PECORA

Non sono nera ma peggio

nemmeno pecora bianca

ma grigia: come asfalto consumato

Vestita di lana fredda

sopravvissuta a lupi e macelli

Agnello tradito dall’umanità

Forgiata alla normalità

Bruma e grigia

Né carne né pesce

Ostinata nel mezzo

Immobile come roccia

che sbriciolo in parole

come ruggine arroventata al sole

Né nera né bianca

pecora nel branco

Polvere di poesia irrisolta

nell’eclissi del tempo nostro

Muta e strigliata

Un gruppo di pecore che cammina su una strada circondata da detriti e materiali distrutti.
Un gruppo di pecore che cammina su una strada in un paesaggio urbano desolato, con grattacieli in rovina sullo sfondo e un grande sole al tramonto.
Un gruppo di pecore che attraversa una strada deserta di una città futuristica al tramonto, con un grande sole pieno sullo sfondo.
Pecora sorridente in un campo, con pelo morbido e luminoso, contro un sfondo sfocato al tramonto.
Una figura femminile in piedi davanti a una porta illuminata in un ambiente buio, con pareti di pietra e scritte fluttuanti.

GLORIA di MIELE

Le tue certezze mi fanno paura

È la presunzione che ti brilla dentro

Come un ordigno

Devasta senza pietà

L’angoscia che mi prende

A te indifferente

A me l’orrore di vederne la fine

Con la violenza furiosa che arriva

E t’ammazza senza scampo.

Mi fa paura il dolore che semini per strada

Il disprezzo arrogante degli egoisti

Magari fosse una caduta nell’abisso

Dove, sensibili nel confronto

Avvinti a sbriciolare insane sicurezze,

potremmo ragionare su quello perduto,

e sul tempo da costruire.

Ma le tue certezze mi fanno paura

Evasione senza fuga

Dalla mente accecata

Di un gregge illuso disperso nelle metropoli

A brucare erba sintetica e oblio piccante

Di giorno

Nutrite da zucchero sull’orlo del confine

Di calici nascosti all’amaro della vita

Di notte

Servizio ai tavoli di chi brinda allo sfruttamento

Astuto e trionfo di profitto

Per te miele sul bordo come strumento di poesia

Le tue certezze mi fanno paura

Come un terremoto di massacri

Spettacolare esecuzione di miserabili indifesi

È fede lacerata dal corpo che invecchia

Illusa e delusa la mia, impotente.

Vanità la tua.

Le tue certezze mi fanno paura

A me che dell’ignoranza mi faccio vanto

Del dubbio gloria terrena degli antichi

E della morte libertà celeste dei moderni.

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza. Jorge Luis Borges

… … e poi muore in un sorriso beato che non fa domande ma gode … …

La Verità

Oblio non mi avrai,

prima ti spegnerò la luce.

Da destra e da sinistra,

ammiri la libertà.

Dell’anarchia che si fa ordine.

Che nell’arte si fa gloria.

Perché l’amore che io vedo,

è nei fiori vivi che succhiano rugiade;

nelle nuvole indifferenti

che volano su questa terra;

nelle gocce salate

che fanno mare

e faville di rogo che sono vulcani.

È il furore negli occhi dello

schiavo che si ribella,

questo è l’amore

per cui posso morire.

Nella pioggia rifratta di colori

tra il vuoto dell’universo e

il fuoco che arde

nel centro del pianeta

che fu stella.

Oblio non mi avrai

finché vive l’infante che ho dentro,

che furioso e affamato di conoscenza,

immortale corre solitario corre,

sopravvissuto gioca,

nella moltitudine di rumore

stonato di progresso.

In fondo oblio,

il trono che prometti

è solo un cesso, seduta fredda

e solitaria

di un desiderio prezioso

che tutti ci lega

alle fogne di questa vita

giocosa illusionista di morte.

