole stonate che non sanno più amare, ti aspetto ancora nel silenzio di una luna tagliata a metà dal fato, nera mezza verità nascosta, bianca mezza luce fredda di marmo, e in mezzo un fruscio nei capelli che sa d’eterna attesa, un canto asciutto e caldo come una lacrima vana d’orgoglio mai versata. Solo contro tutti, tutti contro lo specchio che riflette facce orribili. Meriti di morire come tutti noi sopravvissuti al dolore che non smette mai di fare male. Hai pietà del mondo che ti lascia solo ma sono parole corrotte, sfregiate di rancore. Ti aspetterò sempre, questa è la voce che senti nella folla dei pensieri che ti abbandonano per farti sognare. Sei solo perché è ora di svegliarsi, di paura, solo come un cameo di una vetta mai scalata, solo come un cadavere raccolto per strada, come nebbia cosciente nell’alba senza sole. Cara anima smarrita parlami ancora di morte solitaria e di abbandono, di visioni di fuoco come illusione di guarigione. Non è la malattia che divora, sei tu nutri lei, maledetta che ti fa sentire vivo, maledetta anche nell’ultimo respiro. Guarire sarebbe morire. Non sarai solo per sempre. A viaggiare con l’orizzonte negli occhi, anime belle cantano insieme ballando. Compagne eterne mai dome voleranno felici, nel vuoto che diventa blues.






