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“Insomma, Wallace o piace troppo o non piace per nulla?”

Caro Diario, se non lo scrivo a te finirò per dimenticare. Marx fosse vissuto oggi si sarebbe divertito un mondo a trovare nel suo smartphone geolocalizzato, ovviamente Apple, con misurazione di pressione e battito cardiaco al tocco dell’impronta teutonica del pollicione, trovare tra le mappe in tempo reale dei flussi d’informazione dalle varie guerre sul terreno, tra un video Tik-Tok e un’offerta Amazon, dai mille satelliti che abbracciano il mondo, trovare tracce della sua caduta tendenziale del saggio di profitto sulle onde impetuose del debito globale di una Terra divisa in famiglie, governi, imprese e società finanziarie.

Un lavoraccio da risolvere con la matematica quantistica che all’epoca di Marx non c’era. Ecco il tempo reale, il momento che fugge, l’istante che divora il tempo lavoro come un boccone ingurgitato in una frazione di secondo per non tardare l’appuntamento con la diretta, ebbene sì uno scintillante scontro dialettico su David Foster Wallace che “o piace troppo o non piace per nulla?”.

POST di Gian Paolo Serino

POST di Angelo Cennamo

Sono a metà di Infinite Jest e mo’ che faccio? Ovviamente arrivare fino in fondo e leggere il resto della sua enorme produzione; tra qualche anno dovrò pure dimostrare che chi non ha mai giocato a tennis, borghese o proletario fa lo stesso, non può sapere la differenza tra rimettere una palla in campo e sfidare la geometria del campo osando un punto vincente, un colpo imprendibile cui l’avversario può solo inchinare la testa e applaudire in segno d’ammirazione.

Meravigliosa partita dialettica, tutt’altro che materialista, anzi pura essenza di gusto soggettivo radicato nelle conoscenze personali. Sì, mirabile scontro tra personalità elitarie che rendono degno il genere umano. Sì, perché è possibile che domani mattina META fallisce, muore Facebook e questa partita per me memorabile tra Gian Paolo e Angelo sparisce dalla mia memoria, come un singhiozzo strozzato in gola.

Cosa c’entra Marx? Marx c’entra sempre: chi lo studia vince! Sembra assurdo nel XXI secolo, eppure è così, a massimizzare il pluslavoro regalato al capitalismo è il lavoratore stesso capace di lavorare a perdere, a consumarsi fino all’indecenza, fino a morire. Perché? Ringrazio Giorgio per il suo “telegram”, e beh, ha citato un grande scrittore con un passo di cui non avevo più memoria:

“Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho i bambini che han fame! io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste, i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, e io non chiedo altro. E questo, per taluno, è un bene, perché fa calar le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù”. – John Steinbeck – Furore – 1939

NOIR IN ABITO DA SERA

11 racconti noir a cura di Dario Brunetti, 2022 Damster Edizioni

Sul viso poco trucco.

– La conosci?

– Chi?

– La rossa.

Undici donne insieme, undici come in una squadra di calcio, non per competere ma unite a sgretolare il muro dell’indifferenza, a colpi di penna con scritture che devastano, sì, perché questi undici racconti noir, eleganti e raffinati, viscerali, alcuni stupefacenti, mozzano il fiato per quanto sono potenti. Si dirà che sono il genere letterario e i temi trattati a catturare l’attenzione: è vero ma solo in parte perché da soli non spiegano la bellezza corale di questa raccolta. L’insieme delle protagoniste riempie uno spazio rappresentativo dell’universo donna dentro storie di tormento, cioè in quella dimensione esplosiva della ragione sottomessa alla passione. Nella decisa differenza di stile di ogni autrice trionfa la policromia di scritture che rendono visioni di donna diverse e magnetiche come luce tra le facce di uno stesso diamante. Chicca, Francesca, Giada, Letizia, Lorena, Luana, Marzia, Mimma, Paola, Piera e Serena, raccontano sconfitte e vittorie, vendette e rivincite, la forza e la bellezza della donna. Sono undici scrittrici unite contro la violenza sulle donne con un atto concreto a sostenere un’associazione come SOS DONNA. Questa raccolta merita la lettura perché i racconti sono belli, con delle eccellenze da brividi tutte da scoprire e, merita l’acquisto, perché è un gesto pragmatico di solidarietà alle donne che hanno bisogno di essere liberate dall’orco che le distrugge prima che sia troppo tardi.

Francesca Bertuzzi con “Lenta cottura”

Piera Carlomagno con “Argia”

Mimma Leone con “L’assistente”

Lorena Lusetti con “Ossessione mortale”

Chicca Maralfa con “La suora e il talebano”

Marzia Musneci con “Pietre e polvere”

Giada Trebeschi con “La mano di corso Oporto”

Luana Troncanetti con “L’ora del thè”

Paola Varelli con “La festa del sole”

Serena Venditto con “Fiori d’arancio”

Letizia Vicidomini con “Seta blu”

“In piedi davanti a una donna” dal CHISCIOTTE di Il Teatro di Ipazia

In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.
E se ancora non vi bastasse,
alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
perché lei la sa vedere
perché lei sa farla cantare.
In piedi, sempre in piedi,
quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
quando lei vi accarezza una lacrima,
come se foste suo figlio!
Quando se ne sta zitta
nasconde nel suo dolore
la sua voglia terribile di volare.
Non cercate di consolarla
quando tutto crolla attorno a lei.
No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
che il mondo torni tranquillo a girare
e allora vedrete che sarà lei la prima
ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
innalzandovi verso il cielo
verso quel cielo immenso
a cui appartiene la sua anima
e dal quale voi non la strapperete mai
per questo in piedi
in piedi
davanti a una donna.

dallo spettacolo “Chisciotte”” da Miguel de Cervantes, andato in scena al Teatro Camploy di Verona il 7 e 8 Gennaio 2017, per la regia di William Jean Bertozzo. Con William Jean Bertozzo (Chisciotte) Paolo Bertagnoli (Sancho e chitarra) Con Nica Picciariello (Dulcinea) Flavio Malvezzi (Chitarra) Alessio Bellamoli (Tecnico Audio/Luci)

fonte: https://www.donnad.it/da-realizzare/racconti-di-donne/notizie-d/in-piedi-signori-davanti-a-una-donna-la-poesia-e-davvero

A SALERNO

PSICOLOGIA INSOLITA DI UNA CITTÀ SOSPESA

Corrado De Rosa, 2022 Giulio Perrone Editore

La verità è che la verità è realmente verità fino a quando non incontri un tifoso della Salernitana che nel tempo libero è psichiatra. Fino a quando nei “Ringraziamenti” a pag. 279 ti dice che il suo libro su Salerno è incompleto, parziale, fazioso, omissivo. Perché la sua, la mia, la nostra Salerno è “materia viva”, troppo piccola per essere metropoli e troppo grande per essere un paese, troppo antica per essere moderna e troppo avanti per essere vecchia. La verità quindi è che Salerno è sospesa in quanto galleggia come piena dimostrazione del principio di Archimede: quanto più è pesante, greve e criminale è la forza che la spinge in fondo, tanto forte, uguale e contraria, è la bellezza e la genialità che la tiene a galla nel mare millenario della sua storia.

Un lettore abbastanza ignorante come me non dovrebbe osare commentare un libro così tanto “intellettuale” ma sono un salernitano testimone egocentrico, mio malgrado, di quella “espressione di un’emotività profonda” come ci dipinge l’autore a pag. 84 con un tocco di elegante raffinatezza citando il poeta Gatto e subito dopo con una mazzata terribile tra capo e collo, definendo la nostra “cazzimma” differenziandola però, da quella napoletana. La clava dialettica con cui bastona e assolve e poi ci fa guerrieri, bisogna leggerla e sentirsela addosso come un’adulazione tenera quasi materna, forse carezza fraterna o meglio come una necessaria cinghiata paterna. A tratti la sua penna diventa un bisturi preciso che tocca senza tagliare, nervi che fanno schizzare le endorfine alle stelle, dipende dalla pagina o dal capitolo; a tratti il medico che ti scava dentro lo senti entrare nel cervello perché è bravo, ci ha studiato e ci conosce molto bene, psicosomatici felici di salernitanità.

Forse la ruvidità del salernitano sta proprio in questo suo trovarsi in mezzo, fra monti e mari. In quella che Gatto chiama “montuosità marina” della città. Che non è la rigidità del montanaro o l’uomo di mare che non si fida delle onde. È un approccio esistenziale ermetico. L’ermetismo è sintesi, è una poesia più complessa di quanto non possa apparire a un primo esame. Ma quella sintesi è anche l’espressione di un’emotività profonda.

La verità è che questo testo, fosse anche un solo e grande respiro, è un libro necessario e imprescindibile per chi ama o odia Salerno, è un tributo appassionato, anche cinico, anche dissacrante, autoironico e anche commovente, anche serio, molto divertente, irriverente, ovviamente devoto, brillante, sagace, pagano e religioso, struggente, onestamente provvisorio, malizioso e burlone… Insomma impreteribile!

Agli indifferenti di e per Salerno auguro una gramsciana vergogna perpetua come stigmate indelebile di dolore e sensi di colpa. Conoscere Salerno e i salernitani con questo testo diventa indispensabile per misurare la dimensione antropologica dell’appartenenza alla propria città. A proposito, quì si continua a costruire, in pochi mesi molti altri grattaceli stanno scalando il cielo nei pressi dello stadio e del porto d’Arechi, roba di lusso (perché a Salerno 15 piani hanno la stessa pretesa dei 100 dell’Empire State Building di New York) anche se all’anagrafe comunale pare che il numero di iscritti sia in continuo e drammatico calo: sono i misteri del complicato pensiero urbanistico che non riesce a trovare una sistemazione definitiva al Museo dello Sbarco noto come missione Avalanche che insieme allo Sbarco in Normandia, a detta di Ronald Reagan, sono le due operazioni che hanno fatto trionfare in Europa la democrazia occidentale, pag. 198.

La fine del 2022 le Luci d’Artista ci sono ma Salerno sarà ricordata anche per l’assenza dei pinguini sul lungomare, forse perché è in corso il cambiamento climatico o forse per colpa della guerra; io penso che l’amministrazione comunale abbia letto il capitolo La solitudine del pinguino a pag. 155, decidendo quindi di liberarli dalla prigionia sugli scogli di fronte al bar Nettuno.

Dovrei giustificare gli aggettivi, pare che non se ne debba abusare un po’ come lo zucchero per i diabetici, dico solo che ci sono pagine in A SALERNO di Corrado De Rosa, testimonianze d’amore, di sapienza e conoscenza, da Alfonso Gatto al Siberiano, che al solo pensiero di quanto letto, mi fanno desiderare le lacrime nella pioggia di Blade Runner, perché così sono le vere lacrime di ammirazione: febbre immortale.

Foto di Salvatore Fazzari

“Quindi, non avendo mai frequentato la curva da ultras, non avevo capito l’importanza del Siberiano.” L’ho capita quando è morto.
[…]
Una volta lo sentii rispondere alla domanda di un giornalista: «Che ne pensi di questa sconfitta?». Lui lo guardò di taglio, con gli occhi che gli avevano dato il soprannome: «Noi vinciamo anche quando perdiamo».
Non so cosa significasse quella risposta ma la trovai, la trovo tutt’ora, meravigliosa.”

Questa PSICOLOGIA INSOLITA DI UNA CITTA’ SOSPESA è un testo intriso di passioni e vertigini di una città, indecisa cronica, che hai i suoi tempi, senza fretta, vive e si trasforma, invidiata da chi non la abita, e noi non ne siamo mai contenti ma a lasciarla non se ne parla e se partiamo, al ritorno ci sembra ancora più bella.

Le pagine scorrono via che è un piacere. Dopo aver letto L’UOMO CHE DORME non avevo dubbi, sapevo di fare un buon affare: euro spesi bene, molto bene, veramente grazie Doc!

Piens? Ma a che piens? Io racconto così chi s’è visto s’è visto.

Io con l’Eduardo che lavora in una cartoleria di via Fieravecchia (pag.224) ci sono cresciuto, giocavamo a pallone nel nostro vicolo dall’alba al tramonto, abitavamo nello stesso palazzotto a Torrione, il quartiere sotto Torrione Alto che sta sotto Sala Abbagnano. Sotto, più sotto, under low profile: il destino dei semplici è godere al livello zero, quello del mare. Un ricordo struggente ci lega per sempre: io terzino e lui mediano di quelli eterni come Ringhio Gattuso, vincemmo insieme un torneo memorabile sul ruvido parcheggio di cemento della fabbrichetta abbandonata.

E chi se lo scorda il nostro KGT vittorioso là dove don Mario del circolo di via XX Settembre, organizzava tornei di pallone a Torrione, con porte “vere” di legno e reti di spago che venivano montate e smontate ad ogni partita. Anche dal centro storico partivano squadre che venivano a giocare a Torrione. Tornei veri, cattivi, fino all’ultimo sangue, quello che usciva a fiotti perché su quel campo ti stracciavi e le ferite bruciavano come ustioni di terzo grado. Che nostalgia pensare che all’epoca, in quella fabbrica D’Elia, dove profilavano il ferro a freddo producendo tubi e lamiere esportate in Russia, la Befana distribuiva giocattoli ai figli degli operai. In quella fabbrica lavorava il mio papà, fu poi abbandonata come già la vecchia Latteria sotto casa e il mostro sostituito dal Grand Hotel sul lungomare dei poveri come lo ha definito un De Silva, là dove prima la città non c’era, ma solo agrumeti e terra coltivata, raccontava papà.

Guidati da Adriano classe ’62, un numero 10 scuro e forte come Pelè, noi i ragazzi di Via Giovanni Andrea Aurofino, in finale battemmo il Real Torrione 6 a 1. Un risultato tennistico ai tempi in cui Adriano Panatta batteva Björn Borg, la TV era rigorosamente in bianco & nero e le dirette di Bisteccone Galeazzi dalla televisione ti facevano respirare la terra rossa del Foro Italico.

Poi, non tutti si possono vantare di avere una moglie del centro storico con un’esperienza infantile avuta con un perturbante” (pag. 203) come Spic & Span a via Fusandola alla fine degli anni ’70, quindi io commento, così chi s’è visto s’è visto perché, mancanze a parte (concittadini unici come Stellina, Lalla, Rocchino, Peppeniello a femminella, Cirillo e Jolly, etc…), questo libro è già una pietra miliare ai bordi della strada che mi porta a capire il senso di come stare al mondo e in modo particolare in questa bella e maledetta città: Salerno.

IL FIORE DI MINERVA

Romanzo di Carmine Mari, 2022 Marlin EDITORE

L’insostenibile desiderio alla disconnessione credo sia una delle mie personali risposte immunitarie che mi salveranno dall’affogare nella melma connettiva di questo XXI secolo, epoca tanto malata quanto ricca di bisogni antichi ma eterni.

La cura, o meglio la fuga dal virus nocivo della stressante frenesia moderna, è il romanzo, uno meraviglioso come IL FIORE DI MINERVA, per esempio.

Questa lettura è stata per me una violenta terapia d’urto, benefica e deliziosa, sorprendente nonostante quello che potevo aspettarmi dopo aver goduto dell maestria dell’autore nel romanzo precedente, Hotel d’Angleterre.

La scrittura minuziosa, erudita ma leggera, aulica ma a tratti travolgente nell’azione e, capace di emozionare, ne fanno un toccasana senza tempo, per ogni stagione, per ogni malanno dell’anima.

Romanzo storico? È una categoria forse troppo limitante per questa magnifica storia, che oltre ad essere l’ennesimo tributo ad una città troppo spesso sminuita e cannibale di sé stessa, ha il respiro della magia e della scienza umana che sperimenta e costruisce intrugli miracolosi. Con gli eventi, gli intrecci mirabolanti, e personaggi più vivi di quelli che ci circondano ogni giorno per strada, al lavoro, in TV e sui social, l’autore sembra essere diventato lui stesso la speziale che racconta, alla ricerca di quella verità superiore, distillata ad ogni fremito del pensiero, verità recondita ai desideri più materiali e tormentati dell’animo umano, quella verità madre di bellezza e amore, la verità che trionfa sulle miserie e le violenze dell’uomo, la verità che si fa giustizia umana, terrena.

Questo romanzo è una pozione magica, è un concentrato di ingredienti antichi ma eterni, sostanze che rendono significativa l’esistenza di ognuno. Questo romanzo, come dicevo è un toccasana, ma non è solo un prodotto definito, contiene la ricerca e la spiegazione, le domande e le risposte, più di una ricetta da provare, ha in sé la mirabile capacità di trascinare il lettore con coinvolgimento crescente al desiderio di distruggere il male dentro e fuori di sé. La denuncia della violenza sulle bambine e il conseguente obbligo alla prostituzione, allora come oggi, insieme alla sottomissione della donna all’uomo, sono aberranti e purtroppo fatti che ci fanno pensare a come il male si riproduca senza freni, secolo dopo secolo, a come quest’epoca sia ancora tanto medioevale, altro che moderna.

Devo dire che alle tante brutture raccontate, tanto indispensabili e vere come le ossa del nostro scheletro che ci sorregge, a trionfare sono l’immensità della poesia e la bellezza tutt’altro che esteriore che mi è permeata nel profondo, con tutta l’intensità della carne dei muscoli e dei nervi di cui siamo fatti.

IL FIORE DI MINERVA è viaggio nell’essenza umana tanto vasta quanto terribile, tanto intricata quanto meravigliosa, è una settimana del 1551, un attimo nella storia, un momento di conoscenza approfondita, senza confini di spazio e di tempo, fatto di brividi che scuotono, di carezze che ammaliano, di Héctor e di Costanza, personaggi eterni di passione, riscatto e sogno.

«Certe cose sfuggono, quando non si sa cosa cercare.»

«E ora lo sapete?»

«Sì.»

PRIGIONE

Cara amica mia ti scrivo perché non so parlarti. Quello che dico è altro da quello che vorrei farti sentire. Già è vero, sai ascoltare e mi conforti sempre: le tue parole sono panna sul mio cuore e vorrei per sempre nutrirmi di tanta dolcezza, vorrei allungare i nostri incontri, inchiodare il sole nel cielo affinché mai arrivasse il tramonto sulle nostre giornate passate insieme. Forse meno arduo fermare il tempo, e così l’estasi vibrante nei tuoi occhi diventare la ragione della mia vita.

Non è possibile invece, il silenzio tra noi è assurdo, fragoroso e rumoroso, devastante come la nube tossica di paure che mi paralizzano i pensieri. Non voglio perderti. Non posso perderti eppure sei come una goccia arida che scivola sul vetro di un grattacielo affollato, in allarme senza corrente elettrica di una sera, un esilio di tempesta.

Piove ma vorremmo scappare fuori a bagnarci e vivere, invece chiusi come zombi ammutoliti disperdiamo le nostre energie nello sguardo di una notte nera come la pece, che arriva sempre. Parliamo tanto fino a stordirci, di questo e di quello, di sacrifici e doveri, di progetti e fallimenti, di luoghi sconosciuti e di terre promesse.

Ci piace dissertare su verità e bellezza, di come trovare nel buio i colori delle emozioni ma niente di noi, di come mi trema la carne sotto la pelle immobile e controllata, vestita di niente, all’apparenza fredda e razionale. Così ti vedo ma non voglio perderti. Io non oso e nemmeno tu ne hai il coraggio, questo lo sento, forse l’immagino per sperare ancora, per godere del silenzio tra noi che ci tiene uniti.

È la prigione che vogliamo? Impazzire sarebbe evadere e correre mano nella mano, impazzire sarebbe perderti e non incontrarti più. Impazzire è pensarti lontana mentre perdo le tue parole sagge piene di accortezze gentili.

La tua voce è rovente e mi ascolti mentre non so dirti quello che vorrei.

Asserragliati nelle trincee del nostro ultimo scontro ci stiamo distruggendo.

Indisponibili alla resa lottiamo senza tregua, il silenzio che vince.

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da un esercizio nel gruppo FB scrittori e scrittici emergenti – 2000 battute: #sese_20righe_silenzio

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CASA

Dal 24 novembre in poi le abitudini cambiarono per tanta gente e per tanta altra gente no. Che ne sai della gente quando sei piccolo, abituato in una città piccola, al tuo vicolo piccolo, alla tua scuola piccola, ai tuoi amici piccoli anche loro. Invece tutto intorno vedi grande, il mare, la campagna e le montagne lontano, gli adulti, grandi anche loro. Che ne sai di quello che succede, quando all’improvviso il mondo cambia intorno a te e la normalità diventa un ricordo, un desiderio di quello che ti manca perché in fondo era un’abitudine che ti piaceva.

Il bagno nella vasca, le paparelle e le carezze di mammà. Il latte, i biscotti, la cartella arancione enorme e quasi vuota, piena di emozioni che raccontavi a papà che sera dopo sera ti insegnava a leggere perché ci teneva che suo figlio non finisse stracciato dalla fatica nei campi o nella fabbrica. Lo hai capito dopo come fosse già devastato dentro, dall’amianto e dalla vergogna.

L’inverno quello freddo ancora non c’era dalle mie parti. Tutto era normale come la guerra per strada tra clandestini e militari, come la culla di parole complicate diffuse dal velenoso tubo catodico della TV, e nel toccarla il friccicore sul ditino ti piaceva, non come la scottatura sul forno pieno di torta della nonna.

Che ne potevi sapere di quella moderna tangenziale in costruzione di fianco al grande ospedale di San Leonardo già finito ma ancora chiuso? La paura della morte e il terrore degli adulti li scopri all’improvviso nell’uragano di tormento che li fa impazzire e tu allora ti senti ancora più piccolo e ti accucci nel silenzio sul sedile sdrucito dell’auto, sotto la coperta.

Tornando dal paese dopo la raccolta delle olive, incontrammo tante case scassate, la nostra ancora in piedi per fortuna. Prendemmo poche cose e dalla notte del 24 novembre 1980 dormimmo nella Renault rossa, parcheggiati in fila indiana sulla superstrada, così la chiamava papà. Solo pochi giorni per fortuna, quella negata ai profughi senza casa dove tornare.

da un esercizio del gruppo FB SESE (scrittori e scrittrici emergenti)

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Un viaggio nella Salerno degli anni ’90

EVENTI EMOZIONI RACCONTI di Alfonso Angrisani

Da dove inizio? Dai ricordi, dalla nostalgia, dalla cronaca storica, dalle foto o dalle visioni della memoria? Salerno cos’è? Salerno dov’era? Dove va? E tutti noi insieme e presi uno ad uno, cosa possiamo desiderarne oggi? E domani?

Inizio dalla prefazione e dalla premessa, ovviamente.

Urca, la prefazione di Pignataro è un innesco sopraffino. Stefano con la sociologia di Franco Ferrarotti ci spiega come si smarrisce l’origine e l’esistenza collettiva se perdiamo la memoria di quello che siamo stati: perché noi siamo quello che siamo stati. Ci avverte, io direi ci esorta, a farne tesoro, a custodire e tramandare, discuterne insomma, perché l’alternativa è ritrovarsi in scenari cupi se non drammatici.

