Le tre generazioni, un io spettacolare tra genitori morti e una figlia che nasce, l’esistenza aggrovigliata nei geni del sangue, l’eredità che non seleziona ma che fluisce nella coscienza plasmando esperienze, evoluzioni di scoperte, di dolore, di tormento, di piacere. E così la scrittura di Paolo Sortino modella come creta le parole creando in forma e sostanza emozione, essenza, dubbi e convinzioni, di essere vivo, cosciente, spietato, schifato, odiato, amato, ammirato, permanentemente discutibile. Fa terra bruciata intorno a sé dell’ipocrisia più maligna, dei segreti più disturbanti e di come inconfessabili strade del piacere, dell’adulazione, della sottomissione, portino alla sublimazione più impossibile: l’amore che diventa materia asciugata da ogni banalità, impermeabile ad ogni perversione, luminosa di strazi, oscurata da troppa bellezza, costituente tra generazioni senza soluzione di continutità. Nulla si crea e niente si distrugge e con la potenza dei pensieri ragionati, con la lucidità folle del profeta, con la tortura del poeta, con l’angoscia dell’uomo presente, anche la morte senza dolore si trasforma in nuovo amore. Ma più che l’amore, forse veramente impossibile da sublimare, sono i ricordi che rinascono e volano insieme ai sogni di futuro come in un gioco d’avventura per regalare a chi ci sopravvive non speranza ma certezze di cui è capace il genio umano.
Come in un gioco di specchi deformanti lui ci guarda e noi guardiamo lui che abbraccia, accarezza e squarta, scortica, frusta devastando la nostra visone del mondo sempre più povera ed egoista. È un giudice severo di se stesso ma con fascinoso artificio ha l’arte di manipolare istigando il giudice che è in noi e che, pagina dopo pagina, ci denuda nell’ombra di un tribunale perenne cui siamo chiamati a rispondere, delle nostre azioni, delle nostre relazioni, del nostro intendere la vita, dell’amore che tanto agitiamo al vento. Infierisce con destrezza usando la scintilla che accende il fuoco, carburando follia e ragione, portandoci sulla vetta della trasfigurazione più intima per spingerci nel baratro profondo del dolore, insegnandoci a volare con i piedi per terra ancorati nel fango.
Lui, lo scrittore, l’io narrante, li chiama fraintendimenti, quelle piccole differenze che distinguono la verità dalla menzogna, i punti di vista diversi e soggettivi, malati di scorie che non si staccano dall’anima e restano dolori inamovibili, ferite mai rimarginate. Nel passare da una generazione all’altra, dall’essere figlio all’essere genitore, l’inevitabile cambio di prospettiva e responsabilità, questo DEMONE CUSTODE, diventa eredità, testamento in punta di vita dopo che la morte della generazione precedente è coscientemente diventata fondamenta.
È un memoir struggente, un romanzo possente, un saggio illuminato contro la saggezza della serenità quotidiana conquistata lottando. È un saggio scostumato, triviale, eretico, dotto, affascinante. È un manifesto per la vera uguaglianza dei generi e dei fini elevati di parità sociale degli individui, liberati dalle manipolazioni della competizione più abbietta, liberati dalle convenzioni che dettano normalità apparenti, bugiarde, sclerotiche, perfino infami. Tante cose sono in questo libro e con mia grande meraviglia Paolo Sortino insegna come non sia vero che un romanzo debba trattare un solo tema specifico ma che la complessità della vita non ammetta semplificazioni che possano portare ad una sola verità. La verità è come un diamante che rompe la luce in mille colori, in mille direzioni che portano alla perdizione. Demoniaco o angelico questo DEMONE CUSTODE è singolo, personale, preziosamente unico per ognuno di noi e Paolo Sortino, con questa opera superlativa ce ne indica lo splendore.
DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino è un romanzo (?) straordinariamente strepitoso: per me è un testo delicato ma crudo, poetico, filosofico e vero, forse troppo vero, allucinante, difficile e stordente. Luminoso e illuminante. Spero anche profetico nel fermare una deriva che ci sta devastando. Tra tanti temi, le impennate “sociali” e “politiche” mi hanno colpito di più. Forse perché il mio sotto proletariato culturale è fatto di scorie e rifiuti. Ignoranze e superficialità vi si mescolano, e a stento galleggio in esso. Sono rimasto intontito dalla sincronia di visione. L’ho trovata in queste magnifiche pagine di Paolo Sortino. Spero che possa venire a Salerno a presentare il suo DEMONE. Se me lo permetterà lo abbraccerò con forza per ringraziarlo di così tante, immense verità. A me nessuno ha raccontato fiabe, e quando avrei potuto raccontarle al mio erede di sangue non ero cosciente, troppo bimbi entrambi per sottrarci al tornado di video game che nei primi anni ’90 ci ha travolti e condannati all’ignoranza e al rancore per decenni, forse per sempre (ma questa è un’altra storia)
Infinitamente grazie a Gian Paolo Serino che qualche mese fa lo ha consigliato… un vero tesoro prezioso che brilla nel buio più profondo di questi giorni stonati! Leggere queste pagine è come viaggiare su montagne russe senza uscita, senza fine, lo dico io ma lo dice molto meglio di me Rosanna Romanisio Prochet nella sua possente recensione di qualche giorno fa.
E adesso ecco qualche brano che ho fotografato… potentissimo quello sui sindacalisti nel denunciare la precarietà (contratti atipici altro che libertà) che ha condannato i giovani come lui e tutti quelli venuti dopo e futuri…
Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.
Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.
Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.
Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.
C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?
Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce.” Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”
Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.
Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.
La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.
Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.
Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.
Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.
Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.
Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?
PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.
PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud?
“… il successo è solo il participio passato del verbo succedere…” ma che ne sai tu di un campo di grano? Sono ore, poi giorni, nei ritagli del tempo libero dai doveri, che leggo nella rete cosa scrivono di lui e del suo primo romanzo. Cribbio e che romanzo!
Storie vere dice Serino, e lo dice con una bibliografia finale per accademici ingrippati, perché è così: questo romanzo ti grippa il cervello, e se mai vuoi studiarti bene origini e significati, e sei un’operatore accademico della letteratura o di ogni altra scienza sociale, Serino ti fornisce indirizzi e recapiti dove andare a sbattere la testa. Così, tanto per scolpire nella roccia della conoscenza lo scheletro della realtà dell’altrove storico, credo sia un testamento osseo che si fa capolavoro, perché la verità è la polvere di cui sono fatte le stelle.
È proprio dalla fine che voglio partire, da quando il romanzo finisce e i neuroni vanno in tilt, dopo che per duecento pagine le sue frasi nella mia mente hanno vibrato, furiose, elettriche e magnetiche come le onde della luce. E se alla fine la luce ti prende e non ti abbaglia, cioè ti cattura e non ti respinge, è perché diventa materia ogni singolo fotone che raggiunge i tuoi occhi diventando polvere, lacrima senza pianto, emozione. Alla fine, queste magnifiche storie si intrecciano e si fondono in un’unica visione, semplice ma complessa come la parola cielo che ha dentro sé tutte le stelle del firmamento.
Io l’ho visto Serino sulla collina delle anime libere e sotto di lui tutto il reame.
Il reame vacuo cui appartiene Morgan, sì quello,un “brillante fallito di successo”, uno tra i tanti istrioni “che si vantano di lottare contro un regime quando non si accorgono di vivere in un reame…”
Io l’ho visto Gian Paolo con il medio teso in faccia ai sudditi in festa, zombi alla ricerca di accondiscendenze critiche e fremiti artistici, in faccia al reame di prostituzione gerarchica popolata da ingordi mediocri del niente, e ho immaginato un dito come quello gigante di Cattelan in piazza degli affari di Milano.
L’opera che l’artista ha chiamato LOVE: “libertà, odio, vendetta, eternità”.
Nel mondo che vedo io, allucinogeno agglomerato d’umanità lacerata, quei quintali di marmo di Carrara, quei due metri di fallico vaffanculo agli schiavi adoranti, sono libertà, odio, vendetta, eternità di classe, vomitate in faccia al popolo nel cortile del gioco a somma zero dell’alta finanza, che brucia e crea miliardi di capitalizzazioni con la velocità del vento. Mi penso padrone del Palazzo, capitalista dei capitalisti, e vedo il mio dito medio che mostro al popolo. La grandezza è solo una misura di un punto di vista, e la classe non è acqua ma dominio.
Forse l’artista pensava altro ma su quella collina di anime libere io l’ho visto, il dito medio al cielo di Serino mostrare la luna a gente con lo sguardo per terra che, boriosa e senza vergogna, affoga nel fango della propria irrilevanza. Io l’ho visto, questo gigante di uomo, incazzato e triste, affranto da tanto reame sprecato.
Se ti sfugge la connessione Serino/Cattelan, la polvere e le stelle, non l’hai letto questo romanzo, non puoi sapere della madre che si fa puttana per il bene della figlia e sentire l’umanità come fiamma bruciarti d’emozione. È quello che ha fatto a me, e così adesso mi sento, arso a mirare quanto sono vere le stelle che brillano eterne.
“Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”
Non so perché, non so per come ma la copertina è tutta una profezia. Una visione di futuro sconnesso dal presente, diviso e frammentato, in fuga abbracciato al passato, per qualche motivo magari divino, ma incredibilmente vivo è il desiderio eterno di un bacio ancora, e ancora, in attesa di gettare via la maschera che ci fa sentire protetti, forse da noi stessi, forse dalla paura che ci fa coraggiosi.
L’incipit è un brivido. Uomo o donna? Mi sono chiesto. Il prologo è una lettera, un vortice di sentimenti che trascina senza scampo verso una spumeggiante cascata di domande. Giù verso le rapide turbolente di un fiume agitato da scene avvolgenti: avvinghiata la mente, questa scrittura ipnotica mi ha sbalzato fuori dai gorghi frenetici della vita quotidiana, per avvincermi dentro un flusso impetuoso di fatti e personaggi che alla fine mostrano come all’origine di ogni decadenza umana ci sia il male e la menzogna. Ciò che più mi ha colpito è come, con sferzante eleganza, le vicende narrate dei singoli personaggi, diventino un insieme rappresentativo di un’intera società. Se per i fanciulli la purezza briosa della gioventù muore con la fine dell’innocenza, la purezza dell’impeto costitutivo della repubblica, muore con la fine dell’onestà. Segreti, ricatti e compromessi intrecciano singole esistenze e la pluralità di un’intera organizzazione sociale: la decadenza è un processo che divora da dentro, e il conto si paga solo alla fine con la morte che svela colpe e tormenti nascosti per una vita intera.
“Piangi. Io sono il tuo castigo.”
Dopo aver scoperto con UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE e NERO LUCANO, un intricato e appassionante personaggio come Viola, l’affascinante anatomopatologa di Piera Carlomagno, l’attesa di un’altra sua avvincente storia mi era così insopportabile da rivoltare sotto sopra tutte le priorità di quella giornata. Ricordo come fosse ieri: trenta settembre 2022, nel primo giorno dell’uscita nelle librerie italiane, la prima presentazione alla Feltrinelli di Salerno, e il fondamentale Angelo Cennamo dire: «Il taglio freddo della luna è il romanzo borghese del XXI secolo.»
Secondo una mia sensazione strettamente personale, questa avvincente cronaca romanzata dei giorni che vanno da giovedì 26 agosto con la luna calante visibile all’87%, a martedì 7 settembre del 2021 con luna nuova che inizia a crescere, è la dimostrazione di come una produzione letteraria di fantasia possa diventare un potente strumento di denuncia e critica storica di un’intera società, quella italiana, o meglio di una sua “classe”, la borghesia, che meriterebbe la condanna della memoria.
«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»
Sicuramente esagero, come è esagerata ogni generalizzazione di categorie che più le analizzi e più si frantumano in eccezioni. Ma d’altronde alla fine della lettura e rilettura di questo romanzo, il libro tra le mani scotta come una bomba inesplosa e per troppi anni sotterrata. Questa la mia sensazione dopo la lettura dei due articoli che seguono e che mostrano come laFossa Irreversibile sia vera e non fantasia; è spaventosamente reale a Rotondella di Matera, in terra lucana, in Italia.
Nel 2019 avviene una sorta di riesumazione di un cadavere vivente, pericoloso sì ma che il genio umano intende riciclare. Poi uno si meraviglia che la realtà possa superare ogni assurda fantasia. Urca che tema di estrema attualità, il nucleare, in queste ore che gli idioti sapiens fanno la guerra lungo il fiume Dnepr, intorno ai sei reattori atomici della centrale di Zaporižžja.
“Negli anni Sessanta i rifiuti nucleari si cementavano e si mettevano sotto terra, in quelle che all’epoca venivano chiamate “fosse irreversibili”, proprio perché sarebbero rimaste lì per sempre.”
Quei rifiuti erano americani e noi abbiamo fatto di pezzi incontaminati della nostra meravigliosa terra una loro pattumiera…
«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»
Cos’altro potrebbero meritare quelle generazioni che hanno permesso al nostro paese di diventare una discarica geopolitica? Più di una metafora, una condanna eterna. Ecco la potenza dell’intelletto cui la Carlomagno ci ha abituato, il viaggio su binari inseparabili, la bellezza della terra e il suo saccheggio, ma questa volta, il salto è trascendente, dal sudiciume materiale del petrolio e dei poteri massonici essenzialmente locali, passa a trattare il mostro invisibile, la contaminazione nucleare e poteri di dominio geopolitici.
«Quelle urla non le dimenticherò mai, anche se le ho ricacciate in fondo a ogni pensiero e sentimento, giù, nel punto più profondo di quell’abisso che è la mia anima.»
Uso alcuni dialoghi a ritroso partendo dalla fine del giallo per dare consistenza a questi miei commenti da lettore ipnotizzato. Sono commenti che cercano di provare quanto profondo e affascinante in questo romanzo sia l’intreccio sociale della storia di un paese con quella dei loro protagonisti, anima e identità, passato e presente, singolare e plurale.
«… Fu in quell’attimo che acquistò l’antitodo contro il veleno dei veleni: la disuguaglianza. Fu in quell’attimo che pensò di riscattarsi anche per il futuro, lui, la sua famiglia e la mamma infelice… »
La storia di uno diventa la storia di una classe smarrita che diventa soggetto sconfitto, singolare e plurale, elevato e decadente, per sé e di sé, prigioniero dell’evoluzione dei veleni materiali, sedotto e corrotto nel labirinto senza uscite di teorie e pratiche di speranza che quelli bravi hanno chiamato la fine della storia. Ma come la fossa dei rifiuti nucleari, la Storia dimostra che di irreversibile c’è solo la morte, e forse nemmeno più quella, almeno per chi sopravvive. In fondo il progresso, la modernità, le colpe che non possono ricadere sui figli, dimostrano che di giorno in giorno, diventa possibile quello che ieri era impossibile. Ecco la dualità umana in eterna contraddizione: bellezza e mostruosità.
«Siamo capaci di convivere con qualsiasi colpa» disse Viola. «Del resto siamo tutti mostri capaci di convivere con l’idea della nostra stessa morte… »
Dall’ultima alla prima pagina è Viola la guida, come il Virgilio di Dante ci accompagna oltre le righe dei fatti, oltre l’inferno e il purgatorio delle anime dei personaggi che lei riesce a sventrare da vivi, risuscitando anche quelle dei morti. Viola Guarino è la luce che scopre le ombre tra le piaghe dolorose delle verità nascoste e di quelle che sfuggono anche se in bella vista nel presente. La magia della letteratura gialla è anche questa, l’abilità della scrittrice di porre in bella mostra quelle evidenze che sono indizi che con lo scorrere delle pagine diventano certezze. Ma con la scrittura della Carlomagno si va oltre, si vola veloci come pipistrelli nelle grotte oscure dell’eterna lotta di classe. All’improvviso un sorriso e un pensiero: accecante e assoluta ineluttabilità della linfa vitale della grande letteratura, degli ultimi che resteranno per sempre ultimi, e che, nonostante i compromessi sociali della convivenza, restano fieri di esserlo, ultimi continuando a lottare per una comune identità di classe e di estraneità, forse nemmeno ultimi, diversi, esclusi ma colti.
Sorrise pensando a quelli che portavano stampata su magliette o borse di pezza appese dietro la schiena, la protesta a quel ciclone passato sulle loro teste senza coinvolgerli: «Pure io sono un povero cristo». E il cordone ombelicale con Levi non si taglia, non si tagli.
Poi ci sono i sentimenti e i desideri di Viola, i sogni erotici e gli incubi della maledizione arcaica dei tormenti che si fanno umanità inquieta, ci sono le voglie di scorticarsi addosso l’essenza emozionale del corpo e del pensiero, sentimenti e desideri che non trovano pace, che si intrecciano senza legarsi mai, e anzi ne fanno una danzatrice alla ricerca di quell’equilibrio impossibile di chi è sempre in fuga.
«La luna non muore mai» osservò Loris. «Si rigenera.»
«Certo, come tutti dopo le delusioni.»
Non c’è niente di semplice e scontato in questo grande romanzo, proprio come è la complessità della vita che nelle sfumature e negli attimi si fa preziosa, proprio come un diamante, inutile e spento senza una luce che lo attraversi. Così ci sono un paio di pagine in cui Viola e Loris si parlano, si sfiorano e si allontanano, un paio di pagine che da sole riscaldano il cuore e lo stordiscono, mettendo a nudo le differenze della donna dall’uomo, della femmina dal maschio, differenze della ragione dal sentimento.
«… Non ci si abitua a tutto, se si presenta l’occasione si saldano conti vecchi che si credevano dimenticati. E invece no, non si dimentica niente, tutto resta ferocemente piantato nelle nostre coscienze.»
Le scene e i dialoghi sono talmente vividi che saltano dalla pagina e arrivano, a volte come pugni in faccia improvvisi, a volte come carezze di una ragnatela di parole in cui i personaggi restano impigliati in attesa di essere svelati.
Ma non ricordare non è possibile, finché si è in vita, rimuginava Bepi e forse questa è la chiave di tutto. Sono i ricordi che rendono le persone pericolose e consapevoli che ciò che è stato potrà essere ancora; chiunque sia vivo continua a rimestare nei simulacri che occulta, che lo voglia o no, ed è tutta qua la complessità e la contraddizione dell’umano.
Eccola la scrittura ipnotica che salta tra passato e presente, con storie intrecciate come i rami di un bosco fitto e misterioso che mi ha ricordato il groviglio dell’adolescenza, le paure e le follie, ignoto e oscenità, vertigini e cadute, le colpe, l’ebrezza della potenza e lo sconforto della sconfitta, i rimpianti e gli occultamenti della vergogna. Ci sono conti che non si chiuderanno mai e tra questi, la conoscenza di questo personaggio grandioso che è la Viola di Piera, dopo tre romanzi è solo all’inizio. È una conoscenza parziale e ancora sfuggente, fatta di numerose curiosità irrisolte mentre nell’attesa di una prossima inchiesta, immagino lei correre come un fulmine bianco che non tocca mai terra.
… entrava nella morgue con l’aiuto di un rapporto ancestrale con la morte e si avvicinava ai corpi con la speranza di incontrarne l’anima.
la socia di Viola è bianca: Ducati multistrada 950
Mille e mille volte Ti ho accarezzato E mille, mille volte Ti avrei preso a schiaffi
Mille e mille volte ti ho voluto E mille, mille volte Ti ho perso e ti ho pensato invano Ti ho visto nel vuoto cadere Felice, ti ho visto volare
Dicono che è normale sopravvivere a madri e padri, tempeste di parole e silenzi per una vita Ma restare quando l’erede muore È disumano mille e mille volte
È pena senza fine al freddo di una tomba Nella fiamma rovente di una cremazione Che mille e mille volte brucia Come ferita aperta devastata dal male Di ricordi, sorrisi e amore
Tu sei lama che taglia e cura quando mille e mille volte ti dico resta con me Anche se ti lascio andare e tu poi ritorni
Caro Diario, scrivo a te non perché come uno specchio sai riflettere verità senza sconti, ma perché hai un’anima e mi puoi capire. Seguimi.
L’umanità si divide in due: da una parte i bimbi che imparando a leggere e a scrivere hanno ascoltato e si sono addormentati con le parole delle favole raccontate da un adulto, e dall’altra chi le favole le ha scoperte da solo, per strada, che non esistono.
Quando dico strada, intendo la solitudine di un bimbo di trovarsi solo. Che sia una casa di un condominio, che sia una tenda di un villaggio, un quartiere, un campo di terra abbandonato o seminato, un mare agitato della speranza o calmo di sete e fame, una montagna alta che tocca il cielo o bassa che si perde in un fiume. Insomma, che sia un deserto di giungle o una giungla di deserti.
Trovarsi solo anche tra la folla, anche in una famiglia piccola o numerosa.
Addormentarsi senza la voce di un grande che ti racconta una favola senza la sua infinita tenerezza, ti segna per la vita ma, non è affatto detto che poi questa vita sia meglio o peggio di quella di bimbi svezzati nell’ovatta soffice della pace e del benessere. Anzi, la violenza non si regge, a ogni vittima puoi raccontare tutte le favole che vuoi, ma quella ferita resta e quando va bene ne resta una di cicatrice sulla pelle, ma nella mente no, non rimarginano mai.
La serenità di un bimbo è un diritto fondamentale prima ancora di parlare di uomo e di donna, non ha genere né età, ma a quanto pare il diritto vale fino ad un certo punto compreso quello di polverizzare la carne, le ossa e il sangue della vita umana.
Le favole non esistono ma sono necessarie come l’aria, e non raccontarmi frottole: le favole sono scintilla divina per i piccoli e per i grandi; sono necessarie come un cuore che batte o un polmone che respira.
Io leggendo le FAVOLE di Ester e di Rosa mi sono sentito come quel bimbo meravigliato, a bocca aperta, che viaggia con gli occhi spalancati nel mondo, stando fermo ma correndo, nelle dimensioni parallele delle emozioni senza limite, senza confini, senza l’angoscia di questo mondo di merda che non comprendiamo, tra una violenza e l’altra, che ci fa orrore.
È forse proprio per questo che noi pseudo adulti ne dovremmo leggere di più, forse proprio per questo che le favole di Ester e di Rosa mi sono piaciute tanto, perché ogni tanto riprenderci lo spazio di una favola è necessario perché fa bene e ci fa sentire meglio.
La fiaba non è un rifugio dalla realtà ma uno strumento vero per abitarla. C’è una convinzione diffusa che le fiabe servano a far addormentare i bambini, a tenerli lontani dal mondo reale, a ripararli in un angolo incantato dove tutto è semplice e prevedibile. Ma chi si è davvero sciolto in una fiaba sa che accade esattamente il contrario. Come ha scritto lo scrittore messicano Juan Miguel Zunzunegui:
«Una fiaba è un luogo dove si entra per uscire trasformati.
Non serve a far dormire i bambini, ma a svegliare gli adulti»
Caro il mio Diario adesso inizia il gioco delle citazioni famose, perché la fiaba, prima ancora di intrattenere, interroga. Sì, interroga proprio noi che poi scegliamo cosa leggere e far leggere ai bimbi. La favola mette il lettore di fronte a scelte, paure, ostacoli e – soprattutto – gli restituisce la certezza che nulla è immutabile. Quindi, fammi un favore, tra un romanzo e l’altro, leggi le favole di Ester e di Rosa e poi dimmi se questo non è vero.
Italo Calvino definisce la fiaba come «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nelle favole s’incontrano la povertà e la ricchezza, l’astuzia e la crudeltà, la solitudine e l’amore: i percorsi possibili sono molti, e così scopriamo l’ovvio, che ogni destino è fatto di prove e di svolte. E poi ci sono i draghi, i mostri.
Citato da Calvino in molte occasioni, G.K Chesterton ha osservato che «le fiabe sono vere non perché ci raccontano che esistono i draghi, ma perché ci raccontano che i draghi si possono vincere».
Per un bambino, il drago, il mostro, è la paura che prende forma: l’ignoto, il pericolo, ciò che sembra invincibile. La fiaba non gli nasconde che il drago esiste, ma gli offre gli strumenti per affrontarlo.
Sempre Calvino ha definito la favola «il primo, ingenuo e profondo tentativo di dare un senso al disordine del mondo». Quindi se il mondo è un caos di stimoli, regole non scritte, emozioni incomprensibili, la fiaba è un filo che prova a tessere quel caos in una trama, senza banalizzarlo.
E la verità? Se è vero, come dice Neil Gaiman, che «una fiaba non è un inganno: è il modo che ha la verità per farsi ascoltare senza fare troppa paura», allora la fiaba non edulcora la vita: racconta l’abbandono, la fame, la morte. Ma lo fa con la distanza lieve del racconto, permettendo al bambino di avvicinarsi alla verità con la gradualità di chi ancora deve imparare a sostenere il suo peso.
Sarà per questo che non smettiamo mai di imparare?
Infine, attribuita a Gesualdo Bufalino, c’è una frase che forse riassume tutto «una favola non è mai soltanto una favola: è un modo di dire la verità con una maschera, e chi la capisce si toglie la maschera dal volto». Perché la maschera non è un nascondiglio: è un linguaggio che impariamo a decifrare, giorno dopo giorno.
La nostra fortuna è quella di essere bimbe e bimbi che desiderano decifrare il mondo, smettendo – ecco un altro favore che ci dobbiamo fare – smettere oggi di scrollare il mondo come idioti senza direzione.
Perché la fiaba non è una fuga, è uno strumento potente per abitare la realtà. Non la nega, non la addolcisce: le dà forma, la rende narrabile, e quindi vivibile. Forse è per questo che torniamo a cercarla anche da adulti? – questa domanda vale solo per me caro Diario? –
La cerchiamo, la desideriamo, la favola, perché c’è sempre un pezzo di mondo che abbiamo bisogno di imparare ad abitare, ed è proprio per questo che non posso che ringraziare Ester e Rosa per queste opere buone e necessarie come il pane. Perché nonostante le spine, e i grani geneticamente modificati: toglieteci tutto ma non il pane e le rose. Altrimenti ci succede quello che capitò a “Giovannin senza paura” che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.
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Una sabato sera di marzo al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è un’opera viscerale, tanto tosta e vibrante che scassa e trascende il mito, tanto rivoluzionaria come la verità, goccia d’acqua che scava la roccia, che materializza il divino umano nel “pacco di carne” che siamo, maneggiati, trasportati, scrollati, sballottolati lungo il viaggio dolce e amaro dell’esistenza, fino alla consegna finale della morte che ci fa immortali.
La Penelope di Brunella non è il centro dell’universo, è tutto l’universo che ribalta la sua potenza, che dal buio parla alla leggenda con la luce della carne, quando l’anima sopravvive al dolore e alle lacrime, diventando padrona, orgoglio e gloria senza tempo.
La Penelope di Brunella rovescia il mito della tela e della fedeltà, squarcia il classico con la modernità, devasta l’ovvio e lo scontato del passato con la realtà e la verità del presente buio che si agita nelle nostre paure.
Oltre e dentro la morte civile e fisica della Donna venduta e stuprata, la Penelope di Brunella è un atto che dalla scrittura all’emozione scenica della rappresentazione, coinvolge direttamente lo spettatore, invitato al dialogo, invitato a rispondere, trascinato con forza ad entrare direttamente nella ferita che mai rimargina, nel sangue che continua a scorrere, nella storia che continua a raccontarsi, falsa e disonesta, bugiarda e millenaria.
Le voci e le maschere di Brunella e Davide Curzio, interpretano lo spirito, lo rendono visione materiale, e mettono in scena la coscienza dell’anima, in un coro di parole e gesti che si fanno tumulto, interrogatorio, processo, giudizio, navigazione agitata tra tempeste e tregue senza scampo; a noi testimoni restano attaccate domande, condanna e pena.
Il testo è incarnato e sconvolge, a momenti irato di rabbia, a momenti struggente e tenero come una carezza. È l’Arte come specchio che si ribella al dubbio della precarietà, alla fissità delle certezze, all’ipocrisia della ricerca cavillosa di redenzione e assoluzione, alla verità come peccato, al peccato come verità, alla vergogna dell’indifferenza, alla vittoria sulle sconfitte, al bene produttore di male, alle suture su bubboni che si fanno tumori.
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è l’Arte che si materializza in una interpretazione emozionante e suggestiva di cui Brunella è maestra: di vita che pulsa, non appare, ma si sente sotto la pelle fino al midollo, dentro le ossa. Brividi.
È la magia del teatro? Forse.
Forse solo la distanza abissale tra veri teatranti immortali e i teatrini di miseria umana che ci fanno bestemmiare.
*** – il post di MONICA – ***
Su il sipario… Ci accoglie la nebbia, una voce narrante melodiosa, Davide Curzio…
Nascosta sotto un velo azzurro, una sposa…
Tu e la tua Penelope, la mia Penelope, la vostra Penelope.
La Donna Penelope… la sente solo chi la vede… la giudica solo chi non vuole vedere… l’ abbraccia solo chi riconosce le sue lacerazioni… la ama solo chi è capace… l’ acqua trova sempre la sua strada… resta calma e lasciati trasportare…
Le Donne intelligenti sanno come fare, ascoltano e non solo le parole…
Le Donne come un pacco di carne…
Le Donne a cui spettano tanti ruoli, figlia, moglie, madre…
Le Donne devono aspettare, tacere, subire… l’acqua trova sempre il suo corso e se lo riprende quando vuole…
Le Donne intelligenti tessono soltanto una tela?