Dentro questo cuore che batte il tempo,

la verità, puttana e nuda, fosse anche merda,

è la Storia, è l’Idea, un Pensiero che mi fa eterno.

Ritratto di una giovane donna con fiori e elementi decorativi, illuminata in colori vivaci di rosa e blu, esprimendo intensità e mistero.
Un vulcano eruttante con una nuvola di fiori colorati in cima, mentre un uccello vola attraverso un cielo nuvoloso. In secondo piano, onde si infrangono contro la collina vulcanica.
Un paesaggio contrastante che mostra fiori colorati a sinistra, un'onda del mare in movimento e un vulcano in eruzione a destra, con uccelli che volano nel cielo tra nuvole luminose.
Composizione artistica che rappresenta fiori arancioni e rossi avvolti da fiamme e sfondi infuocati, simboleggiando passione e vita.
A striking portrait of a man with an intense expression, adorned with vibrant flowers and intricate patterns, set against a dramatic seascape with crashing waves and a distant oil rig under a colorful sky.
Un bouquet di fiori colorati su uno sfondo scuro, composto da diversi tipi di fiori tra cui girasoli, margherite e altri, rappresentando bellezza e vitalità.
Ritratto di una giovane donna con una corona di fiori arancioni e gialli, che guarda verso l'alto, circondata da nuvole e fiamme.
Un bouquet di fiori colorati in primo piano, mentre sullo sfondo splende un sole luminoso che illumina nuvole e una scena marittima.

Calore di paglia

Siamo cenere impastata a paglia

cenere di fuochi mai innescati

faville di parole addomesticate

cenere prima del fermento

scintille di polvere nelle strade

difetto, scarto e poi rifiuto,

cenere di sogni diventati paura.

Siamo quello che non vediamo

rumore nel fragore di lampi

déi sfrantumati nel ricordo

statuine bruciate nei forni dell’oblio.

In sostanza siamo impostura di paglia e cenere.

Ma l’apparenza è turbinio,

la speranza diluvio, e l’idea universo disgiunto.

Così dunque l’affanno nel conflitto

urla tempeste, e mi riscrivo

correndo

strisciando

affogando

tra statuine in serie

di cenere e di paglia

come fango urbano divenendo pietra.

Figures resembling human statues with long hair made of straw, positioned in a dark, foggy environment scattered with debris and straw, illuminated by soft purple light.
Tre figure di legno in un ambiente di paglia e rami, illuminate da una luce calda in un'atmosfera mistica.
Un gruppo di sculture di paglia che rappresentano figure umane, illuminate dalla luce, con dettagli sottili e aspetti espressivi.
Sculture di paglia rappresentanti figure umane in un paesaggio naturale, con uno sfondo sfocato.
Un'inquadratura ravvicinata di una concentrazione di materiali bruciati e polvere, con fili rossi sporgenti e un fondo sfumato di colore viola, evocando un'atmosfera mistica e contemplativa.
Sculture di figure mitologiche in un ambiente di paglia e legno, illuminate da una luce radente.
Quattro statuine in piedi, realizzate con materiali che richiamano la paglia e la cenere, in un'atmosfera cupa con dettagli intricati nei capelli e nei vestiti.
Un falò circondato da statuine di cenere e paglia, con una fitta nuvola di fumo e luci soffuse che creano un'atmosfera misteriosa.
Silhouette di figure in miniatura su un terreno coperto di paglia e bastoncini, illuminate da una luce viola soft.
Un'insegna stradale che indica 'Piazza 25 Aprile' con una bicicletta parcheggiata accanto a un lampione, circondata da alberi in un'area verde, sotto un cielo sereno.

ARRETRATO

6 ottobre 2024

Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.

RESPIRO

Alle bestie, le bestie,

per legge e vendetta,

macello di carne e sangue,

innocente,

che nella pace i tribunali bruceranno,

con parole fredde a maledire orrore,

l’inumano orrore.

Non cogito ergo digito dice Rezza.

Saghe mentali invece, è di Caparezza.