La guerra, le discriminazioni, le povertà diffuse, l’arroganza del profitto se non le sue infami forme criminali, la volontà di potenza che ripropone la cancellazione culturale di storia e popoli, ne sono purtroppo la prova più evidente: l’oggi è drammatico ma l’ardore intellettuale di Stefano mi rincuora perché io ci credo molto a quello che scrive: “La generazione di oggi è la generazione più filmata e fotografata di sempre ed è un vantaggio incalcolabile.” Io aggiungo la più connessa e controllata, quella che se riuscirà a scrollarsi di dosso le visioni arcaiche del passato, il dominio dell’economia sulla politica, per esempio, potrà veramente aiutare la Terra a non sparire dal sistema solare ma a riprodurne l’umanità più serena, quella della condivisione, l’umanità più bella, quella artistica, l’umanità più giusta, quella senza fame né dolore.

La premessa dell’autore è una fotografia del “momento” politico e sociale degli anni ’90, italiano e mondiale, la magia della letteratura è questa: un pugno di parole riassumono un decennio e come un’immagine, un flash, ci restituisce l’attimo che dura anni, che segna le salite e le discese degli avvenimenti e degli uomini e delle donne che l’attraversavano, anonimi e spettacolari, storie diventate Storia. Quello che però voglio sottolineare è questo pugno di parole di Angrisani:

Alcuni giuristi auspicano una svolta federalista mentre gli ordini
professionali e le imprese chiedono una pubblica amministrazione più veloce più efficace e soprattutto meno burocrazia.
Si discute di una riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere con processi più celeri
.

Beh, trent’anni sono passati, oggi c’è l’ennesimo governo nuovo: avremmo bisogno di bagnarci nell’acqua pulita di un fiume che scorre, invece sembriamo nuotare sempre nello stesso stagno e quindi stagnare, ancora a desiderare, a pensare come bonificarci la palude che ci tocca abitare.

Questo volume, tra i tanti ha il pregio di fissare nella carta, anche virtuale come l’eternità in questo XXI secolo richiede, una parte di memoria della nostra Salerno, quella legata alla biografia dell’autore e alla sua generazione con il non scontato abbraccio delle generazioni di prima e di dopo. Ci sono simboli e pietre antiche, paesaggi e architettura, perché no, imprese commerciali, arti e artisti, comunicazione, desideri ed emozioni che costituiscono archetipi dell’esistenza umana e geografica di più generazioni. Un insieme illimitato di città, con chi è rimasto e con chi vi ritorna, con chi vi passa e ne racconta la memoria vissuta e tutta ancora da costruire. Nell’immaginarsi il futuro e pensare alle trasformazioni possibili, diventa necessario ritrovarsi in una memoria comune, questo è il viaggio storico proposto dall’autore, un racconto letterario per immagini, volti e luoghi della nostra città: Salerno.

Non voglio svelare niente, ogni lettore troverà le sue, ma una pagina mi ha emozionato moltissimo, sì, molto più di molto: l’altra faccia del Natale.

Mamma e nonna stanno lavando i piatti, papà nonno e gli altri componenti della tavola, parlando di sport e di politica. Zio Alfredo, mi invita a seguirlo per fare una piccola passeggiata almeno fino la stazione vuole digerire, ma soprattutto vuole indicarmi qualcosa.

Decido di accompagnarlo, fuori fa freddo, da lontano si sente qualche botto sparato in lontananza. Mio Zio adesso ha deciso di farmi vedere il vero Natale.
Con passo svelto arriviamo alla stazione di Salerno ed assisto ad una scena, che mi è rimasta impressa, cinque persone, senza fissa dimora, trascorreranno questa Santa notte, tra i cartoni, dormono uno accanto l’ altro, sono tutti uniti e compatti per dividersi i pericoli della notte e per superare il freddo.

Al bar Buco, che si trova nelle adiacenze dello scalo ferroviario, che sta per chiudere, troviamo Mosam un ambulante senegalese, amico di mio zio Alfredo il quale ci racconta con le lacrime agli occhi la tristezza, che vive questa notte, ci racconta che ha pianto tutta la giornata pensando ai cari in Africa, e che lui si trova in Italia per dare un sostentamento ed un futuro migliore alla sua famiglia.

Pensa alla madre, alle serate trascorse nel villaggio, quando era bambino, ai colori e sapori della sua bellissima Terra. Percorrendo la strada di ritorno ci fermiamo in preghiera alla chiesa Santa Maria ad Martyres, sul lungomare di Torrione, grande ed ancora vuota, le luci sono ancora spente e davanti al tabernacolo sentiamo quella carezza che viene da Dio, mentre torniamo a casa, sotto i portici del Vecchio mercato troviamo il Signor Vincenzo, che ci racconta di aver trascorso questo giorno da solo, ha riempito la giornata, bevendo una bottiglia di spumante, mangiando una fetta di panettone, il vuoto della solitudine, lo ha riempito, ascoltando una rubrica radiofonica dedicata alle persone che vivono da sole, ci chiede di pregare per lui, perché solo e depresso, e si sente un essere inutile.

Zio Alfredo, mi ha fatto vedere l’altra faccia del Natale

“Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Questa frase, resa celebre da Carlo Marx con la Critica del programma di Gotha, viene da tanti ragionamenti “elevati”, anche anarchici e ancora più indietro da speculazioni religiose, vedi gli Atti degli apostoli (cfr. At 4, 35), insomma il diavolo e l’acqua santa sono il mio tormento. Questo testo di Alfonso Angrisani, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, sarà motivo di discussione e desiderio di socialità trasversale, necessario, un onore e un privilegio per un agnostico come me.

Inserisco integralmente alcune pagine a me molto care nella loro immanenza nostalgica, è un abuso per cui Alfonso spero non mi porti a risponderne in tribunale

🙂

I lidi, Forte La Carnale e la chiesa Santa Maria ad Martyres, il mio diavolo e la mia acqua santa. La serie A di Delio Rossi, la politica di Salerno, e in ultimo ma non per ultimo, il tributo all’arte immensa della satira nel duo Ciro Girardi e Ivano Montano…

ACQUA

«Ascolta ragazzo, la tua storia è dolorosa, il posto non ti piace, capisco se non vorrai accettare questa sistemazione… Ma dimmi, cosa sai di me?»

«Non mi volevi, questo so!» Rabbia. Delusione.

Lentamente il vecchio avanza strisciando i piedi sul pavimento antico lastricato di lavoro e di storie dimenticate: «Non volevo la loro unione. Di te non sapevo niente, sono scappati da me…»

Mentre mette sul fuoco un tegame nero e un pentolino per l’orzo della colazione, la voce del nonno rimbomba nella cucina contadina, vuota di colori, abbandonata: «Non ho mai saputo niente di te…» Tre uova, un barattolo di zucchero e la bottiglia d’olio osservano la scena dei due che si guardano negli occhi mentre lacrime tristissime riflettono la vampa del legno d’ulivo che arde nel camino. Le mani protese del giovane afferrano il tepore che si diffonde nello stanzone gelido, freddo come la sala mortuaria dell’ospedale dove aveva salutato i corpi dilaniati dei suoi genitori. Il dolore straziante avvicina i due come puntini uniti da una chiazza nera d’inchiostro che macchia improvvisa la pagina bianca di parole tutte da scrivere.

 «Ascolta ragazzo mio, ci sono momenti che cambiano lo stato delle cose, guarda il vapore come galleggia nell’aria, portandosi appresso l’odore dell’orzo…»

«Che vuoi dire nonno?»

«La mia bambina non la volevo dividere con nessuno. Tua madre era troppo giovane ma non mi ero accorto come ormai fosse già unita a tuo padre, nel corpo e nello spirito. Li vedevo lavorare e giocare insieme: per me era troppo presto… Mi sono opposto e l’ho chiusa in casa. Avevo solo lei dopo la morte di tua nonna. Solo lei… Come d’estate è la temperatura a fare la differenza: l’acqua bolle e nelle bolle l’acqua è vapore che vola via. Così sono scappati come vapore, spariti. Ma come l’inverno gela l’aria, anche l’acqua si ferma e diventa ghiaccio: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno sono uniti e sono acqua così è la loro unione, un matrimonio indissolubile, anche nella morte, un amore per sempre.»

dal mio esercizio/contest nel gruppo FB #sese20righe_matrimonio

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La notte che ci viene incontro

Romanzo di Claudio Grattacaso, 2017 Manni editori

Ci risiamo, un altro grande romanzo, breve, intenso, appassionante. Dopo aver letto Hello, goodbye di Claudio Grattacaso non ho resistito, dovevo leggerne ancora, altro ancora, e così ho conosciuto Raffaele e la famiglia Cherubini che di questa storia sono l’essenza.

È proprio vero, i romanzi, quelli belli, scritti bene, non scadono, anzi, è a distanza di tempo che dimostrano la loro bontà. Un lustro non è tanto ma con la pandemia e la guerra in Ucraina di oggi che ci soffoca i pensieri, gli anni prima sembrano confusi e indistinti. Ciò che più mi è piaciuto in questa storia è l’introspezione pulsante del protagonista, e con la sua voce l’esplosione del fermento interiore promesso con l’incipit, il prologo, il fuoco.

Non posso né voglio svelare niente, quello che posso dire è che il racconto in prima persona diventa archetipico dell’umanità che ci circonda in tutte le sue forme più aberranti e stereotipate, quelle del potere come quelle delle vite sfibrate, deluse, lacerate. Chi non ha di questi momenti assurdi in cui la voglia più ovvia e convita è schizzare via all’improvviso, scappare, volare fuori, preferire il niente?

Bene, dal fuoco l’incendio, brucia di dolore e di passione questo romanzo, pagina dopo pagina, tocca le corde più oscure dell’animo umano e mi ha messo allo specchio, nella penombra di sentimenti contrastanti: inconfessabili come solo il dolore e la redenzione possono svelare.

Non è l’eroe e nemmeno l’antieroe, forse uso termini a sproposito ma Raffaele Apostolico, filosofo mancato, autista di fiducia, protagonista oscuro e luminoso allo stesso tempo, è uno straordinario affresco tridimensionale della società che viviamo in tutto il suo grigiore corrotto, granuloso, asfissiante e maledetto. Le corde di uno strumento scordato danno suoni fuori scala armonica e così il racconto prende per l’oggettiva crudezza e fastidio, depista la logica cui ognuno soccombe con il senno di poi ma che durante gli eventi ci mettono alla prova giorno dopo giorno, pagina dopo pagina. Se non l’hai letto non sai che ti perdi. Tra le parole anche una canzone mai sentita che parla delle solite cose.

INTERESSI

Mostra interesse. Interessato alla sua vita, ai sui desideri. Così si apre la porta, anche la più chiusa, quella blindata dal sospetto, serrata dalle delusioni, e poi mettici dentro un piede per fermare ogni resistenza alla tua volontà. Entra e sovverti il rapporto di forza con la diffidenza, trasforma le sue paure in un bisogno, l’esigenza che tu sei lì per soddisfare e allora vendi, devasta, vendi l’impossibile: il sogno. Poi con la tua penna preziosa la firma nel contratto sarà una formalità al tintinnio: un brindisi di nuova amicizia. Mostra interesse e porta a casa la commessa. Mostra interesse: quella bugia funziona, funziona sempre ma l’equilibrio è pericoloso come camminare su una corda tesa sull’abisso. Ho fatto palestra e fortuna vendendo armi ai ribelli; l’interesse negli occhi degli oppressi è una scintilla che accende rivoluzioni. Con l’interesse alle loro proteste ho aperto i cuori di gente che vibravano di passione. Quella settimana ho amato una donna bellissima, danzato con lei canti tribali e alla luce d’avorio di luna piena, succhiato l’anima da pelle nera lucente, alla mia guerrigliera affamata di sesso e di vittoria. Mi scrive ancora nostro figlio sopravvissuto alla strage, è in salvo in un collegio costoso nella capitale. È sopravvissuto alla guerra e a sua madre, guerriera nella giungla. Poi ho fatto tanti soldi vendendo armi al governo che ha massacrato i ribelli mostrando interesse per la ragione di stato, per l’ordine e il controllo come sottomissione al paese produttore di armi sporche del sangue di soldati bambini pieni di veleno. Ho portato a casa commesse milionarie mostrando interesse per la guerra, quella giusta dei vincitori. Mio figlio ancora non sa delle mie bugie e mi scrive ancora, ha la pelle mulatta di un amore corrotto dal sogno di libertà. Aspetto che si faccia grande e mi possa raggiungere nella mia villa lussuosa, aspetto che mi sgozzi con le sue mani innocenti per morire mai assolto da quella bugia raccontata a sua madre.  

dal mio esercizio/contest nel gruppo FB #sese20righe_bugia

ALBERTO

La solita vita. Grigia. Anonima. Necessaria. Né veloce né lenta ma costante. Programmata in un loop senza uscita, definita, codificata, censita e trascritta. Fino a quel giorno nessuno poteva immaginarsi altro perché nessuno sapeva.

Non vai in Svizzera per cambiare vita, ci vai per la tranquillità, per l’equidistanza dalle parti in conflitto. La sicurezza. La neutralità. Devi campare tu e la tua famiglia e di te, quell’impiego, grigio, anonimo, tranquillo, necessario, di te aveva bisogno.

Così Alberto fu assunto e per anni lavorò in quell’ufficio grigio. Rigoroso, preciso, puntuale, metodico, un impiegato modello, questo era Alberto e per questo piaceva al capo, e per questo fu assunto e vi lavorò per anni, nell’ombra e nella luce di una normalità quieta, una vita ordinaria, anonima, ma solo fino a quel momento quando tutto cambiò nei giorni delle rivoluzioni che agitavano i popoli della vecchia Europa.

Se l’innesco di un incendio può avere sempre una spiegazione, l’evento che ne consegue ha vastità che la ragione deve al divino, all’ignoto, alla definizione dell’imponderabile consistenza della materia che alimenta le fiamme.

Caso o volontà divina, quel giorno l’intuizione scosse la solita vita dell’impiegato, e non fu rabbia o collera, furono i colori rifratti nel muro di polvere illuminato dal sole che entrava da una vecchia finestra di quell’ufficio anonimo, ordinato e straboccante di idee e brevetti, fu l’immaginazione a cavalcare la luce, a vedere nella materia l’energia che muove l’universo, ad attraversare il muro del tempo dissolto con il paradosso dei fratelli gemelli secondo cui uno invecchia mentre l’altro che viaggia alla velocità della luce resta giovane.

Alberto ragionava come l’uomo sa fare con schemi del passato, ma tuttavia pensava fuori recinti razionali di gabbie scontate: forse è questo l’ovvio spazio infinito di una mente libera?

Una scintilla mette in moto una macchina, una scintilla innesca un incendio, l’intuizione quel giorno fu la scintilla che cambiò la storia del mondo, e così aggiunse a mano una nota al lavoro che nessuno conosceva: l’Energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. E=mc2

dal mio esercizio/contest nel gruppo FB #sese20righe_intuizione

Intrigo a Ischia

di Piera Carlomagno, 2017 Centauria Milano

Una delizia. Lo devo scrivere: questo intrigo è un romanzo delizioso. Provo a spiegartene il perché? Beh sì mio caro Diario, altrimenti che autocoscienza saresti?

Le vicende umane che si intrecciano nella trama sono come cupole soffici di pan di spagna, hai presente la consistenza di un dolce strutturato? Una delizia lo è. Poi, dentro lo spazio esistenziale dei personaggi ci sono cuori farciti come in un mix di crema pasticcera, e di agrumi diversi tra loro, con punte di dolce e di aspro come la granulosità dei sentimenti e il sapore delle passioni più intense. Una delizia quindi, ma non è finita perché l’insieme è bagnato da un calore alcolico e profumato come quello di un limoncello, un liquore mai uguale che scalda le personalità rappresentative della commedia dell’arte napoletana. La scrittrice rincorre le maschere eterne della vita e le supera con l’efficacia di un racconto perennemente in equilibrio tra la classicità del passato e la modernità del presente.

Allora, per rendere credibile questo commento ricomincio dal principio, perché l’inizio dell’intrigo è una delicata glassa profumata che l’avvolge, che sa di Napoli e delle sue isole immortali, Ischia tra queste. I luoghi, le tradizioni, la cronaca e le discendenze umane, si attorcigliano prima e si sciolgono dopo, come quando il palato incontra la pasta raffaioli non un semplice pan di spagna. Quindi per chiudere il discorso, se il dolce chiamato delizia è una poesia per le papille gustative, così la lettura di questa storia napoletana mi ha portato in estasi la mente, cullata dalle pagine ordinate in un romanzo delizioso, appunto.

“La vita prosegue tra inquietudine e illusione, facendo perdere sempre di più la distanza dalla realtà, finché se ne è posseduti.”

Dal “prezioso kefir messo a fermentare” alle viscere di Napoli, INTRIGO A ISCHIA è un giallo delizioso, intrigato, intrigante… oh che darei per vedere recitate sullo schermo le battute di donna Flora e quelle della Polizia che indaga sui fantasmi incalzati da una brillante, mai doma giornalista, Annaluce, e poi Patrizia, Bianca… donne, donne, tante donne… Non credo sia banale, penso sia stato detto mille e mille volte e quindi lo scrivo: l’intrigo è donna e più se ne legge e più se ne desidera…

La dolce astrazione che ho raggiunto con questo romanzo, a parte l’innalzamento della glicemia di cui dovrò discutere con la mia dietologa, è andata dove solo la bella letteratura può andare: con la giusta dose di misteri e di colpi di scena infarciti di momenti divertenti, sensuali e anche di spettacolare normalità, il giallo non si risolve facilmente anzi, la complessità e la tensione degli eventi ne fanno una delizia tutta da scoprire.

Non parlava, non piangeva, non ricordava niente. Aveva riposto la sua vita passata come in un cassetto di biancheria mai usata, rigida e ingiallita. Monosillabi, movimenti della testa, lo sguardo a terra e solo ogni tanto un segno di ribellione: «Basta, iatevenne mo’»

PRESCRIZIONE

Ti parlo e non mi ascolti come fanno tutti del resto. Ti guardo e non mi guardi come fanno i distratti o gli spocchiosi aperti solo su sé stessi. Già, l’apertura mentale sull’ombelico mi sembra un buon tema di ricerca, un progetto di sopravvivenza, ma nemmeno lo consideri. A sentirlo cantare l’ombelico del mondo viene voglia di ballare ma poi? L’idea del centro, la viltà degli affari, il piacere dell’élite a gustarsi l’agio e la bellezza pagata con il sangue degli ultimi, e penultimi, quelli prima degli ultimi, e fantasmi, e a ballarci sopra con la polvere di ossa spaccate che si alza come nebbia artificiale a nascondere l’atrocità dei servi. Stanno tutti bene quelli che vedi, tutti comodi quelli che senti, occupati e frenetici quelli che ti circondano. È un continuo imbroglio, da millenni, la pietà. Ti parlo, non mi ascolti e fai bene, non hai bisogno di me, l’ho capito ma sono io ad avere bisogno di me. Non ti permetto più di farmi male, desidero la tua indifferenza, invece mi attacchi e contesti le mie idee, i miei pensieri fermentano come veleno nelle tue parole, mi attacchi e mi distruggi. Italo

«Grazie Caterina, il tuo caffè risuscita… oggi è una bella giornata, vero?» la guarda posando la penna.

«Si dottore, non fa caldo, non fa freddo e il giardino è in fiore…» e lo dice canticchiando mentre appoggia con delicatezza il vassoio dorato sull’imponente scrivania di noce, tra carte e libri, aperti e chiusi, nell’unico spazio libero da parole scritte.

«Grazie Caterina, le adulazioni mi commuovono, dalle tue labbra risuonano con l’armonia dell’innocenza… lo sai vero che hai il nome di una regina?»

«Sì dottore, me lo dite in continuazione, serve altro?»

«Dimmi la signora dorme?»

«Certo, doppia dose di sonnifero come lei ha prescritto.»

«Bene, oggi rossetto vermiglio. La svegli alle diciassette con un bacio in fronte e gli dai questa lettera insieme al suo cioccolatino preferito, allo specchio comincerà ad urlare e tu sarai pronta con le solite benzodiazepine…»

dal contest sese20R  del gruppo FB Scrittori e Scrittici Emergenti con tema “te lo dovevo dire” e limite 2000 battute

TORMENTI

Camminava da ore sulla strada bagnata da tormenti. Le gocce di pioggia fine fine come spilli gli pungevano la faccia e rendevano pesante metro dopo metro il giaccone di lana, quello blu, preso al volo per uscire immediatamente a cercarla. Con lo sguardo alto sulla folla, dentro la folla, oltre la folla di gente che non sapeva, non poteva sapere e al più non poteva che fregarsene. Il cellulare spento e niente messaggi sul tavolo o sotto la calamita sul loro frigo da oltre vent’anni, scelto insieme tra mille.

Al mattino, prima di andare, aveva intuito che quell’ultima notte insieme poteva essere l’ultima per sempre. Poi i doveri e il lavoro l’avevano distratto ma tornato a casa, l’intuizione era diventata realtà: lei non c’era, il suo cellulare spento, abbandonato in camera da letto.

Camminava e il tormento della strada affollata senza di lei aumentava, l’avrebbe trovata nel loro posto magico, ne era sicuro ma mentre avanzava deciso controllava i volti e gli ombrelli aperti che si urtavano frenetici per tornare a casa come non aveva fatto lei quella sera.

Raggiunse il porto, superò il molo più grande mentre il faro scagliava in lontananza un fascio infinito di luce nel buio del mare, buio come il suo timore, agitato come il suo tormento. Arrivò allo scoglio dove con gli amici e don Tonino s’erano giurati amore eterno, sposati, dove il loro primo bacio anni e anni prima fu il battesimo di una relazione immortale.

Lui si era umiliato, si era annullato, non esisteva che lei e per lei avrebbe dato la vita. Ad ogni crisi per ore su quello scoglio abbracciato dal mare aperto, tornavano uniti e si giuravano di non lasciarsi mai. Gli schizzi di un’onda gigante rimbalzarono sul muro di pioggia diventata battente ma lui avanzò ancora.

Lei non c’era. Si arrese immobile all’evidenza mentre un’altra onda alta quindici metri, improvvisa, lo affogò per sempre.

Anche lei tornò su quel masso di cemento a cercare lui, ci tornò con il bel tempo, serena. 

racconto 2000 battute proposto al contest #sese20righe_lamorteèdonna del gruppo FB Scrittori E Scrittrici Emergenti

LA SCELTA

«Che mi dici di quei segni ai polsi, sul braccio e sul collo?»

«Cime, corde marinare come quelle che tendono le vele» il tono deciso non ammette repliche, conosce bene il mare, lui il male, lei la scienza. Con lei sarebbe andato ovunque, ma a veleggiare come voleva lei mai, non aveva paura del mare, aveva paura di quanto lei gli piacesse, aveva paura di annegare dentro di lei, di affogare ancora una volta nell’amore.

«Strangolata?» le chiede con distacco ma la tensione sporca la voce, e lei lo sa, fino alla soluzione del caso l’empatia con la vittima lo torturerà ogni minuto, lo conosce bene e ha smesso di invitarlo ad uscire, oltre la relazione professionale ne avverte il disagio, il rifiuto, capitolo chiuso.

«È morta nella notte, tra le due e le cinque, credo da almeno dieci ore. Domani dopo l’autopsia ne sapremo di più e sarò più precisa. Adesso vado, qui ho finito. Ascolta, è stata lavata e profumata e poi vestita, non ci sono altre tracce e so cosa stai per chiedermi, no! Niente sesso.»

Si lasciano senza salutarsi, come fanno sempre ormai da mesi. Sono colleghi, oltre il lavoro non si cercano e anche se il desiderio coinvolge entrambi, è un capitolo chiuso.