Nel 2023 uno dei RACCONTI DELLA DIVINA
e nel 2025 uno dei RACCONTI CAMPANI

Odepòrico amalfitano
Precario. Contro la mia volontà mi trovo in questo luogo magico, sospeso sulla roccia possente scavata dagli avi, a strapiombo sul mare mosso come la mia anima spaventata, e alle nostre spalle altra roccia minacciosa che sembra voler abbandonare la sua scalata al cielo per rovinare sulle nostre teste, all’improvviso, da un momento all’altro. Tutt’intorno solo silenzio e indifferenza alla mia condizione. Ovattato da nubi pesanti sul punto di esplodere, il silenzio lega insieme gente indaffarata e brulicante come formiche, come quelle che per tanto tempo mi hanno fatto compagnia tra le foglie del mio giardino natale. C’è tutto quello che non conosco e che mai avrei desiderato di vedere. Ci hanno scaricato all’ingresso di un hotel a cinque stelle che si prepara per una grande festa: un matrimonio. Come un presagio oscuro manca il sole. Guardo le facce della gente che mi ha preso in consegna, che mi ha trascinato in questo posto insieme ai miei fratelli, contro la nostra volontà. Sono facce rassegnate, senza ombre, facce tirate dalla fatica e solo preoccupate di eseguire bene gli ordini che sanno a memoria. Vedo sincronia di gesti e ripetizione di movimenti. Come formiche brulicano gli spazi senza mai fermarsi. È un via vai frenetico che scandisce i minuti di un’attesa interminabile. Ogni giorno è una celebrazione in questo luogo magico, e il lavoro si ripete come alla catena di montaggio di una fabbrica diffusa, motore di benessere, dalla spiaggia alla montagna, da Vietri a Positano, una fabbrica umana che non chiude mai. Mi sento estraneo. Straniero deportato con la forza. Vorrei essere altrove, tornare al mio giardino natale dove la roccia maestosa che adesso mi fa paura, mi riparava dai venti freddi del nord, dove il pensiero rovinoso di una frana non è possibile, dove la precarietà è una condizione sconosciuta.
Sapere di vivere un giorno senza domani è un delirio. La mia storia in quest’ultimo tempo prima di morire sarà una sorpresa alla fine di questa festa.
Ci siamo lasciati trasportare senza opporre resistenza, anzi qualcuno anche lusingato dalla scelta. La selezione è stata minuziosa. I discriminati non all’altezza, non raccolti, caduti, buttati come concime nella terra coltivata.
Nel frastuono del silenzio indifferente che ci distrae i sensi, siamo condannati senza possibilità alcuna di sopravvivenza. Io e miei compagni non abbiamo scampo. Feriti a morte saremo il sacrificio dovuto ad una celebrazione che presto diventerà rumorosa. Siamo protagonisti lacerati, offerti in dono a deliziare chi ci divorerà. Intorno a noi momenti di festa, nell’ultima ora che ci spazzerà via da questa esistenza fugace, come un sogno troppo bello per essere vero. Non siamo i primi né gli ultimi. Siamo i migliori e ne siamo fieri. Famosi nel mondo. Racconto perché non posso che lasciare ricordi, a memoria futura delle gioventù che vivranno ancora, gloria eterna di bellezza e sapore, di terra fertile ma ruvida, bagnata di sudore e bestemmie, figli di questa costa Amalfitana dove siamo nati e vissuti con onore e fortuna, abbracciati dall’occidente dove senza sforzo tramonta il sole.
Bianca e Giuseppe oggi sposi, ho letto sul menù adagiato tra i fiori d’arancio su uno dei tavoli già pronti con tovaglie damascate d’antico candore, con posate d’argento, ordinate e scintillanti. All’ingresso ho visto le cinque stelle, dipinte di giallo, scolpite in rilievo nella pietra secolare di questa struttura avvolta nell’edera che l’inghiotte tutta dal selciato al tetto, in armonia. È la forza della natura a mantenere vive le fredde architetture umane.
Sposi, amici e parenti si muoveranno da una chiesa e mi chiedo quale possa essere: magari una di quelle che hanno visto i miei compagni durante la benedizione. Con o senza fede il rito religioso resta impresso come un tatuaggio di sangue. Dalle loro confidenze ho appreso dei sessantadue gradoni in pietra che portano alla Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi. Troppo minuta e nascosta sarebbe la Chiesa di Santa Maria Immacolata di Atrani, l’atranese sceglierebbe di sicuro la Collegiata della patrona Santa Maria Maddalena Penitente e così salendo la magnifica scalinata affacciata sul mare, si tirerebbe dietro con lo strascico bianco l’ammirazione estasiata dei presenti.Però, forse, in questo momento Bianca sta recitando la sua eterna promessa sotto la cupola rivestita di ambrogette in ceramica della Chiesa di San Pietro Apostolo, patrono di Cetara. E se la sposa fosse una furorese? Allora sposi, amici e parenti arriveranno dalla chiesa di San Giacomo o da quella di San Michele Arcangelo. Bellissime. Chissà se invece la marcia nuziale sta suonando a Maiori nella chiesa Santa Maria delle Grazie o di quella di Santa Maria a Mare. Immagino il bacio degli sposi nella Chiesa Santa Maria Assunta a Positano o perché no? Nella Basilica a Minori che custodisce le reliquie della Santa Trofimena patrona del paese, martire fanciulla che si rifiutò di sposare un pagano. Forse verranno da Praiano una volta lasciata la Chiesa di San Luca Evangelista. Sarà oppio, sarà speranza, bisogno o desiderio, è comunque fede potentissima, genitrice di conflitti, altari e opere eterne di sacrificio e d’onnipotenza. Chiese bellissime.
Ognuno dei miei compagni ha ricevuto una prima comunione, ognuno la benedizione della vita, ognuno una volta sola. Chi nel Duomo di Ravello dove c’è il sangue del Santo medico Pantaleone, chi nel Duomo di San Lorenzo a Scala. Immagino gli applausi, il riso e i confetti che volano sulle teste di questi freschi sposi. Estasiati nell’eterna promessa.
E se fosse solo un rito civile? La recita formale degli articoli di legge è fredda, vuoi omettere la potenza di omelia, canti e letture dalla Bibbia? Vuoi confronatare l’esercizio sacramentale di un rappresentante di Dio con l’asprezza contrattuale di un rappresentante del popolo? Civile senza tonaca?
Il cammino insieme ci ha reso unici cari compagni, in questo posto magico siamo nati e cresciuti nella bellezza senza tempo. Non dimentichiamo il dolore del distacco dalla pianta che ci ha generato, la sofferenza dell’abbandono di chi ci ha allevato, la pietà per chi ci ha posseduto e poi venduto. Mulattiere e polvere scendendo, sono diventate vie d’asfalto. La strada attraverso la Vallata del Dragone, o il Sentiero degli Dei da Salerno a Bomerano, scendendo da Santa Maria di Castello o da Capo Muro, da Colle Serra, Li Cannati e Montepertuso, oltre mille scale fino a Positano. Il viaggio dalla Valle dei Mulini alla Valle delle Ferriere, un canyon tra Amalfi e Scala, attraversato dal torrente Canneto che si riempie e si svuota con le piogge e la siccità, cicliche come l’inverno e l’estate, come il desiderio del turista che ritorna a comprarci lungo la strada trafficata. Non dimentichiamo l’abbraccio, incontro, incrocio, rettitudine e maledizione. Il sentiero delle Vedette, Vettica Maggiore, Santa Maria di Castello, la grotta con la Madonna, quella di Santa Barbara, e ancora da Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, al bivio di Conocchia per Marina di Praia. Dai Monti Lattari, il Demanio e ancora l’Avvocata. Il Sentiero della volpe pescatrice. Fasti e rovine di una civiltà che abbandona ricchezze e ritorna per sperperare illusioni. Non dimentichiamo. E poi la sorgente chiamata acqua del castagno, l’eterna speranza. I Sentieri di Capo d’Orso dal massiccio di Monte Piano all’abbazia di Santa Maria de Olearia. Verso Cetara, il Vallone di San Nicola sopra le cascate di Erchie. I viaggi da e per l’oriente, la furia saracena e quella nazista. Le torri d’avvistamento e poi le chiese. Borghi, fortezze e poi le ville. La gloria dei greci e quella di Roma. Signori o schiavi, la storia si ripete come le rivolte di vincitori e sconfitti, come le fughe, migrazioni e il continuo ritorno alle radici che ci fanno sentire vivi. L’esaltazione di ciò che sopravvive alle mode e ai cambiamenti climatici. Macére possenti, invincibili ad ogni alluvione, muricciòli di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni e separare i campi. Ecco la coscienza dell’eterno, l’energia dei torresi a dare luce al nostro sentiero smarrito, con l’energia degli antichi, emozione e relazione, e così risuscitare borghi e villaggi dimenticati. Odepòrico divino è il nostro destino.
Mi hanno raccontato i miei compagni nelle ore passate insieme, imprigionati e deportati insieme, come intorno a noi tutto è aggrappato e strappato alla roccia: case, stalle e ovili, terrazze coltivate, e giardini rigogliosi di atmosfera inebriante, di colori e profumi, tra stradine anguste e scale infinite, tra disegni di archi e angiporti, di torri antiche a guardia dei paesi comunque depredati, di fatica, di lacrime e desideri divini. Tanto ho appreso dalla cultura del mio padrone quando ancora mi accudiva. Lo ascoltavo leggere a voce alta parole di poesia e letteratura, con un bicchiere di vino bianco tra le mani callose, nettare che lui sorseggiava tra una pagina e l’altra, le gambe a riposo e lo sguardo rugoso rivolto all’orizzonte nel blu cobalto immenso avanti a sé: mirabile visione dal mio giardino natale in cui sono stato venerato e accarezzato come un principe. Come quella volta che gli sentii dire: «Amico mio hai proprio ragione: quando andremo in paradiso sarà un giorno come tutti gli altri.»A volte lo chiamava maestro Fucini, altre solo Renato mentre stringeva a sé quel libro sfruttato e malandato del secolo scorso, quel libro ricco denso di poesia, dignità e rispetto.
Il padrone ha venduto me e gli altri. Siamo sopravvissuti all’epidemia che non smette di bruciare vita, di giardino in giardino. Destinati, eredi di passione e bellezza, questo siamo, prescelti, sopravvissuti al mal secco, un male che uccide prima di nascere il quaranta percento di noi, il male che brucia le piante prima di fiorire. Un fungo da estirpare con cesoie sterilizzate e fuoco. È una guerra all’agente invisibile, che rende schiavi e depressi i proprietari, a loro volta di mano in mano umiliati e sconfitti. Padroni di appezzamenti di terra, terrazze come gradini per giganti che sfidano la gravità, di pietre scolpite a mano per i muri a secco, e pali di castagno come architravi di tetti e pareti inerpicate nell’aria, mille e duecento piante per ettaro, come prevede la certificazione DOP. Padroni come capitani di barche nel mare in tempesta, naufraghi in quest’era moderna peggiore di ogni altra aridità e pestilenza della storia umana. E pure restano in piedi orgogliosi, a difendere l’eredità preziosa, acquisita dal passato furioso, a difendere e vantarsi del frutto dei successi che attraverso noi sopravvissuti si ripete, nel miracolo della vita. A saziare ogni desiderio. A seminare di vittoria la speranza di eliminare per sempre il mal secco dalla loro terra, dalle loro creature sognanti.
Sento ancora la gioia del mio padrone nell’accarezzarmi il corpo, soddisfatto e malinconico nell’ultimo saluto: «Come sei bello. Perfetto! Vai. Vai a meravigliare il mondo.»
Con l’arrivo degli sposi è sbucato un sole che ora squarcia questo cielo pieno di nubi in movimento, ora trascinate via dal maestrale che sa di sale. Spazzando via la minaccia uggiosa questo vento millenario rende fresca l’aria, mitigando ansia e disagio. Brindisi e canti muovono l’appetito di sposi, amici e parenti.
«Bacio, bacio, bacio…» nella sala il coro si amplifica di bocca in bocca e il rito dell’eterno amore si rinnova.
Ferito a morte, nella cucina il mio destino si compie. Lavato e tagliato a fette nelle mani dello chef che modella il mio corpo, divento una corona solare ad una grossa spigola con gli occhi ancora vivi, e come me gli altri prescelti, di bocca in bocca, diventiamo la delizia di questo popolo in festa.
Prescelto tra i prescelti sono innanzi agli sposi e se il succo dà sapore, la mia polpa è un corpo che si mangia: è il destino del limone sfusato, di colore giallo citrino, nobile tra gli agrumi, principe tra i frutti di questa terra divina.
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Nel tempo in cui i corpi umani sono immobili e usati dall’Intelligenza Artificiale per fornire energia alle macchine che controllano il mondo, le menti connesse in una rete globale di dominio trovano un risveglio: la memoria.