Non è libertà ma schiavitù,

il pensiero bestiale della condanna eterna,

scritta nella sabbia,

persa

nella memoria,

corta

di un respiro.

La storia del drago manciuni

Ed ecco la vera storia del drago di Bellanova.

Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.

Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.

Nicolò Quagliata

INFAME

Scandalosamente brutto

Scandalosamente bello

Scandaloso, questo è il punto.

Non dormi.

Quella guerra è la nostra guerra.

Mi prendi per il culo

Ma ti rode l’invidia

Della mia libertà

Che si fa ribelle

Indomabile dal tuo orgoglio di potenza.

Incontenibile dall’ira che si fa repressione cieca.

Sei escremento di retorica, fango di parole, nebbia nel deserto.

Anima spenta di calce e paura.

Tu, miserabile, vivi, vivi le menzogne.

Tu, miserrimo, nascondi, nascondi l’infame che sei

al tuo gregge da macello tra brindisi e risate

che nutri di avanzi come catene

che scapperà quando cadrai dalla torre.

Eterna è la condanna anche se rinasci.

Non dormi perché nell’anima sei corrotto.

La fogna il tuo regno

e l’oscurità del buio il tuo sole nero.

INGORGO

“Quello che non sappiamo è forse il volto,

il nostro volto che la morte un giorno

suggellerà col suo silenzio: nomi,

fatti perduti appena nati, cenere.”

Alfonso Gatto

E se invece ridi, ma che dico gioisci

Tu sommo poeta

e ti fai beffa di tanta crudeltà?

Quando vedi l’ingorgo

Bloccato chi sale e chi scende

Ai piedi del viadotto che ti hanno dedicato

Ai piedi dell’arteria che si ferma

Rotatoria di circoli viziosi nell’inferno quotidiano

Ti diverte l’ictus del sentimento senza ritorno,

improvviso blocco, infarto civile

che i militari non possono sgombrare.

Ingorgo di mezzi fermi vuoti di persone

Piloti incazzati che sprecano energia e rabbia.

Lo vedi, ci guardi, fermi bloccati nell’ingorgo del progresso.

Quanta rabbia sprecata che diventa cenere cenere cenere

Di carrozze di ferro che si fanno regresso umano.

Di solitudini connesse al mondo

ma strumento perverso di libertà.

T’immagino ridere e sussurrare cenere cenere cenere.

Orgoglio di cenere, di merce scaduta,

d’acciaio che diventa ruggine

al sale del mare.

T’immagino però in lacrime dare l’allarme

per l’avaria dissacrata della granella vivente che siamo.

Per ogni cuore ribelle che non si ferma

per ogni scheggia di dolore

nella sabbia intrisa di sangue e fame.

Ingorgo canta al porto per la spiaggia del Mar di Levante

che non vede pace ma solo cenere cenere cenere.

Da lassù seguimi nell’abisso della civiltà insozzata che assiste,

nuotare verso riva, vincere il naufragio e sbarcare.

Nel collasso civile dell’ingorgo la tua poesia diventa manifesto

Gerusalemme per tutti e GAZA CAPITALE

di Palestina libera dalla terra al mare.

Una vista panoramica di una spiaggia affollata con edifici moderni sullo sfondo, bandiere palestinesi sventolano e barche a vela solcano le acque del mare.
Immagine storica del Viadotto Gatto negli anni '70, che mostra la struttura in costruzione e il paesaggio circostante di Salerno.
Panoramica di Salerno oltre 20 anni fa, mostrando il porto e il viadotto Gatto, con edifici e montagne sullo sfondo.
Una vecchia foto del Viadotto Gatto, che mostra il ponte e il panorama circostante, con auto parcheggiate e la costa visibile sullo sfondo.
Screenshot
Immagine storica del porto di Salerno nel 1977, con la costruzione del viadotto Alfonso Gatto in evidenza e una vista di mezzi fermi e barche parcheggiate.
A person holding a Palestinian flag outdoors.
Panorama di una spiaggia affollata con palazzi sullo sfondo, persone che si godono il sole sulla sabbia e un'auto parcheggiata vicino all'acqua.
Un cuore stilizzato in fiamme, illuminato da una luce intensa, rappresenta la fusione di passione e dolore.

