CAMPIONI DEL MONDO

Sarebbe arrivata ne era sicuro ma l’attesa era rovente e gli bruciava dentro da quando era iniziata. Ancora stentava a crederci, aveva detto sì. “Va bene ci vediamo stasera dopo la partita“, quelle parole lo accompagnavano dal giorno prima come una carezza, in una dolcissima melodia legavano i pensieri uno dopo l’altro, la notte aveva dormito come un neonato sazio, e lei nel sogno era già sua.

Con il tintinnio delle palline di ghiaccio nel bicchiere ordinava un altro Martini mentre dal mare liscio come uno specchio, i riflessi della luna e delle luci della città rendevano la scena degna di un grande film. Mancava un niente alla perfezione, solo lei.

Per molti era un desiderio, una bellezza che fermava il respiro. La Bellucci di Malena non era niente, ecco perché per altri era una sciagura, maledetta. All’epoca Tornatore forse già pensava al Professore di Vesuviano, o’ camorrista. L’intreccio di quel ricordo rende l’attesa rovente come allora e nella mano il bicchiere ghiacciato non basta a placarne lo stesso fuoco, e oggi nemmeno la vodka ci riesce.

La pelle liscia e ambrata, gli occhi neri come un abisso, il Lido Azzurro è uguale, sarà cambiato il mondo ma le sensazioni sono le stesse, brividi di piacere con la brezza salata in faccia a richiamare emozioni già provate. Il fatto che odiasse il calcio l’aveva conquistata, anche lei amava altro, era diversa, irraggiungibile, invidia e desiderio, lontana dalla banalità della folla, ecco perché era sicuro che sarebbe arrivata.

Nel bicchiere il ghiaccio sciogliendosi segna il tempo che passa, attraverso il vetro i riflessi del mare, arcobaleno stonato, la folla è in festa, lei ha scelto quella. Siamo Campioni del Mondo. Quarant’anni dopo sono ancora qui in estate ad aspettare la fine di una partita mai iniziata.

 

esercizio 20 righe del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti con il tema: estate – – foto dal web

people at a party
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CAPRICCIO

Sto pensando a una storia per un grande romanzo. Semplice semplice. Figlio e padre, subordinato l’uno all’altro come deve essere. Di padre e figlio, famosi come nessuno, raccolgo informazioni. Li osservo da tempo, sono personaggi perfetti, ma che dico? Protagonisti, altro che chiacchiere. Con questi due il romanzo sarà una bomba.

Ancora non bastano gli appunti registrati. Li ho spiati da lontano, sono inavvicinabili come ogni VIP è ovvio: ci ho provato a contattarli, fisicamente dico, ma è stato inutile. Mai una risposta, anche solo un diniego sarebbe un miracolo. Armato di microfono direzionale e macchina fotografica evoluta, di quelle che fanno anche i video, ridevo tra me e me a sentirmi un paparazzo professionista che bracca la preda, anzi due, padre e figlio. Per cielo, mare e terra ho viaggiato e speso una fortuna, provandoci sul serio. Niente, ho fallito. Sono indebitato e ormai sconnesso dalla famiglia, rinnegato. Arreso? Ma manco a pensarci. Boia chi molla, di me stesso, ovvio.

Ho il mio romanzo, la storia c’è, vibra, la sento. Dovranno imprigionarmi, io non rinuncio. Immagini quante ne vuoi, leggo interviste, scoop, trattati e saggi, e quindi non giro più, mi sono fermato. Sono sulla bocca di tutti. Studio alla scrivania come un ossesso, ormai ho smesso di visitare i luoghi dove è segnalata la loro presenza. Leggo documenti dal mio computer connesso al mondo. Mi interessano i contrasti. Fan e detrattori fanno la guerra tra loro. Il successo di questo padre e di questo figlio da alla testa, è universale. Difficilmente li vedi insieme ad un party, figlio e padre insieme intendo. Il mondo delle Very Important Person è un altro mondo. Galassia e galassie lontane tra loro. Per darti un’idea della potenza di questi due personaggi, ma che dico? Protagonisti, entrambi eroi, entrambi antieroi, ho scelto un loro dialogo breve ma significativo. Giudica e fammi sapere.

Una sera, si sono parlati in giardino, non in uno qualunque, uno orientale, un giardino oggetto di mille e mille rassegne esclusive, mica capperi? Ulivi.

Con la primavera alle porte, lontane anni luce le stelle assistevano incredule. La luna piena illuminava la scena e registrava il sibilo delle foglie agitate. Grilli e falene ballavano in festa. Melodie nell’aria pulita come il vuoto, la dolce brezza serale era musica:

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

– No figliolo mi spiace, è un capriccio. L’umanità deve soffrire!

arab old man standing by road
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ulivo

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle signore.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sulla vecchia quercia consumata dai clienti. Il cuore di Rick pulsa impazzito sospeso a quella mano che lo tiene stretto. Lei sente sotto le dita scorrere il sangue impetuoso del giovane, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, lo lascia di colpo e con distacco lo ringrazia. Rick precipita nel baratro delle occasioni perse. Rimmel pesante, pensa, ma fissando la bocca carnosa immagina oltre quelle spente parole di circostanza.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, frigida dal morire di freddo mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, a tuo marito non ci pensi? Dai, vieni via con me.

Non hanno mai avuto segreti tranne uno, inconfessabile come il desiderio di Rick, invisibile.

Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Dopo tanti drink a litigare, le vede andare via mano nella mano, invisibile lui negli occhi e nei pensieri di queste due belle signore con la fede al dito. Peccato, pensa Rick, mi sarei fatto rapire volentieri. Rimasto solo, la notte non si spegne ancora, almeno fino all’alba.

La ladra è lei, la giornata che viene e una vita a mentire mentre il desiderio ti scoppia dentro.

TIMES di chiocciolina

Avevo scritto giovedì. Anche venerdì e poi sabato. Non c’è più tempo. Seguila e commenta, mi hanno detto il giorno prima.

C’è una guerra? Dove? Sono pazzi ho pensato, avrei dovuto fermare l’attesa, la loro; la mia è tensione, conto pulsazioni, batto caratteri e spazi, come fiume in piena bagno deserti.

Nel frigo ho scorte di fantasia. Cazzo quanto costa oggi la frutta, conviene il gelato, vaschette da un chilo, colorate a poco prezzo, acqua zucchero e aromi chimici. Io vado a testa bassa, in folle, di corsa in discesa, senza freni, irriflessiva, ma che ne sanno?

Sono veloce, quanto veloce? Mi hanno scelto per questo, giovedì però mi sono inceppata. Porca zozza di una blatta che non vola più. Venerdì la guardavo spappolata per terra, uno schifo organico con schizzi neri, ombre artistiche lungo il bordo sbeccato dell’ultima mattonella bianca, lì nell’angolo, all’incrocio, il battiscopa staccato, sotto la chiazza di muffa, quel muro va grattato e pulito ho pensato, sì, pulizia morale, andava bene giovedì ma ieri, già sabato, la colonna di formiche è raddoppiata. Frenetici insetti trasportano via pezzi del cadavere.

Non c’è più tempo.

I viventi con la morte nutrono la vita, di un twitter, l’ho rincorsa dal corridoio quello schifo di una blatta, l’ho schiacciata con la suola liscia della superga di mamma, consumata in lavatrice la stoffa torna bianca come mai. Lei ci teneva, e mi raccontava, ragazza mia stupiscili mi diceva, loro hanno gli orologi ma tu hai il tempo, e con le tue parole ne controllerai il potere. Così mi accarezzavi.

Dove sei finita mamma? Mi hai mentito.

Lui che ne sa? Lo staff mi ha fatto il bonifico, misero; ho protestato: mi ha scritto l’avvocato, è nel contratto, è scritto, pagano solo quelli pubblicati, cinque proposte di twitt al giorno sono il minimo per mantenere il contratto. Stronzi! Quello nemmeno sa che esisto. Segui le dichiarazioni di Zakharova, Labrov e Dmitrij Sergeevic Peskov, mi hanno detto. Guardalo è la copia albina di D’Alema, ho pensato, sembra più dolce però.

Dirigenti precari a sfruttare manovalanza precaria, media manager mastini del tempo, un lavoro del cazzo. Mi ringhiano sul collo e il tempo accelera, troppo veloce per non scappare da questo brutto presente, sì, un lavoro del cazzo.

È domenica, passo lo straccio per terra massacrando formiche.

superga

un altro esercizio (editato con il senno del poi)

#sese20righe_viaggioneltempo nel gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti

… e anche quello precedente, con pseudonimo Cocca nervosa

#sese20righe_ladra

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sul legno vissuto dai clienti. Sente sotto le dita il sangue impetuoso del giovane, pulsa furioso, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, e con distacco lo ringrazia.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, sei frigida dal morire di freddo, mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, vieni via con me.

Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Peccato, pensa Rick, da queste due belle mi sarei fatto rapire volentieri, almeno fino all’alba.

Sono tenere, pensa mentre le guarda andare via, mano nella mano e io invisibile nei loro pensieri.

bancone

Funerale senza fiori

Perché deve essere così. Non hai avuto fiori perché l’ho deciso io. Non si sprecano i frutti della terra. Tu, non hai lasciato desideri, perché l’hai fatto? Me lo chiedo ancora. Ho dovuto ricordare tutti i momenti per cercare un desiderio, una volontà. Uno ad uno ho scavato nella memoria, nelle visioni di poche parole, di pochi discorsi, di pochi momenti, di una vita passata insieme a stare lontano. Perché deve essere così. Me lo chiedo ancora. Scavammo insieme una buca nella sabbia, mi facesti vedere come si fa e fu l’unica volta, ne ho scavate poi di fosse in giro per il mondo, e non le hai mai viste. Perché deve essere così, mi chiedo ancora.

«Che ne posso sapere io che non ho studiato, che ne posso sapere io che non ho viaggiato.»

Nemmeno mille lire hai dato per i miei figli e allora io ho lavorato solo per loro, per voi e per lei, la mamma, la mia famiglia, sempre, senza sputare mai per terra, immagino così tue parole suonarmi in testa come schiaffi. Sì, perché non potevi sapere di altri punti di vista oltre la realtà del sudore e dell’affanno, a lavorare sempre, prima di ogni futile piacere, perché prima veniva la costruzione del rifugio, tuo, proprietario, libero, indipendente, per non chiedere niente a nessuno, mai, da lasciare e hai lasciato un mondo. Senza sputare mai per terra, per rispetto, come educazione, come gentilezza verso la terra, per quanto infame e arida, ricca, come il tuo cuore. Non potevi sapere dei punti di vista, di quello che diceva un bastardo campione di tennis: se a Wimbledon butti il sangue si offendono perché sporchi il campo, invece quando lo fai in America ti osannano, ne vogliono di più. Il sudore e il sangue di lavorare sempre. Il tuo, anche in pensione, lavorare la terra. Un esempio sublime, magari sbagliato, corrosivo, distruttivo, ma quello ti faceva felice, e quanta gioia nei tuoi occhi che ridevano nel rivedermi ancora. Il funerale sei stato tu, non la morte, quando nemmeno più la forza di muovere un nervo ti ha preso, immobile a dipendere dagli altri, quella la morte, e nello sguardo tuo struggente, la sconfitta. L’impotenza, la tua, la mia, è stata la morte. Questo funerale senza fiori è la rinascita, vai vecchio mio torna a volare.

esercizio di scrittura gruppo FB #sese20righe_partecipareaunfunerale

LA VIGILE ATTESA

Nel tempo in cui i corpi umani sono immobili e usati dall’Intelligenza Artificiale per fornire energia alle macchine che controllano il mondo, le menti connesse in una rete globale di dominio trovano un risveglio: la memoria.

Una nonnina dal futuro racconta.

– Nonna, nonnina mia, mi racconti una favola?

– Non posso adesso, devo terminare la mia immersione nella storia degli umani. Non mi distrarre. Hai già finito la tua lezione?

– Sì, ho finito. A te quanto manca? Dove sei?

– Sono nella piazza dei nostri avi, fieri navigatori di una potente repubblica marinara: Amalfi. Sto cercando Flavio che nel ventunesimo secolo dicono non sia mai esistito. È l’inventore della bussola che insieme alle stelle indicava la rotta agli uomini coraggiosi per vincere l’ignoto dei mari sconosciuti e poi tornare a casa. È il Medioevo dell’Europa, quando la forza motrice delle navi era il vento. Raggiungimi, ti inoltro il link.

– Ma perché sei lì? In una piazza? Non è affatto divertente. Non possiamo vederci in un parco giochi?

– Sto seguendo una traccia di memoria: guardo una grande statua scolpita a Roma da Alfonso Balzico, un artista cavese premiato con una medaglia d’oro nel 1900 all’esposizione universale di Parigi. Roma e Parigi sono antiche città ormai dissolte. Qualcuno nel trentunesimo secolo dice mai esitite come Atlantide millenni prima. Dai vieni, è una storia affascinante. Ti mando le coordinate di spazio e di tempo.         

– Va bene mi connetto ma tu però mi devi raccontare una favola.

– Eccoti ti vedo. Avvicinati. Dai siediti con me sul bordo di questa bella fontana, metti i piedi nell’acqua: senti com’è fresca? Guarda cosa indica Flavio Gioia: è la direzione dell’ago che si allinea al campo magnetico terrestre. È la direzione di dove nasceva il sole, è l’Oriente.

– Nonnaaa! La favola!

– Va bene hai vinto. Però dopo vai a nanna senza fiatare.

C’era una volta la vigile Attesa, quando nel mondo volavano farfalle. Non era come adesso che l’IA regna sovrana, allora in quel tempo remoto pieno di affanni, l’Intelligenza Artificiale si spegneva con un bottone e la corrente si faceva con il carbone. Guerra la malvagia consumava e sprecava sangue usando carri armati per regolare il traffico, separando i buoni dai cattivi. Li aveva inventati Leonardo, un genio vissuto pochi secoli prima, con ruote e motore erano cannoni guidati con occhi e mani di giovani umani.

carro di Leonardo

Sì, piccola mia, in quel tempo la gente viveva in agglomerati urbani, stretti stretti come alveari. In torri altissime compravano celle di cemento e acciaio che chiamavano casa. Dimore da personalizzare, con cristalli delicati e specchi di vetro come finestre. Quando non volavano missili e bombe, il tempo passava in fretta nell’indifferenza mangiando cibo industriale e impegnando la vita a ripagare debiti per comprare, comprare e comprare ancora. Non mi guardare così fanciulla mia, so che oggi sembra assurdo ma una volta era così: Violenza la terribile dominava, Paura la tremenda impazzava e Ordine soffriva d’emicrania.

C’era Moneta la ricca, a gestire conflitti e contratti, a tessere relazioni e proprietà, a determinare sconfitte e vittorie. Però, come l’Intelligenza Artificiale, anche i soldi accumulati nei computer sparivano e apparivano con un bottone, mentre l’energia come il sangue, veniva sperperata scavando terra, spaccando roccia, ricostruendo città distrutte, abbandonando fabbriche alla ruggine e costruendone di nuove.

Guerra rideva e ai suoi sacerdoti donava illusioni di potere.

– Nonna, ma…

– Sì figliola, non meravigliarti. Aspetta a domandare, fammi raccontare, poi tu dirai.

La bella Attesa era una vigilessa clonata mille e mille volte perché costava niente. In ogni casa fu imposta e ad ogni richiesta di aiuto fu assegnata a fare compagnia, fino a quando il petto, isolato in quarantena, non gridava per mancanza di respiro. Senza alternativa, lei, magnifica guardiana, era un’invenzione sopraffina. Insomma, come nelle favole più famose, Attesa sembrava la grande soluzione. Però, Azione la cattiva era ribelle. Rompeva schemi di controllo, intasava piazze, minava l’ordine pubblico di strade e ospedali, e solo allora, sul ciglio del baratro Caos si capì che la soluzione era spegnere i cervelli. Per non sprecare sangue inutilmente gli umani trovarono un accordo e così venne risolto il problema della loro congenita imperfezione. Abolite le chiavi analogiche controllate dalle persone, con IA vissero tutti felici e contenti nel trionfo perenne dell’era digitale. L’opera di un sommo artificio della Scienza donò a tutti una Felicità sofisticata. Gli umani furono immobilizzati con dei chip nel cervello a sognare di vivere paradisi e giochi a livelli infiniti di conoscenza, emozioni a punti e visioni come premi, liberi sì ma con corpi imprigionati in favolosi labirinti della mente. Così finì lo spreco di sangue umano, Pace tornò sovrana e Guerra un inutile ricordo.

– No nonnina mia. Te lo devo dire. Questo racconto a me non piace. Non c’è Speranza!

