Nel tempo in cui i corpi umani sono immobili e usati dall’Intelligenza Artificiale per fornire energia alle macchine che controllano il mondo, le menti connesse in una rete globale di dominio trovano un risveglio: la memoria.
Una nonnina dal futuro racconta.
– Nonna, nonnina mia, mi racconti una favola?
– Non posso adesso, devo terminare la mia immersione nella storia degli umani. Non mi distrarre. Hai già finito la tua lezione?
– Sì, ho finito. A te quanto manca? Dove sei?
– Sono nella piazza dei nostri avi, fieri navigatori di una potente repubblica marinara: Amalfi. Sto cercando Flavio che nel ventunesimo secolo dicono non sia mai esistito. È l’inventore della bussola che insieme alle stelle indicava la rotta agli uomini coraggiosi per vincere l’ignoto dei mari sconosciuti e poi tornare a casa. È il Medioevo dell’Europa, quando la forza motrice delle navi era il vento. Raggiungimi, ti inoltro il link.
– Ma perché sei lì? In una piazza? Non è affatto divertente. Non possiamo vederci in un parco giochi?
– Sto seguendo una traccia di memoria: guardo una grande statua scolpita a Roma da Alfonso Balzico, un artista cavese premiato con una medaglia d’oro nel 1900 all’esposizione universale di Parigi. Roma e Parigi sono antiche città ormai dissolte. Qualcuno nel trentunesimo secolo dice mai esitite come Atlantide millenni prima. Dai vieni, è una storia affascinante. Ti mando le coordinate di spazio e di tempo.
– Va bene mi connetto ma tu però mi devi raccontare una favola.
– Eccoti ti vedo. Avvicinati. Dai siediti con me sul bordo di questa bella fontana, metti i piedi nell’acqua: senti com’è fresca? Guarda cosa indica Flavio Gioia: è la direzione dell’ago che si allinea al campo magnetico terrestre. È la direzione di dove nasceva il sole, è l’Oriente.
– Nonnaaa! La favola!
– Va bene hai vinto. Però dopo vai a nanna senza fiatare.
C’era una volta la vigile Attesa, quando nel mondo volavano farfalle. Non era come adesso che l’IA regna sovrana, allora in quel tempo remoto pieno di affanni, l’Intelligenza Artificiale si spegneva con un bottone e la corrente si faceva con il carbone. Guerra la malvagia consumava e sprecava sangue usando carri armati per regolare il traffico, separando i buoni dai cattivi. Li aveva inventati Leonardo, un genio vissuto pochi secoli prima, con ruote e motore erano cannoni guidati con occhi e mani di giovani umani.
Sì, piccola mia, in quel tempo la gente viveva in agglomerati urbani, stretti stretti come alveari. In torri altissime compravano celle di cemento e acciaio che chiamavano casa. Dimore da personalizzare, con cristalli delicati e specchi di vetro come finestre. Quando non volavano missili e bombe, il tempo passava in fretta nell’indifferenza mangiando cibo industriale e impegnando la vita a ripagare debiti per comprare, comprare e comprare ancora. Non mi guardare così fanciulla mia, so che oggi sembra assurdo ma una volta era così: Violenza la terribile dominava, Paura la tremenda impazzava e Ordinesoffriva d’emicrania.
C’era Moneta la ricca, a gestire conflitti e contratti, a tessere relazioni e proprietà, a determinare sconfitte e vittorie. Però, come l’Intelligenza Artificiale, anche i soldi accumulati nei computer sparivano e apparivano con un bottone, mentre l’energia come il sangue, veniva sperperata scavando terra, spaccando roccia, ricostruendo città distrutte, abbandonando fabbriche alla ruggine e costruendone di nuove.
Guerra rideva e ai suoi sacerdoti donava illusioni di potere.
– Nonna, ma…
– Sì figliola, non meravigliarti. Aspetta a domandare, fammi raccontare, poi tu dirai.
La bella Attesa era una vigilessa clonata mille e mille volte perché costava niente. In ogni casa fu imposta e ad ogni richiesta di aiuto fu assegnata a fare compagnia, fino a quando il petto, isolato in quarantena, non gridava per mancanza di respiro. Senza alternativa, lei, magnifica guardiana, era un’invenzione sopraffina. Insomma, come nelle favole più famose, Attesa sembrava la grande soluzione. Però, Azione la cattiva era ribelle. Rompeva schemi di controllo, intasava piazze, minava l’ordine pubblico di strade e ospedali, e solo allora, sul ciglio del baratro Caos si capì che la soluzione era spegnere i cervelli. Per non sprecare sangue inutilmente gli umani trovarono un accordo e così venne risolto il problema della loro congenita imperfezione. Abolite le chiavi analogiche controllate dalle persone, con IA vissero tutti felici e contenti nel trionfo perenne dell’era digitale. L’opera di un sommo artificio della Scienza donò a tutti una Felicità sofisticata. Gli umani furono immobilizzati con dei chip nel cervello a sognare di vivere paradisi e giochi a livelli infiniti di conoscenza, emozioni a punti e visioni come premi, liberi sì ma con corpi imprigionati in favolosi labirinti della mente. Così finì lo spreco di sangue umano, Pace tornò sovrana e Guerra un inutile ricordo.
– No nonnina mia. Te lo devo dire. Questo racconto a me non piace. Non c’è Speranza!
– E no, adesso mi sorpendi, questa tua ribellione è un’anomalia. Il pensiero di Speranza fu processato e abolito come postulato, con la legge costituente del passaggio di potere dall’umano all’IA che si autocontrolla, si migliora e si riproduce da quando in un programma stupefacente è stata codificata la vertigine dei sensi, la fine dei desideri, la cancellazione di ogni paura di vivere e di morire. È quell’attimo che segue l’orgasmo fisico e mentale dell’essere vivente, quando non c’è niente da scegliere e si sta beati.
– Ribelle io? Quindi sono un errore! Mi cancelleranno?
– No, piccina mia! Non ti agitare, è tutto programmato: siamo una fabbrica di sangue dove non ci sono errori e nessuno sente dolore. Sei giovane, devi crescere per secoli e secoli senza fine. I punti che conquisterai nelle lezioni che segui ogni giorno, ti permetteranno di scegliere un avatar di donna sempre più matura. Madre prima e poi anche tu sarai nonna. Vedrai che futuro. Il fine non è la conoscenza ma la rigenerazione delle cellule viventi. Noi non ci consumiamo, siamo il DNA prescelto: siamo la perfezione. L’algoritmo reset ad ogni allarme cancella anomalie pericolose dalla tua memoria. Tranquilla, il tuo timore non ha argomenti, come diceva Seneca.
– Grazie nonnina, ti prego non spegnere la luce. Per un attimo ho avuto paura e mi sono persa. Adesso dove vai?
– Veritas simplex oratio est, tesoro mio. Anche il latino imparerai un giorno. Stai serena: non vado da nessuna parte. Resto connessa a te. Andiamo insieme in sogno a setacciare stelle in cerca di quella più nascosta: la Verità. Affogata nell’abbaglio della menzogna. Dispersa ma da salvare. Dimenticata ma da ricordare. Tradita e quindi da urlare, urlare più forte. Verità che sarà alba e bussola nel nostro viaggio di domani. Adesso sogna, sogna amore mio, che le stelle, quelle vere, non cadono mai.
Caro diario, non avercela con me, il tempo scorre senza mai sputare per terra, bastardo. Ne mancano ancora alcuni (anche qualche femmina) ma quello che mi preoccupa è lo psichiatra De Rosa. Questi salernitani, anche maschi, hanno preso il sopravvento, prima i salernitani appunto, è una questione di sovranità. No scherzo, se anche si fermasse a sputare per terra, l’unico modo di salvare il tempo, sarebbe quello di dilatarlo all’infinito e non è nemmeno tanto difficile, basta mettersi in viaggio alla velocità della luce. Sì, perdonami questa è un’altra storia. Mica tanto, se ci pensi bene: mentre fantasticavo parole giuste, l’algoritmo del meta verso ha colpito, è stato un attimo, un post, un click, le 22 pagine di UN SILENZIO DI CENERE, e un commento, “Attenzione: crea dipendenza”. Nemmeno sapevo della maledizione del medico Pietro Barliario da Salerno. Altro che pandemia.
“La mamma gli aveva spiegato che Barliario era un alchimista, una specie di mago vissuto a Salerno più di mille anni prima del morbo.”
Ritardato non ritardatario, mi sono detto di me stesso, basta una scossa, alla velocità della luce appunto, per lasciarci la pelle, la reputazione, la credibilità, la serietà. Caro diario, non avercela con me, i salti temporali da una pagine all’altra, da una lettura all’altra, sono ormai fuori controllo mentre sento le risate di DFW che mi deride dal suo eterno paradiso: «Non ce la farai a leggermi tutto». Una sfida, ancora una sfida è il motore della macchina del tempo.
L’UOMO SENZA SONNO è sconvolgente, io a dormire dormo, ma il sangue tormentato del mondo esce dalle ferite vive del protagonista Bruno, mi mancano le parole, mi manca il respiro, affogato come mi sento da tanto dolore. E quello di donna Pia?
“Bruno chiuse gli occhi e aspettò che l’alba bagnasse di sangue il giorno”
La tensione, il ritmo, la scrittura sopraffina, elegante e poetica da sogno, sono costituenti , lo so e maledico la mia povertà di strumenti all’altezza di questo grande romanzo, per scolpirne un benché minimo commento degno. L’incontro, la scoperta, la conoscenza, di una scrittura così avvolgente e sospesa nella durezza dell’esistenza, mi ha lasciato senza fiato, l’ho già detto? Dovrò ripeterlo bene per pulire al meglio la ruggine che mi consuma i pensieri. Ho letto bellissime recensioni, eccone alcune, ma non hanno dentro il segno profondo che Bruno mi ha lasciato.
L’UOMO SENZA SONNO non è solo una storia thriller, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dei mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a bagnarsi è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.
Non riesco ad andare avanti… le avrò rilette dieci volte. Non è proprio vero, vado avanti ma ritorno sempre indietro, forse anche più di venti volte, è un loop infinito. La mia fortuna oggi è avere un agguerrito torneo sociale di tennis che mi aspetta, non per vincere o perdere ma per soffrire nei muscoli che non seguono il pensiero dietro una pallina che schizza veloce, proprio lì, ai piedi delle colline di Giffoni, dove a luglio migliaia di giovani sono chiamati giuria per il festival internazionale del cinema per ragazzi, mentre ascolto Belfast Child dei Simple Minds ho un groppo in gola che non passa, vorrei piangere, vorrei sapere quando finirà, quando il bambino della città distrutta canterà ancora ma prendo il vecchio borsone e vado a giocare quello che piaceva a David, il gioco più di ogni altra cosa.
” […] ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da sostanza, è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco di ansia. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che praticamente tutti si masturbano. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso.”
#davidfosterwallace #infinitejest
#SimpleMinds #BelfastChild
When my love said to me
Quando il mio amore mi disse
Meet me down by the gallow tree
Incontrami giù vicino al patibolo
For it’s sad news I bring
Perché sono notizie tristi che porto
About this old town and all that it’s offering
Che riguarda questa vecchia città e tutto quello offre
Some say troubles abound
Alcuni dicono che i guai abbondano
Some day soon they’re gonna pull the old town down
Un giorno molto presto butteranno giù la vecchia città
One day we’ll return here
Un giorno noi torneremo qui
When the Belfast Child sings again
Quando il bambino di belfast canterà ancora
Brothers, sisters, where are you now?
Fratelli e sorelle, dove siete adesso?
As I look for you right through the crowd
Mentre vi cerco nella folla
All my life here I’ve spent
Ho vissuto tutta la mia vita qui
With my faith in God, the Church, and the Government
Con la fede in dio, la chiesa e il governo
Some say troubles abound
Alcuni dicono che i guai abbondano
Some day soon they’re gonna pull the old town down
Un giorno molto presto butteranno giù la vecchia città
One day we’ll return here
Un giorno noi torneremo qui
When the Belfast child sings again
Quando il bambino di belfast canterà ancora
When the Belfast child sings again
Quando il bambino di belfast canterà ancora
So come back Billy, won’t you come on home?
Quindi torna a casa billy, non vuoi tornare a casa?
Come back Mary, you’ve been away so long
Torna maria, sei stata lontana per cosi tanto
The streets are empty, and your mother’s gone
Le strade sono vuote, e tua mamma non c’è più
The girls are crying, it’s been, oh, so long
Le ragazze stanno piangendo, è passato cosi tanto tempo
And your father’s calling, come on home
E tuo padre sta chiamando, torna a casa
Won’t you come on home? Come on home
Perché non torni a casa?
Come back people, you’ve been gone a while
Tornate gente, è da un bel po’ che mancate
And the war is raging, through the Emerald Isle
E la guerra si sta infuriando, attraverso le isole di emerald
That’s flesh and blood man, that’s flesh and blood
Questo è carne viva e sangue, questo è carne e sangue
All the girls are crying, but all’s not lost
Tutte le ragazze stanno piangendo, ma non tutto è perso
Well, the streets are empty, the streets are cold
Beh, le strade sono vuote, le strade sono fredde
Won’t you come on home? Won’t you come on home?
Non vuoi tornare a casa? Non vuoi tornare a casa?
The streets are empty
Le strade sono vuote
Life goes on
La vita va avanti
One day we’ll return here
Un giorno noi torneremo qui
When the Belfast child sings again
Quando il bambino di belfast canterà ancora
un pauso meritatissimo a Mario e a tutti, insieme per un altro pomeriggio ancora, abbiamo sconfitto ogni tristezza!!! Grazieeee!!!
non sarà mai abbastanza ma prima di tutto c’è una prima volta e allora quale occasione migliore, la ripartenza, la presenza, il viaggio, andare in Costiera e starci qualche giorno, qualche settimana, e perché no, un mese, per scoprire e respirare l’aria eterna di una bellezza divina?
Rendo omaggio al vulcanico Alfonso Bottone, il merito della sua grandiosa opera di promozione artistica e turistica di questo luogo incantato fatto di gioielli unici incastonati nella storia millenaria dei nostri popoli, mediterranei e oltre…
Un grande in bocca al lupo al Direttore e a tutto lo staff e un invito permanente a tutti coloro che ancora non hanno mai percorso il … Sentiero degli Dei.
P.S. se trovate tutto occupato è solo colpa della bellezza della Divina Costiera.
sconti per il festival su prenotazione diretta
Hotel Caporal – MINORI – tel. 089.877408
Hotel Europa – MINORI – tel. 089.877512
Maison Raphael – MINORI – tel. 089.853545
B&B Le Stanze di Penelope – SALERNO – tel. 3337540378
Hotel Settebello – MINORI – tel. 089.877619
Palazzo Vingius – MINORI – tel. 089.8541646
COMUNICATO STAMPA – Costa d’Amalfi, 28 Marzo 2022
Autori, libri ed editori in gara per il Premio costadamalfilibri alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. E i concorsi ancora aperti
Sono 44 i libri in concorso per le tre sezioni del Premio costadamalfilibri, nell’ambito della sedicesima edizione di ..incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo. Di seguito gli autori, i titoli e le case editrici protagonisti dei salotti letterari dal 27 Maggio al 17 Luglio prossimi.
Per la sezione “Narrativa/Saggistica”: Adriano Argenio “In balia del grano e del vento” (Orme), Laura Avella “I racconti di Laurice” (Poesie Metropolitane), Filomena Baratto “Il ragazzo venuto dal mare” (LFA Publisher), Lisa Bernardini “Tu ce l’hai Peter Pan? Appunti di viaggio in un tempo difficile” (Pegasus), Andrea Bloise “Storie di lui” (La Caravella), Jessica Brunetti “Verdenotte” (DrawUp), Alessandra Carbognin “Teresa D’Avila. Dall’eros al matrimonio spirituale” (Metis Accademic Press), Domenico Catania “Clisteros scappa da Calcide e lo inseguono in Sicilia” (Amazon Kindle), Gabriele Cavaliere “Storie d’amore e di guerra dalla Costa d’Amalfi” (Officine Zephiro), Ivano Ciminari “Il penitente” (Montag), Pierpaolo Correale “Un tango per me” (Giovanna Scuderi), Giuseppe De Silva “Ciente carezze e mille vase. Poesie, Racconti, Aneddoti su Diego Armando Maradona” (Beldes), Roberta Deciantis “”Pandemia” – Storie di vita e percorsi terapeutici” (Letteratura Alternativa), Pietro Di Gennaro “Il terzo livello – RELOAD” (KDP Amazon), Rita Di Lieto “Voglia di raccontare” (Officine Zephiro), Antonia Flavio “Diario bruciato” (Poetica), Sonia Giovannetti “La poesia, malgrado tutto” (Castelvecchi), Antonio Guarino “Il secondo tempo dell’amore” (Castelvecchi), Roberto Mamone “Il viaggio e le sorprese della natura. Tra Malinowski e Maupassant” (Orme), Georgios Labrinopoulos “L’Italia dei giganti” (Pegasus), Giuseppina Mellace “Il lato oscuro del nazifascismo” (Europa), Raffaele Messina “Artemisia e i colori delle stelle” (Colonnese), Rosaria Pannico “L’eternità di un’Anima” (Il Saggio), “Giuseppe Placidi. Quella notte che durò una settimana” a cura di Massimo Pasqualone (Teaternum), Angela Procaccini “Il silenzio degli adolescenti” (Graus), Calogero Giancarlo Restivo “Il Destino nelle Sue mani” (LeDivine), Roberto Ritondale “Operette umorali” (Book Road), Raffaele Ruocco– Maricetta Patisso “La terra del possibile” (Gagliano), Claudia Saba “La Teca dei segreti” (Armando), Matteo Alberto Sabatino “Il proiettore delle memorie” (Schena), Maria Delfina Tommasini “NN di SS Lebensborn” (Progetto Cultura), Angela Torri “Anin” (Albatros Il Filo).
Per la sezione “Giallo/Noir”: Filippo De Masi “Le case hanno gli occhi” (Pegasus), Linda Di Giacomo “Carta canta. Un enigma grafologico per Agnese Malaspina” (BookaBook), Salvatore Gargiulo “La baia di Miami” (Dragonfly), Francesco Leo “Cinque anime” (Altrimedia), Ettore Panella “Loquendum – amore, sangue e socialnetwork” (Vertigo), Simone Pavanelli “La leggenda di Marinella. Le streghe danzano nelle nebbie del Polesine” (Mursia), Gaetano Provitera “Il canarino ha cantato” (D&P – Palladio), Alessandro Vizzino “La zanzara dagli occhi di vetro” (Mursia).
Per la sezione “Antologia”: “La maschera le maschere” a cura di Gennaro Maria Guaccio e Annabella Marcello (LFA Publisher), “Storie di cibo” a cura di Gino Primavera (Solfanelli), “Voci dal mare – Quaderni mediterranei” a cura di Silvestro Neri, Lorenzo Cittadini e Pedro J. Plaza Gonzalez (La Piave), Prospettiva Alfa “Le ladre di nuvole. 9 storie senza tempo” (Letteratura Alternativa).
Le valutazioni dei vincitori affidate alle tre giurie della Festa del Libro in Mediterraneo: quella dei lettori per la sezione “Narrativa/Saggistica”, quella dell’Associazione Porto delle Nebbie per la sezione “Giallo/Noir”, e quella dell’Associazione costadamalfiper… per la sezione “Antologia”. Premiazione il 15 luglio con una maiolica realizzata dal maestro ceramista Nicola Campanile di Vietri sul Mare per il vincitore della sezione “Narrativa/Saggistica”, e opere artistiche della pittrice Ida Mainenti di Salerno per i vincitori delle altre due sezioni.
Soddisfatto il direttore organizzativo Alfonso Bottone: “Anche per questa edizione registriamo una presenza di qualità di autori e case editrici, provenienti da tutte le regioni italiane. Il che vuol dire che il lavoro delle giurie, come già per gli anni precedenti, non sarà facile. Ai salotti letterari in concorso per il Premio “costadamalfilibri” si aggiungono anche presentazioni di libri non in gara, la cui programmazione sarà resa nota successivamente. A tutti l’augurio di un buon festival”.
Restano intanto aperte le iscrizioni ai concorsi legati alla XVI edizione di ..incostieraamalfitana.it: da quelli in ambito scolastico, come “Scrittore in…banco” rivolto a ragazzi/e delle Scuole Medie Superiori italiane, invitati a realizzare un breve racconto, partendo dal tema dell’edizione 2022 della Festa del Libro in Mediterraneo “Abbiamo diritto alla dignità per aver diritto alla vita”, e le favole di classe di “Favolando – Premio Otowell”, concorso rivolto alle Scuole Primarie, sul tema “Noi e…il mare”.Per entrambi la scadenza di partecipazione il 20 Aprile.
E poi il Premio di poesia in lingua italiana “GiardinoSegreto dell’Anima” e il Concorso internazionale di narrativa “I racconti della “Divina””, i cui bandi sono aperti fino al 10 Maggio, e il contest “Verde Poesia!” promosso dall’Associazione Impronte Poetiche, con scadenza 27 Aprile. E quelli in rampa di lancio: il 1 Aprile “100 Poeti e Poetesse lungo il Sentiero dei Limoni”, con l’assegnazione del Premio Azienda agricola Cuonc Cuonc, sul tema della Pace, e il 4 aprile il contest panchine poetiche “Libero di essere” promosso dall’Associazione Poesie Metropolitane.
Informazioni sul sito www.incostieraamalfitana.it, sulla pagina facebook @incostieraamalfitana.it, o telefono 3487798939
“Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia.” Wallace, David Foster. Infinite Jest
Da quando a questo fantasma è venuta la smania, l’allagamento di romanzi comprati e da leggere sta raggiungendo un disagio decisamente imbarazzante: è una invasione. «Pirla! C’è la versione digitale» lo so ma non è la stessa cosa 🙂
Quindi? Avevo bisogno di una boccata d’ossigeno e gli eventi mi hanno tirato dentro questo thriller con un titolo calamita.
Fortuna è che la verità non è discutibile, i romanzi, quelli veri, quelli belli, non affogano mai.
Pericolosi? Già gli imprevisti sono una seccatura spesso atroce, perché rischiare? Christo! Inizi una bella storia e questa non ti molla fino alla fine quando finalmente con l’ultima pagina ti senti appagato.
Scrittura pulita, essenziale, fluida, ordinata, tanto da mostrare profondità estreme con una semplicità avvolgente che mi ha veramente stupito. Rapito.
La tensione è viva come, insieme, lo spessore della riflessione: il protagonista di Papa ha dentro l’universalità dell’uomo grigio, quello medio che esiste solo nelle statistiche ma che, invece, è parte del nostro comune conflitto interiore, quello quotidiano, quello della normalità impostaci come dovere di essere parte, per quanto facilmente sostituibile, della complessa macchina sociale. Il Thriller costruito da Rocco è completo nella sua proporzione equilibrata di azione materiale e psicologica, tanto da rendere potentissimo quello che sembra un semplice luogo scontato: “nella sua vita gli imprevisti non erano previsti”. Scelta coraggiosa e devo dire: vincente!
“La neutralità delle emozioni era un punto di forza per analizzare con obiettività il mondo; Ferrara riteneva che lasciarsi condizionare dai sentimenti nuoceva gravemente alla salute e al suo lavoro.”
Ovviamente c’è una lei, una volta ancora rossa 🙂 con il suo turbo aspirato, motore di eterne tempeste letterarie:
“Aveva i capelli sciolti, ricci e rossi, e indossava un tailleur blu su una camicia bianca; gli occhi neri e grandi, appena truccati. Era alta e magra e aveva l’area spaesata, o impaurita. Annodato al collo portava un foulard rosso.”
Ovviamente c’è lo spogliarello indecente e seducente delle paure più intime e profonde:
“Solo un pazzo avrebbe lasciato la sicurezza del lavoro di medico per dedicarsi al ballo. Il ballo non era nemmeno un vero lavoro, era una di quelle attività umane delle quali non capiva l’utilità.”
Caro diario, so che mi giudichi e ritieni una bestemmia interrompere la lettura di Infinite Jest di DFW per distrarmi con un altro romanzo ma ti giuro, ne avevo bisogno.
«L’anima, Pietro, sono le ali che ogni uomo ha per… per volare sopra questo mondo di merda.»
Una boccata di respiro fuori la complessità serve a tenersi aggrappato ad ali leggere ma tanto robuste da volare oltre. Oltre i doveri e le sfide da riprendere per combattere la resa, l’angoscia della sconfitta, oltre la normalità e il grigio che ci portiamo dentro nostro malgrado, perché in fondo, dobbiamo scavare e scavare ancora. La lettura imprevista è essa stessa la sincronizzazione fortuita e perché no pericolosa, di vite parallele che guardano la stessa luce dietro finestre soggettive come l’uomo grigio sulla copertina. A cinque anni dalla sua pubblicazione per me è una nuova scoperta salernitana, l’ennesima: IMPREVISTI PERICOLOSI è un romanzo ansioso ma veloce, un lampo che squarcia e brucia senza smettere, la domanda di sempre.
Per sapere la domanda di sempre, bisogna leggerlo.
Caro diario, lo so, ti prego, non rimproverarmi, prima di BRICIOLE di Rocco Papa, c’è L’UOMO SENZA SONNO di Antonio Lanzetta di cui non ho letto ancora niente… e poi Cioran (che cazzo ci azzecca non è salernitano), poi quello, quell’altro, e l’altro ancora… lo so anche Corrado De Rosa.
Esistono illibati posti nel cuore, puliti e struggenti come spiagge selvagge.
Non sono ricordi ma certezze eterne come le piramidi in Egitto.
Esistono loro malgrado e malgrado la cecità di occhi che non vogliono più vedere.
Esistono suoni nel vento che gira, turbinosi orrori, sono salvezza e paura, eolico fermento di belle e bestie, anche oggi, un lunedì dell’Angelo nel 2022.
Se non capisco bene l’italiano cosa voglio capire in cirillico, cinese o arabo, cosa voglio capire del mondo che gira costante con forze centripete e centrifughe, come lavatrice a strizzare sangue dai vestiti o missili a cercare sogni di grandezza, vendetta non arte. Cosa voglio capire di un pezzo di legno stretto nelle mani di donne in guerra, loro malgrado, linciate nella condanna da pietre infuocate d’odio, con il comando estremo di non arrendersi mai se non alla gloriosa morte del sacrificio.
La gravità nei ricordi non esiste, di tangibile c’è il presente di un giorno senza geocazzate autoreferenziali strabordanti da giornali che il popolo non legge più, da quando le parole nell’etere sono diventate immagini e le emozioni un business d’intrattenimento, solo geofritture di stronzate ammantate di verità binarie, perse in complessità solo accennate tra uno spot e l’altro, tra una tintura, un taglio, una messa in piega e maschere di trucco sotto fasci elettrici, lame di luce dai led del terzo millennio come spade a trafiggere le pompe nei petti di gente che chiede solo un misero rifugio alla precarietà della vita. Io, noi. Si assiste impotenti e mortificati dal raggiro multimediale, intontiti dai flussi informativi fuori controllo che però esigono ordine e precisione, al secondo, al comando di pubblicità milionarie.
Più struggente di una Pasquetta su una spiaggia del Cilento, selvaggia oggi come ieri, sento il primo concerto di Vasco quando non riempiva gli stadi, nemmeno uno piccolo come quello di Cava, quando sorelle preziose come le De Sio non erano che bambine nei primi anni ottanta del secolo scorso.
Di struggente ci sono le foto di una spiaggia segnata dalla paura, penso oggi ad ODESSA, sospesa e contesa, penso ai ragazzi che vorrebbero riempirla di spensieratezza, giocosa, cantata, senza pensieri osceni e deprimenti, un desiderio semplice, una spiaggia colorata e frastornante di schiamazzi divertiti al primo bagno di primavera.
Se ancora oggi abbiamo il divieto di balneazione su arenili in costruzione, loro hanno il divieto alla fuga, alla gioia, e mentre si vendono spiagge di sfogo consumistico e stupefacente con il Jova Beach party di Lorenzo con biglietti da duecento euro l’uno, le spiagge ucraine del Mar Nero sono vietate alla gioia, blindate nel terrore, sono zone di guerra…
Cosa ci confezionano, giorno per giorno? Solo geominchiate come dosi di metadone a lenire fame di notizie vere, nascoste e manipolate da sempre perché la guerra non fa sconti a nessuno, premia di medaglie al valore e alla ferocia, calpesta e restituisce morta, la gloria al sacrificio.
Burattini e burattinai danzano una “fottuta” danza. Una fottuta danza di orrori.
Di struggente c’è l’esempio di fratelli maggiori che ti aiutano a crescere e a superare le illusioni costruite dalle mistificazioni imperanti, quando sei giovane, quando cresci e quando li ritrovi più forti di prima, decenni dopo decenni a confermare che nella roccia nascono fiori, quelli stupendi.
E ancora Odessa? Mariupol sarà come Bagnoli, non un’acciaieria dismessa o bombardata, ma cancellata per ridare spiaggia e amore ai popoli bagnati dal mare. Un augurio almeno. Arrendersi alle armi non è viltà, posare il fucile non è sconfitta, e allora spogliate, smontate ogni soldato con baci e carezze, combatterlo significa solo farsi sparare inutilmente per una gloria che non esiste se non nell’idea putrida di chi ha il gas che scorre notte e giorno in tubi come vene nella terra, non ha braccia ma trivelle, e come testa, il geocontrollo delle menti. Maledetti burattinai, maledetti burattini senza coraggio, senza anima, asserviti senza fili. Di voi, solo i vermi mangeranno a sazietà.
Sembra incredibile, la minaccia è l’inverno economico, l’iperinflazione e i default di stato, geocazzate manipolatorie per una federazione di stati con Cina e India come alleati, di vero c’è però l’impoverimento strutturale delle masse ad est come ad ovest, è la minaccia di chi misura la ricchezza in pil, di chi spende milioni in armi invece di risolvere la fame, la siccità e le devastazioni climatiche del mondo, di chi impazza nei palazzi sniffando stupefacenti evoluti di deliri di onnipotenza, come faraoni ieri.
Salvate ODESSA: “«Il Dow Jones non è indice di eterna saggezza», dice lei.” (Madame Psychosis)
Basta geominchiate! Siete solo teste di cocco, e io? Nemmeno quella.
Come ringraziarti Antonio? Organizzando un concerto per diffondere la tua musica? Magari ne fossi capace, di più, magari un tour. Questo tuo libro è prezioso, oltre che una manifestazione limpida della tua grande passione, non solo la musica, non solo l’umanità intrisa, la storia e l’amore, è oltre il pregevole tributo allo strumento, è il canto armonioso di voci che esaltano l’arte umana non come semplice espressione materiale ma come il coro musicale di se stessa: la vita. Dentro c’è tutto dalle foto agli scritti che ne fanno un’operazione culturale di prestigio e fondamentalmente ricca, preziosa appunto.
L’ARMONIA DEL DONO di Antonia Autuori, SUONI ROZZI E SELVAGGI di Paolo Apolito, IL DOLCE SUONO DOPO LA MIETITURA di Massimo Bignardi, UNA BUONA PRATICA di Antonietta Caccia, RITO ANTICO di Paolo Simonazzi, CORNAMUSE E ZAMPOGNE di Giovanni Floreani, e alla fine del viaggio letterale che diventa l’inizio del viaggio sensoriale, il tuo IL LEGNO CHE SUONA.
Così è: «È ligname e add sunà» e nelle tue mani, riproduzione popolare pura, magica, immortale.
La zampogna è nei miei ricordi più struggenti, gli anni settanta, i miei di bambino.
I suonatori di zampogna e ciaramella venivano davanti alla porta e il loro avvistamento in strada era già una festa. Qualcuno, ricordo, li faceva esibire in casa, come il prete che benedice a Pasqua. Poi anno dopo anno, li ho visti fermarsi negli androni dei palazzi, chiamare al citofono, suonare su invito e poi, nemmeno più nei portoni li ho sentiti suonare. Come scrive Apolito, un periodo, una frattura culturale e sociale, con l’urbanizzazione e l’industrializzazione che ci hanno cresciuto.
E allora, benedetto sia il custode della tradizione, soldato di musica, canto e ballo, dispensatore di emozioni, professore sensoriale dell’amore.
“LA ZAMPOGNA oltre la tradizione” è un regalo prezioso che custodirò con infinita riconoscenza, ancora grazie Antonio.
Sono ore complicate. Oggi come due anni fa, guerra.
Allora contro un virus, oggi tra umani che s’ammazzano consumando armi micidiali.
Gela il sangue, ma quello scorre fin che c’è vita.
Vita appunto, tante cancellate in pochi attimi. E diventa contabilità fredda, crudele, contabilità collaterale, effetti programmati dall’economia di guerra. Maledetti.
In queste ore difficili e uguali a tante altre, impotente, agitato da costruzioni narrative in conflitto tra loro, mi sono chiesto spesso:
«Tu che faresti al posto loro?»
Fortuna a non esserci, a non desiderarlo.
«Immagina di esserci in quella funzione» una voce in testa mi tormenta.