Lunedì 22 settembre 2025, INGORGO ho immaginato, blocco è stato, GAZA CAPITALE sarà…

Una folla di manifestanti radunati sotto un viadotto, con diverse bandiere che sventolano, in un contesto di protesta.
Una manifestazione di protesta con un'auto caricata di beni bloccata nel traffico, circondata da persone con bandiere e cartelli.
Manifestazione affollata con persone che sventolano bandiere palestinesi e cartelli, in un contesto urbano.
Una grande manifestazione con persone che sventolano bandiere palestinesi e rosse, in un contesto urbano con montagne sullo sfondo e un cielo blu.

RANCURA MADRE

“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri

Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.

PRESENTAZIONE

Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.

Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.

In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.

Francesca Mezzadri

[…] estratto […]

#

Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.

È giunta voce anche ai tuoi genitori.

Ecco perché hanno preso le distanze da te.

Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.

Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.

Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.

Ne basta uno, hai detto.

Io ho ammazzato mia madre.

La favorita nell’harem del re, mio padre.

Nascendo, lei è morta.

[…] fine estratto […]

PUBBLICATO A PUNTATE SU IL BUCO ’96

ECCO IL RACCONTO COMPLETO

Stefano Benni


Ho rimandato, ho rimandato
e adesso anche tu sei morto
compagno Benni e nemmeno questo sapevo.
Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo.
Dicono che eri comunista,
ma come lo sei stato e per chi e per cosa
dovrò capirlo
e leggerti ora che non ci sei più
in questa galassia di viventi
dove mi sento più morto di prima,
estinto, a due passi dal corpo di Moro,
come il dinosauro
delle botteghe oscure
che chiedeva sacrifici agli operai.

È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,

e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.

Osservo tutto ma niente mi tocca veramente

e così mi vedo alieno e trasparente.

Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere,
con l’arte immensa per non piangere
la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge

che bela nelle fauci del lupo.

https://ilmanifesto.it/il-nostro-furioso-e-la-parodia-dello-stato-delle-cose-presenti

A vibrant scene depicting a large, surreal tree in a warehouse filled with enthusiastic young people wearing uniforms and holding red flags featuring a hammer and sickle. The background shows flames and debris, creating a dramatic atmosphere.
Gruppo di persone sorridenti riunite in un ambiente all'aperto, con bandiere rosse e simboli comunisti, che sembrano celebrare un momento di gioia in mezzo ai resti di un edificio danneggiato.
Un paesaggio industriale desolato con fumi in lontananza, bandiere rosse e simboli comunisti, mentre un gruppo di persone passeggia tra i rottami.
Tre uomini sorridono davanti a un grande albero, con bandiere rosse sullo sfondo e fiamme che si alzano da un'area industriale in rovina.
Un'entità misteriosa con la pelle chiara, priva di capelli, si staglia contro uno sfondo scuro e nebuloso, creando un'atmosfera inquietante.
Tramonto su una spiaggia con bottiglie di vetro abbandonate e barche a vela in lontananza.

Sarà notte e sarà giorno

Non è re Giorgio ma Oliviero

Dicevi bene

Siamo trasparenti

Ma sostanza di fumo e vento

Ubriachi di follia

Per la fine nel principio

Sgomenti di tempeste

Sarà notte e sarà giorno

Restiamo umani

Diceva Vittorio

Dalla spiaggia di Gaza dove sarà notte

se affonderanno le barche della rivolta

Dove sarà giorno se sbarcheranno cibo

per un popolo disperso

E se nell’angoscia di morte, polvere e macerie

non ci fosse più nessuno da salvare?

