La Penelope di Brunella

Una sabato sera di marzo al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno

IO, PENELOPE di Brunella Caputo è un’opera viscerale, tanto tosta e vibrante che scassa e trascende il mito, tanto rivoluzionaria come la verità, goccia d’acqua che scava la roccia, che materializza il divino umano nel “pacco di carne” che siamo, maneggiati, trasportati, scrollati, sballottolati lungo il viaggio dolce e amaro dell’esistenza, fino alla consegna finale della morte che ci fa immortali.

La Penelope di Brunella non è il centro dell’universo, è tutto l’universo che ribalta la sua potenza, che dal buio parla alla leggenda con la luce della carne, quando l’anima sopravvive al dolore e alle lacrime, diventando padrona, orgoglio e gloria senza tempo.

La Penelope di Brunella rovescia il mito della tela e della fedeltà, squarcia il classico con la modernità, devasta l’ovvio e lo scontato del passato con la realtà e la verità del presente buio che si agita nelle nostre paure.

Oltre e dentro la morte civile e fisica della Donna venduta e stuprata, la Penelope di Brunella è un atto che dalla scrittura all’emozione scenica della rappresentazione, coinvolge direttamente lo spettatore, invitato al dialogo, invitato a rispondere, trascinato con forza ad entrare direttamente nella ferita che mai rimargina, nel sangue che continua a scorrere, nella storia che continua a raccontarsi, falsa e disonesta, bugiarda e millenaria.

Le voci e le maschere di Brunella e Davide Curzio, interpretano lo spirito, lo rendono visione materiale, e mettono in scena la coscienza dell’anima, in un coro di parole e gesti che si fanno tumulto, interrogatorio, processo, giudizio, navigazione agitata tra tempeste e tregue senza scampo; a noi testimoni restano attaccate domande, condanna e pena.

Il testo è incarnato e sconvolge, a momenti irato di rabbia, a momenti struggente e tenero come una carezza. È l’Arte come specchio che si ribella al dubbio della precarietà, alla fissità delle certezze, all’ipocrisia della ricerca cavillosa di redenzione e assoluzione, alla verità come peccato, al peccato come verità, alla vergogna dell’indifferenza, alla vittoria sulle sconfitte, al bene produttore di male, alle suture su bubboni che si fanno tumori.

IO, PENELOPE di Brunella Caputo è l’Arte che si materializza in una interpretazione emozionante e suggestiva di cui Brunella è maestra: di vita che pulsa, non appare, ma si sente sotto la pelle fino al midollo, dentro le ossa. Brividi.

È la magia del teatro? Forse.

Forse solo la distanza abissale tra veri teatranti immortali e i teatrini di miseria umana che ci fanno bestemmiare.

*** – il post di MONICA – ***

Su il sipario… Ci accoglie la nebbia, una voce narrante melodiosa, Davide Curzio…

Nascosta sotto un velo azzurro, una sposa…

Tu e la tua Penelope, la mia Penelope, la vostra Penelope.

La Donna Penelope… la sente solo chi la vede… la giudica solo chi non vuole vedere… l’ abbraccia solo chi riconosce le sue lacerazioni… la ama solo chi è capace… l’ acqua trova sempre la sua strada… resta calma e lasciati trasportare…

Le Donne intelligenti sanno come fare, ascoltano e non solo le parole…

Le Donne come un pacco di carne…

Le Donne a cui spettano tanti ruoli, figlia, moglie, madre…

Le Donne devono aspettare, tacere, subire… l’acqua trova sempre il suo corso e se lo riprende quando vuole…

Le Donne intelligenti tessono soltanto una tela?

No… tessono tante tele e non le disfano mai…

Le Donne intelligenti conservano, ricordano, e ad ogni lacerazione del corpo e dell’anima si ricompongono…

Le Donne intelligenti affrontano la paura ed è per questo che fanno paura…

Il vestito è sgualcito, sporco, intorno c’è solo il buio, il tempo che passa non lo puoi misurare, la morte arriva quando muori dentro…

Spettacolo meraviglioso…e chissà quante di noi ieri ci siamo sentite la Penelope di Brunella… Bravissimi tutti 👏👏👏👏👏

Una scenografia studiata nei minimi particolari, le luci abbracciano gli attori, la musica è una melodia che arriva al cuore, a rappresentare i vari stati d’ animo di noi Penelope, donne semplicemente donne.

Una serata splendida, delicata, intelligente.

E dulcis in fundo il presidente Matteo Caputo che bacia la mano di Penelope e esclama: sono fiero di avere una sorella come te.

… psss e Io, Elena? a quando? 😉😉😉

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Brunella Caputo presenta “Io Penelope” Teatro Giullare Salerno di Peppe Iannicelli

FOTO di Cristina Santonicola

Il Patto delle 72 Ore

Romanzo 2026 di Giovanni Maio

In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?

PREFAZIONE

È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.

Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.

Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.

Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.

“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.

L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.

Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?

Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.

L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabili per il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.

I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.

La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.

“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.

Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?

Pietro Di Gennaro

URLO

Urla nella notte

Di anime segnate dal bisogno

Sento vagare

Gridare scavando rifiuti

Consumare la maledizione

Del soggetto che si fa moneta

E urla nelle strade affollate

Di frastuono e di paura

Di bottiglie svuotate dalla fame

Di vetri che incidono la carne

Di lame di rancore

Spaccate nell’asfalto

Precario come la scorza di un frutto marcio

Dentro la vita di foglie che cadono

Nella pioggia di lacrime

Mute, affogando pensieri distratti

Arrese alla legge privata di giustizia

Urla, urla ancora, notte senza stelle

Di anime in pena, libere di andare

Segnate e segnalate nel regresso

Ascoltale anche tu e grida, anima insonne

Succitata in sogno e incubo

Mirando la TV dei mille canali ossessi

Legato al letto come cane da guardia

Urla anche tu con me spalancando gabbie

Ai non morti imbottiti di sonniferi e di vergogna

Che non sanno più né leggere né parlare

Privati di protesta, nudati dalla lotta

Che di giorno, nel tormento

Fanno finta di guardare

Respirando veleno

Clandestino e senza casa

Facciata di un elegante edificio storico illuminato di sera, con lampioni accesi e una porta d'ingresso adornata. Il cielo è nuvoloso, creando un'atmosfera suggestiva.
Una strada deserta di notte, illuminata da luci al neon e lampioni, con una figura solitaria che cammina tra edifici e motociclette parcheggiate.
Insegna di un ristorante chiamato 'URLO' con un dipinto affianco, vista notturna di una strada e un carretto verde parcheggiato.
Un uomo in piedi di fronte a una porta aperta, mentre accudisce un fuoco in un pentolone nella notte di una città lampionata.
Una strada deserta di notte in una città abbandonata, con edifici alti e un grande luna nel cielo. Rifiuti e materiali da costruzione sono sparsi lungo il marciapiede.
Una strada deserta di notte con figure scure che camminano, illuminate da lampioni. Rifiuti e bottiglie sparse lungo il marciapiede.
Una strada notturna con sacchi di rifiuti accatastati e un uomo che cammina.
Una strada deserta e nebbiosa di notte, con figure scure in lontananza e lampioni illuminati ai lati.
Una strada buia e deserta di notte, con figure misteriose in mantelli che si muovono tra rifiuti e bottiglie rotte.

COME IL BUIO PER LE STELLE

Romanzo di Pierangelo Consoli, 2020 Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Copertina del libro 'Come il buio per le stelle' di Pierangelo Consoli, con un'immagine di figure che camminano in una strada buia.

Che dire? Bella domanda. Io, procedo come un bradipo tra momenti, giorni, mesi e anni che bruciano all’istante come un brutale incendio di foresta, o come quelle famose torri gemelle, grattacieli galattici arsi e crollati in una mattinata di quel lontano 11 settembre. Nell’eco di quell’evento viviamo ancora oggi, e anche il romanzo di Pierangelo è figlio della tempesta di eventi che seguirono quella tragica e funesta data.

Questo millennio da quel giorno ha abbandonato una plateale speranza di benessere tecnologico globale e ha fatto ripiombare l’intera umanità nel “dovere” inevitabile, più che paura, della guerra. Terrorismo e rivoluzioni colorate, esportazione forzata di democrazia, precarietà esistenziale e morale, nella società consumata dal consumismo delle merci e delle anime, e dei corpi come merce. A questo stiamo sopravvivendo in un oceano agitato di dispersione e confusione, ma, tenaci, abbiamo fede nella bella letteratura che ci da la forza di resistere e lottare.

In questi ultimi anni, in questi ultimi mesi e giorni, davvero una maledizione diabolica sembra vincere ad ogni latitudine. Poi incontri un romanzo di Pierangelo Consoli, come SALVARSI LA VITA o come questo COME IL BUIO PER LE STELLE, e il tempo si ferma, avviluppando passato, presente e futuro in un abbraccio che, all’ultima pagina, ti lascia un segno per sempre. È proprio vero: i romanzi belli non passano, non scadono. Vivono, sopravvivono, replicano l’eterna emozione semplice ma struggente, del piacere di immaginarsi potenza umana di redenzione. Salvezza dal dolore, dagli errori imperdonabili, dalla crudeltà, dai sensi di colpa, dalla condanna maledetta della morte che ci circonda. Dipende dai personaggi, dipende dalla trama, dipende da una scrittura talentuosa che, strada facendo, si affina emergendo dal caos della moltitudine che scrive.

Come il buio per le stelle è esattamente questo: un racconto corale sul riscatto che nasce dalle ferite più oscure, la storia di un’equazione umana tanto semplice quanto profonda: tanto buio, tante stelle. E il buio, in queste pagine di Pierangelo, è denso, palpabile, una misura fisica dell’esistenza con cui tutti abbiamo esperienza, fin dall’oscutità calda e sicura dentro il sacco amniotico, nutriti dall’amore e dalla placenta di mamma.

Sembrano pagine secondarie, ma quelle sul buio della comunicazione tra mamma e figli, già uomini da giovanissimi, sono le pagine universali dei mille romanzi di cui è fatta la storia umana: il distacco, la menzogna, il sogno, la speranza, l’eternità oltre la morte.

Il buio è l’antagonista: è quello della Siria devastata, dove Said e suo fratello sono cresciuti a pane, Corano e addestramento al martirio, in un mondo dove la parola “amore” è un atto di eroismo proibito. È il buio di una colpa antica che corrode padre Augusto, sacerdote dalle mani operose e dal cuore appesantito dai dubbi. È l’oscurità del carcere che ha inghiottito Gegè, ergastolano la cui vita è stata spezzata da una fiducia mal riposta. È, infine, il vuoto di attesa di Lea, giovane donna napoletana il cui amore è un presidio, simile a quello di chi aspetta un soldato al fronte. Nel buio i protagonisti sono stelle.

Consoli non scrive una favola sull’integrazione, ma un’epica della redenzione possibile, quasi una salvezza impossibile da immaginare. Il suo colpo da maestro è aver scelto, come protagonista, non una vittima innocente, ma un carnefice in fuga: Said, l’uomo addestrato a uccidere, che scampa all’attentato che avrebbe dovuto compiere. Il suo è un viaggio ai confini dell’umano: come si ricomincia quando si viene dall’«altro lato», dal mondo dove i bambini muoiono di freddo tra le macerie e i corpi s’addestrano alla vendetta? La risposta risiede in un incontro salvifico a Napoli, città che non fa da semplice sfondo ma da co-protagonista mistica e carnale. Una Napoli che venera le anime del Purgatorio perché crede nell’attesa come forma di vita, e che tra il mare e il vulcano accoglie le cadute per trasformarle in slancio.

È qui che le stelle cominciano a brillare nel buio pesto. Attorno al fragile patto tra Said, il fuggiasco, e Augusto, il sacerdote in cerca di perdono, si intrecciano le esistenze di Gegè e Lea, creando una fragile comunità di reietti. Consoli indaga con precisione chirurgica i sensi di colpa, il peso degli errori, la nostalgia tossica per un’identità violenta. Lo fa con una scrittura attenta e gentile, ma dotata di fegato e sangue, che non rifugge dal mostrare le crepe interiori da cui «si sente sempre freddo».

Testo evidenziato da La Bibbia, Matteo 6,14-15 e Corano, sura XVI An-Nahl, versetto 30.

Questo suo romanzo non è un atto di fiducia ma la testimonianza dell’umanità che vince il buio per farsi luce di stelle. In questo suo romanzo, ci sono innervate le radici di “Salvarsi la vita” che poi pubblicherà 5 anni dopo, una frase, un monito, una verità, un dovere che diventerà titolo. Ci ricorda che la salvezza non è mai un atto solitario, ma un ponte gettato da un altro essere imperfetto. Salvarsi insieme dall’imperfezione e diventare perfezione. È nella logica disarmante di un’amicizia improbabile, nella tenerezza silenziosa di una bambina di nome Bao, nella capacità di amare sapendo, prima o poi, di annientarsi e lasciare andare, che risiede la sua luminosa, straziante bellezza. Storie che travolgono, commuovo e, in un’epoca di muri, deportazioni, di predoni e saccheggiatori, regala il coraggio di lanciare un’àncora di salvezza nella tempesta perfetta che potrebbe annientarci tutti. Perché nessuno, in fondo, dorme sotto lo stesso cielo, ma insieme possiamo imparare a riconoscere le stelle degli altri, quando brillano perché tutto intorno è buio.

Nota a margine

In queste ore, nell’approfondire l’universo di Cioran, forse per ingenuità, forse per delirio d’onnipotenza, sicuramente per ignoranza, sto pensando a come il buio di Pierangelo sia paragonabile al nulla di Emil: necessari, incontenibili, essenziali, intersecabili, disgiunti e congiunti nell’esistenza stessa dell’umanità, che senza, non avrebbe la luce delle stelle e di tutti noi miseri, pianeti riflessi, attratti nel piacere e nel dolore, nella musica e nel silenzio.

Citazione di Emil Cioran sul pensiero della precarietà, estratta dal libro 'L'inconveniente di essere nati'.
Retro di coperta del libro 'Come il buio per le stelle' di Pierangelo Consoli, con un testo che esplora temi di vita, amore, sofferenza e riscatto.
Pagina di un libro con un testo in italiano che descrive una scena urbana e le riflessioni del protagonista.
Testo di un libro con una frase affascinante su uomini e donne, parzialmente coperta da un segno.
Pagina di un libro con testo in italiano, descrivendo pensieri e situazioni di un personaggio in una piazza.
Testo di un libro con passaggi evidenziati in rosso, che parla di amore e notti stellate.
Testo biografico di Pier Angelo Consoli, scrittore e musicista, nato nel 1981 e cresciuto a Sparanise. Laureato in Lettere Moderne, ha vissuto a Napoli e scritto per la rivista Satisfaction.

Pagina di un libro di Pierangelo Consoli intitolato 'Come il buio per le stelle' con una dedica manoscritta e un'illustrazione di una penna d'inchiostro

Informazioni editoriali sul marchio IoScrittore del Gruppo Mauri Spagnol, inclusi nomi di designer e copyright.

“Lea imparò che il ricordo è l’esilio dell’anima che non sa rassegnarsi alla pena del distacco… Si aggrappava ai sogni, ogni notte pregava per poterla rivedere, di parlare con lei e tutte le volte quelli cadevano al risveglio come le foglie d’autunno si liberano dal vincolo dei rami…”

“Restarono insieme, quella notte. Una brigata di gente perduta, che si era ritrovata. Un prete, un immigrato, un carcerato.”

“L’amore certe volte è distratto e si posa là dove non può essere raccolto.”

Post di Monica Di Gennaro su Pierangelo Consoli, discussione su un libro che esplora temi di poesia, sensibilità e il lasciare andare.

DI SPALLE A QUESTO MONDO

Romanzo di Wanda Marasco, 2025 Neri Pozza Editore

Copertina del libro 'Di spalle a questo mondo' di Wanda Marasco, con un'illustrazione stilizzata di due figure umane e colori vivaci.

Wanda Marasco tesse l’epica intima e spezzata di due anime condannate all’imperfezione. Il suo racconto vibra tra la concretezza della realtà e la dimensione oggettiva della follia, una disperazione incontenibile come il tentativo di imprigionare l’anima in una sepoltura di terriccio materno. Sono state queste vibrazioni ad accompagnarmi in una lettura tanto complessa e rivelatoria quanto emozionante e coinvolgente, una lettura che, divorando pagine, ha divorato il me stesso illuso e disilluso di quest’epoca barbara. Vibrazioni che, però, non hanno mai raggiunto una risonanza precisa, una scelta netta tra salvezza e perdizione.

La costruzione, l’ascesa, la contemplazione, il volo e la caduta dalla Torre di Palasciano ci riguardano, non come mera impronta storica di doverosa conoscenza, ma come comunione con la fragilità umana, presente e futura: noi soli dentro noi stessi, e tutto il mondo fuori.

Di spalle a questo mondo è un’immersione febbrile nelle vite di Ferdinando Palasciano, medico visionario e precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa segnata da una zoppia fisica e interiore. La loro storia d’amore, nata da una cura e cresciuta nella Torre di Capodimonte, si consuma sotto il peso della follia, quando la mente di lui soccombe a una demenza implacabile.

La narrazione si snoda su due binari paralleli e strazianti: da un lato il vortice allucinatorio di Ferdinando, anche recluso in un manicomio, dove ricordi, rimorsi e genio si confondono in un delirio coscienzioso fin troppo lucido e preciso; dall’altro il diario struggente di Olga, costretta prima alla decisione crudele dell’internamento e poi testimone di un lento, inesorabile spegnimento. Attraverso le loro voci, Marasco esplora il confine labile tra sanità e pazzia, tra dovere etico e tradimento della storia, in una Napoli ottocentesca vibrante di fermenti risorgimentali e ombre borboniche.

Ma è nella lingua che il romanzo raggiunge vette di straordinaria bellezza. La prosa di Marasco è un mare lirico, aulico più che barocco, con onde di poesia che travolgono. È una tessitura sapiente, ricamata da inserti di lingua napoletana che fanno brillare la sapienza eterna di un popolo destinato a non smettere mai di stupire il mondo. Ogni pagina è intrisa di una materia emozionale cruda e potente, che riflette e insieme illumina i tormenti e le gioie dei personaggi, fino a squarciarne i confini del mistero: tra malattia e sanità, santità e maledizione, mortale ed eterno, curabile e incurabile, miseria e ricchezza, ordine e caos, conservazione e rivoluzione. Fino al giallo, che pare tuttora irrisolto, della testa di Giacomo Leopardi sepolta nel giardino di Palasciano per volere dell’intimo amico Ranieri e la complicità del medico Ferdinando padrone di casa.

Più che un racconto biografico, è un’indagine sull’irriducibile fragilità umana, sul senso di irreparabilità che segue ogni frattura. Il segno rimane nella carne e nello spirito, e l’unica salvezza possibile sembra risiedere nell’accettazione coraggiosa di questa condanna, nell’abbracciare la propria imperfezione come unico, autentico legame con il mondo. Il romanzo è una lacerante e poetica esplorazione di come l’amore e la follia possano intrecciarsi fino a diventare un’unica, inscindibile sostanza.

Di spalle a questo mondo è un’opera maestosa, scomoda e necessaria, che mi ha lasciato un segno indelebile, costringendomi a riconoscere nelle ferite dei protagonisti l’eco delle mie spaventose immaginazioni: una sorte che potrebbe toccare me, chi amo, come è già stato in passato per chi ho amato. Un muro dove sbattere la testa e uno specchio dove vedersi in scienza e coscienza. La scrittura di Marasco è un’indagine sull’abisso che ci guarda nella luce del sole di una storia d’amore che non si scioglie come neve, ma ghiaccia nel tormento del fine vita.

La vicenda di Ferdinando Palasciano, geniale medico travolto dalla demenza, e di sua moglie Olga, costretta a internarlo, si trasforma sotto la penna di Marasco in un’indagine sull’abisso. Ma non un abisso che separa, bensì uno che unisce. La follia non è raccontata come un elemento estraneo che distrugge il legame, ma come una terra di confine in cui il linguaggio dell’affetto si trasforma, si fa disperato e primitivo, ma non muore, diventando anzi simbiosi tra anime, capace di essere sia un muro che uno specchio. Attraverso i due binari narrativi paralleli – la vita di lui e il diario struggente di lei – l’autrice mostra come la malattia mentale diventi esperienza condivisa con l’amato, con la servitù e, soprattutto, con gli amici che lo venerano e gli restano vicino fino alla fine.

I temi che impreziosiscono questo grande romanzo sono molti. Per me, il principale si potrebbe declinare in una domanda radicale: come amare qualcuno che sta svanendo, la cui mente si fa verità inaccessibile? E poi, oltre il fine vita, oltre la morte, come sopravvivergli e continuare a restare? E anni dopo la morte dell’amato, come testimoniare, facendosi testamento e trama esistenziale? La risposta di Marasco non è eroica, ma profondamente umana. L’amore non guarisce, non redime. Accompagna e si fa dolore nel dolore dell’amato. È la scelta di vivere “di spalle a questo mondo”, rifiutando la sua logica di perfezione per abbracciare la devozione totale verso un’anima in frantumi, in vita e nella sua morte.

In un’epoca ossessionata dalla performance e dal controllo, questo romanzo si erge come un monumento scomodo e necessario. Ci costringe a guardare in faccia il nostro terrore per la fragilità e a riconoscere che il legame più profondo può nascere proprio dalla comune accettazione della caduta. La Torre del Palasciano, dimora e metafora, diventa così il simbolo di un amore che non cerca di curare, ma di custodire; che non volta le spalle alla persona, anche quando essa ha ormai voltato le spalle al mondo.

Testo di un libro con citazioni su esperienze emotive e la scrittura.
Testo su un libro che esplora il tema dell'imperfezione umana, con focus sui personaggi Ferdinando e Olga e le loro sfide emotive e esistenziali.
Testo in copertina di 'Your Blissful Shadow No.4' di Owen Gent, realizzato dalla Grafic Studio Bosi di Verona.
Testo biografico di Wanda Marasco, autrice napoletana vincitrice di numerosi premi letterari.
Citazioni di Gesualdo Bufalino e Fernando Pessoa evidenziate in verde su pagina di un libro.
Testo di un libro con una riflessione su due inverni, uno esterno e uno interno, che descrive l'emozione di una bambina.
Pagina di un libro con testo in italiano, contenente riflessioni su desideri e spiritualità, con appunti o scarabocchi ai margini.
Pagina di un libro con un testo in italiano che riflette sulla scrittura con la mano sinistra e le esperienze passate dell'autore.
Pagina di un libro con testo evidenziato e annotazioni, che discute temi di morte, sofferenza e introspezione.
Pagina di un libro scritto in italiano, contenente un testo narrativo. Sono presenti annotazioni e segni di evidenziazione in rosso. Sullo sfondo, si intravede una tastiera.
Testo di un libro in italiano con un dialogo tra personaggi, descrivendo emozioni e situazioni intime.

https://www.filodiritto.com/giacomo-leopardi-e-il-giallo-della-sua-sepoltura

Pagina di appunti scritti a mano contenente termini e definizioni in italiano, con annotazioni a margine e un'illustrazione di note sulle scienze e mitologie.

UN LUOGO DOVE RESTARE

Romanzo di Giovanni Maio

UN LUOGO DOVE RESTARE

Romanzo 2025 di Giovanni Maio

“A chi crede che ogni luogo, anche il più piccolo, possa custodire un frammento di eternità”

Copertina del romanzo "Un luogo dove restare" di Giovanni Maio, con un'immagine in bianco e nero di una figura femminile e un paesaggio urbano sullo sfondo.

Giovanni Maio non smette mai di stupirmi: dopo l’inchiesta sul male con OPERAZIONE KAMARATON, ecco l’inchiesta sul bene con UN LUOGO DOVE RESTARE, nel venti venticinque come dicono gli americani, nello stesso spazio che trascende la fisica dei luoghi per magnificare il cuore dell’anima: Gioi stella del Cilento.

Quest’ultimo suo romanzo, tanto intrigante quanto avvincente, a momenti emoziona, a tratti strugge.  UN LUOGO DOVE RESTARE è una continua e spasmodica ricerca della luce, come desiderio e come bisogno, dell’arte e della filosofia che lega ragione e sentimento di ognuno alla materialità sconvolgente del sacro femminile, eterno motore della riproduzione umana su questa terra.

Il percorso letterario del poliedrico artista Maio va dal fondo dell’abisso, malvagio e brutale, alla vetta sublime della verità più evidente e semplice che ognuno ha dentro sé come patrimonio ereditario di millenni e millenni di storia umana su questa terra.

Giovanni Maio eleva il lettore a custode della scoperta interiore e lo responsabilizza a tramandare la verità della luce. Luce tanto potente quanto continuamente occultata dalla frenesia dell’apparenza, dallo stress delle futilità inutili, dal potere secolare di chi ci vuole ignoranti senza spirito critico, adulto e maturo.

 La sua critica è feroce quanto aulica, contro un antagonista che si erge a sistema di controllo delle anime che devono restare nel buio del mistero e della fede. Nella mia soggettività più estrema e deviata, che si lascia cullare come un poppante, la consapevolezza dell’ipnosi in cui sono stato rapito anche questa volta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è per me nutrimento prezioso.

Le ho contate: in questo romanzo l’autore corre e rincorre ben 85 citazioni in latino, tutte puntualmente tradotte e fonte di continue domande che investono la squadra investigativa immaginata dallo scrittore. Ad impreziosire, quasi a significare presente in costruzione di futuro, una delle due bibliografie contenute nel testo è parte pulsante della storia narrata, fonte degli avvenimenti e delle scoperte, letteratura impreziosita d’accademia.

È materia e sostanza d’eterno che fa da propellente al bisogno travolgente che hanno i protagonisti di arrivare alla scoperta finale che come epilogo sospeso, è la gratificazione e il piacere di un vissuto insieme che nutre, che sfama, che inebria, che stordisce, che con le parole del ragionamento e della narrazione, brucia la distanza tra lo spazio e il tempo di una storia fatta d’amore e di passione.

Certamente è un tributo di nobile ed erudita accademia, al suo paese natale, alla sua terra, alla sua gente, cilentana nello spirito e nella carne, ma allo stesso tempo è una freccia che spappola ipocrisie e falsità di cui il lettore non è solo testimone ma ne diventa complice compiaciuto e grato. Custodire la luce, la verità, è un atto d’amore che Giovanni Maio ci mostra e ci racconta, invitandoci a restare là, dove la luce ci fa divini.

A close-up of a printed page from a book featuring highlighted text, with visible keyboard keys in the background.
Un passaggio di un romanzo con testo evidenziato, che discute temi di controllo, potere e libertà, con una mano che tiene il libro in primo piano.
Testo di un romanzo in lingua italiana con evidenziazione evidenziata in giallo.
A page from a book featuring highlighted text discussing themes of light and hope, with a hand partially visible holding the page.
Un testo di un romanzo con un passaggio evidenziato che parla di un monaco con un libro e una colomba, con un'iscrizione in latino.
Immagine di una pagina di libro con il titolo 'Bibliografia' evidenziato in giallo, contenente una lista di riferimenti bibliografici.
A page from a book featuring highlighted text discussing the dual aspects of feminine sacredness, including themes of initiation and transformation.
A page from a book featuring highlighted text discussing the folklore of 'La Santecchia' and its connection to fear and forgotten truths.
Testo di un romanzo di Giovanni Maio evidenziato, con una candela accesa e ombre sul muro.
Pagina di un libro con un passaggio evidenziato che discute la verità delle domande nella conoscenza.
Testo evidenziato da un libro che esplora i temi della scienza e dei miracoli, con parole in corsivo e un fondo giallo evidenziatore.
A close-up of a page from a book featuring highlighted text in Italian, discussing themes of faith, knowledge, and mystery, with a hand holding the book showing part of the fingers.
Un estratto di un libro con testo evidenziato, contenente riflessioni sulla scienza e la fede.
Pagina di un libro con una citazione evidenziata sulla luce e Maria, con annotazioni scritte a mano e una mano che tiene il libro.
Un passaggio evidenziato da un libro che discute il concetto di miracolo e scienza, con citazioni di Adrien e Diego.
Text from a book page discussing a connection between science and faith, highlighted in yellow.
Pagina di un libro aperto che mostra un testo in corsivo e alcune evidenziazioni, con una mano che tiene il libro.
Un passaggio di un romanzo, con testo italiano evidenziato in giallo su una pagina stampata. Sullo sfondo è visibile una tastiera.
Un passaggio da un romanzo, con testo evidenziato, scritto a mano, su una pagina di libro. La parte inferiore mostra un paio di mani che tengono la pagina.
Pagina di un libro aperto con testo evidenziato, include un dialogo tra i personaggi e la frase 'Ci sono verità che non chiedono d’essere gridate, ma solo custodite.'
Citazione in italiano di Giovanni Maio su una pagina di libro, evidenziata con marcatori, che riflette sul significato della vita e della memoria.
Una pagina di un libro con una dedica scritta a mano, che esprime amicizia e stima, e un messaggio evidenziato sul significato dei luoghi.
Copertina di un romanzo con la foto dell'autore Giovanni Maio e un testo che descrive la trama e i temi del libro, ambientato nel Cilento.
Un uomo in piedi accanto a una scultura in legno rappresentante un personaggio con barba e cappello, in un ambiente naturale sotto un cielo nuvoloso.

Natale a Salerno

Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.

Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.

In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.

I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.

Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.

Locandina dello spettacolo teatrale 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con dettagli sulla performance di Brunella Caputo, data e informazioni di contatto.
Un'immagine del debutto dello spettacolo 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con un attore che si esibisce sul palco di fronte a un pubblico entusiasta.
Locandina dello spettacolo teatrale 'Natale a Salerno' al Piccolo Teatro del Giullare, con il titolo evidenziato e le immagini di Brunella Caputo e altri attori sul palco.
copertina
Un pinguino in primo piano in una strada affollata, circondato da turisti e decorazioni luminose, in un'atmosfera festiva e vibrante.
Un pinguino alla moda indossa occhiali da sole e collane luminose, in un ambiente festivo con luci colorate sullo sfondo.
Un pinguino che indossa una catena in un vivace mercato notturno, decorato con luci natalizie colorate.
Due pinguini antropomorfi sul palcoscenico di un teatro decorato per le festività, circondati da un pubblico in attesa. Uno dei pinguini indossa una sciarpa rossa.
Pinguino in scena durante uno spettacolo natalizio, circondato da un pubblico attento, con decorazioni festive e luci sullo sfondo.

Torneranno le lucciole

C’è chi parte, chi ritorna

e va di qua e va di la

tra tombe, cappelle e marmi da lucidare

con lacrime mai sazie del dolore passato.

Anime agitate, fiori recisi, corpi fantasmi e stranieri,

rassegnati in silenzio, iniezione ibrida di morti e viventi.

Che pensiero euristico in questo pélago di folla

pensare ai morti nel giorno dedicato ai morti.

Usare le tue parole caro Pasolini

mi ridesta dal personale che diventa politico.

Nel giorno dello scempio del tuo corpo

esile e dannato, maudite come la tua poesia del tempo andato.

2 novembre 1975

Inaudito, mistificato, codardo, bieco, coatto, estremo scempio.

La società dei consumi ti ha divorato, vomitato e oggi ti magnifica

In questa data che fa mezzo secolo, a destra e a manca.

Capaci di tutto nell’apparenza nulla, nella fede sincera, vuota come

un pallone sgonfio, inutile rifiuto, marginale gioco del ricordo esornativo.

Che pensiero euristico in questo pélago di folla plaudente la gloria,

pensare ai morti nel giorno dedicato ai morti.

Con le greppie al collo, in luttuoso doppiopetto,

di potere transnazionale, di polizie tecnocratiche

e teste di legno senza radici né cultura

con pupille raggrumate di fuliggine

di potere senza volto, il vero fascismo

di fascisti padri e figli fascisti.

Che pensiero commosso pensarti fantasma come mamma e papà

che ci facevano figli del boom economico

nell’Italia potenza, immutata fascista, orfana ubbìa

ancora oggi di lucciole in cerca di luce.

Copertina del libro di Pier Paolo Pasolini, intitolato 'Il fascismo degli antifascisti', pubblicato da Garzanti.
Copertina del libro di Pier Paolo Pasolini intitolato 'Il fascismo degli antifascisti', caratterizzata da uno sfondo scuro con testo bianco.
Una scena in un cimitero misterioso con angeli trasparenti che fluttuano sopra tombe ornate di fiori e candele, mentre una luna piena illumina l'ambiente buio e silenzioso.
Cimitero al crepuscolo con croci e fiori rosa illuminati, atmosfera suggestiva e triste.
A close-up of an open book page featuring text in Italian, with highlighted segments and a hand holding the page.
Pagina di un libro con del testo evidenziato che discute le idee del fascismo e la cultura giovanile in Italia.
Un libro con del testo evidenziato, che discute il concetto di fascismo e cultura, accompagnato da una tastiera sullo sfondo.
Testo evidenziato su una pagina di un libro, con parti in giallo. Discussione sul fascismo in relazione alla società e alla moralità.
Un'immagine di una pagina di un libro con del testo in italiano, evidenziato in verde, che discute le responsabilità e le conseguenze delle stragi politiche in Italia.
Pagina scritta con testo evidenziato che parla di storia e cultura italiana, in particolare sul concetto di 'Italianità' e il rimpianter la storia.
Close-up of a page from a book, with highlighted text discussing public life and the need to find the strength to play.
Testo evidenziato che discute di antifascismo, con la parola "Fascista" in evidenza.
A close-up image of a page from a book, featuring highlighted text and a person's fingers holding the page.
Apertura di un libro con un passaggio evidenziato in evidenza gialla, accompagnato da un computer portatile sullo sfondo.
Testo evidenziato in giallo su una pagina, che discute il concetto di 'civiltà dei consumi' e la sua connessione con il fascismo.
Un libro aperto su un tavolo, con un titolo evidenziato 'L'articolo delle lucciole' e testo in italiano che discute il fascismo.
A close-up of a page from a book with highlighted text and a person's fingers pointing at the text.
Un uomo con il cappuccio scuro e la barba corta, in primo piano, di fronte a un mobile con librerie e oggetti vari. Dietro di lui, un libro intitolato 'La filosofia di Umberto Eco' è in evidenza.
Una famiglia in un ambiente urbano, composta da un padre e una madre in abiti casual, con una donna incinta che tiene per mano un bambino. Gli edifici sullo sfondo suggeriscono un contesto suburbano.
Un cimitero al crepuscolo, con lapidi e monumenti, illuminato da piccole luci fluttuanti che ricordano anime, mentre sullo sfondo si può vedere un albero spoglio e il cielo che si scurisce.

CENTRO STORICO

Ibrido

Come un motore

Elettrico e benzina

Questo cuore

Nascosto all’indifferenza

Di una storia

Antica, moderna, mai vissuta

Di un Gatto che passa

“Tu vivi allora, tu vivi,

il sogno ch’esisti è vero.”

Ti guarda negli occhi

Dal ciottolato viscido

Scappa nel labirinto

Affamato di carezze

Spezza parole

Perso tra anime

Che fanno rumore

Close-up of an old, rusty keyhole embedded in a wooden door with a weathered texture.
Un graffito arancione che rappresenta un occhio su una parete bianca, con un secondo graffito in caratteri neri accanto. Sullo sfondo, si intravede un vicolo con piante e un'auto parcheggiata.
Muro di un edificio con graffiti colorati e inscripti, circondato da alberi e veicoli parcheggiati.
A street scene showing a person walking past parked cars, with a puddle and greenery in the background. Graffiti is visible on a utility box.
Una parete di un edificio con graffiti, inclusi scritte come 'ACAB' e 'BRC', circondata da alberi e un marciapiede.
Vista di un cortile con un edificio di colore giallo, colonne e un'area di pavimentazione. Una scultura senza testa è visibile accanto a una parete che presenta tessere di diverso materiale. Un albero in un vaso è presente sul lato destro.
Una porta arrugginita e chiusa, con scritte di graffiti su un muro bianco accanto a foglie verdi e terreno coperto di foglie secche.
Facciata del Museo Archeologico Provinciale di Salerno, con finestre ad arco e una statua visibile attraverso il cancello.
Murale con graffito su un muro bianco, con scritte e segni di vernice di diversi colori. Il terreno circostante è coperto di foglie secche, e si intravede una scala che porta verso un ingresso.
Facciata di un edificio storico con graffitti, vista inclinata lungo un marciapiede bagnato, con alberi e auto in secondo piano.
Un vicolo con un edificio storico e graffiti visibili sulla parete, bordato da una fila di auto parcheggiate. Il cielo è parzialmente nuvoloso mentre un albero aggiunge verde all'immagine.
Pannello informativo del Museo Archeologico Provinciale, con immagini di reperti storici e una pianta del museo.
Una vecchia porta di ferro arrugginita con una grata, circondata da piante verdi e vegetazione, in un contesto urbano in rovina.
Una sala con soffitto affrescato, finestre con vetri colorati e un piano rialzato con balaustra, con una porta aperta che mostra l'esterno.
Un pavimento geometrico composto da piastrelle bianche e nere a forma di rombo.
Interno di un edificio con una grande porta di legno aperta che dà su un esterno visibile, pavimento a motivi a scacchiera neri e bianchi, e una scala a vista.
Un angolo di strada con un albero verde, una bicicletta parcheggiata e un'auto bianca in parte visibile.

L’UCRONIA di Maurizio Pintore

Una serata al Porticciolo di Pastena a Salerno, con cinque relatori seduti a un tavolo, mentre una donna legge e tiene un microfono, illuminata dalla luce soffusa della notte.

A Salerno, ma che bella serata al Porticciolo di Pastena, con il “fantasma” di Sàndor che prima ferma il vento e abbraccia i presenti con la possenza della sua grande sensibilità per gli ultimi, poi ci ammalia con il suo essere “uno di noi” grazie all’UCRONIA sapiente di Maurizio Pintore che fa nascere e rinascere ogni volta il grande scrittore Màrai nel suo magnifico romanzo costituente memoria “Il penultimo dono” che ci mostra la “terza via”.

Un evento serale al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un gruppo di relatori seduti attorno a un tavolo, mentre una donna legge da un libro. Sullo sfondo, si intravede l'illuminazione della città di Salerno.

Ma nel buio della spiaggia incantata, è nella lettura di Brunella Caputo che l’emozione dalla parola scritta diventa voce determinata e profonda, che fa silenzio del brusio, e ci emoziona, toccando quelle corde dell’anima che quando vibrano sanno cancellare ogni dubbio di fede, calmare ogni tempesta minacciosa di questi tempi bui. La notte si è illuminata di sentimenti tanto fondamentali quanto primordiali che sono nel DNA della nostra umanità fatta di dolore e piacere, egoismo e solidarietà, brutalità e dolcezza, di tormenti e d’amore. Serata stupenda con memorie e testimonianze vivide di passione, che in attimi senza fine hanno preso il sapore della ragione condivisa con il sale e con il pepe, con la maestria dell’esperienza di Luciana Mauro, Dario Arenella e Gabriele Bojano. Grazie di ❤️ Doc Maurizio Pintore per l’indimenticabile serata del 17 settembre 2025 a Salerno.

Un gruppo di relatori discute davanti a un tavolo imbottito, mentre il sole tramonta dietro le montagne su una spiaggia a Salerno.

PS. Per la cronaca, alla seconda lettura, “Il penultimo dono – La terza via di Sàndor Màrai” mi è piaciuto anche di più, segno che le parole di un grande romanzo, una volta sedimentate diventano roccia senza tempo come le sapienti epigrafi immortali che aprono ogni capitolo di queste sue belle storie Doc, come quella di un “comodino” compagno fedele di ogni notte, che come uno scrigno prezioso contiene la memoria struggente che ci fa uomini e donne per bene.

Copertina del libro 'Il penultimo dono - La terza via di Sándor Márai' di Maurizio Pintore, appoggiata su un tavolo di legno con un computer in parte visibile.
Book cover of S. Màrai's 'Il sangue di S. Gennaro' with a brief description of the author's life and literary contributions.
A book cover featuring a brief overview of Sándor Márai's life and work, highlighting the emotional themes and literary contributions referenced by the author Maurizio Pintore.
Citazione da Sándor Márai evidenziata su uno sfondo bianco, con il titolo 'Capitolo 25'. Rappresenta un pensiero sui consigli nella vita.
Un evento serale al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un gruppo di relatori seduti attorno a un tavolo, mentre una donna legge da un manoscritto.
Page of a book featuring the prologue about Sàndor Màrai, discussing his life and literary impact.
Pagina di un libro di Maurizio Pintore con testi scritti in italiano, riguardanti la storia e sentimenti complessi legati alla memoria e all'umanità.
Un'immagine di una pagina di un libro che presenta l'inizio di un capitolo dedicato a Sándor Márai, con citazioni e testo visibile.
Un evento letterario al Porticciolo di Pastena a Salerno, con quattro relatori seduti a un tavolo, mentre il sole tramonta sullo sfondo montano. Atmosfera di condivisione e riflessione.
Un passaggio evidenziato da un libro, con il titolo 'Capitolo 22'. Il testo descrive una notte in cui un personaggio non riesce a dormire, menzionando Sándor Màrai. Alcuni segmenti sono sottolineati per evidenziare frasi significative.
Una donna legge durante un evento all'aperto al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un tramonto sullo sfondo e persone sedute attorno a un tavolo.
Un libro aperto con il capitolo 16 evidenziato, accompagnato da una stampa di una citazione di Fëdor Dostoevskij.
Un evento al Porticciolo di Pastena a Salerno, con relatori seduti a un tavolo, mentre il sole tramonta alle spalle, creando un'atmosfera suggestiva.
Una pagina di un libro con evidenziazioni, citazioni e annotazioni sullo scrittore Sàndor Màrai e i suoi diari, che esplorano emozioni e solidarietà umana.
Un evento al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un gruppo di relatori seduti a un tavolo, durante una serata al tramonto.
Programma editoriale in italiano con dettagli su direzione, redazione e distribuzione di opere letterarie.
Un gruppo di persone sedute intorno a un tavolo all'aperto mentre il sole tramonta all'orizzonte, con le montagne sullo sfondo.
Un gruppo di persone parla e si muove durante un evento al Porticciolo di Pastena a Salerno, con un tramonto sullo sfondo.
Copertina di un libro con una foto in bianco e nero di Sàndor Màrai e Ilona Matzner nel giorno del loro matrimonio, con un titolo e una descrizione sotto l'immagine.
Due uomini conversano al Porticciolo di Pastena al tramonto, con rocce e un tavolo apparecchiato in background.
Una dedica scritta a mano su un foglio della Biblioteca del Vascello, con il titolo "A PIETRO" e firme di un autore.

FENICE RIBELLE

Che meraviglia

“Post fata resurgo”

e il cuore mai domo ritorna.

Nel respiro libero da catene

nel fuoco ingordo dell’Arte

riprende a soffiare anarchie di gioia e tormento.

Di bocca in bocca, non un vento
ma scintille come muse danzano

nel teatro di vita per strada cantano.

Nessuna pietà di ombre e luci spente

per ammazzare Eris e le sue ingiustizie immonde.

Così prima Atena poi Minerva, dea arde

universale madre divora,

ma né cenere d’angoscia, né polvere di sogno

spande o disperde

ma desiderio che infiamma come sole

che brucia la tua anima segnata

di fenice ribelle.

31 agosto 2025: buon compleanno inquieta anima bella

Un cuore infuocato circondato da fiamme vivaci su uno sfondo scuro.
Un cuore stilizzato di colore rosa vivace con luci elettriche che lo circondano, su uno sfondo scuro.
Un cuore ardente circondato da fiamme, emana luce intensa, simboleggiando vita e passione.
Post containing poetic reflections on existence, art, and the power of desire, celebrating life and resilience.

Come parliamo quando parliamo d’amore

di Paolo Nori su Substack.com

Quando basta un “like” per riportare a galla una emozione persa come una goccia nel mare… e poi stare bene ripensando al babbo che chiamo Pà. Grazie Bruno.

A comment section on Substack where a user discusses themes of love and normalcy in conversation, referencing Paolo Nori and personal anecdotes.
Screenshot of a Substack article titled 'Come parliamo quando parliamo d'amore' by Paolo Nori, with text discussing emotions and personal reflections.
Immagine di una pagina di testo con la scritta 'STATE BENE', che discute di emozioni e amore in un contesto culturale.
Screenshot
Ritratto in bianco e nero di un uomo con capelli grigi, seduto con le braccia incrociate su una superficie di legno, mentre guarda dritto verso la fotocamera.
Ritratto in bianco e nero di un uomo con capelli grigi, indossando un maglione scuro, seduto davanti a una finestra.
Testo di Paolo Nori su piattaforma Substack, che esplora le emozioni attraverso il ricordo del padre e l'importanza dei piccoli gesti come un 'like'.
Un'immagine di un testo su uno schermo con caratteri ben leggibili che discute emozioni e linguaggio nella narrativa di Paolo Nori.
Ritratto di Paolo Nori su sfondo neutro, con espressione seria e barba bianca, mentre indossa una camicia scura.

OPERAZIONE KAMARATON

Romanzo 2025 di Giovanni Maio

Copertina del romanzo 'Operazione KAMARATON' di Giovanni Maio, con un'immagine evocativa associata alla Seconda guerra mondiale.

Prefazione

Parafrasando ciò che mi ha colpito molto in OPERAZIONE KAMARATON, posso dire che il contenuto di questa prefazione può alterare la percezione della realtà stessa: “Prima di procedere alla sua lettura, assicurarsi di essere pronti a confrontarsi con l’inaccettabile.” Quando, durante la lettura troverete queste frasi, forse mi darete ragione, ecco la seconda: “La verità è un cammino, e a volte ci conduce in luoghi dove preferiremmo non andare”

Ricordo perfettamente la sera in cui Giovanni mi ha parlato per la prima volta di questa storia chiedendomi se avessi tempo e voglia di leggerla. È una storia che farà rumore, mi ha detto e ha iniziato a raccontarmi del pescatore Zino che ritrova un cadavere nel mare di Marina di Camerota e dei segreti che legano il Cilento a scienziati e ufficiali scampati alla denazificazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. È il dono di Giovanni Maio: studiare e saccheggiare le verità storiche, e trasformarle in un motore narrativo che non perdona. Ci ha costruito intorno una storia così avvolgente e credibile che, alla fine, mi sono chiesto se non sia andata davvero così. Conosco Giovanni da tempo e ho imparato ad apprezzarlo con alcune sue spystory che non si dimenticano come il TRONO DI PIETRA e L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. So quanto sia meticoloso nella ricerca, quanto si perda per mesi negli archivi e nelle mappe antiche di chiese e monasteri, ossessionato dai dettagli che rendono un’ambientazione viva e tangibile, ma prima di tutto di quanto sia preciso, nella ricostruzione documentale e storica dei fatti che diventano azione nella sua scrittura. In OPERAZIONE KAMARATON, l’ossessione raggiunge il suo apice. Si sente l’odore della salsedine del nostro Mediterraneo più vicino e familiare, il peso della solitudine dei braccati, il senso del dovere e del destino incarnato nei brillanti agenti segreti, Fulvia e Smeraldo, che partendo dalla Cala Bianca di Camerota, si muovono in inchieste ad alta tensione che vanno da un palazzo governativo di Lisbona al castello di Wewelsburg, la fortezza scelta da Himmler come sede mistica del Sole Nero nella Germania del Terzo Reich. Gli intrecci e i misteri che tessono la trama del racconto sono la sostanza connettiva tra silenzi che urlano e ombre in piena luce, tra ragioni di stato e servizi segreti internazionali che rendono i periodi di pace tra le guerre, attimi di una transizione conflittuale che non smette di pulsare, ceneri piene di scintille pronte a scatenare nuovi incendi, rovine su cui ogni nuova costruzione ha fondamenta traballanti, materia e sostanza di vita quotidiana in cui ogni  passo falso significa la morte dei protagonisti. L’abilità di Giovanni Maio è la narrazione che non mostra la scena ma l’avvolge intorno al lettore come una coperta calda in una notte di freddo, il freddo di avvenimenti che continueranno per sempre a sconvolgere verità che sembrano ormai assodate. Il dubbio e il mistero, quello millenario, che muove l’avidità di potere dell’uomo e ne fa l’essere spregevole che uccide senza pietà l’uomo stesso. OPERAZIONE KAMARATON non è solo un thriller di storia abbastanza recente, i fatti si svolgono alla metà degli anni ’80, al suo cuore, come in tutte le grandi storie di spie, c’è una domanda profondamente umana: cosa siamo disposti a sacrificare della nostra anima in nome di una nuova vita? Quanto del nostro passato possiamo davvero rimettere in discussione? I personaggi non sono semplici pedine in un gioco più grande; sono esistenze lacerate, piene di paura e di rimorsi, costretti a scelte impossibili in un mondo che ha smesso di avere regole chiare, proprio quando la fine di una guerra sembra aprire a nuova pace. Giovanni Maio ha compiuto un meticoloso lavoro di ricerca, intrecciando la Storia conosciuta con una verosimiglianza narrativa che è, a tratti, agghiacciante. I personaggi che ho incontrato – gli scienziati tormentati dalla coscienza, gli ufficiali senza più una bandiera per cui combattere, le spie che danzano su un filo teso sopra l’abisso – sono figure universali che danno umanità a vicende che spiegano l’ineluttabilità dell’istinto alla sopravvivenza. È un romanzo che mi ha ricordato perché amo questo genere. Perché non si limita a farmi voltare pagina con l’ansia di sapere cosa succede dopo, ma mi costringe a riflettere sulle nebbie morali del dopoguerra, un periodo che, in fondo, non è mai veramente finito. Io personalmente amo le ombre della Storia, quei complotti che poi la Storia si prende la briga di spiegarne la verità; quelle zone d’ombra che i documenti ufficiali non raccontano, i retroscena che si sussurrano nei corridoi dei palazzi del potere molto dopo che i trattati sono stati firmati. Quando Giovanni mi ha chiesto di presentare questo romanzo, ho accettato non solo per il suo valore narrativo, che è indubbio, ma perché esso scava con precisione chirurgica in una di quelle ombre reali, troppo a lungo ignorate. “La primavera del 1945 non segnò affatto la fine della guerra. Per molti, fu semplicemente l’inizio di un nuovo, più ambiguo conflitto. Mentre l’Europa tentava di rialzarsi dalle macerie, i servizi segreti alleati e sovietici ingaggiavano una caccia spietata non solo ai gerarchi nazisti in fuga, ma al vero bottino: le menti. Scienziati, ingegneri, tecnici il cui know-how poteva cambiare gli equilibri del potere mondiale. L’Operazione Paperclip americana è la più nota, ma fu solo la parte emersa di un iceberg fatto di accordi sottobanco, doppiogiochismo e tradimenti che si consumarono anche nel nostro Mar Mediterraneo, allora un vero e proprio crocevia di spie e rinnegati.”

Panorama aereo della spiaggia di Cala Bianca a Marina di Camerota, circondata da vegetazione lussureggiante.
Spiaggia circondata da scogli, con acque turchesi che si infrangono sulla riva sabbiosa, immersa in un'atmosfera naturale e tranquilla.

La costa cilentana, con i suoi anfratti remoti e i suoi mari allora poco sorvegliati, divenne un’autostrada per la fuga. La fuga di chi, come gli scienziati e gli ufficiali di cui parla questo romanzo, non voleva finire né nelle mani di Stalin né in quelle degli Americani. Volevano scomparire, re-inventarsi, mettere il loro terribile sapere al miglior offerente o, semplicemente, dimenticarlo in cambio di una nuova vita. L’episodio del pescatore di Marina di Camerota che, nelle acque ancora pesanti dei segreti di guerra, trova non un pesce ma un cadavere, è il perfetto incipit per una storia così oscura. Quel corpo non è solo una vittima; è un messaggio in bottiglia lanciato dal passato, la prima tessera di un mosaico di intrighi che lega le nostre storie ad un presente che ci toglie il respiro. Questo non è solo un thriller avvincente; è un viaggio in uno dei capitoli più torbidi e affascinanti del dopoguerra italiano ed internazionale. È la storia di come le ideologie stentano a morire, di come le ambizioni personali e i segreti sopravvivano, spesso con conseguenze inimmaginabili.

“La pace? Forse si può soltanto desiderare come un’utopia irraggiungibile, se non si riconosce prima questa guerra che ci combatte all’interno, questa tensione che ci dilania tra paura e speranza. Fulvia capì che il suo viaggio aveva avuto anche questa funzione: parlare di guerre invisibili, di ferite che non si vedono, di vite che si consumano nell’ombra di potenti giochi.”

Sedetevi comodi, prendete un caffè forte o un bicchiere di brandy – quello che preferite – e preparatevi a essere trasportati in un’epoca in cui niente era ciò che sembrava e ogni onda poteva portare a riva un segreto mortale.

Pietro Di Gennaro

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Retro del libro "Operazione Kamaraton" di Giovanni Maio, contenente una foto dell'autore e una descrizione del romanzo che esplora temi di spionaggio e storia italiana.
Citazione di Primo Levi su fondo bianco: "Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può sempre ritornare, e le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre!"
La prefazione del romanzo 'Operazione Kamaraton' di Pietro Di Gennaro, scritta su una pagina stampata, discute temi di guerra e verità storiche, con un focus su un pescatore che trova un cadavere nel mare di Marina di Camerota.
Dedica scritta a mano da Giovanni Maio per il romanzo 'Operazione Kamaraton', su un fondo chiaro, con una penna scura.
Un post su Facebook di Pietro Di Gennaro dedicato all'opera di Giovanni Maio, che discute la sua importanza e il valore narrativo, includendo citazioni di Primo Levi.
Un esperto di arti marziali in posizione di combattimento, con una katana, all'interno di una palestra di karate, con un emblema sullo sfondo.
Una persona in piedi accanto a una statua in legno di un uomo anziano con barba e cappello, in un ambiente naturale con cielo parzialmente nuvoloso.
Copertina della collana Budo di Giovanni Maio, che promuove vari articoli essenziali sulla cultura giapponese e arte marziale.

SALVARSI LA VITA

Romanzo di Pierangelo Consoli, 2024 Nuova Editrice Berti

È uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Potente e struggente. È uno spazio tempo di parole che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Quest’opera di Consoli è meravigliosa. Non è una pozione magica, un elisir che promette salvezza, è la storia della sensibilità umana che diventa carne e passione, è la storia di anime perse che trovando lo spazio di una comunione sensibile, vivono il tempo sincrono per una salvezza che diventa eternamente possibile, necessaria, costituente di futuro. Nelle ragioni del disagio, della depressione, dello smarrimento, l’adolescenza pianta le radici fameliche di nutrimento nello spirito che cresce rigoglioso, nella scoperta, nella liberazione, nella comprensione, nel ragionamento, nella poesia della vita che è l’amore. Dai traumi, dalla solitudine, dalle patologie dell’esistenza, dalle paure, dai dubbi, dalle domande sublimi, anche la morte diventa danzatrice che incanta, perché la natura, l’essenza del respiro, la potenza delle radici che spaccano la roccia, la follia del creato, è la formazione, la comunione di anime fragili, il cammino su strade che sembrano divergere, che ci salva la vita e con essa l’eredità più grande di essere umani, riproduttori di umanità. Se un giorno gli alieni ci studieranno, è anche attraverso le rivelazioni di romanzi come questo di Consoli, che scopriranno come gli assomigliamo, noi umani scopritori di mondi fantastici.

Per dirlo bene con le parole di Pierangelo: “… perché l’amore ha bisogno di essere mostrato, consumato, esaurito, attraversato come una strada.”

In fondo la vita è un coma da cui è bello svegliarsi ogni giorno.

Copertina del romanzo 'Salvarsi la vita' di Pierangelo Consoli, con un design caratterizzato da una serie di farfalle rosse su sfondo bianco e il titolo in caratteri grandi.
Pagina di un libro con testo in italiano, che trattano temi di viaggio, nostalgia e riflessioni sulla vita.
Testo di un romanzo che descrive la vita di Arturo, un giovane di vent'anni, la cui madre si è tolta la vita. Il testo esplora il suo conflitto interiore e le relazioni con Renato e Manuela, ambientato in un contesto di formazione e scoperta personale.
Camera angle close-up of a text page featuring biographical information about Pierangelo Consoli, a contemporary Italian author and screenwriter.
Pagina aperta di un libro con testo evidenziato in giallo, intitolato 'Salvarsi la vita'.
Copertina del libro 'Elegie duinesi' di Rainer Maria Rilke con una citazione evidenziata all'interno.
Pagina di un libro con testo in italiano evidenziato in giallo, che include riferimenti a Rainer Maria Rilke e preghiere.
Pagina di un libro con testo evidenziato che menziona 'Il mare non bagna Napoli' di Anna Maria Ortese e include un'annotazione a mano.
Pagina di un libro di Pierangelo Consoli con testo evidenziato in giallo, posizionata su un tavolo vicino a una tastiera.
Un estratto di un romanzo con testo evidenziato su una pagina, discute emozioni e connessioni tra due persone.
Passaggio di un romanzo con testo evidenziato, che esplora temi di terrore e morte.
Pagina di un libro con il titolo 'Salvarsi la vita', contenente del testo evidenziato in giallo.
Copertina di un libro con il titolo 'Rainer Maria Rilke' e un ritratto dell'autore a destra. Un testo evidenziato è visibile sul lato sinistro.
Un primo piano di una nota scritta a mano che mostra la parola 'Arbusto:' seguita da 'Tollino (35€ / Kg)' su un documento posizionato sopra una tastiera di computer.
Pagina di un libro di Pierangelo Consoli con un testo in italiano evidenziato in giallo, che parla di un personaggio di nome Alberta.
Un'immagine di tre libri disposti su un tavolo di legno, con un orologio smartwatch e una tastiera in background. Il libro in primo piano è "Salvarsi la vita" di Pierangelo Consoli. Gli altri due libri sono "Il testamento" e "Elegie duinesi" di Rainer Maria Rilke.
Recensione del romanzo 'Salvarsi la vita' di Pierangelo Consoli, con una valutazione di cinque stelle, evidenziando la sua potenza e capacità di coinvolgere il lettore.

Potente e struggente. Uno spazio tempo che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Questa opera di COnsoli è meravigliosa. Complimenti Pierangelo.

L’EDUCATORE di ANTONIO LANZETTA

2025 Newton Comton Editori

Dico solo questo: ipnotico. Lanzetta è un brigante di scrittore che ti ipnotizza e ti tormenta nella Divina, come se Lei, la Divina costa fosse un inferno umano, un crogiolo di brutalità, e non un Paradiso. Dal viadotto Gatto, a Raito, Vietri, Amalfi, Ravello.

Mentre lo leggi ti fa toccare le cicatrici che hai sul corpo, perché iniziano a bruciare, io una la tengo sul labbro di sopra, vecchio ricordo di una testata di un bizantino, così li chiamavano, bizantini, il vomito violento del centro storico di Salerno, scugnizzi di buone donne che massacravano di botte i ragazzini che si avventuravano da Torrione senza compagnia adulta alla Standa, sul corso Vittorio Emanuele, quasi a Portanova.

Già Torrione, c’è anche Torrione nell’Educatore di Antonio Lanzetta.

Pagina dopo pagina, una caramella dopo l’altra, la cicatrice brucia, che io ho continuato a grattare, a leggere, sulla faccia del protagonista, nell’inchiostro delle parole che corrono insieme al sangue che scorre, si rapprende e poi si scioglie ancora e ancora, come nemmeno San Gennaro sa fermare.

La tensione che viaggia, che cresce, da una scena all’altra, da un tormento implacabile che fa dei ricordi un groviglio putrido di dolore, di vendetta, di perdizione. L’inferno umano dei sopravvissuti che non è scenario ma groviglio di emozioni, di bestialità e tenere carezze dolci, come le caramelle alla frutta del vicequestore. Dico solo questo e freno la lingua che il resto, al brigante, glielo dico in faccia: sarà anche fiction noir o come cavolo si etichetta un romanzo di questo tipo, la verità è che fa male, e mi si è anche alzata la glicemia, una caramella dopo l’altra.

Cacchio, l’ho letto al lido dove il caldo ti arroventa ma leggendo mi si sono gelate le ossa. Grande! Grandissimo Lanzetta! Adoro l’odore dei limoni al tramonto, quando le cicatrici dell’anima prendono a pugni le ferite del corpo che vibra di passione.

I finali di Lanzetta sono tutti tremendi: finito uno ne vuoi subito un altro. Ipnotico micidiale. Forse più che brigante, che questa volta il Cilento non c’è, è proprio una canaglia di scrittore salernitano senza pietà.

Cinque stelle con lode, ma non posso darle sulla piattaforma, io L’EDUCATORE l’ho preso, autografato, da Simone De Rosa alla Feltrinelli di Salerno che ringrazio per l’infinita sua pazienza.

Dico solo questo, pensa te se volevo dire altro..

PS.

Ho preso a 0.99 centesimi anche la versione digitale, Lui le regala le sue opere, e poi adora i gatti come nessuno. 😍

Mi è piaciuto moltissimo. Senza respiro, ti ipnotizza e ti porta dentro un groviglio di perdizione umana da brividi. Ipnotico e devastante. Il gotico del XXI secolo da leggere. Per me 5 stelle e lode.

Screenshot

PSICOPOMBO

Nella mitologia greca, epiteto di divinità, soprattutto di Ermes (anche di Caronte e di Apollo), designante la funzione di guida delle anime dei trapassati verso il regno dei morti.

Antico “accompagnatore dell’anima” era lo “psicopompo”, per lo più figura divina o semi-divina dal significato di “guida delle anime”, spesso sovrapposto alla figura più umana – sacerdote, negromante, sciamano – dello “psicagogo” nel significato di “evocatore delle anime”

Anche nella steppa dell’Asia Centrale il cavallo è vero e proprio psicopompo che agisce in qualità di guida quando in lui decide di manifestarsi uno spirito superiore e può fungere così da intercessore al quale l’eroe si affida una volta lasciato il mondo superiore.

Il corvo è uno psicopompo?

Il Corvo è uno psicopompo, perché si connette con il mondo dei morti, cioè l’Inconscio. Beh, credo che tu lo prenda per buono. Durante l’individuazione, imparerai di più sul tuo Inconscio.

Un potente dio della mitologia greca con un aspetto muscoloso, dotato di un elmo con corna e ali, circondato da fulmini e un cielo rosa drammatico.
Rappresentazione artistica di un uomo in uniforme militare con un'espressione intensa, circondato da zombie e un'ambientazione futuristica in tonalità rosa e blu, illuminato da fulmini.
Statua di una divinità con bastone, circondata da figure guerriere in un paesaggio infuocato con fulmini sullo sfondo.
Un'immagine stilizzata di un uomo con capelli biondi, vestito in un'uniforme militare, tiene due lanciatori in mano. Sullo sfondo, un cielo rosso con fulmini e silhouette di figure inquietanti.
Rappresentazione di una divinità alata con una corona, in un ambiente tempestoso con fulmini, che tiene un bastone e una lancia.
Rappresentazione artistica di una figura centrale con capelli biondi, circondata da una folla di persone con volti scheletrici, sotto un cielo tempestuoso di colori rossi e neri.
Statua di un dio greco con tridente, avvolto in un mantello rosso, circondato da un'atmosfera tempestosa con fulmini e incendi sullo sfondo.
Un uomo in giacca e cravatta tiene in mano missili e strumenti in un'ambientazione inquietante con un cielo rosso e fulmini sullo sfondo.
Scultura di una divinità greca con una corona intricata e un tridente, che tiene un lanternino luminoso in mano.
Una figura centrale in primo piano, circondata da una folla di persone con espressioni di angoscia, sullo sfondo di un cielo rosso illuminato da fulmini.
Rappresentazione di una divinità greca con corona e abbigliamento tradizionale, mentre tiene un oggetto di guida.
Immagine di una figura che tiene un razzo e un attrezzo da giardinaggio, circondata da una folla di figure scheletriche in un ambiente rosso e tempestoso.
Statua di un dio greco al tramonto, con un'espressione serena e un copricapo elaborato, circondato da un paesaggio montagnoso e alberi spogli.
Immagine surreale con un volto umano sovrapposto a un cielo tempestoso e figure umane in fondo, simbolizzando tensione e conflitto.
Un'entità alata con grandi ali rosse si erge sopra un paesaggio devastato, circondata da fulmini e oscurità. Il terreno è segnato da lava e figure umane in lontananza che osservano.
Un personaggio in uniforme militare tiene due armi, un razzo e un attrezzo simile a una forchetta, in un ambiente apocalittico con sky rosso e scheletri sullo sfondo.
Immagine di divinità greca in un ambiente mistico, con un dio alato che emana luce, circondato da altre figure divine e un'atmosfera drammatica.

1999 di Paolo Di Paolo

romanzo a puntate per La nave di Teseo

Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili, ultra iper sonici, quelli veri attaccano e distruggono i bunker sotto terra di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.

In fondo: «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».

