In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabiliper il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Romanzo di Pierangelo Consoli, 2020 Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Che dire? Bella domanda. Io, procedo come un bradipo tra momenti, giorni, mesi e anni che bruciano all’istante come un brutale incendio di foresta, o come quelle famose torri gemelle, grattacieli galattici arsi e crollati in una mattinata di quel lontano 11 settembre. Nell’eco di quell’evento viviamo ancora oggi, e anche il romanzo di Pierangelo è figlio della tempesta di eventi che seguirono quella tragica e funesta data.
Questo millennio da quel giorno ha abbandonato una plateale speranza di benessere tecnologico globale e ha fatto ripiombare l’intera umanità nel “dovere” inevitabile, più che paura, della guerra. Terrorismo e rivoluzioni colorate, esportazione forzata di democrazia, precarietà esistenziale e morale, nella società consumata dal consumismo delle merci e delle anime, e dei corpi come merce. A questo stiamo sopravvivendo in un oceano agitato di dispersione e confusione, ma, tenaci, abbiamo fede nella bella letteratura che ci da la forza di resistere e lottare.
In questi ultimi anni, in questi ultimi mesi e giorni, davvero una maledizione diabolica sembra vincere ad ogni latitudine. Poi incontri un romanzo di Pierangelo Consoli, come SALVARSI LA VITAo come questo COME IL BUIO PER LE STELLE, e il tempo si ferma, avviluppando passato, presente e futuro in un abbraccio che, all’ultima pagina, ti lascia un segno per sempre. È proprio vero: i romanzi belli non passano, non scadono. Vivono, sopravvivono, replicano l’eterna emozione semplice ma struggente, del piacere di immaginarsi potenza umana di redenzione. Salvezza dal dolore, dagli errori imperdonabili, dalla crudeltà, dai sensi di colpa, dalla condanna maledetta della morte che ci circonda. Dipende dai personaggi, dipende dalla trama, dipende da una scrittura talentuosa che, strada facendo, si affina emergendo dal caos della moltitudine che scrive.
Come il buio per le stelle è esattamente questo: un racconto corale sul riscatto che nasce dalle ferite più oscure, la storia di un’equazione umana tanto semplice quanto profonda: tanto buio, tante stelle. E il buio, in queste pagine di Pierangelo, è denso, palpabile, una misura fisica dell’esistenza con cui tutti abbiamo esperienza, fin dall’oscutità calda e sicura dentro il sacco amniotico, nutriti dall’amore e dalla placenta di mamma.
Sembrano pagine secondarie, ma quelle sul buio della comunicazione tra mamma e figli, già uomini da giovanissimi, sono le pagine universali dei mille romanzi di cui è fatta la storia umana: il distacco, la menzogna, il sogno, la speranza, l’eternità oltre la morte.
Il buio è l’antagonista: è quello della Siria devastata, dove Said e suo fratello sono cresciuti a pane, Corano e addestramento al martirio, in un mondo dove la parola “amore” è un atto di eroismo proibito. È il buio di una colpa antica che corrode padre Augusto, sacerdote dalle mani operose e dal cuore appesantito dai dubbi. È l’oscurità del carcere che ha inghiottito Gegè, ergastolano la cui vita è stata spezzata da una fiducia mal riposta. È, infine, il vuoto di attesa di Lea, giovane donna napoletana il cui amore è un presidio, simile a quello di chi aspetta un soldato al fronte. Nel buio i protagonisti sono stelle.
Consoli non scrive una favola sull’integrazione, ma un’epica della redenzione possibile, quasi una salvezza impossibile da immaginare. Il suo colpo da maestro è aver scelto, come protagonista, non una vittima innocente, ma un carnefice in fuga: Said, l’uomo addestrato a uccidere, che scampa all’attentato che avrebbe dovuto compiere. Il suo è un viaggio ai confini dell’umano: come si ricomincia quando si viene dall’«altro lato», dal mondo dove i bambini muoiono di freddo tra le macerie e i corpi s’addestrano alla vendetta? La risposta risiede in un incontro salvifico a Napoli, città che non fa da semplice sfondo ma da co-protagonista mistica e carnale. Una Napoli che venera le anime del Purgatorio perché crede nell’attesa come forma di vita, e che tra il mare e il vulcano accoglie le cadute per trasformarle in slancio.
È qui che le stelle cominciano a brillare nel buio pesto. Attorno al fragile patto tra Said, il fuggiasco, e Augusto, il sacerdote in cerca di perdono, si intrecciano le esistenze di Gegè e Lea, creando una fragile comunità di reietti. Consoli indaga con precisione chirurgica i sensi di colpa, il peso degli errori, la nostalgia tossica per un’identità violenta. Lo fa con una scrittura attenta e gentile, ma dotata di fegato e sangue, che non rifugge dal mostrare le crepe interiori da cui «si sente sempre freddo».
Questo suo romanzo non è un atto di fiducia ma la testimonianza dell’umanità che vince il buio per farsi luce di stelle. In questo suo romanzo, ci sono innervate le radici di “Salvarsi la vita” che poi pubblicherà 5 anni dopo, una frase, un monito, una verità, un dovere che diventerà titolo. Ci ricorda che la salvezza non è mai un atto solitario, ma un ponte gettato da un altro essere imperfetto. Salvarsi insieme dall’imperfezione e diventare perfezione. È nella logica disarmante di un’amicizia improbabile, nella tenerezza silenziosa di una bambina di nome Bao, nella capacità di amare sapendo, prima o poi, di annientarsi e lasciare andare, che risiede la sua luminosa, straziante bellezza. Storie che travolgono, commuovo e, in un’epoca di muri, deportazioni, di predoni e saccheggiatori, regala il coraggio di lanciare un’àncora di salvezza nella tempesta perfetta che potrebbe annientarci tutti. Perché nessuno, in fondo, dorme sotto lo stesso cielo, ma insieme possiamo imparare a riconoscere le stelle degli altri, quando brillano perché tutto intorno è buio.
Nota a margine
In queste ore, nell’approfondire l’universo di Cioran, forse per ingenuità, forse per delirio d’onnipotenza, sicuramente per ignoranza, sto pensando a come il buio di Pierangelo sia paragonabile al nulla di Emil: necessari, incontenibili, essenziali, intersecabili, disgiunti e congiunti nell’esistenza stessa dell’umanità, che senza, non avrebbe la luce delle stelle e di tutti noi miseri, pianeti riflessi, attratti nel piacere e nel dolore, nella musica e nel silenzio.
Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una lettera, mi dicevo che era indirizzata a un mortale. – Emil Cioran, L’incoveniente di essere nati
“Lea imparò che il ricordo è l’esilio dell’anima che non sa rassegnarsi alla pena del distacco… Si aggrappava ai sogni, ogni notte pregava per poterla rivedere, di parlare con lei e tutte le volte quelli cadevano al risveglio come le foglie d’autunno si liberano dal vincolo dei rami…”
“Restarono insieme, quella notte. Una brigata di gente perduta, che si era ritrovata. Un prete, un immigrato, un carcerato.”
“L’amore certe volte è distratto e si posa là dove non può essere raccolto.”
Wanda Marasco tesse l’epica intima e spezzata di due anime condannate all’imperfezione. Il suo racconto vibra tra la concretezza della realtà e la dimensione oggettiva della follia, una disperazione incontenibile come il tentativo di imprigionare l’anima in una sepoltura di terriccio materno. Sono state queste vibrazioni ad accompagnarmi in una lettura tanto complessa e rivelatoria quanto emozionante e coinvolgente, una lettura che, divorando pagine, ha divorato il me stesso illuso e disilluso di quest’epoca barbara. Vibrazioni che, però, non hanno mai raggiunto una risonanza precisa, una scelta netta tra salvezza e perdizione.
La costruzione, l’ascesa, la contemplazione, il volo e la caduta dalla Torre di Palasciano ci riguardano, non come mera impronta storica di doverosa conoscenza, ma come comunione con la fragilità umana, presente e futura: noi soli dentro noi stessi, e tutto il mondo fuori.
Di spalle a questo mondo è un’immersione febbrile nelle vite di Ferdinando Palasciano, medico visionario e precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa segnata da una zoppia fisica e interiore. La loro storia d’amore, nata da una cura e cresciuta nella Torre di Capodimonte, si consuma sotto il peso della follia, quando la mente di lui soccombe a una demenza implacabile.
La narrazione si snoda su due binari paralleli e strazianti: da un lato il vortice allucinatorio di Ferdinando, anche recluso in un manicomio, dove ricordi, rimorsi e genio si confondono in un delirio coscienzioso fin troppo lucido e preciso; dall’altro il diario struggente di Olga, costretta prima alla decisione crudele dell’internamento e poi testimone di un lento, inesorabile spegnimento. Attraverso le loro voci, Marasco esplora il confine labile tra sanità e pazzia, tra dovere etico e tradimento della storia, in una Napoli ottocentesca vibrante di fermenti risorgimentali e ombre borboniche.
Ma è nella lingua che il romanzo raggiunge vette di straordinaria bellezza. La prosa di Marasco è un mare lirico, aulico più che barocco, con onde di poesia che travolgono. È una tessitura sapiente, ricamata da inserti di lingua napoletana che fanno brillare la sapienza eterna di un popolo destinato a non smettere mai di stupire il mondo. Ogni pagina è intrisa di una materia emozionale cruda e potente, che riflette e insieme illumina i tormenti e le gioie dei personaggi, fino a squarciarne i confini del mistero: tra malattia e sanità, santità e maledizione, mortale ed eterno, curabile e incurabile, miseria e ricchezza, ordine e caos, conservazione e rivoluzione. Fino al giallo, che pare tuttora irrisolto, della testa di Giacomo Leopardi sepolta nel giardino di Palasciano per volere dell’intimo amico Ranieri e la complicità del medico Ferdinando padrone di casa.
Più che un racconto biografico, è un’indagine sull’irriducibile fragilità umana, sul senso di irreparabilità che segue ogni frattura. Il segno rimane nella carne e nello spirito, e l’unica salvezza possibile sembra risiedere nell’accettazione coraggiosa di questa condanna, nell’abbracciare la propria imperfezione come unico, autentico legame con il mondo. Il romanzo è una lacerante e poetica esplorazione di come l’amore e la follia possano intrecciarsi fino a diventare un’unica, inscindibile sostanza.
Di spalle a questo mondo è un’opera maestosa, scomoda e necessaria, che mi ha lasciato un segno indelebile, costringendomi a riconoscere nelle ferite dei protagonisti l’eco delle mie spaventose immaginazioni: una sorte che potrebbe toccare me, chi amo, come è già stato in passato per chi ho amato. Un muro dove sbattere la testa e uno specchio dove vedersi in scienza e coscienza. La scrittura di Marasco è un’indagine sull’abisso che ci guarda nella luce del sole di una storia d’amore che non si scioglie come neve, ma ghiaccia nel tormento del fine vita.
La vicenda di Ferdinando Palasciano, geniale medico travolto dalla demenza, e di sua moglie Olga, costretta a internarlo, si trasforma sotto la penna di Marasco in un’indagine sull’abisso. Ma non un abisso che separa, bensì uno che unisce. La follia non è raccontata come un elemento estraneo che distrugge il legame, ma come una terra di confine in cui il linguaggio dell’affetto si trasforma, si fa disperato e primitivo, ma non muore, diventando anzi simbiosi tra anime, capace di essere sia un muro che uno specchio. Attraverso i due binari narrativi paralleli – la vita di lui e il diario struggente di lei – l’autrice mostra come la malattia mentale diventi esperienza condivisa con l’amato, con la servitù e, soprattutto, con gli amici che lo venerano e gli restano vicino fino alla fine.
I temi che impreziosiscono questo grande romanzo sono molti. Per me, il principale si potrebbe declinare in una domanda radicale: come amare qualcuno che sta svanendo, la cui mente si fa verità inaccessibile? E poi, oltre il fine vita, oltre la morte, come sopravvivergli e continuare a restare? E anni dopo la morte dell’amato, come testimoniare, facendosi testamento e trama esistenziale? La risposta di Marasco non è eroica, ma profondamente umana. L’amore non guarisce, non redime. Accompagna e si fa dolore nel dolore dell’amato. È la scelta di vivere “di spalle a questo mondo”, rifiutando la sua logica di perfezione per abbracciare la devozione totale verso un’anima in frantumi, in vita e nella sua morte.
In un’epoca ossessionata dalla performance e dal controllo, questo romanzo si erge come un monumento scomodo e necessario. Ci costringe a guardare in faccia il nostro terrore per la fragilità e a riconoscere che il legame più profondo può nascere proprio dalla comune accettazione della caduta. La Torre del Palasciano, dimora e metafora, diventa così il simbolo di un amore che non cerca di curare, ma di custodire; che non volta le spalle alla persona, anche quando essa ha ormai voltato le spalle al mondo.
“A chi crede che ogni luogo, anche il più piccolo, possa custodire un frammento di eternità”
Giovanni Maio non smette mai di stupirmi: dopo l’inchiesta sul male con OPERAZIONE KAMARATON, ecco l’inchiesta sul bene con UN LUOGO DOVE RESTARE, nel venti venticinque come dicono gli americani, nello stesso spazio che trascende la fisica dei luoghi per magnificare il cuore dell’anima: Gioi stella del Cilento.
Quest’ultimo suo romanzo, tanto intrigante quanto avvincente, a momenti emoziona, a tratti strugge. UN LUOGO DOVE RESTARE è una continua e spasmodica ricerca della luce, come desiderio e come bisogno, dell’arte e della filosofia che lega ragione e sentimento di ognuno alla materialità sconvolgente del sacro femminile, eterno motore della riproduzione umana su questa terra.
Il percorso letterario del poliedrico artista Maio va dal fondo dell’abisso, malvagio e brutale, alla vetta sublime della verità più evidente e semplice che ognuno ha dentro sé come patrimonio ereditario di millenni e millenni di storia umana su questa terra.
Giovanni Maio eleva il lettore a custode della scoperta interiore e lo responsabilizza a tramandare la verità della luce. Luce tanto potente quanto continuamente occultata dalla frenesia dell’apparenza, dallo stress delle futilità inutili, dal potere secolare di chi ci vuole ignoranti senza spirito critico, adulto e maturo.
La sua critica è feroce quanto aulica, contro un antagonista che si erge a sistema di controllo delle anime che devono restare nel buio del mistero e della fede. Nella mia soggettività più estrema e deviata, che si lascia cullare come un poppante, la consapevolezza dell’ipnosi in cui sono stato rapito anche questa volta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è per me nutrimento prezioso.
Le ho contate: in questo romanzo l’autore corre e rincorre ben 85 citazioni in latino, tutte puntualmente tradotte e fonte di continue domande che investono la squadra investigativa immaginata dallo scrittore. Ad impreziosire, quasi a significare presente in costruzione di futuro, una delle due bibliografie contenute nel testo è parte pulsante della storia narrata, fonte degli avvenimenti e delle scoperte, letteratura impreziosita d’accademia.
È materia e sostanza d’eterno che fa da propellente al bisogno travolgente che hanno i protagonisti di arrivare alla scoperta finale che come epilogo sospeso, è la gratificazione e il piacere di un vissuto insieme che nutre, che sfama, che inebria, che stordisce, che con le parole del ragionamento e della narrazione, brucia la distanza tra lo spazio e il tempo di una storia fatta d’amore e di passione.
Certamente è un tributo di nobile ed erudita accademia, al suo paese natale, alla sua terra, alla sua gente, cilentana nello spirito e nella carne, ma allo stesso tempo è una freccia che spappola ipocrisie e falsità di cui il lettore non è solo testimone ma ne diventa complice compiaciuto e grato. Custodire la luce, la verità, è un atto d’amore che Giovanni Maio ci mostra e ci racconta, invitandoci a restare là, dove la luce ci fa divini.
A Salerno, ma che bella serata al Porticciolo di Pastena, con il “fantasma” di Sàndor che prima ferma il vento e abbraccia i presenti con la possenza della sua grande sensibilità per gli ultimi, poi ci ammalia con il suo essere “uno di noi” grazie all’UCRONIA sapiente di Maurizio Pintore che fa nascere e rinascere ogni volta il grande scrittore Màrai nel suo magnifico romanzo costituente memoria “Il penultimo dono” che ci mostra la “terza via”.
Ma nel buio della spiaggia incantata, è nella lettura di Brunella Caputo che l’emozione dalla parola scritta diventa voce determinata e profonda, che fa silenzio del brusio, e ci emoziona, toccando quelle corde dell’anima che quando vibrano sanno cancellare ogni dubbio di fede, calmare ogni tempesta minacciosa di questi tempi bui. La notte si è illuminata di sentimenti tanto fondamentali quanto primordiali che sono nel DNA della nostra umanità fatta di dolore e piacere, egoismo e solidarietà, brutalità e dolcezza, di tormenti e d’amore. Serata stupenda con memorie e testimonianze vivide di passione, che in attimi senza fine hanno preso il sapore della ragione condivisa con il sale e con il pepe, con la maestria dell’esperienza di Luciana Mauro, Dario Arenella e Gabriele Bojano. Grazie di Doc Maurizio Pintore per l’indimenticabile serata del 17 settembre 2025 a Salerno.
PS. Per la cronaca, alla seconda lettura, “Il penultimo dono – La terza via di Sàndor Màrai” mi è piaciuto anche di più, segno che le parole di un grande romanzo, una volta sedimentate diventano roccia senza tempo come le sapienti epigrafi immortali che aprono ogni capitolo di queste sue belle storie Doc, come quella di un “comodino” compagno fedele di ogni notte, che come uno scrigno prezioso contiene la memoria struggente che ci fa uomini e donne per bene.
Parafrasando ciò che mi ha colpito molto in OPERAZIONE KAMARATON, posso dire che il contenuto di questa prefazione può alterare la percezione della realtà stessa: “Prima di procedere alla sua lettura, assicurarsi di essere pronti a confrontarsi con l’inaccettabile.” Quando, durante la lettura troverete queste frasi, forse mi darete ragione, ecco la seconda: “La verità è un cammino, e a volte ci conduce in luoghi dove preferiremmo non andare”
Ricordo perfettamente la sera in cui Giovanni mi ha parlato per la prima volta di questa storia chiedendomi se avessi tempo e voglia di leggerla. È una storia che farà rumore, mi ha detto e ha iniziato a raccontarmi del pescatore Zino che ritrova un cadavere nel mare di Marina di Camerota e dei segreti che legano il Cilento a scienziati e ufficiali scampati alla denazificazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. È il dono di Giovanni Maio: studiare e saccheggiare le verità storiche, e trasformarle in un motore narrativo che non perdona. Ci ha costruito intorno una storia così avvolgente e credibile che, alla fine, mi sono chiesto se non sia andata davvero così. Conosco Giovanni da tempo e ho imparato ad apprezzarlo con alcune sue spystory che non si dimenticano come il TRONO DI PIETRA e L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. So quanto sia meticoloso nella ricerca, quanto si perda per mesi negli archivi e nelle mappe antiche di chiese e monasteri, ossessionato dai dettagli che rendono un’ambientazione viva e tangibile, ma prima di tutto di quanto sia preciso, nella ricostruzione documentale e storica dei fatti che diventano azione nella sua scrittura. In OPERAZIONE KAMARATON, l’ossessione raggiunge il suo apice. Si sente l’odore della salsedine del nostro Mediterraneo più vicino e familiare, il peso della solitudine dei braccati, il senso del dovere e del destino incarnato nei brillanti agenti segreti, Fulvia e Smeraldo, che partendo dalla Cala Bianca di Camerota, si muovono in inchieste ad alta tensione che vanno da un palazzo governativo di Lisbona al castello di Wewelsburg, la fortezza scelta da Himmler come sede mistica del Sole Nero nella Germania del Terzo Reich. Gli intrecci e i misteri che tessono la trama del racconto sono la sostanza connettiva tra silenzi che urlano e ombre in piena luce, tra ragioni di stato e servizi segreti internazionali che rendono i periodi di pace tra le guerre, attimi di una transizione conflittuale che non smette di pulsare, ceneri piene di scintille pronte a scatenare nuovi incendi, rovine su cui ogni nuova costruzione ha fondamenta traballanti, materia e sostanza di vita quotidiana in cui ogni passo falso significa la morte dei protagonisti. L’abilità di Giovanni Maio è la narrazione che non mostra la scena ma l’avvolge intorno al lettore come una coperta calda in una notte di freddo, il freddo di avvenimenti che continueranno per sempre a sconvolgere verità che sembrano ormai assodate. Il dubbio e il mistero, quello millenario, che muove l’avidità di potere dell’uomo e ne fa l’essere spregevole che uccide senza pietà l’uomo stesso. OPERAZIONE KAMARATON non è solo un thriller di storia abbastanza recente, i fatti si svolgono alla metà degli anni ’80, al suo cuore, come in tutte le grandi storie di spie, c’è una domanda profondamente umana: cosa siamo disposti a sacrificare della nostra anima in nome di una nuova vita? Quanto del nostro passato possiamo davvero rimettere in discussione? I personaggi non sono semplici pedine in un gioco più grande; sono esistenze lacerate, piene di paura e di rimorsi, costretti a scelte impossibili in un mondo che ha smesso di avere regole chiare, proprio quando la fine di una guerra sembra aprire a nuova pace. Giovanni Maio ha compiuto un meticoloso lavoro di ricerca, intrecciando la Storia conosciuta con una verosimiglianza narrativa che è, a tratti, agghiacciante. I personaggi che ho incontrato – gli scienziati tormentati dalla coscienza, gli ufficiali senza più una bandiera per cui combattere, le spie che danzano su un filo teso sopra l’abisso – sono figure universali che danno umanità a vicende che spiegano l’ineluttabilità dell’istinto alla sopravvivenza. È un romanzo che mi ha ricordato perché amo questo genere. Perché non si limita a farmi voltare pagina con l’ansia di sapere cosa succede dopo, ma mi costringe a riflettere sulle nebbie morali del dopoguerra, un periodo che, in fondo, non è mai veramente finito. Io personalmente amo le ombre della Storia, quei complotti che poi la Storia si prende la briga di spiegarne la verità; quelle zone d’ombra che i documenti ufficiali non raccontano, i retroscena che si sussurrano nei corridoi dei palazzi del potere molto dopo che i trattati sono stati firmati. Quando Giovanni mi ha chiesto di presentare questo romanzo, ho accettato non solo per il suo valore narrativo, che è indubbio, ma perché esso scava con precisione chirurgica in una di quelle ombre reali, troppo a lungo ignorate. “La primavera del 1945 non segnò affatto la fine della guerra. Per molti, fu semplicemente l’inizio di un nuovo, più ambiguo conflitto. Mentre l’Europa tentava di rialzarsi dalle macerie, i servizi segreti alleati e sovietici ingaggiavano una caccia spietata non solo ai gerarchi nazisti in fuga, ma al vero bottino: le menti. Scienziati, ingegneri, tecnici il cui know-how poteva cambiare gli equilibri del potere mondiale. L’Operazione Paperclip americana è la più nota, ma fu solo la parte emersa di un iceberg fatto di accordi sottobanco, doppiogiochismo e tradimenti che si consumarono anche nel nostro Mar Mediterraneo, allora un vero e proprio crocevia di spie e rinnegati.”
La costa cilentana, con i suoi anfratti remoti e i suoi mari allora poco sorvegliati, divenne un’autostrada per la fuga. La fuga di chi, come gli scienziati e gli ufficiali di cui parla questo romanzo, non voleva finire né nelle mani di Stalin né in quelle degli Americani. Volevano scomparire, re-inventarsi, mettere il loro terribile sapere al miglior offerente o, semplicemente, dimenticarlo in cambio di una nuova vita. L’episodio del pescatore di Marina di Camerota che, nelle acque ancora pesanti dei segreti di guerra, trova non un pesce ma un cadavere, è il perfetto incipit per una storia così oscura. Quel corpo non è solo una vittima; è un messaggio in bottiglia lanciato dal passato, la prima tessera di un mosaico di intrighi che lega le nostre storie ad un presente che ci toglie il respiro. Questo non è solo un thriller avvincente; è un viaggio in uno dei capitoli più torbidi e affascinanti del dopoguerra italiano ed internazionale. È la storia di come le ideologie stentano a morire, di come le ambizioni personali e i segreti sopravvivano, spesso con conseguenze inimmaginabili.
“La pace? Forse si può soltanto desiderare come un’utopia irraggiungibile, se non si riconosce prima questa guerra che ci combatte all’interno, questa tensione che ci dilania tra paura e speranza. Fulvia capì che il suo viaggio aveva avuto anche questa funzione: parlare di guerre invisibili, di ferite che non si vedono, di vite che si consumano nell’ombra di potenti giochi.”
Sedetevi comodi, prendete un caffè forte o un bicchiere di brandy – quello che preferite – e preparatevi a essere trasportati in un’epoca in cui niente era ciò che sembrava e ogni onda poteva portare a riva un segreto mortale.
È uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Potente e struggente. È uno spazio tempo di parole che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Quest’opera di Consoli è meravigliosa. Non è una pozione magica, un elisir che promette salvezza, è la storia della sensibilità umana che diventa carne e passione, è la storia di anime perse che trovando lo spazio di una comunione sensibile, vivono il tempo sincrono per una salvezza che diventa eternamente possibile, necessaria, costituente di futuro. Nelle ragioni del disagio, della depressione, dello smarrimento, l’adolescenza pianta le radici fameliche di nutrimento nello spirito che cresce rigoglioso, nella scoperta, nella liberazione, nella comprensione, nel ragionamento, nella poesia della vita che è l’amore. Dai traumi, dalla solitudine, dalle patologie dell’esistenza, dalle paure, dai dubbi, dalle domande sublimi, anche la morte diventa danzatrice che incanta, perché la natura, l’essenza del respiro, la potenza delle radici che spaccano la roccia, la follia del creato, è la formazione, la comunione di anime fragili, il cammino su strade che sembrano divergere, che ci salva la vita e con essa l’eredità più grande di essere umani, riproduttori di umanità. Se un giorno gli alieni ci studieranno, è anche attraverso le rivelazioni di romanzi come questo di Consoli, che scopriranno come gli assomigliamo, noi umani scopritori di mondi fantastici.
Per dirlo bene con le parole di Pierangelo: “… perché l’amore ha bisogno di essere mostrato, consumato, esaurito, attraversato come una strada.”
In fondo la vita è un coma da cui è bello svegliarsi ogni giorno.
Potente e struggente. Uno spazio tempo che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Questa opera di COnsoli è meravigliosa. Complimenti Pierangelo.
Dico solo questo: ipnotico. Lanzetta è un brigante di scrittore che ti ipnotizza e ti tormenta nella Divina, come se Lei, la Divina costa fosse un inferno umano, un crogiolo di brutalità, e non un Paradiso. Dal viadotto Gatto, a Raito, Vietri, Amalfi, Ravello.
Mentre lo leggi ti fa toccare le cicatrici che hai sul corpo, perché iniziano a bruciare, io una la tengo sul labbro di sopra, vecchio ricordo di una testata di un bizantino, così li chiamavano, bizantini, il vomito violento del centro storico di Salerno, scugnizzi di buone donne che massacravano di botte i ragazzini che si avventuravano da Torrione senza compagnia adulta alla Standa, sul corso Vittorio Emanuele, quasi a Portanova.
Già Torrione, c’è anche Torrione nell’Educatore di Antonio Lanzetta.
Pagina dopo pagina, una caramella dopo l’altra, la cicatrice brucia, che io ho continuato a grattare, a leggere, sulla faccia del protagonista, nell’inchiostro delle parole che corrono insieme al sangue che scorre, si rapprende e poi si scioglie ancora e ancora, come nemmeno San Gennaro sa fermare.
La tensione che viaggia, che cresce, da una scena all’altra, da un tormento implacabile che fa dei ricordi un groviglio putrido di dolore, di vendetta, di perdizione. L’inferno umano dei sopravvissuti che non è scenario ma groviglio di emozioni, di bestialità e tenere carezze dolci, come le caramelle alla frutta del vicequestore. Dico solo questo e freno la lingua che il resto, al brigante, glielo dico in faccia: sarà anche fiction noir o come cavolo si etichetta un romanzo di questo tipo, la verità è che fa male, e mi si è anche alzata la glicemia, una caramella dopo l’altra.
Cacchio, l’ho letto al lido dove il caldo ti arroventa ma leggendo mi si sono gelate le ossa. Grande! Grandissimo Lanzetta! Adoro l’odore dei limoni al tramonto, quando le cicatrici dell’anima prendono a pugni le ferite del corpo che vibra di passione.
I finali di Lanzetta sono tutti tremendi: finito uno ne vuoi subito un altro. Ipnotico micidiale. Forse più che brigante, che questa volta il Cilento non c’è, è proprio una canaglia di scrittore salernitano senza pietà.
Cinque stelle con lode, ma non posso darle sulla piattaforma, io L’EDUCATORE l’ho preso, autografato, da Simone De Rosa alla Feltrinelli di Salerno che ringrazio per l’infinita sua pazienza.
Dico solo questo, pensa te se volevo dire altro..
PS.
Ho preso a 0.99 centesimi anche la versione digitale, Lui le regala le sue opere, e poi adora i gatti come nessuno. 😍
Mi è piaciuto moltissimo. Senza respiro, ti ipnotizza e ti porta dentro un groviglio di perdizione umana da brividi. Ipnotico e devastante. Il gotico del XXI secolo da leggere. Per me 5 stelle e lode.
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili, ultra iper sonici, quelli veri attaccano e distruggono i bunker sotto terra di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
In fondo: «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».
wow l’incipit era tanta ansia coinvolgente, come quando stai andando alla stazione o all’aeroporto per non fare tardi, per non perdere l’occasione del viaggio, e nella banale quotidianità, l’ansia di perderti una storia che parte, che può partire senza di te, di me. Adesso sì che si vola. Decollato: si vola. “Ma lo sa, non è così sciocco da non sapere che non si scrive per ricevere dei complimenti. O sì?” e come in “Romanzo senza umani”, Paolo, anche con la sua voce adolescente, emozionata, e parola per parola dentro una macchina del tempo che “pendula” di passato e presente, vola, vola e ti trascina, ti trapana il cervello, e lei, lei, dov’è? Che fa? Chi ha scelto? Mentre io, nella mia cameretta, a sessant’anni penso a quanto sono stato stupido a non scegliere un liceo invece di un tecnico industriale per fare l’elettronico nel 1980, l’ITIS Galilei, frequentato da 998 maschi e solo due femmine… E io? Cos’ero, artista, muscoloso, o solitario? E lei, lei adesso chi è? Dov’è? Che fa?
wow eccola LEI, giudice di intere generazioni di uomini disperati… eccola la morte celebrale di un intero ventennio di tanta tecnologia e di tanta disperazione, umana, disumana… Decollati nella prima puntata, volando nella seconda, precipitati nella terza e adesso che succede? Sopravvissuti e sopravviventi canta Luciano ma adesso io voglio la IV puntata, dai Paolo, dai Paolo, è già tutto scritto? Pensando a Jack London? È già tutto nei gironi pensando a Dante? “Non sono né carne né pesce” pensando a Mary per sempre? Lo scrivi adesso questo deserto di vita diventata giungla?
wow: in scena l’impossibile. Il chi ero e il chi sono con in mezzo la distruzione in un lampo, in un attimo, del metronomo che batte il tempo, la cancellazione della formazione durata una vita, del divo, del solitario mai diventato divo, o più materialisticamente vip, very important person? Si può essere una persona importante, acclamata, adulata, rinnegata e denunciata, schifata e riabilitata, e continuare a ripensare alle scelte sbagliate, al coraggio di gettarsi nel fango, alla viltà di scappare dall’abisso di dentro per tuffarsi senza vergogna nell’abisso di fuori? Che specchio feroce senza la luce serena della pace interiore, della consapevolezza che ai rimorsi e ai sensi di colpa non c’è rimedio, perché perdonarsi sarebbe la fine di ogni sogno di grandezza che non basta mai, mai troppo grande, mai raggiunto, mai impossibile nell’attimo del pensiero che si fa vita, passata, presente, futura. Nella terza puntata ho visto la caduta nella realtà. In questa, inizia l’analisi di quello che ero, di quello che sono. È questa la magia della tua scrittura, la magia della letteratura, che se da un lato mi ammutolisce con soggezione unica, dall’altro istiga le urla soffocate dentro che prendono voce. Voci che si fanno transfer nei personaggi che fai vivere in queste pagine, pagine che sono spartiti di una sinfonia che prende forma e scava dentro, facendoci volare, “ripensando” all’ero, al sono, al sono diventato nonostante sconfitte e vittorie, dolori e gioie, nonostante l’incapacità genetica, forse, di fare tattica e strategia, perché se è vero e saggio non giocare con la vita degli altri, è quantomai sano, anzi, doveroso, giocare a rincorrere, “ripensare” alla propria, di vita. Intanto il tempo scorre e tutto intorno è vita giovane che non siamo più, nei corpi, negli ormoni, nei sogni che continuiamo a fare. Grazie Paolo, questa quarta puntata è feroce come lo può essere una belva che ha fame, fame di comprendere quanta umanità ci resta prima di chiudere i conti. Non so se avrò mai la possibilità di stringerti la mano ma se e quando dovesse accadere, negli occhi vedrai il tormento e nella stretta la gratitudine per questa lettura che diventa sempre più avvincente. Grazie.
WOW la gita: che bella trappola. E poi, anche in questa puntata l’arrivo di lei è rinviato. Lei contesa in una amicizia che da collettiva a quattro sta per diventare amicizia di coppia, e quindi deflagrare in relazioni particolari, amicizie intime in competizione tra loro, che a loro volta si scoprono e si trasformano strada facendo. È la fine degli anni ’90 del resto, il canone, il rito, la messa e la comunione dello stare insieme è mutato. Il ’68 nemmeno un ricordo per chi non l’ha vissuto: vissuto nel mentre accadeva, né vissuto la sbornia e il reflusso successivi, né la fusione che la fissione. L’emergere sugli altri da reato è diventato meta. Non poteva che essere così. A me sembra con gli occhi di oggi, un destino segnato per quattro amici che si dividono il sonno oltre che il giorno, la scuola e un film come American Beauty. La gita a Barcellona, la gita che chiude l’anno della maturità è uno spaziotempo in cui tutti i lettori vengono rapiti dalla nostalgia e dai ricordi. Che bella trappola letteraria. Io no, a quella gita non andai perché senza soldi. Il cinema, le gite, le bevute e la pizza con gli amici costano e senza soldi e paghetta, anche i riti più comuni della formazione si dividono in classi di appartenenza, dove un solitario è anche più solitario di questo tuo splendido protagonista tra splendidi protagonisti. Per mia fortuna, con tanto senno del poi, non andai. Mi avrebbero arrestato sulla rambla, sì proprio a Barcellona, era il 1985 e sai che figura di merda? Oltre lo stigma perenne come un tatuaggio, forse anche la condanna a ripetere l’anno scolastico. Ma questa è un’altra storia che non interessa a nessuno. Le tue scene della partenza, gli intrecci delle azioni, dei sentimenti che avanzano e precedono i ragionamenti, che si fanno maturi prima della maturità, i dialoghi che testimoniano la crescita e l’espansione della necessità di comprensione che dall’intimo personale sfociano nel mare dell’amicizia h24, sono, tutti insieme, spettacolari, veri, reali come in un lampo l’apprensione materna per un figlio che ha lasciato da qualche ora il nido per un volo internazionale. Sono (e non credo di essere l’unico, anzi, potenza di un tema universale) sono tornato in volo, nello spaziotempo della nostalgia e dei ricordi, dell’amore che nell’impazzimento di ormoni e neuroni non ha scampo, è condanna, è condannato. L’amore che si genera e si riproduce, si rincorre e sta per avvelenare le amicizie, perché domando: a chi a quell’età non è capitato di trovare l’Amore e cominciare a perdersi completamente lasciando ai margini proprio gli amici con cui si è condiviso, fino a pochi giorni prima, l’urgenza del presente, il sogno oltre che il sonno? L’ansia di lei, per lei, di entrare nei suoi pensieri, nei suoi dialoghi, cresce, cresce a dismisura, perché nello spazio tempo della nostalgia e dei ricordi, l’adolescenza sulla soglia della maturità è l’universo impossibile da dimenticare, che ci ha costruito e fortificato, che ci ha decostruito e distrutto, affogati e risorti, nelle sere senza tramonti, nei giorni orfani di albe, nelle notti di deriva e tormento: istanti di momenti eterni senza via di fuga con all’orizzonte il mare dell’ignoto a divorarci l’anima. Un futuro mai veramente futuro ma illusione di un futuro che è desiderio. Amore come veleno avvelenato muore. E poi il prossimo, e quello dopo, e amore ancora Amore. Grazie Paolo, è un trip che non scende: è la dipendenza bella, quella dei romanzi che m’intrappola. Complimenti.
Una bella sfida scrivere strada vivendo! Sotto scadenza, dentro il verso che non schiude né si apre ma dimora sospeso nell’attimo che batte fuori tempo come mettere in pausa e riprendere sotto la pioggia di un appuntamento irrinunciabile. Digressione direbbe un cantore in queste ore di caldo folle fuori all’aperto dove il condizionamento dei pensieri non è naturale. Il muscoloso più amico con lei che con lui, il solitario. Il rapporto acerbo come il sorriso nudo della Casta’ scala di livello verso una nuova asticella da superare più in alto, dove la confidenza prova ad avvicinarsi a quella già più intima con lei, lei, sì lei che gli piace pure se proprio glielo chiedi. Irrompe la gelosia che strattona la confidenza che si fa tessitrice di timori imprevisti. La relazione a due diventa stretta, arriva l’artista: le confessioni si fanno simposio adolescente? È una puntata che sembra andare fuori dal tema del titolo che promette tutto su una madre, sembra una sbandata ma che succederà adesso che la partita a tre sta per iniziare? Lei, lei, la ragazza amica, desiderio armato, dov’è, che pensa, che sta facendo? È una pena subdola l’attesa che nell’agenda dice tra una settima strada vivendo: è una sfida ulteriore che non perdona ma assolve senza uno straccio di peccato, nell’ombra nascosta alla luce di questa giovinezza seducente. 👏
Il solitario non la vuole vedere ubriaca, non ci va, e non vuole dividerla con gli altri due, tanto è ubriaca. Silvia, Silvia, Silvia. Trovo un po’ sfilacciata, l’azione di quello che accade con i pensieri che vanno verso una maturità che contrasta con i suoi richiami ad una filosofia degli eventi che sa più di università che di diploma e di un “dimenticabile” hotel a Barcellona. Tutto su mia madre è un film, quando invece la chiamata di una madre nelle puntate precedenti mi ha deviato, pensavo irrompessero le vite dei ragazzi che hanno nelle loro famiglie da cui si sono staccati da poche ore. E quindi nuove confessioni, richieste d’aiuto o ribellione che si fa conflitto. Quella gita a quell’età con gli amici forzati nell’avventura scolastica lascerà dei segni “indimenticabili” e l’ubriacatura adolescenziale ne sarà un motore ? L’attesa per la prossima puntata è sempre viva più che mai.
“E però mi fai venire un dubbio… secondo me Silvia non è la ragazza col maglione viola che piace all’artista e al solitario e pure (forse) al muscoloso. I nostri quattro protagonisti non hanno nome, mentre Silvia sì. E poi lei è già impegnata con un ragazzo (anche se sembra dimenticarselo…), mentre la ragazza col maglione viola no. Almeno, io ho capito così.”