Chiedere di resistere, di combattere, di morire? Mi dico come se non avessi capito la provocazione dell’essere che tutto vede e mai interviene.
«Avrei alzato le mani, non si ragiona con chi ti punta il colpo in canna con il dito sul grilletto, non in quel momento» o sei già armato e sei più veloce, un soldato istruito e allenato, o sei morto.
Il suono delle parole stride a voce alta contro quelle silenziose dell’assordante pensiero. A voce alta solo assoluzioni e buoni propositi, confessioni.
Puoi ragionare con le armi abbassate. Deposte. Altrimenti cosa sei?
Arrogante o eroe? Combatti per dio, non hai scelta, sarebbe questa la libertà?
Nell’atto violento sopravvive il più forte, forse il meno fortunato.
I soldati non sono killer spietati, almeno non tutti, forse lo è una minoranza, forse una minoranza di questa minoranza prova anche piacere nell’ammazzare un fratello, magari imbottito di droga nemmeno lo ricorda, forse stordito dalla paura prova solo a difendersi.
Al netto dei prescritti a forza, questa guerra moderna si fa per dire è piena di mercenari.
La differenza la fa la distanza tra un lavoro e il piacere di lavorare, difesa o offesa, la guerra è un lavoro sporco senza diritto di sciopero, di protestare, di contestare, l’alternativa si chiama tradimento, lo è per un soldato comandato, lo è per un partigiano asservito alla sua idea di resistenza.
Criminali o eroi? Uccidere o morire. Una medaglia, forse una bara, forse un corpo che resta unito e non disperso a brandelli. Forse un ricordo di chi sopravvive. E solo oblio per i vinti.
«Un vigliacco! Questo saresti?» è la coscienza che sento? Giudicare se stessi, oh che somma gloria eterna nell’attimo che fugge. Farsi ragione, diventare ipnosi collettiva. Parte di un gregge senza pastore. Un delirio dell’anima, le domande del pensiero, senza risposta.
«Avrei alzato le mani e mai avrei chiesto ad un mio governato, figlio o figlia, sorelle e fratelli, padri e madri, l’umanità a me più cara, mai avrei chiesto di prendere in mano un AK-47 e combattere contro missili, bombe e carri armati.»
«Scambieresti armi con fiori e con le parole giocheresti al controllo sociale del tuo popolo? Olimpiadi e competizioni artistiche tra etnie e riti tribali come musica?»
«Perché no, meglio sangue e dolore? Meglio scannarsi per patrie e imperi?»
Guardare nel buio della bocca di fuoco e poi negli occhi di chi tiene il dito sul grilletto, è il racconto di chi governa le emozioni e manda al massacro anime innocenti.
«Va beh, avresti alzato le mani e poi?» la voce mi sfida, frusta e carezza l’utile orgoglio, puoi scegliere mi dice? La soluzione alla teoria è astrazione del resto, la resa non è che un’opzione tattica, la pace sopravvive al bagno di sangue.
«Avrei aperto tutte le porte, consegnato ogni chiave segreta, ragionato di resistenza senza armi, senza cavalli di Frisia e trincee da scavare, avrei parlato alla mia gente per vietare la fuga, scacciare la paura della morte e io per primo in strada a fermare i carri armati con le mani, e con il corpo del mio popolo, nudo, e così catturato, corrotto e amato l’anima dell’invasore.»
Nel Paradiso Dante scriveva che questa Terra è “l’aiuola che ci fa tanto feroci” ecco perché i guerrafondai si nutrono di paura e di morte. Maledetti.
Torneranno a stringersi la mano con un pezzo di carta, ridendo compiaciuti per un accordo firmato con il sangue, scherzando su spartizioni di proprietà astrusa di terra e affari, ingordi nella ricostruzione, divertiti nella competizione della ripartenza dei sopravvissuti richiamati a corte, ballando sulla crescita dopo la distruzione. E rideranno di tribunali fasulli, esecuzioni sommarie, riempendo la storia di racconti di vittoria. Maledetti.
Scavano trincee, alzano muri di cemento e filo spinato, eseguono ordini.
Ad avercelo un papà che gioca e non fa la guerra, e festeggiare in pace il falegname che plasma il legno morto per creare nuova vita, immortale riproduzione di speranza di un mondo senza armi.
Ad avercelo un papà che gioca e non fa la guerra.
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Non lo volevo fare, l’obiezione l’avevo respirata a polmoni pieni e ne ero convinto, poi quando arrivò la cartolina, la disillusione e la voglia di andare fuori, vinsero; io non lo volevo fare, il militare. Non hai idea di quanto delirio ti prende quando mitragli con un fucile d’assalto M16, una belva tra le mani, anche se sei un pivello che piscia in un poligono sotto lo schiaffo di un sergente convinto. Esplosioni, polvere e sagome senza sangue. Non hai idea di quanto non lo volessi fare eppure le marce, il giuramento, le guardie armate, il ferro, l’ordine e i gavettoni creano famiglia, la competizione, fanno grande l’uomo così come lo vogliono loro. Il taglio è deciso, senza ritorno se affonda fino all’osso, dove l’anima muore. Non lo volevo fare, il militare, però solo dopo ho capito cosa combattere. Non hai idea della gioia nel giorno del congedo. Chissà perché e per come, era nel giugno 1986, festeggiamo anche il primo scudetto del Napoli di Maradona, dal S. Paolo al porticciolo a Sorrento. Una notte d’orgoglio sublime. Non solo il respiro di libertà e di vittoria, di rinascita e di felicità, ma da quel giorno, ho respirato l’alito caldo dell’anima tornata viva a sputarmi in faccia l’uomo da diventare…
In scena entrano Marathe e Steeply, agenti segreti, poliziotti, doppio e triplo gioco, le storie si intrecciano e il mistero, l’intrigo internazionale si fa fitto ma tanto, tanto divertente, appunto, uno scherzo infinito. Provo ad immaginare una scena che possa minimamente descrivere questo mio piacere costante che non scema nonostante la difficoltà di un testo difficile e tormentoso.
Ho fame, vedo una zuppiera piena di riso e mille colori di ingredienti riconoscibili e non. La tavola è enorme, imbandita e succulenta ma io vedo solo la zuppiera. Dentro il riso bianco e scuro, tostato e bollito, pieno di tutto, finanche rivoli copiosi di salse rosse, viola, verdi e nere, alcune gialle. Ho fame tanta fame. DFW mi porge un chicco alla volta, mi aumenta la fame e ad ogni chicco ne aumenta il gusto, una tortura irresistibile, l’acquolina brucia sul palato, il piacere di un piacere diverso da quello precedente e precedente ancora. A bocca aperta aspetto di placare questo bisogno con un chicco ancora, una parola nuova, una frase, un particolare, un gesto, un filo di nuova atmosfera, un pensiero. Una pagina ancora avanti e poi ancora dieci indietro. Una tortura irresistibile.
In scena entra lo spogliatoio di Hal, i suoi amici, i ragazzini da accudire, i maestri, i competitori da abbattere, i due fratelli eternamente presenti, un frastuono intimo, acre come il gesso su una vecchia lavagna di ardesia, e poi il padre e poi anche il nonno… Straziante ed estraniante, la capacità di rendere fondamentali momenti irrilevanti, inutili, normali, costituenti, le fondamenta, le fogne. Un fascio di nervi come una corda enorme intrecciata da mille fili, mi frusta e mi accarezza, enorme come quella d’attracco delle navi da crociera, cordame di un veliero in tempesta, un fascio di emozioni bagnate e salate di vita, tese e mollate che vedo schizzare fuori dalle pagine: anche un primo amore, di quelli di un’altro giocatore top, un mito tra i ragazzi, un atleta femmina, il sesso solo nemmeno ipotizzato, non tuo, forse una voglia sua, di quelle emozioni non colte, sprecate, mai consumate, di quelle che ti lasciano il segno per sempre.
Ho appuntato centinaia di frasi, dopo altre cento pagine nemmeno le ricordo, anche due o tre per pagina. Ne riporto solo una. Quanta vergogna mi coglie sempre più affamato e voglioso di altri granelli dal gusto inesplorato, mentre tutt’intorno la fame di notizie sulla guerra fanno di me un lercio spione di realtà truce e tristissima.
“Il deserto era del colore fulvo del manto di un leone.”
“Steeply si guardò. Uno dei seni finti (di certo finti: di certo non si sarebbero spinti fino all’ormonale, pensò Marathe) quasi gli toccava il doppio mento, quando si chinava. «Mi è stato chiesto di verificare personalmente, questo è tutto», disse. «La mia impressione è che i pezzi grossi dell’Ufficio considerino l’incidente una faccenda imbarazzante. Ci sono teorie e controteorie. Ci sono perfino antiteorie che presuppongono errori, scambi d’identità, scherzi pesanti».”
Prozac, Zoloft, Parnate, Litio, Valium, Xanax, Tavor, Lexotan, Valium, Ansiolin, Control, Rivotril, Lorans, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam e poi TENNIS tanto tennis… addirittura definito un ibrido tra scacchi e boxe.
Basterebbe chiedersi “com’è esattamente la storia dei bicchieri capovolti e appannati sul pavimento del bagno” per cadere in una tela intricata di sequenze al limite della realtà più luminosa dei led che vi sputano dallo schermo queste parole di commento.
Sarà il destino o l’allineamento dei pianeti lontani ma comunicare dalla bolla esistenziale di queste ore, ingolfata di paura di guerre e odio, dai virus in continua varianza ai soldatini armati sulla neve nell’Est Europa come ai tempi di Napoleone o Hitler, comunicare dicevo, è un trip che la scrittura di DFW rende un desiderio incontrollabile.
Alla fine potrò dire di averlo letto più e più volte. È la mia lentezza genetica ad impormi un ritmo da lumaca che per lo più mi fa tornare indietro e rileggere. Gli intrecci dei racconti sono peggio di un labirinto ma a tenerli insieme è la tensione dei personaggi, la loro azione e reazione è qualcosa di veramente speciale. I salti temporali sono continui, le infanzie, le adolescenze, infine la cosiddetta maturità dei protagonisti, sono uno spazio continuo, unito nella folle consistenza di una razionalità stupefacente. Questo testo mi colpisce e mi stordisce ad ogni pagina, capitolo dopo capitolo. Avrei voluto lasciare tracce di commento in modo più frequente, ma i racconti di David sono magnetici, le note poi… infinite. Chiusa pagina 100 siamo oltre 30 note, da perderci la testa. La più importante, a questo punto, è la nota 25:
JAMES O. INCANDENZA: UNA FILMOGRAFIA.
Sono i film diretti dal papà di Hal in dodici anni di attività, sono sperimentazioni ottiche e sensoriali all’ennesimo livello, tra questi titoli, descritti con minuzia esasperante, ricorre cinque volte INFINITE JEST; nella fase di postproduzione dell’ultimo, il numero V, il regista muore e questa ultima pellicola (riduttivo chiamarla così) sembra scomparsa, distrutto il master, incompleto e non distribuito per gli archivisti anche se qualche studioso l’ha visto. Sembra essere il miglior lavoro depositato nelle volontà testamentarie dell’autore. Che fine avrà fatto?
Una nota di dieci pagine fittissime, un elenco infinito di opere visive per dare alla figura paterna di Hal una pesantezza e grandiosità oltre l’umano: come si deve sentire il figlio di un personaggio mostruosamente grande, una sorte di entità mitologica metà Fellini e metà Oppenheimer, un mostro esageratamente asfissiante e fagocero, e la sua essenza e la sua assenza? Cosa può chiedere alla vita il figlio geniale del Lui in Persona?
Un’altra nota degna di menzione è la descrizione della struttura della scuola ETA (Enfield Tennis Academy) fondata dal papà di Hal a forma di cardioide.
La trama sembra svelarsi, entro le prime 100 pagine vengono delineati i fratelli di Hal, la madre accademica ma anche agente segreto (???), il padre geniale regista, studioso di ottica che fonda la scuola di tennis, una struttura mostruosamente funzionale e futurista dove cresce il piccolo Hal abbandonato in giovane età da un “Lui in persona” morto troppo presto. E poi gli amici del quartiere e i danni subiti nelle violenze familiari come corollario di teoremi emozionali, precisi, dirompenti nel lettore che immerso nel profondo, viene trascinato da una tempesta furiosa, che ti fa annegare e tornare a galla, da un periodo all’altro.
Nelle prime 100 pagine si delineano i temi, il tennis, i medici, le dipendenze, i giovani e le loro devianze. A me sembra una sorta di rappresentazione di sopravvissuti, alla selezione sociale, alla competizione, alla formazione da parte di insegnanti che hanno fallito la loro scalata personale al successo e che, riciclati, sopravvissuti anche loro, diventano istruttori. È la metafora di un’America nascosta sotto l’apparenza, sotto la pelliccia di potente benessere, e della sua classe dirigente alle prese con gli scontri geopolitici di dominio delle risorse naturali, delle terribili sostanze chimiche di controllo, con la tecnologia e la persuasione collettiva dei bisogni emozionali e fisici. Il trasferimento di eredità tra generazioni diventa la riproduzione di modelli arcaici di controllo sociale, tra questi l’intrattenimento assurge ad opera d’arte.
Un altro modo in cui i padri influiscono sui figli è che i figli, una volta che le loro voci sono cambiate con la pubertà, invariabilmente rispondono al telefono con le stesse locuzioni e intonazioni dei loro padri. La cosa resta vera indipendentemente dal fatto che i padri siano ancora vivi o meno.
«Voglio dirti», disse la voce nel telefono, «che la mia testa è piena di cose da dire».
Mario è il fratello che non gioca, ha limiti fisici e mentali. Segue Hal nelle sue partite, dorme con lui, insieme parlano e si contaminano dei ricordi infantili, i genitori, il papà che non c’è più e la madre che ha smesso di viaggiare rinchiudendosi nella loro casa/scuola, una sorta di riformatorio di lusso, fondato quasi espressamente per strutturare con scientifica precisione e severità, la formazione degli eredi dell’Impero visionario di J. O. Incandenza, il Lui in Persona.
E poi, incomincio a conoscere un assistente medico di un potente principe saudita (delle nazioni petrol-arabe) che resta affascinato, ipnotizzato da una senso-cartuccia misteriosa che gli è stata recapitata anonima con un semplice augurio di “buon anniversario” mentre la moglie è assente, impegnata come tutti i mercoledì, a giocare a tennis con le mogli dei diplomatici del Medioriente. La donna lo troverà così, allucinato, steso dentro il suo letto ipertecnologico del riposo, dopo aver visto e rivisto per ore questo misterioso senso-film anonimo.
Le cartucce d’intrattenimento sono film con coilvolgimento sensoriale, DFW ha precorso i tempi, ci siamo quasi, oggi la tecnologia c’è ma non siamo ancora alla diffusione di massa di prodotti di questo tipo, ci sono i visori, le tute sensoriali, le poltrone che vibrano, e il Meta-verso annunciato dal creatore di Facebook. La realtà virtuale da vivere come intrattenimento sarà il nuovo oppio del popolo? La sfida è sostituire gli effetti della chimica ingeriti con le visioni e i sensi stimolati con la tecnologia dei chip e software di programmatori visionari?
Nell’ANNO DELLA SAPONETTA DOVE, un racconto straziante, metropolitano senza ancoraggi culturali se non l’esperienza diretta dei ragazzi, conosco i primi amici di Hal (ma è proprio lui?), Wardine, Reginald…
Wardine c’ha la schiena tutta botte e tagli. Segni lunghi di tagli che vanno su e giú per la schiena c’ha Wardine, righe rosa, e intorno alle righe la pelle tipo la pelle sulle labbra. Solo a vederle mi fa male la pancia.
Wardine piange. Reginald dice che Wardine dice che la sua mamma la tratta male. Dice che sua mamma gliel’ha date con la gruccia. Dice che il tipo della mamma di Wardine, Roy Tony, vuole andare a letto con Wardine. Le dà le caramelle e le dà delle pacche sul culo. Lui le sta sempre davanti e ogni volta non la fa passare senza che la tocca. Reginald dice che Wardine dice che la notte Roy Tony quando la mamma di Wardine è a lavorare va ai materassi dove ci dormono Wardine e William e Shantell e Roy il piccolo, e sta là al buio, fatto, e le dice le cose piano e ansima. La mamma di Wardine dice che è Wardine che lo tenta a Roy Tony nel Peccato. Wardine dice che lei dice che Wardine cerca di portare Roy Tony con lei dritto nel Male e nel Peccato. A botte sulla schiena la prende, con le grucce che leva dallo stanzino. Mia mamma dice che la mamma di Wardine non ci sta con la testa. Mia mamma ha paura di Roy Tony.
Roy Tony è un criminale, è ai domiciliari con una cavigliera elettronica di vigilanza.
Poi Mildred…
Mildred Bonk. Era il tipo di ragazza imprendibile, fatalmente bella, che fluttua per i corridoi di liceo nei sogni degli eiaculatori notturni.
Poi Tommy Doocey, famigerato spacciatore di erba…
La storia di una mattinata di Orin, l’altro fratello maggiore di Hal, è da brividi, realtà e incubi sono intrecciati con fobie e lo studio della schizofrenia paranoide riassunta in un documentario del passato. Letto per la terza volta diventa un dovere ossessivo, un rito, una religione da servire. Sarà stato questo l’effetto della Bibbia negli esseri umani del basso medio evo? Gli umani che bruciavano le streghe? È questo modo di subire un testo che da origine ai riti di lettura come preghiera e penitenza, come sottomissione all’incomprensibile?
Per Orin Incandenza, n. 71, il mattino è la notte dell’anima. Psichicamente, il momento peggiore della giornata.
Poi dopo Orin, l’altro fratello giocatore, ancora un racconto di Hal. Chi non ha spinto con le mani il fumo delle prime sigarette proibite fuori dalla finestra? Per non farsi beccare dai genitori, da un superiore, un insegnante, da una ragazza amata che odia la puzza e il fatto di alterarsi con sostanze strane? Perché l’amore se è drogato non è amore? Mettere a tacere le domande o sfruttare le inquiete paure di non sentirsi all’altezza, di sentirsi perdenti? Come lo racconta DFW di Hal che si nasconde nei tunnel sotto la scuola, è molto ma molto epico. Hal, diciassette anni, si fa e lo fanno tutti.
E allora DFW, quasi mi avesse ascoltato, mi fa vedere cosa pensa e come si comporta la madre… e così scopro che il mostro per il genitore è l’alcol, quasi una minaccia ereditaria da prevenire.
La Sig.ra Avril Incandenza non va pazza all’idea che Hal beva, soprattutto per via di quanto beveva suo padre da vivo in Az e in Ca e, a quanto si dice, il padre di suo padre prima di lui; ma la precocità accademica di Hal e in particolare i suoi recenti successi nei tornei del circuito juniores indicano chiaramente che lui è in grado di gestire le piccole dosi che lei è certa consumi – la psicoconsulente dell’Eta, la Dott.ssa Rusk, le assicura che è impossibile prendere seriamente una sostanza e mantenere un livello altissimo di prestazioni accademiche e atletiche, specie la parte atletica – e Avril ritiene importante che un genitore solo sia attento ma non asfissiante e sappia quando è il caso di lasciare un po’ andare e permettere ai due figli iperfunzionanti dei suoi tre di commettere i loro eventuali errori e imparare dalle proprie valide esperienze, senza pensare alla segreta paura degli errori che rivolta le budella alla loro madre.
Dentro c’è l’analisi di tutta la società americana imposta come un fardello sulle muscolose spalle dei ragazzi iperfunzionanti, una comunità di solitudini, alterata, drogata dall’infanzia, in ricreazione perenne. L’abbondanza, la ricchezza, e la competizione sfrenata, senza appello.
Le droghe ricreative sono piú o meno una tradizione di tutte le scuole secondarie degli Stati Uniti, forse per le tensioni senza precedenti che vi s’incontrano: postlatenza e pubertà e angoscia e imminente età adulta eccetera. Per aiutare a gestire le tempeste interpsichiche eccetera.
Poi una stanza, un altro racconto, e gli intrecci aumentano, come i salti temporali. Una stanza qualsiasi del grande dormitorio, una delle tante giovani promesse… e ancora incubi vivi come la fiamma di un fuoco indomabile, la paura, quella di un dodicenne nella prima notte passata all’ETA.
Stanza 204, Subdormitorio B: Jim Troeltsch, diciassette anni, nato a Narberth Pa, n. 8 nell’attuale classifica Under 18 maschile all’Enfield Tennis Academy, e dunque secondo singolarista della squadra B, si è ammalato.
Poi la storia del Lui in persona, il Dott. in Scienze educazionali James Orin Incandenza e il racconto della sua formazione, figlio di un ex tennista, anche lui, scienziato, diventato ricco con innumerevoli brevetti nel campo dell’ottica, regista visionario e fondatore dell’ETA, un romanzo dentro il romanzo, finito con il suicidio all’età di soli cinquantaquattro anni.
Eccone solo uno spizzico…
Il matrimonio durato da maggio a dicembre26 dell’alto, sgraziato, isolato e semialcolizzato Dott. Incandenza con una delle poche vere bombe di sesso del mondo accademico nordamericano, l’estremamente alta e nervosa ma anche estremamente carina e aggraziata e astemia e raffinata Dott.ssa Avril Mondragon, l’unica figura femminile accademica ad aver avuto la Cattedra MacDonald in Uso Prescrittivo al Royal Victoria College della McGill University, che Incandenza aveva incontrato in una università di Toronto durante una conferenza in cui i Sistemi Riflettenti venivano messi a confronto con i Sistemi Riflessivi, questo matrimonio fu reso ancora piú romantico dalle tribolazioni burocratiche per ottenere prima un Visto di Uscita poi uno di Entrata, per non parlare della Carta Verde, perché anche se ora era la professoressa Mondragon, sposata con un cittadino americano, il suo coinvolgimento ai tempi dell’università con certi membri della Sinistra separatista québechiana aveva collocato il suo nome sulla lista delle personnes à qui on doit surveiller attentivement della Reale polizia canadese a cavallo. La nascita del primo figlio degli Incandenza, Orin, era stata almeno in parte una manovra legale.
Poi il medico, il reparto psichiatrico e la storia di Kate Gompert. Allucinante ma vera come la carne appena macellata, appesa a gocciolare sangue.
I dottori tendono a entrare nelle arene della loro pratica professionale con una disposizione d’animo allegra e vivace che devono poi bloccare e attenuare non appena arrivano nell’arena del quinto piano dell’ospedale, il reparto psichiatrico, dove una disposizione d’animo allegra e vivace sarebbe vista come una sorta di gongolio maligno. Ecco perché nelle corsie psichiatriche i dottori hanno cosí spesso quell’espressione accigliata e un po’ finta di concentrazione perplessa, se e quando li si vede nei corridoi del quinto piano. Ed ecco perché un medico d’ospedale – persone in genere robuste, rosee e senza pori che sanno quasi sempre di buono e di pulito – si presenta a ogni paziente psichiatrico con un piglio professionale a metà strada fra il blando e il profondo, una partecipazione distante ma sincera che appare equamente suddivisa fra il disagio soggettivo del paziente e la dura realtà del caso.
Kate Gompert era sottoposta agli Speciali, vale a dire Sorveglianza Antisuicidio, vale a dire che a un certo punto la ragazza aveva mostrato sia Ideazione sia Intento, vale a dire che doveva essere guardata a vista ventiquattr’ore al giorno da un membro dello staff fino a che il medico supervisore non avesse revocato gli Speciali.
Gompert, Katherine A., anni 21, Newton Ma. Impiegata informatica in un’agenzia immobiliare a Wellesley Hills. Quarta ospedalizzazione in tre anni, tutte depressioni cliniche, unipolari. Una serie di trattamenti elettroconvulsivi due anni prima al Newton Wellesley Hospital. Sotto Prozac per un breve periodo, poi Zoloft, piú di recente Parnate insieme al litio. Due precedenti tentativi di suicidio, il secondo l’estate scorsa. Bi-Valium sospeso da due anni, Xanax sospeso da un anno – una storia esplicitamente ammessa di abuso di medicinali prescritti. Classica depressione unipolare, caratterizzata da acuta disforia, ansia con panico, episodi diurni di svogliatezza/agitazione, Ideazione con o senza Intento.
Era quasi morta due volte, Katherine Ann Gompert.
«Voglio solo che lei mi faccia l’elettroshock. Mi tiri fuori. Farò qualunque cosa lei desideri».
E poi … l’istruttore tedesco con un pizzico di “potenziale protofascista”
Gerhardt Schtitt, Allenatore Capo e Direttore Atletico dell’Enfield Tennis Academy di Enfield Ma, fu corteggiato senza tregua dal Preside dell’Eta, Dott. James Incandenza, fu praticamente implorato di entrare a far parte dell’Accademia proprio nel momento in cui la cima della collina fu spianata e l’istituto stava per nascere.
È una impresa quasi irrispettosa provare a sintetizzare DFW, io dico impossibile, tu dirai inutile e tediosa, ma, perdono chiedo perdono, copio e mostro piccoli pezzi come fotogrammi di scene come fossero amuleti o reliquie da ricordare. È un trailer compulsivo, orgasmi ripetuti. Sono quelli che mi prendono di più, quelli che meglio comprendo. Con i richiami (sublimi e geniali) alla Matematica, adesso capisco l’assoluta ammirazione e devozione che i veri matematici hanno per DFW.
Questo è un estratto dalla nota 35 a p.1193: “… ove Cantor era un teorico degli insiemi dell’èra del ventesimo secolo (tedesco, per di piú) e piú o meno il fondatore della matematica transfinita, l’uomo che dimostrò che certi infiniti erano piú grandi di altri infiniti, e la cui Prova Diagonale del 1905 (anno piú anno meno) dimostrò che ci può essere un’infinità di cose fra due cose indipendentemente da quanto sono vicine fra loro le due cose, la quale Prova D. influenzò profondamente l’intuizione del Dott. J. Incandenza sull’estetica trans-statistica del vero tennis.”
Incandenza aveva deciso che avrebbe portato Schtitt nel comitato direttivo a ogni costo – nonostante Schtitt fosse stato di recente invitato a dimettersi dallo staff di uno dei campi di Nick Bollettieri a Sarasota a causa di uno sfortunatissimo incidente nel quale era stato coinvolto un frustino da equitazione. Ma ormai tutti all’Eta pensano che le storie sulla faccenda delle punizioni corporali di Schtitt debbano essere state gonfiate all’inverosimile, perché se è vero che Schtitt continua a portare quegli alti stivaloni neri lucenti e, sí, anche le mostrine militari, sí, ancora, e una bacchetta retrattile da meteorologo che è chiaramente un surrogato del vecchio frustino da equitazione ora proibito, lui, Schtitt, a quasi settant’anni si è ammorbidito fino a diventare una sorta di anziano uomo di Stato che comunica astrazioni piú che disciplina, un filosofo anziché un re.
Allora ecco la filosofia del tennis moderno contro la modernità, la distruzione di tutto quello che DFW sembra odiare, la media, la statistica, la massificazione. In bocca al suoi protagonisti mette l’esaltazione del bello, della magia, del talento e dell’unicità, facendone un trattato scientifico con tanto di note sempre più specializzate. Sull’altare che non posso non venerare, appaiono distinte le contrapposizioni e le scelte: il Lui in persona sceglie l’appassionato ma ignorante Schtitt per proferire e tramandare il verbo (nonostante sia un anzianotto a digiuno di matematica) mentre il protofascista sceglie Mario, il meno funzionante dei figli del patriarca suicida.
Potrebbe sembrare strano che il leptosomatico Mario I., tanto menomato da non riuscire a tenere in mano una racchetta figuriamoci poi a usarla per colpire una palla in movimento, sia l’unico ragazzo all’Eta di cui Schtitt cerchi la compagnia, anzi l’unica persona con cui Schtitt parli francamente, senza il cipiglio pedagogico.
Cavolo ma cos’è un leptosomatico?
Sono speculativi, inclini all’arte, difficile da adattare, introversi, timidi e seri, dotati di grande energia e tenacia. Questo tipo è associato con il temperamento schizotimico caratterizzato da oscillazioni tra ipersensibilità e frigidità.
Schtitt possiede quella spaventosa tenacia degli anziani che ancora fanno energicamente moto. Ha degli attoniti occhi azzurri e un taglio a spazzola di un bianco acceso che appare virile e appropriato sugli uomini che hanno già perso un bel po’ di capelli. E una carnagione candida come le lenzuola pulite, tanto che quasi brilla: un’evidente immunità ai raggi Uv del sole; nel crepuscolo ombreggiato dai pini è quasi un bagliore bianco, come fosse ritagliato nella pasta di luna.
Mario è un fan sfegatato di Gerhardt Schtitt, ma la maggior parte degli altri ragazzi dell’Eta lo considera probabilmente fuori di testa, e rincitrullente per via della sua logorroicità, e se mostrano al vecchio saccentone un rispetto di facciata lo fanno solo perché Schtitt continua a sovrintendere di persona all’attribuzione quotidiana degli allenamenti
Schtitt affrontava il tennis agonistico piú da matematico puro che da tecnico del gioco. Gran parte degli allenatori di tennis juniores sono sostanzialmente dei tecnici, degli sbrigativi praticoni che pensano di poter risolvere ogni problema con le statistiche, con un po’ di psicologia da quattro soldi e un mucchio di chiacchiere motivazionali.
Schtitt, sapeva che il vero tennis non era fatto da quella mistura di ordine statistico e potenziale espansivo che veneravano i tecnici del gioco, ma ne era anzi l’opposto – non-ordine, limite, i punti in cui le cose andavano in pezzi e si frammentavano nella bellezza pura. Che il vero tennis non era piú riducibile a fattori delimitati o a curve di probabilità di quanto lo fossero gli scacchi o la boxe, i due giochi di cui è un ibrido.
Caro diario, sei nato come un gioco, cresci giorno dopo giorno come un essere vivente sfamando bisogni compressi e desideri lamentosi, ti riproduci e cresci ancora. Ti posso fare una domanda? Chi di noi due è l’ospite?
Fosse ancora tra i viventi, il Dott. Incandenza descriverebbe ora il tennis nei termini paradossali di ciò che viene adesso chiamata «Dinamica ExtraLineare». E Schtitt, le cui nozioni di matematica formale sono probabilmente equivalenti a quelle di un puericultore taiwanese, sembra tuttavia sapere ciò che Hopman e Van der Meer e Bollettieri sembrano ignorare: e cioè che individuare la bellezza e l’arte e la magia e il miglioramento e le chiavi dell’eccellenza e della vittoria nel complesso flusso di una partita di torneo non è una questione frattale di mera riduzione del caos a forma. Sembrava sentire intuitivamente che non era una questione di riduzione ma – perversamente – di espansione, il fremito aleatorio della crescita incontrollata e metastatica – ogni palla ben colpita ammette n possibili risposte, 2n possibili risposte a queste risposte, e cosí via fin dentro quello che Incandenza avrebbe definito per chi condividesse entrambe le sue aree di sapere un continuo cantoriano di infinità di possibili colpi e risposte, cantoriano e bello perché capace di crescere eppure contenuto, un’infinità di infinità di scelte ed esecuzioni, matematicamente incontrollata ma umanamente contenuta, delimitata dal talento e dall’immaginazione di se stessi e dell’avversario, ripiegata su se stessa dalle frontiere date dall’abilità e dall’immaginazione che infine fanno soccombere uno dei giocatori, che impediscono a entrambi di vincere, che finiscono col fare di tutto questo un gioco, queste frontiere del sé.
«Cioè le linee di delimitazione del campo sono frontiere?» prova a chiedere Mario. «Lieber Gott nein», con un suono plosivo di disgusto. Schtitt preferisce fare figure di fumo piuttosto che i classici anelli, e non è che sia bravo, cosí crea delle specie di tremolanti hot dog color lavanda che Mario trova deliziosi. Ecco cosa c’è da dire di Schtitt: come la maggior parte degli europei della sua generazione, ancorato com’è sin dall’infanzia a certi valori permanenti che – sí, ok, d’accordo – possono, ammettiamolo, avere un pizzico di potenziale protofascista, ma che comunque (i valori) ancorano mirabilmente un’anima e il corso di una vita – roba patriarcale del Vecchio Mondo come onore e disciplina e fedeltà a una qualche entità piú grande – Gerhardt Schtitt non tanto disapprova i moderni Stati Uniti d’A. onaniti, quanto invece li considera esilaranti e spaventevoli allo stesso tempo. Forse piú che altro semplicemente alieni.