Il tenebroso Costanzo torna in centrale dove il colpevole si è consegnato e ha confessato. Cambia umore, i colleghi della OMICIDI lo conoscono bene, quando ha tra le mani il responsabile del delitto è un’altra persona, affabile, leggero, torna a scherzare, a essere l’amico che tutti vogliono avere.

«Perché lo hai fatto?»

Per chiudere il caso il poliziotto vuole il movente: quasi con tenerezza prova ad entrare in quello sguardo vitreo che gli da sui nervi, gli afferra le spalle, lo agita con delicatezza, prende tra le mani la faccia dell’uomo assente, e con voce pacata ci riesce, sveglia l’assassino.

«Era troppo pesante commissario, mi schiacciava il cuore, il corpo, la mente, troppo pesante commissario, un fardello troppo pesante, ho scelto la leggerezza.»

Solo per pochi minuti gli occhi criminali si sciolgono come il vetro nelle fornaci di Murano, mentre lacrime roventi gli rigano la faccia, parla di quel famoso romanzo tascabile. Lo ha tirato fuori dal cappotto e glielo porge «Legga le righe che ho segnato, capirà: ho respirato i suoi ultimi sospiri e come l’elio rende un palloncino meno pesante dell’aria, così mi sono sentito leggero, tanto leggero da volare via. La mia scelta non merita attenuanti, lo dica al giudice, tenetemi in gabbia per sempre, legato, io ne voglio ancora…» raffreddato dalla confessione l’uomo diventa muto, dopo un’ultima frase : «Legga solo quello, il resto è una storiella come la mia.»

Uscito dalla stanza gelata di silenzio raggiunge la strada ancora scura e deserta. Il sole appena sorgente dietro i palazzi della città che dorme, gli scalda il cuore, e pensa a quelle belle cosce che lei nasconde come un’arma letale, con un sorriso malandrino stampato in faccia prende il cellulare e chiama il suo medico legale:

«Che vuoi? Non riesci a dormire?»

«No, non voglio dormire, si è costituito e ha confessato, il caso è chiuso»

«E ti pare una buona ragione per svegliarmi? Non potevi aspettare domani…»

«No, non posso… Hai mai letto Kundera? Lo so è l’alba, dimmi solo se posso passare da te…»

“Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza è meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? “Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è il positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa era certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.” Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

… da un esercizio SESE20R di scrittura creativa del gruppo FB Scrittori E Scrittici Esordienti. Il tema proposto era leggerezza.

FERITO A MORTE

Raffaele La Capria, Mondadori 2021, Oscar Moderni CULT

Prefazione di Sandro Veronesi

Allora, e mo’ che scrivo? Solo la prefazione di Sandro Veronesi merita un commento spaziale, nel senso tempo e spazio, oppure spazio e tempo, e non è la stessa cosa. Ma chi è Sandro Veronesi? Grande scrittore leggo, ho visto e amato il film con Nanni Moretti solo attore, CAOS CALMO, regia di Antonello Grimaldi. Questo film è l’adattamento cinematografico del romanzo di Sandro Veronesi, ah rieccolo, e cosa leggo: “Caos Calmo è stato il primo libro multimediale in Italia per la piattaforma iPad, iPod Touch e iPhone. L’App conteneva il libro di Veronesi come piattaforma multimediale dove leggere il romanzo e visionare le clip del film riferibili direttamente al libro.” Che fine hanno fatto i libri multimediali? No mercato no party!

Azz, 2005 e io cosa facevo nel 2005? E chi se ne frega dell’io, Caos calmo è un romanzo dello scrittore pratese Sandro Veronesi, pubblicato nel 2005 dalla Bompiani. Nel 2006 il libro ha vinto il Premio Strega e nel 2008 ha vinto il Premio Mediterraneo per stranieri. Riporto i link tanto per rendere merito alle fonti.

Quindi… dicevo, una prefazione di Sandro Veronesi è un po’ come un vangelo che parla di Gesù, una cosa sacra insomma. Infatti se di giovinezza ferita a morte, si tratta, Veronesi che nel 1995 firma un editoriale sull’Unità dal titolo “Ma smettetela di chiamarci giovani scrittori”, menziona ad uno a uno con l’età tra parentesi, giovani protagonisti di una esperienza intellettuale ineguagliabile, se lo fa dicevo, questa benedetta giovinezza non è forse più sacra di una intera fede religiosa? Altro che spigola di 10 chili che poi li avanti a te, lenta e regale andando con un fucile tra le mani, come cazzo fai a mancarla? La grande occasione mancata, la scena, la bionda coda di cavallo oscillante e gli amici intorno che ridono, t’immagini le facce?

Ma che anni erano? Dalla scelta degli italiani della Repubblica VS Monarchia in poi, che buona parte (tutti?) gli intellettuali dopo la guerra fossero forzatamente comunisti a prescindere, un po’ me ne sto facendo una ragione. Ma che anni erano? Nel 1995, caduto il muro di Berlino, perché quello se lo ricordano tutti ma proprio tutti, stampare un grido intellettuale come editoriale in prima pagina del quotidiano fondato da Antonio Gramsci non sulla giovinezza ma sull’aparthaid degli scrittori in quanto giovani, deve essere stata un momento di passionale scelta redazionale. Mi prude la testa e anche i piedi prudono, e le dita tremano sulla tastiera zozza di cose inutili che sto scrivendo. Sfido io che poi è arrivato Caos calmo, la maturità, il premio strega come a La Capria nel 1961.

Ma che anni erano?

Quelli del romanzo di Raffaele sembrano simili a quelli che stanno vivendo i ragazzi della spiaggia di Odessa, meravigliosa spiaggia in guerra, a rifugiarsi nelle grotte, a fare l’amore, le prime volte. Caro Veronesi ho fatto come hai detto, ho subito riletto il primo capitolo dopo la fine del romanzo e per la verità, sono alla terza rilettura, sai com’è? Già solo prima e terza persona che si intrecciano mi hanno mandato al manicomio, sì, difficile e complicato. Certo che faccio come mi pare, sono un lettore libero io, mica condizionato dalla stampa di regime, libero di capire e scegliermi quello che voglio, e sapendo che insieme la luna e il sole vanno nel cielo di mezzogiorno, che il mare è senza avventura, che il tempo passa e sale con l’acqua sulle mura del palazzo, e un giorno, tra mille e mille anni uguale a questo, oggi è una bella giornata, dirà un raggio sulla parete. «No, non vengo» messaggio non raccolto – Massimo non risponde.

Oggi è S. Matteo, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Matteo Messina Denaro, ma mo’ chi è questo Massimo che non risponde?

Caro mastro Raffaele, dovevi morire per entrare nella mia conoscenza letteraria, ma no diciamo che doveva essere il centesimo anno dalla tua nascita, comunque è come tu hai scritto, i lettori continuano ad arrivare e io tra questi, dovrò scoprire cos’altro hai scritto oltre questo mirabile, complicato, infinito cha-cha-cha, non so niente ma credo che anche tu sia stato un po’ comunista, socialista sicuro, quel lusso, la povertà, non la mancanza di un relativo benessere ma il non avere altra distrazione, nessuno di quei divertimenti e diaframmi che ovattano le esistenze borghesi, niente, nessuna ricchezza che ci separi dal lusso del mondo naturale.

Non ho copiato virgolette e caporali e lo stile delle tue parole così come si leggono sulla carta, chissà a chi stavi mandando messaggi e a chi e cosa menzionavi nella tua lettera ai lettori per il cinquantesimo anniversario di Ferito a morte nel 2011.

Una volta, in fondo a una raffinata caverna, fermo a guardare un cha-cha-cha come la danza rituale di una setta sconosciuta, pensando: come fai a parlare, a stabilire un’intesa con loro, se non conosci il linguaggio, il segreto dei gesti e le movenze?

So com’è ballare un cha-cha-cha con la persona che ami, va beh, lo dico proprio a te?

Ok è tardi e ho anche annoiato troppo, faccio come ho visto fare in alcune recensioni, ecco il tuo incipit, si continuerà a studiare per decenni, spero secoli, passo e chiudo.

La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro – La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev’essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante – luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! – lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.

Impunito? Spero di non essere mai denunciato per questa opera di vaneggiante diffusione di parole e immagini, non è una testata giornalistica, non è niente, non credo ci sia qualcuno che voglia condividere ma nel caso non c’è bisogno di chiedere permessi, come ha scritto Veronesi, facciamo come ci pare 🙂

Ognuno è responsabile delle proprie azioni, a me sembra cosa buona e giusta ma se sbaglio qualcosa, se me lo fate notare vi dovrò un favore, con piacere, un favore.

INCROCI

Sapevi perché eri lì ma non come c’eri finita. Le persone dipendenti smettono all’improvviso di assumerla poi soffrono di una forma perversa di abbandono, lentamente il corpo se ne va. Ricade. Ci provano, ma per ragioni che nessun medico sa spiegare, il cuore non si ripara. Che esiste una categoria di persone senza cuore. Che la delusione non serve. Che non c’è tempo per sentirsi sollevati. Che la preda sei tu e puoi solo scappare. Che la botta bianca di calore chiude gli occhi e spegne il cervello. Che lo stomaco vuoto non fa male quanto un intestino trafitto da spine. Che ti piega in due. Che la testa ricade sull’asfalto insieme al busto. Che struscia sul muro lercio in fondo al vicolo. Che è buio per strada anche di giorno. Che il verme dentro è impossibile da saziare. Che a morire non sei capace e farsi uccidere non paga nessuno. Che non eri sola ma l’ostilità aumentava, ogni volta, alla fine dei perdoni ripartivano i processi. Che ricadono altri e allora ricadi anche tu. Che non c’è tempo per pensare. Che devi agire. Che a lamentarsi sono quelli che non sanno cos’è, sanno perché ma non come ci sei finita. In ospedale. Che ti hanno lasciato sempre sola, dopo. Che adesso ti stanno chiamando mentre sogni un nuovo posto dove vivere. Un colloquio. La selezione. Un lavoro dignitoso. Che stai per entrare. Che questa volta non scappi. Che è reale. “Che più del sessanta per cento di tutti gli arrestati per crimini connessi a droga e alcol dichiara di essere stato oggetto di abusi sessuali da bambini, mentre i due terzi del restante quaranta per cento affermano di non riuscire a ricordare la propria infanzia con sufficiente precisione per dire qualcosa riguardo a eventuali abusi.” Che anche questo hai elaborato. Che è di uno scrittore famoso. Che hai fatto bene a tenerla fuori dal curriculum. La verità. Che sembreresti macchiata e questo non aiuta. Sporca e questo non redime. Umiliata e questo non crea empatia. Che stanno chiamando te mentre una mano stringe la tua. Muoviti ti dice e tu lo senti. Lucida. Che a stare fermi si muore. Che eri in coma, ricaduta, quell’ultima volta. Che quella mano ti scuoteva per svegliarti mentre adesso ti accompagna ovunque. Che quel bel medico scontroso ti aveva salvato la vita e fatto di te la sua dipendenza. Che non esiste strada senza incroci. Che se manca la corrente i semafori non hanno luce. Che vai, adesso vai, la testa alta e vai. Lo scrittore famoso? Morto suicida. Tu no sei viva e allora goditela, la vita.

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da un esercizio di scrittura creativa del gruppo FB Scrittori e Scrittici Emergenti – #sese20righe_strada

FURORE

Furore? È il giorno della rivolta.

Viviamo senza cielo, il nostro sole è il magma bollente, il centro della Terra.

            «Ho una domanda Fidel: ribelli si nasce o si diventa?»

            «Oggi il mare è rosso Ernesto, l’ossigeno non è più una molecola naturale prodotta dai verdi, è chiaro che lo siamo diventati… Ma che ti prende? Ti sembra questo il momento? Concentrati e stai zitto!»

Le ultime dosi di eccitol gli provocano effetti indesiderati. Dubbi incertezze e distrazioni prendono il controllo, tremori, anche adesso. Nelle retrovie, lontano dal fiordo, nella roccia profonda, millenaria, il dottore aveva minimizzato ancora una volta: “Non è niente, stai bene, puoi combattere” aveva detto dopo gli ultimi test d’ammissione.

Riflesse nel visore vede gocce gonfie di sudore rompersi e dalla fronte scendono nel generatore d’aria del casco da combattimento.

Chi non suda non vive, gli insufficienti sono esseri estinti, come tutti i vegetali sulla crosta ormai deserta. Non è una regola o una legge, sono secoli che la vita discrimina: sopravvive solo l’evidenza della riproduzione.

Dai segnali fluorescenti quasi interni alla sua pupilla destra, l’occhio libero di Ernesto, si sposta verso il compagno al suo fianco, immobile come lui, dietro al cannone quantico pronto a fare fuoco.

            «No Fidel, io non credo, la vita si ribella alla morte, ma ne parleremo dopo. Nel gran consiglio della caverna regnante, ti hanno messo in discussione, ti vogliono fuori dal governo. Dovrò difenderti fratello mio ma adesso pensiamo alla missione, ora i nemici sono gli acquatici.»

            «Attento Ernesto, guarda! Le vedi le bolle? Stanno arrivando.»

Mille anni fa l’atmosfera fu violata, cambiò colore, la scienza dei nostri avi smise di funzionare. Ogni previsione fallì. La variante aliena costrinse i sopravvissuti a scappare dall’aria tossica: gli abissi negli oceani o la terra sotto le montagne, non vi fu altra scelta. I ricchi tecnologici s’impadronirono dei mari, ai poveri non restò che scavare. La mutazione anfibia arrivata dopo, oggi li condanna: umani come pesci a respirare l’acqua salata. La genetica li ha resi schiavi di una risorsa evaporata, consumata, il mare è sempre più rosso, stanno soffocando.

            «I bastardi vogliono le nostre gemme di clorofilla, oggi troveranno la morte!»

            «No Fidel, non ci sono masse fredde in movimento, il mio radar è vuoto, non c’è attività sotto la superfice, tu dove le vedi queste bolle?»

I due si guardano perplessi oltre la visione dei livelli vitali fuori scala che nel casco segnalano tensioni fisiche fuori controllo. L’ignoto è una frusta che taglia ogni scudo emozionale, sono allenati e preparati ma la paura rende umano ogni soldato. Non si fidano, altre battaglie sono finite male e questa non sarà l’ultima. La vita si ribella alla morte, questo è sicuro, si nasce ribelli, aveva pensato Ernesto la notte prima di partire, o forse era già giorno, non ricordava bene la sequenza degli eventi ma adesso ha altro per la testa; la sudorazione aumenta come la tensione per la sorte di suo fratello in armi. Il respiro affannoso diventa opprimente scansione del tempo sospeso nel dubbio. Le domande servono ma nel dubbio puoi mai fermare l’azione?

Fuori le bolle adesso sono evidenti, aumentano, si vedono, ma i sensori visivi dell’apparato neuro connesso alla tuta non rilevano movimenti sotto la superfice rossa di questo mare mutante: mai come ora, è la lingua rovente di un diavolo furente che li minaccia fin dentro casa.

“Hanno scelto il fiordo leggendario come è previsto nelle scritture” aveva detto Fidel prendendo il controllo dell’apparato di guerra.

L’invasione è imminente. L’agitazione cresce, rende catatonica l’attesa. Sulle spiagge antiche, la polvere di roccia altissima, a strapiombo da millenni, si è ceramizzata, non esiste più sabbia ma un pavimento rugoso, duro più del vecchio cemento usato nell’antichità. Questo nuovo mondo ci ha tolto l’aria, l’abbraccio, l’incontro delle emozioni umane, intanto bolle sconosciute emergono senza suoni, mute.

Ernesto si rigira imprigionato nella tuta tecnologica che gli stringe ogni muscolo dolorante, è una camicia di forza; anche questo aveva detto al suo dottore.  Si sente affogare di sudore, alza le braccia davanti a sé per pararsi dalla tremenda emersione che li aspetta: «Arrivano!»

E allora? Teso come una corda di una vela piena di vento forte, con uno spasmo faticoso riprende il controllo delle mani, afferra i comandi e spara all’impazzata verso quella minaccia invisibile.

Entra decisa senza bussare. Capelli sciolti, lisci e rossi, tacco nove, tailleur incollato e trucco pesante, striscia i piedi per non farsi sentire nel buio della stanza tanto rovente da fermarle il respiro, conosce la strada e va diritta all’interruttore per aprire la persiana motorizzata.

            “Aria, aria e luce, luce” pensa nel silenzio appena disturbato dal potente motore elettrico che tira su la tapparella d’alluminio verniciato di verde.

Lei, architetto dei vip, sospira languida al primo fascio di sole che illumina il suo cristo umido e velato, atletico campioncino di tuffi e nuoto; accanita nello sguardo sul letto che brilla, indugia sui muscoli e ne ammira una possente erezione, poi grida:

            «Libero alzati. Sei in ritardo!»

Il piccolo si sveglia incazzato nel suo sudore rovente.

            «Cazzo mamma ma perché? Chiudi e vai affanculo!»

Il lenzuolo inzuppato gli attorciglia anche la testa, in un attimo si libera mentre pettorali e bicipiti guizzano luminosi come lampi strobo, scatta come una molla d’acciaio e tira le gambe verso la faccia, si chiude girandosi sul lato verso la porta opposta alla luce, diventa un feto in automatico senza pensare, serrando un cuscino blu mare tra le gambe. La voce cruda del figlio non la ferma. Invadendo lo spazio tra i due, un potente fascio di luce dalla finestra rimbalza da un poster patinato diventato da tempo insopportabile alla donna. L’abbaglio fastidioso le chiude gli occhi e la scuote dal momento di estasi in cui il corpo perfetto del figlio l’aveva rapita.

            «Ancora pensi a quella trecciolina svedese? Alla tua età, tuo padre sul muro teneva appese foto che …»

            «Sì, che incendiavano desideri e urlavano passione, e che palle mamma, sempre la stessa storia, stavo sognando e tu…»

            «Sì amore, immagino cosa stavi sognando, ma non voglio sapere niente, è tardi e devo andare, muoviti, la colazione è pronta!»

            «Sì, appunto, devi andare a fare in culo e rimanerci, chiudi! Ti ho detto chiudiiii!»

Incurante e determinata a portare a termine il solito rituale mattutino, con delicatezza accompagna la super poltrona nera da gaming con la meglio ergonomia di livello professionale disponibile sul mercato, e si sposta dalla finestra girando intorno all’immensa scrivania tecnologica devastata dal disordine. Adesso i tacchi stridono frenetici sul pennellato di Vietri: quel pavimento le era costato un occhio della testa ma ne andava fiera come di quell’essere possente che aveva generato, bello come il sole della sua Costiera. Mentre pensa a quell’assurda fissazione del figlio di tenere spento il condizionatore nelle notti più torride dell’estate, raccoglie un libro volato per terra nello scatto pudico del suo erede solo qualche secondo fa. Tra le mani ne guarda accigliata la copertina colore avana con la foto di due palme sottili, altissime, e una ciminiera sbuffante di una fabbrica sullo sfondo. “Affatto caraibico” pensa leggendone il titolo: “Che” Guevara economista.

            «La devi smettere di prendere i libri di tuo padre dallo scantinato, sono inutili. Come te lo devo dire? Medicina o Architettura, è deciso! Alla meno peggio Ingegneria, ce ne sono tante, che dici? L’aerospaziale per esempio, la Martucci dice che sei sempre con la testa tra le nuvole. Comunque, a questo proposito il nonno ti aspetta. Ha detto che ti deve dare una cosa, si è raccomandato molto. Se non vuoi andare in farmacia vai a casa sua così saluti anche la nonna» e lo dice mentre lo guarda con tenerezza aspettandosi una risposta in sintonia alla sua supplica.

            «La prof non capisce un cazzo, peggio di te!» la voce schiarita del ragazzo accompagna un dito che si alza dal pugno chiuso adagiato sul ginocchio scoperto, è un indice medio, nerboruto e teso verso la faccia di lei.

            «Signorino Orsini lei è un grande cafone, non le consento di maltrattare sua madre in questo modo. Villano e cafone…» stizzita rialza la voce mentre il libro vola nella stanza planando tra l’iMac argento ventiquattro pollici e due pile di DVD che dal tavolo crollano sul pennellato di Vietri con un rumore assordante di plastiche spaccate. 

            «Sei pessima! Smettila, fai solo casini, lasciami dormire in pace, vai via…» e lo dice serafico mentre il dito ribelle rientra nel pugno chiuso afferrando il prezioso lenzuolo bianco ricamato con fiori di seta. Tira un lembo fino a coprirsi la folta criniera rasta, quando decide di stare zitto perché sa che finisce male se dice quello che sta pensando: “Tintura, silicone e tacchi a spillo ti stanno rovinando. Mammina cara, sei ridicola!”

            «Libero alzati. Sei in ritardo. Dai non farti pregare, Gianni ti aspetta all’entrata del Policlinico, è un amico fidato, ti accompagna all’aula dei test d’ammissione. Avevi promesso che ci saresti andato…» dice lei provando una timida carezza ferma in aria a pochi centimetri dal contatto fisico che desidera con tutta sé stessa da troppo tempo.

            «Lo hai sentito, lui che dice?»

            «Tuo padre? Dice che sarà in piazza Plebiscito sotto Palazzo reale per una manifestazione contro la guerra, dice che gli farebbe piacere passare una giornata con te. Puoi raggiungerlo dopo i test all’università, tanto faranno sera, pare organizzino anche un concerto. Però non fare tardi e stai alla larga da quelle sue sciatte compagne di strada!» mitraglia parole senza pause con acuti lancinanti di disprezzo.

            «E il nonno che vuole?»

            «Vuole regalarti un viaggio per la maturità e aiutarti a scegliere, lo conosci è un vecchio saggio evergreen, muore dalla voglia di coccolarti un po’…» dice lei con un tono tornato sinuoso, materno.

L’aria pulita del mattino addolcisce l’animo dei due, i loro pensieri prendono a svolazzare leggeri. La camera passa dal conflitto ad una tregua condizionata.

            «Vai mamma, tranquilla, sto bene.»

Lei si arrende, ammutolita, e strisciando i piedi si avvia verso la porta.

            «Mamma aspetta, ti ricordi quella bella settimana a Positano?»

            «E chi se la scorda, andasti in fissa per i tuffi dalle grandi altezze. Furore, un incubo! Perché me lo chiedi?»

            «Mi prenoti una settimana in quella villa a cinque stelle del tuo amico? Dai, tu fammi questo regalo.»

            «Va bene Libero, ti accontento però tu oggi vai a fare i test d’ammissione a Medicina!» sorride compiaciuta. Uscendo chiude la porta senza fare più rumore.

L’attimo di pace diventa frenesia, il giovane di belle speranze allunga la mano verso il comodino dove afferra l’iPhone antracite e inizia a scrivere:

@GretaThumberg ciao, ti scrivo perché adesso so cosa dobbiamo fare, ti vengo a prendere e ti spiego 🤗 PS 😱 tic tac tic tac… su youtube ho visto Sara la tua agente italiana 🤣 mi è piaciuta molto: “un altro mondo è possibile perché la guerra è fossile, la pace è riciclabile” 👏 non ti muovere, arrivo! 😘

Soddisfatto rimette lo smartphone sul comodino dove nella notte aveva buttato la maglietta e il pantaloncino griffati che indossava la sera prima. Mette a fuoco i colori del suo rifugio e con una capriola fulminea cambia posizione mettendo i piedi al posto della testa. Steso sul letto, finalmente libero e rilassato con il finestrone dell’attico di mamma alle sue spalle, ammira la ragazza illuminata a giorno nel poster gigante che riempie il muro. Chiude gli occhi e si sente abbracciato a Greta, a respirarsi con lei bocca nella bocca. Fusi in un corpo solo si tuffano nel fiordo con tutto il mondo collegato in diretta che li sta osannando. L’attimo di estasi diventa frenesia, una scossa violenta gli attraversa il corpo incurvandolo verso l’alto, poi ricade in un secondo avvinto senza forze con il cuore che martella pesante nel petto. La frenesia diventata amplesso si placa nella pace dei sensi, gira il collo dietro la spalla aprendo gli occhi verso il blu che lo guarda dall’alto mentre un jet taglia il cielo con una scia bianca densa di speranza:

“Amore, voglio solo più amore, voglio di te il furore dell’amore. È deciso, andrò a Lettere per studiare come rendere passione il desiderio della vita. Per vincere la guerra bisogna volare alto, allora dottore sì, ma di parole.”