Sì, hai ragione Claudia, Silvia non è la Lei che anch’io sto aspettando, la Lei dei 4 che dovranno commentare anche il film di Almadovar (così tanto altro si chiarirà) ma dopo la gita, dopo il diploma, dopo la maturità? Credo che Paolo stia per svelare il colpo di scena legato alla gita “indimenticabile” a Barcellona, la gita come la pistola fumante che compare e che prima o poi spara, chissà perché penso ai Fantastici 4 e alla donna invisibile, io nel 1999 a 33 anni vinco il concorso all’Università (e mi tranquillizzo, mi sistemo o come si dice) negli stessi giorni mi risposo, mi sposo con Monica, con un figlio già di nove anni: per me il 1999 non è una ripartenza ma l’inizio di un mondo nuovo, forse quello adulto che nei dieci anni precedenti è stato una fuga continua da un mondo adulto esploso troppo presto. Per questi fantastici 4 è l’anno del salto ma nella narrazione degli eventi lo spazio tempo (quello del “È felice questa irrilevanza stanotte. Felice senza sapere di esserlo, è felice perché possiamo essere solo questo, non altro ci è richiesto. L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” si accavalla e si intreccia così vorticosamente da creare in me tanta bella, vera e santa, confusione, vedi Silvia per esempio. “Andate voi” ecco, ovvio è un solitario, solitario anche nella folla, nella gita, nello scrivere racconti, nell’immaginarsi l’esistenza a puntate, settimana dopo settimana, racconto dopo racconto. Occasione dopo occasione, una gita, una giostra e la scritta del neon che dice INGANNO. Silvia è ubriaca, Silvia sta male ma al solitario non interessa o fa troppo male anche per lui? “Fermiamoci qui, artista, ti prego. Fermiamoci dove la passione è uno spreco, dove non è un impegno con nessuno, dove non è ripetizione, dove l’ostinazione non è uno stipendio o un obbligo sociale. Dove non è una cosa da adulti.” Ma la giostra non può stare ferma, riprende il suo giro con i cavalli che vanno su e giù, la musica che canta rap melodico, nell’estate più rovente da millenni. Grazie Claudia per questo tuo commento che mi ha fatto rileggere questa puntata più volte. Incasinandomi più di quanto non fossi già incasinato. Grazie Paolo per questa giostra che gira senza “gettoni”, Io che Tutto su mia madre nemmeno l’ho visto ancora, io che resto incantato a vedere passare i mille tram del desiderio di questa vita e i mille giri di una giostra che gira e non smette di girare, appunto: “L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” Ma ai giostrai non è consentito fermarsi, è vietato dire basta voglio scendere, perché loro non possono scendere, fanno volare.
wow finalmente LEI, LEi, Lei, lei, leiiiii – grande, no grandissimo, no grandioso, lo sapevo, lo aspettavo, lo scrittore vivente che arde, che s’infiamma, con lei, di lei, si ustiona, lei che “Le piace quando parlano. Le piace ascoltarlo.” – ho aspettato il sabato, perché di venerdì tutto è più triste. Complimenti Paolo, si torna a volareeee. Grazie!
In ritardo ma ne valeva la pena, nell’email per tutta la giornata di venerdì non l’ho trovata mentre il mare di spam a cui mi sono iscritto negli anni, invece sempre lì presente, i giornalieri, i settimanali. Ma di 1999 niente. Mi sono preoccupato, devo dire la verità ma stamattina mi sono tranquillizzato. Devo dire, tanto è la verità comunque, questa puntata è molto più ragionata e sapevo che il tema in classe sarebbe arrivato, cos’altro manderà avanti la storia di lei e di lui se non la scrittura? Sì le letture, la relazione a tre, a quattro, ma la scrittura. E sono sicuro, almeno lo spero, salteranno fuori i diari, il diario di lei, il suo mondo, nel tema, nei temi, nelle confessioni con se stessa. Nei sogni e nei desideri che si fanno parola. Ragionato, tanto ragionato. Sembrano oggi sull’IA gli stessi discorsi di allora su internet. Oggi sarebbe il caos fermare internet, domani sarà il caos spegnere l’IA che ci controllerà tutti. Ma loro, noi, a 16 anni, che ragionamenti facciamo? Forse è una bella idea, a me la differenza è piaciuta tanto, tantissimo, quella del sabato libero invece del venerdì lavorativo. Io sto pensando che il 25 abbiamo la pizzata della nostra VF che festeggia i 40 anni dal diploma, tutti maschi in quell’aula del Galilei, per l’elettronica che non abbiamo mai visto, per i torni a controllo numerico imballati che nessuno sapeva usare, per una lei che non c’è mai stata in classe e tutti cercavamo fuori dalla scuola. Quella sera, come ad ogni nostro ritrovo, con compagni che vengono dall’estero per rivedersi, parleremo dei nostri temi in classe e se non le lacrime, perché siamo maschi adulti e alcuni già nonni esperti, le risate saranno intrise di questa dolce, amara, sublime mestizia che questa puntata mi ha regalato con la forza della ragione, con l’idea universale di essere protagonisti della nostra vita riflessa nello spazio tempo di uno specchio di parole che sono come quel sentiero di montagna del video, la via dell’emozione dei sensi, tutti insieme, vero Claudia? Grazie Paolo per questo viaggio che ci fa volare. Matrix? MATRIX? Già matrix.
una eccezione eccezionale, la discesa negli inferi, il peggiore tema che la sua prof. si potesse aspettare da lui, e da lì, il futuro della vita, dallo sconforto alla chiamata che diventerà devozione assoluta per la scrittura oltre la narrazione: l’emozione di chi legge, il sentire l’emozione. I brividi che ho provato sono quelli che mi hanno fatto ricordare uno stato simile, al ritorno dell’esame orale di chimica alla vecchia ingegneria. Feci scena muta, eppure allo scritto avevo preso trenta. Non avevo capito una mazza della teoria che però avevo applicato quasi con lode nei problemi: uno scritto da trenta, in quella sessione nessuno aveva preso trenta. Feci scena muta e il corpo s’infiammo’ altro che guance rosse, scappai tremando, e tremavo sul bus che mi riportò a casa, di vergogna e rabbia, tremavo. Non una doccia fredda ma un fuoco devastante, sentire la presunzione spegnersi e la vergogna bruciare. Scusate la digressione oggi che le “digressioni” sono di moda per non pensare alla sciagura della guerra come in modo “eccellente” avrebbe voluto la prof. per tutti, ieri come oggi. Ma la migliore è Lei, LEI, lei che supera tutti. Supererà Matrix e la prigione governata delle nostre esistenze? Lei che finalmente sentiremo, vedremo, leggeremo ammireremo, giudicheremo, dalle parole sue, tutte sue, dal tema, dalla sua scrittura che si prenderà la scena nella prossima puntata. Micidiale l’ansia per l’attesa di Lei, LEI, lei che sembra un campo appena arato, pronto alla semina, che sembra il campo dei conflitti, geometria delle pulsioni, e la battaglia per la maturità che prende voce dal seme piantato su un foglio protocollo. Grande 👏 Grazie Paolo.
Ho letto venerdì scorso e un nodo in gola mi ha affogato, lo stesso che nell’adolescenza mi prese dopo la lettura di “Se questo è un uomo”, per giorni e giorni non pensavo ad altro, a quanto fosse mostruoso l’uomo, a quanto male è capace di fare all’uomo che diventa peggio di una bestia, a quanto siamo niente rispetto all’atrocità dell’uomo. Inermi, disarmati, inutili. Indifferenti se almeno non ne parliamo, incapaci se almeno non ne scriviamo, insensibili se giriamo canale, miserabili se almeno non condanniamo. Distratti come autodifesa, traditori come disertori. Ho riletto oggi, e ho capito cosa mi è successo allora, cosa mi succede oggi a me che vivo sicuro, la vergogna di essere uomo nonostante l’uomo, questa è la mia vergogna di uomo impotente, sconvolto, distratto, costretto a fare la solita vita nella mia tiepida casa. La vergogna del mondo sono io che essendo niente non posso, non faccio niente. E non mi assolvo, se ne leggo, se ne parlo, se manifesto, se prendo la parola, se me ne sto in silenzio. Se prego anche se non so pregare. Il rifiuto, questo mi ha stordito, e non lessi più ne Levi né altri, condannandomi all’oblio come corazza tra amici che se ne andavano con l’overdose nel corpo. Anche un rifiuto ha la sua dignità, come stato transitorio di un processo di vita, di trasformazione, ma l’uomo cos’è? La bestia che diventa nella fame, la bestia che affama e massacra, con la stella di Davide sul petto, con le svastiche al vento, con i fasci littori sulla tomba, con le prigioni e le torture di ogni stato, occidentale, orientale, con la miseria, distrazione e distruzione di massa. E le armi, la guerra, solo un affare come un altro. Grazie Paolo Di Paolo, e se questa puntata diversa mi ha lasciato venerdì scorso senza parole, questa notte, rileggendo, inghiottendo il nodo della vergogna, superando l’ovvietà della disillusione perché ad ogni Abele c’è un Caino che l’ammazza, adesso voglio condividere, voglio partecipare, voglio continuare a leggere, magari ripartire dal “saggio” I sommersi e i salvati, che se magari fossi andato al liceo, che se magari avessi studiato allora, forse anche tutta la mia vita sarebbe stata diversa, quella che il tuo protagonista “solitario” mi sta facendo vivere oggi in questo dannato 2025 che sembra senza speranza. Grazie.
È il primo bacio? E non gli arriva dalla tenera e fragile che desidera? Ma la desidera? Certo che la desidera. E non c’è stata ancora la gita, e non c’è stato ancora il tema in classe, il miglior tema in classe che ha scritto Lei, il più bello di tutti. La scena del dibattito con le visioni dei nudi della “stramba” all’ultimo banco continua, dovrà continuare, che canaglia lo scrittore che nel raccontarsi “tira la corda” e mischia i piani degli eventi, nello stesso attimo che accadono, nello stesso capodanno del primo giorno del nuovo millennio. Una vita, un anno, un mese, un giorno, una scena,
Passato e presente in momenti che si fanno romanzo. Azzolo, della foto del quotidiano, a parte il direttore che oggi firma documentari su Lenin alla 7, mi ha colpito una informazione che avevo completamente dimenticato, la copia di un quotidiano il 31 dicembre 1999 costa 2200 lire (ma forse era un numero speciale), già un euro e dieci, come costa oggi più o meno, come se il 25 anni non ci fosse stata nessuna inflazione, invece l’inflazione dei sentimenti e delle emozioni in queste due belle puntate sono dei vortici impazziti tra la filosofia e l’inutilità della filosofia nell’attimo che si vive.
Già, sedici anni, il futuro che si fa indietro, la matrix che diventa discussione e un futuro che ripetitivo si fa prigione con un fine pena mai che è la nostalgia del sapore di un piatto di spaghetti al dente mentre la realtà è una pasta scotta e un bacio che sostituisce quello desiderato, nella notte che scoppia la festa, la solita festa anche se è una data speciale, insieme la fine di un secolo e di un millennio. Ma come per la discussione sul tema in classe, così non può che continuare anche la fine della festa e l’alba del nuovo giorno, il primo del 2000.
Lo so che non si fa, ma lo dico perché, puntata dopo puntata come lettore che ammira il protagonista e la corda che tira allo spasimo, strusciando per terra e volando nel cielo, con nostalgia che oscilla tra rudezza e commozione, tra rabbia e poesia, protagonista nel commento ci sentiamo un pò anche noi coraggiosi nei commenti a lasciare pensieri che si aggrovigliano nella lettura, almeno per me è così e mi lascio andare.
Non si fa ma lo dico, chi è nato molto prima ha punti di vista e di ricordo diversi, essendo io del ‘66 nel ‘99 avevo gli anni del Cristo morto sulla croce. Lui risorge e io rinasco, nel ‘99 mi risposo (il primo tanto brutto quanto bello il secondo) e nel ‘99 entro per concorso all’università e divento un “privilegiato” dipendente pubblico, nel ‘99 mio principe erede Daniele fa 9 anni ed è un campioncino a Magic, a Worcraft, in rete navigo con uno stupefacente modem a 56k che suonava prima della connessione, desiderando l’ISDN che non è una droga.
Lo vado a prendere un sabato sì e uno no a scuola e passiamo il week end insieme a giocare e giocare e giocare… Per me il ‘99 è stato un salto di livello in questo gioco straordinario che è la vita, un gioco tra sparatutto, costruttori di battaglie e città, imperi e labirinti magici della mente che continua a sognare.
Grazie Paolo: il mio primo bacio è stato con un’amichetta tra le amichette, in mezzo al mare, in estate prima del terremoto dell’80, io straccione dalla spiaggia libera, loro bellissime con la cabina e i genitori al lido, e non ci siamo dati appuntamento, e non ci siamo mai visti più.
wow che puntata! Sono qui a leggere e mi sento la cavia che ha la possibilità, nel laboratorio infinito delle nostre esistenze, forse nemmeno la possibilità ma addirittura il desiderio di comunicare con lo scienziato che mi sta vivisezionando l’anima. Per quanto robaccia, perdita di tempo, la scrittura della mandria del XXI secolo, con il meglio di sé stessi che si riesce a mettere nei social, con parole e scatti fotografici del proprio vivere, è lo scenario apocalittico che dalle macerie di rivoluzioni mancate e superate, ci fa vivere non in un deserto fatto di solitudini inespresse ma nella giungla del rumore delle parole inutili. E io che di questa mandria vorrei, magari, essere un vitello performante pronto per il macello, mi sveglio cavia che parla all’esperimento, al coraggio e all’orgoglio di farne parte, numero primo ed imperfetto come le compagne di questo viaggio, specchio e portale di spazio e di tempo che prende a schiaffi i ricordi e il presente in un conflitto di stupore che abbaglia. Forse mi sbaglio, e vorrei di cuore sbagliarmi, ma il finale di questa puntata è un atroce rimorso, un pentimento amaro di ciò che è stato, di ciò che è diventato futuro senza ritorno, una nostalgia prigioniera diventata avanzo, rifiuto imbalsamato nell’anima. Uno di quei piccoli o grandi tumori benigni che hanno smesso di crescere con cui dobbiamo convivere. La grandezza di questa puntata, di questo romanzo da cui non riusciamo a staccarci, è la vastità dei temi che affronta proprio com’è la vita che ci prende nel quotidiano, nell’usuale tempo che consumiamo nel nutrirci costantemente della robaccia che tradotta in parola è solo l’apparente follia che vorremmo essere, un po’ muscolosi, un po’ artisti, un po’ solitari, un po’ Lei che si apre al mondo, spine e rosa del futuro che è stato già passato ma da scoprire puntata dopo puntata. Forse peggio di sentirsi robaccia è sentirmi cavia, felice e grato di farne parte, per mostrare e dimostrare di essere vivo. Grazie Paolo, a te a tutte le lettrici e i lettori, buon fine settimana di ferragosto.
«La nostalgia del presente che ti muore fra le mani», risponde Bertolucci. Cavolo che potenza di visione nelle parole di un visionario. È quella corda che non smette di vibrare ma che anzi, in risonanza, amplifica l’ossessione? Di crearle le visioni? “Qual è la corda che, involontariamente, ha toccato?” Ripetete con me: esiste solo il presente! E basta? No caro “solitario”, hai fatto incacchiare anche Claudia che come me, come altri, siamo niente e siamo tutto, lettori, che si fanno incantare. E tu sai come si fa, vero? Perché allora confessare di essere il solitario “incompreso” da qualche critico le cui critiche non sono nemmeno lacrime capaci di disperdersi nella pioggia dell’irrilevanza? Perché sporcare con le irrilevanti “feci” di Putin queste pagine con un fetido presente che ci soffoca il momento che, invece nella lettura ci fa sognare? Lo diceva Eco, non usate le parentesi che stroncano il discorso. Certo che c’è una ragione, il tema in classe, quelle maledette prove, quei maledetti giudizi, quell’indifferenza a tutto il nostro ardore adolescente, di mostrare e dimostrare, negli anni più fragili e tragici, più teneri e brutali, ha risvegliato in noi, il fuoco sopito, le fiamme dimenticate, le nostalgie e i rimorsi più sanguinosi. Perché? Perché allora mortificarci al fruscio di un cespuglio che assiste suo malgrado invece di innalzarci ai mille occhi che brillano nella ruota regale di un pavone sublime in amore? Sì, non è giusto, come non è giusto niente di questa vita che ci sfugge tra le dita, tra le lettere di una tastiera che ha l’ardire di una penna senza freno che, ora come allora, vomita inchiostro del noi stessi incandescente, sopravvissute, le passioni nostre di leggere e di scrivere, la passione di Lei, di Lui, dell’Artista, del Muscoloso, di quella vita, di quegli amori devastanti, di quelle visioni che trascendono il nostro brutto presente in attimi di lucida perdizione. E tu sai come si fa, ad incantare, come Shakespeare userai la gelosia? Il mostro dagli occhi verdi che riferisce una calunnia o una verità? Lei resta contesa dal trio sconvolto dagli ormoni, che nella visione di un ennesimo film, balla e gode da sola. Ammirata ancora di più, Lei che ha fatto il tema più emozionante, con il voto più alto. E torneremo alla gita rimasta successiva al primo tema? E ce ne saranno altri, di temi in classe e fuori classe, di confessioni, di tormenti, di competizioni, di fallimenti? È già un orgasmo l’attesa per la prossima puntata, per l’ultimo sabato d’agosto. Grazie Paolo.
Wow, l’amore che brucia, l’amore che muove il sole e le altre stelle, l’amore che ti fa sentire potente come Galactus distruttore di mondi, l’amore che ti fa sentire una lacrima dispersa dentro Blade Runner o l’amore di Trinity dentro Matrix, l’amore adolescente che ti fa correre tirando pugni al vento dopo il primo bacio, o che ti fa piangere per giorni senza lacrime avvinto nella solitudine che si fa coperta stracciata piena di pulci e vomito di tristezza, l’amore delle lettere mai scritte e di quelle scritte con furia e gettate come mozziconi spenti, l’uno dopo l’altro a bruciarsi la gola per quel filo di speranza che si fa alito dell’ultima possibilità di tornare insieme, e rivivere quell’attimo estremo di felicità che non torna più. L’amore che evade da ogni schema, da ogni programma di follia, oltre ogni sbarra di questa vita imprigionata nell’esistenza di attimo perso a pensare senza agire. Che cazzo di delirio questa puntata e quest’amore che finalmente scoppia, brucia, devasta la pagina. Un sogno, l’amore, e che sogno! Che cazzo di delirio sentirsi personaggio nel romanzo, come mi capita sempre, in quelli belli, in quelli brutti, in quelli che amo e in quelli che odio, a volte personaggio possente a volte una pezza, lo straccio che pulisce la merda, se non la merda stessa. Un incubo, l’amore, e che incubo! Un brivido di freddo e il cuore di giaccio, un brivido di fiamma che soffoca il respiro, e l’amore brucia, arriva, finalmente esplode, oltre l’amicizia che come al solito dilaga e scappa in ogni direzione, si chiude e tradisce, si apre e cura, necessaria e sfuggente, incredibile e totale, di Lei, di Lui, di loro, nelle apparenze, nelle circostante, negli eventi in bilico tra due millenni, nel presente scritto e riscritto, visto e vissuto come un film, come la meraviglia di sentirsi umani nonostante l’umanità stuprata che ci circonda e ci devasta dentro. E ora un’altra settimana di passione per giungere sulla croce che ci inchioda in quest’attesa insostenibile.
Grazie autore, le ho già detto che in ogni pagina mi sembra di rivivere nel romanzo senza umani? Grazie davvero, in fondo la confusione che mi prende è l’entropia dell’universo che spande vita, solo vita quotidiana, indigeribile esistenza con mille sbarre intorno.
Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Dopo questa magistrale lezione di vita e di letteratura, dovremo rimettere nel ghiaccio le nostre emozioni, nel freezer vanno stretti lo so per certo, beh magari qualcuno pensa al frigorifero dei macelli, e io penso ai miei pensieri che penzolano squartati e privati del meglio, le frattaglie, cuore compreso. Una vita di frattaglie a guardarci indietro, ad essere cattivi con il peggio di noi che siamo stati. A come in questi personaggi e l’adolescenza, per quanto confusa, dimenticata, orribile e ubriaca di meraviglie, sia stata di sbornie e dopo sbornie. Sto leggendo in questi giorni le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis, e vomito di pagina in pagina nel nulla che siamo stati, che peccato. E lei caro autore annuncia la fine delle stelline, di quell’era che precede la sventura della fine dell’adolescenza, la fine dei superpoteri, la fine dei giorni magnifici e luminosi di pensare tutti i momenti, tutti i giorni, a lei a lui, a loro, la fine dello strazio del favoloso mondo ingovernabile, del viaggio senza frontiere, con tanto di fili spinati e abissi dietro ogni curva, alla fine dell’orizzonte catturato negli occhi e nelle risate di una canna condivisa, alla fine di quell’amore magari mai consumato, mai bruciato, straziante come quello in cenere che finisce col diventare grandi, freddi, paurosi ma più incoscienti di prima. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Scherzo, rido di me, a queste parole, ingovernate, non distanziate, perdutamente vere, false come lo è tutta la nostra esistenza apparente, quella che non riusciamo a contenere. Azz, inautentico? Azz, “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura” ? Io tremo al solo pensiero di vedere, sentire, leggere, la reazione di Lei a quelle pagine fitte fitte, a quelle domande che sanno di vita vera ed universale che semmai la letteratura l’allarga la realtà, altro che concorrenza, semmai la realtà sarebbe sciapa, né carne né pesce (tanto per non citare un film), insapore, per chi invece di letteratura si nutre, si arma, e sopravvive. Altro che concorrenza sleale per giunta. Mi inerpico in mondi che nemmeno conosco e chiedo perdono, sì proprio come i tanti “scusa se” del solitario… Immagino il tribunale e le prove presentate a carico della “strega” che finirà sul rogo, ci salirà l’artista, il muscoloso, anche il solitario (mi pare di capire con molto senno del poi) e naturalmente Lei, che scriverà altro sul sul diario ma a loro si concederà come non farà mai più nella vita vera da adulta, dove inautentici siamo tutti ogni giorno, perché dobbiamo sopravvivere e provare a fare a meno di sostanze che all’epoca ci facevano volare ma che oggi servono a farci tenere ben piantati i piedi a terra. Ma no, delle emozioni non ne possiamo fare a meno e cavolo ecco perché: “Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito?” Poi c’è chi non si nutre né si abbevera ogni tanto di letteratura, ma questo è un altro discorso. Abbraccio con l’Autore tutti i commentatori e le commentatrici, per il loro coraggio, la loro realtà e autenticità che mi accompagnano dalla prima puntata, e mi ripeto forse, non credo affatto che “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura”, anzi la letteratura sopravvive alla realtà, da millenni, se vogliamo dalla notte dei tempi pensando alla Bibbia o altri testi precedenti, la realtà non può competere né in modo leale né in modo sleale, la può deformare, infangare, magari uccidere, bruciare, Lei rinasce e si riproduce, canta e danza nei secoli, nonostante gli scrittori e le scrittrici, nonostante le lettrici (maggioranza vedo) e i lettori, gli editori, le industrie e le econaomie come i governi, i critici e le accademie, che invece passano, si consumano nella carne, nelle ossa e nel sangue che invece restano sempre vive nelle pagine della letteratura immortale perché senza mai data di scadenza. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? 😌
FOLGORATO
“Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano”.
Che atrocità e meraviglia l’attesa, e l’attesa dell’attesa, e nell’attesa l’immaginazione che attorciglia il cuore con le budella, e fa soffrire, e fa gioire. Ero rimasto folgorato dal video del 17 settembre, e riprendere adesso il link fra centinaia di mail che ancora devo cancellare, alcune leggere per piacere, altre per dovere, altre ancora per cortesia, e poi rispondere, mi sembra passato un secolo ed invece è stato solo 4 giorni fà. Che macerie di attimi triturati nell’istante, e che magnifico istante invece essere esaudito nel desiderio, nel sentire prima di leggere con la voce emozionata dell’autore, della lettera, la famosa lettera, della parola scritta che ferma il tempo e lo rende immortale. WOW, l’autore si è aperto e confessato, ci ha parlato del suo interrogarsi e questa meraviglia ne è il risultato? Favoloso mi viene da dire, un po preoccupante con quella spada feroce che dondola dal titolo, “Eyes Wide Shut” il film che non avete ancora visto, dice l’organizzatore di una serata che salta? Che diventa la “prima volta” per sempre? Vuole la stanza per giorni per anni… O è la minaccia dietro l’ennesima curva dell’esistenza che porta al dolore e alla sofferenza del… “perduto amore”? Il finale, ma perché tutto deve finire? Una commedia, una tragedia, un romanzo, un film, una lettera, l’avventura che siamo in questa vita? E i sogni e il delirio dei desideri che si fanno carne, concretezza, fondamenta di continuità di vita in coppia, e quale coppia o accoppiamento si realizza? Era tanto tempo che aspettavo e adesso? Inizia? Durerà? Che atrocità e meraviglia l’attesa, di adesso, di allora, di quel bacio provato allo specchio con le labbra che s’incollano al vetro, con l’immagine di sé stessi, nell’abisso del tormento di non sentirsi mai abbastanza. Di non sentirsi mai veramente desiderati. Di rompere quel ghiaccio che si è solidificato non solo intorno al cuore ma che nell’anima è scheggia furiosa di dubbi e paura. L’educazione sentimentale come traccia di recupero nel senno di poi, il film di Kubrick nel senno del forse, la maschera svelata che cade ai piedi dell’ovvio rito di iniziazione che tutti abbiamo vissuto, tutti più o meno in solitudine, ma che letto così come scritto attraverso tutte queste puntate che sembrano una montagna russa dove a vorticare sono gli specchi che ci corrono intorno mentre invece siamo fermi a leggerci dentro nei ricordi, ma che letto così settimana dopo settimana tra eventi e quotidianità che ci traffiggono gli occhi di orrore, nell’attesa, nell’attesa dell’attesa, del finale dell’attesa, che letto così come scritto diventa l’oasi rubata al caos, un miraggio, visioni, atrocità e meraviglia di quella pace che meritiamo senza vergognarci, di essere stati e di essere ancora umani che si emozionano al solo pensiero dell’Amore. Grazie autore e come diceva un personaggio di De Crescenzo, prufessò io non capisco ma mi affascinate, più o meno il senso che non deve avere per forza senso, per ragionare, per bloccarsi o peggio scanzarsi, all’inspiegabile magia della parola scritta: “Le parole avvolgono. Le parole scaldano. La fanno avvampare.” – “È-una-dichiarazione-d’amore.“ – Com’era nel video la domanda? Un romanzo come una lettera? Superlativo, ardito, come acqua nel deserto. L’oasi della pace che meritiamo. – “E lei: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te.“ – La lettere scritte arrivano dove l’orale si ferma, come quando la TV non prende per un temporale o la rete si blocca perché manca la corrente, e a me sembra comunque di continuare con schimmie che non sentono, non vedono, non parlano. Già, le vedo, le sento, atroci e meravigliose, le parole che verranno. Grazie! E grazie di cuore a questa reiterata istigazione a partecipare che ci fa sentire protagonisti, in questi tempi di luci fulminate.
Il ritardo, per tabucchiano gioco del rovescio, è diventato una risorsa! Una scheggia di “calvinite acuta” ti ha dato ispirazione per trovare un’ottima soluzione del garbuglio e toglierti dall’imbarazzo, regalando a tua volta uno spunto molto intrigante sul cominciare e sul finire. Questa è stata, domenica, la mia prima reazione. Ora, leggendo i tanti commenti delle lettrici e dei lettori, indulgenti, anzi riconoscenti per questa puntata-non puntata o superpuntata imprevista e accogliente, sento la necessità di dire che tutta questa esperienza è attraversata da un filo conduttore importante e inedito. Una attenzione reciproca tra autore e gruppo di lettura, una libertà di opinione, di decisione, di immaginazione. Un “potere” condiviso nella magica piattaforma, che si è dilatato non solo nel tempo (dei ritardi e dell’andirivieni negli anni), ma anche nella riflessioni dei singoli, che portano lontano gli spunti offerti dall’autore, in un laboratorio di comprensione sempre aperto. “Le funzioni astratte che si incarnano” e hanno un nome danno ragione all’affermazione di Proust: “Ogni lettore in un libro legge sé stesso”. Ma qui c’è stata in più la possibilità di confrontarsi in presa diretta con un testo, con le fasi e i problemi della sua scrittura, misurandosi con l’autore e con altri lettori. Partecipare a questa esperienza di lettura critica in divenire è stata una straordinaria opportunità. Sentire avvicinarsi il congedo, “lo strappo”, trova consolazione nel ripercorrere le tappe del viaggio e nell’inventare un esercizio di immaginazione del futuro, per chi scrive e per chi legge. Il vincolo della gabbia, smantellato come è da piccole produttive evasioni, alimenta l’attesa di un finale libero. Resta solo da aggiungere un grazie convinto!
oggi domenica sta piovendo, mi sembra che il cielo pianga le sciagure che viviamo. Che fortuna che ho avuto a leggere questa ultima puntata dopo il finale perché forse me lo avrebbe un tantinello rovinato nel senso che… No non aggiungo altro, altri lettori arriveranno a questo punto e non né elegante né giusto anticipare niente. Ma il 3 ottobre e il 4 ottobre 2025 sono state giornate pazzesche, e la vita reale prende il sopravvento. Posso solo aggiungere che piangere con lacrime asciutte, per un amore, per l’orrore, è la forza che ci vuole per sopravvivere alla nostra fragilità di essere umani, e nei millenni raccontarci storie e vivere emozioni. Grazie Paolo.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.”
[…]
Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.
[…]
Ciao, siete un grande maestro Paolo Di Paolo – grazie per questa indimenticabile e bella avventura. Quell’intimità della Piazza di Carpi, di serenità e bellezza, è il finale che più di ogni altra cosa desidero per ogni piazza del mondo, per i popoli, per la vita. Grato e commosso con le lacrime asciutte del Solitario, di ogni solitario dentro di noi.
FINE
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili quelli veri attaccano e distruggono i bunker di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
Dopo ITALIAN PSYCHO (2021) e LA TEORIA DEL SALTO (2025) con QUANDO ERAVAMO FELICI (2023) ho completato la lettura della trilogia Minimum Fax di Corrado De Rosa. E ora?
De Rosa “non è mai definitivo, come non lo sono i grandi personaggi letterari.”
Lui lo ha scritto di Maradona in un suo vecchio articolo sull’Espresso. Sembra facile copiare e usare le sue parole che definiscono un genio e riproporle esattamente per descriverne la sua, di genialità. Corrado De Rosa è ormai un mito e “con i miti non si può competere”. Anche questo si trova nella sua trilogia sul genio della mente umana. Di lui, lo scrittore, non puoi che acchiappare le ultime parole e provare a ragionare se riesci a far valere la parte razionale del tuo cervello, oppure lasciarti andare e volare insieme a lui per quanto rende semplice, l’esplorazione nella complessità della mente umana. In entrambi i casi questo grande scrittore non ti rapisce, ti possiede.
L’ultima riga del suo ultimo lavoro, quello che ti propone di saltare allo specchio per capire di te quello che ti sfugge, quell’ultima riga dicevo, è sublime: mi sono reso conto di come, quando ti guarda negli occhi, ha piena padronanza dei neuroni che ti brillano in testa prima di cominciare a parlare. De Rosa ti entra nel cervello.
De Rosa è una TAC vivente che mentre lo leggi ti sta analizzando con un liquido di contrasto che sono i tuoi pensieri. Lo so, sembra fantascientifico ma è la verità, ci sono grandi critici che sanno dire solo che è bravo per quanto li ha messi in mutande con la sua grandezza di ricercatore, che dire accademico è riduttivo, è come dare del maestro delle scuole elementari ad un ordinario magari anche già preside di facoltà o anche solo direttore di un dipartimento dell’Università italiana.
A lui piace lo sport e se mai leggerà queste cazzate che sto scrivendo gli piacerà la metafora del salto. Ma prima voglio dire da bravo cazzaro che scrive cazzate, e in quanto tali essenzialmente fondamentali come un metro cubo di aria all’aria aperta, che UNO che raccontando “La teoria del salto” vede gli amici più amici cominciare a saltare intorno a lui, ha dentro il suo verbo qualcosa di divino oltre ogni umana capacità di comprensione.
La mia ovviamente. Ma stamattina, sul lungomare, incrociandolo nella corsa come faccio io perché l’eccesso che siamo è una zavorra che pesa e ci rallenta, l’ho visto circondato da un’aureola luminosa come una madonna. Quindi come ho già scritto in un post su Facebook, nella piazza virtuale di noi altri esseri virtualmente razzolanti, Corrado sovrumano lo è davvero.
Ma torniamo a quello che volevo dire.
Punto primo: leggere tutte e tre le bibliografie della trilogia, e poi pensare a lui come a un Gianmarco Tamberi dei tempi d’oro, che dopo aver saltato il record del mondo, mette l’asticella un centimetro più in alto e dice: adesso salta tu.
Questa è la grandezza di Corrado De Rosa, il sovrumano, ti porta in alto con se e ti fa volare. Più sotto allego un paio di video che ho trovato: sono la testimonianza palese della sua sovrumanità, una prova si direbbe in un tribunale. Lui corre veloce come Mennea quando parla, e non si stanca mai come la finanziera Stefania Belmondo. Arriva in fondo, rendendo semplice e bello il tema più complicato che esista: la mente umana.
Lui cerca la costruzione dell’identità, così gli ho sentito dire in una delle sue innumerevoli interviste. Nel farlo, con i suoi lavori, ci spoglia e ci spiega l’identità che siamo o almeno la parte più comune che ci rende tutti umanamente normali: il genio, l’intelligenza, più o meno pronunciata. Beh, è professionalmente uno psichiatra, un medico della mente, quindi niente di strano, invece, ci fa vedere il record del mondo e ci porta più in alto ancora.
Luca Briasco alla presentazione, non ricordo le parole precise, ma lo ha detto chiaramente: editare De Rosa è un’impresa piacevole di trascendenza umana. Non so se mi spego: Luca Briasco. Mi sa che è stato De Rosa ad editare Briasco.
Va beh, Briasco ha usato la metafora della neve a Roma ma il senso che ho capito io era quello dell’extraterrestre che studia l’uomo dal di dentro. Sovraumano, appunto. Sono tutti bravi a fare le autopsie sui morti o con strumenti elettronici guardare analisi da fuori del corpo, lui, De Rosa, le fa ai vivi, da dentro: viviseziona la mente attiva mentre ragiona. Il lettore, almeno questo vale per me, si astrae dalla realtà e si fa cullare, direi trascinare con piacere, in questa sua grande opera di squartamento.
Non lo so dire meglio. Questa trilogia è sconvolgente. Il genio criminale, il genio sportivo ed infine il genio artistico. In tutte e tre c’è la follia come cifra ineluttabile della grandezza. Non è morale, non è filosofico, non è estetico: è profondamente viscerale dove tutto è nutrimento. La storia dei quozienti intellettivi presente su QUANDO ERAVAMO FELICI è emblematica. Demolisce la conoscenza come limite della creatività artistica e dà piena funzionalità al genio, che valicando il confine che non esiste della follia, produce, genera, riproduce capolavori. Capolavori che siano criminali di male, che siano di bellezza nel gesto sportivo, che siano di emozioni nel ragionamento artistico.
Non lo so dire meglio e quindi lo ripeto: questa trilogia è sconvolgente.
“Perché la realtà non si ferma al presente ed è più profonda delle apparenze: è concreta senza essere attuale, è ideale senza essere astratta.”
La velocità con cui parla quando l’ascolti, la velocità che ti fa prendere la lettura di quello che scrive, la velocità dei cavalloni di fatti, pensieri, emozioni, parole, opere e missioni che ti travolgono, è pazzesca: a me sembra sovrumana, una intelligenza artificiale fatta umana o meglio un umano con turbo intelligenza cognitiva e dimostrativa di un prossimo futuro già presente…
L’ho visto e sentito per la prima volta quando presentò il fantastico romanzo storico IL FIORE DI MINERVA di Carmine Mari nel salone della Provincia di Salerno, dove mi ero imbucato con tanto di mascherina anche se non ero dotato di greenpass obbligatorio per i raduni pubblici di quel tempo, ma questa è un’altra storia. Comunque dopo quella prima volta, il mio bisogno di leggerlo è stato incontenibile, anche i suoi A SALERNO e L’UOMO CHE DORME, sono troppo belli.
Quando, chiedo: quando eravamo felici?
Per rispondere a questa domanda, adesso faccio un esperimento: uso un suo articolo di qualche settimana fa, un post strapienissimo di like e mani plaudenti che sembra l’applauso a scena aperta di un punto vincente di Sinner a Roma in questi giorni, perché la vanità che ci contiene non è una nave ma una fregata di cammelli nel deserto, una carovana che cerca oasi di beatitudine. Parole sue e qualcuna mia.
Ok, pronti? Ciack!
Peggio della lettura senza emozioni, c’è solo l’assuefazione alla lettura. Quella sensazione in cui si mischiano disinteresse e fatalismo, in cui pare che tutto sia ineluttabile. Eppure nell’ineluttabilità c’è una sorta di giustizia interna. Se sei più ignorante, prima o poi cadi. Se non hai mezzi, qualcuno ti ferma. Ti toglie il libro dalle mani. E quel qualcuno sei te stesso. Ogni caduta ha in sé qualcosa di logico: un passo sbagliato, un equilibrio perduto, la gravità della terra che ci fa materialisti alla ricerca dell’utile finanziaro ai nostri interessi. L’emozione diventa irrilevante.
Il problema che abbiamo noi lettori ignoranti non è l’inevitabilità della caduta. É il modo in cui cadiamo. È la mancanza di consapevolezza, la vanità che ti fa credere migliore di quello che leggi. È il narcisismo che ti porta a salvare la tua immagine mentre tutto è noia. Quello sì, è imperdonabile il te stesso che ti annoia.
Tutto chiaro?
Il narcisismo è una maschera che, quando cade, lascia solo il vuoto. La verità è che siamo fatti di vuoti da riempire, e vi posso giurare che leggere Corrado De Rosa è una terapia che risolve. Il rifiuto della realtà è più grave della mancanza di talento.
Vorrei continuare ma non ne sono all’altezza, devo riprovare a saltare i momenti d’infelicità per concentrarmi su quelli felici, come un cercatore di farfalle, come un cercatore di chimere, come un cercatore di sensi e di ragionamenti vincenti. What’else? Direbbe quello famoso al cinema: beh, continuare a leggere i grandi oltre che bravi. Un medico veramente bravo, come De Rosa.
Ecco la verità? Ma cos’è la verità? Eccola in poche righe. Una lezione che rende da sola la pazzia di prendere e studiare questa trilogia.
Lui dice che non è un artista, lui dice che non sa creare. Io dissento, la sua Arte è quella di rendersi immortale con il suo verbo, che, ci crediate o no, fa saltare come allo stadio quando parte il coro.
PS. Dopo averlo ascoltato presentare e coinvolgere Emanuele Canzaniello e Salvatore Toscano, su discorsi complicatissimi di letteratura con protagonisti la finzione, la realtà e la narrazione della verità, ieri sera tornado a casa in bici, tra la folla che era tutta fuori all’evento, ho capito. I miei pensieri spesso rumorosi e antipatici, sono diventati armoniosi. Corrado De Rosa, in questi suoi tre capolavori, padroneggia la genialità umana di persone ormai mitologiche, li maneggia e li usa come orchestrali per suonare la sua musica, per volteggiare alto con armonia e semplicità. Tra questi geni, per lui esecutori di spartiti, solo per citarne alcuni: Camus, Einstein, From, Bukovskij, Freud, Halsman, Dostoevskij, Blom, Calamandrei, Eco, Nobokov, Foucault, i baffi infinito di Dalì e perfino Maradona. Se questa non può essere definita Arte è perché la sua è sovrumana. Aggiungo questa conclusione a questi miei pensieri sulla trilogia di Corrado De Rosa per provare a non fare veramente la figura del cazzaro che scrive cazzate. Ma questa è un’altra storia che riguarda le voci di dentro che tornano a fare rumore, antipatiche e moleste…
Voglio fare i miei complimenti a Giovanni Maio per questo suo ultimo romanzo: L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. Ne sono stato prima catturato, poi rapito, alla fine liberato con un’ulteriore ricchezza che solo le sue opere sanno donare. Dopo il memoir LA MONTAGNA DEI SOGNI e la spystory del TRONO DI PIETRA, mi azzardo a dire che la cifra stilistica di Giovanni Maio è lo specchio della complessità della sua arte che è in continua evoluzione, in continua sperimentazione. Non si appaga, non trova un arrivo definitivo, non si può né etichettare né confinare.