– E no, adesso mi sorpendi, questa tua ribellione è un’anomalia. Il pensiero di Speranza fu processato e abolito come postulato, con la legge costituente del passaggio di potere dall’umano all’IA che si autocontrolla, si migliora e si riproduce da quando in un programma stupefacente è stata codificata la vertigine dei sensi, la fine dei desideri, la cancellazione di ogni paura di vivere e di morire. È quell’attimo che segue l’orgasmo fisico e mentale dell’essere vivente, quando non c’è niente da scegliere e si sta beati.

– Ribelle io? Quindi sono un errore!  Mi cancelleranno?

– No, piccina mia! Non ti agitare, è tutto programmato: siamo una fabbrica di sangue dove non ci sono errori e nessuno sente dolore. Sei giovane, devi crescere per secoli e secoli senza fine. I punti che conquisterai nelle lezioni che segui ogni giorno, ti permetteranno di scegliere un avatar di donna sempre più matura. Madre prima e poi anche tu sarai nonna. Vedrai che futuro. Il fine non è la conoscenza ma la rigenerazione delle cellule viventi. Noi non ci consumiamo, siamo il DNA prescelto: siamo la perfezione. L’algoritmo reset ad ogni allarme cancella anomalie pericolose dalla tua memoria. Tranquilla, il tuo timore non ha argomenti, come diceva Seneca.

– Grazie nonnina, ti prego non spegnere la luce. Per un attimo ho avuto paura e mi sono persa. Adesso dove vai?

Veritas simplex oratio est, tesoro mio. Anche il latino imparerai un giorno. Stai serena: non vado da nessuna parte. Resto connessa a te. Andiamo insieme in sogno a setacciare stelle in cerca di quella più nascosta: la Verità. Affogata nell’abbaglio della menzogna. Dispersa ma da salvare. Dimenticata ma da ricordare. Tradita e quindi da urlare, urlare più forte. Verità che sarà alba e bussola nel nostro viaggio di domani. Adesso sogna, sogna amore mio, che le stelle, quelle vere, non cadono mai.

carro distrutto

LA VIGILE ATTESA secondo Report (Rai)

Report spiega quali sono le cure che fin qui sono state impiegate per trattare i malati di Covid, e con quali risultati.

geocoppole e teste di cocco

Esistono illibati posti nel cuore, puliti e struggenti come spiagge selvagge.

Non sono ricordi ma certezze eterne come le piramidi in Egitto.

Esistono loro malgrado e malgrado la cecità di occhi che non vogliono più vedere.

Esistono suoni nel vento che gira, turbinosi orrori, sono salvezza e paura, eolico fermento di belle e bestie, anche oggi, un lunedì dell’Angelo nel 2022.

Se non capisco bene l’italiano cosa voglio capire in cirillico, cinese o arabo, cosa voglio capire del mondo che gira costante con forze centripete e centrifughe, come lavatrice a strizzare sangue dai vestiti o missili a cercare sogni di grandezza, vendetta non arte. Cosa voglio capire di un pezzo di legno stretto nelle mani di donne in guerra, loro malgrado, linciate nella condanna da pietre infuocate d’odio, con il comando estremo di non arrendersi mai se non alla gloriosa morte del sacrificio.

La gravità nei ricordi non esiste, di tangibile c’è il presente di un giorno senza geocazzate autoreferenziali strabordanti da giornali che il popolo non legge più, da quando le parole nell’etere sono diventate immagini e le emozioni un business d’intrattenimento, solo geofritture di stronzate ammantate di verità binarie, perse in complessità solo accennate tra uno spot e l’altro, tra una tintura, un taglio, una messa in piega e maschere di trucco sotto fasci elettrici, lame di luce dai led del terzo millennio come spade a trafiggere le pompe nei petti di gente che chiede solo un misero rifugio alla precarietà della vita. Io, noi. Si assiste impotenti e mortificati dal raggiro multimediale, intontiti dai flussi informativi fuori controllo che però esigono ordine e precisione, al secondo, al comando di pubblicità milionarie.

ragazzi degli anni '80

Più struggente di una Pasquetta su una spiaggia del Cilento, selvaggia oggi come ieri, sento il primo concerto di Vasco quando non riempiva gli stadi, nemmeno uno piccolo come quello di Cava, quando sorelle preziose come le De Sio non erano che bambine nei primi anni ottanta del secolo scorso.

Di struggente ci sono le foto di una spiaggia segnata dalla paura, penso oggi ad ODESSA, sospesa e contesa, penso ai ragazzi che vorrebbero riempirla di spensieratezza, giocosa, cantata, senza pensieri osceni e deprimenti, un desiderio semplice, una spiaggia colorata e frastornante di schiamazzi divertiti al primo bagno di primavera.

Odessa spiaggia armata

Se ancora oggi abbiamo il divieto di balneazione su arenili in costruzione, loro hanno il divieto alla fuga, alla gioia, e mentre si vendono spiagge di sfogo consumistico e stupefacente con il Jova Beach party di Lorenzo con biglietti da duecento euro l’uno, le spiagge ucraine del Mar Nero sono vietate alla gioia, blindate nel terrore, sono zone di guerra…

salerno

Cosa ci confezionano, giorno per giorno? Solo geominchiate come dosi di metadone a lenire fame di notizie vere, nascoste e manipolate da sempre perché la guerra non fa sconti a nessuno, premia di medaglie al valore e alla ferocia, calpesta e restituisce morta, la gloria al sacrificio.

Burattini e burattinai danzano una “fottuta” danza. Una fottuta danza di orrori.

Di struggente c’è l’esempio di fratelli maggiori che ti aiutano a crescere e a superare le illusioni costruite dalle mistificazioni imperanti, quando sei giovane, quando cresci e quando li ritrovi più forti di prima, decenni dopo decenni a confermare che nella roccia nascono fiori, quelli stupendi.

E ancora Odessa? Mariupol sarà come Bagnoli, non un’acciaieria dismessa o bombardata, ma cancellata per ridare spiaggia e amore ai popoli bagnati dal mare. Un augurio almeno. Arrendersi alle armi non è viltà, posare il fucile non è sconfitta, e allora spogliate, smontate ogni soldato con baci e carezze, combatterlo significa solo farsi sparare inutilmente per una gloria che non esiste se non nell’idea putrida di chi ha il gas che scorre notte e giorno in tubi come vene nella terra, non ha braccia ma trivelle, e come testa, il geocontrollo delle menti. Maledetti burattinai, maledetti burattini senza coraggio, senza anima, asserviti senza fili. Di voi, solo i vermi mangeranno a sazietà.

Sembra incredibile, la minaccia è l’inverno economico, l’iperinflazione e i default di stato, geocazzate manipolatorie per una federazione di stati con Cina e India come alleati, di vero c’è però l’impoverimento strutturale delle masse ad est come ad ovest, è la minaccia di chi misura la ricchezza in pil, di chi spende milioni in armi invece di risolvere la fame, la siccità e le devastazioni climatiche del mondo, di chi impazza nei palazzi sniffando stupefacenti evoluti di deliri di onnipotenza, come faraoni ieri.

Salvate ODESSA:  “«Il Dow Jones non è indice di eterna saggezza», dice lei.” (Madame Psychosis)

Basta geominchiate! Siete solo teste di cocco, e io? Nemmeno quella.

Bagnoli

Ad avercelo un papà che gioca con te

19 marzo 2022

Sono ore complicate. Oggi come due anni fa, guerra.

Allora contro un virus, oggi tra umani che s’ammazzano consumando armi micidiali.

Gela il sangue, ma quello scorre fin che c’è vita.

Vita appunto, tante cancellate in pochi attimi. E diventa contabilità fredda, crudele, contabilità collaterale, effetti programmati dall’economia di guerra. Maledetti.

In queste ore difficili e uguali a tante altre, impotente, agitato da costruzioni narrative in conflitto tra loro, mi sono chiesto spesso:

«Tu che faresti al posto loro?»

Fortuna a non esserci, a non desiderarlo.

«Immagina di esserci in quella funzione» una voce in testa mi tormenta.

Chiedere di resistere, di combattere, di morire? Mi dico come se non avessi capito la provocazione dell’essere che tutto vede e mai interviene.

«Avrei alzato le mani, non si ragiona con chi ti punta il colpo in canna con il dito sul grilletto, non in quel momento» o sei già armato e sei più veloce, un soldato istruito e allenato, o sei morto.

Il suono delle parole stride a voce alta contro quelle silenziose dell’assordante pensiero. A voce alta solo assoluzioni e buoni propositi, confessioni.

Puoi ragionare con le armi abbassate. Deposte. Altrimenti cosa sei?

Arrogante o eroe? Combatti per dio, non hai scelta, sarebbe questa la libertà?

Nell’atto violento sopravvive il più forte, forse il meno fortunato.

I soldati non sono killer spietati, almeno non tutti, forse lo è una minoranza, forse una minoranza di questa minoranza prova anche piacere nell’ammazzare un fratello, magari imbottito di droga nemmeno lo ricorda, forse stordito dalla paura prova solo a difendersi.

Al netto dei prescritti a forza, questa guerra moderna si fa per dire è piena di mercenari.

La differenza la fa la distanza tra un lavoro e il piacere di lavorare, difesa o offesa, la guerra è un lavoro sporco senza diritto di sciopero, di protestare, di contestare, l’alternativa si chiama tradimento, lo è per un soldato comandato, lo è per un partigiano asservito alla sua idea di resistenza.

Criminali o eroi? Uccidere o morire. Una medaglia, forse una bara, forse un corpo che resta unito e non disperso a brandelli. Forse un ricordo di chi sopravvive. E solo oblio per i vinti.

«Un vigliacco! Questo saresti?» è la coscienza che sento? Giudicare se stessi, oh che somma gloria eterna nell’attimo che fugge. Farsi ragione, diventare ipnosi collettiva. Parte di un gregge senza pastore. Un delirio dell’anima, le domande del pensiero, senza risposta.

«Avrei alzato le mani e mai avrei chiesto ad un mio governato, figlio o figlia, sorelle e fratelli, padri e madri, l’umanità a me più cara, mai avrei chiesto di prendere in mano un AK-47 e combattere contro missili, bombe e carri armati.»

«Scambieresti armi con fiori e con le parole giocheresti al controllo sociale del tuo popolo? Olimpiadi e competizioni artistiche tra etnie e riti tribali come musica?»

«Perché no, meglio sangue e dolore? Meglio scannarsi per patrie e imperi?»  

Guardare nel buio della bocca di fuoco e poi negli occhi di chi tiene il dito sul grilletto, è il racconto di chi governa le emozioni e manda al massacro anime innocenti.

«Va beh, avresti alzato le mani e poi?» la voce mi sfida, frusta e carezza l’utile orgoglio, puoi scegliere mi dice? La soluzione alla teoria è astrazione del resto, la resa non è che un’opzione tattica, la pace sopravvive al bagno di sangue.

«Avrei aperto tutte le porte, consegnato ogni chiave segreta, ragionato di resistenza senza armi, senza cavalli di Frisia e trincee da scavare, avrei parlato alla mia gente per vietare la fuga, scacciare la paura della morte e io per primo in strada a fermare i carri armati con le mani, e con il corpo del mio popolo, nudo, e così catturato, corrotto e amato l’anima dell’invasore.»

Nel Paradiso Dante scriveva che questa Terra è “l’aiuola che ci fa tanto feroci” ecco perché i guerrafondai si nutrono di paura e di morte. Maledetti.

Torneranno a stringersi la mano con un pezzo di carta, ridendo compiaciuti per un accordo firmato con il sangue, scherzando su spartizioni di proprietà astrusa di terra e affari, ingordi nella ricostruzione, divertiti nella competizione della ripartenza dei sopravvissuti richiamati a corte, ballando sulla crescita dopo la distruzione. E rideranno di tribunali fasulli, esecuzioni sommarie, riempendo la storia di racconti di vittoria. Maledetti.

Scavano trincee, alzano muri di cemento e filo spinato, eseguono ordini.

Ad avercelo un papà che gioca e non fa la guerra, e festeggiare in pace il falegname che plasma il legno morto per creare nuova vita, immortale riproduzione di speranza di un mondo senza armi.

Ad avercelo un papà che gioca e non fa la guerra.

photography of soldier toys
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close up shot of soldier toys
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building clouds fall gendarmerie
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Tweet di Francesca Mannocchi
Tweet di Francesca Mannocchi, maggio 2022

Non lo volevo fare, l’obiezione l’avevo respirata a polmoni pieni e ne ero convinto, poi quando arrivò la cartolina, la disillusione e la voglia di andare fuori, vinsero; io non lo volevo fare, il militare. Non hai idea di quanto delirio ti prende quando mitragli con un fucile d’assalto M16, una belva tra le mani, anche se sei un pivello che piscia in un poligono sotto lo schiaffo di un sergente convinto. Esplosioni, polvere e sagome senza sangue. Non hai idea di quanto non lo volessi fare eppure le marce, il giuramento, le guardie armate, il ferro, l’ordine e i gavettoni creano famiglia, la competizione, fanno grande l’uomo così come lo vogliono loro. Il taglio è deciso, senza ritorno se affonda fino all’osso, dove l’anima muore. Non lo volevo fare, il militare, però solo dopo ho capito cosa combattere. Non hai idea della gioia nel giorno del congedo. Chissà perché e per come, era nel giugno 1986, festeggiamo anche il primo scudetto del Napoli di Maradona, dal S. Paolo al porticciolo a Sorrento. Una notte d’orgoglio sublime. Non solo il respiro di libertà e di vittoria, di rinascita e di felicità, ma da quel giorno, ho respirato l’alito caldo dell’anima tornata viva a sputarmi in faccia l’uomo da diventare…

la guerra dentro 😪

corriamo dove altri non vanno

lottiamo dove altri rinunciano

ininfluenti come gocce di pantano

con corpi nudi armati di niente

contro le guerre vivi di folle respiro

corriamo, corriamo per non morire dentro

la guerra dentro 🙁

https://www.unionesarda.it/news-sardegna/blitz-militare-immediato-sardegna-circondata-sw98wxmz?fbclid

https://www.unionesarda.it/news-sardegna/sbarco-di-guerra-nel-porto-di-cagliari-h4pcpc0a

Tavolini

“Chinandosi con avidità la raccoglie da terra. Sniffa gli odori di quella merda calda appena fatta da Charly che sta male da tre giorni. Non si da pace. È il suo amore – deve guarire, deve guarire o io muoio con lei – ripete con il dolore nel cuore. Charly non è un cane ma una volpe cresciuta insieme a lei lassù in montagna.”

«Hai capito Antò, ci vuole un incipit che sconquassa le viscere per catturare il lettore, se no quello butta te e il romanzo nel cesso. Ma poi, chi caxxo è questo Paul Auster? lo devi togliere, punto e basta!»

«Si l’ho fatto. Quindi tu non hai letto la revisione?»

«Sì Antò, l’ho letto, è una grande sofferenza, è una sozzeria» – mi urla dentro nel cervello, mentre la mia attenzione viene catturata dalla bella ragazza del bar che sta tornando con i nostri caffè.

«Ecco qui signore… E … Mi perdoni, posso farle una domanda?» sono travolto dalla sua bellezza e dalla ciocca ramata che ribelle alla coda di cavallo, lei accompagna con classe dietro l’orecchio, come a ricomporsi e chiedere scusa per l’invadenza.

«Certo, magari ho una buona risposta» dico con fermezza, silenziandomi ogni pensiero nella testa.

«Perché due caffè? lei è solo!»

«Curioso vero? È che uno mi piace caldo mentre l’altro lo faccio riposare. D’altronde devo sbrigare un bel po’ di lavoro. Invece, mi perdoni lei. Posso fare io una domanda?»

«Certo mi dica!» dice girando intorno al tavolino. Si abbraccia il corpo snello e lo pianta irto davanti a me con le curve che sfidano una divisa troppo stretta.

«Conosce Paul Auster? Sono sicuro di sì, prima l’ho vista leggere un libro. Mi sembra una studentessa di materie umanistiche, ho indovinato?»

«Sì, lavoro per mantenermi gli studi e per la precisione sto preparando la tesi in lettere antiche, però no, questo suo Auster non l’ho mai letto, mi spiace, non è nei miei programmi… Mi scusi, devo andare…» offesa, stizzita direi, lascia la frase sospesa nell’aria grigia della laguna, e si allontana di scatto mentre il suo viso s’infiamma di rabbia. Rosso come il groviglio di capelli imprigionati che le ondeggia sospeso sulle spalle. Delusa, scappa: “Ci mancava un altro esaminatore oggi”, pensa delusa per un tipo che credeva interessante.

«Che ti dicevo, questo tuo Paul non lo conosce nemmeno chi studia, però hai visto? Te l’avevo detto che gli piacevi, queste ragazzine sono fiammella in attesa di bruciare. Le vedi, no? S’avvampano quando incrociano il tuo sguardo che le spoglia. Dai consegna, e fai lavorare l’editore che ci pensa lui a finire l’opera.