E se fosse già troppo tardi per annegare?

Io voglio spostare il sole.

Per cancellare ogni ombra assassina di vita innocente

Così trasparente come vetro frantumato

Nella sabbia bagnata di sangue

Asciugare dolore e rinascere umano

Bene? Male?

Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.

… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.

A woman in a turquoise dress holding a smiling toddler, standing outdoors with a sign in the background.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia al tramonto, con un ponticello di legno e un motoscafo che naviga nell'acqua all'orizzonte.
Bambino che gioca sulla spiaggia mentre costruisce un castello di sabbia con il mare sullo sfondo.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia al tramonto, con una bandierina rossa in cima e il mare che si infrange dolcemente in lontananza.
Un bambino gioca con un castello di sabbia sulla spiaggia al tramonto, costruendo un ponte levatoio, mentre le onde si infrangono e una barca naviga in lontananza.
Un bambino gioca sulla spiaggia mentre costruisce un castello di sabbia al tramonto, con onde che si infrangono in lontananza.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia, con una piccola bandierina rossa in cima, mentre le onde del mare si infrangono sullo sfondo al tramonto.
Castello di sabbia costruito sulla spiaggia, con un ponte levatoio e una bandiera rossa, circondato da onde del mare al tramonto.
Un bambino che gioca sulla spiaggia al tramonto, mentre costruisce una torre di sabbia, con il mare e una barca sullo sfondo.
Castello di sabbia dettagliato con un ponte levatoio, sulla spiaggia al tramonto, con un motoscafo in lontananza che solleva onde nel mare.

Non sarà mai pace

Ossuzze
senza più carne
ma solo pelle
e occhi incavati
neri come l’abisso
della nostra colpa
di non fermare
l’orrore di orfani affamati
che allo stremo
si getteranno sulla mitraglia
di soldati infami
comandati nell’inferno
della terra di Palestina.
Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua,
rovista e scava nelle macerie
nuova vendetta.
Odio e mai libertà
o perdono umano
per dominati e dominanti
senza lotta e resistenza
non sarà mai pace.

Labirinto nel tormento

E ci rimani dentro

alla storia

anche se ne strappi le pagine

e ti segue anche quando dormi

se ti sconvolgi

o resti lucido

non ne esci

perché non vuoi

perché la storia sei tu

perché rotoli nel centro

perché tu sei la freccia

che ferma il cuore

scappando, correndo incontro

alla fine dell’inizio

che tu sei

come una storia

scritta male orfana di parole

così è sentirsi

pagina buttata vuota.

Mazzetto di pagine ruvide disposte a formare un labirinto, con alcune scritte visibili su di esse, creando un contrasto di luci e ombre.
Silhouette di una persona che cammina in un corridoio illuminato da luci al neon rosa, con tubi metallici alle pareti e fumi leggeri sul pavimento.
Interno di un luogo oscuro con pareti disseminate di fogli scritti, scatole disordinate e una luce rosa che illumina un corridoio. L'atmosfera è inquietante e surreale.
Una vista dall'alto di un labirinto di legno con fogli strappati e pagine sparse sul pavimento.
Visualizzazione di un tunnel formato da pagine di libri aperti, con una luce blu che illumina l'estremità opposta, creando un'atmosfera surreale e suggestiva.
Un ambiente oscuro e suggestivo con pile di libri e pagine sparse, creando un'atmosfera di mistero e introspezione.

NECESSARIA

Come l’aria diremmo
necessaria.
Ma se trattieni il fiato,
nell’istante ne fai a meno,
nell’attimo si ferma il tempo,
chiudi gli occhi e muori.
Superflua
diremmo come il vuoto.
Idrosolubile
come l’esistenza
che morde e scappa.
Necessaria l’emozione
tra sentimenti aggrovigliati
come edera a questo muro
di dolore.
Allora respira, lotta e vivi anima mia.