No… tessono tante tele e non le disfano mai…
Le Donne intelligenti conservano, ricordano, e ad ogni lacerazione del corpo e dell’anima si ricompongono…
Le Donne intelligenti affrontano la paura ed è per questo che fanno paura…
Il vestito è sgualcito, sporco, intorno c’è solo il buio, il tempo che passa non lo puoi misurare, la morte arriva quando muori dentro…
Spettacolo meraviglioso…e chissà quante di noi ieri ci siamo sentite la Penelope di Brunella… Bravissimi tutti
Una scenografia studiata nei minimi particolari, le luci abbracciano gli attori, la musica è una melodia che arriva al cuore, a rappresentare i vari stati d’ animo di noi Penelope, donne semplicemente donne.
Una serata splendida, delicata, intelligente.
E dulcis in fundo il presidente Matteo Caputo che bacia la mano di Penelope e esclama: sono fiero di avere una sorella come te.
se una bandiera rossa sola ti sembra poco e spoglia ma troppo potenti le parole che morirne non sarà mai abbastanza ai popoli liberi la terra agli indomabili prati fioriti dignità e gloria
In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabiliper il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Traballo Abissi dinamici mi afferrano La mia rabbia incido sulla pietra di ciò che sembro un’ascia contro il vuoto Ogni mossa è un crollo una caduta libera nel bit È la mia ballo cadendo Chiedo scusa ad ogni mio fallimento Traballo sperduto Ballo cadendo
Romanzo di Pierangelo Consoli, 2020 Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Che dire? Bella domanda. Io, procedo come un bradipo tra momenti, giorni, mesi e anni che bruciano all’istante come un brutale incendio di foresta, o come quelle famose torri gemelle, grattacieli galattici arsi e crollati in una mattinata di quel lontano 11 settembre. Nell’eco di quell’evento viviamo ancora oggi, e anche il romanzo di Pierangelo è figlio della tempesta di eventi che seguirono quella tragica e funesta data.
Questo millennio da quel giorno ha abbandonato una plateale speranza di benessere tecnologico globale e ha fatto ripiombare l’intera umanità nel “dovere” inevitabile, più che paura, della guerra. Terrorismo e rivoluzioni colorate, esportazione forzata di democrazia, precarietà esistenziale e morale, nella società consumata dal consumismo delle merci e delle anime, e dei corpi come merce. A questo stiamo sopravvivendo in un oceano agitato di dispersione e confusione, ma, tenaci, abbiamo fede nella bella letteratura che ci da la forza di resistere e lottare.
In questi ultimi anni, in questi ultimi mesi e giorni, davvero una maledizione diabolica sembra vincere ad ogni latitudine. Poi incontri un romanzo di Pierangelo Consoli, come SALVARSI LA VITAo come questo COME IL BUIO PER LE STELLE, e il tempo si ferma, avviluppando passato, presente e futuro in un abbraccio che, all’ultima pagina, ti lascia un segno per sempre. È proprio vero: i romanzi belli non passano, non scadono. Vivono, sopravvivono, replicano l’eterna emozione semplice ma struggente, del piacere di immaginarsi potenza umana di redenzione. Salvezza dal dolore, dagli errori imperdonabili, dalla crudeltà, dai sensi di colpa, dalla condanna maledetta della morte che ci circonda. Dipende dai personaggi, dipende dalla trama, dipende da una scrittura talentuosa che, strada facendo, si affina emergendo dal caos della moltitudine che scrive.
Come il buio per le stelle è esattamente questo: un racconto corale sul riscatto che nasce dalle ferite più oscure, la storia di un’equazione umana tanto semplice quanto profonda: tanto buio, tante stelle. E il buio, in queste pagine di Pierangelo, è denso, palpabile, una misura fisica dell’esistenza con cui tutti abbiamo esperienza, fin dall’oscutità calda e sicura dentro il sacco amniotico, nutriti dall’amore e dalla placenta di mamma.
Sembrano pagine secondarie, ma quelle sul buio della comunicazione tra mamma e figli, già uomini da giovanissimi, sono le pagine universali dei mille romanzi di cui è fatta la storia umana: il distacco, la menzogna, il sogno, la speranza, l’eternità oltre la morte.
Il buio è l’antagonista: è quello della Siria devastata, dove Said e suo fratello sono cresciuti a pane, Corano e addestramento al martirio, in un mondo dove la parola “amore” è un atto di eroismo proibito. È il buio di una colpa antica che corrode padre Augusto, sacerdote dalle mani operose e dal cuore appesantito dai dubbi. È l’oscurità del carcere che ha inghiottito Gegè, ergastolano la cui vita è stata spezzata da una fiducia mal riposta. È, infine, il vuoto di attesa di Lea, giovane donna napoletana il cui amore è un presidio, simile a quello di chi aspetta un soldato al fronte. Nel buio i protagonisti sono stelle.
Consoli non scrive una favola sull’integrazione, ma un’epica della redenzione possibile, quasi una salvezza impossibile da immaginare. Il suo colpo da maestro è aver scelto, come protagonista, non una vittima innocente, ma un carnefice in fuga: Said, l’uomo addestrato a uccidere, che scampa all’attentato che avrebbe dovuto compiere. Il suo è un viaggio ai confini dell’umano: come si ricomincia quando si viene dall’«altro lato», dal mondo dove i bambini muoiono di freddo tra le macerie e i corpi s’addestrano alla vendetta? La risposta risiede in un incontro salvifico a Napoli, città che non fa da semplice sfondo ma da co-protagonista mistica e carnale. Una Napoli che venera le anime del Purgatorio perché crede nell’attesa come forma di vita, e che tra il mare e il vulcano accoglie le cadute per trasformarle in slancio.
È qui che le stelle cominciano a brillare nel buio pesto. Attorno al fragile patto tra Said, il fuggiasco, e Augusto, il sacerdote in cerca di perdono, si intrecciano le esistenze di Gegè e Lea, creando una fragile comunità di reietti. Consoli indaga con precisione chirurgica i sensi di colpa, il peso degli errori, la nostalgia tossica per un’identità violenta. Lo fa con una scrittura attenta e gentile, ma dotata di fegato e sangue, che non rifugge dal mostrare le crepe interiori da cui «si sente sempre freddo».
Questo suo romanzo non è un atto di fiducia ma la testimonianza dell’umanità che vince il buio per farsi luce di stelle. In questo suo romanzo, ci sono innervate le radici di “Salvarsi la vita” che poi pubblicherà 5 anni dopo, una frase, un monito, una verità, un dovere che diventerà titolo. Ci ricorda che la salvezza non è mai un atto solitario, ma un ponte gettato da un altro essere imperfetto. Salvarsi insieme dall’imperfezione e diventare perfezione. È nella logica disarmante di un’amicizia improbabile, nella tenerezza silenziosa di una bambina di nome Bao, nella capacità di amare sapendo, prima o poi, di annientarsi e lasciare andare, che risiede la sua luminosa, straziante bellezza. Storie che travolgono, commuovo e, in un’epoca di muri, deportazioni, di predoni e saccheggiatori, regala il coraggio di lanciare un’àncora di salvezza nella tempesta perfetta che potrebbe annientarci tutti. Perché nessuno, in fondo, dorme sotto lo stesso cielo, ma insieme possiamo imparare a riconoscere le stelle degli altri, quando brillano perché tutto intorno è buio.
Nota a margine
In queste ore, nell’approfondire l’universo di Cioran, forse per ingenuità, forse per delirio d’onnipotenza, sicuramente per ignoranza, sto pensando a come il buio di Pierangelo sia paragonabile al nulla di Emil: necessari, incontenibili, essenziali, intersecabili, disgiunti e congiunti nell’esistenza stessa dell’umanità, che senza, non avrebbe la luce delle stelle e di tutti noi miseri, pianeti riflessi, attratti nel piacere e nel dolore, nella musica e nel silenzio.
Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una lettera, mi dicevo che era indirizzata a un mortale. – Emil Cioran, L’incoveniente di essere nati
“Lea imparò che il ricordo è l’esilio dell’anima che non sa rassegnarsi alla pena del distacco… Si aggrappava ai sogni, ogni notte pregava per poterla rivedere, di parlare con lei e tutte le volte quelli cadevano al risveglio come le foglie d’autunno si liberano dal vincolo dei rami…”
“Restarono insieme, quella notte. Una brigata di gente perduta, che si era ritrovata. Un prete, un immigrato, un carcerato.”
“L’amore certe volte è distratto e si posa là dove non può essere raccolto.”
Wanda Marasco tesse l’epica intima e spezzata di due anime condannate all’imperfezione. Il suo racconto vibra tra la concretezza della realtà e la dimensione oggettiva della follia, una disperazione incontenibile come il tentativo di imprigionare l’anima in una sepoltura di terriccio materno. Sono state queste vibrazioni ad accompagnarmi in una lettura tanto complessa e rivelatoria quanto emozionante e coinvolgente, una lettura che, divorando pagine, ha divorato il me stesso illuso e disilluso di quest’epoca barbara. Vibrazioni che, però, non hanno mai raggiunto una risonanza precisa, una scelta netta tra salvezza e perdizione.
La costruzione, l’ascesa, la contemplazione, il volo e la caduta dalla Torre di Palasciano ci riguardano, non come mera impronta storica di doverosa conoscenza, ma come comunione con la fragilità umana, presente e futura: noi soli dentro noi stessi, e tutto il mondo fuori.
Di spalle a questo mondo è un’immersione febbrile nelle vite di Ferdinando Palasciano, medico visionario e precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa segnata da una zoppia fisica e interiore. La loro storia d’amore, nata da una cura e cresciuta nella Torre di Capodimonte, si consuma sotto il peso della follia, quando la mente di lui soccombe a una demenza implacabile.
La narrazione si snoda su due binari paralleli e strazianti: da un lato il vortice allucinatorio di Ferdinando, anche recluso in un manicomio, dove ricordi, rimorsi e genio si confondono in un delirio coscienzioso fin troppo lucido e preciso; dall’altro il diario struggente di Olga, costretta prima alla decisione crudele dell’internamento e poi testimone di un lento, inesorabile spegnimento. Attraverso le loro voci, Marasco esplora il confine labile tra sanità e pazzia, tra dovere etico e tradimento della storia, in una Napoli ottocentesca vibrante di fermenti risorgimentali e ombre borboniche.
Ma è nella lingua che il romanzo raggiunge vette di straordinaria bellezza. La prosa di Marasco è un mare lirico, aulico più che barocco, con onde di poesia che travolgono. È una tessitura sapiente, ricamata da inserti di lingua napoletana che fanno brillare la sapienza eterna di un popolo destinato a non smettere mai di stupire il mondo. Ogni pagina è intrisa di una materia emozionale cruda e potente, che riflette e insieme illumina i tormenti e le gioie dei personaggi, fino a squarciarne i confini del mistero: tra malattia e sanità, santità e maledizione, mortale ed eterno, curabile e incurabile, miseria e ricchezza, ordine e caos, conservazione e rivoluzione. Fino al giallo, che pare tuttora irrisolto, della testa di Giacomo Leopardi sepolta nel giardino di Palasciano per volere dell’intimo amico Ranieri e la complicità del medico Ferdinando padrone di casa.
Più che un racconto biografico, è un’indagine sull’irriducibile fragilità umana, sul senso di irreparabilità che segue ogni frattura. Il segno rimane nella carne e nello spirito, e l’unica salvezza possibile sembra risiedere nell’accettazione coraggiosa di questa condanna, nell’abbracciare la propria imperfezione come unico, autentico legame con il mondo. Il romanzo è una lacerante e poetica esplorazione di come l’amore e la follia possano intrecciarsi fino a diventare un’unica, inscindibile sostanza.
Di spalle a questo mondo è un’opera maestosa, scomoda e necessaria, che mi ha lasciato un segno indelebile, costringendomi a riconoscere nelle ferite dei protagonisti l’eco delle mie spaventose immaginazioni: una sorte che potrebbe toccare me, chi amo, come è già stato in passato per chi ho amato. Un muro dove sbattere la testa e uno specchio dove vedersi in scienza e coscienza. La scrittura di Marasco è un’indagine sull’abisso che ci guarda nella luce del sole di una storia d’amore che non si scioglie come neve, ma ghiaccia nel tormento del fine vita.
La vicenda di Ferdinando Palasciano, geniale medico travolto dalla demenza, e di sua moglie Olga, costretta a internarlo, si trasforma sotto la penna di Marasco in un’indagine sull’abisso. Ma non un abisso che separa, bensì uno che unisce. La follia non è raccontata come un elemento estraneo che distrugge il legame, ma come una terra di confine in cui il linguaggio dell’affetto si trasforma, si fa disperato e primitivo, ma non muore, diventando anzi simbiosi tra anime, capace di essere sia un muro che uno specchio. Attraverso i due binari narrativi paralleli – la vita di lui e il diario struggente di lei – l’autrice mostra come la malattia mentale diventi esperienza condivisa con l’amato, con la servitù e, soprattutto, con gli amici che lo venerano e gli restano vicino fino alla fine.
I temi che impreziosiscono questo grande romanzo sono molti. Per me, il principale si potrebbe declinare in una domanda radicale: come amare qualcuno che sta svanendo, la cui mente si fa verità inaccessibile? E poi, oltre il fine vita, oltre la morte, come sopravvivergli e continuare a restare? E anni dopo la morte dell’amato, come testimoniare, facendosi testamento e trama esistenziale? La risposta di Marasco non è eroica, ma profondamente umana. L’amore non guarisce, non redime. Accompagna e si fa dolore nel dolore dell’amato. È la scelta di vivere “di spalle a questo mondo”, rifiutando la sua logica di perfezione per abbracciare la devozione totale verso un’anima in frantumi, in vita e nella sua morte.
In un’epoca ossessionata dalla performance e dal controllo, questo romanzo si erge come un monumento scomodo e necessario. Ci costringe a guardare in faccia il nostro terrore per la fragilità e a riconoscere che il legame più profondo può nascere proprio dalla comune accettazione della caduta. La Torre del Palasciano, dimora e metafora, diventa così il simbolo di un amore che non cerca di curare, ma di custodire; che non volta le spalle alla persona, anche quando essa ha ormai voltato le spalle al mondo.
“A chi crede che ogni luogo, anche il più piccolo, possa custodire un frammento di eternità”
Giovanni Maio non smette mai di stupirmi: dopo l’inchiesta sul male con OPERAZIONE KAMARATON, ecco l’inchiesta sul bene con UN LUOGO DOVE RESTARE, nel venti venticinque come dicono gli americani, nello stesso spazio che trascende la fisica dei luoghi per magnificare il cuore dell’anima: Gioi stella del Cilento.
Quest’ultimo suo romanzo, tanto intrigante quanto avvincente, a momenti emoziona, a tratti strugge. UN LUOGO DOVE RESTARE è una continua e spasmodica ricerca della luce, come desiderio e come bisogno, dell’arte e della filosofia che lega ragione e sentimento di ognuno alla materialità sconvolgente del sacro femminile, eterno motore della riproduzione umana su questa terra.
Il percorso letterario del poliedrico artista Maio va dal fondo dell’abisso, malvagio e brutale, alla vetta sublime della verità più evidente e semplice che ognuno ha dentro sé come patrimonio ereditario di millenni e millenni di storia umana su questa terra.
Giovanni Maio eleva il lettore a custode della scoperta interiore e lo responsabilizza a tramandare la verità della luce. Luce tanto potente quanto continuamente occultata dalla frenesia dell’apparenza, dallo stress delle futilità inutili, dal potere secolare di chi ci vuole ignoranti senza spirito critico, adulto e maturo.
La sua critica è feroce quanto aulica, contro un antagonista che si erge a sistema di controllo delle anime che devono restare nel buio del mistero e della fede. Nella mia soggettività più estrema e deviata, che si lascia cullare come un poppante, la consapevolezza dell’ipnosi in cui sono stato rapito anche questa volta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è per me nutrimento prezioso.
Le ho contate: in questo romanzo l’autore corre e rincorre ben 85 citazioni in latino, tutte puntualmente tradotte e fonte di continue domande che investono la squadra investigativa immaginata dallo scrittore. Ad impreziosire, quasi a significare presente in costruzione di futuro, una delle due bibliografie contenute nel testo è parte pulsante della storia narrata, fonte degli avvenimenti e delle scoperte, letteratura impreziosita d’accademia.
È materia e sostanza d’eterno che fa da propellente al bisogno travolgente che hanno i protagonisti di arrivare alla scoperta finale che come epilogo sospeso, è la gratificazione e il piacere di un vissuto insieme che nutre, che sfama, che inebria, che stordisce, che con le parole del ragionamento e della narrazione, brucia la distanza tra lo spazio e il tempo di una storia fatta d’amore e di passione.
Certamente è un tributo di nobile ed erudita accademia, al suo paese natale, alla sua terra, alla sua gente, cilentana nello spirito e nella carne, ma allo stesso tempo è una freccia che spappola ipocrisie e falsità di cui il lettore non è solo testimone ma ne diventa complice compiaciuto e grato. Custodire la luce, la verità, è un atto d’amore che Giovanni Maio ci mostra e ci racconta, invitandoci a restare là, dove la luce ci fa divini.
Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.
Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.
In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.
I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.
Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.
You are afraid Of the children of nobody Emigrants Immigrants Dispersed and found again With a thousand homes where poverty and misery dwell.
You are afraid of us. Of the children of nobody who corner you Denouncing your betrayal.
You are afraid of the strength of our roots Eaten by the worms of this land That was Felix and of Magna Graecia Glory of Orient and Occident, In Turkish, Arab, and American flesh, Today Chinese and also Indian.
Of this you are afraid, You slaves of the superfluous, Subdued by appearance, Toxic refuse of power, You traitors of humanity.
Of this you are afraid, And of the pride and the sweat of those who labor, Of those who reason, excel, and refuse to be enslaved By anything but joy, honesty, critique, and conflict, By peace, love, and liberty.
Vous avez peur Des enfants de personne Émigrés Immigrés Dispersés et retrouvés Avec mille maisons où règnent pauvreté et misère.
Vous avez peur de nous. Des enfants de personne qui vous acculent Dénonçant votre trahison.
Vous avez peur de la force de nos racines Rongées par les vers de cette terre Qui fut Félix et de Grande-Grèce Gloire d’Orient et d’Occident, Dans la chair turque, arabe et américaine, Aujourd’hui chinoise et aussi indienne.
De cela vous avez peur, Vous, esclaves du superflu, Soumis à l’apparence, Déchet toxique du pouvoir, Vous, traîtres de l’humanité.
De cela vous avez peur, Et de la fierté et de la sueur de ceux qui travaillent, De ceux qui raisonnent, excellent et refusent d’être asservis Par autre chose que la joie, l’honnêteté, la critique, le conflit, Par la paix, l’amour et la liberté.
Tienen miedo De los hijos de nadie Emigrados Inmigrados Dispersos y reencontrados Con mil hogares donde hay pobreza y miseria.
De nosotros tienen miedo. De los hijos de nadie que los acorralan Denunciando su traición.
Tienen miedo de la fuerza de nuestras raíces Comidas por los gusanos de esta tierra Que fue Félix y de la Magna Grecia Gloria de Oriente y Occidente, En carne turca, árabe y americana, Hoy china y también india.
De esto tienen miedo, Ustedes, esclavos de lo superfluo, Sometidos a la apariencia, Desecho tóxico del poder, Ustedes, traidores de la humanidad.
De esto tienen miedo, Y del orgullo y el sudor de quien trabaja, De quien razona, sobresale y no se esclaviza Más que por la alegría, la honestidad, la crítica, el conflicto, Por la paz, el amor y la libertad.
खोए हुए समय की खोज में (Khoye Hué Samay Ki Khoj Mé)
तुम्हें डर लगता है उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं प्रवासी आप्रवासी बिखरे हुए और फिर से मिले हुए जिनके हज़ार घरों में गरीबी और दुख है
तुम्हें हमसे डर लगता है। उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं, जो तुम्हें दीवार के सामने खड़ा कर देते हैं तुम्हारे विश्वासघात का पर्दाफ़ाश करते हुए।
तुम्हें हमारी जड़ों की ताक़त से डर लगता है जिन्हें इस धरती के कीड़ों ने खा लिया है जो कभी “फेलिक्स” और “मग्ना ग्रेसिया” थी पूर्व और पश्चिम का गौरव, जो तुर्क, अरब, और अमेरिकी मांस-में बसी है, और आज चीनी और भारतीय भी।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, हे फ़ालतू चीज़ों के ग़ुलाम, दिखावे के आगे झुके हुए, सत्ता के ज़हरीले कचरे, मानवता के दगाबाज़।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, और उस गर्व और पसीने से, जो मेहनत करने वालों का है, जो सोचते हैं, उत्कृष्ट होते हैं, और ग़ुलाम बनने से इनकार करते हैं सिवाय खुशी, ईमानदारी, आलोचना, और संघर्ष के, सिवाय शांति, प्रेम, और आज़ादी के।
Osservazioni conclusive: Il testo regge egregiamente la traduzione. I concetti di “radici”, “paura”, “tradimento”, “lavoro” e “libertà” sono universali e trovano immediata corrispondenza. La struttura ritmica e l’uso delle ripetizioni si preservano bene, specialmente nelle lingue romanze. La sfida maggiore è stata rendere l’idea di “figli di nessuno” in modo poetico in hindi e cinese, dove una traduzione letterale sarebbe stata inefficace.
anche arabo
Certamente. Ecco la traduzione in arabo, una lingua che per la sua struttura poetica intrinseca si adatta magnificamente allo spirito del testo.
Ho optato per una traduzione che privilegi il ritmo e la potenza evocativa rispetto al rigido letteralismo, cercando di catturare l’anima del messaggio.
مِنْ هَذَا أَنْتُمْ خَائِفُونَ (Min hādhā antum khāʼifūn) وَمِنْ فَخْرِ وَعَرَقِ مَنْ يَعْمَلُ (Wa min fakhrī wa ʻaraqi man yaʻmal) مِمَّنْ يُفَكِّرُ، يُبْدِعُ، وَيَأْبَى أَنْ يُسْتَعْبَدَ (Mimman yufakkir, yubdiʻu, wa yaʼbā an yustaʻbad) إِلَّا لِلسُّرُورِ، وَٱلنَّزَاهَةِ، وَٱلنَّقْدِ، وَٱلصِّرَاعِ (Illā li as-surūr, wa an-nazāhah, wa an-naqd, wa aṣ-ṣirāʻ) إِلَّا لِلسَّلَامِ، وَٱلْحُبِّ، وَٱلْحُرِّيَّةِ (Illā li as-salām, wa al-ḥubb, wa al-ḥurriyyah)
“Figli di nessuno”: Ho tradotto con “أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ” (awlādi lāḥaqa lahum) che significa letteralmente “figli che non hanno nessuno che si prenda cura di loro/che li rivendichi”. È un’espressione potente che cattura il senso di abbandono e disconoscimento.
“Messi al muro”:“يُحَاصِرُونَكُمْ” (yuḥāṣirūnakum) significa “vi assediano, vi accerchiano, vi mettono con le spalle al muro”. Mantiene l’idea di essere messi in difficoltà e costretti alla resa dei conti.
“Vermi”:“دِيدَانُ” (dīdān) è il termine più comune e viscerale per “vermi” o “larve”, efficace per l’immagine di decomposizione.
“Schiavi del superfluo”:“ٱلْعَبِيدُ لِلتَّافِهِ” (al-ʻabīdu li at-tāfih). “Tāfih” significa qualcosa di futile, insignificante, vano. È un’ottima resa per “superfluo”.
Struttura ritmica: L’arabo, con la sua ricchezza di radici e forme verbali, si presta a creare un ritmo solenne e incalzante. La ripetizione di “أَنْتُمْ خَائِفُونَ” (Antum khāʼifūn – Voi avete paura) funziona in modo eccellente come un ritornello che scandisce l’accusa.
La traduzione in arabo dona al testo una risonanza profonda e quasi profetica, adatta a una lingua che ha una tradizione millenaria di poesia altamente retorica e impegnata.
La febbre elettorale è una malattia, forte, subdola, per molti una dipendenza come per questa o quella sostanza, è un business, forse proprio il business per eccellenza da cui tutto dipende, da un condominio ad una città, da una nazione alla geopolitica globale della competizione del capitale fatto da capitali che guerreggiano e si mangiano a vicenda come cannibali affamati, e ovvio, da gente che o sfrutta o viene sfruttata… dai bastoni ai capi bastone… È dalla notte dei tempi che si vota, ogni giorno, scegliendo tra amici, tra fratelli, tra famiglie, il meno peggio, per questo o per quello, oppure si sta a guardare, ignavi magari anche a ragione, perché schifati, disillusi, perché annoiati, magari aspettando il vincitore da andare riverire pregando… Si appartiene, anche all’anarchia del proprio desiderio, del proprio sogno, peggio del proprio bisogno, si appartiene anche alla dittatura che vorremmo, quella dell’uguaglianza e della solidarietà, alla chimera, all’utopia, all’emozione di una lotta giusta che mai si può nemmeno pensare di combattere senza eserciti di braccia, di gambe, e teste che pensano, e senza le armi che non fanno prigionieri, i nemici, le vittime da mandare a zappare la terra… Con il senno di poi tutto è più facile, specie continuare a dividersi. Si vota o meglio si può votare ed è proprio con il sistema capillare di controllo sul voto, sezione per sezione, scuola per scuola, quartiere per quartiere che per l’ennesima volta si voterà nelle nostre cittadelle, ma milioni già appartengono al grande partito degli astensionisti che stanno a guardare, che non partecipano all’estorsione di una croce su una scheda perché non si fanno “incastrare” in questa o quella macchina elettorale, perché sono liberi, perché se ne fottono, perché in fondo non gli cambia la vita… “Cambiare tutto” è più di una speranza, è un ribaltamento di un’urgenza che ha una certa precisa gioventù di oggi che noi vecchi incrostati dobbiamo aiutare ad accendere, scintilla dopo scintilla, affinché diventi un fuoco permanente, che sappia arrivare alle politiche per il post Meloni, che sappia andare oltre, scintilla dopo scintilla, come queste elezioni regionali, come lo sciopero del 28 e la manifestazione a Roma del 29 novembre. Come lo sono stati il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre, esplosioni di popolo fragorose. Nei loro occhi vedo l’ardore, a momenti il furore, di sperimentare sulla propria pelle le trasformazioni che stanno vivendo scavando nelle macerie che tutti noi, vecchi incrostati, abbiamo contribuito a lasciare loro in eredità… Io voto e faccio votare perché, servirà a poco, ma penso invece servirà a molto, per concretizzare una testa di ponte dentro il parlamento regionale. Avere l’opportunità di un controllo popolare dentro al sistema è, e sarà molto meglio che stare a guardare… la sconfitta di uno, la sconfitta dell’altro, e la vittoria facile nonché inutile degli astensionisti, né carne né pesce, e nemmeno vegani.
Vecchi sì, corrotti e traditori a destra e a manca, evoluti ed involuti, potenti nel personale ed impotenti nel collettivo, liberi ma sottomessi nel quotidiano al sistema sociale che schifiamo, ma troppo troppo somatizzato tanto da sembrare noi, ombre immobili, e quindi perché, perché morire? Non c’è tempo, il tempo è adesso, non mi illudo, la disillusione dalla carne mi è passata nelle ossa, ma il midollo emozionale resiste, s’affascina di questi ragazzi che ci stanno mettendo il cuore e della rete che li aggroviglia giorno per giorno, e che si sta facendo più spessa e più larga, anno dopo anno. Hanno la consapevolezza forte di usare i passaggi elettorali come strumento politico e non come fine, tattico o peggio orizzonte strategico e quindi esserne strumentalizzati. Ogni vertenza una lotta comune. La città, la provincia, la regione, la nazione, infine lo spazio internazionale, oggi nel reale digitalizzato, questi ragazzi annullano il tempo dell’organizzazione frantumandolo in attimi che bruciano da un momento all’altro in modi che non riesco più nemmeno ad immaginare… Che Giuliano entri o non entri nel consiglio regionale non li fermerà, e io con loro… il 28 e 29, ancora una volta date oscurate, sono i giorni del dopo elezioni che comunque vedrà questi ragazzi muoversi e trascinare i genitori e ormai anche i nonni, sì noi vecchietti al loro fianco, appunto per non morire o quanto meno vivere fino all’ultima scintilla di questo vita sempre più precariao e sotto proletarizzata, nella testa e nelle braccia a maledire il vento che ci soffia contro, fino all’ultimo respiro.
Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.
Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.
Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.
A Salerno, ma che bella serata al Porticciolo di Pastena, con il “fantasma” di Sàndor che prima ferma il vento e abbraccia i presenti con la possenza della sua grande sensibilità per gli ultimi, poi ci ammalia con il suo essere “uno di noi” grazie all’UCRONIA sapiente di Maurizio Pintore che fa nascere e rinascere ogni volta il grande scrittore Màrai nel suo magnifico romanzo costituente memoria “Il penultimo dono” che ci mostra la “terza via”.
Ma nel buio della spiaggia incantata, è nella lettura di Brunella Caputo che l’emozione dalla parola scritta diventa voce determinata e profonda, che fa silenzio del brusio, e ci emoziona, toccando quelle corde dell’anima che quando vibrano sanno cancellare ogni dubbio di fede, calmare ogni tempesta minacciosa di questi tempi bui. La notte si è illuminata di sentimenti tanto fondamentali quanto primordiali che sono nel DNA della nostra umanità fatta di dolore e piacere, egoismo e solidarietà, brutalità e dolcezza, di tormenti e d’amore. Serata stupenda con memorie e testimonianze vivide di passione, che in attimi senza fine hanno preso il sapore della ragione condivisa con il sale e con il pepe, con la maestria dell’esperienza di Luciana Mauro, Dario Arenella e Gabriele Bojano. Grazie di Doc Maurizio Pintore per l’indimenticabile serata del 17 settembre 2025 a Salerno.