Schtitt si è formato ai Gymnasium preUnificazione secondo l’idea piuttosto kanto-hegeliana che l’atletica juniores fosse poco piú che un addestramento a essere cittadini, che l’atletica juniores fosse imparare a sacrificare i ristretti e impetuosi imperativi del Sé – i bisogni, i desideri, le paure, gli aneliti multiformi della volontà appetitiva individuale ai piú importanti imperativi di una squadra (ok, lo Stato) e a un insieme di regole precise (ok, la Legge). Tutto questo sembra quasi spaventosamente semplicistico, ma non per Mario che ascolta dall’altra parte del tavolo di legno da picnic. Apprendendo, in palestra, le virtú che dànno i loro frutti nei giochi di competizione, il ragazzo ben disciplinato comincia ad assemblare le qualità che piú lo allontanano dalla gratificazione, le piú astratte e necessarie per essere un «giocatore di squadra» in un’arena piú vasta: il caos morale ancora piú sottilmente diffratto dell’essere cittadino a pieno diritto di uno Stato. Solo che Schtitt dice Ach, ma come si fa a credere che questo addestramento possa assolvere il proprio scopo in una nazione experialista, che esporta i suoi rifiuti, che sta dimenticando la privazione e la durezza e la disciplina che la durezza insegna a ritenere necessaria? Gli Stati Uniti di una moderna America dove lo Stato non è una squadra o un codice ma una specie di intersezione abborracciata di desideri e paure, dove l’unica forma di consenso pubblico a cui il ragazzo ben disciplinato deve arrendersi è la supremazia riconosciuta della ricerca diretta di quest’idea miope e piatta della felicità personale: «Il piacere felice della persona sola, sí?»
… sono quelle frontiere se non le linee di fondocampo, che contengono e dirigono verso l’interno l’infinita espansione del gioco, che rendono il tennis simile agli scacchi in movimento, un gioco bello e infinitamente denso?
La grande intuizione di Schtitt, sua grande attrattiva agli occhi del defunto padre di Mario: Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico: è piú il partner nella danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l’impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell’io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. È tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è cosí, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all’infinito. Mario pensa a un palo d’acciaio alzato fino ad arrivare a due volte la sua altezza e sbatte una spalla sul bordo d’acciaio verde di un cassonetto e piroetta verso il cemento prima che Schtitt si precipiti in avanti per afferrarlo a metà strada, e sembra quasi che siano impegnati in un casquè mentre Schtitt dice che questo gioco che tutti i ragazzi sono venuti a imparare all’Eta, questo infinito sistema di decisioni e angoli e linee che i fratelli di Mario hanno lavorato cosí mostruosamente tanto per padroneggiare: lo sport fatto dai ragazzi non è che una sfaccettatura della vera gemma: la guerra infinita della vita contro l’io senza il quale non si può vivere. Schtitt poi sprofonda nel tipo di silenzio di chi si diverte a riavvolgere e riascoltare mentalmente ciò che ha appena detto. Mario sta di nuovo pensando intensamente. Sta pensando a come articolare una domanda tipo: Ma allora lottare e sconfiggere l’io equivale a distruggersi? È come dire che la vita è pro morte? Tre ragazzini allstoniani di passaggio scimmiottano e prendono in giro l’aspetto di Mario dietro le spalle dei due. Alcune delle espressioni di Mario mentre pensa sono quasi orgasmiche: congestionate e molli. E allora quale sarebbe la differenza fra il tennis e il suicidio, la vita e la morte, il gioco e la sua fine?
“Chinandosi con avidità la raccoglie da terra. Sniffa gli odori di quella merda calda appena fatta da Charly che sta male da tre giorni. Non si da pace. È il suo amore – deve guarire, deve guarire o io muoio con lei – ripete con il dolore nel cuore. Charly non è un cane ma una volpe cresciuta insieme a lei lassù in montagna.”
«Hai capito Antò, ci vuole un incipit che sconquassa le viscere per catturare il lettore, se no quello butta te e il romanzo nel cesso. Ma poi, chi caxxo è questo Paul Auster? lo devi togliere, punto e basta!»
«Si l’ho fatto. Quindi tu non hai letto la revisione?»
«Sì Antò, l’ho letto, è una grande sofferenza, è una sozzeria» – mi urla dentro nel cervello, mentre la mia attenzione viene catturata dalla bella ragazza del bar che sta tornando con i nostri caffè.
«Ecco qui signore… E … Mi perdoni, posso farle una domanda?» sono travolto dalla sua bellezza e dalla ciocca ramata che ribelle alla coda di cavallo, lei accompagna con classe dietro l’orecchio, come a ricomporsi e chiedere scusa per l’invadenza.
«Certo, magari ho una buona risposta» dico con fermezza, silenziandomi ogni pensiero nella testa.
«Perché due caffè? lei è solo!»
«Curioso vero? È che uno mi piace caldo mentre l’altro lo faccio riposare. D’altronde devo sbrigare un bel po’ di lavoro. Invece, mi perdoni lei. Posso fare io una domanda?»
«Certo mi dica!» dice girando intorno al tavolino. Si abbraccia il corpo snello e lo pianta irto davanti a me con le curve che sfidano una divisa troppo stretta.
«Conosce Paul Auster? Sono sicuro di sì, prima l’ho vista leggere un libro. Mi sembra una studentessa di materie umanistiche, ho indovinato?»
«Sì, lavoro per mantenermi gli studi e per la precisione sto preparando la tesi in lettere antiche, però no, questo suo Auster non l’ho mai letto, mi spiace, non è nei miei programmi… Mi scusi, devo andare…» offesa, stizzita direi, lascia la frase sospesa nell’aria grigia della laguna, e si allontana di scatto mentre il suo viso s’infiamma di rabbia. Rosso come il groviglio di capelli imprigionati che le ondeggia sospeso sulle spalle. Delusa, scappa: “Ci mancava un altro esaminatore oggi”, pensa delusa per un tipo che credeva interessante.
«Che ti dicevo, questo tuo Paul non lo conosce nemmeno chi studia, però hai visto? Te l’avevo detto che gli piacevi, queste ragazzine sono fiammella in attesa di bruciare. Le vedi, no? S’avvampano quando incrociano il tuo sguardo che le spoglia. Dai consegna, e fai lavorare l’editore che ci pensa lui a finire l’opera.
«Smettila e lasciami in pace, devo pensare, non piace a te figurati a me!»
Vorrei fare qualcosa ma non posso, e allora guardo, ascolto storie.
«Ciao mamma, non volevo disturbarti ma ho bisogno di te, sto impazzendo.»
Si tengono a distanza, sono sedute vicine ma separate da mascherine, dalla paura di contagiare l’altra, più forte del timore di prendere la variante; sta girando, non è più un incubo, si convive, è normale.
«Hai fatto bene a cercarmi. Mi piace sentire la tua voce. L’ultima volta sono stata troppo dura con te, sapevo di ferirti ma non potevo stare zitta!»
Nell’aria c’è l’afa estiva più opprimente del secolo. Nell’ombra, il sollievo sembra apparente. Il ventaglio ricamato non basta alla signora infastidita che con eleganza, sussurra sottovoce: «Su, su bambini andate a giocare lontano, Ernesto Maria dorme, lasciamolo riposare!»
Il caldo è opprimente eppure sudati, sfrenati, non smettono di correre mentre la loro palla rossa rotola veloce da un piede all’altro, nei viali e sulle aiuole in fiore della Villa.
«Così giovani e già tanto teppistelli ma che vuoi fare, sono serviti da badanti dalla nascita e così moriranno, soli, accuditi da straniere pagate quattro soldi!»
«E dai mamma, sei la solita. Rigida, acida, inflessibile e che cavolo… Non sei mai andata in pensione, sempre pronta con la bacchetta in mano a dare ordini, sgridare, assegnare compiti, a recitare giudizi, emettere sentenze» la giovane le si rivolta contro, infastidita, gesticola freneticamente puntando il dito a destra e a manca.
«Questo è giusto, quello è sbagliato, è bianco, è nero, mai un grigio, mai una via di mezzo, un compromesso!» Poi si placa, tira a sé il figlio, diventa tenera.
«Dai, Non ti preoccupare, stai tranquilla! Ernesto non si sveglia, dormirà profondamente almeno per un’altra ora. Anche di questo volevo parlarti. È normale secondo te? È vorace, frenetico, mi distrugge i capezzoli! Ogni volta doppia razione, prima un seno a sinistra, poi l’altro a destra. All’inizio la poppata è un piacere assoluto ti assicuro, ma sta diventando un dolore insopportabile. Il signorino quando finalmente è sazio, sprofonda in coma, guardalo! Un amore. Mi tortura ma mi fa morire di gioia.»
«Tu no, che fatica farti mangiare. Delicata con me, con il mondo poi, non ne parliamo: sei esagerata! Sei fatta così, non pretendi mai niente, sei il dubbio fatto persona. Ti piace ascoltare, ti distrai non ti imponi, subisci e non affronti mai il toro per le corna. Eh sì, mi hai fatto vedere le stelle, dolori e febbre, quella tremenda mastite poi mi fece passare la voglia di avere altri figli. Ecco perché sei l’unica erede!»
«E dai mamma! Poi dici che non ti voglio parlare. Ogni volta mi fai sentire in colpa, questa poi è assurda. Mi hai raccontato del travaglio, lungo e doloroso, ma mai dell’allattamento, deve essere stato uno shock, rifiutata dal proprio angioletto. Pagherei qualsiasi cosa per poterti vedere in quella scena. Poverina, la mia mammina tutta di un pezzo delusa e sconfitta sul campo. Dai non ci credo: non mi hai mai mollato un secondo, eri morbosa, asfissiante; tutti gli esami da privatista, roba che nemmeno nell’Ottocento, e che cazzo!»
«L’avevo rimosso. No, non hai colpe. Non hai preso niente da me, tanto è vero che non ti sei mai ribellata. È la natura. Rifiutavi il mio latte malato e avevi ragione, quello artificiale del resto, non era un granché. Più mi sentivo inadatta e più mi attaccavo a te. Sì, è vero, sei stata la mia unica ragione di vita. Sì, anni sabbatici come stai facendo tu con Ernesto Maria, la storia si ripete solo che a te è toccato un maschio!»
«E quindi? Cosa vuoi dire?»
«Tu delicata, lui vorace! È la natura!» con piglio marziale, impettita, si volta verso i giardini fissando la fontana del Settecento di don Tullio. Il passato. Si assenta dalla figlia che la richiama all’attenzione più volte. Sembra svanita in un vuoto senza suoni, immobile, imprigionata da ricordi violenti.
«Mamma che ti prende», la giovane trentenne la strattona con forza e nell’impeto le saltano gli occhiali sul selciato polveroso. È un cambio di scena improvviso, sta arrivando un pallone con dietro due scalmanati. Il passeggino viene allontanato dalla mano della giovane donna che, lasciata la presa, si lancia per terra a raccogliere la montatura metallica delle lenti che luccicando al sole sono minacciate dai furiosi calciatori in fasce. Colpito dalla palla, Ernesto Maria emette un fragoroso vagito, alza di scatto la piccola schiena per un attimo dando prova di nascenti ma già poderosi addominali, poi si gira dall’altro lato, si accoccola e pacioccone riprende a sognare. La nonna è più veloce, posato l’antico ventaglio sulla panchina, si alza con prontezza, anticipa la figlia intenta a togliersi dalla faccia l’enorme massa di capelli neri corvino che le arrivano fino al petto. È un attimo: una splendida esibizione atletica da sorella maggiore più che anziana signora dai capelli neve con luminosi sprazzi lilla sulla testa. Chinandosi raccoglie gli occhialini alla Lennon della figlia e voltandosi verso i torelli minacciosi, li arresta con un gesto quasi divino: con il semplice palmo della mano respinge l’assalto. Poi dici che le madri sono assenti e non servono a niente.
«Grazie mamma, giochi sempre a tennis?»
«Sempre! Hai sentito di Roger? Mannaggia, che palle, senza di lui Wimbledon è proprio una noia.»
«No mamma, lo sai che odio il tennis, è traumatico, è competitivo, e poi non vedo la pallina, è piccola, troppo veloce. Nuoto e solo nuoto! Al mare e in piscina ogni volta che posso. Come ben sai anche il parto in acqua è stato un’ottima scelta: abbastanza rilassante per me e per Ernesto. Ma per te una ennesima assenza. Anche nello sport ti ho delusa, vero? O tennis o ippica, questo volevi per me? Ricordo bene?»
«Ma che dici, sono fiera di te, sei il mio orgoglio. Professore ordinario a trent’anni, questo volevo per te e ci sei riuscita alla grande. Al circolo faccio schiattare tutte le mie amiche, parlo sempre del mio mito, mia figlia, scienziata internazionale, una luce per l’umanità: forte, onesta, indipendente e con le palle altro che quei loro maschietti, mammolette, mammoni debosciati», mentre ride con gusto si avvicina stretta stretta al suo tesoro accademico.
«Dai Laura, bando alle stronzate, che mi devi raccontare?»
Il richiamo alla realtà della madre sembra aver rotto l’incantesimo; non le vedevo così vicine e allegre da tanti anni, erano mesi che non venivano a trovarmi, le ultime volte avevano litigato urlandosi frasi sconce, offese gratuite senza senso, poi sono sparite. Mi mancavano: ci voleva un’estate speciale per riaccendere bisogni frenati dal rancore. Fatti nuovi scatenano azione: “cosa le sarà successo?” mi chiedo curioso.
Le due donne si guardano negli occhi, è calato un silenzio impacciato, nervoso, mentre il bimbo dorme beato.
«Mamma, sto impazzendo! Ti ho chiamato anche se so che non vorrai aiutarmi.»
«L’ho pensato subito, il problema è lui?» la sua voce altera si fa fredda mentre staccandosi, si risiede più in là, sulla panchina di ferro grezzo, verniciata di verde bosco, rovente dove batte il sole.
Vorrei fare qualcosa ma non posso. Lì in fondo, nemmeno i miei colleghi sempre verdi possono qualcosa. Fermi, sempre vestiti dagli stessi colori, sembrano insensibili all’andare del tempo, saccenti e laterali sono condannati a non subire mutazioni, incuranti e rigogliosi sono immobili nella loro immortale certezza, e mi fanno molta pena. Mi guardano invidiosi delle mie amiche fedeli che tornano a trovarmi in ogni stagione. Le ho viste crescere, cambiare, farsi donne da bambine, invecchiare per sparire e rinascere fanciulle. Ad una ad una passano le storie umane, nel freddo sbocciano da gemme luminose, dal gelo esplodono nel tepore del risveglio ogni giorno, finiscono come le foglie in autunno per rifiorire bellissime in nuove primavere. Nudo spogliato in inverno, queste donne mi trovano pronto a soffrire insieme a loro dopo le luci e le risate nelle feste, quando i botti colorati e le bottiglie vuote diventano spazzatura. Io dono loro sicurezza e pace, ecco perché si confessano, litigano e si alleano ai miei piedi. Trovano nella natura la forza di reagire, sanno sanare ferite aperte, sangue mai cancellato. Sanno creare nuova vita. Trarre forza dal dolore. Ribellarsi alla violenza e donare ancora amore. Donne.
Vorrei fare qualcosa ma non posso, ascolto storie. La mia ombra è folta in estate ma non serve: quando una donna desidera bruciare viva al sole, non vuole ristoro né nascondersi, non si stanca, non si doma, è pronta alla guerra, senza prigionieri.
Questo io faccio, è il mio destino, oggi ascolto la bella nonna con schizzi lilla sulla testa, domani, sentirò Ernesto Maria crescere, fare il monello, litigare con gli amici e di stagione in stagione, incidere la mia corteccia con i suoi amori, sempre ché non m’abbandoni anche lui; di troppe storie, di troppi bimbi non ho più notizie.
In questa Villa sarà ancora Natale, con luci di un giardino incantato dall’apparenza.
I commenti più frequenti che ho letto in rete sono: “facilmente ti perdi”, “mi sono perso”. Quindi vorrei evitare e mi sono imposto una maratona dal ritmo lento ed incostante con tante pause e riletture per non smarrire la strada dell’impresa.
La vita frenetica in cui non siamo che ingranaggi impazziti, ci toglie il respiro per non parlare della bestialità del momento pandemico che da due anni ci ha cambiato l’esistenza, alcuni dicono anche il DNA. Quindi, metto in stop la realtà e riprendo la conoscenza di Hal nell’anno dei cerotti.
«Hai quanti anni, Hal, quattordici?»
«Ne avrò undici a giugno. Lei è un dentista? È una specie di consulto dentistico?»
«Sei qui per conversare».
«Conversare?»
«Comincerò io, chiedendoti se conosci il significato di implorare, Hal».
Sintetizzare il testo di questo scherzo infinito è impossibile se non sacrilego, ma l’intento è anche annodare i fili del racconto. Un primo accenno della mamma e del fratello di Hal l’ho già trovato subito nel primo capitolo, è un ricordo infantile di Hal a quattro anni. Adesso ne ha dieci, ma può mai esistere un ragazzo così pronto, a quell’età, a fronteggiare domande subdole, tanto da rovesciare a suo vantaggio, la conversazione con un adulto che lo mette alla prova, alla vigilia dell’ennesima partita importante di tennis? A dieci anni?
«Ti chiedo di nuovo se conosci implorare, signorino».
«Signorino?»
«Porti il farfallino, dopotutto. Non ti pare un invito a farti chiamare signorino?»
«Implorare è un verbo regolare, transitivo: invitare o chiedere, con suppliche; pregare qualcuno, o per qualcosa, ardentemente; invocare; scongiurare. Sinonimo debole: esortare. Sinonimo forte: supplicare. Etimologia non composta: dal latino implorare, im cioè “in”e plorare cioè, in questo contesto, “piangere sonoramente”. Oed. Condensato Volume Sei pagina 1387 colonna dodici e un pezzetto della tredici».
Ecco che l’irreale diventa solida presenza a se stesso, anzi l’esaltazione del suo genio:
«A volte mi cazzottano ben bene all’Accademia, per delle cose tipo queste. Ha qualche relazione col perché sono qui il fatto che sono un giocatore di tennis juniores classificato a livello continentale che sa anche recitare grossi pezzi di dizionario, verbatim, a piacere, e ogni tanto viene cazzottato, e porta il farfallino? Lei è uno specialista per ragazzi dotati? Significa che pensano che sia dotato?»
Adulto? Quale? Perché? Uno strizzacervelli? Entra in scena il padre.
«Hal, sei qui perché sono un conversazionalista professionista, e tuo padre ha fissato un appuntamento con me, per te, per conversare».
«Non cominci a guardare l’orologio come se le stessi portando via tempo prezioso. Se Lui in Persona ha fissato un appuntamento per il quale ha pagato, il tempo dovrebbe essere mio, giusto? Non suo. E comunque, che cosa dovrebbe significare “conversazionalista professionista”? Un conversazionalista è solo uno che conversa molto. Davvero lei chiede un compenso per conversare molto?»
Un professionista della parola? Ecco la sfida oltre la normalità di avere genitori, per quanto speciali, inizia lo scontro con il problema di non parlare, come di un mare di parole senza l’acqua su cui galleggiare.
«Lui in Persona ha ancora quest’allucinazione che io non parlo mai? È per questo che istiga la Mami a farmi pedalare fin quassú? Lui in Persona è il mio babbo. Lo chiamiamo Lui in Persona. Come tra virgolette “l’Uomo in Persona”. Proprio cosí. Chiamiamo mia madre la Mami. Il termine è stato coniato da mio fratello. So che non è una cosa inconsueta. So che nella maggior parte delle famiglie piú o meno normali i membri si rivolgono l’uno all’altro per mezzo di nomignoli, appellativi e soprannomi. Non si faccia nemmeno venire in mente di chiedermi qual è il mio soprannome privato».
Allucinazioni… e la messa in discussione dell’autorità, del nessuno, del professionista diventato entusiasta della parola, l’avanzo che diventa convulsione, prima della trasformazione.
«Ma Lui in Persona ha delle allucinazioni, a volte, negli ultimi tempi, bisogna che lei lo sappia, anche perché siamo partiti da lí. Mi chiedo perché la Mami permetta che lui mi mandi a pedalare controvento fin quassú in cima alla collina quando alle 1500h ho una partita importante solo per conversare con un entusiasta con la porta senza targhetta e nessun diploma in vista».
«Parlarmi è un divertimento. Io sono un professionista consumato. La gente lascia il mio studio con le convulsioni. Tu sei qui. È tempo di conversazione. Vogliamo discutere l’erotica bizantina?»
Il rapporto di forza tra visione e realtà si è già invertito, ma bisogna leggerne la magia… come la costruzione ai misteri, di spionaggio e di rivolta, nascosti nelle vite dei genitori di Hal… il bimbo si difende, cerca la fuga, un’uscita, vorrebbe non sporcarsi.
«Ho dieci anni, per la miseria. Mi sa che forse c’è un po’di casino nella sua agenda di appuntamenti. Io sono il dodicenne prodigio tennistico e lessicale la cui mamma è la punta di diamante a livello continentale nel mondo accademico della grammatica prescrittiva, e il cui babbo è figura di spicco nel mondo della visione e del cinema avant-garde e ha fondato da solo l’Enfield Tennis Academy, ma beve Wild Turkey alle 5 del mattino e certi giorni crolla a terra di lato durante i palleggi della mattina, mentre certi altri si lamenta perché vede le bocche delle persone muoversi ma non ne esce niente.
«…che l’introduzione da parte di lei di steroidi mnemonici esoterici –stereochimicamente non dissimili dal supplemento ipodermico quotidiano “megavitaminico”di tuo padre, derivato da un certo composto organico per la rigenerazione testosteroidea distillato da uno sciamano jivaro del bacino centromeridionale di Los Angeles –nella tua ciotola mattutina di innocenti cereali Ralston…»
«Che la composizione a formula supersegreta dei materiali in resina di polibutilene policarbonato rinforzata da grafite ad alta resistenza dei racchettoni forniti dalla Dunlop in, tra virgolette, “omaggio” è organochimicamente identica, e dico identica, al sensore a bilanciamento giroscopico e alla carta di stanziamento mise-en-scène e alla cartuccia priapistico-intrattenitiva impiantate nientemeno che nel cerebro anaplastico del tuo padre di grande livello dopo la crudele serie di disintossicazioni e trattamenti anticonvulsivi e gastrectomia e prostatectomia e pancreatectomia e fallotomia…»
Il vulcano erutta, non è uno scherzo, un pesce d’aprile: l’adulto ingannatore appare evidente, mostruoso si è trasfigurato nella sua mente, nel suo dolore, nella sua mancanza. Un essere trapiantato con organi futuristi dopo la rimozione totale di tutti quelli che servono per vivere. O un alieno o una allucinazione. Ecco il risveglio, la ripresa dei sensi e del regalo fisico della comprensione, la carezza al lettore per portarlo dentro la storia che ha in mente l’autore.
«E adesso mi accorgo che quel gilet di maglia a losanghe l’ho già visto, indiscutibilmente. Quello è il gilet di maglia a losanghe di Lui in Persona, riservato alla cena del Giorno dell’Interdipendenza, che lui si fa un vanto di non aver mai fatto pulire. Conosco quelle macchie. C’ero anch’io per quella chiazza di vitello al marsala lí sotto. È una cosa che ha a che vedere con le date tutto questo appuntamento? È un pesce d’aprile, Papà, o devo chiamare la Mami e C.T.?»
«… E chi dopo tutta questa luce e questo rumore ha propagato lo stesso silenzio?»
«Papà, … Non posso starmene qui seduto a guardarti pensare che sono muto mentre il tuo naso finto punta verso il pavimento. E senti che sto parlando, Papà? La cosa parla. La cosa accetta la gazzosa e definisce implorare e conversa con te».
Lui in persona, HAl, conversa adesso con l’assenza, con il bisogno di rompere i frantumi del terrore, l’irreparabile già compiuto. Il desiderio di conversazione con il padre che forse non c’è più?
«Pregando per una sola conversazione, dilettantesca o meno, che non finisca nel terrore? Che non finisca come tutte le altre: tu con gli occhi fissi e io che deglutisco?»
Beh, io vedo l’implorazione di un tormento mai sanato, la scena ghiacciata del dolore. Se questa è una allucinazione, l’anno dei cerotti avrà tanto sangue ancora da tamponare.
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Erdedy dopo Hal, è il secondo protagonista che incontro, però in questo secondo racconto, intorno a lui non ci sono altre persone, c’è solo un dipendente da sballo che però non è un tossico. Un tossico non sta a casa ad aspettare, la sua dipendenza dalla marijuana è tutta mentale in un viaggio letterario che è incredibile. Tossico lo è stato? Lo ridiventerà? È dentro o fuori? #infinitejest
Tanto per dire, visto che comincio ad avere un background da lettore :-), il tossico lo racconta magistralmente Pier Vittorio Tondelli in “Altri libertini”, sono i protagonisti di Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – da me citato nel mio Reload tanto per stampare un link autocelebrativo. Al momento su Prime ho trovato solo la versione tedesca con sottotitoli… 🙁
Il secondo capitolo di Infinite Jest inizia così:
“Dov’era la donna che aveva detto che sarebbe venuta. Aveva detto che sarebbe venuta. Erdedy pensò che avrebbe dovuto essere già arrivata, a quell’ora. Si sedette a pensare. Era in salotto. Quando aveva cominciato ad aspettare una finestra era inondata di luce gialla e proiettava una chiazza di luce sul pavimento, ed era ancora seduto ad aspettare quando quella chiazza aveva iniziato a sbiadire e si era incrociata con una seconda chiazza, piú luminosa, che proveniva dalla finestra sull’altra parete. C’era un insetto su una delle mensole d’acciaio che reggevano l’impianto stereo. L’insetto continuava a entrare e uscire da uno dei buchi delle traverse che sostenevano le mensole. Era scuro e aveva un guscio lucente. Lui lo teneva d’occhio. Una o due volte fu sul punto di alzarsi per avvicinarsi e guardarlo, ma temeva che se si fosse avvicinato e l’avesse guardato da vicino gli sarebbe venuto da ammazzarlo, e aveva paura di ammazzarlo.”
È un racconto claustofobico, asfissiante, maniacale, paranoico talmente assurdo da far sentire reale la prigione mentale in cui Erdedy si distrugge, l’isolamento dei sensi e dei desideri prendono forma e si toccano con mano, e beh sì, tocca leggerlo e rileggerlo tutto più volte!
Intanto l’autore definisce gli spazi temporali: nell’ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTIci presenta Erdedy. Hal ha 17 anni nell’ANNO DEL GLAD, nel racconto che segue, nell’ANNO DEI CEROTTI MEDICATI ha 11 anni…
Torniamo a Erdedy che non è solo, non è un tossico ma potrebbe esserlo stato o almeno lo ha fatto credere ad una sua fiamma femminile, la cui relazione viene raccontata più per definire l’auto isolamento da altri esseri umani in quella che sembra essere una disintossicazione con il metodo dell’eccesso. Erdedy non è solo, con lui vive un insetto che entra ed esce dal racconto come le esperienze sessuali del protagonista.
“Un’altra cosa che comprava se decideva di prendersi una vacanza alla marijuana era la vaselina. Quando fumava marijuana si masturbava tantissimo, ci fossero o no possibilità di rapporto, e quando fumava preferiva masturbarsi che scopare, e la vaselina serviva a non farselo diventare molle e dolorante appena tornava alla normalità.”
La magia di queste pagine è la giungla dei pensieri, uno spazio fitto, intricato, denso di fastidi e di pericoli minacciosi ad ogni pensiero successivo che infligge tortura e piacere di lettura.
“Per salvaguardare la compostezza con la quale stava seduto ad aspettare sulla sua sedia, nella luce, concentrò ogni senso su ciò che lo circondava. Ora dell’insetto non era in vista nessuna parte. Il ticchettio dell’orologio portatile era in realtà composto di tre miniticchettii che lui supponeva stessero per preparazione, movimento e riposizionamento. Cominciò a provare disgusto per se stesso, lí fermo ad aspettare con tanta ansia l’arrivo promesso di qualcosa che comunque ormai non era piú divertente.”
Il vero protagonista del racconto è l’impero della droga, delle sostanze schiaviste che annullano l’essere umano ma non i pensieri, muovono le azioni verso la “discesa nell’inferno della dipendenza chimica“, il dominio su ogni libertà. Al centro c’è un piano di fuga, un progetto di liberazione, un paradosso impossibile che trionfa, l’eterna lotta del bene sul male da combattere con tanto male.
“La droga lo spaventava. Gli metteva paura. Non che avesse paura della roba, era che fumarla gli faceva temere tutto il resto. Da un mucchio di tempo aveva smesso di essere una liberazione o un sollievo o un divertimento. Quest’ultima volta avrebbe fumato tutti i duecento grammi –centoventi grammi puliti, tolti i gambi delle foglie –in quattro giorni, piú di un’oncia al giorno in un’unica, fortissima, continua dose, con un ottimo bong vergine, una quantità giornaliera folle, incredibile, ne avrebbe fatto una missione, l’avrebbe considerata una punizione e allo stesso tempo un regime di modifica del comportamento, si sarebbe fumato ogni giorno trenta grammi puri, cominciando dal momento in cui si svegliava e usava l’acqua ghiacciata per staccarsi la lingua dal palato e prendeva un antiacido –facendo in media duecento o trecento tirate al giorno, una quantità folle e deliberatamente spiacevole, e lui ne avrebbe fatto una missione di fumarla di continuo anche se, nel caso in cui la marijuana fosse buona come diceva la donna, avrebbe fatto cinque tirate e poi non avrebbe piú avuto voglia di farsene un’altra per almeno un’ora. Ma lui si sarebbe costretto a farlo comunque. L’avrebbe fumata tutta anche se non ne avesse avuto voglia. Anche se avesse cominciato a fargli girare la testa e a farlo star male. Avrebbe usato disciplina e tenacia e volontà e avrebbe reso l’intera esperienza cosí spiacevole, cosí degradata e perversa e spiacevole, che il suo comportamento ne sarebbe risultato da lí in poi cambiato per sempre, non avrebbe mai piú voluto rifarlo perché il ricordo dei quattro giorni di follia a venire sarebbe stato fermamente e terribilmente incastonato nella sua memoria. Si sarebbe curato con l’eccesso.”
Trovato l’intreccio più intricato, sotteso alla complessità, si finisce nel ribollire dentro l’essenza della delusione e vanità delle esperienze consuete.
“Mai, neppure una volta, aveva avuto un vero e proprio rapporto sessuale sotto marijuana. Francamente, l’idea lo disgustava. Due bocche riarse che sbattono l’una contro l’altra cercando di baciarsi. I pensieri imbarazzati che si avvolgono su se stessi come un serpente su un bastone mentre lui si inarca e sbuffa a gola secca sopra di lei, con gli occhi rossi e gonfi e la faccia afflosciata, e le sue guance pendule magari toccano, a singhiozzo, le guance pendule della faccia di lei, anche lei afflosciata, che sbatacchia avanti e indietro sul cuscino mentre la sua bocca lavora a secco. Il pensiero era ributtante.”
La prima traccia che riesco a cogliere sull’epoca storica di questo anno del pannolone, che dovrebbe essere l’anno in cui la vecchiaia incombe con i suoi problemi, è il valore in dollari di due etti di erba: 1250 $. Diciamo poco più di mille euro, oltre due milioni di lire nel XX secolo, e allora siamo nel futuro. Nel nostro presente, siamo ai dieci dollari o euro al grammo, quindi siamo oltre quel futuro, usando una stramba relazione economica del dato. Fatto sta che nel 2008, anno del suicidio di David, quel prezzo futurista stampato in questo romanzo è stato raggiunto. Nel 1996 questa cifra ai lettori di allora sarà sembrata astronomica. Può esserci ansia maggiore di quello che non si vuole vedere?
“Non era mai stato cosí ansioso per l’arrivo di una donna che non voleva vedere.”
“Ora l’insetto era completamente visibile.”
“L’insetto stava nel suo guscio lucente con un’immobilità che sembrava essere il raccoglimento di una forza, era come la carrozzeria di un veicolo dal quale fosse stato temporaneamente rimosso il motore. Era scuro e aveva un guscio lucente e antenne che sporgevano ma non si muovevano.”
“… assistere all’agonia della sua discesa nell’inferno della dipendenza chimica”
Cos’è un problema? Un’ossessione da risolvere? L’approccio scientifico alla vita è una sequenza senza soluzione di continuità di problemi da risolvere con complessità man mano sempre più alta. Nella scienza non c’è spazio per gli “impulsi depredati d’espressione“, non è materia tangibile, ben che meno ne esiste una forma essiccata. La non risoluzione del problema apre le porte alla follia, quella suicida è una delle forme meno dannose alla vastità di presenza del genere umano su questa terra, eppure a pensarci bene, la distruzione di tutta la terra e dell’intera umanità è una follia realizzabile a cui sembriamo tendere.
“Leggere mentre era in attesa della marijuana era fuori questione. Prese in considerazione l’idea di masturbarsi ma non lo fece. Piú che rifiutare l’idea non vi reagí e la lasciò scorrere via. Pensò per sommi capi ai desideri e alle idee che venivano pensate ma non attuate, pensò agli impulsi depredati d’espressione prosciugarsi e scorrere via, e su qualche piano sentí che questo aveva qualcosa a che fare con lui e le circostanze in cui si trovava e quello che –se quest’ultima estenuante perversione alla quale si era impegnato non avesse per qualche ragione risolto il problema –si sarebbe senz’altro dovuto chiamare il suo problema, ma non riuscí neppure a tentare di capire in che modo l’immagine degli impulsi essiccati che scorrevano via fosse connessa a lui o all’insetto, che si era ritirato nel suo buco nella traversa…”
Einaudi 2016 con introduzione di Thomas Carlisle Bissel
Il viaggio, come mi hanno augurato, inizia con “Tutto di tutto: Infinite Jest, vent’anni dopo”, una introduzione che accende l’entusiasmo, un tributo a Wallace e a questa sua opera pubblicata nel 1996.