Di questa arte, la scrittura è solo uno dei riflessi. Chi lo conosce sa di cosa sto parlando. Che sia un fiore o un frutto dei suoi campi, una tela, una scultura o una lezione di vita, la manifestazione umana della sua complessità, abbaglia.
Con questo suo ultimo romanzo, la scrittura si fa antica e nobile, capace di dare nuova vita a rovine del passato che diventano la porta specchio-tempo per ammirare quello che dentro abbiamo soffocato. Il mistero si fa intrigo. La parte iniziale è la narrazione storica degli eventi, con uno stile di altri tempi e febbrile spessore narrativo: straborda d’amore per una terra meravigliosa e complicata come il Cilento.
Il professore Martinelli, con i suoi bauli di libri, la sua ricerca ossessiva dell’impossibile a Gioi stella cilentana, teatro senza tempo, di lotte, desideri e ambizioni umane, terrene e ultra terrene, è un protagonista che guida e mi ha coinvolto in maniera così preziosa da farmi diventare attore presente in scena.
Più la conoscenza avanza è più la tensione cresce, e i segreti divorano l’attesa. La ricerca è ossessiva, la ricerca è ipnotica. La ricerca è presunzione di grandezza, di assoluto. Legato e rapito senza pietà, trascinato dentro il sudore dell’impegno, senza il quale non si raccoglie che sconfitte. Metti la cera, togli la cera, all’infinito fino a quando i muscoli non cedono alla stanchezza e sono però più forti di prima. È un romanzo che sfinisce come una lezione di arte marziale. Ma quando riprendi la lettura nel capitolo che segue senti che hai superato il tuo limite, l’orgoglio ti pervade, e un nuovo limite da superare è pronto all’orizzonte: il Bastone di Aronne aspetta di essere trovato.
Poi nella narrazione entra con prepotenza anche l’amore con l’arrivo di Bianca Maria. La ricerca, assillante, maniacale, opprimente, tormentosa, mai doma, diventa comunione di cuori che battono all’unisono, creando quella forza che vince non solo la solitudine, lo sconforto, la sconfitta, l’illusione e la disillusione, ma che addirittura conquista l’orizzonte del futuro più prossimo, più vivo e bello da vivere insieme. Tra romanzo storico, saggio, giallo e thriller, L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE è una fusione di generi che danno tutti insieme un’unica urgenza, irresistibile: trovare il Bastone di Aronne. Scorrevole, fluido, erudito, intrigante, mi è piaciuto molto. Complimenti Giovanni.
Caro Giovanni, in conclusione, che dire? Grazie per questo viaggio che unisce la materia ai suoi significati più trascendenti del divino che è in noi. È un grande piacere leggerti e viaggiare con la tua scrittura nel Cilento più fantastico, che tu descrivi con una passione sfrenata, cifra particolare del tuo stile, che a tratti più che raccontare, dipinge.
Il romanzo “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo mi ha sconvolto: iniziato la sera prima e finito la sera dopo. Oltre 400 pagine assaporate e masticate con l’ingordigia primordiale di un autista di TIR, che finalmente si ferma dopo kilometri e kilometri di noia. Non solo il lavoro, non solo le chiacchiere con la manovella e le polemiche da bar escludenti l’altro, gli altri, l’umanità che ci fa paura. Non solo le propagande da oriente a occidente. Non solo stragi d’innocenti, quotidiane come flebo d’anestetico nelle vene, come schiaffi continui di questa vita precaria, ma anche stragi di soldati e sempre più soldatesse pagate per fare la guerra. Eserciti umani con la follia negli occhi e tumori d’orrore nel cervello.
La noia uccide, invece da quella sera, da quelle 400 pagine divorate al posto di un cenone come un altro, i miei sogni sono diventati più reali, più tremendamente vivi di quanto onestamente possa io mai sopportare di vivere. Mi si è aperta nella mente, una porta spazio tempo tra i pensieri che viaggiano senza soluzione di continuità dalla notte al giorno e dal giorno alla notte, emozioni e sentimenti che diventano questioni aperte di notte e di giorno. Desideri che si realizzano e azioni che diventano desiderio. È la potenza viscerale di “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo. Non so spiegarmi meglio, viscerale è quella cosa biologica che mi fa sentire carne viva un pensiero.
La costruzione multidimensionale di questo romanzo è un inviluppo armonioso di sentimenti e stati carnali dell’umano che si fanno desiderio e sogno d’amore. L’intergenerazione delle vicende dei personaggi non è solo temporale, relazionale, di genere e di sangue. L’essere figlio, l’essere genitore, l’essere uomo e l’essere donna, amare e l’essere amato, sono dimensioni che si tagliano tra loro e si intersecano, sono dimensioni dell’uno e del tutto, complementi di ferite laceranti aggrovigliate con momenti d’estasi che dal tormento esplodono nella felicità, e dalla felicità precipitano nel tormento. Lotta continua. Incontro, scontro, ricerca e scoperta, dell’io narrante che si fa compagnia d’anime, che lotta e canta in coro, la grandiosità e la bruttura dell’esistenza umana. Le dimensioni del sogno e della realtà si compenetrano: tagliano, producono ferite, attraggono, creano carezze. E si cuciono e si strappano a vicenda in una lotta continua dell’io soggettivo che si racconta, unico Dio di se stesso e della terra su cui cammina. La trama è un filo di Arianna tessuto in trame convergenti, la finitura lucida di un tessuto che non veste ma incarna la soluzione, quindi l’epilogo, che come un novello Teseo mi ha portato fuori dal labirinto di pensieri senza comprensione. Ciò che sconvolge illumina, crea treni di pensieri, e nuove visioni. Questo è quello che mi ha regalato“Le notti senza memoria”.
Lo dice lui nelle note finali: “veste inedita di narratore delle inquietudini delle pene dell’anima con una storia visionaria, onirica…”
Ringrazio Gian Paolo Serino e Satisfictionper la segnalazione, quella scintilla che accende il desiderio di lettura, quella critica che agita frenesie di conoscenza, quell’ordine che mette in moto il caos e ne comanda una scelta precisa. Scoperta e incontro, onore e commozione.
“Iniziati” li finisco tutti ma alcuni romanzi mi scaraventano in sogni da cui non vorrei svegliarmi mai. Io li finisco sempre i romanzi, belli o brutti, prima o poi anche soffrendo a fatica, li voglio finire. Preziosi mi diventano tra le mani quelli che mi rapiscono, presto dimenticati quelli finiti senza emozione. Sono fortunato a non dover lavorare con i libri, credo che peggio dell’alienazione del lavoro ripetitivo, ebbene sì anche la noia quando va bene e non diventa patologia, ci sia la gestione manageriale ricattatoria del tempo che vola troppo veloce. Freddo, algido, giustizialista, necessario per chi ha poco tempo e troppe scadenze che urlano alla porta. Quel dovere senza pietà che stritola la lettura e i libri stessi, è un boia, maledetto e spietato. Nelle mie mani, nel tranciare una lettura mi sembra di ucciderne l’autore e anche se non finisce nella spazzatura ma in bella vista, parcheggiato tra le cose da continuare a leggere, sento il suo sguardo che mi rimprovera perché della sua anima, riesco sempre a leggerne briciole tra le righe che ha scritto. L’anima non si può ammazzare e se anche provo a nasconderle nello scantinato sottostrutturale del mio pensiero utile, comprimendo allo spasimo mirabili desideri di fuga dalla realtà, una forza misteriosa doma la bramosia del nuovo prima di terminare il vecchio. Perché è un romanzo la dimensione ideale in cui perdersi per non annegare nella noia della vita quotidiana. Non arrendersi, in questo caso, come per tanti altri capolavori, si è rivelato una fortuna immensa. All’inizio il Carlo protagonista sembra un clone antipatico, nemmeno tanto singolare ed interessante, anzi moralmente disprezzabile con gli occhi bacchettoni, mio malgrado annoiati, di chi crede di averne visto e letto anche di peggiori. Poi invece, alla fine, non solo ti piace ma vorresti entrare nelle pagine e abbracciarlo. Posso affermare, con le parole dell’autore: “No. Non volevo guarire, e non era ancora il tempo di morire.”
Non arrendersi, resistere, paga, paga sempre.
A volte, nel brutto, nella monnezza, nell’ovvio, nel banale che non è la stessa cosa, nella sporcizia, nel fatto male, nella mediocrità, nell’orrendo, c’è tutta quell’umanità trasfigurata di cui ho bisogno, quel metro che misura tutta la mia irrilevanza, nel tempo che ci rimane. Poi a volte inciampo nella bellezza immensa, e il tempo che mi rimane diventa eterno. Il tempo non mi spreca, mi consuma come un fuoco avvampa senza ossigeno da respirare… Non so se per godere fino in fondo di questo bel romanzo di Carmelo Sardo, bisogna essere sognatori. Quello che so è che sognare è meraviglioso.
“Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.” (F.D.)
Che colpa posso mai avere io nel desiderare di vivere nelle parole di un romanzo sempre nuove storie in cui ardere d’amori e di tormenti? Quindi, sognare di vivere o vivere di sogni?
Il mio quarto Lanzetta non è una conferma, scontata come dicono tutte le recensioni che ho letto, è di più: è un salto che si aggrappa a quella chimera mitologica di perfezione narrativa che il talento di Antonio doma e mette al servizio di una storia incredibile e sconvolgente. Lo dice lui in un’intervista che LUNA ROSSO SANGUE è la prova della sua maturità ma, secondo me, fa un torto alle opere precedenti, perché ognuna lascia un segno profondo e intanto, una volta tradotte, le sue opere raccolgono consensi e premi oltre i confini italiani. Se mai, la conferma è la crescita costante di lettori che, come me per esempio, letto uno ne vogliono ancora e ancora, come L’UOMO SENZA SONNO che proprio in questi giorni è stato premiato a Orchies in Francia vincendo il Prix coup de coer du jury Noir Charbon 2024.
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L’esperienza sensoriale prima che emozionale, in questo capitolo recente della produzione lanzettiana che ha per titolo LUNA ROSSO SANGUE, è la cifra artistica che ne rende unica e speciale la lettura. L’intreccio temporale delle due storie narrate con gli stessi protagonisti corre nelle pagine in modo frenetico e fanno della formazione e della maturità dei personaggi un’unica dimensione sempre presente in cui mi sono sentito avvinto come testimone partecipante e non un semplice spettatore. Le scene ti prendono con tutti i sensi e le emozioni che si provano non sono che la prova di quanto efficace e vivida sia la grandezza della scrittura di Antonio Lanzetta. Sarà che in prima persona, come nel romanzo Pietro fa con Toni sulla spiaggia di Pioppi, da bambino mi sono trovato a difendere il mio fratellino dall’assalto di una terribile gang del centro storico. Il ricordo della Standa sul corso Vittorio Emanuele di Salerno, il nostro primo centro commerciale in città ad un passo da Portanova, è una cicatrice che ancora oggi spacca il labbro superiore della mia bocca.
Questo romanzo è un crescendo implacabile in cui la forza sensoriale ed emozionale dell’onda che cresce con spaventosa irruenza, avviluppa tormenti e tenerezze in un abbraccio sublime, come in quei baci di passione che se anche ti tolgono il respiro, non vuoi mai smettere. La capacità di Lanzetta di spogliare il lettore e mettere in discussione ogni certezza difronte alla nudità dei misteri dell’esistenza umana, trascende quel mondo ideale che tutti vorremo vivere, quello di rette parallele ben distinte, dei percorsi del bene e del male, giudicabili con precisione, confinabili con fermezza. Il bene e il male, l’amore e la violenza, il caldo e il freddo, la tenerezza e il tormento, si intrecciano, si abbracciano, si combattono, si elidono e si riproducono, si sovrappongono, dentro e fuori dalla nostra mente, dalla nostra carne, dall’anima che ci costituisce. Un cerchio che tutto include, credenze, superstizioni, diritti e doveri di sangue, scienza e perfino ogni ovvia banalità quotidiana. I cerchi di pietre che trasfigurano le azioni umane oltre il mistero della vita e della morte sono nella storia umana una testimonianza millenaria del pensiero che desidera l’eterno materiale come dominio sullo spirito, evanescente presenza che fa paura, e così la letteratura di Lanzetta trascende i generi e le etichette, travalica i confini insulsi del posizionamento nel mercato per ambire alla possenza della materialità posseduta da un testo che si tramanda tra generazioni.
L’arte, di cui questo romanzo non è che un ennesimo capitolo che mi fa desiderare un seguito, è, come ho già scritto in questo utile Diario che mi ricorda pensieri che altrimenti potrei solo dimenticare, l’arte dicevo, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dai mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore, del tormento e anche dell’amore, mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a contaminarsene è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.
Ringrazio di cuore Antonio Lanzetta, questo scrittore immenso, perché unico insieme a tanti altri unici immensi del passato, del presente e del futuro, uomini e donne, tra le tante cose, mi rende reale, realizzabile questo invito prezioso di Gustave Flaubert:
“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”
Le tre generazioni, un io spettacolare tra genitori morti e una figlia che nasce, l’esistenza aggrovigliata nei geni del sangue, l’eredità che non seleziona ma che fluisce nella coscienza plasmando esperienze, evoluzioni di scoperte, di dolore, di tormento, di piacere. E così la scrittura di Paolo Sortino modella come creta le parole creando in forma e sostanza emozione, essenza, dubbi e convinzioni, di essere vivo, cosciente, spietato, schifato, odiato, amato, ammirato, permanentemente discutibile. Fa terra bruciata intorno a sé dell’ipocrisia più maligna, dei segreti più disturbanti e di come inconfessabili strade del piacere, dell’adulazione, della sottomissione, portino alla sublimazione più impossibile: l’amore che diventa materia asciugata da ogni banalità, impermeabile ad ogni perversione, luminosa di strazi, oscurata da troppa bellezza, costituente tra generazioni senza soluzione di continutità. Nulla si crea e niente si distrugge e con la potenza dei pensieri ragionati, con la lucidità folle del profeta, con la tortura del poeta, con l’angoscia dell’uomo presente, anche la morte senza dolore si trasforma in nuovo amore. Ma più che l’amore, forse veramente impossibile da sublimare, sono i ricordi che rinascono e volano insieme ai sogni di futuro come in un gioco d’avventura per regalare a chi ci sopravvive non speranza ma certezze di cui è capace il genio umano.
Come in un gioco di specchi deformanti lui ci guarda e noi guardiamo lui che abbraccia, accarezza e squarta, scortica, frusta devastando la nostra visone del mondo sempre più povera ed egoista. È un giudice severo di se stesso ma con fascinoso artificio ha l’arte di manipolare istigando il giudice che è in noi e che, pagina dopo pagina, ci denuda nell’ombra di un tribunale perenne cui siamo chiamati a rispondere, delle nostre azioni, delle nostre relazioni, del nostro intendere la vita, dell’amore che tanto agitiamo al vento. Infierisce con destrezza usando la scintilla che accende il fuoco, carburando follia e ragione, portandoci sulla vetta della trasfigurazione più intima per spingerci nel baratro profondo del dolore, insegnandoci a volare con i piedi per terra ancorati nel fango.
Lui, lo scrittore, l’io narrante, li chiama fraintendimenti, quelle piccole differenze che distinguono la verità dalla menzogna, i punti di vista diversi e soggettivi, malati di scorie che non si staccano dall’anima e restano dolori inamovibili, ferite mai rimarginate. Nel passare da una generazione all’altra, dall’essere figlio all’essere genitore, l’inevitabile cambio di prospettiva e responsabilità, questo DEMONE CUSTODE, diventa eredità, testamento in punta di vita dopo che la morte della generazione precedente è coscientemente diventata fondamenta.
È un memoir struggente, un romanzo possente, un saggio illuminato contro la saggezza della serenità quotidiana conquistata lottando. È un saggio scostumato, triviale, eretico, dotto, affascinante. È un manifesto per la vera uguaglianza dei generi e dei fini elevati di parità sociale degli individui, liberati dalle manipolazioni della competizione più abbietta, liberati dalle convenzioni che dettano normalità apparenti, bugiarde, sclerotiche, perfino infami. Tante cose sono in questo libro e con mia grande meraviglia Paolo Sortino insegna come non sia vero che un romanzo debba trattare un solo tema specifico ma che la complessità della vita non ammetta semplificazioni che possano portare ad una sola verità. La verità è come un diamante che rompe la luce in mille colori, in mille direzioni che portano alla perdizione. Demoniaco o angelico questo DEMONE CUSTODE è singolo, personale, preziosamente unico per ognuno di noi e Paolo Sortino, con questa opera superlativa ce ne indica lo splendore.
DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino è un romanzo (?) straordinariamente strepitoso: per me è un testo delicato ma crudo, poetico, filosofico e vero, forse troppo vero, allucinante, difficile e stordente. Luminoso e illuminante. Spero anche profetico nel fermare una deriva che ci sta devastando. Tra tanti temi, le impennate “sociali” e “politiche” mi hanno colpito di più. Forse perché il mio sotto proletariato culturale è fatto di scorie e rifiuti. Ignoranze e superficialità vi si mescolano, e a stento galleggio in esso. Sono rimasto intontito dalla sincronia di visione. L’ho trovata in queste magnifiche pagine di Paolo Sortino. Spero che possa venire a Salerno a presentare il suo DEMONE. Se me lo permetterà lo abbraccerò con forza per ringraziarlo di così tante, immense verità. A me nessuno ha raccontato fiabe, e quando avrei potuto raccontarle al mio erede di sangue non ero cosciente, troppo bimbi entrambi per sottrarci al tornado di video game che nei primi anni ’90 ci ha travolti e condannati all’ignoranza e al rancore per decenni, forse per sempre (ma questa è un’altra storia)
Infinitamente grazie a Gian Paolo Serino che qualche mese fa lo ha consigliato… un vero tesoro prezioso che brilla nel buio più profondo di questi giorni stonati! Leggere queste pagine è come viaggiare su montagne russe senza uscita, senza fine, lo dico io ma lo dice molto meglio di me Rosanna Romanisio Prochet nella sua possente recensione di qualche giorno fa.
E adesso ecco qualche brano che ho fotografato… potentissimo quello sui sindacalisti nel denunciare la precarietà (contratti atipici altro che libertà) che ha condannato i giovani come lui e tutti quelli venuti dopo e futuri…
Che non ci fa dormire. E sti cavoli? Indigesta come aglio ai vampiri.
Demoni, magia e difetti fondamentali. (Paolo Sortino, Raul Montanari e Luca Ricci)
Se veramente dessimo il potere in mano alla maggioranza sarebbe anarchia purissima, senza aggettivo, quella brutta, ognuno per sé e dio per tutti. La maggioranza non vota, la maggioranza non si esprime, non prende posizione, la maggioranza odia i social. La maggioranza non legge. La maggioranza non rischua. La maggioranza si fa i cazzi suoi. È libera come il vento, cristallina come l’acqua. Brucia la sua esistenza anonima e ne accudisce le ceneri. È felice come un’aquila che vaga tra montagne con negli occhi la vastità del mare. La verità è che il potere è nelle mani delle minoranze. Queste sono organizzate come eserciti e affamate come un branco di lupi che scende a valle. Beh, forse non lupi, ma cinghiali voraci che nelle strade rivoltano le spazzature della maggioranza. Quanta gente muta, silente, faticatrice, stressata, alienata e annoiata. Quella che se gli rovini i cazzi suoi, si taglia le vene.
Ok, a queste parole seguiranno le foto. Non sono foto ragionate ma filtrate dall’emozione. Quella che mi fa rileggere, evidenziare con la paura di dimenticare. Foto mischiate di belle pagine, ruvide come la scossa di un brivido. Per dare un ordine al caos dei pensieri che cavalcano ragionamenti insulsi. Sono esempio, gemme preziose di universi sovrapposti, forse nemmeno sovrapponibili. Queste fatiche letterarie appartengono a una minoranza che detta senza dettare. Stimola sguardi traversi. Influenzano senza essere influencer. Sono l’esempio di mondi intersecanti, forse a volte intersecati per somma di alterità, per sottrazione di banalità. Linee di fuga parallele che fanno croce. Più che vendere, fanno passione, creano desiderio. Insegnano a pensare, a comprendere la complessità che la maggioranza prova a sfuggire. Magari sono solo insiemi che friggono e soffriggono menti minoritarie affamate di sortilegi come le streghe di Cefalù. Dove sono i miracoli? Queste minoranze impazienti sono in cerca di bivacchi caldi e d’amore, dove brindare, cantare e ubriacarsi di compiacimento e adulazione sincera. Bramose di carezze e baci nello specchio gigante tirato a lucido nell’attico in centro con vista sul duomo.
Mi segui? È un vero peccato. Cazzi tuoi. Su queste sponde non si vedono cadaveri. Si ammirano stelle danzanti, leggere come fiori di loto. Che siabbracciano a godere momenti assoliti. E ridono, ridono di maggioranza nullità di maggioranze mutilate.
Eccole le foto, ecco l’intelligenza artificiale che genera immagini da parole…
E ora se ne siete capaci, friggete con l’olio d’oliva veramente bio, quello delle olive di Sorrento o del Cilento. I fritti leggeri non sono impossibili ma vere leccornie. Poi andiamo a dormire tranquilli. Così evitiamo il tormento di maledire irrilevanza che stordisce e toglie il sonno. I vampiri escono con il buio, e sti cavoli? Io vivo tra corone d’aglio e dormo tranquillo: paradiso per il clima e inferno per la compagnia.
MA TU CHI SEI? CHE VUOI?
Anelante deliziato a leggervi.
Il tempo è un viaggio che corre veloce. È come una farfalla imprigionata nel fango di pensieri frivoli senz’anima. È come questo articolo che sostituisce parole che non so scrivere.
Letteratura di spionaggio: la spy story di Giovanni Maio
È incredibile scoprire intenzioni pedagogiche che diventano letteratura.
Come mio solito lascio l’introduzione o prefazione alla fine, dopo aver ingollato tutta la storia. Lui dice che ci prova a cimentarsi in un’impresa che sa d’avventura. Una volta completata la lettura e placata la tensione che questo bel thriller accende, secondo me, Giovanni Maio ci riesce. E lo fa alla grande.
Riesce nel suo intento di condividere e diffondere conoscenza. La sua scrittura conferma che per lui scrivere non è un fine, ma un mezzo per sovvertire i luoghi comuni tesi a sottomettere nel nulla ogni istinto di pensiero autonomo e libero. Per sintetizzare: è quel complesso argomentare super cazzole che vuole mettere l’arte tra le necessità superflue della vita quotidiana, e nello specifico, come effetto collaterale quindi: ghettizzare i generi letterari in prodotti da vendere sugli scaffali dell’intrattenimento, perché altre sarebbero le cose importanti.
L’uomo si cimenta e il maestro prima che artista arriva al cuore dell’azione che rende emozione le parole.
“Il trono di pietra” conferma in pieno un’idea che ho già inserito nel mio commento a “La montagna dei sogni”, riguarda la dimensione dello scrittore: insegnare e donare conoscenza, plasmare mente e corpo, raccontare storie per coinvolgere, spronare lo spirito a ribellarsi all’indifferenza e al degrado dei nostri tempi. L’idea che classifica gli scrittori è di Jack London, ma questa è un’altra storia.
In questo romanzo giallo emergono con forza esperienze “militari” che sono un condimento prelibato alla trama che scorre fluida. Il collante che tiene in piedi la socialità dei personaggi non è una scontata gerarchia a piramide ma una fitta maglia di relazioni internazionali che imprigiona il lettore in una realtà che sembra troppo vera per essere un romanzo. Tanto vera da risultare indelebile e cruda come un marchio a fuoco sulla pelle, che bruciando nella carne lascia una cicatrice profonda e non un tatuaggio superficiale.
Arrivate al finale e poi ne riparliamo.
L’eroe c’è, affascinante e complicato come la tradizione delle spy story richiede: è il Magnus. Però, fino all’epilogo finale, l’anti eroe, il nemico, il male da sconfiggere per salvare il mondo, è un mistero intricato. Questo sovverte ogni predizione. Premia lo sforzo di capire l’intrigo. Supera la sofferenza che in alcuni verbali dei servizi segreti ci ricorda la guerra in Jugoslavia. Una guerra rimossa e dimenticata. Partigiani o terroristi? Libertà o dittatura? Etnia contro religione o religione contro etnia? Pulizia e polizia etnica. Fosse comuni e tavole imbandite. Opulenza e miseria, crudeltà, fame e obesità, disperazione e la follia del male strumento crudele di un bene superiore.
La storia non fa sconti a chi la racconta e determina vinti e vincitori. Però da quando il mondo è fatto da umani che raccontano, senza spie e spionaggio, senza controspionaggio e doppiogiochisti, la storia non procede. Il XX secolo continua ad essere un periodo troppo vicino e ancora troppo secretato per essere archiviato come morto. Ci turba dentro come un ricordo che agita incubi ricorrenti: le due guerre mondiali, poi la cortina di ferro e la guerra fredda con il culo seduto sulla proliferazione delle bombe atomiche, il prima e il dopo alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la globalizzazione e la connessione in tempo reale di tutta l’umanità, l’oggi e la paura dell’annientamento nucleare che ritorna più angosciosa di prima.
La tecnologia che invece di curare l’umanità è pronta a distruggerla per sempre.
La capacità poliedrica di Giovanni Maio di diffondere il suo messaggio “marziale” attraverso la scrittura e l’arte, è veramente coinvolgente. Che sia del corpo, dell’anima, visiva o d’azione, riesce sempre a coinvolgere con forza. Con questo romanzo Giovanni Maio condivide la trasfigurazione narrativa di formalità o meglio particolarità militari che ha sicuramente vissuto in prima persona. Forse azzardo troppo, ma certe cose non si possono immaginare o copiare da altra letteratura. Ecco in cosa riesce meglio: racconta una storia trasferendola dal piano del reale storico a quello simbolico, finanche metaforico. Finanche l’eros diventa uno strumento militare. Perfino la prostituzione del pensiero e del corpo assumono la necessità di un bene superiore. La fine del mondo si avvicina e non c’è più tempo di discutere. Gli ordini si eseguono, ma quelli sbagliati mai.
Altre scene invece, attengono a relazioni e desideri d’amore che sanno rendere realistiche le avventure di Massimo Baldi, il protagonista in codice Magnus, uno che esagera sempre. Le missioni, i protocolli, lo scontro e i conflitti, i momenti di sesso e d’amore, cioè in due parole la vita vera è quella che ci piace e che sogniamo di vivere. Il rischio di morire inutilmente non è un’opzione di ragionamento. Lealtà e tradimento si intrecciano in una corsa continua di avvenimenti che mettono in discussione lo stato precedente delle cose, quelle scontate, quelle assodate, quelle che bisogna cambiare mentre il thriller si gonfia e toglie il respiro.
Finiamo alla fine rischiosamente appagati e sospesi, oscillanti tra il bene e il male con la sensazione vivida di essere comunque e sempre in guerra tra una pace e l’altra, quella che segue il massacro, la pace dei sensi, e la pace dell’anima dei morti a cui siamo sopravvissuti, a cui tutti dobbiamo la vita.
Però, prima di tutto dobbiamo conoscere noi stessi, poi possiamo parlare di pericoli, d’inganni e di come un viaggio come questo, un trono di pietra, possa farci aprire gli occhi su un mondo che non trova mai pace.
Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.
Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.
Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.
Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.
C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?
Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce.” Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”
Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.
Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.
La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.
Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.
Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.
Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.
Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.
Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?
PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.
PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud?
Testi pruriginosi per gli uomini e urticanti per le donne? Sarebbe solo un gioco scatologico a caccia di like per amicizie infide e per editori terra terra. Ieri sera mi è piaciuta molto quella battuta di Isabella Ferrari nel film Confidenze tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Vado in quella memoria breve che mi cala con velocità impressionante. Non ricordo nemmeno il nome di quel personaggio. La bella editrice dice più o meno così: se uno ha un messaggio per il mondo non me ne frega niente, ma se ha del torbido dentro gli faccio scrivere un romanzo. Beh, Starnone, un altro autore che devo leggere assolutamente. Ma torno in me e a quello che volevo dire.
Forse sono storie pruriginose per gli uomini e urticanti per le donne. Invece è letteratura. Le protagoniste di questi tre romanzi sono donne che raccontano dimensioni diversamente conciliabili della vita di una donna. Inconciliabili non solo tra le tre opere che ho letto e che ovviamente sarebbe un pensiero logico vista la diversità dei temi trattati e dello stile di scrittura: ognuna unica e differente, come ogni donna sa e vuole essere.
Angela, Elvira e Gilda trascinano il lettore nelle fratture archetipiche della formazione di una donna e hanno l’ambizione di lasciare un segno che non si dimentica. Ci riescono perché uguale e indistinguibile è la loro capacità di domare il grande senso di colpa che le accomuna e le tormenta. O almeno è ciò che io vi ho letto nelle loro pagine: non perdonano se stesse per quanto non hanno saputo governare le trasformazioni della loro esistenza, per quanto non hanno saputo osare intervenire per modificare gli eventi fondamentali della loro maturazione, per quanto siano state troppo spettatrici più che protagoniste sul palco della vita.
Il perdono, non posso sapere se parzialmente inconscio o parzialmente voluto, è sospeso nella scrittura, trascende nei personaggi ed arriva con profonda e possente liberazione del più intimo e del più privato del loro essere donna e sanno loro se finzione o realtà.
Ecco, uso il perdono con sostanza di sineddoche potenza per provare a seguire il fiume delle mie emozioni che scorre nelle profondissime forre della loro volontà. Forse il mio è un abbaglio e altri lettori sapranno dire meglio di me cosa è oggettivo e cosa è soggettivo in queste storie che catturano e danno piacere, quel piacere profondo di invadere un personale emotivo e passionale di quella dimensione multidimensionale così complicata, luminosa e scura, rabbiosa e delicata, di cui solo una donna può dare l’illusione di rappresentare. Aprono una porta e si spalanca il mondo femminile, di una ragazzina, di una adolescente, di una donna adulta che racconta come da Eva in poi Adamo non ci capisce una mazza.
Una volta il personale era politico e doveva essere argomento di dibattito. Oggi l’intimo personale è tutto privacy e gelosamente nascosto se non occultato da menzogne e trucchi estetici di dialettica, di immagini ritoccate, finanche manipolate dall’intelligenza artificiale e con infinite manfrine di flame tipiche dei tribunali popolari che infiammano il web di vacuità e mai di realtà. Sostanza del niente mi viene da dire, con l’evidente paradosso però, che con i social tutto sembra essere mostrato e raccontato giorno per giorno. La terra di mezzo la lascio volentieri ai frustrati signori degli anelli, infatti le vere signore volano con ali pesantemente reali altro che fantasie volgari mercificate dal ricco mercato sessuale senza amore.
Ecco una citazione per provare a farmi capire prima di tutto da me stesso: perché la nostra magia è la letteratura che ci permette di sviscerare verità anche da budelli di cadaveri che giacciono nei cimiteri delle biblioteche.
Da Piove all’insù di Luca Rastello (2006):
“Considerata l’incomunicabilità dei rapporti fra compagni e compagne, stasera ci siamo tirati una sega”
Queste scrittrici, con questi tre testi ci regalano una visione complementare e poliedrica dell’universo donna che nel corso del secolo scorso e in questo primo scorcio che stiamo vivendo, stenta a potersi definire completa realizzazione di libertà, di autodeterminazione e consapevolezza di una forza che non basta mai. La sconfitta e l’arretramento sociale nei confronti delle donne è palese e sembra assurdo come in tante occasioni siano proprio le donne a non allearsi ma addirittura a combattersi, a competere quando dentro continuano a franare certezze facendo vincere tormenti irrisolti celati con destrezza e furbizia.
Angela, Elvira e Gilda non sono donne comuni perché nessuna donna lo è, perché ognuna è complicata a modo suo. Sono donne che parlano all’umanità e conoscono bene tutta la femminilità più intima che riescono a confessare toccando quelle corde profonde che con risonanza amplificano all’inverosimile, quella divina differenza di genere che andrebbe preservata come un grande tesoro di civiltà e umanità. (Ecco mi diranno che sono putiniano 🙁 ).
Angela Elvira e Gilda sono scrittrici che hanno avuto la sventura di essere lette e rilette da me nello stesso momento, che non posso né voglio comparare o valutare, che vi assicuro lasciano un segno che non va via come un tatuaggio tribale che mi fissa, mi scava e ancora mi agita solo a pensarle.
Il mio primo Franchini è il fuoco di Angela, Carmela Candida!
L’ho appena finito, è il mio primo Franchini, non solo mi è piaciuto moltissimo, ma stento a mettere insieme parole adeguate per commentarlo. Coraggioso e straordinario lo è per me. Il romanzo e l’autore, intendo. L’uno e l’altro non sono scindibili perché la verità, e la finzione di questo romanzo trascendono il personale e diventano immanenza critica della vita collettiva di una generazione responsabile della merda in cui affoghiamo o a seconda dei punti di vista dettati dall’identità economica e sociale occupata nel presente, non è merda ma oro. È la produzione di cultura collettiva di una generazione responsabile della sfavillante ed effervescente ricchezza in cui affoghiamo, oro o merda è lo stesso. Non sono solo i soldi e le emozioni, la politica e il potere, le figurine e i protagonisti, Angela, la mamma, la radice, è il fuoco dell’uomo delle caverne che porta all’incendio ogni foresta di potenza materiale dell’esistenza collettiva che ci riguarda tutti.
Coraggioso, straordinario e figlio di buona donna, è questo Franchini.
Angela che non è mai stata una zoccola, è una buona donna ma non una mala femmina, è una donna che non si è mai venduta, è una donna che lotta fino all’annientamento suo e della sua carne per un diritto, per i diritti e per i suoi figli… La guerra all’INPS è favolosa. È il calvario di tante persone disperate che cercano aiuto nel welfare che è quasi sparito, non assistenza o pietà ma riconoscimento e dignità umana. I precari di ieri e di oggi, disperati domani. Polvere da mettere sotto al tappeto di una società opulenta e senz’anima.
L’altra sera la scrittrice Piera Carlomagno al Salerno Letteratura Festival che presentava il suo ultimo romanzo OVUNQUE ANDRO’, l’ha nominato questo Franchini (che da più parti leggo osannato e denigrato con forza virulenta) per dire di come sia complicato, doloroso ma anche sublime, lavorare a rendere personaggi le proprie relazioni familiari, e non solo quelle di sangue, il passato che diventa futuro e produzione letteraria senza tempo né spazio limitato.
In questo romanzo i familiari di Antonio Franchini, non solo la mamma quindi, diventano personaggi e ognuno romanzo di intrecci che portano all’esploso dell’intera storia d’Italia, dalla seconda guerra mondiale a oggi, in cui il Nord e il Sud non sono spezzati ma annodati, non sono distanti ma sposati e fusi in un’unica anima che è quella della passione, dei sentimenti, delle emozioni che non conosce confini né di tempo né di spazio politico o geografico.
Le origini rocciose del beneventano con la fierezza dei sanniti che in battaglia fermavano l’impero romano nell’antichità, sono le stesse di quelle che fermavano gli austriaci sulle Alpi in epoca moderna. La critica letteraria alle parole che diventano slogan e muovono gli eserciti, non è a D’Annunzio ma alla responsabilità della cultura sottomessa alle vergogne della politica, che in caso di guerra diventano atrocità. La critica e il messaggio, credo anche sapientemente elaborato, passa per gemme che fanno brillare la potenza delle parole come la lezione magistrale sul testo di Zappatore portato alla fama e al ludibrio mondiale da Mario Merola.
uommene scicche e femmene pittate
Una delle pagine più intense e manipolate con l’abilità di un chimico da nobel è quella dei parti e degli aborti, materie che solo una donna avrebbe il diritto di trattare ma se è tua madre si capisce come la vertigine della più profonda emozione intima alla radice della tua esistenza, sia un tempesta senza fine. Beh, forse genio da nobel è anche troppo riduttivo.
Non è un diagramma di flussi che esplodono, è uno zapping alla televisione da un film all’altro, da un documentario all’altro, da un reality all’altro, da uno sport all’altro, da una pubblicità all’altra, da Napoli a Cortina, le pagine rimbalzano da un ricordo all’altro tutti narrati al presente come è proprio del pensiero che ce li fa vivere adesso in presa diretta nella scena e con il desiderio di intervenire per cambiare il verso della storia. I sensi di colpa si sprecano e si fanno espiazione, pentimento e rammarico, impotenza e potenza della liberazione intellettuale di trascrivere e rendere visione un fuoco che distrugge e purifica.
Questa di Franchini, sarà tecnica, sarà padronanza degli strumenti, sarà talento, è una scrittura che fa di me uno spettatore coinvolto nella narrazione e per tanto un lettore entusiasta. Sarà che, per esempio, alcune delle scene le ho vissute e le ricordo come accadessero oggi: a settembre facciamo le bottiglie di pomodoro. Anzi le viviamo ancora come ultimi indiani di una riserva in estinzione. Indigeni ribelli allo strapotere della comodità e del mercato.
“Leva le zoccole, vedi chi ci resta”… cosa rimane della società? Non è una questione di genere, il baratto delle cose e delle persone da millenni crea società e le distrugge… il mercato, l’economia, l’odio diventa vergogna per poi fare i conti con la morte e la ricostruzione… è questo fuoco che mi ha avvampato in questa lettura, in questo gran bel romanzo che per quanti pompieri entrano in campo non si riuscirà mai a spegnere. Franchini è un migrante che ha avuto successo e fortuna? Beh, se lo merita lui e la sua Angela, Carmela Candida che lo ha forgiato con l’acciaio dell’amore che si sente, si maledice, si odia perfino ma non è mai, e mai deve essere un vomito. 😍👏
“E che so’ sti vuommeche?”
Insomma Antonio ama la mamma, odia la mamma, ne ha vergogna, la racconta con crudezza viscerale e c’è un bene per ogni male, un male per ogni bene, bellezza e bruttezza, in picchi assoluti con parole semplici e dirette… Ogni giorno prende il caffè con lei e poi vive la sua vita. Quale figlio può dichiarare questo grande amore praticato materialmente e non decantato a chiacchiere? Quale figlio riesce a cedere alla volontà di un genitore che non vuole essere chiuso in una RSA o stare in ospedale a morire? Dopo la morte chi non la vorrebbe riportare in vita la propria mamma? Con questo romanzo Antonio Franchini la rende immortale senza sconti né ipocrite magnificenze. Per me è geniale, viscerale, straordinario. C’è un giovane scrittore che brucia con un fuoco dentro che non aspetta altro che incendiare le vaste praterie delle nostre piatte esistenze, si chiama Marco Peluso e mi ha scritto che di Franchini devo recuperare QUANDO SCRIVIAMO DA GIOVANI. Obbedisco, eseguo, e provo a leggere. La mia pila di opere da leggere sta diventando un grattacielo: infinita è la strada dei treni di parole che arrivano e che partono ogni ora. Ci vediamo alla stazione.