PS. Per la cronaca, alla seconda lettura, “Il penultimo dono – La terza via di Sàndor Màrai” mi è piaciuto anche di più, segno che le parole di un grande romanzo, una volta sedimentate diventano roccia senza tempo come le sapienti epigrafi immortali che aprono ogni capitolo di queste sue belle storie Doc, come quella di un “comodino” compagno fedele di ogni notte, che come uno scrigno prezioso contiene la memoria struggente che ci fa uomini e donne per bene.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ne basta uno, hai detto.
Io ho ammazzato mia madre.
La favorita nell’harem del re, mio padre.
Nascendo, lei è morta.
E per questo anch’io dovevo morire.
Mi ha salvata mia sorella Fatima, la grande.
Già vecchia a quarant’anni.
Anche lei sposa a dodici, come tutte.
Urlavo e piangevo con la testa appena fuori dal cadavere di mia madre.
La favorita, nel gineceo del sovrano.
Fatima mi ha salvata, sostituendo il mio corpo vivo con quello di un bambino morto, appena partorito da un’altra donna — anche lei sposa bambina. Sono una principessa d’Oriente.
Allevata nel Monastero delle Monache Benedettine di Clausura a Eboli, dove si è fermato il Cristo di Carlo Levi, dove neonata mi portò mia sorella. Dalle monache votate alla castità ho imparato il rigore del velo che le mie sorelle orientali amano.
Alla morte di mio padre, orfana e sposa di nessuno, sarò regina. Nascendo ho ammazzato mia madre. E per questo non avrei mai dovuto vivere.
Il miracolo sono io.
Mi chiamo Aya.
Con doppia personalità.
Clandestina legalizzata in Occidente, e doppio passaporto.
L’altra sera, nella nostra ultima videochiamata, Fatima mi ha ricordato che dovrò tornare.
Nel regno dove non ho mai vissuto, sono già leggenda.
Mi chiamano Rancura Madre, e io mi sento la veridica sovrana dentro Dune, di Frank Herbert, che uccide il mostro.
Tu parli di romanzi.
Io ripasso il mio destino, mentre il crocifisso segna la mano che lo stringe.
Più fa male e più lo serro sul petto, che scoppia di rancore.
Caro professore, tu presto saprai come mi hanno sconvolto le letture che ci hai proposto.
Di come la rabbia di non aver avuto mai una madre vera tutta per me abbia segnato le mie notti insonni.
Di come avere per madre una statua colorata da pregare sia stata la mia altalena liminale tra realtà, sogno e incubo.
Di come, con i racconti di mia sorella Fatima, l’odio per l’uomo predone abbia squarciato nel profondo la mia scorza di orfana.
Di come io pensi a te come a un miserrimo escremento alla fine del viaggio, nel pachidermico intestino di questo immenso Campus.
È ora che tu venga espulso.
La singolare molteplicità di questo universo accademico deve smettere l’omertà e armarsi di purezza.
Non hai scampo, è solo questione di tempo.
Andrai in pasto alla folla moralista, affamata di giustizia sommaria, e così la tua anima cadrà nell’oblio dei casi irrilevanti, con un crocifisso conficcato nella gola come simbolo blasfemo della parola che muore muta.
Ho rimandato, ho rimandato e adesso anche tu sei morto compagno Benni e nemmeno questo sapevo. Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo. Dicono che eri comunista, ma come lo sei stato e per chi e per cosa dovrò capirlo e leggerti ora che non ci sei più in questa galassia di viventi dove mi sento più morto di prima, estinto, a due passi dal corpo di Moro, come il dinosauro delle botteghe oscure che chiedeva sacrifici agli operai.
È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,
e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.
Osservo tutto ma niente mi tocca veramente
e così mi vedo alieno e trasparente.
Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere, con l’arte immensa per non piangere la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge
Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.
… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.
Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.
Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare… WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.
Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.
AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…
Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.
Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.
La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.
È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.
Caro, immenso, indimenticabile Amleto.
Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.
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E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?
“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.
Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.
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Commento critico
L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato, ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.
Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore.
È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.
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Punti di forza (con citazioni)
1. Profondità psicologica del protagonista
Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:
> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”
2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa
La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.
3. Personaggi secondari iconici.
Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.
> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”
4. Contenuto emotivo e politico.
La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:
> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.
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Analisi linguistica
Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.
Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva.
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Cosa lascia il libro e perché leggerlo
“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.
Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.
Francesca Mezzadri
Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro, Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95
Quando basta un “like” per riportare a galla una emozione persa come una goccia nel mare… e poi stare bene ripensando al babbo che chiamo Pà. Grazie Bruno.
Parafrasando ciò che mi ha colpito molto in OPERAZIONE KAMARATON, posso dire che il contenuto di questa prefazione può alterare la percezione della realtà stessa: “Prima di procedere alla sua lettura, assicurarsi di essere pronti a confrontarsi con l’inaccettabile.” Quando, durante la lettura troverete queste frasi, forse mi darete ragione, ecco la seconda: “La verità è un cammino, e a volte ci conduce in luoghi dove preferiremmo non andare”
Ricordo perfettamente la sera in cui Giovanni mi ha parlato per la prima volta di questa storia chiedendomi se avessi tempo e voglia di leggerla. È una storia che farà rumore, mi ha detto e ha iniziato a raccontarmi del pescatore Zino che ritrova un cadavere nel mare di Marina di Camerota e dei segreti che legano il Cilento a scienziati e ufficiali scampati alla denazificazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. È il dono di Giovanni Maio: studiare e saccheggiare le verità storiche, e trasformarle in un motore narrativo che non perdona. Ci ha costruito intorno una storia così avvolgente e credibile che, alla fine, mi sono chiesto se non sia andata davvero così. Conosco Giovanni da tempo e ho imparato ad apprezzarlo con alcune sue spystory che non si dimenticano come il TRONO DI PIETRA e L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. So quanto sia meticoloso nella ricerca, quanto si perda per mesi negli archivi e nelle mappe antiche di chiese e monasteri, ossessionato dai dettagli che rendono un’ambientazione viva e tangibile, ma prima di tutto di quanto sia preciso, nella ricostruzione documentale e storica dei fatti che diventano azione nella sua scrittura. In OPERAZIONE KAMARATON, l’ossessione raggiunge il suo apice. Si sente l’odore della salsedine del nostro Mediterraneo più vicino e familiare, il peso della solitudine dei braccati, il senso del dovere e del destino incarnato nei brillanti agenti segreti, Fulvia e Smeraldo, che partendo dalla Cala Bianca di Camerota, si muovono in inchieste ad alta tensione che vanno da un palazzo governativo di Lisbona al castello di Wewelsburg, la fortezza scelta da Himmler come sede mistica del Sole Nero nella Germania del Terzo Reich. Gli intrecci e i misteri che tessono la trama del racconto sono la sostanza connettiva tra silenzi che urlano e ombre in piena luce, tra ragioni di stato e servizi segreti internazionali che rendono i periodi di pace tra le guerre, attimi di una transizione conflittuale che non smette di pulsare, ceneri piene di scintille pronte a scatenare nuovi incendi, rovine su cui ogni nuova costruzione ha fondamenta traballanti, materia e sostanza di vita quotidiana in cui ogni passo falso significa la morte dei protagonisti. L’abilità di Giovanni Maio è la narrazione che non mostra la scena ma l’avvolge intorno al lettore come una coperta calda in una notte di freddo, il freddo di avvenimenti che continueranno per sempre a sconvolgere verità che sembrano ormai assodate. Il dubbio e il mistero, quello millenario, che muove l’avidità di potere dell’uomo e ne fa l’essere spregevole che uccide senza pietà l’uomo stesso. OPERAZIONE KAMARATON non è solo un thriller di storia abbastanza recente, i fatti si svolgono alla metà degli anni ’80, al suo cuore, come in tutte le grandi storie di spie, c’è una domanda profondamente umana: cosa siamo disposti a sacrificare della nostra anima in nome di una nuova vita? Quanto del nostro passato possiamo davvero rimettere in discussione? I personaggi non sono semplici pedine in un gioco più grande; sono esistenze lacerate, piene di paura e di rimorsi, costretti a scelte impossibili in un mondo che ha smesso di avere regole chiare, proprio quando la fine di una guerra sembra aprire a nuova pace. Giovanni Maio ha compiuto un meticoloso lavoro di ricerca, intrecciando la Storia conosciuta con una verosimiglianza narrativa che è, a tratti, agghiacciante. I personaggi che ho incontrato – gli scienziati tormentati dalla coscienza, gli ufficiali senza più una bandiera per cui combattere, le spie che danzano su un filo teso sopra l’abisso – sono figure universali che danno umanità a vicende che spiegano l’ineluttabilità dell’istinto alla sopravvivenza. È un romanzo che mi ha ricordato perché amo questo genere. Perché non si limita a farmi voltare pagina con l’ansia di sapere cosa succede dopo, ma mi costringe a riflettere sulle nebbie morali del dopoguerra, un periodo che, in fondo, non è mai veramente finito. Io personalmente amo le ombre della Storia, quei complotti che poi la Storia si prende la briga di spiegarne la verità; quelle zone d’ombra che i documenti ufficiali non raccontano, i retroscena che si sussurrano nei corridoi dei palazzi del potere molto dopo che i trattati sono stati firmati. Quando Giovanni mi ha chiesto di presentare questo romanzo, ho accettato non solo per il suo valore narrativo, che è indubbio, ma perché esso scava con precisione chirurgica in una di quelle ombre reali, troppo a lungo ignorate. “La primavera del 1945 non segnò affatto la fine della guerra. Per molti, fu semplicemente l’inizio di un nuovo, più ambiguo conflitto. Mentre l’Europa tentava di rialzarsi dalle macerie, i servizi segreti alleati e sovietici ingaggiavano una caccia spietata non solo ai gerarchi nazisti in fuga, ma al vero bottino: le menti. Scienziati, ingegneri, tecnici il cui know-how poteva cambiare gli equilibri del potere mondiale. L’Operazione Paperclip americana è la più nota, ma fu solo la parte emersa di un iceberg fatto di accordi sottobanco, doppiogiochismo e tradimenti che si consumarono anche nel nostro Mar Mediterraneo, allora un vero e proprio crocevia di spie e rinnegati.”
La costa cilentana, con i suoi anfratti remoti e i suoi mari allora poco sorvegliati, divenne un’autostrada per la fuga. La fuga di chi, come gli scienziati e gli ufficiali di cui parla questo romanzo, non voleva finire né nelle mani di Stalin né in quelle degli Americani. Volevano scomparire, re-inventarsi, mettere il loro terribile sapere al miglior offerente o, semplicemente, dimenticarlo in cambio di una nuova vita. L’episodio del pescatore di Marina di Camerota che, nelle acque ancora pesanti dei segreti di guerra, trova non un pesce ma un cadavere, è il perfetto incipit per una storia così oscura. Quel corpo non è solo una vittima; è un messaggio in bottiglia lanciato dal passato, la prima tessera di un mosaico di intrighi che lega le nostre storie ad un presente che ci toglie il respiro. Questo non è solo un thriller avvincente; è un viaggio in uno dei capitoli più torbidi e affascinanti del dopoguerra italiano ed internazionale. È la storia di come le ideologie stentano a morire, di come le ambizioni personali e i segreti sopravvivano, spesso con conseguenze inimmaginabili.
“La pace? Forse si può soltanto desiderare come un’utopia irraggiungibile, se non si riconosce prima questa guerra che ci combatte all’interno, questa tensione che ci dilania tra paura e speranza. Fulvia capì che il suo viaggio aveva avuto anche questa funzione: parlare di guerre invisibili, di ferite che non si vedono, di vite che si consumano nell’ombra di potenti giochi.”
Sedetevi comodi, prendete un caffè forte o un bicchiere di brandy – quello che preferite – e preparatevi a essere trasportati in un’epoca in cui niente era ciò che sembrava e ogni onda poteva portare a riva un segreto mortale.
Ossuzze senza più carne ma solo pelle e occhi incavati neri come l’abisso della nostra colpa di non fermare l’orrore di orfani affamati che allo stremo si getteranno sui mitragliatori di soldati infami condannati nell’inferno creato nella terra di Palestina. Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua, scava nelle macerie nuova vendetta. Odio anche senza lottare e mai libertà o perdono divino per dominati e dominanti non sarà mai pace.
È uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Potente e struggente. È uno spazio tempo di parole che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Quest’opera di Consoli è meravigliosa. Non è una pozione magica, un elisir che promette salvezza, è la storia della sensibilità umana che diventa carne e passione, è la storia di anime perse che trovando lo spazio di una comunione sensibile, vivono il tempo sincrono per una salvezza che diventa eternamente possibile, necessaria, costituente di futuro. Nelle ragioni del disagio, della depressione, dello smarrimento, l’adolescenza pianta le radici fameliche di nutrimento nello spirito che cresce rigoglioso, nella scoperta, nella liberazione, nella comprensione, nel ragionamento, nella poesia della vita che è l’amore. Dai traumi, dalla solitudine, dalle patologie dell’esistenza, dalle paure, dai dubbi, dalle domande sublimi, anche la morte diventa danzatrice che incanta, perché la natura, l’essenza del respiro, la potenza delle radici che spaccano la roccia, la follia del creato, è la formazione, la comunione di anime fragili, il cammino su strade che sembrano divergere, che ci salva la vita e con essa l’eredità più grande di essere umani, riproduttori di umanità. Se un giorno gli alieni ci studieranno, è anche attraverso le rivelazioni di romanzi come questo di Consoli, che scopriranno come gli assomigliamo, noi umani scopritori di mondi fantastici.
Per dirlo bene con le parole di Pierangelo: “… perché l’amore ha bisogno di essere mostrato, consumato, esaurito, attraversato come una strada.”
In fondo la vita è un coma da cui è bello svegliarsi ogni giorno.
Potente e struggente. Uno spazio tempo che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Questa opera di COnsoli è meravigliosa. Complimenti Pierangelo.
Dico solo questo: ipnotico. Lanzetta è un brigante di scrittore che ti ipnotizza e ti tormenta nella Divina, come se Lei, la Divina costa fosse un inferno umano, un crogiolo di brutalità, e non un Paradiso. Dal viadotto Gatto, a Raito, Vietri, Amalfi, Ravello.
Mentre lo leggi ti fa toccare le cicatrici che hai sul corpo, perché iniziano a bruciare, io una la tengo sul labbro di sopra, vecchio ricordo di una testata di un bizantino, così li chiamavano, bizantini, il vomito violento del centro storico di Salerno, scugnizzi di buone donne che massacravano di botte i ragazzini che si avventuravano da Torrione senza compagnia adulta alla Standa, sul corso Vittorio Emanuele, quasi a Portanova.
Già Torrione, c’è anche Torrione nell’Educatore di Antonio Lanzetta.
Pagina dopo pagina, una caramella dopo l’altra, la cicatrice brucia, che io ho continuato a grattare, a leggere, sulla faccia del protagonista, nell’inchiostro delle parole che corrono insieme al sangue che scorre, si rapprende e poi si scioglie ancora e ancora, come nemmeno San Gennaro sa fermare.
La tensione che viaggia, che cresce, da una scena all’altra, da un tormento implacabile che fa dei ricordi un groviglio putrido di dolore, di vendetta, di perdizione. L’inferno umano dei sopravvissuti che non è scenario ma groviglio di emozioni, di bestialità e tenere carezze dolci, come le caramelle alla frutta del vicequestore. Dico solo questo e freno la lingua che il resto, al brigante, glielo dico in faccia: sarà anche fiction noir o come cavolo si etichetta un romanzo di questo tipo, la verità è che fa male, e mi si è anche alzata la glicemia, una caramella dopo l’altra.
Cacchio, l’ho letto al lido dove il caldo ti arroventa ma leggendo mi si sono gelate le ossa. Grande! Grandissimo Lanzetta! Adoro l’odore dei limoni al tramonto, quando le cicatrici dell’anima prendono a pugni le ferite del corpo che vibra di passione.
I finali di Lanzetta sono tutti tremendi: finito uno ne vuoi subito un altro. Ipnotico micidiale. Forse più che brigante, che questa volta il Cilento non c’è, è proprio una canaglia di scrittore salernitano senza pietà.
Cinque stelle con lode, ma non posso darle sulla piattaforma, io L’EDUCATORE l’ho preso, autografato, da Simone De Rosa alla Feltrinelli di Salerno che ringrazio per l’infinita sua pazienza.
Dico solo questo, pensa te se volevo dire altro..
PS.
Ho preso a 0.99 centesimi anche la versione digitale, Lui le regala le sue opere, e poi adora i gatti come nessuno. 😍
Mi è piaciuto moltissimo. Senza respiro, ti ipnotizza e ti porta dentro un groviglio di perdizione umana da brividi. Ipnotico e devastante. Il gotico del XXI secolo da leggere. Per me 5 stelle e lode.
Come l’aria diremmo necessaria. Ma se trattieni il fiato, nell’istante ne fai a meno, nell’attimo si ferma il tempo, chiudi gli occhi e muori. Superflua diremmo come il vuoto. Idrosolubile come l’esistenza che morde e scappa. Necessaria l’emozione tra sentimenti aggrovigliati come edera a questo muro di dolore. Allora respira, lotta e vivi anima mia.
Voi siete voi. I più bravi siete voi, sempre voi, quelli in alto, quelli in basso, sempre voi per strada un momento, voi sull’attico l’attimo dopo che guardate dall’alto, voi che guardate dal basso, sempre voi, i più armati, i più scortati, in fuga permanente, voi che parlate e vi agitate con i tanti come voi. Voi che comunicate, voi che vi scrivono cosa comunicare, voi che dite cosa pensare e quelli come voi che vi dicono cosa leggere per pensare, voi che ragionate su come dovete ragionare, voi che mostrate e vi fate registrare per parlare a chi come voi ha fame di voi. I più bravi siete voi, voi i vincenti, voi che non perdete mai né la vista né i soldi che vi fanno voi, quelli da desiderare, voi, i privilegiati, voi il privilegio, voi l’indiscutibile, voi che afferrate nell’aria le mani sudate, voi che tirate pugni nel vento, voi a scappare, voi a schernire la miseria come un numero irrilevante perché siete voi il numero eletto, il processo di fede, voi la religione, voi la scienza e voi il mistero maledetto, voi che arrivate nella folla di chi come voi vi tiene in piedi come scheletri appesi sul palco delle recite che senza di voi non si recita. Voi sempre voi nei camerini per il trucco, nei gabinetti del potere che siete voi, immondi siete voi che ci siete dentro, a rovinarmi il sonno, voi maledetti infestanti, che di festa sapete vestirvi, voi che del gusto clonato alla moda andate ubriachi, voi peni di plastica con pile atomiche che vibrate negli ani dei miserabili accattoni, voi, sempre voi, i più grandi, in cima alle classifiche, voi che le fate quelle classifiche, voi indigeribili devo vomitarvi, di voi debbo liberarmi, azzannarvi alla gola obesa di un benessere di lusso senza fatica né sudore che schifate come questa miseria di letame che devo spazzare via dalle vostre stalle senza latte, merda ma per me concime in cui affogarvi, voi sempre voi, i più bravi che siete voi.
In questo deserto di vita diventata giungla ti attacchi ai bordi dell’abisso che siamo urlando il dolore del creato. Con dita sfregiate afferri attenzione e carezze, immondo abbraccio al confine del precipizio. Immolato sul filo spinato con desiderio, ustionato uccidi la noia, ammazzi la miseria e muori e rinasci e vivi di arte e di parola emozione vera in questo deserto di vita diventata giungla.
Nella mitologia greca, epiteto di divinità, soprattutto di Ermes (anche di Caronte e di Apollo), designante la funzione di guida delle anime dei trapassati verso il regno dei morti.
Antico “accompagnatore dell’anima” era lo “psicopompo”, per lo più figura divina o semi-divina dal significato di “guida delle anime”, spesso sovrapposto alla figura più umana – sacerdote, negromante, sciamano – dello “psicagogo” nel significato di “evocatore delle anime”
Anche nella steppa dell’Asia Centrale il cavallo è vero e proprio psicopompo che agisce in qualità di guida quando in lui decide di manifestarsi uno spirito superiore e può fungere così da intercessore al quale l’eroe si affida una volta lasciato il mondo superiore.
Il corvo è uno psicopompo?
Il Corvo è uno psicopompo, perché si connette con il mondo dei morti, cioè l’Inconscio. Beh, credo che tu lo prenda per buono. Durante l’individuazione, imparerai di più sul tuo Inconscio.
Vorrei tanto, desidero tanto, che sia solo apparenza, menzogna, il tuo soffrire, il tuo dolore, ma non è importante quello che voglio, ti aspetterò sanato e in forma, questo sarà, perché tu sei, sei, mai abbastanza, mai troppo poco, sei, la luce e il buio, ombre e raggi di colore che trafiggono cuori affamati, ingordi, spade e pugnalate alle banalità, calci eleganti e sfrenati all’ipocrisia, sei, carezze struggenti, sensibilità sopraffina che scava nei vuoti, che riempie esistenze di grandezza, sei UOMO che fa fondamenta nell’arte che rimane, scoperta e riproduzione di bellezza, del senso ultimo, dal dolore alla gioia, generosità immensa che non fugge ma trascina nell’emozione viva di sentirsi parte umana, ragione e tormento, sei bruciato ma fiamma perenne che arde senza consumarsi mai. Specchio nel tempo e nel tempo specchio. Splendore perenne. Sei.
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili, ultra iper sonici, quelli veri attaccano e distruggono i bunker sotto terra di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
In fondo: «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».
wow l’incipit era tanta ansia coinvolgente, come quando stai andando alla stazione o all’aeroporto per non fare tardi, per non perdere l’occasione del viaggio, e nella banale quotidianità, l’ansia di perderti una storia che parte, che può partire senza di te, di me. Adesso sì che si vola. Decollato: si vola. “Ma lo sa, non è così sciocco da non sapere che non si scrive per ricevere dei complimenti. O sì?” e come in “Romanzo senza umani”, Paolo, anche con la sua voce adolescente, emozionata, e parola per parola dentro una macchina del tempo che “pendula” di passato e presente, vola, vola e ti trascina, ti trapana il cervello, e lei, lei, dov’è? Che fa? Chi ha scelto? Mentre io, nella mia cameretta, a sessant’anni penso a quanto sono stato stupido a non scegliere un liceo invece di un tecnico industriale per fare l’elettronico nel 1980, l’ITIS Galilei, frequentato da 998 maschi e solo due femmine… E io? Cos’ero, artista, muscoloso, o solitario? E lei, lei adesso chi è? Dov’è? Che fa?
wow eccola LEI, giudice di intere generazioni di uomini disperati… eccola la morte celebrale di un intero ventennio di tanta tecnologia e di tanta disperazione, umana, disumana… Decollati nella prima puntata, volando nella seconda, precipitati nella terza e adesso che succede? Sopravvissuti e sopravviventi canta Luciano ma adesso io voglio la IV puntata, dai Paolo, dai Paolo, è già tutto scritto? Pensando a Jack London? È già tutto nei gironi pensando a Dante? “Non sono né carne né pesce” pensando a Mary per sempre? Lo scrivi adesso questo deserto di vita diventata giungla?
wow: in scena l’impossibile. Il chi ero e il chi sono con in mezzo la distruzione in un lampo, in un attimo, del metronomo che batte il tempo, la cancellazione della formazione durata una vita, del divo, del solitario mai diventato divo, o più materialisticamente vip, very important person? Si può essere una persona importante, acclamata, adulata, rinnegata e denunciata, schifata e riabilitata, e continuare a ripensare alle scelte sbagliate, al coraggio di gettarsi nel fango, alla viltà di scappare dall’abisso di dentro per tuffarsi senza vergogna nell’abisso di fuori? Che specchio feroce senza la luce serena della pace interiore, della consapevolezza che ai rimorsi e ai sensi di colpa non c’è rimedio, perché perdonarsi sarebbe la fine di ogni sogno di grandezza che non basta mai, mai troppo grande, mai raggiunto, mai impossibile nell’attimo del pensiero che si fa vita, passata, presente, futura. Nella terza puntata ho visto la caduta nella realtà. In questa, inizia l’analisi di quello che ero, di quello che sono. È questa la magia della tua scrittura, la magia della letteratura, che se da un lato mi ammutolisce con soggezione unica, dall’altro istiga le urla soffocate dentro che prendono voce. Voci che si fanno transfer nei personaggi che fai vivere in queste pagine, pagine che sono spartiti di una sinfonia che prende forma e scava dentro, facendoci volare, “ripensando” all’ero, al sono, al sono diventato nonostante sconfitte e vittorie, dolori e gioie, nonostante l’incapacità genetica, forse, di fare tattica e strategia, perché se è vero e saggio non giocare con la vita degli altri, è quantomai sano, anzi, doveroso, giocare a rincorrere, “ripensare” alla propria, di vita. Intanto il tempo scorre e tutto intorno è vita giovane che non siamo più, nei corpi, negli ormoni, nei sogni che continuiamo a fare. Grazie Paolo, questa quarta puntata è feroce come lo può essere una belva che ha fame, fame di comprendere quanta umanità ci resta prima di chiudere i conti. Non so se avrò mai la possibilità di stringerti la mano ma se e quando dovesse accadere, negli occhi vedrai il tormento e nella stretta la gratitudine per questa lettura che diventa sempre più avvincente. Grazie.
WOW la gita: che bella trappola. E poi, anche in questa puntata l’arrivo di lei è rinviato. Lei contesa in una amicizia che da collettiva a quattro sta per diventare amicizia di coppia, e quindi deflagrare in relazioni particolari, amicizie intime in competizione tra loro, che a loro volta si scoprono e si trasformano strada facendo. È la fine degli anni ’90 del resto, il canone, il rito, la messa e la comunione dello stare insieme è mutato. Il ’68 nemmeno un ricordo per chi non l’ha vissuto: vissuto nel mentre accadeva, né vissuto la sbornia e il reflusso successivi, né la fusione che la fissione. L’emergere sugli altri da reato è diventato meta. Non poteva che essere così. A me sembra con gli occhi di oggi, un destino segnato per quattro amici che si dividono il sonno oltre che il giorno, la scuola e un film come American Beauty. La gita a Barcellona, la gita che chiude l’anno della maturità è uno spaziotempo in cui tutti i lettori vengono rapiti dalla nostalgia e dai ricordi. Che bella trappola letteraria. Io no, a quella gita non andai perché senza soldi. Il cinema, le gite, le bevute e la pizza con gli amici costano e senza soldi e paghetta, anche i riti più comuni della formazione si dividono in classi di appartenenza, dove un solitario è anche più solitario di questo tuo splendido protagonista tra splendidi protagonisti. Per mia fortuna, con tanto senno del poi, non andai. Mi avrebbero arrestato sulla rambla, sì proprio a Barcellona, era il 1985 e sai che figura di merda? Oltre lo stigma perenne come un tatuaggio, forse anche la condanna a ripetere l’anno scolastico. Ma questa è un’altra storia che non interessa a nessuno. Le tue scene della partenza, gli intrecci delle azioni, dei sentimenti che avanzano e precedono i ragionamenti, che si fanno maturi prima della maturità, i dialoghi che testimoniano la crescita e l’espansione della necessità di comprensione che dall’intimo personale sfociano nel mare dell’amicizia h24, sono, tutti insieme, spettacolari, veri, reali come in un lampo l’apprensione materna per un figlio che ha lasciato da qualche ora il nido per un volo internazionale. Sono (e non credo di essere l’unico, anzi, potenza di un tema universale) sono tornato in volo, nello spaziotempo della nostalgia e dei ricordi, dell’amore che nell’impazzimento di ormoni e neuroni non ha scampo, è condanna, è condannato. L’amore che si genera e si riproduce, si rincorre e sta per avvelenare le amicizie, perché domando: a chi a quell’età non è capitato di trovare l’Amore e cominciare a perdersi completamente lasciando ai margini proprio gli amici con cui si è condiviso, fino a pochi giorni prima, l’urgenza del presente, il sogno oltre che il sonno? L’ansia di lei, per lei, di entrare nei suoi pensieri, nei suoi dialoghi, cresce, cresce a dismisura, perché nello spazio tempo della nostalgia e dei ricordi, l’adolescenza sulla soglia della maturità è l’universo impossibile da dimenticare, che ci ha costruito e fortificato, che ci ha decostruito e distrutto, affogati e risorti, nelle sere senza tramonti, nei giorni orfani di albe, nelle notti di deriva e tormento: istanti di momenti eterni senza via di fuga con all’orizzonte il mare dell’ignoto a divorarci l’anima. Un futuro mai veramente futuro ma illusione di un futuro che è desiderio. Amore come veleno avvelenato muore. E poi il prossimo, e quello dopo, e amore ancora Amore. Grazie Paolo, è un trip che non scende: è la dipendenza bella, quella dei romanzi che m’intrappola. Complimenti.