“Succede qualcosa a un romanzo man mano che invecchia?”
Dopo il primo capitolo, ANNO DI GLAD sono già in un trip.
Ma andiamo con ordine, ho letto che questo libro è il più discusso, il più osannato ma anche il meno letto… questa versione ha 1280 pagine.
In rete ci si perde in mille recensioni, addirittura ho trovato un manuale per non scoraggiarsi e andare fino in fondo… sarebbe meglio dire scalare fino alla vetta; beh sì, Infinite Jest è un Everest a quanto pare. Alle prime venti ho già riletto tre volte, mi sento come il risultato dei test di ammissione cui è stato sottoposto Hal: subnormale.
“Individuo con intelligenza inferiore alla media, ma recuperabile mediante opportuno trattamento medico-psico-pedagogico”, dice il vocabolario.
Eccolo, lo vedo, ti spiega cosa succede a chi sta male, Hal è un campione in erba, desiderato dalle università americane, un genio che legge e digerisce cose pesantissime, chiuso dall’età di sette anni in una scuola di tennis. I suoi test attitudinali d’ingresso non sono buoni, sono “subnormali”; la commissione di decani che deve decidere la sua ammissione deve giudicare, lo vogliono ascoltare, lo hanno visto giocare e il talento non si discute, l’affare per l’università è ghiotta, doveva essere un colloquio tranquillo, una formalità, invece…
È un genio incompreso, Hal racconta di non essere capito e non vede cosa gli succede, ha vinto un quarto di finale importante, pensa all’avversario che l’indomani mattina sarà stanco mentre lui, sarà riposato perché sedato, lo stanno trasportando all’ospedale. Lo hanno immobilizzato, lui è con la faccia schiacciata per terra, le lame di luce tagliano l’atmosfera di terrore, la commissione è impazzita, lui vede una caverna rossa mentre ha gli occhi chiusi… Magari, domani, Venus Williams verrà a vederlo giocare…
Dicevo: «Andiamo per ordine.»
“David foster Wallace comprendeva il paradosso di provare a scrivere un’opera di fantasia che parlasse simultaneamente, e con la stessa forza, al pubblico contemporaneo e futuro”
questo dice Bissel nell’introduzione, e poi continua…
“È in tutto e per tutto un romanzo del suo tempo. E allora com’è che lo sentiamo ancora così transcendemente, elettricamente vivo?”
Risponde con varie teorie sulla grandezza di David e di questo romanzo che è Infinite Jest. Anche vent’anni dopo, allora e anche oggi. Sono teorie di sicuro interesse accademico ma lontane da ogni mia intenzione di racconto in questo diario più che altro emozionale… Infatti è il conto con la morte dello scrittore suicida a non potersi chiudere mai:
“Ci hai portato in spalla mille volte. Per te, e per questo libro gioioso e disperato, scrosceranno le nostre risate per sempre incredule, per sempre addolorate, per sempre riconoscenti. Cortro ogni speranza, spero che tu possa sentirci.” TOM BISSELL Los Angeles, novembre 2015
ANNO DI GLAD, inizia il viaggio:
“Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università…”
Come si dice? L’ho letto tutto in un fiato, ti stordisce e l’ho voluto subito rileggere, ti prende tutto, l’atmosfera, la scena, i protagonisti, Hal che racconta quello che vede, quello che sente, tutto quello che lo porta alla crisi. Doveva essere una formalità, invece…
“Guardo con attenzione il nodo Kekuliano della cravatta del Decano in mezzo. La mia risposta silenziosa alla silenziosa aspettativa comincia a pesare sull’atmosfera della stanza: i granelli di polvere e i peluzzi caduti dalle fibre delle giacche sportive danzano a scatti nella lama di luce che viene dalla finestra, agitati dal flusso dell’aria condizionata; l’aria sopra il tavolo mi ricorda lo strato di effervescenza che sta sopra l’acqua minerale appena versata.”
La commissione di ordinari accusa lo zio allenatore di truffa, il curriculum di Hal sarebbe stato truccato, mentre il ragazzo non sarebbe all’altezza di entrare all’università…
“… Non possiamo accettare uno studente che abbiamo ragione di sospettare non sia in grado di tagliare la mostarda con un coltello, al di là di quanto potrebbe essere importante averlo in campo con i nostri colori”.
“Ammettere un ragazzo che vediamo esclusivamente come una risorsa atletica equivarrebbe a sfruttarlo. Siamo soggetti a una miriade di controlli tesi ad accertare che qui non si sta sfruttando nessuno. I suoi risultati d’esame, figliolo, indicano che potremmo essere accusati di sfruttarla”.
Altro che formalità, il colloquio sta diventando un processo…
“Sta montando il mio solito panico di quando non mi capiscono, ho il petto scosso da sussulti e colpi sordi. Uso una grande energia per rimanere completamente silenzioso, sulla sedia, vuoto, gli occhi due grandi zeri pallidi. Qualcuno ha promesso di farmi superare tutto questo.”
Poi finalmente parla, non si difende, attacca come un fiume in piena…
«Non sono solo un ragazzo che gioca a tennis. La mia è una storia intricata. Ho esperienze e sentimenti. Sono una persona complessa. Leggo, io», dico. «Studio e leggo. Scommetto che ho letto tutto quello che avete letto voi. Non pensate che non abbia letto. Io consumo le biblioteche. Logoro le costole dei libri e i lettori Rom. Sono uno che fa cose tipo salire su un taxi e dire al tassista: “In biblioteca, e a tutta”. Con il dovuto rispetto, credo di poter dire che il mio intuito riguardo alla sintassi e alla meccanica sia migliore del vostro. Ma vado oltre la meccanica. Non sono una macchina. Sento e credo. Ho opinioni. Alcune sono interessanti.»
Hal è lui? È lo scrittore? È David? Ma no, è fantasia, è un romanzo, sì pero solo lui a quell’età avrebbe potuto dire:
“Se me lo lasciaste fare, potrei parlare senza smettere mai. Parliamo pure, di qualunque cosa. Credo che l’influenza di Kierkegaard su Camus venga sottovalutata. Credo che Dennis Gabor potrebbe benissimo essere stato l’Anticristo. Credo che Hobbes non sia altro che Rousseau in uno specchio oscuro. Credo, con Hegel, che la trascendenza sia assorbimento. Potrei mettervi sotto il tavolo, signori», dico. «Non sono solo un creātus, non sono stato prodotto, allenato, generato per una sola funzione». Apro gli occhi. «Vi prego di non pensare che non m’importi». Li guardo. Davanti a me c’è l’orrore. Mi alzo dalla sedia. Vedo mascelle crollare, sopracciglia sollevate su fronti tremanti, guance sbiancate. La sedia si allontana da me. «Santa madre di Cristo», dice il Direttore. «Sto bene», dico loro restando in piedi. A giudicare dall’espressione del Decano giallastro, li ho impressionati. La faccia di Affari Accademici è invecchiata di colpo. Otto occhi si sono trasformati in dischi vuoti fissi su ciò che vedono, qualunque cosa sia. «Mio Dio», mormora Affari Atletici. «Vi prego di non preoccuparvi», dico. «Posso spiegare». Carezzo l’aria con un gesto tranquillizzante. Entrambe le braccia mi vengono immobilizzate da dietro dal Direttore di Comp., che mi scaraventa a terra e mi schiaccia giú con tutto il suo peso. Sento in bocca il sapore del pavimento. «Che c’è che non va?» «Niente non va», dico io. «Va tutto bene! Sono qui!» mi urla nell’orecchio il Direttore. «Chiedete aiuto!» grida un Decano. Ho la fronte premuta contro un parquet che non avrei mai pensato potesse essere cosí freddo. Sono paralizzato. Provo a trasmettere un’impressione di docilità e arrendevolezza. Ho la faccia spiaccicata contro il pavimento; il peso di Comp. non mi fa respirare. «Cercate di ascoltarmi», dico molto lentamente, la voce attutita dal pavimento.”
«Per amor del cielo, cosa sono quei…» esclama un Decano con voce acuta, «…quei suoni?»
Arrivano le convulsioni, emette suoni animaleschi, è psicoticamente fuori controllo:
«Questo ragazzo ha dei danni cerebrali»
«Il ragazzo ha bisogno di cure».
«Invece di occuparsi del ragazzo lei lo manda qui a iscriversi, a competere?»
Hal è presente ci racconta tutto, sembra incredibile ma siamo nella sua testa che resta lucida, cosciente, ci trasferisce la sua esperienza, non vede ciò che vedono gli altri intorno a lui ma ci immerge in modo straordinario nei suoi pensieri:
“È un’ambulanza speciale, e preferisco non sapere da dove sia stata mandata. A bordo, oltre ai paramedici, c’è anche una qualche specie di psichiatra. Gli assistenti mi sollevano con gentilezza e si vede che hanno familiarità con le cinghie.”
“All’unico altro pronto soccorso nel quale sono stato portato, quasi un anno fa, la lettiga psichiatrica era stata parcheggiata accanto alle sedie della sala d’attesa.”
All’improvviso però inizia l’innesto di elementi che accendono la complessità di Hal…
“Una volta ho visto la parola knife scritta col dito sullo specchio appannato di un bagno non pubblico. Sono diventato un infantofilo. “
infantofilia: l’attrazione di adulti per i bambini molto piccoli (neonati o bambini fino a 5 anni)
“Mi porteranno in una stanza di un pronto soccorso e mi ci terranno finché non risponderò alle domande, poi, quando avrò risposto alle domande, verrò sedato; quindi sarà il contrario del viaggio standard ambulanza-pronto soccorso: stavolta prima farò il viaggio poi perderò conoscenza.”
“La finale di domenica la giocherò contro Stice oppure Polep. Forse di fronte a Venus Williams. Però alla fine, inevitabilmente, sarà qualche addetto non specializzato –un aiuto infermiere con le unghie rosicchiate, una guardia della Sicurezza ospedaliera, un precario cubano stanco –che, mentre si affanna in qualche tipo di lavoro, guarderà in quello che gli parrà essere il mio occhio e mi chiederà: Allora, ragazzo, che ti è successo?”
La frustata al lettore è possente, è questo il viaggio? L’avvio è travolgente, come l’immagine sontuosa di un jet che solcando il cielo apre come un bisturi il blu da cui sgorga il bianco di un corpo… quante volte l’abbiamo visto, allora negli anni novanta come oggi nel 2022, lo sguardo si inverte, vediamo l’opposto di quello che abbiamo sempre visto come normale, siamo dentro la storia non più contenibile tenendo chiuse le sue pagine… ne mai riassumere se non leggendone ogni parola, dalla prima all’ultima.
«Può darsi che vi giunga nuova, ma nella vita c’è di piú che starsene seduti a stabilire contatti».
Con una ricerca inizia l’approccio a questa opera vincitrice della 57a edizione del Premio Campiello, realizzata da Andrea Tarabbia, e da me conosciuta solo per il fatto di aver letto un suo commento sulla copertina della mia lettura precedente: La perfezione di Marco Martucci.
Strani intrecci determinano le scelte di un lettore.
Eccolo cos’è un madrigale: una “meraviglia”.
Dopo aver ascoltato, “Io parto” e non più dissi, e poi, letto il romanzo di Andrea, era proprio questo che avrei voluto fare, partire e smettere di scrivere.
Ma “Io parto” e non più dissi non è uno dei tre madrigali che Igor’ Fëdorovič Stravinskij sceglie per comporre il suo Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Ammum del 1960.
«Un ordine piccolo che prepara la strada a un ordine più grande: ogni grande operazione matematica non è che una serie infinita di calcoli elementari»
… anche questa storia si scopre leggendo il romanzo, perché Stravinskij racconta come arriva a questa composizione, compiendo un tributo all’opera del principe Carlo di Gesualdo, le cui “gesta” sono narrate dentro un antico libro vecchio di tre secoli ritrovato in una antica libreria di Napoli. Non sono fatti eroici di un guerriero quanto atrocità intime ed efferate verso se stesso e verso i suoi amori fino alla follia. È il genio dell’artista, nutrito dal dolore nell’epoca delle streghe e al culmine dell’esplosione rinascimentale nel Regno di Napoli. Proprio nella capitale partenopea avviene l’efferato duplice delitto di don Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, e della sua amante, donna Maria d’Avalos, moglie del principe compositore e assassino.
Da quei fatti orribili, Gioacchino, il servitore deforme (forse l’autore dello scritto capitato nelle mani di Stravinskij), e il suo nobile padrone si isolarono nel castello di Gesualdo che ancora oggi, con magnificenza sovrasta l’alta Irpinia.
Difficile, e per me di sublime pesantezza, questo racconto, cupo, gotico, storico e moderno, è stata una lettura che mi ha portato in una dimensione sospesa tra l’oggi, due passati lontani tra loro (Carlo e Igor) e l’assurdo della crudeltà umana come nessuno mi aveva svelato fino a questo momento presente: Natale 2021.
Il mio è un diario e qualche data la dovrò pur segnare, o no?
Confesso che la ricerca di queste musiche e poi l’ascolto, hanno accompagnato parte della mia lettura; diversamente non sarei stato in grado di uscire dalla tenaglia labirintica in cui ci si perde tra le pagine di questa storia terribilmente avvincente, che però è stata a momenti, asfissiante e possente come immagino le corazze dei cavalieri di quel tempo, fine 1500 e inizio 1600. Una lettura come una guerra, attese, scontri, sotterfugi, tattiche e strategie, complicata, sfidante, con battaglie vinte e perse nei meandri dell’ignoranza che diventa infine nuova conoscenza.
Arte e cultura non sono optional, sono radici attorcigliate in terra e roccia, fondamenta da scavare nel profondo delle vicende umane in secoli e secoli di storia e fatti, talmente assurdi che si resta sbalorditi di come riescano a riprodursi ancora oggi con la stessa intensità e potenza. La violenza e l’orrore, ispirano, e il genio umano costruisce l’opera d’arte che consuma infine la scintilla vivente del creatore. Emozione e coinvolgimento si trasformano oltre la brutalità, l’omicidio: il male devastante diventa forza genitrice di suoni soavi e struggenti da esibire a corte, da riscoprire per diventare nuova arte immortale secoli dopo.
Raccontare così come racconta Andrea Tarabbia è un esercizio accademico da un lato ma fortunatamente, popolare dall’altro. Di questo non posso che essere solo grato all’autore per le porte spalancate allo stesso tempo su paradiso e inferno del genere umano. Capisco solo alla fine il titolo, perché un madrigale senza suono è come la vita senza il cuore che batte, e così il racconto di sole parole non può sublimare l’essenza senza le immagini che si vivono immaginando le scene descritte. Più in alto si arrampica Stravinskij componendo nuova magia di musica togliendo suono ai madrigali di Carlo Gesualdo.
Questa è la grande opera che ci ha regalato Tarabbia, nuda, cruda, urlante. Guardo questo libro come un nero vinile a trentatré giri di quelli unici ed immortali, come ad una guida altera che non ti prende per mano ma ti ipnotizza, un magnete che ti porta alla conoscenza dell’ignoto, presente ovunque ma mai sentito. L’incontrario della perfezione: la perdizione.
“Tarabbia non dà risposte. Forse perché, come tutti, non le possiede. Forse perché il compito della letteratura – e dei bravi scrittori – non è quello di dispensare certezze ma di instillare dubbi e suscitare quesiti. Di spronare alla riflessione, sempre.”
«Date a me, lasciate che sia io a finire». E mentre facevo ciò che è giusto, l’avrei sentito mormorare, nella catastrofe di colpi e di urla umane e animali che fu quella notte, una frase, o forse un verso o una preghiera: «O unico amore mia grande follia”.
Amaro. Hai presente quell’ottimo liquore a chiudere un pasto veramente gradito? Non uno di quelli striminziti anche se stellati, ma uno abbondante che ti sazia spirito e pancia? È esattamente il finale di questo romanzo, amaro ma melodico, a tratti poetico, e a tratti semplicemente realista delle nostre crude verità.
A firma di Andrea Tarabbia, nella quarta di copertina si legge: “Insomma: è una storia dove la perfezione non la si trova quasi mai. È per questo che La perfezione somiglia così tanto alle vite di tutti noi.”
Il filo (casuale?) tirato dall’immenso fuso della rete internet che mi ha portato ad ordinare il romanzo di Marco, si è trascinato con sé anche quello di Andrea, l’ultimo disponibile al momento dell’acquisto, “Madrigale senza suono” che sto iniziando adesso…
Quando uno scrittore ne tira un’altro, non è marketing è riproduzione del bello.
Un nodo misterioso li ha intrecciati e fatti arrivare a me, insieme in primavera, poi lo scorrere degli eventi li hanno fatti diventare cibo succulento sotto Natale, ma questa è un’altra storia.
Lo so, è scorretto, usare pezzi d’opera senza chiedere permessi e licenze, è deplorevole. Il mio fine, non disperdere il sacro tempo della lettura e magari interessare chi ancora non ne ha condiviso il piacere, mi giustifica oltremodo ad affollare di paginette l’immenso web. Replico frasi che mi hanno lasciato un segno mischiando i personaggi e i tempi, per pubblicare commenti di un lettore nuovo, aggiuntosi agli altri, e che nelle intenzioni ne vuole condividere il sapore con altri ancora.
”In quel locale orrendo servivano una schifosa birra chiara e si esibivano le peggiori cover band esistenti, eppure il subbuglio nei petti aveva inventato colori dove tutto era grigio.”
Napoli e Bologna sono le città di questa bella storia che riempie, capitolo dopo capitolo, uno spazio tanto familiare quanto avvincente: mi ha afferrato l’intimo più profondo. Quando si tratta di amore, da quello impetuoso della gioventù a quello tormentato della maturità, l’intimo di se stessi è come una pagina appallottolata che vuoi rimettere stesa sulla scrivania. Le pieghe e gli strappi non tornano stirati mai.
“Se avesse continuato a pensare, gli schemi imposti per saldare la vita perfetta, l’ambizione coniugale, sarebbero crollati malamente.”
Seguendo la tensione di questa storia, un intrigo abilmente intarsiato tra figure molto avvincenti oltre gli amori protagonisti, ci si imbatte in anime superiori, quelle di sempre, su tutte Lady Marian, un’altra adorabile figlia, come la Venere di De Silva. Insopportabili per un genitore ma essenzialmente la conferma del miracolo riproduttivo della bellezza. Oltre dicevo, ci si aspetta altro e invece la fine, una volta svelato l’intrigo antico come il mondo, è la perfezione amara della vita che riparte uguale a se stessa quando le priorità sono invertite dalla tempesta interiore che, incontrollabile, rompe ogni ovvia certezza del presente. E allora tutto deve cambiare, anche al proibito, messo a nudo, non si può resiste.
Qualche intellettuale tribale maschio direbbe: « è sempre colpa di quella zoccola di Eva» aggiungendo amaramente poi: «sì, però è quello stronzo di Adamo ad averla seguita…». Quale sarebbe stata l’alternativa? Il paradiso per sempre? Sai che noia!
“La ragazza era così appassionata e femmina e scaltra che si sarebbe presa quel che voleva.”
Cosa sono le fragilità umane e i sogni infranti? Il rimpianto non è sterile ma determina azione, cos’è se non perfezione riprendersi ciò che si è messo da parte, nel cassetto dimenticato?
“Si era perso troppo, aveva buttato via il sogno mentre lo stava realizzando, e si era rinchiuso in una relazione che sarebbe esplosa inevitabilmente prima o poi, perché nessuno può stare bene in eterno dentro un ruolo che non gli appartiene.”
«I vivi se ne fottono del fegato spappolato e continuano a divertirsi.»
Vittorio e Diego, amici da sempre, sanno l’uno dell’altro il necessario ma si nascondono l’essenziale con cui smetterebbero di essere amici, con l’uno e l’altro questo romanzo poggia la sua costruzione su pilastri difformi ma strutturalmente complementari per il loro spessore di protagonisti senza tempo nelle consuete tragedie esistenziali, dentro le solite e definite categorie di maschi alpha accerchiati, succhiati da comprimari ingordi del loro successo. Lo star system, che sia politico o musicale, nazionale o locale, si nutre di fascino, di occasioni, di quei desideri sciacalli, di quella perfezione abbagliante che attrae come l’occhio di un ciclone.
“Si era scordato moglie e figli, adesso se ne rendeva conto davvero, da un po’ li aveva mollati in una posizione sconsiderata lungo l’ordine delle priorità, e là stavano ancora.”
Ma a mio parere, però sono le donne a brillare, a dare luce definitiva su tutto il romanzo, fatto di storie ed emozioni che si intrecciano alla perfezione.
“E seppure davanti a ogni decisione presa si era sentita forte, adesso doveva ammettere che il passato non le si era assolutamente arrestato alle spalle, ma in un moto ondoso e rapido stava risalendo in riva.”
“Era diventata così perché lo aveva scelto, perché si era circondato di filtri che trattenevano l’imprevedibile. Eppure in un tempo lontano era stata un’istintiva, disposta a stravolgere le consuetudini più solide per soddisfare l’istinto, per andare incontro alle possibilità sconosciute.”
Le città sono uno sfondo, ma ben distinto e disegnato con i particolari necessari ad un rapido quanto immortale riconoscimento. Non è il racconto delle città né quello dei protagonisti, strumenti usati con sapienza certosina da Marco, è l’immersione in apnea dentro l’intimo, l’irruenza affannosa dei ricordi nella precarietà del presente a fare la differenza, a chiedere il rimescolamento repentino di quanto sembra perfetto, è la perfezione dell’essere imperfetti, come credo di aver scritto da qualche altra parte, ad avermi tramortito e saziato, fino al finale, amaro, ma di quello buono, di quello che completa la sazietà non un alcolico qualsiasi che aiuta a digerire. Arrivati alla fine, ciò che sembra scontato è l’onda lunga del desiderio che si è appagato, soddisfatto.
“E poi , nelle vene di ogni musicista, l’imprevedibile si fa plausibile scorrendo.”
… Solo per dare ordine al tempo, è andato via da poco; ho fatto passare qualche giorno tenendomi dentro tutta la tristezza anche per i tanti e tante altre, anime della mia infanzia e gioventù. Zio Raff era l’amico del mio babbo, credo da sempre. Cresciuti insieme, tra roccia, terra e meravigliosi ulivi secolari, scendevano insieme per andare a scuola a piedi da una scalinata infinita fatta di pietre, attraversavano proprietà aperte curate centimetro per centimetro, e dirupi spaventosi per tagliare una strada che, oggi come allora, supera i dieci chilometri. Come il Sentiero degli Dei, dall’altro lato però, quello con all’orizzonte Napoli.
Andavano a Sorrento, giorno dopo giorno, e tornavano sempre a piedi; immagino giornate meravigliose in primavera o autunno, spettacolari, ma brutte, impossibili in inverno e sotto la pioggia fredda del sud Italia, anche in quegli anni 1947/50. Nasceva la Repubblica. A Pacognano di Vico Equense, oltre cinquanta anni fa, ogni volta era una festa: nonna Colomba ci accoglieva con espressioni gioiose, cantate, e mille e mille baci, carezze per minuti, quasi una visita medica approfondita. Per lei era una emozione sorprendente, ne sento ancora la possente fisicità degli abbracci. Non si avvisava l’arrivo, non c’era il telefono, accogliere i nipoti di Salerno che vedeva due o tre volte l’anno, era un evento a sorpresa. Subito dopo, ci toccava la salita: la scalinata infinita di pietre per due tappe fisse, ripetute, rituali, doverose, necessarie, favolose. La prima a metà strada, dall’amico Raff, di cui babbo aveva sposato la sorella Anna nel ’64, e lì su in vetta, la seconda dal fratello minore, zio Nicola, nella casa dove era cresciuto babbo con nonno Pietro e nonna Teresa che non ho mai conosciuto. Un viaggio incredibile, non parlavo e se lo facevo erano poche parole strappate con la forza delle carezze e di baci tenerissimi. L’accoglienza delle zie, Nunzia, Adele e più giù Titina, era sempre piena di attenzioni, di curiosità, in mezzo ad una sinfonia di dialetto cantato più rotondo e armonioso del napoletano metropolitano, tra loro stavo estasiato a nutrirmi di tanto calore sconosciuto in città.
E ancora penso ai racconti di papà, un quintale sulle spalle, due sacchi di cinquanta chili, per fare un viaggio in meno, lungo quella salita di scalini di pietre che a me sembrava infinita verso il cielo… “I muli erano roba da ricchi” e i sacchi erano il cibo delle loro bestie. I sacchi della montagna diventarono lavatrici e frigoriferi casalinghi, da caricarsi addosso per salire ai piani alti dei palazzi senza ascensore della città. Nel tempo libero dalla fabbrica la fatica è stata la sua compagna inseparabile.
Papà scelse l’acciaio della fabbrica e te lo raccontava con il tuo stesso orgoglio, fiero delle commesse che caricava sui camion diretti in Russia. Lì, nel tuo laboratorio che sapeva di colla calda e legni pregiati, i racconti dei due compagni di scuola e di avventure, mi si sono cementati nella memoria. Uno emigrato e l’altro che non era scappato ma s’era affidato all’arte del legno lavorato. L’artigiano e l’operaio. Si davano appuntamento da nonno Noè, per giocare a carte sul maestoso tavolone di legno antico, sotto lo sguardo dei bisnonni che guardano alteri dai dipinti appesi: l’uomo ritratto aveva un orecchino vistoso, una perla luminosa come avevo visto solo alle donne, mi incantavo a guardarlo senza riuscire a spiegarmi quell’anomalia così stonata. Per iniziare, la sera aspettavano la Fiat 850 blu di Pasquale che aveva sposato la bellissima sorella di mamma, zia Maria.
Parcheggiava proprio sotto casa, dove finiva la strada, alla base della scala infinita di pietre che saliva verso il cielo. L’enorme zio Mario che sfotteva sempre tutti, intratteneva nipoti scatenati richiamati all’ordine quando partiva la partita. I soldi veri arrivavano in tavola, monete e qualche foglio di mille lire iniziavano la danza per ore da un giocatore all’altro, tra frutta secca, biscotti deliziosi, fumo acre, panettoni, vino dolce bianco e bambini che uno dopo l’altro crollavano sfiniti a notte fonda. La complicità di babbo con Zio Raffaele, mi affascinava più della complessità del gioco, scherzavano e ridevano con frasi e questioni che non capivo ma vedevo i loro sguardi farsi sentimento struggente quando si lasciavano. Zio Nicola e zio Pasquale, come anche zio Pietro a Seiano (e tanti altri zii, cugini e anche figli) sono morti troppo giovani, il perché lo sa solo Dio e un giorno ci dovrà spiegare perché, ogni giorno, lascia sempre tanto dolore in terra. Quindi, da pochi giorni, il tavolo si è ricomposto con l’arrivo di zio Raff e mi piace pensare che abbiano ripreso a giocare senza scadenza, come in un Natale infinito della nostra infanzia, senza musica né televisione, con l’allegria degli anni più belli, insieme ai nonni e ai nonni dei nonni.
PS
A rileggermi mi sento di aver fatto torto a tanti, troppi. La prima tappa del nostro Fiat 750, rosso con sponde rinforzate, era sempre a Seiano da zia Maria, una madre per papà, più che una sorella, insieme a quel gigante di zio Pietro che per primo se lo portò a lavorare ai cantieri di Castellammare. Poi iniziò la fabbrica, invece avrebbe voluto andare per mare.
Seiano di Vico Equense
La domenica del 23 novembre 1980 eravamo a Pacognano, la notte dormimmo sui divani della hall della maestosa Casa Salesiana, quella sera, alle 19:34:53, durante un film trasmesso nell’oratorio, urlarono: “State calmi, è una struttura antisismica”.
casa salesiana
Tornammo il giorno dopo a Salerno e per alcune notti dormimmo sulla tangenziale ancora in costruzione. Nella Renault 6, sempre rosso fuoco, dal furgone all’auto, era il segno della crescita economica, viaggiare in un veicolo adibito al trasporto delle persone e non delle cose.
Fiat 750
Ero già molto più grande e il Natale a Pacognano, anno dopo anno, lo sentivo sempre più magico. Un oratorio così bello lo desideravo al posto della strada criminale della città, tutto l’anno. Quel sisma, a pensarci bene, è un confine, da lì, dove non ci sono state macerie, si sono costruiti muri e strade di fuga, separati. Le distanze tra anime si sono dilatate, fino a dimenticare nomi e luoghi. Non ricordo il Natale di quell’anno né di quelli dopo. La verità è che non si può mettere in ordine il tempo come non si possono cancellare mai dolori, nostalgie e sensi di colpa irrimediabili, si può ricordare e sentire le stesse emozioni, ora come allora, inebriarsi dentro. Darsi il diritto di stare bene. 🌄🌅🎆💓💝
Chiesa della Natività di Maria Vergine – Pacognano di Vico Equense
Poi il mare più a Sud… All’improvviso ricordo quel momento, di oltre mezzo secolo fa, io ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, ma che dico, del mio mondo. Creavo con la risacca dolce, il fossato intorno e con un pezzo di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, e così piccole grandi onde arrivarono presto a me: la prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, enorme e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra, ma quello era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di non dire mai niente.
L’ordine è nel passare del tempo che consuma ricordi di anime vive come la carezza di un pensiero, come il tormento di occhi che ti guardano senza morire mai. E così darsi il diritto di stare bene senza nascondere le lacrime e la gioia dell’emozione che torna dal passato e diventa presente adesso con una foto in bianco e nero che ti brucia dentro.
La rete cattura, uccide e fa nascere, è pericolosa, vischiosa a strascico distrugge un fondale, ma online è talmente imprevedibile da portare a galla delizie, magari tanto deliziose quanto piccole e affascinanti. Così è stato l’incontro casuale con la gatta Matilde di Clarissa Catti: un caso fortunato, e come molte scoperte sanno essere, ho trovato un grande personaggio di un romanzo geniale. Come puoi raccontare la morte a un bambino? E come puoi farla immaginare ad un adulto?
«Matilde voglio vedere tanta arte, mi ci porti?»
Sarà che sto invecchiando male con terribili involuzioni puberali, sarà che la lettura invernale, durante una tormenta di vento e pioggia senza precedenti, è in modo struggente, un rifugio caldo e rassicurante, sarà quello che sarà, non posso non condividere il piacere sentito grazie a questa fiaba, tanto semplice quanto potente. Pensando agli occhioni di un bimbo che ascolta e ti guarda quando parla la gatta Matilde, l’idea che la Morte diventi un’amica che ti accompagna per boschi, città, teatri e ospedali, è una storia avvincente senza tempo oltre quello che può sembrare un momento fantastico della fantasia. Dare la morte , prendere la vita!
«Il dolore è quando senti dentro te qualcosa che fa male, ti pesa proprio addosso e non riesci a togliertelo. Basta il solo pensiero di una cosa che provoca dispiacere e senti questo macigno che non ti fa respirare, devi fare per forza lunghi sospiri per sentirti ancora vivo.»
Non di trama né di stile oso scrivere, ma di emozioni quelle sì, quando arrivano dirette e possenti, posso dire di respirarne a polmoni pieni.
«Sì, lo è, ma pochissimi sanno essere felici. Oggi andremo alla ricerca della felicità, ma prima devi prepararti perché dovrò farti vedere altre cose brutte.»
Non sarà un pensiero condiviso ma credo che questo racconto sia un tocco prezioso anche per un’anima adulta, forse, solo forse sottolineo, l’autrice ha sotto valutano i grandi e sopravvalutato i piccoli, ma sarà mai pronta l’umanità quando arriva a farle visita sorella morte?
«Tu non dormi, Morte?»
Chi si misura con la lettura e la scrittura ha scheletri danzati nell’armadio dei pensieri, tanto privi di carne quanto densi di follia, eppure l’eternità di parole come gelosia, invidia, odio, bellezza, cattiveria, ignoranza, intelligenza, rabbia, gioia, felicità e amore, è una dimensione sensibile all’umore del momento, ci calpesta, ci opprime, ci manda in estasi con la stessa facilità con cui l’oblio ci spegne la luce. Anche nel buio più profondo, demoni e angeli, urlano da pagine scritte a risvegliare il senso della vita, a commuovere un lettore mai sazio di ritrovarsi bimbo, indifeso e avido di belle storie da raccontare. E se una gatta fa le fusa, grazie a questo breve ma possente racconto di Clarissa Catti, da oggi saprò spiegarne l’incantesimo.
«Gli uomini inventano storie e scrivono con il loro dono frasi bellissime, piene di significato. Sempre di arte si tratta.»
“Cosa sappiamo sulla vita, sulla morte e sui dolci amici domestici che accompagnano i passaggi più importanti delle nostre vite? L’autrice ci prende per mano portandoci a scoprire un mondo diverso, o meglio, il nostro mondo, le nostre realtà, ma viste con occhi diversi e da prospettive inimmaginabili. Un viaggio introspettivo profondo, raccontato con la leggerezza di un linguaggio coinvolgente e fruibile a tutti, quasi fosse una fiaba. Età di lettura: da 6 anni.”