Profile view of two women with dark hair entwined with green ivy leaves against a muted background.
Ritratto di una donna con lunghi capelli scuri, parzialmente coperta da edera verde, su sfondo di pietra grigia.
Muro di pietra decorato con foglie verdi di edera che crescono lungo la superficie.
Un'immagine astratta di codice binario verde e linee rosa su uno sfondo scuro, che crea un'atmosfera futuristica.
Immagine di uno schermo che mostra una cascata di numeri verdi su sfondo nero, evocando un'atmosfera digitale e futuristica.
Una persona con capelli lunghi e rosa, in costume da bagno bianco, cammina sulla spiaggia con il mare sullo sfondo.

Ja sta’ bbuon’

Ja sta’ bbuon’ cient’ann’.

Ma non cent’anni di solitudine ma cent’anni beati.

Per vendere senza vendersi

comprare senza comprarsi

ascendere senza volare.

Con ali a riposo

e terra sulle spalle

a progettare futuri.

Ardere senza bruciare

spegnere senza morire

correre senza cadere

nel viaggio senza frontiere

e poi sognare

con negli occhi

il fuoco che diventa arcobaleno.

Ja sta’ bbuon’ cient’ann’.

Cent’anni
stuprato
stuprata

stuprati insieme di piacere e felicità.

Tavolini

“Chinandosi con avidità la raccoglie da terra. Sniffa gli odori di quella merda calda appena fatta da Charly che sta male da tre giorni. Non si da pace. È il suo amore – deve guarire, deve guarire o io muoio con lei – ripete con il dolore nel cuore. Charly non è un cane ma una volpe cresciuta insieme a lei lassù in montagna.”

«Hai capito Antò, ci vuole un incipit che sconquassa le viscere per catturare il lettore, se no quello butta te e il romanzo nel cesso. Ma poi, chi caxxo è questo Paul Auster? lo devi togliere, punto e basta!»

«Si l’ho fatto. Quindi tu non hai letto la revisione?»

«Sì Antò, l’ho letto, è una grande sofferenza, è una sozzeria» – mi urla dentro nel cervello, mentre la mia attenzione viene catturata dalla bella ragazza del bar che sta tornando con i nostri caffè.

«Ecco qui signore… E … Mi perdoni, posso farle una domanda?» sono travolto dalla sua bellezza e dalla ciocca ramata che ribelle alla coda di cavallo, lei accompagna con classe dietro l’orecchio, come a ricomporsi e chiedere scusa per l’invadenza.

«Certo, magari ho una buona risposta» dico con fermezza, silenziandomi ogni pensiero nella testa.

«Perché due caffè? lei è solo!»

«Curioso vero? È che uno mi piace caldo mentre l’altro lo faccio riposare. D’altronde devo sbrigare un bel po’ di lavoro. Invece, mi perdoni lei. Posso fare io una domanda?»

«Certo mi dica!» dice girando intorno al tavolino. Si abbraccia il corpo snello e lo pianta irto davanti a me con le curve che sfidano una divisa troppo stretta.

«Conosce Paul Auster? Sono sicuro di sì, prima l’ho vista leggere un libro. Mi sembra una studentessa di materie umanistiche, ho indovinato?»

«Sì, lavoro per mantenermi gli studi e per la precisione sto preparando la tesi in lettere antiche, però no, questo suo Auster non l’ho mai letto, mi spiace, non è nei miei programmi… Mi scusi, devo andare…» offesa, stizzita direi, lascia la frase sospesa nell’aria grigia della laguna, e si allontana di scatto mentre il suo viso s’infiamma di rabbia. Rosso come il groviglio di capelli imprigionati che le ondeggia sospeso sulle spalle. Delusa, scappa: “Ci mancava un altro esaminatore oggi”, pensa delusa per un tipo che credeva interessante.