Logo della serie 'Space: 1999' con un'immagine della luna sullo sfondo.

PUNTATA 1: American Beauty Supercinema https://1999romanzo.substack.com/p/i1-american-beauty

NITORE: “ha a che fare con la lucentezza, con l’atto di splendere.”

wow con la voce di Filippo Scotti mentre si legge piano, a 1x, parola per parola, è coinvolgente: un incipit che avvince. Bello, mi piace.

Un uomo di mezza età con barba grigia legge un libro in una stanza ben illuminata da una luce calda.

PUNTATA 2: American Beauty – L’artista totalehttps://1999romanzo.substack.com/p/i2-american-beauty

wow l’incipit era tanta ansia coinvolgente, come quando stai andando alla stazione o all’aeroporto per non fare tardi, per non perdere l’occasione del viaggio, e nella banale quotidianità, l’ansia di perderti una storia che parte, che può partire senza di te, di me. Adesso sì che si vola. Decollato: si vola. “Ma lo sa, non è così sciocco da non sapere che non si scrive per ricevere dei complimenti. O sì?” e come in “Romanzo senza umani”, Paolo, anche con la sua voce adolescente, emozionata, e parola per parola dentro una macchina del tempo che “pendula” di passato e presente, vola, vola e ti trascina, ti trapana il cervello, e lei, lei, dov’è? Che fa? Chi ha scelto? Mentre io, nella mia cameretta, a sessant’anni penso a quanto sono stato stupido a non scegliere un liceo invece di un tecnico industriale per fare l’elettronico nel 1980, l’ITIS Galilei, frequentato da 998 maschi e solo due femmine… E io? Cos’ero, artista, muscoloso, o solitario? E lei, lei adesso chi è? Dov’è? Che fa?

Ritratto di un giovane uomo con capelli scuri e una giacca, mentre osserva pensieroso in una stazione ferroviaria, con un orologio che segna l'ora sullo sfondo e cartelli luminosi.

PUNTATA 3: American Beauty In una notte buia e tempestosa https://1999romanzo.substack.com/p/american-beauty

wow eccola LEI, giudice di intere generazioni di uomini disperati… eccola la morte celebrale di un intero ventennio di tanta tecnologia e di tanta disperazione, umana, disumana… Decollati nella prima puntata, volando nella seconda, precipitati nella terza e adesso che succede? Sopravvissuti e sopravviventi canta Luciano ma adesso io voglio la IV puntata, dai Paolo, dai Paolo, è già tutto scritto? Pensando a Jack London? È già tutto nei gironi pensando a Dante? “Non sono né carne né pesce” pensando a Mary per sempre? Lo scrivi adesso questo deserto di vita diventata giungla?

Un uomo annodato con una corda tiene in mano un libro rosso mentre legge in un ambiente buio e vegetale, illuminato da una luce blu e arancione.

PUNTATA 4: Ripensacihttps://1999romanzo.substack.com/p/i4-american-beauty

wow: in scena l’impossibile. Il chi ero e il chi sono con in mezzo la distruzione in un lampo, in un attimo, del metronomo che batte il tempo, la cancellazione della formazione durata una vita, del divo, del solitario mai diventato divo, o più materialisticamente vip, very important person? Si può essere una persona importante, acclamata, adulata, rinnegata e denunciata, schifata e riabilitata, e continuare a ripensare alle scelte sbagliate, al coraggio di gettarsi nel fango, alla viltà di scappare dall’abisso di dentro per tuffarsi senza vergogna nell’abisso di fuori? Che specchio feroce senza la luce serena della pace interiore, della consapevolezza che ai rimorsi e ai sensi di colpa non c’è rimedio, perché perdonarsi sarebbe la fine di ogni sogno di grandezza che non basta mai, mai troppo grande, mai raggiunto, mai impossibile nell’attimo del pensiero che si fa vita, passata, presente, futura. Nella terza puntata ho visto la caduta nella realtà. In questa, inizia l’analisi di quello che ero, di quello che sono. È questa la magia della tua scrittura, la magia della letteratura, che se da un lato mi ammutolisce con soggezione unica, dall’altro istiga le urla soffocate dentro che prendono voce. Voci che si fanno transfer nei personaggi che fai vivere in queste pagine, pagine che sono spartiti di una sinfonia che prende forma e scava dentro, facendoci volare, “ripensando” all’ero, al sono, al sono diventato nonostante sconfitte e vittorie, dolori e gioie, nonostante l’incapacità genetica, forse, di fare tattica e strategia, perché se è vero e saggio non giocare con la vita degli altri, è quantomai sano, anzi, doveroso, giocare a rincorrere, “ripensare” alla propria, di vita. Intanto il tempo scorre e tutto intorno è vita giovane che non siamo più, nei corpi, negli ormoni, nei sogni che continuiamo a fare. Grazie Paolo, questa quarta puntata è feroce come lo può essere una belva che ha fame, fame di comprendere quanta umanità ci resta prima di chiudere i conti. Non so se avrò mai la possibilità di stringerti la mano ma se e quando dovesse accadere, negli occhi vedrai il tormento e nella stretta la gratitudine per questa lettura che diventa sempre più avvincente. Grazie.

Un'immagine che mostra due figure di profilo all'interno di un orologio rotto e scheggiato, simboleggiando il concetto di tempo e riflessione interiore.

PUNTATA 5: Todo sobre mi madre – BARCELLONA – 20 giugno 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii1-todo-sobre-mi-madre

WOW la gita: che bella trappola. E poi, anche in questa puntata l’arrivo di lei è rinviato. Lei contesa in una amicizia che da collettiva a quattro sta per diventare amicizia di coppia, e quindi deflagrare in relazioni particolari, amicizie intime in competizione tra loro, che a loro volta si scoprono e si trasformano strada facendo.  È la fine degli anni ’90 del resto, il canone, il rito, la messa e la comunione dello stare insieme è mutato. Il ’68 nemmeno un ricordo per chi non l’ha vissuto: vissuto nel mentre accadeva, né vissuto la sbornia e il reflusso successivi, né la fusione che la fissione. L’emergere sugli altri da reato è diventato meta. Non poteva che essere così. A me sembra con gli occhi di oggi, un destino segnato per quattro amici che si dividono il sonno oltre che il giorno, la scuola e un film come American Beauty. La gita a Barcellona, la gita che chiude l’anno della maturità è uno spaziotempo in cui tutti i lettori vengono rapiti dalla nostalgia e dai ricordi. Che bella trappola letteraria. Io no, a quella gita non andai perché senza soldi. Il cinema, le gite, le bevute e la pizza con gli amici costano e senza soldi e paghetta, anche i riti più comuni della formazione si dividono in classi di appartenenza, dove un solitario è anche più solitario di questo tuo splendido protagonista tra splendidi protagonisti. Per mia fortuna, con tanto senno del poi, non andai. Mi avrebbero arrestato sulla rambla, sì proprio a Barcellona, era il 1985 e sai che figura di merda? Oltre lo stigma perenne come un tatuaggio, forse anche la condanna a ripetere l’anno scolastico. Ma questa è un’altra storia che non interessa a nessuno. Le tue scene della partenza, gli intrecci delle azioni, dei sentimenti che avanzano e precedono i ragionamenti, che si fanno maturi prima della maturità, i dialoghi che testimoniano la crescita e l’espansione della necessità di comprensione che dall’intimo personale sfociano nel mare dell’amicizia h24, sono, tutti insieme, spettacolari, veri, reali come in un lampo l’apprensione materna per un figlio che ha lasciato da qualche ora il nido per un volo internazionale. Sono (e non credo di essere l’unico, anzi, potenza di un tema universale) sono tornato in volo, nello spaziotempo della nostalgia e dei ricordi, dell’amore che nell’impazzimento di ormoni e neuroni non ha scampo, è condanna, è condannato. L’amore che si genera e si riproduce, si rincorre e sta per avvelenare le amicizie, perché domando: a chi a quell’età non è capitato di trovare l’Amore e cominciare a perdersi completamente lasciando ai margini proprio gli amici con cui si è condiviso, fino a pochi giorni prima, l’urgenza del presente, il sogno oltre che il sonno?  L’ansia di lei, per lei, di entrare nei suoi pensieri, nei suoi dialoghi, cresce, cresce a dismisura, perché nello spazio tempo della nostalgia e dei ricordi, l’adolescenza sulla soglia della maturità è l’universo impossibile da dimenticare, che ci ha costruito e fortificato, che ci ha decostruito e distrutto, affogati e risorti, nelle sere senza tramonti, nei giorni orfani di albe, nelle notti di deriva e tormento: istanti di momenti eterni senza via di fuga con all’orizzonte il mare dell’ignoto a divorarci l’anima. Un futuro mai veramente futuro ma illusione di un futuro che è desiderio. Amore come veleno avvelenato muore. E poi il prossimo, e quello dopo, e amore ancora Amore. Grazie Paolo, è un trip che non scende: è la dipendenza bella, quella dei romanzi che m’intrappola. Complimenti.

Gruppo di quattro giovani che sorridono mentre posano in una strada urbana al tramonto.

PUNTATA 6: Todo sobre mi madre – Un pomeriggio con Laetitia Casta – 27 giugno 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii1-todo-sobre-mi-madre

Una bella sfida scrivere strada vivendo! Sotto scadenza, dentro il verso che non schiude né si apre ma dimora sospeso nell’attimo che batte fuori tempo come mettere in pausa e riprendere sotto la pioggia di un appuntamento irrinunciabile. Digressione direbbe un cantore in queste ore di caldo folle fuori all’aperto dove il condizionamento dei pensieri non è naturale. Il muscoloso più amico con lei che con lui, il solitario. Il rapporto acerbo come il sorriso nudo della Casta’ scala di livello verso una nuova asticella da superare più in alto, dove la confidenza prova ad avvicinarsi a quella già più intima con lei, lei, sì lei che gli piace pure se proprio glielo chiedi. Irrompe la gelosia che strattona la confidenza che si fa tessitrice di timori imprevisti. La relazione a due diventa stretta, arriva l’artista: le confessioni si fanno simposio adolescente? È una puntata che sembra andare fuori dal tema del titolo che promette tutto su una madre, sembra una sbandata ma che succederà adesso che la partita a tre sta per iniziare? Lei, lei, la ragazza amica, desiderio armato, dov’è, che pensa, che sta facendo? È una pena subdola l’attesa che nell’agenda dice tra una settima strada vivendo: è una sfida ulteriore che non perdona ma assolve senza uno straccio di peccato, nell’ombra nascosta alla luce di questa giovinezza seducente. 👏

Un uomo di spalle di fronte a un grande orologio con simboli esoterici, circondato da figure inquietanti e un paesaggio fantastico dominato da fuoco e oscurità.

PUNTATA 7: Todo sobre mi madre – La felicità dell’irrilevanza – 4 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii3-todo-sobre-mi-madre

Gruppo di giovani adulti sorridenti in un'atmosfera soleggiata, con una città sullo sfondo.

Il solitario non la vuole vedere ubriaca, non ci va, e non vuole dividerla con gli altri due, tanto è ubriaca. Silvia, Silvia, Silvia. Trovo un po’ sfilacciata, l’azione di quello che accade con i pensieri che vanno verso una maturità che contrasta con i suoi richiami ad una filosofia degli eventi che sa più di università che di diploma e di un “dimenticabile” hotel a Barcellona. Tutto su mia madre è un film, quando invece la chiamata di una madre nelle puntate precedenti mi ha deviato, pensavo irrompessero le vite dei ragazzi che hanno nelle loro famiglie da cui si sono staccati da poche ore. E quindi nuove confessioni, richieste d’aiuto o ribellione che si fa conflitto. Quella gita a quell’età con gli amici forzati nell’avventura scolastica lascerà dei segni “indimenticabili” e l’ubriacatura adolescenziale ne sarà un motore ? L’attesa per la prossima puntata è sempre viva più che mai.

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Claudia Lucca

“E però mi fai venire un dubbio… secondo me Silvia non è la ragazza col maglione viola che piace all’artista e al solitario e pure (forse) al muscoloso. I nostri quattro protagonisti non hanno nome, mentre Silvia sì. E poi lei è già impegnata con un ragazzo (anche se sembra dimenticarselo…), mentre la ragazza col maglione viola no. Almeno, io ho capito così.”

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Pietro Di Gennaro

Sì, hai ragione Claudia, Silvia non è la Lei che anch’io sto aspettando, la Lei dei 4 che dovranno commentare anche il film di Almadovar (così tanto altro si chiarirà) ma dopo la gita, dopo il diploma, dopo la maturità? Credo che Paolo stia per svelare il colpo di scena legato alla gita “indimenticabile” a Barcellona, la gita come la pistola fumante che compare e che prima o poi spara, chissà perché penso ai Fantastici 4 e alla donna invisibile, io nel 1999 a 33 anni vinco il concorso all’Università (e mi tranquillizzo, mi sistemo o come si dice) negli stessi giorni mi risposo, mi sposo con Monica, con un figlio già di nove anni: per me il 1999 non è una ripartenza ma l’inizio di un mondo nuovo, forse quello adulto che nei dieci anni precedenti è stato una fuga continua da un mondo adulto esploso troppo presto. Per questi fantastici 4 è l’anno del salto ma nella narrazione degli eventi lo spazio tempo (quello del “È felice questa irrilevanza stanotte. Felice senza sapere di esserlo, è felice perché possiamo essere solo questo, non altro ci è richiesto. L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” si accavalla e si intreccia così vorticosamente da creare in me tanta bella, vera e santa, confusione, vedi Silvia per esempio. “Andate voi” ecco, ovvio è un solitario, solitario anche nella folla, nella gita, nello scrivere racconti, nell’immaginarsi l’esistenza a puntate, settimana dopo settimana, racconto dopo racconto. Occasione dopo occasione, una gita, una giostra e la scritta del neon che dice INGANNO. Silvia è ubriaca, Silvia sta male ma al solitario non interessa o fa troppo male anche per lui? “Fermiamoci qui, artista, ti prego. Fermiamoci dove la passione è uno spreco, dove non è un impegno con nessuno, dove non è ripetizione, dove l’ostinazione non è uno stipendio o un obbligo sociale. Dove non è una cosa da adulti.” Ma la giostra non può stare ferma, riprende il suo giro con i cavalli che vanno su e giù, la musica che canta rap melodico, nell’estate più rovente da millenni. Grazie Claudia per questo tuo commento che mi ha fatto rileggere questa puntata più volte. Incasinandomi più di quanto non fossi già incasinato. Grazie Paolo per questa giostra che gira senza “gettoni”, Io che Tutto su mia madre nemmeno l’ho visto ancora, io che resto incantato a vedere passare i mille tram del desiderio di questa vita e i mille giri di una giostra che gira e non smette di girare, appunto: “L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” Ma ai giostrai non è consentito fermarsi, è vietato dire basta voglio scendere, perché loro non possono scendere, fanno volare.

Due volti in primo piano, un uomo e una donna, illuminati da una luce rosa intesa. La donna ha i capelli lunghi e biondi, mentre l'uomo è beato e ha una barba ben curata. Dietro di loro, una luna piena rosa illumina il fondo scuro.

PUNTATA 8: Todo sobre mi madre – Vivente! – 11 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/ii4-todo-sobre-mi-madre

wow finalmente LEI, LEi, Lei, lei, leiiiii – grande, no grandissimo, no grandioso, lo sapevo, lo aspettavo, lo scrittore vivente che arde, che s’infiamma, con lei, di lei, si ustiona, lei che “Le piace quando parlano. Le piace ascoltarlo.” – ho aspettato il sabato, perché di venerdì tutto è più triste. Complimenti Paolo, si torna a volareeee. Grazie!

A page from a book showcasing Salvador Dalí's artwork, featuring a surreal landscape with melting clocks and distant mountains, illustrating themes of time and reality.

PUNTATA 9: MATRIX – In ritardo – 19 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iii1-matrix

In ritardo ma ne valeva la pena, nell’email per tutta la giornata di venerdì non l’ho trovata mentre il mare di spam a cui mi sono iscritto negli anni, invece sempre lì presente, i giornalieri, i settimanali. Ma di 1999 niente. Mi sono preoccupato, devo dire la verità ma stamattina mi sono tranquillizzato. Devo dire, tanto è la verità comunque, questa puntata è molto più ragionata e sapevo che il tema in classe sarebbe arrivato, cos’altro manderà avanti la storia di lei e di lui se non la scrittura? Sì le letture, la relazione a tre, a quattro, ma la scrittura. E sono sicuro, almeno lo spero, salteranno fuori i diari, il diario di lei, il suo mondo, nel tema, nei temi, nelle confessioni con se stessa. Nei sogni e nei desideri che si fanno parola. Ragionato, tanto ragionato. Sembrano oggi sull’IA gli stessi discorsi di allora su internet. Oggi sarebbe il caos fermare internet, domani sarà il caos spegnere l’IA che ci controllerà tutti. Ma loro, noi, a 16 anni, che ragionamenti facciamo? Forse è una bella idea, a me la differenza è piaciuta tanto, tantissimo, quella del sabato libero invece del venerdì lavorativo. Io sto pensando che il 25 abbiamo la pizzata della nostra VF che festeggia i 40 anni dal diploma, tutti maschi in quell’aula del Galilei, per l’elettronica che non abbiamo mai visto, per i torni a controllo numerico imballati che nessuno sapeva usare, per una lei che non c’è mai stata in classe e tutti cercavamo fuori dalla scuola. Quella sera, come ad ogni nostro ritrovo, con compagni che vengono dall’estero per rivedersi, parleremo dei nostri temi in classe e se non le lacrime, perché siamo maschi adulti e alcuni già nonni esperti, le risate saranno intrise di questa dolce, amara, sublime mestizia che questa puntata mi ha regalato con la forza della ragione, con l’idea universale di essere protagonisti della nostra vita riflessa nello spazio tempo di uno specchio di parole che sono come quel sentiero di montagna del video, la via dell’emozione dei sensi, tutti insieme, vero Claudia? Grazie Paolo per questo viaggio che ci fa volare. Matrix? MATRIX? Già matrix.

Una giovane ragazza con capelli scuri e scompigliati guarda intensamente verso l'obbiettivo, con espressione pensierosa, in un ambiente d'aula illuminato da luci neon colorate. Sullo sfondo si intravede un ragazzo seduto a una scrivania con un computer portatile.

PUNTATA 10: MATRIX – Un senso di benessere – 25 luglio 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iii2-matrix

una eccezione eccezionale, la discesa negli inferi, il peggiore tema che la sua prof. si potesse aspettare da lui, e da lì, il futuro della vita, dallo sconforto alla chiamata che diventerà devozione assoluta per la scrittura oltre la narrazione: l’emozione di chi legge, il sentire l’emozione. I brividi che ho provato sono quelli che mi hanno fatto ricordare uno stato simile, al ritorno dell’esame orale di chimica alla vecchia ingegneria. Feci scena muta, eppure allo scritto avevo preso trenta. Non avevo capito una mazza della teoria che però avevo applicato quasi con lode nei problemi: uno scritto da trenta, in quella sessione nessuno aveva preso trenta. Feci scena muta e il corpo s’infiammo’ altro che guance rosse, scappai tremando, e tremavo sul bus che mi riportò a casa, di vergogna e rabbia, tremavo. Non una doccia fredda ma un fuoco devastante, sentire la presunzione spegnersi e la vergogna bruciare. Scusate la digressione oggi che le “digressioni” sono di moda per non pensare alla sciagura della guerra come in modo “eccellente” avrebbe voluto la prof. per tutti, ieri come oggi. Ma la migliore è Lei, LEI, lei che supera tutti. Supererà Matrix e la prigione governata delle nostre esistenze? Lei che finalmente sentiremo, vedremo, leggeremo ammireremo, giudicheremo, dalle parole sue, tutte sue, dal tema, dalla sua scrittura che si prenderà la scena nella prossima puntata. Micidiale l’ansia per l’attesa di Lei, LEI, lei che sembra un campo appena arato, pronto alla semina, che sembra il campo dei conflitti, geometria delle pulsioni, e la battaglia per la maturità che prende voce dal seme piantato su un foglio protocollo. Grande 👏 Grazie Paolo.

PUNTATA 11: La vergogna del mondo – Una puntata diversa – 1 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/la-vergogna-del-mondo

Close-up of a young man with a tense expression, showing signs of distress and concern against a dark background.

Ho letto venerdì scorso e un nodo in gola mi ha affogato, lo stesso che nell’adolescenza mi prese dopo la lettura di “Se questo è un uomo”, per giorni e giorni non pensavo ad altro, a quanto fosse mostruoso l’uomo, a quanto male è capace di fare all’uomo che diventa peggio di una bestia, a quanto siamo niente rispetto all’atrocità dell’uomo. Inermi, disarmati, inutili. Indifferenti se almeno non ne parliamo, incapaci se almeno non ne scriviamo, insensibili se giriamo canale, miserabili se almeno non condanniamo. Distratti come autodifesa, traditori come disertori. Ho riletto oggi, e ho capito cosa mi è successo allora, cosa mi succede oggi a me che vivo sicuro, la vergogna di essere uomo nonostante l’uomo, questa è la mia vergogna di uomo impotente, sconvolto, distratto, costretto a fare la solita vita nella mia tiepida casa. La vergogna del mondo sono io che essendo niente non posso, non faccio niente. E non mi assolvo, se ne leggo, se ne parlo, se manifesto, se prendo la parola, se me ne sto in silenzio. Se prego anche se non so pregare. Il rifiuto, questo mi ha stordito, e non lessi più ne Levi né altri, condannandomi all’oblio come corazza tra amici che se ne andavano con l’overdose nel corpo. Anche un rifiuto ha la sua dignità, come stato transitorio di un processo di vita, di trasformazione, ma l’uomo cos’è? La bestia che diventa nella fame, la bestia che affama e massacra, con la stella di Davide sul petto, con le svastiche al vento, con i fasci littori sulla tomba, con le prigioni e le torture di ogni stato, occidentale, orientale, con la miseria, distrazione e distruzione di massa. E le armi, la guerra, solo un affare come un altro. Grazie Paolo Di Paolo, e se questa puntata diversa mi ha lasciato venerdì scorso senza parole, questa notte, rileggendo, inghiottendo il nodo della vergogna, superando l’ovvietà della disillusione perché ad ogni Abele c’è un Caino che l’ammazza, adesso voglio condividere, voglio partecipare, voglio continuare a leggere, magari ripartire dal “saggio” I sommersi e i salvati, che se magari fossi andato al liceo, che se magari avessi studiato allora, forse anche tutta la mia vita sarebbe stata diversa, quella che il tuo protagonista “solitario” mi sta facendo vivere oggi in questo dannato 2025 che sembra senza speranza. Grazie.

Un uomo di mezza età legge attentamente un libro, esprimendo una forte concentrazione e un'emozione intensa sul volto.

PUNTATA 11 e 12: Il mondo com’era alla fine del Ventesimo secolo. L’ultimo capodanno – 8 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iii34-matrix

È il primo bacio? E non gli arriva dalla tenera e fragile che desidera? Ma la desidera? Certo che la desidera. E non c’è stata ancora la gita, e non c’è stato ancora il tema in classe, il miglior tema in classe che ha scritto Lei, il più bello di tutti. La scena del dibattito con le visioni dei nudi della “stramba” all’ultimo banco continua, dovrà continuare, che canaglia lo scrittore che nel raccontarsi “tira la corda” e mischia i piani degli eventi, nello stesso attimo che accadono, nello stesso capodanno del primo giorno del nuovo millennio. Una vita, un anno, un mese, un giorno, una scena,

Passato e presente in momenti che si fanno romanzo. Azzolo, della foto del quotidiano, a parte il direttore che oggi firma documentari su Lenin alla 7, mi ha colpito una informazione che avevo completamente dimenticato, la copia di un quotidiano il 31 dicembre 1999 costa 2200 lire (ma forse era un numero speciale), già un euro e dieci, come costa oggi più o meno, come se il 25 anni non ci fosse stata nessuna inflazione, invece l’inflazione dei sentimenti e delle emozioni in queste due belle puntate sono dei vortici impazziti tra la filosofia e l’inutilità della filosofia nell’attimo che si vive.

Già, sedici anni, il futuro che si fa indietro, la matrix che diventa discussione e un futuro che ripetitivo si fa prigione con un fine pena mai che è la nostalgia del sapore di un piatto di spaghetti al dente mentre la realtà è una pasta scotta e un bacio che sostituisce quello desiderato, nella notte che scoppia la festa, la solita festa anche se è una data speciale, insieme la fine di un secolo e di un millennio. Ma come per la discussione sul tema in classe, così non può che continuare anche la fine della festa e l’alba del nuovo giorno, il primo del 2000.

Lo so che non si fa, ma lo dico perché, puntata dopo puntata come lettore che ammira il protagonista e la corda che tira allo spasimo, strusciando per terra e volando nel cielo, con nostalgia che oscilla tra rudezza e commozione, tra rabbia e poesia, protagonista nel commento ci sentiamo un pò anche noi coraggiosi nei commenti a lasciare pensieri che si aggrovigliano nella lettura, almeno per me è così e mi lascio andare.

Non si fa ma lo dico, chi è nato molto prima ha punti di vista e di ricordo diversi, essendo io del ‘66 nel ‘99 avevo gli anni del Cristo morto sulla croce. Lui risorge e io rinasco, nel ‘99 mi risposo (il primo tanto brutto quanto bello il secondo) e nel ‘99 entro per concorso all’università e divento un “privilegiato” dipendente pubblico, nel ‘99 mio principe erede Daniele fa 9 anni ed è un campioncino a Magic, a Worcraft, in rete navigo con uno stupefacente modem a 56k che suonava prima della connessione, desiderando l’ISDN che non è una droga.

Lo vado a prendere un sabato sì e uno no a scuola e passiamo il week end insieme a giocare e giocare e giocare… Per me il ‘99 è stato un salto di livello in questo gioco straordinario che è la vita, un gioco tra sparatutto, costruttori di battaglie e città, imperi e labirinti magici della mente che continua a sognare.

Grazie Paolo: il mio primo bacio è stato con un’amichetta tra le amichette, in mezzo al mare, in estate prima del terremoto dell’80, io straccione dalla spiaggia libera, loro bellissime con la cabina e i genitori al lido, e non ci siamo dati appuntamento, e non ci siamo mai visti più.

Una vista di una passeggiata con un parapetto, un lampione e un albero spoglio. In primo piano, un cartello pubblicitario con la scritta 'SLIDE BITCH' graffitato. Sullo sfondo si vedono le montagne e il mare, sotto un cielo nuvoloso.

PUNTATA 13: Magnolia – 15 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv1-magnolia

Un'immagine astratta che mostra una cascata di numeri verdi su sfondo nero, con elementi in rosa che rappresentano connessioni digitali, evocando un'atmosfera futuristica.

wow che puntata! Sono qui a leggere e mi sento la cavia che ha la possibilità, nel laboratorio infinito delle nostre esistenze, forse nemmeno la possibilità ma addirittura il desiderio di comunicare con lo scienziato che mi sta vivisezionando l’anima. Per quanto robaccia, perdita di tempo, la scrittura della mandria del XXI secolo, con il meglio di sé stessi che si riesce a mettere nei social, con parole e scatti fotografici del proprio vivere, è lo scenario apocalittico che dalle macerie di rivoluzioni mancate e superate, ci fa vivere non in un deserto fatto di solitudini inespresse ma nella giungla del rumore delle parole inutili. E io che di questa mandria vorrei, magari, essere un vitello performante pronto per il macello, mi sveglio cavia che parla all’esperimento, al coraggio e all’orgoglio di farne parte, numero primo ed imperfetto come le compagne di questo viaggio, specchio e portale di spazio e di tempo che prende a schiaffi i ricordi e il presente in un conflitto di stupore che abbaglia. Forse mi sbaglio, e vorrei di cuore sbagliarmi, ma il finale di questa puntata è un atroce rimorso, un pentimento amaro di ciò che è stato, di ciò che è diventato futuro senza ritorno, una nostalgia prigioniera diventata avanzo, rifiuto imbalsamato nell’anima. Uno di quei piccoli o grandi tumori benigni che hanno smesso di crescere con cui dobbiamo convivere. La grandezza di questa puntata, di questo romanzo da cui non riusciamo a staccarci, è la vastità dei temi che affronta proprio com’è la vita che ci prende nel quotidiano, nell’usuale tempo che consumiamo nel nutrirci costantemente della robaccia che tradotta in parola è solo l’apparente follia che vorremmo essere, un po’ muscolosi, un po’ artisti, un po’ solitari, un po’ Lei che si apre al mondo, spine e rosa del futuro che è stato già passato ma da scoprire puntata dopo puntata. Forse peggio di sentirsi robaccia è sentirmi cavia, felice e grato di farne parte, per mostrare e dimostrare di essere vivo. Grazie Paolo, a te a tutte le lettrici e i lettori, buon fine settimana di ferragosto.

Un uomo e una donna con espressioni preoccupate, in un ambiente interno con dettagli architettonici in bianco e nero, che suggeriscono tensione.

PUNTATA 14: MagnoliaLa nostalgia del presente che ti muore fra le mani – 22 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv2-magnolia

Un pezzo di roccia appoggiato su una pagina evidenziata di un libro, con il testo che recita: 'Esiste il presente,' dice lei. 'Esiste solo il presente.'

«La nostalgia del presente che ti muore fra le mani», risponde Bertolucci. Cavolo che potenza di visione nelle parole di un visionario. È quella corda che non smette di vibrare ma che anzi, in risonanza, amplifica l’ossessione? Di crearle le visioni? “Qual è la corda che, involontariamente, ha toccato?” Ripetete con me: esiste solo il presente! E basta? No caro “solitario”, hai fatto incacchiare anche Claudia che come me, come altri, siamo niente e siamo tutto, lettori, che si fanno incantare. E tu sai come si fa, vero? Perché allora confessare di essere il solitario “incompreso” da qualche critico le cui critiche non sono nemmeno lacrime capaci di disperdersi nella pioggia dell’irrilevanza? Perché sporcare con le irrilevanti “feci” di Putin queste pagine con un fetido presente che ci soffoca il momento che, invece nella lettura ci fa sognare? Lo diceva Eco, non usate le parentesi che stroncano il discorso. Certo che c’è una ragione, il tema in classe, quelle maledette prove, quei maledetti giudizi, quell’indifferenza a tutto il nostro ardore adolescente, di mostrare e dimostrare, negli anni più fragili e tragici, più teneri e brutali, ha risvegliato in noi, il fuoco sopito, le fiamme dimenticate, le nostalgie e i rimorsi più sanguinosi. Perché? Perché allora mortificarci al fruscio di un cespuglio che assiste suo malgrado invece di innalzarci ai mille occhi che brillano nella ruota regale di un pavone sublime in amore? Sì, non è giusto, come non è giusto niente di questa vita che ci sfugge tra le dita, tra le lettere di una tastiera che ha l’ardire di una penna senza freno che, ora come allora, vomita inchiostro del noi stessi incandescente, sopravvissute, le passioni nostre di leggere e di scrivere, la passione di Lei, di Lui, dell’Artista, del Muscoloso, di quella vita, di quegli amori devastanti, di quelle visioni che trascendono il nostro brutto presente in attimi di lucida perdizione. E tu sai come si fa, ad incantare, come Shakespeare userai la gelosia? Il mostro dagli occhi verdi che riferisce una calunnia o una verità? Lei resta contesa dal trio sconvolto dagli ormoni, che nella visione di un ennesimo film, balla e gode da sola. Ammirata ancora di più, Lei che ha fatto il tema più emozionante, con il voto più alto. E torneremo alla gita rimasta successiva al primo tema? E ce ne saranno altri, di temi in classe e fuori classe, di confessioni, di tormenti, di competizioni, di fallimenti? È già un orgasmo l’attesa per la prossima puntata, per l’ultimo sabato d’agosto. Grazie Paolo.

Un giovane pensieroso in silhouette, circondato da orologi e simboli astratti in un ambiente dai toni blu e viola, che esprimono un senso di introspezione e contemplazione del tempo.

PUNTATA 15: Magnolia – Le apparenze – 31 agosto 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv3-magnolia

Un'immagine di un uomo seduto al tavolo, intento a scrivere su un laptop mentre osserva una stretta di mano.
Un giovane studente immerso nello studio, circondato da pile di libri e documenti in un ambiente poco illuminato, con espressione pensierosa mentre legge un documento.

PUNTATA 16: Magnolia – Lettera da bruciare – 5 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/iv4-magnolia

Un'entità eterea e scura in un ambiente nebuloso, circondata da filamenti e sfere luminose, che evocano una sensazione di interconnessione e mistero.

Wow, l’amore che brucia, l’amore che muove il sole e le altre stelle, l’amore che ti fa sentire potente come Galactus distruttore di mondi, l’amore che ti fa sentire una lacrima dispersa dentro Blade Runner o l’amore di Trinity dentro Matrix, l’amore adolescente che ti fa correre tirando pugni al vento dopo il primo bacio, o che ti fa piangere per giorni senza lacrime avvinto nella solitudine che si fa coperta stracciata piena di pulci e vomito di tristezza, l’amore delle lettere mai scritte e di quelle scritte con furia e gettate come mozziconi spenti, l’uno dopo l’altro a bruciarsi la gola per quel filo di speranza che si fa alito dell’ultima possibilità di tornare insieme, e rivivere quell’attimo estremo di felicità che non torna più. L’amore che evade da ogni schema, da ogni programma di follia, oltre ogni sbarra di questa vita imprigionata nell’esistenza di attimo perso a pensare senza agire. Che cazzo di delirio questa puntata e quest’amore che finalmente scoppia, brucia, devasta la pagina. Un sogno, l’amore, e che sogno! Che cazzo di delirio sentirsi personaggio nel romanzo, come mi capita sempre, in quelli belli, in quelli brutti, in quelli che amo e in quelli che odio, a volte personaggio possente a volte una pezza, lo straccio che pulisce la merda, se non la merda stessa. Un incubo, l’amore, e che incubo! Un brivido di freddo e il cuore di giaccio, un brivido di fiamma che soffoca il respiro, e l’amore brucia, arriva, finalmente esplode, oltre l’amicizia che come al solito dilaga e scappa in ogni direzione, si chiude e tradisce, si apre e cura, necessaria e sfuggente, incredibile e totale, di Lei, di Lui, di loro, nelle apparenze, nelle circostante, negli eventi in bilico tra due millenni, nel presente scritto e riscritto, visto e vissuto come un film, come la meraviglia di sentirsi umani nonostante l’umanità stuprata che ci circonda e ci devasta dentro. E ora un’altra settimana di passione per giungere sulla croce che ci inchioda in quest’attesa insostenibile.

Grazie autore, le ho già detto che in ogni pagina mi sembra di rivivere nel romanzo senza umani? Grazie davvero, in fondo la confusione che mi prende è l’entropia dell’universo che spande vita, solo vita quotidiana, indigeribile esistenza con mille sbarre intorno.

A figure stands on a rocky ledge, gazing at a bright full moon and an ethereal owl soaring above in a starry night sky filled with glowing orbs.

PUNTATA 17: “Eyes Wide Shut” – La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura – 13 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v1-eyes-wide-shut

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Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Dopo questa magistrale lezione di vita e di letteratura, dovremo rimettere nel ghiaccio le nostre emozioni, nel freezer vanno stretti lo so per certo, beh magari qualcuno pensa al frigorifero dei macelli, e io penso ai miei pensieri che penzolano squartati e privati del meglio, le frattaglie, cuore compreso. Una vita di frattaglie a guardarci indietro, ad essere cattivi con il peggio di noi che siamo stati. A come in questi personaggi e l’adolescenza, per quanto confusa, dimenticata, orribile e ubriaca di meraviglie, sia stata di sbornie e dopo sbornie. Sto leggendo in questi giorni le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis, e vomito di pagina in pagina nel nulla che siamo stati, che peccato. E lei caro autore annuncia la fine delle stelline, di quell’era che precede la sventura della fine dell’adolescenza, la fine dei superpoteri, la fine dei giorni magnifici e luminosi di pensare tutti i momenti, tutti i giorni, a lei a lui, a loro, la fine dello strazio del favoloso mondo ingovernabile, del viaggio senza frontiere, con tanto di fili spinati e abissi dietro ogni curva, alla fine dell’orizzonte catturato negli occhi e nelle risate di una canna condivisa, alla fine di quell’amore magari mai consumato, mai bruciato, straziante come quello in cenere che finisce col diventare grandi, freddi, paurosi ma più incoscienti di prima. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Scherzo, rido di me, a queste parole, ingovernate, non distanziate, perdutamente vere, false come lo è tutta la nostra esistenza apparente, quella che non riusciamo a contenere. Azz, inautentico? Azz, “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura” ? Io tremo al solo pensiero di vedere, sentire, leggere, la reazione di Lei a quelle pagine fitte fitte, a quelle domande che sanno di vita vera ed universale che semmai la letteratura l’allarga la realtà, altro che concorrenza, semmai la realtà sarebbe sciapa, né carne né pesce (tanto per non citare un film), insapore, per chi invece di letteratura si nutre, si arma, e sopravvive. Altro che concorrenza sleale per giunta. Mi inerpico in mondi che nemmeno conosco e chiedo perdono, sì proprio come i tanti “scusa se” del solitario… Immagino il tribunale e le prove presentate a carico della “strega” che finirà sul rogo, ci salirà l’artista, il muscoloso, anche il solitario (mi pare di capire con molto senno del poi) e naturalmente Lei, che scriverà altro sul sul diario ma a loro si concederà come non farà mai più nella vita vera da adulta, dove inautentici siamo tutti ogni giorno, perché dobbiamo sopravvivere e provare a fare a meno di sostanze che all’epoca ci facevano volare ma che oggi servono a farci tenere ben piantati i piedi a terra. Ma no, delle emozioni non ne possiamo fare a meno e cavolo ecco perché: “Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito?” Poi c’è chi non si nutre né si abbevera ogni tanto di letteratura, ma questo è un altro discorso. Abbraccio con l’Autore tutti i commentatori e le commentatrici, per il loro coraggio, la loro realtà e autenticità che mi accompagnano dalla prima puntata, e mi ripeto forse, non credo affatto che “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura”, anzi la letteratura sopravvive alla realtà, da millenni, se vogliamo dalla notte dei tempi pensando alla Bibbia o altri testi precedenti, la realtà non può competere né in modo leale né in modo sleale, la può deformare, infangare, magari uccidere, bruciare, Lei rinasce e si riproduce, canta e danza nei secoli, nonostante gli scrittori e le scrittrici, nonostante le lettrici (maggioranza vedo) e i lettori, gli editori, le industrie e le econaomie come i governi, i critici e le accademie, che invece passano, si consumano nella carne, nelle ossa e nel sangue che invece restano sempre vive nelle pagine della letteratura immortale perché senza mai data di scadenza. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? 😌

Un ragazzo con espressione pensierosa è seduto al centro di una stanza disordinata, circondato da pile di libri e fogli disposti casualmente, mentre la luce morbida crea un'atmosfera di introspezione.

FOLGORATO

“Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano”.

Prima dell’ultima tappa – Materiali e arretrati
Ritratto di un ragazzo con capelli disordinati, illuminato da luci al neon viola e rosa, con un'espressione pensierosa.

PUNTATA 17: “Eyes Wide Shut” – Nell’attesa – 20 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v2-eyes-wide-shut

Post 20 settembre a 1999

Che atrocità e meraviglia l’attesa, e l’attesa dell’attesa, e nell’attesa l’immaginazione che attorciglia il cuore con le budella, e fa soffrire, e fa gioire. Ero rimasto folgorato dal video del 17 settembre, e riprendere adesso il link fra centinaia di mail che ancora devo cancellare, alcune leggere per piacere, altre per dovere, altre ancora per cortesia, e poi rispondere, mi sembra passato un secolo ed invece è stato solo 4 giorni fà. Che macerie di attimi triturati nell’istante, e che magnifico istante invece essere esaudito nel desiderio, nel sentire prima di leggere con la voce emozionata dell’autore, della lettera, la famosa lettera, della parola scritta che ferma il tempo e lo rende immortale. WOW, l’autore si è aperto e confessato, ci ha parlato del suo interrogarsi e questa meraviglia ne è il risultato? Favoloso mi viene da dire, un po preoccupante con quella spada feroce che dondola dal titolo, “Eyes Wide Shut” il film che non avete ancora visto, dice l’organizzatore di una serata che salta? Che diventa la “prima volta” per sempre? Vuole la stanza per giorni per anni… O è la minaccia dietro l’ennesima curva dell’esistenza che porta al dolore e alla sofferenza del… “perduto amore”? Il finale, ma perché tutto deve finire? Una commedia, una tragedia, un romanzo, un film, una lettera, l’avventura che siamo in questa vita? E i sogni e il delirio dei desideri che si fanno carne, concretezza, fondamenta di continuità di vita in coppia, e quale coppia o accoppiamento si realizza? Era tanto tempo che aspettavo e adesso? Inizia? Durerà? Che atrocità e meraviglia l’attesa, di adesso, di allora, di quel bacio provato allo specchio con le labbra che s’incollano al vetro, con l’immagine di sé stessi, nell’abisso del tormento di non sentirsi mai abbastanza. Di non sentirsi mai veramente desiderati. Di rompere quel ghiaccio che si è solidificato non solo intorno al cuore ma che nell’anima è scheggia furiosa di dubbi e paura. L’educazione sentimentale come traccia di recupero nel senno di poi, il film di Kubrick nel senno del forse, la maschera svelata che cade ai piedi dell’ovvio rito di iniziazione che tutti abbiamo vissuto, tutti più o meno in solitudine, ma che letto così come scritto attraverso tutte queste puntate che sembrano una montagna russa dove a vorticare sono gli specchi che ci corrono intorno mentre invece siamo fermi a leggerci dentro nei ricordi, ma che letto così settimana dopo settimana tra eventi e quotidianità che ci traffiggono gli occhi di orrore, nell’attesa, nell’attesa dell’attesa, del finale dell’attesa,  che letto così come scritto diventa l’oasi rubata al caos, un miraggio, visioni, atrocità e meraviglia di quella pace che meritiamo senza vergognarci, di essere stati e di essere ancora  umani che si emozionano al solo pensiero dell’Amore. Grazie autore e come diceva un personaggio di De Crescenzo, prufessò io non capisco ma mi affascinate, più o meno il senso che non deve avere per forza senso, per ragionare, per bloccarsi o peggio scanzarsi, all’inspiegabile magia della parola scritta: “Le parole avvolgono. Le parole scaldano. La fanno avvampare.” – “È-una-dichiarazione-d’amore.“ – Com’era nel video la domanda? Un romanzo come una lettera? Superlativo, ardito, come acqua nel deserto. L’oasi della pace che meritiamo. – “E lei: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te.“ – La lettere scritte arrivano dove l’orale si ferma, come quando la TV non prende per un temporale o la rete si blocca perché manca la corrente, e a me sembra comunque di continuare con schimmie che non sentono, non vedono, non parlano. Già, le vedo, le sento, atroci e meravigliose, le parole che verranno. Grazie! E grazie di cuore a questa reiterata istigazione a partecipare che ci fa sentire protagonisti, in questi tempi di luci fulminate.

Un giovane con un'espressione pensierosa indossa un berretto e tiene in mano un oggetto, mentre frammenti di vetro e carta fluttuano intorno a lui in un ambiente scuro e carico di emozione.

PUNTATA 18: Cominciare e finire – Una breve riflessione – 28 settembre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/cominciare-e-finire

Il ritardo, per tabucchiano gioco del rovescio, è diventato una risorsa! Una scheggia di “calvinite acuta” ti ha dato ispirazione per trovare un’ottima soluzione del garbuglio e toglierti dall’imbarazzo, regalando a tua volta uno spunto molto intrigante sul cominciare e sul finire. Questa è stata, domenica, la mia prima reazione. Ora, leggendo i tanti commenti delle lettrici e dei lettori, indulgenti, anzi riconoscenti per questa puntata-non puntata o superpuntata imprevista e accogliente, sento la necessità di dire che tutta questa esperienza è attraversata da un filo conduttore importante e inedito. Una attenzione reciproca tra autore e gruppo di lettura, una libertà di opinione, di decisione, di immaginazione. Un “potere” condiviso nella magica piattaforma, che si è dilatato non solo nel tempo (dei ritardi e dell’andirivieni negli anni), ma anche nella riflessioni dei singoli, che portano lontano gli spunti offerti dall’autore, in un laboratorio di comprensione sempre aperto. “Le funzioni astratte che si incarnano” e hanno un nome danno ragione all’affermazione di Proust: “Ogni lettore in un libro legge sé stesso”. Ma qui c’è stata in più la possibilità di confrontarsi in presa diretta con un testo, con le fasi e i problemi della sua scrittura, misurandosi con l’autore e con altri lettori. Partecipare a questa esperienza di lettura critica in divenire è stata una straordinaria opportunità. Sentire avvicinarsi il congedo, “lo strappo”, trova consolazione nel ripercorrere le tappe del viaggio e nell’inventare un esercizio di immaginazione del futuro, per chi scrive e per chi legge. Il vincolo della gabbia, smantellato come è da piccole produttive evasioni, alimenta l’attesa di un finale libero. Resta solo da aggiungere un grazie convinto!

PUNTATA 19: “Eyes Wide Shut” – Doppio sogno – 3 ottobre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v3-eyes-wide-shut

oggi domenica sta piovendo, mi sembra che il cielo pianga le sciagure che viviamo. Che fortuna che ho avuto a leggere questa ultima puntata dopo il finale perché forse me lo avrebbe un tantinello rovinato nel senso che… No non aggiungo altro, altri lettori arriveranno a questo punto e non né elegante né giusto anticipare niente. Ma il 3 ottobre e il 4 ottobre 2025 sono state giornate pazzesche, e la vita reale prende il sopravvento. Posso solo aggiungere che piangere con lacrime asciutte, per un amore, per l’orrore, è la forza che ci vuole per sopravvivere alla nostra fragilità di essere umani, e nei millenni raccontarci storie e vivere emozioni. Grazie Paolo.

Un cronometro in primo piano, con numeri ben visibili, circondato da pezzi di roccia o frammenti, su uno sfondo illuminato da una luce soffusa.

PUNTATA 20: “Eyes Wide Shut” – Ciao – 4 ottobre 2025 – https://1999romanzo.substack.com/p/v4-eyes-wide-shut

“Quasi tutte le previsioni sono sbagliate.

Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.”

[…]

Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.

[…]

Ciao, siete un grande maestro Paolo Di Paolo – grazie per questa indimenticabile e bella avventura. Quell’intimità della Piazza di Carpi, di serenità e bellezza, è il finale che più di ogni altra cosa desidero per ogni piazza del mondo, per i popoli, per la vita. Grato e commosso con le lacrime asciutte del Solitario, di ogni solitario dentro di noi.

FINE

Un'inquietante scena che mostra un viso parzialmente coperto da fogli di carta con parole scritte, adagiato su una pila di libri aperti. I pezzi di carta sparsi e il ambiente disordinato conferiscono un'atmosfera surreale e misteriosa.
Un volto umano parzialmente riflesso e frammentato in un ambiente scuro, circondato da pezzi di vetro e un contenitore di carne, mentre una mano si avvicina a una fonte di luce.
Un'illustrazione surreale che rappresenta un volto femminile con un cuore rotto e schegge volanti, simboleggiando emozioni tumultuose e vulnerabilità.
Due giovani ragazzi si guardano intensamente in un ambiente poco illuminato, con uno dei due che ha un tatuaggio visibile sul volto e un accessorio decorativo nei capelli.
Due giovani in una strada cittadina, uno mostra un'espressione pensierosa mentre l'altra sembra persa nei propri pensieri. L'atmosfera è malinconica e sfocata, con edifici sullo sfondo che suggeriscono un contesto urbano.

Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili quelli veri attaccano e distruggono i bunker di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.

Copertina del fumetto '2001: Odissea nello Spazio' realizzata da Jack Kirby, con illustrazioni di astronauti e navi spaziali su uno sfondo cosmico.
Un giovane uomo seduto in un ambiente disordinato, illuminato da una lampada, con bottiglie e fogli sparsi attorno a lui.
Close-up of a young person with a stylish punk-inspired appearance, surrounded by colorful neon lights and digital effects, reflecting a futuristic and vibrant aesthetic.
Due giovani osservano attraverso un frigorifero con vetri rotti, uno dei quali sembra emozionato e l'altro pensieroso, in un'atmosfera misteriosa e intensa.
Un cuore umano al centro di un vortice di libri e orologi, circondato da cuori rossi e oggetti sparsi che rappresentano il tempo e la conoscenza.
Ritratto di una giovane donna con espressione pensierosa, seduta davanti a uno sfondo di motivi floreali colorati.
Interno di una stanza disordinata con libri sparsi, bottiglie vuote e un'atmosfera cupa e misteriosa. Una finestra mostra la pioggia e la luce fioca illumina il disordine, creando un'aria di abbandono e nostalgia.
Paesaggio marziano con una grande luna in cielo, rocce sparse e strutture futuristiche visibili nel deserto rosso.
Un paesaggio spaziale con sfondi di montagne e un grande pianeta rosso nel cielo, mentre astronauti interagiscono con strutture futuristiche e rover, in un'atmosfera di avventura e scoperta.
Un paesaggio futuristico di un pianeta deserto con strutture tecnologiche abbandonate. Una grande luna rosa illumina l'ambientazione, mentre un'insegna al neon indica 'PAIRUAL ENS'.
Un paesaggio futuristico su un pianeta alieno, con un razzo in partenza nello sfondo, pianeti e lune visibili nel cielo, e strutture spaziali sul terreno.
A cozy bedroom with a bed covered in crumpled and scattered pages from books, overlooking a glowing city skyline at night.

La trilogia di Corrado De Rosa

Dopo ITALIAN PSYCHO (2021) e LA TEORIA DEL SALTO (2025) con QUANDO ERAVAMO FELICI (2023) ho completato la lettura della trilogia Minimum Fax di Corrado De Rosa. E ora?

De Rosa “non è mai definitivo, come non lo sono i grandi personaggi letterari.”

Lui lo ha scritto di Maradona in un suo vecchio articolo sull’Espresso. Sembra facile copiare e usare le sue parole che definiscono un genio e riproporle esattamente per descriverne la sua, di genialità. Corrado De Rosa è ormai un mito e “con i miti non si può competere”. Anche questo si trova nella sua trilogia sul genio della mente umana. Di lui, lo scrittore, non puoi che acchiappare le ultime parole e provare a ragionare se riesci a far valere la parte razionale del tuo cervello, oppure lasciarti andare e volare insieme a lui per quanto rende semplice, l’esplorazione nella complessità della mente umana. In entrambi i casi questo grande scrittore non ti rapisce, ti possiede.

L’ultima riga del suo ultimo lavoro, quello che ti propone di saltare allo specchio per capire di te quello che ti sfugge, quell’ultima riga dicevo, è sublime: mi sono reso conto di come, quando ti guarda negli occhi, ha piena padronanza dei neuroni che ti brillano in testa prima di cominciare a parlare. De Rosa ti entra nel cervello.

De Rosa è una TAC vivente che mentre lo leggi ti sta analizzando con un liquido di contrasto che sono i tuoi pensieri. Lo so, sembra fantascientifico ma è la verità, ci sono grandi critici che sanno dire solo che è bravo per quanto li ha messi in mutande con la sua grandezza di ricercatore, che dire accademico è riduttivo, è come dare del maestro delle scuole elementari ad un ordinario magari anche già preside di facoltà o anche solo direttore di un dipartimento dell’Università italiana.

A lui piace lo sport e se mai leggerà queste cazzate che sto scrivendo gli piacerà la metafora del salto. Ma prima voglio dire da bravo cazzaro che scrive cazzate, e in quanto tali essenzialmente fondamentali come un metro cubo di aria all’aria aperta, che UNO che raccontando “La teoria del salto” vede gli amici più amici cominciare a saltare intorno a lui, ha dentro il suo verbo qualcosa di divino oltre ogni umana capacità di comprensione.

La mia ovviamente. Ma stamattina, sul lungomare, incrociandolo nella corsa come faccio io perché l’eccesso che siamo è una zavorra che pesa e ci rallenta, l’ho visto circondato da un’aureola luminosa come una madonna. Quindi come ho già scritto in un post su Facebook, nella piazza virtuale di noi altri esseri virtualmente razzolanti, Corrado sovrumano lo è davvero.

Ma torniamo a quello che volevo dire.

Punto primo: leggere tutte e tre le bibliografie della trilogia, e poi pensare a lui come a un Gianmarco Tamberi dei tempi d’oro, che dopo aver saltato il record del mondo, mette l’asticella un centimetro più in alto e dice: adesso salta tu.

Testo evidenziato da un libro che parla dell'essenza di Salvador Dalì e del concetto di 'salto' come simbolo di autenticità personale.

Questa è la grandezza di Corrado De Rosa, il sovrumano, ti porta in alto con se e ti fa volare. Più sotto allego un paio di video che ho trovato: sono la testimonianza palese della sua sovrumanità, una prova si direbbe in un tribunale. Lui corre veloce come Mennea quando parla, e non si stanca mai come la finanziera Stefania Belmondo. Arriva in fondo, rendendo semplice e bello il tema più complicato che esista: la mente umana.

Lui cerca la costruzione dell’identità, così gli ho sentito dire in una delle sue innumerevoli interviste. Nel farlo, con i suoi lavori, ci spoglia e ci spiega l’identità che siamo o almeno la parte più comune che ci rende tutti umanamente normali: il genio, l’intelligenza, più o meno pronunciata. Beh, è professionalmente uno psichiatra, un medico della mente, quindi niente di strano, invece, ci fa vedere il record del mondo e ci porta più in alto ancora.

Luca Briasco alla presentazione, non ricordo le parole precise, ma lo ha detto chiaramente: editare De Rosa è un’impresa piacevole di trascendenza umana. Non so se mi spego: Luca Briasco. Mi sa che è stato De Rosa ad editare Briasco.

Due relatori seduti su una sedia in un evento, uno con occhiali e barba corta, l'altro con maglione color bordeaux, entrambi interagendo su un tavolo con bottiglie d'acqua e libri.

Va beh, Briasco ha usato la metafora della neve a Roma ma il senso che ho capito io era quello dell’extraterrestre che studia l’uomo dal di dentro. Sovraumano, appunto. Sono tutti bravi a fare le autopsie sui morti o con strumenti elettronici guardare analisi da fuori del corpo, lui, De Rosa, le fa ai vivi, da dentro: viviseziona la mente attiva mentre ragiona. Il lettore, almeno questo vale per me, si astrae dalla realtà e si fa cullare, direi trascinare con piacere, in questa sua grande opera di squartamento.

Non lo so dire meglio. Questa trilogia è sconvolgente. Il genio criminale, il genio sportivo ed infine il genio artistico. In tutte e tre c’è la follia come cifra ineluttabile della grandezza. Non è morale, non è filosofico, non è estetico: è profondamente viscerale dove tutto è nutrimento. La storia dei quozienti intellettivi presente su QUANDO ERAVAMO FELICI è emblematica. Demolisce la conoscenza come limite della creatività artistica e dà piena funzionalità al genio, che valicando il confine che non esiste della follia, produce, genera, riproduce capolavori. Capolavori che siano criminali di male, che siano di bellezza nel gesto sportivo, che siano di emozioni nel ragionamento artistico.

Una pagina di un libro con un testo evidenziato che chiede: "Ma dov'è il confine tra genialità e follia?"

Non lo so dire meglio e quindi lo ripeto: questa trilogia è sconvolgente.

“Perché la realtà non si ferma al presente ed è più profonda delle apparenze: è concreta senza essere attuale, è ideale senza essere astratta.”

La velocità con cui parla quando l’ascolti, la velocità che ti fa prendere la lettura di quello che scrive, la velocità dei cavalloni di fatti, pensieri, emozioni, parole, opere e missioni che ti travolgono, è pazzesca: a me sembra sovrumana, una intelligenza artificiale fatta umana o meglio un umano con turbo intelligenza cognitiva e dimostrativa di un prossimo futuro già presente…

L’ho visto e sentito per la prima volta quando presentò il fantastico romanzo storico IL FIORE DI MINERVA di Carmine Mari nel salone della Provincia di Salerno, dove mi ero imbucato con tanto di mascherina anche se non ero dotato di greenpass obbligatorio per i raduni pubblici di quel tempo, ma questa è un’altra storia. Comunque dopo quella prima volta, il mio bisogno di leggerlo è stato incontenibile, anche i suoi A SALERNO e L’UOMO CHE DORME, sono troppo belli.

Quando, chiedo: quando eravamo felici?

Per rispondere a questa domanda, adesso faccio un esperimento: uso un suo articolo di qualche settimana fa, un post strapienissimo di like e mani plaudenti che sembra l’applauso a scena aperta di un punto vincente di Sinner a Roma in questi giorni, perché la vanità che ci contiene non è una nave ma una fregata di cammelli nel deserto, una carovana che cerca oasi di beatitudine. Parole sue e qualcuna mia.

Ok, pronti? Ciack!

Peggio della lettura senza emozioni, c’è solo l’assuefazione alla lettura. Quella sensazione in cui si mischiano disinteresse e fatalismo, in cui pare che tutto sia ineluttabile. Eppure nell’ineluttabilità c’è una sorta di giustizia interna. Se sei più ignorante, prima o poi cadi. Se non hai mezzi, qualcuno ti ferma. Ti toglie il libro dalle mani. E quel qualcuno sei te stesso. Ogni caduta ha in sé qualcosa di logico: un passo sbagliato, un equilibrio perduto, la gravità della terra che ci fa materialisti alla ricerca dell’utile finanziaro ai nostri interessi. L’emozione diventa irrilevante.

Il problema che abbiamo noi lettori ignoranti non è l’inevitabilità della caduta. É il modo in cui cadiamo. È la mancanza di consapevolezza, la vanità che ti fa credere migliore di quello che leggi. È il narcisismo che ti porta a salvare la tua immagine mentre tutto è noia. Quello sì, è imperdonabile il te stesso che ti annoia.

Tutto chiaro?

Il narcisismo è una maschera che, quando cade, lascia solo il vuoto. La verità è che siamo fatti di vuoti da riempire, e vi posso giurare che leggere Corrado De Rosa è una terapia che risolve. Il rifiuto della realtà è più grave della mancanza di talento.

Vorrei continuare ma non ne sono all’altezza, devo riprovare a saltare i momenti d’infelicità per concentrarmi su quelli felici, come un cercatore di farfalle, come un cercatore di chimere, come un cercatore di sensi e di ragionamenti vincenti. What’else? Direbbe quello famoso al cinema: beh, continuare a leggere i grandi oltre che bravi. Un medico veramente bravo, come De Rosa.

Un passaggio di un libro con testo evidenziato in giallo, che discute la natura della verità in un contesto giuridico.

Ecco la verità? Ma cos’è la verità? Eccola in poche righe. Una lezione che rende da sola la pazzia di prendere e studiare questa trilogia.

Lui dice che non è un artista, lui dice che non sa creare. Io dissento, la sua Arte è quella di rendersi immortale con il suo verbo, che, ci crediate o no, fa saltare come allo stadio quando parte il coro.

PS. Dopo averlo ascoltato presentare e coinvolgere Emanuele Canzaniello e Salvatore Toscano, su discorsi complicatissimi di letteratura con protagonisti la finzione, la realtà e la narrazione della verità, ieri sera tornado a casa in bici, tra la folla che era tutta fuori all’evento, ho capito. I miei pensieri spesso rumorosi e antipatici, sono diventati armoniosi. Corrado De Rosa, in questi suoi tre capolavori, padroneggia la genialità umana di persone ormai mitologiche, li maneggia e li usa come orchestrali per suonare la sua musica, per volteggiare alto con armonia e semplicità. Tra questi geni, per lui esecutori di spartiti, solo per citarne alcuni: Camus, Einstein, From, Bukovskij, Freud, Halsman, Dostoevskij, Blom, Calamandrei, Eco, Nobokov, Foucault, i baffi infinito di Dalì e perfino Maradona. Se questa non può essere definita Arte è perché la sua è sovrumana. Aggiungo questa conclusione a questi miei pensieri sulla trilogia di Corrado De Rosa per provare a non fare veramente la figura del cazzaro che scrive cazzate. Ma questa è un’altra storia che riguarda le voci di dentro che tornano a fare rumore, antipatiche e moleste…

Pagina di un libro con testo evidenziato, che discute la preferenza di Dalí per le pulsioni nella sua arte e l'eleganza delle leggi della fisica.
Dettaglio di un testo che presenta Corrado De Rosa, psichiatra e autore di saggi sulla follia, con riferimento a opere recenti come "Italian Psycho" e "Quando eravamo felici".
Testo estratto da un libro, evidenziato in giallo, che discute l'idea che il tempo sia una grande illusione mitica.
Testo di un libro che esplora il rapporto tra Philippe Halsman e Salvador Dalí, discutendo delle loro idee creative e provocatorie.
Un uomo con un cappello sta suonando uno strumento musicale mentre un'onda d'acqua e gatti stanno saltando verso di lui in un ambiente artistico surreale.
Un passaggio del libro che discute l'ironia nell'argomentazione di Freud riguardo a situazioni ipotizzate e la critica sulla memoria in relazione ai traumi.

Sfinge testa di morto: viaggio tra mito, letteratura e arte di una farfalla straordinaria https://www.farfalledalmondo.it/sfinge-testa-di-morto/

Poster del film 'Il silenzio degli innocenti' con una falena in primo piano sulla bocca di una donna e lo sfondo di un volto con occhi rossi, a sinistra. A destra, un'opera d'arte con una figura maschile in alto e sagome femminili che formano un cranio.
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Un passaggio di un romanzo che esplora temi di stabilità e cambiamento, con una citazione che riflette sulla solidità delle istituzioni attraverso i cataclismi.
Pagina di un libro con testo evidenziato che parla delle armature e maschere sociali indossate dalle persone.
Ritratto in bianco e nero di un uomo con baffi arrotolati, che strizza un occhio e guarda verso la fotocamera con espressione eccentricamente divertente.
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Un pagina di un libro che mostra un'intervista con Salvador Dalì, con testo evidenziato in giallo. La parte leggendaria include domande e risposte sul psicoanalisi e la percezione di Dalì su di sé.
Pagina di un libro che discute il contributo di Eugen Bleuler allo studio della schizofrenia, evidenziando la sua influenza e importanza nel campo della psichiatria.
Una pagina di un libro con un testo evidenziato che parla di Freud e dei concetti psicoanalitici nel contesto forense, con una mano che tiene il libro.
Testo evidenziato da un libro che discute le idee di Freud e Thomas Mann riguardo la psicoanalisi e la giustizia sociale.
Pagina di un libro con testo evidenziato riguardante Wassermann e Mann, che discutono su temi di identità e scrittura.
Close-up of a hand holding a book open to a page discussing Erich Fromm's analysis of the Halsmann case, with highlighted text emphasizing key psychological themes.
Un brano di un libro che analizza l'ossessione di Salvador Dalì per Sigmund Freud, evidenziando il suo approccio all'arte attraverso l'inconscio e la sua distinzione tra normalità e follia.
Un fotografo in posa con una macchina fotografica accanto a un uomo seduto su un cubo, in un'ambientazione minimalista.
A close-up of a printed page showing a highlighted quote about the stability of institutions during times of upheaval and cataclysms.
Un estratto di testo evidenziato in un libro, che discute le opinioni su arte e creatività, menzionando Leonardo da Vinci e l'influenza del cervello sull'arte.
A close-up of a printed book page with highlighted text, showing a passage discussing human knowledge and ignorance, with a hand partially visible holding the page.
Un passaggio di un libro con testo evidenziato che discute la difficoltà del confronto giuridico con un mito e la percezione di una lotta impari.
Un'immagine di un passaggio di un libro evidenziato, che discute l'opera di Kafka e il tema del fatalismo nella scrittura.
Close-up of a page from a book showing highlighted text discussing the concept of truth and innocence in a courtroom context.
Un estratto di un libro evidenziato che discute differenze culturali e eventi storici, con dettagli su una controversia legale e il clima del 1929 in Europa.
Un estratto di un libro che descrive i cambiamenti apportati da Albert Einstein nella scienza e nella filosofia del Novecento, evidenziando le sue scoperte e contributi fondamentali.
Pagina di libro con testo evidenziato che discute la normalità e l'influenza dell'inconscio attraverso il lavoro di Halsman e Dalí.
Due uomini seduti in una sala, uno dei quali parla mentre tiene un microfono. L'altro ascolta con interesse. Un tavolo con bottiglie d'acqua e un libro è visibile tra di loro.
Un libro di Corrado De Rosa intitolato 'La teoria del salto', con copertina dal design geometrico e il logo della casa editrice Minimum Fax.
Immagine del libro "La teoria del salto" di Corrado De Rosa, con una dedica scritta a mano e la data 31/1/23.
Copertina del libro 'La teoria del salto' di Corrado De Rosa, pubblicato da Minimum Fax, con una grafica astratta e il codice a barre visibile sul retro.
Retro di un libro con testo arancione che parla del concetto di salto, descrivendo emozioni come orgoglio ed esuberanza, e l'esperienza di chi salta.
Un testo stampato che parla della vita di Philippe Halsman, un fotografo noto, descrivendo eventi significativi e l'influenza di personalità come Einstein e Freud.
Evento di presentazione del libro 'La teoria del salto' di Corrado De Rosa, con moderatore Luca Briasco. Si vedono due sedie accanto a un tavolino su un palco palesemente preparato per un incontro.