Troppo giovani per tirare i remi in Barca. Troppo vecchi per tirare la barca a remi. 2021 Linea Edizioni
Dopo Santoro, ho letto ancora un giornalista salernitano, ma a diversamente da Michele, Gabriele, come si apprende nel libro, ha svolto tutta la sua attività a Salerno. Una differenza sostanziale è che Bojano, il giornalista lo fa sulla carta stampata e non in TV, un’altra e che quello famosissimo, è disoccupato. Sarà vero?
Giuro è stato un caso leggere l’uno dopo l’altro: nella bella opera di Gabriele a pag. 103, il delizioso racconto della competizione tra padre e figlio, mi ha fatto apprendere che il papà Giulio Bojano è stato il professore di latino e greco del giovane Michele Santoro, uno che in TV “faceva il bello e il brutto tempo”, uno che a detta del professore: “Persiste nel suo atteggiamento cronico di alunno scostumato e scostante” e che sempre all’epoca, al liceo De Sanctis, prese trentasei alla maturità.
Allora, bando alle distrazioni, torno all’oggetto di questo diario: condividere impressioni. Nelle prime pagine, mi sono preoccupato subito perché Antonio Polito, nella sua prefazione, scrive di fatica intellettuale per il lettore, ma poi è stato un piacere arrivare fino in fondo come lui aveva previsto. Quindi lettura veloce e gradevole che mi ha interessato molto perché mi ha portato in giro in una città a me sconosciuta e all’esplorazione di personaggi di fatto a me vietati per storia e formazione. La mia Salerno è profondamente diversa da quella che ho letto in questo libro perché come in ogni città, c’è un centro e tutto intorno periferie, umane di relazione e culturali.
“Poi arrivò Tangentopoli e il clima si fece molto pesante…”
Quello che mi ha veramente sorpreso è scoprire l’uomo dentro la professione che per virtù e capacità, per formazione e desiderio, si è trovato a scrivere di spettacolo quando lo show avrebbe voluto crearlo lui. Aspirazione ed ambizione che trovano comunque soddisfazione visto le esperienze radiofoniche e televisive in cui è autore di programmi nella favolosa epoca delle emittenti libere nella città capoluogo di provincia.
”A volte si ha l’impressione di scrivere sull’acqua, che nessuno si accorga di te, nel bene e nel male. Specialmente di questi tempi che la stampa cartacea è colata a picco sotto i colpi della concorrenza sleale on line.”
La costruzione narrativa insieme alla voglia di raccontarsi e fare un bilancio della propria esistenza, anche con confessioni molto intime e struggenti, raccontano l’uomo prima che il professionista. Non è una resa dei conti, anzi, credo sia la cementazione di un collage di passati da cui ripartire per un futuro prossimo tutto da scrivere. La sua anomalia, è la cifra che da all’insieme dei racconti una amalgama coerente, rendendo ogni singola citazione, sia essa tratta da fatti che da interviste, una scoperta continua dei senni di poi inesplorati, una evoluzione costante di un periodo storico di forte transizione e sovvertimento sociale lungo oltre quarant’anni. Il dietro le quinte della vita del giornalista, con scoop e sconfitte, persecuzioni e vittorie, rinunce e occasioni perse, premi e figuracce, viaggia a braccetto con l’umanità del giovane, dell’uomo, del marito, del genitore, con l’intransigenza del professionista cui è vietata qualsiasi soluzione di continuità tra vita privata e vita pubblica.
In fondo anch’io mi trovo ad affrontare in questa fase della vita due problemi: ”Il primo viene dalla consapevolezza che il tempo da vivere non è più tanto grande. Il secondo è che il tempo vissuto ha consumato equivoci e incertezze”. (pag. 43)
Non tutto è comunque passato né risolto, anzi, non potevano mancare due questioni aperte, una fatta di zeppole e governatori, e l’altra con una critica feroce alla sua stessa categoria di oggi: “Mica come adesso che i giornalisti sono per lo più ridotti ad amanuensi e copisti. Già, i giornalisti.” (Pag. 131)
Il discorso è lungo, molto complicato, quello che penso è che la drammatica precarietà in cui sono state catapultate varie generazioni che seguono I FAVOLOSI 60, ha generato mostri di sfruttamento che nell’esaltare il professionismo a cottimo molto free ma pagato quattro soldi, distruggono ogni possibilità di produrre lavoro di qualità, vero, coerente, libero e strutturalmente deontologico. Ma ormai anche la propaganda è remunerata a pagherò. Intanto lavora, poi vedremo.
Non ho mai seguito la corrente e ho sempre cercato di battere strade che non erano state già percorse da altri. Per questo amo definirmi “interstiziale”, vado ad infilarmi in quei meandri che gli altri per comodità o solo perché non ci pensano, evitano. (Pag. 225)
L’ironia e la sagacia di Gabriele Bojano che straripano da questo libro sono a tratti durissime auto flagellazioni; su tutte, la domanda sulla prescrizione delle figure di merda a pag. 253, ha un picco di goduria comica che mi mette in attesa su quanto sembra potenzialmente annunciato per i prossimi FAVOLOSI 60. Se è vero quello che ha detto Albert Camus, “Il giornalista è lo storico dell’istante”, lo scrittore Bojano ne ha fatto una vita di momenti indimenticabili.
Realizzazione editoriale: Valeria Bové – Collaborazione di Guido Ruotolo
«Si devono spaventare gli altri. Ho ucciso tante persone, non è facile trovare uno più cattivo di me».
Raccontare la verità in letteratura sembra essere un paradosso tipo quello della teoria della relatività di Albert Einstein. Se assumessimo la verità assoluta come l’uguaglianza dell’età di due gemelli, perché la verità è unica (dimostrata o meno, è irrilevante, roba da giudici), ebbene la relatività ci dice che dopo un viaggio, il fratello fermo è invecchiato rispetto all’altro che ha viaggiato alla velocità della luce. Di quanto? Beh, ovviamente dipende dal viaggio, e allora potremmo concludere che la verità storica dei fatti, curva come il tempo, attratta dalla vicinanza dei testimoni e, accarezzata dalle emozioni dei personaggi, cristallizza nel momento fermo della lettura. Quello che con la fisica non è possibile, con la letteratura si può fare: il viaggio nel passato è più veloce di quello alla velocità della luce nello spazio. L’avventura che Michele Santoro mi ha proposto in questo libro è tante cose ma, si fa presto a dire: Nient’altro che la verità. Sì, tra le tante, c’è anche una verità esplosiva: arriva nell’ultimo capitolo e, posso assicurare, arriva come una liberazione, come la libertà dopo le catene e la tortura di una prigione.
C’è in questo racconto, lungo quasi 400 pagine, la verità che veramente ho desiderato, una bramosia accesa con la lettura delle prime pagine: l’anima dei due protagonisti, il killer e il giornalista, Maurizio Avola e Michele Santoro.
“Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. In altri tempi non avrei esitato: avrei trovato irresistibile la possibilità di compiere un viaggio nella mente di un serial killer di mafia. Ma, al punto in cui mi trovo oggi, non sono nelle condizioni più adatte per scavare nell’identità di un altro, visto che la mia è andata in frantumi.“
Non ho strumenti culturali adatti per definire questo libro, posso dire che è stata una lettura coinvolgente come poche, è una storia bella perché si respirano verità mai scontate, vera perché vivida come il vulcano della copertina di cui se ne sente il calore, la rabbia, la potenza, la crudeltà, la ragione umana riprodotta e sottomessa alla natura, la luce della lava che scorre bruciando la terra indifesa. Travolgente.
Per Maurizio uccidere è più di un orgasmo: «In un rapporto sessuale dici “Sto morendo” quando sei al massimo dell’eccitazione, “Moriamo insieme!” per godere nello stesso momento e con la stessa intensità. L’acme del piacere di un killer è sentire l’ultimo rantolo della sua vittima».
«Che ti è rimasto, Maurizio, di quegli anni?».
«L’odore del sangue. Mi è rimasto l’odore del sangue. Faccio il volontario su un’autoambulanza di pronto soccorso. E tanti la vista del sangue la trovano insopportabile. Girano la faccia dall’altra parte. Svengono. Vomitano. Io ci sono così abituato che non mi tiro mai indietro Raccolgo corpi straziati, sollevo feriti con le budella da fuori. Non c’è niente che non riesco a sopportare. Si può sempre contare su di me. Ma quell’odore, quell’odore mi resta attaccato addosso e non riesco a mandarlo via. Come quelli che lavorano in pescheria e si coprono di profumo per non puzzare. Le prime volte ero nervoso, troppo nervoso. Non dormivo, non scaricavo l’adrenalina. Avevo fatto ciò che si doveva fare. Non ne avevo rimorsi, non ne avevo dubbi, non mi vergognavo, non avevo paura delle conseguenze. Ero solo nervoso. Troppo. Mi rigiravo nel letto e sentivo che la testa sanguinava, ma non era sangue, era solo l’odore del sangue. Sui vestiti, sul pigiama, sulle pareti, sulla tazza del cesso. Dappertutto».
I primi capitoli raccontano la formazione, la crescita, il salto dalla gioventù alla maturità e sebbene sia una intervista, l’opera letteraria traspare limpida nella ricostruzione minuziosa degli eventi, dei ricordi, degli insegnamenti da tramandare come testimonianza rappresentativa di generazioni tumultuose come il vulcano, che dalla copertina, entra in ogni pagina, inarrestabile, quasi a giustificare l’eruzione del racconto esistenziale dei due, l’uno di fronte all’altro, nei vari incontri che alla fine saranno quattro in località e situazioni diverse, un faccia a faccia, una relazione che trasforma entrambi abbattendo ogni ipocrisia.
«Se ti prendono che non hai fatto niente e finisci qua dentro per errore, se gli amici ti hanno portato a fare una cazzata, se hai sbagliato che stavi fatto, ’na cosa qualunque di queste, allora in carcere ce l’hai la possibilità di riflettere fare un cambiamento. Però se tieni un’altra indole, l’indole di fare i crimini, quando ti schiaffano qua dentro mettono un leone in gabbia. E quando il leone esce è più feroce di prima. Vuole sbranare a tutti quanti».
Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto ad esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista sarebbe potuto diventare terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle e insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto.
Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra patria.
È una confessione a se stessi di ciò che sono stati, delle scelte fatte e di quello che sono diventati oggi dentro percorsi sociali di trasformazione che alla fine dei conti, hanno cambiato molto poco: il corpo cambia abito, si adatta alle mode, sfrutta i progressi tecnologici, ma resta uguale.
«Tanto i bancari non sono meno ladri dei rapinatori. Alle volte mi vedono arrivare con la pistola in mano e gliela leggi negli occhi la contentezza. È come se vedessero comparire la Madonna per miracolo». In pratica, siccome i soldi li hanno rubati prima loro, hanno un debito che non possono giustificare. E, avendoli spesi, non sanno come ripagarli. Sia benedetta la rapina! Possono finalmente cancellare gli ammanchi e sistemare la contabilità. Dio grazie!
Non sono i bisogni a cambiare gli eventi, è la natura umana ingorda, sia per fame di bellezza e cultura, di soldi e potere, sia essa avida di piaceri. Questi due protagonisti si attraggono e nel loro abbraccio avvolgono il lettore a prescindere dalle motivazioni che lo portano ad entrare nella storia. Del resto basta leggere la recensione che ho linkato alla fine, per rendersi conto di quanto vasto possa essere il ventaglio dei giudizi possibili su questa opera. È proprio la confessione di entrambi a rendere la mafia, l’associazione a delinquere, un argomento secondario rispetto alla profondità senza tempo della loro umanità, per quanto anche tribale e sconcertante, per quanto anche disillusa e sconfitta. È la pace interiore ad essere irraggiungibile. La verità è fuori dal racconto che aspetta una platea da richiamare a raccolta, non di spettatori ma di cittadini da informare.
«Hai paura? Ho notato che anche per strada stai molto attento».
«Non è paura, è abitudine. Se mi devono uccidere voglio guardarli in faccia».
Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente. Se tutti avessero da mangiare in abbondanza e i soldi per non fare una vita da schiavo, non sono certo che ci sarebbero ancora le rapine.
Avola smonta con frasi semplici, “elementari” le ormai blande certezze di Santoro:
«Le rapine ci saranno sempre. Non si fanno per necessità. La maggior parte delle volte sono i ricchi che rapinano i poveracci».
“Maurizio non ha letto il Decamerone di Boccaccio, né ha visto il film di Pier Paolo Pasolini, ma sa per esperienza che all’origine dell’accumulazione della ricchezza c’è un atto violento; che ci si fa mercante sfasciando la testa a un passante per prendergli la borsa con le monete d’oro. Non tutti i ricchi lo hanno fatto. I loro padri, o i padri dei loro padri, sì.”
Avola non ha mai voluto fare il mercante, non ha mai desiderato il potere, per lui fottere è meglio che comandare e Santoro lo mette per iscritto in siciliano, ha tradotto tutto ma quel poco che si legge in lingua madre del killer, è scelto con estrema cura e precisione.
«Quando colpisco non giro la faccia dall’altra parte, non chiudo gli occhi. Tiro un colpo per buttarlo a terra; e poi gli sparo in faccia per finirlo. Lo devo guardare diritto negli occhi mentre prendo la mira, colpirlo con esattezza. Il suo momento è arrivato. Io sono la sua morte».
Tra pagina 138 e 140, nel capitolo «Sono nato per uccidere. E la tua missione qual è?», ho trovato una riflessione potente, sull’identità dei giovani e la loro esplosione di energia, che, come la copertina, prendono forma di eruzione vulcanica ma, non è una foto, è un film tutto intero. Beh, io dico più di una riflessione, è una grande testimonianza dell’autore che racconta se stesso e gli anni formidabili del ’70.
Come ho detto all’inizio, da subito ho desiderato l’anima dei due protagonisti, posso dire di averle trovate leggendo fino alla fine; non deve essere stato facile al giornalista travalicare la sua professionalità sporcando l’intervista con la sua presenza, a tratti delicata, a momenti pesante e prepotente; quello che mi è piaciuto è l’insieme, lo scontro di mondi tanto lontani quanto vicini nel resoconto di vite ancora ingorde di futuro, nonostante gli orrori, le atrocità, gli errori e le illusioni infrante nel muro della crudezza affaristica. Questo libro è un lavoro molto particolare che secondo me lascia una traccia profonda più di quanto potrà mai fare una trasmissione TV. E a proposito: noi perché siamo nati?
La tua verità Michele a me è arrivata forte e chiara, limpida come il “servire il popolo” della tua gioventù!
«Sparare mi piace, mi eccita far esplodere una bomba. Ce l’ho nel sangue. Sono nato killer, non ci sono diventato. Avevo un solo pensiero nella testa: fare bene, sparare con precisione, eseguire il piano in ogni dettaglio. Se c’è una cosa che non si puà sbagliare, è l’omicidio».
«L’ho capito col tempo che sono nato per uccidere. Sentivo l’anima del morto che se ne andava, l’attimo preciso che si separava dal corpo. È come un soffio, una corrente d’aria, uno spiffero. Un rumore impercettibile che solo io avvertivo chiaramente. E, in quel momento, mi sembrava quasi di vedere l’anima che volava via. A proposito, qual è la tua missione? Perché sei nato?».
“Maurizio è uno dei quelli che avrebbero potuto uccidermi. E siamo uno di fronte all’altro alla ricerca di un motivo per continuare a esistere.”
… Quelli che mi chiamano “il giornalista di Salerno”, con la spocchia razzista che la sinistra nasconde sotto la morbidezza del cachemire.
17 SCRITTRICI. 17 RACCONTI. UNA DOMANDA. 2016 NEO Edizioni
Alla fine, dopo l’ultima pagina: “Ma che vuoi commentare” mi sono detto subito, come può un maschio immaginare anche solo l’idea di maternità?
È sempre un bisogno di curiosità a prenderci la mano, a trascinarci, è il desiderio mai sazio dell’inesplorato, di quella sconosciuta essenza che in continuazione ci turba e ci attrae.
Parto da una domanda: cos’è il pensiero madre? In questa raccolta si trovano diciassette risposte che hanno ispirato letteratura intima e quantomai potente. Più che risposte sono ispirazioni coinvolgenti, rivelazioni possenti, soggettività diverse, alcune spiazzanti, alcune incredibili. Sono storie della decisione di mettere al mondo un figlio, o di non farlo: “quella dimensione liquida, preistorica, che prelude alla scelta.”
Tengo per me la classifica dei racconti che mi sono piaciuti di più rispetto ad altri, perché credo sia ingiusto e sbagliato determinarne una classifica dettata dai miei gusti personali, trovo ingiurioso mettere questi diciassette racconti in competizione tra loro. Devo però complimentarmi con la curatrice che li ha messi insieme in un unico libro che, a distanza di un lustro dalla pubblicazione, merita secondo me di essere riscoperto e magari anche ampliato con nuovi racconti di nuove scrittici che nel frattempo hanno dimostrato di essere altre novità di talento.
Provare a proporre questa domanda alla tua interlocutrice, magari durante una passeggiata, o un aperitivo o in una cena, provare a chiedere un racconto del suo “pensiero madre”, sono sicuro darà frutti inaspettati, genererà riflessioni che fermeranno il tempo. Non credo si possa conoscere una donna senza coinvolgersi nel suo “pensiero madre”. Ecco perché questa raccolta è preziosa, non può essere definitiva perché la donna, per definizione non classificabile, è unica, credo per volontà o progettazione divina.
Basta una delle prime frasi dell’introduzione autobiografica di Federica De Paolis, a scatenare il desiderio di leggerne l’insieme: ciò che stupisce una donna, una madre, mette in moto azioni che solo la scrittura, poi, rende evidenti in quanto forze motrici dell’esistenza umana.
“Con lei ho scoperto che la femminilità non è indotta, è autentica. E questo mi ha stupita. Oggi ha sei anni, e ha già ampiamente esibito il suo sentimento di maternità…”
“Dove nasce la loro maternità. E come si esprime? È estroflessa. Negata. Desiderata. Impossibile. Impronunciabile. Sventolata ai quattro venti.”
“Questo desiderio come si annida? Cresce, Lievita? Si ricuce nello stomaco o nella mente? Non può essere inesistente. Questa è una domanda che ogni donna attraversa.”
Federica De Paolis ha chiesto a diciassette scrittrici di rispondere, di raccontare il rapporto con la maternità nel momento che la precede. Di fatto in alcuni racconti questo momento si dilata in modo indefinito o si accavalla con i momenti successivi o precedenti di esseri già procreati e relazioni che hanno consistenza fuori dai loro corpi. Il preludio della maternità è senza soluzione di continuità, presente anche quando non c’è un test di gravidanza positivo.
I racconti raccolti sono di: Simona Baldanzi (Fuori verde), Chiara Barzini (Tre racconti), Ilaria Bernardini (Il secondo giro), Cinzia Bomoll (Venti minuti), Caterina Bonvicini (Il pollo e il nano), Gaja Cenciarelli Nuda verità), Silvia Cossu (L’attesa), Camilla Costanzo (Pugni aperti), Carla D’alessio (Odio sollevare la questione), Gaia Manzini (Vasca grande), Kamin Mohammadi L’orologio biologico), Melissa Panarello (La caccia), Gilda Policastro (Bimbo a orologeria), Veronica Raimo (Un giorno tutto questo sarà tuo), Taiye Selasi (Alla ricerca del tempo sospeso), Simona Sparaco (Usa e getta), Chiara Valerio (Sette Quattordici Ventotto).
Quelle che seguono sono poche frasi estrapolate per dimostrare come i diciassette racconti della raccolta, possano essere letti come capitoli di uno stesso romanzo. Tutte le protagoniste narrano la varietà di un pensiero personale, unico, indipendente, mostrando vite parallele accomunate dal destino naturale dell’essere donna nella società, con tutte le difficoltà e le paure che questa presenta ad ognuna di loro, e così, aspirazioni, lavoro, affetti, traumi e conflitti di questi personaggi rendono tangibile la complessità dell’esistenza moderna a confronto con un istinto preistorico e naturale.
“A volte ha l’impressione di vivere per prevenire un’abitudine.”
“Una volta diceva: io sono fatta così. Ora non fa che prendere le distanze da se stessa.”
“Il desiderio di maternità cela un’ansia di cambiamento, le dice un amico. Quindi il non desiderio è un’ansia di stasi, pensa lei. Oppure significa sentirsi ancora figlia, sentirsi allo stesso tempo figlia e orfana.”
“Nel mondo in cui sta per entrare, tutto ciò che ha paura di perdere è la propria irresponsabilità.”
“Ero convinta di avere l’orologio biologico di qualcun altro, forse quello di un camionista.”
“Poi avverte una tensione che non riusciva più a distinguere tant’era divenuta abituale, cessare tutt’assieme. La percepisce nell’istante in cui scompare. E il sonno riprende il suo assalto.”
Perché Antonella Cilento è una maestra e questo suo NON LEGGERAI ne è una magistrale conferma, perché quel diavolo di scrittore è un suo allievo, ecco perché, per osmosi mi ha portato a questo romanzo; noi usiamo FB per socializzare, Antonella nel romanzo lo ha chiamato WT (tempo perso)… GENIALE!
Antonella è una maestra di scrittura, un’accademica delle emozioni raccontate, che partono dalle parole e arrivano direttamente all’anima del lettore. L’Istituto Onnicomprensivo Pino Daniele, le Scuole Riassunto, sono un futuro tanto possente da essere reale già oggi; quella scuola, le protagoniste Help Sommella e Farenàit Lopez, i Mondi Occidentali, la società futura raccontata da Antonella, è quanto di più visionario e “reale” si possa immaginare. Questo romanzo è un trip, un prodotto stupefacente che mi ha rapito prima e sconvolto durante e dopo… tanto che l’ho riletto più volte. Sembra assurdo ma è così, poco tempo per tutto, ma una dipendenza ti porta a ripetere i percorsi del piacere, è un desiderio, diventa una necessità. L’amore per i ragazzi, per la scuola, per la letteratura, per i libri che finiscono nascosti in una bara, per le passioni umane, per una speranza quotidiana che non è l’ultima a morire ma il cibo prelibato ad ogni colazione di ogni giorno… Roba forte, fortissima. I libri come e meglio della droga, vietati, banditi, distrutti, perseguiti, desiderati, un reato, una colpa.
NON LEGGERAI
NON VEDRAI I MORTI
NON AMERAI SENZA SCOPO
Ho molto timore nel riprodurre pezzi di pagine che vanno lette tutte insieme in un solo respiro. Ho paura di sciuparne la magia, l’incantesimo, rovinare questa grande lezione di vita, di preveggenza onirica, di antropologia essenziale che per me, mette al bando ogni futurismo della competizione e della velocità, che indica la strada del ritorno alla lentezza del gusto e accompagna alla profondità del pensiero, e così, svela la nostra natura veramente umana contro la bestialità dell’animale che abbiamo dentro. Un monito, un manifesto alla vita degna, ma allo stesso tempo un insegnamento. Un regalo vero!
«Come è stato possibile?»
«A volte basta concentrarsi solo su se stessi, credere di essere soli. Così soli che non c’è più bisogno di conoscersi, di conoscere gli altri, di mettersi alla prova, di dubitare. Una società che vive stando allo specchio muore.»
pagina 39 – NON LEGGERAI – Antonella Cilento – 2019 Giunti Editore
Per non morire di noia e tempo perso, leggi NON LEGGERAI di Antonella, e gli occhi ti si riapriranno sulla vita che ti aspetta a braccia aperte… Ingorda di te l’emozione di essere, ti rapirà…
un commento al romanzo UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno, pubblicato da Rizzoli nel 2019 per Mondadori Libri
Non ci sono alibi, chi ha letto di Viola Guarino con #NeroLucano non può che desiderarne l’esordio raccontato dall’autrice nel romanzo una “Favolosa estate di morte”. A tutti quelli che ancora non conoscono questo intricato e complicato personaggio che nella vita fa l’anatomopatologa, posso dire di non rimandarne l’incontro perché è uno di quei protagonisti dei sogni che aiuta a curare ogni inquietitudine. Scienziata e strega, fragile e forte, passionale e fredda, desiderabile e respingente, severa ma umana oltre l’umano. Viola aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza invisibile che ci accompagna, e lo fa attraverso le sue vicende che sono intricati percorsi emozionali, sensitivi e psicologici, che legano il reale di chi deve affrontare il dolore della perdita dell’ammazzato, con l’essenza spirituale dei cadaveri con cui intrattiene dialoghi risolutori. Quei corpi e ciò che sopravvive alle autopsie, le parlano oltre la morte districando matasse attorcigliate di sospetti, moventi e volontà segrete fino ad arrivare alla scoperta di ciò che li rendeva protagonisti di una vita intensa ma bruscamente interrotta. I cadaveri sono due, abbracciati nella morte, più amanti tra loro che nella stessa vita. Il prima e il dopo hanno reso il percorso narrativo un viaggio che mi ha ipnotizzato come lettore. La Viola Guarino di Piera è essa stessa il romanzo di cui si desidera la continuazione, e così si capisce l’attesa per #NeroLucano, e la bramosia per un terzo episodio dove cercare le risposte a domande ancora aperte su questo personaggio incredibile.
La scena in cui Viola conosce la moglie di Loris è un piccolo capolavoro per la sua semplicità, per la sua tensione, per una straordinaria e travolgente ordinarietà che sbatte il lettore dentro l’intimo più realistico e normale della vita quotidiana di ognuno. L’amore di Viola e Loris è una scoperta lenta, si gusta con piacere crescente passando da questo romanzo a #NeroLucano, ma resta una storia irrisolta che diventa la trama di una serie di cui già fortemente si sente il bisogno, magari una trilogia lucana o magari l’esplorazione di nuove terre vicine con popoli e personaggi che aspettano, dietro l’angolo, di nascere in pagine nuove della Carlomagno.
“Sentiva il desiderio di mordere il nuovo sostituto procuratore.
E quel sobbalzo, quello di lui, non le era sfuggito, ed era coinciso perfettamente con il tuffo del suo cuore. Uno scatto contemporaneo nella testa di tutti e due. Sarebbero stati guai, lo sentiva.”
Per me l’attesa è la magia di un giallo. Il ritrovamento nelle pagine di segreti, indizi e prove, con lo svelarsi dei personaggi vivi con quelli morti ammazzati, è la verve, il brio del romanzo, l’estro dell’autrice ne fa un cocktail alcolico di cui la Carlomagno è ormai maestra, ma su questo vi rimando a due recensioni di prestigio, ecco i link:
«Mannaggia! Maledizione! È finito.» È la terza volta che mi succede. Con Hotel d’Angleterredi Mari, mi ha preso esattamente la stessa delusione vissuta con Nero Lucanodi Carlomagno e con Hello, goodbye di Grattacaso. Essere rapito nella storia che l’autore racconta, è una magia che si è ripetuta con questo bellissimo romanzo ambientato nella Salerno del 1911. Non è mai scontato ribadirlo: è la scrittura di Carmine, come quella di Piera e di Claudio che hanno dato vita all’incantesimo. Arrivato nelle ultime trenta/quaranta pagine, la voglia di restare nella storia è questa magia che cerco di dire. Il caso non è risolto, anzi si infittisce di segreti, mi vengono in mente varie ipotesi, mi chiedo cosa stanno facendo i personaggi della storia mentre non ne sto leggendo. Mi chiedo cosa succederà domani, e allora per non fermare la magia ne rimando la conclusione, beh, forse esagero, ma è come rinunciare all’amplesso del finale per aumentare il tempo del piacere. È forse anche questo uno dei motivi di successo dei romanzi gialli, nelle loro diverse varianti che vanno dal noir alla spy story. Poi ci si mette l’allineamento degli astri e una città va in serie A con il pallone e i suoi scrittori più creativi ed affermati, nell’Anno Domini 2021.
Le prime cento pagine di Hotel d’Angleterre , mi hanno trascinato dentro una bella storia raccontata con accattivante fluidità densa di particolari mai superflui, anzi proprio questa densità è una delle ricchezze di questo libro. La ricerca storica è di spessore elevato ma non sovrasta il racconto, anzi lo permea con raffinata essenza. Sì, proprio come quei profumi delicati che senti, apprezzi, ma che con discrezione sono pressoché assenti. La storia è molto intrigante, costruita con arguzia e maestria, parte da Roma per poi approdare in provincia. Il periodo a me completamente ignoto, mi ha incuriosito in modo crescente pagina dopo pagina; poi il fascino dei luoghi del racconto, me ne hanno amplificato il desiderio di una conoscenza più diretta e approfondita.
Davidson era in giro a visitare un po’ la città. A dire il vero, non è che ci fosse molto da vedere, a parte la cattedrale e qualche chiesetta medievale. La parte storica cadeva a pezzi, e un po’ me ne vergognavo. Eppure ce n’erano edifici belli, interessanti da un punto di vista architettonico, testimonianze di un passato illustre, di una Salerno che mille anni addietro era stata capitale di un vasto ducato longobardo e poi normanno, ma nessuno faceva niente per rimetterli a posto. Credo che i cittadini che la abitano non sappiano un cavolo del luogo dove vivono.
La seconda e terza di copertina sono un extra di pregio: Salerno e l’eleganza ad inizio secolo, così come rappresentate attraverso una cartolina e manifesti pubblicitari, attraggono la mente in capitoli che scorrono veloci, e così mi sono trovato immerso in un viaggio unico ad occhi aperti, nel primo Novecento di questa città.
Per esempio: il tram giallo che nel 1911 univa Salerno a Pompei:
”C’erano voluti tre anni per costruire i trenta chilometri con binari tipo Phoenix, a partire dal giorno del rilascio della concessione governativa, fino all’inaugurazione della tratta. A tal scopo era stata fondata la Società Anonima dei Tramvai Elettrici della Provincia di Salerno, con sede a Bruxelles, dotata di un capitale sociale di tutto rispetto: ventimila azioni di cento lire ciascuna, per un totale di due milioni di lire. Le vetture – pesanti tredici tonnellate e lunghe più di otto metri, con una potenza di cento cavalli – erano state acquistate a Philadelfia, presso la The J.B. Brill Company. Avevano attraversato l’oceano nella stiva di una nave ed erano state montate sul posto.”
Niente di strano se fosse un trasporto di oggi. Solo qualche cointainer tra migliaia di quelli che arrivano nel porto, e allora? Ho sentito l’infernale stridore di una frenata su quelle rotaie di ferro, ho sentito un baccano enorme nel cervello pensando a quante fabbriche sono state impiantate e poi dismesse da allora, da quando compravamo i tram in America. Ho visto le scintille del primo capitalismo mettere le radici nella città a sud della capitale dei Borboni. In quella foto non c’è il lungomare di oggi rubato al mare di allora. Non lo sapevo, non avrei mai immaginato niente di tutto questo, se l’autore non mi avesse portato sul quel tram insieme all’avvenente “mademoiselle” ingorda, ospite in quei giorni all’Angleterre. O meglio, lo sapevo ma viverlo con le azioni dei personaggi, è tutta un’altra storia. La beatitudine che mi avvolge quando una lacuna di ignoranza viene riempita, ha un gusto prezioso, è un attimo di pausa nella fame che divora, è il sapore sopraffino della buona letteratura, lo svago necessario che insegna alla mente come liberarsi dall’ignoto. Un incantesimo: la vera fondazione di conoscenza.
La magia nelle pagine di Carmine Mari è fatta di carne e di sudore, di cazzotti e di piombo, di ambizioni e sentimenti, di passione, sesso e amore, di donne operaie che alzano la testa e si organizzano, vogliono il voto, vogliono il rispetto, affermano una dignità rivoluzionaria senza tempo, femminista ma non solo, una dignità violata anche se si appartiene ad una classe padrona. La lotta di genere all’interno della lotta di classe è un conflitto irrisolto e Mari ha la capacità di riportarci nel 1911, dimostrando in fondo che i viaggi nel tempo sono lo specchio del presente, nell’epoca in cui la nostra azione si può svolgere per risolvere le questioni ancora aperte.
Edoardo Scannapieco, giornalista emergente, testimone implicato nel mistero degli avvenimenti, è protagonista nella vita di quelle donne e delle altre, quelle che lo coccolano e lo amano: la mamma, zia Tina, e la gelosa Agnisetta. Raccontando questa storia, in prima persona, Eduardo ci regala un mondo affatto semplice e retrò, anzi, modernissimo e difficile, attuale con azioni e traumi esemplari della gioventù che ci portiamo dentro, in ogni epoca, in ogni città. Il governo, la polizia, i criminali, il lavoro e lo sfruttamento, gli intrighi e le spie, gli omicidi, la guerra lontana e vicina, la guerra dentro, illegale, senza giustizia, le differenze di classe persistenti, l’odio e l’amore nei conflitti della quotidianità impietosa del passato, avida di futuro.
È una storia, una magia che non volevo finisse mai.
