Angela Elvira e Gilda

Donna complicata si nasce o si diventa?

Ho letto:

Plurale di Angela Torri

Carmela in libertà di Elvira Rossi

La ragnatela di Gilda Policastro

Testi pruriginosi per gli uomini e urticanti per le donne? Sarebbe solo un gioco scatologico a caccia di like per amicizie infide e per editori terra terra. Ieri sera mi è piaciuta molto quella battuta di Isabella Ferrari nel film Confidenze tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Vado in quella memoria breve che mi cala con velocità impressionante. Non ricordo nemmeno il nome di quel personaggio. La bella editrice dice più o meno così: se uno ha un messaggio per il mondo non me ne frega niente, ma se ha del torbido dentro gli faccio scrivere un romanzo. Beh, Starnone, un altro autore che devo leggere assolutamente. Ma torno in me e a quello che volevo dire.

Forse sono storie pruriginose per gli uomini e urticanti per le donne. Invece è letteratura. Le protagoniste di questi tre romanzi sono donne che raccontano dimensioni diversamente conciliabili della vita di una donna. Inconciliabili non solo tra le tre opere che ho letto e che ovviamente sarebbe un pensiero logico vista la diversità dei temi trattati e dello stile di scrittura: ognuna unica e differente, come ogni donna sa e vuole essere.

Angela, Elvira e Gilda trascinano il lettore nelle fratture archetipiche della formazione di una donna e hanno l’ambizione di lasciare un segno che non si dimentica. Ci riescono perché uguale e indistinguibile è la loro capacità di domare il grande senso di colpa che le accomuna e le tormenta. O almeno è ciò che io vi ho letto nelle loro pagine: non perdonano se stesse per quanto non hanno saputo governare le trasformazioni della loro esistenza, per quanto non hanno saputo osare intervenire per modificare gli eventi fondamentali della loro maturazione, per quanto siano state troppo spettatrici più che protagoniste sul palco della vita.

Il perdono, non posso sapere se parzialmente inconscio o parzialmente voluto, è sospeso nella scrittura, trascende nei personaggi ed arriva con profonda e possente liberazione del più intimo e del più privato del loro essere donna e sanno loro se finzione o realtà.

Ecco, uso il perdono con sostanza di sineddoche potenza per provare a seguire il fiume delle mie emozioni che scorre nelle profondissime forre della loro volontà. Forse il mio è un abbaglio e altri lettori sapranno dire meglio di me cosa è oggettivo e cosa è soggettivo in queste storie che catturano e danno piacere, quel piacere profondo di invadere un personale emotivo e passionale di quella dimensione multidimensionale così complicata, luminosa e scura, rabbiosa e delicata, di cui solo una donna può dare l’illusione di rappresentare. Aprono una porta e si spalanca il mondo femminile, di una ragazzina, di una adolescente, di una donna adulta che racconta come da Eva in poi Adamo non ci capisce una mazza.

Una volta il personale era politico e doveva essere argomento di dibattito. Oggi l’intimo personale è tutto privacy e gelosamente nascosto se non occultato da menzogne e trucchi estetici di dialettica, di immagini ritoccate, finanche manipolate dall’intelligenza artificiale e con infinite manfrine di flame tipiche dei tribunali popolari che infiammano il web di vacuità e mai di realtà. Sostanza del niente mi viene da dire, con l’evidente paradosso però, che con i social tutto sembra essere mostrato e raccontato giorno per giorno. La terra di mezzo la lascio volentieri ai frustrati signori degli anelli, infatti le vere signore volano con ali pesantemente reali altro che fantasie volgari mercificate dal ricco mercato sessuale senza amore.

Ecco una citazione per provare a farmi capire prima di tutto da me stesso: perché la nostra magia è la letteratura che ci permette di sviscerare verità anche da budelli di cadaveri che giacciono nei cimiteri delle biblioteche.

Da Piove all’insù di Luca Rastello (2006):

“Considerata l’incomunicabilità dei rapporti fra compagni e compagne, stasera ci siamo tirati una sega”

Queste scrittrici, con questi tre testi ci regalano una visione complementare e poliedrica dell’universo donna che nel corso del secolo scorso e in questo primo scorcio che stiamo vivendo, stenta a potersi definire completa realizzazione di libertà, di autodeterminazione e consapevolezza di una forza che non basta mai. La sconfitta e l’arretramento sociale nei confronti delle donne è palese e sembra assurdo come in tante occasioni siano proprio le donne a non allearsi ma addirittura a combattersi, a competere quando dentro continuano a franare certezze facendo vincere tormenti irrisolti celati con destrezza e furbizia.

Angela, Elvira e Gilda non sono donne comuni perché nessuna donna lo è, perché ognuna è complicata a modo suo. Sono donne che parlano all’umanità e conoscono bene tutta la femminilità più intima che riescono a confessare toccando quelle corde profonde che con risonanza amplificano all’inverosimile, quella divina differenza di genere che andrebbe preservata come un grande tesoro di civiltà e umanità. (Ecco mi diranno che sono putiniano 🙁 ).