L’enigma della Cattedrale

Romanzo 2025 di Giovanni Maio.

“La verità è un viaggio non una meta.”

Voglio fare i miei complimenti a Giovanni Maio per questo suo ultimo romanzo: L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. Ne sono stato prima catturato, poi rapito, alla fine liberato con un’ulteriore ricchezza che solo le sue opere sanno donare. Dopo il memoir LA MONTAGNA DEI SOGNI e la spystory del TRONO DI PIETRA, mi azzardo a dire che la cifra stilistica di Giovanni Maio è lo specchio della complessità della sua arte che è in continua evoluzione, in continua sperimentazione. Non si appaga, non trova un arrivo definitivo, non si può né etichettare né confinare.

Di questa arte, la scrittura è solo uno dei riflessi. Chi lo conosce sa di cosa sto parlando. Che sia un fiore o un frutto dei suoi campi, una tela, una scultura o una lezione di vita, la manifestazione umana della sua complessità, abbaglia.

Con questo suo ultimo romanzo, la scrittura si fa antica e nobile, capace di dare nuova vita a rovine del passato che diventano la porta specchio-tempo per ammirare quello che dentro abbiamo soffocato. Il mistero si fa intrigo. La parte iniziale è la narrazione storica degli eventi, con uno stile di altri tempi e febbrile spessore narrativo: straborda d’amore per una terra meravigliosa e complicata come il Cilento.

Il professore Martinelli, con i suoi bauli di libri, la sua ricerca ossessiva dell’impossibile a Gioi stella cilentana, teatro senza tempo, di lotte, desideri e ambizioni umane, terrene e ultra terrene, è un protagonista che guida e mi ha coinvolto in maniera così preziosa da farmi diventare attore presente in scena.

Più la conoscenza avanza è più la tensione cresce, e i segreti divorano l’attesa. La ricerca è ossessiva, la ricerca è ipnotica. La ricerca è presunzione di grandezza, di assoluto. Legato e rapito senza pietà, trascinato dentro il sudore dell’impegno, senza il quale non si raccoglie che sconfitte. Metti la cera, togli la cera, all’infinito fino a quando i muscoli non cedono alla stanchezza e sono però più forti di prima. È un romanzo che sfinisce come una lezione di arte marziale. Ma quando riprendi la lettura nel capitolo che segue senti che hai superato il tuo limite, l’orgoglio ti pervade, e un nuovo limite da superare è pronto all’orizzonte: il Bastone di Aronne aspetta di essere trovato.

Poi nella narrazione entra con prepotenza anche l’amore con l’arrivo di Bianca Maria. La ricerca, assillante, maniacale, opprimente, tormentosa, mai doma, diventa comunione di cuori che battono all’unisono, creando quella forza che vince non solo la solitudine, lo sconforto, la sconfitta, l’illusione e la disillusione, ma che addirittura conquista l’orizzonte del futuro più prossimo, più vivo e bello da vivere insieme. Tra romanzo storico, saggio, giallo e thriller, L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE è una fusione di generi che danno tutti insieme un’unica urgenza, irresistibile: trovare il Bastone di Aronne. Scorrevole, fluido, erudito, intrigante, mi è piaciuto molto. Complimenti Giovanni.

Caro Giovanni, in conclusione, che dire? Grazie per questo viaggio che unisce la materia ai suoi significati più trascendenti del divino che è in noi. È un grande piacere leggerti e viaggiare con la tua scrittura nel Cilento più fantastico, che tu descrivi con una passione sfrenata, cifra particolare del tuo stile, che a tratti più che raccontare, dipinge.

Le notti senza memoria di Carmelo Sardo

Romanzo 2024 – Bibliotheka Edizioni

Il romanzo “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo mi ha sconvolto: iniziato la sera prima e finito la sera dopo. Oltre 400 pagine assaporate e masticate con l’ingordigia primordiale di un autista di TIR, che finalmente si ferma dopo kilometri e kilometri di noia. Non solo il lavoro, non solo le chiacchiere con la manovella e le polemiche da bar escludenti l’altro, gli altri, l’umanità che ci fa paura. Non solo le propagande da oriente a occidente. Non solo stragi d’innocenti, quotidiane come flebo d’anestetico nelle vene, come schiaffi continui di questa vita precaria, ma anche stragi di soldati e sempre più soldatesse pagate per fare la guerra. Eserciti umani con la follia negli occhi e tumori d’orrore nel cervello.

La noia uccide, invece da quella sera, da quelle 400 pagine divorate al posto di un cenone come un altro, i miei sogni sono diventati più reali, più tremendamente vivi di quanto onestamente possa io mai sopportare di vivere. Mi si è aperta nella mente, una porta spazio tempo tra i pensieri che viaggiano senza soluzione di continuità dalla notte al giorno e dal giorno alla notte, emozioni e sentimenti che diventano questioni aperte di notte e di giorno. Desideri che si realizzano e azioni che diventano desiderio. È la potenza viscerale di “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo. Non so spiegarmi meglio, viscerale è quella cosa biologica che mi fa sentire carne viva un pensiero.

La costruzione multidimensionale di questo romanzo è un inviluppo armonioso di sentimenti e stati carnali dell’umano che si fanno desiderio e sogno d’amore. L’intergenerazione delle vicende dei personaggi non è solo temporale, relazionale, di genere e di sangue. L’essere figlio, l’essere genitore, l’essere uomo e l’essere donna, amare e l’essere amato, sono dimensioni che si tagliano tra loro e si intersecano, sono dimensioni dell’uno e del tutto, complementi di ferite laceranti aggrovigliate con momenti d’estasi che dal tormento esplodono nella felicità, e dalla felicità precipitano nel tormento. Lotta continua. Incontro, scontro, ricerca e scoperta, dell’io narrante che si fa compagnia d’anime, che lotta e canta in coro, la grandiosità e la bruttura dell’esistenza umana. Le dimensioni del sogno e della realtà si compenetrano: tagliano, producono ferite, attraggono, creano carezze. E si cuciono e si strappano a vicenda in una lotta continua dell’io soggettivo che si racconta, unico Dio di se stesso e della terra su cui cammina. La trama è un filo di Arianna tessuto in trame convergenti, la finitura lucida di un tessuto che non veste ma incarna la soluzione, quindi l’epilogo, che come un novello Teseo mi ha portato fuori dal labirinto di pensieri senza comprensione. Ciò che sconvolge illumina, crea treni di pensieri, e nuove visioni. Questo è quello che mi ha regalato Le notti senza memoria”.

Lo dice lui nelle note finali: “veste inedita di narratore delle inquietudini delle pene dell’anima con una storia visionaria, onirica…”

Ringrazio Gian Paolo Serino e Satisfiction per la segnalazione, quella scintilla che accende il desiderio di lettura, quella critica che agita frenesie di conoscenza, quell’ordine che mette in moto il caos e ne comanda una scelta precisa. Scoperta e incontro, onore e commozione.

“Iniziati” li finisco tutti ma alcuni romanzi mi scaraventano in sogni da cui non vorrei svegliarmi mai. Io li finisco sempre i romanzi, belli o brutti, prima o poi anche soffrendo a fatica, li voglio finire. Preziosi mi diventano tra le mani quelli che mi rapiscono, presto dimenticati quelli finiti senza emozione. Sono fortunato a non dover lavorare con i libri, credo che peggio dell’alienazione del lavoro ripetitivo, ebbene sì anche la noia quando va bene e non diventa patologia, ci sia la gestione manageriale ricattatoria del tempo che vola troppo veloce. Freddo, algido, giustizialista, necessario per chi ha poco tempo e troppe scadenze che urlano alla porta. Quel dovere senza pietà che stritola la lettura e i libri stessi, è un boia, maledetto e spietato. Nelle mie mani, nel tranciare una lettura mi sembra di ucciderne l’autore e anche se non finisce nella spazzatura ma in bella vista, parcheggiato tra le cose da continuare a leggere, sento il suo sguardo che mi rimprovera perché della sua anima, riesco sempre a leggerne briciole tra le righe che ha scritto. L’anima non si può ammazzare e se anche provo a nasconderle nello scantinato sottostrutturale del mio pensiero utile, comprimendo allo spasimo mirabili desideri di fuga dalla realtà, una forza misteriosa doma la bramosia del nuovo prima di terminare il vecchio. Perché è un romanzo la dimensione ideale in cui perdersi per non annegare nella noia della vita quotidiana. Non arrendersi, in questo caso, come per tanti altri capolavori, si è rivelato una fortuna immensa. All’inizio il Carlo protagonista sembra un clone antipatico, nemmeno tanto singolare ed interessante, anzi moralmente disprezzabile con gli occhi bacchettoni, mio malgrado annoiati, di chi crede di averne visto e letto anche di peggiori. Poi invece, alla fine, non solo ti piace ma vorresti entrare nelle pagine e abbracciarlo. Posso affermare, con le parole dell’autore: “No. Non volevo guarire, e non era ancora il tempo di morire.”

Non arrendersi, resistere, paga, paga sempre.

A volte, nel brutto, nella monnezza, nell’ovvio, nel banale che non è la stessa cosa, nella sporcizia, nel fatto male, nella mediocrità, nell’orrendo, c’è tutta quell’umanità trasfigurata di cui ho bisogno, quel metro che misura tutta la mia irrilevanza, nel tempo che ci rimane. Poi a volte inciampo nella bellezza immensa, e il tempo che mi rimane diventa eterno. Il tempo non mi spreca, mi consuma come un fuoco avvampa senza ossigeno da respirare… Non so se per godere fino in fondo di questo bel romanzo di Carmelo Sardo, bisogna essere sognatori. Quello che so è che sognare è meraviglioso.

“Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.” (F.D.)

Che colpa posso mai avere io nel desiderare di vivere nelle parole di un romanzo sempre nuove storie in cui ardere d’amori e di tormenti? Quindi, sognare di vivere o vivere di sogni?

NON HAI CAPITO

Pitagora di Umberto Eco

Il silenzio di un meriggio meridionale. Lontano, la risacca del mare. Cani che abbaiano. A tratti, uno zufolo di canna. Pitagora ha l’accento pigro e pacato di un intellettuale del Sud che stia bevendo acqua e anice.

ECO Buongiorno Maestro.

PITAGORA Salute e armonia a te.

ECO Pitagora… Mi dà una certa emozione pronunciare questo nome, che fu sacro a molti, poiché Lei, Maestro, fu tenuto dai suoi discepoli in conto di divinità…

PITAGORA Non a torto.

ECO Vedo. Ragione di più… Dicevo: una certa emozione. Ma mi chiedo se per molti
altri che ci ascoltano il suo nome non evochi soltanto memorie ingrate: la tavola pitagorica, il teorema di Pitagora…

PITAGORA Perché ingrate? Si tratta di due piccole applicazioni, e mi turba quanto tu dici, che per molti la mia fama si sia identificata con questi artifici secondari. Ma anche in essi risplende l’armonia sublime del numero. Pensa alla tavola: una matrice elementare da cui puoi generare tutti gli sposalizi possibili tra numero e numero, dati una volta per tutte, senza tema di errore, perché la regola di questo quadrato magico è la stessa che regola l’armonia dell’universo, dal cerchio più ampio delle sfere celesti agli abissi dell’infinitamente piccolo.

ECO La capisco, Maestro. Il suo pensiero è stato così semplice e limpido, che ancora oggi molti lo confondono con quattro banali regole di calcolo a uso dei geometri o dei contabili.

PITAGORA Noto una sfumatura di disprezzo nel modo in cui dici “geometri” e “contabili”. Vi è forse occupazione più nobile di quella di coloro che misurano le mirabili simmetrie degli spazi o che moltiplicano, sottraggono, dividono e assommano i numeri?

ECO No certo. Ma è che ai giorni nostri… Ma è difficile da spiegare, non so se Lei può cogliere… Mi chiedo anzi come non sia stupito di trovarsi qui, di fronte a me, a tanta distanza di tempo dai giorni in cui visse, in un mondo così incommensurabilmente diverso.

PITAGORA Ti prego, uomo ingenuo! Tu stai parlando con Pitagora. Tu sai che la mia anima ha trasmigrato in molti corpi; tu sai che un tempo fui l’eroe Euforbo e che vedendo, secoli dopo, il mio scudo nel tempio di Apollo, lo riconobbi, e piansi. Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e lo sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio della purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all’astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa librarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l’armonia del cosmo, e l’ammirevole concatenarsi dei tempi, così che il tuo presente non mi è cagione di gran stupore, come non ne fu il passato, entrambi derivando dalla calibrata e molteplice danza dei cicli cosmici. Ai tempi miei ho visitato l’Egitto, dove vi appresi i misteri coltivati da quei sacerdoti, e la Persia, e le Gallie, e Creta. Come vuoi che mi stupisca e riesca nuovo il tuo mondo?

ECO E dopo questi viaggi, all’età di quarant’anni, Lei emigrò sulle coste italiche, a Crotone. Eravamo nel sesto secolo avanti Cristo. E qui Lei fondò la sua scuola. Adorato dai suoi discepoli (dicevano persino che Lei, divino, avesse un femore d’oro), accettavano una disciplina rigidissima, e solo gli eletti erano ammessi alla conoscenza dei misteri superiori della sua dottrina. Una comunità di tipo monastico, diremmo oggi, che ha prodotto pensatori che han diffuso le sue teorie in tutto il mondo antico. Cosa insegnava, Maestro, ai più fidi tra i fidi, laggiù a Crotone?

PITAGORA Il numero, sostanza di tutte le cose.

ECO In che senso, sostanza?

PITAGORA Avrai sentito parlare di quei primi filosofi naturali che cercarono la spiegazione dei fenomeni del mondo non nell’immagine mendace degli dèi, ma nel principio primo. Non erano sciocchi, avevano capito che conoscere significa trovare un unico principio che spieghi l’origine, il divenire e l’organizzarsi di tutte le cose esistenti. Solo che la loro mente era debole, la loro fantasia pesante, e cercarono questo principio primo negli elementi fisici, l’acqua, l’aria, il fuoco. Fui io che per primo compresi che il principio e la norma delle cose erano una sola forza, e questa forza era una forza matematica. Sono i princìpi matematici che regolano la vita dell’universo, che ne sono origine, legge, motivo di sussistenza e ragione di bellezza. Il numero è la sostanza delle cose.

ECO Ma cosa significa questo. Che le cose sono numeri? O che le cose imitano i numeri? O che le cose sono regolate da numeri?

PITAGORA Tu mi chiedi troppo. Alcuni hanno dovuto vivere all’ombra della mia verità per tutta una vita, per capire. E non sempre hanno capito. Al massimo hanno ripetuto. Dicevano, delle mie parole; «Autosè fa – Ipse dixit – Lo ha detto il Maestro, non si discute». E nell’obbedienza, nell’umiltà, nasceva la conoscenza. E tu vuoi che di colpo ti sveli la verità? Piuttosto, guarda questa figura.

ECO La conosco… È la Tetraktys, il triangolo magico composto di punti. Tre lati, di quattro punti ciascuno, e un punto al centro, così che sembra anche composta di quattro file di punti, una di quattro, una di tre, una di due e una di uno.

PITAGORA E in essa, se saprai capire, già ti sorride la verità del numero. Uno più due più tre più quattro uguale a dieci. Un punto al centro, origine di tutti gli altri. Quattro punti ai lati, quattro, il numero della perfezione, della forza, della giustizia e della solidità. Tre serie di quattro punti formano il triangolo equilatero, simbolo di eguaglianza perfetta. La somma dei punti dà dieci, e coi primi dieci numeri puoi esprimere tutti gli altri infiniti numeri che abitano nell’universo. E se guardi il triangolo dal vertice alla base, ecco che il numero dei punti ti mostra, alternati, il pari e il dispari. Il pari, simbolo dell’infinito, perché non potrai mai identificare in una linea di punti pari il punto che la divida in due parti uguali. Il dispari, dotato di un centro che separa due metà sempre uguali. E l’uno, infine, numero pari e dispari ad un tempo, origine sia dei numeri dispari che dei pari, che con la sua sola presenza può rendere pari il dispari e dispari il pari. Non vedi, uomo, in questo simbolo elementare, tutta la saggezza dell’universo, tutte le leggi matematiche che fanno il mondo?

ECO Sì, in astratto… Ma gli oggetti fisici?

PITAGORA E cosa sono gli oggetti fisici, da dove credi che traggano la loro consistenza se non da una diversa disposizione spaziale e numerica dei loro elementi infinitesimali? Se il fuoco serpeggia così rapido, e punge e penetra, è perché dalla generazione dei triangoli elementari si generano corpi solidi in forma di piramide, che appunto punge e penetra. Mentre gli altri elementi saranno formati da ottaedri, icosaedri e dodecaedri. E questi, che regolano la vita infinitesima del microcosmo, sono i princìpi del macrocosmo, che regolano il cammino delle sfere celesti e la rotazione dei pianeti.

ECO Io capisco, Maestro, che Lei ha anticipato di secoli le intuizioni fondamentali della scienza moderna: non solo che il mondo può essere spiegato in termini matematici, ma che sia l’universo delle galassie che quello delle particelle subatomiche sono due aspetti di una stessa macchina, spiegabile in termini di calcolo. Ma proprio Lei, Maestro, che ha dato un tono così profondamente religioso alla sua comunità, non ha preveduto l’obiezione che ancora oggi qualcuno potrebbe farle: che, cioè, il numero spiega la struttura del mondo fisico ma non la vita… come dire… dell’anima, dello spirito. Ma cos’è allora l’anima di cui Lei parla, che trasmigra di corpo in corpo sino alla purificazione? Cosa sono la musica, che lei ha amato tanto, l’arte, la poesia?

PITAGORA Sono numero. Numero. Che altro? Lo stesso numero che costituisce le piramidi del fuoco, lo stesso gioco di pari e dispari, finito e illimitato che regge la generazione delle grandezze matematiche. Ecco, qui ho sette bicchieri, di uguale formato; e ciascuno è riempito di acqua, ma in misura diversa. Ora io batto con questa verga di metallo su ciascun bicchiere, in serie… Senti? (Si ode una successione di suoni, non una scala diatonica, qualcosa di più simile a una scala cromatica, o la successione dei tasti neri sul pianoforte). Cos’è questa?

ECO Sì… musica. Almeno, il principio della musica.

PITAGORA E da cosa dipendono gli intervalli, e le differenze riconoscibili (e amabili) tra suoni, se non dalla misurabile quantità d’acqua in ciascun bicchiere? E vedi ora questa corda: lo sai, è il principio che permette il funzionamento di molti strumenti musicali. Se la premi a questo punto, rendendola più corta, ottieni un suono, se la premi più avanti, e l’accorci ancora, il suono sarà più acuto (si odono due suoni). Tu sai, ogni musico sa, che ogni minima differenza di suono può essere misurata rapportandola proporzionalmente all’estensione della corda. Una formula matematica regge la vita di ogni evento musicale.

ECO Sì, ma io dicevo: e l’anima?

PITAGORA Risponde alle leggi della musica, è un puro gioco di rapporti numerici. Ricordo una sera, a Taormina. Un giovane, avvinazzato, al colmo dell’ira, stava per sfondare la porta di una casa dove abitava una donna. Nessuno riusciva a trattenerlo. Sino a che io capii. Non tanto il vino lo eccitava, quanto la musica che i suonatori di tibia suonavano in modo frigio, che dispone all’eccitazione, e tende muscoli e nervi, per simpatia tra i numeri che regolano e l’uno e l’altro fenomeno. E io ordinai ai suonatori di passare al modo ipofrigio. E subito il giovane si calmò. D’altra parte noi stessi, nella scuola di Crotone, ci addormentavamo al suono di qualche calcolatissima cantilena, e poi al risveglio, per rifarci lucidi, ricorrevamo ad altre modulazioni. Ma tu lo sai, e lo sapeva tua mamma, quando eri infante, che ricorreva con grande saggezza alla nenia giusta per calmare le tue lacrime! Senza che avesse studiato essa sentiva, dal profondo della sua anima, i numeri che potevano ben disporre la tua, e li traduceva in musica! Non so cosa sia d’altro, per te, l’anima, e se sia qualcosa di più. E cosa ammiri nel tempio o nella statua se non la simmetria, l’ordine e la rispondenza di una parte a tutte le altre, e il ritmo, lo stesso che ami nella poesia?

ECO Io credo che Lei abbia ragione, Maestro, e che sia molto più religioso il suo pensiero di quello di coloro che oppongono spirito e materia come se fossero due entità incommensurabili. Ma forse lei ha portato questa sua religione del numero troppo avanti. La sua dottrina astronomica, per esempio…

PITAGORA Cosa vi è di errato nella mia dottrina astronomica? Intorno al fuoco centrale ruotano i dieci corpi celesti. Il cielo delle stelle fisse, Giove, Saturno, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, la Luna, la Terra e l’Antiterra.

ECO Appunto. La Sua dottrina astronomica è stata rivoluzionaria, ha anticipato quella copernicana, perché non riteneva che i pianeti ruotassero intorno alla Terra. Ma perché l’Antiterra, un corpo che nessuno ha mai visto?

PITAGORA Ma perché solo così si raggiunge il numero perfetto di dieci!

ECO Vede dunque che per amore di teoria, di perfezione matematica, Lei si è costruito un universo su misura, che non corrisponde alla verità dei fatti.

PITAGORA Non corrisponde alla verità dei fatti? Cosa significa? La verità è la teoria matematica. Se la teoria matematica postula la presenza dell’Antiterra, l’Antiterra deve esistere, e peggio per noi che non siamo capaci di vederla. Forse che ai tuoi tempi non sono stati scoperti nuovi pianeti?

ECO Certo. Urano, Plutone, e i satelliti di Giove…

PITAGORA E come li hanno scoperti? Li hanno visti?

ECO No, dapprima no. Dapprima, per verificare certe teorie astronomiche, per
spiegare certe anomalie nel moto dei corpi celesti, si è dovuto presupporre che esistessero, poi si è andati a cercarli con strumenti sempre più raffinati e poi…

PITAGORA Vedi dunque che è la teoria che ha fornito gli elementi per la verità, la fiducia nella legge matematica dell’universo, il postulato della regolarità dei fenomeni!

ECO Lei ha ragione. Ma poi si è andati a verificare.

PITAGORA E che bisogno c’era, se la fiducia nella regola eterna ti diceva già che dovevano esserci? Ma non avverti la bellezza di questa regola eterna del numero? Ogni pianeta girando a velocità diversa intorno al fuoco centrale produce un suono della gamma musicale, e tutti insieme generano un concerto dolcissimo, un’armonia che canta perennemente nell’universo.

ECO Che noi non sentiamo.

PITAGORA Certo, perché il nostro orecchio vi è abituato sin dalla nascita. Non hai mai fatto caso, nell’incanto di certe notti, al rumore del silenzio? Ma solo in momenti di grazia puoi udirlo.

ECO Sì, ma se tutti i dieci pianeti producono ciascuno una nota della scala musicale, tutti insieme non fanno armonia, ma una dissonanza tremenda, come se io schiacciassi di colpo tutta la tastiera del pianoforte, come se pizzicassi tutte le corde di un’arpa in un solo istante…

PITAGORA Ma la musica non è data dai suoni, bensì dai rapporti tra i suoni. Anche un sordo può godere la musica, purché la pensi, mentre chi la ascolta senza pensarla non la gode.

ECO Ancora una volta questo disprezzo per il concreto!!!

PITAGORA Ma del concreto io vedo l’anima matematica.

ECO Sì ma l’adolescente di Taormina è stato calmato da una musica suonata, non
dal pensiero matematico degli intervalli musicali.

PITAGORA Era puro dialogo tra numeri, opposti che si integravano, tensioni che si
componevano nell’armonia. Non era necessario che il ragazzo lo sapesse e lo capisse. Così doveva avvenire.

ECO così doveva avvenire… Vede, Maestro, quello che le rimprovero è il suo ottimismo matematico. La sua fiducia in una sorta di fatalità armonica che regola il divenire dell’universo. Lei ha lasciato in eredità al nostro tempo grandi intuizioni scientifiche, ma al tempo stesso una terribile tentazione. La tentazione di contemplare una armonia astratta del tutto teorica, senza riuscire a tener conto della contraddizione, del dolore, di quelle vicende tutte terrestri in cui il numero fallisce e l’azione umana deve intervenire per ristabilire una legge, o per imporne una nuova. La storia della nostra scienza è fatta anche di calcoli sbagliati, e di esperimenti che hanno contraddetto i calcoli, e di calcoli che hanno rifatto i calcoli precedenti…

PITAGORA Ma non siete mai riusciti a darmi torto.

ECO Non lo so. Forse le si è dato ragione proprio quando le si dava torto, quando si sono negati i suoi numeri per cercare altri numeri…

PITAGORA Sono sempre gli stessi. La regola sta al principio.

ECO Ma trasporti questo atteggiamento nella vita sociale e politica. Cosa ne nasce? Una visione aristocratica e conservatrice. Non a caso Lei ha dovuto fuggire da Crotone, perché il partito democratico vedeva nella Sua scuola un centro di pensiero aristocratico e reazionario. Nella vostra fiducia nelle leggi eterne del mondo voi pitagorici non potevate comprendere la mutazione, non potevate intuire quello che dopo di voi ha intuito Eraclito, che tutto scorre, che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, che la realtà nasce anche dal dolore, dalla lotta, che l’armonia è un punto d’arrivo, sempre provvisorio, ma guai a considerarla un punto di partenza, definitivo.

PITAGORA Dunque non hai capito.

ECO No Maestro, ho capito che lei ci ha offerto probabilmente solo uno dei volti della verità, e che ne esiste anche un altro, e che nella tensione tra queste due verità, quella che un nostro poeta ha chiamato la duplice battaglia dell’ordine e dell’avventura, in questo sta la nostra verità umana.

PITAGORA Dunque non hai capito.

ECO Sì, ho capito che la Sua funzione è stata di proporci la Sua verità, e di non dubitarne mai. La nostra è di metterla in dubbio, e di crederci, al tempo stesso.

PITAGORA Dunque non hai capito.

ECO Buongiorno Maestro. La ringrazio per avermi concesso quest’intervista.

PITAGORA Non hai capito.

tratto da

AA.VV .
Racconti matematici
a cura di Claudio Bartocci
© 2006 Giulio Einaudi Editore S.p.A., Torino

LUNA ROSSO SANGUE

romanzo di Antonio Lanzetta, 2024 NEWTON COMPTON EDITORI

Il mio quarto Lanzetta non è una conferma, scontata come dicono tutte le recensioni che ho letto, è di più: è un salto che si aggrappa a quella chimera mitologica di perfezione narrativa che il talento di Antonio doma e mette al servizio di una storia incredibile e sconvolgente. Lo dice lui in un’intervista che LUNA ROSSO SANGUE è la prova della sua maturità ma, secondo me, fa un torto alle opere precedenti, perché ognuna lascia un segno profondo e intanto, una volta tradotte, le sue opere raccolgono consensi e premi oltre i confini italiani. Se mai, la conferma è la crescita costante di lettori che, come me per esempio, letto uno ne vogliono ancora e ancora, come L’UOMO SENZA SONNO che proprio in questi giorni è stato premiato a Orchies in Francia vincendo il Prix coup de coer du jury Noir Charbon 2024.

Screenshot

L’esperienza sensoriale prima che emozionale, in questo capitolo recente della produzione lanzettiana che ha per titolo LUNA ROSSO SANGUE, è la cifra artistica che ne rende unica e speciale la lettura. L’intreccio temporale delle due storie narrate con gli stessi protagonisti corre nelle pagine in modo frenetico e fanno della formazione e della maturità dei personaggi un’unica dimensione sempre presente in cui mi sono sentito avvinto come testimone partecipante e non un semplice spettatore. Le scene ti prendono con tutti i sensi e le emozioni che si provano non sono che la prova di quanto efficace e vivida sia la grandezza della scrittura di Antonio Lanzetta. Sarà che in prima persona, come nel romanzo Pietro fa con Toni sulla spiaggia di Pioppi, da bambino mi sono trovato a difendere il mio fratellino dall’assalto di una terribile gang del centro storico. Il ricordo della Standa sul corso Vittorio Emanuele di Salerno, il nostro primo centro commerciale in città ad un passo da Portanova, è una cicatrice che ancora oggi spacca il labbro superiore della mia bocca.

Questo romanzo è un crescendo implacabile in cui la forza sensoriale ed emozionale dell’onda che cresce con spaventosa irruenza, avviluppa tormenti e tenerezze in un abbraccio sublime, come in quei baci di passione che se anche ti tolgono il respiro, non vuoi mai smettere. La capacità di Lanzetta di spogliare il lettore e mettere in discussione ogni certezza difronte alla nudità dei misteri dell’esistenza umana, trascende quel mondo ideale che tutti vorremo vivere, quello di rette parallele ben distinte, dei percorsi del bene e del male, giudicabili con precisione, confinabili con fermezza. Il bene e il male, l’amore e la violenza, il caldo e il freddo, la tenerezza e il tormento, si intrecciano, si abbracciano, si combattono, si elidono e si riproducono, si sovrappongono, dentro e fuori dalla nostra mente, dalla nostra carne, dall’anima che ci costituisce. Un cerchio che tutto include, credenze, superstizioni, diritti e doveri di sangue, scienza e perfino ogni ovvia banalità quotidiana. I cerchi di pietre che trasfigurano le azioni umane oltre il mistero della vita e della morte sono nella storia umana una testimonianza millenaria del pensiero che desidera l’eterno materiale come dominio sullo spirito, evanescente presenza che fa paura, e così la letteratura di Lanzetta trascende i generi e le etichette, travalica i confini insulsi del posizionamento nel mercato per ambire alla possenza della materialità posseduta da un testo che si tramanda tra generazioni.

L’arte, di cui questo romanzo non è che un ennesimo capitolo che mi fa desiderare un seguito, è, come ho già scritto in questo utile Diario che mi ricorda pensieri che altrimenti potrei solo dimenticare, l’arte dicevo, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dai mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore, del tormento e anche dell’amore, mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a contaminarsene è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.

Ringrazio di cuore Antonio Lanzetta, questo scrittore immenso, perché unico insieme a tanti altri unici immensi del passato, del presente e del futuro, uomini e donne, tra le tante cose, mi rende reale, realizzabile questo invito prezioso di Gustave Flaubert:

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”

RECENSIONI

https://www.librierecensioni.com/libridaleggere/luna-rosso-sangue-antonio-lanzetta.html

https://www.mangialibri.com/luna-rosso-sangue

DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino

Collana INTERZONA diretta da Orazio Labbate, 2024 EDIZIONI POLIDORO

Le tre generazioni, un io spettacolare tra genitori morti e una figlia che nasce, l’esistenza aggrovigliata nei geni del sangue, l’eredità che non seleziona ma che fluisce nella coscienza plasmando esperienze, evoluzioni di scoperte, di dolore, di tormento, di piacere. E così la scrittura di Paolo Sortino modella come creta le parole creando in forma e sostanza emozione, essenza, dubbi e convinzioni, di essere vivo, cosciente, spietato, schifato, odiato, amato, ammirato, permanentemente discutibile. Fa terra bruciata intorno a sé dell’ipocrisia più maligna, dei segreti più disturbanti e di come inconfessabili strade del piacere, dell’adulazione, della sottomissione, portino alla sublimazione più impossibile: l’amore che diventa materia asciugata da ogni banalità, impermeabile ad ogni perversione, luminosa di strazi, oscurata da troppa bellezza, costituente tra generazioni senza soluzione di continutità. Nulla si crea e niente si distrugge e con la potenza dei pensieri ragionati, con la lucidità folle del profeta, con la tortura del poeta, con l’angoscia dell’uomo presente, anche la morte senza dolore si trasforma in nuovo amore. Ma più che l’amore, forse veramente impossibile da sublimare, sono i ricordi che rinascono e volano insieme ai sogni di futuro come in un gioco d’avventura per regalare a chi ci sopravvive non speranza ma certezze di cui è capace il genio umano.

Come in un gioco di specchi deformanti lui ci guarda e noi guardiamo lui che abbraccia, accarezza e squarta, scortica, frusta devastando la nostra visone del mondo sempre più povera ed egoista. È un giudice severo di se stesso ma con fascinoso artificio ha l’arte di manipolare istigando il giudice che è in noi e che, pagina dopo pagina, ci denuda nell’ombra di un tribunale perenne cui siamo chiamati a rispondere, delle nostre azioni, delle nostre relazioni, del nostro intendere la vita, dell’amore che tanto agitiamo al vento. Infierisce con destrezza usando la scintilla che accende il fuoco, carburando follia e ragione, portandoci sulla vetta della trasfigurazione più intima per spingerci nel baratro profondo del dolore, insegnandoci a volare con i piedi per terra ancorati nel fango.

Lui, lo scrittore, l’io narrante, li chiama fraintendimenti, quelle piccole differenze che distinguono la verità dalla menzogna, i punti di vista diversi e soggettivi, malati di scorie che non si staccano dall’anima e restano dolori inamovibili, ferite mai rimarginate. Nel passare da una generazione all’altra, dall’essere figlio all’essere genitore, l’inevitabile cambio di prospettiva e responsabilità, questo DEMONE CUSTODE, diventa eredità, testamento in punta di vita dopo che la morte della generazione precedente è coscientemente diventata fondamenta.

È un memoir struggente, un romanzo possente, un saggio illuminato contro la saggezza della serenità quotidiana conquistata lottando. È un saggio scostumato, triviale, eretico, dotto, affascinante. È un manifesto per la vera uguaglianza dei generi e dei fini elevati di parità sociale degli individui, liberati dalle manipolazioni della competizione più abbietta, liberati dalle convenzioni che dettano normalità apparenti, bugiarde, sclerotiche, perfino infami. Tante cose sono in questo libro e con mia grande meraviglia Paolo Sortino insegna come non sia vero che un romanzo debba trattare un solo tema specifico ma che la complessità della vita non ammetta semplificazioni che possano portare ad una sola verità. La verità è come un diamante che rompe la luce in mille colori, in mille direzioni che portano alla perdizione. Demoniaco o angelico questo DEMONE CUSTODE è singolo, personale, preziosamente unico per ognuno di noi e Paolo Sortino, con questa opera superlativa ce ne indica lo splendore.

WOW – ecco l’instant post che mi è venuto su Facebook qualche giorno fa.

DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino è un romanzo (?) straordinariamente strepitoso: per me è un testo delicato ma crudo, poetico, filosofico e vero, forse troppo vero, allucinante, difficile e stordente. Luminoso e illuminante. Spero anche profetico nel fermare una deriva che ci sta devastando. Tra tanti temi, le impennate “sociali” e “politiche” mi hanno colpito di più. Forse perché il mio sotto proletariato culturale è fatto di scorie e rifiuti. Ignoranze e superficialità vi si mescolano, e a stento galleggio in esso. Sono rimasto intontito dalla sincronia di visione. L’ho trovata in queste magnifiche pagine di Paolo Sortino. Spero che possa venire a Salerno a presentare il suo DEMONE. Se me lo permetterà lo abbraccerò con forza per ringraziarlo di così tante, immense verità. A me nessuno ha raccontato fiabe, e quando avrei potuto raccontarle al mio erede di sangue non ero cosciente, troppo bimbi entrambi per sottrarci al tornado di video game che nei primi anni ’90 ci ha travolti e condannati all’ignoranza e al rancore per decenni, forse per sempre (ma questa è un’altra storia)

😔

Dopo il Fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini e, Ovunque andrò di Piera Carlomagno, è il terzo grande memoir (?), che leggo in questo violento 2024 che finalmente sta per finire…

Infinitamente grazie a Gian Paolo Serino che qualche mese fa lo ha consigliato… un vero tesoro prezioso che brilla nel buio più profondo di questi giorni stonati! Leggere queste pagine è come viaggiare su montagne russe senza uscita, senza fine, lo dico io ma lo dice molto meglio di me Rosanna Romanisio Prochet nella sua possente recensione di qualche giorno fa.


E adesso ecco qualche brano che ho fotografato… potentissimo quello sui sindacalisti nel denunciare la precarietà (contratti atipici altro che libertà) che ha condannato i giovani come lui e tutti quelli venuti dopo e futuri…

😱

… e quello che Pasolini

INTERVISTE

INTERVISTA A PAOLO SORTINO SU RAIPLAYSOUND

RECENSIONI

di Paola Accoto su emmepress.com

su Bonculture.it: https://bonculture.it/il-demone-custode-di-paolo-sortino-unopera-intensa-e-lacerante-e-una-dolorosa-introspezione-sulla-vita-e-la-morte-sul-senso-ultimo-dellesistenza-in-una-nuova-feno

MAGGIORANZA

Che non ci fa dormire. E sti cavoli? Indigesta come aglio ai vampiri.

Demoni, magia e difetti fondamentali. (Paolo Sortino, Raul Montanari e Luca Ricci)

Se veramente dessimo il potere in mano alla maggioranza sarebbe anarchia purissima, senza aggettivo, quella brutta, ognuno per sé e dio per tutti. La maggioranza non vota, la maggioranza non si esprime, non prende posizione, la maggioranza odia i social. La maggioranza non legge. La maggioranza non rischua. La maggioranza si fa i cazzi suoi. È libera come il vento, cristallina come l’acqua. Brucia la sua esistenza anonima e ne accudisce le ceneri. È felice come un’aquila che vaga tra montagne con negli occhi la vastità del mare. La verità è che il potere è nelle mani delle minoranze. Queste sono organizzate come eserciti e affamate come un branco di lupi che scende a valle. Beh, forse non lupi, ma cinghiali voraci che nelle strade rivoltano le spazzature della maggioranza. Quanta gente muta, silente, faticatrice, stressata, alienata e annoiata. Quella che se gli rovini i cazzi suoi, si taglia le vene.

Ok, a queste parole seguiranno le foto. Non sono foto ragionate ma filtrate dall’emozione. Quella che mi fa rileggere, evidenziare con la paura di dimenticare. Foto mischiate di belle pagine, ruvide come la scossa di un brivido. Per dare un ordine al caos dei pensieri che cavalcano ragionamenti insulsi. Sono esempio, gemme preziose di universi sovrapposti, forse nemmeno sovrapponibili. Queste fatiche letterarie appartengono a una minoranza che detta senza dettare. Stimola sguardi traversi. Influenzano senza essere influencer. Sono l’esempio di mondi intersecanti, forse a volte intersecati per somma di alterità, per sottrazione di banalità. Linee di fuga parallele che fanno croce. Più che vendere, fanno passione, creano desiderio. Insegnano a pensare, a comprendere la complessità che la maggioranza prova a sfuggire. Magari sono solo insiemi che friggono e soffriggono menti minoritarie affamate di sortilegi come le streghe di Cefalù. Dove sono i miracoli? Queste minoranze impazienti sono in cerca di bivacchi caldi e d’amore, dove brindare, cantare e ubriacarsi di compiacimento e adulazione sincera. Bramose di carezze e baci nello specchio gigante tirato a lucido nell’attico in centro con vista sul duomo.

Mi segui? È un vero peccato. Cazzi tuoi. Su queste sponde non si vedono cadaveri. Si ammirano stelle danzanti, leggere come fiori di loto. Che siabbracciano a godere momenti assoliti. E ridono, ridono di maggioranza nullità di maggioranze mutilate.

Eccole le foto, ecco l’intelligenza artificiale che genera immagini da parole…

E ora se ne siete capaci, friggete con l’olio d’oliva veramente bio, quello delle olive di Sorrento o del Cilento. I fritti leggeri non sono impossibili ma vere leccornie. Poi andiamo a dormire tranquilli. Così evitiamo il tormento di maledire irrilevanza che stordisce e toglie il sonno. I vampiri escono con il buio, e sti cavoli? Io vivo tra corone d’aglio e dormo tranquillo: paradiso per il clima e inferno per la compagnia.

MA TU CHI SEI? CHE VUOI?

Anelante deliziato a leggervi.

Il tempo è un viaggio che corre veloce. È come una farfalla imprigionata nel fango di pensieri frivoli senz’anima. È come questo articolo che sostituisce parole che non so scrivere.

IL TRONO DI PIETRA

Letteratura di spionaggio: la spy story di Giovanni Maio

È incredibile scoprire intenzioni pedagogiche che diventano letteratura.

Come mio solito lascio l’introduzione o prefazione alla fine, dopo aver ingollato tutta la storia. Lui dice che ci prova a cimentarsi in un’impresa che sa d’avventura. Una volta completata la lettura e placata la tensione che questo bel thriller accende, secondo me, Giovanni Maio ci riesce. E lo fa alla grande.

Riesce nel suo intento di condividere e diffondere conoscenza. La sua scrittura conferma che per lui scrivere non è un fine, ma un mezzo per sovvertire i luoghi comuni tesi a sottomettere nel nulla ogni istinto di pensiero autonomo e libero. Per sintetizzare: è quel complesso argomentare super cazzole che vuole mettere l’arte tra le necessità superflue della vita quotidiana, e nello specifico, come effetto collaterale quindi: ghettizzare i generi letterari in prodotti da vendere sugli scaffali dell’intrattenimento, perché altre sarebbero le cose importanti.

L’uomo si cimenta e il maestro prima che artista arriva al cuore dell’azione che rende emozione le parole.

“Il trono di pietra” conferma in pieno un’idea che ho già inserito nel mio commento a La montagna dei sogni, riguarda la dimensione dello scrittore: insegnare e donare conoscenza, plasmare mente e corpo, raccontare storie per coinvolgere, spronare lo spirito a ribellarsi all’indifferenza e al degrado dei nostri tempi. L’idea che classifica gli scrittori è di Jack London, ma questa è un’altra storia.

In questo romanzo giallo emergono con forza esperienze “militari” che sono un condimento prelibato alla trama che scorre fluida. Il collante che tiene in piedi la socialità dei personaggi non è una scontata gerarchia a piramide ma una fitta maglia di relazioni internazionali che imprigiona il lettore in una realtà che sembra troppo vera per essere un romanzo. Tanto vera da risultare indelebile e cruda come un marchio a fuoco sulla pelle, che bruciando nella carne lascia una cicatrice profonda e non un tatuaggio superficiale.

Arrivate al finale e poi ne riparliamo.

L’eroe c’è, affascinante e complicato come la tradizione delle spy story richiede: è il Magnus. Però, fino all’epilogo finale, l’anti eroe, il nemico, il male da sconfiggere per salvare il mondo, è un mistero intricato. Questo sovverte ogni predizione. Premia lo sforzo di capire l’intrigo. Supera la sofferenza che in alcuni verbali dei servizi segreti ci ricorda la guerra in Jugoslavia. Una guerra rimossa e dimenticata. Partigiani o terroristi? Libertà o dittatura? Etnia contro religione o religione contro etnia? Pulizia e polizia etnica. Fosse comuni e tavole imbandite. Opulenza e miseria, crudeltà, fame e obesità, disperazione e la follia del male strumento crudele di un bene superiore.

La storia non fa sconti a chi la racconta e determina vinti e vincitori. Però da quando il mondo è fatto da umani che raccontano, senza spie e spionaggio, senza controspionaggio e doppiogiochisti, la storia non procede. Il XX secolo continua ad essere un periodo troppo vicino e ancora troppo secretato per essere archiviato come morto. Ci turba dentro come un ricordo che agita incubi ricorrenti: le due guerre mondiali, poi la cortina di ferro e la guerra fredda con il culo seduto sulla proliferazione delle bombe atomiche, il prima e il dopo alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la globalizzazione e la connessione in tempo reale di tutta l’umanità, l’oggi e la paura dell’annientamento nucleare che ritorna più angosciosa di prima.

La tecnologia che invece di curare l’umanità è pronta a distruggerla per sempre.

La capacità poliedrica di Giovanni Maio di diffondere il suo messaggio “marziale” attraverso la scrittura e l’arte, è veramente coinvolgente. Che sia del corpo, dell’anima, visiva o d’azione, riesce sempre a coinvolgere con forza. Con questo romanzo Giovanni Maio condivide la trasfigurazione narrativa di formalità o meglio particolarità militari che ha sicuramente vissuto in prima persona. Forse azzardo troppo, ma certe cose non si possono immaginare o copiare da altra letteratura. Ecco in cosa riesce meglio: racconta una storia trasferendola dal piano del reale storico a quello simbolico, finanche metaforico. Finanche l’eros diventa uno strumento militare. Perfino la prostituzione del pensiero e del corpo assumono la necessità di un bene superiore. La fine del mondo si avvicina e non c’è più tempo di discutere. Gli ordini si eseguono, ma quelli sbagliati mai.

Altre scene invece, attengono a relazioni e desideri d’amore che sanno rendere realistiche le avventure di Massimo Baldi, il protagonista in codice Magnus, uno che esagera sempre. Le missioni, i protocolli, lo scontro e i conflitti, i momenti di sesso e d’amore, cioè in due parole la vita vera è quella che ci piace e che sogniamo di vivere. Il rischio di morire inutilmente non è un’opzione di ragionamento. Lealtà e tradimento si intrecciano in una corsa continua di avvenimenti che mettono in discussione lo stato precedente delle cose, quelle scontate, quelle assodate, quelle che bisogna cambiare mentre il thriller si gonfia e toglie il respiro.

Finiamo alla fine rischiosamente appagati e sospesi, oscillanti tra il bene e il male con la sensazione vivida di essere comunque e sempre in guerra tra una pace e l’altra, quella che segue il massacro, la pace dei sensi, e la pace dell’anima dei morti a cui siamo sopravvissuti, a cui tutti dobbiamo la vita.

Però, prima di tutto dobbiamo conoscere noi stessi, poi possiamo parlare di pericoli, d’inganni e di come un viaggio come questo, un trono di pietra, possa farci aprire gli occhi su un mondo che non trova mai pace.

Ovunque andrò di Piera Carlomagno

Romanzo Solferino 2024

Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.

Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.

Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.

Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.

C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?

Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce. Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”

Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.

Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.

La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.

Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.

Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.

Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.

Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.

Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?

PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.

PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud ?

RECENSIONI

di Angelo Cennamo su Telegraph Avenue

di Paola Iannelli su THRILLERNORD

di Lucia Accoto su Thebookadvisor

di Marinella Giuni su Milanonera

di Dario Brunetti su Giallo e Cucina


immagini dall’intelligenza artificiale

Il mondo di Mimmo

La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés, di Domenico Notari, Newton Compton, 2021

I borghi invisibili. Quattro leggende per quattro tradizioni ormai mute, Officine Pindariche, 2023

Dopo l’isola di terracotta la tentazione irresistibile è stata quella di continuare mettere gli occhi dentro altre opere di Domenico Notari.

E allora…

Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle, e a te mio carissimo Diario, che ho molto peccato, in pensieri, parole, opere e omissioni. Mi è vietato, lo dice la legge: non ho il permesso di usare immagini e parole di cui non ho diritti. Ma che diritto ho di commentare opere dell’ingegno umano se non ne ho i diritti? E allora mi chiedo: dove finisce il mio diritto di consumatore nel consumare o buttare le pagine che ho tra le mani? Che diritto ho nel lodare un sentimento d’ammirazione che queste pagine m’infliggono? È forse un delitto quello che uccide la noia e l’ignoranza in questi tempi cupi di guerre e massacri?

Da vietato vietare siamo passati a vietato commentare: qui sotto il cielo non c’è confusione ma tempo buio senza luce.

Fosse solo distrazione, intrattenimento sarebbe un prodotto come un’altro comprato per anestetizzare i pensieri. L’anestesia è permessa anzi fonte di tanto lucro, a quanto pare. Sembra che ormai il consenso si fa spegnendo i cervelli. Invece, è forse reato diffondere sostanze che con le parole diventano ragione di allucinanti viaggi psichedelici nella storia, nella memoria, nella cultura, nella passione di un popolo che mi circonda? Ma allora dovrei essere io a denunciare. Questa letteratura comporta dipendenza, questo voglio denunciare.

È una notizia che apprendo oggi: le case discografiche vogliono i diritti sulle citazioni di canzoni che sono nel loro catalogo. Possibile? Di diritto in diritti dove andiamo a finire?

Ma più inquieto mi chiedo: che coraggio ha questo finissimo scrittore che è Domenico Notari nel costruirci sopra un giallo, e addirittura tessere la tela della fantasia per generare miti e leggende per tradizioni ormai mute? Visto e letto, questo coraggio da ammirevole è diventato da denunciare.

E allora fotografo pagine e ne faccio condivisione, perché i più attenti e sensibili possano farne desiderio. Fino a oggi non ho ricevuto inviti a rimuovere contenuti da questo Diario e la cosa mi conforta, ma adesso rompo un’altra prassi, dopo quella di non riprendere le parole della seconda, terza e quarta di copertina che secondo me parlano da sole.

Si possono mettere nella stessa pseudo recensione due testi così diversi e lontani tra loro?

Secondo i canoni dei generi, tutto il mondo viene diviso in comparti stagno: quelli del gusto, dei vincitori e dei perdenti, dei concorsi e delle classifiche, dei raccomandati e raccomandabili, dei banditi e dei briganti, dei venduti e di quelli al macero invenduti, generi dei premi e generi della critica.

Quindi: è forse sbagliato mettere insieme queste due opere?

Dove finisce l’arte estetica dell’architetto e comincia la tecnica ingegneristica che tiene in piedi la struttura e la rende inattaccabile dall’erosione del tempo? Nasce prima la creazione o la costruzione?

Io da consumatore, da lettore entusiasta, posso solo dire che la scrittura di Mimmo è deliziosa nell’equilibrio che si riproduce pagina dopo pagina tra la dimensione delle emozioni e lo spazio dell’insegnamento che non è solo ferrea erudizione ma assomiglia a quella dolce carezza che un maestro fa nel regalare nuovi strumenti di conoscenza.

L’uso del latino, come un pizzico di pepe qui e la, l’uso dei classici come un sapore di contrasto dolce all’amaro dell’esistenza, l’uso della storia e delle radici di questa nostra terra meravigliosa, è finezza estetica che avvolge ogni colpo d’emozione che parte dai personaggi protagonisti delle scene in cui si muovono, siano essa la città normanna che è stata Salerno o le nature dei quattro paesi della provincia: Palomonte, Persano, Roscigno e San Cipriano Picentino.

Un soffio di brezza gli portò il profumo di alghe e di scogli, spazzando via ogni pensiero.

Le trame sia del giallo che dei racconti, sono strutture d’acciaio come pilastri invisibili dentro mura che si auto portano e si auto definiscono scena dopo scena. Nei quattro racconti dei borghi invisibili, alle visioni delle parole, i disegni magistrali di Enzo Lauria uniscono l’armonia musicale di sintesi che mette in moto il nero dell’inchiostro sulla pagina opaca: parole e immagini diventano un mito facile da afferrare. Ho sentito forte il richiamo dei miei fumetti dell’infanzia.

In fondo la fantasia non è che una menzogna della realtà che si fa verità, quella cruda intuizione che l’artigiano usa per creare l’unicità dell’opera d’arte.

Le due operazioni editoriali sono diverse tra loro per contenuto e progetto, ad unirle però sono in fondo la grande passione per un mondo antico perduto che lo scrittore riscopre e ridisegna, e ne fa regalo di bellezza per noi lettori. È un mondo di storie intrigate e intriganti che lui scolpisce in parole e celebra a cominciare dallo scovare i talenti femminili nascosti del commissario capo Donnarumma, per finire all’onore di Maria Sofia, ultima regina del Regno delle Due Sicilie con capitale Napoli, onore difeso con amore e azione. Questo nel giallo dedicato al delitto dei plagi. Infine, nei racconti dei borghi invisibili, a spazzare il catrame dei luoghi comuni, la fedeltà si fa monumento regale e struggente commozione di grandezza come il tormento e il dolore diventano armi potenti di scrittura per leggende che fanno grande l’uomo. Nel mondo di Domenico Notari, una volta entrati, si resta folgorati dallo spazio infinito del sentimento che non ammette confino, si vaga e ci si perde con interesse e pensiero diletto, insomma una bolla di piacere che vola alto, molto in alto.

COPIO ERGO SUM

https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/copio-ergo-sum-il-catalogo-del-plagio/159011

Angela Elvira e Gilda

Donna complicata si nasce o si diventa?

Ho letto:

Plurale di Angela Torri

Carmela in libertà di Elvira Rossi

La ragnatela di Gilda Policastro

Testi pruriginosi per gli uomini e urticanti per le donne? Sarebbe solo un gioco scatologico a caccia di like per amicizie infide e per editori terra terra. Ieri sera mi è piaciuta molto quella battuta di Isabella Ferrari nel film Confidenze tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Vado in quella memoria breve che mi cala con velocità impressionante. Non ricordo nemmeno il nome di quel personaggio. La bella editrice dice più o meno così: se uno ha un messaggio per il mondo non me ne frega niente, ma se ha del torbido dentro gli faccio scrivere un romanzo. Beh, Starnone, un altro autore che devo leggere assolutamente. Ma torno in me e a quello che volevo dire.

Forse sono storie pruriginose per gli uomini e urticanti per le donne. Invece è letteratura. Le protagoniste di questi tre romanzi sono donne che raccontano dimensioni diversamente conciliabili della vita di una donna. Inconciliabili non solo tra le tre opere che ho letto e che ovviamente sarebbe un pensiero logico vista la diversità dei temi trattati e dello stile di scrittura: ognuna unica e differente, come ogni donna sa e vuole essere.

Angela, Elvira e Gilda trascinano il lettore nelle fratture archetipiche della formazione di una donna e hanno l’ambizione di lasciare un segno che non si dimentica. Ci riescono perché uguale e indistinguibile è la loro capacità di domare il grande senso di colpa che le accomuna e le tormenta. O almeno è ciò che io vi ho letto nelle loro pagine: non perdonano se stesse per quanto non hanno saputo governare le trasformazioni della loro esistenza, per quanto non hanno saputo osare intervenire per modificare gli eventi fondamentali della loro maturazione, per quanto siano state troppo spettatrici più che protagoniste sul palco della vita.

Il perdono, non posso sapere se parzialmente inconscio o parzialmente voluto, è sospeso nella scrittura, trascende nei personaggi ed arriva con profonda e possente liberazione del più intimo e del più privato del loro essere donna e sanno loro se finzione o realtà.

Ecco, uso il perdono con sostanza di sineddoche potenza per provare a seguire il fiume delle mie emozioni che scorre nelle profondissime forre della loro volontà. Forse il mio è un abbaglio e altri lettori sapranno dire meglio di me cosa è oggettivo e cosa è soggettivo in queste storie che catturano e danno piacere, quel piacere profondo di invadere un personale emotivo e passionale di quella dimensione multidimensionale così complicata, luminosa e scura, rabbiosa e delicata, di cui solo una donna può dare l’illusione di rappresentare. Aprono una porta e si spalanca il mondo femminile, di una ragazzina, di una adolescente, di una donna adulta che racconta come da Eva in poi Adamo non ci capisce una mazza.

Una volta il personale era politico e doveva essere argomento di dibattito. Oggi l’intimo personale è tutto privacy e gelosamente nascosto se non occultato da menzogne e trucchi estetici di dialettica, di immagini ritoccate, finanche manipolate dall’intelligenza artificiale e con infinite manfrine di flame tipiche dei tribunali popolari che infiammano il web di vacuità e mai di realtà. Sostanza del niente mi viene da dire, con l’evidente paradosso però, che con i social tutto sembra essere mostrato e raccontato giorno per giorno. La terra di mezzo la lascio volentieri ai frustrati signori degli anelli, infatti le vere signore volano con ali pesantemente reali altro che fantasie volgari mercificate dal ricco mercato sessuale senza amore.

Ecco una citazione per provare a farmi capire prima di tutto da me stesso: perché la nostra magia è la letteratura che ci permette di sviscerare verità anche da budelli di cadaveri che giacciono nei cimiteri delle biblioteche.

Da Piove all’insù di Luca Rastello (2006):

“Considerata l’incomunicabilità dei rapporti fra compagni e compagne, stasera ci siamo tirati una sega”

Queste scrittrici, con questi tre testi ci regalano una visione complementare e poliedrica dell’universo donna che nel corso del secolo scorso e in questo primo scorcio che stiamo vivendo, stenta a potersi definire completa realizzazione di libertà, di autodeterminazione e consapevolezza di una forza che non basta mai. La sconfitta e l’arretramento sociale nei confronti delle donne è palese e sembra assurdo come in tante occasioni siano proprio le donne a non allearsi ma addirittura a combattersi, a competere quando dentro continuano a franare certezze facendo vincere tormenti irrisolti celati con destrezza e furbizia.

Angela, Elvira e Gilda non sono donne comuni perché nessuna donna lo è, perché ognuna è complicata a modo suo. Sono donne che parlano all’umanità e conoscono bene tutta la femminilità più intima che riescono a confessare toccando quelle corde profonde che con risonanza amplificano all’inverosimile, quella divina differenza di genere che andrebbe preservata come un grande tesoro di civiltà e umanità. (Ecco mi diranno che sono putiniano 🙁 ).

Angela Elvira e Gilda sono scrittrici che hanno avuto la sventura di essere lette e rilette da me nello stesso momento, che non posso né voglio comparare o valutare, che vi assicuro lasciano un segno che non va via come un tatuaggio tribale che mi fissa, mi scava e ancora mi agita solo a pensarle.

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO

Antonio Franchini, 2024 Marsilio Editori

Il mio primo Franchini è il fuoco di Angela, Carmela Candida!

L’ho appena finito, è il mio primo Franchini, non solo mi è piaciuto moltissimo, ma stento a mettere insieme parole adeguate per commentarlo. Coraggioso e straordinario lo è per me. Il romanzo e l’autore, intendo. L’uno e l’altro non sono scindibili perché la verità, e la finzione di questo romanzo trascendono il personale e diventano immanenza critica della vita collettiva di una generazione responsabile della merda in cui affoghiamo o a seconda dei punti di vista dettati dall’identità economica e sociale occupata nel presente, non è merda ma oro. È la produzione di cultura collettiva di una generazione responsabile della sfavillante ed effervescente ricchezza in cui affoghiamo, oro o merda è lo stesso. Non sono solo i soldi e le emozioni, la politica e il potere, le figurine e i protagonisti, Angela, la mamma, la radice, è il fuoco dell’uomo delle caverne che porta all’incendio ogni foresta di potenza materiale dell’esistenza collettiva che ci riguarda tutti.

Coraggioso, straordinario e figlio di buona donna, è questo Franchini.

Angela che non è mai stata una zoccola, è una buona donna ma non una mala femmina, è una donna che non si è mai venduta, è una donna che lotta fino all’annientamento suo e della sua carne per un diritto, per i diritti e per i suoi figli… La guerra all’INPS è favolosa. È il calvario di tante persone disperate che cercano aiuto nel welfare che è quasi sparito, non assistenza o pietà ma riconoscimento e dignità umana. I precari di ieri e di oggi, disperati domani. Polvere da mettere sotto al tappeto di una società opulenta e senz’anima.

L’altra sera la scrittrice Piera Carlomagno al Salerno Letteratura Festival che presentava il suo ultimo romanzo OVUNQUE ANDRO’, l’ha nominato questo Franchini (che da più parti leggo osannato e denigrato con forza virulenta) per dire di come sia complicato, doloroso ma anche sublime, lavorare a rendere personaggi le proprie relazioni familiari, e non solo quelle di sangue, il passato che diventa futuro e produzione letteraria senza tempo né spazio limitato.

In questo romanzo i familiari di Antonio Franchini, non solo la mamma quindi, diventano personaggi e ognuno romanzo di intrecci che portano all’esploso dell’intera storia d’Italia, dalla seconda guerra mondiale a oggi, in cui il Nord e il Sud non sono spezzati ma annodati, non sono distanti ma sposati e fusi in un’unica anima che è quella della passione, dei sentimenti, delle emozioni che non conosce confini né di tempo né di spazio politico o geografico.

Le origini rocciose del beneventano con la fierezza dei sanniti che in battaglia fermavano l’impero romano nell’antichità, sono le stesse di quelle che fermavano gli austriaci sulle Alpi in epoca moderna. La critica letteraria alle parole che diventano slogan e muovono gli eserciti, non è a D’Annunzio ma alla responsabilità della cultura sottomessa alle vergogne della politica, che in caso di guerra diventano atrocità. La critica e il messaggio, credo anche sapientemente elaborato, passa per gemme che fanno brillare la potenza delle parole come la lezione magistrale sul testo di Zappatore portato alla fama e al ludibrio mondiale da Mario Merola.

uommene scicche e femmene pittate

Una delle pagine più intense e manipolate con l’abilità di un chimico da nobel è quella dei parti e degli aborti, materie che solo una donna avrebbe il diritto di trattare ma se è tua madre si capisce come la vertigine della più profonda emozione intima alla radice della tua esistenza, sia un tempesta senza fine. Beh, forse genio da nobel è anche troppo riduttivo.

Non è un diagramma di flussi che esplodono, è uno zapping alla televisione da un film all’altro, da un documentario all’altro, da un reality all’altro, da uno sport all’altro, da una pubblicità all’altra, da Napoli a Cortina, le pagine rimbalzano da un ricordo all’altro tutti narrati al presente come è proprio del pensiero che ce li fa vivere adesso in presa diretta nella scena e con il desiderio di intervenire per cambiare il verso della storia. I sensi di colpa si sprecano e si fanno espiazione, pentimento e rammarico, impotenza e potenza della liberazione intellettuale di trascrivere e rendere visione un fuoco che distrugge e purifica.

Questa di Franchini, sarà tecnica, sarà padronanza degli strumenti, sarà talento, è una scrittura che fa di me uno spettatore coinvolto nella narrazione e per tanto un lettore entusiasta. Sarà che, per esempio, alcune delle scene le ho vissute e le ricordo come accadessero oggi: a settembre facciamo le bottiglie di pomodoro. Anzi le viviamo ancora come ultimi indiani di una riserva in estinzione. Indigeni ribelli allo strapotere della comodità e del mercato.

“Leva le zoccole, vedi chi ci resta”… cosa rimane della società? Non è una questione di genere, il baratto delle cose e delle persone da millenni crea società e le distrugge… il mercato, l’economia, l’odio diventa vergogna per poi fare i conti con la morte e la ricostruzione… è questo fuoco che mi ha avvampato in questa lettura, in questo gran bel romanzo che per quanti pompieri entrano in campo non si riuscirà mai a spegnere. Franchini è un migrante che ha avuto successo e fortuna? Beh, se lo merita lui e la sua Angela, Carmela Candida che lo ha forgiato con l’acciaio dell’amore che si sente, si maledice, si odia perfino ma non è mai, e mai deve essere un vomito. 😍👏

“E che so’ sti vuommeche?”

Insomma Antonio ama la mamma, odia la mamma, ne ha vergogna, la racconta con crudezza viscerale e c’è un bene per ogni male, un male per ogni bene, bellezza e bruttezza, in picchi assoluti con parole semplici e dirette… Ogni giorno prende il caffè con lei e poi vive la sua vita. Quale figlio può dichiarare questo grande amore praticato materialmente e non decantato a chiacchiere? Quale figlio riesce a cedere alla volontà di un genitore che non vuole essere chiuso in una RSA o stare in ospedale a morire? Dopo la morte chi non la vorrebbe riportare in vita la propria mamma? Con questo romanzo Antonio Franchini la rende immortale senza sconti né ipocrite magnificenze. Per me è geniale, viscerale, straordinario. C’è un giovane scrittore che brucia con un fuoco dentro che non aspetta altro che incendiare le vaste praterie delle nostre piatte esistenze, si chiama Marco Peluso e mi ha scritto che di Franchini devo recuperare QUANDO SCRIVIAMO DA GIOVANI. Obbedisco, eseguo, e provo a leggere. La mia pila di opere da leggere sta diventando un grattacielo: infinita è la strada dei treni di parole che arrivano e che partono ogni ora. Ci vediamo alla stazione.

Non oso immaginare la mia mamma Anna ovunque sia che grosse risate si sta facendo, lei diceva:

«…e cherè stu parlà?»

😍🥰😘

RECENSIONI

LETTERE A CIORAN di Nicola Vacca

2017, Gaalad Edizioni

Giuro l’ho letto tre volte. Non è che questo saggio sia difficile, anzi precipita via come una cascata, irruente senza ostacoli: travolge. È questo il punto. È una doccia fredda e non un bagno caldo in una vasca profumata, affogato in schiuma di bolle, cioè rapito in un’altra dimensione a sognare nei romanzi che, allucinanti, nelle ultime settimane mi hanno fatto compagnia. La vertigine è spaventosa, ed è tanto più grande quanto più alta sento la mia ignoranza vista da quaggiù.

