SCONNESSO

A volte mi sento come plastica, sintetico, forse riciclabile, magari differenziato. A volte utile nel tempo breve, deformabile, plasmabile con un po’ di calore. Composto e decomposto non da vermi ma da chimici. Creato eterno.

Vedere e farsi vedere, guardare e farsi ammirare, leggere, scrivere e criticare, ascoltare, cantare e poi ballare, adulare, maledire, bestemmiare, odiare l’amore, amare l’odio. Replicare, clonare, esprimersi con le parole di altri, amati, odiati, seguire ed essere seguiti. E quindi correre. Correre nei sogni ma legati alla misera. E quindi volare, e nello specchio specchiarsi l’anima.

Con le piattaforme social i potenti della rete toccano le corde profonde del desiderio umano e ormai l’ego di DNA bastardi, in risonanza suona amplificandosi d’eterno nel groviglio di esistenze duplicate, clonate, appese come edera. Nani che diventano giganti e giganti che diventano nani. Primavere e priapopismi di parole mai lette. Inverni senza gelo. Rifiuti nucleari nel cuore di stelle spente. Biblioteche di terabyte come cimiteri nell’universo.

Palcoscenici ipnotici, connessi come neuroni sperduti, hanno preso il posto delle celle di un alveare prigione che ci contiene obesi di niente. La libertà onnivera ci consuma e come miele produce fiele fino allo spegnimento con manifesti di lutto condivisi come novità offerta a chi rimane in corsa.

 Un senso? Cordoglio. Ubriacante sconnesso mi collego a brividi che tremano senza ordine né memoria. 

 Sconnesso godo. E zombi sociali di cinecei fluidi ritornano vintage come fiori malati con flebo di byte in vene bucate, come rancura dilaniata che striscia tra odio e amore.

E allora sì, sconnesso vago, sconnesso godo, sconnesso cerco la strada. 

A volte mi sento come la plastica, sintetico, forse riciclabile, magari differenziato. A volte utile nel tempo breve, deformabile, plasmabile con un po' di calore. Decomposto non dai vermi ma dalla chimica. Eterno.