Una bella sfida scrivere strada vivendo! Sotto scadenza, dentro il verso che non schiude né si apre ma dimora sospeso nell’attimo che batte fuori tempo come mettere in pausa e riprendere sotto la pioggia di un appuntamento irrinunciabile. Digressione direbbe un cantore in queste ore di caldo folle fuori all’aperto dove il condizionamento dei pensieri non è naturale. Il muscoloso più amico con lei che con lui, il solitario. Il rapporto acerbo come il sorriso nudo della Casta’ scala di livello verso una nuova asticella da superare più in alto, dove la confidenza prova ad avvicinarsi a quella già più intima con lei, lei, sì lei che gli piace pure se proprio glielo chiedi. Irrompe la gelosia che strattona la confidenza che si fa tessitrice di timori imprevisti. La relazione a due diventa stretta, arriva l’artista: le confessioni si fanno simposio adolescente? È una puntata che sembra andare fuori dal tema del titolo che promette tutto su una madre, sembra una sbandata ma che succederà adesso che la partita a tre sta per iniziare? Lei, lei, la ragazza amica, desiderio armato, dov’è, che pensa, che sta facendo? È una pena subdola l’attesa che nell’agenda dice tra una settima strada vivendo: è una sfida ulteriore che non perdona ma assolve senza uno straccio di peccato, nell’ombra nascosta alla luce di questa giovinezza seducente. 👏
Il solitario non la vuole vedere ubriaca, non ci va, e non vuole dividerla con gli altri due, tanto è ubriaca. Silvia, Silvia, Silvia. Trovo un po’ sfilacciata, l’azione di quello che accade con i pensieri che vanno verso una maturità che contrasta con i suoi richiami ad una filosofia degli eventi che sa più di università che di diploma e di un “dimenticabile” hotel a Barcellona. Tutto su mia madre è un film, quando invece la chiamata di una madre nelle puntate precedenti mi ha deviato, pensavo irrompessero le vite dei ragazzi che hanno nelle loro famiglie da cui si sono staccati da poche ore. E quindi nuove confessioni, richieste d’aiuto o ribellione che si fa conflitto. Quella gita a quell’età con gli amici forzati nell’avventura scolastica lascerà dei segni “indimenticabili” e l’ubriacatura adolescenziale ne sarà un motore ? L’attesa per la prossima puntata è sempre viva più che mai.
“E però mi fai venire un dubbio… secondo me Silvia non è la ragazza col maglione viola che piace all’artista e al solitario e pure (forse) al muscoloso. I nostri quattro protagonisti non hanno nome, mentre Silvia sì. E poi lei è già impegnata con un ragazzo (anche se sembra dimenticarselo…), mentre la ragazza col maglione viola no. Almeno, io ho capito così.”
Sì, hai ragione Claudia, Silvia non è la Lei che anch’io sto aspettando, la Lei dei 4 che dovranno commentare anche il film di Almadovar (così tanto altro si chiarirà) ma dopo la gita, dopo il diploma, dopo la maturità? Credo che Paolo stia per svelare il colpo di scena legato alla gita “indimenticabile” a Barcellona, la gita come la pistola fumante che compare e che prima o poi spara, chissà perché penso ai Fantastici 4 e alla donna invisibile, io nel 1999 a 33 anni vinco il concorso all’Università (e mi tranquillizzo, mi sistemo o come si dice) negli stessi giorni mi risposo, mi sposo con Monica, con un figlio già di nove anni: per me il 1999 non è una ripartenza ma l’inizio di un mondo nuovo, forse quello adulto che nei dieci anni precedenti è stato una fuga continua da un mondo adulto esploso troppo presto. Per questi fantastici 4 è l’anno del salto ma nella narrazione degli eventi lo spazio tempo (quello del “È felice questa irrilevanza stanotte. Felice senza sapere di esserlo, è felice perché possiamo essere solo questo, non altro ci è richiesto. L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” si accavalla e si intreccia così vorticosamente da creare in me tanta bella, vera e santa, confusione, vedi Silvia per esempio. “Andate voi” ecco, ovvio è un solitario, solitario anche nella folla, nella gita, nello scrivere racconti, nell’immaginarsi l’esistenza a puntate, settimana dopo settimana, racconto dopo racconto. Occasione dopo occasione, una gita, una giostra e la scritta del neon che dice INGANNO. Silvia è ubriaca, Silvia sta male ma al solitario non interessa o fa troppo male anche per lui? “Fermiamoci qui, artista, ti prego. Fermiamoci dove la passione è uno spreco, dove non è un impegno con nessuno, dove non è ripetizione, dove l’ostinazione non è uno stipendio o un obbligo sociale. Dove non è una cosa da adulti.” Ma la giostra non può stare ferma, riprende il suo giro con i cavalli che vanno su e giù, la musica che canta rap melodico, nell’estate più rovente da millenni. Grazie Claudia per questo tuo commento che mi ha fatto rileggere questa puntata più volte. Incasinandomi più di quanto non fossi già incasinato. Grazie Paolo per questa giostra che gira senza “gettoni”, Io che Tutto su mia madre nemmeno l’ho visto ancora, io che resto incantato a vedere passare i mille tram del desiderio di questa vita e i mille giri di una giostra che gira e non smette di girare, appunto: “L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” Ma ai giostrai non è consentito fermarsi, è vietato dire basta voglio scendere, perché loro non possono scendere, fanno volare.
wow finalmente LEI, LEi, Lei, lei, leiiiii – grande, no grandissimo, no grandioso, lo sapevo, lo aspettavo, lo scrittore vivente che arde, che s’infiamma, con lei, di lei, si ustiona, lei che “Le piace quando parlano. Le piace ascoltarlo.” – ho aspettato il sabato, perché di venerdì tutto è più triste. Complimenti Paolo, si torna a volareeee. Grazie!
In ritardo ma ne valeva la pena, nell’email per tutta la giornata di venerdì non l’ho trovata mentre il mare di spam a cui mi sono iscritto negli anni, invece sempre lì presente, i giornalieri, i settimanali. Ma di 1999 niente. Mi sono preoccupato, devo dire la verità ma stamattina mi sono tranquillizzato. Devo dire, tanto è la verità comunque, questa puntata è molto più ragionata e sapevo che il tema in classe sarebbe arrivato, cos’altro manderà avanti la storia di lei e di lui se non la scrittura? Sì le letture, la relazione a tre, a quattro, ma la scrittura. E sono sicuro, almeno lo spero, salteranno fuori i diari, il diario di lei, il suo mondo, nel tema, nei temi, nelle confessioni con se stessa. Nei sogni e nei desideri che si fanno parola. Ragionato, tanto ragionato. Sembrano oggi sull’IA gli stessi discorsi di allora su internet. Oggi sarebbe il caos fermare internet, domani sarà il caos spegnere l’IA che ci controllerà tutti. Ma loro, noi, a 16 anni, che ragionamenti facciamo? Forse è una bella idea, a me la differenza è piaciuta tanto, tantissimo, quella del sabato libero invece del venerdì lavorativo. Io sto pensando che il 25 abbiamo la pizzata della nostra VF che festeggia i 40 anni dal diploma, tutti maschi in quell’aula del Galilei, per l’elettronica che non abbiamo mai visto, per i torni a controllo numerico imballati che nessuno sapeva usare, per una lei che non c’è mai stata in classe e tutti cercavamo fuori dalla scuola. Quella sera, come ad ogni nostro ritrovo, con compagni che vengono dall’estero per rivedersi, parleremo dei nostri temi in classe e se non le lacrime, perché siamo maschi adulti e alcuni già nonni esperti, le risate saranno intrise di questa dolce, amara, sublime mestizia che questa puntata mi ha regalato con la forza della ragione, con l’idea universale di essere protagonisti della nostra vita riflessa nello spazio tempo di uno specchio di parole che sono come quel sentiero di montagna del video, la via dell’emozione dei sensi, tutti insieme, vero Claudia? Grazie Paolo per questo viaggio che ci fa volare. Matrix? MATRIX? Già matrix.
una eccezione eccezionale, la discesa negli inferi, il peggiore tema che la sua prof. si potesse aspettare da lui, e da lì, il futuro della vita, dallo sconforto alla chiamata che diventerà devozione assoluta per la scrittura oltre la narrazione: l’emozione di chi legge, il sentire l’emozione. I brividi che ho provato sono quelli che mi hanno fatto ricordare uno stato simile, al ritorno dell’esame orale di chimica alla vecchia ingegneria. Feci scena muta, eppure allo scritto avevo preso trenta. Non avevo capito una mazza della teoria che però avevo applicato quasi con lode nei problemi: uno scritto da trenta, in quella sessione nessuno aveva preso trenta. Feci scena muta e il corpo s’infiammo’ altro che guance rosse, scappai tremando, e tremavo sul bus che mi riportò a casa, di vergogna e rabbia, tremavo. Non una doccia fredda ma un fuoco devastante, sentire la presunzione spegnersi e la vergogna bruciare. Scusate la digressione oggi che le “digressioni” sono di moda per non pensare alla sciagura della guerra come in modo “eccellente” avrebbe voluto la prof. per tutti, ieri come oggi. Ma la migliore è Lei, LEI, lei che supera tutti. Supererà Matrix e la prigione governata delle nostre esistenze? Lei che finalmente sentiremo, vedremo, leggeremo ammireremo, giudicheremo, dalle parole sue, tutte sue, dal tema, dalla sua scrittura che si prenderà la scena nella prossima puntata. Micidiale l’ansia per l’attesa di Lei, LEI, lei che sembra un campo appena arato, pronto alla semina, che sembra il campo dei conflitti, geometria delle pulsioni, e la battaglia per la maturità che prende voce dal seme piantato su un foglio protocollo. Grande 👏 Grazie Paolo.
Ho letto venerdì scorso e un nodo in gola mi ha affogato, lo stesso che nell’adolescenza mi prese dopo la lettura di “Se questo è un uomo”, per giorni e giorni non pensavo ad altro, a quanto fosse mostruoso l’uomo, a quanto male è capace di fare all’uomo che diventa peggio di una bestia, a quanto siamo niente rispetto all’atrocità dell’uomo. Inermi, disarmati, inutili. Indifferenti se almeno non ne parliamo, incapaci se almeno non ne scriviamo, insensibili se giriamo canale, miserabili se almeno non condanniamo. Distratti come autodifesa, traditori come disertori. Ho riletto oggi, e ho capito cosa mi è successo allora, cosa mi succede oggi a me che vivo sicuro, la vergogna di essere uomo nonostante l’uomo, questa è la mia vergogna di uomo impotente, sconvolto, distratto, costretto a fare la solita vita nella mia tiepida casa. La vergogna del mondo sono io che essendo niente non posso, non faccio niente. E non mi assolvo, se ne leggo, se ne parlo, se manifesto, se prendo la parola, se me ne sto in silenzio. Se prego anche se non so pregare. Il rifiuto, questo mi ha stordito, e non lessi più ne Levi né altri, condannandomi all’oblio come corazza tra amici che se ne andavano con l’overdose nel corpo. Anche un rifiuto ha la sua dignità, come stato transitorio di un processo di vita, di trasformazione, ma l’uomo cos’è? La bestia che diventa nella fame, la bestia che affama e massacra, con la stella di Davide sul petto, con le svastiche al vento, con i fasci littori sulla tomba, con le prigioni e le torture di ogni stato, occidentale, orientale, con la miseria, distrazione e distruzione di massa. E le armi, la guerra, solo un affare come un altro. Grazie Paolo Di Paolo, e se questa puntata diversa mi ha lasciato venerdì scorso senza parole, questa notte, rileggendo, inghiottendo il nodo della vergogna, superando l’ovvietà della disillusione perché ad ogni Abele c’è un Caino che l’ammazza, adesso voglio condividere, voglio partecipare, voglio continuare a leggere, magari ripartire dal “saggio” I sommersi e i salvati, che se magari fossi andato al liceo, che se magari avessi studiato allora, forse anche tutta la mia vita sarebbe stata diversa, quella che il tuo protagonista “solitario” mi sta facendo vivere oggi in questo dannato 2025 che sembra senza speranza. Grazie.
È il primo bacio? E non gli arriva dalla tenera e fragile che desidera? Ma la desidera? Certo che la desidera. E non c’è stata ancora la gita, e non c’è stato ancora il tema in classe, il miglior tema in classe che ha scritto Lei, il più bello di tutti. La scena del dibattito con le visioni dei nudi della “stramba” all’ultimo banco continua, dovrà continuare, che canaglia lo scrittore che nel raccontarsi “tira la corda” e mischia i piani degli eventi, nello stesso attimo che accadono, nello stesso capodanno del primo giorno del nuovo millennio. Una vita, un anno, un mese, un giorno, una scena,
Passato e presente in momenti che si fanno romanzo. Azzolo, della foto del quotidiano, a parte il direttore che oggi firma documentari su Lenin alla 7, mi ha colpito una informazione che avevo completamente dimenticato, la copia di un quotidiano il 31 dicembre 1999 costa 2200 lire (ma forse era un numero speciale), già un euro e dieci, come costa oggi più o meno, come se il 25 anni non ci fosse stata nessuna inflazione, invece l’inflazione dei sentimenti e delle emozioni in queste due belle puntate sono dei vortici impazziti tra la filosofia e l’inutilità della filosofia nell’attimo che si vive.
Già, sedici anni, il futuro che si fa indietro, la matrix che diventa discussione e un futuro che ripetitivo si fa prigione con un fine pena mai che è la nostalgia del sapore di un piatto di spaghetti al dente mentre la realtà è una pasta scotta e un bacio che sostituisce quello desiderato, nella notte che scoppia la festa, la solita festa anche se è una data speciale, insieme la fine di un secolo e di un millennio. Ma come per la discussione sul tema in classe, così non può che continuare anche la fine della festa e l’alba del nuovo giorno, il primo del 2000.
Lo so che non si fa, ma lo dico perché, puntata dopo puntata come lettore che ammira il protagonista e la corda che tira allo spasimo, strusciando per terra e volando nel cielo, con nostalgia che oscilla tra rudezza e commozione, tra rabbia e poesia, protagonista nel commento ci sentiamo un pò anche noi coraggiosi nei commenti a lasciare pensieri che si aggrovigliano nella lettura, almeno per me è così e mi lascio andare.
Non si fa ma lo dico, chi è nato molto prima ha punti di vista e di ricordo diversi, essendo io del ‘66 nel ‘99 avevo gli anni del Cristo morto sulla croce. Lui risorge e io rinasco, nel ‘99 mi risposo (il primo tanto brutto quanto bello il secondo) e nel ‘99 entro per concorso all’università e divento un “privilegiato” dipendente pubblico, nel ‘99 mio principe erede Daniele fa 9 anni ed è un campioncino a Magic, a Worcraft, in rete navigo con uno stupefacente modem a 56k che suonava prima della connessione, desiderando l’ISDN che non è una droga.
Lo vado a prendere un sabato sì e uno no a scuola e passiamo il week end insieme a giocare e giocare e giocare… Per me il ‘99 è stato un salto di livello in questo gioco straordinario che è la vita, un gioco tra sparatutto, costruttori di battaglie e città, imperi e labirinti magici della mente che continua a sognare.
Grazie Paolo: il mio primo bacio è stato con un’amichetta tra le amichette, in mezzo al mare, in estate prima del terremoto dell’80, io straccione dalla spiaggia libera, loro bellissime con la cabina e i genitori al lido, e non ci siamo dati appuntamento, e non ci siamo mai visti più.
wow che puntata! Sono qui a leggere e mi sento la cavia che ha la possibilità, nel laboratorio infinito delle nostre esistenze, forse nemmeno la possibilità ma addirittura il desiderio di comunicare con lo scienziato che mi sta vivisezionando l’anima. Per quanto robaccia, perdita di tempo, la scrittura della mandria del XXI secolo, con il meglio di sé stessi che si riesce a mettere nei social, con parole e scatti fotografici del proprio vivere, è lo scenario apocalittico che dalle macerie di rivoluzioni mancate e superate, ci fa vivere non in un deserto fatto di solitudini inespresse ma nella giungla del rumore delle parole inutili. E io che di questa mandria vorrei, magari, essere un vitello performante pronto per il macello, mi sveglio cavia che parla all’esperimento, al coraggio e all’orgoglio di farne parte, numero primo ed imperfetto come le compagne di questo viaggio, specchio e portale di spazio e di tempo che prende a schiaffi i ricordi e il presente in un conflitto di stupore che abbaglia. Forse mi sbaglio, e vorrei di cuore sbagliarmi, ma il finale di questa puntata è un atroce rimorso, un pentimento amaro di ciò che è stato, di ciò che è diventato futuro senza ritorno, una nostalgia prigioniera diventata avanzo, rifiuto imbalsamato nell’anima. Uno di quei piccoli o grandi tumori benigni che hanno smesso di crescere con cui dobbiamo convivere. La grandezza di questa puntata, di questo romanzo da cui non riusciamo a staccarci, è la vastità dei temi che affronta proprio com’è la vita che ci prende nel quotidiano, nell’usuale tempo che consumiamo nel nutrirci costantemente della robaccia che tradotta in parola è solo l’apparente follia che vorremmo essere, un po’ muscolosi, un po’ artisti, un po’ solitari, un po’ Lei che si apre al mondo, spine e rosa del futuro che è stato già passato ma da scoprire puntata dopo puntata. Forse peggio di sentirsi robaccia è sentirmi cavia, felice e grato di farne parte, per mostrare e dimostrare di essere vivo. Grazie Paolo, a te a tutte le lettrici e i lettori, buon fine settimana di ferragosto.
«La nostalgia del presente che ti muore fra le mani», risponde Bertolucci. Cavolo che potenza di visione nelle parole di un visionario. È quella corda che non smette di vibrare ma che anzi, in risonanza, amplifica l’ossessione? Di crearle le visioni? “Qual è la corda che, involontariamente, ha toccato?” Ripetete con me: esiste solo il presente! E basta? No caro “solitario”, hai fatto incacchiare anche Claudia che come me, come altri, siamo niente e siamo tutto, lettori, che si fanno incantare. E tu sai come si fa, vero? Perché allora confessare di essere il solitario “incompreso” da qualche critico le cui critiche non sono nemmeno lacrime capaci di disperdersi nella pioggia dell’irrilevanza? Perché sporcare con le irrilevanti “feci” di Putin queste pagine con un fetido presente che ci soffoca il momento che, invece nella lettura ci fa sognare? Lo diceva Eco, non usate le parentesi che stroncano il discorso. Certo che c’è una ragione, il tema in classe, quelle maledette prove, quei maledetti giudizi, quell’indifferenza a tutto il nostro ardore adolescente, di mostrare e dimostrare, negli anni più fragili e tragici, più teneri e brutali, ha risvegliato in noi, il fuoco sopito, le fiamme dimenticate, le nostalgie e i rimorsi più sanguinosi. Perché? Perché allora mortificarci al fruscio di un cespuglio che assiste suo malgrado invece di innalzarci ai mille occhi che brillano nella ruota regale di un pavone sublime in amore? Sì, non è giusto, come non è giusto niente di questa vita che ci sfugge tra le dita, tra le lettere di una tastiera che ha l’ardire di una penna senza freno che, ora come allora, vomita inchiostro del noi stessi incandescente, sopravvissute, le passioni nostre di leggere e di scrivere, la passione di Lei, di Lui, dell’Artista, del Muscoloso, di quella vita, di quegli amori devastanti, di quelle visioni che trascendono il nostro brutto presente in attimi di lucida perdizione. E tu sai come si fa, ad incantare, come Shakespeare userai la gelosia? Il mostro dagli occhi verdi che riferisce una calunnia o una verità? Lei resta contesa dal trio sconvolto dagli ormoni, che nella visione di un ennesimo film, balla e gode da sola. Ammirata ancora di più, Lei che ha fatto il tema più emozionante, con il voto più alto. E torneremo alla gita rimasta successiva al primo tema? E ce ne saranno altri, di temi in classe e fuori classe, di confessioni, di tormenti, di competizioni, di fallimenti? È già un orgasmo l’attesa per la prossima puntata, per l’ultimo sabato d’agosto. Grazie Paolo.
Wow, l’amore che brucia, l’amore che muove il sole e le altre stelle, l’amore che ti fa sentire potente come Galactus distruttore di mondi, l’amore che ti fa sentire una lacrima dispersa dentro Blade Runner o l’amore di Trinity dentro Matrix, l’amore adolescente che ti fa correre tirando pugni al vento dopo il primo bacio, o che ti fa piangere per giorni senza lacrime avvinto nella solitudine che si fa coperta stracciata piena di pulci e vomito di tristezza, l’amore delle lettere mai scritte e di quelle scritte con furia e gettate come mozziconi spenti, l’uno dopo l’altro a bruciarsi la gola per quel filo di speranza che si fa alito dell’ultima possibilità di tornare insieme, e rivivere quell’attimo estremo di felicità che non torna più. L’amore che evade da ogni schema, da ogni programma di follia, oltre ogni sbarra di questa vita imprigionata nell’esistenza di attimo perso a pensare senza agire. Che cazzo di delirio questa puntata e quest’amore che finalmente scoppia, brucia, devasta la pagina. Un sogno, l’amore, e che sogno! Che cazzo di delirio sentirsi personaggio nel romanzo, come mi capita sempre, in quelli belli, in quelli brutti, in quelli che amo e in quelli che odio, a volte personaggio possente a volte una pezza, lo straccio che pulisce la merda, se non la merda stessa. Un incubo, l’amore, e che incubo! Un brivido di freddo e il cuore di giaccio, un brivido di fiamma che soffoca il respiro, e l’amore brucia, arriva, finalmente esplode, oltre l’amicizia che come al solito dilaga e scappa in ogni direzione, si chiude e tradisce, si apre e cura, necessaria e sfuggente, incredibile e totale, di Lei, di Lui, di loro, nelle apparenze, nelle circostante, negli eventi in bilico tra due millenni, nel presente scritto e riscritto, visto e vissuto come un film, come la meraviglia di sentirsi umani nonostante l’umanità stuprata che ci circonda e ci devasta dentro. E ora un’altra settimana di passione per giungere sulla croce che ci inchioda in quest’attesa insostenibile.
Grazie autore, le ho già detto che in ogni pagina mi sembra di rivivere nel romanzo senza umani? Grazie davvero, in fondo la confusione che mi prende è l’entropia dell’universo che spande vita, solo vita quotidiana, indigeribile esistenza con mille sbarre intorno.
Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Dopo questa magistrale lezione di vita e di letteratura, dovremo rimettere nel ghiaccio le nostre emozioni, nel freezer vanno stretti lo so per certo, beh magari qualcuno pensa al frigorifero dei macelli, e io penso ai miei pensieri che penzolano squartati e privati del meglio, le frattaglie, cuore compreso. Una vita di frattaglie a guardarci indietro, ad essere cattivi con il peggio di noi che siamo stati. A come in questi personaggi e l’adolescenza, per quanto confusa, dimenticata, orribile e ubriaca di meraviglie, sia stata di sbornie e dopo sbornie. Sto leggendo in questi giorni le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis, e vomito di pagina in pagina nel nulla che siamo stati, che peccato. E lei caro autore annuncia la fine delle stelline, di quell’era che precede la sventura della fine dell’adolescenza, la fine dei superpoteri, la fine dei giorni magnifici e luminosi di pensare tutti i momenti, tutti i giorni, a lei a lui, a loro, la fine dello strazio del favoloso mondo ingovernabile, del viaggio senza frontiere, con tanto di fili spinati e abissi dietro ogni curva, alla fine dell’orizzonte catturato negli occhi e nelle risate di una canna condivisa, alla fine di quell’amore magari mai consumato, mai bruciato, straziante come quello in cenere che finisce col diventare grandi, freddi, paurosi ma più incoscienti di prima. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Scherzo, rido di me, a queste parole, ingovernate, non distanziate, perdutamente vere, false come lo è tutta la nostra esistenza apparente, quella che non riusciamo a contenere. Azz, inautentico? Azz, “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura” ? Io tremo al solo pensiero di vedere, sentire, leggere, la reazione di Lei a quelle pagine fitte fitte, a quelle domande che sanno di vita vera ed universale che semmai la letteratura l’allarga la realtà, altro che concorrenza, semmai la realtà sarebbe sciapa, né carne né pesce (tanto per non citare un film), insapore, per chi invece di letteratura si nutre, si arma, e sopravvive. Altro che concorrenza sleale per giunta. Mi inerpico in mondi che nemmeno conosco e chiedo perdono, sì proprio come i tanti “scusa se” del solitario… Immagino il tribunale e le prove presentate a carico della “strega” che finirà sul rogo, ci salirà l’artista, il muscoloso, anche il solitario (mi pare di capire con molto senno del poi) e naturalmente Lei, che scriverà altro sul sul diario ma a loro si concederà come non farà mai più nella vita vera da adulta, dove inautentici siamo tutti ogni giorno, perché dobbiamo sopravvivere e provare a fare a meno di sostanze che all’epoca ci facevano volare ma che oggi servono a farci tenere ben piantati i piedi a terra. Ma no, delle emozioni non ne possiamo fare a meno e cavolo ecco perché: “Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito?” Poi c’è chi non si nutre né si abbevera ogni tanto di letteratura, ma questo è un altro discorso. Abbraccio con l’Autore tutti i commentatori e le commentatrici, per il loro coraggio, la loro realtà e autenticità che mi accompagnano dalla prima puntata, e mi ripeto forse, non credo affatto che “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura”, anzi la letteratura sopravvive alla realtà, da millenni, se vogliamo dalla notte dei tempi pensando alla Bibbia o altri testi precedenti, la realtà non può competere né in modo leale né in modo sleale, la può deformare, infangare, magari uccidere, bruciare, Lei rinasce e si riproduce, canta e danza nei secoli, nonostante gli scrittori e le scrittrici, nonostante le lettrici (maggioranza vedo) e i lettori, gli editori, le industrie e le econaomie come i governi, i critici e le accademie, che invece passano, si consumano nella carne, nelle ossa e nel sangue che invece restano sempre vive nelle pagine della letteratura immortale perché senza mai data di scadenza. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? 😌
FOLGORATO
“Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano”.
Che atrocità e meraviglia l’attesa, e l’attesa dell’attesa, e nell’attesa l’immaginazione che attorciglia il cuore con le budella, e fa soffrire, e fa gioire. Ero rimasto folgorato dal video del 17 settembre, e riprendere adesso il link fra centinaia di mail che ancora devo cancellare, alcune leggere per piacere, altre per dovere, altre ancora per cortesia, e poi rispondere, mi sembra passato un secolo ed invece è stato solo 4 giorni fà. Che macerie di attimi triturati nell’istante, e che magnifico istante invece essere esaudito nel desiderio, nel sentire prima di leggere con la voce emozionata dell’autore, della lettera, la famosa lettera, della parola scritta che ferma il tempo e lo rende immortale. WOW, l’autore si è aperto e confessato, ci ha parlato del suo interrogarsi e questa meraviglia ne è il risultato? Favoloso mi viene da dire, un po preoccupante con quella spada feroce che dondola dal titolo, “Eyes Wide Shut” il film che non avete ancora visto, dice l’organizzatore di una serata che salta? Che diventa la “prima volta” per sempre? Vuole la stanza per giorni per anni… O è la minaccia dietro l’ennesima curva dell’esistenza che porta al dolore e alla sofferenza del… “perduto amore”? Il finale, ma perché tutto deve finire? Una commedia, una tragedia, un romanzo, un film, una lettera, l’avventura che siamo in questa vita? E i sogni e il delirio dei desideri che si fanno carne, concretezza, fondamenta di continuità di vita in coppia, e quale coppia o accoppiamento si realizza? Era tanto tempo che aspettavo e adesso? Inizia? Durerà? Che atrocità e meraviglia l’attesa, di adesso, di allora, di quel bacio provato allo specchio con le labbra che s’incollano al vetro, con l’immagine di sé stessi, nell’abisso del tormento di non sentirsi mai abbastanza. Di non sentirsi mai veramente desiderati. Di rompere quel ghiaccio che si è solidificato non solo intorno al cuore ma che nell’anima è scheggia furiosa di dubbi e paura. L’educazione sentimentale come traccia di recupero nel senno di poi, il film di Kubrick nel senno del forse, la maschera svelata che cade ai piedi dell’ovvio rito di iniziazione che tutti abbiamo vissuto, tutti più o meno in solitudine, ma che letto così come scritto attraverso tutte queste puntate che sembrano una montagna russa dove a vorticare sono gli specchi che ci corrono intorno mentre invece siamo fermi a leggerci dentro nei ricordi, ma che letto così settimana dopo settimana tra eventi e quotidianità che ci traffiggono gli occhi di orrore, nell’attesa, nell’attesa dell’attesa, del finale dell’attesa, che letto così come scritto diventa l’oasi rubata al caos, un miraggio, visioni, atrocità e meraviglia di quella pace che meritiamo senza vergognarci, di essere stati e di essere ancora umani che si emozionano al solo pensiero dell’Amore. Grazie autore e come diceva un personaggio di De Crescenzo, prufessò io non capisco ma mi affascinate, più o meno il senso che non deve avere per forza senso, per ragionare, per bloccarsi o peggio scanzarsi, all’inspiegabile magia della parola scritta: “Le parole avvolgono. Le parole scaldano. La fanno avvampare.” – “È-una-dichiarazione-d’amore.“ – Com’era nel video la domanda? Un romanzo come una lettera? Superlativo, ardito, come acqua nel deserto. L’oasi della pace che meritiamo. – “E lei: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te.“ – La lettere scritte arrivano dove l’orale si ferma, come quando la TV non prende per un temporale o la rete si blocca perché manca la corrente, e a me sembra comunque di continuare con schimmie che non sentono, non vedono, non parlano. Già, le vedo, le sento, atroci e meravigliose, le parole che verranno. Grazie! E grazie di cuore a questa reiterata istigazione a partecipare che ci fa sentire protagonisti, in questi tempi di luci fulminate.