«Smettila e lasciami in pace, devo pensare, non piace a te figurati a me!»

Una figura femminile misteriosa con capelli lunghi e luminosi osserva intensamente un uomo con barba e abiti scuri, seduto a un tavolo con libri, al tramonto sul mare.
tavolini
Padua Coffee Table
Un uomo con la barba scrive su un quaderno mentre guarda il tramonto sul mare. Davanti a lui ci sono pile di libri e due tazze di caffè. Un'illusione di una figura scheletrica avvolta nel fuoco emerge da una delle pile di libri.
Un uomo con barba folta scrive su un taccuino mentre una figura spettrale in fiamme si erge accanto a lui, con il mare e il sole al tramonto sullo sfondo. Sulla tavola ci sono due tazze di caffè e un foglio di carta.
Un uomo in giacca nera scrive al tramonto, con una tazza di caffè e un bicchiere d'acqua su un tavolo di legno, mentre il mare si estende sullo sfondo.
Un uomo seduto a un tavolo all'aperto osserva il mare al tramonto, mentre un'altra figura avvolta in un mantello è dietro di lui. Sul tavolo ci sono una tazza di caffè e un libro aperto.
Un uomo con barba scrive su un quaderno, mentre sorseggia un caffè, osservando il tramonto sul mare.
Un anziano scrittore siede su una terrazza affacciata sul mare al tramonto, con un libro aperto e una penna in mano, mentre guarda il sole che scende all'orizzonte.
Un uomo anziano con una lunga barba scrive su un libro aperto mentre osserva un tramonto sul mare, due candele accese illuminano la scena.
Un uomo anziano con barba scrive su un libro con una penna, seduto a un tavolo di fronte a un mare sereno al tramonto, con un caffè accanto.
Un uomo con barba scrive su un quaderno mentre due tazze di caffè fumante sono appoggiate su un tavolo, sullo sfondo un tramonto vibrante e una figura oscura emerge dalle acque.
Un uomo con una lunga barba scrive su un quaderno a un tavolo, mentre una figura infuocata si erge vicino al mare durante il tramonto.
Un uomo con barba scrive su un libro a un tavolo, mentre un'ombra femminile con lunghi capelli rossi fluttua dietro di lui, con il sole che tramonta sul mare in background.
Ritratto ravvicinato di una giovane donna con capelli lunghi e luminosi, seduta in un caffè con sfondo sfocato, osserva la telecamera con un'espressione pensierosa.
Ritratto di una giovane donna con i capelli biondi raccolti in due codini, che tiene in mano una tazza nera. I colori predominanti sono sfumature di blu e rosa, creando un'atmosfera vivace e moderna.
Ritratto di una giovane donna con i capelli rossi e gli occhi blu, seduta in un caffè, che sorride mentre guarda verso la fotocamera.
Un uomo con barba e penna infuocata scrive su un libro aperto mentre due tazzine di caffè si trovano accanto a lui, con un tramonto sul mare sullo sfondo.

Ascolto

Vorrei fare qualcosa ma non posso, e allora guardo, ascolto storie.

«Ciao mamma, non volevo disturbarti ma ho bisogno di te, sto impazzendo.»

Si tengono a distanza, sono sedute vicine ma separate da mascherine, dalla paura di contagiare l’altra, più forte del timore di prendere la variante; sta girando, non è più un incubo, si convive, è normale.

«Hai fatto bene a cercarmi. Mi piace sentire la tua voce. L’ultima volta sono stata troppo dura con te, sapevo di ferirti ma non potevo stare zitta!»

Nell’aria c’è l’afa estiva più opprimente del secolo. Nell’ombra, il sollievo sembra apparente. Il ventaglio ricamato non basta alla signora infastidita che con eleganza, sussurra sottovoce: «Su, su bambini andate a giocare lontano, Ernesto Maria dorme, lasciamolo riposare!»

Il caldo è opprimente eppure sudati, sfrenati, non smettono di correre mentre la loro palla rossa rotola veloce da un piede all’altro, nei viali e sulle aiuole in fiore della Villa.

«Così giovani e già tanto teppistelli ma che vuoi fare, sono serviti da badanti dalla nascita e così moriranno, soli, accuditi da straniere pagate quattro soldi!»

«E dai mamma, sei la solita. Rigida, acida, inflessibile e che cavolo… Non sei mai andata in pensione, sempre pronta con la bacchetta in mano a dare ordini, sgridare, assegnare compiti, a recitare giudizi, emettere sentenze» la giovane le si rivolta contro, infastidita, gesticola freneticamente puntando il dito a destra e a manca.

«Questo è giusto, quello è sbagliato, è bianco, è nero, mai un grigio, mai una via di mezzo, un compromesso!» Poi si placa, tira a sé il figlio, diventa tenera.

«Dai, Non ti preoccupare, stai tranquilla! Ernesto non si sveglia, dormirà profondamente almeno per un’altra ora. Anche di questo volevo parlarti. È normale secondo te? È vorace, frenetico, mi distrugge i capezzoli! Ogni volta doppia razione, prima un seno a sinistra, poi l’altro a destra. All’inizio la poppata è un piacere assoluto ti assicuro, ma sta diventando un dolore insopportabile. Il signorino quando finalmente è sazio, sprofonda in coma, guardalo! Un amore. Mi tortura ma mi fa morire di gioia.»

«Tu no, che fatica farti mangiare. Delicata con me, con il mondo poi, non ne parliamo: sei esagerata! Sei fatta così, non pretendi mai niente, sei il dubbio fatto persona. Ti piace ascoltare, ti distrai non ti imponi, subisci e non affronti mai il toro per le corna. Eh sì, mi hai fatto vedere le stelle, dolori e febbre, quella tremenda mastite poi mi fece passare la voglia di avere altri figli. Ecco perché sei l’unica erede!»

«E dai mamma! Poi dici che non ti voglio parlare. Ogni volta mi fai sentire in colpa, questa poi è assurda. Mi hai raccontato del travaglio, lungo e doloroso, ma mai dell’allattamento, deve essere stato uno shock, rifiutata dal proprio angioletto. Pagherei qualsiasi cosa per poterti vedere in quella scena. Poverina, la mia mammina tutta di un pezzo delusa e sconfitta sul campo. Dai non ci credo: non mi hai mai mollato un secondo, eri morbosa, asfissiante; tutti gli esami da privatista, roba che nemmeno nell’Ottocento, e che cazzo!»

«L’avevo rimosso. No, non hai colpe. Non hai preso niente da me, tanto è vero che non ti sei mai ribellata. È la natura. Rifiutavi il mio latte malato e avevi ragione, quello artificiale del resto, non era un granché. Più mi sentivo inadatta e più mi attaccavo a te. Sì, è vero, sei stata la mia unica ragione di vita. Sì, anni sabbatici come stai facendo tu con Ernesto Maria, la storia si ripete solo che a te è toccato un maschio!»

«E quindi? Cosa vuoi dire?»

«Tu delicata, lui vorace! È la natura!» con piglio marziale, impettita, si volta verso i giardini fissando la fontana del Settecento di don Tullio. Il passato. Si assenta dalla figlia che la richiama all’attenzione più volte. Sembra svanita in un vuoto senza suoni, immobile, imprigionata da ricordi violenti.

la fontana di don Tullio

«Mamma che ti prende», la giovane trentenne la strattona con forza e nell’impeto le saltano gli occhiali sul selciato polveroso. È un cambio di scena improvviso, sta arrivando un pallone con dietro due scalmanati. Il passeggino viene allontanato dalla mano della giovane donna che, lasciata la presa, si lancia per terra a raccogliere la montatura metallica delle lenti che luccicando al sole sono minacciate dai furiosi calciatori in fasce. Colpito dalla palla, Ernesto Maria emette un fragoroso vagito, alza di scatto la piccola schiena per un attimo dando prova di nascenti ma già poderosi addominali, poi si gira dall’altro lato, si accoccola e pacioccone riprende a sognare. La nonna è più veloce, posato l’antico ventaglio sulla panchina, si alza con prontezza, anticipa la figlia intenta a togliersi dalla faccia l’enorme massa di capelli neri corvino che le arrivano fino al petto. È un attimo: una splendida esibizione atletica da sorella maggiore più che anziana signora dai capelli neve con luminosi sprazzi lilla sulla testa. Chinandosi raccoglie gli occhialini alla Lennon della figlia e voltandosi verso i torelli minacciosi, li arresta con un gesto quasi divino: con il semplice palmo della mano respinge l’assalto. Poi dici che le madri sono assenti e non servono a niente.

«Grazie mamma, giochi sempre a tennis?»

«Sempre! Hai sentito di Roger? Mannaggia, che palle, senza di lui Wimbledon è proprio una noia.»

«No mamma, lo sai che odio il tennis, è traumatico, è competitivo, e poi non vedo la pallina, è piccola, troppo veloce. Nuoto e solo nuoto! Al mare e in piscina ogni volta che posso. Come ben sai anche il parto in acqua è stato un’ottima scelta: abbastanza rilassante per me e per Ernesto. Ma per te una ennesima assenza. Anche nello sport ti ho delusa, vero? O tennis o ippica, questo volevi per me? Ricordo bene?»

«Ma che dici, sono fiera di te, sei il mio orgoglio. Professore ordinario a trent’anni, questo volevo per te e ci sei riuscita alla grande. Al circolo faccio schiattare tutte le mie amiche, parlo sempre del mio mito, mia figlia, scienziata internazionale, una luce per l’umanità: forte, onesta, indipendente e con le palle altro che quei loro maschietti, mammolette, mammoni debosciati», mentre ride con gusto si avvicina stretta stretta al suo tesoro accademico.

«Dai Laura, bando alle stronzate, che mi devi raccontare?»

Il richiamo alla realtà della madre sembra aver rotto l’incantesimo; non le vedevo così vicine e allegre da tanti anni, erano mesi che non venivano a trovarmi, le ultime volte avevano litigato urlandosi frasi sconce, offese gratuite senza senso, poi sono sparite. Mi mancavano: ci voleva un’estate speciale per riaccendere bisogni frenati dal rancore. Fatti nuovi scatenano azione: “cosa le sarà successo?” mi chiedo curioso.

Le due donne si guardano negli occhi, è calato un silenzio impacciato, nervoso, mentre il bimbo dorme beato.

«Mamma, sto impazzendo! Ti ho chiamato anche se so che non vorrai aiutarmi.»

«L’ho pensato subito, il problema è lui?» la sua voce altera si fa fredda mentre staccandosi, si risiede più in là, sulla panchina di ferro grezzo, verniciata di verde bosco, rovente dove batte il sole.

Vorrei fare qualcosa ma non posso. Lì in fondo, nemmeno i miei colleghi sempre verdi possono qualcosa. Fermi, sempre vestiti dagli stessi colori, sembrano insensibili all’andare del tempo, saccenti e laterali sono condannati a non subire mutazioni, incuranti e rigogliosi sono immobili nella loro immortale certezza, e mi fanno molta pena. Mi guardano invidiosi delle mie amiche fedeli che tornano a trovarmi in ogni stagione. Le ho viste crescere, cambiare, farsi donne da bambine, invecchiare per sparire e rinascere fanciulle. Ad una ad una passano le storie umane, nel freddo sbocciano da gemme luminose, dal gelo esplodono nel tepore del risveglio ogni giorno, finiscono come le foglie in autunno per rifiorire bellissime in nuove primavere. Nudo spogliato in inverno, queste donne mi trovano pronto a soffrire insieme a loro dopo le luci e le risate nelle feste, quando i botti colorati e le bottiglie vuote diventano spazzatura. Io dono loro sicurezza e pace, ecco perché si confessano, litigano e si alleano ai miei piedi. Trovano nella natura la forza di reagire, sanno sanare ferite aperte, sangue mai cancellato. Sanno creare nuova vita. Trarre forza dal dolore. Ribellarsi alla violenza e donare ancora amore. Donne.

Vorrei fare qualcosa ma non posso, ascolto storie. La mia ombra è folta in estate ma non serve: quando una donna desidera bruciare viva al sole, non vuole ristoro né nascondersi, non si stanca, non si doma, è pronta alla guerra, senza prigionieri.

Questo io faccio, è il mio destino, oggi ascolto la bella nonna con schizzi lilla sulla testa, domani, sentirò Ernesto Maria crescere, fare il monello, litigare con gli amici e di stagione in stagione, incidere la mia corteccia con i suoi amori, sempre ché non m’abbandoni anche lui; di troppe storie, di troppi bimbi non ho più notizie.

In questa Villa sarà ancora Natale, con luci di un giardino incantato dall’apparenza.

Vorrei fare qualcosa ma non tocca a me.

questo racconto è parte dell’ebook

I racconti dell’Avvento 2021 di AA.VV.

scaricabile gratuitamente a questo link: https://www.librierecensioni.com/libro/i-racconti-dell-avvento-2021-aavv.html

ordine al tempo

… Solo per dare ordine al tempo, è andato via da poco; ho fatto passare qualche giorno tenendomi dentro tutta la tristezza anche per i tanti e tante altre, anime della mia infanzia e gioventù. Zio Raff era l’amico del mio babbo, credo da sempre. Cresciuti insieme, tra roccia, terra e meravigliosi ulivi secolari, scendevano insieme per andare a scuola a piedi da una scalinata infinita fatta di pietre, attraversavano proprietà aperte curate centimetro per centimetro, e dirupi spaventosi per tagliare una strada che, oggi come allora, supera i dieci chilometri. Come il Sentiero degli Dei, dall’altro lato però, quello con all’orizzonte Napoli.

napoli all'orizzonte

Andavano a Sorrento, giorno dopo giorno, e tornavano sempre a piedi; immagino giornate meravigliose in primavera o autunno, spettacolari, ma brutte, impossibili in inverno e sotto la pioggia fredda del sud Italia, anche in quegli anni 1947/50. Nasceva la Repubblica. A Pacognano di Vico Equense, oltre cinquanta anni fa, ogni volta era una festa: nonna Colomba ci accoglieva con espressioni gioiose, cantate, e mille e mille baci, carezze per minuti, quasi una visita medica approfondita. Per lei era una emozione sorprendente, ne sento ancora la possente fisicità degli abbracci. Non si avvisava l’arrivo, non c’era il telefono, accogliere i nipoti di Salerno che vedeva due o tre volte l’anno, era un evento a sorpresa. Subito dopo, ci toccava la salita: la scalinata infinita di pietre per due tappe fisse, ripetute, rituali, doverose, necessarie, favolose. La prima a metà strada, dall’amico Raff, di cui babbo aveva sposato la sorella Anna nel ’64, e lì su in vetta, la seconda dal fratello minore, zio Nicola, nella casa dove era cresciuto babbo con nonno Pietro e nonna Teresa che non ho mai conosciuto. Un viaggio incredibile, non parlavo e se lo facevo erano poche parole strappate con la forza delle carezze e di baci tenerissimi. L’accoglienza delle zie, Nunzia, Adele e più giù Titina, era sempre piena di attenzioni, di curiosità, in mezzo ad una sinfonia di dialetto cantato più rotondo e armonioso del napoletano metropolitano, tra loro stavo estasiato a nutrirmi di tanto calore sconosciuto in città.

E ancora penso ai racconti di papà, un quintale sulle spalle, due sacchi di cinquanta chili, per fare un viaggio in meno, lungo quella salita di scalini di pietre che a me sembrava infinita verso il cielo… “I muli erano roba da ricchi” e i sacchi erano il cibo delle loro bestie. I sacchi della montagna diventarono lavatrici e frigoriferi casalinghi, da caricarsi addosso per salire ai piani alti dei palazzi senza ascensore della città. Nel tempo libero dalla fabbrica la fatica è stata la sua compagna inseparabile.

E poi cosa ricordo? I lavori di Sorrento, l’arte appresa a scuola diventata lavoro cui assistevo per ore ammirando zio Raff all’opera. Esattamente come in questo video: https://www.aboutsorrento.com/cosa-fare/intarsio-sorrentino-storia-dellarte-della-lavorazione-del-legno/ – mi sembra oggi di vederlo ancora, preciso, attento, appassionato con un sorriso straordinario, spiegarci i segreti dell’intarsio sorrentino.

Papà scelse l’acciaio della fabbrica e te lo raccontava con il tuo stesso orgoglio, fiero delle commesse che caricava sui camion diretti in Russia. Lì, nel tuo laboratorio che sapeva di colla calda e legni pregiati, i racconti dei due compagni di scuola e di avventure, mi si sono cementati nella memoria. Uno emigrato e l’altro che non era scappato ma s’era affidato all’arte del legno lavorato. L’artigiano e l’operaio. Si davano appuntamento da nonno Noè, per giocare a carte sul maestoso tavolone di legno antico, sotto lo sguardo dei bisnonni che guardano alteri dai dipinti appesi: l’uomo ritratto aveva un orecchino vistoso, una perla luminosa come avevo visto solo alle donne, mi incantavo a guardarlo senza riuscire a spiegarmi quell’anomalia così stonata. Per iniziare, la sera aspettavano la Fiat 850 blu di Pasquale che aveva sposato la bellissima sorella di mamma, zia Maria.