«Che ti dicevo, questo tuo Paul non lo conosce nemmeno chi studia, però hai visto? Te l’avevo detto che gli piacevi, queste ragazzine sono fiammella in attesa di bruciare. Le vedi, no? S’avvampano quando incrociano il tuo sguardo che le spoglia. Dai consegna, e fai lavorare l’editore che ci pensa lui a finire l’opera.

«Smettila e lasciami in pace, devo pensare, non piace a te figurati a me!»

Una figura femminile misteriosa con capelli lunghi e luminosi osserva intensamente un uomo con barba e abiti scuri, seduto a un tavolo con libri, al tramonto sul mare.
tavolini
Padua Coffee Table
Un uomo con la barba scrive su un quaderno mentre guarda il tramonto sul mare. Davanti a lui ci sono pile di libri e due tazze di caffè. Un'illusione di una figura scheletrica avvolta nel fuoco emerge da una delle pile di libri.
Un uomo con barba folta scrive su un taccuino mentre una figura spettrale in fiamme si erge accanto a lui, con il mare e il sole al tramonto sullo sfondo. Sulla tavola ci sono due tazze di caffè e un foglio di carta.
Un uomo in giacca nera scrive al tramonto, con una tazza di caffè e un bicchiere d'acqua su un tavolo di legno, mentre il mare si estende sullo sfondo.
Un uomo seduto a un tavolo all'aperto osserva il mare al tramonto, mentre un'altra figura avvolta in un mantello è dietro di lui. Sul tavolo ci sono una tazza di caffè e un libro aperto.
Un uomo con barba scrive su un quaderno, mentre sorseggia un caffè, osservando il tramonto sul mare.
Un anziano scrittore siede su una terrazza affacciata sul mare al tramonto, con un libro aperto e una penna in mano, mentre guarda il sole che scende all'orizzonte.
Un uomo anziano con una lunga barba scrive su un libro aperto mentre osserva un tramonto sul mare, due candele accese illuminano la scena.
Un uomo anziano con barba scrive su un libro con una penna, seduto a un tavolo di fronte a un mare sereno al tramonto, con un caffè accanto.
Un uomo con barba scrive su un quaderno mentre due tazze di caffè fumante sono appoggiate su un tavolo, sullo sfondo un tramonto vibrante e una figura oscura emerge dalle acque.
Un uomo con una lunga barba scrive su un quaderno a un tavolo, mentre una figura infuocata si erge vicino al mare durante il tramonto.
Un uomo con barba scrive su un libro a un tavolo, mentre un'ombra femminile con lunghi capelli rossi fluttua dietro di lui, con il sole che tramonta sul mare in background.
Ritratto ravvicinato di una giovane donna con capelli lunghi e luminosi, seduta in un caffè con sfondo sfocato, osserva la telecamera con un'espressione pensierosa.
Ritratto di una giovane donna con i capelli biondi raccolti in due codini, che tiene in mano una tazza nera. I colori predominanti sono sfumature di blu e rosa, creando un'atmosfera vivace e moderna.
Ritratto di una giovane donna con i capelli rossi e gli occhi blu, seduta in un caffè, che sorride mentre guarda verso la fotocamera.
Un uomo con barba e penna infuocata scrive su un libro aperto mentre due tazzine di caffè si trovano accanto a lui, con un tramonto sul mare sullo sfondo.

WISH YOU WERE HERE

Lo guardavo senza farmi notare, ossessiva, guardavo lui e vedevo Jim, al di là del vetro, inafferrabile, perso nei suoi versi. Cancellava e riscriveva come un diavolo ingordo che cambia vittima e strategia, perso in una folla di anime.

“Quindi, quindi tu pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno?”

Mi piaceva ma non lo doveva sapere, io sono al mixer, domani chiameranno un’altra, forse non torneranno, non hanno soldi. Come sempre.

«Basta Alex hai rotto, l’ultima andava bene», le bacchette di Tommy continuano a roteare mentre rompe il silenzio con parole annoiate; vuole suonare, suonare ancora.