I RACCONTI DELLA DIVINA

tra il verde, il giallo e il blu della Costiera Amalfitana

Autori Vari, 2022 Officine Zephiro Editore

Prefazione di Vito Pinto

Caro Diario, anche a mente fredda non riesco ad estraniarmi da questa raccolta di racconti, è ovvio mi dirai, ne contiene uno tuo e quindi… Si è vero c’è FURORE e ancora stento a crederci: osare e partecipare, sgombrare la mente, rimescolare i pensieri e mettere la cera e togliere la cera… Lucidarsi serve, e tu caro Diario, come uno specchio a riflettere tutto il bello che leggo e rileggo tra le mie mani, con occhi avidi di parole… l’arte di belle persone con la passione della scrittura!

La grandezza di questa raccolta la fa l’insieme dei racconti, la cinquina premiata e gli altri menzionati, nell’abbraccio di un evento culturale di grande prestigio quanto di una scommessa estremamente ambiziosa. Scommessa vinta e rilanciata per il prossimo 2023 da Alfonso Bottone, Direttore artistico con la D maiuscola, al servizio della bellezza eterna della “Divina”. Sono caduto nella sua rete e della sua pesca non posso che nutrirmi, mai sazio nel volerne condividere sentimenti, visioni, emozioni, estasi di vita, avvinto nella sua presa tentacolare, perché coraggio e bellezza sono le due facce di una moneta che non dovrebbe mai avere un prezzo, la esaltano e la disprezzano, la comprano e la vendono, la rubano, la copiano e ne nasce di nuova, si chiama arte e a ben dire la poesia e la letteratura come la natura vergine, ne fanno parte in un solo insieme. Né noia né stanchezza ma solo coraggio e bellezza.

CUORE DI CORALLO di Ivano Ciminari è un racconto che sfida l’oblio della ragione, che sfonda la roccia dell’indifferenza, che riporta a galla tesori dell’anima mai scavati, fantasie e spettri crudeli, fantasie e fantasmi così possenti da frustare e rimettere in moto desideri di giustizia e di evoluzione esistenziale cui tutti dovremmo tendere. La leggenda si fa maestra, madre di vita e letteratura finissima suo strumento di comunicazione.

FRATELLI di Elvira Rossi è un racconto che regala emozioni profonde e grida al mondo la grandiosità dell’umanità che nonostante tutto è amore. Quello dei naufraghi che hanno perso tutto e che si aggrappano alla vita per continuare ad amarsi. Un padre, un figlio, una nuova casa, il dolore perenne dei ricordi, la complessità irrisolta del presente, il futuro costruito giorno per giorno sul dolore, sulla fatica del bisogno di rinascita: FRATELLI è un racconto universale, tosto e struggente, da condividere come vera speranza di umanità, per non essere scogli isolati in mezzo al mare, ma artefici di un mondo migliore.

LUCI E OMBRE di Angela Torri è un racconto sulla forza delle “femmine”, un racconto che attraverso l’emigrazione di una giovane di oggi, racconta le migrazioni di ieri, e quindi la nostalgia della propria terra. Ad emergere è la forza della memoria che si tramanda tra generazioni e che si pianta nell’anima e poi fiorisce nel momento del bisogno. Tra le lacrime della sofferenza di chi è costretto lontano dalle proprie origini, il ricordo si fa tenace consapevolezza, e alla fine l’esempio tremendo del passato rende il presente una sfida da raccogliere: crescere con le montagne avanti da scalare.

LA CASA DI PIETRA GRIGIA di Angela Procaccini è un fantastico tributo alla memoria di Simonetta Lamberti, vittima innocente delle mafie, morta il 29 maggio 1982. Il racconto riporta le sensazioni, la gioia e la grazia di lei, bimba di dieci anni, in vacanza con la madre a Praiano mentre percorre la strada che porta il suo nome e che collega la Statale della Costiera amalfitana giù al mare della Praia. Per non dimenticare mai.

SALE di Fausta Altavilla è un racconto dedicato a Cetara e alla sua famosa colatura di alici. Da adolescente, con il ricordo della morte del nonno, Salvatore racconta di se e della sua complicata vita familiare. Dal Canton Ticino con la madre ritorna al paese e dai giochi passa alle cose serie che gli hanno lasciato un segno profondo, la lavorazione delle alici che gli mostrò la nonna, lo spirito del pescatore e soprattutto il mare, quello profondo, ricco di alici, blu cobalto, il mare unico della Costiera amalfitana.

ANDREA E KAFKA di Mauro Valentini è un racconto noir di grande coinvolgimento e tensione. Un delitto non è mai un evento scontato ma dentro un momento di vacanza quale quello che si può vivere in estate in Costiera Amalfitana, questo delitto prende la forma dirompente del mistero, dell’inaspettato. Ad essere protagonisti sono i pregiudizi verso quelle differenze sociali che mettono subito nella lista nera chi lavora rispetto a chi è in vacanza ma l’autore mette in fila emozioni e avvenimenti, rende le scene vivide e alla fine fa trionfare la letteratura, la verità. È un giallo di grande qualità con un finale che rende merito alla bellezza delle passioni.

INNAMORARSI AD AMALFI di Rosa Cianciulli è una bella storia d’amore, l’amore per un posto unico come Amalfi. La storia è particolare: una ragazza napoletana emigrata a Torino nel dopoguerra che torna al Sud per ritrovare zia Maria, la sorella della madre. Non svelo niente ma posso dire che è un racconto tenerissimo per come racconta bene la magia che trasforma in positivo le persone: vivere in un posto meraviglioso fa stare bene. Scontato? Magari lo fosse per tutti.

FURORE di Pietro di Gennaro >>> leggilo a questo link

DIVINA AGLI OCCHI DI CHI NON VEDE di Lucia Quaranta è semplicemente splendido. “Se sposti i confini incominci a viaggiare…” questa è la frase su cui l’autrice ha costruito un racconto avvincente, tenerissimo e pieno d’amore, di quell’amore che stenti a credere possa esistere, di quell’amore che rende degna la vita di essere vissuta. Pertanto posso solo dire che in un’epoca in cui i confini sono ancora pretesto di guerre l’idea dell’amore di chi non vede è forse la vera speranza che ci rimane.

SOGNO DI UN’ESTATE CETARESE di Graziella Anastasio racconta i suoni di Cetara: le parole e la vita delle persone, la riscoperta di tutte quelle emozioni che investono chi ritorna, di chi poi presenta al mondo il suo sogno oltre le radici. Il passato, oltre le immagini e le visioni, oltre le relazioni che rendono condiviso l’orgoglio e la riconoscenza per questa terra unica oltre il personale e la soggettività delle proprie esperienze.

“i racconti della Divina” sono stati valutati da una giuria composta da Michele Buonomo, componente del Direttivo nazionale di Legambiente, Vincenzo Falco, dirigente Istituto Istruzione Superiore “Marini-Gioia” Amalfi, Andrea Ferraioli, presidente Distretto Turistico Costa d’Amalfi, Michele Ingenito, scrittore – giornalista – docente universitario, e Vito Pinto, giornalista – scrittore.

Il 7 luglio 2022, il Presidente di giuria Michele Buonomo e il Sindaco di Atrani Luciano De Rosa Laderchi, hanno premiato i vincitori del Concorso Internazionale “i racconti della Divina”. Primo classificato Ivano Ciminari di Salerno, seconda Elvira Rossi di Salerno, al terzo posto Angela Torri di Ferentillo (TR), quarta Angela Procaccini di Napoli, al quinto posto Fausta Altavilla di Manfredonia (FG). Menzioni inoltre a Mauro Valentini di Pomezia (RM), Rosa Cianciulli di Castelfiorentino (FI), Lucia Quaranta e Pietro Di Gennaro di Salerno, Graziella Anastasio di Cetara. 

AVVOCATI

Avvocato io, avvocato lei, con il senno di poi non avrei scelto un avvocato. Perché? Perché il senno di poi è una sciagura, quando ti va bene finisci in tribunale e perdi, perché se vinci il tormento aumenta, “avevo ragione” ti perseguita e si placa solo con un appello che preghi in segreto lei possa presentare. Magari perdo in appello e il mio senno di poi sparisce, finalmente. Perdere per un avvocato è tutto sommato meno pesante della sconfitta per un cliente, lui ti paga lo stesso e comunque, vuoi mettere la speranza che si apre con un appello? Così posso perdere e mettermi il cuore in pace, quel cretino di cuore che mi ritrovo nel petto, cieco come un pipistrello di giorno, un vampiro di notte, sì era quello che mi piaceva della mia bella vampira, tutto il sangue gli avrei donato volentieri quando mi succhiava sul collo durante l’amplesso.

Con il senno di poi avrei scelto un’altra, altro che avvocato come moglie, è stato un continuo dibattimento, a cominciare dalla luna di miele ma anche prima nella scelta del viaggio di nozze: è che ci piace discutere e avere ragione, e oggi anche di più dopo la separazione consensuale, un vero atto di guerra, altro che pace.

Tutto era perfetto fino a quel giorno, un maledetto giorno qualunque. Con il senno di poi avrei dovuto rinunciare a quel mandato che ci vedeva contrapposti a rappresentare due che volevano divorziare e non volevano divorziare veramente, lui un camorrista, lei una camorrista peggio di lui. Perché non ho rinunciato? Perché doveva rinunciare lei non io!

Da quel giorno il nostro rapporto è trasceso e ci siamo portati il conflitto dentro casa, ci siamo inaciditi come il vino rimasto troppo tempo all’aria, nella bottiglia, per quanto prezioso e sopraffino.

Così è andata e ora spero di perdere con lei perché solo così sparirà la mia ossessione, nella testa quella voce che mi ripete all’infinito, “avevo ragione” non dovevi sceglierti un avvocato come sposa.  Chi ha ucciso chi? Ma che domande sono?

un esercizio di scrittura creativa – 2000 battute – dal contest SESE20righe sul gruppo FB Scrittori e Scrittrici Emergenti – tema: il senno di poi

BRICIOLE

Disegno di vendetta per l’ispettore Castaldi, Rocco Papa, 2017 Runa Editrice

È un giallo avvincente, con intrecci intriganti e talmente radicati e vivi nella mia esperienza quotidiana di cittadino, da farne uno strumento di studio per comprendere meglio una città come Salerno, perennemente sull’orlo del baratro come sull’uscio di un paradiso. Non voglio essere frainteso, non è una storia locale, anzi è una storia universale che diventa rappresentativa di ogni città moderna e nemmeno semplicemente italiana. Sono i personaggi a renderla tale, e tra questi un ispettore che per i suoi tormenti e la sua forza di ribellarsi alla “becera” gerarchia delle funzioni e delle istituzioni, rende l’inchiesta raccontata non solo piacevole e avvincente, come ho già detto, ma addirittura desiderio di nuovi episodi, perché alla fine dell’ispettore Castaldi si sente il bisogno di sapere di più.

Ho letto BRICIOLE in estate, in questa estate 2022 che per fortuna non sembra finire, tanto calda ed inquieta lunga estate. È impressionante come la lettura dell’autunno come descritto dall’autore, sia stato materialmente una benedizione, un viaggio, avvincente, come ho già detto, verso l’esplorazione intima del male e del bene con sullo sfondo, dietro l’angolo, l’inverno dei sentimenti. Briciole preziose come gemme, fredde e luminose come le verità più nascoste, quelle che fanno male e che richiedono vendetta, nessuna assoluzione. Avevo già letto di Rocco Papa IMPREVISTI PERICOLOSI, e posso solo dire che il suo protagonista non solo è vero e reale, addirittura con questa opera, il suo ispettore Castaldi si erge a modello di eroe che vorrei avere come amico quando sono costretto a comporre il 112. Non so se la realtà debba riflettersi nella fantasia o sia la fantasia a doversi specchiare nella realtà, so che la bella letteratura ti entra dentro e cominci a desiderare di viverla. Forse anche questo è un bisogno che soddisfo con la lettura di un buon libro, rendere colorata la grigia quotidianità. Ancora una volta, anche con BRICIOLE di Rocco Papa, il miracolo si è ripetuto, il sangue è sciolto.

PISTOLA

Ti ho messo una pistola in mano e adesso ti guardo, sparami penso e ti fisso negli occhi, immobile.

«Chi sei veramente?» mi urli contro e il sangue alla testa alimenta la tua collera. Urli e io ti vedo bruciare come Johnny il Ghost Rider. Immaturo mi dici. Ripeti più volte lo dovevo capire prima. Tu appassionata ai miei fumetti per starmi più vicino, dentro le mie fantasie.

«Ti odio, ti odio!» mi urli contro, tra parole e silenzi increduli di tanto dolore.

«Perché? Perché?»

Perché tu non lo puoi sapere. Non ti ho mai raccontato quello che è successo a me, nessuna pietà, non volevo guastarti con quel dolore che sento ancora, il mio. Non ho giocato con i tuoi sentimenti, ti volevo e ti voglio ancora ma non voglio il tuo perdono, voglio la tua ira conficcata nel mio petto come una pallottola di pistola che spara tutta la rabbia che adesso hai in corpo. Questo voglio ma non ti parlo, non reagisco, perché sono il tuo carnefice, e tu lo vedi il ghiaccio nei miei occhi e così più forte la collera ti avvampa. Che aspetti? Mi chiedo. Nelle mani hai la prova del mio tradimento, nel cellulare che nell’aria fai vorticare insieme alle tue belle braccia allenate, i messaggi e le foto hard di me e di lei, la tua migliore amica.

Che aspetti? Sparami! E tu lo fai. Colpiscimi. E tu lo fai. L’angolo dello smartphone mi apre una ferita sulla tempia, e le tue lacrime copiose, e tuoi lunghi capelli arruffati, e i tuoi pugni violenti, si mischiano al sangue che inizia a sgorgare dalla faccia. Brava così, penso, colpiscimi più forte, me lo merito.

Amo il tuo ardore possente: così sei nel piacere, così sei nell’attacco, violenta, metodica, furente.

«Ti uccido! Ti uccido!» Urli mentre le tue nocche bianche come magli si abbattono sui miei zigomi ossuti, e adesso il sangue, il mio e il tuo, è avvinghiato come noi nei nostri amplessi. Una medaglia? Tu sei me, io allo specchio vedo il mio dolore di allora, necessario per fare di te una regina di kickboxing.

«Adesso basta, fermati! La lezione è finita» ti afferro le mani e ti fermo, adesso sì che puoi diventare una medaglia d’oro e anche di più.

esercizio gruppo FB Scrittori E Scrittrici Emergenti

#sese20righe_ioallospecchio

ACCATTONE

Caro Diario mio, piove e quindi ti posso scrivere, e ci risiamo, la fortuna mi perseguita. Quale mi chiedi? Beh quella pura, non monetizzabile, quella di leggere prima un romanzo e poi di vederne il film. Da malati? dici? No da ignorante, dico io.

Non sapevo da dove cominciare e allora ho scelto ACCATTONE: uno che si è sentito per tanto tempo un bidone, mi sembrava un salto di qualità.

Nun me chiamà Vittorio, chiamame Accattone! De Vittorio ce n’è tanti, ma de Accattone ce sto solo io!

Altra materia per lo psichiatra? Ma che vai pensando, è solo che nel suo centenario della nascita, mi sono lasciato andare al dovere di leggere almeno un Pier Paolo Pasolini e mi sono fregato con le mie mani. Guardarne il film è stato un bisogno e leggerne le recensioni, con il senno di poi, una punizione.

Cosa è successo a questo paese con l’arte di Pasolini? Questo vorrei confidarti caro Diario mio. Complicato e noioso è spiegare quanta meraviglia mi ha preso la lettura di ACCATTONE e quanta delusione, per quanto estasiante e pensierosa ne sia stata la visione. Forse oggi Pasolini non l’avrebbe doppiato, la presa diretta gli avrebbe tolto per sempre quella patina di “finzione”, sì, confesso anche questo, forse è sempre così, non lo so, ma la trasposizione in immagini del romanzo un pizzico mi ha deluso. Certo è che se era rivoluzionario all’epoca lo continua ad essere come giustamente riportato da fiumi e fiumi di lavori accademici e non. La visione del film strugge, emoziona, indigna, incanta e immagino che legare su una sedia un giovane oggi a vedere quelle due ore in bianco e nero sarebbe una punizione necessaria ai mille comportamenti impulsivi e nevrotici che gli smartphone stanno provocando, invece la lettura… strugge, emoziona, indigna, incanta, di più, più del film, oggi restaurato. Ma la domanda che mi pongo è: cosa è cambiato? Dall’essere denigrato e combattuto, deriso e ucciso, all’essere messo nell’olimpo degli dei, intellettuali e non, cosa è cambiato? A me questo paese sembra peggiorato, persino nelle strade del centro, oggi vedo monnezza che nel film di Pasolini non si vede.

Quello che mi chiedo è perché la massa sottoproletaria di allora non si è estinta ma anzi oggi a me sembra cresciuta insieme alla ruggine che continua a consumare centri, periferie, arie industriali dismesse e abbandonate in uno scenario così simile al degrado sociale, morale e materiale che Pasolini portò al Festival del Cinema a Venezia nel 1961.

Ancora non sei morto? Eppure m’hanno detto che il lavoro l’ammazza la gente!

Dopo la guerra allora, dentro la guerra oggi. Prostituzione e violenza. Cosa è cambiato? Questa storia invece, dei napoletani, cattivi e violenti nel romanzo dentro uno scenario misero, quasi napoletano (??? perché mi chiedo ancora adesso???)

Tutti soli, Accattone e Stella camminarono per le strade popolose, misere, quasi napoletane del quartiere.

… napoletani che vedrà nel sogno nudi, uccisi e quasi sepolti da macerie crollate… Napoletani violenti e vigliacchi

E le diede un altro schiaffo sull’altra guancia, facendola cadere per terra un’altra volta. Maddalena si mise a urlare, cercando di scappar via, strisciando sulla polvere e l’erba secca. Cominciò il pestaggio, cazzotti, schiaffi, e, infine, cintate, caddero su Maddalena, biancheggiando alla luna. Poi i napoletani, dì corsa, salirono sulla macchina, la misero in moto. Mezza svenuta, sanguinante, Maddalena strisciava come una bestia ferita sulla polvere e sull’erba secca.

… mondo di infami vigliacchi cui ACCATTONE disgraziato si sente parte…

Semo tutti ‘na massa de disgrazziati, semo omini finiti, ce scartano tutti! Noi valemo giusto se ciavemo mille lire in saccoccia, se no nun semo niente… Pure in galera nun ce ponno vede, a noi! Nun ce considerano omini, perché nun semo boni a provacce da soli… Oggi è mejo fà er ladro che ‘sto mestiere infamante…

… un mondo da cui vuole prendere le distanze, quasi a redimersi, trascinato dall’amore per Stella, un sentimento stranito e totalizzante tanto da indurlo a ricadere nel baratro della miseria umana… cos’altro può essere un padre che ruba la catenina del figlio… forse anche una merda umana gli è superiore…

l bambino era un po’ incerto: ma poi buono e dolce com’era, acconsentì a dare un bacetto, sulla guancia che Accattone indicava col dito.
Al collo di Iaio pendeva la catenella d’oro. Mentre il bambino lo baciava, Accattone con dita leggere gli sciolse dal collo la catenella. Si rialzò, emozionato, sudato. Si guardò intorno, e intanto, sempre per darsi un contegno, come parlando al figlio, parlava roco fra sè: Un paro de scarpe… Seimila lire, capirai. Indò l’annavo a rimedià, sennò… Così si allontanò, mentre il figlio lo guardava coi suoi occhi di agnellino.

Infatti, è una delle scende più artisticamente riuscita, quella del “niente di umano”.

Con improvvisa docilità, Accattone si mise in ginocchio, sulla sabbia. Appozzò le mani sull’acqua, faticosamente, e si lavò il viso, due tre volte. Poi alzò la faccia, tutta gocciolante, e sempre docile e buono, si guardò intorno come in un sogno.
Ma gli venne un nuovo impeto di rabbia, un attacco di nervi.
Stando sempre in ginocchio, affondò la faccia nella sabbia nera e sporca, strusciandola rabbiosamente.
La rialzò: era un mascherone nero, con la sabbia appiccicata sulla faccia bagnata, contro le palpebre, il naso, le guance, la fronte, il mento. Non aveva più niente di umano.

Accattone è stato il gesto blasfemo con cui i sottoproletari, le prostitute, i ladri di polli strapparono alle stars hollywoodiane, agli eroi di guerra, ai comici del varietà un lembo di schermo, un posto al sole nell’immaginario novecentesco. Pasolini, già letterato di chiara fama, lo ha firmato come un romanzo mostrando una via italiana al concetto di autorialità, in risposta alla via francese, della quale tutti i registi dal ’61 in poi gli sono (più o meno direttamente) debitori, a partire Bellocchio e Bertolucci per finire al cinema siciliano dei nostri giorni.” –  di Carlo Altinier

Un film shoccante per la crudezza della storia, per l’indifferenza dei sentimenti, per l’evanescenza di una morale, negli squallidi individui rappresentati.Simona Proietti

A Roma Pasolini s’innamorò delle borgate sottoproletarie, tanto degradate quanto vitali, tanto vittime della povertà quanto ribelli alle convenzioni borghesi, all’etica del lavoro inteso come sfruttamento.  

Mancando lo sperimentalismo rivoluzionario di opere future dell’autore, non guastava, al posto di cotanto asciutto “realismo sociologico-antropologico”, maggiore afflato poetico, più trasporto emotivo. Il primo film italiano a essere vietato, con apposito decreto, ai minori di diciotto anni. – Niccolò Rangoni Machiavelli (1999)

Proiettato alla Mostra di Venezia del 1961, Accattone si è abbattuto sul cinema italiano con una violenza rinnovatrice pari a quella di Ossessione di Visconti e di pochi altri film. Bernardo Bertolucci, assistente alla regia, ricorda che stendere i binari del carrello sul suolo polveroso del Pigneto, borgata proletaria romana che il cinema non si era ancora mai sognato di invadere, regalò agli artefici dell’impresa la stessa emozione provata dai pionieri tardo-ottocenteschi del cinema, dagli inviati dei Lumière: il mondo prima del cinema non esisteva più, il mondo dopo il cinema stava prendendo piede.  Carlo Altinier

IL FILOSOFO

Vi racconto la fortuna di aver conosciuto il mio filosofo del cuore.

Quello è stato il giorno in cui ho capito la differenza tra crepa e crepato.