Non oso immaginare la mia mamma Anna ovunque sia che grosse risate si sta facendo, lei diceva:
Prefazioni di Antimo Ceparano, Noemi D’Antonio e Francesca Berritto
Epopea meravigliosa è questa storia raccontata con l’equilibrio di un funambolo di magie. Se ne avessi la forza e la confidenza necessaria, chiamerei uno di questi prestigiosi registi del grande cinema, che so, Sorrentino, Muccino o Ron Howard, l’amico del mio Fonzie che con il magnetismo sulle ragazze, il giubotto di pelle nera e il pollicione verso su, m’ha svezzato prima del TG negli anni settanta. L’avesse brevettato, quel pollice in su, il fantasmagorico ansiolitico digitale like dei social, oggi Fonzie sarebbe fanta stra miliardario.
Domanda: come per Eco è stato IL NOME DELLA ROSA di Jean-Jacques Annaud?
No, di più: in quello straordinario successo si manifestava l’idea dell’infinita onnipotenza divina, in questo romanzo di Ivano Ciminari, si sublima l’infinita onnipotenza umana. Dalle stelle alle stalle e ritorno. E se permettete, c’è la differenza che passa tra la consistenza gassosa di un’idea, il divino, e quella materiale viva e cruda della carne, l’umano.
Blasfemo io? Magari! Materialista? Forse per sempre troppo poco.
Come ho già scritto in un’altra occasione, mettere l’etichetta di romanzo storico è riduttivo, lo sarà necessario per i critici, gli studiosi e i commercianti della Letteratura, ma per me semplice lettore estasiato, anche in questo caso, IL PENITENTE è un grande romanzo punto e basta.
Capisco lo sdegno per questa mia mania leziosa ma dal mio viscerale punto di vista, la frantumazione delle categorie non mi scende come un boccone di un mappazzone troppo grande e asciutto: i generi sono categorie dove si compete per comparti stagni come fossero filoni di pane fatti con farine diverse a placare l’ingordigia di gusti seriali quanto elitari,
In questa opera di Ivano Ciminari c’è tutto: ti piace l’amore? Ci sono amori struggenti e universali che si intrecciano come le fiamme di un fuoco immortale. La capacità dell’autore è quella di avvolgerti con il fuoco chiamato amore. Però Ciminari non ti brucia, illumina e riscalda.
Ti piace il giallo? C’è anche quello, intricato e tagliente. Sì, ma preferisci il noir e di più lo splatter di Tarantino? Beh, anche quello c’è: tremendo male nero, truce violenza gratuita come il buio di ogni ragione. Ok, va bene, però preferisci l’azione?
So di meravigliarti ma posso dire che durante la lettura mi ha preso l’adrenalina che solo l’inferno d’acciaio che sfrigola di lame, frattaglie e sangue sa rendere emozione. Poi, come se non bastasse, c’è la poesia, la filosofia, la religione e Dio. C’è l’erudizione che si fa popolare, trasposizione avvincente di conoscenza, che precipita rapidamente dalla scrittura alla sostanza del pensiero. E così immersi nella natura che diventa protagonista, le vicende umane si fanno materia viva, dolce e amara, dura e cruda, e l’emozione del momento diventa coinvolgimento.
Sembra un sogno, un film appunto, invece si vive in presa diretta dentro questa storia di storie, accanto e dentro personaggi svelati nei particolari più intimi, ad occhi aperti con la frenesia dell’attesa insostenibile del capitolo successivo, con la voglia d’intervenire se mai fosse possibile e il fragoroso desiderio di sapere cosa succede alle storie in sospeso da cui dipende l’esito della vicenda che si sta leggendo. La mente vola e le pagine sono carburante che bruciano in fretta tra le mani.
C’è tutto dicevo, la commedia e la tragedia, la farsa, la follia, le contraddizioni del tempo che sono attualissime e su tutto il drammatico confronto con la propria anima specchiata in quelle raccontate che si muovono trascinate da passioni e sensi di colpa su cui tutti noi miseri mortali, giorno per giorno, siamo chiamati a confrontarci.
Il pentimento, la penitenza come motore della storia, la resurrezione come epopea dell’esistenza, gli amori, i conflitti, la lotta e le battaglie che non possono né si devono rinviare o peggio denigrare con la viltà della rassegnazione, la guerra dentro e fuori del nostro essere umani. Insomma gli ingredienti ci sono tutti ma da soli non bastano per sfornare un piatto prelibato, ci vuole l’arte e la maestria, il talento e l’artigianalità unica del funambolo che fa magie con le parole.
Se ti prende, ti avvince, ti fa pensare e se addirittura ne desideri una versione cinematografica nelle mani di un grande regista visionario, non è per te ingordo lettore ma per lui, artista anarchico.
Definire IL PENITENTE un capolavoro è lapalissiano e ho così cominciato a fantasticare su come un regista di talento potrebbe mettere in scena una frase semplice e potente come questa: “… che nulla accade per caso e che la carne altro non è che una parentesi doloroso tra due eternità.”
Nel racconto, ce ne sono tante di queste schegge che trafiggono la mente con la forza della tensione che arriva al culmine della scena, con la prepotenza delle parole che diventano visione. Sono schiaffi. Sono carezze. Sono frecce impietose, dardi roventi che segnano e aprono ferite mai sanate. Ogni lettore troverà le sue, e sono sicuro, maschio o femmina, racconterà di essere stato presente nella scena finale, testimone oculare di una epopea meravigliosa.
Se come diceva Italo Calvino, la poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere, un romanzo è l’arte di farci entrare tutta l’esistenza del genere umano, l’incontenibile universo degli universi.
Non mi capitava da quando avevo quindici anni. Divorare due romanzi in tre giorni, e all’epoca il tempo era lento non frenetico come lo vivo adesso. Lo stupore che abbaglia, le parole che diventano emozione, l’emozione che diventa azione, un fiume di sfumature senza soluzione di continuità dalla razionalità alla follia e ritorno, e l’ombra che diventa luce. Una serie di scosse elettriche crescenti ma più che una folgorazione è un naufragare dolce nell’anima infinita della mente umana. Le connessioni della mente con la realtà che ci circonda sono tanto incredibili quanto naturali e folli. Perché la follia non è affatto un effetto collaterale della società anzi, come mi diceva un amico l’altra sera, i pazzi sono fuori e sono la maggioranza, in fila, in coda, in massa verso l’annientamento delle relazioni e dei sentimenti. Beh, lo ammetto, tendo a romanzare i pensieri e i fatti che invadono la mia bolla esistenziale oltre ogni misura di contenimento, esagerando e magari amplificando quelle sensazioni che più mi fanno apprezzare questa vita sempre sospesa tra armonia e rumori. Entrare nel mondo poetico ma di realtà possente che il Prof. Redaelli propone in questi due bellissimi romanzi è un senso unico che trascende il senso comune dei labirinti senza uscita, è un mondo che di fantastico ha la crudezza saporita della disperazione di chi, come me per esempio, deve soffocare istinti primordiali di pensieri folli perché troppo eccessivi e deleteri alla normale socialità delle apparenze in cui ci costringiamo a sopravvivere. E non è nemmeno paura e/o opportunismo, ma complice pigrizia di perbenismo e sottomissione docile al giudizio del mondo retto e corretto, alla normalità dentro righe precise di ipocrito auto controllo che ci rende persone normali che lavorano e rispettano le leggi della convivenza civile.
In queste due opere di Stefano Redaelli, l’immersione coinvolgente nell’universo dei matti che conosciamo e che vogliamo nascondere prima di tutto a noi stessi, toglie il fiato e a me ha regalato un’esperienza unica di vera comunione umana con la parte più critica e ribelle che mio malgrado mi porto appresso dall’infanzia, dall’adolescenza, dalla gioventù, dall’età via via più matura ma sempre e per sempre fin troppo troppo acerba. Alla crudezza saporita dei sensi di colpa che scuotono la ragione dei ragionamenti, segue la fame, il bisogno ingordo di procedere, pagina dopo pagina, nelle storie di questi esseri beati che diventano lo specchio sempre più definito di quell’immagine che non vogliamo vedere quando la realtà diventa dolore riflesso, dolore percepito, dolore devastante. C’è un prezzo da pagare per lasciarsi andare al moto perpetuo dell’anima, quel prezzo è la nudità di cui ci vergogniamo e che invece ci può rendere felici come la consapevolezza di riuscire ad afferrare il vento con le mani, come quando afferrare un sogno è lasciare fuggire da noi il filo teso dell’aquilone che solca il cielo delle nostre visioni. La magia della bella letteratura è avvicinare, aprire, addentrarsi in mondi sconosciuti e nelle ultime pagine svelare che l’ignoto è sempre stato parte di noi, fin dalla nascita, fin dalla morte di chi resta permanentemente vivo nei nostri pensieri. Ad ognuno secondo le proprie inquietudini. Grazie Prof. ci metto la mano sul fuoco, i beati di Stefano non lasciano indifferenti.
Le storie narrate in questo racconto denso di emozioni fortissime, mi hanno scatenato un senso di profonda commozione e ammirazione per le “portatrici carniche”, donne potenti e coraggiose a cui la scrittrice Angela Torri ha tributato questo bel romanzo storico.
Sarà che non sono un letterato e quindi nemmeno mi dovrei permettere, sarà l’incoscienza dell’ignoranza, ma credo che l’etichetta di genere, quella di storico per questa opera sia riduttiva, nel senso di quella strana tendenza dei critici, e forse di più degli editori, a catalogare e ghettizzare l’ingegno umano nei confini precisi delle categorie essenzialmente per fini accademici e magari più pruriginosamente, fini commerciali. Perché credo, a prescindere, che ogni romanzo sia storico in quanto testimonianza di un momento più o meno passato, anche quello di fantascienza, fotografa il pensiero del momento della pubblicazione, e quindi in quanto racconto di una storia immaginata e ormai passata. ANIN va oltre il momento storico della sua ambientazione.
ANIN trafigge lo spazio tempo della ragione aprendo al lettore l’universo infinito dei sentimenti che per quanto voglia essere spiegato e razionalizzato da quando l’uomo ha cominciato a tramandare il suo pensiero, resta un universo che sorprende, che avvolge, che sconfigge ogni paura e patimento, che vince il dolore facendo del dolore stesso una potenza di vita. Del resto “Solo i morti hanno visto la fine della guerra” frase attribuita a Platone. Quindi lo stato di guerra è una condizione permanente dei vivi, e la cronaca degli eventi di questi ultimi anni e momenti attuali che viviamo ce lo conferma, e quindi la tremenda consapevolezza dell’impotenza soggettiva alla deriva degli eventi della Storia, diventa in questo romanzo la potenza collettiva del sacrificio e del sentimento che riescono a dominare la tragedia. È emblematica la storia d’amore di Elisabetta e Pietro, e anche di più quella di Emanuele e Lucia. Come dicevo all’inizio, le storie narrate in questo racconto sono dense di emozioni fortissime e se solitamente in un romanzo si intrecciano, in questa opera fluiscono parallele l’una accanto all’altra dandosi luce a vicenda. Come per esempio Caterina che sa di essere vecchia, e che incontra lassù dove non riescono a salire i muli, il giovane Marino, figlio di sua cugina Adele.
La tela narrativa tessuta tra i fatti e i personaggi raccontati, tra le azioni e gli stati d’animo, tra i pensieri e le faccende della sopravvivenza, è una tela sapiente carica di tensione che mi ha fatto divorare le pagine come preso da frenesia. Non ci sono comprimari in questo romanzo, esiste un solo protagonista collettivo: l’umanità. La scena finale con Don Florio, e l’ultima frase a pag. 132, sono di una semplicità e di una trascendenza geniale. Ma di questo non rivelo niente, tu che leggi devi arrivarci pagina dopo pagina, entrando con la carovana che scala e ridiscende la montagna, più e più volte, dentro un’atmosfera di fatica e patimenti, emozioni e sussulti dell’anima che tolgono il respiro.
Le vicende narrate hanno oggi più di un secolo, sappiamo che la prima come la seconda guerra mondiale sono poi finite, come sappiamo che ogni guerra finisce. C’è chi dice che la pace è solo un intermezzo tra guerre e chi invece dice che gli intermezzi sono le guerre: hanno tutti ragione o forse la ragione in tutti è un torto senza soluzione, visto lo stato permanente di guerre che il genere umano è costretto a subire da millenni e millenni. Quello che posso dire è che con ANIN e il suo imperativo di “andare” le donne dimostrano la loro potenza perché vincono l’inferno in terra. È questa la verità.
Mi piacerebbe generalizzare, purtroppo non è così, perché spesso, troppo spesso, sono le donne ad essere troppo nemiche di loro stesse. In ultimo posso dire, credo senza timore di essere smentito, Angela Torri riesce con precisa determinazione a non farsi strumento di facili crudezze con cui lo schifo delle trincee sono tornate ad essere spettacolare noir da raccontare, anzi con uno stile elegante e raffinato, riesce a trasmetterne tutto l’orrore. Alla fine: “I sentimenti ci salveranno dall’abisso.” e l’abisso è lo spazio tempo in perenne equilibrio tra “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e “Mi illumino d’immenso”.
“La guerra è un inferno, ma l’inferno è la verità.” Henri Barbusse.
La genialità dell’intelletto è un mistero che squarcia il bene e il male, è una sorpresa continua che naviga con feroce brutalità il tempo dell’esistenza umana, è il fascino turbolento del divenire di un eterno conflitto primordiale sempre attuale: potere contro amore. A fin di bene non esiste male che possa essere censurato, così come non esiste potere che non sia sentimento di dominio sull’amore.
Questo romanzo è la storia di storie complicate, intrecciate con abile e aulica maestria, con maniacale fervore oserei dire, dove ogni personaggio presenta conflitti irrisolti, nodi intricati d’emozione stridente di scena in scena, che ne fanno, nella sua totalità, una rappresentazione vivida ed attualissima delle persone, della città, della nazione… del mio mondo presente.
Mi è sembrato di vivere oggi la stessa complessità di allora e se vuoi tutto compreso, la banalità dell’interesse personale che prevarica ogni morale di gloria pubblica, nei sentimenti, nel lavoro, nella disperazione quotidiana alla sopravvivenza. Se è vero che non si vive di solo pane è anche vero che senza pane non si vive, così questo romanzo sfama quella parte dell’anima sempre affamata di conoscenza e risposte alle tante domande che le tempeste di guerre che viviamo oggi ci pongono.
L’attualità di questo romanzo storico è straordinaria e partendo da un postulato quantomai “vero”, non puoi comprendere l’oggi senza sapere il passato, mi sono reso conto che tutto converge nell’uso strumentale che l’essere umano fa dell’altro, uomo o donna, potente o povero, ricco o misero, giovane o vecchio, padre o figlio. Un uso strumentale e potente che diventa ragione e passione di vita.
Oltre le diverse trame che si intrecciano, l’abilità di Mari di usare il particolare contesto storico come una scenografia viva dell’azione degli avvenimenti che si avvinghiano ai personaggi, mi continua ad affascinare fin dal suo primo romanzo che ho divorato nel 2021: Hotel d’Angleterre
Dicevo del passato come presente, oggi come allora, ragione e sentimento si alleano nel bene e nel male. Lucro, sfruttamento, ignoranza e paura sono strumenti di dominio con secolare conferma storica. Politici, religiosi, notabili e ragionieri servono mercanti conquistatori e conquistati dal potere, e anche l’accademia medica, oggi come allora, s’adombra e risplende d’intrighi e di eccellenze sulla pelle della gente comune, malata, magari senza più speranza.
Questo romanzo è un giallo intrigante, denso di tensione, di passioni e miserie umane, di ingiustizie e atrocità, c’è anche la storia della comunità ebraica presente nella città di Salerno in quell’epoca lontana. Il progresso trasforma l’apparente complessità di quella che dall’origine dei tempi umani è la forza della spada, lo strumento della violenza brandita dal diritto alla difesa, che sempre più paradossale, oggi come allora, determina la pretesa dell’umano nel sentirsi dio su questa terra.
“L’arcidiacono era convinto di essere sulla pista giusta, ritenendo di avere indizi a sufficienza per temere della presenza del diavolo: la tomba profanata, il cadavere sparito e l’altro sfigurato rinvenuto all’arsenale gli facevano sospettare l’opera di un negromante.
«A che punto sono le vostre indagini?» lo incalzò l’inquisitore.
«Il mio capitano sta seguendo una traccia» rispose sapendo che stavano brancolando nel buio.
In queste ore la tempesta Ciaran allaga l’Italia ingrossando i fiumi che straripano e il mare che ruggisce sulla costa consumando arenili e i lidi appena chiusi dell’estate 2023. Nelle ultime ore ho appena finito di leggere questo straordinario romanzo pubblicato la prima volta nel secolo scorso, nell’anno 1999, l’anno che a me ricorda le mollette di legno, Aquila uno e Aquila due di SPAZIO 1999. Mentre nelle strade la rivolta giovanile del ’77 urlava, io giocavo con le mollette di mammà. Sono sempre in colpevole ritardo nel mettere toppe alla mia sbrindellata conoscenza, e probabilmente gli strappi del tempo che inesorabile passa, non sono cucibili, e forse nemmeno i ricordi hanno rilevanza, e se non era per Simone della Feltrinelli di Salerno che mi diceva «Devi leggere Mimmo Notari!» nemmeno il materialismo storico degli eventi m’avrebbe emozionato così tanto da impormi la ripresa di queste pagine di diario. Sarà la disperazione che sento nelle urla della tempesta Ciaran, la disperazione che grida dai conflitti d’Oriente, sanguinarie distruzioni di corpi innocenti, saranno le grida mute delle anime affogate nel mare dei migranti che scappando dalla follia diventano vittime di un sogno d’Occidente che sta morendo. Indicibile, insaziabile, pazzia senza umanità, la guerra. Sarà quest’angustiante senso di impotenza allo sgomento che mi avvolge in queste ore, a rimettere in moto il bisogno di fissare su una pagina le sensazioni d’immensità che una grande e bella storia riesce a donare. C’è tutto il mondo nelle vicende di Michele Procida, il protagonista di Notari, le passioni e i dolori, le scoperte, la formazione e la trascendenza della vita che diventa immortale nell’opera d’arte e nella riproduzione dei sentimenti che ci fanno umani ad li là di ogni esistenza la cui singolarità è destinata a perdersi nella folla dei pensieri senza progenie. Dopo questa lettura ogni oggetto di argilla cotta, ogni riggiola calpestata, ogni piatto o boccale sul tavolo di tutte le tavole, diventa musica e canto, ogni ceramica riluce d’anima umana, perché dalla fabbrica dei desideri non possiamo fuggire, la fabbrica è dentro e di noi, tormento e delizia, piccola ma infinita, la fabbrica dell’arte che diventa materia d’ogni emozione che non riusciremo mai a controllare. L’architetto scrittore disegna con le parole la costituzione di una cultura che si tramanda e sopravvive, nutrendosi dei conflitti e della capacità distruttiva del tempo che passa. L’architetto scrittore schizza e rifinisce il divino progetto che rende re il morto di fame, miseri i padroni e desolanti i cammini dell’avidità del potere. La storia da proteggere e riprodurre è una catena millenaria di cui Vietri sul Mare, l’intera Divina costiera, le sirene di Positano e perfino le maioliche del Monastero di Santa Chiara a Napoli, sono anelli materiali di possente forza che brillano con i colori devastanti dell’immaginazione, e così accecanti riflessi prendono vita nell’intreccio delle storie vere come solo l’emozione e il sentimento sanno sentire vive. Non posso sapere quanto lo scrittore sia al servizio dell’architetto o quanto invece sia l’architetto al servizio dello scrittore, quello che so è che L‘ISOLA DI TERRACOTTA appartiene alla nostra terra, è parte essenziale della nostra identità mediterranea, dominante e dominata; è frutto costituente di una memoria senza tempo che unisce la materialità dell’oggetto comune all’essenza stessa dell’emozione rendendola dura e fragile come ceramica. Siamo isole di terracotta in mezzo al mare di servi e padroni, isole di bellezza che s’abbracciano e si respingono in un continuo affanno di desideri irrisolti, in cerca di risposte a domande ancora da inventare come la prossima pennellata che di colore sbiadito su un piatto bianco s’accende di splendore dopo l’ultima cottura nel forno rovente dell’esistenza.
C’è un prima e un dopo Calvino. Leggere questo testo è come nascere in un altro mondo. Forse quello vero e non la bolla in cui mi sento come un pesciolino rosso che si esprime muto in un fantasmagorico acquario esistenziale. Parlare senza suono come scrivere senza significati interessanti, credo sia in fondo l’ossessione di morte dell’individuo social di oggi. Ecco l’effetto su di me di questo mio primo Calvino, la vergogna, l’oscenità di parole gratuite prive d’emozione.
C’è un prima e un dopo come quando nuove lenti da vista rimettono a fuoco le parole sulla carta, come quando nel centro del fuoco di legna che arde, vedo la materia trasformarsi in luce, calore e cenere inutile.
Il prima è l’intera storia umana che si trasforma in nuovi significati, il dopo diventa la mia città che nemmeno sognavo di vivere. L’incubo che diventa sogno e la paura, desiderio. Calvino mi ha trasformato, forse plasmato, mi ha reso viaggiatore nel tempo e insieme dall’altro lato della scacchiera, sovrano dominatore del tempo che smette d’andare, a consumare partite di tensione duale tra abitante e abitato, tra spettatore e attore, viaggiatore che arriva e che parte, in perenne fuga dall’ovvio, dall’insostenibile pesantezza della noia.
Una dopo l’altra, Calvino svela tutte le città non del mondo ma dell’intero universo, umano mai divino, materiale mai etereo, reale come meta di un miraggio e polvere magica come lavorazione di pietre preziose:
Adesso capisco bene perché “Le città invisibili” di Italo Calvino sia considerato un capolavoro letterario e una delle opere più significative del Novecento.
Leggendo sono stato oggetto di uno spettacolare gioco onirico ad occhi aperti, parte in causa in temi complessi legati alla natura delle città, alla percezione e all’immaginazione.
Calvino crea un mondo letterario in cui l’immaginazione si fonde con la realtà, portando il lettore ad affogare nella complessità e nell’effimero delle città, così come nella vastità dell’esperienza umana. Affogare per poi meravigliarsi di respirare ancora per ogni piccola luce d’umanità che nessuno può spegnere.
Attraverso le descrizioni di città fantastiche, ognuna con le proprie peculiarità e simbolismi, Calvino esplora concetti filosofici, sociologici e umani, eccitando la mente con viaggi tra mondi immaginari per scoprire nuove prospettive sulla vita e sul significato delle città.
La prosa di Calvino è poetica (lo dice anche Pasolini), e il racconto in cui intreccia le diverse storie delle città invisibili è per me ubriacante. Questo libro può essere letto in molti modi: come una meditazione sulla natura mutevole delle città, come un’esplorazione della condizione umana o semplicemente come un’avventura letteraria straordinaria.
“Le città invisibili” è un viaggio intellettuale senza confini, un percorso sensuale denso di realtà e desideri che sfuggono al ragionamento tanto da diventare emozione diretta della propria residenza, forse casa, quartiere o metropoli ma allo stesso tempo, è l’odepòrico dello straniero in cerca di conoscenza, in un eterno viaggiare a cercare risposte dall’invisibilità dei pensieri.
Purtroppo il progresso tecnologico porta anche tanta distruzione e oggi nel 2023 ci sono città orribili come Arlit e chissà se Italo aggiungerebbe queste alle sue invisibili.
“Arlit è la mia città, è lì che estraiamo la ricchezza del paese. Si chiama ‘Piccola Parigi’. Vorrei davvero che fosse così! Si ha l’impressione che sia circondata da montagne, come quelle vicino alle quali i Tuareg si stabiliscono per proteggersi dal vento del deserto. Ma queste montagne sono state create da zero. Infatti, sono formate dall’accumulo delle scorie radioattive derivanti dall’estrazione dell’uranio”…
Prima e dopo Calvino? Adesso ho finito e ho voglia di ricominciare, ma il viaggio deve continuare.
Questo scrivevo a metà lettura il primo luglio 2023…
C’è meraviglia e meraviglia, scappare dalla città, correre in città, un’altra e un’altra ancora, ingabbiati e soffocati, liberi e al sicuro, coccolati… perché deve essere così? Così sarà sempre, vertigini e affanno, la scoperta, la conoscenza. Manca l’aria mai respirata, manca l’acqua mai assaporata.
Ad occhi aperti leggendo mi vibra dentro Anastasia, come un’orchestra di musica e cori possenti, come nel vicolo del silenzio, centro storico che dorme, un calcio alla lattina abbandonata, accartocciata, fa vibrare le mura antiche che cadono in frantumi, nel silenzio del mio centro storico, parole e polvere, e rovine mai viste.
Sono nemmeno a metà… braccato in questo buco di culo di un corpo meraviglioso che con le ali tocca a nord, Positano e a sud Sapri, provinciale, magari non fessura ma cuore, motore d’emozione.
“Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.”
È il mio primo romanzo di De Marco, e visto come mi è piaciuto e oltre la decade che ha già pubblicato con successo, non sarà l’unico. Dopo le prime pagine ho pensato: prende come il super attak, quella colla leader nel mercato degli adesivi. Contrario alle intenzioni della fredda razionalità, la storia si attacca nella mente in modo inevitabile, proprio come quella colla sulle dita anche se ogni volta sono altre le cose che vuoi tenere insieme. Nel racconto, l’intreccio dei personaggi e dei fatti è elegantemente fitto e potente, poi alla fine il doppio finale fa decollare questo testo oltre i confini che definiscono categorie precise: è quindi un romanzo che trascende il giallo noir per estendersi su una letteratura più vasta ed universale. Per un neofita come me, la lettura di uno scrittore che scrive di uno scrittore mi ha riportato nelle atmosfere psichiche ricamate da Stephen King nel suo Billy Summers e questo già mi sembrava grandioso. Stessa fluidità e coinvolgimento nella continua azione dei fatti e dei personaggi. Finanche il sesso e i sentimenti sono grovigli da dipanare tra passato, presente e il futuro delle pagine che mancano alla risoluzione del racconto. Ma, come dicevo, il finale che è raddoppiato in poche pagine, ha rimesso tutto in discussione e mi ha donato la descrizione plastica della mia precarietà inconfessabile: una vita fatta da tante verità e bugie che colgo ogni giorno nelle relazioni umane. Interazioni intorno a me come fili di una marionetta sbattuta di qua e di là, relazioni visibili ed invisibili che i sensi e il ragionamento stentano a razionalizzare: mai o sempre sono solo tempi patologici. Quindi oltre l’elegante godibilità come ho detto della scrittura, la profondità dello scavo nella psiche umana che la copertina centra in modo assolutamente preciso, è la cifra del piacere che ho provato in questa lettura: una continua visione mozzafiato dal promontorio dell’esistenza, sotto i piedi il baratro a strapiombo della morte, l’angoscia della paura, ma davanti negli occhi il panorama affascinante della vita. Beh, rendere luminose le scene buie, accendere le ombre con il fuoco del thriller, sono guizzi che De Marco fa con estrema efficacia ed efficienza. Le parole dentro le frasi costruite con arte, non solo funzionano ma sono quelle strettamente necessarie allo scopo di tenere alta la tensione da un colpo di scena all’altro. Inizio a capire, c’è del metodo, ma su tutto è la storia ad essere sorprendente. Brutale e tenera come un pestaggio e un’esplosione di coccole. Schiaffi e carezze. È una storia che non lascia indifferente non tanto per la sua drammaticità ma per l’orrore del male che prima di compiersi è nel pensiero.
“Mattia stava leggendo un romanzo che lo irritava moltissimo. Vi trovava, ogni volta, soluzioni narrative e linguistiche più eleganti e colte delle sue da procurargli una profonda sensazione d’inferiorità.”
“… il successo è solo il participio passato del verbo succedere…” ma che ne sai tu di un campo di grano? Sono ore, poi giorni, nei ritagli del tempo libero dai doveri, che leggo nella rete cosa scrivono di lui e del suo primo romanzo. Cribbio e che romanzo!
Storie vere dice Serino, e lo dice con una bibliografia finale per accademici ingrippati, perché è così: questo romanzo ti grippa il cervello, e se mai vuoi studiarti bene origini e significati, e sei un’operatore accademico della letteratura o di ogni altra scienza sociale, Serino ti fornisce indirizzi e recapiti dove andare a sbattere la testa. Così, tanto per scolpire nella roccia della conoscenza lo scheletro della realtà dell’altrove storico, credo sia un testamento osseo che si fa capolavoro, perché la verità è la polvere di cui sono fatte le stelle.
È proprio dalla fine che voglio partire, da quando il romanzo finisce e i neuroni vanno in tilt, dopo che per duecento pagine le sue frasi nella mia mente hanno vibrato, furiose, elettriche e magnetiche come le onde della luce. E se alla fine la luce ti prende e non ti abbaglia, cioè ti cattura e non ti respinge, è perché diventa materia ogni singolo fotone che raggiunge i tuoi occhi diventando polvere, lacrima senza pianto, emozione. Alla fine, queste magnifiche storie si intrecciano e si fondono in un’unica visione, semplice ma complessa come la parola cielo che ha dentro sé tutte le stelle del firmamento.
Io l’ho visto Serino sulla collina delle anime libere e sotto di lui tutto il reame.
Il reame vacuo cui appartiene Morgan, sì quello,un “brillante fallito di successo”, uno tra i tanti istrioni “che si vantano di lottare contro un regime quando non si accorgono di vivere in un reame…”
Io l’ho visto Gian Paolo con il medio teso in faccia ai sudditi in festa, zombi alla ricerca di accondiscendenze critiche e fremiti artistici, in faccia al reame di prostituzione gerarchica popolata da ingordi mediocri del niente, e ho immaginato un dito come quello gigante di Cattelan in piazza degli affari di Milano.
L’opera che l’artista ha chiamato LOVE: “libertà, odio, vendetta, eternità”.
Nel mondo che vedo io, allucinogeno agglomerato d’umanità lacerata, quei quintali di marmo di Carrara, quei due metri di fallico vaffanculo agli schiavi adoranti, sono libertà, odio, vendetta, eternità di classe, vomitate in faccia al popolo nel cortile del gioco a somma zero dell’alta finanza, che brucia e crea miliardi di capitalizzazioni con la velocità del vento. Mi penso padrone del Palazzo, capitalista dei capitalisti, e vedo il mio dito medio che mostro al popolo. La grandezza è solo una misura di un punto di vista, e la classe non è acqua ma dominio.
Forse l’artista pensava altro ma su quella collina di anime libere io l’ho visto, il dito medio al cielo di Serino mostrare la luna a gente con lo sguardo per terra che, boriosa e senza vergogna, affoga nel fango della propria irrilevanza. Io l’ho visto, questo gigante di uomo, incazzato e triste, affranto da tanto reame sprecato.
Se ti sfugge la connessione Serino/Cattelan, la polvere e le stelle, non l’hai letto questo romanzo, non puoi sapere della madre che si fa puttana per il bene della figlia e sentire l’umanità come fiamma bruciarti d’emozione. È quello che ha fatto a me, e così adesso mi sento, arso a mirare quanto sono vere le stelle che brillano eterne.
“Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”
Non so perché, non so per come ma la copertina è tutta una profezia. Una visione di futuro sconnesso dal presente, diviso e frammentato, in fuga abbracciato al passato, per qualche motivo magari divino, ma incredibilmente vivo è il desiderio eterno di un bacio ancora, e ancora, in attesa di gettare via la maschera che ci fa sentire protetti, forse da noi stessi, forse dalla paura che ci fa coraggiosi.
L’incipit è un brivido, l’ho già detto per un altro grande romanzo però questa volta non è ipnosi ma emozione viscerale. Alla scrittura di Antonio Lanzetta non ci si abitua anzi, ogni volta si resta folgorati. Sono un lettore modesto, per nulla esigente, eppure ci sono letture che mi passano addosso come ottimo intrattenimento, altre come le opere di Lanzetta che lasciano un segno feroce come ferite che stentano a rimarginare. Questa storia di Michele e di Teschio non mi ha fatto sconti, è adesso l’ennesima e sublime cicatrice che mi porto dentro. Per farmi capire meglio, è come quella cicatrice che mi porto nel cuore da quando, adolescente, lessi SE QUESTO È UN UOMO di Primo Levi. La grandezza della letteratura non si misura un tot al chilo ma, credo, in quante generazioni di lettori lascia il segno, cicatrici che si riproducono grazie alla sua eternità, infinita magia tra le arti umane.
Ecco, cosa significa uccidere con il cuore: è colpire e lasciare un segno indelebile nell’anima del lettore. Non a caso, prima dell’inizio del romanzo, il tributo a King è l’epilogo di tutta la storia di Michele e di Teschio, è la missione compiuta con successo da Lanzetta: riprodurre la potenza immanente del bene che fa giustizia.
Oltre la storia avvincente che scorre fluida e accelera con ripetute scosse crescenti di pura adrenalina, è la bellezza e la crudezza delle scene che rendono reale la fantasia più drammatica, materiale le visioni più inquietanti. Riporto solo due passaggi come esempio, ma tutto il romanzo è così, orribilmente e meravigliosamente bello.
“Seguii gli schizzi di sangue con lo sguardo fino a quel baratro. Le tracce si perdevano nel nulla, nel silenzio della morte e in occhi vuoti puntati verso il cielo. La ragazza giaceva scomposta sulle pietre come una bambola spezzata, il cranio sfondato e i capelli che galleggiavano simili ad alghe in una pozzanghera di sangue accumulatasi dietro la nuca. Rimasi a fissarla mentre il tempo mi scivolava addosso, simile a gocce di sudore. Una parte di me mi diceva di andare via da quel posto, ma quando distolsi lo sguardo mi parve di vedere mio padre fermo sull’altro lato del dirupo.”
“Sollevai il capo e all’improvviso mi resi conto di non essere in casa, ma in un campo. Il vento spirava tra i cespugli, sollevando una strana polvere viola. Spore che mi vorticavano intorno mentre il cielo era animato da deflagrazioni di luce indaco, simili a fratture nella notte. Le stelle si stavano disintegrando, scontrandosi tra di loro e disegnando nel vuoto creature informi e facce urlanti.”
Non la faccio lunga anche perché, se sono un lettore modesto figuriamoci la difficoltà che ho nel tramutare in parole i miei pensieri. L’ultimo commento è come una volta ancora Antonio Lanzetta fa insegnamento della sua passione con le sue opere, istruzione a chi come me sente urgenza affamata di grande letteratura, e adesso devo leggere anche qualcosa di Jim Thompson per lenire “il crepitio di vetri nello stomaco”.
“Ancora oggi, seduto nella poltrona sformata del salotto di casa, cullo mia figlia nel silenzio della notte, con un libro di Jim Thompson sulle ginocchia e una tazza di tè tiepido sul tavolino. Guardo la pioggia graffiare i vetri della finestra e provo a convincermi che le cose che ho visto quella notte nei boschi intorno alla casa della vedova siano accadute realmente. Avevo subito un forte trauma, mi sono ripetuto. In fondo, ero solo un ragazzo a cui avevano impiccato la madre. Un ragazzo che voleva riabbracciare il padre.”
L’incipit è un brivido. Uomo o donna? Mi sono chiesto. Il prologo è una lettera, un vortice di sentimenti che trascina senza scampo verso una spumeggiante cascata di domande. Giù verso le rapide turbolente di un fiume agitato da scene avvolgenti: avvinghiata la mente, questa scrittura ipnotica mi ha sbalzato fuori dai gorghi frenetici della vita quotidiana, per avvincermi dentro un flusso impetuoso di fatti e personaggi che alla fine mostrano come all’origine di ogni decadenza umana ci sia il male e la menzogna. Ciò che più mi ha colpito è come, con sferzante eleganza, le vicende narrate dei singoli personaggi, diventino un insieme rappresentativo di un’intera società. Se per i fanciulli la purezza briosa della gioventù muore con la fine dell’innocenza, la purezza dell’impeto costitutivo della repubblica, muore con la fine dell’onestà. Segreti, ricatti e compromessi intrecciano singole esistenze e la pluralità di un’intera organizzazione sociale: la decadenza è un processo che divora da dentro, e il conto si paga solo alla fine con la morte che svela colpe e tormenti nascosti per una vita intera.
“Piangi. Io sono il tuo castigo.”
Dopo aver scoperto con UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE e NERO LUCANO, un intricato e appassionante personaggio come Viola, l’affascinante anatomopatologa di Piera Carlomagno, l’attesa di un’altra sua avvincente storia mi era così insopportabile da rivoltare sotto sopra tutte le priorità di quella giornata. Ricordo come fosse ieri: trenta settembre 2022, nel primo giorno dell’uscita nelle librerie italiane, la prima presentazione alla Feltrinelli di Salerno, e il fondamentale Angelo Cennamo dire: «Il taglio freddo della luna è il romanzo borghese del XXI secolo.»
Secondo una mia sensazione strettamente personale, questa avvincente cronaca romanzata dei giorni che vanno da giovedì 26 agosto con la luna calante visibile all’87%, a martedì 7 settembre del 2021 con luna nuova che inizia a crescere, è la dimostrazione di come una produzione letteraria di fantasia possa diventare un potente strumento di denuncia e critica storica di un’intera società, quella italiana, o meglio di una sua “classe”, la borghesia, che meriterebbe la condanna della memoria.
«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»
Sicuramente esagero, come è esagerata ogni generalizzazione di categorie che più le analizzi e più si frantumano in eccezioni. Ma d’altronde alla fine della lettura e rilettura di questo romanzo, il libro tra le mani scotta come una bomba inesplosa e per troppi anni sotterrata. Questa la mia sensazione dopo la lettura dei due articoli che seguono e che mostrano come laFossa Irreversibile sia vera e non fantasia; è spaventosamente reale a Rotondella di Matera, in terra lucana, in Italia.
Nel 2019 avviene una sorta di riesumazione di un cadavere vivente, pericoloso sì ma che il genio umano intende riciclare. Poi uno si meraviglia che la realtà possa superare ogni assurda fantasia. Urca che tema di estrema attualità, il nucleare, in queste ore che gli idioti sapiens fanno la guerra lungo il fiume Dnepr, intorno ai sei reattori atomici della centrale di Zaporižžja.
“Negli anni Sessanta i rifiuti nucleari si cementavano e si mettevano sotto terra, in quelle che all’epoca venivano chiamate “fosse irreversibili”, proprio perché sarebbero rimaste lì per sempre.”
Quei rifiuti erano americani e noi abbiamo fatto di pezzi incontaminati della nostra meravigliosa terra una loro pattumiera…
«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»
Cos’altro potrebbero meritare quelle generazioni che hanno permesso al nostro paese di diventare una discarica geopolitica? Più di una metafora, una condanna eterna. Ecco la potenza dell’intelletto cui la Carlomagno ci ha abituato, il viaggio su binari inseparabili, la bellezza della terra e il suo saccheggio, ma questa volta, il salto è trascendente, dal sudiciume materiale del petrolio e dei poteri massonici essenzialmente locali, passa a trattare il mostro invisibile, la contaminazione nucleare e poteri di dominio geopolitici.
«Quelle urla non le dimenticherò mai, anche se le ho ricacciate in fondo a ogni pensiero e sentimento, giù, nel punto più profondo di quell’abisso che è la mia anima.»
Uso alcuni dialoghi a ritroso partendo dalla fine del giallo per dare consistenza a questi miei commenti da lettore ipnotizzato. Sono commenti che cercano di provare quanto profondo e affascinante in questo romanzo sia l’intreccio sociale della storia di un paese con quella dei loro protagonisti, anima e identità, passato e presente, singolare e plurale.