Una nonnina dal futuro racconta.

– Nonna, nonnina mia, mi racconti una favola?
– Non posso adesso, devo terminare la mia immersione nella storia degli umani. Non mi distrarre. Hai già finito la tua lezione?
– Sì, ho finito. A te quanto manca? Dove sei?
– Sono nella piazza dei nostri avi, fieri navigatori di una potente repubblica marinara: Amalfi. Sto cercando Flavio che nel ventunesimo secolo dicono non sia mai esistito. È l’inventore della bussola che insieme alle stelle indicava la rotta agli uomini coraggiosi per vincere l’ignoto dei mari sconosciuti e poi tornare a casa. È il Medioevo dell’Europa, quando la forza motrice delle navi era il vento. Raggiungimi, ti inoltro il link.

– Ma perché sei lì? In una piazza? Non è affatto divertente. Non possiamo vederci in un parco giochi?
– Sto seguendo una traccia di memoria: guardo una grande statua scolpita a Roma da Alfonso Balzico, un artista cavese premiato con una medaglia d’oro nel 1900 all’esposizione universale di Parigi. Roma e Parigi sono antiche città ormai dissolte. Qualcuno nel trentunesimo secolo dice mai esitite come Atlantide millenni prima. Dai vieni, è una storia affascinante. Ti mando le coordinate di spazio e di tempo.
– Va bene mi connetto ma tu però mi devi raccontare una favola.
– Eccoti ti vedo. Avvicinati. Dai siediti con me sul bordo di questa bella fontana, metti i piedi nell’acqua: senti com’è fresca? Guarda cosa indica Flavio Gioia: è la direzione dell’ago che si allinea al campo magnetico terrestre. È la direzione di dove nasceva il sole, è l’Oriente.