Mi verrebbe da dire: «Dovrei prima analizzare la mia caduta prima di pensare alla caduta dell’intera umanità verso il niente di cui siamo fatti. Fortuna che almeno la caduta di Camus l’ho letta, e anche quella mi torna spesso in gola come quando abuso di aglio e di alcol. Non ho peli sullo stomaco, sono travi di quercia, bare di rovere. È il merito, il significato, forse il significante tra gli spazi vuoti, di queste frasi che si intrecciano a questo spirito sublime che si alza dalla tomba di Parigi e stravolge l’armonia della vita e ne fa tempesta di tormento. La frantumazione dei pensieri per pensarne uno solo che manda in frantumi l’universo.

Avete presente la trasformata di Laplace, beh in soldoni è uno strumento matematico che trasforma una funzione reale in una complessa, cioè per amore della verità il lavoro è sulle variabili ma ci siamo capiti. Vero? Ci ho messo settimane per venirne a capo ma avevo vent’anni e ai tempi la mente era veloce come un IBM compatibile.

Questo saggio di Nicola Vacca su Cioran mi scassa il cervello come le dimostrazioni di Analisi Matematica ma alla fine, quando entri in sintonia con il linguaggio e ti appoggi agli esempi della fisica reale, la doccia fredda ti sveglia e ti lascia con il desiderio di leggerlo tu Cioran. Non so se questo era l’intento dell’autore, ma se fosse stato anche solo un invito, una raccomandazione implicita ed indispensabile, beh su di me ha funzionato. L’aulica quanto severa prefazione di Mattia Luigi Pozzi, invece mi ha stroncato le cosce! Non dovrei nemmeno osare aprire queste porte ma a me di cultura sotto proletarizzata che non vuole morire, diverte e piace osare l’assurdo e quindi torniamo a noi.

Con la trasformata di Laplace cominci a risolvere problemi che fino a poco prima nemmeno prendevi in considerazione per quanto ti sembranono impossibili da risolvere e cominci a viaggiare sulla luce alla velocità fotonica. Devo dire che il desiderio di leggere Cioran me lo aveva già radicato un altro saggio, EMIL CIORAN di Vincenzo Fiore, che nel frattempo spero sia diventato professore universitario o almeno ricercatore incardinato. Ma questa è un’altra storia, di quelle che rendono la vita miseramente precaria, affannosa, tortura altro che frantumazione del nulla.

Con il saggio di Nicola Vacca il desiderio di leggere Cioran diventa necessità, bisogno esistenziale. Ma c’è un precedente che devo esplorare e cioè Pier Paolo Pasolini che va sulla tomba di Gramsci e ne scrive le CENERI. Se la montagna è grande allora bisogna scalarla con classe anche se questo parallelismo non è un volo pindarico ma un suicidio letterale. È come cercare “convergenze parallele” tra il socialismo di Craxi e quello delle repubbliche sovietiche morte con la caduta del muro di Berlino, o nell’oggi, il socialismo della grande famiglia europea come convergenza parallela a quello del partito comunista cinese. Io sento la frantumazione dei vetri nello stomaco e nell’aria le scintille delle baionette d’acciaio che confliggono, poi si accarezzano, si leccano ed infine vanno a prendersi un spritz nella Golden Hour del tramonto sulla spiaggia che si porta tanto. Tu che leggi la senti questa voglia di niente?

Sulla tomba di uno spirito di gigante che vive immortale, la poesia straripa di sincera ammirazione di uno (Cioran) e cruenta critica nell’altro (Pasolini) che dice: «Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata passione di essere nel mondo?»

C’è nell’adorazione di un maestro un confine che è più terribile di un salto nel buio, è il porsi in contraddizione come sua creatura generata, come esempio di un fallimento che senza la morte del maestro sarebbe stata dimenticata. È l’oblio della ragione, il tormento del nulla che non genera conflitto con cui incazzarsi, organizzarsi e lottare per modificare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in amore dell’uomo per l’uomo. Esiste una borghesia del pensiero, dell’arte e della bellezza? Esiste un abbandono della lotta, un tradimento di classe, una corruzione dell’anima, come quella che lo stesso Pasolini rimproverava a Calvino? (“Poi Calvino ha cessato di sentirsi vicino a me. L’ho capito subito. All’inizio degli anni Sessanta, qualcosa si spaccava, …”)

Cioran può essere solo adorato o lo si può anche criticare? Lo so devo cambiare spacciatore state pensando. Questo diario è testimone di pensieri incredibili: l’emozione non si controlla, le domande si sprecano, ma non ho scelta, altrimenti il buon senso mi diventa auto censura del ridicolo. Se come dice Nicola Vacca, Cioran altro che nichilista era immanente, per me è l’utopia che ha ammazzato la storia, e la storia delle storie non avrà mai un cimitero ma per sempre un vortice di paradiso con idee meravigliose e l’emozione a dimostrarlo.

Infine, la mia vena si chiude, l’uomo vive e si manifesta implacabile materialista, lo mette per iscritto, e anche se forse dovrò leggerlo per una quarta volta, per concludere che c’ho capito poco, le parole dell’autore sono chiare e cristalline a pagina 79:

Io quì dissento, ma chi se ne frega, i miei silenzi urlano con parole che nessuno sente, è questo il punto, senza le parole a raccontarla, la vita neppure esiste. O detta meglio: la vita non raccontata è il nulla.

Golden Hour

«Qualsiasi commento a un’opera è cattivo o inutile, perché tutto ciò che non è diretto è senza valore» Emil Cioran

http://www.orizzonticulturali.it/it_studi_Biblioteca-Cioran-Mattia-Luigi-Pozzi.html

TRA IL SOSPIRO E L’EPIGRAMMA: ANALISI DELL’OPERA DI E.M. CIORAN

Tesi del Corso di Laurea Specialistica in Scienze Filosoficheda da Mattia Luigi Pozzi all’ UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia nell’anno accademico 2007/08 discussa con relatore:
Chiar.mo Prof. Carlo SINI e correlatore: Chiar.mo Prof. Carmine DI MARTINO

“E’ il suo momento perfetto
Lei rallenta il tempo
Nel suo momento perfetto
Eravamo solo due innamorati
Con i piedi appoggiati sul cruscotto
Guidando senza meta
Bruciando l’estate”

IL PENITENTE di Ivano Ciminari

2022, Edizioni Montag, collana Le Fenici

Prefazioni di Antimo Ceparano, Noemi D’Antonio e Francesca Berritto

Epopea meravigliosa è questa storia raccontata con l’equilibrio di un funambolo di magie. Se ne avessi la forza e la confidenza necessaria, chiamerei uno di questi prestigiosi registi del grande cinema, che so, Sorrentino, Muccino o Ron Howard, l’amico del mio Fonzie che con il magnetismo sulle ragazze, il giubotto di pelle nera e il pollicione verso su, m’ha svezzato prima del TG negli anni settanta. L’avesse brevettato, quel pollice in su, il fantasmagorico ansiolitico digitale like dei social, oggi Fonzie sarebbe fanta stra miliardario.

Ecco ci casco sempre, i brevetti, i soldi, il successo: la merda del diavolo. Mi perdonerà l’autore che più leggo e più ferocemente dilania la mia fragile mente con le sue scritture. Mi perdonerà ma il mio primo desiderio che mi ha preso con la parola fine di questo suo romanzo è stato: ne voglio il film!

Domanda: come per Eco è stato IL NOME DELLA ROSA di Jean-Jacques Annaud?

No, di più: in quello straordinario successo si manifestava l’idea dell’infinita onnipotenza divina, in questo romanzo di Ivano Ciminari, si sublima l’infinita onnipotenza umana. Dalle stelle alle stalle e ritorno. E se permettete, c’è la differenza che passa tra la consistenza gassosa di un’idea, il divino, e quella materiale viva e cruda della carne, l’umano.

Blasfemo io? Magari! Materialista? Forse per sempre troppo poco.

Come ho già scritto in un’altra occasione, mettere l’etichetta di romanzo storico è riduttivo, lo sarà necessario per i critici, gli studiosi e i commercianti della Letteratura, ma per me semplice lettore estasiato, anche in questo caso, IL PENITENTE è un grande romanzo punto e basta.

Capisco lo sdegno per questa mia mania leziosa ma dal mio viscerale punto di vista, la frantumazione delle categorie non mi scende come un boccone di un mappazzone troppo grande e asciutto: i generi sono categorie dove si compete per comparti stagni come fossero filoni di pane fatti con farine diverse a placare l’ingordigia di gusti seriali quanto elitari,

In questa opera di Ivano Ciminari c’è tutto: ti piace l’amore? Ci sono amori struggenti e universali che si intrecciano come le fiamme di un fuoco immortale. La capacità dell’autore è quella di avvolgerti con il fuoco chiamato amore. Però Ciminari non ti brucia, illumina e riscalda.

Ti piace il giallo? C’è anche quello, intricato e tagliente. Sì, ma preferisci il noir e di più lo splatter di Tarantino? Beh, anche quello c’è: tremendo male nero, truce violenza gratuita come il buio di ogni ragione. Ok, va bene, però preferisci l’azione?

So di meravigliarti ma posso dire che durante la lettura mi ha preso l’adrenalina che solo l’inferno d’acciaio che sfrigola di lame, frattaglie e sangue sa rendere emozione. Poi, come se non bastasse, c’è la poesia, la filosofia, la religione e Dio. C’è l’erudizione che si fa popolare, trasposizione avvincente di conoscenza, che precipita rapidamente dalla scrittura alla sostanza del pensiero. E così immersi nella natura che diventa protagonista, le vicende umane si fanno materia viva, dolce e amara, dura e cruda, e l’emozione del momento diventa coinvolgimento.

Sembra un sogno, un film appunto, invece si vive in presa diretta dentro questa storia di storie, accanto e dentro personaggi svelati nei particolari più intimi, ad occhi aperti con la frenesia dell’attesa insostenibile del capitolo successivo, con la voglia d’intervenire se mai fosse possibile e il fragoroso desiderio di sapere cosa succede alle storie in sospeso da cui dipende l’esito della vicenda che si sta leggendo. La mente vola e le pagine sono carburante che bruciano in fretta tra le mani.

C’è tutto dicevo, la commedia e la tragedia, la farsa, la follia, le contraddizioni del tempo che sono attualissime e su tutto il drammatico confronto con la propria anima specchiata in quelle raccontate che si muovono trascinate da passioni e sensi di colpa su cui tutti noi miseri mortali, giorno per giorno, siamo chiamati a confrontarci.

Il pentimento, la penitenza come motore della storia, la resurrezione come epopea dell’esistenza, gli amori, i conflitti, la lotta e le battaglie che non possono né si devono rinviare o peggio denigrare con la viltà della rassegnazione, la guerra dentro e fuori del nostro essere umani. Insomma gli ingredienti ci sono tutti ma da soli non bastano per sfornare un piatto prelibato, ci vuole l’arte e la maestria, il talento e l’artigianalità unica del funambolo che fa magie con le parole.

Se ti prende, ti avvince, ti fa pensare e se addirittura ne desideri una versione cinematografica nelle mani di un grande regista visionario, non è per te ingordo lettore ma per lui, artista anarchico.

Definire IL PENITENTE un capolavoro è lapalissiano e ho così cominciato a fantasticare su come un regista di talento potrebbe mettere in scena una frase semplice e potente come questa: “… che nulla accade per caso e che la carne altro non è che una parentesi doloroso tra due eternità.”

Nel racconto, ce ne sono tante di queste schegge che trafiggono la mente con la forza della tensione che arriva al culmine della scena, con la prepotenza delle parole che diventano visione. Sono schiaffi. Sono carezze. Sono frecce impietose, dardi roventi che segnano e aprono ferite mai sanate. Ogni lettore troverà le sue, e sono sicuro, maschio o femmina, racconterà di essere stato presente nella scena finale, testimone oculare di una epopea meravigliosa.

Se come diceva Italo Calvino, la poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere, un romanzo è l’arte di farci entrare tutta l’esistenza del genere umano, l’incontenibile universo degli universi.

Intervista di Antimo Ceparano

  1. COME DUE SOGNI di Ivano Ciminari
  2. Un vetro di Mirò di Ivano Ciminari
  3. I RACCONTI DELLA DIVINA – CUORE DI CORALLO di Ivano Ciminari

LE ORE DELL’ALBA di Brunella Caputo

2024, Homo Scrivens

Copertina del libro 'Le ore dell'alba' di Brunella Caputo, con una luce soffusa che filtra da una finestra.

Quindi siamo l’alba del suo futuro e della sua speranza, noi lettori che arriviamo alla fine di queste pagine che ci lasciano sospesi tra la paura di proseguire e il coraggio di un altro passo deciso verso l’abbraccio definitivo alle visioni che la regista ha proposto miscelando poesia e prosa, emozioni e sogni, viaggio e contemplazione, amori e turbamenti. Sospesi come lo stesso Virgilio chiamato a soccorrere Dante: “…Io era tra color che son sospesi e donna mi chiamò, beata e bella, tal che di comandare io la richiesi…”

Quindi a noi sospesi che viviamo imprigionati nella staticità del timore di affrontare i dolori dell’esistenza, la regista con questo suo universo scritto, mette in scena la spazialità senza confini dell’alba non come etereo intermezzo di pensieri tra la fine della notte e l’inizio del giorno che arriva, ma come dimensione materiale dell’onirico che si fa emozione, energia e sostanza con cui costruire il desiderio di camminare la realtà quotidiana.

L’intreccio immanente con DELL’ACQUA E DELL’AMORE, la precedente raccolta di racconti del 2020, non è solo evidente continuazione di scrittura del sentimento che si fa passione, ma in LE ORE DELL’ALBA l’evoluzione diventa poesia, e l’emozione corrompe la ragione. Ci sono notti insonni e giorni da sogno, ma sul palco dell’alba la scrittrice poliedrica mette in scena il tormento dando voce alle lacrime. E nel leggerla, noi lettori sospesi, diventiamo protagonisti nelle sue visioni.

L’arte di Brunella Caputo è come un diamante poliformante in continua trasformazione, che più si guarda da vicino e più meraviglia: non puoi pesarne i carati come non si misurano le parole o le note di una musica, è l’insieme delle sensazioni che coinvolge gli spigoli delle superfici lisce, la trasparenza dei tagli che ne segnano il cuore, lo spettro dei colori che sommano la luce, la potenza che si fa tristezza e gioia, l’Amore che muove il sole e le altre stelle.

Vorrei che Kafka di ANTIMO CEPARANO

2022 Robin Edizioni

Per dio! In queste ore di doping elettorale che mi asfissiano la mente come la peggiore droga sintetica riesce a fare nell’allontanare il cervello dalla vita reale, mi trovo a sentire il bisogno di lasciare una traccia a quanto di stupendo mi è capitato nel leggere questo mio primo libro di Antimo Ceparano. Ecco cosa metterei come prima cosa da fare in un programma elettorale di minima dignità: pulire dove vi è tristezza!

Poi chiudere le cliniche dei metalmeccanici, abolire la stupidità, traghettare le anime perse su una zattera di pane da una sponda all’altra di un fiume di vino, ed infine aprire le tombe dei cimiteri dove sono sepolte le parole. Detto in un altro modo questo è l’indice di VORREI CHE KAFKA.

Potrei partire dalla fine quindi: “L’uomo è un calvario da attraversare e il mondo è pieno di croci.” Ma questa frase che stordisce deve solo ingolosire: in questi quattro racconti c’è il lavoro e il luogo di lavoro, l’umanità varia che riluce di ombre, c’è il male, c’è dio e anche c’è Dio e le sue religioni come altarini da scatramare, c’è il viaggio della ragione e del tormento, c’è la donna come dea e come puttana, c’è la dimensione del passato e del futuro, e il presente che non vogliamo vedere, insomma: quest’universo ceparano che abbaglia come un sole in piena estate, mi ha folgorato. Sarà un colpo di sole quindi, uno stordimento passeggero senza conseguenze invalidanti o è invece un’illuminazione divina di quella che è misera grandezza umana? Spero di sì, anzi spero di no, comunque vediamo se riesco a scappare dalla trappola “mistica” della venerazione. Perché dopo questa lettura la tentazione è fortissima. Aiuto!

Vorrei resistere ma non posso resistere perché non è una semplice attrazione ma un turbine possente che m’inghiotte e mi divora. Nel loro insieme questi quattro racconti di Antimo Ceparano sono un gorgo di meravigliose scene dove il tumultuoso agitarsi di persone e sentimenti, di anima e pensiero, rapisce con la brutalità che solo l’emozione inspiegabile potrebbe spiegare ma che in quanto indecifrabile, diventa per me un rito d’inizziazione trascendente, un vortice in cui le parole che risorgono dalla radice della conoscenza diventano prigione d’estasi. Non è affatto facile per me tirarmene fuori una volta entrato in questo ciclone d’anarchica bellezza. Ivano Ciminari (COME DUE SOGNIUn vetro di Mirò) nella prefazione avverte e ha ragione nel mettere in guardia il lettore dai possibili effetti collaterali ma devastanti che Antimo infligge con le sue visioni che non sono presunzione di innocenza dell’umano ma anzi grumi virulenti di colpevolezza oggettiva che mi sono tornati in faccia: e come in uno specchio vedo il sudiciume di cui posso solo vergognarmi.

In fondo se non c’è gerarchia, uno se la crea per non perdere equilibrio tra follia e banalità della ragione che ci impone di vivere tranquilli, e quindi ogni incertezza, ogni demone deve calmarsi come fa Caronte che si piega al rimprovero di Virgilio: “Caron, non ti crucciare. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare».

Posso parlare di me e di quello che io immagino di comprendere, posso provare a descrivere l’immanenza rivelatrice di come mi sento nell’occhio di questo ciclone di parole che si fa storia e racconti di vita reale, vera, cruda e precaria come la sofferenza dell’incertezza del presente, posso tentare di resistere ma avvinto mi lascio trascinare nella schiavitù della ragione che si fa sentimento. Vorrei resistere ma non posso resistere perché nudo, spogliato dall’irrisoria stratificazione del vissuto, per quanto privato, per quanto pubblico, per quanto insignificante, doloroso e personale. Lasciarsi andare a lottare nel fango delle vicende della brutalità umana, è una sfida di piacere e nobiltà di tutti quelli affascinati dalla bellezza nascosta tra le rughe dell’esistenza.

Ogni dimensione ha argomenti di misura e di ordine che la definiscono, pertanto anche ANARCARTE dovrebbe possederne? E chi dovrebbe popolare questo meta-luogo luminoso nel presente buio e angosciante che ci troviamo a vivere? Mi candido a discepolo avido e affamato, pazzo di desiderio di mettermi al tavolo di quel giovane che leggeva ed era solo: “Egli sembrava non accorgersi di tutte le persone che lo circondavano e strappava dai fogli dei libri tutte le parole che vi erano sepolte. Le resuscitava e le trasformava in pensieri vivi.”

Infine in ultimo ma non per ultimo, c’è l’Amore questa sì è una cosa seria con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno in una successione infinita di turbamenti, passione e felicità.

I beati di Stefano

OMBRA MAI PIÙ, Neo Edizioni 2022

BEATI GLI INQUIETI, Neo Edizioni 2021

«Mi nutro di parole. Vivrò in eterno.»

Non mi capitava da quando avevo quindici anni. Divorare due romanzi in tre giorni, e all’epoca il tempo era lento non frenetico come lo vivo adesso. Lo stupore che abbaglia, le parole che diventano emozione, l’emozione che diventa azione, un fiume di sfumature senza soluzione di continuità dalla razionalità alla follia e ritorno, e l’ombra che diventa luce. Una serie di scosse elettriche crescenti ma più che una folgorazione è un naufragare dolce nell’anima infinita della mente umana. Le connessioni della mente con la realtà che ci circonda sono tanto incredibili quanto naturali e folli. Perché la follia non è affatto un effetto collaterale della società anzi, come mi diceva un amico l’altra sera, i pazzi sono fuori e sono la maggioranza, in fila, in coda, in massa verso l’annientamento delle relazioni e dei sentimenti. Beh, lo ammetto, tendo a romanzare i pensieri e i fatti che invadono la mia bolla esistenziale oltre ogni misura di contenimento, esagerando e magari amplificando quelle sensazioni che più mi fanno apprezzare questa vita sempre sospesa tra armonia e rumori. Entrare nel mondo poetico ma di realtà possente che il Prof. Redaelli propone in questi due bellissimi romanzi è un senso unico che trascende il senso comune dei labirinti senza uscita, è un mondo che di fantastico ha la crudezza saporita della disperazione di chi, come me per esempio, deve soffocare istinti primordiali di pensieri folli perché troppo eccessivi e deleteri alla normale socialità delle apparenze in cui ci costringiamo a sopravvivere. E non è nemmeno paura e/o opportunismo, ma complice pigrizia di perbenismo e sottomissione docile al giudizio del mondo retto e corretto, alla normalità dentro righe precise di ipocrito auto controllo che ci rende persone normali che lavorano e rispettano le leggi della convivenza civile.

In queste due opere di Stefano Redaelli, l’immersione coinvolgente nell’universo dei matti che conosciamo e che vogliamo nascondere prima di tutto a noi stessi, toglie il fiato e a me ha regalato un’esperienza unica di vera comunione umana con la parte più critica e ribelle che mio malgrado mi porto appresso dall’infanzia, dall’adolescenza, dalla gioventù, dall’età via via più matura ma sempre e per sempre fin troppo troppo acerba. Alla crudezza saporita dei sensi di colpa che scuotono la ragione dei ragionamenti, segue la fame, il bisogno ingordo di procedere, pagina dopo pagina, nelle storie di questi esseri beati che diventano lo specchio sempre più definito di quell’immagine che non vogliamo vedere quando la realtà diventa dolore riflesso, dolore percepito, dolore devastante. C’è un prezzo da pagare per lasciarsi andare al moto perpetuo dell’anima, quel prezzo è la nudità di cui ci vergogniamo e che invece ci può rendere felici come la consapevolezza di riuscire ad afferrare il vento con le mani, come quando afferrare un sogno è lasciare fuggire da noi il filo teso dell’aquilone che solca il cielo delle nostre visioni. La magia della bella letteratura è avvicinare, aprire, addentrarsi in mondi sconosciuti e nelle ultime pagine svelare che l’ignoto è sempre stato parte di noi, fin dalla nascita, fin dalla morte di chi resta permanentemente vivo nei nostri pensieri. Ad ognuno secondo le proprie inquietudini. Grazie Prof. ci metto la mano sul fuoco, i beati di Stefano non lasciano indifferenti.

ANIN di Angela Torri

Le storie narrate in questo racconto denso di emozioni fortissime, mi hanno scatenato un senso di profonda commozione e ammirazione per le “portatrici carniche”, donne potenti e coraggiose a cui la scrittrice Angela Torri ha tributato questo bel romanzo storico.

Sarà che non sono un letterato e quindi nemmeno mi dovrei permettere, sarà l’incoscienza dell’ignoranza, ma credo che l’etichetta di genere, quella di storico per questa opera sia riduttiva, nel senso di quella strana tendenza dei critici, e forse di più degli editori, a catalogare e ghettizzare l’ingegno umano nei confini precisi delle categorie essenzialmente per fini accademici e magari più pruriginosamente, fini commerciali. Perché credo, a prescindere, che ogni romanzo sia storico in quanto testimonianza di un momento più o meno passato, anche quello di fantascienza, fotografa il pensiero del momento della pubblicazione, e quindi in quanto racconto di una storia immaginata e ormai passata. ANIN va oltre il momento storico della sua ambientazione.

ANIN trafigge lo spazio tempo della ragione aprendo al lettore l’universo infinito dei sentimenti che per quanto voglia essere spiegato e razionalizzato da quando l’uomo ha cominciato a tramandare il suo pensiero, resta un universo che sorprende, che avvolge, che sconfigge ogni paura e patimento, che vince il dolore facendo del dolore stesso una potenza di vita. Del resto “Solo i morti hanno visto la fine della guerra” frase attribuita a Platone. Quindi lo stato di guerra è una condizione permanente dei vivi, e la cronaca degli eventi di questi ultimi anni e momenti attuali che viviamo ce lo conferma, e quindi la tremenda consapevolezza dell’impotenza soggettiva alla deriva degli eventi della Storia, diventa in questo romanzo la potenza collettiva del sacrificio e del sentimento che riescono a dominare la tragedia. È emblematica la storia d’amore di Elisabetta e Pietro, e anche di più quella di Emanuele e Lucia. Come dicevo all’inizio, le storie narrate in questo racconto sono dense di emozioni fortissime e se solitamente in un romanzo si intrecciano, in questa opera fluiscono parallele l’una accanto all’altra dandosi luce a vicenda. Come per esempio Caterina che sa di essere vecchia, e che incontra lassù dove non riescono a salire i muli, il giovane Marino, figlio di sua cugina Adele.

La tela narrativa tessuta tra i fatti e i personaggi raccontati, tra le azioni e gli stati d’animo, tra i pensieri e le faccende della sopravvivenza, è una tela sapiente carica di tensione che mi ha fatto divorare le pagine come preso da frenesia. Non ci sono comprimari in questo romanzo, esiste un solo protagonista collettivo: l’umanità. La scena finale con Don Florio, e l’ultima frase a pag. 132, sono di una semplicità e di una trascendenza geniale. Ma di questo non rivelo niente, tu che leggi devi arrivarci pagina dopo pagina, entrando con la carovana che scala e ridiscende la montagna, più e più volte, dentro un’atmosfera di fatica e patimenti, emozioni e sussulti dell’anima che tolgono il respiro.

Le vicende narrate hanno oggi più di un secolo, sappiamo che la prima come la seconda guerra mondiale sono poi finite, come sappiamo che ogni guerra finisce. C’è chi dice che la pace è solo un intermezzo tra guerre e chi invece dice che gli intermezzi sono le guerre: hanno tutti ragione o forse la ragione in tutti è un torto senza soluzione, visto lo stato permanente di guerre che il genere umano è costretto a subire da millenni e millenni. Quello che posso dire è che con ANIN e il suo imperativo di “andare” le donne dimostrano la loro potenza perché vincono l’inferno in terra. È questa la verità.

Mi piacerebbe generalizzare, purtroppo non è così, perché spesso, troppo spesso, sono le donne ad essere troppo nemiche di loro stesse. In ultimo posso dire, credo senza timore di essere smentito, Angela Torri riesce con precisa determinazione a non farsi strumento di facili crudezze con cui lo schifo delle trincee sono tornate ad essere spettacolare noir da raccontare, anzi con uno stile elegante e raffinato, riesce a trasmetterne tutto l’orrore. Alla fine: “I sentimenti ci salveranno dall’abisso.” e l’abisso è lo spazio tempo in perenne equilibrio tra “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e “Mi illumino d’immenso”.

“La guerra è un inferno, ma l’inferno è la verità.” Henri Barbusse.

https://www.museograndeguerratimau.com/le_portatrici.html

IL REGOLO IMPERFETTO di Carmine Mari

2023, Marlin Editore

La genialità dell’intelletto è un mistero che squarcia il bene e il male, è una sorpresa continua che naviga con feroce brutalità il tempo dell’esistenza umana, è il fascino turbolento del divenire di un eterno conflitto primordiale sempre attuale: potere contro amore. A fin di bene non esiste male che possa essere censurato, così come non esiste potere che non sia sentimento di dominio sull’amore.

Questo romanzo è la storia di storie complicate, intrecciate con abile e aulica maestria, con maniacale fervore oserei dire, dove ogni personaggio presenta conflitti irrisolti, nodi intricati d’emozione stridente di scena in scena, che ne fanno, nella sua totalità, una rappresentazione vivida ed attualissima delle persone, della città, della nazione… del mio mondo presente.

Mi è sembrato di vivere oggi la stessa complessità di allora e se vuoi tutto compreso, la banalità dell’interesse personale che prevarica ogni morale di gloria pubblica, nei sentimenti, nel lavoro, nella disperazione quotidiana alla sopravvivenza. Se è vero che non si vive di solo pane è anche vero che senza pane non si vive, così questo romanzo sfama quella parte dell’anima sempre affamata di conoscenza e risposte alle tante domande che le tempeste di guerre che viviamo oggi ci pongono.

L’attualità di questo romanzo storico è straordinaria e partendo da un postulato quantomai “vero”, non puoi comprendere l’oggi senza sapere il passato, mi sono reso conto che tutto converge nell’uso strumentale che l’essere umano fa dell’altro, uomo o donna, potente o povero, ricco o misero, giovane o vecchio, padre o figlio. Un uso strumentale e potente che diventa ragione e passione di vita.

Oltre le diverse trame che si intrecciano, l’abilità di Mari di usare il particolare contesto storico come una scenografia viva dell’azione degli avvenimenti che si avvinghiano ai personaggi, mi continua ad affascinare fin dal suo primo romanzo che ho divorato nel 2021: Hotel d’Angleterre

Dicevo del passato come presente, oggi come allora, ragione e sentimento si alleano nel bene e nel male. Lucro, sfruttamento, ignoranza e paura sono strumenti di dominio con secolare conferma storica. Politici, religiosi, notabili e ragionieri servono mercanti conquistatori e conquistati dal potere, e anche l’accademia medica, oggi come allora, s’adombra e risplende d’intrighi e di eccellenze sulla pelle della gente comune, malata, magari senza più speranza.

Questo romanzo è un giallo intrigante, denso di tensione, di passioni e miserie umane, di ingiustizie e atrocità, c’è anche la storia della comunità ebraica presente nella città di Salerno in quell’epoca lontana. Il progresso trasforma l’apparente complessità di quella che dall’origine dei tempi umani è la forza della spada, lo strumento della violenza brandita dal diritto alla difesa, che sempre più paradossale, oggi come allora, determina la pretesa dell’umano nel sentirsi dio su questa terra.

LA MONTAGNA DEI SOGNI di Giovanni Maio

È coinvolgente, è accattivante: quest’opera di Giovanni Maio trafigge in profondità, emoziona e coinvolge i sensi fino a farti sentire il freddo che angoscia la società di oggi. Ma allo stesso tempo, con la saggezza del guerriero ostinato e contrario alle ipocrite banalità moderne, trasforma la difesa dei ricordi e della memoria in un attacco narrativo che seduce e riscalda l’anima.

Per quanto ci sia racconto di sé stesso, questo romanzo di un bambino ribelle che scappa verso il richiamo ancestrale della sua montagna a Sant’Arsenio, spinge il lettore oltre le storie vissute e raccontate in prima persona dall’autore.

L’oltre è uno spazio tridimensionale dove i luoghi e il tempo si fondono in una continua eruzione d’emozioni tipica dei sogni sempre in equilibrio perfetto tra incubo dell’ignoto ed estasi della carezza amorosa.

LA MONTAGNA DEI SOGNI non è un’opera nostalgica anche se nella presentazione c’è l’intento di raccontare un’epoca che non esiste più, anzi è la forgiatura di materiale emotivo straripante che diventa ponte tra generazioni, insegnamento e cura dei pensieri fondamentali della vita.

Non puoi imprigionare un vulcano che esplode.

Giovanni Maio ci riesce come solo una cintura nera di arti marziali può fare grazie alla volontà e al controllo totale della mente di cui è maestro. E così nella sua scrittura, i ricordi del fanciullo, lapilli fiammeggianti e lava rovente, diventano fucina d’arte e filosofia dell’uomo d’acciaio che è oggi, tenero e gentile, preciso e determinato, nobile d’animo e non di titolo che non serve a niente. Il nonno che nel romanzo e nella vita vera ogni nipote potrebbe solo desiderare.

Lo giuro, è l’invidia che muove queste mie parole: cederei volentieri l’anima ad un diavolo qualsiasi per tornare bambino e avere un nonno come Giovanni Maio, un autore che oso inserire nella categoria degli scrittori sognatori definita da Jack London in un articolo pubblicato nel 1900 su The Junior Munsey Magazine.

Finito di leggere, nel chiudere le pagine di questo pregevole romanzo nella sua possente e rigida copertina cartonata, il mio primo pensiero è stato: “il tuo richiamo della montagna, ha la stessa potenza indomabile del Richiamo della foresta di Jack London”.

L’ho detto a Giovanni quando ci siamo incontrati per estorcere la dedica che desideravo lui mi facesse; gli ho parlato mentre i suoi occhi azzurri mi trafiggevano con la purezza dei cristalli di ghiaccio che si sciolgono nell’agitazione impetuosa di un fiume alla sorgente, quando esplode la potenza della primavera in montagna.

Appartiene alla mia infanzia questo ricordo di Jack London che avevo completamente dimenticato. Scalando a ritroso il passato fino alla radice delle proprie radici, quelle piantate lassù, sulla vetta più alta di tutta la propria esistenza, sono pronto a scommettere che ogni lettore troverà in quest’opera una sua commozione repressa o nascosta. Una emozione intima e dimenticata della propria montagna di sogni.

E allora per riassumere, ecco ciò che a me ha regalato questa bella lettura: esperienza e prospettiva come pura connessione emotiva tra umano e natura; riflessione e potenziale azione che il desiderio di sapere muove; conseguenze indomabili; richiami irresistibili; ribellioni innate che uccidono la vita indifferente come alla morte sopravvivono pensieri eterni di purezza e amore.

Grazie Giovanni ti leggerò ancora con la fame insaziabile che un maestro di arti orientali sa donare, anche perché quelle occidentali mi hanno rotto il c…

L’ISOLA DI TERRACOTTA di Domenico Notari

2019, MARLIN Editore

In queste ore la tempesta Ciaran allaga l’Italia ingrossando i fiumi che straripano e il mare che ruggisce sulla costa consumando arenili e i lidi appena chiusi dell’estate 2023. Nelle ultime ore ho appena finito di leggere questo straordinario romanzo pubblicato la prima volta nel secolo scorso, nell’anno 1999, l’anno che a me ricorda le mollette di legno, Aquila uno e Aquila due di SPAZIO 1999. Mentre nelle strade la rivolta giovanile del ’77 urlava, io giocavo con le mollette di mammà. Sono sempre in colpevole ritardo nel mettere toppe alla mia sbrindellata conoscenza, e probabilmente gli strappi del tempo che inesorabile passa, non sono cucibili, e forse nemmeno i ricordi hanno rilevanza, e se non era per Simone della Feltrinelli di Salerno che mi diceva «Devi leggere Mimmo Notari!» nemmeno il materialismo storico degli eventi m’avrebbe emozionato così tanto da impormi la ripresa di queste pagine di diario. Sarà la disperazione che sento nelle urla della tempesta Ciaran, la disperazione che grida dai conflitti d’Oriente, sanguinarie distruzioni di corpi innocenti, saranno le grida mute delle anime affogate nel mare dei migranti che scappando dalla follia diventano vittime di un sogno d’Occidente che sta morendo. Indicibile, insaziabile, pazzia senza umanità, la guerra. Sarà quest’angustiante senso di impotenza allo sgomento che mi avvolge in queste ore, a rimettere in moto il bisogno di fissare su una pagina le sensazioni d’immensità che una grande e bella storia riesce a donare. C’è tutto il mondo nelle vicende di Michele Procida, il protagonista di Notari, le passioni e i dolori, le scoperte, la formazione e la trascendenza della vita che diventa immortale nell’opera d’arte e nella riproduzione dei sentimenti che ci fanno umani ad li là di ogni esistenza la cui singolarità è destinata a perdersi nella folla dei pensieri senza progenie. Dopo questa lettura ogni oggetto di argilla cotta, ogni riggiola calpestata, ogni piatto o boccale sul tavolo di tutte le tavole, diventa musica e canto, ogni ceramica riluce d’anima umana, perché dalla fabbrica dei desideri non possiamo fuggire, la fabbrica è dentro e di noi, tormento e delizia, piccola ma infinita, la fabbrica dell’arte che diventa materia d’ogni emozione che non riusciremo mai a controllare. L’architetto scrittore disegna con le parole la costituzione di una cultura che si tramanda e sopravvive, nutrendosi dei conflitti e della capacità distruttiva del tempo che passa. L’architetto scrittore schizza e rifinisce il divino progetto che rende re il morto di fame, miseri i padroni e desolanti i cammini dell’avidità del potere. La storia da proteggere e riprodurre è una catena millenaria di cui Vietri sul Mare, l’intera Divina costiera, le sirene di Positano e perfino le maioliche del Monastero di Santa Chiara a Napoli, sono anelli materiali di possente forza che brillano con i colori devastanti dell’immaginazione, e così accecanti riflessi prendono vita nell’intreccio delle storie vere come solo l’emozione e il sentimento sanno sentire vive. Non posso sapere quanto lo scrittore sia al servizio dell’architetto o quanto invece sia l’architetto al servizio dello scrittore, quello che so è che L‘ISOLA DI TERRACOTTA appartiene alla nostra terra, è parte essenziale della nostra identità mediterranea, dominante e dominata; è frutto costituente di una memoria senza tempo che unisce la materialità dell’oggetto comune all’essenza stessa dell’emozione rendendola dura e fragile come ceramica. Siamo isole di terracotta in mezzo al mare di servi e padroni, isole di bellezza che s’abbracciano e si respingono in un continuo affanno di desideri irrisolti, in cerca di risposte a domande ancora da inventare come la prossima pennellata che di colore sbiadito su un piatto bianco s’accende di splendore dopo l’ultima cottura nel forno rovente dell’esistenza.

DELL’ACQUA E DELL’AMORE

Racconti di Brunella Caputo, 2020 Homo Scrivens

La felicità sta nelle piccole cose… Diceva qualcuno…

È fatta di attimi che restano nel cuore per sempre…

È fatta di carta che profuma, di carta che racconta, di carta che ti fa sorridere, sognare, pensare, ricordare…

Un libro piccolo, potresti leggerlo tutto d’ un fiato e invece no… È un libro di racconti brevi, due pagine, due pagine e mezza al massimo… Eppure due pagine lunghissime che ti restano dentro, che le leggi e poi chiudi… Per oggi mi basta questo… Sorrido…

A domani! Ti prendo come una dose di felicità giornaliera… a piccole dosi.

Dell’acqua e dell’amore di Brunella Caputo…

“Chi nasce al mare non dovrebbe vivere dove il mare non c’è. L’assenza dell’influenza del mare rende le persone diverse”

E anche, “C’è qualcuno?”

Un bimbo durante il lock down del 2020… e le mazze da golf… e la spiaggia Das Toninhas… e il giardino di Armida… e il fiore di cappero… e la città che amiamo perché una volta a Salerno le luci a Natale erano fioche… e tanti altri ancora… Racconti, uno più bello dell’altro.

Estate 2023, sì c’è qualcuno a cui il cuore batte ancora.

6 settembre, ore 12.

Oggi questa è la mia dose di felicità… Mi colpisce… Arriva come il vento…

E io l’adoro il vento… Il vento che gioca con i capelli, li sposta, li scompiglia, li ripiglia in una danza che conduce da solo… Come l’amore… A cui non puoi sottrarti… A cui non vuoi sottrarti.

Monica Langellotti

EMIL CIORAN di Vincenzo Fiore

LA FILOSOFIA COME DE – FASCINAZIONE E LA SCRITTURA COME TERAPIA

Saggio di Vincenzo Fiore, 2018 Nulla Die edizioni

Caro diario sono al capolinea. Hai presente quando di un percorso hai saltato tutte le fermate, belle ma impegnative, e non sei sceso, e ti trovi a non sapere più dove andare? L’autobus è quello della fascinazione, i luoghi i romanzi e affascinanti le scritture. Ma sì è una bugia, ad alcune fermate sono sceso e ritornato e ritornerò per fare giri in tondo allargando il raggio della vista e dell’emozione. Dopo Le città invisibili di Italo Calvino ho capito che il sé stessi è un centro, un punto di forza elastico, che richiama e respinge, dove si torna per ripartire, dove ci si perde per ricominciare. Più leggi e più ne vuoi leggere, perché la visita è un passaggio ma la lettura è un’immersione totale nella storia che racconta, nei personaggi che la fanno vivere e scrittore o scrittrice, diventa la divinità che crea.

Esagero perché voglio profanare il senso comune, sverginare l’inconfessabile senso di fascinazione che mi toglie il respiro, quando all’ultima pagina chiudo con il suo romanzo e apro il pensiero all’autore che lo ha creato. Divina la creazione, e l’autore? Empatia emotiva e razionale, presuntuosa la mia comprensione, social da fare schifo o dispersa nella sua elitaria grandezza di solitudine, immortale perché morto o contemporaneo il lui, la lei, perché vivente.

Il preferito, la preferita o solo tra i preferiti, autore appena conosciuto o talmente studiato da conoscerne il gossip più intimo, odiato o amato perché irraggiungibile, sopravvalutato, sottostimato, ammirato o denigrato da chi non lo capisce. Il maschio è scontato ma la femmina lo è di più. Guerriera. Quindi il fascino e la venerazione, e la preferenza diventa disturbo, una patologia da curare, stili da spogliare, significati da afferrare, emozioni a cui abbandonarsi, senza remore perché la ragione è solo morte. Se l’inferno è lastricato di buone intenzioni, e l’inferno non esiste, come faccio a sopravvivere nella produzione industriale dei desideri indotti?

Da quando ho visto le creazioni della cucina destrutturata, ho il terrore del “de”, puoi capire l’orrore della parola de-fascinazione in me che adoro sottomettermi senza condizioni al fascino…

Questo è il punto, capire, comprendere, farne conoscenza. Poi mi arriva lui, Cioran, o meglio come lo presenta e lo spiega questo ragazzo del ’93 nato a Solofra (AV), Vincenzo Fiore, attraverso un saggio prezioso che, come dicevo è il mio capolinea, ma non di quelli desolati in una periferia emarginata, no, un capolinea al centro di una stella di stelle.

Mio caro diario, prova a immaginare innanzi a te tremante, un dio nudo come un re che balbetta e non sa rispondere ad una semplice domanda: «Perché ci hai creato?»

Se è vero che al centro della terra c’è il fuoco, la stella che era in origine, se i vulcani sono solo foruncoli giovanili che scoppiano in superficie, di quale fascino vuoi parlare senza conoscere Cioran?

La bibliografia che inizia a pagina 161 è l’universo, adesso capisco perché dio ha creato i buchi neri.

Prova a immaginare di spazzare via ogni struttura e sovrastruttura, ogni chiesa o multinazionale, ogni stato democratico o totalitario, ogni partito, ogni associazione di persone e interessi, cancellare ogni filosofo e pensatore, e finalmente dare senso solo alla morte. Anche oltre Jim Morrison che diceva: «Non aver paura della morte, fa meno male della vita» e ancora «Non ho scelto io di nascere quindi lasciatemi vivere come mi pare. Non siamo fatti per durare» e via dicendo.

“Via dicendo” è una citazione, forse lo stile ossessivo che più mi è piaciuto de Il giovane Olden di Salinger, finito in queste ore e per la verità, oltre l’ipocrisia è l’unica cosa che ricordo bene, che mi manca e via dicendo.

E dopo la spumeggiante questione delle anatre, la gioventù e i suoi deliri, ecco che ho attaccato con L’ANIMALE MORENTE di Philip Roth, la storia di un vecchio, un professore universitario di critica letteraria che affascina, dice lui, belle studentesse di vent’anni.

L’universo è fatto di stelle che ferme si allineano secondo uno schema preciso per poi cadere inutili la notte di San Lorenzo.

Capisci cosa fa Cioran?

Ferma il tempo non come grandezza fisica, anzi, ne annulla il conteggio come opera umana e in quanto tale, magnifica, singolare meraviglia. Meglio non esser nati.

«Tanto per cominciare, non tutti hanno la fortuna di morire giovani.»

E tu cario Diario, pur non essendo umano ma comunque intriso di ogni umanità, non avrai di questi problemi, non sarai mai abbastanza giovane né abbastanza vecchio da morire, perché in fondo come Diario di un fantasma non esisti e per tanto l’oblio ha su di te un destino segnato, fascino che mai potresti esercitare. Ecco cosa sei una terapia, lo sospettavo e Cioran me lo conferma, non con i suoi scritti che qualcuno mi riprometto comunque di leggere, ma con la sua anima che suo malgrado continuerà ad essere l’incubo di ogni filosofo, passato, presente e futuro.

Ecco cosa accade, con Cioran da oggi mi sento meno piccolo a osare sfidare i giganti ma, cara e grandissima Michela Murgia, in queste ore volata così in alto da scappare come una cometa libera di andare dove vuole, meno piccolo ma sempre in ginocchio, perché per ogni sommo che vola, miliardi restiamo in ginocchio, in catene schiavi alla terra dei bisogni.

Forse s’avess’io l’ale
sa volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo ,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

Sì perché la filosofia come ogni dio è solo una manipolazione, un tappabuchi, ecco perché amo la cameriera del suo aneddoto più di ogni sapienza che nel dubbio, senza una matematica certezza che privata d’assiomi non esiste, per tutte quelle condizioni al contorno che rendono soggettivo ogni pensiero, amo quella contadina analfabeta diventata cameriera.

E allora amo ancora quella poesia che la mia professoressa volle imparassimo a memoria, amo quel finale che da un senso profondo alla lotta di classe più di ogni sforzo umano. Funesta è la nascita senza eredità, dico io, come magnifica una vita di conquista.

Poi scopro che Cioran, rumeno, magari un po’ vampiro e un po’ zingaro, cercava le traduzioni di Leopardi, scopri che d’italiano in francese, tanto ancora nemmeno esiste, ancora oggi che interi popoli sognano la fine del giogo colonialista.

Cameriera? Una parola, dissezionabile? “Una parola dissezionata, dice Cioran, non significa nulla, proprio come un corpo che dopo l’autopsia è meno di un cadavere.”

Capisco bene i ricchi che hanno tutto da perdere e come inevitabilmente, dotato di tutt’altro tesoro, il “ricco” pensatore non ha che un capitale in dissoluzione con il passare del tempo, e capisco perché voglia scappare dalla nascita, la sua, funesta e futile filosofia. Capisco l’odio e la paura degli altri suoi simili che non pensano altro che aggrapparsi alla “roba” da portarsi dietro come le sfarzose tombe testimoniano da millenni.

Capisco poco o niente ma gli aforismi di questo scrittore, più che filosofo come sento dire e via dicendo, è una ventata di beatitudine che annulla ogni gerarchia di struttura e sovrastruttura sociale e culturale, ma come ho detto all’inizio non ho trovato la verità, ma un capolinea da dove partono infinite strade di conoscenza. Intanto, de – fascinazione e terapia, sono segnate a riempirmi di futuro.

Le città invisibili di Italo Calvino

C’è un prima e un dopo Calvino. Leggere questo testo è come nascere in un altro mondo. Forse quello vero e non la bolla in cui mi sento come un pesciolino rosso che si esprime muto in un fantasmagorico acquario esistenziale. Parlare senza suono come scrivere senza significati interessanti, credo sia in fondo l’ossessione di morte dell’individuo social di oggi. Ecco l’effetto su di me di questo mio primo Calvino, la vergogna, l’oscenità di parole gratuite prive d’emozione.

C’è un prima e un dopo come quando nuove lenti da vista rimettono a fuoco le parole sulla carta, come quando nel centro del fuoco di legna che arde, vedo la materia trasformarsi in luce, calore e cenere inutile.

Il prima è l’intera storia umana che si trasforma in nuovi significati, il dopo diventa la mia città che nemmeno sognavo di vivere. L’incubo che diventa sogno e la paura, desiderio. Calvino mi ha trasformato, forse plasmato, mi ha reso viaggiatore nel tempo e insieme dall’altro lato della scacchiera, sovrano dominatore del tempo che smette d’andare, a consumare partite di tensione duale tra abitante e abitato, tra spettatore e attore, viaggiatore che arriva e che parte, in perenne fuga dall’ovvio, dall’insostenibile pesantezza della noia.

Una dopo l’altra, Calvino svela tutte le città non del mondo ma dell’intero universo, umano mai divino, materiale mai etereo, reale come meta di un miraggio e polvere magica come lavorazione di pietre preziose:

La mia preferita è Anastasia e la tua?

Adesso capisco bene perché “Le città invisibili” di Italo Calvino sia considerato un capolavoro letterario e una delle opere più significative del Novecento.

Leggendo sono stato oggetto di uno spettacolare gioco onirico ad occhi aperti, parte in causa in temi complessi legati alla natura delle città, alla percezione e all’immaginazione.

Calvino crea un mondo letterario in cui l’immaginazione si fonde con la realtà, portando il lettore ad affogare nella complessità e nell’effimero delle città, così come nella vastità dell’esperienza umana. Affogare per poi meravigliarsi di respirare ancora per ogni piccola luce d’umanità che nessuno può spegnere.

Attraverso le descrizioni di città fantastiche, ognuna con le proprie peculiarità e simbolismi, Calvino esplora concetti filosofici, sociologici e umani, eccitando la mente con viaggi tra mondi immaginari per scoprire nuove prospettive sulla vita e sul significato delle città.

La prosa di Calvino è poetica (lo dice anche Pasolini), e il racconto in cui intreccia le diverse storie delle città invisibili è per me ubriacante. Questo libro può essere letto in molti modi: come una meditazione sulla natura mutevole delle città, come un’esplorazione della condizione umana o semplicemente come un’avventura letteraria straordinaria.

“Le città invisibili” è un viaggio intellettuale senza confini, un percorso sensuale denso di realtà e desideri che sfuggono al ragionamento tanto da diventare emozione diretta della propria residenza, forse casa, quartiere o metropoli ma allo stesso tempo, è l’odepòrico dello straniero in cerca di conoscenza, in un eterno viaggiare a cercare risposte dall’invisibilità dei pensieri.

Purtroppo il progresso tecnologico porta anche tanta distruzione e oggi nel 2023 ci sono città orribili come Arlit e chissà se Italo aggiungerebbe queste alle sue invisibili.

“Arlit è la mia città, è lì che estraiamo la ricchezza del paese. Si chiama ‘Piccola Parigi’. Vorrei davvero che fosse così! Si ha l’impressione che sia circondata da montagne, come quelle vicino alle quali i Tuareg si stabiliscono per proteggersi dal vento del deserto. Ma queste montagne sono state create da zero. Infatti, sono formate dall’accumulo delle scorie radioattive derivanti dall’estrazione dell’uranio”…


Prima e dopo Calvino? Adesso ho finito e ho voglia di ricominciare, ma il viaggio deve continuare.

Questo scrivevo a metà lettura il primo luglio 2023…

C’è meraviglia e meraviglia, scappare dalla città, correre in città, un’altra e un’altra ancora, ingabbiati e soffocati, liberi e al sicuro, coccolati… perché deve essere così? Così sarà sempre, vertigini e affanno, la scoperta, la conoscenza. Manca l’aria mai respirata, manca l’acqua mai assaporata.

Ad occhi aperti leggendo mi vibra dentro Anastasia, come un’orchestra di musica e cori possenti, come nel vicolo del silenzio, centro storico che dorme, un calcio alla lattina abbandonata, accartocciata, fa vibrare le mura antiche che cadono in frantumi, nel silenzio del mio centro storico, parole e polvere, e rovine mai viste.

Sono nemmeno a metà… braccato in questo buco di culo di un corpo meraviglioso che con le ali tocca a nord, Positano e a sud Sapri, provinciale, magari non fessura ma cuore, motore d’emozione.

IL PUGILATORE di Amleto De Silva

VIAGGIO INTORNO A SONNY LISTON

2021, Les Flaneurs Edizioni

«Lo hai letto?» e io risposi no. «Prima leggilo, è un saggio.» Così mi ha lasciato gnac dopo un bell’abbraccio con la copia in mano e il desiderio infranto di una sua dedica.

Nella folla idilliaca di una presentazione, non sai mai se Amlo è veramente lucido e ti sta prendendo per il culo, oppure nemmeno si ricorda chi sei perché perso nel delirio euforico fatto di cocktail alcolici, risate, brindisi e applausi dei tanti ammiratori e amici che lo celebrano come una star, suo malgrado.

La parola “saggio” mi stupetea e mi mette paura perché presuppone una pesantezza letteraria che si fa scuola se non università. Per la cronaca stupetea per me è sinonimo di stordimento più che di stupore, tanto per chiarire, ma del resto ogni immigrato tende a crearsi un dialetto tutto suo, ma chi se ne frega, dovrei far ricorso alle consulenze di un antropologo se non miseramente ad un semplice geriatra che mi sappia spiegare il perché dei ricordi che svaniscono.

La prende larga Amleto, tanto da riuscire con la parola scritta a trasformare un saggio in fascinazione letteraria, tanto da modellare una biografia di formazione dentro il racconto storiografico di un’epoca che ha trasformato per sempre la civiltà occidentale.

Monta e smonta miti, estirpa dai luoghi comuni le radici eretiche più intricate e potenti e con dissacrante ferocia, dall’alto di una superiorità culturale ereditata da una favolosa soffitta familiare, illumina il vasto ring del conflitto sociale come trasformazione e perversione della storia ufficiale, quella scontata dei vincitori, quella acclamata dei belli e potenti, e così la narrazione se non l’esaltazione dei perdenti diventa liberazione e orgoglio.

Diversi e sconfitti, meglio, molto meglio sconfitti che acclamati fari abbaglianti, servi del sistema criminale che usa il potere per mantenere schiavi se non “camerieri” le folle plaudenti. E il peggio sono loro, i radical chic che hanno i “camerieri” al loro servizio, quelli che predicano bene e razzolano male, come polli dal becco menomato in allevamenti intensivi senza sole ma con flebo di antibiotici come fiumi.

Più che un saggio questo Pugilatore, metafora del conflitto disarmato dall’individualismo, è per me un vangelo che professa una nuova religione, quella eretica dell’arte che svela la verità, turbamento dei controllori del dissenso, quella verità che svela l’abbrutimento della caccia alle streghe, la caccia ai rivoluzionari, un vangelo contro il pensiero unico che ammanta di speranza il benessere e la pace attraverso la truffa manipolatoria del consenso, quella depravata del successo. Un vangelo con parabole e miracoli, di quelli che ti proiettano in una narrazione eretica fuori dal consueto, oltre ogni banale normalizzazione dei sentimenti e delle certezze.

Non è religione ovviamente ma potere devastante della bellezza nelle emozioni, dai ricordi più teneri ed antichi segnati nella carne a quelli più effimeri ed irrilevanti degli eventi sportivi.

Il potere non si esercita soltanto con la polizia nelle strade: sa essere subdolo, e soprattutto sa essere ovunque, anche a sua insaputa. Se sai di non poter fermare certe cose, allora sai anche che ti conviene incanalare quello che non puoi bloccare (…) in qualcosa che conosci bene, che abbia, come si dice adesso, una narrazione fascinosa e che sia eversiva giusto quel poco che conviene. E quelli a cui conviene sono sempre loro, quelli coi camerieri.

È il mio primo libro di Amlo che leggo, invece ho letto qualcosa di Diego la cui Venere spero tanto sia presente nella prossima stagione in TV del Malinconico avvocato d’insuccesso. Ma questa è un’altra storia. Comunque anche se non è né educato né corretto mettere in competizione due fratelli su cose diverse come pere e mele, sempre di frutta si tratta, succosa e dolce, necessaria e vitale, letteratura insomma. Beh, questo Pugilatore batte ogni Malinconico a prescindere, l’avvocato al più può fare il manager di emozioni popolari, monetizzare sentimenti e cause perse, più che prendere e dare cazzotti, metafore di lotta che diventano ferite sanguinose dove il successo è invertito e di gloria risplendono gli sconfitti. Gli ultimi che non saranno mai primi.

UN VOLTO NELLA FOLLA

Bud Schulberg, Mattioli 1885 Editore, 2022

Prefazione di Gian Paolo Serino

Curioso curiosando seguo la traccia degli stimoli quotidiani, provando a distinguere semi vivi nella nebbia di parole che tutto opprime. Anelo cèrnere tra lampi, le connessioni elettriche più intense, come quelle tra neuroni agitati, e quindi accecato da fremiti luminosi, reagisco come posso, come so, come meglio sarà domani. Così immagino con l’acquolina in mente di afferrare l’inconoscibile diventare elevato pensiero tra mortali, una lepre che scappa dopo aver rosicato i fili della sua catena, terrena, precaria ma effervescente.

«Un volto nella folla… il colpo di grazia alla “società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.»

Fili, fili e fili ancora, intrecciati, annodati, lacerati dall’usura vergine, affilati e strappati con mani callose che scavano terra. 😍

Quest’uomo che fino a pochi mesi fa non sapevo esistesse, con QUANDO CADONO LE STELLE prima e con UN VOLTO NELLA FOLLA dopo, mi ha pulito come un tergicristallo che stride, quello che tira via la sabbia del deserto quando piove fango sulle nostre vecchie auto parcheggiate al sole del sud, d’estate. Pulisce e graffia, lascia il segno e la nebbia sparisce dalla vista, e gli occhi si riempiono di nuovi mondi. Dalla Storia, dal passato, emergono i classici a confermare che non siamo né possiamo essere moderni ma solo copie replicate con vite già vissute, universi conosciuti e plasmabili come creta vergine che ci appare irripetibile perché nostro è il corpo che vibra.

Il racconto di Budd Schulberg spiega bene l’ipnosi collettiva in cui siamo caduti con il fenomeno Beppe Grillo che ho seguito dalle origini, da prima dei cinque stelle, molto prima, da quando partecipammo attivamente alla colletta per l’acquisto del microscopio elettronico a quel mellifluo dottore delle nano particelle, tal Montanari, che preso poi da manie di grandezze politiche, si candidò premier in questo meraviglioso paradiso chiamato Italia.

Mentre qualche “compagno” adorante leccava le palle del cono gelato menomato dal vate Grillo ormai sazio, quel pomeriggio al palazzo della provincia di Salerno, le risate di quei due ancora mi grattano nel cervello. Grillo e Montanari si guardavano e ridevano dopo un’affermazione scientemente preoccupante: “le nano particelle di metallo pesante provocano lancinanti pruriti nelle vagine”. Ridevano e giocavano con gli indigeni del luogo, come i conquistadores facevano agli anelli al naso nel ‘500. Era la campagna “ferramenta ambulante”… l’estinto Fico, primo leader del meetup di Napoli dovrebbe ricordare. Era un’altra vita quella di tante vite fa.

Ripeto, dalla prefazione di Gian Paolo Serino:

“società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.

Quindi caro diario, come ti sarà ormai chiaro, questa è solo una cronologia di inciampi, di cadute, d’illuminazioni, attimi immensi come la visione di un volto che nella folla non potrai mai più dimenticare. Oggi solo sapienza e conoscenza che costa poco. Di quella dura, immortale, a tempo indeterminato, scolpite nella pietra anche se solo inchiostro su carta, di quella che non si spegne con un interruttore, di quella che puoi ripetere a voce alta e meravigliare chi ti ascolta. Forse un giorno i brevetti e i diritti d’autore saranno solo archeologia, il profitto condannato a morte nei resti di civiltà estinte e questi byte persi come lacrime nella pioggia, acida come l’oblio.

COME DUE SOGNI di Ivano Ciminari

Robin Edizioni 2023

Sono stupefatto dal coraggio e dalla presunzione di questo assassino di parole come lui stesso si definisce, membro di una setta artistica che magnificherei con questo slogan: “verso l’infinito e oltre…

La presunzione di Ivano è meritata, per quello che può valere un mio giudizio. Se lui si definisce ignorante, figuriamoci come possa sentirmi io nel leggere la sua opera scritta. Io nemmeno apprendista, né garzone di bottega e neanche vagabondo.

Immaginarsi condotto da Dante in un sogno, come Virgilio conduce il “sommo” nella Divina Commedia è anche oltre ogni idea di presunzione retorica, oltre ogni ricerca semantica capace di eviscerare l’intrigato transfert che attanaglia il me lettore al suo dominio di scrittura, dove poesia e narrativa si fondono come cielo e mare in una limpida giornata d’estate.

Spinto e spronato da un gigante come l’Alighiero, il cammino delle domande poste a Socrate, Omero, Celestino V, addirittura a Cleopatra e all’infinito Pulcinella, sono le briciole di Pollicino che preda degli uccelli, una volta svanite, mi lasciano l’amaro in bocca dello smarrimento. Tanta, troppa luce. Di tale grandezza, di domande e risposte, vorrei scolpita la dura pietra della mia povera mente. C’è solo una cura, ovvia e scontata, leggere, rileggere e studiare, godendo della conquista, assaporando le sfumature celate nell’ombra che gigante cresce ad ogni nuova conoscenza.

Nel sogno, il coraggio e la padronanza delle sue armi più affilate, rendono Ciminari capace di dare voce a Dante con frasi nuove nell’antico dolce stil novo. È uno stile rivoluzionario oggi come lo era allora. Senza dubbio ci vuole coraggio a rinnovarne la proposta. Purtroppo la massa malata di rozzezza contemporanea che ci circonda, quella che dilaga anche nei social, credo sia troppo impermeabile ed ottusa, troppo indifferente a tanta magnifica complessità. Quindi onore e merito allo scrittore che oltre al tributo mette in scena la vitalità dell’immortale sapere.

Poi lui si sveglia dall’incredibile sogno.

L’uomo materiale di oggi si sveglia e trova intatto l’Inferno sul comodino della sua esistenza moderna, con lacrime secche negli occhi ad incollare palpebre e pupille ingorde che leggono fatti di cronaca sempre verdi, storie drammatiche ed eterne. Perché galeotto fu quel libro per Paolo e Francesca in cui si narrava l’amore di Lancillotto per Ginevra, perché resta ineluttabile che l’amore di pochi continua a muovere l’invidia e la violenza dei tanti accecati dalla possessione e dalla gelosia dell’oggetto perduto. Peccatori gli amanti, peccatori gli assassini.

Ecco cosa sono queste 148 pagine: uno schiaffo di cultura in faccia all’ottusità di rimuovere i classici nella formazione fluida di oggi che di antico ha solo l’esaltazione barbara della vanità. Ecco il coraggio ciminareo di dimostrarsi presuntuoso quel tanto da lottare con veemenza, con le parole, sulle spalle di un gigante come Dante, contro il vuoto spinto che ci succhia via ogni umanità.

L’epilogo del primo sogno è solo la preparazione al secondo che corre via come una brezza di fresco ristoro. Una bella storia d’amore, pura come l’essenza della conoscenza più pulita e somma.

Il primo sogno ha l’ardore della complessità, lo sforzo sovrumano della sfida a vette distinguibili solo da studiosi dotati di attrezzatura accademica. Il secondo sogno è la piacevole ricompensa, la carezza che ci meritiamo dopo ogni sofferenza.

Ecco quindi l’amore di Valeria e Nicola, due personaggi che lo scrittore crea e attualizza, diversi e attrattivi come Yin e Yang, un tutt’uno indissolubile come Eva e Adamo come appunto Paolo e Francesca. Il secondo sogno è una discesa, piacevole come ogni ritorno nella propria dimora familiare, ancora più amata quanto più duro e tremendo è stato il distacco. Ogni viaggio è come un sogno, un continuo sforzo di equilibrio tra l’incubo della privazione di certezze e il desiderio trascendente di conoscenza.

I protagonisti di Ciminari sono materialmente ancora innocenti ed inconsapevoli d’essere oggetto del potere alchemico del destino. Ancora troppo giovani e già troppo maturi per la loro età nascono e si uniscono in un concerto di musica e poesia come solo la sensibilità di ognuno sa veramente apprezzare. In Valeria e Nicola sfido chiunque a non vederci l’eterno passato, l’eterno presente e l’eterno futuro della storia dell’umanità.

Ivano lascia al lettore il finale, affascinante finale, dando sostanza a quell’operazione di transfert che ho citato prima, a quella relazione intima che vorrebbe ogni lettore legarsi allo scrittore che diventa motore di altri mondi fantastici prima sconosciuti.

Verso l’infinito e oltre, già come gridano i giocattoli per darsi completamente al bambino che ci sopravviverà per sempre, immutabile nei nostri cuori fino all’ultimo battito.

