Più urlate è più sento, lo schifo Nelle vostre canzoni stonate come pappagalli Nella gabbia della recita Nelle bolle delle meccaniche terrestri Di scontro e distruzione Nell’agone come colosseo moderno Leoni, martiri e fieri gladiatori Che si tolgono la vita
Schifo le bestie che vedo libere Vestite di falsa purezza Cresciute nell’agio e nella presunzione Che sbranano ignoranze
Schifo quelli che scommettono Assistono e tifano senza critica né ragione Osannando santi e madonne finte Gettano all’inferno stento e sacrificio
Schifo chi povero si fa debito e schiavo Che urla guerra, stordito guerra, caino guerre
Schifo i cani e i loro padroni che competono Chi vende scommesse, e spaccia feste per sogno
Schifo chi conta e calcola interesse con equazioni differenziali di meccaniche quantistiche
Schifo chi fa eserciti legali, criminali e di straccioni La catena e chi incatena per finire incatenato
Schifo l’utopia che mi brucia l’anima La pietà senza diritti E chi le racconta e ne fa controllo
Cosa voglio?
Il vomito delle dinamiche umane che rimbalza digerito come una palla Pronta alle mani per giocare senza pace Cremare illusioni. Impastare sabbia e cenere per farne castelli. In riva al mare di gente che riprende a pensare.
Questo voglio: finire. In parole da affidare al silenzio
A swirling dark vortex filled with shadowy human figures and objectsA devastated city engulfed in thick smoke amidst a barren landscapeA collection of old coins, various dice, and a rusty chain arranged on concrete
Ossuzze senza più carne ma solo pelle e occhi incavati neri come l’abisso della nostra colpa di non fermare l’orrore di orfani affamati che allo stremo si getteranno sulla mitraglia di soldati infami comandati nell’inferno della terra di Palestina. Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua, rovista e scava nelle macerie nuova vendetta. Odio e mai libertà o perdono umano per dominati e dominanti senza lotta e resistenza non sarà mai pace.
Curioso curiosando seguo la traccia degli stimoli quotidiani, provando a distinguere semi vivi nella nebbia di parole che tutto opprime. Anelo cèrnere tra lampi, le connessioni elettriche più intense, come quelle tra neuroni agitati, e quindi accecato da fremiti luminosi, reagisco come posso, come so, come meglio sarà domani. Così immagino con l’acquolina in mente di afferrare l’inconoscibile diventare elevato pensiero tra mortali, una lepre che scappa dopo aver rosicato i fili della sua catena, terrena, precaria ma effervescente.
«Un volto nella folla… il colpo di grazia alla “società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.»
Fili, fili e fili ancora, intrecciati, annodati, lacerati dall’usura vergine, affilati e strappati con mani callose che scavano terra.
Quest’uomo che fino a pochi mesi fa non sapevo esistesse, con QUANDO CADONO LE STELLEprima e con UN VOLTO NELLA FOLLA dopo, mi ha pulito come un tergicristallo che stride, quello che tira via la sabbia del deserto quando piove fango sulle nostre vecchie auto parcheggiate al sole del sud, d’estate. Pulisce e graffia, lascia il segno e la nebbia sparisce dalla vista, e gli occhi si riempiono di nuovi mondi. Dalla Storia, dal passato, emergono i classici a confermare che non siamo né possiamo essere moderni ma solo copie replicate con vite già vissute, universi conosciuti e plasmabili come creta vergine che ci appare irripetibile perché nostro è il corpo che vibra.
Il racconto di Budd Schulberg spiega bene l’ipnosi collettiva in cui siamo caduti con il fenomeno Beppe Grillo che ho seguito dalle origini, da prima dei cinque stelle, molto prima, da quando partecipammo attivamente alla colletta per l’acquisto del microscopio elettronico a quel mellifluo dottore delle nano particelle, tal Montanari, che preso poi da manie di grandezze politiche, si candidò premier in questo meraviglioso paradiso chiamato Italia.
Mentre qualche “compagno” adorante leccava le palle del cono gelato menomato dal vate Grillo ormai sazio, quel pomeriggio al palazzo della provincia di Salerno, le risate di quei due ancora mi grattano nel cervello. Grillo e Montanari si guardavano e ridevano dopo un’affermazione scientemente preoccupante: “le nano particelle di metallo pesante provocano lancinanti pruriti nelle vagine”. Ridevano e giocavano con gli indigeni del luogo, come i conquistadores facevano agli anelli al naso nel ‘500. Era la campagna “ferramenta ambulante”… l’estinto Fico, primo leader del meetup di Napoli dovrebbe ricordare. Era un’altra vita quella di tante vite fa.
Ripeto, dalla prefazione di Gian Paolo Serino:
“società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.
Quindi caro diario, come ti sarà ormai chiaro, questa è solo una cronologia di inciampi, di cadute, d’illuminazioni, attimi immensi come la visione di un volto che nella folla non potrai mai più dimenticare. Oggi solo sapienza e conoscenza che costa poco. Di quella dura, immortale, a tempo indeterminato, scolpite nella pietra anche se solo inchiostro su carta, di quella che non si spegne con un interruttore, di quella che puoi ripetere a voce alta e meravigliare chi ti ascolta. Forse un giorno i brevetti e i diritti d’autore saranno solo archeologia, il profitto condannato a morte nei resti di civiltà estinte e questi byte persi come lacrime nella pioggia, acida come l’oblio.