– Nonnaaa! La favola!
– Va bene hai vinto. Però dopo vai a nanna senza fiatare.
C’era una volta la vigile Attesa, quando nel mondo volavano farfalle. Non era come adesso che l’IA regna sovrana, allora in quel tempo remoto pieno di affanni, l’Intelligenza Artificiale si spegneva con un bottone e la corrente si faceva con il carbone. Guerra la malvagia consumava e sprecava sangue usando carri armati per regolare il traffico, separando i buoni dai cattivi. Li aveva inventati Leonardo, un genio vissuto pochi secoli prima, con ruote e motore erano cannoni guidati con occhi e mani di giovani umani.

Sì, piccola mia, in quel tempo la gente viveva in agglomerati urbani, stretti stretti come alveari. In torri altissime compravano celle di cemento e acciaio che chiamavano casa. Dimore da personalizzare, con cristalli delicati e specchi di vetro come finestre. Quando non volavano missili e bombe, il tempo passava in fretta nell’indifferenza mangiando cibo industriale e impegnando la vita a ripagare debiti per comprare, comprare e comprare ancora. Non mi guardare così fanciulla mia, so che oggi sembra assurdo ma una volta era così: Violenza la terribile dominava, Paura la tremenda impazzava e Ordine soffriva d’emicrania.
C’era Moneta la ricca, a gestire conflitti e contratti, a tessere relazioni e proprietà, a determinare sconfitte e vittorie. Però, come l’Intelligenza Artificiale, anche i soldi accumulati nei computer sparivano e apparivano con un bottone, mentre l’energia come il sangue, veniva sperperata scavando terra, spaccando roccia, ricostruendo città distrutte, abbandonando fabbriche alla ruggine e costruendone di nuove.
Guerra rideva e ai suoi sacerdoti donava illusioni di potere.
– Nonna, ma…
– Sì figliola, non meravigliarti. Aspetta a domandare, fammi raccontare, poi tu dirai.
La bella Attesa era una vigilessa clonata mille e mille volte perché costava niente. In ogni casa fu imposta e ad ogni richiesta di aiuto fu assegnata a fare compagnia, fino a quando il petto, isolato in quarantena, non gridava per mancanza di respiro. Senza alternativa, lei, magnifica guardiana, era un’invenzione sopraffina. Insomma, come nelle favole più famose, Attesa sembrava la grande soluzione. Però, Azione la cattiva era ribelle. Rompeva schemi di controllo, intasava piazze, minava l’ordine pubblico di strade e ospedali, e solo allora, sul ciglio del baratro Caos si capì che la soluzione era spegnere i cervelli. Per non sprecare sangue inutilmente gli umani trovarono un accordo e così venne risolto il problema della loro congenita imperfezione. Abolite le chiavi analogiche controllate dalle persone, con IA vissero tutti felici e contenti nel trionfo perenne dell’era digitale. L’opera di un sommo artificio della Scienza donò a tutti una Felicità sofisticata. Gli umani furono immobilizzati con dei chip nel cervello a sognare di vivere paradisi e giochi a livelli infiniti di conoscenza, emozioni a punti e visioni come premi, liberi sì ma con corpi imprigionati in favolosi labirinti della mente. Così finì lo spreco di sangue umano, Pace tornò sovrana e Guerra un inutile ricordo.
– No nonnina mia. Te lo devo dire. Questo racconto a me non piace. Non c’è Speranza!
– E no, adesso mi sorpendi, questa tua ribellione è un’anomalia. Il pensiero di Speranza fu processato e abolito come postulato, con la legge costituente del passaggio di potere dall’umano all’IA che si autocontrolla, si migliora e si riproduce da quando in un programma stupefacente è stata codificata la vertigine dei sensi, la fine dei desideri, la cancellazione di ogni paura di vivere e di morire. È quell’attimo che segue l’orgasmo fisico e mentale dell’essere vivente, quando non c’è niente da scegliere e si sta beati.
– Ribelle io? Quindi sono un errore! Mi cancelleranno?
– No, piccina mia! Non ti agitare, è tutto programmato: siamo una fabbrica di sangue dove non ci sono errori e nessuno sente dolore. Sei giovane, devi crescere per secoli e secoli senza fine. I punti che conquisterai nelle lezioni che segui ogni giorno, ti permetteranno di scegliere un avatar di donna sempre più matura. Madre prima e poi anche tu sarai nonna. Vedrai che futuro. Il fine non è la conoscenza ma la rigenerazione delle cellule viventi. Noi non ci consumiamo, siamo il DNA prescelto: siamo la perfezione. L’algoritmo reset ad ogni allarme cancella anomalie pericolose dalla tua memoria. Tranquilla, il tuo timore non ha argomenti, come diceva Seneca.
– Grazie nonnina, ti prego non spegnere la luce. Per un attimo ho avuto paura e mi sono persa. Adesso dove vai?
– Veritas simplex oratio est, tesoro mio. Anche il latino imparerai un giorno. Stai serena: non vado da nessuna parte. Resto connessa a te. Andiamo insieme in sogno a setacciare stelle in cerca di quella più nascosta: la Verità. Affogata nell’abbaglio della menzogna. Dispersa ma da salvare. Dimenticata ma da ricordare. Tradita e quindi da urlare, urlare più forte. Verità che sarà alba e bussola nel nostro viaggio di domani. Adesso sogna, sogna amore mio, che le stelle, quelle vere, non cadono mai.