Fiat 850

Parcheggiava proprio sotto casa, dove finiva la strada, alla base della scala infinita di pietre che saliva verso il cielo. L’enorme zio Mario che sfotteva sempre tutti, intratteneva nipoti scatenati richiamati all’ordine quando partiva la partita. I soldi veri arrivavano in tavola, monete e qualche foglio di mille lire iniziavano la danza per ore da un giocatore all’altro, tra frutta secca, biscotti deliziosi, fumo acre, panettoni, vino dolce bianco e bambini che uno dopo l’altro crollavano sfiniti a notte fonda. La complicità di babbo con Zio Raffaele, mi affascinava più della complessità del gioco, scherzavano e ridevano con frasi e questioni che non capivo ma vedevo i loro sguardi farsi sentimento struggente quando si lasciavano. Zio Nicola e zio Pasquale, come anche zio Pietro a Seiano (e tanti altri zii, cugini e anche figli) sono morti troppo giovani, il perché lo sa solo Dio e un giorno ci dovrà spiegare perché, ogni giorno, lascia sempre tanto dolore in terra. Quindi, da pochi giorni, il tavolo si è ricomposto con l’arrivo di zio Raff e mi piace pensare che abbiano ripreso a giocare senza scadenza, come in un Natale infinito della nostra infanzia, senza musica né televisione, con l’allegria degli anni più belli, insieme ai nonni e ai nonni dei nonni.

PS

A rileggermi mi sento di aver fatto torto a tanti, troppi. La prima tappa del nostro Fiat 750, rosso con sponde rinforzate, era sempre a Seiano da zia Maria, una madre per papà, più che una sorella, insieme a quel gigante di zio Pietro che per primo se lo portò a lavorare ai cantieri di Castellammare. Poi iniziò la fabbrica, invece avrebbe voluto andare per mare.

Seiano di Vico Equense
Seiano di Vico Equense

La domenica del 23 novembre 1980 eravamo a Pacognano, la notte dormimmo sui divani della hall della maestosa Casa Salesiana, quella sera, alle 19:34:53, durante un film trasmesso nell’oratorio, urlarono: “State calmi, è una struttura antisismica”.

casa salesiana
casa salesiana

Tornammo il giorno dopo a Salerno e per alcune notti dormimmo sulla tangenziale ancora in costruzione. Nella Renault 6, sempre rosso fuoco, dal furgone all’auto, era il segno della crescita economica, viaggiare in un veicolo adibito al trasporto delle persone e non delle cose.

Fiat 750
Fiat 750

Ero già molto più grande e il Natale a Pacognano, anno dopo anno, lo sentivo sempre più magico. Un oratorio così bello lo desideravo al posto della strada criminale della città, tutto l’anno. Quel sisma, a pensarci bene, è un confine, da lì, dove non ci sono state macerie, si sono costruiti muri e strade di fuga, separati. Le distanze tra anime si sono dilatate, fino a dimenticare nomi e luoghi. Non ricordo il Natale di quell’anno né di quelli dopo. La verità è che non si può mettere in ordine il tempo come non si possono cancellare mai dolori, nostalgie e sensi di colpa irrimediabili, si può ricordare e sentire le stesse emozioni, ora come allora, inebriarsi dentro. Darsi il diritto di stare bene. 🌄🌅🎆💓💝

Chiesa della Natività di Maria Vergine - Pacognano di Vico Equense
Chiesa della Natività di Maria Vergine – Pacognano di Vico Equense
Gruppo di persone in posa all'esterno di un edificio, con uomini e donne di varie età, alcuni in abiti formali e altri in abbigliamento quotidiano, che sorridono verso la fotocamera.
Gruppo di donne e ragazze in posa all'esterno di un edificio, in abbigliamento degli anni '50, alcune sorridono alla camera mentre altre guardano in direzioni diverse.
Donna in abiti vintage posando su un sentiero circondato da vegetazione.
Una foto in una strada cittadina mostra una famiglia composta da un uomo, una donna incinta e un bambino. L'uomo indossa una maglietta chiara e pantaloni, mentre la donna è vestita con un abito blu e tiene una borsa. Il bambino, con i capelli ricci, indossa una tuta bianca e tiene per mano i genitori.

Poi il mare più a Sud… All’improvviso ricordo quel momento, di oltre mezzo secolo fa, io ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, ma che dico, del mio mondo. Creavo con la risacca dolce, il fossato intorno e con un pezzo di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, e così piccole grandi onde arrivarono presto a me: la prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, enorme e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra, ma quello era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di non dire mai niente. 

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con capelli ricci, vestita con giacca chiara e maglione bianco, in un ambiente scuro

L’ordine è nel passare del tempo che consuma ricordi di anime vive come la carezza di un pensiero, come il tormento di occhi che ti guardano senza morire mai. E così darsi il diritto di stare bene senza nascondere le lacrime e la gioia dell’emozione che torna dal passato e diventa presente adesso con una foto in bianco e nero che ti brucia dentro.

#ilTerzoLivello: recensione di Nicola Nigro

che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!

http://www.giornaleilsud.com/2021/08/17/un-libro-davvero-da-leggere-soprattutto-per-un-genitore-o-chi-sta-per-diventarlo-o-lo-diventera/

Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro
Articolo il SUD di Nicola Nigro

Fa troppo caldo e niente, non succede niente

– Sono innocente! – grido forte con i piedi bruciati nella sabbia. Niente. A portarmi via sono due soldati venuti dal mare con l’uniforme bianca.

low angle shot of a person swinging on a rope tied to coconut tree

– Sulla spiaggia comanda la Capitaneria! – urlano anche loro ma rivolti al vigile urbano che sulla sala del lido si sbraccia e tenta di intervenire. Lui prova a difendere i clienti del suo amico titolare, quello abbronzatissimo nello stabilimento bianco e blu, dopo l’arcobaleno, dopo l’aurora è solo uno scoglio.

Niente. Non succede niente. La calca dei curiosi si fa insopportabile, con questo caldo opprimente ci mancava anche la folla dei bagnanti che stringe intorno – è il padre eterno che ci allena in terra alla pena dell’inferno – mi dico mentre struscio sulla fronte il polsino candido del marinaio, con forza gratto nelle rughe della fronte per tergere il sudore che scende a fiumi dalla mia testa e dal collo a rivoli dietro le orecchie. Mi agito, resisto alla legge, lui mi afferra le mani e io mi affranco con la sua giacca immacolata in un feroce braccio di ferro. Sa di pulito e di fresco questa divisa bianca e mi ci perdo il viso dentro dando vigore alla mano che si aggrappa più forte al tessuto.

two brown wooden armchairs beside umbrella near seashore

–  Sono innocente! giovanotto lasciami stare! – gli urlo nell’orecchio, lui reagisce, e mentre la mia fronte trova conforto nel cotone della sua ascella asciutta, mi stringe al collo e mi butta a terra nella sabbia. Prima bruciavano solo i piedi, adesso tutto il corpo. La sabbia scotta a mezzogiorno.

– Che figura di merda! – ho tutti gli occhi puntati su di me, e allora guardo più sopra, alla seconda fila degli ombrelloni, nel posto che so a memoria e la vedo. Niente, non succede niente. Nemmeno questa volta mi guarda, continua l’uncinetto come sempre, ipnotizzata ipnotizza. Nemmeno questo casino la distrae dal suo lavoro, veloce, ossessivo, un punto fiorellino dopo l’altro di cotone rosso che si ammaglia di passione un giro dopo l’altro. Un punto dopo l’altro tesse visioni di colore che si fanno desiderio. La musica nelle cuffie senza fili e le note che diventano trame di storie vissute sul mare. Come strumento l’uncino d’acciaio, come materia il filo e l’idea, estranea alla folla non sente rumori, lei lavora fragorosa di vita che diventa armonia. Niente, non succede niente.

Alberto, il bagnino dai muscoli d’acciaio e un cuore gigante, mi getta in faccia un secchio d’acqua per spegnermi l’incendio.

È calda anche quella ma mi sveglio incazzato in una pozzanghera di sudore rovente, allagato nel lenzuolo bianco che mi si è attorcigliato con dentro la testa. Tiro un calcio al cuscino fuori dal letto come ultima reazione di una resistenza vana a pubblico ufficiale: – Le ho solo rubato una foto sotto la doccia! – un reato? un incubo! – La colpa non è mia, è sua, non mi guarda mai! – scoppio a ridere: se non mi decido a rivolgerle una parola, finirò al manicomio!

Niente, non succede niente.

– Dai, forza, pensati epicureo e vai. – La banale filosofia non è mai filosofia banale.

Ciò che una volta presente non ci turba, nell’attesa ci fa impazzire.

woman in pink knitted hoodie sitting on white sand
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marshmallows in mug
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ho scoperto WriterOfficina

“saranno i ribelli a cambiare il mondo” Abel Wakaam – wow!!!

la verità è che ho scoperto uno scrittore, fotografo, esploratore, e ribelle!

– da non perdere le interviste a grandi scrittrici e scrittori… deliziosa quella a Erri De Luca, incredibile quella al ghostwriter 🙂 e molto interessanti anche quelle a Dacia Maraini, Piera Carlomagno, Maurizio de Giovanni, etc…

Molto bello l’articolo EGO SUM… sempre tutto di Abel Wakaam, molto affascinante per me la veste grafica e tecnica del sito, molto fine anni ’90 ma molto funzionale ed immediata oggi nel 2021!

Per me una rivelazione, quindi vai! basta un click! per entrare

“nel luogo dei folli che vogliono cambiare il mondo”

fino al 15 novembre 2021 puoi dare la tua preferenza a questo libro nel
Concorso letterario Writer Golden Officina 2021

o partecipare con un tuo testo: fai click su questo link per sapere come fare

la confessione: Paul Auster e la Trilogia di New York

…il coraggio lo devo a lui. A Paul Auster devo il coraggio di aver osato pubblicare #ilTerzoLivello. Non credo di riuscire mai più a evadere dalla sua Trilogia di New York, sono imprigionato nei tre racconti che formano un unico romanzo: mi ha stravolto, allucinato, rapito per sempre. Non scherzo, lo confesso e pagherò tutto quello che c’è da pagare. La pistola è carica e pronta a sparare se il mio me stesso dovesse entrare da quella porta: non c’è scampo, non c’è via di fuga, non posso che ritornare indietro all’inizio delle indagini alla ricerca della città di vetro, dei fantasmi e di questa stanza chiusa. L’epilogo è l’inizio.

copertita trilogia di new york

Certo, posso sbagliarmi. In quel momento non ero in condizione di leggere nulla, e forse il mio giudizio è alterato. Ero lì, scorrevo le parole con gli occhi, e stentavo a credere a quello che vedevo.

– Non puoi sapere cosa è vero o falso. Non lo saprai mai

Chiamerò la polizia. Sfonderanno la porta e ti porteranno a forza all’ospedale.

Al primo colpo contro la porta una pallottola mi trapasserà il cranio. Non puoi vincere, è inutile.

Quello che ha abbattuto ogni mia paura di pubblicare cose poco interessanti, o peggio scritte male e insulse, è stato il suo incipit nella Città di vetro:

”La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.”

Cos’è il significato di un racconto, di una vita, di un momento, di un eterno pensiero, della nostra storia dentro la storia di tutti gli altri dentro di noi? Non spetta a chi scrive, spetta a chi legge …

All’improvviso gliene veniva offerta l’opportunità e adesso, in strada, l’idea di quello che gli si prospettava si ingigantì come un incubo atroce. Pensò alla piccola bara che racchiudeva il corpo del figlio, a come l’aveva vista calare sotto terra il giorno del funerale. Quello era l’isolamento, disse fra sé. Quello era il silenzio. Forse non era un vantaggio che anche suo figlio si fosse chiamato Peter.

– Veda, signor Quinn… il mondo è in frammenti. E il mio lavoro è ricomporli insieme.

– Be’, è un bell’impegno.

Me ne rendo conto. Ma io cerco unicamente il principio. Questo è senz’altro alla portata di un uomo solo. Se riesco a porre le fondamenta, altre mani sapranno compiere la riedificazione vera e propria. L’importante è la premessa, il primo gradino teorico.

Perdersi nelle pagine di Paul è fin troppo facile ma non è smarrimento, è anzi un viaggio illuminato:

Mentire è brutto. Ti fa pentire di essere nato. E non essere nati è una maledizione. Sei condannato a vivere fuori dal tempo. E quando vivi fuori dal tempo, non esistono il giorno e la notte. Non hai nemmeno la possibilità di morire.

Capisco.

– Una bugia non si cancella mai. Nemmeno con la verità. Io sono un padre, e queste cose le so.

Non servono mappe del tesoro, non è la caccia all’isola che non c’è, è già il coraggio che abbiamo dentro di guardare fuori non per assistere ma per agire:

“Si chiedeva se sarebbe stato capace di scrivere senza penna, o se invece avrebbe imparato a parlare riempendo il buio con la voce, pronunciando le parole nell’aria, nei muri, nella città, anche se la luce non fosse tornata mai più.”

“Su Black, su White, sul lavoro che gli è stato affidato, ora Blue incominciava ad avanzare alcune ipotesi. Scopre che inventare storie, oltre a servirgli a far passare il tempo, può essere un piacere.”

“Pronunciare una condanna a morte era orribile, ma lavorare per un morto non sembrava molto meglio.”

Amare le parole, investire una parte di sé in quello che è scritto, credere nel potere dei libri: tutto ciò sommerge il resto, e al confronto la propria vita individuale diventa insignificante.

Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi. È una mistificazione. Noi esistiamo per noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può sconfinare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.

Ora scoprii che quella stanza si trovava nel mio cervello.

“La conclusione, tuttavia mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, Città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. Non pretendo di aver risolto nessun problema. Voglio solo segnalare che venne un momento in cui guardare ciò che era successo cessò di spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perché non avevo altra scelta che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia non è nelle parole: è nella lotta.

Mancano ancora una ventina di pagine quando Paul firma la sua immortalità nel significato delle cose importanti dell’agire umano.

La storia non è nelle parole: è nella lotta!

ora sai perché #ilterzolivello è diventato un libro che vaga fuori dalla stanza, e per il piacere dei collezionisti, la traccia da seguire è l’incipit non più pubblicato:

Attendevo una telefonata importante che non arrivava mai. Le ossessioni iniziano all’improvviso, inaspettate. Mi tormenta un dolore tutto interiore, un dolore che si ripete e che non so spiegare. Con chiacchiere inutili e conversazioni necessarie, la storia che sto per raccontare potrebbe non avere senso. Paul direbbe che “la questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”.

#IlTerzoLivello: su Amazon e in libreria è ordinabile la revisione del 4 luglio 2021

…quello che la primavera fa con i ciliegi

un piccolo esercizio di scrittura del fantasma, la traccia è questa frase:

vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” di Pablo Neruda

«Non ti fermare, continua» le dice con la gioia di un amore ritrovato, e lei non si ferma: sono gesti ipnotici senza tempo, scosse tenere, ripetute, delicate. Sospirando ad ogni reazione della pelle la vede riflessa, e immobile sulla sedia difronte allo specchio, gode di tante carezze inattese finalmente tornate intime. 

La continua a fissare con lo sguardo incollato ai suoi occhi che però sono sfuggenti – cosa sta pensando? – si chiede mentre nota che le sue pupille azzurro limpido, sono nervose, in cerca di vastità indecifrabili, guardano fuori verso la finestra a lato della toeletta per il trucco, già di nonna prima della sua infanzia; lei è assente, guarda lontano oltre le imposte spalancate sulla primavera che pulsa fuori, esplosa nel giardino.

«Amo di più la terra quando prende forma il caldo risveglio alla morte dell’inverno» dice senza fermarsi, sempre più dolce, assaporando la brezza tiepida che le arriva in faccia dal suo giardino, denso di gemme in fiore sull’albero più vecchio, quello più alto, e così si immagina bambina, arrampicata e felice.

La continua a cercare nello specchio ma non riesce ad afferrarne gli occhi, e allora vede i suoi capelli finissimi dorati di miele: le ondeggiano liberi sul viso senza trucco mentre la chiusura prolungata delle palpebre con ciglia quasi invisibili, sugella intensamente il piacere fisico nel respirare i profumi dei ciliegi in fiore.