LA CASA SUL PROMONTORIO di Romano De Marco

2022, Salani Editore

È il mio primo romanzo di De Marco, e visto come mi è piaciuto e oltre la decade che ha già pubblicato con successo, non sarà l’unico. Dopo le prime pagine ho pensato: prende come il super attak, quella colla leader nel mercato degli adesivi. Contrario alle intenzioni della fredda razionalità, la storia si attacca nella mente in modo inevitabile, proprio come quella colla sulle dita anche se ogni volta sono altre le cose che vuoi tenere insieme. Nel racconto, l’intreccio dei personaggi e dei fatti è elegantemente fitto e potente, poi alla fine il doppio finale fa decollare questo testo oltre i confini che definiscono categorie precise: è quindi un romanzo che trascende il giallo noir per estendersi su una letteratura più vasta ed universale. Per un neofita come me, la lettura di uno scrittore che scrive di uno scrittore mi ha riportato nelle atmosfere psichiche ricamate da Stephen King nel suo Billy Summers e questo già mi sembrava grandioso. Stessa fluidità e coinvolgimento nella continua azione dei fatti e dei personaggi. Finanche il sesso e i sentimenti sono grovigli da dipanare tra passato, presente e il futuro delle pagine che mancano alla risoluzione del racconto. Ma, come dicevo, il finale che è raddoppiato in poche pagine, ha rimesso tutto in discussione e mi ha donato la descrizione plastica della mia precarietà inconfessabile: una vita fatta da tante verità e bugie che colgo ogni giorno nelle relazioni umane. Interazioni intorno a me come fili di una marionetta sbattuta di qua e di là, relazioni visibili ed invisibili che i sensi e il ragionamento stentano a razionalizzare: mai o sempre sono solo tempi patologici. Quindi oltre l’elegante godibilità come ho detto della scrittura, la profondità dello scavo nella psiche umana che la copertina centra in modo assolutamente preciso, è la cifra del piacere che ho provato in questa lettura: una continua visione mozzafiato dal promontorio dell’esistenza, sotto i piedi il baratro a strapiombo della morte, l’angoscia della paura, ma davanti negli occhi il panorama affascinante della vita. Beh, rendere luminose le scene buie, accendere le ombre con il fuoco del thriller, sono guizzi che De Marco fa con estrema efficacia ed efficienza. Le parole dentro le frasi costruite con arte, non solo funzionano ma sono quelle strettamente necessarie allo scopo di tenere alta la tensione da un colpo di scena all’altro. Inizio a capire, c’è del metodo, ma su tutto è la storia ad essere sorprendente. Brutale e tenera come un pestaggio e un’esplosione di coccole. Schiaffi e carezze. È una storia che non lascia indifferente non tanto per la sua drammaticità ma per l’orrore del male che prima di compiersi è nel pensiero.

“Mattia stava leggendo un romanzo che lo irritava moltissimo. Vi trovava, ogni volta, soluzioni narrative e linguistiche più eleganti e colte delle sue da procurargli una profonda sensazione d’inferiorità.”

QUANDO CADONO LE STELLE di Gian Paolo Serino

2016, Baldini + Castoldi

… il successo è solo il participio passato del verbo succedere…” ma che ne sai tu di un campo di grano? Sono ore, poi giorni, nei ritagli del tempo libero dai doveri, che leggo nella rete cosa scrivono di lui e del suo primo romanzo. Cribbio e che romanzo!

Storie vere dice Serino, e lo dice con una bibliografia finale per accademici ingrippati, perché è così: questo romanzo ti grippa il cervello, e se mai vuoi studiarti bene origini e significati, e sei un’operatore accademico della letteratura o di ogni altra scienza sociale, Serino ti fornisce indirizzi e recapiti dove andare a sbattere la testa. Così, tanto per scolpire nella roccia della conoscenza lo scheletro della realtà dell’altrove storico, credo sia un testamento osseo che si fa capolavoro, perché la verità è la polvere di cui sono fatte le stelle.

È proprio dalla fine che voglio partire, da quando il romanzo finisce e i neuroni vanno in tilt, dopo che per duecento pagine le sue frasi nella mia mente hanno vibrato, furiose, elettriche e magnetiche come le onde della luce. E se alla fine la luce ti prende e non ti abbaglia, cioè ti cattura e non ti respinge, è perché diventa materia ogni singolo fotone che raggiunge i tuoi occhi diventando polvere, lacrima senza pianto, emozione. Alla fine, queste magnifiche storie si intrecciano e si fondono in un’unica visione, semplice ma complessa come la parola cielo che ha dentro sé tutte le stelle del firmamento.

Io l’ho visto Serino sulla collina delle anime libere e sotto di lui tutto il reame.

Il reame vacuo cui appartiene Morgan, sì quello, un “brillante fallito di successo, uno tra i tanti istrioni “che si vantano di lottare contro un regime quando non si accorgono di vivere in un reame…”

{A questo link il botta, risposta e contro replica, fra il critico letterario e il cantautore}

Io l’ho visto Gian Paolo con il medio teso in faccia ai sudditi in festa, zombi alla ricerca di accondiscendenze critiche e fremiti artistici, in faccia al reame di prostituzione gerarchica popolata da ingordi mediocri del niente, e ho immaginato un dito come quello gigante di Cattelan in piazza degli affari di Milano.

L’opera che l’artista ha chiamato LOVE: “libertà, odio, vendetta, eternità”.

Nel mondo che vedo io, allucinogeno agglomerato d’umanità lacerata, quei quintali di marmo di Carrara, quei due metri di fallico vaffanculo agli schiavi adoranti, sono libertà, odio, vendetta, eternità di classe, vomitate in faccia al popolo nel cortile del gioco a somma zero dell’alta finanza, che brucia e crea miliardi di capitalizzazioni con la velocità del vento. Mi penso padrone del Palazzo, capitalista dei capitalisti, e vedo il mio dito medio che mostro al popolo. La grandezza è solo una misura di un punto di vista, e la classe non è acqua ma dominio.

Forse l’artista pensava altro ma su quella collina di anime libere io l’ho visto, il dito medio al cielo di Serino mostrare la luna a gente con lo sguardo per terra che, boriosa e senza vergogna, affoga nel fango della propria irrilevanza. Io l’ho visto, questo gigante di uomo, incazzato e triste, affranto da tanto reame sprecato.

Se ti sfugge la connessione Serino/Cattelan, la polvere e le stelle, non l’hai letto questo romanzo, non puoi sapere della madre che si fa puttana per il bene della figlia e sentire l’umanità come fiamma bruciarti d’emozione. È quello che ha fatto a me, e così adesso mi sento, arso a mirare quanto sono vere le stelle che brillano eterne.

“Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”

Non so perché, non so per come ma la copertina è tutta una profezia. Una visione di futuro sconnesso dal presente, diviso e frammentato, in fuga abbracciato al passato, per qualche motivo magari divino, ma incredibilmente vivo è il desiderio eterno di un bacio ancora, e ancora, in attesa di gettare via la maschera che ci fa sentire protetti, forse da noi stessi, forse dalla paura che ci fa coraggiosi.

IL TEMPO DELL’ODIO di Antonio Lanzetta

2022, LA CORTE Editore

L’incipit è un brivido, l’ho già detto per un altro grande romanzo però questa volta non è ipnosi ma emozione viscerale. Alla scrittura di Antonio Lanzetta non ci si abitua anzi, ogni volta si resta folgorati. Sono un lettore modesto, per nulla esigente, eppure ci sono letture che mi passano addosso come ottimo intrattenimento, altre come le opere di Lanzetta che lasciano un segno feroce come ferite che stentano a rimarginare. Questa storia di Michele e di Teschio non mi ha fatto sconti, è adesso l’ennesima e sublime cicatrice che mi porto dentro. Per farmi capire meglio, è come quella cicatrice che mi porto nel cuore da quando, adolescente, lessi SE QUESTO È UN UOMO di Primo Levi. La grandezza della letteratura non si misura un tot al chilo ma, credo, in quante generazioni di lettori lascia il segno, cicatrici che si riproducono grazie alla sua eternità, infinita magia tra le arti umane.

Ecco, cosa significa uccidere con il cuore: è colpire e lasciare un segno indelebile nell’anima del lettore. Non a caso, prima dell’inizio del romanzo, il tributo a King è l’epilogo di tutta la storia di Michele e di Teschio, è la missione compiuta con successo da Lanzetta: riprodurre la potenza immanente del bene che fa giustizia.

Oltre la storia avvincente che scorre fluida e accelera con ripetute scosse crescenti di pura adrenalina, è la bellezza e la crudezza delle scene che rendono reale la fantasia più drammatica, materiale le visioni più inquietanti. Riporto solo due passaggi come esempio, ma tutto il romanzo è così, orribilmente e meravigliosamente bello.

“Seguii gli schizzi di sangue con lo sguardo fino a quel baratro. Le tracce si perdevano nel nulla, nel silenzio della morte e in occhi vuoti puntati verso il cielo. La ragazza giaceva scomposta sulle pietre come una bambola spezzata, il cranio sfondato e i capelli che galleggiavano simili ad alghe in una pozzanghera di sangue accumulatasi dietro la nuca. Rimasi a fissarla mentre il tempo mi scivolava addosso, simile a gocce di sudore. Una parte di me mi diceva di andare via da quel posto, ma quando distolsi lo sguardo mi parve di vedere mio padre fermo sull’altro lato del dirupo.”

“Sollevai il capo e all’improvviso mi resi conto di non essere in casa, ma in un campo. Il vento spirava tra i cespugli, sollevando una strana polvere viola. Spore che mi vorticavano intorno mentre il cielo era animato da deflagrazioni di luce indaco, simili a fratture nella notte. Le stelle si stavano disintegrando, scontrandosi tra di loro e disegnando nel vuoto creature informi e facce urlanti.”

Non la faccio lunga anche perché, se sono un lettore modesto figuriamoci la difficoltà che ho nel tramutare in parole i miei pensieri. L’ultimo commento è come una volta ancora Antonio Lanzetta fa insegnamento della sua passione con le sue opere, istruzione a chi come me sente urgenza affamata di grande letteratura, e adesso devo leggere anche qualcosa di Jim Thompson per lenire “il crepitio di vetri nello stomaco”.

“Ancora oggi, seduto nella poltrona sformata del salotto di casa, cullo mia figlia nel silenzio della notte, con un libro di Jim Thompson sulle ginocchia e una tazza di tè tiepido sul tavolino. Guardo la pioggia graffiare i vetri della finestra e provo a convincermi che le cose che ho visto quella notte nei boschi intorno alla casa della vedova siano accadute realmente. Avevo subito un forte trauma, mi sono ripetuto. In fondo, ero solo un ragazzo a cui avevano impiccato la madre. Un ragazzo che voleva riabbracciare il padre.”

IL TAGLIO FREDDO DELLA LUNA di Piera Carlomagno

2022, Solferino Libri

L’incipit è un brivido. Uomo o donna? Mi sono chiesto. Il prologo è una lettera, un vortice di sentimenti che trascina senza scampo verso una spumeggiante cascata di domande. Giù verso le rapide turbolente di un fiume agitato da scene avvolgenti: avvinghiata la mente, questa scrittura ipnotica mi ha sbalzato fuori dai gorghi frenetici della vita quotidiana, per avvincermi dentro un flusso impetuoso di fatti e personaggi che alla fine mostrano come all’origine di ogni decadenza umana ci sia il male e la menzogna. Ciò che più mi ha colpito è come, con sferzante eleganza, le vicende narrate dei singoli personaggi, diventino un insieme rappresentativo di un’intera società. Se per i fanciulli la purezza briosa della gioventù muore con la fine dell’innocenza, la purezza dell’impeto costitutivo della repubblica, muore con la fine dell’onestà. Segreti, ricatti e compromessi intrecciano singole esistenze e la pluralità di un’intera organizzazione sociale: la decadenza è un processo che divora da dentro, e il conto si paga solo alla fine con la morte che svela colpe e tormenti nascosti per una vita intera.

“Piangi. Io sono il tuo castigo.”

Dopo aver scoperto con UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE e NERO LUCANO, un intricato e appassionante personaggio come Viola, l’affascinante anatomopatologa di Piera Carlomagno, l’attesa di un’altra sua avvincente storia mi era così insopportabile da rivoltare sotto sopra tutte le priorità di quella giornata. Ricordo come fosse ieri: trenta settembre 2022, nel primo giorno dell’uscita nelle librerie italiane, la prima presentazione alla Feltrinelli di Salerno, e il fondamentale Angelo Cennamo dire: «Il taglio freddo della luna è il romanzo borghese del XXI secolo.»

Secondo una mia sensazione strettamente personale, questa avvincente cronaca romanzata dei giorni che vanno da giovedì 26 agosto con la luna calante visibile all’87%, a martedì 7 settembre del 2021 con luna nuova che inizia a crescere, è la dimostrazione di come una produzione letteraria di fantasia possa diventare un potente strumento di denuncia e critica storica di un’intera società, quella italiana, o meglio di una sua “classe”, la borghesia, che meriterebbe la condanna della memoria.

«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»

Sicuramente esagero, come è esagerata ogni generalizzazione di categorie che più le analizzi e più si frantumano in eccezioni. Ma d’altronde alla fine della lettura e rilettura di questo romanzo, il libro tra le mani scotta come una bomba inesplosa e per troppi anni sotterrata. Questa la mia sensazione dopo la lettura dei due articoli che seguono e che mostrano come la Fossa Irreversibile sia vera e non fantasia; è spaventosamente reale a Rotondella di Matera, in terra lucana, in Italia.

Nel 2019 avviene una sorta di riesumazione di un cadavere vivente, pericoloso sì ma che il genio umano intende riciclare. Poi uno si meraviglia che la realtà possa superare ogni assurda fantasia. Urca che tema di estrema attualità, il nucleare, in queste ore che gli idioti sapiens fanno la guerra lungo il fiume Dnepr, intorno ai sei reattori atomici della centrale di Zaporižžja.

Nucleare, così a Matera viene alla luce il mistero del Monolito di scorie Usa – SOLE24ORE – 21 dicembre 2019 – di Jacopo Giliberto

Via le scorie nucleari dal terreno: in Basilicata rimosso il monolite della “fossa irreversibile”IL MESSAGGERO –  18 Dicembre 2019 – di Giampiero Valenza

“Negli anni Sessanta i rifiuti nucleari si cementavano e si mettevano sotto terra, in quelle che all’epoca venivano chiamate “fosse irreversibili”, proprio perché sarebbero rimaste lì per sempre.”

Quei rifiuti erano americani e noi abbiamo fatto di pezzi incontaminati della nostra meravigliosa terra una loro pattumiera…

«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»

Cos’altro potrebbero meritare quelle generazioni che hanno permesso al nostro paese di diventare una discarica geopolitica? Più di una metafora, una condanna eterna. Ecco la potenza dell’intelletto cui la Carlomagno ci ha abituato, il viaggio su binari inseparabili, la bellezza della terra e il suo saccheggio, ma questa volta, il salto è trascendente, dal sudiciume materiale del petrolio e dei poteri massonici essenzialmente locali, passa a trattare il mostro invisibile, la contaminazione nucleare e poteri di dominio geopolitici.

«Quelle urla non le dimenticherò mai, anche se le ho ricacciate in fondo a ogni pensiero e sentimento, giù, nel punto più profondo di quell’abisso che è la mia anima.»

Uso alcuni dialoghi a ritroso partendo dalla fine del giallo per dare consistenza a questi miei commenti da lettore ipnotizzato. Sono commenti che cercano di provare quanto profondo e affascinante in questo romanzo sia l’intreccio sociale della storia di un paese con quella dei loro protagonisti, anima e identità, passato e presente, singolare e plurale.

«… Fu in quell’attimo che acquistò l’antitodo contro il veleno dei veleni: la disuguaglianza. Fu in quell’attimo che pensò di riscattarsi anche per il futuro, lui, la sua famiglia e la mamma infelice… »

La storia di uno diventa la storia di una classe smarrita che diventa soggetto sconfitto, singolare e plurale, elevato e decadente, per sé e di sé, prigioniero dell’evoluzione dei veleni materiali, sedotto e corrotto nel labirinto senza uscite di teorie e pratiche di speranza che quelli bravi hanno chiamato la fine della storia. Ma come la fossa dei rifiuti nucleari, la Storia dimostra che di irreversibile c’è solo la morte, e forse nemmeno più quella, almeno per chi sopravvive. In fondo il progresso, la modernità, le colpe che non possono ricadere sui figli, dimostrano che di giorno in giorno, diventa possibile quello che ieri era impossibile. Ecco la dualità umana in eterna contraddizione: bellezza e mostruosità.

«Siamo capaci di convivere con qualsiasi colpa» disse Viola. «Del resto siamo tutti mostri capaci di convivere con l’idea della nostra stessa morte… »

Dall’ultima alla prima pagina è Viola la guida, come il Virgilio di Dante ci accompagna oltre le righe dei fatti, oltre l’inferno e il purgatorio delle anime dei personaggi che lei riesce a sventrare da vivi, risuscitando anche quelle dei morti. Viola Guarino è la luce che scopre le ombre tra le piaghe dolorose delle verità nascoste e di quelle che sfuggono anche se in bella vista nel presente. La magia della letteratura gialla è anche questa, l’abilità della scrittrice di porre in bella mostra quelle evidenze che sono indizi che con lo scorrere delle pagine diventano certezze. Ma con la scrittura della Carlomagno si va oltre, si vola veloci come pipistrelli nelle grotte oscure dell’eterna lotta di classe. All’improvviso un sorriso e un pensiero: accecante e assoluta ineluttabilità della linfa vitale della grande letteratura, degli ultimi che resteranno per sempre ultimi, e che, nonostante i compromessi sociali della convivenza, restano fieri di esserlo, ultimi continuando a lottare per una comune identità di classe e di estraneità, forse nemmeno ultimi, diversi, esclusi ma colti.

Sorrise pensando a quelli che portavano stampata su magliette o borse di pezza appese dietro la schiena, la protesta a quel ciclone passato sulle loro teste senza coinvolgerli: «Pure io sono un povero cristo». E il cordone ombelicale con Levi non si taglia, non si tagli.

Poi ci sono i sentimenti e i desideri di Viola, i sogni erotici e gli incubi della maledizione arcaica dei tormenti che si fanno umanità inquieta, ci sono le voglie di scorticarsi addosso l’essenza emozionale del corpo e del pensiero, sentimenti e desideri che non trovano pace, che si intrecciano senza legarsi mai, e anzi ne fanno una danzatrice alla ricerca di quell’equilibrio impossibile di chi è sempre in fuga.

«La luna non muore mai» osservò Loris. «Si rigenera.»

«Certo, come tutti dopo le delusioni.»

Non c’è niente di semplice e scontato in questo grande romanzo, proprio come è la complessità della vita che nelle sfumature e negli attimi si fa preziosa, proprio come un diamante, inutile e spento senza una luce che lo attraversi. Così ci sono un paio di pagine in cui Viola e Loris si parlano, si sfiorano e si allontanano, un paio di pagine che da sole riscaldano il cuore e lo stordiscono, mettendo a nudo le differenze della donna dall’uomo, della femmina dal maschio, differenze della ragione dal sentimento.

«… Non ci si abitua a tutto, se si presenta l’occasione si saldano conti vecchi che si credevano dimenticati. E invece no, non si dimentica niente, tutto resta ferocemente piantato nelle nostre coscienze.»

Le scene e i dialoghi sono talmente vividi che saltano dalla pagina e arrivano, a volte come pugni in faccia improvvisi, a volte come carezze di una ragnatela di parole in cui i personaggi restano impigliati in attesa di essere svelati.

Ma non ricordare non è possibile, finché si è in vita, rimuginava Bepi e forse questa è la chiave di tutto. Sono i ricordi che rendono le persone pericolose e consapevoli che ciò che è stato potrà essere ancora; chiunque sia vivo continua a rimestare nei simulacri che occulta, che lo voglia o no, ed è tutta qua la complessità e la contraddizione dell’umano.

Eccola la scrittura ipnotica che salta tra passato e presente, con storie intrecciate come i rami di un bosco fitto e misterioso che mi ha ricordato il groviglio dell’adolescenza, le paure e le follie, ignoto e oscenità, vertigini e cadute, le colpe, l’ebrezza della potenza e lo sconforto della sconfitta, i rimpianti e gli occultamenti della vergogna. Ci sono conti che non si chiuderanno mai e tra questi, la conoscenza di questo personaggio grandioso che è la Viola di Piera, dopo tre romanzi è solo all’inizio. È una conoscenza parziale e ancora sfuggente, fatta di numerose curiosità irrisolte mentre nell’attesa di una prossima inchiesta, immagino lei correre come un fulmine bianco che non tocca mai terra.

… entrava nella morgue con l’aiuto di un rapporto ancestrale con la morte e si avvicinava ai corpi con la speranza di incontrarne l’anima.

Ducati 950 multistrada
la socia di Viola è bianca: Ducati multistrada 950

premio nero lucano

e… dopo tanti giorni, resto ancora stordito

Elogio della bellezza

Il potere trasformativo dell’estetica.

La bellezza è un tema che ha affascinato filosofi, artisti e pensatori di ogni epoca.

Essa è capace di evocare emozioni profonde, sollevare lo spirito e trasformare la realtà che ci circonda. In questo articolo, esploreremo il potere trasformativo dell’estetica attraverso cinque titoli, ognuno dei quali accompagnati da una citazione forse famosa, forse falsa.

a) La bellezza come rifugio dalla vita quotidiana

La bellezza ci offre un rifugio dalla quotidianità, dallo stress e dai problemi della vita di tutti i giorni. Come scriveva Ralph Waldo Emerson: “La bellezza riempie gli occhi e il cuore, e ci affascina con il suo fascino dolce e inspiegabile”.

b) L’arte come espressione della bellezza

L’arte è una forma di espressione della bellezza, capace di trasmettere emozioni e sensazioni attraverso forme, colori, parole e suoni. Come scriveva Johann Wolfgang von Goethe: “L’arte è l’organizzazione di elementi in una struttura che suscita emozioni ed esperienze estetiche”.

c) La bellezza come simbolo di armonia e equilibrio

La bellezza è spesso associata all’armonia e all’equilibrio, come dimostra la bellezza delle forme matematiche o della natura. Come scriveva Platone: “La bellezza è il splendore della verità e l’armonia della proporzione”.

d) La bellezza come fonte di ispirazione per la creatività

La bellezza può essere una fonte di ispirazione per molte persone, soprattutto per gli artisti che trovano nella bellezza l’energia creativa per le loro opere. Come scriveva Leonardo da Vinci: “La bellezza è la migliore lettera di presentazione”.

e) La bellezza come strumento di trasformazione sociale

La bellezza può essere un’arma potente per trasformare la società e portare il cambiamento. Come scriveva Nelson Mandela: “La bellezza di un mondo migliore si trova nella diversità delle sue persone, culture e idee”.

In conclusione, la bellezza è una forza capace di trascendere la realtà, trasformare il nostro modo di vedere il mondo e ispirare la creatività. Grazie al suo potere trasformativo, essa ci invita ad esplorare nuovi orizzonti e a guardare oltre le apparenze per cogliere il vero significato delle cose.

Ieri discutevo della “necessità” dell’intelligenza artificiale, mentre ascoltavo e dibattevo un desiderio in testa m’assillava, devo chiedere a ChatGPT di scrivermi qualcosa per elogiare la bellezza: ecco un possibile risultato, la bellezza trasforma i pensieri, eccita l’azione, muove la vita, procede per traumi, nascosti, ferite mai chiuse.

Un vetro di Mirò di Ivano Ciminari

Edizioni Montag, collana Le Fenici

Prefazione di Antimo Ceparano

“Forse capisco perché non ho mai avuto risposta: perché mai la mia vita dovrebbe essere più lunga o più importante di quella di un semplice filo d’erba?”

macro shot of grass field
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Stordito, ecco come mi sento alla fine di queste cento pagine di Ivano Ciminari. La sua è una scrittura potente, irriverente e brutale.

Ho conosciuto questo “assassino” come vincitore del primo concorso “I racconti della Divina”, l’ho sentito parlare e ho scavato nel profondo la sua superiore umanità che straborda da un progetto superlativo come #diversamenteliberi .

Il richiamo magnetico alla conoscenza delle sue opere è stata una molla che con questa lettura inizia a comprimersi ancora di più. Ne voglio ancora mi ripeto, cercando di uscire fuori dallo stordimento che mi tiene per aria, alla ricerca di parole che possano rendere dignità e onore ad una penna che si fa Diogene, e che riesce a raccontarsi e raccontare la miseria di cui siamo fatti.

Assassino! Egli è un assassino di luoghi comuni, feroce assassino delle ipocrisie più immanenti che ci rendono schiavi di manipolazioni “globali”, quelle più subdole, imbrogli di cui mi sento vittima “consapevole” e troppo spesso anche “compiacente”.

Questa è la verità, compiaciuto di vivere un tempo moderno, questo testo mi spoglia e mi frusta l’orgoglio di riscoprire l’antico, l’ovvio sentiero di scorticare il passato, rimosso per superficialità immatura di un essere vivente inutile a se stesso e agli altri fuori da un corpo vetrificato di paure.

Questa lettura mi ha liberato dalla vergogna di essere ignorante in quanto è l’ignoranza la base essenziale come il bianco l’insieme dei colori di una tela vuota che brama riempimento. Non so bene ancora se maledire o benedire questa scoperta di fame e sete che gli devo, non so bene ancora se il ghiaccio rende immortale fermando la vita o diversamente la scatena, questa vita tenuta viva dall’immondo istinto di sopravvivenza. Proprio così scopro un senso per Giuda, un senso per il diavolo che ci urla dentro, il significato profondo della donna.

Assassino e adulatore, saltimbanco e profeta, incantatore che dal niente inventa il tutto, blasfemo e devoto:

“… credo che Giuda e Cristo siano stati la stessa carne, accumunata dall’estremo sacrificio perché tutto si compisse.”

Dall’inizio all’ultimo giro di giostra le spine diventano fiori e i fiori diventano spine, e l’orrore, proprio in queste ore dell’ennesima sciagura come quella di Crotone, diventano narrazione e presagio, sentenza irrisolta, condanna perpetua:

“Quanti sogni di libertà sono stati sepolti in quell’immenso sepolcro che è diventato il nostro mare.”

body of water during golden hour
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“Uomini orrendi si pasturano del razzismo che hanno alimentato, incassando la connivenza di rane travestite da donna, di puttanieri in doppio petto, di troie siliconate che profetizzano oasi di felicità e di benessere, mentre la tragedia della guerra, del radicalismo e della fame gonfia le nostre acque di vittime sacrificali”

Sono solo cento pagine che da un mese non riesco ancora a digerire perché in fondo parlano di me e non potrei che liberarmene se non vomitando un me stesso che rifiuto e condanno in eterno nell’acido rovente di succhi gastrici senza pietà, di uno stomaco ingordo di altro ancora. Potrei con le classiche due dita in gola vomitare e gettare via la fatica, invece mi rifiuto perché di altro ancora dovrò nutrirmi, di altri vetri taglienti dovrò soffrire, di altre opere tue e di altri assassini, dovrò ingozzarmi fino allo stordimento più totale, e così forse, veramente imparare a vivere.

Lo so bene che non rendo giustizia alla varietà degli umori e degli argomenti trattati nelle quindici storie raccontate da Ivano Ciminari, so bene che faccio torto all’eterogenesi dei fini del suo Diogene vetrificato, però pur nell’indecisione della scelta, se proprio devo scegliere, come vile giudice supremo, mando al rogo l’eretico e lo destino al sacro fuoco della gloria per aver scritto “L’eccidio dell’io maschio”.

È un capitolo che ho fatto leggere alla mia “coinquilina”, sta ancora ridendo di gusto e per questo non avrei incertezze sulla condanna: ardebit in conspectu populi.

Bruci sotto gli occhi del popolo per aver attentato alla superiorità del dio maschio. Però poi leggi “La puttana che sposò l’imperatore” e allora non posso che sospendere ogni irriverenza, inchinarmi e chiedere perdono.

SCRITTURA

La scrittura è un’attività fondamentale per l’umanità fin dalla notte dei tempi, e nel XXI secolo la sua importanza è diventata ancora più evidente. Oggi, la scrittura è al centro della nostra cultura in modi che i nostri antenati non avrebbero mai potuto immaginare. Attraverso i libri, gli articoli, i blog, i post sui social media e le email, la scrittura ci consente di comunicare, esplorare, imparare e connetterci con il mondo intorno a noi.

“La Scrittura è un atto solitario che richiede coraggio, visione e dedizione.” – Paulo Coelho

“Scrivere è facile. Tutto quello che devi fare è sederti a una macchina da scrivere e sanguinare.” – Ernest Hemingway

“Scrivere è come scavare un pozzo profondo nell’anima e recuperare la vita che vi si trova.” – Isabel Allende

“Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti.” – Jules Renard

“La scrittura è un’immersione in un mondo di possibilità.” – Joan Didion

“La scrittura è la pittura della voce.” – Voltaire

“La scrittura è la chiave per scoprire la verità nascosta dentro di noi.” – Ray Bradbury

“La scrittura è un modo di tenere viva la vita, di congelare esperienze che altrimenti svanirebbero con il tempo.” – Anaïs Nin

“Scrivere è una questione di disciplina. Ci vuole molta più disciplina per scrivere un libro di quanto ne richieda qualsiasi altro lavoro.” – Toni Morrison

“La scrittura è un atto di coraggio.” – James Baldwin

“Scrivere è una forma di terapia.” – Graham Greene

“La scrittura è un lavoro che richiede coraggio e pazienza.” – Gabriel Garcia Marquez

“Scrivere è un modo per dare forma alle proprie emozioni e idee.” – Haruki Murakami

“Scrivere è il modo più intenso di vivere la vita che conosco.” – Nadine Gordimer

“Scrivere è il modo in cui mantengo un registro dell’umanità.” – Margaret Atwood

“Scrivere è un modo di imparare a conoscere se stessi.” – William Zinsser

“La scrittura è un atto di coraggio perché richiede di mettere in gioco se stessi.” – Anne Frank

“Scrivere è un’arte che richiede impegno e dedizione costante.” – Stephen King

“Scrivere è un atto di resistenza contro l’oblio.” – Milan Kundera

close up view of an old typewriter
Photo by Suzy Hazelwood on Pexels.com

Come sostiene Paulo Coelho, la scrittura è un atto solitario che richiede coraggio, visione e dedizione. Scrivere può essere un processo difficile e impegnativo, ma attraverso di essa siamo in grado di esprimere ciò che altrimenti potrebbe rimanere inespresso. Come afferma Isabel Allende, la scrittura ci consente di scavare un pozzo profondo nell’anima e recuperare la vita che vi si trova. È attraverso la scrittura che possiamo esplorare i nostri pensieri più profondi e le nostre emozioni più intense.

Scrivere può anche essere un’esperienza terapeutica, come afferma Graham Greene. Attraverso la scrittura, possiamo dare forma alle nostre emozioni e idee, e trovare un senso di pace e consapevolezza. Scrivere può anche essere un modo per imparare a conoscere noi stessi, come afferma William Zinsser. Attraverso la scrittura, possiamo esplorare la nostra identità e le nostre esperienze, e trovare un senso di chi siamo.

Ma la scrittura non è solo un’attività individuale. Come afferma James Baldwin, la scrittura è un atto di coraggio. Attraverso la scrittura, possiamo dare voce alle nostre idee e alle nostre opinioni, e sfidare le convenzioni sociali e culturali. La scrittura ci consente di condividere le nostre storie e le nostre esperienze, di connetterci con gli altri e di creare comunità.

La scrittura è anche un atto di resistenza contro l’oblio, come afferma Milan Kundera. Attraverso la scrittura, possiamo preservare le nostre storie e le nostre tradizioni, e creare un patrimonio culturale per le generazioni future. Scrivere ci consente di esplorare le nostre storie collettive e di dare voce alle nostre identità culturali.

unrecognizable author typing on laptop near coffee at home
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La scrittura è anche un’arte che richiede impegno e dedizione costante, come sostiene Stephen King. Scrivere non è facile, ma attraverso la pratica e la perseveranza, possiamo sviluppare la nostra abilità e la nostra voce unica. La scrittura ci consente di esprimere la nostra creatività e di esplorare nuovi mondi di immaginazione.

Come afferma Margaret Atwood, la scrittura è anche un modo per mantenere un registro dell’umanità. Attraverso la scrittura, possiamo registrare i momenti importanti della nostra storia, le esperienze umane e le sfide che abbiamo affrontato. La scrittura ci consente di documentare il nostro mondo e la nostra esperienza di esso.

Nel XXI secolo, la scrittura ha acquisito una nuova importanza grazie alle tecnologie digitali e ai social media. Oggi, la scrittura è al centro delle nostre interazioni sociali e professionali. Come afferma J.K. Rowling, la scrittura ci consente di creare mondi immaginari e di connetterci con gli altri attraverso la narrazione di storie. Attraverso i social media, la scrittura ci consente di condividere le nostre esperienze e di connetterci con gli altri in modi che sarebbero stati impossibili solo pochi anni fa.

Tuttavia, la scrittura digitale ha anche sollevato nuove sfide e questioni. Come afferma Margaret Atwood, la scrittura digitale può essere vulnerabile ai cambiamenti tecnologici, e le opere digitali possono essere facilmente cancellate o perdute. Inoltre, la scrittura digitale può essere manipolata e diffusa in modi che possono essere dannosi per gli individui e la società.

La scrittura ha anche un profondo significato filosofico e sociologico. Come afferma Hannah Arendt, la scrittura è una forma di azione, in quanto ci permette di creare qualcosa di nuovo e di influire sul mondo intorno a noi. In questo senso, la scrittura non è solo un atto di espressione personale, ma anche un modo per partecipare alla sfera pubblica e contribuire alla formazione della società.

Inoltre, la scrittura è stata sempre considerata una forma di potere, in quanto ci permette di influenzare le opinioni degli altri e di creare una certa immagine di noi stessi. Come afferma Michel Foucault, la scrittura è un modo per creare e mantenere le relazioni di potere nella società. La scrittura ci permette di controllare il discorso e di creare un certo ordine sociale, e quindi è stata spesso utilizzata dalle élite per mantenere il loro potere.

Tuttavia, la scrittura può anche essere un modo per sfidare l’autorità e la società esistente. Come afferma Bell Hooks, la scrittura può essere un modo per le persone emarginate di riaffermare la propria identità e di creare un senso di comunità. Attraverso la scrittura, le persone possono condividere le loro storie e le loro esperienze, e creare un dialogo che sfida le norme e i pregiudizi esistenti.

In conclusione, la scrittura non è solo un atto personale di espressione, ma anche una forma di azione e di potere nella società.

Nel XXI secolo, la scrittura è diventata ancora più importante grazie alle tecnologie digitali e ai social media, che ci permettono di connetterci con gli altri in modi nuovi e innovativi. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli delle sfide e delle questioni sollevate dalla scrittura digitale, e impegnarci a utilizzare la scrittura in modo responsabile e consapevole. Come afferma Voltaire, la scrittura è la pittura della voce, e nel XXI secolo, la nostra voce può avere un impatto più grande e globale che mai.

contemplative man reading book and taking notes in home office
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ChatGPT & S. Valentino

Capitalismo & Amore

crop faceless couple holding hands on balcony
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ChatGPT è un trip troppo tripposo 🙂 … io e lui, o lei, per S. Valentino abbiamo deciso di organizzare un evento sull’inconciliabilità tra capitalismo e amore, ecco i protagonisti con i titoli degli interventi:

1 – Simone de Beauvoir: “La schiavitù dell’amore nella società capitalista”

2 – Friedrich Nietzsche: “L’amore e la sua distorsione nel capitalismo”

3 – Karl Marx: “L’amore nell’era del capitalismo”

4 – Martin Buber: “Percezione e relazioni amorose”

5 – Jacques Derrida: “Linguaggio e relazioni amorose”

6 – Gloria Anzaldúa: “Relazioni amorose e dinamiche di genere, razza e classe”

7 – Søren Kierkegaard: “L’amore e il capitalismo come forze opposte”

8 – Max Weber: “Il capitalismo e la trasformazione dei valori amorosi”

9 – Jean-Paul Sartre: “Le relazioni amorose e la libertà”

10 – Erich Fromm: “L’amore come attitudine sviluppabile”

…. ed ecco i paragrafi di riflessione:

1 – Simone de Beauvoir ha visto la società capitalista come una fonte di oppressione per le donne e le relazioni amorose. Nella sua opera “Il Secondo Sesso”, ha sostenuto che il capitalismo ha creato un’immagine idealizzata dell’amore romantico che viene usata per controllare le donne e impedir loro di raggiungere la libertà.

2 – Friedrich Nietzsche ha criticato il capitalismo per la sua tendenza a distorcere i valori morali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto l’amore a un mero scambio di beni materiali, privando la gente della sua profondità e significato.

3 – Karl Marx ha visto il capitalismo come un sistema che distrugge i legami sociali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto la vita umana a una mera questione di produzione e scambio di beni, distruggendo il significato e la dignità dell’amore e delle relazioni umane.

4 – Martin Buber ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalla percezione che la gente ha del mondo e degli altri. Nella sua opera “Io e Tu”, Buber ha affermato che il capitalismo promuove una percezione individualista del mondo che ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative.

5 – Jacques Derrida ha affermato che il linguaggio gioca un ruolo importante nelle relazioni amorose. Ha sostenuto che il capitalismo promuove un linguaggio ridotto e riduttivo che impedisce la formazione di relazioni amorose autentiche e significative.

6 – Gloria Anzaldúa ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalle dinamiche di genere, razza e classe. Ha affermato che il capitalismo crea barriere per le relazioni amorose tra persone di diverse classi sociali, razze e generi.

7 – Søren Kierkegaard ha sostenuto che l’amore e il capitalismo sono forze opposte e incompatibili. Ha sostenuto che il capitalismo riduce l’amore a una mera transazione economica, privando la gente del suo significato e profondità.

8 – Max Weber: Max Weber ha sostenuto che il capitalismo ha trasformato i valori amorosi, riducendo l’amore a un mero scambio di beni materiali e trasformando le relazioni umane in relazioni puramente economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui le relazioni sono governate da calcoli egoistici, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.

9 – Hannah Arendt: Hannah Arendt ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, distruggendo la natura umana dell’amore.

10 – Jean-Paul Sartre: Jean-Paul Sartre ha sostenuto che il capitalismo crea una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.

… a questo punto gli ho detto: «Ora per ogni titolo e per ogni informazione che hai elencato consigliami un’opera dell’autore che hai scelto.»

e lui o lei …

«Certo, con piacere! Ecco un elenco di opere consigliate per ogni autore:»

1 – Friedrich Nietzsche: “Al di là del Bene e del Male”, “Così parlò Zarathustra”, “La gaia scienza”.

2 – Martin Heidegger: “Essere e Tempo”, “Lettera sull’umanismo”.

3 – Simone de Beauvoir: “Il Secondo Sesso”, “L’età della discernibilità”.

4 – Michel Foucault: “Sorvegliare e Punire”, “Storia della follia nell’era classica”.

5 – Jacques Lacan: “La Semantica del Sé”, “Le Formazioni dell’Inconscio”.

6 – Theodor Adorno: “Minima Moralia”, “Dialettica dell’Illuminismo”.

7 – Erich Fromm: “L’arte di amare”, “Il cuore dell’uomo”.

8 – Karl Marx: “Il Capitale”, “Manifesto del Partito Comunista”.

9 – Hannah Arendt: “La Vita delle Nazioni”, “Eichmann a Gerusalemme”.

10 – Jean-Paul Sartre: “L’Essere e il Nulla”, “La Nausea”.

Queste opere rappresentano alcuni dei lavori più significativi e influenti di ogni autore e possono offrire una panoramica approfondita della loro filosofia e pensiero. Ti consiglio di approfondire la tua conoscenza di ognuno di loro, anche leggendo altre opere e fonti.

Con Giacinto ne avremo di cose di cui ridere 🤣

“Insomma, Wallace o piace troppo o non piace per nulla”

Caro Diario, se non lo scrivo a te finirò per dimenticare. Marx fosse vissuto oggi si sarebbe divertito un mondo a trovare nel suo smartphone geolocalizzato, ovviamente Apple, con misurazione di pressione e battito cardiaco al tocco dell’impronta teutonica del pollicione, trovare tra le mappe in tempo reale dei flussi d’informazione dalle varie guerre sul terreno, tra un video Tik-Tok e un’offerta Amazon, dai mille satelliti di Musk che abbracciano il mondo, trovare dicevo, tracce della sua caduta tendenziale del saggio di profitto sulle onde impetuose del debito globale di una Terra divisa in famiglie, governi, imprese e società finanziarie. Impero multinazionale allora era già passato.

Un lavoraccio da risolvere con la matematica quantistica che all’epoca di Marx non c’era. Ecco il tempo reale, il momento che fugge, l’istante che divora il tempo lavoro come un boccone ingurgitato in una frazione di secondo per non tardare l’appuntamento con la diretta, ebbene sì uno scintillante scontro dialettico su David Foster Wallace che “o piace troppo o non piace per nulla”.

POST di Gian Paolo Serino

POST di Angelo Cennamo

Sono a metà di Infinite Jest e mo’ che faccio? Ovviamente arrivare fino in fondo e leggere il resto della sua enorme produzione; tra qualche anno dovrò pure dimostrare che chi non ha mai giocato a tennis, borghese o proletario fa lo stesso, non può sapere la differenza tra rimettere una palla in campo e sfidare la geometria del campo osando un punto vincente, un colpo imprendibile cui l’avversario può solo inchinare la testa e applaudire in segno d’ammirazione.

Meravigliosa partita dialettica, tutt’altro che materialista, anzi pura essenza di gusto soggettivo radicato nelle conoscenze personali. Sì, mirabile scontro tra personalità elitarie che rendono degno il genere umano. Sì, perché è possibile che domani mattina META fallisce, muore Facebook e questa partita per me memorabile tra Gian Paolo e Angelo sparisce dalla mia memoria, come un singhiozzo strozzato in gola.

Cosa c’entra Marx? Marx c’entra sempre: chi lo studia vince! Sembra assurdo nel XXI secolo, eppure è così, a massimizzare il pluslavoro regalato al capitalismo è il lavoratore stesso capace di lavorare a perdere, a consumarsi fino all’indecenza, fino a morire. Perché? Ringrazio Giorgio per il suo “telegram”, e beh, ha citato un grande scrittore con un passo di cui non avevo più memoria:

“Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho i bambini che han fame! io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste, i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, e io non chiedo altro. E questo, per taluno, è un bene, perché fa calar le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù”. – John Steinbeck – Furore – 1939

David
David

NOIR IN ABITO DA SERA

11 racconti noir a cura di Dario Brunetti, 2022 Damster Edizioni

Sul viso poco trucco.

– La conosci?

– Chi?

– La rossa.

Undici donne insieme, undici come in una squadra di calcio, non per competere ma unite a sgretolare il muro dell’indifferenza, a colpi di penna con scritture che devastano, sì, perché questi undici racconti noir, eleganti e raffinati, viscerali, alcuni stupefacenti, mozzano il fiato per quanto sono potenti. Si dirà che sono il genere letterario e i temi trattati a catturare l’attenzione: è vero ma solo in parte perché da soli non spiegano la bellezza corale di questa raccolta. L’insieme delle protagoniste riempie uno spazio rappresentativo dell’universo donna dentro storie di tormento, cioè in quella dimensione esplosiva della ragione sottomessa alla passione. Nella decisa differenza di stile di ogni autrice trionfa la policromia di scritture che rendono visioni di donna diverse e magnetiche come luce tra le facce di uno stesso diamante. Chicca, Francesca, Giada, Letizia, Lorena, Luana, Marzia, Mimma, Paola, Piera e Serena, raccontano sconfitte e vittorie, vendette e rivincite, la forza e la bellezza della donna. Sono undici scrittrici unite contro la violenza sulle donne con un atto concreto a sostenere un’associazione come SOS DONNA. Questa raccolta merita la lettura perché i racconti sono belli, con delle eccellenze da brividi tutte da scoprire e, merita l’acquisto, perché è un gesto pragmatico di solidarietà alle donne che hanno bisogno di essere liberate dall’orco che le distrugge prima che sia troppo tardi.

Francesca Bertuzzi con “Lenta cottura”

Piera Carlomagno con “Argia”

Mimma Leone con “L’assistente”

Lorena Lusetti con “Ossessione mortale”

Chicca Maralfa con “La suora e il talebano”

Marzia Musneci con “Pietre e polvere”

Giada Trebeschi con “La mano di corso Oporto”

Luana Troncanetti con “L’ora del thè”

Paola Varelli con “La festa del sole”

Serena Venditto con “Fiori d’arancio”

Letizia Vicidomini con “Seta blu”

“In piedi davanti a una donna” dal CHISCIOTTE di Il Teatro di Ipazia

In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.
E se ancora non vi bastasse,
alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
perché lei la sa vedere
perché lei sa farla cantare.
In piedi, sempre in piedi,
quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
quando lei vi accarezza una lacrima,
come se foste suo figlio!
Quando se ne sta zitta
nasconde nel suo dolore
la sua voglia terribile di volare.
Non cercate di consolarla
quando tutto crolla attorno a lei.
No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
che il mondo torni tranquillo a girare
e allora vedrete che sarà lei la prima
ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
innalzandovi verso il cielo
verso quel cielo immenso
a cui appartiene la sua anima
e dal quale voi non la strapperete mai
per questo in piedi
in piedi
davanti a una donna.

dallo spettacolo “Chisciotte”” da Miguel de Cervantes, andato in scena al Teatro Camploy di Verona il 7 e 8 Gennaio 2017, per la regia di William Jean Bertozzo. Con William Jean Bertozzo (Chisciotte) Paolo Bertagnoli (Sancho e chitarra) Con Nica Picciariello (Dulcinea) Flavio Malvezzi (Chitarra) Alessio Bellamoli (Tecnico Audio/Luci)

fonte: https://www.donnad.it/da-realizzare/racconti-di-donne/notizie-d/in-piedi-signori-davanti-a-una-donna-la-poesia-e-davvero

A SALERNO di Corrado De Rosa

PSICOLOGIA INSOLITA DI UNA CITTÀ SOSPESA

2022, Giulio Perrone Editore

La verità è che la verità è realmente verità fino a quando non incontri un tifoso della Salernitana che nel tempo libero è psichiatra. Fino a quando nei “Ringraziamenti” a pag. 279 ti dice che il suo libro su Salerno è incompleto, parziale, fazioso, omissivo. Perché la sua, la mia, la nostra Salerno è “materia viva”, troppo piccola per essere metropoli e troppo grande per essere un paese, troppo antica per essere moderna e troppo avanti per essere vecchia. La verità quindi è che Salerno è sospesa in quanto galleggia come piena dimostrazione del principio di Archimede: quanto più è pesante, greve e criminale è la forza che la spinge in fondo, tanto forte, uguale e contraria, è la bellezza e la genialità che la tiene a galla nel mare millenario della sua storia.

Un lettore abbastanza ignorante come me non dovrebbe osare commentare un libro così tanto “intellettuale” ma sono un salernitano testimone egocentrico, mio malgrado, di quella “espressione di un’emotività profonda” come ci dipinge l’autore a pag. 84 con un tocco di elegante raffinatezza citando il poeta Gatto e subito dopo con una mazzata terribile tra capo e collo, definendo la nostra “cazzimma” differenziandola però, da quella napoletana. La clava dialettica con cui bastona e assolve e poi ci fa guerrieri, bisogna leggerla e sentirsela addosso come un’adulazione tenera quasi materna, forse carezza fraterna o meglio come una necessaria cinghiata paterna. A tratti la sua penna diventa un bisturi preciso che tocca senza tagliare, nervi che fanno schizzare le endorfine alle stelle, dipende dalla pagina o dal capitolo; a tratti il medico che ti scava dentro lo senti entrare nel cervello perché è bravo, ci ha studiato e ci conosce molto bene, psicosomatici felici di salernitanità.

Forse la ruvidità del salernitano sta proprio in questo suo trovarsi in mezzo, fra monti e mari. In quella che Gatto chiama “montuosità marina” della città. Che non è la rigidità del montanaro o l’uomo di mare che non si fida delle onde. È un approccio esistenziale ermetico. L’ermetismo è sintesi, è una poesia più complessa di quanto non possa apparire a un primo esame. Ma quella sintesi è anche l’espressione di un’emotività profonda.

La verità è che questo testo, fosse anche un solo e grande respiro, è un libro necessario e imprescindibile per chi ama o odia Salerno, è un tributo appassionato, anche cinico, anche dissacrante, autoironico e anche commovente, anche serio, molto divertente, irriverente, ovviamente devoto, brillante, sagace, pagano e religioso, struggente, onestamente provvisorio, malizioso e burlone… Insomma impreteribile!

Agli indifferenti di e per Salerno auguro una gramsciana vergogna perpetua come stigmate indelebile di dolore e sensi di colpa. Conoscere Salerno e i salernitani con questo testo diventa indispensabile per misurare la dimensione antropologica dell’appartenenza alla propria città. A proposito, quì si continua a costruire, in pochi mesi molti altri grattaceli stanno scalando il cielo nei pressi dello stadio e del porto d’Arechi, roba di lusso (perché a Salerno 15 piani hanno la stessa pretesa dei 100 dell’Empire State Building di New York) anche se all’anagrafe comunale pare che il numero di iscritti sia in continuo e drammatico calo: sono i misteri del complicato pensiero urbanistico che non riesce a trovare una sistemazione definitiva al Museo dello Sbarco noto come missione Avalanche che insieme allo Sbarco in Normandia, a detta di Ronald Reagan, sono le due operazioni che hanno fatto trionfare in Europa la democrazia occidentale, pag. 198.

La fine del 2022 le Luci d’Artista ci sono ma Salerno sarà ricordata anche per l’assenza dei pinguini sul lungomare, forse perché è in corso il cambiamento climatico o forse per colpa della guerra; io penso che l’amministrazione comunale abbia letto il capitolo La solitudine del pinguino a pag. 155, decidendo quindi di liberarli dalla prigionia sugli scogli di fronte al bar Nettuno.

Dovrei giustificare gli aggettivi, pare che non se ne debba abusare un po’ come lo zucchero per i diabetici, dico solo che ci sono pagine in A SALERNO di Corrado De Rosa, testimonianze d’amore, di sapienza e conoscenza, da Alfonso Gatto al Siberiano, che al solo pensiero di quanto letto, mi fanno desiderare le lacrime nella pioggia di Blade Runner, perché così sono le vere lacrime di ammirazione: febbre immortale.

stadio

Foto di Salvatore Fazzari

“Quindi, non avendo mai frequentato la curva da ultras, non avevo capito l’importanza del Siberiano.” L’ho capita quando è morto.
[…]
Una volta lo sentii rispondere alla domanda di un giornalista: «Che ne pensi di questa sconfitta?». Lui lo guardò di taglio, con gli occhi che gli avevano dato il soprannome: «Noi vinciamo anche quando perdiamo».
Non so cosa significasse quella risposta ma la trovai, la trovo tutt’ora, meravigliosa.”

Questa PSICOLOGIA INSOLITA DI UNA CITTA’ SOSPESA è un testo intriso di passioni e vertigini di una città, indecisa cronica, che hai i suoi tempi, senza fretta, vive e si trasforma, invidiata da chi non la abita, e noi non ne siamo mai contenti ma a lasciarla non se ne parla e se partiamo, al ritorno ci sembra ancora più bella.

Le pagine scorrono via che è un piacere. Dopo aver letto L’UOMO CHE DORME non avevo dubbi, sapevo di fare un buon affare: euro spesi bene, molto bene, veramente grazie Doc!

Piens? Ma a che piens? Io racconto così chi s’è visto s’è visto.

Sala Abbagnano

Io con l’Eduardo che lavora in una cartoleria di via Fieravecchia (pag.224) ci sono cresciuto, giocavamo a pallone nel nostro vicolo dall’alba al tramonto, abitavamo nello stesso palazzotto a Torrione, il quartiere sotto Torrione Alto che sta sotto Sala Abbagnano. Sotto, più sotto, under low profile: il destino dei semplici è godere al livello zero, quello del mare. Un ricordo struggente ci lega per sempre: io terzino e lui mediano di quelli eterni come Ringhio Gattuso, vincemmo insieme un torneo memorabile sul ruvido parcheggio di cemento della fabbrichetta abbandonata.

E chi se lo scorda il nostro KGT vittorioso là dove don Mario del circolo di via XX Settembre, organizzava tornei di pallone a Torrione, con porte “vere” di legno e reti di spago che venivano montate e smontate ad ogni partita. Anche dal centro storico partivano squadre che venivano a giocare a Torrione. Tornei veri, cattivi, fino all’ultimo sangue, quello che usciva a fiotti perché su quel campo ti stracciavi e le ferite bruciavano come ustioni di terzo grado. Che nostalgia pensare che all’epoca, in quella fabbrica D’Elia, dove profilavano il ferro a freddo producendo tubi e lamiere esportate in Russia, la Befana distribuiva giocattoli ai figli degli operai. In quella fabbrica lavorava il mio papà, fu poi abbandonata come già la vecchia Latteria sotto casa e il mostro sostituito dal Grand Hotel sul lungomare dei poveri come lo ha definito un De Silva, là dove prima la città non c’era, ma solo agrumeti e terra coltivata, raccontava papà.

Guidati da Adriano classe ’62, un numero 10 scuro e forte come Pelè, noi i ragazzi di Via Giovanni Andrea Aurofino, in finale battemmo il Real Torrione 6 a 2. Un risultato tennistico ai tempi in cui Adriano Panatta batteva Björn Borg, la TV era rigorosamente in bianco & nero e le dirette di Bisteccone Galeazzi dalla televisione ti facevano respirare la terra rossa del Foro Italico.

Poi, non tutti si possono vantare di avere una moglie del centro storico con un’esperienza infantile avuta con un perturbante” (pag. 203) come Spic & Span a via Fusandola alla fine degli anni ’70, quindi io commento, così chi s’è visto s’è visto perché, mancanze a parte (concittadini unici come Stellina, Lalla, Rocchino, Peppeniello a femminella, Cirillo e Jolly, etc…), questo libro è già una pietra miliare ai bordi della strada che mi porta a capire il senso di come stare al mondo e in modo particolare in questa bella e maledetta città: Salerno.

Copertina interna del libro 'A Salerno' di Corrado De Rosa, con dedica autografa, datata 11/5/23, su sfondo di una scrivania con un computer tastiera e un logo editoriale di Giulio Perrone Editore.

IL FIORE DI MINERVA di Carmine Mari

2022, Marlin EDITORE

L’insostenibile desiderio alla disconnessione credo sia una delle mie personali risposte immunitarie che mi salveranno dall’affogare nella melma connettiva di questo XXI secolo, epoca tanto malata quanto ricca di bisogni antichi ma eterni.

La cura, o meglio la fuga dal virus nocivo della stressante frenesia moderna, è il romanzo, uno meraviglioso come IL FIORE DI MINERVA, per esempio.

Questa lettura è stata per me una violenta terapia d’urto, benefica e deliziosa, sorprendente nonostante quello che potevo aspettarmi dopo aver goduto dell maestria dell’autore nel romanzo precedente, Hotel d’Angleterre.

La scrittura minuziosa, erudita ma leggera, aulica ma a tratti travolgente nell’azione e, capace di emozionare, ne fanno un toccasana senza tempo, per ogni stagione, per ogni malanno dell’anima.

Romanzo storico? È una categoria forse troppo limitante per questa magnifica storia, che oltre ad essere l’ennesimo tributo ad una città troppo spesso sminuita e cannibale di sé stessa, ha il respiro della magia e della scienza umana che sperimenta e costruisce intrugli miracolosi. Con gli eventi, gli intrecci mirabolanti, e personaggi più vivi di quelli che ci circondano ogni giorno per strada, al lavoro, in TV e sui social, l’autore sembra essere diventato lui stesso la speziale che racconta, alla ricerca di quella verità superiore, distillata ad ogni fremito del pensiero, verità recondita ai desideri più materiali e tormentati dell’animo umano, quella verità madre di bellezza e amore, la verità che trionfa sulle miserie e le violenze dell’uomo, la verità che si fa giustizia umana, terrena.

Questo romanzo è una pozione magica, è un concentrato di ingredienti antichi ma eterni, sostanze che rendono significativa l’esistenza di ognuno. Questo romanzo, come dicevo è un toccasana, ma non è solo un prodotto definito, contiene la ricerca e la spiegazione, le domande e le risposte, più di una ricetta da provare, ha in sé la mirabile capacità di trascinare il lettore con coinvolgimento crescente al desiderio di distruggere il male dentro e fuori di sé. La denuncia della violenza sulle bambine e il conseguente obbligo alla prostituzione, allora come oggi, insieme alla sottomissione della donna all’uomo, sono aberranti e purtroppo fatti che ci fanno pensare a come il male si riproduca senza freni, secolo dopo secolo, a come quest’epoca sia ancora tanto medioevale, altro che moderna.

Devo dire che alle tante brutture raccontate, tanto indispensabili e vere come le ossa del nostro scheletro che ci sorregge, a trionfare sono l’immensità della poesia e la bellezza tutt’altro che esteriore che mi è permeata nel profondo, con tutta l’intensità della carne dei muscoli e dei nervi di cui siamo fatti.

IL FIORE DI MINERVA è viaggio nell’essenza umana tanto vasta quanto terribile, tanto intricata quanto meravigliosa, è una settimana del 1551, un attimo nella storia, un momento di conoscenza approfondita, senza confini di spazio e di tempo, fatto di brividi che scuotono, di carezze che ammaliano, di Héctor e di Costanza, personaggi eterni di passione, riscatto e sogno.

«Certe cose sfuggono, quando non si sa cosa cercare.»

«E ora lo sapete?»

«Sì.»

PRIGIONE

Cara amica mia ti scrivo perché non so parlarti. Quello che dico è altro da quello che vorrei farti sentire. Già è vero, sai ascoltare e mi conforti sempre: le tue parole sono panna sul mio cuore e vorrei per sempre nutrirmi di tanta dolcezza, vorrei allungare i nostri incontri, inchiodare il sole nel cielo affinché mai arrivasse il tramonto sulle nostre giornate passate insieme. Forse meno arduo fermare il tempo, e così l’estasi vibrante nei tuoi occhi diventare la ragione della mia vita.

Non è possibile invece, il silenzio tra noi è assurdo, fragoroso e rumoroso, devastante come la nube tossica di paure che mi paralizzano i pensieri. Non voglio perderti. Non posso perderti eppure sei come una goccia arida che scivola sul vetro di un grattacielo affollato, in allarme senza corrente elettrica di una sera, un esilio di tempesta.

Piove ma vorremmo scappare fuori a bagnarci e vivere, invece chiusi come zombi ammutoliti disperdiamo le nostre energie nello sguardo di una notte nera come la pece, che arriva sempre. Parliamo tanto fino a stordirci, di questo e di quello, di sacrifici e doveri, di progetti e fallimenti, di luoghi sconosciuti e di terre promesse.

Ci piace dissertare su verità e bellezza, di come trovare nel buio i colori delle emozioni ma niente di noi, di come mi trema la carne sotto la pelle immobile e controllata, vestita di niente, all’apparenza fredda e razionale. Così ti vedo ma non voglio perderti. Io non oso e nemmeno tu ne hai il coraggio, questo lo sento, forse l’immagino per sperare ancora, per godere del silenzio tra noi che ci tiene uniti.

È la prigione che vogliamo? Impazzire sarebbe evadere e correre mano nella mano, impazzire sarebbe perderti e non incontrarti più. Impazzire è pensarti lontana mentre perdo le tue parole sagge piene di accortezze gentili.

La tua voce è rovente e mi ascolti mentre non so dirti quello che vorrei.

Asserragliati nelle trincee del nostro ultimo scontro ci stiamo distruggendo.

Indisponibili alla resa lottiamo senza tregua, il silenzio che vince.

man holding his head while reading a letter
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hands of a person with tattoo hanging from steel bars
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lamp on deck behind bars
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grey steel grill
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CASA

Dal 24 novembre in poi le abitudini cambiarono per tanta gente e per tanta altra gente no. Che ne sai della gente quando sei piccolo, abituato in una città piccola, al tuo vicolo piccolo, alla tua scuola piccola, ai tuoi amici piccoli anche loro. Invece tutto intorno vedi grande, il mare, la campagna e le montagne lontano, gli adulti, grandi anche loro. Che ne sai di quello che succede, quando all’improvviso il mondo cambia intorno a te e la normalità diventa un ricordo, un desiderio di quello che ti manca perché in fondo era un’abitudine che ti piaceva.

Il bagno nella vasca, le paparelle e le carezze di mammà. Il latte, i biscotti, la cartella arancione enorme e quasi vuota, piena di emozioni che raccontavi a papà che sera dopo sera ti insegnava a leggere perché ci teneva che suo figlio non finisse stracciato dalla fatica nei campi o nella fabbrica. Lo hai capito dopo come fosse già devastato dentro, dall’amianto e dalla vergogna.

L’inverno quello freddo ancora non c’era dalle mie parti. Tutto era normale come la guerra per strada tra clandestini e militari, come la culla di parole complicate diffuse dal velenoso tubo catodico della TV, e nel toccarla il friccicore sul ditino ti piaceva, non come la scottatura sul forno pieno di torta della nonna.

Che ne potevi sapere di quella moderna tangenziale in costruzione di fianco al grande ospedale di San Leonardo già finito ma ancora chiuso? La paura della morte e il terrore degli adulti li scopri all’improvviso nell’uragano di tormento che li fa impazzire e tu allora ti senti ancora più piccolo e ti accucci nel silenzio sul sedile sdrucito dell’auto, sotto la coperta.

Tornando dal paese dopo la raccolta delle olive, incontrammo tante case scassate, la nostra ancora in piedi per fortuna. Prendemmo poche cose e dalla notte del 24 novembre 1980 dormimmo nella Renault rossa, parcheggiati in fila indiana sulla superstrada, così la chiamava papà. Solo pochi giorni per fortuna, quella negata ai profughi senza casa dove tornare.

da un esercizio del gruppo FB SESE (scrittori e scrittrici emergenti)

city landscape people street
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Un viaggio nella Salerno degli anni ’90

EVENTI EMOZIONI RACCONTI di Alfonso Angrisani

Da dove inizio? Dai ricordi, dalla nostalgia, dalla cronaca storica, dalle foto o dalle visioni della memoria? Salerno cos’è? Salerno dov’era? Dove va? E tutti noi insieme e presi uno ad uno, cosa possiamo desiderarne oggi? E domani?

Inizio dalla prefazione e dalla premessa, ovviamente.

Urca, la prefazione di Pignataro è un innesco sopraffino. Stefano con la sociologia di Franco Ferrarotti ci spiega come si smarrisce l’origine e l’esistenza collettiva se perdiamo la memoria di quello che siamo stati: perché noi siamo quello che siamo stati. Ci avverte, io direi ci esorta, a farne tesoro, a custodire e tramandare, discuterne insomma, perché l’alternativa è ritrovarsi in scenari cupi se non drammatici.

La guerra, le discriminazioni, le povertà diffuse, l’arroganza del profitto se non le sue infami forme criminali, la volontà di potenza che ripropone la cancellazione culturale di storia e popoli, ne sono purtroppo la prova più evidente: l’oggi è drammatico ma l’ardore intellettuale di Stefano mi rincuora perché io ci credo molto a quello che scrive: “La generazione di oggi è la generazione più filmata e fotografata di sempre ed è un vantaggio incalcolabile.” Io aggiungo la più connessa e controllata, quella che se riuscirà a scrollarsi di dosso le visioni arcaiche del passato, il dominio dell’economia sulla politica, per esempio, potrà veramente aiutare la Terra a non sparire dal sistema solare ma a riprodurne l’umanità più serena, quella della condivisione, l’umanità più bella, quella artistica, l’umanità più giusta, quella senza fame né dolore.

La premessa dell’autore è una fotografia del “momento” politico e sociale degli anni ’90, italiano e mondiale, la magia della letteratura è questa: un pugno di parole riassumono un decennio e come un’immagine, un flash, ci restituisce l’attimo che dura anni, che segna le salite e le discese degli avvenimenti e degli uomini e delle donne che l’attraversavano, anonimi e spettacolari, storie diventate Storia. Quello che però voglio sottolineare è questo pugno di parole di Angrisani:

Alcuni giuristi auspicano una svolta federalista mentre gli ordini
professionali e le imprese chiedono una pubblica amministrazione più veloce più efficace e soprattutto meno burocrazia.
Si discute di una riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere con processi più celeri
.

Beh, trent’anni sono passati, oggi c’è l’ennesimo governo nuovo: avremmo bisogno di bagnarci nell’acqua pulita di un fiume che scorre, invece sembriamo nuotare sempre nello stesso stagno e quindi stagnare, ancora a desiderare, a pensare come bonificarci la palude che ci tocca abitare.

Questo volume, tra i tanti ha il pregio di fissare nella carta, anche virtuale come l’eternità in questo XXI secolo richiede, una parte di memoria della nostra Salerno, quella legata alla biografia dell’autore e alla sua generazione con il non scontato abbraccio delle generazioni di prima e di dopo. Ci sono simboli e pietre antiche, paesaggi e architettura, perché no, imprese commerciali, arti e artisti, comunicazione, desideri ed emozioni che costituiscono archetipi dell’esistenza umana e geografica di più generazioni. Un insieme illimitato di città, con chi è rimasto e con chi vi ritorna, con chi vi passa e ne racconta la memoria vissuta e tutta ancora da costruire. Nell’immaginarsi il futuro e pensare alle trasformazioni possibili, diventa necessario ritrovarsi in una memoria comune, questo è il viaggio storico proposto dall’autore, un racconto letterario per immagini, volti e luoghi della nostra città: Salerno.

Non voglio svelare niente, ogni lettore troverà le sue, ma una pagina mi ha emozionato moltissimo, sì, molto più di molto: l’altra faccia del Natale.

