Ci sono libri che non finiscono con l’ultima pagina. Continuano a girare, a vincere premi, a diventare film, a entrare nelle vite dei lettori che nemmeno li hanno letti ma li sentono nominare ovunque. Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini (Marsilio, 2024) è uno di questi.

Franchini è napoletano. Nato nel 1958, direttore editoriale, scrittore di quelli che sanno che cosa sono le parole perché ci hanno lavorato per decenni come altri lavorano il marmo. Il suo libro è un memoir familiare — un corpo a corpo con la madre, con Napoli, con la memoria che non lascia in pace. Non è un libro comodo. È un libro necessario.
Il 30 settembre 2026 ha vinto il Premio Letterario Marco Polo Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia, insieme al traduttore francese Christophe Mileschi. Secondo ANSA, il premio celebra dieci anni di un riconoscimento che mette insieme scrittura e traduzione — e c’è qualcosa di giusto nel fatto che un libro su Napoli viaggi anche in francese.

Ma non è finita. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, il film tratto dal romanzo — diretto da Edoardo De Angelis — ha vinto il Premio Bookciak come miglior film da opera letteraria. La critica di Aratea Cultura lo colloca «nel filone più fertile della narrativa contemporanea non-fiction dedicata ai rapporti tra genitori e figli» — quella narrativa che non finge di essere romanzo quando è vita, e non finge di essere vita quando è letteratura.
Penso a Franchini e penso al Sud. A Napoli come destino, non come cartolina. A quelle madri che il Meridione genera con una forza che non si trova altrove — madri che sono tutto e che pesano come tutto. Scrivere di una madre meridionale è scrivere di un sistema di forze che ti forma e ti deforma. Franchini lo sa.
Il fuoco del titolo è quello che ti porti dentro — non quello che ti scalda, ma quello che ti consuma. La differenza è sottile. Ma è tutta lì, in quella differenza, che si gioca una vita intera.

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