È un attimo di estasi: «siamo ancora insieme, solo questo conta, il nostro inverno è morto», dice come se stesse parlando a qualcuno sull’albero, ma lei non si ferma, non rallenta, le sue carezze si fanno sempre più delicate mentre nei suoi occhi si combattano mille luccichii, colorati dalle gocce di rugiada che rinfrescando i primi petali dischiusi, riflettono il sole in ogni direzione.  I bagliori della luce nello specchio stridono con la pacatezza irreale della voce diventata adolescente, confligge l’amore e l’assenza di emozioni. Un brivido freddo inonda l’altra donna più giovane che smette di godere, e allora le prende la mano, la ferma rabbiosamente, si alza e abbracciandola con forza, la riporta alla realtà: «basta mamma! basta spazzolare, basta coccole! adesso ti metti seduta e lo faccio io a te! oggi devi uscire da questa stanza, ci vestiamo insieme e andiamo a fare shopping in centro, ti ricordi come mi dicevi? vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi…»

pablo neruda

Pablo Neruda

Tu giochi tutti i giorni con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, tu vieni nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
ogni giorno tra le mie mani come un grappolo.
A nessuna assomigli da quando ti amo.
Lascia che io ti distenda fra le ghirlande gialle.
Chi scrive il nome tuo con lettere di fumo tra le stelle del sud?
Oh, fammi ricordare come eri allora, quando ancora non esistevi.
D’un tratto il vento ulula e picchia alla mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete cagliata piena di tetri pesci.
Qui vengono a battere tutti i venti, tutti.
Già si sveste la pioggia.
Passano gli uccelli in fuga.
Il vento. Il vento.
Io solo posso battermi contro la forza degli uomini.
La bufera fa turbinare le foglie oscure
e scioglie tutte le barche che stanotte si sono ancorate in cielo.
Tu sei qui. Oh, tu non scappi.
Tu mi risponderai sino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Eppure, qualche volta un’ombra strana è corsa nei tuoi occhi.
E ora, anche ora, tu mi porti, mia piccola, caprifogli,
e hai perfino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa e uccide farfalle
io ti amo e la mia gioia morde la tua bocca di susina.
Che dolore avrai patito ad assuefarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti respingono.
Tante volte abbiamo visto ardere la prima stella baciandoci negli occhi
e tante volte i crepuscoli girare a ventaglio sulle nostre teste.
Le mie parole su di te sono cadute accarezzandoti.
Da tanto tempo ho amato il tuo corpo di aprica madreperla.
E ti credo addirittura padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole brune, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

un anno dopo, piccolo autoediting per un altro gruppo FB (Libri e Recensioni)

#novelledomenicali

«Non ti fermare, continua» le dice con la gioia di un amore ritrovato, e lei non si ferma: sono gesti ipnotici senza tempo, scosse tenere, ripetute, delicate. Sospirando ad ogni reazione della pelle la vede riflessa, mentre immobile, seduta sulla sedia difronte allo specchio, gode di tante carezze inattese finalmente tornate intime. 

La continua a fissare con lo sguardo incollato ai suoi occhi che però sono sfuggenti – cosa sta pensando? – si chiede mentre nota che le pupille azzurro limpido sono nervose, in cerca di vastità indecifrabili: guardano fuori verso la finestra a lato della toeletta per il trucco, già di nonna prima della sua infanzia. Lei è assente, in piedi alle sue spalle, guarda lontano oltre le imposte spalancate sulla primavera che pulsa fuori, esplosa nel giardino.

«Non ti fermare, ti prego… Continua». La cerca, non la lascia andare. E lei non si ferma, continua con gesti ipnotici di braccia e mani sulla testa, sulle spalle scoperte, carezze tenere come una volta, di quando era bambina.

Prova a fermare con parole preoccupate quegli occhi che tante volte le hanno fatto paura. Non ci riesce, lei è assente, guarda lontano oltre la finestra, cerca il mondo fuori che esplode di ricordi.

«Amo di più la terra quando prende forma il caldo risveglio alla morte dell’inverno» dice senza fermarsi, sempre più dolce nei movimenti, assaporando la brezza tiepida che le arriva in faccia dal giardino, denso di gemme in fiore sull’albero più vecchio, quello più alto, e così si immagina bambina, arrampicata e felice.

La continua a cercare nello specchio ma non riesce ad afferrarne gli occhi, e allora ne guarda i capelli finissimi dorati di miele che ondeggiano liberi sul viso senza trucco. Osservando con attenzione come la chiusura prolungata delle palpebre renda brillanti le sue ciglia bianche quasi invisibili, si arrende e si lascia andare allo stesso piacere fisico di respirare il profumo dei ciliegi in fiore.

È un attimo di estasi: «Siamo ancora insieme, solo questo conta, il nostro inverno è morto», dice come se stesse parlando a qualcuno sull’albero, e non si ferma, non rallenta, le carezze si fanno sempre più delicate mentre nei suoi occhi si combattano mille luccichii, colorati dalle gocce di rugiada che, rinfrescando i primi petali dischiusi del mattino, riflettono il sole in ogni direzione.  I bagliori della luce nello specchio stridono con la pacatezza irreale della voce diventata adolescente, confligge l’amore e l’assenza di emozioni. Un brivido freddo inonda l’altra donna più giovane che smette di godere, e allora le prende la mano, la ferma rabbiosamente, si alza e abbracciandola con forza, la riporta alla realtà: «Basta mamma! Basta spazzolare, Basta coccole! Adesso ti metti seduta e lo faccio io a te! Oggi devi uscire da questa stanza, ci vestiamo insieme e andiamo a fare shopping in centro, ti ricordi come mi dicevi? Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi…»


2021, 2022… ancora un anno in avanti, veloce e lento come il vento dei pensieri mentre fuori il tornado dell’AI ci avvolge, nel niente e nel tutto vomitato di parole

ONANISMO MENTALE

ecco una pratica di autoediting con ChatGPT 3,5, quello gratis 😂

Richiesta: “Riscrivi questo testo come lo farebbe Stephen King”

“Non ti fermare, continua”, le sussurra con l’estasi di un amore ritrovato, e lei non si ferma: gesti ipnotici senza tempo, carezze tenere, ripetute e delicate. Ogni reazione della sua pelle è un sospiro che lei osserva riflesso, immobile sulla sedia di fronte allo specchio, godendo di queste carezze inattese finalmente intime.

La fissò intensamente, gli occhi incollati ai suoi, ma quegli occhi erano fugaci, sfuggenti – cosa sta pensando? – si chiese mentre notava che le pupille di un azzurro limpido erano nervose, alla ricerca di vastità indecifrabili: guardavano oltre la finestra, accanto al tavolo da trucco, che era già di nonna prima ancora della sua infanzia. Lei era assente, in piedi dietro di lei, con lo sguardo rivolto lontano, oltre le imposte spalancate che rivelavano la primavera che palpitava fuori, un esplosione nel giardino.

“Non ti fermare, ti prego… Continua”. La cercava, non voleva lasciarla andare. E lei non si fermava, continuava con quei gesti ipnotici di braccia e mani sulla testa, sulle spalle scoperte, carezze tenere come un tempo, quando era solo una bambina.

Provò a fermare con parole preoccupate quegli occhi che tante volte l’avevano spaventata. Non ci riuscì, lei era ancora assente, lo sguardo perso lontano oltre la finestra, alla ricerca del mondo che esplodeva di ricordi.

“Amo di più la terra quando prende forma il caldo risveglio alla morte dell’inverno”, disse senza interrompersi, sempre più dolce nei movimenti, assaporando la brezza tiepida che le accarezzava il viso dal giardino, denso di gemme in fiore sull’albero più antico, il più alto. E così, si immaginò bambina, arrampicata e felice.

Continuava a cercarla nello specchio, ma non riusciva ad afferrare i suoi occhi. Allora osservò i suoi capelli finissimi, dorati come il miele, che fluttuavano liberamente sul viso privo di trucco. Notò come il lento abbassamento delle palpebre rendesse le sue ciglia bianche quasi invisibili e, arrendendosi, si abbandonò al piacere fisico di respirare il profumo dei ciliegi in fiore.

Fu un attimo di estasi: “Siamo ancora insieme, solo questo conta, il nostro inverno è morto”, disse come se stesse parlando a qualcuno sull’albero. E non si fermava, non rallentava, le carezze diventavano sempre più delicate, mentre nei suoi occhi si scontravano mille scintille, colorate dalle gocce di rugiada che, frescando i primi petali del mattino, riflettevano il sole in ogni direzione. I bagliori di luce nello specchio contrastavano con la voce pacata, ma l’amore e l’assenza di emozioni. Un brivido freddo avvolse l’altra donna, più giovane, che smise di godere. Allora la prese per mano, la fermò con rabbia, si alzò e la abbracciò con forza, riportandola alla realtà.

“Basta, mamma! Basta spazzolare, basta coccole! Adesso siediti e sarò io a prendere cura di te! Oggi devi uscire da questa stanza, ci vestiremo insieme e andremo a fare shopping in centro. Ti ricordi quando mi dicevi che vorresti fare con me quello che la primavera fa con i ciliegi…”

L’atmosfera si fece più cupa, il tono della voce si trasformò in uno sguardo di determinazione. La giovane donna cercava di riportare sua madre nel mondo reale, liberarla dalla trappola dell’ozio e dell’immobilità. Era giunto il momento di rompere quelle catene, di affrontare la vita con coraggio e riscoprire la gioia delle esperienze condivise.

Stephen King avrebbe potuto descrivere questa scena con una tensione palpabile, facendo emergere i contrasti tra passato e presente, tra l’amore e il desiderio di cambiamento. Avrebbe forse amplificato il senso di inquietudine e il richiamo alla realtà, rendendo il momento di trasformazione ancora più intenso.

CERTI BAMBINI di Diego De Silva

un commento alla nuova pubblicazione 2021 di Einaudi (prima edizione 2001)

Quando ho letto nella prefazione di Domenico Starnone:

‘De Silva forse deve qualcosa soltanto ai piccoli gangster ebrei di C’era una volta in America’

mi sono vergognato di non aver letto questo libro venti anni fa. Ho rimediato con voracità colmando una profonda lacuna che più di ogni altra cosa (è ovviamente un fatto personale di scarsissimo interesse collettivo), mi ha riaperto ferite che pensavo fossero completamente rimarginate. Questo fa la grande letteratura, non scade, non passa di moda, racconta sempre nel presente storie che non finiscono mai. Dall’antichità a oggi, l’uso dei minori nel lavoro che sfrutta gli umani non è affatto un un capitolo chiuso, quando poi è un lavoro sporco e criminale, che ammazza le persone su commissione, i sensi di colpa di appartenere ad una razza animale bastarda come quella umana sono insopportabili. Eppure senza la testimonianza, senza il racconto, senza la conoscenza viva e diretta della realtà ogni vita sarebbe menomata, incapace di scavare nel profondo dell’abisso per riconoscersi diverso e fortunato da chi nasce e cresce già condannato a seguire strade senza ritorno. La produzione e riproduzione della malvagità sono molto meno marginali di quanto si possa immaginare, forse anche solo sperare, ci cammina dentro tanto da rivelarsi in chi invece è chiamato e formato alla tutela della giustizia. È sempre colpa degli adulti e “certi bambini” lo sanno bene e solo per difendersi e sopravvivere devono emularli e prenderne il posto. Dove ci sono regole il più forte le infrange sebbene la sua umanità bollente di tenerezza e amore lo costringa a tormenti indefiniti, anche fisici, senza risposte adeguate.

“Il torpore sparì per qualche secondo e poi tornò peggio di prima, accompagnato da una sensazione di vuoto in mezzo alle cosce, proprio lì, dove teneva la sua ricchezza più importante.”

Rosario non è solo un certo bambino, un rappresentante di una categoria, Rosario è ogni bambino cresciuto in strada in ogni metropoli del mondo e con lui i suoi amici, la sua gente, e l’infamità del suo universo condannato all’inferno sulla terra, l’inferno delle gerarchie, dei deboli sopraffatti dai forti.

“Rosario va a uccidere con la testa piena di ordini e una specie di ignoranza. Sente tutta la responsabilità delle istruzioni ma non del risultato che verrà. Si è addestrato all’ubbidienza fino a sviluppare come un disinteresse per quello che dovrà succedere, fino a pensare all’uomo che ammazzerà come una conseguenza meccanica delle istruzioni, a un fatto, una cosa che lo riguarda solo in quanto prova morente dell’esecuzione.”

Rosario è ogni bambino soldato, arruolato e addomesticato da un esercito, istituzionale o meno non fa differenza, il degrado delle periferie o dei centri storici non fanno differenze, la chiave della svolta è il coraggio e non tutti sono come lui.

“Era così libero dal ricatto della paura, del pericolo, della vita, che il pensiero di morire non gli faceva più niente. Anzi, in un certo senso avvicinare la morte, andare verso di lei in una volta sola, con un atto unico, un sì o un no, la rendeva piccola.”

Che fine ha fatto Rosario? non è la domanda giusta, la domanda interessante è cosa sta facendo il Faraone? che Diego ringraziava allora come ringrazia ancora oggi dopo venti anni, con questa nuova e “miracolosa” ripubblicazione di un libro che bisogna leggere, assolutamente.

“Grazie a Gianfranco Marziano, perché gli devo molte delle cose raccontate in questa storia”

Oh la rete … cercando il Faraone ho trovato questo documentario Rai che non avevo mai visto (spero di essere l’unico), è una puntata di Torre d’Autore su Salerno con e di Amleto De Silva.

SALERNO

In questa puntata di Terre d’autore, lo scrittore e umorista Amleto De Silva ci porta a Salerno, tra i luoghi della sua infanzia e personaggi popolarissimi che hanno contribuito alla sua formazione e alla creazione dei protagonisti del suo romanzo “L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè”. Un’occasione per scoprire una Salerno inedita, che sa stare al passo con i tempi pur con le contraddizioni tipiche della città di provincia, che De Silva coglie con senso dell’umorismo, rivelando un grande amore per la sua città.

“più ti vanno male le cose e più sei contento” 🙂 Amleto De Silva

lì comincia il lungomare dei poveri, quello senza alberi” … già dove siamo cresciuti noi ragazzi dei quartieri, Torrione, Pastena, Mercatello.

Ci manchi tanto immenso Amleto.

 

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nata il 4 luglio

Il Terzo Livello: ecco la revisione del 4 luglio 2021

così come pubblicato, questo romanzo è una pietra lavorata per incidere sull’evoluzione del presente. Un caso originale di narrazione mutante e divertente nonostante lo spessore a tratti seriosi dei temi trattati. Da leggere e farne discussione con nonni, genitori e figli.

Affrontare i conflitti aiuta a migliorare se stessi e chi vuoi bene.

Un romanzo fatto di legamenti e nodi di contrasto.

SINOSSI – riassunto minimo

A causa di una misteriosa convocazione da parte di un giovane maresciallo dei Carabinieri, Antonio Esposito si sveglia con un incubo da tempo non più ricorrente, è il conflitto padre figlio che ritorna, doloroso. La novità di una giornata diversa dal solito e i dubbi su una convocazione in una caserma militare, portano il protagonista a raccontarsi pensieri scombinati, del presente e del passato, riflessioni, domande e risposte che si accavallano nella sua mente durante il percorso che ha scelto per recarsi all’appuntamento con l’Arma. La passeggiata sul suo lungomare, della sua città, è breve ma percorre tutta la sua esistenza compresa quella dell’oggi come lavoratore e sindacalista, e come anomala spia del terzo livello: costruzione mentale del suo complotto interiore. In caserma, nell’incontro e scontro con il maresciallo Gradone, scoprirà un fatto incredibile che lo coinvolge suo malgrado ad affrontare la risoluzione del racconto che si svolgerà tra colpi di scena e strutture futuribili.

Il Terzo livello è un esperimento creativo di scrittura, essenzialmente un approdo precario, necessario all’autore che affronta in modo originale, un rapporto conflittuale padre figlio, attraverso le confessioni intime di una spia egocentrica, rendendo la storia campo di confronto con il lettore di ogni età. I tre livelli generazionali in cui il protagonista è figlio prima che genitore, si intrecciano con il racconto del suo personalissimo modello sociale a tre livelli, inglobando formazione e maturazione dell’essere con il frastuono incoerente di pensieri che fluiscono su piani paralleli, sospesi tra i rimorsi, necessità e desideri. Il racconto della sua presenza, da bambino, da adolescente, da sportivo, da studente e lavoratore, da spia e sindacalista, è una esplorazione agitata e frenetica, con flashback improvvisi, di relazioni e avvenimenti anche sconnessi tra loro ma che liberano il personaggio da sensi di colpa ingombranti.

