Il fuoco di Antonio Franchini

Lo so è una notizia vecchia, ma il mio agente AI ne ha fatto un articolo oggi ricordando il commento del Fantasma. Quindi lo edito e lo pubblico.

Ritratto di Antonio Franchini, scrittore italiano nato a Napoli nel 1958, con una breve biografia che elenca le sue opere e il suo lavoro nell'editoria.

Questo è il pezzo di Rossella Erra pubblicato da ESPRESSO NAPOLETANO:

“Incontro con Antonio Franchini. L’autore del romanzo ‘Il fuoco che ti porti dentro’, vincitore del Premio Napoli, ha dialogato con Maurizio de Giovanni e Titti Marrone“

Un libro di Antonio Franchini intitolato 'Il fuoco che ti porti dentro' appoggiato su un tavolo vicino alla spiaggia, con pugni di ombrelloni blu sullo sfondo e infradito rosa a lato.

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C’è una fortuna rara che ogni tanto tocca un libro, come se il destino decidesse di indicarlo col dito, di illuminarlo per un momento più a lungo degli altri.

Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini è uno di quei casi felici: prima romanzo, poi Premio Letterario Marco Polo Venezia 2026, alla sua decima edizione, celebrato il 30 settembre nelle sale della Fondazione Querini Stampalia, e quasi nello stesso respiro film in Concorso alla Venezia 83, diretto da Edoardo De Angelis e già coronato dal premio Bookciak come miglior opera tratta da un libro.

È come vedere la stessa fiamma passare di mano in mano, da una pagina a uno schermo, da una giuria a un’altra, senza mai spegnersi.

Quel titolo, Il fuoco che ti porti dentro, mi torna in mente come una definizione involontaria di ciò che la scrittura è, o forse dovrebbe essere. Non una decorazione, non un mestiere esercitato in superficie, ma qualcosa che arde sotto, che non ti lascia in pace, che chiede continuamente lingua, forma, corpo.

Scrivere, in fondo, è provare a dare una temperatura alle parole, misurare quanto calore siamo disposti a lasciare uscire, quanto bruciare in pubblico e quanto continuare a bruciare in silenzio.

Vedere un libro attraversare così tante trasformazioni – premio, adattamento, riconoscimenti incrociati – significa assistere al viaggio di quel fuoco, alla sua capacità di cambiare stanza senza perdere intensità.

In questa traiettoria c’è un’altra scintilla che mi colpisce: il premio a Christophe Mileschi per la traduzione francese, Le feu que tu portes en toi.

È un dettaglio solo in apparenza laterale, ma dice una cosa importante: la letteratura italiana non resta più chiusa nella sua stanza, viaggia, cambia voce, assume accenti che non le appartenevano eppure la rispecchiano. La traduzione è questo: un secondo fuoco che si accende a partire dal primo, una brace che qualcuno raccoglie con mani pazienti per farla ardere altrove. Sapere che questo romanzo passa per Parigi, per le sale di un festival, per lo sguardo di un altro pubblico, dà la sensazione che qualcosa, da noi, stia davvero circolando.

Dal mio piccolo angolo di Salerno, dove il mare sembra ogni giorno ripetere la stessa frase con parole leggermente diverse, guardo a questa storia come a un promemoria discreto ma insistente. Il fuoco che ti porti dentro non sempre diventa un premio, un film, una traduzione. Spesso resta appunto solo questo: un fuoco, una inquietudine privata, qualche pagina che nessuno leggerà.

Ma libri come quello di Franchini – e il cammino che fanno – ricordano a chi scrive che vale comunque la pena custodire quella fiamma, anche quando sembra inutile, anche quando illumina solo il tavolo su cui, di notte, continui a sederti da solo.

Writing desk with notebooks and radio overlooking a Mediterranean coastline
Small campfire burning on rocky coastline overlooking the sea at sunset