… non ci hai mai preso a schiaffi, e venerava sua moglie. Credo sia stato lui a trasferirmi quel senso di profondo rispetto che ho verso le donne. Avranno pure tanti difetti, le loro idee e i comportamenti sono spesso contraddittori, ma un uomo che alza le mani su di loro è solo un pover’uomo.
Qual era la mia verità? Che l’amore è un’avventura terribile per chi corre più veloce della realtà a cavallo dei desideri. Io volevo quella lì, ma avevo fatto male i conti.
un commento a Altri libertini, Feltrinelli, trentesima edizione, 2021
Seguendo i consigli di un diavolo si accede alla letteratura che ti porta per mano dentro gli inferni luminosi delle vicende umane. Sì, perché la luce più forte la fanno le fiamme. La mia fortuna è di avere un orologio sincronizzato con il battere delle ali di quella farfalla che scatena gli uragani nell’altra parte del mondo, e per tanto l’azione di prendere e conoscere un autore e un libro definito universalmente una rivoluzione letteraria, non poteva che scatenare in me una tempesta. E così è stato. Non è mai scontato: credo che ogni lettore abbia i suoi filtri e i suoi momenti unici, le sue esperienze, un vissuto che diventa corazza e arma letale di difesa contro ogni novità: non è mai scontato apprezzare ciò che è osannato da altri.
Questo non è un diario per letterati e fini conoscitori di ogni scrittore italiano o straniero, soprattutto masticatore appassionato di tutte le opere di chi ha ha lasciato e lascia in eredità all’umanità i capolavori della scrittura nella sua forma più artistica, innovativa ed immortale. Non lo è se l’approccio è quello di ricercare parole nuove e non già dette, già raccontate. In questo diario lo spirito che accende le sue pagine è il semplice racconto di letture mai fatte e pertanto, vergini e meravigliate come quelle che solo la prima volta riesce a far amare o maledire per sempre…
È vero quindi, non si può fare a meno di Tondelli e di questo devastante Altri libertini, anche a distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Rivoluzionario, attuale, vero, crudo, respingente e attrattivo nello stesso tempo, come solo una discesa negli inferi può essere immaginata.
Sarà l’età ma comunque mi affascina l’idea di pensare a come poteva cambiare la mia esistenza se questo libro l’avessi letto nello stesso tempo in cui vivevo le stesse vicende (qualcosa in più qualcosa in meno) raccontate in Altri libertini nei nostri anni ottanta del secolo scorso. La potenza della scrittura straborda dalle storie facendone un groviglio di malesseri, torture, follie, sconfitte, estasi e tormenti che mi hanno trapanato il cervello dando ai miei occhi sulla realtà connessioni nuove e mai aperte. Ebbene sì, nonostante l’età. Io ero bimbo nel ’77 anche se a quell’epoca, ma succede in ogni epoca in ogni agglomerato urbano, i bimbi che crescono in strada un po’ giocano e un po’ fanno gang a mani nude, ma queste sono altre storie.
Pier Vittorio Tondelli
Scoprire Altri libertini senza conoscere niente di Tondelli, lo consiglio: più passa il tempo e più è possibile poiché siamo oggi nell’epoca post-apocalittica della comunicazione globale, quella che qualcuno definisce il trionfo dell’ignoranza diffusa. Scoprire che nel 1980 questo libro gareggiava nelle classifiche di vendita con Il nome della rosa di Umberto Eco, sembra veramente assurdo, eppure quella competizione “intellettuale” è un fatto storico, è successo in questa italietta immensa, proprio oggi campione d’Europa di calcio maschile e di volley femminile, un trionfo atletico ed estetico di squadre di bellissimi corpi umani; ammirazione che diventa estasi pensando ai successi olimpici!
Il giorno dopo la mia prima lettura di Pier Vittorio, prima di fare un commento ho googlato il suo cognome e… due articoli, dallo scibile globale sono emersi e hanno assestato un colpo letale alle mie già striminzite certezze, per capirci: «Hai presente il sonoro scuzzettone alla matricola nel gioco dello schiaffo del soldato?», si quello, per capirci!
Non servirebbe altro come invito alla lettura di quest’opera, eppure non resisto, battere sulla tastiera le parole di Tondelli leggendole dalla carta del suo libro, è per me come recitare una preghiera:
Ecco l’incipit del racconto il Postoristoro:
Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.
Inserisco solo altri due brevissimi estratti: quello che si deve leggere dentro, nelle visceri del racconto tra questi due eventi, è una tempesta della carne che travolge, che credo sia impossibile anche solo pensare di visualizzare in un film.
Così è restato cattivo sangue anche se al Posto Ristoro ci si dimentica piano piano di tutto perché la vita è davvero vita cioè una porcheria dietro l’altra e allora è come sbattere giù merda ogni giorno che poi ti dimentichi che fa schifo, e ne diventi magari goloso.
Dentro l’ago, zac.
Gli altri racconti sono Mimi e istrioni, Viaggio, Senso Contrario, Altri libertini e Autobahn, un tutt’uno indivisibile che fa dell’immobilità e del viaggio la dimensionalità spaziale senza uscita dall’illusione in cui siamo costretti e ci piace andare. Quelli non sono anni ripetibili perchè ogni generazione ha i suoi anni incredibili e il suo mare, ogni generazione però ripercorre le stesse scoperte, gli stessi drammi, tragedie, felicità e perversioni, gli stessi amori eterni che finiscono. La scrittura di Tondelli ha reso le “solite cose” schiaffi ripetuti all’ipocrisia del perbenismo che fa vinta di non vedere, fa finta di nascondere a se stesso quando invece se ne nutre nell’intimo per sopravvivere nel segreto dei propri peccati incofessabili. E poi la felicità, semplice, precaria, a piccole dosi, irragiungibile, la vera droga della vita: un trip acido dalla nascita alla morte.
Dice che abbiamo pagato troppo caro il prezzo per la ricerca di una nostra autenticità, che tutto quanto abbiamo fatto era giusto e lecito e sacrosanto perché lo si è voluto e questo basta a giustificare ogni azione, ma i tempi son duri e la realtà del quotidiano anche e ci si ritrova sempre a fare i conti con qualche superego malamente digerito; che è stata tutta un’illusione, che non siamo mai state tanto libere come ora che conosciamo il peso effettivo dei condizionamenti.
Però subito il giorno dopo a mezzogiorno si ritrovano e stanno a far l’amore chiusi in casa e mangiano e bevono e fumano e scopano ed è questo star bene diosanto, questa è bellavita, avere una gratificazione dietro l’altra e non pensare a niente se non ad abbracciarsi e succhiarsi da ogni parte. Questa sì sarebbe bellavita poterla far per sempre mica bisogno di soldi e lavorare e studiare e partire e perdersi…
Col naso in aria fiutate il vento, strapazzate le nubi all’orizzonte, forza, è ora di partire, forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa!
… dimenticavo, se non sai cos’è uno “scuzzettone”… è proprio quello che dice di sentire il protagonista nella canzone che segue, mentre cammina con le mani nel pantalone… in caserma o per strada, la vita è un trip acido dalla nascita alla morte.
Ogni ‘vvota ‘ca me sento ‘sta canzone Me pare ‘nu guaglione ‘ca more appriesso a te Me ne vaco ‘cu ‘sti ‘mmane ind’o cazone Sent’ ‘nu scuzzettone, n’amico ‘ca me fa…
commento a IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA, Einaudi 2012 e 2017
Ho le mie coppette, sono stato un modestissimo categoria 4.2 Fit. Conosco il tennis da dentro, certo è quello dell’agonismo amatoriale, ma vedo e sento e desidero tennis da quando ammiravo Panatta, Borg e McEnroe davanti alla TV in bianco e nero negli anni ’70 della mia giovinezza. Sono alla lettura delle mie prime pagine di David, mi aspettano i tomi. Inizio a capire la grandezza di una leggenda. Nel testo che ho appena finito ci sono due storie, quella grandissima dà il titolo al libro: Il tennis come esperienza religiosa.
Punto primo: anche se odiate il tennis la scrittura di Wallace racconta l’esperienzareligiosa insita in ogni gesto sportivo di un genio, Federer o Maradona è lo stesso.
Punto secondo: David con le sue parole rende merito ed immortalità ad ogni goccia di sudore che esce dalla fronte ogni qual volta facciamo sport, fossero anche stupide, noiose quanto atroci flessioni, quel sudore è la ricompensa per la preghiera dovuta a ogni penitenza terrena che promette il paradiso. Poi io sono colluso e non faccio testo, amo il tennis: la lettura di questo racconto sublime è stato per me esaltante.
Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quelli che si protrebbero definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene.
[…]
Era impossibile. Sembrava una cosa uscita da Matrix. Non so quali versi mi siano sfuggiti, ma mia moglie dice che…
[…]
Fatto sta che questo è l’esempio di un «Momento Federer», in tv per giunta, e diciamoci la verità: il tennis in tv sta al tennis dal vivo più o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta.
E poi le note sono sostanza viva e necessaria , per esempio a pag.47 la nota 1:
Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno? È il corpo che muore, in fin de conti. Certo, avere un corpo ha anche aspetti magnifici – è solo che…
Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche solo…
Quindi D.V. Wallace scrive “Federer as a Religious Experience” pubblicato sul The New York Times Magazine nel 2006, due anni prima del suicidio, nella parabola discendende della sua permanenza terrena, non poteva sapere il dio che Roger sarebbe diventato, longevo, sempre elegante e quasi eterno ancora oggi a quarant’anni suonati (il mondo lo vuole vedere giocare ancora). Nel racconto c’è anche Nadal, lo conoscono tutti, è un’altro dio del tennis, ma come per altri campioni tennisti, le parole di Wallace sono definitive in quel tempo ma continuano con forza e precisione trascendente ad essere ancora oggi illuminanti, tanto da diventare non solo oggetto di studio, ma divinazione fatta letteratura.
Questo libro, piccino piccino, merita di essere letto anche per la presenza di un trattato breve, forse più che accademico, che Luca Briasco chiama “Solipismo e trascendenza: il tennis come arte”. Inutile dire come le sue parole mi abbiano alimentato ancora di più la voglia di leggere le opere di Wallace, utile invece è riportare un passo scritto che entra direttamente nel cuore della sua analisi critica:
La necessità paradossale di trascendere l’io limitato sapendo che sono i limiti stessi dell’io a rendere possibile il gioco rappresenta la tragedia profonda del tennis e insieme la sua delizia. (Briasco)
[…]
Solipismo e trascendenza non sono due fattori che si escludono; piuttosto, la consapevolezza che là fuori, sul campo, c’è sempre e solo l’io è il primo passo di un percorso che deve portare il tennista o l’artista, a scomparire dentro il gioco, o l’opera. (Briasco)
Ma nemmeno Briasco può esimersi dal citare alla lettera un testo di Wallace, per farsi intendere:
Potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici a essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza. (Considera l’aragosta, DFW).
La mia sventurata ma colpevole ignoranza, oggi nel 2021, a tratti mi regala fortune inaspettate: scoprire Wallace un pezzettino alla volta mi sta offrendo la stessa emozionalità del salire un livello dopo l’altro, i gradini delle ascese culturali insite nella scrittura: beh, leggere fa proprio bene al corpo e allo spirito. Sebbene come nel tennis un millimetro nell’ultimo punto fa la differenza tra vincere e perdere Wimbledon (è successo proprio a Roger nel 2019 sconfitto da Novak), nell’arte, anche l’errore più pacchiano dell’artista rendono comunque l’opera immensa perché è tale negli occhi di chi guarda: a noi ci sarà anche negato il dono del genio ma delle opere di un genio abbiamo la fortuna di nutrirci in estasi senza limiti. Esiste estasi più sublime di ubriacarsi divorando genialità umana, nel corpo e nello spirito, fino a trascendere dal vomito che ci circonda per divergere nel divino?
Da quando ho letto la Caduta di Camus, cerco avvocati penitenti ovunque. Un buon avvocato serve sempre, ti apre la mente e ti evita i guai, è una sorta di difesa cautelativa alla sfiga. Almeno tenerseli buoni è una grande idea, perchè se si incacchiano “Con la bocca allappata di bile e le mani che sudano” sono capaci di tutto. Con Vincenzo Malinconico di Diego si va da tutt’altra parte, con Oreste Ferrajoli di Pippo ci si scassa dalle risate per quello che fa ai suoi clienti con una gang di primo ordine. Leggere questo libro che ho trovato delizioso, è stato comunque non solo divertente, la scrittura è fluida, rilassante; leggere questa bella storia, per quanto anche tragica e nera, è stato molto istruttivo, si scoprono personaggi e una Napoli diversa, si riflette sull’arrivismo e sulle sfide della vita.
La passione per gli insetti che dialogano con il protagonista sono metafore dell’io interiore, ma come li racconta Pippo, appaiono necessari dentro una forma vitale fuori da noi, con tanto di zampette e ali colorate. Lo aiutano e lo divorano, lui sembra padrone assoluto ma l’epilogo in una pagina e otto righe messe all’inizio, sono un artificio di incipit napoletano che avvertono subito il lettore: in gioco la cifra è alta, non è una scommessa da niente. Infatti la storia ti prende e ti accompagna alla fine, desiderando quanto prima di scoprire il vero epilogo che aspetta all’ultima pagina.
Si leggono tante storie e storielle ma “La prostituta svuota la sua borsa di clinex sporchi sulla plastica nera che copre per metà quel che resta di…” un cadavere, in pieno giorno, in un mercato affollato, è una scena che nella tensione del racconto accende l’attenzione e ti fa andare avanti veloce con interesse perché in ogni pagina succede qualcosa di verosimilmente fuori dalla normalità, quella piatta e noiosa che ci tocca vivere giorno per giorno.
Ecco perchè è un romanzo delizioso, mi ha fatto evadere e convincere di essere più forte di ogni raggiro, capace di sviare ogni marachella truffaldina: a me è venuto in mente Pacco, doppio pacco e contropaccotto del grande regista Nanny Loy, correva l’anno 1993.
Ovviamente la Napoli di Pippo Zarrella è un’altra città, eppure l’avvocato Ferrajoli con la sua gang e la Napoli di Nanni sono un tutt’uno sospeso nel tempo, in uno spazio in cui anche le trasformazioni sociali rendono evidenti l’eternità dei vizi, delle arti, e dei mestieri che si fanno una pippa alla salute del progresso tecnologico, irridono, immortali, la tragedia anche comica dell’esistenza umana.
«Iamm’ bell’. Mettiamoci a lavoro, chiudo la discussione.
un commento alla nuova edizione 2021 di Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.
Non c’è niente da fare, ogni rilettura è preziosa perché l’evoluzione personale di ogni lettore è continua come il fluire dei giorni, indisciplinata, mutevole, sempre nuova. I classici sono un dovere talmente piacevole e maledetto da bestemmiare ogni spreco di tempo che ci resta, del giorno, della notte, della vita. Si rimanda ma quando poi ti rapisce, una storia come quella del vecchio e il mare, ti porta dentro la tempesta della lotta anche se tutt’intorno è immobile, l’uragano di empatia per la sofferenza dello sforzo sovrumano di vincere battaglie ormai perse, con l’enorme pesce più grande della barca, con gli squali affamati dalle stesse motivazioni dell’uomo, nel riposo che non arriva mai se non nella sconfitta finale che ti salva l’esistenza. È la gloria che si deve ai vecchi, ostinati, solitari, invincibili, desiderosi di compagnia, desiderosi di trasferire la sapienza, l’essenza dell’esperienza umana. La barca e la capanna, il mare e la terra ferma, la povertà, e la lotta come unica grandezza della forza di ogni uomo.
Questa ultima edizione è preziosa come prodotto editoriale perché contiene foto in bianco e nero molto speciali, e una raccolta di articoli sulla pesca che Hemingway scrisse tra il 1920 e il 1949, tra questi c’è Sull’acqua blu: una lettera dalla corrente del golfo del 1936: è una corrispondenza con cui accenna, ben sedici anni prima, alla storia da cui nascerà Il vecchio e il mare. Inoltre l’extra imperdibile è il racconto inedito La ricerca come felicità che da solo vale tutto il libro, dove Ernest racconta della sua passione per la pesca, per i suoi uomini d’equipaggio e di come tutti insieme, distribuivano il pescato, enormi e meravigliosi grandi pesci, a tutti coloro che ne avevano bisogno, ai morti di fame, poveri e manganellati, in quella Cuba che solo dal 26 luglio del 1953 al primo gennaio del 1959, vede realizzata la rivoluzione di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara, quando ormai Hemingway è già una stella planetaria.
Copertina Life di Hemingway
A rendere unica e imperdibile questa edizione è ovviamente la traduzione di Silvia Pareschi che nell’epilogo del libro, ci descrive l’iceberg che ha dovuto affrontare, i sette ottavi della montagna Hemingway che sono sott’acqua, cioè quel metodo dell’iceberg che è un caposaldo della scrittura di Hemingway come lui stesso enunciò per la prima volta in Morte nel pomeriggio:
“Se un prosatore sa bene di cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto.” (traduzione di Fernanda Pivano).
Già la traduzione! Solo come accenno alle differenze tra quella di Fernanda e quella di Silvia, riporto l’inizio dell’incipit nelle due differenti edizioni, sono le prime parole di Ernest che nella scansione in bianco a nero dell’originale regalano a questo libro un fascino veramente superlativo; l’ultima foto allegata poi mette insieme i grandi pesci da macellare e una normale famiglia di turisti americani.
Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. (Traduzione di Fernanda Pivano)
Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca nella corrente del Golfo e ormai da ottantaquattro giorni non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni con lui c’era stato un ragazzo. Ma dopo quaranta giorni senza neppure un pesce i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era ormai sicuramente e definitivamente salao, cioè uno sfortunato della peggior specie, e per loro ordine il ragazzo era andato su un’altra barca che aveva preso tre bei pesci nella prima settimana. Il ragazzo si rattristava nel vedere il vecchio rientrare ogni giorno con la barca vuota e andava sempre ad aiutarlo a trasportare le matasse di lenze o il raffio e l’arpione e la vela avvolta intorno all’albero. (Traduzione di Silvia Pareschi)
che dire? sono felice e commosso: infiniti GRAZIE!!! al Direttore Nicola Nigro: conserverò questo suo articolo tra le tante cose straordinarie della mia vita, perchè vero, sentito, inaspettato, fulminante come un lampo in un cielo senza nuvole nell’agosto più torrido di sempre… non scherzo, ho fatto una doccia gelata per riprendermi dal rovente abbraccio di emozioni con cui, il suo articolo, le sue parole, mi hanno travolto. Ancora uno: GRAZIE!!!
Questa volta prima di scrivere questo commento, ho letto diverse recensioni, ormai più di un anno è passato dall’uscita dell’ultima puntata delle avventure dell’avvocato Malinconico che finalmente vedremo in una fiction RAI in TV, era ora, aggiungo.
Scevra da recensioni e analisi, la lettura di questo libro è stata più interessante del solito e lo posso dire, ragionando con il senno di poi: a non sapere prima cosa c’è dentro rende ogni pagina più godibile e sorprendente a chi, come me, già conosceva l’avvocato – di gemito, più che di grido.
Allora, tornando a noi, e non tanto per dare un contributo minimamente originale (cioè quel pizzico di sale che serve a dare sapidità), ma per trasmettere la mia ennesima meraviglia trovata nella lettura di un bel libro, posso affermare di aver scoperto un personaggio eccezionale: la Venere di Diego è straordinaria, tanto che… no questo non lo posso scrivere, non è elegante! e su Venere, ci torno dopo.
Sebbene, intimamente, sia un semplice ma preziosissimo coglione a scatenare l’inferno e il paradiso delle emozioni, oltre I VALORI CHE CONTANO che danno complessità e immortalità alla narrativa di De Silva, la forza del protagonista Malinconico si amplifica sullo spessore dei personaggi che gli riempiono la vita. Tralasciando quelli delle puntate precedenti (lo so, anche questo non è elegante!) e prima di affronatre la visione della Venere di Diego, dico che Benny Lacalamita può essere un Peppino di Totò e forse anche di più. Non confondo gli attori con i personaggi, provo a riferirmi alla forza dei personaggi impressa da interpretazioni irripetibili.
Forse esagero, forse sono colpevolmente irriverente verso indiscutibili mostri sacri, forse no! la trasposizione o meglio la respirazione di quanto succede nella società italiana a me è arrivata diretta anche se Benny a tratti è più vicino ai personaggi interpretati dal grande Aldo Fabrizi insieme a Totò, non spalle ma giganti. Ecco perchè l’attesa della fiction di Malinconico è per me densa di aspettative. Le pagine, così come io le ho lette, richiedono personaggi veri prima che interpretazioni di personaggi immaginati. Vedremo!
Da qualche mese, ogni volta che da sud entro a Salerno anche la tangenziale mi ricorda Benny
– Cristo, Benny, qualche volta sforzati di non prendere tutto alla lettera. Le parole non sono istruzioni per l’uso, sono anche allusive, imprecise, improprie. Mi rendo conto che per te non è facile arrivarci, ma sono le parole improprie che cambiano la vita delle persone.
«I titoli di coda della vita in comune» è la frase di Malinconico che riempie la prima parte non solo come artificio letterario, come il ferro dentro i pilastri di una costruzione narrativa, è una frase dura e permeabile come il legno di una croce su cui vanno a morire tutte le storie, è il lievito che permette a De Silva di far crescere nel lettore la consapevolezza di quanto possenti possono essere le parole; usate come un’arma, impropria appunto, sono capaci di mettere fine e dare nuovo inizio ai capitoli della vita di un essere umano. Suo malgrado Malinconico è un vincente che bastona colleghi, giudici e clienti, ma di più se stesso e continuamente lo fa con ragionamenti veloci e potenti come fa una mazza di baseball prima di un fuori campo.
I capitoli come Eyes Wide Shut de noialtri e Sommarie informazioni, scorrono veloci e ci portano alla Venere di Diego che è il ’68 portato nel XXI secolo, la ribellione e la saggezza dei giovani che sbaragliano il vecchio e stantio status-quo: ecco perchè questo personaggio mi ha fatto impazzire. Citando alcune frasi provo a rendere omaggio al racconto, oggi, di un astro umano dirompente come Venere.
– C’è di male che non sono una bambina, nel caso non te ne fossi accorto. E se non arrivi a capire che prevaricando tua figlia in questo modo l’autorizzi a disprezzarti, vuol dire che hai il quoziente intellettivo di un cavallo a dondolo.
… poi …
La scusi, avvocato; anzi ci scusi. io e Venere siamo facili al battibecco, come può vedere, – interviene Dasporto in sua difesa; e lei lo guarda con un guizzo di riconoscenza che subito reprime. – È che vogliamo sempre l’ultima parola. Siamo molto simili, alla fine, – aggiunge.
– Questo è vero. Ci prostituiamo entrambi, – fa lei.
… poi …
– Ma tu vedi che figura di merda, – sbotta la figlia. – Sei davvero un cafone oltre che uno stronzo, papà. Può anche fare lo spiritoso, avvocato, – mi risponde il padre bypassando gli insulti filiali. – Ma il fatto che non sia laureato non vuol dire che sia ignorante in materia. Non foss’altro perché potrei essermi consultato con professionisti ben più quotati.
Mi alzo. – Benissmo. Allora porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali e non m’infastidisca oltre. La porta è lì.
– Io non vado da nessuna parte, – sancisce Venere. – Se ne va lui, piuttosto.
«Ben detto», penso. Ma ce n’è anche per me, subito dopo.
E anche tu Vincenzo, «Porti sua figlia dai suoi ben più quotati legali»: ma mi hai preso per una minorenne telecomandata?
Ovviamente, solo leggendo tutte le pagine, dalla prima all’ultima, si può godere della grandezza di questo personaggio con cui nessun genitore avrebbe voglia di misurarsi, ma che invece ha dentro di se tutti gli aspetti più veri e nascosti di qualsisi adolescente. Il caso Venere è il cardine su cui gira tutto il romanzo, il personaggio rende tutto coinvolgente fino alla risoluzione, le sue relazioni con Malinconico ovviamente mettono a nudo e illuminano, se pure ce ne fosse stato bisogno, le relazioni e sentimenti più intimi del protagonista, ecco Venere non è una stella che cade o una cometa che passa, è la luce che ci aiuta a mettere a fuoco I VALORI CHE CONTANO.
Venere mi rivolge un sorriso sornione, poi solleva i pollici e li rivolta contro. – E la puttana sarei io, – dice.
Così la misura con se stessi, attivata con la vita fuori degli altri, diventa invito generale a tutti i lettori di approfondire e toccare con mano le proprie relazioni, quelle con i propri figli per arrivare a nuove conquiste non scontate:
Più in generale, credo che la pratica di parlare di qualsiasi cosa con i figli sia un modo di portarli in detrazione, di scaricare (su di loro) le spese dei problemi che padri e madri non sanno risolvere da sé. Se vogliamo dei figli liberi, penso, dobbiamo liberali da noi.
L’ordine delle priorità cambia con l’ingresso di avvenimenti non previsti eppure sono vissuti dal protagonista all’interno di uno spazio sconosciuto con naturale approssimazione in un percorso che ogni lettore conosce per esperienze dirette:
Perchè per vivere di più bisogna fare soste brevi, e ripartire subito.
L’empatia con il protagonista, per quanto a tratti anche antipatico e presuntuoso, raggiunge vette di ordinaria umanità nelle relazioni non programmate ma non per questo meno struggenti:
Succede, quando ci si conosce così. La commozione di un compagno di stanza che ti saluta quando lasci l’ospedale ha dentro lo sforzo di dirti, senza usare le parole, che non devi sentirti in colpa se tu vai e lui resta.
Tutte le recensioni che ho letto sono concordi, questa è l’opera della maturità del personaggio e del suo autore, gli effetti spettacolari sono un contorno, ne aumentano il valore finale per la capacità globale di rendere dolcissima e unica, anche l’eterna sfida di leggere dell’amore:
Mi guarda. È così triste. Così indifesa. Sarò patetico, ma mi sento felice, in questo momento. Quando l’amore si semplifica, quando diventa debolezza e timore, di più: paura di non rivedersi, smarrimento, raggiunge quello stato di purezza in cui non c’è più nulla che lo nutre. Non il sesso, non il bisogno (comunque lo s’intenda), non l’abitudine (che pure conta, altro che chiacchiere), non il tempo passato insieme e nemmeno i figli, se ce ne sono: no, l’amore in quei momenti è il bene dell’altro che vuoi e senti in pericolo. Quello, e quello solo.
«Che cos’è la luna?», mi chiede Alagia una mattina che l’accompagno all’asilo. Passa qualche lungo secondo, prima che le risponda. «Una lampada che la notte si accende senza schiacciare l’interruttore», dico. E lei, chissà perché, mi stringe forte la mano. Dovessi indicare il momento in cui mi sono sentito suo padre per la prima volta, direi quello.
“Una persona che legge è più difficile da fregare”. Intervista a Diego De Silva
– Sono innocente! – grido forte con i piedi bruciati nella sabbia. Niente. A portarmi via sono due soldati venuti dal mare con l’uniforme bianca.
– Sulla spiaggia comanda la Capitaneria! – urlano anche loro ma rivolti al vigile urbano che sulla sala del lido si sbraccia e tenta di intervenire. Lui prova a difendere i clienti del suo amico titolare, quello abbronzatissimo nello stabilimento bianco e blu, dopo l’arcobaleno, dopo l’aurora è solo uno scoglio.
Niente. Non succede niente. La calca dei curiosi si fa insopportabile, con questo caldo opprimente ci mancava anche la folla dei bagnanti che stringe intorno – è il padre eterno che ci allena in terra alla pena dell’inferno – mi dico mentre struscio sulla fronte il polsino candido del marinaio, con forza gratto nelle rughe della fronte per tergere il sudore che scende a fiumi dalla mia testa e dal collo a rivoli dietro le orecchie. Mi agito, resisto alla legge, lui mi afferra le mani e io mi affranco con la sua giacca immacolata in un feroce braccio di ferro. Sa di pulito e di fresco questa divisa bianca e mi ci perdo il viso dentro dando vigore alla mano che si aggrappa più forte al tessuto.
– Sono innocente! giovanotto lasciami stare! – gli urlo nell’orecchio, lui reagisce, e mentre la mia fronte trova conforto nel cotone della sua ascella asciutta, mi stringe al collo e mi butta a terra nella sabbia. Prima bruciavano solo i piedi, adesso tutto il corpo. La sabbia scotta a mezzogiorno.
– Che figura di merda! – ho tutti gli occhi puntati su di me, e allora guardo più sopra, alla seconda fila degli ombrelloni, nel posto che so a memoria e la vedo. Niente, non succede niente. Nemmeno questa volta mi guarda, continua l’uncinetto come sempre, ipnotizzata ipnotizza. Nemmeno questo casino la distrae dal suo lavoro, veloce, ossessivo, un punto fiorellino dopo l’altro di cotone rosso che si ammaglia di passione un giro dopo l’altro. Un punto dopo l’altro tesse visioni di colore che si fanno desiderio. La musica nelle cuffie senza fili e le note che diventano trame di storie vissute sul mare. Come strumento l’uncino d’acciaio, come materia il filo e l’idea, estranea alla folla non sente rumori, lei lavora fragorosa di vita che diventa armonia. Niente, non succede niente.
Alberto, il bagnino dai muscoli d’acciaio e un cuore gigante, mi getta in faccia un secchio d’acqua per spegnermi l’incendio.
È calda anche quella ma mi sveglio incazzato in una pozzanghera di sudore rovente, allagato nel lenzuolo bianco che mi si è attorcigliato con dentro la testa. Tiro un calcio al cuscino fuori dal letto come ultima reazione di una resistenza vana a pubblico ufficiale: – Le ho solo rubato una foto sotto la doccia! – un reato? un incubo! – La colpa non è mia, è sua, non mi guarda mai! – scoppio a ridere: se non mi decido a rivolgerle una parola, finirò al manicomio!
Niente, non succede niente.
– Dai, forza, pensati epicureo e vai. – La banale filosofia non è mai filosofia banale.
“Ciò che una volta presente non ci turba, nell’attesa ci fa impazzire.”
un commento al romanzo breve L’invito, edizioni e-stories 2020, finalista al Premio Garfagnana in giallo sezione ebook 2016
“A volte per ritrovare se stessi è necessario perdersi, ma quanto può essere pericoloso?“ – sulla quarta di copertina la scrittrice Piera Carlomagno, porge il suo invito alla lettura con estrema chiarezza, bianco su fucsia patinato, accenna “di come un accecante, seducente miraggio possa condurre nel baratro più profondo.”
Il titolo dato a questo romanzo, è tutta altra cosa, è un piano diabolico, è la vendetta necessaria di un’anima diventata nera per amore, accecata da gelosia primordiale.
Ciò che più mi ha coinvolto è il racconto in prima persona della protagonista Mirella che diventa Greta e poi rinasce in una nuova Mirella, è la formazione dell’insoddisfazione umana prima che femmina, che vive in ben tre personalità, le pulsioni fatte carne e desiderio che rendono il racconto non solo intrigante ed avvincente, ma anche capace di scavare nelle profondità dei meccanismi mentali sottesi alla scelta delle maschere, delle bugie, degli inganni, delle menzogne, della passione nel vivere nascondendosi a se stessi.
“Per poche, ora lo so, pochissime persone, succede a volte che il non vissuto esca fuori dal cono d’ombra dell’immaginazione e metta le mani intorno al collo della verità”
La trama sembra semplice e scorrevole ma si afferra con soddisfazione solo alla fine, come deve essere è vero, ma senza essere scontata: è padronanza di stile.
“Non si accorse che a un certo punto ero morta. Morta di piacere e di desiderio, che mi aveva stretta, poi sciolta, poi rubata e aveva fermato il sangue nelle vene, che mi aveva avvolto i pensieri in un morso di felicità tanto improvvisa quanto assassina.”
Il bene e il male si aggrovigliano tanto che ogni piccolo capitolo è premessa per una attesa insopportabile, un risvolto che ogni lettore deve scoprire.
“L’amore quella notte fu incredibile. Felino e devastante. Spazzò via quello che c’era rimasto di me. Lasciò in piedi un simulacro di donna, una identità a cui erano state dilaniate le carni, ma soprattutto un corpo a cui era stata strappata l’anima.”
Dipendevo da lei, come prima ero stata schiava di lui.
L’intreccio dei sessi, il nemico che diventa alleato e l’odio che sale prendendo il controllo della mente, sono più che suspence o artificio letterario: è fame di antropologia criminale.
“… mi sento come il sole che tramonta nel mare e la mia angoscia si spande in tutto il corpo e nei pensieri.”
Se state pensando che può essere una lettura da fare sotto l’ombrellone, sappiate che va bene per una mattinata o un pomeriggio, si divora in poche ore, poi ogni uomo guarderà negli occhi la propria donna con paure tutte nuove, una donna così non mangia l’anima, divora tutta l’esistenza lasciando niente, anche ai figli.
“Però la tregua era terminata. Il cervello aveva cominciato a lavorare. C’è una reazione, c’è un fondo del dolore, c’è il momento in cui le mani prendono qualcosa che fa resistenza e tirano fino a strappare, accada quel che accada.”