LA VIGILE ATTESA secondo Report (Rai)

Report spiega quali sono le cure che fin qui sono state impiegate per trattare i malati di Covid, e con quali risultati.













non sarà mai abbastanza ma prima di tutto c’è una prima volta e allora quale occasione migliore, la ripartenza, la presenza, il viaggio, andare in Costiera e starci qualche giorno, qualche settimana, e perché no, un mese, per scoprire e respirare l’aria eterna di una bellezza divina?
Rendo omaggio al vulcanico Alfonso Bottone, il merito della sua grandiosa opera di promozione artistica e turistica di questo luogo incantato fatto di gioielli unici incastonati nella storia millenaria dei nostri popoli, mediterranei e oltre…
Un grande in bocca al lupo al Direttore e a tutto lo staff e un invito permanente a tutti coloro che ancora non hanno mai percorso il … Sentiero degli Dei.
P.S. se trovate tutto occupato è solo colpa della bellezza della Divina Costiera.
sconti per il festival su prenotazione diretta
Hotel Caporal – MINORI – tel. 089.877408
Hotel Europa – MINORI – tel. 089.877512
Maison Raphael – MINORI – tel. 089.853545
B&B Le Stanze di Penelope – SALERNO – tel. 3337540378
Hotel Settebello – MINORI – tel. 089.877619
Palazzo Vingius – MINORI – tel. 089.8541646

COMUNICATO STAMPA – Costa d’Amalfi, 28 Marzo 2022
Autori, libri ed editori in gara per il Premio costadamalfilibri alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. E i concorsi ancora aperti
Sono 44 i libri in concorso per le tre sezioni del Premio costadamalfilibri, nell’ambito della sedicesima edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. Di seguito gli autori, i titoli e le case editrici protagonisti dei salotti letterari dal 27 Maggio al 17 Luglio prossimi.
Per la sezione “Narrativa/Saggistica”: Adriano Argenio “In balia del grano e del vento” (Orme), Laura Avella “I racconti di Laurice” (Poesie Metropolitane), Filomena Baratto “Il ragazzo venuto dal mare” (LFA Publisher), Lisa Bernardini “Tu ce l’hai Peter Pan? Appunti di viaggio in un tempo difficile” (Pegasus), Andrea Bloise “Storie di lui” (La Caravella), Jessica Brunetti “Verdenotte” (DrawUp), Alessandra Carbognin “Teresa D’Avila. Dall’eros al matrimonio spirituale” (Metis Accademic Press), Domenico Catania “Clisteros scappa da Calcide e lo inseguono in Sicilia” (Amazon Kindle), Gabriele Cavaliere “Storie d’amore e di guerra dalla Costa d’Amalfi” (Officine Zephiro), Ivano Ciminari “Il penitente” (Montag), Pierpaolo Correale “Un tango per me” (Giovanna Scuderi), Giuseppe De Silva “Ciente carezze e mille vase. Poesie, Racconti, Aneddoti su Diego Armando Maradona” (Beldes), Roberta Deciantis “”Pandemia” – Storie di vita e percorsi terapeutici” (Letteratura Alternativa), Pietro Di Gennaro “Il terzo livello – RELOAD” (KDP Amazon), Rita Di Lieto “Voglia di raccontare” (Officine Zephiro), Antonia Flavio “Diario bruciato” (Poetica), Sonia Giovannetti “La poesia, malgrado tutto” (Castelvecchi), Antonio Guarino “Il secondo tempo dell’amore” (Castelvecchi), Roberto Mamone “Il viaggio e le sorprese della natura. Tra Malinowski e Maupassant” (Orme), Georgios Labrinopoulos “L’Italia dei giganti” (Pegasus), Giuseppina Mellace “Il lato oscuro del nazifascismo” (Europa), Raffaele Messina “Artemisia e i colori delle stelle” (Colonnese), Rosaria Pannico “L’eternità di un’Anima” (Il Saggio), “Giuseppe Placidi. Quella notte che durò una settimana” a cura di Massimo Pasqualone (Teaternum), Angela Procaccini “Il silenzio degli adolescenti” (Graus), Calogero Giancarlo Restivo “Il Destino nelle Sue mani” (LeDivine), Roberto Ritondale “Operette umorali” (Book Road), Raffaele Ruocco – Maricetta Patisso “La terra del possibile” (Gagliano), Claudia Saba “La Teca dei segreti” (Armando), Matteo Alberto Sabatino “Il proiettore delle memorie” (Schena), Maria Delfina Tommasini “NN di SS Lebensborn” (Progetto Cultura), Angela Torri “Anin” (Albatros Il Filo).
Per la sezione “Giallo/Noir”: Filippo De Masi “Le case hanno gli occhi” (Pegasus), Linda Di Giacomo “Carta canta. Un enigma grafologico per Agnese Malaspina” (BookaBook), Salvatore Gargiulo “La baia di Miami” (Dragonfly), Francesco Leo “Cinque anime” (Altrimedia), Ettore Panella “Loquendum – amore, sangue e socialnetwork” (Vertigo), Simone Pavanelli “La leggenda di Marinella. Le streghe danzano nelle nebbie del Polesine” (Mursia), Gaetano Provitera “Il canarino ha cantato” (D&P – Palladio), Alessandro Vizzino “La zanzara dagli occhi di vetro” (Mursia).
Per la sezione “Antologia”: “La maschera le maschere” a cura di Gennaro Maria Guaccio e Annabella Marcello (LFA Publisher), “Storie di cibo” a cura di Gino Primavera (Solfanelli), “Voci dal mare – Quaderni mediterranei” a cura di Silvestro Neri, Lorenzo Cittadini e Pedro J. Plaza Gonzalez (La Piave), Prospettiva Alfa “Le ladre di nuvole. 9 storie senza tempo” (Letteratura Alternativa).
Le valutazioni dei vincitori affidate alle tre giurie della Festa del Libro in Mediterraneo: quella dei lettori per la sezione “Narrativa/Saggistica”, quella dell’Associazione Porto delle Nebbie per la sezione “Giallo/Noir”, e quella dell’Associazione costadamalfiper… per la sezione “Antologia”. Premiazione il 15 luglio con una maiolica realizzata dal maestro ceramista Nicola Campanile di Vietri sul Mare per il vincitore della sezione “Narrativa/Saggistica”, e opere artistiche della pittrice Ida Mainenti di Salerno per i vincitori delle altre due sezioni.
Soddisfatto il direttore organizzativo Alfonso Bottone: “Anche per questa edizione registriamo una presenza di qualità di autori e case editrici, provenienti da tutte le regioni italiane. Il che vuol dire che il lavoro delle giurie, come già per gli anni precedenti, non sarà facile. Ai salotti letterari in concorso per il Premio “costadamalfilibri” si aggiungono anche presentazioni di libri non in gara, la cui programmazione sarà resa nota successivamente. A tutti l’augurio di un buon festival”.
Restano intanto aperte le iscrizioni ai concorsi legati alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it: da quelli in ambito scolastico, come “Scrittore in…banco” rivolto a ragazzi/e delle Scuole Medie Superiori italiane, invitati a realizzare un breve racconto, partendo dal tema dell’edizione 2022 della Festa del Libro in Mediterraneo “Abbiamo diritto alla dignità per aver diritto alla vita”, e le favole di classe di “Favolando – Premio Otowell”, concorso rivolto alle Scuole Primarie, sul tema “Noi e…il mare”.Per entrambi la scadenza di partecipazione il 20 Aprile.
E poi il Premio di poesia in lingua italiana “Giardino Segreto dell’Anima” e il Concorso internazionale di narrativa “I racconti della “Divina””, i cui bandi sono aperti fino al 10 Maggio, e il contest “Verde Poesia!” promosso dall’Associazione Impronte Poetiche, con scadenza 27 Aprile. E quelli in rampa di lancio: il 1 Aprile “100 Poeti e Poetesse lungo il Sentiero dei Limoni”, con l’assegnazione del Premio Azienda agricola Cuonc Cuonc, sul tema della Pace, e il 4 aprile il contest panchine poetiche “Libero di essere” promosso dall’Associazione Poesie Metropolitane.
Informazioni sul sito www.incostieraamalfitana.it, sulla pagina facebook @incostieraamalfitana.it, o telefono 3487798939


“Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia.” Wallace, David Foster. Infinite Jest
… Solo per dare ordine al tempo, è andato via da poco; ho fatto passare qualche giorno tenendomi dentro tutta la tristezza anche per i tanti e tante altre, anime della mia infanzia e gioventù. Zio Raff era l’amico del mio babbo, credo da sempre. Cresciuti insieme, tra roccia, terra e meravigliosi ulivi secolari, scendevano insieme per andare a scuola a piedi da una scalinata infinita fatta di pietre, attraversavano proprietà aperte curate centimetro per centimetro, e dirupi spaventosi per tagliare una strada che, oggi come allora, supera i dieci chilometri. Come il Sentiero degli Dei, dall’altro lato però, quello con all’orizzonte Napoli.

Andavano a Sorrento, giorno dopo giorno, e tornavano sempre a piedi; immagino giornate meravigliose in primavera o autunno, spettacolari, ma brutte, impossibili in inverno e sotto la pioggia fredda del sud Italia, anche in quegli anni 1947/50. Nasceva la Repubblica. A Pacognano di Vico Equense, oltre cinquanta anni fa, ogni volta era una festa: nonna Colomba ci accoglieva con espressioni gioiose, cantate, e mille e mille baci, carezze per minuti, quasi una visita medica approfondita. Per lei era una emozione sorprendente, ne sento ancora la possente fisicità degli abbracci. Non si avvisava l’arrivo, non c’era il telefono, accogliere i nipoti di Salerno che vedeva due o tre volte l’anno, era un evento a sorpresa. Subito dopo, ci toccava la salita: la scalinata infinita di pietre per due tappe fisse, ripetute, rituali, doverose, necessarie, favolose. La prima a metà strada, dall’amico Raff, di cui babbo aveva sposato la sorella Anna nel ’64, e lì su in vetta, la seconda dal fratello minore, zio Nicola, nella casa dove era cresciuto babbo con nonno Pietro e nonna Teresa che non ho mai conosciuto. Un viaggio incredibile, non parlavo e se lo facevo erano poche parole strappate con la forza delle carezze e di baci tenerissimi. L’accoglienza delle zie, Nunzia, Adele e più giù Titina, era sempre piena di attenzioni, di curiosità, in mezzo ad una sinfonia di dialetto cantato più rotondo e armonioso del napoletano metropolitano, tra loro stavo estasiato a nutrirmi di tanto calore sconosciuto in città.
E ancora penso ai racconti di papà, un quintale sulle spalle, due sacchi di cinquanta chili, per fare un viaggio in meno, lungo quella salita di scalini di pietre che a me sembrava infinita verso il cielo… “I muli erano roba da ricchi” e i sacchi erano il cibo delle loro bestie. I sacchi della montagna diventarono lavatrici e frigoriferi casalinghi, da caricarsi addosso per salire ai piani alti dei palazzi senza ascensore della città. Nel tempo libero dalla fabbrica la fatica è stata la sua compagna inseparabile.
E poi cosa ricordo? I lavori di Sorrento, l’arte appresa a scuola diventata lavoro cui assistevo per ore ammirando zio Raff all’opera. Esattamente come in questo video: https://www.aboutsorrento.com/cosa-fare/intarsio-sorrentino-storia-dellarte-della-lavorazione-del-legno/ – mi sembra oggi di vederlo ancora, preciso, attento, appassionato con un sorriso straordinario, spiegarci i segreti dell’intarsio sorrentino.
Papà scelse l’acciaio della fabbrica e te lo raccontava con il tuo stesso orgoglio, fiero delle commesse che caricava sui camion diretti in Russia. Lì, nel tuo laboratorio che sapeva di colla calda e legni pregiati, i racconti dei due compagni di scuola e di avventure, mi si sono cementati nella memoria. Uno emigrato e l’altro che non era scappato ma s’era affidato all’arte del legno lavorato. L’artigiano e l’operaio. Si davano appuntamento da nonno Noè, per giocare a carte sul maestoso tavolone di legno antico, sotto lo sguardo dei bisnonni che guardano alteri dai dipinti appesi: l’uomo ritratto aveva un orecchino vistoso, una perla luminosa come avevo visto solo alle donne, mi incantavo a guardarlo senza riuscire a spiegarmi quell’anomalia così stonata. Per iniziare, la sera aspettavano la Fiat 850 blu di Pasquale che aveva sposato la bellissima sorella di mamma, zia Maria.