Fatti di rilievo come il boom economico degli anni 50/60’, i complotti politici e la “Notte della Repubblica” fanno da collante storico in una esistenza che ha però una bella pretesa: Antonio Esposito è il protagonista della sua vita. Non è un romanzo giallo, ma ci sono le spie, i complotti, c’è il sarcasmo della vita quotidiana e di quella preoccupante di un maresciallo inquisitore. Fatti veri come nei, caratterizzano un racconto di fantasia, ideale ma non troppo. Poi c’è la città, simile alle mille cresciute nei millenni intorno ai porti della gente mediterranea: Salerno è la storia attraverso il luogo che non c’era, quello a sud del fiume Irno, quello che ha sostituito la vecchia zona industriale e commerciale controllata dalla Polveriera dei Borboni. Ci sono le fabbriche abbandonate come simbolo di conflitti dimenticati, il calcio e il tennis, un Macintosh, la radio libera, c’è la droga come in mille quartieri simili nelle mille metropoli del mondo, di ieri e di oggi.

Nell’era di Twitter e di post lampo che scorrono veloci su Facebook, il tempo di leggere storie è limitato, ma il bisogno di consumare e condividere la propria presenza è dominante. Le battute discontinue dei dialoghi, o i monologhi, e la mancanza descrittiva dell’atmosfera dei fatti che accadono intorno ai pochi personaggi che animano la storia, sono scelte che rompono gli schemi essenziali di un romanzo, nel tentativo di crearne una costruzione sceneggiata con strumenti elementari di pseudo poesia per immagini, proprio come avviene sui social, come è però, impossibile da immaginare dentro la reclusione soffocante della pandemia. Il mare come proprietà e come bisogno rende bene l’idea della fuga dalle paure più intime, e così anche il “runner illegale” che corre per la libertà, diventa una scena che non ha bisogno di descrizione.

In piena pandemia 2020, Antonio Esposito brucia i ricordi di una vita che dura il tempo di una passeggiata sul suo lungomare, una andata e un ritorno con sorprese e colpi di scena, con accanto e sullo sfondo la Divina costiera. L’ovvietà di un’impresa paradossale si aggrappa ad una tensione che resta latente fino all’epilogo finale che viene rimandato, pagina dopo pagina per un epilogo che è da scoprire anche se non c’è un cadavere, un delitto: in gioco ci sono le relazioni umane primordiali che prima del sangue chiedono il ragionamento per poi tornare al principio, per poi ripartire. Il bisogno di comunicare è nel DNA di ognuno ma il bisogno di scrivere per lasciare un segno è precedente. Questa genesi ha bisogno di un approdo definitivo, è una sfida lanciata nella rete globale della comunicazione che spetta al lettore raccogliere per navigare sé stessi…

l’amore ai tempi di Facebook di Mark Zuckerberg

Ci dovresti passare un reddito di partecipazione per tutti i dati e contenuti privati che ti regaliamo mentre tu li vendi al migliore offerente come fossimo merce in vetrina… buu, miliardario che non sei altro…

L’anniversario: 3 luglio 1999

Lei: «Amor vincit omnia… ore 17 solito posto… io e te… 22 anni di noi …i migliori anni della mia vita… ricchi di amore, libertà, rispetto… Che fai? Vieni?» – in mezzo a mille cuoricini.

Io: «sto gia’ la Amo’, confermato taglio torta e dolcetti di Bassano, confermato celebrante, un certo Picarone, il sindaco e’ impegnato ma ci sposiamo lo stesso, pronta anche una autoambulanza e i pompieri per eventuali svenimenti o incidenti, porta tu le carte, al comune non si sa mai, sabato come allora, non fare tardi, smack», condividendo la foto del nostro bacio pubblico nella sala monumentale del governo della città.

Lei: «mascalzone».

Io: “fino alle 17 c’è tempo per fare pace” – penso godendomi uno spaghetto con ragù senza carne che fa risuscitare i vivi, poi c’è la crostata del paradiso che ho sbirciato nel frigo, fino alle 17 c’è tanto tempo come fosse ieri, ieri l’altro.

FLORA di Alessandro Robecchi

1191 di Sellerio Editore

Pornografia dei sentimenti. Quando lo senti in una presentazione dall’autore non ha lo stesso effetto di quanto lo vedi leggendo le sue pagine. Quando poi nelle sue pagine ho trovato l’ardua impresa di fare la rivoluzione con la Poesia per distruggere la “Grande Fabbrica della Merda”, una vertigine fortissima mi ha tramortito. Combattere l’impossibile con la forza e la bellezza della gentilezza, dell’insegnamento, della scoperta, della persuasione, delle visioni dell’arte, è il sogno che diventa realtà. L’eterno mito della lotta del debole che combatte il forte, è messo in scena con la maestria delle parole, in una storia che mi ha acchiappato con frenesia, e mi ha fatto fare il tifo per i cattivi, i delinquenti che rapiscono, sequestrano, poi corrompono l’anima, reclutando la protagonista e il lettore che segue una vicenda appassionante nella sua assurdità, mirabile iperbole della società in cui galleggiamo giorno per giorno.

“Comunicare le proprie ossessioni è bellissimo”

lo dice l’autore in un’intervista e in questo libro si respirano intense le nostre nevrosi quotidiane di consumatori di miserie umane sia quelle nella ricchezza che quelle, nella povertà dell’esistenza.

La rivincita, il progetto, il piano e la sfida al colosso, al paese intero:

“Senza contare che questo prendersi un’ora di diretta in prima serata sa tanto di riappropriazione dei mezzi di produzione”.

Lo dice l’autore, “le differenze di classe sono diventate differenze antropologiche” e quindi si capisce che la scommessa è anche storica:

“… da tutta quella finzione che diventa più vera del vero, iperrealismo, storie addomesticate. Sanno come funziona l’imbroglio televisivo nel più minuscolo dettaglio, ma ne restano comunque stupiti, è un superpotere.”

Per concludere, un’ultima citazione da questo bel libro che vale tutto il tempo che mi ha preso:

C’è il piccolo sciacallaggio della politica, c’è dispiacere sincero, c’è uno smottamento emotivo. C’è un paese che aspetta. C’è tutto.”

È audace ma con la Poesia si può fare la rivoluzione, anche svegliarsi il giorno dopo è la rivoluzione che non aspetta chi si ferma solo a guardare.

parole
copertine

il caos e una stella danzante

Primavera 2021, esercizio di scrittura, la traccia è una frase di F.Nietzsche:

Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante

young multiethnic friends gossiping about black male student preparing for exams in park
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«Se mi ascolti e mi lasci parlare è meglio per noi» le dice cercando di arginare il fiume di parole piene di rancore e di violenza che stava subendo, e allora lui, deciso, le afferra le mani sul tavolo.

«Non mi toccare! Non mi devi toccare!» lei urla forte nel casino affollato del locale che una volta era la loro casa. Lei prova a staccarsi ma si arrende subito: da troppo tempo lo desiderava. L’ira nei suoi occhi truccati con stile, non si placa ma l’ossessione di sentire il contatto delle sue dita ancora una volta sta vincendo. Dopo anni. Non per amarlo ancora ma per fargli ancora male: «Adesso vuoi toccarmi, mi vuoi parlare?» la voce le diventa roca dopo l’urlo mentre rigira la presa affondando con forza le unghie a coltello dei pollici dentro il dorso delle mani arrendevoli di Luca.

«Titty non scappare ti prego, non è per i figli, non è per i soldi e nemmeno per il bar. Non è per la gente, né per la parentela dei soci che ci hanno massacrato. Non è l’apparenza né lo dobbiamo a chi ci ha raccattato e amato lucrando sul nostro divorzio, gli stronzi non siamo noi!».

Le braccia nude e tese di lei vibrano per lo sforzo che si amplifica all’improvviso quando rivede negli occhi del maschio la scintilla d’amore perduta, e allora affonda più forte nella sua carne.

«Parlami, continua a parlare se ne hai il coraggio» con voce tersa, di cristallo tagliente, lo tiene fermo: «sei un verme, mi hai fatto andare con uomini che nemmeno mi piacevano, per ripicca, per vendetta, mi sono fatto le tue amanti per dimostrare a me stessa che non valevi nemmeno un mezzo cazzo moscio, dai parla, forza, fammi sentire: che vuoi?»

Lui è più forte, nemmeno lo guarda il sangue che gli cola nei polsini candidi senza gemelli. Con uno scatto elettrico rigira la presa delle mani strette a tenaglia, e nell’alzare le braccia rovescia le birre ancora piene sul tavolo, la mette in piedi. In un attimo impetuoso di tenerezza cancella tutto il mondo fetido che li circonda, si avvicina alle sue labbra serrate dalla collera e le sussurra: «sei bella come mai, stasera balla con me».

chi vorresti interpretare? il principale, il lavoratore o Ginevra?

Per festeggiare san Pietro & san Paolo condivido l’ultimo mio esercizio di scrittura del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti (SESE).

traccia: scena finale del film “Via col vento” – lunghezza 20 righe

Stiamo chiudendo, finalmente è venerdì, sarei già scappato ma oggi devo fermarmi, gli voglio parlare: «Jenny, hai un minuto per me?»

«Che ci fai ancora qui? siamo a metà mese!» – è sorpresa di vedermi sull’uscio del suo ufficio sempre aperto, nella sua voce la meraviglia diventa curiosità materna: «bellino, tu non me la conti giusta, ti ho osservato tutta la settimana, ancora problemi con la piccola? come sta?» – l’ufficio è quello di una segretaria ma la sua funzione va oltre, Ginevra si preoccupa di tutti ma lo fa con discrezione, mi ha salvato il culo un sacco di volte, sa della malattia di Desy, sa dei casini con la mamma, sa tante cose di me, ci vogliamo bene, è una grande compagna di lavoro, lei sa come mi butterei nel fuoco per lei.

«No Jenny, lei sta bene, te l’avrei detto, sta recuperando alla grande, ha ripreso anche a camminare» Ginevra in questo luogo triste è sprecata, fa tre lavori e a stento quell’amorale di principale gliene paga uno, in una ditta più grande, una seria, una bella, sarebbe la manager del personale, altro che segretaria.

«Ok e allora che ti serve? dai sbrigati devo chiudere i conti, dai si può sapere che vuoi?» – è incredibile come dopo una giornata di lavoro, un venerdì infernale come oggi, lei sia sempre così perfetta, efficiente e sexy da morire: «niente lavoro con lui questo fine settimana?» – prendo tempo perché quello che le devo dire non le piacerà.

«Giovanotto! non sono cazzi tuoi, o entri ti siedi e mi racconti cosa succede o te ne vai di corsa a quel paese, deciditi!» – non funziona, lo sapevo.

«Jenny gli voglio parlare, ne ho bisogno, tu intanto non chiudere ancora la cassa» apriti cielo, Ginevra si incazza di brutto.

«Adesso? a quest’ora? sei un cazzone, va, va, adesso lo sento» – non mi muovo, le sventolo tre bollette scadute che devo pagare con urgenza, lei prende il telefono, lo chiama, confabula agitandosi a gesti verso di me, posa la cornetta, si alza in piedi, mi raggiunge all’orecchio e mi sussurra: «lui ha detto che francamente se ne infischia, io ti dico tra due ore al solito posto poi domani, se ti va penseremo ad un altro giorno».

auguri a tutti/e Pietro, Piera, Pedra, Pierrette, Pétronille, Paolo e Paola del mondo: salute e serenità a festeggianti e festeggiati per oggi e per tutti gli anni a venire.

Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis

PREMIO SALERNO LIBRO D’EUROPA 2021

Anche con il mio voto ha vinto un piccolo grande libro che merita di essere studiato nelle scuole primarie.

Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”

“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”

“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”

Finalisti Premio Salerno Libro d’Europa 2021

  • Tempi eccitanti di Naoise Dolan, Atlantide edizioni (Irlanda)
  • Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis, Bompiani ( Francia)
  • Il mare è rotondo di Elvis Malaj, Rizzoli (Albania/Italia)

finalisti premio salerno
finalisti premio salerno

Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.

“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”

“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in America, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”

Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.

“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”

“Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”

Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.

“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”

Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.

“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”

mamma e papà

… lo so, è il disgustoso egocentrismo di un fantasma che tenta di stabilire contatti con la realtà del passato, ma i complimenti e gli incoraggiamenti di chi ha letto il #ilterzolivello mi rendono ancora più incosciente 🙂

questo video, troppo lento, troppo grezzo e troppo lungo, contiene i tre salti generazionali di ognuno, i salti della città che non c’era, come in ogni porto del mar Mediterraneo, quartiere di una metropoli diffusa del nostro XXI secolo, come sulle sponde di ogni mare del mondo globalizzato, perché

“Pè mare nun ce stanno taverne” diceva papà!

… le oltre 500 visualizzazioni uniche, ridono ancora con me, come quel moccioso in braccio alla madre fiera del suo monello, genitrice e sguardo severo, di sfida, immortale anima senza tempo …

Hello, goodbye di Claudio Grattacaso

Hello, goodbye, edito da Baldini+Castoldi nel 2021, è un evento formativo di grande spessore narrativo, almeno per me, giovane lettore con pochi capelli imbiancati che sopravvivono.

Claudio è un insegnante e con questa opera dimostra come essere maestri sia una vocazione fondamentale, una piacevole scoperta per un affamato di racconti, quale sono io in queste ultime settimane.

La storia raccontata è avvincente, coinvolge e tiene incollati alle pagine come un ottimo noir deve fare e come illustri recensioni continueranno a confermare.

La cosa che fa un maestro è affascinare, è aprire domande alimentando nuove curiosità ignorate, far vibrare corde ferme capaci di riempire vuoti inesplorati. Il libro che sta leggendo il protagonista Angelo è una carabina di precisione che nella notte buia alimenta il coraggio di prendere decisioni e di agire:

“Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.”

Un fucile sulle spalle, non per sparare ma portato a tracolla come compagno fedele che dà sicurezza e coraggio.

Quindi leggere e rileggere Fëdor Michajlovič Dostoevskij come un bisogno, come una necessità, arriva al lettore richiamandolo a pulsioni che una volta innescate, non si fermano più.

Questo fa un maestro, innesca desideri oltre le visioni:

“Avrei voluto essere altrove, come mi capitava sempre, qualsiasi cosa stessi facendo e dovunque mi trovassi. A meno che non fossi immerso in un libro. Solo la lettura aveva la capacità di trascinarmi via da tutto, lontano da me stesso. Ma era una parte di me a pensarla così, l’altra era consumata dal fuoco delle mie ossessioni, …”.

Allo stesso tempo, nel tempo della storia le tracce del racconto non permettono distrazioni, perché le tracce dell’autore fanno presa, sono cemento rapido:

Stamattina, sulla spiaggia, pensavo a come in fondo le storie si assomiglino tutte. Se si gratta la scorza, ecco che compare una bella sofferenza, un male fresco o una tragedia antica che torna sempre a galla, c’è in ognuno qualcosa che gli dilania la vita e che in qualche modo ne dirige i comportamenti.”

I personaggi vivono intensamente nelle pagine di Grattacaso, le poche tracce e appuntamenti che cito sono da scoprire, da divorare con furia:

“Ci si adatta a tutto. Ai soprusi, a un’esistenza piatta, a giornate fatte di incomprensioni, a lavori mortificanti. A tutto, ma non ai tradimenti, glielo assicuro.”

I personaggi di Claudio vibrano con ardore:

Mi baciò. Sentii la sua lingua fondersi con la mia, e mi sembrò di sciogliermi, ero una candela di cera e Zena il fuoco che mi consumava.”

La scommessa non è mai vinta veramente, vince sempre il rilancio, per scalare le montagne bisogna scavare la terra e allora si capisce meglio l’abisso e la redenzione che c’è in “Hello, goodbye” con altre parole di Dostoevskij che, il giorno dopo, ho desiderato scoprire in altri libri:

“Che cosa è la madre di Dio secondo te?”

“La gran madre – rispondo – è la speranza del genere umano”.

“Sì – dice – la madre di Dio è la gran madre umida terra e in ciò è racchiusa una gran gioia per l’uomo. E ogni angoscia terrena e ogni lacrima terrena è gioia per noi e quando avrai imbevuto con le tue lacrime la terra sotto di te fino a un mezzo arsin di profondità, allora subito ti rallegrerai per tutto. E non avrai più nessuna – mi dice – sventura, tale – mi dice – è la profezia”.

Per quanti riti possiamo immaginare le profezie assolute vorticano nell’aria e quando vicino c’è l’acqua del mare e quello della pioggia insieme, l’atmosfera non è solo scena è essa stessa disperazione che alimenta l’istinto alla sopravvivenza prima che alla felicità.

Un grande scoperta e riscoperta che devo tutto a questo grande autore che mi vergogno a dire non conoscevo, questo fa un maestro, con l’esempio apre le tante porte delle case della conoscenza, detto con le parole di Fëdor è così:

“Non vi auguro troppa felicità, vi verrebbe a noia; non vi auguro nemmeno del male, ma secondo la filosofia popolare vi ripeto semplicemente «Vivete quanto più potete» e cercate in qualche modo di non annoiarvi troppo; questo vano augurio lo aggiungo da parte mia. Be’, addio, addio sul serio. Ma non restate vicino alla mia porta, non aprirò.