Il ritardo, per tabucchiano gioco del rovescio, è diventato una risorsa! Una scheggia di “calvinite acuta” ti ha dato ispirazione per trovare un’ottima soluzione del garbuglio e toglierti dall’imbarazzo, regalando a tua volta uno spunto molto intrigante sul cominciare e sul finire. Questa è stata, domenica, la mia prima reazione. Ora, leggendo i tanti commenti delle lettrici e dei lettori, indulgenti, anzi riconoscenti per questa puntata-non puntata o superpuntata imprevista e accogliente, sento la necessità di dire che tutta questa esperienza è attraversata da un filo conduttore importante e inedito. Una attenzione reciproca tra autore e gruppo di lettura, una libertà di opinione, di decisione, di immaginazione. Un “potere” condiviso nella magica piattaforma, che si è dilatato non solo nel tempo (dei ritardi e dell’andirivieni negli anni), ma anche nella riflessioni dei singoli, che portano lontano gli spunti offerti dall’autore, in un laboratorio di comprensione sempre aperto. “Le funzioni astratte che si incarnano” e hanno un nome danno ragione all’affermazione di Proust: “Ogni lettore in un libro legge sé stesso”. Ma qui c’è stata in più la possibilità di confrontarsi in presa diretta con un testo, con le fasi e i problemi della sua scrittura, misurandosi con l’autore e con altri lettori. Partecipare a questa esperienza di lettura critica in divenire è stata una straordinaria opportunità. Sentire avvicinarsi il congedo, “lo strappo”, trova consolazione nel ripercorrere le tappe del viaggio e nell’inventare un esercizio di immaginazione del futuro, per chi scrive e per chi legge. Il vincolo della gabbia, smantellato come è da piccole produttive evasioni, alimenta l’attesa di un finale libero. Resta solo da aggiungere un grazie convinto!
oggi domenica sta piovendo, mi sembra che il cielo pianga le sciagure che viviamo. Che fortuna che ho avuto a leggere questa ultima puntata dopo il finale perché forse me lo avrebbe un tantinello rovinato nel senso che… No non aggiungo altro, altri lettori arriveranno a questo punto e non né elegante né giusto anticipare niente. Ma il 3 ottobre e il 4 ottobre 2025 sono state giornate pazzesche, e la vita reale prende il sopravvento. Posso solo aggiungere che piangere con lacrime asciutte, per un amore, per l’orrore, è la forza che ci vuole per sopravvivere alla nostra fragilità di essere umani, e nei millenni raccontarci storie e vivere emozioni. Grazie Paolo.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.”
[…]
Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.
[…]
Ciao, siete un grande maestro Paolo Di Paolo – grazie per questa indimenticabile e bella avventura. Quell’intimità della Piazza di Carpi, di serenità e bellezza, è il finale che più di ogni altra cosa desidero per ogni piazza del mondo, per i popoli, per la vita. Grato e commosso con le lacrime asciutte del Solitario, di ogni solitario dentro di noi.
FINE
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili quelli veri attaccano e distruggono i bunker di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
Nella tua assenza tutte le lacrime che non ho versato
Nella tua essenza tutte le lacrime che ho ingoiato
Nella grandezza della mia vergogna più grande
mi sento ancora di succhiare il tuo latte
e le tue poche parole di meraviglia
le tue tante parole di rabbia
tue carezze finite troppo presto
e i tuoi vuoti che mi hanno fatto bestemmiare
con la vita per quello che potevi essere e non sei stata
vita maledetta per quello che eri e non potevi essere
Sola in un mondo che non vale niente
Sola fatta di visioni prigioniere
nelle tue finestre sull’infinito assente
Mia eterna mamma mia come un desiderio
senza pace
Tra le mie braccia ho raccolto il tuo respiro, ingorda dell’ultima aria di questa vita che ti ha lasciato senza parole, chiusa com’eri dentro il tuo mondo estraneo e parallelo al nostro, oggi lontano dallo sgomento, e io felice come allora della tua liberazione dal dolore, oggi felice di immaginarti angelica come meritavi di essere su questa truce terra. Nanninella nostra. Mamma mia.
Dopo ITALIAN PSYCHO (2021) e LA TEORIA DEL SALTO (2025) con QUANDO ERAVAMO FELICI (2023) ho completato la lettura della trilogia Minimum Fax di Corrado De Rosa. E ora?
De Rosa “non è mai definitivo, come non lo sono i grandi personaggi letterari.”
Lui lo ha scritto di Maradona in un suo vecchio articolo sull’Espresso. Sembra facile copiare e usare le sue parole che definiscono un genio e riproporle esattamente per descriverne la sua, di genialità. Corrado De Rosa è ormai un mito e “con i miti non si può competere”. Anche questo si trova nella sua trilogia sul genio della mente umana. Di lui, lo scrittore, non puoi che acchiappare le ultime parole e provare a ragionare se riesci a far valere la parte razionale del tuo cervello, oppure lasciarti andare e volare insieme a lui per quanto rende semplice, l’esplorazione nella complessità della mente umana. In entrambi i casi questo grande scrittore non ti rapisce, ti possiede.
L’ultima riga del suo ultimo lavoro, quello che ti propone di saltare allo specchio per capire di te quello che ti sfugge, quell’ultima riga dicevo, è sublime: mi sono reso conto di come, quando ti guarda negli occhi, ha piena padronanza dei neuroni che ti brillano in testa prima di cominciare a parlare. De Rosa ti entra nel cervello.
De Rosa è una TAC vivente che mentre lo leggi ti sta analizzando con un liquido di contrasto che sono i tuoi pensieri. Lo so, sembra fantascientifico ma è la verità, ci sono grandi critici che sanno dire solo che è bravo per quanto li ha messi in mutande con la sua grandezza di ricercatore, che dire accademico è riduttivo, è come dare del maestro delle scuole elementari ad un ordinario magari anche già preside di facoltà o anche solo direttore di un dipartimento dell’Università italiana.
A lui piace lo sport e se mai leggerà queste cazzate che sto scrivendo gli piacerà la metafora del salto. Ma prima voglio dire da bravo cazzaro che scrive cazzate, e in quanto tali essenzialmente fondamentali come un metro cubo di aria all’aria aperta, che UNO che raccontando “La teoria del salto” vede gli amici più amici cominciare a saltare intorno a lui, ha dentro il suo verbo qualcosa di divino oltre ogni umana capacità di comprensione.
La mia ovviamente. Ma stamattina, sul lungomare, incrociandolo nella corsa come faccio io perché l’eccesso che siamo è una zavorra che pesa e ci rallenta, l’ho visto circondato da un’aureola luminosa come una madonna. Quindi come ho già scritto in un post su Facebook, nella piazza virtuale di noi altri esseri virtualmente razzolanti, Corrado sovrumano lo è davvero.
Ma torniamo a quello che volevo dire.
Punto primo: leggere tutte e tre le bibliografie della trilogia, e poi pensare a lui come a un Gianmarco Tamberi dei tempi d’oro, che dopo aver saltato il record del mondo, mette l’asticella un centimetro più in alto e dice: adesso salta tu.
Questa è la grandezza di Corrado De Rosa, il sovrumano, ti porta in alto con se e ti fa volare. Più sotto allego un paio di video che ho trovato: sono la testimonianza palese della sua sovrumanità, una prova si direbbe in un tribunale. Lui corre veloce come Mennea quando parla, e non si stanca mai come la finanziera Stefania Belmondo. Arriva in fondo, rendendo semplice e bello il tema più complicato che esista: la mente umana.
Lui cerca la costruzione dell’identità, così gli ho sentito dire in una delle sue innumerevoli interviste. Nel farlo, con i suoi lavori, ci spoglia e ci spiega l’identità che siamo o almeno la parte più comune che ci rende tutti umanamente normali: il genio, l’intelligenza, più o meno pronunciata. Beh, è professionalmente uno psichiatra, un medico della mente, quindi niente di strano, invece, ci fa vedere il record del mondo e ci porta più in alto ancora.
Luca Briasco alla presentazione, non ricordo le parole precise, ma lo ha detto chiaramente: editare De Rosa è un’impresa piacevole di trascendenza umana. Non so se mi spego: Luca Briasco. Mi sa che è stato De Rosa ad editare Briasco.
Va beh, Briasco ha usato la metafora della neve a Roma ma il senso che ho capito io era quello dell’extraterrestre che studia l’uomo dal di dentro. Sovraumano, appunto. Sono tutti bravi a fare le autopsie sui morti o con strumenti elettronici guardare analisi da fuori del corpo, lui, De Rosa, le fa ai vivi, da dentro: viviseziona la mente attiva mentre ragiona. Il lettore, almeno questo vale per me, si astrae dalla realtà e si fa cullare, direi trascinare con piacere, in questa sua grande opera di squartamento.
Non lo so dire meglio. Questa trilogia è sconvolgente. Il genio criminale, il genio sportivo ed infine il genio artistico. In tutte e tre c’è la follia come cifra ineluttabile della grandezza. Non è morale, non è filosofico, non è estetico: è profondamente viscerale dove tutto è nutrimento. La storia dei quozienti intellettivi presente su QUANDO ERAVAMO FELICI è emblematica. Demolisce la conoscenza come limite della creatività artistica e dà piena funzionalità al genio, che valicando il confine che non esiste della follia, produce, genera, riproduce capolavori. Capolavori che siano criminali di male, che siano di bellezza nel gesto sportivo, che siano di emozioni nel ragionamento artistico.
Non lo so dire meglio e quindi lo ripeto: questa trilogia è sconvolgente.
“Perché la realtà non si ferma al presente ed è più profonda delle apparenze: è concreta senza essere attuale, è ideale senza essere astratta.”
La velocità con cui parla quando l’ascolti, la velocità che ti fa prendere la lettura di quello che scrive, la velocità dei cavalloni di fatti, pensieri, emozioni, parole, opere e missioni che ti travolgono, è pazzesca: a me sembra sovrumana, una intelligenza artificiale fatta umana o meglio un umano con turbo intelligenza cognitiva e dimostrativa di un prossimo futuro già presente…
L’ho visto e sentito per la prima volta quando presentò il fantastico romanzo storico IL FIORE DI MINERVA di Carmine Mari nel salone della Provincia di Salerno, dove mi ero imbucato con tanto di mascherina anche se non ero dotato di greenpass obbligatorio per i raduni pubblici di quel tempo, ma questa è un’altra storia. Comunque dopo quella prima volta, il mio bisogno di leggerlo è stato incontenibile, anche i suoi A SALERNO e L’UOMO CHE DORME, sono troppo belli.
Quando, chiedo: quando eravamo felici?
Per rispondere a questa domanda, adesso faccio un esperimento: uso un suo articolo di qualche settimana fa, un post strapienissimo di like e mani plaudenti che sembra l’applauso a scena aperta di un punto vincente di Sinner a Roma in questi giorni, perché la vanità che ci contiene non è una nave ma una fregata di cammelli nel deserto, una carovana che cerca oasi di beatitudine. Parole sue e qualcuna mia.
Ok, pronti? Ciack!
Peggio della lettura senza emozioni, c’è solo l’assuefazione alla lettura. Quella sensazione in cui si mischiano disinteresse e fatalismo, in cui pare che tutto sia ineluttabile. Eppure nell’ineluttabilità c’è una sorta di giustizia interna. Se sei più ignorante, prima o poi cadi. Se non hai mezzi, qualcuno ti ferma. Ti toglie il libro dalle mani. E quel qualcuno sei te stesso. Ogni caduta ha in sé qualcosa di logico: un passo sbagliato, un equilibrio perduto, la gravità della terra che ci fa materialisti alla ricerca dell’utile finanziaro ai nostri interessi. L’emozione diventa irrilevante.
Il problema che abbiamo noi lettori ignoranti non è l’inevitabilità della caduta. É il modo in cui cadiamo. È la mancanza di consapevolezza, la vanità che ti fa credere migliore di quello che leggi. È il narcisismo che ti porta a salvare la tua immagine mentre tutto è noia. Quello sì, è imperdonabile il te stesso che ti annoia.
Tutto chiaro?
Il narcisismo è una maschera che, quando cade, lascia solo il vuoto. La verità è che siamo fatti di vuoti da riempire, e vi posso giurare che leggere Corrado De Rosa è una terapia che risolve. Il rifiuto della realtà è più grave della mancanza di talento.
Vorrei continuare ma non ne sono all’altezza, devo riprovare a saltare i momenti d’infelicità per concentrarmi su quelli felici, come un cercatore di farfalle, come un cercatore di chimere, come un cercatore di sensi e di ragionamenti vincenti. What’else? Direbbe quello famoso al cinema: beh, continuare a leggere i grandi oltre che bravi. Un medico veramente bravo, come De Rosa.
Ecco la verità? Ma cos’è la verità? Eccola in poche righe. Una lezione che rende da sola la pazzia di prendere e studiare questa trilogia.
Lui dice che non è un artista, lui dice che non sa creare. Io dissento, la sua Arte è quella di rendersi immortale con il suo verbo, che, ci crediate o no, fa saltare come allo stadio quando parte il coro.
PS. Dopo averlo ascoltato presentare e coinvolgere Emanuele Canzaniello e Salvatore Toscano, su discorsi complicatissimi di letteratura con protagonisti la finzione, la realtà e la narrazione della verità, ieri sera tornado a casa in bici, tra la folla che era tutta fuori all’evento, ho capito. I miei pensieri spesso rumorosi e antipatici, sono diventati armoniosi. Corrado De Rosa, in questi suoi tre capolavori, padroneggia la genialità umana di persone ormai mitologiche, li maneggia e li usa come orchestrali per suonare la sua musica, per volteggiare alto con armonia e semplicità. Tra questi geni, per lui esecutori di spartiti, solo per citarne alcuni: Camus, Einstein, From, Bukovskij, Freud, Halsman, Dostoevskij, Blom, Calamandrei, Eco, Nobokov, Foucault, i baffi infinito di Dalì e perfino Maradona. Se questa non può essere definita Arte è perché la sua è sovrumana. Aggiungo questa conclusione a questi miei pensieri sulla trilogia di Corrado De Rosa per provare a non fare veramente la figura del cazzaro che scrive cazzate. Ma questa è un’altra storia che riguarda le voci di dentro che tornano a fare rumore, antipatiche e moleste…
Voglio fare i miei complimenti a Giovanni Maio per questo suo ultimo romanzo: L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. Ne sono stato prima catturato, poi rapito, alla fine liberato con un’ulteriore ricchezza che solo le sue opere sanno donare. Dopo il memoir LA MONTAGNA DEI SOGNI e la spystory del TRONO DI PIETRA, mi azzardo a dire che la cifra stilistica di Giovanni Maio è lo specchio della complessità della sua arte che è in continua evoluzione, in continua sperimentazione. Non si appaga, non trova un arrivo definitivo, non si può né etichettare né confinare.
Di questa arte, la scrittura è solo uno dei riflessi. Chi lo conosce sa di cosa sto parlando. Che sia un fiore o un frutto dei suoi campi, una tela, una scultura o una lezione di vita, la manifestazione umana della sua complessità, abbaglia.
Con questo suo ultimo romanzo, la scrittura si fa antica e nobile, capace di dare nuova vita a rovine del passato che diventano la porta specchio-tempo per ammirare quello che dentro abbiamo soffocato. Il mistero si fa intrigo. La parte iniziale è la narrazione storica degli eventi, con uno stile di altri tempi e febbrile spessore narrativo: straborda d’amore per una terra meravigliosa e complicata come il Cilento.
Il professore Martinelli, con i suoi bauli di libri, la sua ricerca ossessiva dell’impossibile a Gioi stella cilentana, teatro senza tempo, di lotte, desideri e ambizioni umane, terrene e ultra terrene, è un protagonista che guida e mi ha coinvolto in maniera così preziosa da farmi diventare attore presente in scena.
Più la conoscenza avanza è più la tensione cresce, e i segreti divorano l’attesa. La ricerca è ossessiva, la ricerca è ipnotica. La ricerca è presunzione di grandezza, di assoluto. Legato e rapito senza pietà, trascinato dentro il sudore dell’impegno, senza il quale non si raccoglie che sconfitte. Metti la cera, togli la cera, all’infinito fino a quando i muscoli non cedono alla stanchezza e sono però più forti di prima. È un romanzo che sfinisce come una lezione di arte marziale. Ma quando riprendi la lettura nel capitolo che segue senti che hai superato il tuo limite, l’orgoglio ti pervade, e un nuovo limite da superare è pronto all’orizzonte: il Bastone di Aronne aspetta di essere trovato.
Poi nella narrazione entra con prepotenza anche l’amore con l’arrivo di Bianca Maria. La ricerca, assillante, maniacale, opprimente, tormentosa, mai doma, diventa comunione di cuori che battono all’unisono, creando quella forza che vince non solo la solitudine, lo sconforto, la sconfitta, l’illusione e la disillusione, ma che addirittura conquista l’orizzonte del futuro più prossimo, più vivo e bello da vivere insieme. Tra romanzo storico, saggio, giallo e thriller, L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE è una fusione di generi che danno tutti insieme un’unica urgenza, irresistibile: trovare il Bastone di Aronne. Scorrevole, fluido, erudito, intrigante, mi è piaciuto molto. Complimenti Giovanni.
Caro Giovanni, in conclusione, che dire? Grazie per questo viaggio che unisce la materia ai suoi significati più trascendenti del divino che è in noi. È un grande piacere leggerti e viaggiare con la tua scrittura nel Cilento più fantastico, che tu descrivi con una passione sfrenata, cifra particolare del tuo stile, che a tratti più che raccontare, dipinge.
potessi scappare e afferrare nel cuore questo cielo immenso, non più cadere ma volare, e con ali come catene, trascinato, non più morire ma sognare
potessi in colpo solo eliminare tutti gli scarafaggi di questa terra, ma quelli si riproducono, atomici, mentre angeli dal cielo stirano rughe crepate, il sole muore
voci in continuo parlare di parole scritte e parole urlate di aiuto e di lacrime ridi di me, del mio dolore perche sai quella carezza sapeva di truffa di muffa e di falsa sapienza venduta a caro prezzo come elemosina in un bacio pietoso freddo di marmo ride di me e del mio dolore beffa tradita atroce come fiele di sposa stuprata fossi egoista ti lascerei andare idea malsana ma sono cattivo e crudele mi graffio la pelle sicuro lo ammazzo questo amore deluso e sopravvivo furioso nel mio mare ribelle
Mania, che mi prende, che ti prende, che ci prende, mania, necessità magnifica di gratificazione, avvolgente, consolante come l’essere cullati, come quando infanti eravamo dentro uragani d’amore.
Regredire quindi per non morire emarginati.
Posto, pubblico, dunque sono: ogni like una carezza e ogni like mancato, uno schiaffo.
Siamo umani ma permettiamo il massacro ragionato di bimbi e permettiamo ai sopravvissuti di essere stuprati, torturati, addirittura affamati.
Si dovrebbe fermare il mondo e invece quello gira e noi con lui, con le lacrime asciutte di un momento e la vergogna della nostra impotenza, con la rabbia nel cuore che continua fare il suo mestiere, pompare sangue trasfuso, irrilevante, troppo denso di zucchero e grasso viscoso. Andiamo oltre indifferenti a girare dentro un film scritto senza passione. Rotolando nell’irrilevanza, ci aggrappiamo all’apparenza.
Sono, sei, siamo tutti bisognosi di gratificazione, manipolati da desideri indotti, contorti e contraddittori, ostinati e contrari alle manie, ai doveri, alle parole che fanno male, orgogliosi e presuntuosi dei diritti che crediamo di avere, infine siamo capaci di stupire, capaci di creare bolle di sapone che volano senza futuro, attimi di presenza nella bolla che tutti divora.
Posto, pubblico: dunque sono. E sono: quindi posto, pubblico e rileggo, e mi sbaglio, poi continuo, e leggo e condivido. Tempo sprecato. Il mio, il tuo, il pensiero di altri.
Maniaco, compulsivo, bisognoso, come un mendicante, come un tossico in cerca di soldi per una dose, come una divergenza che si fa massa, affogando nella media che tutto consuma.
Le immagini, le storie, le mie, le tue, quelle degli altri, il personale diventato attrazione e desiderio lascivo, nella piazza virtuale che tutto avvolge.
Il tempo, lo spazio, e la trascendenza delle leggi che dal fisico materiale diventano visione deformata di un presente reale, di ogni coordinata e l’emozione, una nota di colore. E così cronaca, gossip, scandali, del palazzo, del quartiere, del paese, della città, fanno di noi un grande fratello e ci sentiamo di sapere tutto l’importante che succede. Invece siamo schiavi e vittime di propaganda scientifica, di marketing sublimale, di paura inoculata a flebo giornaliere, di shock motivazionale destinati all’acquisto. Li chiamava consigli per gli acquisti ma era solo televisione.
Oggi che anche i clandestini sono connessi, la clandestinità è la disconnessione.
Oggi che la sorveglianza è una necessità fin dentro casa, dentro ogni nostra intimità, e addirittura parliamo con gli oggetti robot servitori, noi controllati e visionati in ogni strada, inquadrati in ogni via, ragioniamo con l’intelligenza artificiale. La luce non ha più ombre mentre dentro di noi le ombre non hanno più luce: indecifrabile la coscienza di esseri immondi ci divora l’esistenza.
Odiamo i poveri, e i poveri siamo noi, cannibali ci divoriamo l’un l’altro, sbandierando sentimenti ormai cadaveri.
Sono io l’esempio, sono io il rappresentante, sono io il peccatore, sono io l’ingordo, sono io che penso, sono io che posto, sono io che pubblico, sono io l’essenza, di una candela, di uno specchio che desidera il buio, riposo, disconnessione totale. Allora così sia, fino a domani, fino a quando sveglio la scimmia del mostrami non vincerà ancora, e ancora, una volta ancora. Desiderio, palliativo, inganno virtuale.
La scatola di cioccolatini è vuota, e ti guardo negli occhi mentre i nostri abissi scuri si abbracciano nella luce. Questa luce di libertà che ci fa vibrare fuori dal mondo reale.
Poi mi sveglio e vedo passioni “pazzesche” che producono lavoro senza sosta, magari anche di notte, come se la vita e la produzione di merce fossero un tutt’uno fusi insieme senza soluzione di continuità, una catena di montaggio che in questa fabbrica diffusa che ingloba ogni spazio, non ha più riposo né relazione oltre sé stessi e il proprio esserne parte eccelsa, la professione, e così la passione regge il ritmo impossibile che non è alienazione ma trascendenza, perché il lavoro intellettuale non ti consuma ma ti fa evolvere anche se la merce che produci non è valorizzata per sé ma per uno sfruttamento di massa senza confini. Gli ingranaggi sono ossessivi e oliati il giusto per non grippare con pezzi di sostituzione in tempo reale che non solo rendono precario il lavoro (e la vita), soprattutto lo rendono talmente sottopagato che sfiora quella schiavitù che ci fa prigionieri senza catene. Anzi, che bello la socialità virtuale.
Vedo passioni pazzesche, deliranti che affogano, missioni tracotanti potenza di propaganda che sedano ogni sentimento di ribellione che anzi si fanno “passione”, stupro consensuale.
L’ho dichiarato in presenza di uno scrittore e di una giornalista che ammiro molto, ad una presentazione di un VIP importante, in pubblico si potrebbe dire, in un privato ristretto forse è più giusto dire, io sono un sottoproletario, culturale e non solo… Non è falsa modestia ma presa di coscienza, e se non ricordo male (Marx, Gramsci, …) sono proprio i sottoproletari il problema della coscienza di classe, anzi il pericolo, gli assoggettabili e i più violenti, l’esercito a poco prezzo che basta a far fallire ogni rivolta, ogni rivoluzione, ogni minimo approccio alla critica dello status esistente… Ma quello che ho visto nella mia vita, è il proletario che prende coscienza di sé e in sé, e che prima o poi si corrompe. Meglio sottoproletario in fase di transizione? Meglio sì, un po’ per speranza e un po’ per ignoranza.
Non sono il granello di polvere che può fermare l’ingranaggio, anzi sono la goccia d’olio che ne aumenta le prestazioni. Io lettore che compro, io lettore che consumo, io lettore che di questa passione vorrei nutrirmi per viaggiare con ali di storie mai vissute.
Ma che ci posso fare se bastano due versi di una canzone per farmi credere che invece si può essere scintilla e appiccare fuoco?
Una serenata, dedicata a voi, passioni pazzesche, voi sì “sensibili alle foglie”.
Io sono un punto. Tu sei un punto. Noi siamo punti. Punti di cosa? Punti di vista. Questo è il punto della questione. Un punto di partenza. Un punto d’arrivo. Un punto di discussione. Una visione. Un punto filosofico. Una poesia. Punti di poesia. Magari solo un punto di una canzone. Una nota. Un punto sulla carta. Un punto di musica. Un punto accecante. Un punto di ferro. Un punto d’acciaio. Un punto dirimente. Un punto mobile. Un punto luce. Un punto di un ponte. Un punto franato. Un punto critico. Un punto di rottura. Un punto politico. Un punto di carta. Un appunto al punto. O un punto di appunto che non ha punti? Di sutura. D’attrito. Un punto di conflitto. Un punto di pace. Un punto senza capo né coda. Un punto in testa. Un punto nel culo che diventa tumore. Un punto d’esproprio. Un punto di legge. Giustizia. Punto. Amore. Punto. Un punto che unisce. Un punto che divide. Un punto che cade. Un punto che sale. Un tuffo di punti. Un punto di mare. Un punto di terra. Un punto nel cielo. Un punto d’incontro. Un punto di scontro. Un punto raro. Un punto bugiardo. Un punto traditore. Un punto come essere. Un punto come avere. Un punto come un pareggio. Un punto per nascondersi. Un punto incasinato. Un punto dove fuggire. Un punto dove ritrovarsi. Ad un certo punto. Un punto come casa. Un punto come strada. Un punto deserto. Un punto indivisibile. Un punto di punti. Un punto e a capo. Questo siamo. Punti. Tra pause, virgole e apostrofi appesi alla corda del sensazionale. Punti e a capo. E già sapersi punto ci fa consapevoli di appartenere a quella linea fatta di punti infiniti che s’attorcigliano sempre nello stesso punto. La vita. E a questo punto la verità è banale perché un punto vale un altro anche se il nostro punto è speciale come nessuno. Questo sì che è un punto fermo dentro galassie fatte di vuoto. Io sono un punto e tu che punto sei? Un punto e a capo. Questo sei e me ne devo fare una ragione. Non un punto ragionevole ma la ragione del punto. La fine. Il punto, la puntata o la puntura?
A volte mi sento come plastica, sintetico, forse riciclabile, magari differenziato. A volte utile nel tempo breve, deformabile, plasmabile con un po’ di calore. Composto e decomposto non da vermi ma da chimici. Creato eterno.
Vedere e farsi vedere, guardare e farsi ammirare, leggere, scrivere e criticare, ascoltare, cantare e poi ballare, adulare, maledire, bestemmiare, odiare l’amore, amare l’odio. Replicare, clonare, esprimersi con le parole di altri, amati, odiati, seguire ed essere seguiti. E quindi correre. Correre nei sogni ma legati alla misera. E quindi volare, e nello specchio specchiarsi l’anima.
Con le piattaforme social i potenti della rete toccano le corde profonde del desiderio umano e ormai l’ego di DNA bastardi, in risonanza suona amplificandosi d’eterno nel groviglio di esistenze duplicate, clonate, appese come edera. Nani che diventano giganti e giganti che diventano nani. Primavere e priapopismi di parole mai lette. Inverni senza gelo. Rifiuti nucleari nel cuore di stelle spente. Biblioteche di terabyte come cimiteri nell’universo.
Palcoscenici ipnotici, connessi come neuroni sperduti, hanno preso il posto delle celle di un alveare prigione che ci contiene obesi di niente. La libertà onnivera ci consuma e come miele produce fiele fino allo spegnimento con manifesti di lutto condivisi come novità offerta a chi rimane in corsa.
Un senso? Cordoglio. Ubriacante sconnesso mi collego a brividi che tremano senza ordine né memoria.
Sconnesso godo. E zombi sociali di cinecei fluidi ritornano vintage come fiori malati con flebo di byte in vene bucate, come rancura dilaniata che striscia tra odio e amore.
E allora sì, sconnesso vago, sconnesso godo, sconnesso cerco la strada.
Il romanzo “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo mi ha sconvolto: iniziato la sera prima e finito la sera dopo. Oltre 400 pagine assaporate e masticate con l’ingordigia primordiale di un autista di TIR, che finalmente si ferma dopo kilometri e kilometri di noia. Non solo il lavoro, non solo le chiacchiere con la manovella e le polemiche da bar escludenti l’altro, gli altri, l’umanità che ci fa paura. Non solo le propagande da oriente a occidente. Non solo stragi d’innocenti, quotidiane come flebo d’anestetico nelle vene, come schiaffi continui di questa vita precaria, ma anche stragi di soldati e sempre più soldatesse pagate per fare la guerra. Eserciti umani con la follia negli occhi e tumori d’orrore nel cervello.
La noia uccide, invece da quella sera, da quelle 400 pagine divorate al posto di un cenone come un altro, i miei sogni sono diventati più reali, più tremendamente vivi di quanto onestamente possa io mai sopportare di vivere. Mi si è aperta nella mente, una porta spazio tempo tra i pensieri che viaggiano senza soluzione di continuità dalla notte al giorno e dal giorno alla notte, emozioni e sentimenti che diventano questioni aperte di notte e di giorno. Desideri che si realizzano e azioni che diventano desiderio. È la potenza viscerale di “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo. Non so spiegarmi meglio, viscerale è quella cosa biologica che mi fa sentire carne viva un pensiero.