Pioveva quel giorno, ma essere bagnati davanti a quella porta non era affatto scomodo. Prima di entrare lui si componeva, passava il pettine nei capelli per sistemarsi il ciuffo, la prima impressione è quella che conta, diceva.  Ricordo come fosse adesso, io dietro e lui che suona il campanello.

«Buon giorno signor Alberto, puntualissimo, questa volta mio marito aveva ragione, prego accomodatevi…» che bella signora penso, mentre sono attirato dentro lo scollo della sua corta vestaglia di seta. Alberto non la degna di uno sguardo e senza convenevoli, come suo solito, aspetta guardandosi attorno nel ricco salone impreziosito da molti trofei sportivi. Lei con eleganza lascia la porta aperta e ci fa strada accompagnandoci lungo un corridoio adornato di deliziose opere moderne. Passiamo avanti anche ad una grande stanza attrezzata a palestra, sembra volerci dimostrare l’origine della perfetta tornitura delle sue splendide gambe o forse che in quella casa vivono maschi allenati?

«Nicò, hai sentito?» mi dice il maestro a sottolineare il grande tonfo provocato dalla porta d’ingresso sbattuta con forza dalla signora: «Mai guardare il corpo delle donne quando sei nella loro casa…»

Già trasalito dal rumore improvviso, quelle parole mi incasinano di più i pensieri ma Alberto mi riporta alla realtà: «Raccogli gli attrezzi!»

«Signora l’elemento è crepato, va sostituito. Adesso dobbiamo andare.»

«No che dite, non potete lasciarmi con l’acqua che scorre, dite a me, quanto sarebbe la spesa?»

«Non meno di mille e non più di duemila, dobbiamo rompere ma prima andare a comprare il pezzo.»

«Sì, sì va bene, ma vi prego tornate presto.»

Fuori dall’appartamento Alberto completa il discorso: «È vero le occasioni le ho avute, ci ho rimesso tanti soldi, e niente che una grande escort non poteva fare meglio. La crepa si ripara, il crepato no.»

Quando un filosofo parla con l’evidenza delle sue esperienze tutto si aggiusta o ogni dubbio… crepa?

Da un mio esercizio 20 righe del gruppo FB SESE (Scrittori e Scrittrici emergenti)

ALDERICO

Alderico il mio collega d’ufficio non è uno scrittore. Non scrive mai, nemmeno i biglietti d’auguri a Natale, né legge, nemmeno le circolari. Rifiuta appunti e anche il quotidiano al bar non lo interessa. Nemmeno quando in prima pagina andò a finire l’orrendo omicidio di Carla, la collega del cinquantesimo piano.

Non si informa, non studia più, fosse per lui l’editoria sarebbe estinta. Sa parlare, racconta e articola discorsi compiuti, ma a fatica, balbetta e ci rinuncia sempre. Alza le spalle e se ne va, senza mai un finale degno. Gli piace ascoltare però e non si perde mai una presentazione o un convegno, preferisce la trama dei grandi classici e si annoia quando toccano argomenti come le tecniche della scrittura creativa o la differenza tra un vero scrittore ed un dilettante, sputacchia, bestemmia, si alza e se ne va. Con lui i suoi quattro amici che si porta dietro, un gruppetto di intellettuali con papillon, scarpe lucide e camici a fiori, sempre gli stessi, è il suo branco. Lo seguono ovunque. Il più delle volte lo trascinano mentre lui balbetta, sputacchia, e bestemmia sempre. Almeno cinquecento pagine, con gli anni ’80 del secolo scorso la letteratura è morta, dice.

Eppure, ogni volta che in pubblico parla, affascina la platea, poi balbetta, la la la faccenda si crepa, sputacchia, balbetta ancora, alza le spalle e va via seguito dal branco che dai quattro angoli della sala lo raggiungono sulla porta. Più che una claque è un servizio d’ordine, applaudono Alderico o aggrediscono chi osa lamentarsi e peggio contestare Alderico. In silenzio, come arrivano così spariscono. Poi li vedi discutere animatamente al parco intorno ad una panchina, in mezzo a pusher africani e bambini incustoditi che giocano a pallone. Ultimamente, ad ondate ripetute, anche dall’europa dell’est, emigrazioni di donne, pusher e bambini incustoditi. Quando trovano un barbone è festa di papillon, bevono insieme, condividono la panchina, urlano, ballano e cantano, venerando il mondo homeless, prevedono la fine del mondo e il ritorno nelle caverne, a disegnare graffiti.

Amici e colleghi con crapule solenni, lo adorano, lo prendono in giro, da lontano, alle spalle, si divertono e lo evitano volentieri. È facile, Alderico non rivolge mai la parola a nessuno, ma in città senza Alderico in sala non inizia niente o quasi, la mezz’ora accademica non si nega a nessuno, poi se ne fa a meno volentieri. Però senza Alderico il professore, ogni evento perde importanza.

La provincia è così, elitaria a prescindere. Ha bisogno di personaggi.

Non ci sa fare con niente, Alderico lo conoscono tutti, non gli daresti un soldo bucato, ma quando parla affascina, venderebbe un sacco di libri se solo si decidesse a scrivere. Ci hanno provato ma lui, balbetta, sputacchia e se ne va. Se non bestemmia è perché gli manca l’aria e ha fretta di nascondersi. È un tipo sorpassato, per gente colta, affascina anche quando non parla, come fuori moda è un’attrazione fatale. Pagano da bere e da mangiare ai papillon pur di dare importanza all’evento. Le agenzie lo sanno bene, promettono pacchetti completi di campagne pubblicitarie e di successo assicurato. L’alternativa è l’oblio e Alderico lo sa, è il suo nirvana.

Anche se non sono un giornalista conosco tutto di tutti e, in tutta onestà, i discorsi di Alderico hanno equilibrio narrativo, usa parole e concetti densi di rimandi colti e raffinati. Eppure… Io credo che tutto dipenda dalla sua idiosincrasia verso i nuovi media, i social, e così via. Insomma, oggi si sa che passa tutto da lì e lui non vuole saperne. Si ostina con la sua essenza irriproducibile, osteggia singolarità e non ripete, come Paganini. È puerilmente convinto che basti la qualità e la cultura, il momento non le repliche. Si illude insomma e cambia papillon ogni giorno.

Lui, d’altronde, non fa mistero della sua avversione ai dilettanti, di coloro che promuovono imbarazzanti operette, quelle senza idee, prive d’esperienze vissute in prima persona, insomma, quelli che non li cerca nessuno. Basterebbe una congrega platoniana, ecco, quello ci vorrebbe per trattenerlo ancora. Invece no. Alderico continua a rifiutare aficionados, selfie e come tutti quelli come lui, si guarda bene dall’impegnarsi a lasciare un segno per gli altri, una rapida intesa, una lezione in saldo. Tutti immobili nella loro supponente superiorità di ritenerlo infondo inutile. Nemmeno una raccolta firme per salvaguardare la sua memoria. Un orpello insomma, un pezzo di scenografia. In ufficio? È un’altra persona, giacca e cravatta, mai un papillon.

presentato sul gruppo FB Libri e Recensioni

 

KLAUS

Discutevano da lontano, connessi da un continente all’altro del mondo.

«Quando dici perfezione hai idea di cosa parli?» il vecchio lo indicava con l’indice per dire, hei tu, proprio tu.

«Cosa sei? Un disco rotto?» mentre il giovane sbuffava e guardava a destra e sinistra sulla sua scrivania piena di libri.

«Magari una leggenda di vinile, nero come la pece…» e il vecchio rideva alzando il viso al cielo come per rincorrere ricordi volanti.

«Stai concentrato ti prego, dammi una mano, lo so cosa vuoi dirmi: mi condanni l’abuso di parole, l’enfasi oltre il significato letterale. Pensi che lo stia facendo anche con perfezione?» si guardano oltre lo schermo, negli occhi si attraggono mentre la pausa intervenuta promette di centrare l’obiettivo di entrambi: toccarsi.

«Il tuo non è solo un abuso, tu le parole le devasti, le offendi, le saccheggi. Vuoi una mano? Bene, fammi un esempio di perfezione…» il vecchio adesso era serio.

«Cos’è un tranello? Che vuoi dire?» il giovane abbassa lo sguardo, inizia a disegnare sul foglio segni geometrici collegando parole appuntate prima e pensa di chiudere il collegamento.

«Ecco lo vedi? Stai pensando di finire la discussione: te lo do io un esempio di perfezione?» il vecchio si sistema sulla sulla sedia diventata cattedra e comincia a raccontare.

Il papà Carlo, a Berlino mai avrebbe immaginato che il suo erede avrebbe poi trionfato. Lui ai Giochi Olimpici nel 1936 in Germania, partecipò senza successo e dieci anni dopo chiamò Klaus suo figlio. La Liberazione partorì speranze infinite, mai avrebbe sperato tanto, lui aveva visto Hitler, le parate delle svastiche, la guerra, le bombe, la tragedia, la morte, e nel 1936 le quattro medaglie d’oro di James Cleveland Owens, un nero.

«L’angelo biondo, questo è un esempio di perfezione» il vecchio cattura l’attenzione del giovane che adesso si agita impaziente.

“Klaus ha cominciato a 10 anni e si è tuffato oltre 10mila volte. Nel 1968 ha 19 anni, vince l’oro a Città del Messico e in un colpo solo porta a casa 1 milione di lire dal Coni, una 500 in dono dalla Fiat e finalmente la costruzione di una piscina coperta a Bolzano.”

«Hai idea di cosa significa avere il controllo di ogni muscolo, di ogni legamento, avere la padronanza dei nervi, dei pensieri nella testa e del battito nel petto che ingurgita aria? Hai idea di come si controlla il cuore? Di come si ferma il respiro l’attimo prima di rilasciare infinite molle d’acciaio sotto tensione, durante l’attimo del volo in avvitamenti e carpiati, di salti mortali che durano un secondo? Beh, questa è la perfezione…» condividendo le finestre del computer nella call di lavoro, il vecchio accompagna l’emozione delle sue parole con i video dei tuffi di Klaus Debiasi.

«Guardala e nutriti di perfezione, racconta i sacrifici che costa…»

Klaus l’angelo vinse la medaglia d’oro nel 1968 a Città del Messico, a Monaco nel 1972 e nel 1976 a Montreal. Unico atleta italiano nella storia ad essere riuscito in tale impresa insieme a Valentina Vezzali nella scherma (fioretto). Nessun altro tuffatore al mondo ha saputo eguagliare l’exploit (vincere 3 ori ai Giochi nella stessa specialità individuale in tre diverse e consecutive edizioni) di Klaus Dibiasi – unico tuffatore al mondo e unico maschio italiano di qualsiasi specialità olimpica !!!

I fatti raccontati sono presi da questo articolo: I 70 anni di Klaus Dibiasi, l’angelo biondo dei tuffi azzurridi GIANLUCA STROCCHI

da un mio esercizio 20 righe su gruppo FB SESE – Scrittori E Scrittrici Emergenti

https://nuotounostiledivita.it/biografie/klaus-dibiasi/

BILLY SUMMERS

Romanzo di Stephen King, Sperling & Kupfer, 2021

“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”

No tranquilli non è il finale di questo romanzo, ennesimo grande romanzo del grande scrittore King a quanto dicono, per me il primo, e chi se ne frega, attenti che vi sento. È ovvio che scrivo per me e per i tanti che come me ignorano King. Da oggi però, sono iscritto al club di quelli che almeno un King lo hanno letto nella loro vita anche se per la verità questo è il secondo… OnWriting lo tengo segreto, lo sto studiando, attenti vi vedo che state sorridendo: leggere e studiare sono cose diverse… Diciamo la differenza che passa tra godere e soffrire? No scherzo. Un fatto però è certo, un King ti eleva, ti mostra la via esclusiva verso la trascendenza letteraria. Billy Summers è un killer che fa lo scrittore e leggere uno scrittore che racconta un killer che fa lo scrittore, come lo fa Stephen King, è una magia stampata su carta, 545 pagine di pura libidine.

Pare che il capo del World Economic Forum, Klaus Schwab abbia scritto nel suo libro “The Great Reset” (il bestseller dei complottisti a cui mi onoro di appartenere) che la quarta rivoluzione industriale “porterà a una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica”, cioè un microchip impiantabile nel nostro corpo in grado anche di leggere i nostri pensieri. Allora, vi evito il fastidio, se proprio ci tenente, continuate a leggere questo diario. La verità è che se STEPHEN KING con la sua scrittura riesce a farti amare un personaggio come Billy Summers, significa solo che i pensieri umani sono pronti a migrare via digitale da un cervello ad un altro: lo fa la letteratura in modo analogico da quando l’uomo è caduto su questa terra perché la serpe ha convinto con le parole Eva a prendere Adamo per la gola tanto da farsi buttare a calci fuori dall’Eden.

Siamo pronti a tutto, visto che a quanto pare, durante l’incontro degli elitari globali di Davos di quest’anno, il CEO di Pfizer Albert Bourla ha spiegato che presto ci saranno le “pillole ingeribili”, una pillola con un minuscolo chip a microchip che invierebbe un segnale wireless alle autorità competenti quando il farmaco è stato consumato. Ora, in attesa dei microchip nel cervello degli studenti per promuovere l’intelligenza e la memoria, dico che siamo fortunati a disporre di romanzi così belli, veri e possenti tanto da sperare in menti lucide finché sapranno ancora leggere.

Ringrazio Maurizio Blondet per la sua inesauribile e vasta capacità informativa, è una mia vecchia conoscenza di quando i meetup sbocciavano e il movimento 5stelle non era stato ancora immaginato.

LA FINE DEL MONDO

Correvano braccati. Sandy e Carl, li chiamerò con questi nomi di fantasia, correvano braccati da un cacciatore feroce. Nella pianura aperta prima, poi nella boscaglia fitta, pericolosa forse anche più dell’assassino che li inseguiva senza tregua, correvano quasi sfiniti insieme al vento per non fargli annusare la paura che scappa, quella che avvampa il desiderio. Erano intelligenti Sandy e Carl. Uso questi nomi perché lei mi ricorda la bella che balla e canta mentre lui la saggezza con la barba bianca. Nomi di fantasia per ricordi brillanti come stelle. Li chiamo così perché sono esempi scampati alle dimenticanze del tempo.

Spietato come nessuno, avevano visto questo mostro all’opera più volte e il suo grido furioso non dava alternative: correre, correre e basta. L’unica salvezza forse poteva essere un diversivo, dargli un obiettivo migliore ma adesso il vento s’era fermato. L’immobilità nell’aria annunciava un epilogo ormai scontato, e lui si avvicinava incurante di tutte le bestie intorno, troppo insignificanti ai suoi occhi iniettati di sangue. I cuori di prede e aguzzino tuonavano nei petti come tamburi amplificando la frenesia di fuga per Sandy e Carl, mentre per il re cacciatore solo desiderio di carne e di vittoria.

Un diversivo, solo un miracolo poteva fermare l’assassinio degli innocenti. Arrivò improvviso, inaspettato come una grandinata di pietre in alta montagna. Un frastuono mai udito attirò i loro sguardi su nel cielo e fermò ogni muscolo mentre l’atmosfera adesso rovente diventava tempesta.

Una stella cadeva veloce più del suono in una fiamma che in un attimo da luminosa pallina lontana diventò più grande di tutta la terra che avevano mai conosciuto. Si estinsero insieme, morirono vittime e carnefice nell’inizio preciso di una nuova era di esseri viventi, sopravvissuti e nati dalla fine del mondo. Fossilizzati i giganti arrivarono gli umani e così pensieri e memoria.

Lo conferma la scienza, lo racconta la Storia: le comete passano le stelle no, magari cadono ma brillano eterne.

foto dal web – esercizio 20 righe su gruppo FB SESE

LA CARNE

romanzo di Cristò, edizioni Neo, 2020

Caro diario, oggi inizio a scriverti con le parole di Cristò, non ho scelta.

Succede che il mondo si sgetola e non sai se ti sgretolerai con lui o cambiarai tutto per rimanere intero. Il modo di parlare, il modo di vestire, la musica che ascolti, i pensieri, le azioni, le certezze, le paure.

Tutto o niente.

Perché sei finito insieme al tuo mondo e l’unico che può sopravvivere è un altro con la tua stessa faccia.

Ci sono momenti nella vita che attraverso come la pallina che gira nella roulette, quei momenti vorticosi e veloci finiscono per cadere in un romanzo e così mi sento come un croupier con il farfallino di un grande casinò ad annunciare l’uscita di un nuovo numero cui sono legate sventure e avventure di giocatori ingordi o semplici astanti annoiati. Il banco vince e lo champagne intorno corre a fiumi. Cosa può essere un mio commento se non l’apostrofo lilla tra la parola sogno e quella desiderio? Beh, devo dire che questo romanzo soddisfa proprio ciò: il mio desiderio di sognarmi in una nuova dimensione, rapito dalla lettura. Questa volta però l’incanto è diventata ipnosi totale. Sconvolgente e totale. Un numero fortunato, il mio, senza scommessa o azzardo se non la sorpresa di vedersi guardato dentro da una valle allagata di occhi vivi come luce di brillanti al sole. La sorpresa di toccare con mano gli zombi intorno e dentro e dirsi fortunato a sopravvivere. I deboli di cuore ma anche i forti, lo troveranno sconcertante, emozionante e commovente come è successo a me, ipnotizzato da una scrittura che diventa una cima di salvataggio ad ogni svolta pericolosa, in ogni trama della storia, in ogni anfratto della psiche dove provavo a rifugiarmi per non annegare in questo mare meraviglioso di parole che è CARNE. Il ribrezzo del vomito da sbronza e il desiderio di continuare a ubriacarsi con le pagine successive. Breve ma in lunghezza ma infinito in altezza: in fondo è l’intensità di un momento a renderlo unico.

E alla fine, il sentirmi privilegiato per essermi nutrito di CARNE, è l’ennesimo mai scontato desiderio di sogno soddisfatto, e 1, 10, 100, 1000 romanzi per provare a riempire tutto l’umano che abbiamo dentro prima di diventare zombi per le strade di questo strano mondo.

L’UOMO CHE DORME

Romanzo di Corrado De Rosa, nero RIZZOLI, 2018

Caro diario, ti racconto come è andata. Non potevo fare l’illegale, non volevo, probabilmente m’avrebbero fermato all’ingresso. Venerdì 18 marzo nel Salone di Palazzo S. Agostino a Salerno. Ci vuole quello super ma mi sono tamponato nel pomeriggio, ho quello normale, e se fanno storie male che va, avrò buttato un greenpass inutile, mi dico facendomi coraggio. Ho letto HOTEL D’ANGLETERRE e Carmine Mari è uno scrittore che mi è entrato nel cuore. Nessuno mi controlla, nessuno mi ferma, sono illegale ma sicuramente non sono infetto, forse, perché c’è una grande polemica sui falsi positivi e quelli negativi. Insomma l’inverno 2022 è stato un casino. Entro, compro IL FIORE DI MINERVA, un saluto all’autore e mi defilo senza confessare la mia colpa preparandomi all’evento leggendo l’incipit straordinario che di li a poco sarebbe stato recitato da Brunella Caputo e commentato da Corrado De Rosa. Tutto molto intenso e molto partecipato. Alla fine scappo, quando ti senti illegale è un casino nonostante la mascherina e la completa indifferenza al virus più per scaramanzia che altro, perché la verità è che la sua minaccia vortica nell’aria e fa molta paura ancora, più di prima. Scappo con l’adrenalina in corpo di sapere chi ca-cavolo sia questo relatore che mi ha sconvolto, parla come una mitragliatrice, scava nelle pagine come una trivella, analizza e trasmette passioni che avvolgono e tirano fuori dall’autore quelle emozioni nascoste come quando si strizza un panno per tirare via l’ultima goccia d’acqua. Psichiatra? Finalmente arriva l’estate e leggo quello che scrive, quel romanzo comprato online quella sera del 18 marzo 2022, L’UOMO CHE DORME.

Caro diario sono sfasato, lo so, ma qualcosa mi dice che non sono il solo. Diciamo che la vita viaggia in tempo reale mentre io me la godo rallentata. Qualche giorno fa un collega medico di Corrado, mi dice che è un “fuori di testa”, un folle. Lo sto leggendo, la sua scrittura è immensa e questo Antonio Costanza è un personaggio grandioso… “uno stronzo finto buono o un finto buono stronzo”. Dire collega medico è senz’altro riduttivo, nella frammentarietà competitiva e specialistica della società attuale (moderna???), non so bene quanto siano veramente colleghi tra loro psichiatri e anestesisti, cardiologi o neurologi, andrologo e ginecologo, urologo e ortopedico, poi mettici anche maschio e femmina e l’universo del dubbio diventa un buco nero in cui una teoria probabilistica dell’arcobaleno avrebbe più che dignità di presenza. Diciamo in concorrenza nei pezzi di carne cui dobbiamo la vita.

Insomma caro diario, un mare di chiacchiere per dirti che ho trovato il mio psichiatra a Salerno, divino è dire poco, devo solo capire se le sue parcelle rientrano nella mia capacità di spesa. Ma il “pro bono” vale solo per gli avvocati? Bella domanda, un po’ come dire: le letture sono sogni o sono i sogni a rendere le letture un sogno?

Lo chiederò allo Pschiatra, quando l’incontrerò, mai dovesse succedere, perchè il fatto che il male si può acchiappare mi sembra proprio quello che ci serve per fermare la guerra… Caro diario ti ho detto che… salire nel cielo a partire da un castello di sabbia e nessuno osava intervenire…

ACONITO

Non una foglia vibra. In attesa del giudizio divino l’aria intorno è ferma

Sulle Alpi si respira la forza della libertà ma nelle valli, gli eserciti in guerra non ne hanno. Combattere, eseguire ordini e basta.

Il confine l’ha voluto Dio con le montagne, a costruire passaggi ci ha pensato l’uomo e l’acqua potente dei ghiacciai, secolo dopo secolo, nei millenni. In montagna ci siamo noi partigiani, in lotta contro la guerra dei governi. Maledetti. Noi straccioni armati di idee e di armi prese al nemico.

Armati di cuore e spinti dalla speranza di liberazione. Sulla roccia a tendere imboscate, briganti a rapire l’anima degli schiavi, ad uccidere, uccidere, uccidere a tradimento.

Il gerarca ha sterminato i maschi ribelli, ha insozzato i letti, dorme con la pistola sul cuscino.

Ubriachi festeggiano il massacro. Maledetti. Nel paese la campana è muta come mai. Hanno bruciato la chiesa con il popolo chiuso dentro. Donne vecchi e bambini, e i pochi uomini, fucilati.

E poi, divorati gli animali più giovani e teneri, hanno brindato con il vino più buono del mondo.

Alcuni devono ancora lavorare. Sono affamati, incazzati per il comando ricevuto di rastrellare i fantasmi pericolosi, più in alto sulla montagna sconosciuta, mentre i fortunati in paese già festeggiano con le più belle, nudate per la scelta e il resto chiuse nella chiesa.  Sono arrivati quassù tra la neve. Il capo ha voluto il mio letto, la mia carne. Lui ha trovato pace e vuole mangiare ancora. Cucino per tutti i pochi militari del suo plotone d’acciaio e cucino per lui, maledetti assassini. Non una lacrima ho versato e lui mi guarda, mi fissa e ne vuole ancora. Di aconito napello ho fatto scorta e il cibo che servo loro ne è pieno come le mie Alpi, piene di questi fiori che assomigliano a un elmo. Mi stringe il braccio, mi strattona, lo metto seduto, gli dico mangia, l’ultimo bacio è il mio.

esercizio #Sese20righe_ultimobacio nel gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti

LA CURA

«Ma tu hai capito cosa voglio da te?»