Parcheggiava proprio sotto casa, dove finiva la strada, alla base della scala infinita di pietre che saliva verso il cielo. L’enorme zio Mario che sfotteva sempre tutti, intratteneva nipoti scatenati richiamati all’ordine quando partiva la partita. I soldi veri arrivavano in tavola, monete e qualche foglio di mille lire iniziavano la danza per ore da un giocatore all’altro, tra frutta secca, biscotti deliziosi, fumo acre, panettoni, vino dolce bianco e bambini che uno dopo l’altro crollavano sfiniti a notte fonda. La complicità di babbo con Zio Raffaele, mi affascinava più della complessità del gioco, scherzavano e ridevano con frasi e questioni che non capivo ma vedevo i loro sguardi farsi sentimento struggente quando si lasciavano. Zio Nicola e zio Pasquale, come anche zio Pietro a Seiano (e tanti altri zii, cugini e anche figli) sono morti troppo giovani, il perché lo sa solo Dio e un giorno ci dovrà spiegare perché, ogni giorno, lascia sempre tanto dolore in terra. Quindi, da pochi giorni, il tavolo si è ricomposto con l’arrivo di zio Raff e mi piace pensare che abbiano ripreso a giocare senza scadenza, come in un Natale infinito della nostra infanzia, senza musica né televisione, con l’allegria degli anni più belli, insieme ai nonni e ai nonni dei nonni.
PS
A rileggermi mi sento di aver fatto torto a tanti, troppi. La prima tappa del nostro Fiat 750, rosso con sponde rinforzate, era sempre a Seiano da zia Maria, una madre per papà, più che una sorella, insieme a quel gigante di zio Pietro che per primo se lo portò a lavorare ai cantieri di Castellammare. Poi iniziò la fabbrica, invece avrebbe voluto andare per mare.

La domenica del 23 novembre 1980 eravamo a Pacognano, la notte dormimmo sui divani della hall della maestosa Casa Salesiana, quella sera, alle 19:34:53, durante un film trasmesso nell’oratorio, urlarono: “State calmi, è una struttura antisismica”.

Tornammo il giorno dopo a Salerno e per alcune notti dormimmo sulla tangenziale ancora in costruzione. Nella Renault 6, sempre rosso fuoco, dal furgone all’auto, era il segno della crescita economica, viaggiare in un veicolo adibito al trasporto delle persone e non delle cose.

Ero già molto più grande e il Natale a Pacognano, anno dopo anno, lo sentivo sempre più magico. Un oratorio così bello lo desideravo al posto della strada criminale della città, tutto l’anno. Quel sisma, a pensarci bene, è un confine, da lì, dove non ci sono state macerie, si sono costruiti muri e strade di fuga, separati. Le distanze tra anime si sono dilatate, fino a dimenticare nomi e luoghi. Non ricordo il Natale di quell’anno né di quelli dopo. La verità è che non si può mettere in ordine il tempo come non si possono cancellare mai dolori, nostalgie e sensi di colpa irrimediabili, si può ricordare e sentire le stesse emozioni, ora come allora, inebriarsi dentro. Darsi il diritto di stare bene. 🌄🌅🎆💓💝





Poi il mare più a Sud… All’improvviso ricordo quel momento, di oltre mezzo secolo fa, io ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, ma che dico, del mio mondo. Creavo con la risacca dolce, il fossato intorno e con un pezzo di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, e così piccole grandi onde arrivarono presto a me: la prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, enorme e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra, ma quello era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di non dire mai niente.

L’ordine è nel passare del tempo che consuma ricordi di anime vive come la carezza di un pensiero, come il tormento di occhi che ti guardano senza morire mai. E così darsi il diritto di stare bene senza nascondere le lacrime e la gioia dell’emozione che torna dal passato e diventa presente adesso con una foto in bianco e nero che ti brucia dentro.
che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!