«… Fu in quell’attimo che acquistò l’antitodo contro il veleno dei veleni: la disuguaglianza. Fu in quell’attimo che pensò di riscattarsi anche per il futuro, lui, la sua famiglia e la mamma infelice… »
La storia di uno diventa la storia di una classe smarrita che diventa soggetto sconfitto, singolare e plurale, elevato e decadente, per sé e di sé, prigioniero dell’evoluzione dei veleni materiali, sedotto e corrotto nel labirinto senza uscite di teorie e pratiche di speranza che quelli bravi hanno chiamato la fine della storia. Ma come la fossa dei rifiuti nucleari, la Storia dimostra che di irreversibile c’è solo la morte, e forse nemmeno più quella, almeno per chi sopravvive. In fondo il progresso, la modernità, le colpe che non possono ricadere sui figli, dimostrano che di giorno in giorno, diventa possibile quello che ieri era impossibile. Ecco la dualità umana in eterna contraddizione: bellezza e mostruosità.
«Siamo capaci di convivere con qualsiasi colpa» disse Viola. «Del resto siamo tutti mostri capaci di convivere con l’idea della nostra stessa morte… »
Dall’ultima alla prima pagina è Viola la guida, come il Virgilio di Dante ci accompagna oltre le righe dei fatti, oltre l’inferno e il purgatorio delle anime dei personaggi che lei riesce a sventrare da vivi, risuscitando anche quelle dei morti. Viola Guarino è la luce che scopre le ombre tra le piaghe dolorose delle verità nascoste e di quelle che sfuggono anche se in bella vista nel presente. La magia della letteratura gialla è anche questa, l’abilità della scrittrice di porre in bella mostra quelle evidenze che sono indizi che con lo scorrere delle pagine diventano certezze. Ma con la scrittura della Carlomagno si va oltre, si vola veloci come pipistrelli nelle grotte oscure dell’eterna lotta di classe. All’improvviso un sorriso e un pensiero: accecante e assoluta ineluttabilità della linfa vitale della grande letteratura, degli ultimi che resteranno per sempre ultimi, e che, nonostante i compromessi sociali della convivenza, restano fieri di esserlo, ultimi continuando a lottare per una comune identità di classe e di estraneità, forse nemmeno ultimi, diversi, esclusi ma colti.
Sorrise pensando a quelli che portavano stampata su magliette o borse di pezza appese dietro la schiena, la protesta a quel ciclone passato sulle loro teste senza coinvolgerli: «Pure io sono un povero cristo». E il cordone ombelicale con Levi non si taglia, non si tagli.
Poi ci sono i sentimenti e i desideri di Viola, i sogni erotici e gli incubi della maledizione arcaica dei tormenti che si fanno umanità inquieta, ci sono le voglie di scorticarsi addosso l’essenza emozionale del corpo e del pensiero, sentimenti e desideri che non trovano pace, che si intrecciano senza legarsi mai, e anzi ne fanno una danzatrice alla ricerca di quell’equilibrio impossibile di chi è sempre in fuga.
«La luna non muore mai» osservò Loris. «Si rigenera.»
«Certo, come tutti dopo le delusioni.»
Non c’è niente di semplice e scontato in questo grande romanzo, proprio come è la complessità della vita che nelle sfumature e negli attimi si fa preziosa, proprio come un diamante, inutile e spento senza una luce che lo attraversi. Così ci sono un paio di pagine in cui Viola e Loris si parlano, si sfiorano e si allontanano, un paio di pagine che da sole riscaldano il cuore e lo stordiscono, mettendo a nudo le differenze della donna dall’uomo, della femmina dal maschio, differenze della ragione dal sentimento.
«… Non ci si abitua a tutto, se si presenta l’occasione si saldano conti vecchi che si credevano dimenticati. E invece no, non si dimentica niente, tutto resta ferocemente piantato nelle nostre coscienze.»
Le scene e i dialoghi sono talmente vividi che saltano dalla pagina e arrivano, a volte come pugni in faccia improvvisi, a volte come carezze di una ragnatela di parole in cui i personaggi restano impigliati in attesa di essere svelati.
Ma non ricordare non è possibile, finché si è in vita, rimuginava Bepi e forse questa è la chiave di tutto. Sono i ricordi che rendono le persone pericolose e consapevoli che ciò che è stato potrà essere ancora; chiunque sia vivo continua a rimestare nei simulacri che occulta, che lo voglia o no, ed è tutta qua la complessità e la contraddizione dell’umano.
Eccola la scrittura ipnotica che salta tra passato e presente, con storie intrecciate come i rami di un bosco fitto e misterioso che mi ha ricordato il groviglio dell’adolescenza, le paure e le follie, ignoto e oscenità, vertigini e cadute, le colpe, l’ebrezza della potenza e lo sconforto della sconfitta, i rimpianti e gli occultamenti della vergogna. Ci sono conti che non si chiuderanno mai e tra questi, la conoscenza di questo personaggio grandioso che è la Viola di Piera, dopo tre romanzi è solo all’inizio. È una conoscenza parziale e ancora sfuggente, fatta di numerose curiosità irrisolte mentre nell’attesa di una prossima inchiesta, immagino lei correre come un fulmine bianco che non tocca mai terra.
… entrava nella morgue con l’aiuto di un rapporto ancestrale con la morte e si avvicinava ai corpi con la speranza di incontrarne l’anima.
la socia di Viola è bianca: Ducati multistrada 950
L’insostenibile desiderio alla disconnessione credo sia una delle mie personali risposte immunitarie che mi salveranno dall’affogare nella melma connettiva di questo XXI secolo, epoca tanto malata quanto ricca di bisogni antichi ma eterni.
La cura, o meglio la fuga dal virus nocivo della stressante frenesia moderna, è il romanzo, uno meraviglioso come IL FIORE DI MINERVA, per esempio.
Questa lettura è stata per me una violenta terapia d’urto, benefica e deliziosa, sorprendente nonostante quello che potevo aspettarmi dopo aver goduto dell maestria dell’autore nel romanzo precedente, Hotel d’Angleterre.
La scrittura minuziosa, erudita ma leggera, aulica ma a tratti travolgente nell’azione e, capace di emozionare, ne fanno un toccasana senza tempo, per ogni stagione, per ogni malanno dell’anima.
Romanzo storico? È una categoria forse troppo limitante per questa magnifica storia, che oltre ad essere l’ennesimo tributo ad una città troppo spesso sminuita e cannibale di sé stessa, ha il respiro della magia e della scienza umana che sperimenta e costruisce intrugli miracolosi. Con gli eventi, gli intrecci mirabolanti, e personaggi più vivi di quelli che ci circondano ogni giorno per strada, al lavoro, in TV e sui social, l’autore sembra essere diventato lui stesso la speziale che racconta, alla ricerca di quella verità superiore, distillata ad ogni fremito del pensiero, verità recondita ai desideri più materiali e tormentati dell’animo umano, quella verità madre di bellezza e amore, la verità che trionfa sulle miserie e le violenze dell’uomo, la verità che si fa giustizia umana, terrena.
Questo romanzo è una pozione magica, è un concentrato di ingredienti antichi ma eterni, sostanze che rendono significativa l’esistenza di ognuno. Questo romanzo, come dicevo è un toccasana, ma non è solo un prodotto definito, contiene la ricerca e la spiegazione, le domande e le risposte, più di una ricetta da provare, ha in sé la mirabile capacità di trascinare il lettore con coinvolgimento crescente al desiderio di distruggere il male dentro e fuori di sé. La denuncia della violenza sulle bambine e il conseguente obbligo alla prostituzione, allora come oggi, insieme alla sottomissione della donna all’uomo, sono aberranti e purtroppo fatti che ci fanno pensare a come il male si riproduca senza freni, secolo dopo secolo, a come quest’epoca sia ancora tanto medioevale, altro che moderna.
Devo dire che alle tante brutture raccontate, tanto indispensabili e vere come le ossa del nostro scheletro che ci sorregge, a trionfare sono l’immensità della poesia e la bellezza tutt’altro che esteriore che mi è permeata nel profondo, con tutta l’intensità della carne dei muscoli e dei nervi di cui siamo fatti.
IL FIORE DI MINERVA è viaggio nell’essenza umana tanto vasta quanto terribile, tanto intricata quanto meravigliosa, è una settimana del 1551, un attimo nella storia, un momento di conoscenza approfondita, senza confini di spazio e di tempo, fatto di brividi che scuotono, di carezze che ammaliano, di Héctor e di Costanza, personaggi eterni di passione, riscatto e sogno.
«Certe cose sfuggono, quando non si sa cosa cercare.»
Ci risiamo, un altro grande romanzo, breve, intenso, appassionante. Dopo aver letto Hello, goodbye di Claudio Grattacaso non ho resistito, dovevo leggerne ancora, altro ancora, e così ho conosciuto Raffaele e la famiglia Cherubini che di questa storia sono l’essenza.
È proprio vero, i romanzi, quelli belli, scritti bene, non scadono, anzi, è a distanza di tempo che dimostrano la loro bontà. Un lustro non è tanto ma con la pandemia e la guerra in Ucraina di oggi che ci soffoca i pensieri, gli anni prima sembrano confusi e indistinti. Ciò che più mi è piaciuto in questa storia è l’introspezione pulsante del protagonista, e con la sua voce l’esplosione del fermento interiore promesso con l’incipit, il prologo, il fuoco.
Non posso né voglio svelare niente, quello che posso dire è che il racconto in prima persona diventa archetipico dell’umanità che ci circonda in tutte le sue forme più aberranti e stereotipate, quelle del potere come quelle delle vite sfibrate, deluse, lacerate. Chi non ha di questi momenti assurdi in cui la voglia più ovvia e convita è schizzare via all’improvviso, scappare, volare fuori, preferire il niente?
Bene, dal fuoco l’incendio, brucia di dolore e di passione questo romanzo, pagina dopo pagina, tocca le corde più oscure dell’animo umano e mi ha messo allo specchio, nella penombra di sentimenti contrastanti: inconfessabili come solo il dolore e la redenzione possono svelare.
Non è l’eroe e nemmeno l’antieroe, forse uso termini a sproposito ma Raffaele Apostolico, filosofo mancato, autista di fiducia, protagonista oscuro e luminoso allo stesso tempo, è uno straordinario affresco tridimensionale della società che viviamo in tutto il suo grigiore corrotto, granuloso, asfissiante e maledetto. Le corde di uno strumento scordato danno suoni fuori scala armonica e così il racconto prende per l’oggettiva crudezza e fastidio, depista la logica cui ognuno soccombe con il senno di poi ma che durante gli eventi ci mettono alla prova giorno dopo giorno, pagina dopo pagina. Se non l’hai letto non sai che ti perdi. Tra le parole anche una canzone mai sentita che parla delle solite cose.
Una delizia. Lo devo scrivere: questo intrigo è un romanzo delizioso. Provo a spiegartene il perché? Beh sì mio caro Diario, altrimenti che autocoscienza saresti?
Le vicende umane che si intrecciano nella trama sono come cupole soffici di pan di spagna, hai presente la consistenza di un dolce strutturato? Una delizia lo è. Poi, dentro lo spazio esistenziale dei personaggi ci sono cuori farciti come in un mix di crema pasticcera, e di agrumidiversi tra loro, con punte di dolce e di aspro come la granulosità dei sentimenti e il sapore delle passioni più intense. Una delizia quindi, ma non è finita perché l’insieme è bagnato da un calore alcolico e profumato come quello di unlimoncello, un liquore mai uguale che scalda le personalità rappresentative della commedia dell’arte napoletana. La scrittrice rincorre le maschere eterne della vita e le supera con l’efficacia di un racconto perennemente in equilibrio tra la classicità del passato e la modernità del presente.
Allora, per rendere credibile questo commento ricomincio dal principio, perché l’inizio dell’intrigo è una delicata glassa profumata che l’avvolge, che sa di Napoli e delle sue isole immortali, Ischia tra queste. I luoghi, le tradizioni, la cronaca e le discendenze umane, si attorcigliano prima e si sciolgono dopo, come quando il palato incontra la pasta raffaioli non un semplice pan di spagna. Quindi per chiudere il discorso, se il dolce chiamato delizia è una poesia per le papille gustative, così la lettura di questa storia napoletana mi ha portato in estasi la mente, cullata dalle pagine ordinate in un romanzo delizioso, appunto.
“La vita prosegue tra inquietudine e illusione, facendo perdere sempre di più la distanza dalla realtà, finché se ne è posseduti.”
Dal “prezioso kefir messo a fermentare” alle viscere di Napoli, INTRIGO A ISCHIA è un giallo delizioso, intrigato, intrigante… oh che darei per vedere recitate sullo schermo le battute di donna Flora e quelle della Polizia che indaga sui fantasmi incalzati da una brillante, mai doma giornalista, Annaluce, e poi Patrizia, Bianca… donne, donne, tante donne… Non credo sia banale, penso sia stato detto mille e mille volte e quindi lo scrivo: l’intrigo è donna e più se ne legge e più se ne desidera…
La dolce astrazione che ho raggiunto con questo romanzo, a parte l’innalzamento della glicemia di cui dovrò discutere con la mia dietologa, è andata dove solo la bella letteratura può andare: con la giusta dose di misteri e di colpi di scena infarciti di momenti divertenti, sensuali e anche di spettacolare normalità, il giallo non si risolve facilmente anzi, la complessità e la tensione degli eventi ne fanno una delizia tutta da scoprire.
Non parlava, non piangeva, non ricordava niente. Aveva riposto la sua vita passata come in un cassetto di biancheria mai usata, rigida e ingiallita. Monosillabi, movimenti della testa, lo sguardo a terra e solo ogni tanto un segno di ribellione: «Basta, iatevenne mo’»
Allora, e mo’ che scrivo? Solo la prefazione di Sandro Veronesi merita un commento spaziale, nel senso tempo e spazio, oppure spazio e tempo, e non è la stessa cosa. Ma chi è Sandro Veronesi? Grande scrittore leggo, ho visto e amato il film con Nanni Moretti solo attore, CAOS CALMO, regia di Antonello Grimaldi. Questo film è l’adattamento cinematografico del romanzo di Sandro Veronesi, ah rieccolo, e cosa leggo: “Caos Calmo è stato il primo libro multimediale in Italia per la piattaforma iPad, iPod Touch e iPhone. L’App conteneva il libro di Veronesi come piattaforma multimediale dove leggere il romanzo e visionare le clip del film riferibili direttamente al libro.” Che fine hanno fatto i libri multimediali? No mercato no party!
Azz, 2005 e io cosa facevo nel 2005? E chi se ne frega dell’io, Caos calmo è un romanzo dello scrittore pratese Sandro Veronesi, pubblicato nel 2005 dalla Bompiani. Nel 2006 il libro ha vinto il Premio Strega e nel 2008 ha vinto il Premio Mediterraneo per stranieri. Riporto i link tanto per rendere merito alle fonti.
Quindi… dicevo, una prefazione di Sandro Veronesi è un po’ come un vangelo che parla di Gesù, una cosa sacra insomma. Infatti se di giovinezza ferita a morte, si tratta, Veronesi che nel 1995 firma un editoriale sull’Unità dal titolo “Ma smettetela di chiamarci giovani scrittori”, menziona ad uno a uno con l’età tra parentesi, giovani protagonisti di una esperienza intellettuale ineguagliabile, se lo fa dicevo, questa benedetta giovinezza non è forse più sacra di una intera fede religiosa? Altro che spigola di 10 chili che poi li avanti a te, lenta e regale andando con un fucile tra le mani, come cazzo fai a mancarla? La grande occasione mancata, la scena, la bionda coda di cavallo oscillante e gli amici intorno che ridono, t’immagini le facce?
Ma che anni erano? Dalla scelta degli italiani della Repubblica VS Monarchia in poi, che buona parte (tutti?) gli intellettuali dopo la guerra fossero forzatamente comunisti a prescindere, un po’ me ne sto facendo una ragione. Ma che anni erano? Nel 1995, caduto il muro di Berlino, perché quello se lo ricordano tutti ma proprio tutti, stampare un grido intellettuale come editoriale in prima pagina del quotidiano fondato da Antonio Gramsci non sulla giovinezza ma sull’aparthaid degli scrittori in quanto giovani, deve essere stata un momento di passionale scelta redazionale. Mi prude la testa e anche i piedi prudono, e le dita tremano sulla tastiera zozza di cose inutili che sto scrivendo. Sfido io che poi è arrivato Caos calmo, la maturità, il premio strega come a La Capria nel 1961.
Ma che anni erano?
Quelli del romanzo di Raffaele sembrano simili a quelli che stanno vivendo i ragazzi della spiaggia di Odessa, meravigliosa spiaggia in guerra, a rifugiarsi nelle grotte, a fare l’amore, le prime volte. Caro Veronesi ho fatto come hai detto, ho subito riletto il primo capitolo dopo la fine del romanzo e per la verità, sono alla terza rilettura, sai com’è? Già solo prima e terza persona che si intrecciano mi hanno mandato al manicomio, sì, difficile e complicato. Certo che faccio come mi pare, sono un lettore libero io, mica condizionato dalla stampa di regime, libero di capire e scegliermi quello che voglio, e sapendo che insieme la luna e il sole vanno nel cielo di mezzogiorno, che il mare è senza avventura, che il tempo passa e sale con l’acqua sulle mura del palazzo, e un giorno, tra mille e mille anni uguale a questo, oggi è una bella giornata, dirà un raggio sulla parete. «No, non vengo» messaggio non raccolto – Massimo non risponde.
Oggi è S. Matteo, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Matteo Messina Denaro, ma mo’ chi è questo Massimo che non risponde?
Caro mastro Raffaele, dovevi morire per entrare nella mia conoscenza letteraria, ma no diciamo che doveva essere il centesimo anno dalla tua nascita, comunque è come tu hai scritto, i lettori continuano ad arrivare e io tra questi, dovrò scoprire cos’altro hai scritto oltre questo mirabile, complicato, infinito cha-cha-cha, non so niente ma credo che anche tu sia stato un po’ comunista, socialista sicuro, quel lusso, la povertà, non la mancanza di un relativo benessere ma il non avere altra distrazione, nessuno di quei divertimenti e diaframmi che ovattano le esistenze borghesi, niente, nessuna ricchezza che ci separi dal lusso del mondo naturale.
Non ho copiato virgolette e caporali e lo stile delle tue parole così come si leggono sulla carta, chissà a chi stavi mandando messaggi e a chi e cosa menzionavi nella tua lettera ai lettori per il cinquantesimo anniversario di Ferito a morte nel 2011.
Una volta, in fondo a una raffinata caverna, fermo a guardare un cha-cha-cha come la danza rituale di una setta sconosciuta, pensando: come fai a parlare, a stabilire un’intesa con loro, se non conosci il linguaggio, il segreto dei gesti e le movenze?
So com’è ballare un cha-cha-cha con la persona che ami, va beh, lo dico proprio a te?
Ok è tardi e ho anche annoiato troppo, faccio come ho visto fare in alcune recensioni, ecco il tuo incipit, si continuerà a studiare per decenni, spero secoli, passo e chiudo.
La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro – La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev’essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante – luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! – lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.
Impunito? Spero di non essere mai denunciato per questa opera di vaneggiante diffusione di parole e immagini, non è una testata giornalistica, non è niente, non credo ci sia qualcuno che voglia condividere ma nel caso non c’è bisogno di chiedere permessi, come ha scritto Veronesi, facciamo come ci pare 🙂
Ognuno è responsabile delle proprie azioni, a me sembra cosa buona e giusta ma se sbaglio qualcosa, se me lo fate notare vi dovrò un favore, con piacere, un favore.
È un giallo avvincente, con intrecci intriganti e talmente radicati e vivi nella mia esperienza quotidiana di cittadino, da farne uno strumento di studio per comprendere meglio una città come Salerno, perennemente sull’orlo del baratro come sull’uscio di un paradiso. Non voglio essere frainteso, non è una storia locale, anzi è una storia universale che diventa rappresentativa di ogni città moderna e nemmeno semplicemente italiana. Sono i personaggi a renderla tale, e tra questi un ispettore che per i suoi tormenti e la sua forza di ribellarsi alla “becera” gerarchia delle funzioni e delle istituzioni, rende l’inchiesta raccontata non solo piacevole e avvincente, come ho già detto, ma addirittura desiderio di nuovi episodi, perché alla fine dell’ispettore Castaldi si sente il bisogno di sapere di più.
Ho letto BRICIOLE in estate, in questa estate 2022 che per fortuna non sembra finire, tanto calda ed inquieta lunga estate. È impressionante come la lettura dell’autunno come descritto dall’autore, sia stato materialmente una benedizione, un viaggio, avvincente, come ho già detto, verso l’esplorazione intima del male e del bene con sullo sfondo, dietro l’angolo, l’inverno dei sentimenti. Briciole preziose come gemme, fredde e luminose come le verità più nascoste, quelle che fanno male e che richiedono vendetta, nessuna assoluzione. Avevo già letto di Rocco Papa IMPREVISTI PERICOLOSI, e posso solo dire che il suo protagonista non solo è vero e reale, addirittura con questa opera, il suo ispettore Castaldi si erge a modello di eroe che vorrei avere come amico quando sono costretto a comporre il 112. Non so se la realtà debba riflettersi nella fantasia o sia la fantasia a doversi specchiare nella realtà, so che la bella letteratura ti entra dentro e cominci a desiderare di viverla. Forse anche questo è un bisogno che soddisfo con la lettura di un buon libro, rendere colorata la grigia quotidianità. Ancora una volta, anche con BRICIOLE di Rocco Papa, il miracolo si è ripetuto, il sangue è sciolto.
“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”
“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”
No tranquilli non è il finale di questo romanzo, ennesimo grande romanzo del grande scrittore King a quanto dicono, per me il primo, e chi se ne frega, attenti che vi sento. È ovvio che scrivo per me e per i tanti che come me ignorano King. Da oggi però, sono iscritto al club di quelli che almeno un King lo hanno letto nella loro vita anche se per la verità questo è il secondo… OnWriting lo tengo segreto, lo sto studiando, attenti vi vedo che state sorridendo: leggere e studiare sono cose diverse… Diciamo la differenza che passa tra godere e soffrire? No scherzo. Un fatto però è certo, un King ti eleva, ti mostra la via esclusiva verso la trascendenza letteraria. Billy Summers è un killer che fa lo scrittore e leggere uno scrittore che racconta un killer che fa lo scrittore, come lo fa Stephen King, è una magia stampata su carta, 545 pagine di pura libidine.
Pare che il capo del World Economic Forum, Klaus Schwab abbia scritto nel suo libro “The Great Reset” (il bestseller dei complottisti a cui mi onoro di appartenere) che la quarta rivoluzione industriale “porterà a una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica”, cioè un microchip impiantabile nel nostro corpo in grado anche di leggere i nostri pensieri. Allora, vi evito il fastidio, se proprio ci tenente, continuate a leggere questo diario. La verità è che se STEPHEN KING con la sua scrittura riesce a farti amare un personaggio come Billy Summers, significa solo che i pensieri umani sono pronti a migrare via digitale da un cervello ad un altro: lo fa la letteratura in modo analogico da quando l’uomo è caduto su questa terra perché la serpe ha convinto con le parole Eva a prendere Adamo per la gola tanto da farsi buttare a calci fuori dall’Eden.
Siamo pronti a tutto, visto che a quanto pare, durante l’incontro degli elitari globali di Davos di quest’anno, il CEO di Pfizer Albert Bourla ha spiegato che presto ci saranno le “pillole ingeribili”, una pillola con un minuscolo chip a microchip che invierebbe un segnale wireless alle autorità competenti quando il farmaco è stato consumato. Ora, in attesa dei microchip nel cervello degli studenti per promuovere l’intelligenza e la memoria, dico che siamo fortunati a disporre di romanzi così belli, veri e possenti tanto da sperare in menti lucide finché sapranno ancora leggere.
Caro diario, oggi inizio a scriverti con le parole di Cristò, non ho scelta.
Succede che il mondo si sgetola e non sai se ti sgretolerai con lui o cambiarai tutto per rimanere intero. Il modo di parlare, il modo di vestire, la musica che ascolti, i pensieri, le azioni, le certezze, le paure.
Tutto o niente.
Perché sei finito insieme al tuo mondo e l’unico che può sopravvivere è un altro con la tua stessa faccia.
Ci sono momenti nella vita che attraverso come la pallina che gira nella roulette, quei momenti vorticosi e veloci finiscono per cadere in un romanzo e così mi sento come un croupier con il farfallino di un grande casinò ad annunciare l’uscita di un nuovo numero cui sono legate sventure e avventure di giocatori ingordi o semplici astanti annoiati. Il banco vince e lo champagne intorno corre a fiumi. Cosa può essere un mio commento se non l’apostrofo lilla tra la parola sogno e quella desiderio? Beh, devo dire che questo romanzo soddisfa proprio ciò: il mio desiderio di sognarmi in una nuova dimensione, rapito dalla lettura. Questa volta però l’incanto è diventata ipnosi totale. Sconvolgente e totale. Un numero fortunato, il mio, senza scommessa o azzardo se non la sorpresa di vedersi guardato dentro da una valle allagata di occhi vivi come luce di brillanti al sole. La sorpresa di toccare con mano gli zombi intorno e dentro e dirsi fortunato a sopravvivere. I deboli di cuore ma anche i forti, lo troveranno sconcertante, emozionante e commovente come è successo a me, ipnotizzato da una scrittura che diventa una cima di salvataggio ad ogni svolta pericolosa, in ogni trama della storia, in ogni anfratto della psiche dove provavo a rifugiarmi per non annegare in questo mare meraviglioso di parole che è CARNE. Il ribrezzo del vomito da sbronza e il desiderio di continuare a ubriacarsi con le pagine successive. Breve ma in lunghezza ma infinito in altezza: in fondo è l’intensità di un momento a renderlo unico.
E alla fine, il sentirmi privilegiato per essermi nutrito di CARNE, è l’ennesimo mai scontato desiderio di sogno soddisfatto, e 1, 10, 100, 1000 romanzi per provare a riempire tutto l’umano che abbiamo dentro prima di diventare zombi per le strade di questo strano mondo.
Sai cos’è il crepitio di vetri nello stomaco? Sai cos’è la conseguenza del male che rimane dentro e trasforma l’essere umano? Sai come si raccontano in modo vivido e coinvolgente momenti distanti nello stesso tempo di un romanzo, come adolescenza e maturità di un gruppo di personaggi tutti protagonisti in primo piano anche nelle scene dove sono assenti? Se lo sai allora hai letto IL BUIO DENTRO altrimenti leggilo e ne sarai rapito come è successo a me. La mia fortuna, ancora una volta, è stata scoprire l’ovvio di chi invece ha seguito l’evoluzione temporale dello scrittore, e attraverso le sue pubblicazioni, il segno indelebile lasciato negli anni. Io no, prima l’ultimo, L’UOMO SENZA SONNOe poi a ritroso questo grande romanzo in gara oggi, negli ALL STARS di sempre quando nel 2017 il Sunday Times lo ha definito uno dei migliori cinque thriller non inglesi di quell’anno.
Ecco la mia fortuna: la scoperta di Antonio Lanzetta nell’anno 2022 ad annodare nella stessa estate, fili intricati in una corda ruvida, tensione letteraria in un cappio che uccide, risolve, ogni dubbio o domanda su personaggi universali, la morte e la rinascita di un lettore che vive di nuovi desideri di conoscenza. L’intreccio armonioso e quell’ovvietà del bello a me ignota, di “scritture” salernitane immense ormai note e riconosciute nella letteratura moderna di questo complicato XXI secolo.
Il Cilento è salernitano, lo è in città, in provincia e nel mondo, puro, sporco, vergine, amato e desiderato, sfruttato e stuprato, regale, nobile e proletario, infettante ma anche curativo, medicina e veleno, come tutte le cose meravigliose, un desiderio continuo. Sì la terra, il cielo e il mare ma l’anima è l’umano che lo vive come un sogno e come un incubo, da quando Ulisse sentiva le sirene, da tanto prima e per tanto ancora finché saremo capaci di sopravvivere al male distruttivo di cui, come specie umana, siamo capaci. I conflitti come trionfo del bene sul male non sono un’opzione ma la necessità oltre il perdono, oltre la vendetta.
Nessun ostaggio credo possa mai raccontare pienamente il suo rapimento e così credo che ogni lettore può solo menzionare in parte le emozioni vissute nelle pagine di Antonio Lanzetta, ringraziandolo di poter raggiungere dall’interno, la quarta di copertina, e così la fine di un viaggio avvincente per tenerezza e tormento. La fine non si esaurisce con la conclusione della storia di cui si ha smania vivendola dentro i personaggi allo stesso tempo giovani e adulti. No, con la fine della storia inizia il desiderio della prossima, perché se il male nasce dal buio dentro, o il buio dentro ne è conseguenza, questo grande scrittore è la luce che lo rivela al mondo. Lo fanno anche altri grandi, ma come lui nessuno, almeno per me e solo chi lo ha letto mi può contestare, non altri.
In Cilento, Castellaccio, Agropoli, c’è Flavio, Claudia e lo Sciacallo quando era giovane, siamo tra oggi e l’estate del 1985…
Non la trama che puoi trovare ovunque in rete, né uno spot gratuito di riverenza, anche se di soggezione non me ne mancherà mai poca, ma questo è un commento, come gli altri, per una nuova pagina del diario di letture che cresce con i desideri di un lettore che non c’era, un fantasma, finché vive.
Caro diario, non avercela con me, il tempo scorre senza mai sputare per terra, bastardo. Ne mancano ancora alcuni (anche qualche femmina) ma quello che mi preoccupa è lo psichiatra De Rosa. Questi salernitani, anche maschi, hanno preso il sopravvento, prima i salernitani appunto, è una questione di sovranità. No scherzo, se anche si fermasse a sputare per terra, l’unico modo di salvare il tempo, sarebbe quello di dilatarlo all’infinito e non è nemmeno tanto difficile, basta mettersi in viaggio alla velocità della luce. Sì, perdonami questa è un’altra storia. Mica tanto, se ci pensi bene: mentre fantasticavo parole giuste, l’algoritmo del meta verso ha colpito, è stato un attimo, un post, un click, le 22 pagine di UN SILENZIO DI CENERE, e un commento, “Attenzione: crea dipendenza”. Nemmeno sapevo della maledizione del medico Pietro Barliario da Salerno. Altro che pandemia.
“La mamma gli aveva spiegato che Barliario era un alchimista, una specie di mago vissuto a Salerno più di mille anni prima del morbo.”
Ritardato non ritardatario, mi sono detto di me stesso, basta una scossa, alla velocità della luce appunto, per lasciarci la pelle, la reputazione, la credibilità, la serietà. Caro diario, non avercela con me, i salti temporali da una pagine all’altra, da una lettura all’altra, sono ormai fuori controllo mentre sento le risate di DFW che mi deride dal suo eterno paradiso: «Non ce la farai a leggermi tutto». Una sfida, ancora una sfida è il motore della macchina del tempo.
L’UOMO SENZA SONNO è sconvolgente, io a dormire dormo, ma il sangue tormentato del mondo esce dalle ferite vive del protagonista Bruno, mi mancano le parole, mi manca il respiro, affogato come mi sento da tanto dolore. E quello di donna Pia?
“Bruno chiuse gli occhi e aspettò che l’alba bagnasse di sangue il giorno”
La tensione, il ritmo, la scrittura sopraffina, elegante e poetica da sogno, sono costituenti , lo so e maledico la mia povertà di strumenti all’altezza di questo grande romanzo, per scolpirne un benché minimo commento degno. L’incontro, la scoperta, la conoscenza, di una scrittura così avvolgente e sospesa nella durezza dell’esistenza, mi ha lasciato senza fiato, l’ho già detto? Dovrò ripeterlo bene per pulire al meglio la ruggine che mi consuma i pensieri. Ho letto bellissime recensioni, eccone alcune, ma non hanno dentro il segno profondo che Bruno mi ha lasciato.
L’UOMO SENZA SONNO non è solo una storia thriller, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dei mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a bagnarsi è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.
Amaro. Hai presente quell’ottimo liquore a chiudere un pasto veramente gradito? Non uno di quelli striminziti anche se stellati, ma uno abbondante che ti sazia spirito e pancia? È esattamente il finale di questo romanzo, amaro ma melodico, a tratti poetico, e a tratti semplicemente realista delle nostre crude verità.
A firma di Andrea Tarabbia, nella quarta di copertina si legge: “Insomma: è una storia dove la perfezione non la si trova quasi mai. È per questo che La perfezione somiglia così tanto alle vite di tutti noi.”
Il filo (casuale?) tirato dall’immenso fuso della rete internet che mi ha portato ad ordinare il romanzo di Marco, si è trascinato con sé anche quello di Andrea, l’ultimo disponibile al momento dell’acquisto, “Madrigale senza suono” che sto iniziando adesso…
Quando uno scrittore ne tira un’altro, non è marketing è riproduzione del bello.
Un nodo misterioso li ha intrecciati e fatti arrivare a me, insieme in primavera, poi lo scorrere degli eventi li hanno fatti diventare cibo succulento sotto Natale, ma questa è un’altra storia.
Lo so, è scorretto, usare pezzi d’opera senza chiedere permessi e licenze, è deplorevole. Il mio fine, non disperdere il sacro tempo della lettura e magari interessare chi ancora non ne ha condiviso il piacere, mi giustifica oltremodo ad affollare di paginette l’immenso web. Replico frasi che mi hanno lasciato un segno mischiando i personaggi e i tempi, per pubblicare commenti di un lettore nuovo, aggiuntosi agli altri, e che nelle intenzioni ne vuole condividere il sapore con altri ancora.
”In quel locale orrendo servivano una schifosa birra chiara e si esibivano le peggiori cover band esistenti, eppure il subbuglio nei petti aveva inventato colori dove tutto era grigio.”
Napoli e Bologna sono le città di questa bella storia che riempie, capitolo dopo capitolo, uno spazio tanto familiare quanto avvincente: mi ha afferrato l’intimo più profondo. Quando si tratta di amore, da quello impetuoso della gioventù a quello tormentato della maturità, l’intimo di se stessi è come una pagina appallottolata che vuoi rimettere stesa sulla scrivania. Le pieghe e gli strappi non tornano stirati mai.
“Se avesse continuato a pensare, gli schemi imposti per saldare la vita perfetta, l’ambizione coniugale, sarebbero crollati malamente.”
Seguendo la tensione di questa storia, un intrigo abilmente intarsiato tra figure molto avvincenti oltre gli amori protagonisti, ci si imbatte in anime superiori, quelle di sempre, su tutte Lady Marian, un’altra adorabile figlia, come la Venere di De Silva. Insopportabili per un genitore ma essenzialmente la conferma del miracolo riproduttivo della bellezza. Oltre dicevo, ci si aspetta altro e invece la fine, una volta svelato l’intrigo antico come il mondo, è la perfezione amara della vita che riparte uguale a se stessa quando le priorità sono invertite dalla tempesta interiore che, incontrollabile, rompe ogni ovvia certezza del presente. E allora tutto deve cambiare, anche al proibito, messo a nudo, non si può resiste.
Qualche intellettuale tribale maschio direbbe: « è sempre colpa di quella zoccola di Eva» aggiungendo amaramente poi: «sì, però è quello stronzo di Adamo ad averla seguita…». Quale sarebbe stata l’alternativa? Il paradiso per sempre? Sai che noia!
“La ragazza era così appassionata e femmina e scaltra che si sarebbe presa quel che voleva.”
Cosa sono le fragilità umane e i sogni infranti? Il rimpianto non è sterile ma determina azione, cos’è se non perfezione riprendersi ciò che si è messo da parte, nel cassetto dimenticato?
“Si era perso troppo, aveva buttato via il sogno mentre lo stava realizzando, e si era rinchiuso in una relazione che sarebbe esplosa inevitabilmente prima o poi, perché nessuno può stare bene in eterno dentro un ruolo che non gli appartiene.”
«I vivi se ne fottono del fegato spappolato e continuano a divertirsi.»
Vittorio e Diego, amici da sempre, sanno l’uno dell’altro il necessario ma si nascondono l’essenziale con cui smetterebbero di essere amici, con l’uno e l’altro questo romanzo poggia la sua costruzione su pilastri difformi ma strutturalmente complementari per il loro spessore di protagonisti senza tempo nelle consuete tragedie esistenziali, dentro le solite e definite categorie di maschi alpha accerchiati, succhiati da comprimari ingordi del loro successo. Lo star system, che sia politico o musicale, nazionale o locale, si nutre di fascino, di occasioni, di quei desideri sciacalli, di quella perfezione abbagliante che attrae come l’occhio di un ciclone.
“Si era scordato moglie e figli, adesso se ne rendeva conto davvero, da un po’ li aveva mollati in una posizione sconsiderata lungo l’ordine delle priorità, e là stavano ancora.”
Ma a mio parere, però sono le donne a brillare, a dare luce definitiva su tutto il romanzo, fatto di storie ed emozioni che si intrecciano alla perfezione.
“E seppure davanti a ogni decisione presa si era sentita forte, adesso doveva ammettere che il passato non le si era assolutamente arrestato alle spalle, ma in un moto ondoso e rapido stava risalendo in riva.”
“Era diventata così perché lo aveva scelto, perché si era circondato di filtri che trattenevano l’imprevedibile. Eppure in un tempo lontano era stata un’istintiva, disposta a stravolgere le consuetudini più solide per soddisfare l’istinto, per andare incontro alle possibilità sconosciute.”
Le città sono uno sfondo, ma ben distinto e disegnato con i particolari necessari ad un rapido quanto immortale riconoscimento. Non è il racconto delle città né quello dei protagonisti, strumenti usati con sapienza certosina da Marco, è l’immersione in apnea dentro l’intimo, l’irruenza affannosa dei ricordi nella precarietà del presente a fare la differenza, a chiedere il rimescolamento repentino di quanto sembra perfetto, è la perfezione dell’essere imperfetti, come credo di aver scritto da qualche altra parte, ad avermi tramortito e saziato, fino al finale, amaro, ma di quello buono, di quello che completa la sazietà non un alcolico qualsiasi che aiuta a digerire. Arrivati alla fine, ciò che sembra scontato è l’onda lunga del desiderio che si è appagato, soddisfatto.
“E poi , nelle vene di ogni musicista, l’imprevedibile si fa plausibile scorrendo.”
La rete cattura, uccide e fa nascere, è pericolosa, vischiosa a strascico distrugge un fondale, ma online è talmente imprevedibile da portare a galla delizie, magari tanto deliziose quanto piccole e affascinanti. Così è stato l’incontro casuale con la gatta Matilde di Clarissa Catti: un caso fortunato, e come molte scoperte sanno essere, ho trovato un grande personaggio di un romanzo geniale. Come puoi raccontare la morte a un bambino? E come puoi farla immaginare ad un adulto?
«Matilde voglio vedere tanta arte, mi ci porti?»
Sarà che sto invecchiando male con terribili involuzioni puberali, sarà che la lettura invernale, durante una tormenta di vento e pioggia senza precedenti, è in modo struggente, un rifugio caldo e rassicurante, sarà quello che sarà, non posso non condividere il piacere sentito grazie a questa fiaba, tanto semplice quanto potente. Pensando agli occhioni di un bimbo che ascolta e ti guarda quando parla la gatta Matilde, l’idea che la Morte diventi un’amica che ti accompagna per boschi, città, teatri e ospedali, è una storia avvincente senza tempo oltre quello che può sembrare un momento fantastico della fantasia. Dare la morte , prendere la vita!
«Il dolore è quando senti dentro te qualcosa che fa male, ti pesa proprio addosso e non riesci a togliertelo. Basta il solo pensiero di una cosa che provoca dispiacere e senti questo macigno che non ti fa respirare, devi fare per forza lunghi sospiri per sentirti ancora vivo.»
Non di trama né di stile oso scrivere, ma di emozioni quelle sì, quando arrivano dirette e possenti, posso dire di respirarne a polmoni pieni.
«Sì, lo è, ma pochissimi sanno essere felici. Oggi andremo alla ricerca della felicità, ma prima devi prepararti perché dovrò farti vedere altre cose brutte.»