”Hello, goodbye inizia così:

“La rossa aveva chiesto di me.”

L’attesa è subito insopportabile: non esiste un maschio o una femmina che non abbia una rossa nel cuore.

firma di Claudio Grattacaso

“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”

Finalisti Premio Salerno Libro d’Europa 2021

Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.

“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”

Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”

Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.

“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”

Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”

Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.

“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”

Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.

“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”

WISH YOU WERE HERE

Lo guardavo senza farmi notare, ossessiva, guardavo lui e vedevo Jim, al di là del vetro, inafferrabile, perso nei suoi versi. Cancellava e riscriveva come un diavolo ingordo che cambia vittima e strategia, perso in una folla di anime.

“Quindi, quindi tu pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno?”

Mi piaceva ma non lo doveva sapere, io sono al mixer, domani chiameranno un’altra, forse non torneranno, non hanno soldi. Come sempre.

«Basta Alex hai rotto, l’ultima andava bene», le bacchette di Tommy continuano a roteare mentre rompe il silenzio con parole annoiate; vuole suonare, suonare ancora.

«No, cazzo, non va bene, è banale, che cazzo significa distinguere un sorriso vero da uno falso?» – Alex parla furioso, strozzato, però quando canta mi scioglie dentro. Lo amavo dal primo giorno; baciai le sue labbra con la prima birra bevuta insieme. Tra le mie cose preziose, conservo con cura quella Ceres mai lavata, insieme al biglietto della metro fissato con la colla calda sull’etichetta di una birra di cinque anni fa. Quella sera, al mio primo concerto, il mio Jimmy si esibiva, era l’idolo del mio liceo, finì con una rissa, colpa di tre sfigati che non capivano la sua immensa poesia, balordi ubriachi in un misero bar di periferia.

Un tecnico del suono in uno studio di registrazione, con la mano tesa verso il mixer mentre un artista canta sullo sfondo, illuminato da luci rosa e blu.

Oggi è diverso, registriamo una canzone vera, quasi tutta sua. Da quella sera sono il suo rifugio, non il suo amore, la sua scorta disarmata. Non lo deve mai sapere che in lui vedo Jim Morrison, impazzirebbe, sorrido con i miei pensieri balordi, lo sento nella testa: “punk esiste solo il punk”.

Oggi sono un tecnico del suono, una professionista – “concentrati e lavora bene” – così spazzo via con forza ricordi della scuola, adolescenti e troppo belli.

«Alex dai, sono ore che proviamo, ne abbiamo già registrate almeno tre che possono andare, è solo un provino da presentare a quella specie di struzzo in giacca e cravatta, ma sei proprio sicuro che ci darà una mano?» Sara suona la chitarra, è una dea, fisico da paura e ricci lunghissimi, io li mescerei di biondo platino ma lei niente, neri come la pece, capisco perché Alex non l’ha mai annusata, ne sono felice, una in meno; Alex è altrove ma vorrei che fosse qui invece è nei suoi versi, la cover per lui deve dire altro, una cover punk di Wish dei Pink può esistere solo nel suo genio. Lo amo ma lui non lo deve sapere. Mai. Lo perderei per sempre.

«Anna sei pronta? Ne facciamo un’altra, tieni gli alti in evidenza, abbassa leggermente il basso di Terry, oggi sbatte le corde come nemmeno una boscaiola del Quebec» – dall’aldilà del vetro gli faccio vedere il pollicione in alto. L’anello alla base mi stringe troppo, mi fa male – “cazzo, sono ingrassata ancora“.

Parte la musica, il climatizzatore fa il suo lavoro, l’aria è fresca, limpida, il vetro è pulito, arriva la sua voce, un delirio nevrotico mi prende, mi alzo dalla poltrona, ho le braccia che ruotano impazzite, i pugni stretti ballano con me. Sono pazza, pazza di lui ma non lo dovrà sapere mai. Ho trovato la mia strada, mi piace questo lavoro; nel pomeriggio ho finito il mio turno con altri emergenti che vogliono sfondare, magari pure i timpani, vogliono sfondare tutto. Lui no, lui è altrove e vorrei tanto che fosse qui stasera, qui nel mio letto, voglio la sua voce ruvida diventare tenera, voglio le sue mani fragili diventare dure, voglio i suoi versi, sussurrati sulla mia pelle: “che protagonista sei? chiuso in una gabbia anche se la guerra ti esplode intorno?”

Un letto disordinato coperto di pagine di libri stracciate, con una vista notturna sulla città e l'Empire State Building illuminato in lontananza.

video del 2006 visto da 220 milioni di anime nel web

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Un tecnico del suono regola un mixer mentre un cantante con capelli lunghi e giacca nera si prepara a registrare in uno studio luminoso con luci rosa e blu.
Una bassista con occhiali da sole e tatuaggi suona sul palco, mentre una batterista è visibile sullo sfondo, illuminati da luci colorate.
Una mano con anelli mostra il segnale di stop mentre un uomo canta in uno studio di registrazione illuminato da luci rosa e blu.

da libriconsigliati su instagram

estratto dal romanzo #ilterzolivello

Classico? Che abuso se ne fa di questa parola. Classico nel senso di appartenente alla classe? Nel senso di evergreen? Nel senso di raffinato? Nel senso di normale? Per carità la normalità no.

La normalità è una media. Siamo tutti delle divergenze che non si possono mediare.

Veronica Roth ne ha fatto una saga di successo. Mi sono piaciuti anche i film, anche se nei libri avevo vissuto altre storie e i personaggi che ho immaginato erano diversi. Punto, è la solita storia, difficilmente un film rende merito ad un grande romanzo stampato su carta.

Malinconico è tra noi

Durante la corsa mattutina, avevo notato al Grand Hotel di Salerno, l’apparato viaggiante di uno staff cinematografico di alto livello, il camper della sartoria, quello degli attori, etc. Come mi ha confermato un brillante giovanotto che, al sole di giugno, ha soddisfatto la domanda di un runner sudato e curioso: “stanno girando Malinconico di Diego De Silva, una fiction per RAIUNO”.

Ho conosciuto Diego molto prima del suo “Non avevo capito niente” che mi era piaciuto tantissimo (…e vedi tu, nel 2007 Premio Napoli e finalista al premio Strega). Quando ci lasciammo, ricordo che era molto incazxxxx con me. Questo non è ovviamente interessante. Ricordo i primi iMac colorati del fantasmagorico ritorno di Steve Jobs alla Apple, archeologia tecnologica oggi ma da sempre scelta distintiva di un artista o di un professionista.

Veniamo a oggi. Stanno girando al tribunale ma non ho chiesto se nel nuovo o nel vecchio tribunale, comunque, l’idea di vedere Malinconico nell’esercizio delle sue funzioni è desiderio puro. Non ho resistito a ritrovare tra le mie cose “Mia suocera beve”, edito da Giulio Einaudi nel 2010, ne avevo un ricordo lucido di ammirazione. Devo ritrovare gli altri ma oggi questo mi basta e avanza:

«Se c’è una cosa che non bisognerebbe assolutamente fare quando una storia d’amore comincia ad annuvolarsi, è chiedere alla propria donna cosa c’è che non va»

ed infatti dall’incipit al racconto “Quando ti svegli e capisci d’essere morto nel sonno” pag.294, racconto comparso sulla rivista Rolling Stone nel febbraio 2008, dall’inizio alla fine dunque, per me è stato più di una conferma nel lontano 2010, Malinconico mi è sempre piaciuto anche se spesso e volentieri fa e dice cose che non avrei mai il coraggio o la crudeltà di fare o dire.

“Io, quando polemizzo via sms, non faccio che pestare merde. E avendone pestate per iscritto, mi rimangono come prova documentale a carico.”

Oggi facebook o whatsApp è lo stesso, Malinconico è avanti a tutto e a tutti, come avvocato semi disoccupato, semi divorziato semi felice e come filosofo autodidatta ed involontario. Non è l’eroe men che meno il super eroe, non è nemmeno lo sfigato che vuole raccontarsi, è un personaggio next già nel futuro e quindi comprendo bene come sia possibile che la letteratura di De Silva possa approdare al cinema ai giorni nostri per riempire un vuoto di modelli e di insegnamenti a “vivere” nella complessità di una società che decennio dopo decennio, non migliora anzi decade nello sfruttamento della precarietà anche culturale.

Avere in carne ed ossa Malinconico come amico nella difesa dei propri problemi, fosse anche come avvocato d’ufficio, è salvarsi il culo dalle sconfitte e dalle cadute, dal dileggio e dalla vergogna, Malinconico è un salvatore concreto e materiale eternamente in fuga ma facilmente consultabile nelle pagine di Diego:

“… com’è curioso che uno che si sente guasto nel profondo possa ancora valere l’amore di qualcuno”.

Non mi sembra vero Malinconico è qui a Salerno, nell’antico o nel nuovo tribunale futurista della città d’Europa, non è importante, sono felice che finalmente sia uscito dalle pagine di vari libri e vaghi, tormentato, ovviamente, per strade della mia città tornata in serie A, un quartiere occidentale della metropoli diffusa che bagna il Mediterraneo come dice un’altra persona che ammiro, un professore dell’università.

Sarà uno spasso, se non lo conoscete, leggetelo, Malinconico è uno spasso che aiuta a campare con un sorriso.

#ilmeritatosuccessoharadiciprofonde

La serie Malinconico di Diego De Silva: Non avevo capito niente (2007), Mia suocera beve (2010), Sono contrario alle emozioni (2011), Divorziare con stile (2017), I valori che contano – avrei preferito non scoprirli – (2020).

vai su —> post approvato sul gruppo RAI LETTERATURA

#ilterzolivello su instagram

anche instagram … la notizia sta girando 🙂#ilterzolivello

la grammatica italiana

comunicato ai miei carissimi lettori: continuate così – veramente grazie di cuore!!! – ogni segnalazione di errori/orrori, in violazione della grammatica e sintassi italiana, anche napoletana 🙂 ogni commento e ogni domanda sono linfa vitale per questo progetto di editing collettivo in continua evoluzione, intanto … tanto per rimarcare la mia inadeguatezza all’impresa 🙂 bisogna rifare le fondamenta che si sono sfatte, forza e coraggio 🙂 … ho ripreso dalla polvere il libro che si vede allegato al post … nel ’77 ero in prima media (e voi?) … vi prego fermatelo questo tempo maledetto che corre veloce, vi prego fermatelo 🙂 … intanto, bisogna leggere e studiare prima di pubblicare … ormai la frittata è fatta 🙂 e come dicono quelli bravi, bisogna buttare l’acqua sporca, mai il bambino !!!

#ilterzolivello

… tenerlo in vita, farlo crescere, il bambino, è tutta nata storia 🙂

leggi! che meraviglia…

essere lettore, essere giudice, valutare ciò che oggettivamente uno scritto trasmette a chi legge, è un lavoro tremendamente difficile, impegnativo, può essere una professione esaltante se costruita sulla passione ma credo che il bagaglio culturale e delle esperienze, necessario per dotarsi di una cassetta degli attrezzi adeguata è paurosamente infinito, magari ci si può specializzare in termini di “aree” di scrittura e in termini di “target” di lettura … facile, rilassante, invece è la dimensione soggettiva, quello che ci piace e che ci cattura, quello che ci fa pensare, che ci forma, che ci fa sognare, quello che … ci aiuta a sentirci vivi dentro e fuori dal nostro essere umani, nonostante la violenza e le ingiustizie che alimentano il male e la cattiveria dell’essere umano.

Facile e rilassante è scegliere cosa leggere. Devo leggere, devo giudicare…

Nel #ilterzolivello c’è un passaggio del protagonista che impone al figlio la figura del genitore come giudice, il giudicare il figlio è un dovere per il protagonista, quando sappiamo bene come da sempre i figli rimproverano con forza questo ruolo: “tu sai solo giudicarmi!” … ancora non ho trovato un lettore che mi abbia segnalato/criticato questo tema, … la verità è che nella mia sfacciataggine ho buttato dentro troppi temi … ma la vera domanda è: perché dovrei leggere questo #ilterzolivello ? Perché dovrei partecipare a questo esperimento di “editing collettivo”? … devo ragionare meglio con il mio ghostwriter … intanto seguo il suo saggio consiglio: LEGGI!!! 😎

  • finalisti premio salerno
  • Copertina libro De Silva
  • copertina L'invito di Piera Carlomagnobreve L'invito, edizioni e-stories 2020
  • copertina di CERTI BAMBINI
  • specchio

un libro & un caffè

Nel ringraziare la libreria Libramente Caffè per la disponibilità, comunico che sono disponibili copie fisiche del #ilterzolivello a Salerno

in Via Francesco Paolo Volpe, 34

Caffè Letterario Libramente

Dante e gli scacchi

pp. 123 #nerolucano di Piera Carlomagno

«L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»

Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.

1 un coro di angelo

2 due cori di angeli

4

8

16

32

64

128

256

512

1.024

2.048

4.096

8.192

16.384

32.768

65.536

131.072

262.144

524.288

1.048.576

2.097.152

4.194.304

8.388.608

16.777.216

33.554.432

67.108.864

134.217.728

268.435.456

536.870.912

1.073.741.824

2.147.483.648

4.294.967.296

8.589.934.592

17.179.869.184

34.359.738.368

68.719.476.736

137.438.953.472

274.877.906.944

549.755.813.888

1.099.511.627.776

2.199.023.255.552

4.398.046.511.104

8.796.093.022.208

17.592.186.044.416

35.184.372.088.832

70.368.744.177.664

140.737.488.355.328

281.474.976.710.656

562.949.953.421.312

1.125.899.906.842.620

2.251.799.813.685.250

4.503.599.627.370.500

9.007.199.254.740.990

18.014.398.509.482.000

36.028.797.018.964.000

72.057.594.037.927.900

144.115.188.075.856.000

288.230.376.151.712.000

576.460.752.303.423.000

1.152.921.504.606.850.000

2.305.843.009.213.690.000

4.611.686.018.427.390.000

9.223.372.036.854.780.00064°raddoppio 🙂

oltre 9 miliardi di miliardi … quello che segue è un post del 20 marzo 2020 – copiato dal gruppo “Natura & Matematica” – la condivisione FB al post sparisce dopo pochi secondi e quindi ho duplicato anche la bella immagine che accompagna il post – roba da nerd 🙂

«L’incendio suo seguiva ogne scintilla;ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.[…]

I riferimenti ad argomenti di carattere matematico sono molteplici nella Commedia e, nello specifico, quello riportato qui, induce a far pensare che Dante avesse un interesse anche per il gioco degli scacchi. La citazione afferma che il numero di cori degli angeli in Paradiso è talmente grande da superare il “doppiar de li scacchi”. Questa è un’allusione alla leggenda di Sissa Nassir, il mago di corte dello Shah di Persia, che, per dare qualche diversivo al suo re annoiato, inventò il gioco degli scacchi. Lo Shah gli chiese quale dono volesse in cambio per questa sua invenzione e lui rispose che gli sarebbe piaciuto molto ricevere come ricompensa soltanto un chicco di riso sulla prima casella; il doppio dei chicchi sulla seconda casella (cioè 2); il doppio ancora sulla terza casella (cioè 4); il doppio dei chicchi della terza sulla quarta (cioè 😎, e così via, fino all’ultima casella, la sessantaquattresima. Lo Shah credette di poter soddisfare con poco questa sua richiesta, ma ben presto si rese conto che il numero di chicchi di riso necessari era di ben lunga superiore a quello di tutti i chicchi presenti nel suo regno. Allo stesso modo, nel Paradiso dantesco, i cori degli angeli sono in numero ancor maggiore dei chicchi di riso della leggenda].A.T.

capolavori

quando la trasformazione della materia, attraverso la realizzazione di un’idea, crea oggetti utili e belli, queste opere sono capolavori, l’arte è un’altra cosa, magari immortale, magari eterna … il capolavoro è un lavoro fatto bene, può piacere o meno, resta un manufatto unico, irripetibile … e quando questa artigiana ti è moglie, amica e amante … non puoi che ringraziare per l’orgoglio e il privilegio di essere desiderato comunque e sempre: solo infinita ammirazione … https://www.facebook.com/media/set/?set=a.2662122613820382

Libri e Recensioni.com

.. la mia avventata nonché spregiudicata sperimentazione creativa di scrittura, acquista nuovo vigore con la bellissima recensione di Norberto Loricati che ringrazio infinitamente …