La costruzione multidimensionale di questo romanzo è un inviluppo armonioso di sentimenti e stati carnali dell’umano che si fanno desiderio e sogno d’amore. L’intergenerazione delle vicende dei personaggi non è solo temporale, relazionale, di genere e di sangue. L’essere figlio, l’essere genitore, l’essere uomo e l’essere donna, amare e l’essere amato, sono dimensioni che si tagliano tra loro e si intersecano, sono dimensioni dell’uno e del tutto, complementi di ferite laceranti aggrovigliate con momenti d’estasi che dal tormento esplodono nella felicità, e dalla felicità precipitano nel tormento. Lotta continua. Incontro, scontro, ricerca e scoperta, dell’io narrante che si fa compagnia d’anime, che lotta e canta in coro, la grandiosità e la bruttura dell’esistenza umana. Le dimensioni del sogno e della realtà si compenetrano: tagliano, producono ferite, attraggono, creano carezze. E si cuciono e si strappano a vicenda in una lotta continua dell’io soggettivo che si racconta, unico Dio di se stesso e della terra su cui cammina. La trama è un filo di Arianna tessuto in trame convergenti, la finitura lucida di un tessuto che non veste ma incarna la soluzione, quindi l’epilogo, che come un novello Teseo mi ha portato fuori dal labirinto di pensieri senza comprensione. Ciò che sconvolge illumina, crea treni di pensieri, e nuove visioni. Questo è quello che mi ha regalato“Le notti senza memoria”.
Lo dice lui nelle note finali: “veste inedita di narratore delle inquietudini delle pene dell’anima con una storia visionaria, onirica…”
Ringrazio Gian Paolo Serino e Satisfictionper la segnalazione, quella scintilla che accende il desiderio di lettura, quella critica che agita frenesie di conoscenza, quell’ordine che mette in moto il caos e ne comanda una scelta precisa. Scoperta e incontro, onore e commozione.
“Iniziati” li finisco tutti ma alcuni romanzi mi scaraventano in sogni da cui non vorrei svegliarmi mai. Io li finisco sempre i romanzi, belli o brutti, prima o poi anche soffrendo a fatica, li voglio finire. Preziosi mi diventano tra le mani quelli che mi rapiscono, presto dimenticati quelli finiti senza emozione. Sono fortunato a non dover lavorare con i libri, credo che peggio dell’alienazione del lavoro ripetitivo, ebbene sì anche la noia quando va bene e non diventa patologia, ci sia la gestione manageriale ricattatoria del tempo che vola troppo veloce. Freddo, algido, giustizialista, necessario per chi ha poco tempo e troppe scadenze che urlano alla porta. Quel dovere senza pietà che stritola la lettura e i libri stessi, è un boia, maledetto e spietato. Nelle mie mani, nel tranciare una lettura mi sembra di ucciderne l’autore e anche se non finisce nella spazzatura ma in bella vista, parcheggiato tra le cose da continuare a leggere, sento il suo sguardo che mi rimprovera perché della sua anima, riesco sempre a leggerne briciole tra le righe che ha scritto. L’anima non si può ammazzare e se anche provo a nasconderle nello scantinato sottostrutturale del mio pensiero utile, comprimendo allo spasimo mirabili desideri di fuga dalla realtà, una forza misteriosa doma la bramosia del nuovo prima di terminare il vecchio. Perché è un romanzo la dimensione ideale in cui perdersi per non annegare nella noia della vita quotidiana. Non arrendersi, in questo caso, come per tanti altri capolavori, si è rivelato una fortuna immensa. All’inizio il Carlo protagonista sembra un clone antipatico, nemmeno tanto singolare ed interessante, anzi moralmente disprezzabile con gli occhi bacchettoni, mio malgrado annoiati, di chi crede di averne visto e letto anche di peggiori. Poi invece, alla fine, non solo ti piace ma vorresti entrare nelle pagine e abbracciarlo. Posso affermare, con le parole dell’autore: “No. Non volevo guarire, e non era ancora il tempo di morire.”
Non arrendersi, resistere, paga, paga sempre.
A volte, nel brutto, nella monnezza, nell’ovvio, nel banale che non è la stessa cosa, nella sporcizia, nel fatto male, nella mediocrità, nell’orrendo, c’è tutta quell’umanità trasfigurata di cui ho bisogno, quel metro che misura tutta la mia irrilevanza, nel tempo che ci rimane. Poi a volte inciampo nella bellezza immensa, e il tempo che mi rimane diventa eterno. Il tempo non mi spreca, mi consuma come un fuoco avvampa senza ossigeno da respirare… Non so se per godere fino in fondo di questo bel romanzo di Carmelo Sardo, bisogna essere sognatori. Quello che so è che sognare è meraviglioso.
“Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.” (F.D.)
Che colpa posso mai avere io nel desiderare di vivere nelle parole di un romanzo sempre nuove storie in cui ardere d’amori e di tormenti? Quindi, sognare di vivere o vivere di sogni?
Il silenzio di un meriggio meridionale. Lontano, la risacca del mare. Cani che abbaiano. A tratti, uno zufolo di canna. Pitagora ha l’accento pigro e pacato di un intellettuale del Sud che stia bevendo acqua e anice.
ECO – Buongiorno Maestro.
PITAGORA – Salute e armonia a te.
ECO – Pitagora… Mi dà una certa emozione pronunciare questo nome, che fu sacro a molti, poiché Lei, Maestro, fu tenuto dai suoi discepoli in conto di divinità…
PITAGORA – Non a torto.
ECO – Vedo. Ragione di più… Dicevo: una certa emozione. Ma mi chiedo se per molti altri che ci ascoltano il suo nome non evochi soltanto memorie ingrate: la tavola pitagorica, il teorema di Pitagora…
PITAGORA – Perché ingrate? Si tratta di due piccole applicazioni, e mi turba quanto tu dici, che per molti la mia fama si sia identificata con questi artifici secondari. Ma anche in essi risplende l’armonia sublime del numero. Pensa alla tavola: una matrice elementare da cui puoi generare tutti gli sposalizi possibili tra numero e numero, dati una volta per tutte, senza tema di errore, perché la regola di questo quadrato magico è la stessa che regola l’armonia dell’universo, dal cerchio più ampio delle sfere celesti agli abissi dell’infinitamente piccolo.
ECO – La capisco, Maestro. Il suo pensiero è stato così semplice e limpido, che ancora oggi molti lo confondono con quattro banali regole di calcolo a uso dei geometri o dei contabili.
PITAGORA – Noto una sfumatura di disprezzo nel modo in cui dici “geometri” e “contabili”. Vi è forse occupazione più nobile di quella di coloro che misurano le mirabili simmetrie degli spazi o che moltiplicano, sottraggono, dividono e assommano i numeri?
ECO – No certo. Ma è che ai giorni nostri… Ma è difficile da spiegare, non so se Lei può cogliere… Mi chiedo anzi come non sia stupito di trovarsi qui, di fronte a me, a tanta distanza di tempo dai giorni in cui visse, in un mondo così incommensurabilmente diverso.
PITAGORA – Ti prego, uomo ingenuo! Tu stai parlando con Pitagora. Tu sai che la mia anima ha trasmigrato in molti corpi; tu sai che un tempo fui l’eroe Euforbo e che vedendo, secoli dopo, il mio scudo nel tempio di Apollo, lo riconobbi, e piansi. Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e lo sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio della purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all’astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa librarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l’armonia del cosmo, e l’ammirevole concatenarsi dei tempi, così che il tuo presente non mi è cagione di gran stupore, come non ne fu il passato, entrambi derivando dalla calibrata e molteplice danza dei cicli cosmici. Ai tempi miei ho visitato l’Egitto, dove vi appresi i misteri coltivati da quei sacerdoti, e la Persia, e le Gallie, e Creta. Come vuoi che mi stupisca e riesca nuovo il tuo mondo?
ECO – E dopo questi viaggi, all’età di quarant’anni, Lei emigrò sulle coste italiche, a Crotone. Eravamo nel sesto secolo avanti Cristo. E qui Lei fondò la sua scuola. Adorato dai suoi discepoli (dicevano persino che Lei, divino, avesse un femore d’oro), accettavano una disciplina rigidissima, e solo gli eletti erano ammessi alla conoscenza dei misteri superiori della sua dottrina. Una comunità di tipo monastico, diremmo oggi, che ha prodotto pensatori che han diffuso le sue teorie in tutto il mondo antico. Cosa insegnava, Maestro, ai più fidi tra i fidi, laggiù a Crotone?
PITAGORA – Il numero, sostanza di tutte le cose.
ECO – In che senso, sostanza?
PITAGORA – Avrai sentito parlare di quei primi filosofi naturali che cercarono la spiegazione dei fenomeni del mondo non nell’immagine mendace degli dèi, ma nel principio primo. Non erano sciocchi, avevano capito che conoscere significa trovare un unico principio che spieghi l’origine, il divenire e l’organizzarsi di tutte le cose esistenti. Solo che la loro mente era debole, la loro fantasia pesante, e cercarono questo principio primo negli elementi fisici, l’acqua, l’aria, il fuoco. Fui io che per primo compresi che il principio e la norma delle cose erano una sola forza, e questa forza era una forza matematica. Sono i princìpi matematici che regolano la vita dell’universo, che ne sono origine, legge, motivo di sussistenza e ragione di bellezza. Il numero è la sostanza delle cose.
ECO – Ma cosa significa questo. Che le cose sono numeri? O che le cose imitano i numeri? O che le cose sono regolate da numeri?
PITAGORA – Tu mi chiedi troppo. Alcuni hanno dovuto vivere all’ombra della mia verità per tutta una vita, per capire. E non sempre hanno capito. Al massimo hanno ripetuto. Dicevano, delle mie parole; «Autosè fa – Ipse dixit – Lo ha detto il Maestro, non si discute». E nell’obbedienza, nell’umiltà, nasceva la conoscenza. E tu vuoi che di colpo ti sveli la verità? Piuttosto, guarda questa figura.
ECO – La conosco… È la Tetraktys, il triangolo magico composto di punti. Tre lati, di quattro punti ciascuno, e un punto al centro, così che sembra anche composta di quattro file di punti, una di quattro, una di tre, una di due e una di uno.
PITAGORA – E in essa, se saprai capire, già ti sorride la verità del numero. Uno più due più tre più quattro uguale a dieci. Un punto al centro, origine di tutti gli altri. Quattro punti ai lati, quattro, il numero della perfezione, della forza, della giustizia e della solidità. Tre serie di quattro punti formano il triangolo equilatero, simbolo di eguaglianza perfetta. La somma dei punti dà dieci, e coi primi dieci numeri puoi esprimere tutti gli altri infiniti numeri che abitano nell’universo. E se guardi il triangolo dal vertice alla base, ecco che il numero dei punti ti mostra, alternati, il pari e il dispari. Il pari, simbolo dell’infinito, perché non potrai mai identificare in una linea di punti pari il punto che la divida in due parti uguali. Il dispari, dotato di un centro che separa due metà sempre uguali. E l’uno, infine, numero pari e dispari ad un tempo, origine sia dei numeri dispari che dei pari, che con la sua sola presenza può rendere pari il dispari e dispari il pari. Non vedi, uomo, in questo simbolo elementare, tutta la saggezza dell’universo, tutte le leggi matematiche che fanno il mondo?
ECO – Sì, in astratto… Ma gli oggetti fisici?
PITAGORA – E cosa sono gli oggetti fisici, da dove credi che traggano la loro consistenza se non da una diversa disposizione spaziale e numerica dei loro elementi infinitesimali? Se il fuoco serpeggia così rapido, e punge e penetra, è perché dalla generazione dei triangoli elementari si generano corpi solidi in forma di piramide, che appunto punge e penetra. Mentre gli altri elementi saranno formati da ottaedri, icosaedri e dodecaedri. E questi, che regolano la vita infinitesima del microcosmo, sono i princìpi del macrocosmo, che regolano il cammino delle sfere celesti e la rotazione dei pianeti.
ECO – Io capisco, Maestro, che Lei ha anticipato di secoli le intuizioni fondamentali della scienza moderna: non solo che il mondo può essere spiegato in termini matematici, ma che sia l’universo delle galassie che quello delle particelle subatomiche sono due aspetti di una stessa macchina, spiegabile in termini di calcolo. Ma proprio Lei, Maestro, che ha dato un tono così profondamente religioso alla sua comunità, non ha preveduto l’obiezione che ancora oggi qualcuno potrebbe farle: che, cioè, il numero spiega la struttura del mondo fisico ma non la vita… come dire… dell’anima, dello spirito. Ma cos’è allora l’anima di cui Lei parla, che trasmigra di corpo in corpo sino alla purificazione? Cosa sono la musica, che lei ha amato tanto, l’arte, la poesia?
PITAGORA – Sono numero. Numero. Che altro? Lo stesso numero che costituisce le piramidi del fuoco, lo stesso gioco di pari e dispari, finito e illimitato che regge la generazione delle grandezze matematiche. Ecco, qui ho sette bicchieri, di uguale formato; e ciascuno è riempito di acqua, ma in misura diversa. Ora io batto con questa verga di metallo su ciascun bicchiere, in serie… Senti? (Si ode una successione di suoni, non una scala diatonica, qualcosa di più simile a una scala cromatica, o la successione dei tasti neri sul pianoforte). Cos’è questa?
ECO – Sì… musica. Almeno, il principio della musica.
PITAGORA – E da cosa dipendono gli intervalli, e le differenze riconoscibili (e amabili) tra suoni, se non dalla misurabile quantità d’acqua in ciascun bicchiere? E vedi ora questa corda: lo sai, è il principio che permette il funzionamento di molti strumenti musicali. Se la premi a questo punto, rendendola più corta, ottieni un suono, se la premi più avanti, e l’accorci ancora, il suono sarà più acuto (si odono due suoni). Tu sai, ogni musico sa, che ogni minima differenza di suono può essere misurata rapportandola proporzionalmente all’estensione della corda. Una formula matematica regge la vita di ogni evento musicale.
ECO – Sì, ma io dicevo: e l’anima?
PITAGORA – Risponde alle leggi della musica, è un puro gioco di rapporti numerici. Ricordo una sera, a Taormina. Un giovane, avvinazzato, al colmo dell’ira, stava per sfondare la porta di una casa dove abitava una donna. Nessuno riusciva a trattenerlo. Sino a che io capii. Non tanto il vino lo eccitava, quanto la musica che i suonatori di tibia suonavano in modo frigio, che dispone all’eccitazione, e tende muscoli e nervi, per simpatia tra i numeri che regolano e l’uno e l’altro fenomeno. E io ordinai ai suonatori di passare al modo ipofrigio. E subito il giovane si calmò. D’altra parte noi stessi, nella scuola di Crotone, ci addormentavamo al suono di qualche calcolatissima cantilena, e poi al risveglio, per rifarci lucidi, ricorrevamo ad altre modulazioni. Ma tu lo sai, e lo sapeva tua mamma, quando eri infante, che ricorreva con grande saggezza alla nenia giusta per calmare le tue lacrime! Senza che avesse studiato essa sentiva, dal profondo della sua anima, i numeri che potevano ben disporre la tua, e li traduceva in musica! Non so cosa sia d’altro, per te, l’anima, e se sia qualcosa di più. E cosa ammiri nel tempio o nella statua se non la simmetria, l’ordine e la rispondenza di una parte a tutte le altre, e il ritmo, lo stesso che ami nella poesia?
ECO – Io credo che Lei abbia ragione, Maestro, e che sia molto più religioso il suo pensiero di quello di coloro che oppongono spirito e materia come se fossero due entità incommensurabili. Ma forse lei ha portato questa sua religione del numero troppo avanti. La sua dottrina astronomica, per esempio…
PITAGORA – Cosa vi è di errato nella mia dottrina astronomica? Intorno al fuoco centrale ruotano i dieci corpi celesti. Il cielo delle stelle fisse, Giove, Saturno, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, la Luna, la Terra e l’Antiterra.
ECO – Appunto. La Sua dottrina astronomica è stata rivoluzionaria, ha anticipato quella copernicana, perché non riteneva che i pianeti ruotassero intorno alla Terra. Ma perché l’Antiterra, un corpo che nessuno ha mai visto?
PITAGORA – Ma perché solo così si raggiunge il numero perfetto di dieci!
ECO – Vede dunque che per amore di teoria, di perfezione matematica, Lei si è costruito un universo su misura, che non corrisponde alla verità dei fatti.
PITAGORA – Non corrisponde alla verità dei fatti? Cosa significa? La verità è la teoria matematica. Se la teoria matematica postula la presenza dell’Antiterra, l’Antiterra deve esistere, e peggio per noi che non siamo capaci di vederla. Forse che ai tuoi tempi non sono stati scoperti nuovi pianeti?
ECO Certo. – Urano, Plutone, e i satelliti di Giove…
PITAGORA – E come li hanno scoperti? Li hanno visti?
ECO – No, dapprima no. Dapprima, per verificare certe teorie astronomiche, per spiegare certe anomalie nel moto dei corpi celesti, si è dovuto presupporre che esistessero, poi si è andati a cercarli con strumenti sempre più raffinati e poi…
PITAGORA – Vedi dunque che è la teoria che ha fornito gli elementi per la verità, la fiducia nella legge matematica dell’universo, il postulato della regolarità dei fenomeni!
ECO – Lei ha ragione. Ma poi si è andati a verificare.
PITAGORA – E che bisogno c’era, se la fiducia nella regola eterna ti diceva già che dovevano esserci? Ma non avverti la bellezza di questa regola eterna del numero? Ogni pianeta girando a velocità diversa intorno al fuoco centrale produce un suono della gamma musicale, e tutti insieme generano un concerto dolcissimo, un’armonia che canta perennemente nell’universo.
ECO – Che noi non sentiamo.
PITAGORA – Certo, perché il nostro orecchio vi è abituato sin dalla nascita. Non hai mai fatto caso, nell’incanto di certe notti, al rumore del silenzio? Ma solo in momenti di grazia puoi udirlo.
ECO – Sì, ma se tutti i dieci pianeti producono ciascuno una nota della scala musicale, tutti insieme non fanno armonia, ma una dissonanza tremenda, come se io schiacciassi di colpo tutta la tastiera del pianoforte, come se pizzicassi tutte le corde di un’arpa in un solo istante…
PITAGORA – Ma la musica non è data dai suoni, bensì dai rapporti tra i suoni. Anche un sordo può godere la musica, purché la pensi, mentre chi la ascolta senza pensarla non la gode.
ECO – Ancora una volta questo disprezzo per il concreto!!!
PITAGORA Ma del concreto io vedo l’anima matematica.
ECO – Sì ma l’adolescente di Taormina è stato calmato da una musica suonata, non dal pensiero matematico degli intervalli musicali.
PITAGORA – Era puro dialogo tra numeri, opposti che si integravano, tensioni che si componevano nell’armonia. Non era necessario che il ragazzo lo sapesse e lo capisse. Così doveva avvenire.
ECO – così doveva avvenire… Vede, Maestro, quello che le rimprovero è il suo ottimismo matematico. La sua fiducia in una sorta di fatalità armonica che regola il divenire dell’universo. Lei ha lasciato in eredità al nostro tempo grandi intuizioni scientifiche, ma al tempo stesso una terribile tentazione. La tentazione di contemplare una armonia astratta del tutto teorica, senza riuscire a tener conto della contraddizione, del dolore, di quelle vicende tutte terrestri in cui il numero fallisce e l’azione umana deve intervenire per ristabilire una legge, o per imporne una nuova. La storia della nostra scienza è fatta anche di calcoli sbagliati, e di esperimenti che hanno contraddetto i calcoli, e di calcoli che hanno rifatto i calcoli precedenti…
PITAGORA – Ma non siete mai riusciti a darmi torto.
ECO – Non lo so. Forse le si è dato ragione proprio quando le si dava torto, quando si sono negati i suoi numeri per cercare altri numeri…
PITAGORA – Sono sempre gli stessi. La regola sta al principio.
ECO Ma trasporti questo atteggiamento nella vita sociale e politica. Cosa ne nasce? Una visione aristocratica e conservatrice. Non a caso Lei ha dovuto fuggire da Crotone, perché il partito democratico vedeva nella Sua scuola un centro di pensiero aristocratico e reazionario. Nella vostra fiducia nelle leggi eterne del mondo voi pitagorici non potevate comprendere la mutazione, non potevate intuire quello che dopo di voi ha intuito Eraclito, che tutto scorre, che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, che la realtà nasce anche dal dolore, dalla lotta, che l’armonia è un punto d’arrivo, sempre provvisorio, ma guai a considerarla un punto di partenza, definitivo.
PITAGORA – Dunque non hai capito.
ECO – No Maestro, ho capito che lei ci ha offerto probabilmente solo uno dei volti della verità, e che ne esiste anche un altro, e che nella tensione tra queste due verità, quella che un nostro poeta ha chiamato la duplice battaglia dell’ordine e dell’avventura, in questo sta la nostra verità umana.
PITAGORA – Dunque non hai capito.
ECO – Sì, ho capito che la Sua funzione è stata di proporci la Sua verità, e di non dubitarne mai. La nostra è di metterla in dubbio, e di crederci, al tempo stesso.
PITAGORA – Dunque non hai capito.
ECO – Buongiorno Maestro. La ringrazio per avermi concesso quest’intervista.
fermati umanità gozzovigliante lacrime di dolore tra un calice e l’altro brindando morte
…una foto in cucina e l’altra scattata alla vetrina di un negozio in Via Michele Conforti, quella strada che scende dal vecchio Stadio Vestuti e porta su via Dalmazia, all’ingresso principale della Cittadella Giudiziaria di Salerno, e alle spalle la Stazione dei treni, per partire, per tornare… E poi, intelligenza artificiale.
fermati umanità gozzovigliante lacrime di dolore tra un calice e l’altro brindando morte
Sei giudice e boia di te stesso. Sei amante e traditore di te stesso. Siamo il male e il bene di noi stessi. Ci ritroveremo a scavare cenere e terra dalla faccia per uscire dal baratro delle sofferenze per entrare nell’abisso dei dimenticati, per scappare e correre nella luce dei dispersi. Un giorno ancora, dimessi dalla mediocrità, un giorno ancora a respirare bellezza, rovente come fiamma. Un giorno ancora a prendere a calci la vita che non ci piace, indomabile la vita come questo corpo che rifiuta di morire, che a modo suo, rigetta organismi senz’anima. Un giorno ancora per giocare a farsi dio vomitando sangue. Un giorno ancora, infame, parassita, a riempire mancanze che diventano vuoto, a urlare parole di musica soave che sono carezze per questo cuore straziato.
Ho litigato con un demente nella mia testa che mi diceva di ubbidire senza obiettare critiche con evanescente orgoglio politico. Un giorno ne mangerò il cuore. Un giorno racconterò cosa è successo veramente. Adesso è già notte ma troppo presto per dormire o troppo tardi per vivere ancora senza pace.
La vita è un punto di vista, azione di righe, cerchi e colori mescolati dal tempo, visione di passato all’alba che diventa futuro, linee d’orizzonte e incroci di sogni, ringhiere a sostegno e sbarre di galera nella coscienza, mentre una stella ti scalda e il tormento trasforma la corsa in attesa come piacere eterno di strade affollate immobili verso un blu che sa di cielo. Come giocare su campi bagnati dalla pioggia quando invece il mare è tranquillo, e per strada ci si perde.
Il mio quarto Lanzetta non è una conferma, scontata come dicono tutte le recensioni che ho letto, è di più: è un salto che si aggrappa a quella chimera mitologica di perfezione narrativa che il talento di Antonio doma e mette al servizio di una storia incredibile e sconvolgente. Lo dice lui in un’intervista che LUNA ROSSO SANGUE è la prova della sua maturità ma, secondo me, fa un torto alle opere precedenti, perché ognuna lascia un segno profondo e intanto, una volta tradotte, le sue opere raccolgono consensi e premi oltre i confini italiani. Se mai, la conferma è la crescita costante di lettori che, come me per esempio, letto uno ne vogliono ancora e ancora, come L’UOMO SENZA SONNO che proprio in questi giorni è stato premiato a Orchies in Francia vincendo il Prix coup de coer du jury Noir Charbon 2024.
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L’esperienza sensoriale prima che emozionale, in questo capitolo recente della produzione lanzettiana che ha per titolo LUNA ROSSO SANGUE, è la cifra artistica che ne rende unica e speciale la lettura. L’intreccio temporale delle due storie narrate con gli stessi protagonisti corre nelle pagine in modo frenetico e fanno della formazione e della maturità dei personaggi un’unica dimensione sempre presente in cui mi sono sentito avvinto come testimone partecipante e non un semplice spettatore. Le scene ti prendono con tutti i sensi e le emozioni che si provano non sono che la prova di quanto efficace e vivida sia la grandezza della scrittura di Antonio Lanzetta. Sarà che in prima persona, come nel romanzo Pietro fa con Toni sulla spiaggia di Pioppi, da bambino mi sono trovato a difendere il mio fratellino dall’assalto di una terribile gang del centro storico. Il ricordo della Standa sul corso Vittorio Emanuele di Salerno, il nostro primo centro commerciale in città ad un passo da Portanova, è una cicatrice che ancora oggi spacca il labbro superiore della mia bocca.
Questo romanzo è un crescendo implacabile in cui la forza sensoriale ed emozionale dell’onda che cresce con spaventosa irruenza, avviluppa tormenti e tenerezze in un abbraccio sublime, come in quei baci di passione che se anche ti tolgono il respiro, non vuoi mai smettere. La capacità di Lanzetta di spogliare il lettore e mettere in discussione ogni certezza difronte alla nudità dei misteri dell’esistenza umana, trascende quel mondo ideale che tutti vorremo vivere, quello di rette parallele ben distinte, dei percorsi del bene e del male, giudicabili con precisione, confinabili con fermezza. Il bene e il male, l’amore e la violenza, il caldo e il freddo, la tenerezza e il tormento, si intrecciano, si abbracciano, si combattono, si elidono e si riproducono, si sovrappongono, dentro e fuori dalla nostra mente, dalla nostra carne, dall’anima che ci costituisce. Un cerchio che tutto include, credenze, superstizioni, diritti e doveri di sangue, scienza e perfino ogni ovvia banalità quotidiana. I cerchi di pietre che trasfigurano le azioni umane oltre il mistero della vita e della morte sono nella storia umana una testimonianza millenaria del pensiero che desidera l’eterno materiale come dominio sullo spirito, evanescente presenza che fa paura, e così la letteratura di Lanzetta trascende i generi e le etichette, travalica i confini insulsi del posizionamento nel mercato per ambire alla possenza della materialità posseduta da un testo che si tramanda tra generazioni.
L’arte, di cui questo romanzo non è che un ennesimo capitolo che mi fa desiderare un seguito, è, come ho già scritto in questo utile Diario che mi ricorda pensieri che altrimenti potrei solo dimenticare, l’arte dicevo, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dai mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore, del tormento e anche dell’amore, mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a contaminarsene è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.
Ringrazio di cuore Antonio Lanzetta, questo scrittore immenso, perché unico insieme a tanti altri unici immensi del passato, del presente e del futuro, uomini e donne, tra le tante cose, mi rende reale, realizzabile questo invito prezioso di Gustave Flaubert:
“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”
Quando tutto il mondo fuori era in fiamme, nui vagliunciell iucavamo a pallone, areta a latteria abbandunata. Là dreta so criscut pur’io, mieza a via, iucann o pallon quann’ passav na machina ogni morte e papa. Egge iucat’ pur io rinta a chillu KGT. Nu squadrone. Ncopp o cement taglient e nu parcheggio vutat a camp e pallone, in finale contro ‘o Real Torrione, vincettm nu torneo ‘ncoppa a chella frabbrica abbandunata aro’ mo fann o mercat e ce sta na scola pe’ creature che si chiamma Posidonia. Là patem facev l’operaio a faticà tunnellate e fierr che addiventavan tubi, lamere, e per l’esportazione guarda rail pa’ Russia. Accussì mi raccontava papà. Iucavam ‘nsieme all’ultim re frat Cavaliere, Adriano o chiù piccirill, nu’ Pelè meglie e Rivera. Gaetano in porta, Eduardo mediano. E tanti amici muccusiell che nun vech cchiù e chissà che fine enn fatt. Ricordo che fenett 6 a 2 pe’ nui e nu gol o faciett pur io, nu chiattulill che iucav a terzino cu nu 2 ‘ncopp e spalle cusut a mano da mammà. Forse era il 1977. Pure quando nisciuno sapeva che fine aveva fatto Aldo Moro, iucavamo a pallone mieza a via sott a fenestra e Nanninella. Nun m’arricord chiu’, manc e nomm e manch e facce e tutta chella bella gioventù. Là, ncoppe a chill campo ca pareva nu Maracanà, o pallone ra matin a sera nun ce bastava mmai. Pallone e pallunate, falli e mazzate, abbracci pe nu goal e cazzott ‘nfaccia pu nu sgambett a tradimento. A palleggià, pa capa e pi pier, appriess a na palla areta a chella latteria chiene e zoccole e fetenzie. A latteria steve miezo o quartiere, abbandunata comme o cementificio e quella fabbrichetta saccheggiata, mieza a chillu piezz e città tra a Pastena e a Ferrovia, là addo mo’ ogni matina è na festa e mercato. Tanta bella gente, frutta, verdura, e pisc’ e mare che ancora nun so’ muorte. Miezo ‘o Turrione e Salierno ca po’, sagliett pure in serie A.