Le stelle non si incontrano si consumano. Questo è quello che vuole Erri, ho pensato sull’ultima frase letta a pagina 123.
“Nessuno lo ha chiamato papà. Agì da padre anche se non lo era. Negli abissi del disumano, il semplice umano abbaglia la raffica di un lampo.”
Una volta ancora, ho ringraziato lo Stato di aver letto e discusso “Se questo è un uomo” di Primo Levi a dodici anni nella mia scuola media di allora. Oggi non è più così? è molto peggio, lo scrive Erri nella sua premessa: “Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme”, senza più sapienza.
Ecco, non è affato elegante cominciare dalla fine, devo iniziare dalla Premessa che Feltrinelli ha fatto iniziare a pagina 11. Come se uno scrittore come Erri dovesse premettere qualcosa? Ebbene sì, la premessa di Erri è l’opera, è la sua vita, il suo respiro profondo di esistenza, di ragione e sentimento. È un testamento. È nato nel 1950, poteva anzi è mio padre.
Un compagno come Erri non si discute eppure io oso farlo, devo farlo, devo consumare la sua stella inghiottendone luce e calore, oltre al vino, libro da libro e montagne che non conosco.
Una deliziosa intervista di Abel Wakaam mi ha spinto a prendere in libreria una copia di questo libro nuovo; dopo tanti, troppi anni, ho letto pagine errideluchiane, saranno i nuovi occhiali, saranno le sincronizzazioni celesti, ma oggi posso dire che il vero delitto lo commette il lettore che fa passare il tempo senza leggere le opere di Erri, eppure lui scrive:
“Uno scrittore sta anche da imputato di fronte al lettore. Fattispecie del reato è lospreco del suo tempo. Da qui la domanda indiscreta sul perché di un libro. Abbozzo una spiegazione relativa a questo.”
“Non sono padre. Il mio seme s’inaridisce con me, non ha trovato una via per diventare.”
Possibile? Chiarisce prima, nelle righe precedenti, sente il bisogno di giustificarsi per rispondere:
“Capita di ricevere l’insolubile domanda sul perché si scrive un libro.”
La tua opera? è un malinteso compenso? Ma che dici Erri? Chi sono quelli che malintendono pensando ai compensi? I compagni? quelli che si definiscono veri compagni con il sangue più rosso degli altri animali, nemmeno, forse solo umani?
Ho immaginato Erri De Luca come il contadino appeso alla speranza di un tempo clemente per un buon raccolto a fine stagione, anno per anno da stagione in stagione:
“Per un malinteso compenso, ho piantato molti semi in terra, minuscoli granelli sprofondati sotto una compatta massa. Come hanno saputo da che parte dirigere il germoglio? Sepolto come sotto una valanga, il seme sa la più diretta linea di salita per affiorare all’aria. Ha iscritta in sé la notizia della legge di gravità e per contrasto cresce in direzione opposta. C’è in noi la sua sapienza? Se esiste non la riconosco. Da noi si cresce più facilmente in direzione conforme.”
Erri non usa parole a vanvera, la valanga usata a pagina 11 è la valanga di pagina 88, o almeno io credo, voglio credere, ho bisogno di credere, bramo e desidero che sia così.
“Ci s’innamora anche così, sùbito, e pure a dire sùbito si perde la velocità di quell’istante. Si era caricato molto prima, accumulato come una valanga su un pendio. Uno sguardo scambiato la distacca, la fa precipitare. Ci s’innamora in discesa, a capofitto.”
La gravità, come legge e come misura, la direzione opposta come sentimento e come ragione, la valanga come forza genitrice e come forza distruttrice, come montagna da scalare per arrivare all’aria, il senso della vita, in superfice “dove la penitenza più profonda è averne solo un’ora, basta da sola a dire che le altre ventrité sono asfissia.“
Siamo solo a pagina 14, ancora nella premessa, e ho saltato la giustifica madre, il movente padre, le “storie estreme di genitori e figli.”
“Il vocabolario è la mia macchina per attraversare il tempo.”
Imputato dal lettore, imputato dai tribunali, imputato dalla generazione che ha accompagnato e trascinato, imputato dalle generazioni che hanno e continuano a lucrare sulle generazioni in lotta permanente, oltre gli anni formidabili che io posso solo vivere nei racconti, anni belli e funesti che non ho vissuto per limiti d’età, ma anche il lucro è questione di nasi capaci di scansarne il sudicio.
“Oggi si dice di vecchie lire, ma allora erano govani. Il denaro non si distingue in base alla sua età, ma tra pulito e sporco. Si vuole invece che non abbia odore, “pecunia non olet”, il denaro non puzza, dicevano i Romani. È questione di nasi. Esistono persone con fiuto sviluppato che permette loro di annusarne l’origine e scansarlo.”
La premessa termina a pagina 16 con tutto l’orgoglio e il rispetto che si deve ad un padre nel ricordarne l’esempio, la costruzione delle fondamenta che danno stabilità e forza alla nostra esistenza di figli: la decenza dell’onesta!
Se mi permette, dottor De Luca, qui state peccando di superbia.
Se mi permette, io la chiamo decenza.
Dopo l’orgoglio, il vuoto, l’ignoranza che da il senso profondo all’opera, la grandezza naturale come misura fisica del nodo che tiene insieme cime destinate a separarsi, ma il nodo dell’esistenza, dei salti di generazione è la metafora che non scioglie dubbi ma ci lega per sempre all’eternità, oltre questa vita, oltre questa morte sempre pronta a rapirci la coscienza del presente.
… e ora tenetevi forte, cari naviganti, ecco una valanga gentile:
“uno spreco di fiato gli anni che ho passato in paragone questa vita a questa morte”
sono le ultime parole cantate da Angelo Branduardi… è la fine, ma dovete arrivarci alla fine di questo libro mirabile; l’ultima citazione di Erri De Luca è in inglese, non altra lingua, è moderna non antica, la lingua imperiale del mondo moderno, l’ultima citazione a pagina 123 è di William Butler Yeats: “In balance with this life, this death.” … una lirica del poeta irlandese (1865-1939) tradotta in italiano e suonata e cantata da Angelo, eccola: un volo sospeso nell’eternità di ognuno di noi.
Un compagno si discute sempre, a maggior ragione quando i suoi germogli rendono fioriti prati immensi, e fattene una ragione carissimo Erri, come i marinai consumano tutti i porti del mondo, tu hai infiniti figli dispersi per città, foreste, campagne e montagne, magari illegittimi, irresponsabili, predicatori e praticatori di direzioni opposte, inconcludenti, deboli, fragili, magari solo lettori e spettatori, o magari mai nati, legati, immobili, teneramente sempre bambini, ma tutti ribelli e sognatori che si sentiranno sempre figli tuoi, e io, solo uno di loro. Grazie di delinquere ancora, i tuoi scritti sono seme divino e fonte umana in terra. Gli atti processuali sfameranno gli storici di domani, i malintesi compensi sfioriranno per concimare nuova terra da seminare.
All’inizio di questo mio personale cammino di formazione alla lettura, non potevo immaginare che un giorno avrei potuto associare un romanzo alle montagne russe, si, proprio quelle, le terribili e strabilianti giostre che salgono e scendono a mille all’ora, quelle che ti travolgono con un pugno nello stomaco quando precipiti giù, quelle che ti fanno respirare nella scalata lenta verso la cima, quelle giostre vorticose che in pochi secondi rendono l’adrenalina regina in un corpo legato, costretto a seguire una macchina pensata per il divertimento, quelle giostre che a testa in giù ti fanno pensare che tutto il mondo è rovesciato quando stai con i piedi a terra. Questo romanzo si legge in poche ore o meglio, ti travolge con un flusso veloce di storie che intrecciano l’esistenza nei suoi aspetti più densi e profondi. Quando sono arrivato all’ultimo giorno di lavoro di un vigile del fuoco, l’eroe per antonomasia della società civile, mentre i sui colleghi lo vogliono festeggiare, ho toccato, con il suo racconto segreto, il tormento estremo di una società che corre a vuoto, marcia sul posto, nel suo ombellico viscerale che non è il centro ma un vortice di anime solitarie, non è il centro ma un insieme convergente senza dimensioni:
“È il nuovo giorno che sostituisce il vecchio: il ritmo incessante della vita che si ripete ottuso.” – questa frase di qualche pagina prima, esplode tutto il suo significato nella confessione del pompiere, da quel giorno in pensione, i colleghi gli chiedono il giorno più bello, lui racconta: “Non ho mai più provato quella sensazione allo stomaco. Mai.” e di cose brutte, un vigile del fuoco ne vive anche troppe.
In questo meraviglioso romanzo ho trovato una sola parola difficile per me, una parola che però spiega il fascino intenso dell’intero romanzo: aoristo.
sostantivo maschile – Categoria del verbo, particolarmente vitale in greco, che indica l’azione pura e semplice, prescindendo dalle categorie del tempo e della durata: gnôthi seautón (‘conosci te stesso’) è in greco, diversamente dall’italiano, un aoristo, perché valido nel presente, nel passato, nel futuro.
Storie ordinarie, storie comuni, storie che ogni lettore vive e rivive nelle esperienze quotidiane, del passato, del presente, nei desideri del futuro, anche se non si è stati al liceo, anche se hanno abolito il latino nella scuola media, anche se la strada e il sogno di diventare campioni si è infranto nell’utopia della gioventù, la prigione di una sedia a rotelle, la prigione di un corpo inerte che non può decidere se vivere o morire… il rumore dei pensieri, leggendo Acari si fa assordante, l’ho sentito forte:
“Barbara me l’ha detto una volta, mentre la guardavo in silenzio:«Mario! Si sente il rumore del tuo cervello che sta sempre a pensare».”
Le cime e le valli, mai una distesa pianeggiante, mai la pace se non alla fine con il racconto dell’amore di Mario, alla fine, ma bisogna arrivarci all’uscita dalla giostra dei racconti di Rugo, racconti che la quarta di copertina riassume come una “sinfonia polifonica orchestrata magistralmente“, giusto ma non c’è solo una musica fatta bene, c’è la vita vera, con le sue vertigini, i suoi conati di vomito e la sua verità più lucida:
“Un milione e mezzo di turisti invadono ogni estate la riviera romagnola. Un milone e mezzo di culi producono milioni di chili di merda che si riversano nel mare in cui la mattina dopo lo stesso milione e mezzo si farà il bagno. Mi trovo a cesenatico a lavorare come assitente socio sanitario, anche il mio culo quest’anno sta dando il suo piccolo contributo.”
Le emozioni non si possono contenere, nemmeno un libro penso possa farlo, anzi un libro bello come questo, le amplificano e le rendono meravigliose come un giro su una montagna russa che ancora non si conosce.
“Dal bidone dell’immondizia arriva un odore nauseabondo di pannoloni sporchi. Non che me ne vengano in mente di buoni, ma questo è davvero un posto di merda per morire.“
La morte e la vita ci sfiorano, ci accarezzano, ci sfuggono, come la notizia per me tristissima della scomparsa, proprio in queste ore di un mio vecchio compagno di scuola: carissimo Pasquale, che la terra ti sia lieve.
“Quando per mestiere o per vocazione si è molto riflettuto sull’uomo, accade che si provi nostalgia per i primati. Loro se non altro, non hanno pensieri reconditi.”
Camus scrive questa frase nel suo, breve ma vasto e feroce romanzo La caduta, l’anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, nel 1956, quando la rivoluzione ungherese è soffocata dai carri armati russi, quando scrittori come Italo Calvino e Elio Vittorini seguendo Ignazio Silone, abbandonano il più grande partito comunista dell’Europa occidentale: il PCI di Togliatti, colui che costringe Giuseppe Di Vittorio, sindacalista contadino, non operaio, ad abiurare le posizioni di pubblica condanna dell’invasione sovietica, riportando la CGIL alla linea del partito, spegnendo così la minoranza socialista interna; la maggioranza socialista è già uscita fondando la UIL nel 1950: le cinghie di trasmissione sono ben consolidate, i cattolici della CILS ovviamente tirano la DC… sono passati 70 anni ma un buon avvocato serve sempre!
Che cosa ci azzecca con La caduta di Camus? Una mazza! ovvio! o forse no?
Quattro anni dopo Albert Camus muore a soli 47 anni, il 4 gennaio 1960, in un misterioso incidente d’auto insieme al suo editore, ma queste sono altre storie, fatto sta che Albert non è simpatico nè agli americani perchè comunista, nè ai russi perchè anti comunista, e per la verità anche a casa sua viene trattato una schifezza: dalla pubblicazione de L’uomo in rivolta nel 1951, la sinistra intellettuale francese, capitanata da Jean-Paul Sartre lo emargina, definendo il suo approccio borghese e passivo. Già molti anni prima è bollato come troskista ed espulso dal partito comunista, per riassumere sarà per sempre un anarchico viscerale, del pensiero, delle genti, dell’assurdo.
Perché uso la parola feroce? Ovvio! la grandiosità, l’immortalità e la devastante forza di questo libro sono dovute alla ferocia del monologo del protagonista, ferocia sadica e cinica, scatenata con chirugica fermezza contro chi sta distruggendo il suo sole dell’avvenire. Non contro l’umanità ma contro chi l’avrebbe potuta dominare e sottomettere; in quel tempo si era in piena guerra fredda e il comunismo poteva ancora essere vincente, come invece non sarà che evidente solo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e come forse lo potrà ancora essere oggi nel nostro XXI secolo, sebbene cinese, sicuramente già economico… ma anche queste sono altre storie.
Non conoscevo Camus, ma dopo aver letto e riletto La caduta non ho resistito, non è sempre così, anzi l’ignoranza è una bestia incatenata che riposa in pace fino a quando, sveglia e affamata non rompe l’argine dell’indifferenza, non ho resistito a conoscere l’uomo che ha descritto con chiarezza allucinante non una caduta ma la potenza dell’uomo di cancellare l’umanità di una intera società di esseri pensanti. Per me il protagonista è lui, la risata che lo perseguita è quella della sua coscienza rimasta insieme agli ex compagni che lo deridono mentre, la donna che si suicida sul ponte gettandosi nella Senna di Parigi è l’idea ideale di una società che non ha salvato e che solo alla fine, scopriremo, non potrà mai più salvare perché ha scelto un’altra strada, un altro modello di determinazione politica delle masse.
Sono categorico e definitivo, al momento, non essere minimamente influencer è una grande fortuna, e lo devo all’ignoranza, all’ingordigia di sapere e comprendere la profondità di chi ha combattuto il nazismo riproverando poi negli anni ai suoi compagni, ai suoi governi, le stesse crudeltà che credeva ormai cancellate da ogni prospettiva futura, invece non gli resta che la fuga e diventare lui il dominatore dell’umanità affinché questa possa specchiarsi con la testa decapitata del suo dominatore. Ci mette tutti al muro ma ci salva con una visione materialista della confessione, non per essere perdonati ma per sopravvivere a se stessi.
Prima però costruisce l’arma che spoglia l’ipocrisia, che riga le certezze, ferisce le ovvietà, scortica le convinzioni più salde, uccide le credenze laiche e religiose. La costruzione letteraria del monologo trascende ogni ricostruzione storica o attesa pedante, è l’avvocato delle cause perse perché con queste sviscera le budella di ogni lettore, mai il peccato e i peccatori, ma il giudizio è la morte vera e allora il giudice penitente diventa il predicatore del suo tempo. Rileggiamo insieme alcuni estratti.
Infine la diverto, il che non per vantarmi ma indica che è dotato di una certa apertura mentale. Sicchè, lei è più o meno… Ma che importanza ha? Le professioni mi interessano meno delle sette. Mi permetta di farle due domande e risponda soltanto se non le reputa indiscrete. Possiede delle ricchezze? Qualcuna? Bene. Le ha divise con i poveri? No. Lei è dunque quello che io chiamo un suddaceo. Se non ha frequentato le Scritture, riconosco che questo non le dirà molto. Le dice qualcosa? Sicchè conosce le Scritture? Decisamente, lei mi interessa.
Ecco da dove si parte, dai suddacei: una minoranza, una élite di intellettuali del primo secolo (oggi ne viviamo il ventunesimo) spazzata via per aver collaborato con i romani, invasori e dominatori di quel mondo antico, una fazione collaborazionista di ebrei cancellata da ebrei. La domanda non è retorica: iniziamo a contare i suddacei?
Ma, per tornare a noi, stavo dalla parte giusta e questo bastava a farmi sentire la coscienza a posto. La consapevolezza del diritto, la soddisfazione di avere ragione, la gioia di provare stima per se stessi, caro signore, sono motori potenti per tenerci in piedi o per farci andare avanti. Se invece queste cose agli uomini le togli, li trasformi in cani rabbiosi.
avvocato dalla parte giusta…
Infine non mi sono mai fatto pagare dai poveri e non l’ho mai gridato ai quattro venti. Non creda, caro signore, che di tutto ciò voglia vantarmi. Non avevo alcun merito: l’avidità, che nella società odierna tiene luogo dell’ambizione, a me ha sempre fatto ridere. Io miravo più in alto; vedrà che per quel che mi riguarda non c’è espressione più appropriata.
l’onestà e la dignità di andare più in alto
Provavo, anzi, un tale piacere nel dare che detestavo esservi costretto. La precisione nelle questioni di denaro mi annoiavo a morte e vi acconsentivo solo di malavoglia. Dovevo essere padrone delle mie liberalità.
... mi creda caro signore, tutto ciò significa ergersi più in alto del volgare arrivista e giungere a quel culmine in cui la virtù si nutre ormai solo di se stessa.
Ad ogni ora del giorno, in me stesso e fra gli altri, mi ergevo in alto, accendevo fuochi ben visibili, e un gioioso saluto si levava verso di me. Così, quando meno, mi godevo la vita e la mia superiorità.
I giudici punivano, gli accusati espiavano e io, libero da qualunque obbligo, sottratto al giudizio come alla sanzione, regnavo, liberamente, in una luce edenica.
… un lavoro paradisiaco, la beatitudine in terra di servire il popolo
Ero di origini oscure (mio padre era ufficiale), ancorché oneste, e tuttavia certe mattine, lo confesso umilmente, mi sentivo figlio di re, o roveto ardente. Si trattava, badi bene, di qualcosa di diverso dalla certezza che avevo di essere il più intelligente di tutti. Questa certezza è peraltro di poco conto, essendo condivisa da tanti imbecilli.
… essere dio
Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi fino al giorno, o meglio fino alla sera in cui la musica si è fermata, in cui le luci si sono spente. la festa in cui ero stato felice…
il primo presagio della svolta, della morte…
Photo by Renato Danyi
Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e più generosi con i morti? Il motivo è semplice! Con loro non ci sono obblighi. Ci lasciano liberi, possiamo prendercela comoda, tovare un posticino per l’omaggio fra il cocktail e una deliziosa amante, e a tempo perso, insomma. Se a qualcosa ci obbligassero, sarebbe alla memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, negli amici vogliamo bene al morto recente, al morto doloroso, alla nostra emozione, a noi stessi per dirla tutta!
la sufficenza per i morti di prima cui non abbiamo rispetto né memoria
Così è l’uomo, duplice: non può amare senza amarsi.
la certezza dell’amore a cominciare da se stessi
In quel periodo ebbi anche qualche piccola magagna di salute. Niente di preciso, diciamo un po’ di esaurimento, come una difficoltà a ritrovare il mio buonumore. Andai da alcuni medici che mi diedero qualcosa per tirarmi su. Tornavo su, e poi ripiombavo giù. La vita mi risultava meno facile: quando il corpo è triste, il cuore langue. Mi sembrava di cominciare a disimparare quello che non avevo mai imparato e che pure sapevo così bene, cioè vivere. Sì, credo proprio che fu allora che tutto cominciò.
la creazione dell’attesa, il continuo annuncio di una svolta
Andavo avanti così, alla superficie della vita, nelle parole in un certo senso, mai nella realtà. Tutti quei libri a malapena letti, quegli amici a malapena amati, quelle città a malapena visitate, quelle donne a malapena possedute! Compivo gesti per noia, o per distrazione. Le persone venivano dietro, volevano agrapparsi, ma non c’era dove farlo, ed era una iattura. Per loro. Quando a me, dimenticavo. Mi sono sempre ricordato solo di me stesso.
nel periodo migliore comunque vive una condizione di precarietà emozionale, ininfluente, dimenticata, senza consapevolezza se non nella condanna di una superficialità cruenta elargita agli intellettuali: “tutti quei libri a malapena letti”
La verità è che qualunque uomo intelligente, lei lo sa meglio di me, sogna di essere un gangster e di dominare la società solo con la violenza.
la verità dell’indole criminale che regna nell’uomo
Scoprivo, quanto meno, che stavo dalla parte dei colpevoli, degli accusati, solo nella misura in cui il loro reato non mi procurava alcun danno. La loro colpevolezza mi rendeva eloquente poichè non ne ero vittima.
la differenza con chi subisce danni, ma lui no, non è mai una vittima
Avevo dei principi, certo, e per esempio che la moglie degli amici era sacra. Semplicemente, qualche giorno prima cessavo, in tutta sincerità, di essere amico dei mariti.
pure stronzo, ovviamente!
Solo con la morte gli uomini si convincono delle tue ragioni, della tua sincerità, e della gravità delle tue pene. Finché sei vivo il tuo caso è dubbio, ti meriti solo il loro scetticismo … Per non essere più un caso dubbio, devi semplicemente cessare di essere.
spiegare una possibile vittoria finale ma solo nella scomparsa materiale dell’essere umano
I martiri, caro amico, devono scegliere se essere dimenticati, scherniti o usati. Capìti mai.
quindi la scelta?
E poi, senza girarci tanto intorno, io amo la vita, è questa la mia vera debolezza. La amo al punto da non riuscire a immaginare altro. Una simile avidità ha qualcosa di plebeo, non trova? La nobiltà è impensabile senza un po’ di distacco rispetto a se stessi e alla propria vita. Uno muore, all’occorrenza, si spezza piuttosto che piegarsi. Io invece mi piego, perché continuo ad amarmi. Dopo tutto quello che le ho raccontato, infatti, cosa crede che abbia provato? Disgusto per me stesso? Ma no, erano soprattutto gli altri a disgustarmi.
Il giorno in cui me ne resi conto, scoprii la lucidità. Ricevetti tutte le ferite in una volta sola e persi di colpo le forze. L’universo intero prese allora a ridere intorno a me.
ma no nessuna scelta, nessun atto di coraggio, disprezzo per gli altri e amore per se stesso e la scoperta della derisione che cresce con la lucidità di divieto alla sincerità
Come potrebbe mai la sincerità essere una condizione dell’amicizia? Il gusto della verità a tutti i costi è una passione che non risparmia niente e a cui nulla resite. È un vizio, a volte una soluzione di comodo, o una forma di egoismo.
Ogni tanto, certo , provavo a prendere la vita sul serio. Ma coglievo ben presto tutta la frivolezza della serietà, e continuavo solo a recitare la mia parte, meglio che potevo. Recitavo la parte dell’uomo attivo, intelligente, virtuoso, civico, indignato, indulgente, solidale, retto… ero assente proprio nel momento in cui occupavo più spazio.
avanti e indietro il racconto è una continua attesa che incolla alle pagine, più la sua fama cresce, più l’intellettuale occupa spazio e più si sente assente
Finché un giorno esplosi. La mia prima reazione fu scomposta. Ero un bugiardo, va bene, e allora l’avrei rivelato gettando in faccia a tutti quegli imbecilli la mia doppiezza prima ancora che la scoprissero. Incalzato alla verità, avrei raccolto la sfida. Per prevenire il riso, immaginai quindi di darmi in pasto alla derisione generale. Si trattava ancora, insomma, di evitare il giudizio.
finalmente ci siamo ecco la verità
Ma la verità, amico caro, è una barba unica.
niente, ancora un rinvio, la cancellazione di un appuntamento per ritornare al punto di partenza, nascondersi nella perdizione
Persa ogni speranza nell’amore e nella castità, alla fine mi resi conto che per rimpiazzare l’amore c’era ancora la vita dissoluta, che mette a tacere le risate, riporta il silenzio e, soprattutto, regala l’immortalità.
Sì, morivo dalla voglia di essere immortale. Mi amavo troppo per non desiderare che il prezioso oggetto del mio amore non scomparisse mai. Visto che da svegli, per poco che ci conosciamo, non scorgiamo motivi validi per cui una scimmia lubrica sia concessa l’immortalità, occorre che qualche succedaneo di questa immortalità ce lo procuriamo noi. Siccome desideravo la vita eterna, andavo a letto con delle puttane e bevevo per notti intere.
L’alcol e le donne, devo ammetterlo, mi hanno fornito l’unico conforto di cui fossi degno. È un segreto che rivelo a lei, caro amico, e ne faccia pure uso. Si accorgerà allora che la vera dissolutezza è liberatoria poichè non crea alcun obbligo. Possiedi solo te stesso, motivo per cui è l’occupazione preferita di coloro che sono innamorati della propria persona.
A volte si vede più chiaro in colui che mente che non in colui che dice il vero. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette ogni oggetto in risalto.
Così. Secco. In filosofia come in politica, sono quindi favorevole ad ogni teoria che neghi all’uomo l’innocenza e a ogni pratica che lo tratti da colpevole. Lei ha di fronte, mio caro, un sostenitore illuminato della servitù.
Photo by Felix Mittermeier
eccolo il fuoco di difesa e dell’attacco, il vero peccato è la condanna, da condannare è solo la libertà dell’individuo che non può essere un diritto né una conquista, l’essere sociale và comandato
L’essenziale è che tutto diventi semplice, come per il bambino, che ogni gesto sia comandato, che il bene e il male siano designati in maniera arbitraria, cioè inequivocabile.
Ma sui ponti di Parigi ho scoperto di avere anch’io paura della libertà. Quindi viva il padrone, chiunque lui sia, per rimpiazzare la legge del cielo.
Vede, l’essenziale, insomma, è non essere più liberi e obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di te. Quando saremo tutti colpevoli, allora ci sarà la democrazia. Senza contare, amico mio, che dobbiamo vendicarci di morire soli.
La morte è solitaria, mentre la servitù è collettiva. Anche gli altri hanno la loro parte, insieme con noi, questa la cosa importante. Tutti riuniti, finalmente, ma in ginocchio, e con la testa china.
sul ponte di Parigi la nobile idea l’hanno suicidata, la scelta è la democrazia non la dittatura del proletariato
Disprezzato, perseguitato, costretto, posso dare il meglio di me, godere di ciò che sono, essere filamente me stesso. Ecco perché, carissimo, dopo aver solennemente accolto la libertà, decisi fra me che bisognava restituirla seduta stante a tutti.
... così diventa predicatore dentro la sua chiesa, il bar Mexico-City, un’anomalia geografica dentro l’operosa Amsterdam, “una capitale di acqua e di nebbie” lontano dalla dissoluta Parigi …
E ogni volta che posso predico nella mia chiesa del Mexico-City, invito il buon popolo a sottomettersi e ad aspirare umilmente agli agi della servitù, che io presento però come la vera libertà. Ma non sono pazzo, mi rendo conro che la schiavitù è di là da venire. Sarà uno dei vantaggi del futuro. Tutto qua.
Allora? Dirà lei. Ebbene, senta qual è il colpo di genio. Ho scoperto che, in attesa dell’avvento dei maestri e delle loro bacchette, per trionfare dovevamo rovesciare il ragionamento, come Copernico. Poiché non potevamo condannare gli altri senza nel contempo giudicare noi stessi, dovevamo infierire su di noi per avere il diritto di giudicare gli altri. Poichè prima o poi ogni giudice finisce penitente, dovevo imboccare il percorso inverso e fare mestiere di penitente per poter finire giudice. Mi segue? bene.
Ho aperto il mio studio in un bar del quartiere dei marinai. La clientela dei porti è molto eterogenea. I poveri non vanno nelle zone eleganti, mentre ha visto che nei luoghi malfamati la gente di rango almeno una volta ci capita. Io tengo d’occhio soprattutto il borghese, e il borghese che si è perso; con lui rendo il massimo. Da lui so trarre, come un vero virtuoso, gli accenti più raffinati.
qui rende evidente la sua platea, il nuovo popolo europeo, uscito dalla guerra e costruttore di un nuovo occidente… la costruzione di un carnevale infinito, una festa danzante e godereccia, servile, comandata! ai suoi detrattori offre lo specchio di ciò che grazie anche alla sua complicità stanno diventando, sordi alle atrocità che si ripetono
la sua “utile professione” è praticare ogni volta che è possibile una confessione pubblica, “Mi accuso in lungo e in largo” dice, tratteggio così un ritratto che è quello di tutti e di nessuno. Una maschera insomma, molto simile a quella di carnevale
Quando il ritratto è finito, come stasera, lo mostro, in preda al più totale sconforto: “Questo, ahimè, è quello che sono.” La requisitoria è conclusa. Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.
Con il capo coperto di cenere, strappandomi lentamente i capelli, il volto graffiato, ma lo sguardo penetrante, mi ergo difronte all’umanità intera, ricapitolando le mie turpitudini, senza perdere di vista l’effetto che produco, e dicendo: “Ero l’ultimo degli ultimi.” Allor, insensibilmente, passo nel mio discorso dall’“io” al “noi”. Quando arrivo al “ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dir loro la verità in faccia. Io sono come loro, certo, siamo tutti sulla stessa barca. Ma ho un privilegio, io, il fatto di saperlo, che dà il diritto di parlare.
Più mi accusi e più ho il diritto di giudicarla. Meglio ancora, la provoco e giudicarsi da sé, cosa che mi sgrava ulteriormente. Ah! mio caro, siamo strane, misere creature, e se solo guardiamo alle nostre vite, non ci mancheranno le occasioni per stupirci e scandalizzarci.
Ho accettato la duplicità anziché farmene un cruccio. Mi ci sono accomodato, semmai, e in essa ho trovato l’agio che ho cercato per tutta la vita. Sbagliavo, in fondo, a dirle che la cosa fondamentale era evitare il giudizio. La cosa fondamentale è potersi permetere tutto, anche proclamando talora a gran voce la propria indegnità. Mi permetto tutto, di nuovo, e questa volta sul serio. Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a usare gli altri. Ammettendo però le mie colpe, però, posso ricominciare con più leggerezza e godere due volte, prima della mia natura, e poi di un pentimento squisito.
a me sembra chiaro, non ha cambiato un bel niente, la sua vita è la stessa di prima, anzi il pentimento è squisito, è l’annuncio dell’assurdo
Da quando ho trovato la soluzione mi abbandono a tutto, alle donne, all’orgoglio, alla noia, al risentimento, e anche alla febbre che con piacere ora sento salire. Finalmente regno, ma per sempre. Ho trovato un’altra vetta, dove sono l’unico ad arrampicarmi e da cui posso giudicare tutti. A volte, di tanto in tanto, quando la notte è proprio bella, sento una risata lontana e di nuovo sorgono i dubbi. Ma subito anniento tutto, creature e creazioni, sotto il peso della mia infermità, ed eccomi di nuovo in forma.
la sua scelta è compiuta, la risata si è affievolita, lui è in forma e sta scalando una nuova montagna, è predicatore, è chiesa, lavora ad un altro futuro come un dio
Che ebrezza sentirsi il Padreterno e distribuire patenti definitive di vita e costumi reprobi.
Sul volto smarrito, mezzo nascosto da una mano, leggo la tristezza della condizione comune, e la disperazione di non avere scampo, e io compatisco senza assolvere, capisco senza perdonare e soprattutto, ah, sento finalmente di essere adorato.
c’è chi lo ama, chi l’adora, il Nobel l’anno dopo sarà la conferma di quanto già sapeva
Photo by Justin Hamilton
Si, mi agito, come potrei starmene a letto tranquillo? Devo essere più in alto di lei, i pensieri mi sollevano. Quelle notti, o meglio quelle mattine, giacché la caduta avviene all’alba, esco, vado con passo rapido lungo i canali. Nel cielo livido gli strati di piume si diradano un po’, le colombe risalgono appena, un chiarore rosato annuncia, rasente i tetti, un nuovo giorno della mia creazione. Sul Damrak tintinna il campanello del primo tram, che nell’aria umida suona il risveglio della vita ai margini di questa Europa dove nello stesso momento centinaia di milioni di uomini, miei sudditi, si strappano a fatica dal letto, con la bocca amara, per andare verso un lavoro senza gioia. E in quel momento, mentre plano con il pensiero sopra tutto questo continente che senza saperlo mi è sottomesso, mentre bevo la luce d’assenzio che si leva, ubriaco infine di parole malvage sono felice, eccome se sono felice, glielo dico io, le proibisco di non credere ch’io sia felice, felice da morire! Oh! sole, spiagge, e isole battute dagli alisei, giovinezza il cui ricordo è straziante!
non una caduta quindi, ma certe notti all’alba cadute ripetute, sono i dubbi della coscienza, il ricordo straziante di una giovinezza combattuta con le armi in pugno, le armi delle parole che sono esercito
Alla fine, ogni volta arriva la rivelazione, il desiderio di essere arrestato, decapitato con la sua testa in mano al boia, mostrata al popolo riunito affinché tutti vi riconoscano e io di nuovo li domini, esemplare Ogni cosa sarebbe consumata, avrei concluso, come se niente fosse, la mia carriera di falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.