Lei insiste, e più riceve risposte vaghe e più sangue rovente le infiamma la testa. È un fuoco che minaccia di bruciare questa stanza fredda di periferia.

Lui fissa il monitor come ipnotizzato. Deve solo strattonarlo, tirarlo giù dalla sedia e prenderlo a schiaffi, almeno uno.

«Sì, sì, ho capito ma tu hai letto questo. È un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa nel Permiano e per questo è considerato un fossile vivente. È una specie relitta.»

«Te lo ripeto: hai capito cosa voglio da te?» ultimo avvertimento, la voce è violenta.

«Sì, ho capito ma guarda anche tu, è utile per la memoria e la circolazione, è un potente antiossidante. Che dici, lo prendiamo?»

Si gira e la guarda ma non la riconosce, chi è questa pazza che strilla? pensa alzandosi.

«Dove credi di andare, mi devi rispondere!» grida lei più forte di prima.

Dal muro sporco di fumo arrivano tonfi di protesta del fastidioso vicino che urlando bestemmia tutti santi del calendario. È notte fonda, minaccia ancora una volta di chiamare le guardie.

I nervi sono tesi ma lui serafico la guarda negli occhi.

Finalmente ho la tua attenzione pensa lei soddisfatta stringendosi tra le mani i fianchi. La minaccia diventa un invito sensuale alla lotta.

Chi sei? Che vuoi? Non non ho capito, nemmeno ti ascoltavo riflette lui misurando i pensieri uno alla volta come a riprendersi l’equilibrio dopo una sbandata della pressione arteriosa.

Il sangue a volte non va solo alla testa ma scende, circola male

«A te veramente importa se capisco i tuoi desideri?» con tono supplichevole le mostra i piedi gonfi, poi con dolcezza, nella voce e nella mano, le sfiora l’orecchio mentre con l’altra le scioglie i capelli, un bigodino alla volta.

«Pensi che una cura con il Ginkgo Biloba possa servire?»

Lei vuole un figlio, lui lo sa, gli brucia dentro lo stesso desiderio.

È notte, quasi giorno, fanno l’amore, quello vero.

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esercizio 20 righe con tema: il ginkgo biloba nel gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti

IO PERSONAGGIO

L’ennesima batteria ciucciata come l’infante affamato di latte. Gli dico di smettere ma non smette, arreso alla nicotina, ne posa una ne prende un’altra carica, una pippa dopo l’altra. Fossero parole lo vedrei più sereno ma niente ciuccia leggendo un personaggio che non arriva, non parte, non si muove.

È buio intorno, la casa dorme, la strada rutta rumori striduli da macchine mangia rifiuti in lontananza, si avvicinano. Un carrellato dopo l’altro, li conta meccanicamente sulle dita che rifiutano la tastiera, mentre si gira sorride alla vista delle ombre sulla finestra chiusa fuori dalla persiana da cambiare, chiusa dentro dalla tenda gialla a fiori ricamati di Lorella. La luce del possente monitor proietta il gioco dell’altra mano che ha abbandonato anche il mouse sul tavolo appiccicoso di sudore e liquido aromatico della sigaretta elettronica. Intanto il personaggio non arriva, non parte, non si muove. La pagina bianca amplifica il gioco infantile delle mani, nel silenzio ritrovato, a volare, a salutare i molestatori urbani andati via alle sei del mattino. Lo pensa, lo vede, lo cerca in mille foto rubate all’intimità socializzata della rete, oltre mille pagine trascinate da uragani di parole. Pescatore di anime belle e tormentate. Ma nessuna lo convince, non arriva, non parte, non si muove. L’emozione è un artificio viscerale, intanto placa la fame di colazione con l’ultima gelatina alla frutta, rimasta sola.

Vorrei aiutarlo ma non vuole, non da ascolto, non chiede né legge a voce alta, muto rincorre sentieri già battuti, link del passato senza sbocchi. La rotellina gira, è un frastuono, all’indietro sull’altro pezzo da sistemare e gli occhi tornati fissi nella luce dello schermo, rimbalzano lettere come mitragliate. Non si offende, non si placa, procede immobile sulla sedia, anche questa volta l’incontro è rinviato. Soddisfatto rema in un altro mare. Sa che non è l’attesa ma il desiderio a creare l’azione. Venderei l’anima al diavolo per entrare nei suoi pensieri perché io no, lo guardo e aspetterò ancora.

esercizio sul gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti alla domanda: il personaggio sei tu, come ti racconti?

IL BUIO DENTRO

di Antonio Lanzetta, Editore LA CORTE

Sai cos’è il crepitio di vetri nello stomaco? Sai cos’è la conseguenza del male che rimane dentro e trasforma l’essere umano? Sai come si raccontano in modo vivido e coinvolgente momenti distanti nello stesso tempo di un romanzo, come adolescenza e maturità di un gruppo di personaggi tutti protagonisti in primo piano anche nelle scene dove sono assenti? Se lo sai allora hai letto IL BUIO DENTRO altrimenti leggilo e ne sarai rapito come è successo a me. La mia fortuna, ancora una volta, è stata scoprire l’ovvio di chi invece ha seguito l’evoluzione temporale dello scrittore, e attraverso le sue pubblicazioni, il segno indelebile lasciato negli anni. Io no, prima l’ultimo, L’UOMO SENZA SONNO e poi a ritroso questo grande romanzo in gara oggi, negli ALL STARS di sempre quando nel 2017 il Sunday Times lo ha definito uno dei migliori cinque thriller non inglesi di quell’anno.

Ecco la mia fortuna: la scoperta di Antonio Lanzetta nell’anno 2022 ad annodare nella stessa estate, fili intricati in una corda ruvida, tensione letteraria in un cappio che uccide, risolve, ogni dubbio o domanda su personaggi universali, la morte e la rinascita di un lettore che vive di nuovi desideri di conoscenza. L’intreccio armonioso e quell’ovvietà del bello a me ignota, di “scritture” salernitane immense ormai note e riconosciute nella letteratura moderna di questo complicato XXI secolo.

Il Cilento è salernitano, lo è in città, in provincia e nel mondo, puro, sporco, vergine, amato e desiderato, sfruttato e stuprato, regale, nobile e proletario, infettante ma anche curativo, medicina e veleno, come tutte le cose meravigliose, un desiderio continuo. Sì la terra, il cielo e il mare ma l’anima è l’umano che lo vive come un sogno e come un incubo, da quando Ulisse sentiva le sirene, da tanto prima e per tanto ancora finché saremo capaci di sopravvivere al male distruttivo di cui, come specie umana, siamo capaci. I conflitti come trionfo del bene sul male non sono un’opzione ma la necessità oltre il perdono, oltre la vendetta.

Nessun ostaggio credo possa mai raccontare pienamente il suo rapimento e così credo che ogni lettore può solo menzionare in parte le emozioni vissute nelle pagine di Antonio Lanzetta, ringraziandolo di poter raggiungere dall’interno, la quarta di copertina, e così la fine di un viaggio avvincente per tenerezza e tormento. La fine non si esaurisce con la conclusione della storia di cui si ha smania vivendola dentro i personaggi allo stesso tempo giovani e adulti. No, con la fine della storia inizia il desiderio della prossima, perché se il male nasce dal buio dentro, o il buio dentro ne è conseguenza, questo grande scrittore è la luce che lo rivela al mondo. Lo fanno anche altri grandi, ma come lui nessuno, almeno per me e solo chi lo ha letto mi può contestare, non altri.

In Cilento, Castellaccio, Agropoli, c’è Flavio, Claudia e lo Sciacallo quando era giovane, siamo tra oggi e l’estate del 1985…

Non la trama che puoi trovare ovunque in rete, né uno spot gratuito di riverenza, anche se di soggezione non me ne mancherà mai poca, ma questo è un commento, come gli altri, per una nuova pagina del diario di letture che cresce con i desideri di un lettore che non c’era, un fantasma, finché vive.

Esperienza

Succedeva un anno fa. A me e solo a me. Sembra strano per chi è del mestiere sapere che esistono persone che ignorano tutto di questo mondo. Io tra queste, forse solo, forse tra tante. Sconosciute. Faccio numero come un granello di sabbia e tanto basta. Un anno fa, ci sono le prove, ho finito il capitolo, ho concluso il romanzo. L’ho pubblicato. Troppo facile, troppo veloce, troppo di troppo di tutto. Troppo sbagliato.

L’avventatezza e l’ignoranza come scusa di aver sbagliato tutto, di rimettere tutto dentro l’intero tubetto una volta svuotato, con l’alibi ossessivo della presunzione di migliorare pasta, colore e sapore. I dettagli sono talmente noiosi e personali da renderli grandiosi come un chicco di sabbia, l’ultimo rimasto tra le dita. Dettagli. Inutilmente possenti e patetici come l’umido di una lacrima versata per una causa persa. Ma tanto basta per farne un racconto, questo, con la pretesa finale di dire: “fermati… con il senno di poi, non avrei dovuto!”

Il dettaglio fondamentale è che l’ultimo passo sia diventato il primo in un mondo tormentato e meraviglioso, una distrazione giocosa, con la presunzione del diritto alla presunzione della propria singolarità. Perso e disperso tra fabbriche, industrie, selve di rovi, di spine e di rose, sartorie per sfarzi e grembiuli, tappeti rossi e pezze al culo, di mestieri arti e professioni, di fango e schizzi di eterna bellezza a mostrare vicoli bui e piazze sfavillanti. A promettersi attimi di revisione tra pressione e depressione. A coltivare la pianta più viva, la meraviglia di crearsi universi paralleli di connessioni appese a fili recisi da ritmi frenetici di una quotidianità soffocante.

La mia esperienza è stata totalizzante nel suo essere consapevolmente un castello di sabbia, l’arte dell’impossibile, essere chi scrive e allo stesso tempo esserne l’editore, è quanto di più velenoso si possa pensare, scoprirlo mi ha solo confermato di quanto sia potente la scienza che studia la manipolazione delle menti della massa, asservita al mercato del consumo e del profitto. Ogni anfratto del desiderio umano trasformato in denaro contante da spremere da ogni limone disponibile, ogni limone tra miliardi, ognuno però succoso e succulento, e pensare al limoncello della Costiera mi manda in estasi. Infatti ho perseverato senza ritegno, macinando illusioni, essenze di grandezza. Cosa avrei dovuto far meglio?

Respirare senza affanno.

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Maria

STORIE DI RAGIONEVOLE FOLLIA di Alfonso Bottone, TERRA DEL SOLE Edizioni

Caro diario la vita corre, impazzita. Ci sono però fermate da cui non vorresti mai ripartire, poi ci ripassi ma non sono più le stesse. Per conoscere una persona, non c’è modo migliore di leggere cosa scrive, anche questo, credo, il successo dei social, poi c’è il resto, le foto, gli appuntamenti, il trasporto delle idee, maree e inondazioni di emozioni. Il desiderare l’incontro ma il più delle volte l’utopia della conoscenza, quella profonda, diretta, il dialogo, il lavorare insieme, l’amarsi.

Alcune persone brillano a prescindere, puoi ignorarle, evitarle ma la loro luce ti arriva lo stesso e l’allineamento dei pianeti ne può solo ritardare la vista, l’incrocio.

Questo piccolo e preziosissimo romanzo è uno spasmo emozionale che mi ha lasciato una cicatrice dolcissima. Il protagonista, Stefano, è una visione che attraversa il mondo lasciando poesia e tormenti intorno a se. Lo rincorri dalla prima all’ultima pagina e poi te lo ritrovi dentro a modellare pensieri scabrosi ma anche altri, di tenerissime speranze che sfuggono dalle mani.

Poi lo conosci di persona, Alfonso Bottone, e scopri che lo scrittore è oltre, la persona abbaglia, ti scava dentro perché ti conosce, ti ha letto, presenta quello che hai scritto tu e con poche parole ti spoglia e ti butta in pasto ad un pubblico che lui ha messo seduto davanti a te.

Caro diario, ti scrivo adesso di MARIA, e di come mi sia piaciuto, perché prima sarebbe sembrato solo compiacenza pelosa verso il Direttore che mi ha invitato a partecipare al suo XVI Festival nella Divina nell’anno domini 2022.

Per me è tutto una prima volta, forse considerazioni scontate e poco interessanti per chi ci è abituato e combatte da decenni in questo variegato mondo della letteratura, che comunque però, è solo un sotto insieme dell’intero universo culturale che rende degna l’umanità di esistere e riprodursi. È anche per questo che nel tuo post finale di saluti e ringraziamenti, ho condiviso e apprezzato molto la tua visione collettiva: “solo la Cultura può aiutare il mondo a salvarsi”.

Una prima volta, una prima dedica, un mondo di nuvole da cavalcare.

Al lettore resta risolvere l’enigma di collegare con questo tuo romanzo MARIA, l’umanità di arti diverse come quelle di Luciano De Crescenzo e Charles Bukowski.

CAMPIONI DEL MONDO

Sarebbe arrivata ne era sicuro ma l’attesa era rovente e gli bruciava dentro da quando era iniziata. Ancora stentava a crederci, aveva detto sì. “Va bene ci vediamo stasera dopo la partita“, quelle parole lo accompagnavano dal giorno prima come una carezza, in una dolcissima melodia legavano i pensieri uno dopo l’altro, la notte aveva dormito come un neonato sazio, e lei nel sogno era già sua.

Con il tintinnio delle palline di ghiaccio nel bicchiere ordinava un altro Martini mentre dal mare liscio come uno specchio, i riflessi della luna e delle luci della città rendevano la scena degna di un grande film. Mancava un niente alla perfezione, solo lei.

Per molti era un desiderio, una bellezza che fermava il respiro. La Bellucci di Malena non era niente, ecco perché per altri era una sciagura, maledetta. All’epoca Tornatore forse già pensava al Professore di Vesuviano, o’ camorrista. L’intreccio di quel ricordo rende l’attesa rovente come allora e nella mano il bicchiere ghiacciato non basta a placarne lo stesso fuoco, e oggi nemmeno la vodka ci riesce.

La pelle liscia e ambrata, gli occhi neri come un abisso, il Lido Azzurro è uguale, sarà cambiato il mondo ma le sensazioni sono le stesse, brividi di piacere con la brezza salata in faccia a richiamare emozioni già provate. Il fatto che odiasse il calcio l’aveva conquistata, anche lei amava altro, era diversa, irraggiungibile, invidia e desiderio, lontana dalla banalità della folla, ecco perché era sicuro che sarebbe arrivata.

Nel bicchiere il ghiaccio sciogliendosi segna il tempo che passa, attraverso il vetro i riflessi del mare, arcobaleno stonato, la folla è in festa, lei ha scelto quella. Siamo Campioni del Mondo. Quarant’anni dopo sono ancora qui in estate ad aspettare la fine di una partita mai iniziata.

 

esercizio 20 righe del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti con il tema: estate – – foto dal web

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CAPRICCIO

Sto pensando ad una storia per un romanzo. Figlio e padre, subordinato l’uno all’altro come dovrebbe essere sempre. Di padre e figlio, famosi come nessuno, raccolgo informazioni. Li osservo da tempo, sono personaggi perfetti, ma che dico? Protagonisti, altro che chiacchiere.

Ancora non bastano gli appunti registrati. Li ho spiati da lontano, sono inavvicinabili come ogni VIP è ovvio: ci ho provato a contattarli, fisicamente dico, ma è stato inutile. Armato di microfono direzionale e macchina fotografica evoluta, di quelle che fanno anche i video, ridevo tra me e me a sentirmi un paparazzo professionista che bracca la preda, una importante. Per cielo, mare e terra ho viaggiato e speso una fortuna, provandoci sul serio. Niente, ho fallito. Sono indebitato e ormai sconnesso dalla famiglia, rinnegato. Arreso? Ma manco a pensarci.

Ho il mio romanzo, la storia c’è, vibra, la sento. Dovranno imprigionarmi, io non rinuncio. Immagini quante ne vuoi, leggo interviste, scoop, trattati e saggi, e quindi non giro più, mi sono fermato. Studio alla scrivania come un ossesso, ho smesso di visitare i luoghi dove è segnalata la loro presenza, leggo documenti dal mio computer connesso al mondo. Mi interessano i contrasti. Fan e detrattori fanno la guerra tra loro, il successo di questo padre e di questo figlio da alla testa, difficilmente li vedi insieme ad un party. Il mondo delle Very Important Person è un altro universo. Per darvi un’idea della potenza di questi due personaggi, ma che dico? Protagonisti, ho scelto un dialogo breve ma significativo. Giudicate e fatemi sapere.

Una sera, si sono parlati in giardino, non in uno qualunque, uno orientale, un giardino oggetto di mille e mille rassegne esclusive, mica capperi? Ulivi.

Con la primavera alle porte le stelle lontane anni luce assistevano incredule. La luna piena illuminava la scena e registrava il sibilo delle foglie agitate. Melodie e la solita brezza serale:

“Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”

“No figliòlo mi spiace, è un capriccio. L’umanità deve soffrire!”

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pubblicato con pseudonimo TRICICLA nell’esercizio 20 righe del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti – foto dal web

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle signore.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sulla vecchia quercia consumata dai clienti. Il cuore di Rick pulsa impazzito sospeso a quella mano che lo tiene stretto. Lei sente sotto le dita scorrere il sangue impetuoso del giovane, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, lo lascia di colpo e con distacco lo ringrazia. Rick precipita nel baratro delle occasioni perse. Rimmel pesante, pensa, ma fissando la bocca carnosa immagina oltre quelle spente parole di circostanza.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, frigida dal morire di freddo mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, a tuo marito non ci pensi? Dai, vieni via con me.

Non hanno mai avuto segreti tranne uno, inconfessabile come il desiderio di Rick, invisibile.

Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Dopo tanti drink a litigare, le vede andare via mano nella mano, invisibile lui negli occhi e nei pensieri di queste due belle signore con la fede al dito. Peccato, pensa Rick, mi sarei fatto rapire volentieri. Rimasto solo, la notte non si spegne ancora, almeno fino all’alba.

La ladra è lei, la giornata che viene e una vita a mentire mentre il desiderio ti scoppia dentro.

da un esercizio per #sese20righe_ladra su gruppo FB scrittori.scrittriciemergenti pubblicato con lo pseudonimo Cocca nervosa

TIMES di chiocciolina

Avevo scritto giovedì. Anche venerdì e poi sabato. Non c’è più tempo. Seguila e commenta, mi hanno detto il giorno prima.

C’è una guerra? Dove? Sono pazzi ho pensato, avrei dovuto fermare l’attesa, la loro; la mia è tensione, conto pulsazioni, batto caratteri e spazi, come fiume in piena bagno deserti.

Nel frigo ho scorte di fantasia. Cazzo quanto costa oggi la frutta, conviene il gelato, vaschette da un chilo, colorate a poco prezzo, acqua zucchero e aromi chimici. Io vado a testa bassa, in folle, di corsa in discesa, senza freni, irriflessiva, ma che ne sanno?

Sono veloce, quanto veloce? Mi hanno scelto per questo, giovedì però mi sono inceppata. Porca zozza di una blatta che non vola più. Venerdì la guardavo spappolata per terra, uno schifo organico con schizzi neri, ombre artistiche lungo il bordo sbeccato dell’ultima mattonella bianca, lì nell’angolo, all’incrocio, il battiscopa staccato, sotto la chiazza di muffa, quel muro va grattato e pulito ho pensato, sì, pulizia morale, andava bene giovedì ma ieri, già sabato, la colonna di formiche è raddoppiata. Frenetici insetti trasportano via pezzi del cadavere.

Non c’è più tempo.

I viventi con la morte nutrono la vita, di un twitter, l’ho rincorsa dal corridoio quello schifo di una blatta, l’ho schiacciata con la suola liscia della superga di mamma, consumata in lavatrice la stoffa torna bianca come mai. Lei ci teneva, e mi raccontava, ragazza mia stupiscili mi diceva, loro hanno gli orologi ma tu hai il tempo, e con le tue parole ne controllerai il potere. Così mi accarezzavi.

Dove sei finita mamma? Mi hai mentito.

Lui che ne sa? Lo staff mi ha fatto il bonifico, misero; ho protestato: mi ha scritto l’avvocato, è nel contratto, è scritto, pagano solo quelli pubblicati, cinque proposte di twitt al giorno sono il minimo per mantenere il contratto. Stronzi! Quello nemmeno sa che esisto. Segui le dichiarazioni di Zakharova, Labrov e Dmitrij Sergeevic Peskov, mi hanno detto. Guardalo è la copia albina di D’Alema, ho pensato, sembra più dolce però.

Dirigenti precari a sfruttare manovalanza precaria, media manager mastini del tempo, un lavoro del cazzo. Mi ringhiano sul collo e il tempo accelera, troppo veloce per non scappare da questo brutto presente, sì, un lavoro del cazzo.

È domenica, passo lo straccio per terra massacrando formiche.

un altro esercizio (editato con il senno del poi)

#sese20righe_viaggioneltempo nel gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti

… e anche quello precedente, con pseudonimo Cocca nervosa

#sese20righe_ladra

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sul legno vissuto dai clienti. Sente sotto le dita il sangue impetuoso del giovane, pulsare, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, con distacco lo ringrazia.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, frigida dal morire di freddo mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, vieni via con me. Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Peccato, pensa Rick, da queste due belle mi sarei fatto rapire volentieri, almeno fino all’alba. Sono tenere, mano nella mano e io invisibile nei loro pensieri.

PICIUL

di Marco Peluso, 2021, Linea Edizioni

“… era così fragile da sembrare parte delle macerie che l’accerchiavano”

Quanti miracoli può compiere la lettura di un romanzo? E uno bello, avvincente e profondo come questo di Marco Peluso che ancora mi rigiro tra le mani? Dopo averlo letto con voracità, riporlo mi sembra un’offesa, un peccato. Mi succede con i romanzi che lasciano un segno indelebile di crudezza e poesia, non superficiale ma dentro la carne viva delle emozioni che mi continuano a vorticare in testa. Pagina dopo pagina è una scossa continua, sberle a ripetizione, sempre più pesanti. Ogni commento mi sembra non consono, superficiale e miseramente povero rispetto alla luce con cui l’autore riesce ad illuminare il mondo fuori e dentro questi suoi personaggi tanto unici quanto rappresentativi di tutta una gioventù metropolitana invisibile, sì di Napoli, ma uguale a qualsiasi altra megalopoli che mantiene nel suo centro tutte le bellezze e le tragedie delle periferie. Invisibili ma diffusi ovunque, insieme ai rifiuti, il lercio delle metropoli affollate e senza pietà. Seconda, terza, ma anche quarta generazione di migrati, italianizzati tanto da essere un corpo unico con tutti i suoi bubboni ormai fusi nella normalità quotidiana da secoli e secoli di geo frullati di etnie e di lingue, che di straniero non hanno più niente, se non la ghettizzazione interiore fin dentro ogni singola abitazione, ogni letto che, per quanto ammantato da degrado sociale finisce per essere un letto reale di umanità senza limiti di falso perbenismo o di vergogna. I sentimenti sono quelli che trascinano e riproducono l’umanità per quanto violata e stuprata. No, l’umanità non può sparire, può solo trionfare, fossero quelli dell’odio, della vendetta o quella della tenerezza e dell’amore, i sentimenti umani non si pensano, esplodono e basta. Peluso li tocca e li spoglia tutti, e poi con il bene e il male dentro ognuno dei ragazzi, delle loro famiglie, della loro vita, dal gioco alla violenza vera, ci trascina con se in una storia che mi ha rapito nel profondo, che non lascia indifferenti, no anzi mette in subbuglio i sensi e la volontà di correre dietro questi ragazzi non per comprendere ma per viverne a fondo l’esperienza. Sì, credo che quello che meglio possa descrivere la mia esperienza di lettura di Piciul è l’immersione totale nella storia, una storia potente, totalizzante, devastante, unica per l’atroce bellezza che mi ha folgorato.