Pur’io so crisciut miez’a via, pur’io pur’io, e pur’io vulev nu post rint’a squadra pe iucà ma crescen crescen egg capit che o pallone è na bucia comm’a vita, na pazziella a rò o padrone è semp nu patatern che prima o poi se ne va e se port appriess chi vò iss, senza pietà. Comme nu fiore e tarassaco c’emme consumat miez’a via. Comme è fredda e gelat’a notte quann chiove, vott o vient e riman sule. E pienz e a che pienz? A quand’era bell a turnà a casa, addò mammà t’aspettav, pe te fa magnà chell che era cucinato pensann’a te.
foto dal web (prego il proprietario di rivendicarne i diritti e a lui chiedo il permesso di usare questa sua bellissima foto che immortala il passaggio dell’esercito americano nella seconda guerra mondiale, si vede la vecchia latteria di Salerno poi ricostruita e abbandonata credo alla fine degli anni ’60 – la riqualificazione del quartiere è cominciata nei primi anni ’80…
traduzione
La latteria abbandonata
Quando tutto il mondo fuori era in fiamme, noi ragazzini giocavama a pallore, dietro la latteria abbandonata. Là dietro sono cresciuto anch’io, in strada, giocavamo a pallone quando passava una macchina ogni morte di papa. Ho giocato anch’io in quel KGT. Uno squadrone. Sopra il cemento tagliente di un parcheggio trasformato in campo di pallone, in finale contro il Real Torrione, vincemmo un torneo dentro quella fabbrica abbandonata dove ora fanno il mercato. Là mio padre faceva l’operaio a lavorare tonnellate di ferro che diventavano tubi, lamiere, e per l’eportazione guard rail per la Russia. Così mi raccontava papà. Giocavamo insieme all’ultimo dei fratelli Cavaliere, Adriano, il più piccolo, un Pelè meglio di Rivera. Gaetano in porta, Eduardo mediano. E tanti amici ragazzini che non vedo più e chissà che fine hanno fatto. Ricordo che finì 6 a 2 per noi e un goal lo feci anch’io, un chiattoncello che giocava terzino con un 2 sulle spalle cucito a mano da mammà. Forse era il 1977. Anche quando nessuno sapeva che fine aveva fatto Aldo Moro, giocavamo a pallone sotto la finestra di Nanninella. Non mi ricordo più, neanche i nomi e nemmeno le facce di tutta quella gioventù. Là sopra a quel campo che sembrava un Maracanà, il pallone dalla mattina alla sera non ci bastava mai. Pallone e pallonate, falli e botte, abbracci per un goal e cazzotti per uno sgambetto a tradimento. A palleggiare, con la testa e con i piedi, seguendo una palla dietro a quella latteria abbandonata piena di topi e fetenzie. La latteria stava in mezzo al quartiere, abbandonata come il cementificio e quella fabbrichetta saccheggiata, dentro a a quel pezzo di città tra Pastena e la Ferrovia, là dove ora ogni mattina è una festa di mercato. Tanta bella gente, frutta, verdura, e pesci di mare che ancora non sono morti. In mezzo al Torrione di Salerno che poi salì anche in serie A. Anch’io sono cresciuto in mezzo alla strada, anch’io anch’io, e anch’io volevo un posto in squadra per giocare ma crescendo crescendo ho capito che il pallone e una bugia come la vita un giocattolo (una cosa di niente) dove il padrone è sempre un padre eterno che prima o poi se ne va e si porta con lui chi vuole senza pietà. Come un fiore tarassaco ci siamo consumati in strada. Come è fredda e gelata la notte quando piove, butta il vento e rimani solo. E pensi e a che pensi? A quando era bello tornare a casa dove mammà ti aspettava, per farti mangiare quello che aveva cucinato pensando a te.
Ci credo alla stanchezza, la sento, la vivo, è la mia, è la nostra, esseri incontenibili d’infinita tristezza, per quello che è stato, per quello che poteva essere e non è stato, per come tutti i bimbi ci sono figli come dice Paolo e vengono massacrati, per come tutte le bimbe ci sono figlie e vengono stuprate. Non è indifferenza, è impotenza. Una condanna a morte senza assoluzione. Alla stanchezza dell’anima non c’è riposo, nemmeno il cardiologo riesce a trovare una soluzione, ci consumiamo questa è la verità, e solo la cenere è il concime che ci piace afferrare, una liberazione dalla materia e dallo spirito senza strada di ritorno. Caro amico ti scrivo cantava Lucio, e così il momento di un pensiero diventa eterno, immortale nel segno riprodotto in coro di un messaggio che strugge il cuore. Non è un caso, non può essere un caso, quella è la stanchezza del nastro che tiene ferma una banana sul muro in un’opera d’arte che vale milioni e non vale niente una volta mangiata. Ecco è la schiuma artistica come dice Fulvio, come quella di una birra che fa male, male sempre, e lo conferma il cardiologo che non ha armi per distruggere il male ma solo pillole chimiche di speranza. Riposo e movimento. Movimento e riposo. Quel nastro grigio ci lega al volante di una macchina, ci rende inermi. La coda del diavolo. Lega le mani al collega superiore, infame, meschino, compromesso, complice di una tratta di bambine, rapite e uccise, marchiate dal simbolo di un amo che serve a pescare e depredarne la bellezza. L’eroe vince e libera le sopravvissute, le ultime fortunate che diventano assassine del male ma le onde del mare non si possono fermare, come non si può fermare la stanchezza che devasta il silenzio, e cancella la risacca che ci inghiotte come granelli di sabbia dispersi in questo nostro deserto senza pace.
Troppo lancinanti alcuni tuoi post, lettere in bottiglia affidate al mare. Troppo feroci per non sentirli devastanti per quello che sono, ferite sanguinanti, labirinti di tormento senza uscita. Caro amico sconosciuto, mi piace immaginarti a fare il pescatore di anime in mezzo a grasse risate, in discorsi osceni e forbiti, con amici a ridere di noi famelici frequentatori di moderne piazze virtuali a combattere la nostra, di solitudine. Un sigaro, due dita di brandy, un camino che scintilla legna vera in fiamme e un maxischermo connesso alla rete. Mi piace che K sei tu, quello di Quando cadono le stelle: “Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”
Ma i piaceri sono solo attimi di stordimento come morfina per un dolore che non muore mai, come stanchezza fino all’ultimo respiro.
Tante sono le code, tanti i diavoli, osceni, indecenti, bellissimi…
Gli effetti collaterali ai sensi di colpa sono enormi, sono trascurabili, sono devastanti, sono insignificanti, sono un caso, sono il destino, sono problemi, sono soluzioni, sono l’indicibile, sono ovvietà, sono quelli che sono: ferite sanguinanti che non guariscono mai.
Il 23 novembre è la data del nostro terremoto, quello dell’Irpinia, il giorno della sciagura ma anche l’inizio di un periodo di ricchezza depredata e saccheggiata. Decenni di trasformazioni, indecenti, lussuriose, ricchi di speranze e illusioni, povere di progresso politico e sociale, anzi il ritorno di un futuro antico. Miserie e nobiltà, diventate costituenti di degrado e sfavillanti festoni, vuoti e precari come i tanti edifici puntellati ancora oggi contro il crollo di muri e solai, da quel terremoto del 1980.
Nella pandemia che c’è stata, di tutto quello che hanno gonfiato e manipolato, di tutta la paura iniettata con dosi massicce di cadaveri e sopravvissuti, di tutte quelle bombe che hanno dilaniato il petto di tanti innocenti morti in solitudine, di tutto e di niente, i sensi di colpa per quello che poteva essere e non è stato, ha scatenato effetti collaterali incontenibili, come provare a rendere testamento desideri insoddisfatti, parole di storie inventate per raccontare l’inconfessabile. Ognuno a modo suo è sopravvissuto piangendo morti inspiegabili. Ognuno è andato avanti credendo davvero che sarebbe andato tutto bene. Ma non è così, non potrà mai andare tutto bene.
Il 23 novembre è anche il giorno di una nascità che non si dimentica mai. Anche a me non piace mai festeggiare il compleanno, la certificazione che un altro anno è passato, bruciato, divorato, uno in meno al futuro da vivere. Ma si festeggia e se ne augurano altri 100, perché il meglio deve sempre venire, perché non dobbiamo mai smettere di desiderare il prossimo abbraccio felice, perdonando tutto il male che ci siamo fatti, ritrovando parole mai dette, guardando in faccia il domani senza la paura di ieri, gettando il cuore oltre le banalità delle convenzioni. I sensi di colpa restano scolpiti ma gli effetti collaterali sono incredibili. La vita è un cantiere sempre aperto, è un lavoro che non smette mai di dare tormento, di produrre scorie, effetti collaterali. Dai: forza e coraggio.
quelli che noi aspettiamo, il Malinconico di Salerno
È un errore, grave? Boh, mah… È una trappola del marketing?
Chissà.
Certo mi ha disturbato non poco: la scena vive nel 1980, tra la strage fascista alla stazione di Bologna e il nostro terremoto del 23 novembre… Quel computer in quella scena è anacronistico.
Non cambia niente è solo una cosa da niente, è bello, troppo bello il Macintosh
È un blooper: papera, errore, incoerenza, dettaglio anacronistico.
Quel computer esce nel 1984 annunciato nello spot ispirato al famoso romanzo 1984 di George Orwell
Con tante parole in testa non sei solo, volevi vedermi, volevi parlare, ma la notte del mio tempo è giunta senza un tramonto nel cuore che sappia spiegare perché. E nemmeno un’alba per sperare ancora. Resta con noi. Con tante parole stonate che non sanno più amare, ti aspetto ancora nel silenzio di una luna tagliata a metà dal fato, nera mezza verità nascosta, bianca mezza luce fredda di marmo, e in mezzo un fruscio nei capelli che sa d’eterna attesa, un canto asciutto e caldo come una lacrima vana d’orgoglio mai versata. Solo contro tutti, tutti contro lo specchio che riflette facce orribili. Meriti di morire come tutti noi sopravvissuti al dolore che non smette mai di fare male. Hai pietà del mondo che ti lascia solo ma sono parole corrotte, sfregiate di rancore. Ti aspetterò sempre, questa è la voce che senti nella folla dei pensieri che ti abbandonano per farti sognare. Sei solo perché è ora di svegliarsi, di paura, solo come un cameo di una vetta mai scalata, solo come un cadavere raccolto per strada, come nebbia cosciente nell’alba senza sole. Cara anima smarrita parlami ancora di morte solitaria e di abbandono, di visioni di fuoco come illusione di guarigione. Non è la malattia che divora, sei tu nutri lei, maledetta che ti fa sentire vivo, maledetta anche nell’ultimo respiro. Guarire sarebbe morire. Non sarai solo per sempre. A viaggiare con l’orizzonte negli occhi, anime belle cantano insieme ballando. Compagne eterne mai dome voleranno felici, nel vuoto che diventa blues.
Che non ci fa dormire. E sti cavoli? Indigesta come aglio ai vampiri.
Demoni, magia e difetti fondamentali. (Paolo Sortino, Raul Montanari e Luca Ricci)
Se veramente dessimo il potere in mano alla maggioranza sarebbe anarchia purissima, senza aggettivo, quella brutta, ognuno per sé e dio per tutti. La maggioranza non vota, la maggioranza non si esprime, non prende posizione, la maggioranza odia i social. La maggioranza non legge. La maggioranza non rischua. La maggioranza si fa i cazzi suoi. È libera come il vento, cristallina come l’acqua. Brucia la sua esistenza anonima e ne accudisce le ceneri. È felice come un’aquila che vaga tra montagne con negli occhi la vastità del mare. La verità è che il potere è nelle mani delle minoranze. Queste sono organizzate come eserciti e affamate come un branco di lupi che scende a valle. Beh, forse non lupi, ma cinghiali voraci che nelle strade rivoltano le spazzature della maggioranza. Quanta gente muta, silente, faticatrice, stressata, alienata e annoiata. Quella che se gli rovini i cazzi suoi, si taglia le vene.
Ok, a queste parole seguiranno le foto. Non sono foto ragionate ma filtrate dall’emozione. Quella che mi fa rileggere, evidenziare con la paura di dimenticare. Foto mischiate di belle pagine, ruvide come la scossa di un brivido. Per dare un ordine al caos dei pensieri che cavalcano ragionamenti insulsi. Sono esempio, gemme preziose di universi sovrapposti, forse nemmeno sovrapponibili. Queste fatiche letterarie appartengono a una minoranza che detta senza dettare. Stimola sguardi traversi. Influenzano senza essere influencer. Sono l’esempio di mondi intersecanti, forse a volte intersecati per somma di alterità, per sottrazione di banalità. Linee di fuga parallele che fanno croce. Più che vendere, fanno passione, creano desiderio. Insegnano a pensare, a comprendere la complessità che la maggioranza prova a sfuggire. Magari sono solo insiemi che friggono e soffriggono menti minoritarie affamate di sortilegi come le streghe di Cefalù. Dove sono i miracoli? Queste minoranze impazienti sono in cerca di bivacchi caldi e d’amore, dove brindare, cantare e ubriacarsi di compiacimento e adulazione sincera. Bramose di carezze e baci nello specchio gigante tirato a lucido nell’attico in centro con vista sul duomo.
Mi segui? È un vero peccato. Cazzi tuoi. Su queste sponde non si vedono cadaveri. Si ammirano stelle danzanti, leggere come fiori di loto. Che siabbracciano a godere momenti assoliti. E ridono, ridono di maggioranza nullità di maggioranze mutilate.
Eccole le foto, ecco l’intelligenza artificiale che genera immagini da parole…
E ora se ne siete capaci, friggete con l’olio d’oliva veramente bio, quello delle olive di Sorrento o del Cilento. I fritti leggeri non sono impossibili ma vere leccornie. Poi andiamo a dormire tranquilli. Così evitiamo il tormento di maledire irrilevanza che stordisce e toglie il sonno. I vampiri escono con il buio, e sti cavoli? Io vivo tra corone d’aglio e dormo tranquillo: paradiso per il clima e inferno per la compagnia.
MA TU CHI SEI? CHE VUOI?
Anelante deliziato a leggervi.
Il tempo è un viaggio che corre veloce. È come una farfalla imprigionata nel fango di pensieri frivoli senz’anima. È come questo articolo che sostituisce parole che non so scrivere.
Letteratura di spionaggio: la spy story di Giovanni Maio
È incredibile scoprire intenzioni pedagogiche che diventano letteratura.
Come mio solito lascio l’introduzione o prefazione alla fine, dopo aver ingollato tutta la storia. Lui dice che ci prova a cimentarsi in un’impresa che sa d’avventura. Una volta completata la lettura e placata la tensione che questo bel thriller accende, secondo me, Giovanni Maio ci riesce. E lo fa alla grande.
Riesce nel suo intento di condividere e diffondere conoscenza. La sua scrittura conferma che per lui scrivere non è un fine, ma un mezzo per sovvertire i luoghi comuni tesi a sottomettere nel nulla ogni istinto di pensiero autonomo e libero. Per sintetizzare: è quel complesso argomentare super cazzole che vuole mettere l’arte tra le necessità superflue della vita quotidiana, e nello specifico, come effetto collaterale quindi: ghettizzare i generi letterari in prodotti da vendere sugli scaffali dell’intrattenimento, perché altre sarebbero le cose importanti.
L’uomo si cimenta e il maestro prima che artista arriva al cuore dell’azione che rende emozione le parole.
“Il trono di pietra” conferma in pieno un’idea che ho già inserito nel mio commento a “La montagna dei sogni”, riguarda la dimensione dello scrittore: insegnare e donare conoscenza, plasmare mente e corpo, raccontare storie per coinvolgere, spronare lo spirito a ribellarsi all’indifferenza e al degrado dei nostri tempi. L’idea che classifica gli scrittori è di Jack London, ma questa è un’altra storia.
In questo romanzo giallo emergono con forza esperienze “militari” che sono un condimento prelibato alla trama che scorre fluida. Il collante che tiene in piedi la socialità dei personaggi non è una scontata gerarchia a piramide ma una fitta maglia di relazioni internazionali che imprigiona il lettore in una realtà che sembra troppo vera per essere un romanzo. Tanto vera da risultare indelebile e cruda come un marchio a fuoco sulla pelle, che bruciando nella carne lascia una cicatrice profonda e non un tatuaggio superficiale.
Arrivate al finale e poi ne riparliamo.
L’eroe c’è, affascinante e complicato come la tradizione delle spy story richiede: è il Magnus. Però, fino all’epilogo finale, l’anti eroe, il nemico, il male da sconfiggere per salvare il mondo, è un mistero intricato. Questo sovverte ogni predizione. Premia lo sforzo di capire l’intrigo. Supera la sofferenza che in alcuni verbali dei servizi segreti ci ricorda la guerra in Jugoslavia. Una guerra rimossa e dimenticata. Partigiani o terroristi? Libertà o dittatura? Etnia contro religione o religione contro etnia? Pulizia e polizia etnica. Fosse comuni e tavole imbandite. Opulenza e miseria, crudeltà, fame e obesità, disperazione e la follia del male strumento crudele di un bene superiore.
La storia non fa sconti a chi la racconta e determina vinti e vincitori. Però da quando il mondo è fatto da umani che raccontano, senza spie e spionaggio, senza controspionaggio e doppiogiochisti, la storia non procede. Il XX secolo continua ad essere un periodo troppo vicino e ancora troppo secretato per essere archiviato come morto. Ci turba dentro come un ricordo che agita incubi ricorrenti: le due guerre mondiali, poi la cortina di ferro e la guerra fredda con il culo seduto sulla proliferazione delle bombe atomiche, il prima e il dopo alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la globalizzazione e la connessione in tempo reale di tutta l’umanità, l’oggi e la paura dell’annientamento nucleare che ritorna più angosciosa di prima.
La tecnologia che invece di curare l’umanità è pronta a distruggerla per sempre.
La capacità poliedrica di Giovanni Maio di diffondere il suo messaggio “marziale” attraverso la scrittura e l’arte, è veramente coinvolgente. Che sia del corpo, dell’anima, visiva o d’azione, riesce sempre a coinvolgere con forza. Con questo romanzo Giovanni Maio condivide la trasfigurazione narrativa di formalità o meglio particolarità militari che ha sicuramente vissuto in prima persona. Forse azzardo troppo, ma certe cose non si possono immaginare o copiare da altra letteratura. Ecco in cosa riesce meglio: racconta una storia trasferendola dal piano del reale storico a quello simbolico, finanche metaforico. Finanche l’eros diventa uno strumento militare. Perfino la prostituzione del pensiero e del corpo assumono la necessità di un bene superiore. La fine del mondo si avvicina e non c’è più tempo di discutere. Gli ordini si eseguono, ma quelli sbagliati mai.
Altre scene invece, attengono a relazioni e desideri d’amore che sanno rendere realistiche le avventure di Massimo Baldi, il protagonista in codice Magnus, uno che esagera sempre. Le missioni, i protocolli, lo scontro e i conflitti, i momenti di sesso e d’amore, cioè in due parole la vita vera è quella che ci piace e che sogniamo di vivere. Il rischio di morire inutilmente non è un’opzione di ragionamento. Lealtà e tradimento si intrecciano in una corsa continua di avvenimenti che mettono in discussione lo stato precedente delle cose, quelle scontate, quelle assodate, quelle che bisogna cambiare mentre il thriller si gonfia e toglie il respiro.
Finiamo alla fine rischiosamente appagati e sospesi, oscillanti tra il bene e il male con la sensazione vivida di essere comunque e sempre in guerra tra una pace e l’altra, quella che segue il massacro, la pace dei sensi, e la pace dell’anima dei morti a cui siamo sopravvissuti, a cui tutti dobbiamo la vita.
Però, prima di tutto dobbiamo conoscere noi stessi, poi possiamo parlare di pericoli, d’inganni e di come un viaggio come questo, un trono di pietra, possa farci aprire gli occhi su un mondo che non trova mai pace.
Se il cuore batte il motore è in moto in folle, in fiamme se il cuore batte possente e fragile come una madonna come un fiore che sboccia sente rumore respira movimento vede futuri se il cuore batte orchestrali intorno ne bramano ritmo come accattoni osannanti dolore vampiri che nell’aria succhiano emozioni sono miraggio come acqua di deserti dissetano aridità illusioni sabbie di sentimento senza forza ma lo spirito della passione del tuo cuore che batte alterità immortale ha fame fame di miseria mentre cori stonati che urlano replicanti ballano indecenti e se non fosse mai una domanda d’amore ma una risposta sentire armonia in musiche di lacrime è festa solitaria gineceo silente di uno spirito libero che senza il tormento di capire perché se batte ancora è cenere danzante fuoco che brucia foreste ignoranti anima pura che vince la morte
«Dedicato a chi è lontano come galassia e galassie tra loro.»
Può una vita essere prescritta Scadere Vivendo la sua dimenticanza Soffrendo inutilmente Evolvere nel niente Decadere In tormento come girotondo In tondo al fuoco consumarsi In onde ripetute agitarsi In urla mute lievitare Svanire Come fantasma vivere Svenuta e risorta Sfregiata Vita prescritta
La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés, di Domenico Notari, Newton Compton, 2021
I borghi invisibili. Quattro leggende per quattro tradizioni ormai mute, Officine Pindariche, 2023
Dopo l’isola di terracotta la tentazione irresistibile è stata quella di continuare mettere gli occhi dentro altre opere di Domenico Notari.
E allora…
Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle, e a te mio carissimo Diario, che ho molto peccato, in pensieri, parole, opere e omissioni. Mi è vietato, lo dice la legge: non ho il permesso di usare immagini e parole di cui non ho diritti. Ma che diritto ho di commentare opere dell’ingegno umano se non ne ho i diritti? E allora mi chiedo: dove finisce il mio diritto di consumatore nel consumare o buttare le pagine che ho tra le mani? Che diritto ho nel lodare un sentimento d’ammirazione che queste pagine m’infliggono? È forse un delitto quello che uccide la noia e l’ignoranza in questi tempi cupi di guerre e massacri?
Da vietato vietare siamo passati a vietato commentare: qui sotto il cielo non c’è confusione ma tempo buio senza luce.
Fosse solo distrazione, intrattenimento sarebbe un prodotto come un’altro comprato per anestetizzare i pensieri. L’anestesia è permessa anzi fonte di tanto lucro, a quanto pare. Sembra che ormai il consenso si fa spegnendo i cervelli. Invece, è forse reato diffondere sostanze che con le parole diventano ragione di allucinanti viaggi psichedelici nella storia, nella memoria, nella cultura, nella passione di un popolo che mi circonda? Ma allora dovrei essere io a denunciare. Questa letteratura comporta dipendenza, questo voglio denunciare.
È una notizia che apprendo oggi: le case discografiche vogliono i diritti sulle citazioni di canzoni che sono nel loro catalogo. Possibile? Di diritto in diritti dove andiamo a finire?
Ma più inquieto mi chiedo: che coraggio ha questo finissimo scrittore che è Domenico Notari nel costruirci sopra un giallo, e addirittura tessere la tela della fantasia per generare miti e leggende per tradizioni ormai mute? Visto e letto, questo coraggio da ammirevole è diventato da denunciare.
E allora fotografo pagine e ne faccio condivisione, perché i più attenti e sensibili possano farne desiderio. Fino a oggi non ho ricevuto inviti a rimuovere contenuti da questo Diario e la cosa mi conforta, ma adesso rompo un’altra prassi, dopo quella di non riprendere le parole della seconda, terza e quarta di copertina che secondo me parlano da sole.
Si possono mettere nella stessa pseudo recensione due testi così diversi e lontani tra loro?
Secondo i canoni dei generi, tutto il mondo viene diviso in comparti stagno: quelli del gusto, dei vincitori e dei perdenti, dei concorsi e delle classifiche, dei raccomandati e raccomandabili, dei banditi e dei briganti, dei venduti e di quelli al macero invenduti, generi dei premi e generi della critica.
Quindi: è forse sbagliato mettere insieme queste due opere?
Dove finisce l’arte estetica dell’architetto e comincia la tecnica ingegneristica che tiene in piedi la struttura e la rende inattaccabile dall’erosione del tempo? Nasce prima la creazione o la costruzione?
Io da consumatore, da lettore entusiasta, posso solo dire che la scrittura di Mimmo è deliziosa nell’equilibrio che si riproduce pagina dopo pagina tra la dimensione delle emozioni e lo spazio dell’insegnamento che non è solo ferrea erudizione ma assomiglia a quella dolce carezza che un maestro fa nel regalare nuovi strumenti di conoscenza.
L’uso del latino, come un pizzico di pepe qui e la, l’uso dei classici come un sapore di contrasto dolce all’amaro dell’esistenza, l’uso della storia e delle radici di questa nostra terra meravigliosa, è finezza estetica che avvolge ogni colpo d’emozione che parte dai personaggi protagonisti delle scene in cui si muovono, siano essa la città normanna che è stata Salerno o le nature dei quattro paesi della provincia: Palomonte, Persano, Roscigno e San Cipriano Picentino.
“Un soffio di brezza gli portò il profumo di alghe e di scogli, spazzando via ogni pensiero.”
Le trame sia del giallo che dei racconti, sono strutture d’acciaio come pilastri invisibili dentro mura che si auto portano e si auto definiscono scena dopo scena. Nei quattro racconti dei borghi invisibili, alle visioni delle parole, i disegni magistrali di Enzo Lauria uniscono l’armonia musicale di sintesi che mette in moto il nero dell’inchiostro sulla pagina opaca: parole e immagini diventano un mito facile da afferrare. Ho sentito forte il richiamo dei miei fumetti dell’infanzia.
In fondo la fantasia non è che una menzogna della realtà che si fa verità, quella cruda intuizione che l’artigiano usa per creare l’unicità dell’opera d’arte.
Le due operazioni editoriali sono diverse tra loro per contenuto e progetto, ad unirle però sono in fondo la grande passione per un mondo antico perduto che lo scrittore riscopre e ridisegna, e ne fa regalo di bellezza per noi lettori. È un mondo di storie intrigate e intriganti che lui scolpisce in parole e celebra a cominciare dallo scovare i talenti femminili nascosti del commissario capo Donnarumma, per finire all’onore di Maria Sofia, ultima regina del Regno delle Due Sicilie con capitale Napoli, onore difeso con amore e azione. Questo nel giallo dedicato al delitto dei plagi. Infine, nei racconti dei borghi invisibili, a spazzare il catrame dei luoghi comuni, la fedeltà si fa monumento regale e struggente commozione di grandezza come il tormento e il dolore diventano armi potenti di scrittura per leggende che fanno grande l’uomo. Nel mondo di Domenico Notari, una volta entrati, si resta folgorati dallo spazio infinito del sentimento che non ammette confino, si vaga e ci si perde con interesse e pensiero diletto, insomma una bolla di piacere che vola alto, molto in alto.
Testi pruriginosi per gli uomini e urticanti per le donne? Sarebbe solo un gioco scatologico a caccia di like per amicizie infide e per editori terra terra. Ieri sera mi è piaciuta molto quella battuta di Isabella Ferrari nel film Confidenze tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Vado in quella memoria breve che mi cala con velocità impressionante. Non ricordo nemmeno il nome di quel personaggio. La bella editrice dice più o meno così: se uno ha un messaggio per il mondo non me ne frega niente, ma se ha del torbido dentro gli faccio scrivere un romanzo. Beh, Starnone, un altro autore che devo leggere assolutamente. Ma torno in me e a quello che volevo dire.
Forse sono storie pruriginose per gli uomini e urticanti per le donne. Invece è letteratura. Le protagoniste di questi tre romanzi sono donne che raccontano dimensioni diversamente conciliabili della vita di una donna. Inconciliabili non solo tra le tre opere che ho letto e che ovviamente sarebbe un pensiero logico vista la diversità dei temi trattati e dello stile di scrittura: ognuna unica e differente, come ogni donna sa e vuole essere.
Angela, Elvira e Gilda trascinano il lettore nelle fratture archetipiche della formazione di una donna e hanno l’ambizione di lasciare un segno che non si dimentica. Ci riescono perché uguale e indistinguibile è la loro capacità di domare il grande senso di colpa che le accomuna e le tormenta. O almeno è ciò che io vi ho letto nelle loro pagine: non perdonano se stesse per quanto non hanno saputo governare le trasformazioni della loro esistenza, per quanto non hanno saputo osare intervenire per modificare gli eventi fondamentali della loro maturazione, per quanto siano state troppo spettatrici più che protagoniste sul palco della vita.
Il perdono, non posso sapere se parzialmente inconscio o parzialmente voluto, è sospeso nella scrittura, trascende nei personaggi ed arriva con profonda e possente liberazione del più intimo e del più privato del loro essere donna e sanno loro se finzione o realtà.
Ecco, uso il perdono con sostanza di sineddoche potenza per provare a seguire il fiume delle mie emozioni che scorre nelle profondissime forre della loro volontà. Forse il mio è un abbaglio e altri lettori sapranno dire meglio di me cosa è oggettivo e cosa è soggettivo in queste storie che catturano e danno piacere, quel piacere profondo di invadere un personale emotivo e passionale di quella dimensione multidimensionale così complicata, luminosa e scura, rabbiosa e delicata, di cui solo una donna può dare l’illusione di rappresentare. Aprono una porta e si spalanca il mondo femminile, di una ragazzina, di una adolescente, di una donna adulta che racconta come da Eva in poi Adamo non ci capisce una mazza.