«No, cazzo, non va bene, è banale, che cazzo significa distinguere un sorriso vero da uno falso?» – Alex parla furioso, strozzato, però quando canta mi scioglie dentro. Lo amavo dal primo giorno; baciai le sue labbra con la prima birra bevuta insieme. Tra le mie cose preziose, conservo con cura quella Ceres mai lavata, insieme al biglietto della metro fissato con la colla calda sull’etichetta di una birra di cinque anni fa. Quella sera, al mio primo concerto, il mio Jimmy si esibiva, era l’idolo del mio liceo, finì con una rissa, colpa di tre sfigati che non capivano la sua immensa poesia, balordi ubriachi in un misero bar di periferia.

Un tecnico del suono in uno studio di registrazione, con la mano tesa verso il mixer mentre un artista canta sullo sfondo, illuminato da luci rosa e blu.

Oggi è diverso, registriamo una canzone vera, quasi tutta sua. Da quella sera sono il suo rifugio, non il suo amore, la sua scorta disarmata. Non lo deve mai sapere che in lui vedo Jim Morrison, impazzirebbe, sorrido con i miei pensieri balordi, lo sento nella testa: “punk esiste solo il punk”.

Oggi sono un tecnico del suono, una professionista – “concentrati e lavora bene” – così spazzo via con forza ricordi della scuola, adolescenti e troppo belli.

«Alex dai, sono ore che proviamo, ne abbiamo già registrate almeno tre che possono andare, è solo un provino da presentare a quella specie di struzzo in giacca e cravatta, ma sei proprio sicuro che ci darà una mano?» Sara suona la chitarra, è una dea, fisico da paura e ricci lunghissimi, io li mescerei di biondo platino ma lei niente, neri come la pece, capisco perché Alex non l’ha mai annusata, ne sono felice, una in meno; Alex è altrove ma vorrei che fosse qui invece è nei suoi versi, la cover per lui deve dire altro, una cover punk di Wish dei Pink può esistere solo nel suo genio. Lo amo ma lui non lo deve sapere. Mai. Lo perderei per sempre.

«Anna sei pronta? Ne facciamo un’altra, tieni gli alti in evidenza, abbassa leggermente il basso di Terry, oggi sbatte le corde come nemmeno una boscaiola del Quebec» – dall’aldilà del vetro gli faccio vedere il pollicione in alto. L’anello alla base mi stringe troppo, mi fa male – “cazzo, sono ingrassata ancora“.

Parte la musica, il climatizzatore fa il suo lavoro, l’aria è fresca, limpida, il vetro è pulito, arriva la sua voce, un delirio nevrotico mi prende, mi alzo dalla poltrona, ho le braccia che ruotano impazzite, i pugni stretti ballano con me. Sono pazza, pazza di lui ma non lo dovrà sapere mai. Ho trovato la mia strada, mi piace questo lavoro; nel pomeriggio ho finito il mio turno con altri emergenti che vogliono sfondare, magari pure i timpani, vogliono sfondare tutto. Lui no, lui è altrove e vorrei tanto che fosse qui stasera, qui nel mio letto, voglio la sua voce ruvida diventare tenera, voglio le sue mani fragili diventare dure, voglio i suoi versi, sussurrati sulla mia pelle: “che protagonista sei? chiuso in una gabbia anche se la guerra ti esplode intorno?”

Un letto disordinato coperto di pagine di libri stracciate, con una vista notturna sulla città e l'Empire State Building illuminato in lontananza.

video del 2006 visto da 220 milioni di anime nel web

******

Un tecnico del suono regola un mixer mentre un cantante con capelli lunghi e giacca nera si prepara a registrare in uno studio luminoso con luci rosa e blu.
Una bassista con occhiali da sole e tatuaggi suona sul palco, mentre una batterista è visibile sullo sfondo, illuminati da luci colorate.
Una mano con anelli mostra il segnale di stop mentre un uomo canta in uno studio di registrazione illuminato da luci rosa e blu.