Sentirsi fragili ed impotenti, non assolve ma rende più forti e spietati nella volontà di combattere l’indifferenza al degrado, no, non può essere la pietà, quelli che sopravvivono a tutto questo non sono la speranza ma la concretezza di dare al mondo una storia diversa, come ancora non abbiamo la capacità di immaginarcela, e tra i sopravvissuti, Blanca e Piciul, sono già oggi il nostro futuro più crudo e più vero.

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Infinite Jest ∞ 237/261 di 1260

Sei pagine da sballo, una serie infinita di frasi subordinate che iniziato tutte con un che – se non le leggete tutte non potrete mai sapere com’è, un dondolare infinito di onde, parole e concetti, ti avvolgono e ti cullano con dolcezza squisita. Non hai il tempo di pensare eppure pensi, non hai scampo nel riflettere ma lo fai leggendo, una ipnosi che ti trapana da dentro… e alla fine: “I delitti sono un esempio”. Erano iniziate con: “Se in virtù di carità o di disperazione doveste mai trovarvi a passare del tempo in una struttura statale di recupero da Sostanze…” – tra p.239 e p.245

” […] ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da sostanza, è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco di ansia. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che praticamente tutti si masturbano. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso.”

Non so cos’è, uno stile? L’ho provato a scimmiottare in un esercizio di 20 righe, una fatica sovrumana (la mia) ma tanto spassosa… l’ho dichiarato ma nessuno me l’ha chiesto. Che quello che interessa gli altri quasi sempre non è quello che interessa a te 🙂 … quanti hanno letto DFW? Sarà forse che mi piacciono i particolari che sfuggono o che sono irrilevanti? Non so, eccolo il raccontino che ho chiamato INCROCI.

“Che la maggioranza delle persone con una dipendenza da Sostanza è anche dipendente dal pensare, nel senso che ha un rapporto compulsivo e insano con il proprio pensiero.”

Poi, un trattato sui tatuaggi … un romanzo nel romanzo, la carne, i muscoli, la pelle, le emozioni, le teste, dei personaggi che ti schizzano in faccia la loro vita con una dolcissima carezza sul cuore… e non ti stanchi, leggi e non ti stanchi…

“C’è qualcosa di inspiegabilmente intenso in un tatuaggio molto sbiadito, un’intensità simile a quella dei vecchi vestitini fuori moda dei bambini, quelli che si trovano ripiegati nei bauli in soffitta ( i vestiti, non i bambini…”

E non mi stanco di leggerlo e rileggerlo…

“Ecco perché i tatuaggi carcerari sembrano fatti da bambini sadici in un pomeriggio di pioggia.”

Dai tatuaggi si ritorna nella camera dei ragazzi, la comitiva più stretta di Hal, compagni di studio, di tennis e di svago, tra loro la regina nei discorsi sulle sostanze è DMZ… “decantato ed elusivo Dmz , detto anche «Madame Psychosis»”. Ne progettano l’assunzione, ma con cautela, devono programmare i loro impegni sportivi, restano competitivi, non possono fallire le priorità di vittoria.

… perché anche l’Lsd il giorno dopo ti lascia non solo sfatto e down ma del tutto vuoto, una conchiglia, vuoto dentro, l’anima come una spugna strizzata.

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MALEDETTI PACIFISTI

Nico Piro, 2022 PEOPLE

Ci sono ragazzi che li vedi crescere, errare per il mondo, li vedi giorno per giorno, brillare come inviati di guerra, per anni, onesti e capaci, confermare la forza del fuoco che si portano dentro, la forza della verità da seguire e cogliere dove c’è, respirarla, in diretta in prima persona, non per sentito dire, diventandone un tutt’uno con il desiderio di raccontarla.

Succedono cose, vedo gente… le guerre, il dolore, il sangue, la deflagrazione tecnologica della stupidità umana, a grappolo, all’ammasso, gli sciacalli, i servi della menzogna, gli schiavi del diavolo, l’abisso del male, la morte innaturale, quella violenta, e la disperazione.

Nico ha scritto di voler fare la sua parte, essere una gocciolina che racconta, beh a me che sono a distanza di sicurezza dagli orrori, comodo e ingolfato in una quotidianità ovattata e tranquilla, questo suo brillante pamphlet, ha fatto l’effetto di una grande doccia fredda, necessaria, benefica. Mi ha purificato dall’afa asfissiante di menzogne e luoghi comuni che tenta di mettere catene al cervello, che tenta di recidere ogni desiderio di comprensione, che prova a manipolare e fermare ogni istinto di sopravvivenza degli spiriti liberi, indipendenti, critici. Quello che Nico scrive, con leggerezza e coinvolgimento, è un secchio in faccia alla sporca banalità dei manipolatori di coscienze. Grazie Nico, e per dirla con le parole di Calvino, “La ribellione non può essere misurata… Anche quando un viaggio sembra non avere alcuna distanza, non può avere alcun ritorno”, ammiro questa tua forza, sempre più rara, che ti permette di mettere distanza siderale, senza ritorno, da compromesso e corruzione. Perché magari per qualcuno è anche un prodotto da vendere o nascondere, ma per te la verità è da cercare, da raccontare, un meraviglioso bene comune. Ancora grazie.

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Funerale senza fiori

Perché deve essere così. Non hai avuto fiori perché l’ho deciso io. Non si sprecano i frutti della terra. Tu, non hai lasciato desideri, perché l’hai fatto? Me lo chiedo ancora. Ho dovuto ricordare tutti i momenti per cercare un desiderio, una volontà. Uno ad uno ho scavato nella memoria, nelle visioni di poche parole, di pochi discorsi, di pochi momenti, di una vita passata insieme a stare lontano. Perché deve essere così. Me lo chiedo ancora. Scavammo insieme una buca nella sabbia, mi facesti vedere come si fa e fu l’unica volta, ne ho scavate poi di fosse in giro per il mondo, e non le hai mai viste. Perché deve essere così, mi chiedo ancora.

«Che ne posso sapere io che non ho studiato, che ne posso sapere io che non ho viaggiato.»

Nemmeno mille lire hai dato per i miei figli e allora io ho lavorato solo per loro, per voi e per lei, la mamma, la mia famiglia, sempre, senza sputare mai per terra, immagino così tue parole suonarmi in testa come schiaffi. Sì, perché non potevi sapere di altri punti di vista oltre la realtà del sudore e dell’affanno, a lavorare sempre, prima di ogni futile piacere, perché prima veniva la costruzione del rifugio, tuo, proprietario, libero, indipendente, per non chiedere niente a nessuno, mai, da lasciare e hai lasciato un mondo. Senza sputare mai per terra, per rispetto, come educazione, come gentilezza verso la terra, per quanto infame e arida, ricca, come il tuo cuore. Non potevi sapere dei punti di vista, di quello che diceva un bastardo campione di tennis: se a Wimbledon butti il sangue si offendono perché sporchi il campo, invece quando lo fai in America ti osannano, ne vogliono di più. Il sudore e il sangue di lavorare sempre. Il tuo, anche in pensione, lavorare la terra. Un esempio sublime, magari sbagliato, corrosivo, distruttivo, ma quello ti faceva felice, e quanta gioia nei tuoi occhi che ridevano nel rivedermi ancora. Il funerale sei stato tu, non la morte, quando nemmeno più la forza di muovere un nervo ti ha preso, immobile a dipendere dagli altri, quella la morte, e nello sguardo tuo struggente, la sconfitta. L’impotenza, la tua, la mia, è stata la morte. Questo funerale senza fiori è la rinascita, vai vecchio mio torna a volare.

esercizio di scrittura gruppo FB #sese20righe_partecipareaunfunerale

21 giugno 1943

Oggi 21 giugno entra l’estate, il 21 giugno del 1943, a Salerno entrò la guerra, all’improvviso, inaspettata, i salernitani subirono il primo bombardamento in città da parte dei liberatori.

…poi luglio, agosto, settembre … il 16 una “santa” bomba dal cielo devasta la canonica della chiesa di Santa Margherita, uccidendo tre giovani civili innocenti, Matteo, Michele e don Felice.

Oggi la propaganda di una parte avrebbe negato, al massimo riconosciuto un errore collaterale, quella dell’altra parte avrebbe gridato a crimini di guerra, macellai.

Leggere la cronaca di quel 21 giugno 1943 fa venire i brividi.

Oggi, come allora la guerra sembra lontana, sembra non riguardarci anche se proprio oggi Draghi si confronta in parlamento.

Il 21 giugno 1943, a Salerno sarebbe una data da ricordare ogni anno, oggi sono 79, per ricordarne le vittime e per condannare la stupidità umana nel costringere i popoli nel fuoco devastante della guerra. 🤬

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IL PRIMO ATTACCO AEREO – Il primo, vero bombardamento – quello del giorno successivo, 21 giugno 1943 – giunge assolutamente inatteso. È un caldo lunedì, il primo giorno d’estate, e i salernitani, in gran numero, sono ancora in spiaggia quando risuona l’allarme aereo. Forse il piccolo Antonio Vitale, ospite dell’Istituto Umberto I, ha già invano annunciato l’arrivo degli aeroplani, suonando, dall’alto delle mura del “Serraglio” trasformato in posto di avvistamento, una tromba ben piú grande di lui, così come aveva fatto tante altre volte nella completa disattenzione dei salernitani. Nessuno crede che si tratti di alcunché di diverso dai soliti, inutili allarmi; solo pochi cercano riparo nei precari ricoveri antiaereo; i piú restano, inconsapevoli, a prendere i bagni di mare sulla spiaggia di Santa Teresa. È un tragico errore. Alle 13,15 e, poi, all’una di notte del giorno successivo, due diverse ondate di bombardamenti seminano terrore e morte in città. Don Aniello Vicinanza, priore curato della Chiesa dell’Annunziata, annota sul “Libro dei battezzati” della sua parrocchia gli avvenimenti di quel giorno: «Oggi 21 giugno 1943, alle ore 13, la città di Salerno è stata oggetto di una spaventosa incursione aerea da parte dell’aviazione Anglo-Americana. L’incursione si è ripetuta la notte tra il 21 e il 22 giugno. Gli effetti di tutte e due sono stati spaventosi, vari edifici colpiti in città e nel sobborgo di Pastena, con qualche centinaio di morti e forse duecento feriti. La zona della Parrocchia della SS. Annunziata è rimasta miracolosamente illesa. (Sit locus dei et B. Mariae V)». – fonte: Corriere del Mezzogiorno https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/salerno/notizie/cronaca/2013/2-settembre-2013/salerno_avalanche1-2222870602547.shtml

“La notte del 16 settembre 1943, nel corso di un bombardamento, venne colpita e distrutta la canonica provocando la morte del giovane sacerdote titolare della parrocchia, don Felice Ventura, di appena 34 anni e di due giovani che gli tengono compagnia: Matteo Rufolo e Michele Greco, rispettivamente di 15 e 29 anni. La chiesa subì danni rilevanti.” – fonte: https://www.parrocchiasantamargherita.net/la-parrocchia/la-storia/

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LA VIGILE ATTESA

Nel tempo in cui i corpi umani sono immobili e usati dall’Intelligenza Artificiale per produrre energia per le macchine che controllano il mondo, le menti connesse in una rete globale di dominio trovano un risveglio, la memoria: una nonnina dal futuro racconta

C’era una volta la vigile Attesa, quando nel mondo volavano farfalle. Non era come adesso che l’IA regna sovrana. Allora, in quel tempo remoto pieno di affanni, l’Intelligenza Artificiale si spegneva con un bottone e la corrente si faceva con il carbone, mentre Guerra la malvagia, sprecava sangue usando carri armati per regolare il traffico separando i buoni dai cattivi; li aveva inventati Leonardo, un genio vissuto pochi secoli prima, con ruote e motore erano cannoni guidati con occhi e mani di giovani umani. Sì, ragazzo mio, in quel tempo la gente viveva in agglomerati urbani, stretti stretti come alveari. Erano luoghi dove si compravano celle di cemento e acciaio con cristalli delicati e specchi di vetro come finestre. Intanto il tempo passava impegnando la vita a ripagare debiti e comprare ancora.

Non mi guardare così fanciullo mio, so che oggi sembra assurdo ma una volta era così: Violenza la terribile dominava, mentre Paura la tremenda, impazzava.

C’era Moneta la ricca a gestire conflitti e contratti, a tessere relazioni e proprietà, sconfitte e vittorie e come l’Intelligenza Artificiale, anche i soldi accumulati nei computer sparivano e apparivano con un bottone, mentre l’energia, come il sangue, si sprecava scavando terra, spaccando roccia, rigenerando città distrutte, abbandonando fabbriche alla ruggine e costruendone di nuove.

Sì figliolo, non meravigliarti. No, aspetta non farmi domande, fammi raccontare, poi tu dirai.

La bella Attesa era una vigilessa clonata mille e mille volte perché costava niente. In ogni casa fu mandata e ad ogni richiesta fu assegnata a fare compagnia fino a quando il petto isolato in quarantena, non gridava per mancanza di respiro. Senza alternativa, lei, magnifica guardiana, era una invenzione sopraffina. Insomma, come nelle favole più famose, Attesa sembrava la bella soluzione. Però Azione la cattiva, era ribelle, intasava piazze, strade e ospedali e si capì allora che il problema era spegnere i cervelli. Per non sprecare sangue inutilmente gli umani trovarono un accordo, aboliti i bottoni, con IA vissero tutti felici e contenti, artificiali ma contenti. Fine.

– No nonna, non mi piace, dov’è la Speranza?

esercizio di scrittura creativa sul gruppo FB Scrittori E Scrittrici EMERGENTI con tema: c’era una volta

L’UOMO SENZA SONNO

di Antonio Lanzetta, 2021 Newton Compton editori

Caro diario, non avercela con me, il tempo scorre senza mai sputare per terra, bastardo. Ne mancano ancora alcuni (anche qualche femmina) ma quello che mi preoccupa è lo psichiatra De Rosa. Questi salernitani, anche maschi, hanno preso il sopravvento, prima i salernitani appunto, è una questione di sovranità. No scherzo, se anche si fermasse a sputare per terra, l’unico modo di salvare il tempo, sarebbe quello di dilatarlo all’infinito e non è nemmeno tanto difficile, basta mettersi in viaggio alla velocità della luce. Sì, perdonami questa è un’altra storia. Mica tanto, se ci pensi bene: mentre fantasticavo parole giuste, l’algoritmo del meta verso ha colpito, è stato un attimo, un post, un click, le 22 pagine di UN SILENZIO DI CENERE, e un commento, “Attenzione: crea dipendenza”. Nemmeno sapevo della maledizione del medico Pietro Barliario da Salerno. Altro che pandemia.

“La mamma gli aveva spiegato che Barliario era un alchimista, una specie di mago vissuto a Salerno più di mille anni prima del morbo.”

Ritardato non ritardatario, mi sono detto di me stesso, basta una scossa, alla velocità della luce appunto, per lasciarci la pelle, la reputazione, la credibilità, la serietà. Caro diario, non avercela con me, i salti temporali da una pagine all’altra, da una lettura all’altra, sono ormai fuori controllo mentre sento le risate di DFW che mi deride dal suo eterno paradiso: «Non ce la farai a leggermi tutto». Una sfida, ancora una sfida è il motore della macchina del tempo.

L’UOMO SENZA SONNO è sconvolgente, io a dormire dormo, ma il sangue tormentato del mondo esce dalle ferite vive del protagonista Bruno, mi mancano le parole, mi manca il respiro, affogato come mi sento da tanto dolore. E quello di donna Pia?

“Bruno chiuse gli occhi e aspettò che l’alba bagnasse di sangue il giorno”

La tensione, il ritmo, la scrittura sopraffina, elegante e poetica da sogno, sono costituenti , lo so e maledico la mia povertà di strumenti all’altezza di questo grande romanzo, per scolpirne un benché minimo commento degno. L’incontro, la scoperta, la conoscenza, di una scrittura così avvolgente e sospesa nella durezza dell’esistenza, mi ha lasciato senza fiato, l’ho già detto? Dovrò ripeterlo bene per pulire al meglio la ruggine che mi consuma i pensieri. Ho letto bellissime recensioni, eccone alcune, ma non hanno dentro il segno profondo che Bruno mi ha lasciato.

Recensioni: Angelo CennamoLoredana GasparriTatiana Vanini

L’UOMO SENZA SONNO non è solo una storia thriller, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dei mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a bagnarsi è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.

Infinite Jest ∞ 203/237 di 1260

Non riesco ad andare avanti… le avrò rilette dieci volte. Non è proprio vero, vado avanti ma ritorno sempre indietro, forse anche più di venti volte, è un loop infinito. La mia fortuna oggi è avere un agguerrito torneo sociale di tennis che mi aspetta, non per vincere o perdere ma per soffrire nei muscoli che non seguono il pensiero dietro una pallina che schizza veloce, proprio lì, ai piedi delle colline di Giffoni, dove a luglio migliaia di giovani sono chiamati giuria per il festival internazionale del cinema per ragazzi, mentre ascolto Belfast Child dei Simple Minds ho un groppo in gola che non passa, vorrei piangere, vorrei sapere quando finirà, quando il bambino della città distrutta canterà ancora ma prendo il vecchio borsone e vado a giocare quello che piaceva a David, il gioco più di ogni altra cosa.

” […] ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da sostanza, è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco di ansia. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che praticamente tutti si masturbano. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso.”

#davidfosterwallace #infinitejest

#SimpleMinds #BelfastChild

When my love said to me

Quando il mio amore mi disse

Meet me down by the gallow tree

Incontrami giù vicino al patibolo

For it’s sad news I bring

Perché sono notizie tristi che porto

About this old town and all that it’s offering

Che riguarda questa vecchia città e tutto quello offre

Some say troubles abound

Alcuni dicono che i guai abbondano

Some day soon they’re gonna pull the old town down

Un giorno molto presto butteranno giù la vecchia città

One day we’ll return here

Un giorno noi torneremo qui

When the Belfast Child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

Brothers, sisters, where are you now?

Fratelli e sorelle, dove siete adesso?

As I look for you right through the crowd

Mentre vi cerco nella folla

All my life here I’ve spent

Ho vissuto tutta la mia vita qui

With my faith in God, the Church, and the Government

Con la fede in dio, la chiesa e il governo

Some say troubles abound

Alcuni dicono che i guai abbondano

Some day soon they’re gonna pull the old town down

Un giorno molto presto butteranno giù la vecchia città

One day we’ll return here

Un giorno noi torneremo qui

When the Belfast child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

When the Belfast child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

So come back Billy, won’t you come on home?

Quindi torna a casa billy, non vuoi tornare a casa?

Come back Mary, you’ve been away so long

Torna maria, sei stata lontana per cosi tanto

The streets are empty, and your mother’s gone

Le strade sono vuote, e tua mamma non c’è più

The girls are crying, it’s been, oh, so long

Le ragazze stanno piangendo, è passato cosi tanto tempo

And your father’s calling, come on home

E tuo padre sta chiamando, torna a casa

Won’t you come on home? Come on home

Perché non torni a casa?

Come back people, you’ve been gone a while

Tornate gente, è da un bel po’ che mancate

And the war is raging, through the Emerald Isle

E la guerra si sta infuriando, attraverso le isole di emerald

That’s flesh and blood man, that’s flesh and blood

Questo è carne viva e sangue, questo è carne e sangue

All the girls are crying, but all’s not lost

Tutte le ragazze stanno piangendo, ma non tutto è perso

Well, the streets are empty, the streets are cold

Beh, le strade sono vuote, le strade sono fredde

Won’t you come on home? Won’t you come on home?

Non vuoi tornare a casa? Non vuoi tornare a casa?

The streets are empty

Le strade sono vuote

Life goes on

La vita va avanti

One day we’ll return here

Un giorno noi torneremo qui

When the Belfast child sings again

Quando il bambino di belfast canterà ancora

un pauso meritatissimo a Mario e a tutti, insieme per un altro pomeriggio ancora, abbiamo sconfitto ogni tristezza!!! Grazieeee!!! 

tra una cosa e l’altra: la Divina

non sarà mai abbastanza ma prima di tutto c’è una prima volta e allora quale occasione migliore, la ripartenza, la presenza, il viaggio, andare in Costiera e starci qualche giorno, qualche settimana, e perché no, un mese, per scoprire e respirare l’aria eterna di una bellezza divina?

Rendo omaggio al vulcanico Alfonso Bottone, il merito della sua grandiosa opera di promozione artistica e turistica di questo luogo incantato fatto di gioielli unici incastonati nella storia millenaria dei nostri popoli, mediterranei e oltre…

Un grande in bocca al lupo al Direttore e a tutto lo staff e un invito permanente a tutti coloro che ancora non hanno mai percorso il … Sentiero degli Dei.

P.S. se trovate tutto occupato è solo colpa della bellezza della Divina Costiera.

sconti per il festival su prenotazione diretta

Hotel CaporalMINORI – tel. 089.877408    

Hotel EuropaMINORI – tel. 089.877512    

Maison RaphaelMINORI – tel. 089.853545    

B&B Le Stanze di PenelopeSALERNO – tel. 3337540378    

Hotel SettebelloMINORI – tel. 089.877619    

Palazzo VingiusMINORI – tel. 089.8541646    

COMUNICATO STAMPACosta d’Amalfi, 28 Marzo 2022

Autori, libri ed editori in gara per il Premio costadamalfilibri alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. E i concorsi ancora aperti

Sono 44 i libri in concorso per le tre sezioni del Premio costadamalfilibri, nell’ambito della sedicesima edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. Di seguito gli autori, i titoli e le case editrici protagonisti dei salotti letterari dal 27 Maggio al 17 Luglio prossimi.

Per la sezione “Narrativa/Saggistica”: Adriano ArgenioIn balia del grano e del vento” (Orme), Laura AvellaI racconti di Laurice” (Poesie Metropolitane), Filomena BarattoIl ragazzo venuto dal mare” (LFA Publisher), Lisa BernardiniTu ce l’hai Peter Pan? Appunti di viaggio in un tempo difficile” (Pegasus), Andrea BloiseStorie di lui” (La Caravella), Jessica BrunettiVerdenotte” (DrawUp), Alessandra CarbogninTeresa D’Avila. Dall’eros al matrimonio spirituale” (Metis Accademic Press), Domenico CataniaClisteros scappa da Calcide e lo inseguono in Sicilia” (Amazon Kindle), Gabriele CavaliereStorie d’amore e di guerra dalla Costa d’Amalfi” (Officine Zephiro), Ivano CiminariIl penitente” (Montag), Pierpaolo CorrealeUn tango per me” (Giovanna Scuderi), Giuseppe De SilvaCiente carezze e mille vase. Poesie, Racconti, Aneddoti su Diego Armando Maradona” (Beldes), Roberta Deciantis”Pandemia” – Storie di vita e percorsi terapeutici” (Letteratura Alternativa), Pietro Di GennaroIl terzo livello – RELOAD” (KDP Amazon), Rita Di LietoVoglia di raccontare” (Officine Zephiro), Antonia FlavioDiario bruciato” (Poetica), Sonia GiovannettiLa poesia, malgrado tutto” (Castelvecchi), Antonio GuarinoIl secondo tempo dell’amore” (Castelvecchi), Roberto MamoneIl viaggio e le sorprese della natura. Tra Malinowski e Maupassant” (Orme), Georgios LabrinopoulosL’Italia dei giganti” (Pegasus), Giuseppina MellaceIl lato oscuro del nazifascismo” (Europa), Raffaele MessinaArtemisia e i colori delle stelle” (Colonnese), Rosaria PannicoL’eternità di un’Anima” (Il Saggio), “Giuseppe Placidi. Quella notte che durò una settimana” a cura di Massimo Pasqualone (Teaternum), Angela ProcacciniIl silenzio degli adolescenti” (Graus), Calogero Giancarlo RestivoIl Destino nelle Sue mani” (LeDivine), Roberto RitondaleOperette umorali” (Book Road), Raffaele Ruocco – Maricetta PatissoLa terra del possibile” (Gagliano), Claudia SabaLa Teca dei segreti” (Armando), Matteo Alberto SabatinoIl proiettore delle memorie” (Schena), Maria Delfina TommasiniNN di SS Lebensborn” (Progetto Cultura), Angela TorriAnin” (Albatros Il Filo).