Non sarà un pensiero condiviso ma credo che questo racconto sia un tocco prezioso anche per un’anima adulta, forse, solo forse sottolineo, l’autrice ha sotto valutano i grandi e sopravvalutato i piccoli, ma sarà mai pronta l’umanità quando arriva a farle visita sorella morte?
«Tu non dormi, Morte?»
Chi si misura con la lettura e la scrittura ha scheletri danzati nell’armadio dei pensieri, tanto privi di carne quanto densi di follia, eppure l’eternità di parole come gelosia, invidia, odio, bellezza, cattiveria, ignoranza, intelligenza, rabbia, gioia, felicità e amore, è una dimensione sensibile all’umore del momento, ci calpesta, ci opprime, ci manda in estasi con la stessa facilità con cui l’oblio ci spegne la luce. Anche nel buio più profondo, demoni e angeli, urlano da pagine scritte a risvegliare il senso della vita, a commuovere un lettore mai sazio di ritrovarsi bimbo, indifeso e avido di belle storie da raccontare. E se una gatta fa le fusa, grazie a questo breve ma possente racconto di Clarissa Catti, da oggi saprò spiegarne l’incantesimo.
«Gli uomini inventano storie e scrivono con il loro dono frasi bellissime, piene di significato. Sempre di arte si tratta.»
“Cosa sappiamo sulla vita, sulla morte e sui dolci amici domestici che accompagnano i passaggi più importanti delle nostre vite? L’autrice ci prende per mano portandoci a scoprire un mondo diverso, o meglio, il nostro mondo, le nostre realtà, ma viste con occhi diversi e da prospettive inimmaginabili. Un viaggio introspettivo profondo, raccontato con la leggerezza di un linguaggio coinvolgente e fruibile a tutti, quasi fosse una fiaba. Età di lettura: da 6 anni.”
Perché Antonella Cilento è una maestra e questo suo NON LEGGERAI ne è una magistrale conferma, perché quel diavolo di scrittore è un suo allievo, ecco perché, per osmosi mi ha portato a questo romanzo; noi usiamo FB per socializzare, Antonella nel romanzo lo ha chiamato WT (tempo perso)… GENIALE!
Antonella è una maestra di scrittura, un’accademica delle emozioni raccontate, che partono dalle parole e arrivano direttamente all’anima del lettore. L’Istituto Onnicomprensivo Pino Daniele, le Scuole Riassunto, sono un futuro tanto possente da essere reale già oggi; quella scuola, le protagoniste Help Sommella e Farenàit Lopez, i Mondi Occidentali, la società futura raccontata da Antonella, è quanto di più visionario e “reale” si possa immaginare. Questo romanzo è un trip, un prodotto stupefacente che mi ha rapito prima e sconvolto durante e dopo… tanto che l’ho riletto più volte. Sembra assurdo ma è così, poco tempo per tutto, ma una dipendenza ti porta a ripetere i percorsi del piacere, è un desiderio, diventa una necessità. L’amore per i ragazzi, per la scuola, per la letteratura, per i libri che finiscono nascosti in una bara, per le passioni umane, per una speranza quotidiana che non è l’ultima a morire ma il cibo prelibato ad ogni colazione di ogni giorno… Roba forte, fortissima. I libri come e meglio della droga, vietati, banditi, distrutti, perseguiti, desiderati, un reato, una colpa.
NON LEGGERAI
NON VEDRAI I MORTI
NON AMERAI SENZA SCOPO
Ho molto timore nel riprodurre pezzi di pagine che vanno lette tutte insieme in un solo respiro. Ho paura di sciuparne la magia, l’incantesimo, rovinare questa grande lezione di vita, di preveggenza onirica, di antropologia essenziale che per me, mette al bando ogni futurismo della competizione e della velocità, che indica la strada del ritorno alla lentezza del gusto e accompagna alla profondità del pensiero, e così, svela la nostra natura veramente umana contro la bestialità dell’animale che abbiamo dentro. Un monito, un manifesto alla vita degna, ma allo stesso tempo un insegnamento. Un regalo vero!
«Come è stato possibile?»
«A volte basta concentrarsi solo su se stessi, credere di essere soli. Così soli che non c’è più bisogno di conoscersi, di conoscere gli altri, di mettersi alla prova, di dubitare. Una società che vive stando allo specchio muore.»
pagina 39 – NON LEGGERAI – Antonella Cilento – 2019 Giunti Editore
Per non morire di noia e tempo perso, leggi NON LEGGERAI di Antonella, e gli occhi ti si riapriranno sulla vita che ti aspetta a braccia aperte… Ingorda di te l’emozione di essere, ti rapirà…
un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri
Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perdita dell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.
La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.
“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.
E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”
Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autrice ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:
«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterredi Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucanodi Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.
Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.
Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.
La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.
Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:
”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.”
Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.
La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.
Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.
È una storia, una magia che non volevo finisse mai.
… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pure tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.
Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.
Da quando ho letto la Caduta di Camus, cerco avvocati penitenti ovunque. Un buon avvocato serve sempre, ti apre la mente e ti evita i guai, è una sorta di difesa cautelativa alla sfiga. Almeno tenerseli buoni è una grande idea, perchè se si incacchiano “Con la bocca allappata di bile e le mani che sudano” sono capaci di tutto. Con Vincenzo Malinconico di Diego si va da tutt’altra parte, con Oreste Ferrajoli di Pippo ci si scassa dalle risate per quello che fa ai suoi clienti con una gang di primo ordine. Leggere questo libro che ho trovato delizioso, è stato comunque non solo divertente, la scrittura è fluida, rilassante; leggere questa bella storia, per quanto anche tragica e nera, è stato molto istruttivo, si scoprono personaggi e una Napoli diversa, si riflette sull’arrivismo e sulle sfide della vita.
La passione per gli insetti che dialogano con il protagonista sono metafore dell’io interiore, ma come li racconta Pippo, appaiono necessari dentro una forma vitale fuori da noi, con tanto di zampette e ali colorate. Lo aiutano e lo divorano, lui sembra padrone assoluto ma l’epilogo in una pagina e otto righe messe all’inizio, sono un artificio di incipit napoletano che avvertono subito il lettore: in gioco la cifra è alta, non è una scommessa da niente. Infatti la storia ti prende e ti accompagna alla fine, desiderando quanto prima di scoprire il vero epilogo che aspetta all’ultima pagina.
Si leggono tante storie e storielle ma “La prostituta svuota la sua borsa di clinex sporchi sulla plastica nera che copre per metà quel che resta di…” un cadavere, in pieno giorno, in un mercato affollato, è una scena che nella tensione del racconto accende l’attenzione e ti fa andare avanti veloce con interesse perché in ogni pagina succede qualcosa di verosimilmente fuori dalla normalità, quella piatta e noiosa che ci tocca vivere giorno per giorno.
Ecco perchè è un romanzo delizioso, mi ha fatto evadere e convincere di essere più forte di ogni raggiro, capace di sviare ogni marachella truffaldina: a me è venuto in mente Pacco, doppio pacco e contropaccotto del grande regista Nanny Loy, correva l’anno 1993.
Ovviamente la Napoli di Pippo Zarrella è un’altra città, eppure l’avvocato Ferrajoli con la sua gang e la Napoli di Nanni sono un tutt’uno sospeso nel tempo, in uno spazio in cui anche le trasformazioni sociali rendono evidenti l’eternità dei vizi, delle arti, e dei mestieri che si fanno una pippa alla salute del progresso tecnologico, irridono, immortali, la tragedia anche comica dell’esistenza umana.
«Iamm’ bell’. Mettiamoci a lavoro, chiudo la discussione.
un commento alla nuova edizione 2021 di Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.
Non c’è niente da fare, ogni rilettura è preziosa perché l’evoluzione personale di ogni lettore è continua come il fluire dei giorni, indisciplinata, mutevole, sempre nuova. I classici sono un dovere talmente piacevole e maledetto da bestemmiare ogni spreco di tempo che ci resta, del giorno, della notte, della vita. Si rimanda ma quando poi ti rapisce, una storia come quella del vecchio e il mare, ti porta dentro la tempesta della lotta anche se tutt’intorno è immobile, l’uragano di empatia per la sofferenza dello sforzo sovrumano di vincere battaglie ormai perse, con l’enorme pesce più grande della barca, con gli squali affamati dalle stesse motivazioni dell’uomo, nel riposo che non arriva mai se non nella sconfitta finale che ti salva l’esistenza. È la gloria che si deve ai vecchi, ostinati, solitari, invincibili, desiderosi di compagnia, desiderosi di trasferire la sapienza, l’essenza dell’esperienza umana. La barca e la capanna, il mare e la terra ferma, la povertà, e la lotta come unica grandezza della forza di ogni uomo.
Questa ultima edizione è preziosa come prodotto editoriale perché contiene foto in bianco e nero molto speciali, e una raccolta di articoli sulla pesca che Hemingway scrisse tra il 1920 e il 1949, tra questi c’è Sull’acqua blu: una lettera dalla corrente del golfo del 1936: è una corrispondenza con cui accenna, ben sedici anni prima, alla storia da cui nascerà Il vecchio e il mare. Inoltre l’extra imperdibile è il racconto inedito La ricerca come felicità che da solo vale tutto il libro, dove Ernest racconta della sua passione per la pesca, per i suoi uomini d’equipaggio e di come tutti insieme, distribuivano il pescato, enormi e meravigliosi grandi pesci, a tutti coloro che ne avevano bisogno, ai morti di fame, poveri e manganellati, in quella Cuba che solo dal 26 luglio del 1953 al primo gennaio del 1959, vede realizzata la rivoluzione di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara, quando ormai Hemingway è già una stella planetaria.
Copertina Life di Hemingway
A rendere unica e imperdibile questa edizione è ovviamente la traduzione di Silvia Pareschi che nell’epilogo del libro, ci descrive l’iceberg che ha dovuto affrontare, i sette ottavi della montagna Hemingway che sono sott’acqua, cioè quel metodo dell’iceberg che è un caposaldo della scrittura di Hemingway come lui stesso enunciò per la prima volta in Morte nel pomeriggio:
“Se un prosatore sa bene di cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto.” (traduzione di Fernanda Pivano).
Già la traduzione! Solo come accenno alle differenze tra quella di Fernanda e quella di Silvia, riporto l’inizio dell’incipit nelle due differenti edizioni, sono le prime parole di Ernest che nella scansione in bianco a nero dell’originale regalano a questo libro un fascino veramente superlativo; l’ultima foto allegata poi mette insieme i grandi pesci da macellare e una normale famiglia di turisti americani.
Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. (Traduzione di Fernanda Pivano)
Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca nella corrente del Golfo e ormai da ottantaquattro giorni non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni con lui c’era stato un ragazzo. Ma dopo quaranta giorni senza neppure un pesce i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era ormai sicuramente e definitivamente salao, cioè uno sfortunato della peggior specie, e per loro ordine il ragazzo era andato su un’altra barca che aveva preso tre bei pesci nella prima settimana. Il ragazzo si rattristava nel vedere il vecchio rientrare ogni giorno con la barca vuota e andava sempre ad aiutarlo a trasportare le matasse di lenze o il raffio e l’arpione e la vela avvolta intorno all’albero. (Traduzione di Silvia Pareschi)
che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!
Questa volta prima di scrivere questo commento, ho letto diverse recensioni, ormai più di un anno è passato dall’uscita dell’ultima puntata delle avventure dell’avvocato Malinconico che finalmente vedremo in una fiction RAI in TV, era ora, aggiungo.
Scevra da recensioni e analisi, la lettura di questo libro è stata più interessante del solito e lo posso dire, ragionando con il senno di poi: a non sapere prima cosa c’è dentro rende ogni pagina più godibile e sorprendente a chi, come me, già conosceva l’avvocato – di gemito, più che di grido.
Allora, tornando a noi, e non tanto per dare un contributo minimamente originale (cioè quel pizzico di sale che serve a dare sapidità), ma per trasmettere la mia ennesima meraviglia trovata nella lettura di un bel libro, posso affermare di aver scoperto un personaggio eccezionale: la Venere di Diego è straordinaria, tanto che… no questo non lo posso scrivere, non è elegante! e su Venere, ci torno dopo.
Sebbene, intimamente, sia un semplice ma preziosissimo coglione a scatenare l’inferno e il paradiso delle emozioni, oltre I VALORI CHE CONTANO che danno complessità e immortalità alla narrativa di De Silva, la forza del protagonista Malinconico si amplifica sullo spessore dei personaggi che gli riempiono la vita. Tralasciando quelli delle puntate precedenti (lo so, anche questo non è elegante!) e prima di affronatre la visione della Venere di Diego, dico che Benny Lacalamita può essere un Peppino di Totò e forse anche di più. Non confondo gli attori con i personaggi, provo a riferirmi alla forza dei personaggi impressa da interpretazioni irripetibili.
Forse esagero, forse sono colpevolmente irriverente verso indiscutibili mostri sacri, forse no! la trasposizione o meglio la respirazione di quanto succede nella società italiana a me è arrivata diretta anche se Benny a tratti è più vicino ai personaggi interpretati dal grande Aldo Fabrizi insieme a Totò, non spalle ma giganti. Ecco perchè l’attesa della fiction di Malinconico è per me densa di aspettative. Le pagine, così come io le ho lette, richiedono personaggi veri prima che interpretazioni di personaggi immaginati. Vedremo!
Da qualche mese, ogni volta che da sud entro a Salerno anche la tangenziale mi ricorda Benny
– Cristo, Benny, qualche volta sforzati di non prendere tutto alla lettera. Le parole non sono istruzioni per l’uso, sono anche allusive, imprecise, improprie. Mi rendo conto che per te non è facile arrivarci, ma sono le parole improprie che cambiano la vita delle persone.
«I titoli di coda della vita in comune» è la frase di Malinconico che riempie la prima parte non solo come artificio letterario, come il ferro dentro i pilastri di una costruzione narrativa, è una frase dura e permeabile come il legno di una croce su cui vanno a morire tutte le storie, è il lievito che permette a De Silva di far crescere nel lettore la consapevolezza di quanto possenti possono essere le parole; usate come un’arma, impropria appunto, sono capaci di mettere fine e dare nuovo inizio ai capitoli della vita di un essere umano. Suo malgrado Malinconico è un vincente che bastona colleghi, giudici e clienti, ma di più se stesso e continuamente lo fa con ragionamenti veloci e potenti come fa una mazza di baseball prima di un fuori campo.
I capitoli come Eyes Wide Shut de noialtri e Sommarie informazioni, scorrono veloci e ci portano alla Venere di Diego che è il ’68 portato nel XXI secolo, la ribellione e la saggezza dei giovani che sbaragliano il vecchio e stantio status-quo: ecco perchè questo personaggio mi ha fatto impazzire. Citando alcune frasi provo a rendere omaggio al racconto, oggi, di un astro umano dirompente come Venere.
– C’è di male che non sono una bambina, nel caso non te ne fossi accorto. E se non arrivi a capire che prevaricando tua figlia in questo modo l’autorizzi a disprezzarti, vuol dire che hai il quoziente intellettivo di un cavallo a dondolo.
… poi …
La scusi, avvocato; anzi ci scusi. io e Venere siamo facili al battibecco, come può vedere, – interviene Dasporto in sua difesa; e lei lo guarda con un guizzo di riconoscenza che subito reprime. – È che vogliamo sempre l’ultima parola. Siamo molto simili, alla fine, – aggiunge.
– Questo è vero. Ci prostituiamo entrambi, – fa lei.
… poi …
– Ma tu vedi che figura di merda, – sbotta la figlia. – Sei davvero un cafone oltre che uno stronzo, papà. Può anche fare lo spiritoso, avvocato, – mi risponde il padre bypassando gli insulti filiali. – Ma il fatto che non sia laureato non vuol dire che sia ignorante in materia. Non foss’altro perché potrei essermi consultato con professionisti ben più quotati.
Mi alzo. – Benissmo. Allora porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali e non m’infastidisca oltre. La porta è lì.
– Io non vado da nessuna parte, – sancisce Venere. – Se ne va lui, piuttosto.
«Ben detto», penso. Ma ce n’è anche per me, subito dopo.
E anche tu Vincenzo, «Porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali»: ma mi hai preso per una minorenne telecomandata?
Ovviamente, solo leggendo tutte le pagine, dalla prima all’ultima, si può godere della grandezza di questo personaggio con cui nessun genitore avrebbe voglia di misurarsi, ma che invece ha dentro di se tutti gli aspetti più veri e nascosti di qualsisi adolescente. Il caso Venere è il cardine su cui gira tutto il romanzo, il personaggio rende tutto coinvolgente fino alla risoluzione, le sue relazioni con Malinconico ovviamente mettono a nudo e illuminano, se pure ce ne fosse stato bisogno, le relazioni e sentimenti più intimi del protagonista, ecco Venere non è una stella che cade o una cometa che passa, è la luce che ci aiuta a mettere a fuoco I VALORI CHE CONTANO.
Venere mi rivolge un sorriso sornione, poi solleva i pollici e li rivolta contro. – E la puttana sarei io, – dice.
Così la misura con se stessi, attivata con la vita fuori degli altri, diventa invito generale a tutti i lettori di approfondire e toccare con mano le proprie relazioni, quelle con i propri figli per arrivare a nuove conquiste non scontate:
Più in generale, credo che la pratica di parlare di qualsiasi cosa con i figli sia un modo di portarli in detrazione, di scaricare (su di loro) le spese dei problemi che padri e madri non sanno risolvere da sé. Se vogliamo dei figli liberi, penso, dobbiamo liberali da noi.
L’ordine delle priorità cambia con l’ingresso di avvenimenti non previsti eppure sono vissuti dal protagonista all’interno di uno spazio sconosciuto con naturale approssimazione in un percorso che ogni lettore conosce per esperienze dirette:
Perchè per vivere di più bisogna fare soste brevi, e ripartire subito.
L’empatia con il protagonista, per quanto a tratti anche antipatico e presuntuoso, raggiunge vette di ordinaria umanità nelle relazioni non programmate ma non per questo meno struggenti:
Succede, quando ci si conosce così. La commozione di un compagno di stanza che ti saluta quando lasci l’ospedale ha dentro lo sforzo di dirti, senza usare le parole, che non devi sentirti in colpa se tu vai e lui resta.
Tutte le recensioni che ho letto sono concordi, questa è l’opera della maturità del personaggio e del suo autore, gli effetti spettacolari sono un contorno, ne aumentano il valore finale per la capacità globale di rendere dolcissima e unica, anche l’eterna sfida di leggere dell’amore:
Mi guarda. È così triste. Così indifesa. Sarò patetico, ma mi sento felice, in questo momento. Quando l’amore si semplifica, quando diventa debolezza e timore, di più: paura di non rivedersi, smarrimento, raggiunge quello stato di purezza in cui non c’è più nulla che lo nutre. Non il sesso, non il bisogno (comunque lo s’intenda), non l’abitudine (che pure conta, altro che chiacchiere), non il tempo passato insieme e nemmeno i figli, se ce ne sono: no, l’amore in quei momenti è il bene dell’altro che vuoi e senti in pericolo. Quello, e quello solo.
«Che cos’è la luna?», mi chiede Alagia una mattina che l’accompagno all’asilo. Passa qualche lungo secondo, prima che le risponda. «Una lampada che la notte si accende senza schiacciare l’interruttore», dico. E lei, chissà perché, mi stringe forte la mano. Dovessi indicare il momento in cui mi sono sentito suo padre per la prima volta, direi quello.
“Una persona che legge è più difficile da fregare”. Intervista a Diego De Silva
un commento al romanzo breve L’invito, edizioni e-stories 2020, finalista al Premio Garfagnana in giallo sezione ebook 2016
“A volte per ritrovare se stessi è necessario perdersi, ma quanto può essere pericoloso?“ – sulla quarta di copertina la scrittrice Piera Carlomagno, porge il suo invito alla lettura con estrema chiarezza, bianco su fucsia patinato, accenna “di come un accecante, seducente miraggio possa condurre nel baratro più profondo.”
Il titolo dato a questo romanzo, è tutta altra cosa, è un piano diabolico, è la vendetta necessaria di un’anima diventata nera per amore, accecata da gelosia primordiale.
Ciò che più mi ha coinvolto è il racconto in prima persona della protagonista Mirella che diventa Greta e poi rinasce in una nuova Mirella, è la formazione dell’insoddisfazione umana prima che femmina, che vive in ben tre personalità, le pulsioni fatte carne e desiderio che rendono il racconto non solo intrigante ed avvincente, ma anche capace di scavare nelle profondità dei meccanismi mentali sottesi alla scelta delle maschere, delle bugie, degli inganni, delle menzogne, della passione nel vivere nascondendosi a se stessi.
“Per poche, ora lo so, pochissime persone, succede a volte che il non vissuto esca fuori dal cono d’ombra dell’immaginazione e metta le mani intorno al collo della verità”
La trama sembra semplice e scorrevole ma si afferra con soddisfazione solo alla fine, come deve essere è vero, ma senza essere scontata: è padronanza di stile.
“Non si accorse che a un certo punto ero morta. Morta di piacere e di desiderio, che mi aveva stretta, poi sciolta, poi rubata e aveva fermato il sangue nelle vene, che mi aveva avvolto i pensieri in un morso di felicità tanto improvvisa quanto assassina.”
Il bene e il male si aggrovigliano tanto che ogni piccolo capitolo è premessa per una attesa insopportabile, un risvolto che ogni lettore deve scoprire.
“L’amore quella notte fu incredibile. Felino e devastante. Spazzò via quello che c’era rimasto di me. Lasciò in piedi un simulacro di donna, una identità a cui erano state dilaniate le carni, ma soprattutto un corpo a cui era stata strappata l’anima.”
Dipendevo da lei, come prima ero stata schiava di lui.
L’intreccio dei sessi, il nemico che diventa alleato e l’odio che sale prendendo il controllo della mente, sono più che suspence o artificio letterario: è fame di antropologia criminale.
“… mi sento come il sole che tramonta nel mare e la mia angoscia si spande in tutto il corpo e nei pensieri.”
Se state pensando che può essere una lettura da fare sotto l’ombrellone, sappiate che va bene per una mattinata o un pomeriggio, si divora in poche ore, poi ogni uomo guarderà negli occhi la propria donna con paure tutte nuove, una donna così non mangia l’anima, divora tutta l’esistenza lasciando niente, anche ai figli.
“Però la tregua era terminata. Il cervello aveva cominciato a lavorare. C’è una reazione, c’è un fondo del dolore, c’è il momento in cui le mani prendono qualcosa che fa resistenza e tirano fino a strappare, accada quel che accada.”
Le stelle non si incontrano si consumano. Questo è quello che vuole Erri, ho pensato sull’ultima frase letta a pagina 123.
“Nessuno lo ha chiamato papà. Agì da padre anche se non lo era. Negli abissi del disumano, il semplice umano abbaglia la raffica di un lampo.”
Una volta ancora, ho ringraziato lo Stato di aver letto e discusso “Se questo è un uomo” di Primo Levi a dodici anni nella mia scuola media di allora. Oggi non è più così? è molto peggio, lo scrive Erri nella sua premessa: “Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme”, senza più sapienza.
Ecco, non è affato elegante cominciare dalla fine, devo iniziare dalla Premessa che Feltrinelli ha fatto iniziare a pagina 11. Come se uno scrittore come Erri dovesse premettere qualcosa? Ebbene sì, la premessa di Erri è l’opera, è la sua vita, il suo respiro profondo di esistenza, di ragione e sentimento. È un testamento. È nato nel 1950, poteva anzi è mio padre.
Un compagno come Erri non si discute eppure io oso farlo, devo farlo, devo consumare la sua stella inghiottendone luce e calore, oltre al vino, libro da libro e montagne che non conosco.
Una deliziosa intervista di Abel Wakaam mi ha spinto a prendere in libreria una copia di questo libro nuovo; dopo tanti, troppi anni, ho letto pagine errideluchiane, saranno i nuovi occhiali, saranno le sincronizzazioni celesti, ma oggi posso dire che il vero delitto lo commette il lettore che fa passare il tempo senza leggere le opere di Erri, eppure lui scrive:
“Uno scrittore sta anche da imputato di fronte al lettore. Fattispecie del reato è lospreco del suo tempo. Da qui la domanda indiscreta sul perché di un libro. Abbozzo una spiegazione relativa a questo.”
“Non sono padre. Il mio seme s’inaridisce con me, non ha trovato una via per diventare.”
Possibile? Chiarisce prima, nelle righe precedenti, sente il bisogno di giustificarsi per rispondere:
“Capita di ricevere l’insolubile domanda sul perché si scrive un libro.”
La tua opera? è un malinteso compenso? Ma che dici Erri? Chi sono quelli che malintendono pensando ai compensi? I compagni? quelli che si definiscono veri compagni con il sangue più rosso degli altri animali, nemmeno, forse solo umani?
Ho immaginato Erri De Luca come il contadino appeso alla speranza di un tempo clemente per un buon raccolto a fine stagione, anno per anno da stagione in stagione:
“Per un malinteso compenso, ho piantato molti semi in terra, minuscoli granelli sprofondati sotto una compatta massa. Come hanno saputo da che parte dirigere il germoglio? Sepolto come sotto una valanga, il seme sa la più diretta linea di salita per affiorare all’aria. Ha iscritta in sé la notizia della legge di gravità e per contrasto cresce in direzione opposta. C’è in noi la sua sapienza? Se esiste non la riconosco. Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme.”
Erri non usa parole a vanvera, la valanga usata a pagina 11 è la valanga di pagina 88, o almeno io credo, voglio credere, ho bisogno di credere, bramo e desidero che sia così.
“Ci s’innamora anche così, sùbito, e pure a dire sùbito si perde la velocità di quell’istante. Si era caricato molto prima, accumulato come una valanga su un pendio. Uno sguardo scambiato la distacca, la fa precipitare. Ci s’innamora in discesa, a capofitto.”
La gravità, come legge e come misura, la direzione opposta come sentimento e come ragione, la valanga come forza genitrice e come forza distruttrice, come montagna da scalare per arrivare all’aria, il senso della vita, in superfice “dove la penitenza più profonda è averne solo un’ora, basta da sola a dire che le altre ventrité sono asfissia.“
Siamo solo a pagina 14, ancora nella premessa, e ho saltato la giustifica madre, il movente padre, le “storie estreme di genitori e figli.”
“Il vocabolario è la mia macchina per attraversare il tempo.”
Imputato dal lettore, imputato dai tribunali, imputato dalla generazione che ha accompagnato e trascinato, imputato dalle generazioni che hanno e continuano a lucrare sulle generazioni in lotta permanente, oltre gli anni formidabili che io posso solo vivere nei racconti, anni belli e funesti che non ho vissuto per limiti d’età, ma anche il lucro è questione di nasi capaci di scansarne il sudicio.
“Oggi si dice di vecchie lire, ma allora erano govani. Il denaro non si distingue in base alla sua età, ma tra pulito e sporco. Si vuole invece che non abbia odore, “pecunia non olet”, il denaro non puzza, dicevano i Romani. È questione di nasi. Esistono persone con fiuto sviluppato che permette loro di annusarne l’origine e scansarlo.”
La premessa termina a pagina 16 con tutto l’orgoglio e il rispetto che si deve ad un padre nel ricordarne l’esempio, la costruzione delle fondamenta che danno stabilità e forza alla nostra esistenza di figli: la decenza dell’onesta!
Se mi permette, dottor De Luca, qui state peccando di superbia.
Se mi permette, io la chiamo decenza.
Dopo l’orgoglio, il vuoto, l’ignoranza che da il senso profondo all’opera, la grandezza naturale come misura fisica del nodo che tiene insieme cime destinate a separarsi, ma il nodo dell’esistenza, dei salti di generazione è la metafora che non scioglie dubbi ma ci lega per sempre all’eternità, oltre questa vita, oltre questa morte sempre pronta a rapirci la coscienza del presente.
… e ora tenetevi forte, cari naviganti, ecco una valanga gentile:
“uno spreco di fiato gli anni che ho passato in paragone questa vita a questa morte”
sono le ultime parole cantate da Angelo Branduardi… è la fine, ma dovete arrivarci alla fine di questo libro mirabile; l’ultima citazione di Erri De Luca è in inglese, non altra lingua, è moderna non antica, la lingua imperiale del mondo moderno, l’ultima citazione a pagina 123 è di William Butler Yeats: “In balance with this life, this death.” … una lirica del poeta irlandese (1865-1939) tradotta in italiano e suonata e cantata da Angelo, eccola: un volo sospeso nell’eternità di ognuno di noi.
Un compagno si discute sempre, a maggior ragione quando i suoi germogli rendono fioriti prati immensi, e fattene una ragione carissimo Erri, come i marinai consumano tutti i porti del mondo, tu hai infiniti figli dispersi per città, foreste, campagne e montagne, magari illegittimi, irresponsabili, predicatori e praticatori di direzioni opposte, inconcludenti, deboli, fragili, magari solo lettori e spettatori, o magari mai nati, legati, immobili, teneramente sempre bambini, ma tutti ribelli e sognatori che si sentiranno sempre figli tuoi, e io, solo uno di loro. Grazie di delinquere ancora, i tuoi scritti sono seme divino e fonte umana in terra. Gli atti processuali sfameranno gli storici di domani, i malintesi compensi sfioriranno per concimare nuova terra da seminare.
All’inizio di questo mio personale cammino di formazione alla lettura, non potevo immaginare che un giorno avrei potuto associare un romanzo alle montagne russe, si, proprio quelle, le terribili e strabilianti giostre che salgono e scendono a mille all’ora, quelle che ti travolgono con un pugno nello stomaco quando precipiti giù, quelle che ti fanno respirare nella scalata lenta verso la cima, quelle giostre vorticose che in pochi secondi rendono l’adrenalina regina in un corpo legato, costretto a seguire una macchina pensata per il divertimento, quelle giostre che a testa in giù ti fanno pensare che tutto il mondo è rovesciato quando stai con i piedi a terra. Questo romanzo si legge in poche ore o meglio, ti travolge con un flusso veloce di storie che intrecciano l’esistenza nei suoi aspetti più densi e profondi. Quando sono arrivato all’ultimo giorno di lavoro di un vigile del fuoco, l’eroe per antonomasia della società civile, mentre i sui colleghi lo vogliono festeggiare, ho toccato, con il suo racconto segreto, il tormento estremo di una società che corre a vuoto, marcia sul posto, nel suo ombellico viscerale che non è il centro ma un vortice di anime solitarie, non è il centro ma un insieme convergente senza dimensioni:
“È il nuovo giorno che sostituisce il vecchio: il ritmo incessante della vita che si ripete ottuso.” – questa frase di qualche pagina prima, esplode tutto il suo significato nella confessione del pompiere, da quel giorno in pensione, i colleghi gli chiedono il giorno più bello, lui racconta: “Non ho mai più provato quella sensazione allo stomaco. Mai.” e di cose brutte, un vigile del fuoco ne vive anche troppe.
In questo meraviglioso romanzo ho trovato una sola parola difficile per me, una parola che però spiega il fascino intenso dell’intero romanzo: aoristo.
sostantivo maschile – Categoria del verbo, particolarmente vitale in greco, che indica l’azione pura e semplice, prescindendo dalle categorie del tempo e della durata: gnôthi seautón (‘conosci te stesso’) è in greco, diversamente dall’italiano, un aoristo, perché valido nel presente, nel passato, nel futuro.
Storie ordinarie, storie comuni, storie che ogni lettore vive e rivive nelle esperienze quotidiane, del passato, del presente, nei desideri del futuro, anche se non si è stati al liceo, anche se hanno abolito il latino nella scuola media, anche se la strada e il sogno di diventare campioni si è infranto nell’utopia della gioventù, la prigione di una sedia a rotelle, la prigione di un corpo inerte che non può decidere se vivere o morire… il rumore dei pensieri, leggendo Acari si fa assordante, l’ho sentito forte:
“Barbara me l’ha detto una volta, mentre la guardavo in silenzio:«Mario! Si sente il rumore del tuo cervello che sta sempre a pensare».”
Le cime e le valli, mai una distesa pianeggiante, mai la pace se non alla fine con il racconto dell’amore di Mario, alla fine, ma bisogna arrivarci all’uscita dalla giostra dei racconti di Rugo, racconti che la quarta di copertina riassume come una “sinfonia polifonica orchestrata magistralmente“, giusto ma non c’è solo una musica fatta bene, c’è la vita vera, con le sue vertigini, i suoi conati di vomito e la sua verità più lucida:
“Un milione e mezzo di turisti invadono ogni estate la riviera romagnola. Un milone e mezzo di culi producono milioni di chili di merda che si riversano nel mare in cui la mattina dopo lo stesso milione e mezzo si farà il bagno. Mi trovo a cesenatico a lavorare come assitente socio sanitario, anche il mio culo quest’anno sta dando il suo piccolo contributo.”
Le emozioni non si possono contenere, nemmeno un libro penso possa farlo, anzi un libro bello come questo, le amplificano e le rendono meravigliose come un giro su una montagna russa che ancora non si conosce.
“Dal bidone dell’immondizia arriva un odore nauseabondo di pannoloni sporchi. Non che me ne vengano in mente di buoni, ma questo è davvero un posto di merda per morire.“
La morte e la vita ci sfiorano, ci accarezzano, ci sfuggono, come la notizia per me tristissima della scomparsa, proprio in queste ore di un mio vecchio compagno di scuola: carissimo Pasquale, che la terra ti sia lieve.
“Quando per mestiere o per vocazione si è molto riflettuto sull’uomo, accade che si provi nostalgia per i primati. Loro se non altro, non hanno pensieri reconditi.”
Camus scrive questa frase nel suo, breve ma vasto e feroce romanzo La caduta, l’anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, nel 1956, quando la rivoluzione ungherese è soffocata dai carri armati russi, quando scrittori come Italo Calvino e Elio Vittorini seguendo Ignazio Silone, abbandonano il più grande partito comunista dell’Europa occidentale: il PCI di Togliatti, colui che costringe Giuseppe Di Vittorio, sindacalista contadino, non operaio, ad abiurare le posizioni di pubblica condanna dell’invasione sovietica, riportando la CGIL alla linea del partito, spegnendo così la minoranza socialista interna; la maggioranza socialista è già uscita fondando la UIL nel 1950: le cinghie di trasmissione sono ben consolidate, i cattolici della CILS ovviamente tirano la DC… sono passati 70 anni ma un buon avvocato serve sempre!
Che cosa ci azzecca con La caduta di Camus? Una mazza! ovvio! o forse no?
Quattro anni dopo Albert Camus muore a soli 47 anni, il 4 gennaio 1960, in un misterioso incidente d’auto insieme al suo editore, ma queste sono altre storie, fatto sta che Albert non è simpatico nè agli americani perchè comunista, nè ai russi perchè anti comunista, e per la verità anche a casa sua viene trattato una schifezza: dalla pubblicazione de L’uomo in rivolta nel 1951, la sinistra intellettuale francese, capitanata da Jean-Paul Sartre lo emargina, definendo il suo approccio borghese e passivo. Già molti anni prima è bollato come troskista ed espulso dal partito comunista, per riassumere sarà per sempre un anarchico viscerale, del pensiero, delle genti, dell’assurdo.
Perché uso la parola feroce? Ovvio! la grandiosità, l’immortalità e la devastante forza di questo libro sono dovute alla ferocia del monologo del protagonista, ferocia sadica e cinica, scatenata con chirugica fermezza contro chi sta distruggendo il suo sole dell’avvenire. Non contro l’umanità ma contro chi l’avrebbe potuta dominare e sottomettere; in quel tempo si era in piena guerra fredda e il comunismo poteva ancora essere vincente, come invece non sarà che evidente solo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e come forse lo potrà ancora essere oggi nel nostro XXI secolo, sebbene cinese, sicuramente già economico… ma anche queste sono altre storie.
Non conoscevo Camus, ma dopo aver letto e riletto La caduta non ho resistito, non è sempre così, anzi l’ignoranza è una bestia incatenata che riposa in pace fino a quando, sveglia e affamata non rompe l’argine dell’indifferenza, non ho resistito a conoscere l’uomo che ha descritto con chiarezza allucinante non una caduta ma la potenza dell’uomo di cancellare l’umanità di una intera società di esseri pensanti. Per me il protagonista è lui, la risata che lo perseguita è quella della sua coscienza rimasta insieme agli ex compagni che lo deridono mentre, la donna che si suicida sul ponte gettandosi nella Senna di Parigi è l’idea ideale di una società che non ha salvato e che solo alla fine, scopriremo, non potrà mai più salvare perché ha scelto un’altra strada, un altro modello di determinazione politica delle masse.
Sono categorico e definitivo, al momento, non essere minimamente influencer è una grande fortuna, e lo devo all’ignoranza, all’ingordigia di sapere e comprendere la profondità di chi ha combattuto il nazismo riproverando poi negli anni ai suoi compagni, ai suoi governi, le stesse crudeltà che credeva ormai cancellate da ogni prospettiva futura, invece non gli resta che la fuga e diventare lui il dominatore dell’umanità affinché questa possa specchiarsi con la testa decapitata del suo dominatore. Ci mette tutti al muro ma ci salva con una visione materialista della confessione, non per essere perdonati ma per sopravvivere a se stessi.
Prima però costruisce l’arma che spoglia l’ipocrisia, che riga le certezze, ferisce le ovvietà, scortica le convinzioni più salde, uccide le credenze laiche e religiose. La costruzione letteraria del monologo trascende ogni ricostruzione storica o attesa pedante, è l’avvocato delle cause perse perché con queste sviscera le budella di ogni lettore, mai il peccato e i peccatori, ma il giudizio è la morte vera e allora il giudice penitente diventa il predicatore del suo tempo. Rileggiamo insieme alcuni estratti.
Infine la diverto, il che non per vantarmi ma indica che è dotato di una certa apertura mentale. Sicchè, lei è più o meno… Ma che importanza ha? Le professioni mi interessano meno delle sette. Mi permetta di farle due domande e risponda soltanto se non le reputa indiscrete. Possiede delle ricchezze? Qualcuna? Bene. Le ha divise con i poveri? No. Lei è dunque quello che io chiamo un suddaceo. Se non ha frequentato le Scritture, riconosco che questo non le dirà molto. Le dice qualcosa? Sicchè conosce le Scritture? Decisamente, lei mi interessa.
Ecco da dove si parte, dai suddacei: una minoranza, una élite di intellettuali del primo secolo (oggi ne viviamo il ventunesimo) spazzata via per aver collaborato con i romani, invasori e dominatori di quel mondo antico, una fazione collaborazionista di ebrei cancellata da ebrei. La domanda non è retorica: iniziamo a contare i suddacei?
Ma, per tornare a noi, stavo dalla parte giusta e questo bastava a farmi sentire la coscienza a posto. La consapevolezza del diritto, la soddisfazione di avere ragione, la gioia di provare stima per se stessi, caro signore, sono motori potenti per tenerci in piedi o per farci andare avanti. Se invece queste cose agli uomini le togli, li trasformi in cani rabbiosi.
avvocato dalla parte giusta…
Infine non mi sono mai fatto pagare dai poveri e non l’ho mai gridato ai quattro venti. Non creda, caro signore, che di tutto ciò voglia vantarmi. Non avevo alcun merito: l’avidità, che nella società odierna tiene luogo dell’ambizione, a me ha sempre fatto ridere. Io miravo più in alto; vedrà che per quel che mi riguarda non c’è espressione più appropriata.
l’onestà e la dignità di andare più in alto
Provavo, anzi, un tale piacere nel dare che detestavo esservi costretto. La precisione nelle questioni di denaro mi annoiavo a morte e vi acconsentivo solo di malavoglia. Dovevo essere padrone delle mie liberalità.
... mi creda caro signore, tutto ciò significa ergersi più in alto del volgare arrivista e giungere a quel culmine in cui la virtù si nutre ormai solo di se stessa.
Ad ogni ora del giorno, in me stesso e fra gli altri, mi ergevo in alto, accendevo fuochi ben visibili, e un gioioso saluto si levava verso di me. Così, quando meno, mi godevo la vita e la mia superiorità.