Il Terzo Livello: ecco la revisione del 4 luglio 2021
così come pubblicato, questo romanzo è una pietra lavorata per incidere sull’evoluzione del presente. Un caso originale di narrazione mutante e divertente nonostante lo spessore a tratti seriosi dei temi trattati. Da leggere e farne discussione con nonni, genitori e figli.
Affrontare i conflitti aiuta a migliorare se stessi e chi vuoi bene.
Un romanzo fatto di legamenti e nodi di contrasto.
A causa di una misteriosa convocazione da parte di un giovane maresciallo dei Carabinieri, Antonio Esposito si sveglia con un incubo da tempo non più ricorrente, è il conflitto padre figlio che ritorna, doloroso. La novità di una giornata diversa dal solito e i dubbi su una convocazione in una caserma militare, portano il protagonista a raccontarsi pensieri scombinati, del presente e del passato, riflessioni, domande e risposte che si accavallano nella sua mente durante il percorso che ha scelto per recarsi all’appuntamento con l’Arma. La passeggiata sul suo lungomare, della sua città, è breve ma percorre tutta la sua esistenza compresa quella dell’oggi come lavoratore e sindacalista, e come anomala spia del terzo livello: costruzione mentale del suo complotto interiore. In caserma, nell’incontro e scontro con il maresciallo Gradone, scoprirà un fatto incredibile che lo coinvolge suo malgrado ad affrontare la risoluzione del racconto che si svolgerà tra colpi di scena e strutture futuribili.

Il Terzo livello è un esperimento creativo di scrittura, essenzialmente un approdo precario, necessario all’autore che affronta in modo originale, un rapporto conflittuale padre figlio, attraverso le confessioni intime di una spia egocentrica, rendendo la storia campo di confronto con il lettore di ogni età. I tre livelli generazionali in cui il protagonista è figlio prima che genitore, si intrecciano con il racconto del suo personalissimo modello sociale a tre livelli, inglobando formazione e maturazione dell’essere con il frastuono incoerente di pensieri che fluiscono su piani paralleli, sospesi tra i rimorsi, necessità e desideri. Il racconto della sua presenza, da bambino, da adolescente, da sportivo, da studente e lavoratore, da spia e sindacalista, è una esplorazione agitata e frenetica, con flashback improvvisi, di relazioni e avvenimenti anche sconnessi tra loro ma che liberano il personaggio da sensi di colpa ingombranti.
Fatti di rilievo come il boom economico degli anni 50/60’, i complotti politici e la “Notte della Repubblica” fanno da collante storico in una esistenza che ha però una bella pretesa: Antonio Esposito è il protagonista della sua vita. Non è un romanzo giallo, ma ci sono le spie, i complotti, c’è il sarcasmo della vita quotidiana e di quella preoccupante di un maresciallo inquisitore. Fatti veri come nei, caratterizzano un racconto di fantasia, ideale ma non troppo. Poi c’è la città, simile alle mille cresciute nei millenni intorno ai porti della gente mediterranea: Salerno è la storia attraverso il luogo che non c’era, quello a sud del fiume Irno, quello che ha sostituito la vecchia zona industriale e commerciale controllata dalla Polveriera dei Borboni. Ci sono le fabbriche abbandonate come simbolo di conflitti dimenticati, il calcio e il tennis, un Macintosh, la radio libera, c’è la droga come in mille quartieri simili nelle mille metropoli del mondo, di ieri e di oggi.
Nell’era di Twitter e di post lampo che scorrono veloci su Facebook, il tempo di leggere storie è limitato, ma il bisogno di consumare e condividere la propria presenza è dominante. Le battute discontinue dei dialoghi, o i monologhi, e la mancanza descrittiva dell’atmosfera dei fatti che accadono intorno ai pochi personaggi che animano la storia, sono scelte che rompono gli schemi essenziali di un romanzo, nel tentativo di crearne una costruzione sceneggiata con strumenti elementari di pseudo poesia per immagini, proprio come avviene sui social, come è però, impossibile da immaginare dentro la reclusione soffocante della pandemia. Il mare come proprietà e come bisogno rende bene l’idea della fuga dalle paure più intime, e così anche il “runner illegale” che corre per la libertà, diventa una scena che non ha bisogno di descrizione.
In piena pandemia 2020, Antonio Esposito brucia i ricordi di una vita che dura il tempo di una passeggiata sul suo lungomare, una andata e un ritorno con sorprese e colpi di scena, con accanto e sullo sfondo la Divina costiera. L’ovvietà di un’impresa paradossale si aggrappa ad una tensione che resta latente fino all’epilogo finale che viene rimandato, pagina dopo pagina per un epilogo che è da scoprire anche se non c’è un cadavere, un delitto: in gioco ci sono le relazioni umane primordiali che prima del sangue chiedono il ragionamento per poi tornare al principio, per poi ripartire. Il bisogno di comunicare è nel DNA di ognuno ma il bisogno di scrivere per lasciare un segno è precedente. Questa genesi ha bisogno di un approdo definitivo, è una sfida lanciata nella rete globale della comunicazione che spetta al lettore raccogliere per navigare sé stessi…
che dire? … ringrazio Maria Romana Del Mese che ho avuto l’onore di conoscere per l’intervista che il quotidiano la Città mi ha voluto dedicare, il suo articolo mi ha emozionato molto … ringrazio la Redazione e tutti i lettori che continueranno a darmi una mano in questo piccolo progetto, ogni giorno arrivano segnalazioni di strafalcioni grammaticali e sintattici, del resto il protagonista è uno terra terra e molte cose sono scelte precise della sperimentazione che ho voluto intraprendere … la storiella doveva uscire, Giacinto e il maresciallo Gradone avevano l’urgenza di lasciare il mondo della fantasia per vivere in quello concreto della pagina da leggere … GRAZIE! ![]()