Una volta il personale era politico e doveva essere argomento di dibattito. Oggi l’intimo personale è tutto privacy e gelosamente nascosto se non occultato da menzogne e trucchi estetici di dialettica, di immagini ritoccate, finanche manipolate dall’intelligenza artificiale e con infinite manfrine di flame tipiche dei tribunali popolari che infiammano il web di vacuità e mai di realtà. Sostanza del niente mi viene da dire, con l’evidente paradosso però, che con i social tutto sembra essere mostrato e raccontato giorno per giorno. La terra di mezzo la lascio volentieri ai frustrati signori degli anelli, infatti le vere signore volano con ali pesantemente reali altro che fantasie volgari mercificate dal ricco mercato sessuale senza amore.
Ecco una citazione per provare a farmi capire prima di tutto da me stesso: perché la nostra magia è la letteratura che ci permette di sviscerare verità anche da budelli di cadaveri che giacciono nei cimiteri delle biblioteche.
Da Piove all’insù di Luca Rastello (2006):
“Considerata l’incomunicabilità dei rapporti fra compagni e compagne, stasera ci siamo tirati una sega”
Queste scrittrici, con questi tre testi ci regalano una visione complementare e poliedrica dell’universo donna che nel corso del secolo scorso e in questo primo scorcio che stiamo vivendo, stenta a potersi definire completa realizzazione di libertà, di autodeterminazione e consapevolezza di una forza che non basta mai. La sconfitta e l’arretramento sociale nei confronti delle donne è palese e sembra assurdo come in tante occasioni siano proprio le donne a non allearsi ma addirittura a combattersi, a competere quando dentro continuano a franare certezze facendo vincere tormenti irrisolti celati con destrezza e furbizia.
Angela, Elvira e Gilda non sono donne comuni perché nessuna donna lo è, perché ognuna è complicata a modo suo. Sono donne che parlano all’umanità e conoscono bene tutta la femminilità più intima che riescono a confessare toccando quelle corde profonde che con risonanza amplificano all’inverosimile, quella divina differenza di genere che andrebbe preservata come un grande tesoro di civiltà e umanità. (Ecco mi diranno che sono putiniano 🙁 ).
Angela Elvira e Gilda sono scrittrici che hanno avuto la sventura di essere lette e rilette da me nello stesso momento, che non posso né voglio comparare o valutare, che vi assicuro lasciano un segno che non va via come un tatuaggio tribale che mi fissa, mi scava e ancora mi agita solo a pensarle.
Il mio primo Franchini è il fuoco di Angela, Carmela Candida!
L’ho appena finito, è il mio primo Franchini, non solo mi è piaciuto moltissimo, ma stento a mettere insieme parole adeguate per commentarlo. Coraggioso e straordinario lo è per me. Il romanzo e l’autore, intendo. L’uno e l’altro non sono scindibili perché la verità, e la finzione di questo romanzo trascendono il personale e diventano immanenza critica della vita collettiva di una generazione responsabile della merda in cui affoghiamo o a seconda dei punti di vista dettati dall’identità economica e sociale occupata nel presente, non è merda ma oro. È la produzione di cultura collettiva di una generazione responsabile della sfavillante ed effervescente ricchezza in cui affoghiamo, oro o merda è lo stesso. Non sono solo i soldi e le emozioni, la politica e il potere, le figurine e i protagonisti, Angela, la mamma, la radice, è il fuoco dell’uomo delle caverne che porta all’incendio ogni foresta di potenza materiale dell’esistenza collettiva che ci riguarda tutti.
Coraggioso, straordinario e figlio di buona donna, è questo Franchini.
Angela che non è mai stata una zoccola, è una buona donna ma non una mala femmina, è una donna che non si è mai venduta, è una donna che lotta fino all’annientamento suo e della sua carne per un diritto, per i diritti e per i suoi figli… La guerra all’INPS è favolosa. È il calvario di tante persone disperate che cercano aiuto nel welfare che è quasi sparito, non assistenza o pietà ma riconoscimento e dignità umana. I precari di ieri e di oggi, disperati domani. Polvere da mettere sotto al tappeto di una società opulenta e senz’anima.
L’altra sera la scrittrice Piera Carlomagno al Salerno Letteratura Festival che presentava il suo ultimo romanzo OVUNQUE ANDRO’, l’ha nominato questo Franchini (che da più parti leggo osannato e denigrato con forza virulenta) per dire di come sia complicato, doloroso ma anche sublime, lavorare a rendere personaggi le proprie relazioni familiari, e non solo quelle di sangue, il passato che diventa futuro e produzione letteraria senza tempo né spazio limitato.
In questo romanzo i familiari di Antonio Franchini, non solo la mamma quindi, diventano personaggi e ognuno romanzo di intrecci che portano all’esploso dell’intera storia d’Italia, dalla seconda guerra mondiale a oggi, in cui il Nord e il Sud non sono spezzati ma annodati, non sono distanti ma sposati e fusi in un’unica anima che è quella della passione, dei sentimenti, delle emozioni che non conosce confini né di tempo né di spazio politico o geografico.
Le origini rocciose del beneventano con la fierezza dei sanniti che in battaglia fermavano l’impero romano nell’antichità, sono le stesse di quelle che fermavano gli austriaci sulle Alpi in epoca moderna. La critica letteraria alle parole che diventano slogan e muovono gli eserciti, non è a D’Annunzio ma alla responsabilità della cultura sottomessa alle vergogne della politica, che in caso di guerra diventano atrocità. La critica e il messaggio, credo anche sapientemente elaborato, passa per gemme che fanno brillare la potenza delle parole come la lezione magistrale sul testo di Zappatore portato alla fama e al ludibrio mondiale da Mario Merola.
uommene scicche e femmene pittate
Una delle pagine più intense e manipolate con l’abilità di un chimico da nobel è quella dei parti e degli aborti, materie che solo una donna avrebbe il diritto di trattare ma se è tua madre si capisce come la vertigine della più profonda emozione intima alla radice della tua esistenza, sia un tempesta senza fine. Beh, forse genio da nobel è anche troppo riduttivo.
Non è un diagramma di flussi che esplodono, è uno zapping alla televisione da un film all’altro, da un documentario all’altro, da un reality all’altro, da uno sport all’altro, da una pubblicità all’altra, da Napoli a Cortina, le pagine rimbalzano da un ricordo all’altro tutti narrati al presente come è proprio del pensiero che ce li fa vivere adesso in presa diretta nella scena e con il desiderio di intervenire per cambiare il verso della storia. I sensi di colpa si sprecano e si fanno espiazione, pentimento e rammarico, impotenza e potenza della liberazione intellettuale di trascrivere e rendere visione un fuoco che distrugge e purifica.
Questa di Franchini, sarà tecnica, sarà padronanza degli strumenti, sarà talento, è una scrittura che fa di me uno spettatore coinvolto nella narrazione e per tanto un lettore entusiasta. Sarà che, per esempio, alcune delle scene le ho vissute e le ricordo come accadessero oggi: a settembre facciamo le bottiglie di pomodoro. Anzi le viviamo ancora come ultimi indiani di una riserva in estinzione. Indigeni ribelli allo strapotere della comodità e del mercato.
“Leva le zoccole, vedi chi ci resta”… cosa rimane della società? Non è una questione di genere, il baratto delle cose e delle persone da millenni crea società e le distrugge… il mercato, l’economia, l’odio diventa vergogna per poi fare i conti con la morte e la ricostruzione… è questo fuoco che mi ha avvampato in questa lettura, in questo gran bel romanzo che per quanti pompieri entrano in campo non si riuscirà mai a spegnere. Franchini è un migrante che ha avuto successo e fortuna? Beh, se lo merita lui e la sua Angela, Carmela Candida che lo ha forgiato con l’acciaio dell’amore che si sente, si maledice, si odia perfino ma non è mai, e mai deve essere un vomito. 😍👏
“E che so’ sti vuommeche?”
Insomma Antonio ama la mamma, odia la mamma, ne ha vergogna, la racconta con crudezza viscerale e c’è un bene per ogni male, un male per ogni bene, bellezza e bruttezza, in picchi assoluti con parole semplici e dirette… Ogni giorno prende il caffè con lei e poi vive la sua vita. Quale figlio può dichiarare questo grande amore praticato materialmente e non decantato a chiacchiere? Quale figlio riesce a cedere alla volontà di un genitore che non vuole essere chiuso in una RSA o stare in ospedale a morire? Dopo la morte chi non la vorrebbe riportare in vita la propria mamma? Con questo romanzo Antonio Franchini la rende immortale senza sconti né ipocrite magnificenze. Per me è geniale, viscerale, straordinario. C’è un giovane scrittore che brucia con un fuoco dentro che non aspetta altro che incendiare le vaste praterie delle nostre piatte esistenze, si chiama Marco Peluso e mi ha scritto che di Franchini devo recuperare QUANDO SCRIVIAMO DA GIOVANI. Obbedisco, eseguo, e provo a leggere. La mia pila di opere da leggere sta diventando un grattacielo: infinita è la strada dei treni di parole che arrivano e che partono ogni ora. Ci vediamo alla stazione.
Non oso immaginare la mia mamma Anna ovunque sia che grosse risate si sta facendo, lei diceva:
Giuro l’ho letto tre volte. Non è che questo saggio sia difficile, anzi precipita via come una cascata, irruente senza ostacoli: travolge. È questo il punto. È una doccia fredda e non un bagno caldo in una vasca profumata, affogato in schiuma di bolle, cioè rapito in un’altra dimensione a sognare nei romanzi che, allucinanti, nelle ultime settimane mi hanno fatto compagnia. La vertigine è spaventosa, ed è tanto più grande quanto più alta sento la mia ignoranza vista da quaggiù.
Mi verrebbe da dire: «Dovrei prima analizzare la mia caduta prima di pensare alla caduta dell’intera umanità verso il niente di cui siamo fatti. Fortuna che almeno la caduta di Camus l’ho letta, e anche quella mi torna spesso in gola come quando abuso di aglio e di alcol. Non ho peli sullo stomaco, sono travi di quercia, bare di rovere. È il merito, il significato, forse il significante tra gli spazi vuoti, di queste frasi che si intrecciano a questo spirito sublime che si alza dalla tomba di Parigi e stravolge l’armonia della vita e ne fa tempesta di tormento. La frantumazione dei pensieri per pensarne uno solo che manda in frantumi l’universo.
Avete presente la trasformata di Laplace, beh in soldoni è uno strumento matematico che trasforma una funzione reale in una complessa, cioè per amore della verità il lavoro è sulle variabili ma ci siamo capiti. Vero? Ci ho messo settimane per venirne a capo ma avevo vent’anni e ai tempi la mente era veloce come un IBM compatibile.
Questo saggio di Nicola Vacca su Cioran mi scassa il cervello come le dimostrazioni di Analisi Matematica ma alla fine, quando entri in sintonia con il linguaggio e ti appoggi agli esempi della fisica reale, la doccia fredda ti sveglia e ti lascia con il desiderio di leggerlo tu Cioran. Non so se questo era l’intento dell’autore, ma se fosse stato anche solo un invito, una raccomandazione implicita ed indispensabile, beh su di me ha funzionato. L’aulica quanto severa prefazione di Mattia Luigi Pozzi, invece mi ha stroncato le cosce! Non dovrei nemmeno osare aprire queste porte ma a me di cultura sotto proletarizzata che non vuole morire, diverte e piace osare l’assurdo e quindi torniamo a noi.
Con la trasformata di Laplace cominci a risolvere problemi che fino a poco prima nemmeno prendevi in considerazione per quanto ti sembranono impossibili da risolvere e cominci a viaggiare sulla luce alla velocità fotonica. Devo dire che il desiderio di leggere Cioran me lo aveva già radicato un altro saggio, EMIL CIORAN di Vincenzo Fiore, che nel frattempo spero sia diventato professore universitario o almeno ricercatore incardinato. Ma questa è un’altra storia, di quelle che rendono la vita miseramente precaria, affannosa, tortura altro che frantumazione del nulla.
Con il saggio di Nicola Vacca il desiderio di leggere Cioran diventa necessità, bisogno esistenziale. Ma c’è un precedente che devo esplorare e cioè Pier Paolo Pasolini che va sulla tomba di Gramsci e ne scrive le CENERI. Se la montagna è grande allora bisogna scalarla con classe anche se questo parallelismo non è un volo pindarico ma un suicidio letterale. È come cercare “convergenze parallele” tra il socialismo di Craxi e quello delle repubbliche sovietiche morte con la caduta del muro di Berlino, o nell’oggi, il socialismo della grande famiglia europea come convergenza parallela a quello del partito comunista cinese. Io sento la frantumazione dei vetri nello stomaco e nell’aria le scintille delle baionette d’acciaio che confliggono, poi si accarezzano, si leccano ed infine vanno a prendersi un spritz nella Golden Hour del tramonto sulla spiaggia che si porta tanto. Tu che leggi la senti questa voglia di niente?
Sulla tomba di uno spirito di gigante che vive immortale, la poesia straripa di sincera ammirazione di uno (Cioran) e cruenta critica nell’altro (Pasolini) che dice: «Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata passione di essere nel mondo?»
C’è nell’adorazione di un maestro un confine che è più terribile di un salto nel buio, è il porsi in contraddizione come sua creatura generata, come esempio di un fallimento che senza la morte del maestro sarebbe stata dimenticata. È l’oblio della ragione, il tormento del nulla che non genera conflitto con cui incazzarsi, organizzarsi e lottare per modificare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in amore dell’uomo per l’uomo. Esiste una borghesia del pensiero, dell’arte e della bellezza? Esiste un abbandono della lotta, un tradimento di classe, una corruzione dell’anima, come quella che lo stesso Pasolini rimproverava a Calvino?(“Poi Calvino ha cessato di sentirsi vicino a me. L’ho capito subito. All’inizio degli anni Sessanta, qualcosa si spaccava, …”)
Cioran può essere solo adorato o lo si può anche criticare? Lo so devo cambiare spacciatore state pensando. Questo diario è testimone di pensieri incredibili: l’emozione non si controlla, le domande si sprecano, ma non ho scelta, altrimenti il buon senso mi diventa auto censura del ridicolo. Se come dice Nicola Vacca, Cioran altro che nichilista era immanente, per me è l’utopia che ha ammazzato la storia, e la storia delle storie non avrà mai un cimitero ma per sempre un vortice di paradiso con idee meravigliose e l’emozione a dimostrarlo.
Infine, la mia vena si chiude, l’uomo vive e si manifesta implacabile materialista, lo mette per iscritto, e anche se forse dovrò leggerlo per una quarta volta, per concludere che c’ho capito poco, le parole dell’autore sono chiare e cristalline a pagina 79:
“Nei suoi frammenti egli scrive anche, soprattutto, di se stesso e contro se stesso («Ho veramente la sensazione di essere caduto quaggiù, e di non trovarvi nulla da fare»). Ma, nel farlo, scrive in realtà di ciascuno di noi, del fallimento di chiunque abbia scelto di scomparire per mezzo delle proprie opere e non dei propri silenzi, ignorando che la vera vita è fuori dalle parole.”
Io quì dissento, ma chi se ne frega, i miei silenzi urlano con parole che nessuno sente, è questo il punto, senza le parole a raccontarla, la vita neppure esiste. O detta meglio: la vita non raccontata è il nulla.
Golden Hour
«Qualsiasi commento a un’opera è cattivo o inutile, perché tutto ciò che non è diretto è senza valore» Emil Cioran
Tesi del Corso di Laurea Specialistica in Scienze Filosoficheda da Mattia Luigi Pozzi all’ UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia nell’anno accademico 2007/08 discussa con relatore: Chiar.mo Prof. Carlo SINI e correlatore: Chiar.mo Prof. Carmine DI MARTINO
“E’ il suo momento perfetto Lei rallenta il tempo Nel suo momento perfetto Eravamo solo due innamorati Con i piedi appoggiati sul cruscotto Guidando senza meta Bruciando l’estate”
Prefazioni di Antimo Ceparano, Noemi D’Antonio e Francesca Berritto
Epopea meravigliosa è questa storia raccontata con l’equilibrio di un funambolo di magie. Se ne avessi la forza e la confidenza necessaria, chiamerei uno di questi prestigiosi registi del grande cinema, che so, Sorrentino, Muccino o Ron Howard, l’amico del mio Fonzie che con il magnetismo sulle ragazze, il giubotto di pelle nera e il pollicione verso su, m’ha svezzato prima del TG negli anni settanta. L’avesse brevettato, quel pollice in su, il fantasmagorico ansiolitico digitale like dei social, oggi Fonzie sarebbe fanta stra miliardario.
Domanda: come per Eco è stato IL NOME DELLA ROSA di Jean-Jacques Annaud?
No, di più: in quello straordinario successo si manifestava l’idea dell’infinita onnipotenza divina, in questo romanzo di Ivano Ciminari, si sublima l’infinita onnipotenza umana. Dalle stelle alle stalle e ritorno. E se permettete, c’è la differenza che passa tra la consistenza gassosa di un’idea, il divino, e quella materiale viva e cruda della carne, l’umano.
Blasfemo io? Magari! Materialista? Forse per sempre troppo poco.
Come ho già scritto in un’altra occasione, mettere l’etichetta di romanzo storico è riduttivo, lo sarà necessario per i critici, gli studiosi e i commercianti della Letteratura, ma per me semplice lettore estasiato, anche in questo caso, IL PENITENTE è un grande romanzo punto e basta.
Capisco lo sdegno per questa mia mania leziosa ma dal mio viscerale punto di vista, la frantumazione delle categorie non mi scende come un boccone di un mappazzone troppo grande e asciutto: i generi sono categorie dove si compete per comparti stagni come fossero filoni di pane fatti con farine diverse a placare l’ingordigia di gusti seriali quanto elitari,
In questa opera di Ivano Ciminari c’è tutto: ti piace l’amore? Ci sono amori struggenti e universali che si intrecciano come le fiamme di un fuoco immortale. La capacità dell’autore è quella di avvolgerti con il fuoco chiamato amore. Però Ciminari non ti brucia, illumina e riscalda.
Ti piace il giallo? C’è anche quello, intricato e tagliente. Sì, ma preferisci il noir e di più lo splatter di Tarantino? Beh, anche quello c’è: tremendo male nero, truce violenza gratuita come il buio di ogni ragione. Ok, va bene, però preferisci l’azione?
So di meravigliarti ma posso dire che durante la lettura mi ha preso l’adrenalina che solo l’inferno d’acciaio che sfrigola di lame, frattaglie e sangue sa rendere emozione. Poi, come se non bastasse, c’è la poesia, la filosofia, la religione e Dio. C’è l’erudizione che si fa popolare, trasposizione avvincente di conoscenza, che precipita rapidamente dalla scrittura alla sostanza del pensiero. E così immersi nella natura che diventa protagonista, le vicende umane si fanno materia viva, dolce e amara, dura e cruda, e l’emozione del momento diventa coinvolgimento.
Sembra un sogno, un film appunto, invece si vive in presa diretta dentro questa storia di storie, accanto e dentro personaggi svelati nei particolari più intimi, ad occhi aperti con la frenesia dell’attesa insostenibile del capitolo successivo, con la voglia d’intervenire se mai fosse possibile e il fragoroso desiderio di sapere cosa succede alle storie in sospeso da cui dipende l’esito della vicenda che si sta leggendo. La mente vola e le pagine sono carburante che bruciano in fretta tra le mani.
C’è tutto dicevo, la commedia e la tragedia, la farsa, la follia, le contraddizioni del tempo che sono attualissime e su tutto il drammatico confronto con la propria anima specchiata in quelle raccontate che si muovono trascinate da passioni e sensi di colpa su cui tutti noi miseri mortali, giorno per giorno, siamo chiamati a confrontarci.
Il pentimento, la penitenza come motore della storia, la resurrezione come epopea dell’esistenza, gli amori, i conflitti, la lotta e le battaglie che non possono né si devono rinviare o peggio denigrare con la viltà della rassegnazione, la guerra dentro e fuori del nostro essere umani. Insomma gli ingredienti ci sono tutti ma da soli non bastano per sfornare un piatto prelibato, ci vuole l’arte e la maestria, il talento e l’artigianalità unica del funambolo che fa magie con le parole.
Se ti prende, ti avvince, ti fa pensare e se addirittura ne desideri una versione cinematografica nelle mani di un grande regista visionario, non è per te ingordo lettore ma per lui, artista anarchico.
Definire IL PENITENTE un capolavoro è lapalissiano e ho così cominciato a fantasticare su come un regista di talento potrebbe mettere in scena una frase semplice e potente come questa: “… che nulla accade per caso e che la carne altro non è che una parentesi doloroso tra due eternità.”
Nel racconto, ce ne sono tante di queste schegge che trafiggono la mente con la forza della tensione che arriva al culmine della scena, con la prepotenza delle parole che diventano visione. Sono schiaffi. Sono carezze. Sono frecce impietose, dardi roventi che segnano e aprono ferite mai sanate. Ogni lettore troverà le sue, e sono sicuro, maschio o femmina, racconterà di essere stato presente nella scena finale, testimone oculare di una epopea meravigliosa.
Se come diceva Italo Calvino, la poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere, un romanzo è l’arte di farci entrare tutta l’esistenza del genere umano, l’incontenibile universo degli universi.
Quindi siamo l’alba del suo futuro e della sua speranza, noi lettori che arriviamo alla fine di queste pagine che ci lasciano sospesi tra la paura di proseguire e il coraggio di un altro passo deciso verso l’abbraccio definitivo alle visioni che la regista ha proposto miscelando poesia e prosa, emozioni e sogni, viaggio e contemplazione, amori e turbamenti. Sospesi come lo stesso Virgilio chiamato a soccorrere Dante: “…Io era tra color che son sospesie donna mi chiamò, beata e bella,tal che di comandare io la richiesi…”
Quindi a noi sospesi che viviamo imprigionati nella staticità del timore di affrontare i dolori dell’esistenza, la regista con questo suo universo scritto, mette in scena la spazialità senza confini dell’alba non come etereo intermezzo di pensieri tra la fine della notte e l’inizio del giorno che arriva, ma come dimensione materiale dell’onirico che si fa emozione, energia e sostanza con cui costruire il desiderio di camminare la realtà quotidiana.
L’intreccio immanente con DELL’ACQUA E DELL’AMORE, la precedente raccolta di racconti del 2020, non è solo evidente continuazione di scrittura del sentimento che si fa passione, ma in LE ORE DELL’ALBA l’evoluzione diventa poesia, e l’emozione corrompe la ragione. Ci sono notti insonni e giorni da sogno, ma sul palco dell’alba la scrittrice poliedrica mette in scena il tormento dando voce alle lacrime. E nel leggerla, noi lettori sospesi, diventiamo protagonisti nelle sue visioni.
L’arte di Brunella Caputo è come un diamante poliformante in continua trasformazione, che più si guarda da vicino e più meraviglia: non puoi pesarne i carati come non si misurano le parole o le note di una musica, è l’insieme delle sensazioni che coinvolge gli spigoli delle superfici lisce, la trasparenza dei tagli che ne segnano il cuore, lo spettro dei colori che sommano la luce, la potenza che si fa tristezza e gioia, l’Amore che muove il sole e le altre stelle.
Magari! La verità è che la vita di questo fantasma non è affatto interessante né tanto meno avventurosa. Quindi magari ma il romanzo non sono io. Cito una frase forse nemmeno tanto famosa: “senza i sensi di colpa non esisterebbe la letteratura”. La verità è che non esistono verità assolute che possono placare i tormenti del pensiero che ci bruciano dentro. E questo fuoco arde di continuo sostenuto di volta in volta dalle relazioni umane, del passato, del presente, del futuro anche solo immaginate. Dal conflitto alla concordia, dal dolore alla felicità, è un fuoco che sprigiona la luce e il calore necessari a rendere spettacolare questa nostra passeggiata nei sentieri rugosi dell’esistenza terrena. Ma imprevedibile la fiamma rinasce dalla cenere che sembrava definitiva. La verità è che dentro questo testo ci sono schizzi di vita veramente vissuta e tracce d’immaginazione tanto incontenibili quanto paradossali che mi divertono ancora oggi. Come per esempio lo “sfruttamento” di due personalità salernitane VIP come Lucia Annunziata e Michele Santoro che, ironia della contemporaneità storica dei conflitti umani, in queste ore si scontrano, contendendosi consensi e voti per le elezioni al Parlamento d’Europa. Corsi e ricorsi, alti e bassi, stalle e stelle, la verità è che solo alla morte non c’è rimedio. Sconosciuti e dimenticati, morti troppo giovani, la verità è che questo testo è un mio personale tributo alla memoria di Alfonso e Carlo, amicizie immortali come il tremendo senso di colpa che m’infligge il loro ricordo. La verità è che questo testo m’imprigiona più di quanto la sua scrittura volesse assolvermi perché in fondo questo fantasma vive di fantasmi che solo la fantasia sa liberare con il coraggio di continuare a sognare ad occhi aperti un mondo migliore pieno di conflitti ma senza guerre.
Per dio! In queste ore di doping elettorale che mi asfissiano la mente come la peggiore droga sintetica riesce a fare nell’allontanare il cervello dalla vita reale, mi trovo a sentire il bisogno di lasciare una traccia a quanto di stupendo mi è capitato nel leggere questo mio primo libro di Antimo Ceparano. Ecco cosa metterei come prima cosa da fare in un programma elettorale di minima dignità: pulire dove vi è tristezza!
Poi chiudere le cliniche dei metalmeccanici, abolire la stupidità, traghettare le anime perse su una zattera di pane da una sponda all’altra di un fiume di vino, ed infine aprire le tombe dei cimiteri dove sono sepolte le parole. Detto in un altro modo questo è l’indice di VORREI CHE KAFKA.
Potrei partire dalla fine quindi: “L’uomo è un calvario da attraversare e il mondo è pieno di croci.” Ma questa frase che stordisce deve solo ingolosire: in questi quattro racconti c’è il lavoro e il luogo di lavoro, l’umanità varia che riluce di ombre, c’è il male, c’è dio e anche c’è Dio e le sue religioni come altarini da scatramare, c’è il viaggio della ragione e del tormento, c’è la donna come dea e come puttana, c’è la dimensione del passato e del futuro, e il presente che non vogliamo vedere, insomma: quest’universo ceparano che abbaglia come un sole in piena estate, mi ha folgorato. Sarà un colpo di sole quindi, uno stordimento passeggero senza conseguenze invalidanti o è invece un’illuminazione divina di quella che è misera grandezza umana? Spero di sì, anzi spero di no, comunque vediamo se riesco a scappare dalla trappola “mistica” della venerazione. Perché dopo questa lettura la tentazione è fortissima. Aiuto!
Vorrei resistere ma non posso resistere perché non è una semplice attrazione ma un turbine possente che m’inghiotte e mi divora. Nel loro insieme questi quattro racconti di Antimo Ceparano sono un gorgo di meravigliose scene dove il tumultuoso agitarsi di persone e sentimenti, di anima e pensiero, rapisce con la brutalità che solo l’emozione inspiegabile potrebbe spiegare ma che in quanto indecifrabile, diventa per me un rito d’inizziazione trascendente, un vortice in cui le parole che risorgono dalla radice della conoscenza diventano prigione d’estasi. Non è affatto facile per me tirarmene fuori una volta entrato in questo ciclone d’anarchica bellezza. Ivano Ciminari (COME DUE SOGNI – Un vetro di Mirò) nella prefazione avverte e ha ragione nel mettere in guardia il lettore dai possibili effetti collaterali ma devastanti che Antimo infligge con le sue visioni che non sono presunzione di innocenza dell’umano ma anzi grumi virulenti di colpevolezza oggettiva che mi sono tornati in faccia: e come in uno specchio vedo il sudiciume di cui posso solo vergognarmi.
In fondo se non c’è gerarchia, uno se la crea per non perdere equilibrio tra follia e banalità della ragione che ci impone di vivere tranquilli, e quindi ogni incertezza, ogni demone deve calmarsi come fa Caronte che si piega al rimprovero di Virgilio: “Caron, non ti crucciare. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare».
Posso parlare di me e di quello che io immagino di comprendere, posso provare a descrivere l’immanenza rivelatrice di come mi sento nell’occhio di questo ciclone di parole che si fa storia e racconti di vita reale, vera, cruda e precaria come la sofferenza dell’incertezza del presente, posso tentare di resistere ma avvinto mi lascio trascinare nella schiavitù della ragione che si fa sentimento. Vorrei resistere ma non posso resistere perché nudo, spogliato dall’irrisoria stratificazione del vissuto, per quanto privato, per quanto pubblico, per quanto insignificante, doloroso e personale. Lasciarsi andare a lottare nel fango delle vicende della brutalità umana, è una sfida di piacere e nobiltà di tutti quelli affascinati dalla bellezza nascosta tra le rughe dell’esistenza.
Ogni dimensione ha argomenti di misura e di ordine che la definiscono, pertanto anche ANARCARTE dovrebbe possederne? E chi dovrebbe popolare questo meta-luogo luminoso nel presente buio e angosciante che ci troviamo a vivere? Mi candido a discepolo avido e affamato, pazzo di desiderio di mettermi al tavolo di quel giovane che leggeva ed era solo: “Egli sembrava non accorgersi di tutte le persone che lo circondavano e strappava dai fogli dei libri tutte le parole che vi erano sepolte. Le resuscitava e le trasformava in pensieri vivi.”
Infine in ultimo ma non per ultimo, c’è l’Amore questa sì è una cosa seria con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno in una successione infinita di turbamenti, passione e felicità.