Mamma e nonna stanno lavando i piatti, papà nonno e gli altri componenti della tavola, parlando di sport e di politica. Zio Alfredo, mi invita a seguirlo per fare una piccola passeggiata almeno fino la stazione vuole digerire, ma soprattutto vuole indicarmi qualcosa.

Decido di accompagnarlo, fuori fa freddo, da lontano si sente qualche botto sparato in lontananza. Mio Zio adesso ha deciso di farmi vedere il vero Natale.
Con passo svelto arriviamo alla stazione di Salerno ed assisto ad una scena, che mi è rimasta impressa, cinque persone, senza fissa dimora, trascorreranno questa Santa notte, tra i cartoni, dormono uno accanto l’ altro, sono tutti uniti e compatti per dividersi i pericoli della notte e per superare il freddo.

Al bar Buco, che si trova nelle adiacenze dello scalo ferroviario, che sta per chiudere, troviamo Mosam un ambulante senegalese, amico di mio zio Alfredo il quale ci racconta con le lacrime agli occhi la tristezza, che vive questa notte, ci racconta che ha pianto tutta la giornata pensando ai cari in Africa, e che lui si trova in Italia per dare un sostentamento ed un futuro migliore alla sua famiglia.

Pensa alla madre, alle serate trascorse nel villaggio, quando era bambino, ai colori e sapori della sua bellissima Terra. Percorrendo la strada di ritorno ci fermiamo in preghiera alla chiesa Santa Maria ad Martyres, sul lungomare di Torrione, grande ed ancora vuota, le luci sono ancora spente e davanti al tabernacolo sentiamo quella carezza che viene da Dio, mentre torniamo a casa, sotto i portici del Vecchio mercato troviamo il Signor Vincenzo, che ci racconta di aver trascorso questo giorno da solo, ha riempito la giornata, bevendo una bottiglia di spumante, mangiando una fetta di panettone, il vuoto della solitudine, lo ha riempito, ascoltando una rubrica radiofonica dedicata alle persone che vivono da sole, ci chiede di pregare per lui, perché solo e depresso, e si sente un essere inutile.

Zio Alfredo, mi ha fatto vedere l’altra faccia del Natale

“Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Questa frase, resa celebre da Carlo Marx con la Critica del programma di Gotha, viene da tanti ragionamenti “elevati”, anche anarchici e ancora più indietro da speculazioni religiose, vedi gli Atti degli apostoli (cfr. At 4, 35), insomma il diavolo e l’acqua santa sono il mio tormento. Questo testo di Alfonso Angrisani, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, sarà motivo di discussione e desiderio di socialità trasversale, necessario, un onore e un privilegio per un agnostico come me.

Inserisco integralmente alcune pagine a me molto care nella loro immanenza nostalgica, è un abuso per cui Alfonso spero non mi porti a risponderne in tribunale

🙂

I lidi, Forte La Carnale e la chiesa Santa Maria ad Martyres, il mio diavolo e la mia acqua santa. La serie A di Delio Rossi, la politica di Salerno, e in ultimo ma non per ultimo, il tributo all’arte immensa della satira nel duo Ciro Girardi e Ivano Montano…

ACQUA

«Ascolta ragazzo, la tua storia è dolorosa, il posto non ti piace, capisco se non vorrai accettare questa sistemazione… Ma dimmi, cosa sai di me?»

«Non mi volevi, questo so!» Rabbia. Delusione.

Lentamente il vecchio avanza strisciando i piedi sul pavimento antico lastricato di lavoro e di storie dimenticate: «Non volevo la loro unione. Di te non sapevo niente, sono scappati da me…»

Mentre mette sul fuoco un tegame nero e un pentolino per l’orzo della colazione, la voce del nonno rimbomba nella cucina contadina, vuota di colori, abbandonata: «Non ho mai saputo niente di te…» Tre uova, un barattolo di zucchero e la bottiglia d’olio osservano la scena dei due che si guardano negli occhi mentre lacrime tristissime riflettono la vampa del legno d’ulivo che arde nel camino. Le mani protese del giovane afferrano il tepore che si diffonde nello stanzone gelido, freddo come la sala mortuaria dell’ospedale dove aveva salutato i corpi dilaniati dei suoi genitori. Il dolore straziante avvicina i due come puntini uniti da una chiazza nera d’inchiostro che macchia improvvisa la pagina bianca di parole tutte da scrivere.

 «Ascolta ragazzo mio, ci sono momenti che cambiano lo stato delle cose, guarda il vapore come galleggia nell’aria, portandosi appresso l’odore dell’orzo…»

«Che vuoi dire nonno?»

«La mia bambina non la volevo dividere con nessuno. Tua madre era troppo giovane ma non mi ero accorto come ormai fosse già unita a tuo padre, nel corpo e nello spirito. Li vedevo lavorare e giocare insieme: per me era troppo presto… Mi sono opposto e l’ho chiusa in casa. Avevo solo lei dopo la morte di tua nonna. Solo lei… Come d’estate è la temperatura a fare la differenza: l’acqua bolle e nelle bolle l’acqua è vapore che vola via. Così sono scappati come vapore, spariti. Ma come l’inverno gela l’aria, anche l’acqua si ferma e diventa ghiaccio: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno sono uniti e sono acqua così è la loro unione, un matrimonio indissolubile, anche nella morte, un amore per sempre.»

ACQUA SIAMO ACQUA

human hand under pouring water
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La notte che ci viene incontro

Romanzo di Claudio Grattacaso, 2017 Manni editori

Ci risiamo, un altro grande romanzo, breve, intenso, appassionante. Dopo aver letto Hello, goodbye di Claudio Grattacaso non ho resistito, dovevo leggerne ancora, altro ancora, e così ho conosciuto Raffaele e la famiglia Cherubini che di questa storia sono l’essenza.

È proprio vero, i romanzi, quelli belli, scritti bene, non scadono, anzi, è a distanza di tempo che dimostrano la loro bontà. Un lustro non è tanto ma con la pandemia e la guerra in Ucraina di oggi che ci soffoca i pensieri, gli anni prima sembrano confusi e indistinti. Ciò che più mi è piaciuto in questa storia è l’introspezione pulsante del protagonista, e con la sua voce l’esplosione del fermento interiore promesso con l’incipit, il prologo, il fuoco.

Non posso né voglio svelare niente, quello che posso dire è che il racconto in prima persona diventa archetipico dell’umanità che ci circonda in tutte le sue forme più aberranti e stereotipate, quelle del potere come quelle delle vite sfibrate, deluse, lacerate. Chi non ha di questi momenti assurdi in cui la voglia più ovvia e convita è schizzare via all’improvviso, scappare, volare fuori, preferire il niente?

Bene, dal fuoco l’incendio, brucia di dolore e di passione questo romanzo, pagina dopo pagina, tocca le corde più oscure dell’animo umano e mi ha messo allo specchio, nella penombra di sentimenti contrastanti: inconfessabili come solo il dolore e la redenzione possono svelare.

Non è l’eroe e nemmeno l’antieroe, forse uso termini a sproposito ma Raffaele Apostolico, filosofo mancato, autista di fiducia, protagonista oscuro e luminoso allo stesso tempo, è uno straordinario affresco tridimensionale della società che viviamo in tutto il suo grigiore corrotto, granuloso, asfissiante e maledetto. Le corde di uno strumento scordato danno suoni fuori scala armonica e così il racconto prende per l’oggettiva crudezza e fastidio, depista la logica cui ognuno soccombe con il senno di poi ma che durante gli eventi ci mettono alla prova giorno dopo giorno, pagina dopo pagina. Se non l’hai letto non sai che ti perdi. Tra le parole anche una canzone mai sentita che parla delle solite cose.

INTERESSI

Mostra interesse. Interessato alla sua vita, ai sui desideri. Così si apre la porta, anche la più chiusa, quella blindata dal sospetto, serrata dalle delusioni, e poi mettici dentro un piede per fermare ogni resistenza alla tua volontà. Entra e sovverti il rapporto di forza con la diffidenza, trasforma le sue paure in un bisogno, l’esigenza che tu sei lì per soddisfare e allora vendi, devasta, vendi l’impossibile: il sogno. Poi con la tua penna preziosa, la firma nel contratto sarà una formalità al tintinnio: un brindisi di nuova amicizia. Mostra interesse e porta a casa la commessa. Mostra interesse: quella bugia funziona, funziona sempre ma l’equilibrio è pericoloso come camminare su una corda tesa sull’abisso. Ho fatto palestra e fortuna vendendo armi ai ribelli; l’interesse negli occhi degli oppressi è una scintilla che accende rivoluzioni. Con l’interesse alle loro proteste ho aperto i cuori di gente che vibravano di passione. In quella settimana tremenda, ho amato una donna bellissima, danzato con lei canti tribali e alla luce d’avorio di luna piena, succhiato l’anima da pelle nera lucente, alla mia guerrigliera affamata di sesso e di vittoria. Mi scrive ancora nostro figlio sopravvissuto alla strage, è in salvo in un collegio costoso nella capitale. È sopravvissuto alla guerra e a sua madre, guerriera nella giungla che adesso non c’è più. Poi ho fatto tanti soldi vendendo armi al governo che ha massacrato i ribelli mostrando interesse per la ragione di stato, per l’ordine e il controllo come sottomissione al paese produttore di armi, sporche del sangue di soldati bambini pieni di veleno. Ho portato a casa commesse milionarie mostrando interesse per la guerra, quella giusta dei potenti, i vittoriosi. Mio figlio ancora non sa delle mie bugie e mi scrive ancora, ha la pelle mulatta di un amore corrotto dal sogno di libertà. Aspetto che si faccia grande e che mi sgozzi con le sue mani innocenti per morire mai assolto da quel mio tradimento crudele, l’infame bugia a sua madre morta ribelle. È la fine che merito in questa giungla di vita diventata deserto.

ALBERTO

La solita vita. Grigia. Anonima. Necessaria. Né veloce né lenta ma costante. Programmata in un loop senza uscita, definita, codificata, censita e trascritta. Fino a quel giorno nessuno poteva immaginarsi altro perché nessuno sapeva.

Non vai in Svizzera per cambiare vita, ci vai per la tranquillità, per l’equidistanza dalle parti in conflitto. La sicurezza. La neutralità. Devi campare tu e la tua famiglia e di te, quell’impiego, grigio, anonimo, tranquillo, necessario, di te aveva bisogno.

Così Alberto fu assunto e per anni lavorò in quell’ufficio grigio. Rigoroso, preciso, puntuale, metodico, un impiegato modello, questo era Alberto e per questo piaceva al capo, e per questo fu assunto e vi lavorò per anni, nell’ombra e nella luce di una normalità quieta, una vita ordinaria, anonima, ma solo fino a quel momento quando tutto cambiò nei giorni delle rivoluzioni che agitavano i popoli della vecchia Europa.

Se l’innesco di un incendio può avere sempre una spiegazione, l’evento che ne consegue ha vastità che la ragione deve al divino, all’ignoto, alla definizione dell’imponderabile consistenza della materia che alimenta le fiamme.

Caso o volontà divina, quel giorno l’intuizione scosse la solita vita dell’impiegato, e non fu rabbia o collera, furono i colori rifratti nel muro di polvere illuminato dal sole che entrava da una vecchia finestra di quell’ufficio anonimo, ordinato e straboccante di idee e brevetti, fu l’immaginazione a cavalcare la luce, a vedere nella materia l’energia che muove l’universo, ad attraversare il muro del tempo dissolto con il paradosso dei fratelli gemelli secondo cui uno invecchia mentre l’altro che viaggia alla velocità della luce resta giovane.

Alberto ragionava come l’uomo sa fare con schemi del passato, ma tuttavia pensava fuori recinti razionali di gabbie scontate: forse è questo l’ovvio spazio infinito di una mente libera?

Una scintilla mette in moto una macchina, una scintilla innesca un incendio, l’intuizione quel giorno fu la scintilla che cambiò la storia del mondo, e così aggiunse a mano una nota al lavoro che nessuno conosceva: l’Energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. E=mc2

dal mio esercizio/contest nel gruppo FB #sese20righe_intuizione

INTRIGO A ISCHIA di Piera Carlomagno

2017, Centauria Milano

Una delizia. Lo devo scrivere: questo intrigo è un romanzo delizioso. Provo a spiegartene il perché? Beh sì mio caro Diario, altrimenti che autocoscienza saresti?

copertina

Le vicende umane che si intrecciano nella trama sono come cupole soffici di pan di spagna, hai presente la consistenza di un dolce strutturato? Una delizia lo è. Poi, dentro lo spazio esistenziale dei personaggi ci sono cuori farciti come in un mix di crema pasticcera, e di agrumi diversi tra loro, con punte di dolce e di aspro come la granulosità dei sentimenti e il sapore delle passioni più intense. Una delizia quindi, ma non è finita perché l’insieme è bagnato da un calore alcolico e profumato come quello di un limoncello, un liquore mai uguale che scalda le personalità rappresentative della commedia dell’arte napoletana. La scrittrice rincorre le maschere eterne della vita e le supera con l’efficacia di un racconto perennemente in equilibrio tra la classicità del passato e la modernità del presente.

Allora, per rendere credibile questo commento ricomincio dal principio, perché l’inizio dell’intrigo è una delicata glassa profumata che l’avvolge, che sa di Napoli e delle sue isole immortali, Ischia tra queste. I luoghi, le tradizioni, la cronaca e le discendenze umane, si attorcigliano prima e si sciolgono dopo, come quando il palato incontra la pasta raffaioli non un semplice pan di spagna. Quindi per chiudere il discorso, se il dolce chiamato delizia è una poesia per le papille gustative, così la lettura di questa storia napoletana mi ha portato in estasi la mente, cullata dalle pagine ordinate in un romanzo delizioso, appunto.

“La vita prosegue tra inquietudine e illusione, facendo perdere sempre di più la distanza dalla realtà, finché se ne è posseduti.”

Dal “prezioso kefir messo a fermentare” alle viscere di Napoli, INTRIGO A ISCHIA è un giallo delizioso, intrigato, intrigante… oh che darei per vedere recitate sullo schermo le battute di donna Flora e quelle della Polizia che indaga sui fantasmi incalzati da una brillante, mai doma giornalista, Annaluce, e poi Patrizia, Bianca… donne, donne, tante donne… Non credo sia banale, penso sia stato detto mille e mille volte e quindi lo scrivo: l’intrigo è donna e più se ne legge e più se ne desidera…

La dolce astrazione che ho raggiunto con questo romanzo, a parte l’innalzamento della glicemia di cui dovrò discutere con la mia dietologa, è andata dove solo la bella letteratura può andare: con la giusta dose di misteri e di colpi di scena infarciti di momenti divertenti, sensuali e anche di spettacolare normalità, il giallo non si risolve facilmente anzi, la complessità e la tensione degli eventi ne fanno una delizia tutta da scoprire.

Non parlava, non piangeva, non ricordava niente. Aveva riposto la sua vita passata come in un cassetto di biancheria mai usata, rigida e ingiallita. Monosillabi, movimenti della testa, lo sguardo a terra e solo ogni tanto un segno di ribellione: «Basta, iatevenne mo’»

copertina

FERITO A MORTE di Raffaele La Capria

2021, Mondadori, Oscar Moderni CULT

Prefazione di Sandro Veronesi

Allora, e mo’ che scrivo? Solo la prefazione di Sandro Veronesi merita un commento spaziale, nel senso tempo e spazio, oppure spazio e tempo, e non è la stessa cosa. Ma chi è Sandro Veronesi? Grande scrittore leggo, ho visto e amato il film con Nanni Moretti solo attore, CAOS CALMO, regia di Antonello Grimaldi. Questo film è l’adattamento cinematografico del romanzo di Sandro Veronesi, ah rieccolo, e cosa leggo: “Caos Calmo è stato il primo libro multimediale in Italia per la piattaforma iPad, iPod Touch e iPhone. L’App conteneva il libro di Veronesi come piattaforma multimediale dove leggere il romanzo e visionare le clip del film riferibili direttamente al libro.” Che fine hanno fatto i libri multimediali? No mercato no party!

Azz, 2005 e io cosa facevo nel 2005? E chi se ne frega dell’io, Caos calmo è un romanzo dello scrittore pratese Sandro Veronesi, pubblicato nel 2005 dalla Bompiani. Nel 2006 il libro ha vinto il Premio Strega e nel 2008 ha vinto il Premio Mediterraneo per stranieri. Riporto i link tanto per rendere merito alle fonti.

Quindi… dicevo, una prefazione di Sandro Veronesi è un po’ come un vangelo che parla di Gesù, una cosa sacra insomma. Infatti se di giovinezza ferita a morte, si tratta, Veronesi che nel 1995 firma un editoriale sull’Unità dal titolo “Ma smettetela di chiamarci giovani scrittori”, menziona ad uno a uno con l’età tra parentesi, giovani protagonisti di una esperienza intellettuale ineguagliabile, se lo fa dicevo, questa benedetta giovinezza non è forse più sacra di una intera fede religiosa? Altro che spigola di 10 chili che poi li avanti a te, lenta e regale andando con un fucile tra le mani, come cazzo fai a mancarla? La grande occasione mancata, la scena, la bionda coda di cavallo oscillante e gli amici intorno che ridono, t’immagini le facce?

Ma che anni erano? Dalla scelta degli italiani della Repubblica VS Monarchia in poi, che buona parte (tutti?) gli intellettuali dopo la guerra fossero forzatamente comunisti a prescindere, un po’ me ne sto facendo una ragione. Ma che anni erano? Nel 1995, caduto il muro di Berlino, perché quello se lo ricordano tutti ma proprio tutti, stampare un grido intellettuale come editoriale in prima pagina del quotidiano fondato da Antonio Gramsci non sulla giovinezza ma sull’aparthaid degli scrittori in quanto giovani, deve essere stata un momento di passionale scelta redazionale. Mi prude la testa e anche i piedi prudono, e le dita tremano sulla tastiera zozza di cose inutili che sto scrivendo. Sfido io che poi è arrivato Caos calmo, la maturità, il premio strega come a La Capria nel 1961.

Ma che anni erano?

Quelli del romanzo di Raffaele sembrano simili a quelli che stanno vivendo i ragazzi della spiaggia di Odessa, meravigliosa spiaggia in guerra, a rifugiarsi nelle grotte, a fare l’amore, le prime volte. Caro Veronesi ho fatto come hai detto, ho subito riletto il primo capitolo dopo la fine del romanzo e per la verità, sono alla terza rilettura, sai com’è? Già solo prima e terza persona che si intrecciano mi hanno mandato al manicomio, sì, difficile e complicato. Certo che faccio come mi pare, sono un lettore libero io, mica condizionato dalla stampa di regime, libero di capire e scegliermi quello che voglio, e sapendo che insieme la luna e il sole vanno nel cielo di mezzogiorno, che il mare è senza avventura, che il tempo passa e sale con l’acqua sulle mura del palazzo, e un giorno, tra mille e mille anni uguale a questo, oggi è una bella giornata, dirà un raggio sulla parete. «No, non vengo» messaggio non raccolto – Massimo non risponde.

Oggi è S. Matteo, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Matteo Messina Denaro, ma mo’ chi è questo Massimo che non risponde?

Caro mastro Raffaele, dovevi morire per entrare nella mia conoscenza letteraria, ma no diciamo che doveva essere il centesimo anno dalla tua nascita, comunque è come tu hai scritto, i lettori continuano ad arrivare e io tra questi, dovrò scoprire cos’altro hai scritto oltre questo mirabile, complicato, infinito cha-cha-cha, non so niente ma credo che anche tu sia stato un po’ comunista, socialista sicuro, quel lusso, la povertà, non la mancanza di un relativo benessere ma il non avere altra distrazione, nessuno di quei divertimenti e diaframmi che ovattano le esistenze borghesi, niente, nessuna ricchezza che ci separi dal lusso del mondo naturale.

Non ho copiato virgolette e caporali e lo stile delle tue parole così come si leggono sulla carta, chissà a chi stavi mandando messaggi e a chi e cosa menzionavi nella tua lettera ai lettori per il cinquantesimo anniversario di Ferito a morte nel 2011.

Una volta, in fondo a una raffinata caverna, fermo a guardare un cha-cha-cha come la danza rituale di una setta sconosciuta, pensando: come fai a parlare, a stabilire un’intesa con loro, se non conosci il linguaggio, il segreto dei gesti e le movenze?

So com’è ballare un cha-cha-cha con la persona che ami, va beh, lo dico proprio a te?

Ok è tardi e ho anche annoiato troppo, faccio come ho visto fare in alcune recensioni, ecco il tuo incipit, si continuerà a studiare per decenni, spero secoli, passo e chiudo.

La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro – La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev’essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante – luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! – lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.

Impunito? Spero di non essere mai denunciato per questa opera di vaneggiante diffusione di parole e immagini, non è una testata giornalistica, non è niente, non credo ci sia qualcuno che voglia condividere ma nel caso non c’è bisogno di chiedere permessi, come ha scritto Veronesi, facciamo come ci pare 🙂

Ognuno è responsabile delle proprie azioni, a me sembra cosa buona e giusta ma se sbaglio qualcosa, se me lo fate notare vi dovrò un favore, con piacere, un favore.

I RACCONTI DELLA DIVINA

tra il verde, il giallo e il blu della Costiera Amalfitana

Autori Vari, 2022 Officine Zephiro Editore

Prefazione di Vito Pinto

Caro Diario, anche a mente fredda non riesco ad estraniarmi da questa raccolta di racconti, è ovvio mi dirai, ne contiene uno tuo e quindi… Si è vero c’è FURORE e ancora stento a crederci: osare e partecipare, sgombrare la mente, rimescolare i pensieri e mettere la cera e togliere la cera… Lucidarsi serve, e tu caro Diario, come uno specchio a riflettere tutto il bello che leggo e rileggo tra le mie mani, con occhi avidi di parole… l’arte di belle persone con la passione della scrittura!

La grandezza di questa raccolta la fa l’insieme dei racconti, la cinquina premiata e gli altri menzionati, nell’abbraccio di un evento culturale di grande prestigio quanto di una scommessa estremamente ambiziosa. Scommessa vinta e rilanciata per il prossimo 2023 da Alfonso Bottone, Direttore artistico con la D maiuscola, al servizio della bellezza eterna della “Divina”. Sono caduto nella sua rete e della sua pesca non posso che nutrirmi, mai sazio nel volerne condividere sentimenti, visioni, emozioni, estasi di vita, avvinto nella sua presa tentacolare, perché coraggio e bellezza sono le due facce di una moneta che non dovrebbe mai avere un prezzo, la esaltano e la disprezzano, la comprano e la vendono, la rubano, la copiano e ne nasce di nuova, si chiama arte e a ben dire la poesia e la letteratura come la natura vergine, ne fanno parte in un solo insieme. Né noia né stanchezza ma solo coraggio e bellezza.

CUORE DI CORALLO di Ivano Ciminari è un racconto che sfida l’oblio della ragione, che sfonda la roccia dell’indifferenza, che riporta a galla tesori dell’anima mai scavati, fantasie e spettri crudeli, fantasie e fantasmi così possenti da frustare e rimettere in moto desideri di giustizia e di evoluzione esistenziale cui tutti dovremmo tendere. La leggenda si fa maestra, madre di vita e letteratura finissima suo strumento di comunicazione.

FRATELLI di Elvira Rossi è un racconto che regala emozioni profonde e grida al mondo la grandiosità dell’umanità che nonostante tutto è amore. Quello dei naufraghi che hanno perso tutto e che si aggrappano alla vita per continuare ad amarsi. Un padre, un figlio, una nuova casa, il dolore perenne dei ricordi, la complessità irrisolta del presente, il futuro costruito giorno per giorno sul dolore, sulla fatica del bisogno di rinascita: FRATELLI è un racconto universale, tosto e struggente, da condividere come vera speranza di umanità, per non essere scogli isolati in mezzo al mare, ma artefici di un mondo migliore.

LUCI E OMBRE di Angela Torri è un racconto sulla forza delle “femmine”, un racconto che attraverso l’emigrazione di una giovane di oggi, racconta le migrazioni di ieri, e quindi la nostalgia della propria terra. Ad emergere è la forza della memoria che si tramanda tra generazioni e che si pianta nell’anima e poi fiorisce nel momento del bisogno. Tra le lacrime della sofferenza di chi è costretto lontano dalle proprie origini, il ricordo si fa tenace consapevolezza, e alla fine l’esempio tremendo del passato rende il presente una sfida da raccogliere: crescere con le montagne avanti da scalare.

LA CASA DI PIETRA GRIGIA di Angela Procaccini è un fantastico tributo alla memoria di Simonetta Lamberti, vittima innocente delle mafie, morta il 29 maggio 1982. Il racconto riporta le sensazioni, la gioia e la grazia di lei, bimba di dieci anni, in vacanza con la madre a Praiano mentre percorre la strada che porta il suo nome e che collega la Statale della Costiera amalfitana giù al mare della Praia. Per non dimenticare mai.

SALE di Fausta Altavilla è un racconto dedicato a Cetara e alla sua famosa colatura di alici. Da adolescente, con il ricordo della morte del nonno, Salvatore racconta di se e della sua complicata vita familiare. Dal Canton Ticino con la madre ritorna al paese e dai giochi passa alle cose serie che gli hanno lasciato un segno profondo, la lavorazione delle alici che gli mostrò la nonna, lo spirito del pescatore e soprattutto il mare, quello profondo, ricco di alici, blu cobalto, il mare unico della Costiera amalfitana.

ANDREA E KAFKA di Mauro Valentini è un racconto noir di grande coinvolgimento e tensione. Un delitto non è mai un evento scontato ma dentro un momento di vacanza quale quello che si può vivere in estate in Costiera Amalfitana, questo delitto prende la forma dirompente del mistero, dell’inaspettato. Ad essere protagonisti sono i pregiudizi verso quelle differenze sociali che mettono subito nella lista nera chi lavora rispetto a chi è in vacanza ma l’autore mette in fila emozioni e avvenimenti, rende le scene vivide e alla fine fa trionfare la letteratura, la verità. È un giallo di grande qualità con un finale che rende merito alla bellezza delle passioni.

mooring bollard with rope

INNAMORARSI AD AMALFI di Rosa Cianciulli è una bella storia d’amore, l’amore per un posto unico come Amalfi. La storia è particolare: una ragazza napoletana emigrata a Torino nel dopoguerra che torna al Sud per ritrovare zia Maria, la sorella della madre. Non svelo niente ma posso dire che è un racconto tenerissimo per come racconta bene la magia che trasforma in positivo le persone: vivere in un posto meraviglioso fa stare bene. Scontato? Magari lo fosse per tutti.

DIVINA AGLI OCCHI DI CHI NON VEDE di Lucia Quaranta è semplicemente splendido. “Se sposti i confini incominci a viaggiare…” questa è la frase su cui l’autrice ha costruito un racconto avvincente, tenerissimo e pieno d’amore, di quell’amore che stenti a credere possa esistere, di quell’amore che rende degna la vita di essere vissuta. Pertanto posso solo dire che in un’epoca in cui i confini sono ancora pretesto di guerre l’idea dell’amore di chi non vede è forse la vera speranza che ci rimane.

SOGNO DI UN’ESTATE CETARESE di Graziella Anastasio racconta i suoni di Cetara: le parole e la vita delle persone, la riscoperta di tutte quelle emozioni che investono chi ritorna, di chi poi presenta al mondo il suo sogno oltre le radici. Il passato, oltre le immagini e le visioni, oltre le relazioni che rendono condiviso l’orgoglio e la riconoscenza per questa terra unica oltre il personale e la soggettività delle proprie esperienze.

FURORE di Pietro di Gennaro >>> leggilo a questo link

“i racconti della Divina” sono stati valutati da una giuria composta da Michele Buonomo, componente del Direttivo nazionale di Legambiente, Vincenzo Falco, dirigente Istituto Istruzione Superiore “Marini-Gioia” Amalfi, Andrea Ferraioli, presidente Distretto Turistico Costa d’Amalfi, Michele Ingenito, scrittore – giornalista – docente universitario, e Vito Pinto, giornalista – scrittore.

Il 7 luglio 2022, il Presidente di giuria Michele Buonomo e il Sindaco di Atrani Luciano De Rosa Laderchi, hanno premiato i vincitori del Concorso Internazionale “i racconti della Divina”. Primo classificato Ivano Ciminari di Salerno, seconda Elvira Rossi di Salerno, al terzo posto Angela Torri di Ferentillo (TR), quarta Angela Procaccini di Napoli, al quinto posto Fausta Altavilla di Manfredonia (FG). Menzioni inoltre a Mauro Valentini di Pomezia (RM), Rosa Cianciulli di Castelfiorentino (FI), Lucia Quaranta e Pietro Di Gennaro di Salerno, Graziella Anastasio di Cetara. 

BRICIOLE di Rocco Papa

Disegno di vendetta per l’ispettore Castaldi

2017, Runa Editrice

È un giallo avvincente, con intrecci intriganti e talmente radicati e vivi nella mia esperienza quotidiana di cittadino, da farne uno strumento di studio per comprendere meglio una città come Salerno, perennemente sull’orlo del baratro come sull’uscio di un paradiso. Non voglio essere frainteso, non è una storia locale, anzi è una storia universale che diventa rappresentativa di ogni città moderna e nemmeno semplicemente italiana. Sono i personaggi a renderla tale, e tra questi un ispettore che per i suoi tormenti e la sua forza di ribellarsi alla “becera” gerarchia delle funzioni e delle istituzioni, rende l’inchiesta raccontata non solo piacevole e avvincente, come ho già detto, ma addirittura desiderio di nuovi episodi, perché alla fine dell’ispettore Castaldi si sente il bisogno di sapere di più.

Ho letto BRICIOLE in estate, in questa estate 2022 che per fortuna non sembra finire, tanto calda ed inquieta lunga estate. È impressionante come la lettura dell’autunno come descritto dall’autore, sia stato materialmente una benedizione, un viaggio, avvincente, come ho già detto, verso l’esplorazione intima del male e del bene con sullo sfondo, dietro l’angolo, l’inverno dei sentimenti. Briciole preziose come gemme, fredde e luminose come le verità più nascoste, quelle che fanno male e che richiedono vendetta, nessuna assoluzione. Avevo già letto di Rocco Papa IMPREVISTI PERICOLOSI, e posso solo dire che il suo protagonista non solo è vero e reale, addirittura con questa opera, il suo ispettore Castaldi si erge a modello di eroe che vorrei avere come amico quando sono costretto a comporre il 112. Non so se la realtà debba riflettersi nella fantasia o sia la fantasia a doversi specchiare nella realtà, so che la bella letteratura ti entra dentro e cominci a desiderare di viverla. Forse anche questo è un bisogno che soddisfo con la lettura di un buon libro, rendere colorata la grigia quotidianità. Ancora una volta, anche con BRICIOLE di Rocco Papa, il miracolo si è ripetuto, il sangue è sciolto.

ACCATTONE

Caro Diario mio, piove e quindi ti posso scrivere, e ci risiamo, la fortuna mi perseguita. Quale mi chiedi? Beh quella pura, non monetizzabile, quella di leggere prima un romanzo e poi di vederne il film. Da malati? dici? No da ignorante, dico io.

Non sapevo da dove cominciare e allora ho scelto ACCATTONE: uno che si è sentito per tanto tempo un bidone, mi sembrava un salto di qualità.

Nun me chiamà Vittorio, chiamame Accattone! De Vittorio ce n’è tanti, ma de Accattone ce sto solo io!

Altra materia per lo psichiatra? Ma che vai pensando, è solo che nel suo centenario della nascita, mi sono lasciato andare al dovere di leggere almeno un Pier Paolo Pasolini e mi sono fregato con le mie mani. Guardarne il film è stato un bisogno e leggerne le recensioni, con il senno di poi, una punizione.

Cosa è successo a questo paese con l’arte di Pasolini? Questo vorrei confidarti caro Diario mio. Complicato e noioso è spiegare quanta meraviglia mi ha preso la lettura di ACCATTONE e quanta delusione, per quanto estasiante e pensierosa ne sia stata la visione. Forse oggi Pasolini non l’avrebbe doppiato, la presa diretta gli avrebbe tolto per sempre quella patina di “finzione”, sì, confesso anche questo, forse è sempre così, non lo so, ma la trasposizione in immagini del romanzo un pizzico mi ha deluso. Certo è che se era rivoluzionario all’epoca lo continua ad essere come giustamente riportato da fiumi e fiumi di lavori accademici e non. La visione del film strugge, emoziona, indigna, incanta e immagino che legare su una sedia un giovane oggi a vedere quelle due ore in bianco e nero sarebbe una punizione necessaria ai mille comportamenti impulsivi e nevrotici che gli smartphone stanno provocando, invece la lettura… strugge, emoziona, indigna, incanta, di più, più del film, oggi restaurato. Ma la domanda che mi pongo è: cosa è cambiato? Dall’essere denigrato e combattuto, deriso e ucciso, all’essere messo nell’olimpo degli dei, intellettuali e non, cosa è cambiato? A me questo paese sembra peggiorato, persino nelle strade del centro, oggi vedo monnezza che nel film di Pasolini non si vede.

Quello che mi chiedo è perché la massa sottoproletaria di allora non si è estinta ma anzi oggi a me sembra cresciuta insieme alla ruggine che continua a consumare centri, periferie, arie industriali dismesse e abbandonate in uno scenario così simile al degrado sociale, morale e materiale che Pasolini portò al Festival del Cinema a Venezia nel 1961.

Ancora non sei morto? Eppure m’hanno detto che il lavoro l’ammazza la gente!

Dopo la guerra allora, dentro la guerra oggi. Prostituzione e violenza. Cosa è cambiato? Questa storia invece, dei napoletani, cattivi e violenti nel romanzo dentro uno scenario misero, quasi napoletano (??? perché mi chiedo ancora adesso???)

Tutti soli, Accattone e Stella camminarono per le strade popolose, misere, quasi napoletane del quartiere.

… napoletani che vedrà nel sogno nudi, uccisi e quasi sepolti da macerie crollate… Napoletani violenti e vigliacchi

E le diede un altro schiaffo sull’altra guancia, facendola cadere per terra un’altra volta. Maddalena si mise a urlare, cercando di scappar via, strisciando sulla polvere e l’erba secca. Cominciò il pestaggio, cazzotti, schiaffi, e, infine, cintate, caddero su Maddalena, biancheggiando alla luna. Poi i napoletani, dì corsa, salirono sulla macchina, la misero in moto. Mezza svenuta, sanguinante, Maddalena strisciava come una bestia ferita sulla polvere e sull’erba secca.

… mondo di infami vigliacchi cui ACCATTONE disgraziato si sente parte…

Semo tutti ‘na massa de disgrazziati, semo omini finiti, ce scartano tutti! Noi valemo giusto se ciavemo mille lire in saccoccia, se no nun semo niente… Pure in galera nun ce ponno vede, a noi! Nun ce considerano omini, perché nun semo boni a provacce da soli… Oggi è mejo fà er ladro che ‘sto mestiere infamante…

… un mondo da cui vuole prendere le distanze, quasi a redimersi, trascinato dall’amore per Stella, un sentimento stranito e totalizzante tanto da indurlo a ricadere nel baratro della miseria umana… cos’altro può essere un padre che ruba la catenina del figlio… forse anche una merda umana gli è superiore…

l bambino era un po’ incerto: ma poi buono e dolce com’era, acconsentì a dare un bacetto, sulla guancia che Accattone indicava col dito.
Al collo di Iaio pendeva la catenella d’oro. Mentre il bambino lo baciava, Accattone con dita leggere gli sciolse dal collo la catenella. Si rialzò, emozionato, sudato. Si guardò intorno, e intanto, sempre per darsi un contegno, come parlando al figlio, parlava roco fra sè: Un paro de scarpe… Seimila lire, capirai. Indò l’annavo a rimedià, sennò… Così si allontanò, mentre il figlio lo guardava coi suoi occhi di agnellino.

Infatti, è una delle scende più artisticamente riuscita, quella del “niente di umano”.

Con improvvisa docilità, Accattone si mise in ginocchio, sulla sabbia. Appozzò le mani sull’acqua, faticosamente, e si lavò il viso, due tre volte. Poi alzò la faccia, tutta gocciolante, e sempre docile e buono, si guardò intorno come in un sogno.
Ma gli venne un nuovo impeto di rabbia, un attacco di nervi.
Stando sempre in ginocchio, affondò la faccia nella sabbia nera e sporca, strusciandola rabbiosamente.
La rialzò: era un mascherone nero, con la sabbia appiccicata sulla faccia bagnata, contro le palpebre, il naso, le guance, la fronte, il mento. Non aveva più niente di umano.

Accattone è stato il gesto blasfemo con cui i sottoproletari, le prostitute, i ladri di polli strapparono alle stars hollywoodiane, agli eroi di guerra, ai comici del varietà un lembo di schermo, un posto al sole nell’immaginario novecentesco. Pasolini, già letterato di chiara fama, lo ha firmato come un romanzo mostrando una via italiana al concetto di autorialità, in risposta alla via francese, della quale tutti i registi dal ’61 in poi gli sono (più o meno direttamente) debitori, a partire Bellocchio e Bertolucci per finire al cinema siciliano dei nostri giorni.” –  di Carlo Altinier

Un film shoccante per la crudezza della storia, per l’indifferenza dei sentimenti, per l’evanescenza di una morale, negli squallidi individui rappresentati.Simona Proietti

A Roma Pasolini s’innamorò delle borgate sottoproletarie, tanto degradate quanto vitali, tanto vittime della povertà quanto ribelli alle convenzioni borghesi, all’etica del lavoro inteso come sfruttamento.  

Mancando lo sperimentalismo rivoluzionario di opere future dell’autore, non guastava, al posto di cotanto asciutto “realismo sociologico-antropologico”, maggiore afflato poetico, più trasporto emotivo. Il primo film italiano a essere vietato, con apposito decreto, ai minori di diciotto anni. – Niccolò Rangoni Machiavelli (1999)

Proiettato alla Mostra di Venezia del 1961, Accattone si è abbattuto sul cinema italiano con una violenza rinnovatrice pari a quella di Ossessione di Visconti e di pochi altri film. Bernardo Bertolucci, assistente alla regia, ricorda che stendere i binari del carrello sul suolo polveroso del Pigneto, borgata proletaria romana che il cinema non si era ancora mai sognato di invadere, regalò agli artefici dell’impresa la stessa emozione provata dai pionieri tardo-ottocenteschi del cinema, dagli inviati dei Lumière: il mondo prima del cinema non esisteva più, il mondo dopo il cinema stava prendendo piede.  Carlo Altinier

BILLY SUMMERS di Stephen King

2021, Sperling & Kupfer

“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”

“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”

No tranquilli non è il finale di questo romanzo, ennesimo grande romanzo del grande scrittore King a quanto dicono, per me il primo, e chi se ne frega, attenti che vi sento. È ovvio che scrivo per me e per i tanti che come me ignorano King. Da oggi però, sono iscritto al club di quelli che almeno un King lo hanno letto nella loro vita anche se per la verità questo è il secondo… OnWriting lo tengo segreto, lo sto studiando, attenti vi vedo che state sorridendo: leggere e studiare sono cose diverse… Diciamo la differenza che passa tra godere e soffrire? No scherzo. Un fatto però è certo, un King ti eleva, ti mostra la via esclusiva verso la trascendenza letteraria. Billy Summers è un killer che fa lo scrittore e leggere uno scrittore che racconta un killer che fa lo scrittore, come lo fa Stephen King, è una magia stampata su carta, 545 pagine di pura libidine.

Pare che il capo del World Economic Forum, Klaus Schwab abbia scritto nel suo libro “The Great Reset” (il bestseller dei complottisti a cui mi onoro di appartenere) che la quarta rivoluzione industriale “porterà a una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica”, cioè un microchip impiantabile nel nostro corpo in grado anche di leggere i nostri pensieri. Allora, vi evito il fastidio, se proprio ci tenente, continuate a leggere questo diario. La verità è che se STEPHEN KING con la sua scrittura riesce a farti amare un personaggio come Billy Summers, significa solo che i pensieri umani sono pronti a migrare via digitale da un cervello ad un altro: lo fa la letteratura in modo analogico da quando l’uomo è caduto su questa terra perché la serpe ha convinto con le parole Eva a prendere Adamo per la gola tanto da farsi buttare a calci fuori dall’Eden.

Siamo pronti a tutto, visto che a quanto pare, durante l’incontro degli elitari globali di Davos di quest’anno, il CEO di Pfizer Albert Bourla ha spiegato che presto ci saranno le “pillole ingeribili”, una pillola con un minuscolo chip a microchip che invierebbe un segnale wireless alle autorità competenti quando il farmaco è stato consumato. Ora, in attesa dei microchip nel cervello degli studenti per promuovere l’intelligenza e la memoria, dico che siamo fortunati a disporre di romanzi così belli, veri e possenti tanto da sperare in menti lucide finché sapranno ancora leggere.

Ringrazio Maurizio Blondet per la sua inesauribile e vasta capacità informativa, è una mia vecchia conoscenza di quando i meetup sbocciavano e il movimento 5stelle non era stato ancora immaginato.

LA CARNE

romanzo di Cristò, edizioni Neo, 2020

Caro diario, oggi inizio a scriverti con le parole di Cristò, non ho scelta.

Succede che il mondo si sgetola e non sai se ti sgretolerai con lui o cambiarai tutto per rimanere intero. Il modo di parlare, il modo di vestire, la musica che ascolti, i pensieri, le azioni, le certezze, le paure.

Tutto o niente.

Perché sei finito insieme al tuo mondo e l’unico che può sopravvivere è un altro con la tua stessa faccia.

Ci sono momenti nella vita che attraverso come la pallina che gira nella roulette, quei momenti vorticosi e veloci finiscono per cadere in un romanzo e così mi sento come un croupier con il farfallino di un grande casinò ad annunciare l’uscita di un nuovo numero cui sono legate sventure e avventure di giocatori ingordi o semplici astanti annoiati. Il banco vince e lo champagne intorno corre a fiumi. Cosa può essere un mio commento se non l’apostrofo lilla tra la parola sogno e quella desiderio? Beh, devo dire che questo romanzo soddisfa proprio ciò: il mio desiderio di sognarmi in una nuova dimensione, rapito dalla lettura. Questa volta però l’incanto è diventata ipnosi totale. Sconvolgente e totale. Un numero fortunato, il mio, senza scommessa o azzardo se non la sorpresa di vedersi guardato dentro da una valle allagata di occhi vivi come luce di brillanti al sole. La sorpresa di toccare con mano gli zombi intorno e dentro e dirsi fortunato a sopravvivere. I deboli di cuore ma anche i forti, lo troveranno sconcertante, emozionante e commovente come è successo a me, ipnotizzato da una scrittura che diventa una cima di salvataggio ad ogni svolta pericolosa, in ogni trama della storia, in ogni anfratto della psiche dove provavo a rifugiarmi per non annegare in questo mare meraviglioso di parole che è CARNE. Il ribrezzo del vomito da sbronza e il desiderio di continuare a ubriacarsi con le pagine successive. Breve ma in lunghezza ma infinito in altezza: in fondo è l’intensità di un momento a renderlo unico.

E alla fine, il sentirmi privilegiato per essermi nutrito di CARNE, è l’ennesimo mai scontato desiderio di sogno soddisfatto, e 1, 10, 100, 1000 romanzi per provare a riempire tutto l’umano che abbiamo dentro prima di diventare zombi per le strade di questo strano mondo.

L’UOMO CHE DORME

Romanzo di Corrado De Rosa, nero RIZZOLI, 2018

Copertina

Caro diario, ti racconto come è andata. Non potevo fare l’illegale, non volevo, probabilmente m’avrebbero fermato all’ingresso. Venerdì 18 marzo nel Salone di Palazzo S. Agostino a Salerno. Ci vuole quello super ma mi sono tamponato nel pomeriggio, ho quello normale, e se fanno storie male che va, avrò buttato un greenpass inutile, mi dico facendomi coraggio. Ho letto HOTEL D’ANGLETERRE e Carmine Mari è uno scrittore che mi è entrato nel cuore. Nessuno mi controlla, nessuno mi ferma, sono illegale ma sicuramente non sono infetto, forse, perché c’è una grande polemica sui falsi positivi e quelli negativi. Insomma l’inverno 2022 è stato un casino. Entro, compro IL FIORE DI MINERVA, un saluto all’autore e mi defilo senza confessare la mia colpa preparandomi all’evento leggendo l’incipit straordinario che di li a poco sarebbe stato recitato da Brunella Caputo e commentato da Corrado De Rosa. Tutto molto intenso e molto partecipato. Alla fine scappo, quando ti senti illegale è un casino nonostante la mascherina e la completa indifferenza al virus più per scaramanzia che altro, perché la verità è che la sua minaccia vortica nell’aria e fa molta paura ancora, più di prima. Scappo con l’adrenalina in corpo di sapere chi ca-cavolo sia questo relatore che mi ha sconvolto, parla come una mitragliatrice, scava nelle pagine come una trivella, analizza e trasmette passioni che avvolgono e tirano fuori dall’autore quelle emozioni nascoste come quando si strizza un panno per tirare via l’ultima goccia d’acqua. Psichiatra? Finalmente arriva l’estate e leggo quello che scrive, quel romanzo comprato online quella sera del 18 marzo 2022, L’UOMO CHE DORME.

Caro diario sono sfasato, lo so, ma qualcosa mi dice che non sono il solo. Diciamo che la vita viaggia in tempo reale mentre io me la godo rallentata. Qualche giorno fa un collega medico di Corrado, mi dice che è un “fuori di testa”, un folle. Lo sto leggendo, la sua scrittura è immensa e questo Antonio Costanza è un personaggio grandioso… “uno stronzo finto buono o un finto buono stronzo”. Dire collega medico è senz’altro riduttivo, nella frammentarietà competitiva e specialistica della società attuale (moderna???), non so bene quanto siano veramente colleghi tra loro psichiatri e anestesisti, cardiologi o neurologi, andrologo e ginecologo, urologo e ortopedico, poi mettici anche maschio e femmina e l’universo del dubbio diventa un buco nero in cui una teoria probabilistica dell’arcobaleno avrebbe più che dignità di presenza. Diciamo in concorrenza nei pezzi di carne cui dobbiamo la vita.

Insomma caro diario, un mare di chiacchiere per dirti che ho trovato il mio psichiatra a Salerno, divino è dire poco, devo solo capire se le sue parcelle rientrano nella mia capacità di spesa. Ma il “pro bono” vale solo per gli avvocati? Bella domanda, un po’ come dire: le letture sono sogni o sono i sogni a rendere le letture un sogno?

Lo chiederò allo Pschiatra, quando l’incontrerò, mai dovesse succedere, perchè il fatto che il male si può acchiappare mi sembra proprio quello che ci serve per fermare la guerra… Caro diario ti ho detto che… salire nel cielo a partire da un castello di sabbia e nessuno osava intervenire…

IL BUIO DENTRO di Antonio Lanzetta

LA CORTE Editore

Sai cos’è il crepitio di vetri nello stomaco? Sai cos’è la conseguenza del male che rimane dentro e trasforma l’essere umano? Sai come si raccontano in modo vivido e coinvolgente momenti distanti nello stesso tempo di un romanzo, come adolescenza e maturità di un gruppo di personaggi tutti protagonisti in primo piano anche nelle scene dove sono assenti? Se lo sai allora hai letto IL BUIO DENTRO altrimenti leggilo e ne sarai rapito come è successo a me. La mia fortuna, ancora una volta, è stata scoprire l’ovvio di chi invece ha seguito l’evoluzione temporale dello scrittore, e attraverso le sue pubblicazioni, il segno indelebile lasciato negli anni. Io no, prima l’ultimo, L’UOMO SENZA SONNO e poi a ritroso questo grande romanzo in gara oggi, negli ALL STARS di sempre quando nel 2017 il Sunday Times lo ha definito uno dei migliori cinque thriller non inglesi di quell’anno.

copertina

Ecco la mia fortuna: la scoperta di Antonio Lanzetta nell’anno 2022 ad annodare nella stessa estate, fili intricati in una corda ruvida, tensione letteraria in un cappio che uccide, risolve, ogni dubbio o domanda su personaggi universali, la morte e la rinascita di un lettore che vive di nuovi desideri di conoscenza. L’intreccio armonioso e quell’ovvietà del bello a me ignota, di “scritture” salernitane immense ormai note e riconosciute nella letteratura moderna di questo complicato XXI secolo.

Il Cilento è salernitano, lo è in città, in provincia e nel mondo, puro, sporco, vergine, amato e desiderato, sfruttato e stuprato, regale, nobile e proletario, infettante ma anche curativo, medicina e veleno, come tutte le cose meravigliose, un desiderio continuo. Sì la terra, il cielo e il mare ma l’anima è l’umano che lo vive come un sogno e come un incubo, da quando Ulisse sentiva le sirene, da tanto prima e per tanto ancora finché saremo capaci di sopravvivere al male distruttivo di cui, come specie umana, siamo capaci. I conflitti come trionfo del bene sul male non sono un’opzione ma la necessità oltre il perdono, oltre la vendetta.

testo Lanzetta

Nessun ostaggio credo possa mai raccontare pienamente il suo rapimento e così credo che ogni lettore può solo menzionare in parte le emozioni vissute nelle pagine di Antonio Lanzetta, ringraziandolo di poter raggiungere dall’interno, la quarta di copertina, e così la fine di un viaggio avvincente per tenerezza e tormento. La fine non si esaurisce con la conclusione della storia di cui si ha smania vivendola dentro i personaggi allo stesso tempo giovani e adulti. No, con la fine della storia inizia il desiderio della prossima, perché se il male nasce dal buio dentro, o il buio dentro ne è conseguenza, questo grande scrittore è la luce che lo rivela al mondo. Lo fanno anche altri grandi, ma come lui nessuno, almeno per me e solo chi lo ha letto mi può contestare, non altri.

testo Lanzetta

In Cilento, Castellaccio, Agropoli, c’è Flavio, Claudia e lo Sciacallo quando era giovane, siamo tra oggi e l’estate del 1985…

Non la trama che puoi trovare ovunque in rete, né uno spot gratuito di riverenza, anche se di soggezione non me ne mancherà mai poca, ma questo è un commento, come gli altri, per una nuova pagina del diario di letture che cresce con i desideri di un lettore che non c’era, un fantasma, finché vive.

testo Lanzetta

Maria

STORIE DI RAGIONEVOLE FOLLIA di Alfonso Bottone, TERRA DEL SOLE Edizioni

Caro diario la vita corre, impazzita. Ci sono però fermate da cui non vorresti mai ripartire, poi ci ripassi ma non sono più le stesse. Per conoscere una persona, non c’è modo migliore di leggere cosa scrive, anche questo, credo, il successo dei social, poi c’è il resto, le foto, gli appuntamenti, il trasporto delle idee, maree e inondazioni di emozioni. Il desiderare l’incontro ma il più delle volte l’utopia della conoscenza, quella profonda, diretta, il dialogo, il lavorare insieme, l’amarsi.

copertina

Alcune persone brillano a prescindere, puoi ignorarle, evitarle ma la loro luce ti arriva lo stesso e l’allineamento dei pianeti ne può solo ritardare la vista, l’incrocio.

Questo piccolo e preziosissimo romanzo è uno spasmo emozionale che mi ha lasciato una cicatrice dolcissima. Il protagonista, Stefano, è una visione che attraversa il mondo lasciando poesia e tormenti intorno a se. Lo rincorri dalla prima all’ultima pagina e poi te lo ritrovi dentro a modellare pensieri scabrosi ma anche altri, di tenerissime speranze che sfuggono dalle mani.

Poi lo conosci di persona, Alfonso Bottone, e scopri che lo scrittore è oltre, la persona abbaglia, ti scava dentro perché ti conosce, ti ha letto, presenta quello che hai scritto tu e con poche parole ti spoglia e ti butta in pasto ad un pubblico che lui ha messo seduto davanti a te.

Caro diario, ti scrivo adesso di MARIA, e di come mi sia piaciuto, perché prima sarebbe sembrato solo compiacenza pelosa verso il Direttore che mi ha invitato a partecipare al suo XVI Festival nella Divina nell’anno domini 2022.

Per me è tutto una prima volta, forse considerazioni scontate e poco interessanti per chi ci è abituato e combatte da decenni in questo variegato mondo della letteratura, che comunque però, è solo un sotto insieme dell’intero universo culturale che rende degna l’umanità di esistere e riprodursi. È anche per questo che nel tuo post finale di saluti e ringraziamenti, ho condiviso e apprezzato molto la tua visione collettiva: “solo la Cultura può aiutare il mondo a salvarsi”.

Una prima volta, una prima dedica, un mondo di nuvole da cavalcare.

citazione

Al lettore resta risolvere l’enigma di collegare con questo tuo romanzo MARIA, l’umanità di arti diverse come quelle di Luciano De Crescenzo e Charles Bukowski.

dedica

presentazione

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle signore.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sulla vecchia quercia consumata dai clienti. Il cuore di Rick pulsa impazzito sospeso a quella mano che lo tiene stretto. Lei sente sotto le dita scorrere il sangue impetuoso del giovane, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, lo lascia di colpo e con distacco lo ringrazia. Rick precipita nel baratro delle occasioni perse. Rimmel pesante, pensa, ma fissando la bocca carnosa immagina oltre quelle spente parole di circostanza.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, frigida dal morire di freddo mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, a tuo marito non ci pensi? Dai, vieni via con me.

Non hanno mai avuto segreti tranne uno, inconfessabile come il desiderio di Rick, invisibile.

Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Dopo tanti drink a litigare, le vede andare via mano nella mano, invisibile lui negli occhi e nei pensieri di queste due belle signore con la fede al dito. Peccato, pensa Rick, mi sarei fatto rapire volentieri. Rimasto solo, la notte non si spegne ancora, almeno fino all’alba.

La ladra è lei, la giornata che viene e una vita a mentire mentre il desiderio ti scoppia dentro.

PICIUL

di Marco Peluso, 2021, Linea Edizioni

“… era così fragile da sembrare parte delle macerie che l’accerchiavano”

Copertina

Quanti miracoli può compiere la lettura di un romanzo? E uno bello, avvincente e profondo come questo di Marco Peluso che ancora mi rigiro tra le mani? Dopo averlo letto con voracità, riporlo mi sembra un’offesa, un peccato. Mi succede con i romanzi che lasciano un segno indelebile di crudezza e poesia, non superficiale ma dentro la carne viva delle emozioni che mi continuano a vorticare in testa. Pagina dopo pagina è una scossa continua, sberle a ripetizione, sempre più pesanti. Ogni commento mi sembra non consono, superficiale e miseramente povero rispetto alla luce con cui l’autore riesce ad illuminare il mondo fuori e dentro questi suoi personaggi tanto unici quanto rappresentativi di tutta una gioventù metropolitana invisibile, sì di Napoli, ma uguale a qualsiasi altra megalopoli che mantiene nel suo centro tutte le bellezze e le tragedie delle periferie. Invisibili ma diffusi ovunque, insieme ai rifiuti, il lercio delle metropoli affollate e senza pietà. Seconda, terza, ma anche quarta generazione di migrati, italianizzati tanto da essere un corpo unico con tutti i suoi bubboni ormai fusi nella normalità quotidiana da secoli e secoli di geo frullati di etnie e di lingue, che di straniero non hanno più niente, se non la ghettizzazione interiore fin dentro ogni singola abitazione, ogni letto che, per quanto ammantato da degrado sociale finisce per essere un letto reale di umanità senza limiti di falso perbenismo o di vergogna. I sentimenti sono quelli che trascinano e riproducono l’umanità per quanto violata e stuprata. No, l’umanità non può sparire, può solo trionfare, fossero quelli dell’odio, della vendetta o quella della tenerezza e dell’amore, i sentimenti umani non si pensano, esplodono e basta. Peluso li tocca e li spoglia tutti, e poi con il bene e il male dentro ognuno dei ragazzi, delle loro famiglie, della loro vita, dal gioco alla violenza vera, ci trascina con se in una storia che mi ha rapito nel profondo, che non lascia indifferenti, no anzi mette in subbuglio i sensi e la volontà di correre dietro questi ragazzi non per comprendere ma per viverne a fondo l’esperienza. Sì, credo che quello che meglio possa descrivere la mia esperienza di lettura di Piciul è l’immersione totale nella storia, una storia potente, totalizzante, devastante, unica per l’atroce bellezza che mi ha folgorato.

Sentirsi fragili ed impotenti, non assolve ma rende più forti e spietati nella volontà di combattere l’indifferenza al degrado, no, non può essere la pietà, quelli che sopravvivono a tutto questo non sono la speranza ma la concretezza di dare al mondo una storia diversa, come ancora non abbiamo la capacità di immaginarcela, e tra i sopravvissuti, Blanca e Piciul, sono già oggi il nostro futuro più crudo e più vero.

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Marco Peluso

Infinite Jest ∞ 237/261 di 1260

Sei pagine da sballo, una serie infinita di frasi subordinate che iniziato tutte con un che – se non le leggete tutte non potrete mai sapere com’è, un dondolare infinito di onde, parole e concetti, ti avvolgono e ti cullano con dolcezza squisita. Non hai il tempo di pensare eppure pensi, non hai scampo nel riflettere ma lo fai leggendo, una ipnosi che ti trapana da dentro… e alla fine: “I delitti sono un esempio”. Erano iniziate con: “Se in virtù di carità o di disperazione doveste mai trovarvi a passare del tempo in una struttura statale di recupero da Sostanze…” – tra p.239 e p.245

David

” […] ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da sostanza, è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco di ansia. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che praticamente tutti si masturbano. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso.”

Non so cos’è, uno stile? L’ho provato a scimmiottare in un esercizio di 20 righe, una fatica sovrumana (la mia) ma tanto spassosa… l’ho dichiarato ma nessuno me l’ha chiesto. Che quello che interessa gli altri quasi sempre non è quello che interessa a te 🙂 … quanti hanno letto DFW? Sarà forse che mi piacciono i particolari che sfuggono o che sono irrilevanti? Non so, eccolo il raccontino che ho chiamato INCROCI.

“Che la maggioranza delle persone con una dipendenza da Sostanza è anche dipendente dal pensare, nel senso che ha un rapporto compulsivo e insano con il proprio pensiero.”

Poi, un trattato sui tatuaggi … un romanzo nel romanzo, la carne, i muscoli, la pelle, le emozioni, le teste, dei personaggi che ti schizzano in faccia la loro vita con una dolcissima carezza sul cuore… e non ti stanchi, leggi e non ti stanchi…

“C’è qualcosa di inspiegabilmente intenso in un tatuaggio molto sbiadito, un’intensità simile a quella dei vecchi vestitini fuori moda dei bambini, quelli che si trovano ripiegati nei bauli in soffitta ( i vestiti, non i bambini…”

E non mi stanco di leggerlo e rileggerlo…

“Ecco perché i tatuaggi carcerari sembrano fatti da bambini sadici in un pomeriggio di pioggia.”

Dai tatuaggi si ritorna nella camera dei ragazzi, la comitiva più stretta di Hal, compagni di studio, di tennis e di svago, tra loro la regina nei discorsi sulle sostanze è DMZ… “decantato ed elusivo Dmz , detto anche «Madame Psychosis»”. Ne progettano l’assunzione, ma con cautela, devono programmare i loro impegni sportivi, restano competitivi, non possono fallire le priorità di vittoria.

… perché anche l’Lsd il giorno dopo ti lascia non solo sfatto e down ma del tutto vuoto, una conchiglia, vuoto dentro, l’anima come una spugna strizzata.

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a man in black hoodie sweater engaged in illegal drugs trade
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MALEDETTI PACIFISTI di Nico Piro

2022, PEOPLE

Ci sono ragazzi che li vedi crescere, errare per il mondo, li vedi giorno per giorno, brillare come inviati di guerra, per anni, onesti e capaci, confermare la forza del fuoco che si portano dentro, la forza della verità da seguire e cogliere dove c’è, respirarla, in diretta in prima persona, non per sentito dire, diventandone un tutt’uno con il desiderio di raccontarla.

Succedono cose, vedo gente… le guerre, il dolore, il sangue, la deflagrazione tecnologica della stupidità umana, a grappolo, all’ammasso, gli sciacalli, i servi della menzogna, gli schiavi del diavolo, l’abisso del male, la morte innaturale, quella violenta, e la disperazione.

biografia

Nico ha scritto di voler fare la sua parte, essere una gocciolina che racconta, beh a me che sono a distanza di sicurezza dagli orrori, comodo e ingolfato in una quotidianità ovattata e tranquilla, questo suo brillante pamphlet, ha fatto l’effetto di una grande doccia fredda, necessaria, benefica. Mi ha purificato dall’afa asfissiante di menzogne e luoghi comuni che tenta di mettere catene al cervello, che tenta di recidere ogni desiderio di comprensione, che prova a manipolare e fermare ogni istinto di sopravvivenza degli spiriti liberi, indipendenti, critici. Quello che Nico scrive, con leggerezza e coinvolgimento, è un secchio in faccia alla sporca banalità dei manipolatori di coscienze. Grazie Nico, e per dirla con le parole di Calvino, “La ribellione non può essere misurata… Anche quando un viaggio sembra non avere alcuna distanza, non può avere alcun ritorno”, ammiro questa tua forza, sempre più rara, che ti permette di mettere distanza siderale, senza ritorno, da compromesso e corruzione. Perché magari per qualcuno è anche un prodotto da vendere o nascondere, ma per te la verità è da cercare, da raccontare, un meraviglioso bene comune. Ancora grazie.

copertina
quarta di copertina
king chess piece
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seconda di copertina

L’UOMO SENZA SONNO di Antonio Lanzetta

2021, Newton Compton editori

silenzio

Caro diario, non avercela con me, il tempo scorre senza mai sputare per terra, bastardo. Ne mancano ancora alcuni (anche qualche femmina) ma quello che mi preoccupa è lo psichiatra De Rosa. Questi salernitani, anche maschi, hanno preso il sopravvento, prima i salernitani appunto, è una questione di sovranità. No scherzo, se anche si fermasse a sputare per terra, l’unico modo di salvare il tempo, sarebbe quello di dilatarlo all’infinito e non è nemmeno tanto difficile, basta mettersi in viaggio alla velocità della luce. Sì, perdonami questa è un’altra storia. Mica tanto, se ci pensi bene: mentre fantasticavo parole giuste, l’algoritmo del meta verso ha colpito, è stato un attimo, un post, un click, le 22 pagine di UN SILENZIO DI CENERE, e un commento, “Attenzione: crea dipendenza”. Nemmeno sapevo della maledizione del medico Pietro Barliario da Salerno. Altro che pandemia.

“La mamma gli aveva spiegato che Barliario era un alchimista, una specie di mago vissuto a Salerno più di mille anni prima del morbo.”

insegna

Ritardato non ritardatario, mi sono detto di me stesso, basta una scossa, alla velocità della luce appunto, per lasciarci la pelle, la reputazione, la credibilità, la serietà. Caro diario, non avercela con me, i salti temporali da una pagine all’altra, da una lettura all’altra, sono ormai fuori controllo mentre sento le risate di DFW che mi deride dal suo eterno paradiso: «Non ce la farai a leggermi tutto». Una sfida, ancora una sfida è il motore della macchina del tempo.

L’UOMO SENZA SONNO è sconvolgente, io a dormire dormo, ma il sangue tormentato del mondo esce dalle ferite vive del protagonista Bruno, mi mancano le parole, mi manca il respiro, affogato come mi sento da tanto dolore. E quello di donna Pia?

“Bruno chiuse gli occhi e aspettò che l’alba bagnasse di sangue il giorno”

La tensione, il ritmo, la scrittura sopraffina, elegante e poetica da sogno, sono costituenti , lo so e maledico la mia povertà di strumenti all’altezza di questo grande romanzo, per scolpirne un benché minimo commento degno. L’incontro, la scoperta, la conoscenza, di una scrittura così avvolgente e sospesa nella durezza dell’esistenza, mi ha lasciato senza fiato, l’ho già detto? Dovrò ripeterlo bene per pulire al meglio la ruggine che mi consuma i pensieri. Ho letto bellissime recensioni, eccone alcune, ma non hanno dentro il segno profondo che Bruno mi ha lasciato.

Recensioni: Angelo CennamoLoredana GasparriTatiana Vanini

Copertina

L’UOMO SENZA SONNO non è solo una storia thriller, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dei mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a bagnarsi è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.

Lanzetta

Infinite Jest ∞ 203/237 di 1260

Non riesco ad andare avanti… le avrò rilette dieci volte. Non è proprio vero, vado avanti ma ritorno sempre indietro, forse anche più di venti volte, è un loop infinito. La mia fortuna oggi è avere un agguerrito torneo sociale di tennis che mi aspetta, non per vincere o perdere ma per soffrire nei muscoli che non seguono il pensiero dietro una pallina che schizza veloce, proprio lì, ai piedi delle colline di Giffoni, dove a luglio migliaia di giovani sono chiamati giuria per il festival internazionale del cinema per ragazzi, mentre ascolto Belfast Child dei Simple Minds ho un groppo in gola che non passa, vorrei piangere, vorrei sapere quando finirà, quando il bambino della città distrutta canterà ancora ma prendo il vecchio borsone e vado a giocare quello che piaceva a David, il gioco più di ogni altra cosa.