I giudici punivano, gli accusati espiavano e io, libero da qualunque obbligo, sottratto al giudizio come alla sanzione, regnavo, liberamente, in una luce edenica.
… un lavoro paradisiaco, la beatitudine in terra di servire il popolo
Ero di origini oscure (mio padre era ufficiale), ancorché oneste, e tuttavia certe mattine, lo confesso umilmente, mi sentivo figlio di re, o roveto ardente. Si trattava, badi bene, di qualcosa di diverso dalla certezza che avevo di essere il più intelligente di tutti. Questa certezza è peraltro di poco conto, essendo condivisa da tanti imbecilli.
… essere dio
Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi fino al giorno, o meglio fino alla sera in cui la musica si è fermata, in cui le luci si sono spente. la festa in cui ero stato felice…
il primo presagio della svolta, della morte…
Photo by Renato Danyi
Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e più generosi con i morti? Il motivo è semplice! Con loro non ci sono obblighi. Ci lasciano liberi, possiamo prendercela comoda, tovare un posticino per l’omaggio fra il cocktail e una deliziosa amante, e a tempo perso, insomma. Se a qualcosa ci obbligassero, sarebbe alla memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, negli amici vogliamo bene al morto recente, al morto doloroso, alla nostra emozione, a noi stessi per dirla tutta!
la sufficenza per i morti di prima cui non abbiamo rispetto né memoria
Così è l’uomo, duplice: non può amare senza amarsi.
la certezza dell’amore a cominciare da se stessi
In quel periodo ebbi anche qualche piccola magagna di salute. Niente di preciso, diciamo un po’ di esaurimento, come una difficoltà a ritrovare il mio buonumore. Andai da alcuni medici che mi diedero qualcosa per tirarmi su. Tornavo su, e poi ripiombavo giù. La vita mi risultava meno facile: quando il corpo è triste, il cuore langue. Mi sembrava di cominciare a disimparare quello che non avevo mai imparato e che pure sapevo così bene, cioè vivere. Sì, credo proprio che fu allora che tutto cominciò.
la creazione dell’attesa, il continuo annuncio di una svolta
Andavo avanti così, alla superficie della vita, nelle parole in un certo senso, mai nella realtà. Tutti quei libri a malapena letti, quegli amici a malapena amati, quelle città a malapena visitate, quelle donne a malapena possedute! Compivo gesti per noia, o per distrazione. Le persone venivano dietro, volevano agrapparsi, ma non c’era dove farlo, ed era una iattura. Per loro. Quando a me, dimenticavo. Mi sono sempre ricordato solo di me stesso.
nel periodo migliore comunque vive una condizione di precarietà emozionale, ininfluente, dimenticata, senza consapevolezza se non nella condanna di una superficialità cruenta elargita agli intellettuali: “tutti quei libri a malapena letti”
La verità è che qualunque uomo intelligente, lei lo sa meglio di me, sogna di essere un gangster e di dominare la società solo con la violenza.
la verità dell’indole criminale che regna nell’uomo
Scoprivo, quanto meno, che stavo dalla parte dei colpevoli, degli accusati, solo nella misura in cui il loro reato non mi procurava alcun danno. La loro colpevolezza mi rendeva eloquente poichè non ne ero vittima.
la differenza con chi subisce danni, ma lui no, non è mai una vittima
Avevo dei principi, certo, e per esempio che la moglie degli amici era sacra. Semplicemente, qualche giorno prima cessavo, in tutta sincerità, di essere amico dei mariti.
pure stronzo, ovviamente!
Solo con la morte gli uomini si convincono delle tue ragioni, della tua sincerità, e della gravità delle tue pene. Finché sei vivo il tuo caso è dubbio, ti meriti solo il loro scetticismo … Per non essere più un caso dubbio, devi semplicemente cessare di essere.
spiegare una possibile vittoria finale ma solo nella scomparsa materiale dell’essere umano
I martiri, caro amico, devono scegliere se essere dimenticati, scherniti o usati. Capìti mai.
quindi la scelta?
E poi, senza girarci tanto intorno, io amo la vita, è questa la mia vera debolezza. La amo al punto da non riuscire a immaginare altro. Una simile avidità ha qualcosa di plebeo, non trova? La nobiltà è impensabile senza un po’ di distacco rispetto a se stessi e alla propria vita. Uno muore, all’occorrenza, si spezza piuttosto che piegarsi. Io invece mi piego, perché continuo ad amarmi. Dopo tutto quello che le ho raccontato, infatti, cosa crede che abbia provato? Disgusto per me stesso? Ma no, erano soprattutto gli altri a disgustarmi.
Il giorno in cui me ne resi conto, scoprii la lucidità. Ricevetti tutte le ferite in una volta sola e persi di colpo le forze. L’universo intero prese allora a ridere intorno a me.
ma no nessuna scelta, nessun atto di coraggio, disprezzo per gli altri e amore per se stesso e la scoperta della derisione che cresce con la lucidità di divieto alla sincerità
Come potrebbe mai la sincerità essere una condizione dell’amicizia? Il gusto della verità a tutti i costi è una passione che non risparmia niente e a cui nulla resite. È un vizio, a volte una soluzione di comodo, o una forma di egoismo.
Ogni tanto, certo , provavo a prendere la vita sul serio. Ma coglievo ben presto tutta la frivolezza della serietà, e continuavo solo a recitare la mia parte, meglio che potevo. Recitavo la parte dell’uomo attivo, intelligente, virtuoso, civico, indignato, indulgente, solidale, retto… ero assente proprio nel momento in cui occupavo più spazio.
avanti e indietro il racconto è una continua attesa che incolla alle pagine, più la sua fama cresce, più l’intellettuale occupa spazio e più si sente assente
Finché un giorno esplosi. La mia prima reazione fu scomposta. Ero un bugiardo, va bene, e allora l’avrei rivelato gettando in faccia a tutti quegli imbecilli la mia doppiezza prima ancora che la scoprissero. Incalzato alla verità, avrei raccolto la sfida. Per prevenire il riso, immaginai quindi di darmi in pasto alla derisione generale. Si trattava ancora, insomma, di evitare il giudizio.
finalmente ci siamo ecco la verità
Ma la verità, amico caro, è una barba unica.
niente, ancora un rinvio, la cancellazione di un appuntamento per ritornare al punto di partenza, nascondersi nella perdizione
Persa ogni speranza nell’amore e nella castità, alla fine mi resi conto che per rimpiazzare l’amore c’era ancora la vita dissoluta, che mette a tacere le risate, riporta il silenzio e, soprattutto, regala l’immortalità.
Sì, morivo dalla voglia di essere immortale. Mi amavo troppo per non desiderare che il prezioso oggetto del mio amore non scomparisse mai. Visto che da svegli, per poco che ci conosciamo, non scorgiamo motivi validi per cui una scimmia lubrica sia concessa l’immortalità, occorre che qualche succedaneo di questa immortalità ce lo procuriamo noi. Siccome desideravo la vita eterna, andavo a letto con delle puttane e bevevo per notti intere.
L’alcol e le donne, devo ammetterlo, mi hanno fornito l’unico conforto di cui fossi degno. È un segreto che rivelo a lei, caro amico, e ne faccia pure uso. Si accorgerà allora che la vera dissolutezza è liberatoria poichè non crea alcun obbligo. Possiedi solo te stesso, motivo per cui è l’occupazione preferita di coloro che sono innamorati della propria persona.
A volte si vede più chiaro in colui che mente che non in colui che dice il vero. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette ogni oggetto in risalto.
Così. Secco. In filosofia come in politica, sono quindi favorevole ad ogni teoria che neghi all’uomo l’innocenza e a ogni pratica che lo tratti da colpevole. Lei ha di fronte, mio caro, un sostenitore illuminato della servitù.
Photo by Felix Mittermeier
eccolo il fuoco di difesa e dell’attacco, il vero peccato è la condanna, da condannare è solo la libertà dell’individuo che non può essere un diritto né una conquista, l’essere sociale và comandato
L’essenziale è che tutto diventi semplice, come per il bambino, che ogni gesto sia comandato, che il bene e il male siano designati in maniera arbitraria, cioè inequivocabile.
Ma sui ponti di Parigi ho scoperto di avere anch’io paura della libertà. Quindi viva il padrone, chiunque lui sia, per rimpiazzare la legge del cielo.
Vede, l’essenziale, insomma, è non essere più liberi e obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di te. Quando saremo tutti colpevoli, allora ci sarà la democrazia. Senza contare, amico mio, che dobbiamo vendicarci di morire soli.
La morte è solitaria, mentre la servitù è collettiva. Anche gli altri hanno la loro parte, insieme con noi, questa la cosa importante. Tutti riuniti, finalmente, ma in ginocchio, e con la testa china.
sul ponte di Parigi la nobile idea l’hanno suicidata, la scelta è la democrazia non la dittatura del proletariato
Disprezzato, perseguitato, costretto, posso dare il meglio di me, godere di ciò che sono, essere filamente me stesso. Ecco perché, carissimo, dopo aver solennemente accolto la libertà, decisi fra me che bisognava restituirla seduta stante a tutti.
... così diventa predicatore dentro la sua chiesa, il bar Mexico-City, un’anomalia geografica dentro l’operosa Amsterdam, “una capitale di acqua e di nebbie” lontano dalla dissoluta Parigi …
E ogni volta che posso predico nella mia chiesa del Mexico-City, invito il buon popolo a sottomettersi e ad aspirare umilmente agli agi della servitù, che io presento però come la vera libertà. Ma non sono pazzo, mi rendo conro che la schiavitù è di là da venire. Sarà uno dei vantaggi del futuro. Tutto qua.
Allora? Dirà lei. Ebbene, senta qual è il colpo di genio. Ho scoperto che, in attesa dell’avvento dei maestri e delle loro bacchette, per trionfare dovevamo rovesciare il ragionamento, come Copernico. Poiché non potevamo condannare gli altri senza nel contempo giudicare noi stessi, dovevamo infierire su di noi per avere il diritto di giudicare gli altri. Poichè prima o poi ogni giudice finisce penitente, dovevo imboccare il percorso inverso e fare mestiere di penitente per poter finire giudice. Mi segue? bene.
Ho aperto il mio studio in un bar del quartiere dei marinai. La clientela dei porti è molto eterogenea. I poveri non vanno nelle zone eleganti, mentre ha visto che nei luoghi malfamati la gente di rango almeno una volta ci capita. Io tengo d’occhio soprattutto il borghese, e il borghese che si è perso; con lui rendo il massimo. Da lui so trarre, come un vero virtuoso, gli accenti più raffinati.
qui rende evidente la sua platea, il nuovo popolo europeo, uscito dalla guerra e costruttore di un nuovo occidente… la costruzione di un carnevale infinito, una festa danzante e godereccia, servile, comandata! ai suoi detrattori offre lo specchio di ciò che grazie anche alla sua complicità stanno diventando, sordi alle atrocità che si ripetono
la sua “utile professione” è praticare ogni volta che è possibile una confessione pubblica, “Mi accuso in lungo e in largo” dice, tratteggio così un ritratto che è quello di tutti e di nessuno. Una maschera insomma, molto simile a quella di carnevale
Quando il ritratto è finito, come stasera, lo mostro, in preda al più totale sconforto: “Questo, ahimè, è quello che sono.” La requisitoria è conclusa. Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.
Con il capo coperto di cenere, strappandomi lentamente i capelli, il volto graffiato, ma lo sguardo penetrante, mi ergo difronte all’umanità intera, ricapitolando le mie turpitudini, senza perdere di vista l’effetto che produco, e dicendo: “Ero l’ultimo degli ultimi.” Allor, insensibilmente, passo nel mio discorso dall’“io” al “noi”. Quando arrivo al “ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dir loro la verità in faccia. Io sono come loro, certo, siamo tutti sulla stessa barca. Ma ho un privilegio, io, il fatto di saperlo, che dà il diritto di parlare.
Più mi accusi e più ho il diritto di giudicarla. Meglio ancora, la provoco e giudicarsi da sé, cosa che mi sgrava ulteriormente. Ah! mio caro, siamo strane, misere creature, e se solo guardiamo alle nostre vite, non ci mancheranno le occasioni per stupirci e scandalizzarci.
Ho accettato la duplicità anziché farmene un cruccio. Mi ci sono accomodato, semmai, e in essa ho trovato l’agio che ho cercato per tutta la vita. Sbagliavo, in fondo, a dirle che la cosa fondamentale era evitare il giudizio. La cosa fondamentale è potersi permetere tutto, anche proclamando talora a gran voce la propria indegnità. Mi permetto tutto, di nuovo, e questa volta sul serio. Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a usare gli altri. Ammettendo però le mie colpe, però, posso ricominciare con più leggerezza e godere due volte, prima della mia natura, e poi di un pentimento squisito.
a me sembra chiaro, non ha cambiato un bel niente, la sua vita è la stessa di prima, anzi il pentimento è squisito, è l’annuncio dell’assurdo
Da quando ho trovato la soluzione mi abbandono a tutto, alle donne, all’orgoglio, alla noia, al risentimento, e anche alla febbre che con piacere ora sento salire. Finalmente regno, ma per sempre. Ho trovato un’altra vetta, dove sono l’unico ad arrampicarmi e da cui posso giudicare tutti. A volte, di tanto in tanto, quando la notte è proprio bella, sento una risata lontana e di nuovo sorgono i dubbi. Ma subito anniento tutto, creature e creazioni, sotto il peso della mia infermità, ed eccomi di nuovo in forma.
la sua scelta è compiuta, la risata si è affievolita, lui è in forma e sta scalando una nuova montagna, è predicatore, è chiesa, lavora ad un altro futuro come un dio
Che ebrezza sentirsi il Padreterno e distribuire patenti definitive di vita e costumi reprobi.
Sul volto smarrito, mezzo nascosto da una mano, leggo la tristezza della condizione comune, e la disperazione di non avere scampo, e io compatisco senza assolvere, capisco senza perdonare e soprattutto, ah, sento finalmente di essere adorato.
c’è chi lo ama, chi l’adora, il Nobel l’anno dopo sarà la conferma di quanto già sapeva
Photo by Justin Hamilton
Si, mi agito, come potrei starmene a letto tranquillo? Devo essere più in alto di lei, i pensieri mi sollevano. Quelle notti, o meglio quelle mattine, giacché la caduta avviene all’alba, esco, vado con passo rapido lungo i canali. Nel cielo livido gli strati di piume si diradano un po’, le colombe risalgono appena, un chiarore rosato annuncia, rasente i tetti, un nuovo giorno della mia creazione. Sul Damrak tintinna il campanello del primo tram, che nell’aria umida suona il risveglio della vita ai margini di questa Europa dove nello stesso momento centinaia di milioni di uomini, miei sudditi, si strappano a fatica dal letto, con la bocca amara, per andare verso un lavoro senza gioia. E in quel momento, mentre plano con il pensiero sopra tutto questo continente che senza saperlo mi è sottomesso, mentre bevo la luce d’assenzio che si leva, ubriaco infine di parole malvage sono felice, eccome se sono felice, glielo dico io, le proibisco di non credere ch’io sia felice, felice da morire! Oh! sole, spiagge, e isole battute dagli alisei, giovinezza il cui ricordo è straziante!
non una caduta quindi, ma certe notti all’alba cadute ripetute, sono i dubbi della coscienza, il ricordo straziante di una giovinezza combattuta con le armi in pugno, le armi delle parole che sono esercito
Alla fine, ogni volta arriva la rivelazione, il desiderio di essere arrestato, decapitato con la sua testa in mano al boia, mostrata al popolo riunito affinché tutti vi riconoscano e io di nuovo li domini, esemplare Ogni cosa sarebbe consumata, avrei concluso, come se niente fosse, la mia carriera di falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.
Non siamo forse tutti simili, a parlare senza sosta a nessuno, a misurarci sempre con gli stessi interrogativi di cui peraltro conosciamo in anticipo le risposte? Allora mi racconti, la prego, cosa le è successo una sera sul lungo senna e come è riuscito a non mettere mai a repentaglio la sua vita. Pronunci lei stesso le parole che da anni non smettono di riecheggiare nelle mie notti, e che dirò finalmente attraverso la sua bocca: “O ragazza, buttati ancora nell’acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvarci entrambi!”
allora la domanda è a me lettore: tu che non hai mai messo a repentaglio la tua vita, chiamato ad agire, che farai? Seguirai il falso profeta decapitato o allo specchio sceglierai di uscire dal deserto della tua anima e dissetarti alla fonte del raccontarsi?
Una seconda volta eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Ci toccherebbe agire. Brr…! L’acqua è così fredda! Ma possiamo star tranquilli! È troppo tardi, adesso sarà sempre troppo tardi. Per fortuna!
sarà sempre troppo tardi! o meglio, prima che sia troppo tardi, di sicuro! e allora penso che per Parigi quella bella ragazza gira ancora alla ricerca di un nobile cavaliere affamato di armoniosa dissolutezza capace di accompagnarla nella luce di un nuovo giorno.
Ringrazio chi mi ha consigliato questa lettura perché non ha idea del guaio che ha combinato 🙂 liberare una bestia non è mai una buona idea!
…il coraggio lo devo a lui. A Paul Auster devo il coraggio di aver osato pubblicare #ilTerzoLivello. Non credo di riuscire mai più a evadere dalla sua Trilogia di New York, sono imprigionato nei tre racconti che formano un unico romanzo: mi ha stravolto, allucinato, rapito per sempre. Non scherzo, lo confesso e pagherò tutto quello che c’è da pagare. La pistola è carica e pronta a sparare se il mio me stesso dovesse entrare da quella porta: non c’è scampo, non c’è via di fuga, non posso che ritornare indietro all’inizio delle indagini alla ricerca della città di vetro, dei fantasmi e di questa stanza chiusa. L’epilogo è l’inizio.
Certo, posso sbagliarmi. In quel momento non ero in condizione di leggere nulla, e forse il mio giudizio è alterato. Ero lì, scorrevo le parole con gli occhi, e stentavo a credere a quello che vedevo.
– Non puoi sapere cosa è vero o falso. Non lo saprai mai
– Chiamerò la polizia. Sfonderanno la porta e ti porteranno a forza all’ospedale.
– Al primo colpo contro la porta una pallottola mi trapasserà il cranio. Non puoi vincere, è inutile.
Quello che ha abbattuto ogni mia paura di pubblicare cose poco interessanti, o peggio scritte male e insulse, è stato il suo incipit nella Città di vetro:
”La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.”
Cos’è il significato di un racconto, di una vita, di un momento, di un eterno pensiero, della nostra storia dentro la storia di tutti gli altri dentro di noi? Non spetta a chi scrive, spetta a chi legge …
“All’improvviso gliene veniva offerta l’opportunità e adesso, in strada, l’idea di quello che gli si prospettava si ingigantì come un incubo atroce. Pensò alla piccola bara che racchiudeva il corpo del figlio, a come l’aveva vista calare sotto terra il giorno del funerale. Quello era l’isolamento, disse fra sé. Quello era il silenzio. Forse non era un vantaggio che anche suo figlio si fosse chiamato Peter.”
– Veda, signor Quinn… il mondo è in frammenti. E il mio lavoro è ricomporli insieme.
– Be’, è un bell’impegno.
– Me ne rendo conto. Ma io cerco unicamente il principio. Questo è senz’altro alla portata di un uomo solo. Se riesco a porre le fondamenta, altre mani sapranno compiere la riedificazione vera e propria. L’importante è la premessa, il primo gradino teorico.
Perdersi nelle pagine di Paul è fin troppo facile ma non è smarrimento, è anzi un viaggio illuminato:
– Mentire è brutto. Ti fa pentire di essere nato. E non essere nati è una maledizione. Sei condannato a vivere fuori dal tempo. E quando vivi fuori dal tempo, non esistono il giorno e la notte. Non hai nemmeno la possibilità di morire.
– Capisco.
– Una bugia non si cancella mai. Nemmeno con la verità. Io sono un padre, e queste cose le so.
Non servono mappe del tesoro, non è la caccia all’isola che non c’è, è già il coraggio che abbiamo dentro di guardare fuori non per assistere ma per agire:
“Si chiedeva se sarebbe stato capace di scrivere senza penna, o se invece avrebbe imparato a parlare riempendo il buio con la voce, pronunciando le parole nell’aria, nei muri, nella città, anche se la luce non fosse tornata mai più.”
“Su Black, su White, sul lavoro che gli è stato affidato, ora Blue incominciava ad avanzare alcune ipotesi. Scopre che inventare storie, oltre a servirgli a far passare il tempo, può essere un piacere.”
“Pronunciare una condanna a morte era orribile, ma lavorare per un morto non sembrava molto meglio.”
“Amare le parole, investire una parte di sé in quello che è scritto, credere nel potere dei libri: tutto ciò sommerge il resto, e al confronto la propria vita individuale diventa insignificante.”
“Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi. È una mistificazione. Noi esistiamo per noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può sconfinare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.”
“Ora scoprii che quella stanza si trovava nel mio cervello.”
“La conclusione, tuttavia mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, Città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. Non pretendo di aver risolto nessun problema. Voglio solo segnalare che venne un momento in cui guardare ciò che era successo cessò di spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perché non avevo altra scelta che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia non è nelle parole: è nella lotta.”
Mancano ancora una ventina di pagine quando Paul firma la sua immortalità nel significato delle cose importanti dell’agire umano.
La storia non è nelle parole: è nella lotta!
ora sai perché #ilterzolivello è diventato un libro che vaga fuori dalla stanza, e per il piacere dei collezionisti, la traccia da seguire è l’incipit non più pubblicato:
Attendevo una telefonata importante che non arrivava mai. Le ossessioni iniziano all’improvviso, inaspettate. Mi tormenta un dolore tutto interiore, un dolore che si ripete e che non so spiegare. Con chiacchiere inutili e conversazioni necessarie, la storia che sto per raccontare potrebbe non avere senso. Paul direbbe che “la questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”.
piano piano leggerò anche David Foster Wallace, prima lo scherzo infinito e poi il re pallido … o prima il re pallido e poi Infinite Jest?
La mente funziona così, una gentilissima e colta lettrice mi dice: «Un po’ ti consiglierei di leggere Foster Wallace» e poi mi manda un pdf che divoro voracemente.
L’ultimo discorso di saluto per i nuovi laureati in un college americano di cui ho memoria è quello di Steeve Jobs, si proprio lui, quello di “siate affamati, siate folli!” – pazzia e fame, veramente un grande futuro! 🙂 calmi calmi, lo so’, anche Steeve come David, parlano di pensiero e lo fanno ancora, anzi lo faranno per sempre!
(ma visto che mi trovo, è interessante anche un’altra sua frase storica: “Non è compito dei consumatori sapere quello che vogliono.” quindi dei due chi è l’acqua santa e chi il diavolo?)
Prima di iniziare a leggere il pdf, vedo che è un discorso tradotto da Roberto Natalini e allora mi chiedo: «chi è Roberto Natalini?» Ah, la rete che meraviglia, Roberto Natalini è un accademico, e che accademico!
… condivido i primi 2 link che ho divorato … si fa per dire, gli sforzi degli esami di analisi matematica mi tornano ancora in gola 🙁 … ma la fascinazione no, quella non si controlla …
“Wallace considerava la Matematica come una delle più grandi imprese culturali dell’umanità ed era interessato, a un livello più profondo, alla Matematica come a un linguaggio capace di descrivere e trasmettere idee belle e difficili, una specie di serbatoio capace di fornire dei principi narrativi, a volte nascosti, per le sue narrazioni.”
nello scherzo infinito – “incontriamo delle situazioni narrative che corrispondono ai due infiniti di cui si è parlato sopra. Da una parte abbiamo la ripetizione infinita, a loop, il ripresentarsi continuo di gabbie in cui l’apparente porta di uscita conduce solo ad altre gabbie, il muoversi in modo circolare lungo curve chiuse: la dipendenza dalla droga e dall’alcool (i continui cicli di disintossicazione e di ricaduta), il sesso come esperienza vuota e straniante (uno dei personaggi maschili ha l’abitudine dopo il coito, che a lui non provoca nessun piacere, di tracciare compulsivamente con il dito il simbolo dell’infinito sul fianco nudo della ragazza con cui è appena stato), la ripetizione ossessiva della pratica sportiva nell’accademia di tennis, …” – “Leggendo Wallace sentiamo una voce nella nostra testa che parla, come se fosse un secondo ‘io’ più intelligente e linguisticamente onnisciente, che con noi costruisce un dialogo intenso e pieno di significato.”
ma veniamo all’acqua, potevo annegare ma invece mi sono dissetato …
Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” … È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.
Non è più tempo di riassunti, per comprendere il messaggio, il segno e l’augurio di David bisogna leggerlo … per me, prima che sia troppo tardi!
un commento alla nuova pubblicazione 2021 di Einaudi (prima edizione 2001)
Quando ho letto nella prefazione di Domenico Starnone:
‘De Silva forse deve qualcosa soltanto ai piccoli gangster ebrei di C’era una volta in America’
mi sono vergognato di non aver letto questo libro venti anni fa. Ho rimediato con voracità colmando una profonda lacuna che più di ogni altra cosa (è ovviamente un fatto personale di scarsissimo interesse collettivo), mi ha riaperto ferite che pensavo fossero completamente rimarginate. Questo fa la grande letteratura, non scade, non passa di moda, racconta sempre nel presente storie che non finiscono mai. Dall’antichità a oggi, l’uso dei minori nel lavoro che sfrutta gli umani non è affatto un un capitolo chiuso, quando poi è un lavoro sporco e criminale, che ammazza le persone su commissione, i sensi di colpa di appartenere ad una razza animale bastarda come quella umana sono insopportabili. Eppure senza la testimonianza, senza il racconto, senza la conoscenza viva e diretta della realtà ogni vita sarebbe menomata, incapace di scavare nel profondo dell’abisso per riconoscersi diverso e fortunato da chi nasce e cresce già condannato a seguire strade senza ritorno. La produzione e riproduzione della malvagità sono molto meno marginali di quanto si possa immaginare, forse anche solo sperare, ci cammina dentro tanto da rivelarsi in chi invece è chiamato e formato alla tutela della giustizia. È sempre colpa degli adulti e “certi bambini” lo sanno bene e solo per difendersi e sopravvivere devono emularli e prenderne il posto. Dove ci sono regole il più forte le infrange sebbene la sua umanità bollente di tenerezza e amore lo costringa a tormenti indefiniti, anche fisici, senza risposte adeguate.
“Il torpore sparì per qualche secondo e poi tornò peggio di prima, accompagnato da una sensazione di vuoto in mezzo alle cosce, proprio lì, dove teneva la sua ricchezza più importante.”
Rosario non è solo un certo bambino, un rappresentante di una categoria, Rosario è ogni bambino cresciuto in strada in ogni metropoli del mondo e con lui i suoi amici, la sua gente, e l’infamità del suo universo condannato all’inferno sulla terra, l’inferno delle gerarchie, dei deboli sopraffatti dai forti.
“Rosario va a uccidere con la testa piena di ordini e una specie di ignoranza. Sente tutta la responsabilità delle istruzioni ma non del risultato che verrà. Si è addestrato all’ubbidienza fino a sviluppare come un disinteresse per quello che dovrà succedere, fino a pensare all’uomo che ammazzerà come una conseguenza meccanica delle istruzioni, a un fatto, una cosa che lo riguarda solo in quanto prova morente dell’esecuzione.”
Rosario è ogni bambino soldato, arruolato e addomesticato da un esercito, istituzionale o meno non fa differenza, il degrado delle periferie o dei centri storici non fanno differenze, la chiave della svolta è il coraggio e non tutti sono come lui.
“Era così libero dal ricatto della paura, del pericolo, della vita, che il pensiero di morire non gli faceva più niente. Anzi, in un certo senso avvicinare la morte, andare verso di lei in una volta sola, con un atto unico, un sì o un no, la rendeva piccola.”
Che fine ha fatto Rosario? non è la domanda giusta, la domanda interessante è cosa sta facendo il Faraone? che Diego ringraziava allora come ringrazia ancora oggi dopo venti anni, con questa nuova e “miracolosa” ripubblicazione di un libro che bisogna leggere, assolutamente.
“Grazie a Gianfranco Marziano, perché gli devo molte delle cose raccontate in questa storia”
Oh la rete … cercando il Faraone ho trovato questo documentario Rai che non avevo mai visto (spero di essere l’unico), è una puntata di Torre d’Autore su Salerno con e di Amleto De Silva.
In questa puntata di Terre d’autore, lo scrittore e umorista Amleto De Silva ci porta a Salerno, tra i luoghi della sua infanzia e personaggi popolarissimi che hanno contribuito alla sua formazione e alla creazione dei protagonisti del suo romanzo “L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè”. Un’occasione per scoprire una Salerno inedita, che sa stare al passo con i tempi pur con le contraddizioni tipiche della città di provincia, che De Silva coglie con senso dell’umorismo, rivelando un grande amore per la sua città.
“più ti vanno male le cose e più sei contento” 🙂 Amleto De Silva
“lì comincia il lungomare dei poveri, quello senza alberi” … già dove siamo cresciuti noi ragazzi dei quartieri, Torrione, Pastena, Mercatello.
Il Terzo Livello: ecco la revisione del 4 luglio 2021
così come pubblicato, questo romanzo è una pietra lavorata per incidere sull’evoluzione del presente. Un caso originale di narrazione mutante e divertente nonostante lo spessore a tratti seriosi dei temi trattati. Da leggere e farne discussione con nonni, genitori e figli.
Affrontare i conflitti aiuta a migliorare se stessi e chi vuoi bene.
Un romanzo fatto di legamenti e nodi di contrasto.
SINOSSI – riassunto minimo
A causa di una misteriosa convocazione da parte di un giovane maresciallo dei Carabinieri, Antonio Esposito si sveglia con un incubo da tempo non più ricorrente, è il conflitto padre figlio che ritorna, doloroso. La novità di una giornata diversa dal solito e i dubbi su una convocazione in una caserma militare, portano il protagonista a raccontarsi pensieri scombinati, del presente e del passato, riflessioni, domande e risposte che si accavallano nella sua mente durante il percorso che ha scelto per recarsi all’appuntamento con l’Arma. La passeggiata sul suo lungomare, della sua città, è breve ma percorre tutta la sua esistenza compresa quella dell’oggi come lavoratore e sindacalista, e come anomala spia del terzo livello: costruzione mentale del suo complotto interiore. In caserma, nell’incontro e scontro con il maresciallo Gradone, scoprirà un fatto incredibile che lo coinvolge suo malgrado ad affrontare la risoluzione del racconto che si svolgerà tra colpi di scena e strutture futuribili.
Il Terzo livello è un esperimento creativo di scrittura, essenzialmente un approdo precario, necessario all’autore che affronta in modo originale, un rapporto conflittuale padre figlio, attraverso le confessioni intime di una spia egocentrica, rendendo la storia campo di confronto con il lettore di ogni età. I tre livelli generazionali in cui il protagonista è figlio prima che genitore, si intrecciano con il racconto del suo personalissimo modello sociale a tre livelli, inglobando formazione e maturazione dell’essere con il frastuono incoerente di pensieri che fluiscono su piani paralleli, sospesi tra i rimorsi, necessità e desideri. Il racconto della sua presenza, da bambino, da adolescente, da sportivo, da studente e lavoratore, da spia e sindacalista, è una esplorazione agitata e frenetica, con flashback improvvisi, di relazioni e avvenimenti anche sconnessi tra loro ma che liberano il personaggio da sensi di colpa ingombranti.
Fatti di rilievo come il boom economico degli anni 50/60’, i complotti politici e la “Notte della Repubblica” fanno da collante storico in una esistenza che ha però una bella pretesa: Antonio Esposito è il protagonista della sua vita. Non è un romanzo giallo, ma ci sono le spie, i complotti, c’è il sarcasmo della vita quotidiana e di quella preoccupante di un maresciallo inquisitore. Fatti veri come nei, caratterizzano un racconto di fantasia, ideale ma non troppo. Poi c’è la città, simile alle mille cresciute nei millenni intorno ai porti della gente mediterranea: Salerno è la storia attraverso il luogo che non c’era, quello a sud del fiume Irno, quello che ha sostituito la vecchia zona industriale e commerciale controllata dalla Polveriera dei Borboni. Ci sono le fabbriche abbandonate come simbolo di conflitti dimenticati, il calcio e il tennis, un Macintosh, la radio libera, c’è la droga come in mille quartieri simili nelle mille metropoli del mondo, di ieri e di oggi.
Nell’era di Twitter e di post lampo che scorrono veloci su Facebook, il tempo di leggere storie è limitato, ma il bisogno di consumare e condividere la propria presenza è dominante. Le battute discontinue dei dialoghi, o i monologhi, e la mancanza descrittiva dell’atmosfera dei fatti che accadono intorno ai pochi personaggi che animano la storia, sono scelte che rompono gli schemi essenziali di un romanzo, nel tentativo di crearne una costruzione sceneggiata con strumenti elementari di pseudo poesia per immagini, proprio come avviene sui social, come è però, impossibile da immaginare dentro la reclusione soffocante della pandemia. Il mare come proprietà e come bisogno rende bene l’idea della fuga dalle paure più intime, e così anche il “runner illegale” che corre per la libertà, diventa una scena che non ha bisogno di descrizione.
In piena pandemia 2020, Antonio Esposito brucia i ricordi di una vita che dura il tempo di una passeggiata sul suo lungomare, una andata e un ritorno con sorprese e colpi di scena, con accanto e sullo sfondo la Divina costiera. L’ovvietà di un’impresa paradossale si aggrappa ad una tensione che resta latente fino all’epilogo finale che viene rimandato, pagina dopo pagina per un epilogo che è da scoprire anche se non c’è un cadavere, un delitto: in gioco ci sono le relazioni umane primordiali che prima del sangue chiedono il ragionamento per poi tornare al principio, per poi ripartire. Il bisogno di comunicare è nel DNA di ognuno ma il bisogno di scrivere per lasciare un segno è precedente. Questa genesi ha bisogno di un approdo definitivo, è una sfida lanciata nella rete globale della comunicazione che spetta al lettore raccogliere per navigare sé stessi…
Pornografia dei sentimenti. Quando lo senti in una presentazione dall’autore non ha lo stesso effetto di quanto lo vedi leggendo le sue pagine. Quando poi nelle sue pagine ho trovato l’ardua impresa di fare la rivoluzione con la Poesia per distruggere la “Grande Fabbrica della Merda”, una vertigine fortissima mi ha tramortito. Combattere l’impossibile con la forza e la bellezza della gentilezza, dell’insegnamento, della scoperta, della persuasione, delle visioni dell’arte, è il sogno che diventa realtà. L’eterno mito della lotta del debole che combatte il forte, è messo in scena con la maestria delle parole, in una storia che mi ha acchiappato con frenesia, e mi ha fatto fare il tifo per i cattivi, i delinquenti che rapiscono, sequestrano, poi corrompono l’anima, reclutando la protagonista e il lettore che segue una vicenda appassionante nella sua assurdità, mirabile iperbole della società in cui galleggiamo giorno per giorno.
“Comunicare le proprie ossessioni è bellissimo”
lo dice l’autore in un’intervista e in questo libro si respirano intense le nostre nevrosi quotidiane di consumatori di miserie umane sia quelle nella ricchezza che quelle, nella povertà dell’esistenza.
La rivincita, il progetto, il piano e la sfida al colosso, al paese intero:
“Senza contare che questo prendersi un’ora di diretta in prima serata sa tanto di riappropriazione dei mezzi di produzione”.
Lo dice l’autore, “le differenze di classe sono diventate differenze antropologiche” e quindi si capisce che la scommessa è anche storica:
“… da tutta quella finzione che diventa più vera del vero, iperrealismo, storie addomesticate. Sanno come funziona l’imbroglio televisivo nel più minuscolo dettaglio, ma ne restano comunque stupiti, è un superpotere.”
Per concludere, un’ultima citazione da questo bel libro che vale tutto il tempo che mi ha preso:
“C’è il piccolo sciacallaggio della politica, c’è dispiacere sincero, c’è uno smottamento emotivo. C’è un paese che aspetta. C’è tutto.”
È audace ma con la Poesia si può fare la rivoluzione, anche svegliarsi il giorno dopo è la rivoluzione che non aspetta chi si ferma solo a guardare.
Per festeggiare san Pietro & san Paolo condivido l’ultimo mio esercizio di scrittura del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti (SESE).
traccia: scena finale del film “Via col vento” – lunghezza 20 righe
Stiamo chiudendo, finalmente è venerdì, sarei già scappato ma oggi devo fermarmi, gli voglio parlare: «Jenny, hai un minuto per me?»
«Che ci fai ancora qui? siamo a metà mese!» – è sorpresa di vedermi sull’uscio del suo ufficio sempre aperto, nella sua voce la meraviglia diventa curiosità materna: «bellino, tu non me la conti giusta, ti ho osservato tutta la settimana, ancora problemi con la piccola? come sta?» – l’ufficio è quello di una segretaria ma la sua funzione va oltre, Ginevra si preoccupa di tutti ma lo fa con discrezione, mi ha salvato il culo un sacco di volte, sa della malattia di Desy, sa dei casini con la mamma, sa tante cose di me, ci vogliamo bene, è una grande compagna di lavoro, lei sa come mi butterei nel fuoco per lei.
«No Jenny, lei sta bene, te l’avrei detto, sta recuperando alla grande, ha ripreso anche a camminare» Ginevra in questo luogo triste è sprecata, fa tre lavori e a stento quell’amorale di principale gliene paga uno, in una ditta più grande, una seria, una bella, sarebbe la manager del personale, altro che segretaria.
«Ok e allora che ti serve? dai sbrigati devo chiudere i conti, dai si può sapere che vuoi?» – è incredibile come dopo una giornata di lavoro, un venerdì infernale come oggi, lei sia sempre così perfetta, efficiente e sexy da morire: «niente lavoro con lui questo fine settimana?» – prendo tempo perché quello che le devo dire non le piacerà.
«Giovanotto! non sono cazzi tuoi, o entri ti siedi e mi racconti cosa succede o te ne vai di corsa a quel paese, deciditi!» – non funziona, lo sapevo.
«Jenny gli voglio parlare, ne ho bisogno, tu intanto non chiudere ancora la cassa» apriti cielo, Ginevra si incazza di brutto.
«Adesso? a quest’ora? sei un cazzone, va, va, adesso lo sento» – non mi muovo, le sventolo tre bollette scadute che devo pagare con urgenza, lei prende il telefono, lo chiama, confabula agitandosi a gesti verso di me, posa la cornetta, si alza in piedi, mi raggiunge all’orecchio e mi sussurra: «lui ha detto che francamente se ne infischia, io ti dico tra due ore al solito posto poi domani, se ti va penseremo ad un altro giorno».
auguri a tutti/e Pietro, Piera, Pedra, Pierrette, Pétronille, Paolo e Paola del mondo: salute e serenità a festeggianti e festeggiatiper oggi e per tutti gli anni a venire.
Anche con il mio voto ha vinto un piccolo grande libro che merita di essere studiato nelle scuole primarie.
“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”
“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”
“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”
… lo so, è il disgustoso egocentrismo di un fantasma che tenta di stabilire contatti con la realtà del passato, ma i complimenti e gli incoraggiamenti di chi ha letto il #ilterzolivello mi rendono ancora più incosciente
questo video, troppo lento, troppo grezzo e troppo lungo, contiene i tre salti generazionali di ognuno, i salti della città che non c’era, come in ogni porto del mar Mediterraneo, quartiere di una metropoli diffusa del nostro XXI secolo, come sulle sponde di ogni mare del mondo globalizzato, perché
“Pè mare nun ce stanno taverne” diceva papà!