Angela Elvira e Gilda sono scrittrici che hanno avuto la sventura di essere lette e rilette da me nello stesso momento, che non posso né voglio comparare o valutare, che vi assicuro lasciano un segno che non va via come un tatuaggio tribale che mi fissa, mi scava e ancora mi agita solo a pensarle.

ANIN di Angela Torri

Le storie narrate in questo racconto denso di emozioni fortissime, mi hanno scatenato un senso di profonda commozione e ammirazione per le “portatrici carniche”, donne potenti e coraggiose a cui la scrittrice Angela Torri ha tributato questo bel romanzo storico.

Sarà che non sono un letterato e quindi nemmeno mi dovrei permettere, sarà l’incoscienza dell’ignoranza, ma credo che l’etichetta di genere, quella di storico per questa opera sia riduttiva, nel senso di quella strana tendenza dei critici, e forse di più degli editori, a catalogare e ghettizzare l’ingegno umano nei confini precisi delle categorie essenzialmente per fini accademici e magari più pruriginosamente, fini commerciali. Perché credo, a prescindere, che ogni romanzo sia storico in quanto testimonianza di un momento più o meno passato, anche quello di fantascienza, fotografa il pensiero del momento della pubblicazione, e quindi in quanto racconto di una storia immaginata e ormai passata. ANIN va oltre il momento storico della sua ambientazione.

ANIN trafigge lo spazio tempo della ragione aprendo al lettore l’universo infinito dei sentimenti che per quanto voglia essere spiegato e razionalizzato da quando l’uomo ha cominciato a tramandare il suo pensiero, resta un universo che sorprende, che avvolge, che sconfigge ogni paura e patimento, che vince il dolore facendo del dolore stesso una potenza di vita. Del resto “Solo i morti hanno visto la fine della guerra” frase attribuita a Platone. Quindi lo stato di guerra è una condizione permanente dei vivi, e la cronaca degli eventi di questi ultimi anni e momenti attuali che viviamo ce lo conferma, e quindi la tremenda consapevolezza dell’impotenza soggettiva alla deriva degli eventi della Storia, diventa in questo romanzo la potenza collettiva del sacrificio e del sentimento che riescono a dominare la tragedia. È emblematica la storia d’amore di Elisabetta e Pietro, e anche di più quella di Emanuele e Lucia. Come dicevo all’inizio, le storie narrate in questo racconto sono dense di emozioni fortissime e se solitamente in un romanzo si intrecciano, in questa opera fluiscono parallele l’una accanto all’altra dandosi luce a vicenda. Come per esempio Caterina che sa di essere vecchia, e che incontra lassù dove non riescono a salire i muli, il giovane Marino, figlio di sua cugina Adele.

La tela narrativa tessuta tra i fatti e i personaggi raccontati, tra le azioni e gli stati d’animo, tra i pensieri e le faccende della sopravvivenza, è una tela sapiente carica di tensione che mi ha fatto divorare le pagine come preso da frenesia. Non ci sono comprimari in questo romanzo, esiste un solo protagonista collettivo: l’umanità. La scena finale con Don Florio, e l’ultima frase a pag. 132, sono di una semplicità e di una trascendenza geniale. Ma di questo non rivelo niente, tu che leggi devi arrivarci pagina dopo pagina, entrando con la carovana che scala e ridiscende la montagna, più e più volte, dentro un’atmosfera di fatica e patimenti, emozioni e sussulti dell’anima che tolgono il respiro.

Le vicende narrate hanno oggi più di un secolo, sappiamo che la prima come la seconda guerra mondiale sono poi finite, come sappiamo che ogni guerra finisce. C’è chi dice che la pace è solo un intermezzo tra guerre e chi invece dice che gli intermezzi sono le guerre: hanno tutti ragione o forse la ragione in tutti è un torto senza soluzione, visto lo stato permanente di guerre che il genere umano è costretto a subire da millenni e millenni. Quello che posso dire è che con ANIN e il suo imperativo di “andare” le donne dimostrano la loro potenza perché vincono l’inferno in terra. È questa la verità.

Mi piacerebbe generalizzare, purtroppo non è così, perché spesso, troppo spesso, sono le donne ad essere troppo nemiche di loro stesse. In ultimo posso dire, credo senza timore di essere smentito, Angela Torri riesce con precisa determinazione a non farsi strumento di facili crudezze con cui lo schifo delle trincee sono tornate ad essere spettacolare noir da raccontare, anzi con uno stile elegante e raffinato, riesce a trasmetterne tutto l’orrore. Alla fine: “I sentimenti ci salveranno dall’abisso.” e l’abisso è lo spazio tempo in perenne equilibrio tra “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e “Mi illumino d’immenso”.

“La guerra è un inferno, ma l’inferno è la verità.” Henri Barbusse.

https://www.museograndeguerratimau.com/le_portatrici.html