David

” […] ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da sostanza, è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco di ansia. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che praticamente tutti si masturbano. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso.”

#davidfosterwallace #infinitejest

#SimpleMinds #BelfastChild

When my love said to me

Quando il mio amore mi disse

Meet me down by the gallow tree

Incontrami giù vicino al patibolo

For it’s sad news I bring

Perché sono notizie tristi che porto

About this old town and all that it’s offering

Che riguarda questa vecchia città e tutto quello offre

Some say troubles abound

Alcuni dicono che i guai abbondano

Some day soon they’re gonna pull the old town down

Un giorno molto presto butteranno giù la vecchia città

One day we’ll return here

Un giorno noi torneremo qui

When the Belfast Child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

Brothers, sisters, where are you now?

Fratelli e sorelle, dove siete adesso?

As I look for you right through the crowd

Mentre vi cerco nella folla

All my life here I’ve spent

Ho vissuto tutta la mia vita qui

With my faith in God, the Church, and the Government

Con la fede in dio, la chiesa e il governo

Some say troubles abound

Alcuni dicono che i guai abbondano

Some day soon they’re gonna pull the old town down

Un giorno molto presto butteranno giù la vecchia città

One day we’ll return here

Un giorno noi torneremo qui

When the Belfast child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

When the Belfast child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

So come back Billy, won’t you come on home?

Quindi torna a casa billy, non vuoi tornare a casa?

Come back Mary, you’ve been away so long

Torna maria, sei stata lontana per cosi tanto

The streets are empty, and your mother’s gone

Le strade sono vuote, e tua mamma non c’è più

The girls are crying, it’s been, oh, so long

Le ragazze stanno piangendo, è passato cosi tanto tempo

And your father’s calling, come on home

E tuo padre sta chiamando, torna a casa

Won’t you come on home? Come on home

Perché non torni a casa?

Come back people, you’ve been gone a while

Tornate gente, è da un bel po’ che mancate

And the war is raging, through the Emerald Isle

E la guerra si sta infuriando, attraverso le isole di emerald

That’s flesh and blood man, that’s flesh and blood

Questo è carne viva e sangue, questo è carne e sangue

All the girls are crying, but all’s not lost

Tutte le ragazze stanno piangendo, ma non tutto è perso

Well, the streets are empty, the streets are cold

Beh, le strade sono vuote, le strade sono fredde

Won’t you come on home? Won’t you come on home?

Non vuoi tornare a casa? Non vuoi tornare a casa?

The streets are empty

Le strade sono vuote

Life goes on

La vita va avanti

One day we’ll return here

Un giorno noi torneremo qui

When the Belfast child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

campo tennis

un pauso meritatissimo a Mario e a tutti, insieme per un altro pomeriggio ancora, abbiamo sconfitto ogni tristezza!!! Grazieeee!!! 👏👏👏

IMPREVISTI PERICOLOSI di Rocco Papa

2017, Ed. Libromania

Da quando a questo fantasma è venuta la smania, l’allagamento di romanzi comprati e da leggere sta raggiungendo un disagio decisamente imbarazzante: è una invasione. «Pirla! C’è la versione digitale» lo so ma non è la stessa cosa 🙂

copertina

Quindi? Avevo bisogno di una boccata d’ossigeno e gli eventi mi hanno tirato dentro questo thriller con un titolo calamita.

Fortuna è che la verità non è discutibile, i romanzi, quelli veri, quelli belli, non affogano mai.

Pericolosi? Già gli imprevisti sono una seccatura spesso atroce, perché rischiare? Christo! Inizi una bella storia e questa non ti molla fino alla fine quando finalmente con l’ultima pagina ti senti appagato.

Scrittura pulita, essenziale, fluida, ordinata, tanto da mostrare profondità estreme con una semplicità avvolgente che mi ha veramente stupito. Rapito.

La tensione è viva come, insieme, lo spessore della riflessione: il protagonista di Papa ha dentro l’universalità dell’uomo grigio, quello medio che esiste solo nelle statistiche ma che, invece, è parte del nostro comune conflitto interiore, quello quotidiano, quello della normalità impostaci come dovere di essere parte, per quanto facilmente sostituibile, della complessa macchina sociale. Il Thriller costruito da Rocco è completo nella sua proporzione equilibrata di azione materiale e psicologica, tanto da rendere potentissimo quello che sembra un semplice luogo scontato: “nella sua vita gli imprevisti non erano previsti”. Scelta coraggiosa e devo dire: vincente!

“La neutralità delle emozioni era un punto di forza per analizzare con obiettività il mondo; Ferrara riteneva che lasciarsi condizionare dai sentimenti nuoceva gravemente alla salute e al suo lavoro.”

Ovviamente c’è una lei, una volta ancora rossa 🙂 con il suo turbo aspirato, motore di eterne tempeste letterarie:

“Aveva i capelli sciolti, ricci e rossi, e indossava un tailleur blu su una camicia bianca; gli occhi neri e grandi, appena truccati. Era alta e magra e aveva l’area spaesata, o impaurita. Annodato al collo portava un foulard rosso.”

Ovviamente c’è lo spogliarello indecente e seducente delle paure più intime e profonde:

“Solo un pazzo avrebbe lasciato la sicurezza del lavoro di medico per dedicarsi al ballo. Il ballo non era nemmeno un vero lavoro, era una di quelle attività umane delle quali non capiva l’utilità.”

Caro diario, so che mi giudichi e ritieni una bestemmia interrompere la lettura di Infinite Jest di DFW per distrarmi con un altro romanzo ma ti giuro, ne avevo bisogno.

«L’anima, Pietro, sono le ali che ogni uomo ha per… per volare sopra questo mondo di merda.»

Una boccata di respiro fuori la complessità serve a tenersi aggrappato ad ali leggere ma tanto robuste da volare oltre. Oltre i doveri e le sfide da riprendere per combattere la resa, l’angoscia della sconfitta, oltre la normalità e il grigio che ci portiamo dentro nostro malgrado, perché in fondo, dobbiamo scavare e scavare ancora. La lettura imprevista è essa stessa la sincronizzazione fortuita e perché no pericolosa, di vite parallele che guardano la stessa luce dietro finestre soggettive come l’uomo grigio sulla copertina. A cinque anni dalla sua pubblicazione per me è una nuova scoperta salernitana, l’ennesima: IMPREVISTI PERICOLOSI è un romanzo ansioso ma veloce, un lampo che squarcia e brucia senza smettere, la domanda di sempre.

Per sapere la domanda di sempre, bisogna leggerlo.

con briciole

Caro diario, lo so, ti prego, non rimproverarmi, prima di BRICIOLE di Rocco Papa, c’è L’UOMO SENZA SONNO di Antonio Lanzetta di cui non ho letto ancora niente… e poi Cioran (che cazzo ci azzecca non è salernitano), poi quello, quell’altro, e l’altro ancora… lo so anche Corrado De Rosa.

Christo! C’è la guerra! Aiutooooooooooooooooooo

Psichiatria

LA ZAMPOGNA: un regalo prezioso

Come ringraziarti Antonio? Organizzando un concerto per diffondere la tua musica? Magari ne fossi capace, di più, magari un tour. Questo tuo libro è prezioso, oltre che una manifestazione limpida della tua grande passione, non solo la musica, non solo l’umanità intrisa, la storia e l’amore, è oltre il pregevole tributo allo strumento, è il canto armonioso di voci che esaltano l’arte umana non come semplice espressione materiale ma come il coro musicale di se stessa: la vita. Dentro c’è tutto dalle foto agli scritti che ne fanno un’operazione culturale di prestigio e fondamentalmente ricca, preziosa appunto.

Copertina

L’ARMONIA DEL DONO di Antonia Autuori, SUONI ROZZI E SELVAGGI di Paolo Apolito, IL DOLCE SUONO DOPO LA MIETITURA di Massimo Bignardi, UNA BUONA PRATICA di Antonietta Caccia, RITO ANTICO di Paolo Simonazzi, CORNAMUSE E ZAMPOGNE di Giovanni Floreani, e alla fine del viaggio letterale che diventa l’inizio del viaggio sensoriale, il tuo IL LEGNO CHE SUONA.

Così è: «È ligname e add sunà» e nelle tue mani, riproduzione popolare pura, magica, immortale.

La zampogna è nei miei ricordi più struggenti, gli anni settanta, i miei di bambino.

I suonatori di zampogna e ciaramella venivano davanti alla porta e il loro avvistamento in strada era già una festa. Qualcuno, ricordo, li faceva esibire in casa, come il prete che benedice a Pasqua. Poi anno dopo anno, li ho visti fermarsi negli androni dei palazzi, chiamare al citofono, suonare su invito e poi, nemmeno più nei portoni li ho sentiti suonare. Come scrive Apolito, un periodo, una frattura culturale e sociale, con l’urbanizzazione e l’industrializzazione che ci hanno cresciuto.

Copertina libro La Zampogna

E allora, benedetto sia il custode della tradizione, soldato di musica, canto e ballo, dispensatore di emozioni, professore sensoriale dell’amore.

Testo di Apolito

“LA ZAMPOGNA oltre la tradizione” è un regalo prezioso che custodirò con infinita riconoscenza, ancora grazie Antonio.

Concerto di Antonio
Compagnia Daltrocanto

Infinite Jest ∞ 101/202 di 1260

libro

In scena entrano Marathe e Steeply, agenti segreti, poliziotti, doppio e triplo gioco, le storie si intrecciano e il mistero, l’intrigo internazionale si fa fitto ma tanto, tanto divertente, appunto, uno scherzo infinito. Provo ad immaginare una scena che possa minimamente descrivere questo mio piacere costante che non scema nonostante la difficoltà di un testo difficile e tormentoso.

Ho fame, vedo una zuppiera piena di riso e mille colori di ingredienti riconoscibili e non. La tavola è enorme, imbandita e succulenta ma io vedo solo la zuppiera. Dentro il riso bianco e scuro, tostato e bollito, pieno di tutto, finanche rivoli copiosi di salse rosse, viola, verdi e nere, alcune gialle. Ho fame tanta fame. DFW mi porge un chicco alla volta, mi aumenta la fame e ad ogni chicco ne aumenta il gusto, una tortura irresistibile, l’acquolina brucia sul palato, il piacere di un piacere diverso da quello precedente e precedente ancora. A bocca aperta aspetto di placare questo bisogno con un chicco ancora, una parola nuova, una frase, un particolare, un gesto, un filo di nuova atmosfera, un pensiero. Una pagina ancora avanti e poi ancora dieci indietro. Una tortura irresistibile.

David

In scena entra lo spogliatoio di Hal, i suoi amici, i ragazzini da accudire, i maestri, i competitori da abbattere, i due fratelli eternamente presenti, un frastuono intimo, acre come il gesso su una vecchia lavagna di ardesia, e poi il padre e poi anche il nonno… Straziante ed estraniante, la capacità di rendere fondamentali momenti irrilevanti, inutili, normali, costituenti, le fondamenta, le fogne. Un fascio di nervi come una corda enorme intrecciata da mille fili, mi frusta e mi accarezza, enorme come quella d’attracco delle navi da crociera, cordame di un veliero in tempesta, un fascio di emozioni bagnate e salate di vita, tese e mollate che vedo schizzare fuori dalle pagine: anche un primo amore, di quelli di un’altro giocatore top, un mito tra i ragazzi, un atleta femmina, il sesso solo nemmeno ipotizzato, non tuo, forse una voglia sua, di quelle emozioni non colte, sprecate, mai consumate, di quelle che ti lasciano il segno per sempre.

Ho appuntato centinaia di frasi, dopo altre cento pagine nemmeno le ricordo, anche due o tre per pagina. Ne riporto solo una. Quanta vergogna mi coglie sempre più affamato e voglioso di altri granelli dal gusto inesplorato, mentre tutt’intorno la fame di notizie sulla guerra fanno di me un lercio spione di realtà truce e tristissima.

“Il deserto era del colore fulvo del manto di un leone.”

lioness sitting in grass and roaring
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David

“Steeply si guardò. Uno dei seni finti (di certo finti: di certo non si sarebbero spinti fino all’ormonale, pensò Marathe) quasi gli toccava il doppio mento, quando si chinava. «Mi è stato chiesto di verificare personalmente, questo è tutto», disse. «La mia impressione è che i pezzi grossi dell’Ufficio considerino l’incidente una faccenda imbarazzante. Ci sono teorie e controteorie. Ci sono perfino antiteorie che presuppongono errori, scambi d’identità, scherzi pesanti».”

Infinite Jest ∞ 37-100

Prozac, Zoloft, Parnate, Litio, Valium, Xanax, Tavor, Lexotan, Valium, Ansiolin, Control, Rivotril, Lorans, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam e poi TENNIS tanto tennis… addirittura definito un ibrido tra scacchi e boxe.

Basterebbe chiedersi “com’è esattamente la storia dei bicchieri capovolti e appannati sul pavimento del bagno” per cadere in una tela intricata di sequenze al limite della realtà più luminosa dei led che vi sputano dallo schermo queste parole di commento.

Sarà il destino o l’allineamento dei pianeti lontani ma comunicare dalla bolla esistenziale di queste ore, ingolfata di paura di guerre e odio, dai virus in continua varianza ai soldatini armati sulla neve nell’Est Europa come ai tempi di Napoleone o Hitler, comunicare dicevo, è un trip che la scrittura di DFW rende un desiderio incontrollabile.

Alla fine potrò dire di averlo letto più e più volte. È la mia lentezza genetica ad impormi un ritmo da lumaca che per lo più mi fa tornare indietro e rileggere. Gli intrecci dei racconti sono peggio di un labirinto ma a tenerli insieme è la tensione dei personaggi, la loro azione e reazione è qualcosa di veramente speciale. I salti temporali sono continui, le infanzie, le adolescenze, infine la cosiddetta maturità dei protagonisti, sono uno spazio continuo, unito nella folle consistenza di una razionalità stupefacente. Questo testo mi colpisce e mi stordisce ad ogni pagina, capitolo dopo capitolo. Avrei voluto lasciare tracce di commento in modo più frequente, ma i racconti di David sono magnetici, le note poi… infinite. Chiusa pagina 100 siamo oltre 30 note, da perderci la testa. La più importante, a questo punto, è la nota 25:

David

JAMES O. INCANDENZA: UNA FILMOGRAFIA.

Sono i film diretti dal papà di Hal in dodici anni di attività, sono sperimentazioni ottiche e sensoriali all’ennesimo livello, tra questi titoli, descritti con minuzia esasperante, ricorre cinque volte INFINITE JEST; nella fase di postproduzione dell’ultimo, il numero V, il regista muore e questa ultima pellicola (riduttivo chiamarla così) sembra scomparsa, distrutto il master, incompleto e non distribuito per gli archivisti anche se qualche studioso l’ha visto. Sembra essere il miglior lavoro depositato nelle volontà testamentarie dell’autore. Che fine avrà fatto?

Una nota di dieci pagine fittissime, un elenco infinito di opere visive per dare alla figura paterna di Hal una pesantezza e grandiosità oltre l’umano: come si deve sentire il figlio di un personaggio mostruosamente grande, una sorte di entità mitologica metà Fellini e metà Oppenheimer, un mostro esageratamente asfissiante e fagocero, e la sua essenza e la sua assenza? Cosa può chiedere alla vita il figlio geniale del Lui in Persona?

Un’altra nota degna di menzione è la descrizione della struttura della scuola ETA (Enfield Tennis Academy) fondata dal papà di Hal a forma di cardioide.

La trama sembra svelarsi, entro le prime 100 pagine vengono delineati i fratelli di Hal, la madre accademica ma anche agente segreto (???), il padre geniale regista, studioso di ottica che fonda la scuola di tennis, una struttura mostruosamente funzionale e futurista dove cresce il piccolo Hal abbandonato in giovane età da un “Lui in persona” morto troppo presto. E poi gli amici del quartiere e i danni subiti nelle violenze familiari come corollario di teoremi emozionali, precisi, dirompenti nel lettore che immerso nel profondo, viene trascinato da una tempesta furiosa, che ti fa annegare e tornare a galla, da un periodo all’altro.

Nelle prime 100 pagine si delineano i temi, il tennis, i medici, le dipendenze, i giovani e le loro devianze. A me sembra una sorta di rappresentazione di sopravvissuti, alla selezione sociale, alla competizione, alla formazione da parte di insegnanti che hanno fallito la loro scalata personale al successo e che, riciclati, sopravvissuti anche loro, diventano istruttori. È la metafora di un’America nascosta sotto l’apparenza, sotto la pelliccia di potente benessere, e della sua classe dirigente alle prese con gli scontri geopolitici di dominio delle risorse naturali, delle terribili sostanze chimiche di controllo, con la tecnologia e la persuasione collettiva dei bisogni emozionali e fisici. Il trasferimento di eredità tra generazioni diventa la riproduzione di modelli arcaici di controllo sociale, tra questi l’intrattenimento assurge ad opera d’arte.

Un altro modo in cui i padri influiscono sui figli è che i figli, una volta che le loro voci sono cambiate con la pubertà, invariabilmente rispondono al telefono con le stesse locuzioni e intonazioni dei loro padri. La cosa resta vera indipendentemente dal fatto che i padri siano ancora vivi o meno.

«Voglio dirti», disse la voce nel telefono, «che la mia testa è piena di cose da dire».

libro

Mario è il fratello che non gioca, ha limiti fisici e mentali. Segue Hal nelle sue partite, dorme con lui, insieme parlano e si contaminano dei ricordi infantili, i genitori, il papà che non c’è più e la madre che ha smesso di viaggiare rinchiudendosi nella loro casa/scuola, una sorta di riformatorio di lusso, fondato quasi espressamente per strutturare con scientifica precisione e severità, la formazione degli eredi dell’Impero visionario di J. O. Incandenza, il Lui in Persona.

E poi, incomincio a conoscere un assistente medico di un potente principe saudita (delle nazioni petrol-arabe) che resta affascinato, ipnotizzato da una senso-cartuccia misteriosa che gli è stata recapitata anonima con un semplice augurio di “buon anniversario” mentre la moglie è assente, impegnata come tutti i mercoledì, a giocare a tennis con le mogli dei diplomatici del Medioriente. La donna lo troverà così, allucinato, steso dentro il suo letto ipertecnologico del riposo, dopo aver visto e rivisto per ore questo misterioso senso-film anonimo.

Le cartucce d’intrattenimento sono film con coilvolgimento sensoriale, DFW ha precorso i tempi, ci siamo quasi, oggi la tecnologia c’è ma non siamo ancora alla diffusione di massa di prodotti di questo tipo, ci sono i visori, le tute sensoriali, le poltrone che vibrano, e il Meta-verso annunciato dal creatore di Facebook. La realtà virtuale da vivere come intrattenimento sarà il nuovo oppio del popolo? La sfida è sostituire gli effetti della chimica ingeriti con le visioni e i sensi stimolati con la tecnologia dei chip e software di programmatori visionari?

Nell’ANNO DELLA SAPONETTA DOVE, un racconto straziante, metropolitano senza ancoraggi culturali se non l’esperienza diretta dei ragazzi, conosco i primi amici di Hal (ma è proprio lui?), Wardine, Reginald…

Wardine c’ha la schiena tutta botte e tagli. Segni lunghi di tagli che vanno su e giú per la schiena c’ha Wardine, righe rosa, e intorno alle righe la pelle tipo la pelle sulle labbra. Solo a vederle mi fa male la pancia.

Wardine piange. Reginald dice che Wardine dice che la sua mamma la tratta male. Dice che sua mamma gliel’ha date con la gruccia. Dice che il tipo della mamma di Wardine, Roy Tony, vuole andare a letto con Wardine. Le dà le caramelle e le dà delle pacche sul culo. Lui le sta sempre davanti e ogni volta non la fa passare senza che la tocca. Reginald dice che Wardine dice che la notte Roy Tony quando la mamma di Wardine è a lavorare va ai materassi dove ci dormono Wardine e William e Shantell e Roy il piccolo, e sta là al buio, fatto, e le dice le cose piano e ansima. La mamma di Wardine dice che è Wardine che lo tenta a Roy Tony nel Peccato. Wardine dice che lei dice che Wardine cerca di portare Roy Tony con lei dritto nel Male e nel Peccato. A botte sulla schiena la prende, con le grucce che leva dallo stanzino. Mia mamma dice che la mamma di Wardine non ci sta con la testa. Mia mamma ha paura di Roy Tony.

Roy Tony è un criminale, è ai domiciliari con una cavigliera elettronica di vigilanza.

Poi Mildred…

Mildred Bonk. Era il tipo di ragazza imprendibile, fatalmente bella, che fluttua per i corridoi di liceo nei sogni degli eiaculatori notturni.

Poi Tommy Doocey, famigerato spacciatore di erba…

La storia di una mattinata di Orin, l’altro fratello maggiore di Hal, è da brividi, realtà e incubi sono intrecciati con fobie e lo studio della schizofrenia paranoide riassunta in un documentario del passato. Letto per la terza volta diventa un dovere ossessivo, un rito, una religione da servire. Sarà stato questo l’effetto della Bibbia negli esseri umani del basso medio evo? Gli umani che bruciavano le streghe? È questo modo di subire un testo che da origine ai riti di lettura come preghiera e penitenza, come sottomissione all’incomprensibile?

Per Orin Incandenza, n. 71, il mattino è la notte dell’anima. Psichicamente, il momento peggiore della giornata.

Poi dopo Orin, l’altro fratello giocatore, ancora un racconto di Hal. Chi non ha spinto con le mani il fumo delle prime sigarette proibite fuori dalla finestra? Per non farsi beccare dai genitori, da un superiore, un insegnante, da una ragazza amata che odia la puzza e il fatto di alterarsi con sostanze strane? Perché l’amore se è drogato non è amore? Mettere a tacere le domande o sfruttare le inquiete paure di non sentirsi all’altezza, di sentirsi perdenti? Come lo racconta DFW di Hal che si nasconde nei tunnel sotto la scuola, è molto ma molto epico. Hal, diciassette anni, si fa e lo fanno tutti.

E allora DFW, quasi mi avesse ascoltato, mi fa vedere cosa pensa e come si comporta la madre… e così scopro che il mostro per il genitore è l’alcol, quasi una minaccia ereditaria da prevenire.

La Sig.ra Avril Incandenza non va pazza all’idea che Hal beva, soprattutto per via di quanto beveva suo padre da vivo in Az e in Ca e, a quanto si dice, il padre di suo padre prima di lui; ma la precocità accademica di Hal e in particolare i suoi recenti successi nei tornei del circuito juniores indicano chiaramente che lui è in grado di gestire le piccole dosi che lei è certa consumi – la psicoconsulente dell’Eta, la Dott.ssa Rusk, le assicura che è impossibile prendere seriamente una sostanza e mantenere un livello altissimo di prestazioni accademiche e atletiche, specie la parte atletica – e Avril ritiene importante che un genitore solo sia attento ma non asfissiante e sappia quando è il caso di lasciare un po’ andare e permettere ai due figli iperfunzionanti dei suoi tre di commettere i loro eventuali errori e imparare dalle proprie valide esperienze, senza pensare alla segreta paura degli errori che rivolta le budella alla loro madre.

mother carrying her baby while looking at the nature scenery
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Dentro c’è l’analisi di tutta la società americana imposta come un fardello sulle muscolose spalle dei ragazzi iperfunzionanti, una comunità di solitudini, alterata, drogata dall’infanzia, in ricreazione perenne. L’abbondanza, la ricchezza, e la competizione sfrenata, senza appello.

Le droghe ricreative sono piú o meno una tradizione di tutte le scuole secondarie degli Stati Uniti, forse per le tensioni senza precedenti che vi s’incontrano: postlatenza e pubertà e angoscia e imminente età adulta eccetera. Per aiutare a gestire le tempeste interpsichiche eccetera.

Poi una stanza, un altro racconto, e gli intrecci aumentano, come i salti temporali. Una stanza qualsiasi del grande dormitorio, una delle tante giovani promesse… e ancora incubi vivi come la fiamma di un fuoco indomabile, la paura, quella di un dodicenne nella prima notte passata all’ETA.

Stanza 204, Subdormitorio B: Jim Troeltsch, diciassette anni, nato a Narberth Pa, n. 8 nell’attuale classifica Under 18 maschile all’Enfield Tennis Academy, e dunque secondo singolarista della squadra B, si è ammalato.

Poi la storia del Lui in persona, il Dott. in Scienze educazionali James Orin Incandenza e il racconto della sua formazione, figlio di un ex tennista, anche lui, scienziato, diventato ricco con innumerevoli brevetti nel campo dell’ottica, regista visionario e fondatore dell’ETA, un romanzo dentro il romanzo, finito con il suicidio all’età di soli cinquantaquattro anni.

Eccone solo uno spizzico…

Il matrimonio durato da maggio a dicembre26 dell’alto, sgraziato, isolato e semialcolizzato Dott. Incandenza con una delle poche vere bombe di sesso del mondo accademico nordamericano, l’estremamente alta e nervosa ma anche estremamente carina e aggraziata e astemia e raffinata Dott.ssa Avril Mondragon, l’unica figura femminile accademica ad aver avuto la Cattedra MacDonald in Uso Prescrittivo al Royal Victoria College della McGill University, che Incandenza aveva incontrato in una università di Toronto durante una conferenza in cui i Sistemi Riflettenti venivano messi a confronto con i Sistemi Riflessivi, questo matrimonio fu reso ancora piú romantico dalle tribolazioni burocratiche per ottenere prima un Visto di Uscita poi uno di Entrata, per non parlare della Carta Verde, perché anche se ora era la professoressa Mondragon, sposata con un cittadino americano, il suo coinvolgimento ai tempi dell’università con certi membri della Sinistra separatista québechiana aveva collocato il suo nome sulla lista delle personnes à qui on doit surveiller attentivement della Reale polizia canadese a cavallo. La nascita del primo figlio degli Incandenza, Orin, era stata almeno in parte una manovra legale.

Poi il medico, il reparto psichiatrico e la storia di Kate Gompert. Allucinante ma vera come la carne appena macellata, appesa a gocciolare sangue.

David

I dottori tendono a entrare nelle arene della loro pratica professionale con una disposizione d’animo allegra e vivace che devono poi bloccare e attenuare non appena arrivano nell’arena del quinto piano dell’ospedale, il reparto psichiatrico, dove una disposizione d’animo allegra e vivace sarebbe vista come una sorta di gongolio maligno. Ecco perché nelle corsie psichiatriche i dottori hanno cosí spesso quell’espressione accigliata e un po’ finta di concentrazione perplessa, se e quando li si vede nei corridoi del quinto piano. Ed ecco perché un medico d’ospedale – persone in genere robuste, rosee e senza pori che sanno quasi sempre di buono e di pulito – si presenta a ogni paziente psichiatrico con un piglio professionale a metà strada fra il blando e il profondo, una partecipazione distante ma sincera che appare equamente suddivisa fra il disagio soggettivo del paziente e la dura realtà del caso.

Kate Gompert era sottoposta agli Speciali, vale a dire Sorveglianza Antisuicidio, vale a dire che a un certo punto la ragazza aveva mostrato sia Ideazione sia Intento, vale a dire che doveva essere guardata a vista ventiquattr’ore al giorno da un membro dello staff fino a che il medico supervisore non avesse revocato gli Speciali.

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Gompert, Katherine A., anni 21, Newton Ma. Impiegata informatica in un’agenzia immobiliare a Wellesley Hills. Quarta ospedalizzazione in tre anni, tutte depressioni cliniche, unipolari. Una serie di trattamenti elettroconvulsivi due anni prima al Newton Wellesley Hospital. Sotto Prozac per un breve periodo, poi Zoloft, piú di recente Parnate insieme al litio. Due precedenti tentativi di suicidio, il secondo l’estate scorsa. Bi-Valium sospeso da due anni, Xanax sospeso da un anno – una storia esplicitamente ammessa di abuso di medicinali prescritti. Classica depressione unipolare, caratterizzata da acuta disforia, ansia con panico, episodi diurni di svogliatezza/agitazione, Ideazione con o senza Intento.

Era quasi morta due volte, Katherine Ann Gompert.

«Voglio solo che lei mi faccia l’elettroshock. Mi tiri fuori. Farò qualunque cosa lei desideri».

E poi … l’istruttore tedesco con un pizzico di “potenziale protofascista”

Gerhardt Schtitt, Allenatore Capo e Direttore Atletico dell’Enfield Tennis Academy di Enfield Ma, fu corteggiato senza tregua dal Preside dell’Eta, Dott. James Incandenza, fu praticamente implorato di entrare a far parte dell’Accademia proprio nel momento in cui la cima della collina fu spianata e l’istituto stava per nascere.

È una impresa quasi irrispettosa provare a sintetizzare DFW, io dico impossibile, tu dirai inutile e tediosa, ma, perdono chiedo perdono, copio e mostro piccoli pezzi come fotogrammi di scene come fossero amuleti o reliquie da ricordare. È un trailer compulsivo, orgasmi ripetuti. Sono quelli che mi prendono di più, quelli che meglio comprendo. Con i richiami (sublimi e geniali) alla Matematica, adesso capisco l’assoluta ammirazione e devozione che i veri matematici hanno per DFW.

Questo è un estratto dalla nota 35 a p.1193: “… ove Cantor era un teorico degli insiemi dell’èra del ventesimo secolo (tedesco, per di piú) e piú o meno il fondatore della matematica transfinita, l’uomo che dimostrò che certi infiniti erano piú grandi di altri infiniti, e la cui Prova Diagonale del 1905 (anno piú anno meno) dimostrò che ci può essere un’infinità di cose fra due cose indipendentemente da quanto sono vicine fra loro le due cose, la quale Prova D. influenzò profondamente l’intuizione del Dott. J. Incandenza sull’estetica trans-statistica del vero tennis.”

shadow of woman playing tennis
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Incandenza aveva deciso che avrebbe portato Schtitt nel comitato direttivo a ogni costo – nonostante Schtitt fosse stato di recente invitato a dimettersi dallo staff di uno dei campi di Nick Bollettieri a Sarasota a causa di uno sfortunatissimo incidente nel quale era stato coinvolto un frustino da equitazione. Ma ormai tutti all’Eta pensano che le storie sulla faccenda delle punizioni corporali di Schtitt debbano essere state gonfiate all’inverosimile, perché se è vero che Schtitt continua a portare quegli alti stivaloni neri lucenti e, sí, anche le mostrine militari, sí, ancora, e una bacchetta retrattile da meteorologo che è chiaramente un surrogato del vecchio frustino da equitazione ora proibito, lui, Schtitt, a quasi settant’anni si è ammorbidito fino a diventare una sorta di anziano uomo di Stato che comunica astrazioni piú che disciplina, un filosofo anziché un re.

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Allora ecco la filosofia del tennis moderno contro la modernità, la distruzione di tutto quello che DFW sembra odiare, la media, la statistica, la massificazione. In bocca al suoi protagonisti mette l’esaltazione del bello, della magia, del talento e dell’unicità, facendone un trattato scientifico con tanto di note sempre più specializzate. Sull’altare che non posso non venerare, appaiono distinte le contrapposizioni e le scelte: il Lui in persona sceglie l’appassionato ma ignorante Schtitt per proferire e tramandare il verbo (nonostante sia un anzianotto a digiuno di matematica) mentre il protofascista sceglie Mario, il meno funzionante dei figli del patriarca suicida.

Potrebbe sembrare strano che il leptosomatico Mario I., tanto menomato da non riuscire a tenere in mano una racchetta figuriamoci poi a usarla per colpire una palla in movimento, sia l’unico ragazzo all’Eta di cui Schtitt cerchi la compagnia, anzi l’unica persona con cui Schtitt parli francamente, senza il cipiglio pedagogico.

Cavolo ma cos’è un leptosomatico?

Sono speculativi, inclini all’arte, difficile da adattare, introversi, timidi e seri, dotati di grande energia e tenacia. Questo tipo è associato con il temperamento schizotimico caratterizzato da oscillazioni tra ipersensibilità e frigidità.

Schtitt possiede quella spaventosa tenacia degli anziani che ancora fanno energicamente moto. Ha degli attoniti occhi azzurri e un taglio a spazzola di un bianco acceso che appare virile e appropriato sugli uomini che hanno già perso un bel po’ di capelli. E una carnagione candida come le lenzuola pulite, tanto che quasi brilla: un’evidente immunità ai raggi Uv del sole; nel crepuscolo ombreggiato dai pini è quasi un bagliore bianco, come fosse ritagliato nella pasta di luna.

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Mario è un fan sfegatato di Gerhardt Schtitt, ma la maggior parte degli altri ragazzi dell’Eta lo considera probabilmente fuori di testa, e rincitrullente per via della sua logorroicità, e se mostrano al vecchio saccentone un rispetto di facciata lo fanno solo perché Schtitt continua a sovrintendere di persona all’attribuzione quotidiana degli allenamenti

Schtitt affrontava il tennis agonistico piú da matematico puro che da tecnico del gioco. Gran parte degli allenatori di tennis juniores sono sostanzialmente dei tecnici, degli sbrigativi praticoni che pensano di poter risolvere ogni problema con le statistiche, con un po’ di psicologia da quattro soldi e un mucchio di chiacchiere motivazionali.

Schtitt, sapeva che il vero tennis non era fatto da quella mistura di ordine statistico e potenziale espansivo che veneravano i tecnici del gioco, ma ne era anzi l’opposto – non-ordine, limite, i punti in cui le cose andavano in pezzi e si frammentavano nella bellezza pura. Che il vero tennis non era piú riducibile a fattori delimitati o a curve di probabilità di quanto lo fossero gli scacchi o la boxe, i due giochi di cui è un ibrido.

Caro diario, sei nato come un gioco, cresci giorno dopo giorno come un essere vivente sfamando bisogni compressi e desideri lamentosi, ti riproduci e cresci ancora. Ti posso fare una domanda? Chi di noi due è l’ospite?

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Fosse ancora tra i viventi, il Dott. Incandenza descriverebbe ora il tennis nei termini paradossali di ciò che viene adesso chiamata «Dinamica ExtraLineare». E Schtitt, le cui nozioni di matematica formale sono probabilmente equivalenti a quelle di un puericultore taiwanese, sembra tuttavia sapere ciò che Hopman e Van der Meer e Bollettieri sembrano ignorare: e cioè che individuare la bellezza e l’arte e la magia e il miglioramento e le chiavi dell’eccellenza e della vittoria nel complesso flusso di una partita di torneo non è una questione frattale di mera riduzione del caos a forma. Sembrava sentire intuitivamente che non era una questione di riduzione ma – perversamente – di espansione, il fremito aleatorio della crescita incontrollata e metastatica – ogni palla ben colpita ammette n possibili risposte, 2n possibili risposte a queste risposte, e cosí via fin dentro quello che Incandenza avrebbe definito per chi condividesse entrambe le sue aree di sapere un continuo cantoriano di infinità di possibili colpi e risposte, cantoriano e bello perché capace di crescere eppure contenuto, un’infinità di infinità di scelte ed esecuzioni, matematicamente incontrollata ma umanamente contenuta, delimitata dal talento e dall’immaginazione di se stessi e dell’avversario, ripiegata su se stessa dalle frontiere date dall’abilità e dall’immaginazione che infine fanno soccombere uno dei giocatori, che impediscono a entrambi di vincere, che finiscono col fare di tutto questo un gioco, queste frontiere del sé.

two person playing tennis
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«Cioè le linee di delimitazione del campo sono frontiere?» prova a chiedere Mario. «Lieber Gott nein», con un suono plosivo di disgusto. Schtitt preferisce fare figure di fumo piuttosto che i classici anelli, e non è che sia bravo, cosí crea delle specie di tremolanti hot dog color lavanda che Mario trova deliziosi. Ecco cosa c’è da dire di Schtitt: come la maggior parte degli europei della sua generazione, ancorato com’è sin dall’infanzia a certi valori permanenti che – sí, ok, d’accordo – possono, ammettiamolo, avere un pizzico di potenziale protofascista, ma che comunque (i valori) ancorano mirabilmente un’anima e il corso di una vita – roba patriarcale del Vecchio Mondo come onore e disciplina e fedeltà a una qualche entità piú grande – Gerhardt Schtitt non tanto disapprova i moderni Stati Uniti d’A. onaniti, quanto invece li considera esilaranti e spaventevoli allo stesso tempo. Forse piú che altro semplicemente alieni.

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Schtitt si è formato ai Gymnasium preUnificazione secondo l’idea piuttosto kanto-hegeliana che l’atletica juniores fosse poco piú che un addestramento a essere cittadini, che l’atletica juniores fosse imparare a sacrificare i ristretti e impetuosi imperativi del Sé – i bisogni, i desideri, le paure, gli aneliti multiformi della volontà appetitiva individuale ai piú importanti imperativi di una squadra (ok, lo Stato) e a un insieme di regole precise (ok, la Legge). Tutto questo sembra quasi spaventosamente semplicistico, ma non per Mario che ascolta dall’altra parte del tavolo di legno da picnic. Apprendendo, in palestra, le virtú che dànno i loro frutti nei giochi di competizione, il ragazzo ben disciplinato comincia ad assemblare le qualità che piú lo allontanano dalla gratificazione, le piú astratte e necessarie per essere un «giocatore di squadra» in un’arena piú vasta: il caos morale ancora piú sottilmente diffratto dell’essere cittadino a pieno diritto di uno Stato. Solo che Schtitt dice Ach, ma come si fa a credere che questo addestramento possa assolvere il proprio scopo in una nazione experialista, che esporta i suoi rifiuti, che sta dimenticando la privazione e la durezza e la disciplina che la durezza insegna a ritenere necessaria? Gli Stati Uniti di una moderna America dove lo Stato non è una squadra o un codice ma una specie di intersezione abborracciata di desideri e paure, dove l’unica forma di consenso pubblico a cui il ragazzo ben disciplinato deve arrendersi è la supremazia riconosciuta della ricerca diretta di quest’idea miope e piatta della felicità personale: «Il piacere felice della persona sola, sí?»

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… sono quelle frontiere se non le linee di fondocampo, che contengono e dirigono verso l’interno l’infinita espansione del gioco, che rendono il tennis simile agli scacchi in movimento, un gioco bello e infinitamente denso?

La grande intuizione di Schtitt, sua grande attrattiva agli occhi del defunto padre di Mario: Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico: è piú il partner nella danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l’impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell’io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. È tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è cosí, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all’infinito. Mario pensa a un palo d’acciaio alzato fino ad arrivare a due volte la sua altezza e sbatte una spalla sul bordo d’acciaio verde di un cassonetto e piroetta verso il cemento prima che Schtitt si precipiti in avanti per afferrarlo a metà strada, e sembra quasi che siano impegnati in un casquè mentre Schtitt dice che questo gioco che tutti i ragazzi sono venuti a imparare all’Eta, questo infinito sistema di decisioni e angoli e linee che i fratelli di Mario hanno lavorato cosí mostruosamente tanto per padroneggiare: lo sport fatto dai ragazzi non è che una sfaccettatura della vera gemma: la guerra infinita della vita contro l’io senza il quale non si può vivere. Schtitt poi sprofonda nel tipo di silenzio di chi si diverte a riavvolgere e riascoltare mentalmente ciò che ha appena detto. Mario sta di nuovo pensando intensamente. Sta pensando a come articolare una domanda tipo: Ma allora lottare e sconfiggere l’io equivale a distruggersi? È come dire che la vita è pro morte? Tre ragazzini allstoniani di passaggio scimmiottano e prendono in giro l’aspetto di Mario dietro le spalle dei due. Alcune delle espressioni di Mario mentre pensa sono quasi orgasmiche: congestionate e molli. E allora quale sarebbe la differenza fra il tennis e il suicidio, la vita e la morte, il gioco e la sua fine?

people holding tennis rackets
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Infinite Jest ∞ 32-37

I APRILE – ANNO DEI CEROTTI MEDICATI

I commenti più frequenti che ho letto in rete sono: “facilmente ti perdi”, “mi sono perso”. Quindi vorrei evitare e mi sono imposto una maratona dal ritmo lento ed incostante con tante pause e riletture per non smarrire la strada dell’impresa.

La vita frenetica in cui non siamo che ingranaggi impazziti, ci toglie il respiro per non parlare della bestialità del momento pandemico che da due anni ci ha cambiato l’esistenza, alcuni dicono anche il DNA. Quindi, metto in stop la realtà e riprendo la conoscenza di Hal nell’anno dei cerotti.

libro

«Hai quanti anni, Hal, quattordici?»

«Ne avrò undici a giugno. Lei è un dentista? È una specie di consulto dentistico?»

«Sei qui per conversare».

«Conversare?»

«Comincerò io, chiedendoti se conosci il significato di implorare, Hal».

Sintetizzare il testo di questo scherzo infinito è impossibile se non sacrilego, ma l’intento è anche annodare i fili del racconto. Un primo accenno della mamma e del fratello di Hal l’ho già trovato subito nel primo capitolo, è un ricordo infantile di Hal a quattro anni. Adesso ne ha dieci, ma può mai esistere un ragazzo così pronto, a quell’età, a fronteggiare domande subdole, tanto da rovesciare a suo vantaggio, la conversazione con un adulto che lo mette alla prova, alla vigilia dell’ennesima partita importante di tennis? A dieci anni?

«Ti chiedo di nuovo se conosci implorare, signorino».

David

«Signorino?»

«Porti il farfallino, dopotutto. Non ti pare un invito a farti chiamare signorino?»

«Implorare è un verbo regolare, transitivo: invitare o chiedere, con suppliche; pregare qualcuno, o per qualcosa, ardentemente; invocare; scongiurare. Sinonimo debole: esortare. Sinonimo forte: supplicare. Etimologia non composta: dal latino implorare, im cioè “in”e plorare cioè, in questo contesto, “piangere sonoramente”. Oed. Condensato Volume Sei pagina 1387 colonna dodici e un pezzetto della tredici».

Ecco che l’irreale diventa solida presenza a se stesso, anzi l’esaltazione del suo genio:

«A volte mi cazzottano ben bene all’Accademia, per delle cose tipo queste. Ha qualche relazione col perché sono qui il fatto che sono un giocatore di tennis juniores classificato a livello continentale che sa anche recitare grossi pezzi di dizionario, verbatim, a piacere, e ogni tanto viene cazzottato, e porta il farfallino? Lei è uno specialista per ragazzi dotati? Significa che pensano che sia dotato?»

Adulto? Quale? Perché? Uno strizzacervelli? Entra in scena il padre.

«Hal, sei qui perché sono un conversazionalista professionista, e tuo padre ha fissato un appuntamento con me, per te, per conversare».

«Non cominci a guardare l’orologio come se le stessi portando via tempo prezioso. Se Lui in Persona ha fissato un appuntamento per il quale ha pagato, il tempo dovrebbe essere mio, giusto? Non suo. E comunque, che cosa dovrebbe significare “conversazionalista professionista”? Un conversazionalista è solo uno che conversa molto. Davvero lei chiede un compenso per conversare molto?»

Un professionista della parola? Ecco la sfida oltre la normalità di avere genitori, per quanto speciali, inizia lo scontro con il problema di non parlare, come di un mare di parole senza l’acqua su cui galleggiare.

«Lui in Persona ha ancora quest’allucinazione che io non parlo mai? È per questo che istiga la Mami a farmi pedalare fin quassú? Lui in Persona è il mio babbo. Lo chiamiamo Lui in Persona. Come tra virgolette “l’Uomo in Persona”. Proprio cosí. Chiamiamo mia madre la Mami. Il termine è stato coniato da mio fratello. So che non è una cosa inconsueta. So che nella maggior parte delle famiglie piú o meno normali i membri si rivolgono l’uno all’altro per mezzo di nomignoli, appellativi e soprannomi. Non si faccia nemmeno venire in mente di chiedermi qual è il mio soprannome privato».

Allucinazioni… e la messa in discussione dell’autorità, del nessuno, del professionista diventato entusiasta della parola, l’avanzo che diventa convulsione, prima della trasformazione.

«Ma Lui in Persona ha delle allucinazioni, a volte, negli ultimi tempi, bisogna che lei lo sappia, anche perché siamo partiti da lí. Mi chiedo perché la Mami permetta che lui mi mandi a pedalare controvento fin quassú in cima alla collina quando alle 1500h ho una partita importante solo per conversare con un entusiasta con la porta senza targhetta e nessun diploma in vista».

«Parlarmi è un divertimento. Io sono un professionista consumato. La gente lascia il mio studio con le convulsioni. Tu sei qui. È tempo di conversazione. Vogliamo discutere l’erotica bizantina?»

Il rapporto di forza tra visione e realtà si è già invertito, ma bisogna leggerne la magia… come la costruzione ai misteri, di spionaggio e di rivolta, nascosti nelle vite dei genitori di Hal… il bimbo si difende, cerca la fuga, un’uscita, vorrebbe non sporcarsi.

«Ho dieci anni, per la miseria. Mi sa che forse c’è un po’di casino nella sua agenda di appuntamenti. Io sono il dodicenne prodigio tennistico e lessicale la cui mamma è la punta di diamante a livello continentale nel mondo accademico della grammatica prescrittiva, e il cui babbo è figura di spicco nel mondo della visione e del cinema avant-garde e ha fondato da solo l’Enfield Tennis Academy, ma beve Wild Turkey alle 5 del mattino e certi giorni crolla a terra di lato durante i palleggi della mattina, mentre certi altri si lamenta perché vede le bocche delle persone muoversi ma non ne esce niente.

David

«…che l’introduzione da parte di lei di steroidi mnemonici esoterici –stereochimicamente non dissimili dal supplemento ipodermico quotidiano “megavitaminico”di tuo padre, derivato da un certo composto organico per la rigenerazione testosteroidea distillato da uno sciamano jivaro del bacino centromeridionale di Los Angeles –nella tua ciotola mattutina di innocenti cereali Ralston…»

«Che la composizione a formula supersegreta dei materiali in resina di polibutilene policarbonato rinforzata da grafite ad alta resistenza dei racchettoni forniti dalla Dunlop in, tra virgolette, “omaggio” è organochimicamente identica, e dico identica, al sensore a bilanciamento giroscopico e alla carta di stanziamento mise-en-scène e alla cartuccia priapistico-intrattenitiva impiantate nientemeno che nel cerebro anaplastico del tuo padre di grande livello dopo la crudele serie di disintossicazioni e trattamenti anticonvulsivi e gastrectomia e prostatectomia e pancreatectomia e fallotomia…»

Il vulcano erutta, non è uno scherzo, un pesce d’aprile: l’adulto ingannatore appare evidente, mostruoso si è trasfigurato nella sua mente, nel suo dolore, nella sua mancanza. Un essere trapiantato con organi futuristi dopo la rimozione totale di tutti quelli che servono per vivere. O un alieno o una allucinazione. Ecco il risveglio, la ripresa dei sensi e del regalo fisico della comprensione, la carezza al lettore per portarlo dentro la storia che ha in mente l’autore.

«E adesso mi accorgo che quel gilet di maglia a losanghe l’ho già visto, indiscutibilmente. Quello è il gilet di maglia a losanghe di Lui in Persona, riservato alla cena del Giorno dell’Interdipendenza, che lui si fa un vanto di non aver mai fatto pulire. Conosco quelle macchie. C’ero anch’io per quella chiazza di vitello al marsala lí sotto. È una cosa che ha a che vedere con le date tutto questo appuntamento? È un pesce d’aprile, Papà, o devo chiamare la Mami e C.T.?»

«… E chi dopo tutta questa luce e questo rumore ha propagato lo stesso silenzio?»

«Papà, … Non posso starmene qui seduto a guardarti pensare che sono muto mentre il tuo naso finto punta verso il pavimento. E senti che sto parlando, Papà? La cosa parla. La cosa accetta la gazzosa e definisce implorare e conversa con te».

Lui in persona, HAl, conversa adesso con l’assenza, con il bisogno di rompere i frantumi del terrore, l’irreparabile già compiuto. Il desiderio di conversazione con il padre che forse non c’è più?

«Pregando per una sola conversazione, dilettantesca o meno, che non finisca nel terrore? Che non finisca come tutte le altre: tu con gli occhi fissi e io che deglutisco?»

Beh, io vedo l’implorazione di un tormento mai sanato, la scena ghiacciata del dolore. Se questa è una allucinazione, l’anno dei cerotti avrà tanto sangue ancora da tamponare.

quebec city skyline in winter
Quebec – CANADA – Photo by Julius Romeus on Pexels.com

Infinite Jest ∞ 20-32

ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI

Erdedy dopo Hal, è il secondo protagonista che incontro, però in questo secondo racconto, intorno a lui non ci sono altre persone, c’è solo un dipendente da sballo che però non è un tossico. Un tossico non sta a casa ad aspettare, la sua dipendenza dalla marijuana è tutta mentale in un viaggio letterario che è incredibile. Tossico lo è stato? Lo ridiventerà? È dentro o fuori? #infinitejest

Tanto per dire, visto che comincio ad avere un background da lettore :-), il tossico lo racconta magistralmente Pier Vittorio Tondelli in “Altri libertini”, sono i protagonisti di Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – da me citato nel mio Reload tanto per stampare un link autocelebrativo. Al momento su Prime ho trovato solo la versione tedesca con sottotitoli… 🙁

Il secondo capitolo di Infinite Jest inizia così:

libro

“Dov’era la donna che aveva detto che sarebbe venuta. Aveva detto che sarebbe venuta. Erdedy pensò che avrebbe dovuto essere già arrivata, a quell’ora. Si sedette a pensare. Era in salotto. Quando aveva cominciato ad aspettare una finestra era inondata di luce gialla e proiettava una chiazza di luce sul pavimento, ed era ancora seduto ad aspettare quando quella chiazza aveva iniziato a sbiadire e si era incrociata con una seconda chiazza, piú luminosa, che proveniva dalla finestra sull’altra parete. C’era un insetto su una delle mensole d’acciaio che reggevano l’impianto stereo. L’insetto continuava a entrare e uscire da uno dei buchi delle traverse che sostenevano le mensole. Era scuro e aveva un guscio lucente. Lui lo teneva d’occhio. Una o due volte fu sul punto di alzarsi per avvicinarsi e guardarlo, ma temeva che se si fosse avvicinato e l’avesse guardato da vicino gli sarebbe venuto da ammazzarlo, e aveva paura di ammazzarlo.”

È un racconto claustofobico, asfissiante, maniacale, paranoico talmente assurdo da far sentire reale la prigione mentale in cui Erdedy si distrugge, l’isolamento dei sensi e dei desideri prendono forma e si toccano con mano, e beh sì, tocca leggerlo e rileggerlo tutto più volte!

Intanto l’autore definisce gli spazi temporali: nell’ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI ci presenta Erdedy. Hal ha 17 anni nell’ANNO DEL GLAD, nel racconto che segue, nell’ANNO DEI CEROTTI MEDICATI ha 11 anni…

Torniamo a Erdedy che non è solo, non è un tossico ma potrebbe esserlo stato o almeno lo ha fatto credere ad una sua fiamma femminile, la cui relazione viene raccontata più per definire l’auto isolamento da altri esseri umani in quella che sembra essere una disintossicazione con il metodo dell’eccesso. Erdedy non è solo, con lui vive un insetto che entra ed esce dal racconto come le esperienze sessuali del protagonista.

“Un’altra cosa che comprava se decideva di prendersi una vacanza alla marijuana era la vaselina. Quando fumava marijuana si masturbava tantissimo, ci fossero o no possibilità di rapporto, e quando fumava preferiva masturbarsi che scopare, e la vaselina serviva a non farselo diventare molle e dolorante appena tornava alla normalità.”

La magia di queste pagine è la giungla dei pensieri, uno spazio fitto, intricato, denso di fastidi e di pericoli minacciosi ad ogni pensiero successivo che infligge tortura e piacere di lettura.

“Per salvaguardare la compostezza con la quale stava seduto ad aspettare sulla sua sedia, nella luce, concentrò ogni senso su ciò che lo circondava. Ora dell’insetto non era in vista nessuna parte. Il ticchettio dell’orologio portatile era in realtà composto di tre miniticchettii che lui supponeva stessero per preparazione, movimento e riposizionamento. Cominciò a provare disgusto per se stesso, lí fermo ad aspettare con tanta ansia l’arrivo promesso di qualcosa che comunque ormai non era piú divertente.”

Il vero protagonista del racconto è l’impero della droga, delle sostanze schiaviste che annullano l’essere umano ma non i pensieri, muovono le azioni verso la “discesa nell’inferno della dipendenza chimica“, il dominio su ogni libertà. Al centro c’è un piano di fuga, un progetto di liberazione, un paradosso impossibile che trionfa, l’eterna lotta del bene sul male da combattere con tanto male.

David

“La droga lo spaventava. Gli metteva paura. Non che avesse paura della roba, era che fumarla gli faceva temere tutto il resto. Da un mucchio di tempo aveva smesso di essere una liberazione o un sollievo o un divertimento. Quest’ultima volta avrebbe fumato tutti i duecento grammi –centoventi grammi puliti, tolti i gambi delle foglie –in quattro giorni, piú di un’oncia al giorno in un’unica, fortissima, continua dose, con un ottimo bong vergine, una quantità giornaliera folle, incredibile, ne avrebbe fatto una missione, l’avrebbe considerata una punizione e allo stesso tempo un regime di modifica del comportamento, si sarebbe fumato ogni giorno trenta grammi puri, cominciando dal momento in cui si svegliava e usava l’acqua ghiacciata per staccarsi la lingua dal palato e prendeva un antiacido –facendo in media duecento o trecento tirate al giorno, una quantità folle e deliberatamente spiacevole, e lui ne avrebbe fatto una missione di fumarla di continuo anche se, nel caso in cui la marijuana fosse buona come diceva la donna, avrebbe fatto cinque tirate e poi non avrebbe piú avuto voglia di farsene un’altra per almeno un’ora. Ma lui si sarebbe costretto a farlo comunque. L’avrebbe fumata tutta anche se non ne avesse avuto voglia. Anche se avesse cominciato a fargli girare la testa e a farlo star male. Avrebbe usato disciplina e tenacia e volontà e avrebbe reso l’intera esperienza cosí spiacevole, cosí degradata e perversa e spiacevole, che il suo comportamento ne sarebbe risultato da lí in poi cambiato per sempre, non avrebbe mai piú voluto rifarlo perché il ricordo dei quattro giorni di follia a venire sarebbe stato fermamente e terribilmente incastonato nella sua memoria. Si sarebbe curato con l’eccesso.”

Trovato l’intreccio più intricato, sotteso alla complessità, si finisce nel ribollire dentro l’essenza della delusione e vanità delle esperienze consuete.

David

“Mai, neppure una volta, aveva avuto un vero e proprio rapporto sessuale sotto marijuana. Francamente, l’idea lo disgustava. Due bocche riarse che sbattono l’una contro l’altra cercando di baciarsi. I pensieri imbarazzati che si avvolgono su se stessi come un serpente su un bastone mentre lui si inarca e sbuffa a gola secca sopra di lei, con gli occhi rossi e gonfi e la faccia afflosciata, e le sue guance pendule magari toccano, a singhiozzo, le guance pendule della faccia di lei, anche lei afflosciata, che sbatacchia avanti e indietro sul cuscino mentre la sua bocca lavora a secco. Il pensiero era ributtante.”

La prima traccia che riesco a cogliere sull’epoca storica di questo anno del pannolone, che dovrebbe essere l’anno in cui la vecchiaia incombe con i suoi problemi, è il valore in dollari di due etti di erba: 1250 $. Diciamo poco più di mille euro, oltre due milioni di lire nel XX secolo, e allora siamo nel futuro. Nel nostro presente, siamo ai dieci dollari o euro al grammo, quindi siamo oltre quel futuro, usando una stramba relazione economica del dato. Fatto sta che nel 2008, anno del suicidio di David, quel prezzo futurista stampato in questo romanzo è stato raggiunto. Nel 1996 questa cifra ai lettori di allora sarà sembrata astronomica. Può esserci ansia maggiore di quello che non si vuole vedere?

“Non era mai stato cosí ansioso per l’arrivo di una donna che non voleva vedere.”

“Ora l’insetto era completamente visibile.”

“L’insetto stava nel suo guscio lucente con un’immobilità che sembrava essere il raccoglimento di una forza, era come la carrozzeria di un veicolo dal quale fosse stato temporaneamente rimosso il motore. Era scuro e aveva un guscio lucente e antenne che sporgevano ma non si muovevano.”

“… assistere all’agonia della sua discesa nell’inferno della dipendenza chimica”

Cos’è un problema? Un’ossessione da risolvere? L’approccio scientifico alla vita è una sequenza senza soluzione di continuità di problemi da risolvere con complessità man mano sempre più alta. Nella scienza non c’è spazio per gli “impulsi depredati d’espressione“, non è materia tangibile, ben che meno ne esiste una forma essiccata. La non risoluzione del problema apre le porte alla follia, quella suicida è una delle forme meno dannose alla vastità di presenza del genere umano su questa terra, eppure a pensarci bene, la distruzione di tutta la terra e dell’intera umanità è una follia realizzabile a cui sembriamo tendere.

“Leggere mentre era in attesa della marijuana era fuori questione. Prese in considerazione l’idea di masturbarsi ma non lo fece. Piú che rifiutare l’idea non vi reagí e la lasciò scorrere via. Pensò per sommi capi ai desideri e alle idee che venivano pensate ma non attuate, pensò agli impulsi depredati d’espressione prosciugarsi e scorrere via, e su qualche piano sentí che questo aveva qualcosa a che fare con lui e le circostanze in cui si trovava e quello che –se quest’ultima estenuante perversione alla quale si era impegnato non avesse per qualche ragione risolto il problema –si sarebbe senz’altro dovuto chiamare il suo problema, ma non riuscí neppure a tentare di capire in che modo l’immagine degli impulsi essiccati che scorrevano via fosse connessa a lui o all’insetto, che si era ritirato nel suo buco nella traversa…”

continua —>

1 APRILE –ANNO DEI CEROTTI MEDICATI

Infinite Jest ∞ 1-20

Einaudi 2016 con introduzione di Thomas Carlisle Bissel

libro

Il viaggio, come mi hanno augurato, inizia con “Tutto di tutto: Infinite Jest, vent’anni dopo”, una introduzione che accende l’entusiasmo, un tributo a Wallace e a questa sua opera pubblicata nel 1996.

“Succede qualcosa a un romanzo man mano che invecchia?”

Dopo il primo capitolo, ANNO DI GLAD sono già in un trip.

Ma andiamo con ordine, ho letto che questo libro è il più discusso, il più osannato ma anche il meno letto… questa versione ha 1280 pagine.

In rete ci si perde in mille recensioni, addirittura ho trovato un manuale per non scoraggiarsi e andare fino in fondo… sarebbe meglio dire scalare fino alla vetta; beh sì, Infinite Jest è un Everest a quanto pare. Alle prime venti ho già riletto tre volte, mi sento come il risultato dei test di ammissione cui è stato sottoposto Hal: subnormale.

David

“Individuo con intelligenza inferiore alla media, ma recuperabile mediante opportuno trattamento medico-psico-pedagogico”, dice il vocabolario.

Eccolo, lo vedo, ti spiega cosa succede a chi sta male, Hal è un campione in erba, desiderato dalle università americane, un genio che legge e digerisce cose pesantissime, chiuso dall’età di sette anni in una scuola di tennis. I suoi test attitudinali d’ingresso non sono buoni, sono “subnormali”; la commissione di decani che deve decidere la sua ammissione deve giudicare, lo vogliono ascoltare, lo hanno visto giocare e il talento non si discute, l’affare per l’università è ghiotta, doveva essere un colloquio tranquillo, una formalità, invece…

È un genio incompreso, Hal racconta di non essere capito e non vede cosa gli succede, ha vinto un quarto di finale importante, pensa all’avversario che l’indomani mattina sarà stanco mentre lui, sarà riposato perché sedato, lo stanno trasportando all’ospedale. Lo hanno immobilizzato, lui è con la faccia schiacciata per terra, le lame di luce tagliano l’atmosfera di terrore, la commissione è impazzita, lui vede una caverna rossa mentre ha gli occhi chiusi… Magari, domani, Venus Williams verrà a vederlo giocare…

Dicevo: «Andiamo per ordine.»

“David foster Wallace comprendeva il paradosso di provare a scrivere un’opera di fantasia che parlasse simultaneamente, e con la stessa forza, al pubblico contemporaneo e futuro”

questo dice Bissel nell’introduzione, e poi continua…

“È in tutto e per tutto un romanzo del suo tempo. E allora com’è che lo sentiamo ancora così transcendemente, elettricamente vivo?”

Risponde con varie teorie sulla grandezza di David e di questo romanzo che è Infinite Jest. Anche vent’anni dopo, allora e anche oggi. Sono teorie di sicuro interesse accademico ma lontane da ogni mia intenzione di racconto in questo diario più che altro emozionale… Infatti è il conto con la morte dello scrittore suicida a non potersi chiudere mai:

“Ci hai portato in spalla mille volte. Per te, e per questo libro gioioso e disperato, scrosceranno le nostre risate per sempre incredule, per sempre addolorate, per sempre riconoscenti. Cortro ogni speranza, spero che tu possa sentirci.” TOM BISSELL Los Angeles, novembre 2015

ANNO DI GLAD, inizia il viaggio:

“Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università…”

Come si dice? L’ho letto tutto in un fiato, ti stordisce e l’ho voluto subito rileggere, ti prende tutto, l’atmosfera, la scena, i protagonisti, Hal che racconta quello che vede, quello che sente, tutto quello che lo porta alla crisi. Doveva essere una formalità, invece…

“Guardo con attenzione il nodo Kekuliano della cravatta del Decano in mezzo. La mia risposta silenziosa alla silenziosa aspettativa comincia a pesare sull’atmosfera della stanza: i granelli di polvere e i peluzzi caduti dalle fibre delle giacche sportive danzano a scatti nella lama di luce che viene dalla finestra, agitati dal flusso dell’aria condizionata; l’aria sopra il tavolo mi ricorda lo strato di effervescenza che sta sopra l’acqua minerale appena versata.”

La commissione di ordinari accusa lo zio allenatore di truffa, il curriculum di Hal sarebbe stato truccato, mentre il ragazzo non sarebbe all’altezza di entrare all’università…

“… Non possiamo accettare uno studente che abbiamo ragione di sospettare non sia in grado di tagliare la mostarda con un coltello, al di là di quanto potrebbe essere importante averlo in campo con i nostri colori”.

“Ammettere un ragazzo che vediamo esclusivamente come una risorsa atletica equivarrebbe a sfruttarlo. Siamo soggetti a una miriade di controlli tesi ad accertare che qui non si sta sfruttando nessuno. I suoi risultati d’esame, figliolo, indicano che potremmo essere accusati di sfruttarla”.

Altro che formalità, il colloquio sta diventando un processo…

“Sta montando il mio solito panico di quando non mi capiscono, ho il petto scosso da sussulti e colpi sordi. Uso una grande energia per rimanere completamente silenzioso, sulla sedia, vuoto, gli occhi due grandi zeri pallidi. Qualcuno ha promesso di farmi superare tutto questo.”

Poi finalmente parla, non si difende, attacca come un fiume in piena…

«Non sono solo un ragazzo che gioca a tennis. La mia è una storia intricata. Ho esperienze e sentimenti. Sono una persona complessa. Leggo, io», dico. «Studio e leggo. Scommetto che ho letto tutto quello che avete letto voi. Non pensate che non abbia letto. Io consumo le biblioteche. Logoro le costole dei libri e i lettori Rom. Sono uno che fa cose tipo salire su un taxi e dire al tassista: “In biblioteca, e a tutta”. Con il dovuto rispetto, credo di poter dire che il mio intuito riguardo alla sintassi e alla meccanica sia migliore del vostro. Ma vado oltre la meccanica. Non sono una macchina. Sento e credo. Ho opinioni. Alcune sono interessanti.»