… le oltre 500 visualizzazioni uniche, ridono ancora con me, come quel moccioso in braccio alla madre fiera del suo monello, genitrice e sguardo severo, di sfida, immortale anima senza tempo …
Tempi eccitanti di Naoise Dolan, Atlantide edizioni (Irlanda)
Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis, Bompiani ( Francia)
Il mare è rotondo di Elvis Malaj, Rizzoli (Albania/Italia)
finalisti premio salerno
Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.
“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”
“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in America, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”
Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.
“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”
“Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”
Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.
“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”
Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.
“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”
Hello, goodbye, edito da Baldini+Castoldi nel 2021, è un evento formativo di grande spessore narrativo, almeno per me, giovane lettore con pochi capelli imbiancati che sopravvivono.
Claudio è un insegnante e con questa opera dimostra come essere maestri sia una vocazione fondamentale, una piacevole scoperta per un affamato di racconti, quale sono io in queste ultime settimane.
La storia raccontata è avvincente, coinvolge e tiene incollati alle pagine come un ottimo noir deve fare e come illustri recensioni continueranno a confermare.
La cosa che fa un maestro è affascinare, è aprire domande alimentando nuove curiosità ignorate, far vibrare corde ferme capaci di riempire vuoti inesplorati. Il libro che sta leggendo il protagonista Angelo è una carabina di precisione che nella notte buia alimenta il coraggio di prendere decisioni e di agire:
“Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.”
Un fucile sulle spalle, non per sparare ma portato a tracolla come compagno fedele che dà sicurezza e coraggio.
Quindi leggere e rileggere Fëdor Michajlovič Dostoevskij come un bisogno, come una necessità, arriva al lettore richiamandolo a pulsioni che una volta innescate, non si fermano più.
Questo fa un maestro, innesca desideri oltre le visioni:
“Avrei voluto essere altrove, come mi capitava sempre, qualsiasi cosa stessi facendo e dovunque mi trovassi. A meno che non fossi immerso in un libro. Solo la lettura aveva la capacità di trascinarmi via da tutto, lontano da me stesso. Ma era una parte di me a pensarla così, l’altra era consumata dal fuoco delle mie ossessioni, …”.
Allo stesso tempo, nel tempo della storia le tracce del racconto non permettono distrazioni, perché le tracce dell’autore fanno presa, sono cemento rapido:
“Stamattina, sulla spiaggia, pensavo a come in fondo le storie si assomiglino tutte. Se si gratta la scorza, ecco che compare una bella sofferenza, un male fresco o una tragedia antica che torna sempre a galla, c’è in ognuno qualcosa che gli dilania la vita e che in qualche modo ne dirige i comportamenti.”
I personaggi vivono intensamente nelle pagine di Grattacaso, le poche tracce e appuntamenti che cito sono da scoprire, da divorare con furia:
“Ci si adatta a tutto. Ai soprusi, a un’esistenza piatta, a giornate fatte di incomprensioni, a lavori mortificanti. A tutto, ma non ai tradimenti, glielo assicuro.”
I personaggi di Claudio vibrano con ardore:
“Mi baciò. Sentii la sua lingua fondersi con la mia, e mi sembrò di sciogliermi, ero una candela di cera e Zena il fuoco che mi consumava.”
La scommessa non è mai vinta veramente, vince sempre il rilancio, per scalare le montagne bisogna scavare la terra e allora si capisce meglio l’abisso e la redenzione che c’è in “Hello, goodbye” con altre parole di Dostoevskij che, il giorno dopo, ho desiderato scoprire in altri libri:
“Che cosa è la madre di Dio secondo te?”
“La gran madre – rispondo – è la speranza del genere umano”.
“Sì – dice – la madre di Dio è la gran madre umida terra e in ciò è racchiusa una gran gioia per l’uomo. E ogni angoscia terrena e ogni lacrima terrena è gioia per noi e quando avrai imbevuto con le tue lacrime la terra sotto di te fino a un mezzo arsin di profondità, allora subito ti rallegrerai per tutto. E non avrai più nessuna – mi dice – sventura, tale – mi dice – è la profezia”.
Per quanti riti possiamo immaginare le profezie assolute vorticano nell’aria e quando vicino c’è l’acqua del mare e quello della pioggia insieme, l’atmosfera non è solo scena è essa stessa disperazione che alimenta l’istinto alla sopravvivenza prima che alla felicità.
Un grande scoperta e riscoperta che devo tutto a questo grande autore che mi vergogno a dire non conoscevo, questo fa un maestro, con l’esempio apre le tante porte delle case della conoscenza, detto con le parole di Fëdor è così:
“Non vi auguro troppa felicità, vi verrebbe a noia; non vi auguro nemmeno del male, ma secondo la filosofia popolare vi ripeto semplicemente «Vivete quanto più potete» e cercate in qualche modo di non annoiarvi troppo; questo vano augurio lo aggiungo da parte mia. Be’, addio, addio sul serio. Ma non restate vicino alla mia porta, non aprirò.
”Hello, goodbye inizia così:
“La rossa aveva chiesto di me.”
L’attesa è subito insopportabile: non esiste un maschio o una femmina che non abbia una rossa nel cuore.
Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.
“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”
“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”
Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.
“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”
“Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”
Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.
“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”
Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.
“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”
Classico? Che abuso se ne fa di questa parola. Classico nel senso di appartenente alla classe? Nel senso di evergreen? Nel senso di raffinato? Nel senso di normale? Per carità la normalità no.
La normalità è una media. Siamo tutti delle divergenze che non si possono mediare.
Veronica Roth ne ha fatto una saga di successo. Mi sono piaciuti anche i film, anche se nei libri avevo vissuto altre storie e i personaggi che ho immaginato erano diversi. Punto, è la solita storia, difficilmente un film rende merito ad un grande romanzo stampato su carta.
Ho rinviato in continuazione il finale, leggevo e rileggevo scene e stati d’animo che segnano d’emozione una giornata qualsiasi.
#nerolucano di Piera Carlomagno non è un semplice giallo noir avvincente, è un capolavoro di romanzo che mi ha scorticato dentro.
“Intraprese il cammino tra stradine e scalinate, strette e ombrose come le crepe dell’animo, per arrivare a via Madonna delle Virtù.” […]
«Che noia» scherzò lui. «Sei su un prato ben pettinato. Immagina invece la foresta.»
Non ho parole adeguate al momento per descrivere quanto mi sia piaciuto, tanto? tantissimo? sono parole riduttive. Adesso devo sapere come è nata Viola, non mi resta che scoprirlo dentro “Una favolosa estate di morte”.
Durante la corsa mattutina, avevo notato al Grand Hotel di Salerno, l’apparato viaggiante di uno staff cinematografico di alto livello, il camper della sartoria, quello degli attori, etc. Come mi ha confermato un brillante giovanotto che, al sole di giugno, ha soddisfatto la domanda di un runner sudato e curioso: “stanno girando Malinconico di Diego De Silva, una fiction per RAIUNO”.
Ho conosciuto Diego molto prima del suo “Non avevo capito niente” che mi era piaciuto tantissimo (…e vedi tu, nel 2007 Premio Napoli e finalista al premio Strega). Quando ci lasciammo, ricordo che era molto incazxxxx con me. Questo non è ovviamente interessante. Ricordo i primi iMac colorati del fantasmagorico ritorno di Steve Jobs alla Apple, archeologia tecnologica oggi ma da sempre scelta distintiva di un artista o di un professionista.
Veniamo a oggi. Stanno girando al tribunale ma non ho chiesto se nel nuovo o nel vecchio tribunale, comunque, l’idea di vedere Malinconico nell’esercizio delle sue funzioni è desiderio puro. Non ho resistito a ritrovare tra le mie cose “Mia suocera beve”, edito da Giulio Einaudi nel 2010, ne avevo un ricordo lucido di ammirazione. Devo ritrovare gli altri ma oggi questo mi basta e avanza:
«Se c’è una cosa che non bisognerebbe assolutamente fare quando una storia d’amore comincia ad annuvolarsi, è chiedere alla propria donna cosa c’è che non va»
ed infatti dall’incipit al racconto “Quando ti svegli e capisci d’essere morto nel sonno” pag.294, racconto comparso sulla rivista Rolling Stone nel febbraio 2008, dall’inizio alla fine dunque, per me è stato più di una conferma nel lontano 2010, Malinconico mi è sempre piaciuto anche se spesso e volentieri fa e dice cose che non avrei mai il coraggio o la crudeltà di fare o dire.
“Io, quando polemizzo via sms, non faccio che pestare merde. E avendone pestate per iscritto, mi rimangono come prova documentale a carico.”
Oggi facebook o whatsApp è lo stesso, Malinconico è avanti a tutto e a tutti, come avvocato semi disoccupato, semi divorziato semi felice e come filosofo autodidatta ed involontario. Non è l’eroe men che meno il super eroe, non è nemmeno lo sfigato che vuole raccontarsi, è un personaggio next già nel futuro e quindi comprendo bene come sia possibile che la letteratura di De Silva possa approdare al cinema ai giorni nostri per riempire un vuoto di modelli e di insegnamenti a “vivere” nella complessità di una società che decennio dopo decennio, non migliora anzi decade nello sfruttamento della precarietà anche culturale.
Avere in carne ed ossa Malinconico come amico nella difesa dei propri problemi, fosse anche come avvocato d’ufficio, è salvarsi il culo dalle sconfitte e dalle cadute, dal dileggio e dalla vergogna, Malinconico è un salvatore concreto e materiale eternamente in fuga ma facilmente consultabile nelle pagine di Diego:
“… com’è curioso che uno che si sente guasto nel profondo possa ancora valere l’amore di qualcuno”.
Non mi sembra vero Malinconico è qui a Salerno, nell’antico o nel nuovo tribunale futurista della città d’Europa, non è importante, sono felice che finalmente sia uscito dalle pagine di vari libri e vaghi, tormentato, ovviamente, per strade della mia città tornata in serie A, un quartiere occidentale della metropoli diffusa che bagna il Mediterraneo come dice un’altra persona che ammiro, un professore dell’università.
Sarà uno spasso, se non lo conoscete, leggetelo, Malinconico è uno spasso che aiuta a campare con un sorriso.
La serie Malinconico di Diego De Silva: Non avevo capito niente (2007), Mia suocera beve (2010), Sono contrario alle emozioni (2011), Divorziare con stile (2017), I valori che contano – avrei preferito non scoprirli – (2020).
Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare, si commettono errori specie come dice Malinconico di Diego De Silva, per iscritto: sono prove a carico, spesso di aiuto all’accusa, non certo alla difesa ma rileggendo oggi questo post su “Le notti della macumba” di Piera Carlomagno, la sua prima opera dopo averne letto l’ultima, #nerolucano, con un salto temporale di ben dieci anni, avverto la necessità di riflettere ad alta voce: le montagne si scalano e da ogni vetta raggiunta si vede la prossima, una montagna più alta, più luminosa e difficile da raggiungere, si sente il brivido del desiderio di quello che non basta mai.
Non parlo del successo ma della soddisfazione data a se stessi nella realizzazione della propria opera, il sacrificio, la ricerca, lo studio, il lavoro vero, l’arrampicata a mani nude dello scalatore che respira roccia nuda o ghiaccio friabile, sempre in carenza di ossigeno. Benedico il giorno in cui il coraggio di osare mi ha lanciato su una vetta oggi alla portata di tutti, l’auto pubblicazione, pubblicare un libro, non tanto per la rovinosa caduta (ma anche quella, gioiosa come la discesa di una montagna russa) ma per il desiderio nato che si è fatto nascita ed epifania, il desiderio della lettura, senza il quale ogni tentativo di scrittura è solo esercizio estetico, molto social forse, molto distratto senza passione, solo un esercizio di se e non degli altri con le loro storie non raccontate. Questa la ragione di questo mio primo post da “nuovo lettore” di cui avvertivo l’urgenza ma mi sfuggiva l’essenza. Quindi allora, anche se solo di pochi giorni fa si tratta, sulla mia pagina condividevo solo ciò che un amministratore di un gruppo importante come quello di Rai Cultura, aveva autorizzato, rendendolo degno di essere letto. Mi hanno pubblicato è questa la differenza, l’eterno desiderio di essere accettati, l’eterno infantile, forse, eterno per quanto possa durare una vita a sangue caldo.
Ho la mia pietra grezza da curare #ilterzolivello, ma mi dicono che devo passare oltre, si vedrà ma questo non è l’importante, sarà necessario se scocca dentro la scintilla, l’importante è il fuoco dell’anima che va curato e mantenuto, la lettura vera e approfondita, perché la differenza che esiste tra la prima e l’ultima opera di Piera, testimonia la scalata, la crescita, la formazione, l’evoluzione, l’eccellenza di cui oggi sono ammirato, una fortuna, una sorpresa che ad altri è negata perché l’hanno vissuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, una sorpresa improvvisa immensa per me perché io (fortunato?) l’ho vista tutta in una volta, una sorpresa improvvisa immensa come quella sui cui ci invita a riflettere Eduardo in “Napoli Milionaria”, che, in una sola volta, ha visto le fortune economiche della borsa nera che hanno fatto ricca una moglie diversa da quella lasciata, andando in guerra.
“A te t’hanno fatto impressione pecché ll’he’ viste a ppoco ‘a vota” […] A me, vedenno tutta sta quantità ‘e carte ‘e mille lire me pare nu scherzo, me pare na pazzia…”
ecco, uno scherzo, una pazzia definire una “scrittura” la mia, un oblio perché non si tratta di me, non si tratta di “‘e ccarte ‘e mille lire… ” si tratta della tanta vita che la lettura ci fa vivere con le parole, le frasi e le pagine che rapiscono. Quindi, per tutto quanto scritto, a futura memoria, confermo:«ne voglio ancora!»
ps. come non ringraziare Marco Peluso che (io leggendo lui) mi ha fatto sentire a mio agio e assolutamente contento e consapevole di stare comodo in fondo al burrone, esso stesso montagna da scalare prima di arrivare alla roccia vera da comprendere, o come adesso mi viene in mente, nell’acqua del mare, dentro, come prima, molto prima degli esseri preistorici che emersero per respirare l’aria abbandonando branchie seccarsi al sole… grazie ragazzi … e ragazze (se no mi gioco il genere preferito) ho voglia di tornare a via Pal, lasciata troppo in fretta troppi decenni fa …
Questa prima opera di Piera Carlomagno è il mio nuovo inizio da lettore ma ogni nuovo inizio è ovviamente una contraddizione di termini se non un reset di sistema. Lo so, in questo nostro mondo moderno (?), dove l’unica forma di difesa è l’etichetta, salvo poi scoprire che non esiste chi certifica il certificatore (sul cibo dovrebbe essere dichiarato delitto all’umanità), la prima etichetta che mi stamperanno in fronte sarà: “sei strumentale”.
Il marketing, la PNL, il commercio, l’economia sono aree scientifiche sempre più subdole e invasive della sfera privata di ogni essere vagante a sangue caldo; la pubblicità è l’anima dell’apprendista diavolo, il diavolo vero non si affida alle “macumbe”, ti ruba l’anima e basta.
La penultima copia disponibile sulla piattaforma della multinazionale, libro ora nelle mie mani, è una stampa del 2012 fatta per conto delle Edizioni Cento Autori dalla Tipografia Stampa Editoriale Srl di Avellino, è un giallo, credo il primo di Piera, è un giallo intrigante e scritto benissimo sebbene “sembra” essere un’opera prima (non ci credo…), strutturalmente coerente, è una storia che mi ha catturato, mi ha trascinato fino alla risoluzione finale che collega tutto il racconto alla scomparsa di una bella, giovane, intelligente prostituta; è una storia liberamente ispirata da un delitto vero, a Salerno, a pochi passi da dove sono cresciuto, dove vivo ancora, ma che non ricordavo o che la mia memoria aveva rimosso.
La verità è che pur vivendo negli stessi luoghi, vivevo altrove ma questa è un’altra storia che in questo contesto non c’entra una mazza. L’incipit è per me strepitoso:
“Mi restano sei mesi di vita. Il dottore me lo ha detto facendo sciogliere un’aspirina in un bicchiere d’acqua: «Tra breve questa non servirà più a niente» mi ha sussurrato sorridendo «Ci vorrà ben altro per i suoi mal di testa» Sembrerà strano, ma il mio primo pensiero non è stato di disperazione. “Ho tempo a sufficienza” mi sono detto.
Salerno, martedì 18 aprile 1995, ore 10:00
«Avvoca‘, è sentenza passata in giudicato. Lo sapete gli atti sono alla torre di via Campo.”
L’avvocato Federico Rizzi, il commissario Baricco e la giornalista Annaluce, i colpevoli e gli innocenti, sono protagonisti veri, vivi, lontani dalla mia conoscenza ma dentro la mia coscienza tanto da soccombere alla necessità di doverli seguire a forza, tanto da aspettare, pagina dopo pagina, le loro conclusioni, le delusioni e ovviamente le sorprese che rendono accattivate il racconto di una storia affascinante sì, ma addirittura “normalmente noir” come mille altre.
L’unicità è nella ragione dei successi di critica e di vendita che Piera ha, la sua scrittura. Ripercorrere il mio “altrove” attraverso l’analisi delle opere pubblicate durante una carriera di uno scrittore è un impegno fuori dalla mia portata materiale, di tempo e di spazio, però è una promessa fatta al desiderio che non sapevo potesse esistere: scorticare parola per parola, frase per frase, pagina per pagina, il racconto di una storia, l’opera narrativa delle azioni e dei pensieri umani, la vita e la morte:
“Le campane suonavano a morto. Il cielo di Napoli era grigio, pesava un’aria di scirocco.Il commissario tirò fuori un fazzoletto e si asciugò il sudore. Diede un’occhiata oltre il vetro del minuscolo bar che avevano scelto per parlare. L’ingresso della chiesa di Santa Maria delle Grazie era perfettamente in vista. In Vico Rotto a carbonella, qualcuno passando si faceva il segno della croce. Curiosi bisbigliavano aspettando l’uscita del feretro.”
Non sono niente e sono tutto, un lettore, classificabile dall’ISTAT, identificabile da sofisticate ricerche di mercato, “strumentalizzabile” dal proprio ego e dall’infinito fuoco sparato dal supremo esercito, quello alle dipendenze del lucro economico, dei controllori sociali del consenso e delle vendite; sono un semplice lettore, un numero primo, solo un numero, un universo tra gli universi, vittima e carnefice, benzina nel motore dei social e del mercato, un invisibile, un codice fiscale, una tessera sanitaria, un consumatore… ho consumato questo libro, non sapevo esistesse, mi sono nutrito e sono soddisfatto, ne voglio ancora: può esistere un giudizio migliore? Gratuito? è vero: in un mondo dove tutto è ormai merce, la verità è giusta? è una bestemmia? o addirittura un’offesa? Dov’è la verità?
Le notti, un sax e le macumbe … la magia è uno stato dell’anima, segreti e misteri gli ingredienti speziati, un buon giallo mi trascina nel groviglio dei riti e delle soluzioni finali, capisco ora il successo dei romanzi noir.
Il meritato successo di oggi ha radici profonde: complimenti Piera, la vera letteratura è per sempre.
comunicato ai miei carissimi lettori: continuate così – veramente grazie di cuore!!! – ogni segnalazione di errori/orrori, in violazione della grammatica e sintassi italiana, anche napoletana ogni commento e ogni domanda sono linfa vitale per questo progetto di editing collettivo in continua evoluzione, intanto … tanto per rimarcare la mia inadeguatezza all’impresa bisogna rifare le fondamenta che si sono sfatte, forza e coraggio … ho ripreso dalla polvere il libro che si vede allegato al post … nel ’77 ero in prima media (e voi?) … vi prego fermatelo questo tempo maledetto che corre veloce, vi prego fermatelo … intanto, bisogna leggere e studiare prima di pubblicare … ormai la frittata è fatta e come dicono quelli bravi, bisogna buttare l’acqua sporca, mai il bambino !!!
essere lettore, essere giudice, valutare ciò che oggettivamente uno scritto trasmette a chi legge, è un lavoro tremendamente difficile, impegnativo, può essere una professione esaltante se costruita sulla passione ma credo che il bagaglio culturale e delle esperienze, necessario per dotarsi di una cassetta degli attrezzi adeguata è paurosamente infinito, magari ci si può specializzare in termini di “aree” di scrittura e in termini di “target” di lettura … facile, rilassante, invece è la dimensione soggettiva, quello che ci piace e che ci cattura, quello che ci fa pensare, che ci forma, che ci fa sognare, quello che … ci aiuta a sentirci vivi dentro e fuori dal nostro essere umani, nonostante la violenza e le ingiustizie che alimentano il male e la cattiveria dell’essere umano.
Facile e rilassante è scegliere cosa leggere. Devo leggere, devo giudicare…
Nel #ilterzolivello c’è un passaggio del protagonista che impone al figlio la figura del genitore come giudice, il giudicare il figlio è un dovere per il protagonista, quando sappiamo bene come da sempre i figli rimproverano con forza questo ruolo: “tu sai solo giudicarmi!” … ancora non ho trovato un lettore che mi abbia segnalato/criticato questo tema, … la verità è che nella mia sfacciataggine ho buttato dentro troppi temi … ma la vera domanda è: perché dovrei leggere questo #ilterzolivello ? Perché dovrei partecipare a questo esperimento di “editing collettivo”? … devo ragionare meglio con il mio ghostwriter … intanto seguo il suo saggio consiglio: LEGGI!!!
«L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»
Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.
1 un coro di angelo
2 due cori di angeli
4
8
16
32
64
128
256
512
1.024
2.048
4.096
8.192
16.384
32.768
65.536
131.072
262.144
524.288
1.048.576
2.097.152
4.194.304
8.388.608
16.777.216
33.554.432
67.108.864
134.217.728
268.435.456
536.870.912
1.073.741.824
2.147.483.648
4.294.967.296
8.589.934.592
17.179.869.184
34.359.738.368
68.719.476.736
137.438.953.472
274.877.906.944
549.755.813.888
1.099.511.627.776
2.199.023.255.552
4.398.046.511.104
8.796.093.022.208
17.592.186.044.416
35.184.372.088.832
70.368.744.177.664
140.737.488.355.328
281.474.976.710.656
562.949.953.421.312
1.125.899.906.842.620
2.251.799.813.685.250
4.503.599.627.370.500
9.007.199.254.740.990
18.014.398.509.482.000
36.028.797.018.964.000
72.057.594.037.927.900
144.115.188.075.856.000
288.230.376.151.712.000
576.460.752.303.423.000
1.152.921.504.606.850.000
2.305.843.009.213.690.000
4.611.686.018.427.390.000
9.223.372.036.854.780.000 – 64°raddoppio
oltre 9 miliardi di miliardi … quello che segue è un post del 20 marzo 2020 – copiato dal gruppo “Natura & Matematica” – la condivisione FB al post sparisce dopo pochi secondi e quindi ho duplicato anche la bella immagine che accompagna il post – roba da nerd –
«L’incendio suo seguiva ogne scintilla;ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.[…]
I riferimenti ad argomenti di carattere matematico sono molteplici nella Commedia e, nello specifico, quello riportato qui, induce a far pensare che Dante avesse un interesse anche per il gioco degli scacchi. La citazione afferma che il numero di cori degli angeli in Paradiso è talmente grande da superare il “doppiar de li scacchi”. Questa è un’allusione alla leggenda di Sissa Nassir, il mago di corte dello Shah di Persia, che, per dare qualche diversivo al suo re annoiato, inventò il gioco degli scacchi. Lo Shah gli chiese quale dono volesse in cambio per questa sua invenzione e lui rispose che gli sarebbe piaciuto molto ricevere come ricompensa soltanto un chicco di riso sulla prima casella; il doppio dei chicchi sulla seconda casella (cioè 2); il doppio ancora sulla terza casella (cioè 4); il doppio dei chicchi della terza sulla quarta (cioè , e così via, fino all’ultima casella, la sessantaquattresima. Lo Shah credette di poter soddisfare con poco questa sua richiesta, ma ben presto si rese conto che il numero di chicchi di riso necessari era di ben lunga superiore a quello di tutti i chicchi presenti nel suo regno. Allo stesso modo, nel Paradiso dantesco, i cori degli angeli sono in numero ancor maggiore dei chicchi di riso della leggenda].A.T.
quando la trasformazione della materia, attraverso la realizzazione di un’idea, crea oggetti utili e belli, queste opere sono capolavori, l’arte è un’altra cosa, magari immortale, magari eterna … il capolavoro è un lavoro fatto bene, può piacere o meno, resta un manufatto unico, irripetibile … e quando questa artigiana ti è moglie, amica e amante … non puoi che ringraziare per l’orgoglio e il privilegio di essere desiderato comunque e sempre: solo infinita ammirazione … https://www.facebook.com/media/set/?set=a.2662122613820382
.. la mia avventata nonché spregiudicata sperimentazione creativa di scrittura, acquista nuovo vigore con la bellissima recensione di Norberto Loricati che ringrazio infinitamente …
Recensione: Un libro difficilmente classificabile in un genere. Se proprio dobbiamo incasellarlo in una sezione direi “biografia romanzata”, ma in queste due parole… c’è dentro di tutto. Un elemento caro all’autore è il mare e, dunque, lo uso anche io per fare un esempio. Immaginiamo una giornata ventosa, di quelle in cui le onde si fanno grosse sotto costa, con cavalloni difficilmente superabili. Se un impavido nuotatore si avventurasse in acqua verrebbe sbattuto a terra, sommerso, respinto, ma insistendo e andando contro vento, superando quel punto in cui le onde si formano, ecco che le acque si fanno più calme, dolci, e accoglienti. Ebbene, i cavalloni costituiscono le prime quaranta pagine di questo libro: respingenti, difficili da oltrepassare, scritte con uno stile poco avvincente, dialoghi lunghi, quasi dei monologhi, composte da riflessioni pseudofilosofiche che allontanano il lettore, invece di attrarlo. Superato questo scoglio il racconto prende un altro ritmo, e ci si incammina accanto al protagonista ripercorrendo la sua (e la nostra) vita. L’autore usa un espediente – una lunga camminata per recarsi a un appuntamento – per rivedere a ogni angolo di strada sprazzi della propria esistenza, ricordando persone, luoghi e idee di una fase della vita che non c’è più. Come spesso accade, si tende a idealizzare il periodo della giovinezza, e ogni cosa dei tempi andati sembra migliore solo perché vissuta in un’età ricca di speranze, progetti e fantasia. Accade la stessa cosa in questo bel libro che Di Gennaro ci propone. Nonostante il protagonista non abbia vissuto una giovinezza particolarmente agiata, si ha la sensazione che la vera ricchezza gli fosse data da qualcos’altro: valori ormai perduti e sani principi restituiscono la soddisfazione per un percorso di vita sempre votato alla correttezza e alla rettitudine. Insieme al protagonista ripercorriamo gli anni di piombo, con il terrorismo che li incendiò, e le lotte di classe, con il periodo d’oro dei sindacati, quando riuscivano a portare in piazza migliaia di lavoratori per un salario più dignitoso. Inutile dire che l’autore sta dalla parte di chi ha meno, di chi vede i propri diritti calpestati, ed essendo egli stesso un sindacalista, in questa sezione del libro ci ha messo sicuramente molto del suo. Oltre a questi temi decisamente caldi e vissuti ancora con fervente passione, Di Gennaro ci mostra anche altri temi più romanzati e meno impegnati. Ci parla di amicizia, di lealtà, di momenti di vita vissuta socializzando con persone in carne ed ossa, e non tramite i cellulari come avviene oggi. Ci parla della sua profonda passione per la musica e del ruolo fondamentale che hanno avuto le radio private negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ci parla dei primi home computer entrati nelle case della gente. Ci parla dei primi amori, vissuti con una passione che spingeva a coprire lunghe distanze con una semplice bicicletta. Ci parla anche del ricco e variopinto rapporto di vicinato che si creava nei vicoli delle città. Ma c’è ancora tanto altro: ci sono pensieri e riflessioni sulle differenze generazionali, sul difficile rapporto fra un padre e un figlio che non riescono a comunicare e c’è spazio anche per un piccolo mistero su un’entità superiore, nascosta, capace di condizionare le vite di tutti noi. Quando si arriva in fondo a questo testo ci si rende conto che in quelle pagine c’è una parte della memoria collettiva del nostro Paese. Non solo, c’è anche tanta parte di noi come singoli individui, con le nostre piccole esperienze vissute e dimenticate negli anni. Ecco, quindi, che questa lettura si differenzia da tante altre poiché, alla fine, non facciamo tesoro delle esperienze altrui, ma scopriamo una più forte e profonda ricchezza nelle nostre stesse vite, che questo libro ci aiuta a ricordare. Una lettura che mi permetto di consigliare soprattutto a chi ha qualche capello bianco, per rivivere tanti bei momenti della propria esistenza grazie all’aiuto di Di Gennaro. (Norberto Loricati)
La logica conclusione, caro Johannes, dopo una vita passata a lottare contro i mulini a vento. Perché nessuno mi vuole dare retta? So di aver ragione, ne sono certo. Sto impazzendo per questa cosa. Perché mi hanno rinchiuso in manicomio?
… cancello ogni dubbio anche per dissuadere altri tentativi di approccio che temo si intensificheranno comunque, sotto sotto alle elezioni amministrative. Ringrazio con il cuore chi, comunque, mi onora con questo tipo di proposte, ma come ho scritto alla domanda lanciata in rete su fb da Franco Matteo: io no, non mi candido, ci provai nel 2006 anche per capire e ho capito che è un massacro di famiglie, più o meno legali … dopo 15 anni è sempre peggio, il tir di liste civiche sarà pieno di anime portate al macello 🙁 … amo Salerno e non solo quella calcistica, tutta SALERNO merita la serie A. Lo confermo con questa foto di qualche gg fa; se dovessi decidere io, la prima cosa che imporrei sarebbe un candidato sindaco DONNA … non voglio decidere, non voglio partecipare (se non con il mio voto), non ce la faccio, io sono un immigrato in questa grande e bella città, le uniche “forze residue” riesco a dedicarle alla militanza nel sindacato di base dentro una amministrazione pubblica che vi assicuro è un impegno affatto semplice … qualcosa, ma tanto altro si respira dentro #ilterzolivello …ma ora, basta chiacchiere, al LAVORO!!! La giornata è lunga, è primavera e il sole tramonta tardi
[…] Vero o falso che sia, quel che si dice degli uomini occupa spesso altrettanto posto nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, quanto quello che fanno. […]
“Il Terzo livello”, il libro dello scrittore salernitano Pietro Di Gennaro
Il libro è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio
Si chiama “Il Terzo livello” ed è il libro scritto dal salernitano Pietro Di Gennaro. Nato a Salerno nel 1966, Di Gennaro è funzionario informatico di una amministrazione pubblica, ma anche dirigente sindacale eletto da compagne e compagni di lavoro. Ha collaborato negli anni tra il 1996 e il 1999 con APPLICANDO, rivista specializzata di computer Apple Macintosh della casa editrice JCE.
Il suo libro, “Il Terzo livello”, è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio, attraverso le confessioni intime di un personaggio egocentrico e stravagante.
Il racconto della sua presenza nella società italiana, chiede al lettore di ricordare i cambiamenti politici e sociale che ognuno ha visto, sentito o vissuto nella realtà. Il protagonista brucia una vita che dura il tempo di una passeggiata sul lungomare di Salerno durante la pandemia 2020.
Ecco il link per acquistare il libro su amazon: clicca qui
che dire? … ringrazio Maria Romana Del Mese che ho avuto l’onore di conoscere per l’intervista che il quotidiano la Città mi ha voluto dedicare, il suo articolo mi ha emozionato molto … ringrazio la Redazione e tutti i lettori che continueranno a darmi una mano in questo piccolo progetto, ogni giorno arrivano segnalazioni di strafalcioni grammaticali e sintattici, del resto il protagonista è uno terra terra e molte cose sono scelte precise della sperimentazione che ho voluto intraprendere … la storiella doveva uscire, Giacinto e il maresciallo Gradone avevano l’urgenza di lasciare il mondo della fantasia per vivere in quello concreto della pagina da leggere … GRAZIE!
«Quando il tuo amore non produce amore reciproco e attraverso la sua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fa di te un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura.»
ChatGPT è un trip… io e lui, o lei, per S. Valentino abbiamo deciso di organizzare un evento sull’inconciliabilità tra capitalismo e amore, ecco i protagonisti con i titoli degli interventi:
1 – Simone de Beauvoir: “La schiavitù dell’amore nella società capitalista”
2 – Friedrich Nietzsche: “L’amore e la sua distorsione nel capitalismo”
3 – Karl Marx: “L’amore nell’era del capitalismo”
4 – Martin Buber: “Percezione e relazioni amorose”
5 – Jacques Derrida: “Linguaggio e relazioni amorose”
6 – Gloria Anzaldúa: “Relazioni amorose e dinamiche di genere, razza e classe”
7 – Søren Kierkegaard: “L’amore e il capitalismo come forze opposte”
8 – Max Weber: “Il capitalismo e la trasformazione dei valori amorosi”
9 – Jean-Paul Sartre: “Le relazioni amorose e la libertà”
10 – Erich Fromm: “L’amore come attitudine sviluppabile”
…. ed ecco i paragrafi di riflessione:
1 – Simone de Beauvoir ha visto la società capitalista come una fonte di oppressione per le donne e le relazioni amorose. Nella sua opera “Il Secondo Sesso”, ha sostenuto che il capitalismo ha creato un’immagine idealizzata dell’amore romantico che viene usata per controllare le donne e impedir loro di raggiungere la libertà.
2 – Friedrich Nietzsche ha criticato il capitalismo per la sua tendenza a distorcere i valori morali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto l’amore a un mero scambio di beni materiali, privando la gente della sua profondità e significato.
3 – Karl Marx ha visto il capitalismo come un sistema che distrugge i legami sociali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto la vita umana a una mera questione di produzione e scambio di beni, distruggendo il significato e la dignità dell’amore e delle relazioni umane.
4 – Martin Buber ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalla percezione che la gente ha del mondo e degli altri. Nella sua opera “Io e Tu”, Buber ha affermato che il capitalismo promuove una percezione individualista del mondo che ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative.
5 – Jacques Derrida ha affermato che il linguaggio gioca un ruolo importante nelle relazioni amorose. Ha sostenuto che il capitalismo promuove un linguaggio ridotto e riduttivo che impedisce la formazione di relazioni amorose autentiche e significative.
6 – Gloria Anzaldúa ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalle dinamiche di genere, razza e classe. Ha affermato che il capitalismo crea barriere per le relazioni amorose tra persone di diverse classi sociali, razze e generi.
7 – Søren Kierkegaard ha sostenuto che l’amore e il capitalismo sono forze opposte e incompatibili. Ha sostenuto che il capitalismo riduce l’amore a una mera transazione economica, privando la gente del suo significato e profondità.
8 – Max Weber: Max Weber ha sostenuto che il capitalismo ha trasformato i valori amorosi, riducendo l’amore a un mero scambio di beni materiali e trasformando le relazioni umane in relazioni puramente economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui le relazioni sono governate da calcoli egoistici, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.
9 – Hannah Arendt: Hannah Arendt ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, distruggendo la natura umana dell’amore.
10 – Jean-Paul Sartre: Jean-Paul Sartre ha sostenuto che il capitalismo crea una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.
… a questo punto gli ho detto: «Ora per ogni titolo e per ogni informazione che hai elencato consigliami un’opera dell’autore che hai scelto.»
e lui o lei …
«Certo, con piacere! Ecco un elenco di opere consigliate per ogni autore:»
1 – Friedrich Nietzsche: “Al di là del Bene e del Male”, “Così parlò Zarathustra”, “La gaia scienza”.
2 – Martin Heidegger: “Essere e Tempo”, “Lettera sull’umanismo”.
3 – Simone de Beauvoir: “Il Secondo Sesso”, “L’età della discernibilità”.
4 – Michel Foucault: “Sorvegliare e Punire”, “Storia della follia nell’era classica”.
5 – Jacques Lacan: “La Semantica del Sé”, “Le Formazioni dell’Inconscio”.
6 – Theodor Adorno: “Minima Moralia”, “Dialettica dell’Illuminismo”.
7 – Erich Fromm: “L’arte di amare”, “Il cuore dell’uomo”.
8 – Karl Marx: “Il Capitale”, “Manifesto del Partito Comunista”.
9 – Hannah Arendt: “La Vita delle Nazioni”, “Eichmann a Gerusalemme”.
10 – Jean-Paul Sartre: “L’Essere e il Nulla”, “La Nausea”.
Queste opere rappresentano alcuni dei lavori più significativi e influenti di ogni autore e possono offrire una panoramica approfondita della loro filosofia e pensiero. Ti consiglio di approfondire la tua conoscenza di ognuno di loro, anche leggendo altre opere e fonti.
.. e come uno sgorbio può rappresentare un milione in poco spazio, così consentite a noi, zeri di questo conto immenso, di agire sulle forze della vostra fantasia
William Shakespeare
la musica è di Angelo Madureira, la composizione si chiama: Reggaebáh
per vedere il video basta fare un click sul biondino con il pannolone degli anni 60′
… … rasato in testa e in faccia, è arrivato, si parte, butteremo le mascherine e torneremo ad abbracciarci, torneremo a guardarci negli occhi fuori dai monitor, torneremo a lavorare, giocare e correre l’uno a fianco dell’altro, a scontrarci e a confrontarci senza paura di inspirare ed espirare virus letali, torneremo a respirare la libertà di questa vita, precaria, dura, maligna ma anche densa di passione, di meraviglia e d’amore. Non chiedetemi quando, so solo che impazziremo di gioia! Buon 2021 mondo mio…
Raccontare sogni è complicato. Sono così tanto personali, soggettivi, intimi, inenarrabili, vividi ma assurdi, eroici ma sempre interrotti. Quando poi i sogni diventano collettivi e vissuti nella vita reale, ogni racconto è di per sé un sogno, un mito, un cammino, un’esistenza senza tempo, senza fine. Raccontare questo lavoro di Luigi è per me impossibile, è “difficile essere uomo Sarebbe meglio volare”: appunto.
Ascolto e la musica mi fa immaginare prati assolati d’estate alle spalle di una scogliera sul mare d’Irlanda. Poi la prima ballata che mi strugge per la sola eredità possibile, che anch’io posso lasciare a chi incontro teneramente avido di risposte “… dei giovani il futuro”: appunto.
Poi i Balcani, gli zingari e il circo della vita comincia a ballare, “Verso la terra promessa”: appunto.
Poi ancora una ballata di classe italiana con un piano dolce come il miele anche se sento “Vorresti che il dolore Si trasformasse in pianto”: appunto. Poi senti una brezza possente, da brividi, africana, in una canzone d’amore per le donne che ti dice “Non è più tempo di tremare”: appunto.
Dove? L’unico posto che connette ogni esistenza, ogni lacrima, ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni cammino, ogni pop, “Ogni ingiustizia o falsità”: appunto.
Ma dove vado senza i racconti dell’infanzia per godere fiati, rap, allegria, ricordi, fusion, mare e vita, “E all’odore buono del pane”: appunto.
Non mancano le caccole ben servite “E con virile saluto romano”: appunto.
Poi una ballata folk d’autore che mi regala un film, dalla fatica del lavoro, al tragitto del ritorno, al rischio della sofferenza per amore, a “Bella, c’è una luce dentro ai tuoi occhi Che illumina la stanza E fa splendere la notte”: appunto.
Poi il blues e che blues, “Bella ciao e Via del campo”: appunto.
Poi il medioevo metropolitano, il canto tribale, “Ma nun ce scassate ‘o cazz”: appunto.
“E se verranno un giorno a cercarmi Troveranno soltanto le mie orme”.
Sarà complicato raccontare i sogni ma con queste tue musiche e parole, si sentono i profumi, gli odori cattivi, si vedono i colori, vibrano le emozioni: non si può smettere di sognare ancora. Grazie Luigi