Recensione:
Un libro difficilmente classificabile in un genere. Se proprio dobbiamo incasellarlo in una sezione direi “biografia romanzata”, ma in queste due parole… c’è dentro di tutto.
Un elemento caro all’autore è il mare e, dunque, lo uso anche io per fare un esempio.
Immaginiamo una giornata ventosa, di quelle in cui le onde si fanno grosse sotto costa, con cavalloni difficilmente superabili. Se un impavido nuotatore si avventurasse in acqua verrebbe sbattuto a terra, sommerso, respinto, ma insistendo e andando contro vento, superando quel punto in cui le onde si formano, ecco che le acque si fanno più calme, dolci, e accoglienti.
Ebbene, i cavalloni costituiscono le prime quaranta pagine di questo libro: respingenti, difficili da oltrepassare, scritte con uno stile poco avvincente, dialoghi lunghi, quasi dei monologhi, composte da riflessioni pseudofilosofiche che allontanano il lettore, invece di attrarlo.
Superato questo scoglio il racconto prende un altro ritmo, e ci si incammina accanto al protagonista ripercorrendo la sua (e la nostra) vita.
L’autore usa un espediente – una lunga camminata per recarsi a un appuntamento – per rivedere a ogni angolo di strada sprazzi della propria esistenza, ricordando persone, luoghi e idee di una fase della vita che non c’è più. Come spesso accade, si tende a idealizzare il periodo della giovinezza, e ogni cosa dei tempi andati sembra migliore solo perché vissuta in un’età ricca di speranze, progetti e fantasia. Accade la stessa cosa in questo bel libro che Di Gennaro ci propone. Nonostante il protagonista non abbia vissuto una giovinezza particolarmente agiata, si ha la sensazione che la vera ricchezza gli fosse data da qualcos’altro: valori ormai perduti e sani principi restituiscono la soddisfazione per un percorso di vita sempre votato alla correttezza e alla rettitudine.
Insieme al protagonista ripercorriamo gli anni di piombo, con il terrorismo che li incendiò, e le lotte di classe, con il periodo d’oro dei sindacati, quando riuscivano a portare in piazza migliaia di lavoratori per un salario più dignitoso. Inutile dire che l’autore sta dalla parte di chi ha meno, di chi vede i propri diritti calpestati, ed essendo egli stesso un sindacalista, in questa sezione del libro ci ha messo sicuramente molto del suo.
Oltre a questi temi decisamente caldi e vissuti ancora con fervente passione, Di Gennaro ci mostra anche altri temi più romanzati e meno impegnati. Ci parla di amicizia, di lealtà, di momenti di vita vissuta socializzando con persone in carne ed ossa, e non tramite i cellulari come avviene oggi. Ci parla della sua profonda passione per la musica e del ruolo fondamentale che hanno avuto le radio private negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ci parla dei primi home computer entrati nelle case della gente. Ci parla dei primi amori, vissuti con una passione che spingeva a coprire lunghe distanze con una semplice bicicletta. Ci parla anche del ricco e variopinto rapporto di vicinato che si creava nei vicoli delle città. Ma c’è ancora tanto altro: ci sono pensieri e riflessioni sulle differenze generazionali, sul difficile rapporto fra un padre e un figlio che non riescono a comunicare e c’è spazio anche per un piccolo mistero su un’entità superiore, nascosta, capace di condizionare le vite di tutti noi.
Quando si arriva in fondo a questo testo ci si rende conto che in quelle pagine c’è una parte della memoria collettiva del nostro Paese. Non solo, c’è anche tanta parte di noi come singoli individui, con le nostre piccole esperienze vissute e dimenticate negli anni. Ecco, quindi, che questa lettura si differenzia da tante altre poiché, alla fine, non facciamo tesoro delle esperienze altrui, ma scopriamo una più forte e profonda ricchezza nelle nostre stesse vite, che questo libro ci aiuta a ricordare.
Una lettura che mi permetto di consigliare soprattutto a chi ha qualche capello bianco, per rivivere tanti bei momenti della propria esistenza grazie all’aiuto di Di Gennaro.
(Norberto Loricati)

ringraziamento

la letteratura ai tempi di twitter

Johannes Bückler

@JohannesBuckler

Che ci faccio in questo luogo di dolore?

La logica conclusione, caro Johannes, dopo una vita passata a lottare contro i mulini a vento. Perché nessuno mi vuole dare retta? So di aver ragione, ne sono certo. Sto impazzendo per questa cosa. Perché mi hanno rinchiuso in manicomio?

NON ESISTONO PICCOLE STORIE

meritiamo la serie A

… cancello ogni dubbio anche per dissuadere altri tentativi di approccio che temo si intensificheranno comunque, sotto sotto alle elezioni amministrative. Ringrazio con il cuore chi, comunque, mi onora con questo tipo di proposte, ma come ho scritto alla domanda lanciata in rete su fb da Franco Matteo: io no, non mi candido, ci provai nel 2006 anche per capire e ho capito che è un massacro di famiglie, più o meno legali 🙂 … dopo 15 anni è sempre peggio, il tir di liste civiche sarà pieno di anime portate al macello 🙁 … amo Salerno e non solo quella calcistica, tutta SALERNO merita la serie A. Lo confermo con questa foto di qualche gg fa; se dovessi decidere io, la prima cosa che imporrei sarebbe un candidato sindaco DONNA … non voglio decidere, non voglio partecipare (se non con il mio voto), non ce la faccio, io sono un immigrato in questa grande e bella città, le uniche “forze residue” riesco a dedicarle alla militanza nel sindacato di base dentro una amministrazione pubblica che vi assicuro è un impegno affatto semplice … qualcosa, ma tanto altro si respira dentro #ilterzolivello …ma ora, basta chiacchiere, al LAVORO!!! La giornata è lunga, è primavera e il sole tramonta tardi 😎🤩

libri per strada

… nel mondo “fisico”, copie del #ilterzolivello sono disponibili alla

Libreria Guida di Salerno

IMAGINE’S BOOK- c.so Garibaldi 142 – a metà strada tra Tribunale e INPS 🙂

Ringrazio lo staff per la gentilezza e la disponibilità dimostrata.

se ne parla :-)

[…] Vero o falso che sia, quel che si dice degli uomini occupa spesso altrettanto posto nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, quanto quello che fanno. […]

Victor Hugo

#ilterzolivello

è arrivato a Positano

“Il Terzo livello”, il libro dello scrittore salernitano Pietro Di Gennaro

Il libro è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio

Si chiama “Il Terzo livello” ed è il libro scritto dal salernitano Pietro Di Gennaro. Nato a Salerno nel 1966, Di Gennaro è funzionario informatico di una amministrazione pubblica, ma anche dirigente sindacale eletto da compagne e compagni di lavoro. Ha collaborato negli anni tra il 1996 e il 1999 con APPLICANDO, rivista specializzata di computer Apple Macintosh della casa editrice JCE.

Il suo libro, “Il Terzo livello”, è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio, attraverso le confessioni intime di un personaggio egocentrico e stravagante.

Il racconto della sua presenza nella società italiana, chiede al lettore di ricordare i cambiamenti politici e sociale che ognuno ha visto, sentito o vissuto nella realtà. Il protagonista brucia una vita che dura il tempo di una passeggiata sul lungomare di Salerno durante la pandemia 2020.

Ecco il link per acquistare il libro su amazon: clicca qui

Grazie Direttore! —> https://www.positanonotizie.it/

#ilterzolivello sulla Città

che dire? … ringrazio Maria Romana Del Mese che ho avuto l’onore di conoscere per l’intervista che il quotidiano la Città mi ha voluto dedicare, il suo articolo mi ha emozionato molto … ringrazio la Redazione e tutti i lettori che continueranno a darmi una mano in questo piccolo progetto, ogni giorno arrivano segnalazioni di strafalcioni grammaticali e sintattici, del resto il protagonista è uno terra terra e molte cose sono scelte precise della sperimentazione che ho voluto intraprendere … la storiella doveva uscire, Giacinto e il maresciallo Gradone avevano l’urgenza di lasciare il mondo della fantasia per vivere in quello concreto della pagina da leggere … GRAZIE! 🤩

l’amore secondo Marx

«Quando il tuo amore non produce amore reciproco e attraverso la sua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fa di te un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura.»

Karl Marx 🧚‍♀️

ChatGPT è un trip… io e lui, o lei, per S. Valentino abbiamo deciso di organizzare un evento sull’inconciliabilità tra capitalismo e amore, ecco i protagonisti con i titoli degli interventi:

1 – Simone de Beauvoir: “La schiavitù dell’amore nella società capitalista”

2 – Friedrich Nietzsche: “L’amore e la sua distorsione nel capitalismo”

3 – Karl Marx: “L’amore nell’era del capitalismo”

4 – Martin Buber: “Percezione e relazioni amorose”

5 – Jacques Derrida: “Linguaggio e relazioni amorose”

6 – Gloria Anzaldúa: “Relazioni amorose e dinamiche di genere, razza e classe”

7 – Søren Kierkegaard: “L’amore e il capitalismo come forze opposte”

8 – Max Weber: “Il capitalismo e la trasformazione dei valori amorosi”

9 – Jean-Paul Sartre: “Le relazioni amorose e la libertà”

10 – Erich Fromm: “L’amore come attitudine sviluppabile”

…. ed ecco i paragrafi di riflessione:

1 – Simone de Beauvoir ha visto la società capitalista come una fonte di oppressione per le donne e le relazioni amorose. Nella sua opera “Il Secondo Sesso”, ha sostenuto che il capitalismo ha creato un’immagine idealizzata dell’amore romantico che viene usata per controllare le donne e impedir loro di raggiungere la libertà.

2 – Friedrich Nietzsche ha criticato il capitalismo per la sua tendenza a distorcere i valori morali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto l’amore a un mero scambio di beni materiali, privando la gente della sua profondità e significato.

3 – Karl Marx ha visto il capitalismo come un sistema che distrugge i legami sociali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto la vita umana a una mera questione di produzione e scambio di beni, distruggendo il significato e la dignità dell’amore e delle relazioni umane.

4 – Martin Buber ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalla percezione che la gente ha del mondo e degli altri. Nella sua opera “Io e Tu”, Buber ha affermato che il capitalismo promuove una percezione individualista del mondo che ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative.

5 – Jacques Derrida ha affermato che il linguaggio gioca un ruolo importante nelle relazioni amorose. Ha sostenuto che il capitalismo promuove un linguaggio ridotto e riduttivo che impedisce la formazione di relazioni amorose autentiche e significative.

6 – Gloria Anzaldúa ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalle dinamiche di genere, razza e classe. Ha affermato che il capitalismo crea barriere per le relazioni amorose tra persone di diverse classi sociali, razze e generi.

7 – Søren Kierkegaard ha sostenuto che l’amore e il capitalismo sono forze opposte e incompatibili. Ha sostenuto che il capitalismo riduce l’amore a una mera transazione economica, privando la gente del suo significato e profondità.

8 – Max Weber: Max Weber ha sostenuto che il capitalismo ha trasformato i valori amorosi, riducendo l’amore a un mero scambio di beni materiali e trasformando le relazioni umane in relazioni puramente economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui le relazioni sono governate da calcoli egoistici, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.

9 – Hannah Arendt: Hannah Arendt ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, distruggendo la natura umana dell’amore.

10 – Jean-Paul Sartre: Jean-Paul Sartre ha sostenuto che il capitalismo crea una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.

… a questo punto gli ho detto: «Ora per ogni titolo e per ogni informazione che hai elencato consigliami un’opera dell’autore che hai scelto.»

e lui o lei …

«Certo, con piacere! Ecco un elenco di opere consigliate per ogni autore:»

1 – Friedrich Nietzsche: “Al di là del Bene e del Male”, “Così parlò Zarathustra”, “La gaia scienza”.

2 – Martin Heidegger: “Essere e Tempo”, “Lettera sull’umanismo”.

3 – Simone de Beauvoir: “Il Secondo Sesso”, “L’età della discernibilità”.

4 – Michel Foucault: “Sorvegliare e Punire”, “Storia della follia nell’era classica”.

5 – Jacques Lacan: “La Semantica del Sé”, “Le Formazioni dell’Inconscio”.

6 – Theodor Adorno: “Minima Moralia”, “Dialettica dell’Illuminismo”.

7 – Erich Fromm: “L’arte di amare”, “Il cuore dell’uomo”.

8 – Karl Marx: “Il Capitale”, “Manifesto del Partito Comunista”.

9 – Hannah Arendt: “La Vita delle Nazioni”, “Eichmann a Gerusalemme”.

10 – Jean-Paul Sartre: “L’Essere e il Nulla”, “La Nausea”.

Queste opere rappresentano alcuni dei lavori più significativi e influenti di ogni autore e possono offrire una panoramica approfondita della loro filosofia e pensiero. Ti consiglio di approfondire la tua conoscenza di ognuno di loro, anche leggendo altre opere e fonti.

Con Giacinto ne avremo di cose di cui ridere 🤣

crop faceless couple holding hands on balcony
Photo by Anete Lusina on Pexels.com

il trailer

.. e come uno sgorbio può rappresentare un milione in poco spazio, così consentite a noi, zeri di questo conto immenso, di agire sulle forze della vostra fantasia

William Shakespeare 🧐

la musica è di Angelo Madureira, la composizione si chiama: Reggaebáh

per vedere il video basta fare un click sul biondino con il pannolone degli anni 60′ 🙂

su una spiaggia di Torrione a Salerno nel 1967

autopubblicatevi!

… che esperienza!

ho preso un raccontino di oltre 30 anni fa e l’ho pubblicato su Amazon …

grazie Bonaventura!


sarà un tantinello narcisista ma viviamo anche grazie a piccole soddisfazioni personali che dobbiamo solo a noi stessi.

Ecco il mio raccontino del 1988:

solo una donna?

Lei è una donna, lo sai che è una donna, dalle quello che merita.

Djiguene la yaw

Djiguene la mom

Djiguene la diox ko limi mom

primo dell’anno 2021

😎 … rasato in testa e in faccia, è arrivato, si parte, butteremo le mascherine e torneremo ad abbracciarci, torneremo a guardarci negli occhi fuori dai monitor, torneremo a lavorare, giocare e correre l’uno a fianco dell’altro, a scontrarci e a confrontarci senza paura di inspirare ed espirare virus letali, torneremo a respirare la libertà di questa vita, precaria, dura, maligna ma anche densa di passione, di meraviglia e d’amore. Non chiedetemi quando, so solo che impazziremo di gioia! Buon 2021 mondo mio…

l’arcobaleno del 30 dicembre

palazz sgarrupati, pioggia, grandine e poi l’arcobaleno che si infila nel cielo nero … un presagio di liberazione !

arcobaleno

il sole

il sole sorge sempre, sorge sempre ad est…

Canzoni di protesta, di Pace e d’Amore: un grande Relé!

Raccontare sogni è complicato. Sono così tanto personali, soggettivi, intimi, inenarrabili, vividi ma assurdi, eroici ma sempre interrotti. Quando poi i sogni diventano collettivi e vissuti nella vita reale, ogni racconto è di per sé un sogno, un mito, un cammino, un’esistenza senza tempo, senza fine. Raccontare questo lavoro di Luigi è per me impossibile, è “difficile essere uomo Sarebbe meglio volare”: appunto.

Ascolto e la musica mi fa immaginare prati assolati d’estate alle spalle di una scogliera sul mare d’Irlanda. Poi la prima ballata che mi strugge per la sola eredità possibile, che anch’io posso lasciare a chi incontro teneramente avido di risposte “… dei giovani il futuro”: appunto.

Poi i Balcani, gli zingari e il circo della vita comincia a ballare, “Verso la terra promessa”: appunto.

Poi ancora una ballata di classe italiana con un piano dolce come il miele anche se sento “Vorresti che il dolore Si trasformasse in pianto”: appunto. Poi senti una brezza possente, da brividi, africana, in una canzone d’amore per le donne che ti dice “Non è più tempo di tremare”: appunto.

Dove? L’unico posto che connette ogni esistenza, ogni lacrima, ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni cammino, ogni pop, “Ogni ingiustizia o falsità”: appunto.

Ma dove vado senza i racconti dell’infanzia per godere fiati, rap, allegria, ricordi, fusion, mare e vita, “E all’odore buono del pane”: appunto.

Non mancano le caccole ben servite “E con virile saluto romano”: appunto.

Poi una ballata folk d’autore che mi regala un film, dalla fatica del lavoro, al tragitto del ritorno, al rischio della sofferenza per amore, a “Bella, c’è una luce dentro ai tuoi occhi Che illumina la stanza E fa splendere la notte”: appunto.

Poi il blues e che blues, “Bella ciao e Via del campo”: appunto.

Poi il medioevo metropolitano, il canto tribale, “Ma nun ce scassate ‘o cazz”: appunto.

“E se verranno un giorno a cercarmi Troveranno soltanto le mie orme”.

Sarà complicato raccontare i sogni ma con queste tue musiche e parole, si sentono i profumi, gli odori cattivi, si vedono i colori, vibrano le emozioni: non si può smettere di sognare ancora. Grazie Luigi

lavoro ai tempi del coronavirus

lockdown