David

Hal è lui? È lo scrittore? È David? Ma no, è fantasia, è un romanzo, sì pero solo lui a quell’età avrebbe potuto dire:

“Se me lo lasciaste fare, potrei parlare senza smettere mai. Parliamo pure, di qualunque cosa. Credo che l’influenza di Kierkegaard su Camus venga sottovalutata. Credo che Dennis Gabor potrebbe benissimo essere stato l’Anticristo. Credo che Hobbes non sia altro che Rousseau in uno specchio oscuro. Credo, con Hegel, che la trascendenza sia assorbimento. Potrei mettervi sotto il tavolo, signori», dico. «Non sono solo un creātus, non sono stato prodotto, allenato, generato per una sola funzione». Apro gli occhi. «Vi prego di non pensare che non m’importi». Li guardo. Davanti a me c’è l’orrore. Mi alzo dalla sedia. Vedo mascelle crollare, sopracciglia sollevate su fronti tremanti, guance sbiancate. La sedia si allontana da me. «Santa madre di Cristo», dice il Direttore. «Sto bene», dico loro restando in piedi. A giudicare dall’espressione del Decano giallastro, li ho impressionati. La faccia di Affari Accademici è invecchiata di colpo. Otto occhi si sono trasformati in dischi vuoti fissi su ciò che vedono, qualunque cosa sia. «Mio Dio», mormora Affari Atletici. «Vi prego di non preoccuparvi», dico. «Posso spiegare». Carezzo l’aria con un gesto tranquillizzante. Entrambe le braccia mi vengono immobilizzate da dietro dal Direttore di Comp., che mi scaraventa a terra e mi schiaccia giú con tutto il suo peso. Sento in bocca il sapore del pavimento. «Che c’è che non va?» «Niente non va», dico io. «Va tutto bene! Sono qui!» mi urla nell’orecchio il Direttore. «Chiedete aiuto!» grida un Decano. Ho la fronte premuta contro un parquet che non avrei mai pensato potesse essere cosí freddo. Sono paralizzato. Provo a trasmettere un’impressione di docilità e arrendevolezza. Ho la faccia spiaccicata contro il pavimento; il peso di Comp. non mi fa respirare. «Cercate di ascoltarmi», dico molto lentamente, la voce attutita dal pavimento.”

«Per amor del cielo, cosa sono quei…» esclama un Decano con voce acuta, «…quei suoni?»

Arrivano le convulsioni, emette suoni animaleschi, è psicoticamente fuori controllo:

«Questo ragazzo ha dei danni cerebrali»

«Il ragazzo ha bisogno di cure».

«Invece di occuparsi del ragazzo lei lo manda qui a iscriversi, a competere?»

Hal è presente ci racconta tutto, sembra incredibile ma siamo nella sua testa che resta lucida, cosciente, ci trasferisce la sua esperienza, non vede ciò che vedono gli altri intorno a lui ma ci immerge in modo straordinario nei suoi pensieri:

“È un’ambulanza speciale, e preferisco non sapere da dove sia stata mandata. A bordo, oltre ai paramedici, c’è anche una qualche specie di psichiatra. Gli assistenti mi sollevano con gentilezza e si vede che hanno familiarità con le cinghie.”

“All’unico altro pronto soccorso nel quale sono stato portato, quasi un anno fa, la lettiga psichiatrica era stata parcheggiata accanto alle sedie della sala d’attesa.”

All’improvviso però inizia l’innesto di elementi che accendono la complessità di Hal…

“Una volta ho visto la parola knife scritta col dito sullo specchio appannato di un bagno non pubblico. Sono diventato un infantofilo. “

infantofilia: l’attrazione di adulti per i bambini molto piccoli (neonati o bambini fino a 5 anni)

“Mi porteranno in una stanza di un pronto soccorso e mi ci terranno finché non risponderò alle domande, poi, quando avrò risposto alle domande, verrò sedato; quindi sarà il contrario del viaggio standard ambulanza-pronto soccorso: stavolta prima farò il viaggio poi perderò conoscenza.”

“La finale di domenica la giocherò contro Stice oppure Polep. Forse di fronte a Venus Williams. Però alla fine, inevitabilmente, sarà qualche addetto non specializzato –un aiuto infermiere con le unghie rosicchiate, una guardia della Sicurezza ospedaliera, un precario cubano stanco –che, mentre si affanna in qualche tipo di lavoro, guarderà in quello che gli parrà essere il mio occhio e mi chiederà: Allora, ragazzo, che ti è successo?”

La frustata al lettore è possente, è questo il viaggio? L’avvio è travolgente, come l’immagine sontuosa di un jet che solcando il cielo apre come un bisturi il blu da cui sgorga il bianco di un corpo… quante volte l’abbiamo visto, allora negli anni novanta come oggi nel 2022, lo sguardo si inverte, vediamo l’opposto di quello che abbiamo sempre visto come normale, siamo dentro la storia non più contenibile tenendo chiuse le sue pagine… ne mai riassumere se non leggendone ogni parola, dalla prima all’ultima.

«Può darsi che vi giunga nuova, ma nella vita c’è di piú che starsene seduti a stabilire contatti».

continua —>

ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI

MADRIGALE SENZA SUONO di Andrea Tarabbia

2019, Bollati Boringhieri Editore

Curriculum

Madrigale? Cos’è?

Con una ricerca inizia l’approccio a questa opera vincitrice della 57a edizione del Premio Campiello, realizzata da Andrea Tarabbia, e da me conosciuta solo per il fatto di aver letto un suo commento sulla copertina della mia lettura precedente: La perfezione di Marco Martucci.

Strani intrecci determinano le scelte di un lettore.

Eccolo cos’è un madrigale: una “meraviglia”.

Dopo aver ascoltato, “Io parto” e non più dissi, e poi, letto il romanzo di Andrea, era proprio questo che avrei voluto fare, partire e smettere di scrivere.

Ma “Io parto” e non più dissi non è uno dei tre madrigali che Igor’ Fëdorovič Stravinskij sceglie per comporre il suo Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Ammum del 1960.

«Un ordine piccolo che prepara la strada a un ordine più grande: ogni grande operazione matematica non è che una serie infinita di calcoli elementari»

… anche questa storia si scopre leggendo il romanzo, perché Stravinskij racconta come arriva a questa composizione, compiendo un tributo all’opera del principe Carlo di Gesualdo, le cui “gesta” sono narrate dentro un antico libro vecchio di tre secoli ritrovato in una antica libreria di Napoli. Non sono fatti eroici di un guerriero quanto atrocità intime ed efferate verso se stesso e verso i suoi amori fino alla follia. È il genio dell’artista, nutrito dal dolore nell’epoca delle streghe e al culmine dell’esplosione rinascimentale nel Regno di Napoli. Proprio nella capitale partenopea avviene l’efferato duplice delitto di don Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, e della sua amante, donna Maria d’Avalos, moglie del principe compositore e assassino.

Da quei fatti orribili, Gioacchino, il servitore deforme (forse l’autore dello scritto capitato nelle mani di Stravinskij), e il suo nobile padrone si isolarono nel castello di Gesualdo che ancora oggi, con magnificenza sovrasta l’alta Irpinia.

il castello di Gesualdo
la copertina

Difficile, e per me di sublime pesantezza, questo racconto, cupo, gotico, storico e moderno, è stata una lettura che mi ha portato in una dimensione sospesa tra l’oggi, due passati lontani tra loro (Carlo e Igor) e l’assurdo della crudeltà umana come nessuno mi aveva svelato fino a questo momento presente: Natale 2021.

Il mio è un diario e qualche data la dovrò pur segnare, o no?

Confesso che la ricerca di queste musiche e poi l’ascolto, hanno accompagnato parte della mia lettura; diversamente non sarei stato in grado di uscire dalla tenaglia labirintica in cui ci si perde tra le pagine di questa storia terribilmente avvincente, che però è stata a momenti, asfissiante e possente come immagino le corazze dei cavalieri di quel tempo, fine 1500 e inizio 1600. Una lettura come una guerra, attese, scontri, sotterfugi, tattiche e strategie, complicata, sfidante, con battaglie vinte e perse nei meandri dell’ignoranza che diventa infine nuova conoscenza.

Arte e cultura non sono optional, sono radici attorcigliate in terra e roccia, fondamenta da scavare nel profondo delle vicende umane in secoli e secoli di storia e fatti, talmente assurdi che si resta sbalorditi di come riescano a riprodursi ancora oggi con la stessa intensità e potenza. La violenza e l’orrore, ispirano, e il genio umano costruisce l’opera d’arte che consuma infine la scintilla vivente del creatore. Emozione e coinvolgimento si trasformano oltre la brutalità, l’omicidio: il male devastante diventa forza genitrice di suoni soavi e struggenti da esibire a corte, da riscoprire per diventare nuova arte immortale secoli dopo.

Raccontare così come racconta Andrea Tarabbia è un esercizio accademico da un lato ma fortunatamente, popolare dall’altro. Di questo non posso che essere solo grato all’autore per le porte spalancate allo stesso tempo su paradiso e inferno del genere umano. Capisco solo alla fine il titolo, perché un madrigale senza suono è come la vita senza il cuore che batte, e così il racconto di sole parole non può sublimare l’essenza senza le immagini che si vivono immaginando le scene descritte. Più in alto si arrampica Stravinskij componendo nuova magia di musica togliendo suono ai madrigali di Carlo Gesualdo.

Questa è la grande opera che ci ha regalato Tarabbia, nuda, cruda, urlante. Guardo questo libro come un nero vinile a trentatré giri di quelli unici ed immortali, come ad una guida altera che non ti prende per mano ma ti ipnotizza, un magnete che ti porta alla conoscenza dell’ignoto, presente ovunque ma mai sentito. L’incontrario della perfezione: la perdizione.

Per finire, con ammirazione, torno allo scrittore, riproducendo un pezzo di una recensione fatta da Antonella Falco su un romanzo precedente: «Il giardino delle mosche» del 2015, è un commento stampato sulla quarta di copertina:

“Tarabbia non dà risposte. Forse perché, come tutti, non le possiede. Forse perché il compito della letteratura – e dei bravi scrittori – non è quello di dispensare certezze ma di instillare dubbi e suscitare quesiti. Di spronare alla riflessione, sempre.”

commenti della stampa

«Date a me, lasciate che sia io a finire». E mentre facevo ciò che è giusto, l’avrei sentito mormorare, nella catastrofe di colpi e di urla umane e animali che fu quella notte, una frase, o forse un verso o una preghiera: «O unico amore mia grande follia”.

LA PERFEZIONE di Marco Martucci

2021, Morellini Editore

Amaro. Hai presente quell’ottimo liquore a chiudere un pasto veramente gradito? Non uno di quelli striminziti anche se stellati, ma uno abbondante che ti sazia spirito e pancia? È esattamente il finale di questo romanzo, amaro ma melodico,  a tratti poetico, e a tratti semplicemente realista delle nostre crude verità.

A firma di Andrea Tarabbia, nella quarta di copertina si legge: “Insomma: è una storia dove la perfezione non la si trova quasi mai. È per questo che La perfezione somiglia così tanto alle vite di tutti noi.”

quarta di copertina

Il filo (casuale?) tirato dall’immenso fuso della rete internet che mi ha portato ad ordinare il romanzo di Marco, si è trascinato con sé anche quello di Andrea, l’ultimo disponibile al momento dell’acquisto, “Madrigale senza suono” che sto iniziando adesso…

Quando uno scrittore ne tira un’altro, non è marketing è riproduzione del bello.

Un nodo misterioso li ha intrecciati e fatti arrivare a me, insieme in primavera, poi lo scorrere degli eventi li hanno fatti diventare cibo succulento sotto Natale,  ma questa è un’altra storia.

Lo so, è scorretto, usare pezzi d’opera senza chiedere permessi e licenze, è deplorevole. Il mio fine, non disperdere il sacro tempo della lettura e magari interessare chi ancora non ne ha condiviso il piacere, mi giustifica oltremodo ad affollare di paginette l’immenso web. Replico frasi che mi hanno lasciato un segno mischiando i personaggi e i tempi, per pubblicare commenti di un lettore nuovo, aggiuntosi agli altri, e che nelle intenzioni ne vuole condividere il sapore con altri ancora.

”In quel locale orrendo servivano una schifosa birra chiara e si esibivano le peggiori cover band esistenti, eppure il subbuglio nei petti aveva inventato colori dove tutto era grigio.”

city people art street
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Napoli e Bologna sono le città di questa bella storia che riempie, capitolo dopo capitolo, uno spazio tanto familiare quanto avvincente: mi ha afferrato l’intimo più profondo. Quando si tratta di amore, da quello impetuoso della gioventù a quello tormentato della maturità, l’intimo di se stessi è come una pagina appallottolata che vuoi rimettere stesa sulla scrivania. Le pieghe e gli strappi non tornano stirati mai.

“Se avesse continuato a pensare, gli schemi imposti per saldare la vita perfetta, l’ambizione coniugale, sarebbero crollati malamente.”

Seguendo la tensione di questa storia, un intrigo abilmente intarsiato tra figure molto avvincenti oltre gli amori protagonisti, ci si imbatte in anime superiori, quelle di sempre, su tutte Lady Marian, un’altra adorabile figlia, come la Venere di De Silva. Insopportabili per un genitore ma essenzialmente la conferma del miracolo riproduttivo della bellezza. Oltre dicevo, ci si aspetta altro e invece la fine, una volta svelato l’intrigo antico come il mondo, è la perfezione amara della vita che riparte uguale a se stessa quando le priorità sono invertite dalla tempesta interiore che, incontrollabile, rompe ogni ovvia certezza del presente. E allora tutto deve cambiare, anche al proibito, messo a nudo, non si può resiste.

Qualche intellettuale tribale maschio direbbe: « è sempre colpa di quella zoccola di Eva» aggiungendo amaramente poi: «sì, però è quello stronzo di Adamo ad averla seguita…». Quale sarebbe stata l’alternativa? Il paradiso per sempre? Sai che noia!

“La ragazza era così appassionata e femmina e scaltra che si sarebbe presa quel che voleva.”

Cosa sono le fragilità umane e i sogni infranti? Il rimpianto non è sterile ma determina azione, cos’è se non perfezione riprendersi ciò che si è messo da parte, nel cassetto dimenticato?

“Si era perso troppo, aveva buttato via il sogno mentre lo stava realizzando, e si era rinchiuso in una relazione che sarebbe esplosa inevitabilmente prima o poi, perché nessuno può stare bene in eterno dentro un ruolo che non gli appartiene.”

«I vivi se ne fottono del fegato spappolato e continuano a divertirsi.»

la perfezione copertina

Vittorio e Diego, amici da sempre, sanno l’uno dell’altro il necessario ma si nascondono l’essenziale con cui smetterebbero di essere amici, con l’uno e l’altro questo romanzo poggia la sua costruzione su pilastri difformi ma strutturalmente complementari per il loro spessore di protagonisti senza tempo nelle consuete tragedie esistenziali, dentro le solite e definite categorie di maschi alpha accerchiati, succhiati da comprimari ingordi del loro successo. Lo star system, che sia politico o musicale, nazionale o locale, si nutre di fascino, di occasioni, di quei desideri sciacalli, di quella perfezione abbagliante che attrae come l’occhio di un ciclone.

“Si era scordato moglie e figli, adesso se ne rendeva conto davvero, da un po’ li aveva mollati in una posizione sconsiderata lungo l’ordine delle priorità, e là stavano ancora.”

Ma a mio parere, però sono le donne a brillare, a dare luce definitiva su tutto il romanzo, fatto di storie ed emozioni che si intrecciano alla perfezione.

“E seppure davanti a ogni decisione presa si era sentita forte, adesso doveva ammettere che il passato non le si era assolutamente arrestato alle spalle, ma in un moto ondoso e rapido stava risalendo in riva.”

silhouette photo of woman against during golden hour

“Era diventata così perché lo aveva scelto, perché si era circondato di filtri che trattenevano l’imprevedibile. Eppure in un tempo lontano era stata un’istintiva, disposta a stravolgere le consuetudini più solide per soddisfare l’istinto, per andare incontro alle possibilità sconosciute.”

Le città sono uno sfondo, ma ben distinto e disegnato con i particolari necessari ad un rapido quanto immortale riconoscimento. Non è il racconto delle città né quello dei protagonisti, strumenti usati con sapienza certosina da Marco, è l’immersione in apnea dentro l’intimo, l’irruenza affannosa dei ricordi nella precarietà del presente a fare la differenza, a chiedere il rimescolamento repentino di quanto sembra perfetto, è la perfezione dell’essere imperfetti, come credo di aver scritto da qualche altra parte, ad avermi tramortito e saziato, fino al finale, amaro, ma di quello buono, di quello che completa la sazietà non un alcolico qualsiasi che aiuta a digerire. Arrivati alla fine, ciò che sembra scontato è l’onda lunga del desiderio che si è appagato, soddisfatto.

la perfezione copertina

“E poi , nelle vene di ogni musicista, l’imprevedibile si fa plausibile scorrendo.”

«L’incoerenza abbonda dove l’amore brucia»


copertina MADRIGALE Andrea Tarabbia

Parte Prima

“In principio era il verme”

LA MORTE COMMOSSA

di Clarissa Catti, 2021 IL FILO DI ARIANNA

illustrazioni di Marina Trapanese

La rete cattura, uccide e fa nascere, è pericolosa, vischiosa a strascico distrugge un fondale, ma online è talmente imprevedibile da portare a galla delizie, magari tanto deliziose quanto piccole e affascinanti. Così è stato l’incontro casuale con la gatta Matilde di Clarissa Catti: un caso fortunato, e come molte scoperte sanno essere, ho trovato un grande personaggio di un romanzo geniale. Come puoi raccontare la morte a un bambino? E come puoi farla immaginare ad un adulto?

«Matilde voglio vedere tanta arte, mi ci porti?»

a gray tabby cat peeking

Sarà che sto invecchiando male con terribili involuzioni puberali, sarà che la lettura invernale, durante una tormenta di vento e pioggia senza precedenti, è in modo struggente, un rifugio caldo e rassicurante, sarà quello che sarà, non posso non condividere il piacere sentito grazie a questa fiaba, tanto semplice quanto potente. Pensando agli occhioni di un bimbo che ascolta e ti guarda quando parla la gatta Matilde, l’idea che la Morte diventi un’amica che ti accompagna per boschi, città, teatri e ospedali, è una storia avvincente senza tempo oltre quello che può sembrare un momento fantastico della fantasia. Dare la morte , prendere la vita!

copertina La Morte Commossa

«Il dolore è quando senti dentro te qualcosa che fa male, ti pesa proprio addosso e non riesci a togliertelo. Basta il solo pensiero di una cosa che provoca dispiacere e senti questo macigno che non ti fa respirare, devi fare per forza lunghi sospiri per sentirti ancora vivo.»

Non di trama né di stile oso scrivere, ma di emozioni quelle sì, quando arrivano dirette e possenti, posso dire di respirarne a polmoni pieni.

«Sì, lo è, ma pochissimi sanno essere felici. Oggi andremo alla ricerca della felicità, ma prima devi prepararti perché dovrò farti vedere altre cose brutte.»

Non sarà un pensiero condiviso ma credo che questo racconto sia un tocco prezioso anche per un’anima adulta, forse, solo forse sottolineo, l’autrice ha sotto valutano i grandi e sopravvalutato i piccoli, ma sarà mai pronta l’umanità quando arriva a farle visita sorella morte?

«Tu non dormi, Morte?»

Chi si misura con la lettura e la scrittura ha scheletri danzati nell’armadio dei pensieri, tanto privi di carne quanto densi di follia, eppure l’eternità di parole come gelosia, invidia, odio, bellezza, cattiveria, ignoranza, intelligenza, rabbia, gioia, felicità e amore, è una dimensione sensibile all’umore del momento, ci calpesta, ci opprime, ci manda in estasi con la stessa facilità con cui l’oblio ci spegne la luce. Anche nel buio più profondo, demoni e angeli, urlano da pagine scritte a risvegliare il senso della vita, a commuovere un lettore mai sazio di ritrovarsi bimbo, indifeso e avido di belle storie da raccontare. E se una gatta fa le fusa, grazie a questo breve ma possente racconto di Clarissa Catti, da oggi saprò spiegarne l’incantesimo.

«Gli uomini inventano storie e scrivono con il loro dono frasi bellissime, piene di significato. Sempre di arte si tratta.»

copertina La Morte Commossa

“Cosa sappiamo sulla vita, sulla morte e sui dolci amici domestici che accompagnano i passaggi più importanti delle nostre vite? L’autrice ci prende per mano portandoci a scoprire un mondo diverso, o meglio, il nostro mondo, le nostre realtà, ma viste con occhi diversi e da prospettive inimmaginabili. Un viaggio introspettivo profondo, raccontato con la leggerezza di un linguaggio coinvolgente e fruibile a tutti, quasi fosse una fiaba. Età di lettura: da 6 anni.”

selective focus photography of woman wearing purple sweater holding silver tabby cat

I FAVOLOSI 60 di Gabriele Bojano

Troppo giovani per tirare i remi in Barca. Troppo vecchi per tirare la barca a remi. 2021 Linea Edizioni

Dopo Santoro, ho letto ancora un giornalista salernitano, ma a diversamente da Michele, Gabriele, come si apprende nel libro, ha svolto tutta la sua attività a Salerno. Una differenza sostanziale è che Bojano, il giornalista lo fa sulla carta stampata e non in TV, un’altra e che quello famosissimo, è disoccupato. Sarà vero?

Giuro è stato un caso leggere l’uno dopo l’altro: nella bella opera di Gabriele a pag. 103, il delizioso racconto della competizione tra padre e figlio, mi ha fatto apprendere che il papà Giulio Bojano è stato il professore di latino e greco del giovane Michele Santoro, uno che in TV “faceva il bello e il brutto tempo”, uno che a detta del professore: “Persiste nel suo atteggiamento cronico di alunno scostumato e scostante” e che sempre all’epoca, al liceo De Sanctis, prese trentasei alla maturità.

Copertina I FAVOLOSI 60

Allora, bando alle distrazioni, torno all’oggetto di questo diario: condividere impressioni. Nelle prime pagine, mi sono preoccupato subito perché Antonio Polito, nella sua prefazione, scrive di fatica intellettuale per il lettore, ma poi è stato un piacere arrivare fino in fondo come lui aveva previsto. Quindi lettura veloce e gradevole che mi ha interessato molto perché mi ha portato in giro in una città a me sconosciuta e all’esplorazione di personaggi di fatto a me vietati per storia e formazione. La mia Salerno è profondamente diversa da quella che ho letto in questo libro perché come in ogni città, c’è un centro e tutto intorno periferie, umane di relazione e culturali.

“Poi arrivò Tangentopoli e il clima si fece molto pesante…”

Quello che mi ha veramente sorpreso è scoprire l’uomo dentro la professione che per virtù e capacità, per formazione e desiderio, si è trovato a scrivere di spettacolo quando lo show avrebbe voluto crearlo lui. Aspirazione ed ambizione che trovano comunque soddisfazione visto le esperienze radiofoniche e televisive in cui è autore di programmi nella favolosa epoca delle emittenti libere nella città capoluogo di provincia.

”A volte si ha l’impressione di scrivere sull’acqua, che nessuno si accorga di te, nel bene e nel male. Specialmente di questi tempi che la stampa cartacea è colata a picco sotto i colpi della concorrenza sleale on line.”

La costruzione narrativa insieme alla voglia di raccontarsi e fare un bilancio della propria esistenza, anche con confessioni molto intime e struggenti, raccontano l’uomo prima che il professionista. Non è una resa dei conti, anzi, credo sia la cementazione di un collage di passati da cui ripartire per un futuro prossimo tutto da scrivere. La sua anomalia, è la cifra che da all’insieme dei racconti una amalgama coerente, rendendo ogni singola citazione, sia essa tratta da fatti che da interviste, una scoperta continua dei senni di poi inesplorati, una evoluzione costante di un periodo storico di forte transizione e sovvertimento sociale lungo oltre quarant’anni. Il dietro le quinte della vita del giornalista, con scoop e sconfitte, persecuzioni e vittorie, rinunce e occasioni perse, premi e figuracce, viaggia a braccetto con l’umanità del giovane, dell’uomo, del marito, del genitore, con l’intransigenza del professionista cui è vietata qualsiasi soluzione di continuità tra vita privata e vita pubblica.

In fondo anch’io mi trovo ad affrontare in questa fase della vita due problemi: ”Il primo viene dalla consapevolezza che il tempo da vivere non è più tanto grande. Il secondo è che il tempo vissuto ha consumato equivoci e incertezze”. (pag. 43)

Non tutto è comunque passato né risolto, anzi, non potevano mancare due questioni aperte, una fatta di zeppole e governatori, e l’altra con una critica feroce alla sua stessa categoria di oggi: “Mica come adesso che i giornalisti sono per lo più ridotti ad amanuensi e copisti. Già, i giornalisti.” (Pag. 131)

Gabriele Bojano

Il discorso è lungo, molto complicato, quello che penso è che la drammatica precarietà in cui sono state catapultate varie generazioni che seguono I FAVOLOSI 60, ha generato mostri di sfruttamento che nell’esaltare il professionismo a cottimo molto free ma pagato quattro soldi, distruggono ogni possibilità di produrre lavoro di qualità, vero, coerente, libero e strutturalmente deontologico. Ma ormai anche la propaganda è remunerata a pagherò. Intanto lavora, poi vedremo.

Non ho mai seguito la corrente e ho sempre cercato di battere strade che non erano state già percorse da altri. Per questo amo definirmi “interstiziale”, vado ad infilarmi in quei meandri che gli altri per comodità o solo perché non ci pensano, evitano. (Pag. 225)

L’ironia e la sagacia di Gabriele Bojano che straripano da questo libro sono a tratti durissime auto flagellazioni; su tutte, la domanda sulla prescrizione delle figure di merda a pag. 253, ha un picco di goduria comica che mi mette in attesa su quanto sembra potenzialmente annunciato per i prossimi FAVOLOSI 60. Se è vero quello che ha detto Albert Camus, “Il giornalista è lo storico dell’istante”, lo scrittore Bojano ne ha fatto una vita di momenti indimenticabili.

Nient’altro che la verità di Michele Santoro

2021 Marsilio Editori

Realizzazione editoriale: Valeria Bové – Collaborazione di Guido Ruotolo

«Si devono spaventare gli altri. Ho ucciso tante persone, non è facile trovare uno più cattivo di me».

Raccontare la verità in letteratura sembra essere un paradosso tipo quello della teoria della relatività di Albert Einstein. Se assumessimo la verità assoluta come l’uguaglianza dell’età di due gemelli, perché la verità è unica (dimostrata o meno, è irrilevante, roba da giudici), ebbene la relatività ci dice che dopo un viaggio, il fratello fermo è invecchiato rispetto all’altro che ha viaggiato alla velocità della luce. Di quanto? Beh, ovviamente dipende dal viaggio, e allora potremmo concludere che la verità storica dei fatti, curva come il tempo, attratta dalla vicinanza dei testimoni e, accarezzata dalle emozioni dei personaggi, cristallizza nel momento fermo della lettura. Quello che con la fisica non è possibile, con la letteratura si può fare: il viaggio nel passato è più veloce di quello alla velocità della luce nello spazio. L’avventura che Michele Santoro mi ha proposto in questo libro è tante cose ma, si fa presto a dire: Nient’altro che la verità. Sì, tra le tante, c’è anche una verità esplosiva: arriva nell’ultimo capitolo e, posso assicurare, arriva come una liberazione, come la libertà dopo le catene e la tortura di una prigione.

C’è in questo racconto, lungo quasi 400 pagine, la verità che veramente ho desiderato, una bramosia accesa con la lettura delle prime pagine: l’anima dei due protagonisti, il killer e il giornalista, Maurizio Avola e Michele Santoro.

Nient'altro che la verità - copertina

“Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. In altri tempi non avrei esitato: avrei trovato irresistibile la possibilità di compiere un viaggio nella mente di un serial killer di mafia. Ma, al punto in cui mi trovo oggi, non sono nelle condizioni più adatte per scavare nell’identità di un altro, visto che la mia è andata in frantumi.“

Non ho strumenti culturali adatti per definire questo libro, posso dire che è stata una lettura coinvolgente come poche, è una storia bella perché si respirano verità mai scontate, vera perché vivida come il vulcano della copertina di cui se ne sente il calore, la rabbia, la potenza, la crudeltà, la ragione umana riprodotta e sottomessa alla natura, la luce della lava che scorre bruciando la terra indifesa. Travolgente.

Per Maurizio uccidere è più di un orgasmo: «In un rapporto sessuale dici “Sto morendo” quando sei al massimo dell’eccitazione, “Moriamo insieme!” per godere nello stesso momento e con la stessa intensità. L’acme del piacere di un killer è sentire l’ultimo rantolo della sua vittima».

«Che ti è rimasto, Maurizio, di quegli anni?».

«L’odore del sangue. Mi è rimasto l’odore del sangue. Faccio il volontario su un’autoambulanza di pronto soccorso. E tanti la vista del sangue la trovano insopportabile. Girano la faccia dall’altra parte. Svengono. Vomitano. Io ci sono così abituato che non mi tiro mai indietro Raccolgo corpi straziati, sollevo feriti con le budella da fuori. Non c’è niente che non riesco a sopportare. Si può sempre contare su di me. Ma quell’odore, quell’odore mi resta attaccato addosso e non riesco a mandarlo via. Come quelli che lavorano in pescheria e si coprono di profumo per non puzzare. Le prime volte ero nervoso, troppo nervoso. Non dormivo, non scaricavo l’adrenalina. Avevo fatto ciò che si doveva fare. Non ne avevo rimorsi, non ne avevo dubbi, non mi vergognavo, non avevo paura delle conseguenze. Ero solo nervoso. Troppo. Mi rigiravo nel letto e sentivo che la testa sanguinava, ma non era sangue, era solo l’odore del sangue. Sui vestiti, sul pigiama, sulle pareti, sulla tazza del cesso. Dappertutto».

Nient'altro che la verità - copertina

I primi capitoli raccontano la formazione, la crescita, il salto dalla gioventù alla maturità e sebbene sia una intervista, l’opera letteraria traspare limpida nella ricostruzione minuziosa degli eventi, dei ricordi, degli insegnamenti da tramandare come testimonianza rappresentativa di generazioni tumultuose come il vulcano, che dalla copertina, entra in ogni pagina, inarrestabile, quasi a giustificare l’eruzione del racconto esistenziale dei due, l’uno di fronte all’altro, nei vari incontri che alla fine saranno quattro in località e situazioni diverse, un faccia a faccia, una relazione che trasforma entrambi abbattendo ogni ipocrisia.

«Se ti prendono che non hai fatto niente e finisci qua dentro per errore, se gli amici ti hanno portato a fare una cazzata, se hai sbagliato che stavi fatto, ’na cosa qualunque di queste, allora in carcere ce l’hai la possibilità di riflettere fare un cambiamento. Però se tieni un’altra indole, l’indole di fare i crimini, quando ti schiaffano qua dentro mettono un leone in gabbia. E quando il leone esce è più feroce di prima. Vuole sbranare a tutti quanti».

Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto ad esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista sarebbe potuto diventare terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle e insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto.

Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra patria.

È una confessione a se stessi di ciò che sono stati, delle scelte fatte e di quello che sono diventati oggi dentro percorsi sociali di trasformazione che alla fine dei conti, hanno cambiato molto poco: il corpo cambia abito, si adatta alle mode, sfrutta i progressi tecnologici, ma resta uguale.

«Tanto i bancari non sono meno ladri dei rapinatori. Alle volte mi vedono arrivare con la pistola in mano e gliela leggi negli occhi la contentezza. È come se vedessero comparire la Madonna per miracolo». In pratica, siccome i soldi li hanno rubati prima loro, hanno un debito che non possono giustificare. E, avendoli spesi, non sanno come ripagarli. Sia benedetta la rapina! Possono finalmente cancellare gli ammanchi e sistemare la contabilità. Dio grazie!

Non sono i bisogni a cambiare gli eventi, è la natura umana ingorda, sia per fame di bellezza e cultura, di soldi e potere, sia essa avida di piaceri. Questi due protagonisti si attraggono e nel loro abbraccio avvolgono il lettore a prescindere dalle motivazioni che lo portano ad entrare nella storia. Del resto basta leggere la recensione che ho linkato alla fine, per rendersi conto di quanto vasto possa essere il ventaglio dei giudizi possibili su questa opera. È proprio la confessione di entrambi a rendere la mafia, l’associazione a delinquere, un argomento secondario rispetto alla profondità senza tempo della loro umanità, per quanto anche tribale e sconcertante, per quanto anche disillusa e sconfitta. È la pace interiore ad essere irraggiungibile. La verità è fuori dal racconto che aspetta una platea da richiamare a raccolta, non di spettatori ma di cittadini da informare.

«Hai paura? Ho notato che anche per strada stai molto attento».

«Non è paura, è abitudine. Se mi devono uccidere voglio guardarli in faccia».

Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente. Se tutti avessero da mangiare in abbondanza e i soldi per non fare una vita da schiavo, non sono certo che ci sarebbero ancora le rapine.

Avola smonta con frasi semplici, “elementari” le ormai blande certezze di Santoro:

«Le rapine ci saranno sempre. Non si fanno per necessità. La maggior parte delle volte sono i ricchi che rapinano i poveracci».

“Maurizio non ha letto il Decamerone di Boccaccio, né ha visto il film di Pier Paolo Pasolini, ma sa per esperienza che all’origine dell’accumulazione della ricchezza c’è un atto violento; che ci si fa mercante sfasciando la testa a un passante per prendergli la borsa con le monete d’oro. Non tutti i ricchi lo hanno fatto. I loro padri, o i padri dei loro padri, sì.”

Avola non ha mai voluto fare il mercante, non ha mai desiderato il potere, per lui fottere è meglio che comandare e Santoro lo mette per iscritto in siciliano, ha tradotto tutto ma quel poco che si legge in lingua madre del killer, è scelto con estrema cura e precisione.

«Quando colpisco non giro la faccia dall’altra parte, non chiudo gli occhi. Tiro un colpo per buttarlo a terra; e poi gli sparo in faccia per finirlo. Lo devo guardare diritto negli occhi mentre prendo la mira, colpirlo con esattezza. Il suo momento è arrivato. Io sono la sua morte».

Tra pagina 138 e 140, nel capitolo «Sono nato per uccidere. E la tua missione qual è?», ho trovato una riflessione potente, sull’identità dei giovani e la loro esplosione di energia, che, come la copertina, prendono forma di eruzione vulcanica ma, non è una foto, è un film tutto intero. Beh, io dico più di una riflessione, è una grande testimonianza dell’autore che racconta se stesso e gli anni formidabili del ’70.

Come ho detto all’inizio, da subito ho desiderato l’anima dei due protagonisti, posso dire di averle trovate leggendo fino alla fine; non deve essere stato facile al giornalista travalicare la sua professionalità sporcando l’intervista con la sua presenza, a tratti delicata, a momenti pesante e prepotente; quello che mi è piaciuto è l’insieme, lo scontro di mondi tanto lontani quanto vicini nel resoconto di vite ancora ingorde di futuro, nonostante gli orrori, le atrocità, gli errori e le illusioni infrante nel muro della crudezza affaristica. Questo libro è un lavoro molto particolare che secondo me lascia una traccia profonda più di quanto potrà mai fare una trasmissione TV. E a proposito: noi perché siamo nati?

La tua verità Michele a me è arrivata forte e chiara, limpida come il “servire il popolo” della tua gioventù!

«Sparare mi piace, mi eccita far esplodere una bomba. Ce l’ho nel sangue. Sono nato killer, non ci sono diventato. Avevo un solo pensiero nella testa: fare bene, sparare con precisione, eseguire il piano in ogni dettaglio. Se c’è una cosa che non si puà sbagliare, è l’omicidio».

«L’ho capito col tempo che sono nato per uccidere. Sentivo l’anima del morto che se ne andava, l’attimo preciso che si separava dal corpo. È come un soffio, una corrente d’aria, uno spiffero. Un rumore impercettibile che solo io avvertivo chiaramente. E, in quel momento, mi sembrava quasi di vedere l’anima che volava via. A proposito, qual è la tua missione? Perché sei nato?».

“Maurizio è uno dei quelli che avrebbero potuto uccidermi. E siamo uno di fronte all’altro alla ricerca di un motivo per continuare a esistere.”

Santoro Giuramento

… Quelli che mi chiamano “il giornalista di Salerno”, con la spocchia razzista che la sinistra nasconde sotto la morbidezza del cachemire.

«Giuriamo di farla sempre fuori dal vaso!” L’Italia è una puttana come Catania. La mia missione? Mi illudevo di redimere l’Italia come Maria Maddalena! Col Giornalismo! Quando si dice un povero cristo.

“Oggi la mafia non spara più, è vero ma la pace non è mai iniziata.”

Il 15 gennaio 1993, Salvatore Riina viene arrestato (Governo Amato I)

Il 15 settembre 1993, don Pino Puglisi viene ammazzato «Per dare un segnale alla Chiesa, non per le sue prediche».

L’11 aprile 2006, Bernardo Provenzano viene arrestato nel giorno in cui vince Prodi e perde Berlusconi (si votò domenica 9 e lunedì 10 novembre 2006)

Nient'altro che la verità - copertina
Santoro allo specchio
Santoro allo specchio

PENSIERO MADRE a cura di Federica De Paolis

17 SCRITTRICI. 17 RACCONTI. UNA DOMANDA. 2016 NEO Edizioni

Alla fine, dopo l’ultima pagina: “Ma che vuoi commentare” mi sono detto subito, come può un maschio immaginare anche solo l’idea di maternità?

È sempre un bisogno di curiosità a prenderci la mano, a trascinarci, è il desiderio mai sazio dell’inesplorato, di quella sconosciuta essenza che in continuazione ci turba e ci attrae.

two women sitting on white bench

Parto da una domanda: cos’è il pensiero madre? In questa raccolta si trovano diciassette risposte che hanno ispirato letteratura intima e quantomai potente. Più che risposte sono ispirazioni coinvolgenti, rivelazioni possenti, soggettività diverse, alcune spiazzanti, alcune incredibili. Sono storie della decisione di mettere al mondo un figlio, o di non farlo: “quella dimensione liquida, preistorica, che prelude alla scelta.”

Tengo per me la classifica dei racconti che mi sono piaciuti di più rispetto ad altri, perché credo sia ingiusto e sbagliato determinarne una classifica dettata dai miei gusti personali, trovo ingiurioso mettere questi diciassette racconti in competizione tra loro. Devo però complimentarmi con la curatrice che li ha messi insieme in un unico libro che, a distanza di un lustro dalla pubblicazione, merita secondo me di essere riscoperto e magari anche ampliato con nuovi racconti di nuove scrittici che nel frattempo hanno dimostrato di essere altre novità di talento.

Provare a proporre questa domanda alla tua interlocutrice, magari durante una passeggiata, o un aperitivo o in una cena, provare a chiedere un racconto del suo “pensiero madre”, sono sicuro darà frutti inaspettati, genererà riflessioni che fermeranno il tempo. Non credo si possa conoscere una donna senza coinvolgersi nel suo “pensiero madre”. Ecco perché questa raccolta è preziosa, non può essere definitiva perché la donna, per definizione non classificabile, è unica, credo per volontà o progettazione divina.

three women wearing turbands

Basta una delle prime frasi dell’introduzione autobiografica di Federica De Paolis, a scatenare il desiderio di leggerne l’insieme: ciò che stupisce una donna, una madre, mette in moto azioni che solo la scrittura, poi, rende evidenti in quanto forze motrici dell’esistenza umana.

“Con lei ho scoperto che la femminilità non è indotta, è autentica. E questo mi ha stupita. Oggi ha sei anni, e ha già ampiamente esibito il suo sentimento di maternità…”

Dove nasce la loro maternità. E come si esprime? È estroflessa. Negata. Desiderata. Impossibile. Impronunciabile. Sventolata ai quattro venti.

Questo desiderio come si annida? Cresce, Lievita? Si ricuce nello stomaco o nella mente? Non può essere inesistente. Questa è una domanda che ogni donna attraversa.

Federica De Paolis ha chiesto a diciassette scrittrici di rispondere, di raccontare il rapporto con la maternità nel momento che la precede. Di fatto in alcuni racconti questo momento si dilata in modo indefinito o si accavalla con i momenti successivi o precedenti di esseri già procreati e relazioni che hanno consistenza fuori dai loro corpi. Il preludio della maternità è senza soluzione di continuità, presente anche quando non c’è un test di gravidanza positivo.

woman stands on mountain over field under cloudy sky at sunrise

I racconti raccolti sono di: Simona Baldanzi (Fuori verde), Chiara Barzini (Tre racconti), Ilaria Bernardini (Il secondo giro), Cinzia Bomoll (Venti minuti), Caterina Bonvicini (Il pollo e il nano), Gaja Cenciarelli Nuda verità), Silvia Cossu (L’attesa), Camilla Costanzo (Pugni aperti), Carla D’alessio (Odio sollevare la questione), Gaia Manzini (Vasca grande), Kamin Mohammadi L’orologio biologico), Melissa Panarello (La caccia), Gilda Policastro (Bimbo a orologeria), Veronica Raimo (Un giorno tutto questo sarà tuo), Taiye Selasi (Alla ricerca del tempo sospeso), Simona Sparaco (Usa e getta), Chiara Valerio (Sette Quattordici Ventotto).

Quelle che seguono sono poche frasi estrapolate per dimostrare come i diciassette racconti della raccolta, possano essere letti come capitoli di uno stesso romanzo. Tutte le protagoniste narrano la varietà di un pensiero personale, unico, indipendente, mostrando vite parallele accomunate dal destino naturale dell’essere donna nella società, con tutte le difficoltà e le paure che questa presenta ad ognuna di loro, e così, aspirazioni, lavoro, affetti, traumi e conflitti di questi personaggi rendono tangibile la complessità dell’esistenza moderna a confronto con un istinto preistorico e naturale.

“A volte ha l’impressione di vivere per prevenire un’abitudine.”

“Una volta diceva: io sono fatta così. Ora non fa che prendere le distanze da se stessa.”

“Il desiderio di maternità cela un’ansia di cambiamento, le dice un amico. Quindi il non desiderio è un’ansia di stasi, pensa lei. Oppure significa sentirsi ancora figlia, sentirsi allo stesso tempo figlia e orfana.”

“Nel mondo in cui sta per entrare, tutto ciò che ha paura di perdere è la propria irresponsabilità.”

“Ero convinta di avere l’orologio biologico di qualcun altro, forse quello di un camionista.”

“Poi avverte una tensione che non riusciva più a distinguere tant’era divenuta abituale, cessare tutt’assieme. La percepisce nell’istante in cui scompare. E il sonno riprende il suo assalto.”

Pensiero Madre

NON LEGGERAI di Antonella Cilento

2019 Giunti Editore

Ancora una volta devo ringraziare un DIAVOLO di scrittore di cui aspettiamo un’opera molto, ma molto attesa, è un’uscita imminente in libreria, ormai mancano solo pochi giorni, è un romanzo: PICIUL (che il 18 novembre 2020 era solo un progetto editoriale).

«Perché?»

copertina NON LEGGERAI

Perché Antonella Cilento è una maestra e questo suo NON LEGGERAI ne è una magistrale conferma, perché quel diavolo di scrittore è un suo allievo, ecco perché, per osmosi mi ha portato a questo romanzo; noi usiamo FB per socializzare, Antonella nel romanzo lo ha chiamato WT (tempo perso)… GENIALE!

Antonella è una maestra di scrittura, un’accademica delle emozioni raccontate, che partono dalle parole e arrivano direttamente all’anima del lettore. L’Istituto Onnicomprensivo Pino Daniele, le Scuole Riassunto, sono un futuro tanto possente da essere reale già oggi; quella scuola, le protagoniste Help Sommella e Farenàit Lopez, i Mondi Occidentali, la società futura raccontata da Antonella, è quanto di più visionario e “reale” si possa immaginare. Questo romanzo è un trip, un prodotto stupefacente che mi ha rapito prima e sconvolto durante e dopo… tanto che l’ho riletto più volte. Sembra assurdo ma è così, poco tempo per tutto, ma una dipendenza ti porta a ripetere i percorsi del piacere, è un desiderio, diventa una necessità. L’amore per i ragazzi, per la scuola, per la letteratura, per i libri che finiscono nascosti in una bara, per le passioni umane, per una speranza quotidiana che non è l’ultima a morire ma il cibo prelibato ad ogni colazione di ogni giorno… Roba forte, fortissima. I libri come e meglio della droga, vietati, banditi, distrutti, perseguiti, desiderati, un reato, una colpa.

NON LEGGERAI

NON VEDRAI I MORTI

NON AMERAI SENZA SCOPO

Ho molto timore nel riprodurre pezzi di pagine che vanno lette tutte insieme in un solo respiro. Ho paura di sciuparne la magia, l’incantesimo, rovinare questa grande lezione di vita, di preveggenza onirica, di antropologia essenziale che per me, mette al bando ogni futurismo della competizione e della velocità, che indica la strada del ritorno alla lentezza del gusto e accompagna alla profondità del pensiero, e così, svela la nostra natura veramente umana contro la bestialità dell’animale che abbiamo dentro. Un monito, un manifesto alla vita degna, ma allo stesso tempo un insegnamento. Un regalo vero!

«Come è stato possibile?»

«A volte basta concentrarsi solo su se stessi, credere di essere soli. Così soli che non c’è più bisogno di conoscersi, di conoscere gli altri, di mettersi alla prova, di dubitare. Una società che vive stando allo specchio muore.»

copertina NON LEGGERAI
pagina 34 NON LEGGERAI
pagina 39 – NON LEGGERAI – Antonella Cilento – 2019 Giunti Editore

Per non morire di noia e tempo perso, leggi NON LEGGERAI di Antonella, e gli occhi ti si riapriranno sulla vita che ti aspetta a braccia aperte… Ingorda di te l’emozione di essere, ti rapirà…

La VIOLA di Piera Carlomagno

un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri

Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perdita dell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.

La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.

“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.

E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”

Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autrice ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:

“… ingredienti del noir oltre il noir di Piera Carlomagno”  dalla recensione di Angelo Cennamo su TELEGRAPH AVENUE

“Una favolosa estate di morte” è IL giallo italiano per eccellenza, con tinte noirdalla recensione di Sara Ferri su TRILLER NORD

Nel giallo c’è un indizio importante, un dipinto degli amanti … tornare a Matera:

«Della sua morte apparente o tanosi, quella che le ha permesso di aspettare tanto prima di vendicarsi di…»

una favolosa estate

più misterioso di un fantasma c’è solo un figlio di “pacchiana”che fa commenti 🙂

Le interviste di Abel Wakaam su Writer Officina

sì, va bene la mia, ma ce ne sono di veramente speciali…

… l’intervista a un grande GhostWriter

quella impossibile ad Oriana Fallaci

quella imperdibile a Erri De Luca

quella noir a Piera Carlomagno

e tante altre di grande interesse…

infine, anche quella al fantasma Pietro Di Gennaro

idea
idea

HOTEL D’ANGLETERRE di Carmine Mari

Un commento all’edizione 2021, Marlin Editore

«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterre di Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucano di Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.

copertina_Carmine_mari

Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.

Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.

La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.

Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:

”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.

extra_Hotel_Angleterre

Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.

La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.

Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.

È una storia, una magia che non volevo finisse mai.

… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pure tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.

Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.

nessuna mi fa lo stesso effetto

PIER VITTORIO TONDELLI

un commento a Altri libertini, Feltrinelli, trentesima edizione, 2021

Seguendo i consigli di un diavolo si accede alla letteratura che ti porta per mano dentro gli inferni luminosi delle vicende umane. Sì, perché la luce più forte la fanno le fiamme. La mia fortuna è di avere un orologio sincronizzato con il battere delle ali di quella farfalla che scatena gli uragani nell’altra parte del mondo, e per tanto l’azione di prendere e conoscere un autore e un libro definito universalmente una rivoluzione letteraria, non poteva che scatenare in me una tempesta. E così è stato. Non è mai scontato: credo che ogni lettore abbia i suoi filtri e i suoi momenti unici, le sue esperienze, un vissuto che diventa corazza e arma letale di difesa contro ogni novità: non è mai scontato apprezzare ciò che è osannato da altri.

Questo non è un diario per letterati e fini conoscitori di ogni scrittore italiano o straniero, soprattutto masticatore appassionato di tutte le opere di chi ha ha lasciato e lascia in eredità all’umanità i capolavori della scrittura nella sua forma più artistica, innovativa ed immortale. Non lo è se l’approccio è quello di ricercare parole nuove e non già dette, già raccontate. In questo diario lo spirito che accende le sue pagine è il semplice racconto di letture mai fatte e pertanto, vergini e meravigliate come quelle che solo la prima volta riesce a far amare o maledire per sempre…

young woman standing near fire and sea

È vero quindi, non si può fare a meno di Tondelli e di questo devastante Altri libertini, anche a distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Rivoluzionario, attuale, vero, crudo, respingente e attrattivo nello stesso tempo, come solo una discesa negli inferi può essere immaginata.

Sarà l’età ma comunque mi affascina l’idea di pensare a come poteva cambiare la mia esistenza se questo libro l’avessi letto nello stesso tempo in cui vivevo le stesse vicende (qualcosa in più qualcosa in meno) raccontate in Altri libertini nei nostri anni ottanta del secolo scorso. La potenza della scrittura straborda dalle storie facendone un groviglio di malesseri, torture, follie, sconfitte, estasi e tormenti che mi hanno trapanato il cervello dando ai miei occhi sulla realtà connessioni nuove e mai aperte. Ebbene sì, nonostante l’età. Io ero bimbo nel ’77 anche se a quell’epoca, ma succede in ogni epoca in ogni agglomerato urbano, i bimbi che crescono in strada un po’ giocano e un po’ fanno gang a mani nude, ma queste sono altre storie.

Pier Vittorio Tondelli
Pier Vittorio Tondelli

Scoprire Altri libertini senza conoscere niente di Tondelli, lo consiglio: più passa il tempo e più è possibile poiché siamo oggi nell’epoca post-apocalittica della comunicazione globale, quella che qualcuno definisce il trionfo dell’ignoranza diffusa. Scoprire che nel 1980 questo libro gareggiava nelle classifiche di vendita con Il nome della rosa di Umberto Eco, sembra veramente assurdo, eppure quella competizione “intellettuale” è un fatto storico, è successo in questa italietta immensa, proprio oggi campione d’Europa di calcio maschile e di volley femminile, un trionfo atletico ed estetico di squadre di bellissimi corpi umani; ammirazione che diventa estasi pensando ai successi olimpici!

Il giorno dopo la mia prima lettura di Pier Vittorio, prima di fare un commento ho googlato il suo cognome e… due articoli, dallo scibile globale sono emersi e hanno assestato un colpo letale alle mie già striminzite certezze, per capirci: «Hai presente il sonoro scuzzettone alla matricola nel gioco dello schiaffo del soldato?», si quello, per capirci!

Un altro libertino come Pier Vittorio Tondelli di SERENA VOTANO
Pier Vittorio Tondelli, il contestatore oltre la rivoluzione di Biagio Castaldo

Non servirebbe altro come invito alla lettura di quest’opera, eppure non resisto, battere sulla tastiera le parole di Tondelli leggendole dalla carta del suo libro, è per me come recitare una preghiera:

Ecco l’incipit del racconto il Postoristoro:

Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.

Inserisco solo altri due brevissimi estratti: quello che si deve leggere dentro, nelle visceri del racconto tra questi due eventi, è una tempesta della carne che travolge, che credo sia impossibile anche solo pensare di visualizzare in un film.

Così è restato cattivo sangue anche se al Posto Ristoro ci si dimentica piano piano di tutto perché la vita è davvero vita cioè una porcheria dietro l’altra e allora è come sbattere giù merda ogni giorno che poi ti dimentichi che fa schifo, e ne diventi magari goloso.

Dentro l’ago, zac.

Gli altri racconti sono Mimi e istrioni, Viaggio, Senso Contrario, Altri libertini e Autobahn, un tutt’uno indivisibile che fa dell’immobilità e del viaggio la dimensionalità spaziale senza uscita dall’illusione in cui siamo costretti e ci piace andare. Quelli non sono anni ripetibili perchè ogni generazione ha i suoi anni incredibili e il suo mare, ogni generazione però ripercorre le stesse scoperte, gli stessi drammi, tragedie, felicità e perversioni, gli stessi amori eterni che finiscono. La scrittura di Tondelli ha reso le “solite cose” schiaffi ripetuti all’ipocrisia del perbenismo che fa vinta di non vedere, fa finta di nascondere a se stesso quando invece se ne nutre nell’intimo per sopravvivere nel segreto dei propri peccati incofessabili. E poi la felicità, semplice, precaria, a piccole dosi, irragiungibile, la vera droga della vita: un trip acido dalla nascita alla morte.

Dice che abbiamo pagato troppo caro il prezzo per la ricerca di una nostra autenticità, che tutto quanto abbiamo fatto era giusto e lecito e sacrosanto perché lo si è voluto e questo basta a giustificare ogni azione, ma i tempi son duri e la realtà del quotidiano anche e ci si ritrova sempre a fare i conti con qualche superego malamente digerito; che è stata tutta un’illusione, che non siamo mai state tanto libere come ora che conosciamo il peso effettivo dei condizionamenti.

nuvole

Però subito il giorno dopo a mezzogiorno si ritrovano e stanno a far l’amore chiusi in casa e mangiano e bevono e fumano e scopano ed è questo star bene diosanto, questa è bellavita, avere una gratificazione dietro l’altra e non pensare a niente se non ad abbracciarsi e succhiarsi da ogni parte. Questa sì sarebbe bellavita poterla far per sempre mica bisogno di soldi e lavorare e studiare e partire e perdersi…

Col naso in aria fiutate il vento, strapazzate le nubi all’orizzonte, forza, è ora di partire, forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa!

Quanta ironia con il senno di poi (leggi la dichiarazione di D’Alema nell’articolo di Biagio Castaldo), è proprio vero: “Non è detto che chi viaggia con una ‘500 non possa andare più lontano” – autocit. 🙂

… dimenticavo, se non sai cos’è uno “scuzzettone”… è proprio quello che dice di sentire il protagonista nella canzone che segue, mentre cammina con le mani nel pantalone… in caserma o per strada, la vita è un trip acido dalla nascita alla morte.

Ogni ‘vvota ‘ca me sento ‘sta canzone
Me pare ‘nu guaglione ‘ca more appriesso a te
Me ne vaco ‘cu ‘sti ‘mmane ind’o cazone
Sent’ ‘nu scuzzettone, n’amico ‘ca me fa…

DAVID FOSTER WALLACE e il Tennis

commento a IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA, Einaudi 2012 e 2017

coppette

Ho le mie coppette, sono stato un modestissimo categoria 4.2 Fit. Conosco il tennis da dentro, certo è quello dell’agonismo amatoriale, ma vedo e sento e desidero tennis da quando ammiravo Panatta, Borg e McEnroe davanti alla TV in bianco e nero negli anni ’70 della mia giovinezza. Sono alla lettura delle mie prime pagine di David, mi aspettano i tomi. Inizio a capire la grandezza di una leggenda. Nel testo che ho appena finito ci sono due storie, quella grandissima dà il titolo al libro: Il tennis come esperienza religiosa.

Punto primo: anche se odiate il tennis la scrittura di Wallace racconta l’esperienza religiosa insita in ogni gesto sportivo di un genio, Federer o Maradona è lo stesso.

Punto secondo: David con le sue parole rende merito ed immortalità ad ogni goccia di sudore che esce dalla fronte ogni qual volta facciamo sport, fossero anche stupide, noiose quanto atroci flessioni, quel sudore è la ricompensa per la preghiera dovuta a ogni penitenza terrena che promette il paradiso. Poi io sono colluso e non faccio testo, amo il tennis: la lettura di questo racconto sublime è stato per me esaltante.

Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quelli che si protrebbero definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene.

[…]

Era impossibile. Sembrava una cosa uscita da Matrix. Non so quali versi mi siano sfuggiti, ma mia moglie dice che…

[…]

Fatto sta che questo è l’esempio di un «Momento Federer», in tv per giunta, e diciamoci la verità: il tennis in tv sta al tennis dal vivo più o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta.

E poi le note sono sostanza viva e necessaria , per esempio a pag.47 la nota 1:

Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno? È il corpo che muore, in fin de conti. Certo, avere un corpo ha anche aspetti magnifici – è solo che…

Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche solo…

Quindi D.V. Wallace scrive “Federer as a Religious Experience” pubblicato sul The New York Times Magazine nel 2006, due anni prima del suicidio, nella parabola discendende della sua permanenza terrena, non poteva sapere il dio che Roger sarebbe diventato, longevo, sempre elegante e quasi eterno ancora oggi a quarant’anni suonati (il mondo lo vuole vedere giocare ancora). Nel racconto c’è anche Nadal, lo conoscono tutti, è un’altro dio del tennis, ma come per altri campioni tennisti, le parole di Wallace sono definitive in quel tempo ma continuano con forza e precisione trascendente ad essere ancora oggi illuminanti, tanto da diventare non solo oggetto di studio, ma divinazione fatta letteratura.

Questo libro, piccino piccino, merita di essere letto anche per la presenza di un trattato breve, forse più che accademico, che Luca Briasco chiama “Solipismo e trascendenza: il tennis come arte”. Inutile dire come le sue parole mi abbiano alimentato ancora di più la voglia di leggere le opere di Wallace, utile invece è riportare un passo scritto che entra direttamente nel cuore della sua analisi critica:

La necessità paradossale di trascendere l’io limitato sapendo che sono i limiti stessi dell’io a rendere possibile il gioco rappresenta la tragedia profonda del tennis e insieme la sua delizia. (Briasco)

[…]

Solipismo e trascendenza non sono due fattori che si escludono; piuttosto, la consapevolezza che là fuori, sul campo, c’è sempre e solo l’io è il primo passo di un percorso che deve portare il tennista o l’artista, a scomparire dentro il gioco, o l’opera. (Briasco)

Ma nemmeno Briasco può esimersi dal citare alla lettera un testo di Wallace, per farsi intendere:

Potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici a essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza. (Considera l’aragosta, DFW).

torneo

La mia sventurata ma colpevole ignoranza, oggi nel 2021, a tratti mi regala fortune inaspettate: scoprire Wallace un pezzettino alla volta mi sta offrendo la stessa emozionalità del salire un livello dopo l’altro, i gradini delle ascese culturali insite nella scrittura: beh, leggere fa proprio bene al corpo e allo spirito. Sebbene come nel tennis un millimetro nell’ultimo punto fa la differenza tra vincere e perdere Wimbledon (è successo proprio a Roger nel 2019 sconfitto da Novak), nell’arte, anche l’errore più pacchiano dell’artista rendono comunque l’opera immensa perché è tale negli occhi di chi guarda: a noi ci sarà anche negato il dono del genio ma delle opere di un genio abbiamo la fortuna di nutrirci in estasi senza limiti. Esiste estasi più sublime di ubriacarsi divorando genialità umana, nel corpo e nello spirito, fino a trascendere dal vomito che ci circonda per divergere nel divino?

NERO CHIARO QUASI BIANCO di Pippo Zarrella

2021 Neo Edizioni

Da quando ho letto la Caduta di Camus, cerco avvocati penitenti ovunque. Un buon avvocato serve sempre, ti apre la mente e ti evita i guai, è una sorta di difesa cautelativa alla sfiga. Almeno tenerseli buoni è una grande idea, perchè se si incacchiano “Con la bocca allappata di bile e le mani che sudano” sono capaci di tutto. Con Vincenzo Malinconico di Diego si va da tutt’altra parte, con Oreste Ferrajoli di Pippo ci si scassa dalle risate per quello che fa ai suoi clienti con una gang di primo ordine. Leggere questo libro che ho trovato delizioso, è stato comunque non solo divertente, la scrittura è fluida, rilassante; leggere questa bella storia, per quanto anche tragica e nera, è stato molto istruttivo, si scoprono personaggi e una Napoli diversa, si riflette sull’arrivismo e sulle sfide della vita.

La passione per gli insetti che dialogano con il protagonista sono metafore dell’io interiore, ma come li racconta Pippo, appaiono necessari dentro una forma vitale fuori da noi, con tanto di zampette e ali colorate. Lo aiutano e lo divorano, lui sembra padrone assoluto ma l’epilogo in una pagina e otto righe messe all’inizio, sono un artificio di incipit napoletano che avvertono subito il lettore: in gioco la cifra è alta, non è una scommessa da niente. Infatti la storia ti prende e ti accompagna alla fine, desiderando quanto prima di scoprire il vero epilogo che aspetta all’ultima pagina.

Si leggono tante storie e storielle ma “La prostituta svuota la sua borsa di clinex sporchi sulla plastica nera che copre per metà quel che resta di…” un cadavere, in pieno giorno, in un mercato affollato, è una scena che nella tensione del racconto accende l’attenzione e ti fa andare avanti veloce con interesse perché in ogni pagina succede qualcosa di verosimilmente fuori dalla normalità, quella piatta e noiosa che ci tocca vivere giorno per giorno.

Nanni Loy

Ecco perchè è un romanzo delizioso, mi ha fatto evadere e convincere di essere più forte di ogni raggiro, capace di sviare ogni marachella truffaldina: a me è venuto in mente Pacco, doppio pacco e contropaccotto del grande regista Nanny Loy, correva l’anno 1993.

Ovviamente la Napoli di Pippo Zarrella è un’altra città, eppure l’avvocato Ferrajoli con la sua gang e la Napoli di Nanni sono un tutt’uno sospeso nel tempo, in uno spazio in cui anche le trasformazioni sociali rendono evidenti l’eternità dei vizi, delle arti, e dei mestieri che si fanno una pippa alla salute del progresso tecnologico, irridono, immortali, la tragedia anche comica dell’esistenza umana.

«Iamm’ bell’. Mettiamoci a lavoro, chiudo la discussione.

RECENSIONI

sherwood.it

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

un commento alla nuova edizione 2021 di Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.

Non c’è niente da fare, ogni rilettura è preziosa perché l’evoluzione personale di ogni lettore è continua come il fluire dei giorni, indisciplinata, mutevole, sempre nuova. I classici sono un dovere talmente piacevole e maledetto da bestemmiare ogni spreco di tempo che ci resta, del giorno, della notte, della vita. Si rimanda ma quando poi ti rapisce, una storia come quella del vecchio e il mare, ti porta dentro la tempesta della lotta anche se tutt’intorno è immobile, l’uragano di empatia per la sofferenza dello sforzo sovrumano di vincere battaglie ormai perse, con l’enorme pesce più grande della barca, con gli squali affamati dalle stesse motivazioni dell’uomo, nel riposo che non arriva mai se non nella sconfitta finale che ti salva l’esistenza. È la gloria che si deve ai vecchi, ostinati, solitari, invincibili, desiderosi di compagnia, desiderosi di trasferire la sapienza, l’essenza dell’esperienza umana. La barca e la capanna, il mare e la terra ferma, la povertà, e la lotta come unica grandezza della forza di ogni uomo.

Questa ultima edizione è preziosa come prodotto editoriale perché contiene foto in bianco e nero molto speciali, e una raccolta di articoli sulla pesca che Hemingway scrisse tra il 1920 e il 1949, tra questi c’è Sull’acqua blu: una lettera dalla corrente del golfo del 1936: è una corrispondenza con cui accenna, ben sedici anni prima, alla storia da cui nascerà Il vecchio e il mare. Inoltre l’extra imperdibile è il racconto inedito La ricerca come felicità che da solo vale tutto il libro, dove Ernest racconta della sua passione per la pesca, per i suoi uomini d’equipaggio e di come tutti insieme, distribuivano il pescato, enormi e meravigliosi grandi pesci, a tutti coloro che ne avevano bisogno, ai morti di fame, poveri e manganellati, in quella Cuba che solo dal 26 luglio del 1953 al primo gennaio del 1959, vede realizzata la rivoluzione di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara, quando ormai Hemingway è già una stella planetaria.

Copertina Life di Hemingway
Copertina Life di Hemingway

A rendere unica e imperdibile questa edizione è ovviamente la traduzione di Silvia Pareschi che nell’epilogo del libro, ci descrive l’iceberg che ha dovuto affrontare, i sette ottavi della montagna Hemingway che sono sott’acqua, cioè quel metodo dell’iceberg che è un caposaldo della scrittura di Hemingway come lui stesso enunciò per la prima volta in Morte nel pomeriggio:

“Se un prosatore sa bene di cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto.” (traduzione di Fernanda Pivano).

Già la traduzione! Solo come accenno alle differenze tra quella di Fernanda e quella di Silvia, riporto l’inizio dell’incipit nelle due differenti edizioni, sono le prime parole di Ernest che nella scansione in bianco a nero dell’originale regalano a questo libro un fascino veramente superlativo; l’ultima foto allegata poi mette insieme i grandi pesci da macellare e una normale famiglia di turisti americani.

testo il vecchio e il mare

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca nella corrente del Golfo e ormai da ottantaquattro giorni non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni con lui c’era stato un ragazzo. Ma dopo quaranta giorni senza neppure un pesce i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era ormai sicuramente e definitivamente salao, cioè uno sfortunato della peggior specie, e per loro ordine il ragazzo era andato su un’altra barca che aveva preso tre bei pesci nella prima settimana. Il ragazzo si rattristava nel vedere il vecchio rientrare ogni giorno con la barca vuota e andava sempre ad aiutarlo a trasportare le matasse di lenze o il raffio e l’arpione e la vela avvolta intorno all’albero. (Traduzione di Silvia Pareschi)

famiglia Hemingway
testo il vecchio e il mare
copertina originale il vecchio e il mare