Per la sezione “Giallo/Noir”: Filippo De MasiLe case hanno gli occhi” (Pegasus), Linda Di GiacomoCarta canta. Un enigma grafologico per Agnese Malaspina” (BookaBook), Salvatore GargiuloLa baia di Miami” (Dragonfly), Francesco LeoCinque anime” (Altrimedia), Ettore PanellaLoquendum – amore, sangue e socialnetwork” (Vertigo), Simone PavanelliLa leggenda di Marinella. Le streghe danzano nelle nebbie del Polesine” (Mursia), Gaetano ProviteraIl canarino ha cantato” (D&P – Palladio), Alessandro VizzinoLa zanzara dagli occhi di vetro” (Mursia).

Per la sezione “Antologia”:  “La maschera le maschere” a cura di Gennaro Maria Guaccio e Annabella Marcello (LFA Publisher), “Storie di cibo” a cura di Gino Primavera (Solfanelli), “Voci dal mare – Quaderni mediterranei” a cura di Silvestro Neri, Lorenzo Cittadini e Pedro J. Plaza Gonzalez  (La Piave), Prospettiva AlfaLe ladre di nuvole. 9 storie senza tempo” (Letteratura Alternativa).

Le valutazioni dei vincitori affidate alle tre giurie della Festa del Libro in Mediterraneo: quella dei lettori per la sezione “Narrativa/Saggistica”, quella dell’Associazione Porto delle Nebbie per la sezione “Giallo/Noir”, e quella dell’Associazione costadamalfiper… per la sezione “Antologia”. Premiazione il 15 luglio con una maiolica realizzata dal maestro ceramista Nicola Campanile di Vietri sul Mare per il vincitore della sezione “Narrativa/Saggistica”, e opere artistiche della pittrice Ida Mainenti di Salerno per i vincitori delle altre due sezioni.

Soddisfatto il direttore organizzativo Alfonso Bottone: “Anche per questa edizione registriamo una presenza di qualità di autori e case editrici, provenienti da tutte le regioni italiane. Il che vuol dire che il lavoro delle giurie, come già per gli anni precedenti, non sarà facile. Ai salotti letterari in concorso per il Premio “costadamalfilibri” si aggiungono anche presentazioni di libri non in gara, la cui programmazione sarà resa nota successivamente. A tutti l’augurio di un buon festival”.

Restano intanto aperte le iscrizioni ai concorsi legati alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it: da quelli in ambito scolastico, come “Scrittore in…banco” rivolto a ragazzi/e delle Scuole Medie Superiori italiane, invitati a realizzare un breve racconto, partendo dal tema dell’edizione 2022 della Festa del Libro in Mediterraneo “Abbiamo diritto alla dignità per aver diritto alla vita”, e le favole di classe di “Favolando Premio Otowell”, concorso rivolto alle Scuole Primarie, sul tema “Noi e…il mare”.Per entrambi la scadenza di partecipazione il 20 Aprile.

E poi il Premio di poesia in lingua italiana “Giardino Segreto dell’Anima” e il Concorso internazionale di narrativa “I racconti della “Divina””, i cui bandi sono aperti fino al 10 Maggio, e  il contest “Verde Poesia!” promosso dall’Associazione Impronte Poetiche, con scadenza 27 Aprile. E quelli in rampa di lancio: il 1 Aprile “100 Poeti e Poetesse lungo il Sentiero dei Limoni”, con l’assegnazione del Premio Azienda agricola Cuonc Cuonc, sul tema della Pace, e il 4 aprile il contest panchine poetiche “Libero di essere” promosso dall’Associazione Poesie Metropolitane.

Informazioni sul sito www.incostieraamalfitana.it, sulla pagina facebook @incostieraamalfitana.it, o telefono 3487798939

“Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia.” Wallace, David Foster. Infinite Jest

IMPREVISTI PERICOLOSI

un commento al Thriller di Rocco Papa, 2017 Ed. Libromania

Da quando a questo fantasma è venuta la smania, l’allagamento di romanzi comprati e da leggere sta raggiungendo un disagio decisamente imbarazzante: è una invasione. «Pirla! C’è la versione digitale» lo so ma non è la stessa cosa 🙂

Quindi? Avevo bisogno di una boccata d’ossigeno e gli eventi mi hanno tirato dentro questo thriller con un titolo calamita.

Fortuna è che la verità non è discutibile, i romanzi, quelli veri, quelli belli, non affogano mai.

Pericolosi? Già gli imprevisti sono una seccatura spesso atroce, perché rischiare? Christo! Inizi una bella storia e questa non ti molla fino alla fine quando finalmente con l’ultima pagina ti senti appagato.

Scrittura pulita, essenziale, fluida, ordinata, tanto da mostrare profondità estreme con una semplicità avvolgente che mi ha veramente stupito. Rapito.

La tensione è viva come, insieme, lo spessore della riflessione: il protagonista di Papa ha dentro l’universalità dell’uomo grigio, quello medio che esiste solo nelle statistiche ma che, invece, è parte del nostro comune conflitto interiore, quello quotidiano, quello della normalità impostaci come dovere di essere parte, per quanto facilmente sostituibile, della complessa macchina sociale. Il Thriller costruito da Rocco è completo nella sua proporzione equilibrata di azione materiale e psicologica, tanto da rendere potentissimo quello che sembra un semplice luogo scontato: “nella sua vita gli imprevisti non erano previsti”. Scelta coraggiosa e devo dire: vincente!

“La neutralità delle emozioni era un punto di forza per analizzare con obiettività il mondo; Ferrara riteneva che lasciarsi condizionare dai sentimenti nuoceva gravemente alla salute e al suo lavoro.”

Ovviamente c’è una lei, una volta ancora rossa 🙂 con il suo turbo aspirato, motore di eterne tempeste letterarie:

“Aveva i capelli sciolti, ricci e rossi, e indossava un tailleur blu su una camicia bianca; gli occhi neri e grandi, appena truccati. Era alta e magra e aveva l’area spaesata, o impaurita. Annodato al collo portava un foulard rosso.”

Ovviamente c’è lo spogliarello indecente e seducente delle paure più intime e profonde:

“Solo un pazzo avrebbe lasciato la sicurezza del lavoro di medico per dedicarsi al ballo. Il ballo non era nemmeno un vero lavoro, era una di quelle attività umane delle quali non capiva l’utilità.”

Caro diario, so che mi giudichi e ritieni una bestemmia interrompere la lettura di Infinite Jest di DFW per distrarmi con un altro romanzo ma ti giuro, ne avevo bisogno.

«L’anima, Pietro, sono le ali che ogni uomo ha per… per volare sopra questo mondo di merda.»

Una boccata di respiro fuori la complessità serve a tenersi aggrappato ad ali leggere ma tanto robuste da volare oltre. Oltre i doveri e le sfide da riprendere per combattere la resa, l’angoscia della sconfitta, oltre la normalità e il grigio che ci portiamo dentro nostro malgrado, perché in fondo, dobbiamo scavare e scavare ancora. La lettura imprevista è essa stessa la sincronizzazione fortuita e perché no pericolosa, di vite parallele che guardano la stessa luce dietro finestre soggettive come l’uomo grigio sulla copertina. A cinque anni dalla sua pubblicazione per me è una nuova scoperta salernitana, l’ennesima: IMPREVISTI PERICOLOSI è un romanzo ansioso ma veloce, un lampo che squarcia e brucia senza smettere, la domanda di sempre.

Per sapere la domanda di sempre, bisogna leggerlo.

Caro diario, lo so, ti prego, non rimproverarmi, prima di BRICIOLE di Rocco Papa, c’è L’UOMO SENZA SONNO di Antonio Lanzetta di cui non ho letto ancora niente… e poi Cioran (che cazzo ci azzecca non è salernitano), poi quello, quell’altro, e l’altro ancora… lo so anche Corrado De Rosa.

Christo! C’è la guerra! Aiutooooooooooooooooooo

geocoppole e teste di cocco

Esistono illibati posti nel cuore, puliti e struggenti come spiagge selvagge.

Non sono ricordi ma certezze eterne come le piramidi in Egitto.

Esistono loro malgrado e malgrado la cecità di occhi che non vogliono più vedere.

Esistono suoni nel vento che gira, turbinosi orrori, sono salvezza e paura, eolico fermento di belle e bestie, anche oggi, un lunedì dell’Angelo nel 2022.

Se non capisco bene l’italiano cosa voglio capire in cirillico, cinese o arabo, cosa voglio capire del mondo che gira costante con forze centripete e centrifughe, come lavatrice a strizzare sangue dai vestiti o missili a cercare sogni di grandezza, vendetta non arte. Cosa voglio capire di un pezzo di legno stretto nelle mani di donne in guerra, loro malgrado, linciate nella condanna da pietre infuocate d’odio, con il comando estremo di non arrendersi mai se non alla gloriosa morte del sacrificio.

La gravità nei ricordi non esiste, di tangibile c’è il presente di un giorno senza geocazzate autoreferenziali strabordanti da giornali che il popolo non legge più, da quando le parole nell’etere sono diventate immagini e le emozioni un business d’intrattenimento, solo geofritture di stronzate ammantate di verità binarie, perse in complessità solo accennate tra uno spot e l’altro, tra una tintura, un taglio, una messa in piega e maschere di trucco sotto fasci elettrici, lame di luce dai led del terzo millennio come spade a trafiggere le pompe nei petti di gente che chiede solo un misero rifugio alla precarietà della vita. Io, noi. Si assiste impotenti e mortificati dal raggiro multimediale, intontiti dai flussi informativi fuori controllo che però esigono ordine e precisione, al secondo, al comando di pubblicità milionarie.

Più struggente di una Pasquetta su una spiaggia del Cilento, selvaggia oggi come ieri, sento il primo concerto di Vasco quando non riempiva gli stadi, nemmeno uno piccolo come quello di Cava, quando sorelle preziose come le De Sio non erano che bambine nei primi anni ottanta del secolo scorso.

Di struggente ci sono le foto di una spiaggia segnata dalla paura, penso oggi ad ODESSA, sospesa e contesa, penso ai ragazzi che vorrebbero riempirla di spensieratezza, giocosa, cantata, senza pensieri osceni e deprimenti, un desiderio semplice, una spiaggia colorata e frastornante di schiamazzi divertiti al primo bagno di primavera.

Se ancora oggi abbiamo il divieto di balneazione su arenili in costruzione, loro hanno il divieto alla fuga, alla gioia, e mentre si vendono spiagge di sfogo consumistico e stupefacente con il Jova Beach party di Lorenzo con biglietti da duecento euro l’uno, le spiagge ucraine del Mar Nero sono vietate alla gioia, blindate nel terrore, sono zone di guerra…

Cosa ci confezionano, giorno per giorno? Solo geominchiate come dosi di metadone a lenire fame di notizie vere, nascoste e manipolate da sempre perché la guerra non fa sconti a nessuno, premia di medaglie al valore e alla ferocia, calpesta e restituisce morta, la gloria al sacrificio.

Burattini e burattinai danzano una “fottuta” danza. Una fottuta danza di orrori.

Di struggente c’è l’esempio di fratelli maggiori che ti aiutano a crescere e a superare le illusioni costruite dalle mistificazioni imperanti, quando sei giovane, quando cresci e quando li ritrovi più forti di prima, decenni dopo decenni a confermare che nella roccia nascono fiori, quelli stupendi.

E ancora Odessa? Mariupol sarà come Bagnoli, non un’acciaieria dismessa o bombardata, ma cancellata per ridare spiaggia e amore ai popoli bagnati dal mare. Un augurio almeno. Arrendersi alle armi non è viltà, posare il fucile non è sconfitta, e allora spogliate, smontate ogni soldato con baci e carezze, combatterlo significa solo farsi sparare inutilmente per una gloria che non esiste se non nell’idea putrida di chi ha il gas che scorre notte e giorno in tubi come vene nella terra, non ha braccia ma trivelle, e come testa, il geocontrollo delle menti. Maledetti burattinai, maledetti burattini senza coraggio, senza anima, asserviti senza fili. Di voi, solo i vermi mangeranno a sazietà.

Sembra incredibile, la minaccia è l’inverno economico, l’iperinflazione e i default di stato, una geocazzata per una federazione di stati con Cina e India come alleati, di vero c’è però l’impoverimento strutturale delle masse ad est come ad ovest, è la minaccia di chi misura la ricchezza in pil, di chi spende milioni in armi invece di risolvere la fame, la siccità e le devastazioni climatiche del mondo, di chi impazza nei palazzi sniffando stupefacenti evoluti di deliri di onnipotenza, come faraoni ieri.

Salvate ODESSA:  “«Il Dow Jones non è indice di eterna saggezza», dice lei.” (Madame Psychosis)

Basta geominchiate! Siete solo teste di cocco, e io? Nemmeno quella.

LA ZAMPOGNA: un regalo prezioso

Come ringraziarti Antonio? Organizzando un concerto per diffondere la tua musica? Magari ne fossi capace, di più, magari un tour. Questo tuo libro è prezioso, oltre che una manifestazione limpida della tua grande passione, non solo la musica, non solo l’umanità intrisa, la storia e l’amore, è oltre il pregevole tributo allo strumento, è il canto armonioso di voci che esaltano l’arte umana non come semplice espressione materiale ma come il coro musicale di se stessa: la vita. Dentro c’è tutto dalle foto agli scritti che ne fanno un’operazione culturale di prestigio e fondamentalmente ricca, preziosa appunto.

L’ARMONIA DEL DONO di Antonia Autuori, SUONI ROZZI E SELVAGGI di Paolo Apolito, IL DOLCE SUONO DOPO LA MIETITURA di Massimo Bignardi, UNA BUONA PRATICA di Antonietta Caccia, RITO ANTICO di Paolo Simonazzi, CORNAMUSE E ZAMPOGNE di Giovanni Floreani, e alla fine del viaggio letterale che diventa l’inizio del viaggio sensoriale, il tuo IL LEGNO CHE SUONA.

Così è: «È ligname e add sunà» e nelle tue mani, riproduzione popolare pura, magica, immortale.

La zampogna è nei miei ricordi più struggenti, gli anni settanta, i miei di bambino.

I suonatori di zampogna e ciaramella venivano davanti alla porta e il loro avvistamento in strada era già una festa. Qualcuno, ricordo, li faceva esibire in casa, come il prete che benedice a Pasqua. Poi anno dopo anno, li ho visti fermarsi negli androni dei palazzi, chiamare al citofono, suonare su invito e poi, nemmeno più nei portoni li ho sentiti suonare. Come scrive Apolito, un periodo, una frattura culturale e sociale, con l’urbanizzazione e l’industrializzazione che ci hanno cresciuto.

E allora, benedetto sia il custode della tradizione, soldato di musica, canto e ballo, dispensatore di emozioni, professore sensoriale dell’amore.

“LA ZAMPOGNA oltre la tradizione” è un regalo prezioso che custodirò con infinita riconoscenza, ancora grazie Antonio.

Compagnia Daltrocanto

Ad avercelo un papà che gioca con te

Sono ore complicate. Oggi come due anni fa una guerra.

Gela il sangue come se fosse mai possibile.

Quello scorre fin che c’è vita.

Vita appunto, la guerra ne cancella tante in pochi attimi.

In queste ore difficili e uguali a tante altre, impotente, agitato da costruzioni narrative in conflitto tra loro, mi sono chiesto spesso: «Tu che faresti al posto loro?»

Fortuna a non esserci, a non desiderarlo.

«Immagina di esserci in quella funzione.»

Chiedere di resistere, di combattere, di morire?

«Avrei alzato le mani, non si ragiona con chi ti punta il colpo in canna con il dito sul grilletto, non in quel momento» o sei già armato e sei più veloce, un soldato istruito e allenato, o sei morto.

Puoi ragionare con le armi abbassate. Deposte.

Nell’atto violento sopravvive il più forte, forse il meno fortunato.

I soldati non sono killer spietati, almeno non tutti, forse nemmeno la maggioranza. La differenza la fa la distanza tra un lavoro e il piacere di lavorare, difesa o offesa, la guerra è un lavoro sporco senza diritto di sciopero, di protestare, di contestare, l’alternativa si chiama tradimento, lo è per un soldato comandato, lo è per un partigiano asservito alla sua idea di resistenza.

«Un vigliacco! Questo saresti?»

«Avrei alzato le mani e mai avrei chiesto ad un mio governato, figlio o figlia, sorelle e fratelli, padri e madri, di prendere in mano un AK-47 e combattere contro missili, bombe e carri armati.»

«Scambieresti armi con fiori e con le parole giocheresti al controllo sociale del tuo popolo? Olimpiadi e competizioni artistiche tra etnie e riti tribali come musica?»

«Perché no, meglio sangue e dolore? Meglio scannarsi per patrie e imperi?»  

Guardare nel buio della bocca di fuoco e poi negli occhi di chi tiene il dito sul grilletto, è il racconto di chi governa le emozioni e manda al massacro anime innocenti.

«Va beh, avresti alzato le mani e poi?»

«Avrei aperto tutte le porte, consegnato ogni chiave segreta, ragionato di resistenza senza armi, senza cavalli di Frisia e trincee da scavare, avrei parlato alla mia gente per vietare la fuga, scacciare la paura della morte e io per primo in strada a fermare i carri armati con le mani, e con il corpo del mio popolo, nudo, catturato e amato l’anima dell’invasore.»

Nel Paradiso Dante scriveva che questa Terra è “l’aiuola che ci fa tanto feroci” ecco perché i guerrafondai si nutrono di paura e di morte. Maledetti.

Torneranno a stringersi la mano con un pezzo di carta, ridendo compiaciuti per un accordo firmato con il sangue, scherzando su spartizioni di proprietà astrusa di terra e affari, ingordi nella ricostruzione, divertiti nella competizione della ripartenza dei sopravvissuti richiamati a corte, ballando sulla crescita dopo la distruzione.

Ad avercelo un papà che gioca e non fa la guerra.

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Tweet di Francesca Mannocchi, maggio 2022

Non lo volevo fare, l’obiezione l’avevo respirata a polmoni pieni e ne ero convinto, poi quando arrivò la cartolina, la disillusione e la voglia di andare fuori, vinsero; io non lo volevo fare, il militare. Non hai idea di quanto delirio ti prende quando mitragli con un fucile d’assalto M16, una belva tra le mani, anche se sei un pivello che piscia in un poligono sotto lo schiaffo di un sergente convinto. Esplosioni, polvere e sagome senza sangue. Non hai idea di quanto non lo volessi fare eppure le marce, il giuramento, le guardie armate, il ferro, l’ordine e i gavettoni creano famiglia, la competizione, fanno grande l’uomo che vogliono loro. Il taglio è deciso, senza ritorno se affonda fino all’osso, dove l’anima muore. Non lo volevo fare, il militare, però solo dopo ho capito cosa combattere. Non hai idea della gioia nel giorno del congedo. Non solo il respiro di libertà, ma da quel giorno, l’alito caldo dell’anima tornata viva a sputarmi in faccia l’uomo da diventare…

la guerra dentro

corriamo dove altri non vanno

lottiamo dove altri rinunciano

ininfluenti come gocce di pantano

con corpi nudi armati di niente

contro le guerre vivi di folle respiro

corriamo, corriamo per non morire dentro

la guerra dentro 🙁

https://www.unionesarda.it/news-sardegna/blitz-militare-immediato-sardegna-circondata-sw98wxmz?fbclid

https://www.unionesarda.it/news-sardegna/sbarco-di-guerra-nel-porto-di-cagliari-h4pcpc0a

Infinite Jest ∞ 101/202 di 1260

In scena entrano Marathe e Steeply, agenti segreti, poliziotti, doppio e triplo gioco, le storie si intrecciano e il mistero, l’intrigo internazionale si fa fitto ma tanto, tanto divertente, appunto, uno scherzo infinito. Provo ad immaginare una scena che possa minimamente descrivere questo mio piacere costante che non scema nonostante la difficoltà di un testo difficile e tormentoso.

Ho fame, vedo una zuppiera piena di riso e mille colori di ingredienti riconoscibili e non. La tavola è enorme, imbandita e succulenta ma io vedo solo la zuppiera. Dentro il riso bianco e scuro, tostato e bollito, pieno di tutto, finanche rivoli copiosi di salse rosse, viola, verdi e nere, alcune gialle. Ho fame tanta fame. DFW mi porge un chicco alla volta, mi aumenta la fame e ad ogni chicco ne aumenta il gusto, una tortura irresistibile, l’acquolina brucia sul palato, il piacere di un piacere diverso da quello precedente e precedente ancora. A bocca aperta aspetto di placare questo bisogno con un chicco ancora, una parola nuova, una frase, un particolare, un gesto, un filo di nuova atmosfera, un pensiero. Una pagina ancora avanti e poi ancora dieci indietro. Una tortura irresistibile.

In scena entra lo spogliatoio di Hal, i suoi amici, i ragazzini da accudire, i maestri, i competitori da abbattere, i due fratelli eternamente presenti, un frastuono intimo, acre come il gesso su una vecchia lavagna di ardesia, e poi il padre e poi anche il nonno… Straziante ed estraniante, la capacità di rendere fondamentali momenti irrilevanti, inutili, normali, costituenti, le fondamenta, le fogne. Un fascio di nervi come una corda enorme intrecciata da mille fili, mi frusta e mi accarezza, enorme come quella d’attracco delle navi da crociera, cordame di un veliero in tempesta, un fascio di emozioni bagnate e salate di vita, tese e mollate che vedo schizzare fuori dalle pagine: anche un primo amore, di quelli di un’altro giocatore top, un mito tra i ragazzi, un atleta femmina, il sesso solo nemmeno ipotizzato, non tuo, forse una voglia sua, di quelle emozioni non colte, sprecate, mai consumate, di quelle che ti lasciano il segno per sempre.

Ho appuntato centinaia di frasi, dopo altre cento pagine nemmeno le ricordo, anche due o tre per pagina. Ne riporto solo una. Quanta vergogna mi coglie sempre più affamato e voglioso di altri granelli dal gusto inesplorato, mentre tutt’intorno la fame di notizie sulla guerra fanno di me un lercio spione di realtà truce e tristissima.

“Il deserto era del colore fulvo del manto di un leone.”