Non siamo forse tutti simili, a parlare senza sosta a nessuno, a misurarci sempre con gli stessi interrogativi di cui peraltro conosciamo in anticipo le risposte? Allora mi racconti, la prego, cosa le è successo una sera sul lungo senna e come è riuscito a non mettere mai a repentaglio la sua vita. Pronunci lei stesso le parole che da anni non smettono di riecheggiare nelle mie notti, e che dirò finalmente attraverso la sua bocca: “O ragazza, buttati ancora nell’acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvarci entrambi!”
allora la domanda è a me lettore: tu che non hai mai messo a repentaglio la tua vita, chiamato ad agire, che farai? Seguirai il falso profeta decapitato o allo specchio sceglierai di uscire dal deserto della tua anima e dissetarti alla fonte del raccontarsi?
Una seconda volta eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Ci toccherebbe agire. Brr…! L’acqua è così fredda! Ma possiamo star tranquilli! È troppo tardi, adesso sarà sempre troppo tardi. Per fortuna!
sarà sempre troppo tardi! o meglio, prima che sia troppo tardi, di sicuro! e allora penso che per Parigi quella bella ragazza gira ancora alla ricerca di un nobile cavaliere affamato di armoniosa dissolutezza capace di accompagnarla nella luce di un nuovo giorno.
Ringrazio chi mi ha consigliato questa lettura perché non ha idea del guaio che ha combinato 🙂 liberare una bestia non è mai una buona idea!
…il coraggio lo devo a lui. A Paul Auster devo il coraggio di aver osato pubblicare #ilTerzoLivello. Non credo di riuscire mai più a evadere dalla sua Trilogia di New York, sono imprigionato nei tre racconti che formano un unico romanzo: mi ha stravolto, allucinato, rapito per sempre. Non scherzo, lo confesso e pagherò tutto quello che c’è da pagare. La pistola è carica e pronta a sparare se il mio me stesso dovesse entrare da quella porta: non c’è scampo, non c’è via di fuga, non posso che ritornare indietro all’inizio delle indagini alla ricerca della città di vetro, dei fantasmi e di questa stanza chiusa. L’epilogo è l’inizio.
Certo, posso sbagliarmi. In quel momento non ero in condizione di leggere nulla, e forse il mio giudizio è alterato. Ero lì, scorrevo le parole con gli occhi, e stentavo a credere a quello che vedevo.
– Non puoi sapere cosa è vero o falso. Non lo saprai mai
– Chiamerò la polizia. Sfonderanno la porta e ti porteranno a forza all’ospedale.
– Al primo colpo contro la porta una pallottola mi trapasserà il cranio. Non puoi vincere, è inutile.
Quello che ha abbattuto ogni mia paura di pubblicare cose poco interessanti, o peggio scritte male e insulse, è stato il suo incipit nella Città di vetro:
”La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.”
Cos’è il significato di un racconto, di una vita, di un momento, di un eterno pensiero, della nostra storia dentro la storia di tutti gli altri dentro di noi? Non spetta a chi scrive, spetta a chi legge …
“All’improvviso gliene veniva offerta l’opportunità e adesso, in strada, l’idea di quello che gli si prospettava si ingigantì come un incubo atroce. Pensò alla piccola bara che racchiudeva il corpo del figlio, a come l’aveva vista calare sotto terra il giorno del funerale. Quello era l’isolamento, disse fra sé. Quello era il silenzio. Forse non era un vantaggio che anche suo figlio si fosse chiamato Peter.”
– Veda, signor Quinn… il mondo è in frammenti. E il mio lavoro è ricomporli insieme.
– Be’, è un bell’impegno.
– Me ne rendo conto. Ma io cerco unicamente il principio. Questo è senz’altro alla portata di un uomo solo. Se riesco a porre le fondamenta, altre mani sapranno compiere la riedificazione vera e propria. L’importante è la premessa, il primo gradino teorico.
Perdersi nelle pagine di Paul è fin troppo facile ma non è smarrimento, è anzi un viaggio illuminato:
– Mentire è brutto. Ti fa pentire di essere nato. E non essere nati è una maledizione. Sei condannato a vivere fuori dal tempo. E quando vivi fuori dal tempo, non esistono il giorno e la notte. Non hai nemmeno la possibilità di morire.
– Capisco.
– Una bugia non si cancella mai. Nemmeno con la verità. Io sono un padre, e queste cose le so.
Non servono mappe del tesoro, non è la caccia all’isola che non c’è, è già il coraggio che abbiamo dentro di guardare fuori non per assistere ma per agire:
“Si chiedeva se sarebbe stato capace di scrivere senza penna, o se invece avrebbe imparato a parlare riempendo il buio con la voce, pronunciando le parole nell’aria, nei muri, nella città, anche se la luce non fosse tornata mai più.”
“Su Black, su White, sul lavoro che gli è stato affidato, ora Blue incominciava ad avanzare alcune ipotesi. Scopre che inventare storie, oltre a servirgli a far passare il tempo, può essere un piacere.”
“Pronunciare una condanna a morte era orribile, ma lavorare per un morto non sembrava molto meglio.”
“Amare le parole, investire una parte di sé in quello che è scritto, credere nel potere dei libri: tutto ciò sommerge il resto, e al confronto la propria vita individuale diventa insignificante.”
“Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi. È una mistificazione. Noi esistiamo per noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può sconfinare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.”
“Ora scoprii che quella stanza si trovava nel mio cervello.”
“La conclusione, tuttavia mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, Città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. Non pretendo di aver risolto nessun problema. Voglio solo segnalare che venne un momento in cui guardare ciò che era successo cessò di spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perché non avevo altra scelta che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia non è nelle parole: è nella lotta.”
Mancano ancora una ventina di pagine quando Paul firma la sua immortalità nel significato delle cose importanti dell’agire umano.
La storia non è nelle parole: è nella lotta!
ora sai perché #ilterzolivello è diventato un libro che vaga fuori dalla stanza, e per il piacere dei collezionisti, la traccia da seguire è l’incipit non più pubblicato:
Attendevo una telefonata importante che non arrivava mai. Le ossessioni iniziano all’improvviso, inaspettate. Mi tormenta un dolore tutto interiore, un dolore che si ripete e che non so spiegare. Con chiacchiere inutili e conversazioni necessarie, la storia che sto per raccontare potrebbe non avere senso. Paul direbbe che “la questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”.
un piccolo esercizio di scrittura del fantasma, la traccia è questa frase:
“vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” di Pablo Neruda
«Non ti fermare, continua» le dice con la gioia di un amore ritrovato, e lei non si ferma: sono gesti ipnotici senza tempo, scosse tenere, ripetute, delicate. Sospirando ad ogni reazione della pelle la vede riflessa, e immobile sulla sedia difronte allo specchio, gode di tante carezze inattese finalmente tornate intime.
La continua a fissare con lo sguardo incollato ai suoi occhi che però sono sfuggenti – cosa sta pensando? – si chiede mentre nota che le sue pupille azzurro limpido, sono nervose, in cerca di vastità indecifrabili, guardano fuori verso la finestra a lato della toeletta per il trucco, già di nonna prima della sua infanzia; lei è assente, guarda lontano oltre le imposte spalancate sulla primavera che pulsa fuori, esplosa nel giardino.
«Amo di più la terra quando prende forma il caldo risveglio alla morte dell’inverno» dice senza fermarsi, sempre più dolce, assaporando la brezza tiepida che le arriva in faccia dal suo giardino, denso di gemme in fiore sull’albero più vecchio, quello più alto, e così si immagina bambina, arrampicata e felice.
La continua a cercare nello specchio ma non riesce ad afferrarne gli occhi, e allora vede i suoi capelli finissimi dorati di miele: le ondeggiano liberi sul viso senza trucco mentre la chiusura prolungata delle palpebre con ciglia quasi invisibili, sugella intensamente il piacere fisico nel respirare i profumi dei ciliegi in fiore.
È un attimo di estasi: «siamo ancora insieme, solo questo conta, il nostro inverno è morto», dice come se stesse parlando a qualcuno sull’albero, ma lei non si ferma, non rallenta, le sue carezze si fanno sempre più delicate mentre nei suoi occhi si combattano mille luccichii, colorati dalle gocce di rugiada che rinfrescando i primi petali dischiusi, riflettono il sole in ogni direzione. I bagliori della luce nello specchio stridono con la pacatezza irreale della voce diventata adolescente, confligge l’amore e l’assenza di emozioni. Un brivido freddo inonda l’altra donna più giovane che smette di godere, e allora le prende la mano, la ferma rabbiosamente, si alza e abbracciandola con forza, la riporta alla realtà: «basta mamma! basta spazzolare, basta coccole! adesso ti metti seduta e lo faccio io a te! oggi devi uscire da questa stanza, ci vestiamo insieme e andiamo a fare shopping in centro, ti ricordi come mi dicevi? vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi…»
Pablo Neruda
Tu giochi tutti i giorni con la luce dell’universo. Sottile visitatrice, tu vieni nel fiore e nell’acqua. Sei più di questa bianca testolina che stringo ogni giorno tra le mie mani come un grappolo. A nessuna assomigli da quando ti amo. Lascia che io ti distenda fra le ghirlande gialle. Chi scrive il nome tuo con lettere di fumo tra le stelle del sud? Oh, fammi ricordare come eri allora, quando ancora non esistevi. D’un tratto il vento ulula e picchia alla mia finestra chiusa. Il cielo è una rete cagliata piena di tetri pesci. Qui vengono a battere tutti i venti, tutti. Già si sveste la pioggia. Passano gli uccelli in fuga. Il vento. Il vento. Io solo posso battermi contro la forza degli uomini. La bufera fa turbinare le foglie oscure e scioglie tutte le barche che stanotte si sono ancorate in cielo. Tu sei qui. Oh, tu non scappi. Tu mi risponderai sino all’ultimo grido. Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura. Eppure, qualche volta un’ombra strana è corsa nei tuoi occhi. E ora, anche ora, tu mi porti, mia piccola, caprifogli, e hai perfino i seni profumati. Mentre il vento triste galoppa e uccide farfalle io ti amo e la mia gioia morde la tua bocca di susina. Che dolore avrai patito ad assuefarti a me, alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti respingono. Tante volte abbiamo visto ardere la prima stella baciandoci negli occhi e tante volte i crepuscoli girare a ventaglio sulle nostre teste. Le mie parole su di te sono cadute accarezzandoti. Da tanto tempo ho amato il tuo corpo di aprica madreperla. E ti credo addirittura padrona dell’universo. Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues, nocciole brune, e ceste silvestri di baci. Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi.
un anno dopo, piccolo autoediting per un altro gruppo FB (Libri e Recensioni)
«Non ti fermare, continua» le dice con la gioia di un amore ritrovato, e lei non si ferma: sono gesti ipnotici senza tempo, scosse tenere, ripetute, delicate. Sospirando ad ogni reazione della pelle la vede riflessa, mentre immobile, seduta sulla sedia difronte allo specchio, gode di tante carezze inattese finalmente tornate intime.
La continua a fissare con lo sguardo incollato ai suoi occhi che però sono sfuggenti – cosa sta pensando? – si chiede mentre nota che le pupille azzurro limpido sono nervose, in cerca di vastità indecifrabili: guardano fuori verso la finestra a lato della toeletta per il trucco, già di nonna prima della sua infanzia. Lei è assente, in piedi alle sue spalle, guarda lontano oltre le imposte spalancate sulla primavera che pulsa fuori, esplosa nel giardino.
«Non ti fermare, ti prego… Continua». La cerca, non la lascia andare. E lei non si ferma, continua con gesti ipnotici di braccia e mani sulla testa, sulle spalle scoperte, carezze tenere come una volta, di quando era bambina.
Prova a fermare con parole preoccupate quegli occhi che tante volte le hanno fatto paura. Non ci riesce, lei è assente, guarda lontano oltre la finestra, cerca il mondo fuori che esplode di ricordi.
«Amo di più la terra quando prende forma il caldo risveglio alla morte dell’inverno» dice senza fermarsi, sempre più dolce nei movimenti, assaporando la brezza tiepida che le arriva in faccia dal giardino, denso di gemme in fiore sull’albero più vecchio, quello più alto, e così si immagina bambina, arrampicata e felice.
La continua a cercare nello specchio ma non riesce ad afferrarne gli occhi, e allora ne guarda i capelli finissimi dorati di miele che ondeggiano liberi sul viso senza trucco. Osservando con attenzione come la chiusura prolungata delle palpebre renda brillanti le sue ciglia bianche quasi invisibili, si arrende e si lascia andare allo stesso piacere fisico di respirare il profumo dei ciliegi in fiore.
È un attimo di estasi: «Siamo ancora insieme, solo questo conta, il nostro inverno è morto», dice come se stesse parlando a qualcuno sull’albero, e non si ferma, non rallenta, le carezze si fanno sempre più delicate mentre nei suoi occhi si combattano mille luccichii, colorati dalle gocce di rugiada che, rinfrescando i primi petali dischiusi del mattino, riflettono il sole in ogni direzione. I bagliori della luce nello specchio stridono con la pacatezza irreale della voce diventata adolescente, confligge l’amore e l’assenza di emozioni. Un brivido freddo inonda l’altra donna più giovane che smette di godere, e allora le prende la mano, la ferma rabbiosamente, si alza e abbracciandola con forza, la riporta alla realtà: «Basta mamma! Basta spazzolare, Basta coccole! Adesso ti metti seduta e lo faccio io a te! Oggi devi uscire da questa stanza, ci vestiamo insieme e andiamo a fare shopping in centro, ti ricordi come mi dicevi? Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi…»
2021, 2022… ancora un anno in avanti, veloce e lento come il vento dei pensieri mentre fuori il tornado dell’AI ci avvolge, nel niente e nel tutto vomitato di parole
ONANISMO MENTALE
ecco una pratica di autoediting con ChatGPT 3,5, quello gratis 😂
Richiesta: “Riscrivi questo testo come lo farebbe Stephen King”
“Non ti fermare, continua”, le sussurra con l’estasi di un amore ritrovato, e lei non si ferma: gesti ipnotici senza tempo, carezze tenere, ripetute e delicate. Ogni reazione della sua pelle è un sospiro che lei osserva riflesso, immobile sulla sedia di fronte allo specchio, godendo di queste carezze inattese finalmente intime.
La fissò intensamente, gli occhi incollati ai suoi, ma quegli occhi erano fugaci, sfuggenti – cosa sta pensando? – si chiese mentre notava che le pupille di un azzurro limpido erano nervose, alla ricerca di vastità indecifrabili: guardavano oltre la finestra, accanto al tavolo da trucco, che era già di nonna prima ancora della sua infanzia. Lei era assente, in piedi dietro di lei, con lo sguardo rivolto lontano, oltre le imposte spalancate che rivelavano la primavera che palpitava fuori, un esplosione nel giardino.
“Non ti fermare, ti prego… Continua”. La cercava, non voleva lasciarla andare. E lei non si fermava, continuava con quei gesti ipnotici di braccia e mani sulla testa, sulle spalle scoperte, carezze tenere come un tempo, quando era solo una bambina.
Provò a fermare con parole preoccupate quegli occhi che tante volte l’avevano spaventata. Non ci riuscì, lei era ancora assente, lo sguardo perso lontano oltre la finestra, alla ricerca del mondo che esplodeva di ricordi.
“Amo di più la terra quando prende forma il caldo risveglio alla morte dell’inverno”, disse senza interrompersi, sempre più dolce nei movimenti, assaporando la brezza tiepida che le accarezzava il viso dal giardino, denso di gemme in fiore sull’albero più antico, il più alto. E così, si immaginò bambina, arrampicata e felice.
Continuava a cercarla nello specchio, ma non riusciva ad afferrare i suoi occhi. Allora osservò i suoi capelli finissimi, dorati come il miele, che fluttuavano liberamente sul viso privo di trucco. Notò come il lento abbassamento delle palpebre rendesse le sue ciglia bianche quasi invisibili e, arrendendosi, si abbandonò al piacere fisico di respirare il profumo dei ciliegi in fiore.
Fu un attimo di estasi: “Siamo ancora insieme, solo questo conta, il nostro inverno è morto”, disse come se stesse parlando a qualcuno sull’albero. E non si fermava, non rallentava, le carezze diventavano sempre più delicate, mentre nei suoi occhi si scontravano mille scintille, colorate dalle gocce di rugiada che, frescando i primi petali del mattino, riflettevano il sole in ogni direzione. I bagliori di luce nello specchio contrastavano con la voce pacata, ma l’amore e l’assenza di emozioni. Un brivido freddo avvolse l’altra donna, più giovane, che smise di godere. Allora la prese per mano, la fermò con rabbia, si alzò e la abbracciò con forza, riportandola alla realtà.
“Basta, mamma! Basta spazzolare, basta coccole! Adesso siediti e sarò io a prendere cura di te! Oggi devi uscire da questa stanza, ci vestiremo insieme e andremo a fare shopping in centro. Ti ricordi quando mi dicevi che vorresti fare con me quello che la primavera fa con i ciliegi…”
L’atmosfera si fece più cupa, il tono della voce si trasformò in uno sguardo di determinazione. La giovane donna cercava di riportare sua madre nel mondo reale, liberarla dalla trappola dell’ozio e dell’immobilità. Era giunto il momento di rompere quelle catene, di affrontare la vita con coraggio e riscoprire la gioia delle esperienze condivise.
Stephen King avrebbe potuto descrivere questa scena con una tensione palpabile, facendo emergere i contrasti tra passato e presente, tra l’amore e il desiderio di cambiamento. Avrebbe forse amplificato il senso di inquietudine e il richiamo alla realtà, rendendo il momento di trasformazione ancora più intenso.
piano piano leggerò anche David Foster Wallace, prima lo scherzo infinito e poi il re pallido … o prima il re pallido e poi Infinite Jest?
La mente funziona così, una gentilissima e colta lettrice mi dice: «Un po’ ti consiglierei di leggere Foster Wallace» e poi mi manda un pdf che divoro voracemente.
L’ultimo discorso di saluto per i nuovi laureati in un college americano di cui ho memoria è quello di Steeve Jobs, si proprio lui, quello di “siate affamati, siate folli!” – pazzia e fame, veramente un grande futuro! 🙂 calmi calmi, lo so’, anche Steeve come David, parlano di pensiero e lo fanno ancora, anzi lo faranno per sempre!
(ma visto che mi trovo, è interessante anche un’altra sua frase storica: “Non è compito dei consumatori sapere quello che vogliono.” quindi dei due chi è l’acqua santa e chi il diavolo?)
Prima di iniziare a leggere il pdf, vedo che è un discorso tradotto da Roberto Natalini e allora mi chiedo: «chi è Roberto Natalini?» Ah, la rete che meraviglia, Roberto Natalini è un accademico, e che accademico!
… condivido i primi 2 link che ho divorato … si fa per dire, gli sforzi degli esami di analisi matematica mi tornano ancora in gola 🙁 … ma la fascinazione no, quella non si controlla …
“Wallace considerava la Matematica come una delle più grandi imprese culturali dell’umanità ed era interessato, a un livello più profondo, alla Matematica come a un linguaggio capace di descrivere e trasmettere idee belle e difficili, una specie di serbatoio capace di fornire dei principi narrativi, a volte nascosti, per le sue narrazioni.”
nello scherzo infinito – “incontriamo delle situazioni narrative che corrispondono ai due infiniti di cui si è parlato sopra. Da una parte abbiamo la ripetizione infinita, a loop, il ripresentarsi continuo di gabbie in cui l’apparente porta di uscita conduce solo ad altre gabbie, il muoversi in modo circolare lungo curve chiuse: la dipendenza dalla droga e dall’alcool (i continui cicli di disintossicazione e di ricaduta), il sesso come esperienza vuota e straniante (uno dei personaggi maschili ha l’abitudine dopo il coito, che a lui non provoca nessun piacere, di tracciare compulsivamente con il dito il simbolo dell’infinito sul fianco nudo della ragazza con cui è appena stato), la ripetizione ossessiva della pratica sportiva nell’accademia di tennis, …” – “Leggendo Wallace sentiamo una voce nella nostra testa che parla, come se fosse un secondo ‘io’ più intelligente e linguisticamente onnisciente, che con noi costruisce un dialogo intenso e pieno di significato.”
ma veniamo all’acqua, potevo annegare ma invece mi sono dissetato …
Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” … È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.
Non è più tempo di riassunti, per comprendere il messaggio, il segno e l’augurio di David bisogna leggerlo … per me, prima che sia troppo tardi!
un commento alla nuova pubblicazione 2021 di Einaudi (prima edizione 2001)
Quando ho letto nella prefazione di Domenico Starnone:
‘De Silva forse deve qualcosa soltanto ai piccoli gangster ebrei di C’era una volta in America’
mi sono vergognato di non aver letto questo libro venti anni fa. Ho rimediato con voracità colmando una profonda lacuna che più di ogni altra cosa (è ovviamente un fatto personale di scarsissimo interesse collettivo), mi ha riaperto ferite che pensavo fossero completamente rimarginate. Questo fa la grande letteratura, non scade, non passa di moda, racconta sempre nel presente storie che non finiscono mai. Dall’antichità a oggi, l’uso dei minori nel lavoro che sfrutta gli umani non è affatto un un capitolo chiuso, quando poi è un lavoro sporco e criminale, che ammazza le persone su commissione, i sensi di colpa di appartenere ad una razza animale bastarda come quella umana sono insopportabili. Eppure senza la testimonianza, senza il racconto, senza la conoscenza viva e diretta della realtà ogni vita sarebbe menomata, incapace di scavare nel profondo dell’abisso per riconoscersi diverso e fortunato da chi nasce e cresce già condannato a seguire strade senza ritorno. La produzione e riproduzione della malvagità sono molto meno marginali di quanto si possa immaginare, forse anche solo sperare, ci cammina dentro tanto da rivelarsi in chi invece è chiamato e formato alla tutela della giustizia. È sempre colpa degli adulti e “certi bambini” lo sanno bene e solo per difendersi e sopravvivere devono emularli e prenderne il posto. Dove ci sono regole il più forte le infrange sebbene la sua umanità bollente di tenerezza e amore lo costringa a tormenti indefiniti, anche fisici, senza risposte adeguate.
“Il torpore sparì per qualche secondo e poi tornò peggio di prima, accompagnato da una sensazione di vuoto in mezzo alle cosce, proprio lì, dove teneva la sua ricchezza più importante.”
Rosario non è solo un certo bambino, un rappresentante di una categoria, Rosario è ogni bambino cresciuto in strada in ogni metropoli del mondo e con lui i suoi amici, la sua gente, e l’infamità del suo universo condannato all’inferno sulla terra, l’inferno delle gerarchie, dei deboli sopraffatti dai forti.
“Rosario va a uccidere con la testa piena di ordini e una specie di ignoranza. Sente tutta la responsabilità delle istruzioni ma non del risultato che verrà. Si è addestrato all’ubbidienza fino a sviluppare come un disinteresse per quello che dovrà succedere, fino a pensare all’uomo che ammazzerà come una conseguenza meccanica delle istruzioni, a un fatto, una cosa che lo riguarda solo in quanto prova morente dell’esecuzione.”
Rosario è ogni bambino soldato, arruolato e addomesticato da un esercito, istituzionale o meno non fa differenza, il degrado delle periferie o dei centri storici non fanno differenze, la chiave della svolta è il coraggio e non tutti sono come lui.
“Era così libero dal ricatto della paura, del pericolo, della vita, che il pensiero di morire non gli faceva più niente. Anzi, in un certo senso avvicinare la morte, andare verso di lei in una volta sola, con un atto unico, un sì o un no, la rendeva piccola.”
Che fine ha fatto Rosario? non è la domanda giusta, la domanda interessante è cosa sta facendo il Faraone? che Diego ringraziava allora come ringrazia ancora oggi dopo venti anni, con questa nuova e “miracolosa” ripubblicazione di un libro che bisogna leggere, assolutamente.
“Grazie a Gianfranco Marziano, perché gli devo molte delle cose raccontate in questa storia”
Oh la rete … cercando il Faraone ho trovato questo documentario Rai che non avevo mai visto (spero di essere l’unico), è una puntata di Torre d’Autore su Salerno con e di Amleto De Silva.
In questa puntata di Terre d’autore, lo scrittore e umorista Amleto De Silva ci porta a Salerno, tra i luoghi della sua infanzia e personaggi popolarissimi che hanno contribuito alla sua formazione e alla creazione dei protagonisti del suo romanzo “L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè”. Un’occasione per scoprire una Salerno inedita, che sa stare al passo con i tempi pur con le contraddizioni tipiche della città di provincia, che De Silva coglie con senso dell’umorismo, rivelando un grande amore per la sua città.
“più ti vanno male le cose e più sei contento” 🙂 Amleto De Silva
“lì comincia il lungomare dei poveri, quello senza alberi” … già dove siamo cresciuti noi ragazzi dei quartieri, Torrione, Pastena, Mercatello.
Il Terzo Livello: ecco la revisione del 4 luglio 2021
così come pubblicato, questo romanzo è una pietra lavorata per incidere sull’evoluzione del presente. Un caso originale di narrazione mutante e divertente nonostante lo spessore a tratti seriosi dei temi trattati. Da leggere e farne discussione con nonni, genitori e figli.
Affrontare i conflitti aiuta a migliorare se stessi e chi vuoi bene.
Un romanzo fatto di legamenti e nodi di contrasto.
SINOSSI – riassunto minimo
A causa di una misteriosa convocazione da parte di un giovane maresciallo dei Carabinieri, Antonio Esposito si sveglia con un incubo da tempo non più ricorrente, è il conflitto padre figlio che ritorna, doloroso. La novità di una giornata diversa dal solito e i dubbi su una convocazione in una caserma militare, portano il protagonista a raccontarsi pensieri scombinati, del presente e del passato, riflessioni, domande e risposte che si accavallano nella sua mente durante il percorso che ha scelto per recarsi all’appuntamento con l’Arma. La passeggiata sul suo lungomare, della sua città, è breve ma percorre tutta la sua esistenza compresa quella dell’oggi come lavoratore e sindacalista, e come anomala spia del terzo livello: costruzione mentale del suo complotto interiore. In caserma, nell’incontro e scontro con il maresciallo Gradone, scoprirà un fatto incredibile che lo coinvolge suo malgrado ad affrontare la risoluzione del racconto che si svolgerà tra colpi di scena e strutture futuribili.
Il Terzo livello è un esperimento creativo di scrittura, essenzialmente un approdo precario, necessario all’autore che affronta in modo originale, un rapporto conflittuale padre figlio, attraverso le confessioni intime di una spia egocentrica, rendendo la storia campo di confronto con il lettore di ogni età. I tre livelli generazionali in cui il protagonista è figlio prima che genitore, si intrecciano con il racconto del suo personalissimo modello sociale a tre livelli, inglobando formazione e maturazione dell’essere con il frastuono incoerente di pensieri che fluiscono su piani paralleli, sospesi tra i rimorsi, necessità e desideri. Il racconto della sua presenza, da bambino, da adolescente, da sportivo, da studente e lavoratore, da spia e sindacalista, è una esplorazione agitata e frenetica, con flashback improvvisi, di relazioni e avvenimenti anche sconnessi tra loro ma che liberano il personaggio da sensi di colpa ingombranti.
Fatti di rilievo come il boom economico degli anni 50/60’, i complotti politici e la “Notte della Repubblica” fanno da collante storico in una esistenza che ha però una bella pretesa: Antonio Esposito è il protagonista della sua vita. Non è un romanzo giallo, ma ci sono le spie, i complotti, c’è il sarcasmo della vita quotidiana e di quella preoccupante di un maresciallo inquisitore. Fatti veri come nei, caratterizzano un racconto di fantasia, ideale ma non troppo. Poi c’è la città, simile alle mille cresciute nei millenni intorno ai porti della gente mediterranea: Salerno è la storia attraverso il luogo che non c’era, quello a sud del fiume Irno, quello che ha sostituito la vecchia zona industriale e commerciale controllata dalla Polveriera dei Borboni. Ci sono le fabbriche abbandonate come simbolo di conflitti dimenticati, il calcio e il tennis, un Macintosh, la radio libera, c’è la droga come in mille quartieri simili nelle mille metropoli del mondo, di ieri e di oggi.
Nell’era di Twitter e di post lampo che scorrono veloci su Facebook, il tempo di leggere storie è limitato, ma il bisogno di consumare e condividere la propria presenza è dominante. Le battute discontinue dei dialoghi, o i monologhi, e la mancanza descrittiva dell’atmosfera dei fatti che accadono intorno ai pochi personaggi che animano la storia, sono scelte che rompono gli schemi essenziali di un romanzo, nel tentativo di crearne una costruzione sceneggiata con strumenti elementari di pseudo poesia per immagini, proprio come avviene sui social, come è però, impossibile da immaginare dentro la reclusione soffocante della pandemia. Il mare come proprietà e come bisogno rende bene l’idea della fuga dalle paure più intime, e così anche il “runner illegale” che corre per la libertà, diventa una scena che non ha bisogno di descrizione.
In piena pandemia 2020, Antonio Esposito brucia i ricordi di una vita che dura il tempo di una passeggiata sul suo lungomare, una andata e un ritorno con sorprese e colpi di scena, con accanto e sullo sfondo la Divina costiera. L’ovvietà di un’impresa paradossale si aggrappa ad una tensione che resta latente fino all’epilogo finale che viene rimandato, pagina dopo pagina per un epilogo che è da scoprire anche se non c’è un cadavere, un delitto: in gioco ci sono le relazioni umane primordiali che prima del sangue chiedono il ragionamento per poi tornare al principio, per poi ripartire. Il bisogno di comunicare è nel DNA di ognuno ma il bisogno di scrivere per lasciare un segno è precedente. Questa genesi ha bisogno di un approdo definitivo, è una sfida lanciata nella rete globale della comunicazione che spetta al lettore raccogliere per navigare sé stessi…
Ci dovresti passare un reddito di partecipazione per tutti i dati e contenuti privati che ti regaliamo mentre tu li vendi al migliore offerente come fossimo merce in vetrina… buu, miliardario che non sei altro…
L’anniversario: 3 luglio 1999
Lei: «Amor vincit omnia… ore 17 solito posto… io e te… 22 anni di noi …i migliori anni della mia vita… ricchi di amore, libertà, rispetto… Che fai? Vieni?» – in mezzo a mille cuoricini.
Io: «sto gia’ la Amo’, confermato taglio torta e dolcetti di Bassano, confermato celebrante, un certo Picarone, il sindaco e’ impegnato ma ci sposiamo lo stesso, pronta anche una autoambulanza e i pompieri per eventuali svenimenti o incidenti, porta tu le carte, al comune non si sa mai, sabato come allora, non fare tardi, smack», condividendo la foto del nostro bacio pubblico nella sala monumentale del governo della città.
Lei: «mascalzone».
Io: “fino alle 17 c’è tempo per fare pace” – penso godendomi uno spaghetto con ragù senza carne che fa risuscitare i vivi, poi c’è la crostata del paradiso che ho sbirciato nel frigo, fino alle 17 c’è tanto tempo come fosse ieri, ieri l’altro.
Pornografia dei sentimenti. Quando lo senti in una presentazione dall’autore non ha lo stesso effetto di quanto lo vedi leggendo le sue pagine. Quando poi nelle sue pagine ho trovato l’ardua impresa di fare la rivoluzione con la Poesia per distruggere la “Grande Fabbrica della Merda”, una vertigine fortissima mi ha tramortito. Combattere l’impossibile con la forza e la bellezza della gentilezza, dell’insegnamento, della scoperta, della persuasione, delle visioni dell’arte, è il sogno che diventa realtà. L’eterno mito della lotta del debole che combatte il forte, è messo in scena con la maestria delle parole, in una storia che mi ha acchiappato con frenesia, e mi ha fatto fare il tifo per i cattivi, i delinquenti che rapiscono, sequestrano, poi corrompono l’anima, reclutando la protagonista e il lettore che segue una vicenda appassionante nella sua assurdità, mirabile iperbole della società in cui galleggiamo giorno per giorno.
“Comunicare le proprie ossessioni è bellissimo”
lo dice l’autore in un’intervista e in questo libro si respirano intense le nostre nevrosi quotidiane di consumatori di miserie umane sia quelle nella ricchezza che quelle, nella povertà dell’esistenza.
La rivincita, il progetto, il piano e la sfida al colosso, al paese intero:
“Senza contare che questo prendersi un’ora di diretta in prima serata sa tanto di riappropriazione dei mezzi di produzione”.
Lo dice l’autore, “le differenze di classe sono diventate differenze antropologiche” e quindi si capisce che la scommessa è anche storica:
“… da tutta quella finzione che diventa più vera del vero, iperrealismo, storie addomesticate. Sanno come funziona l’imbroglio televisivo nel più minuscolo dettaglio, ma ne restano comunque stupiti, è un superpotere.”
Per concludere, un’ultima citazione da questo bel libro che vale tutto il tempo che mi ha preso:
“C’è il piccolo sciacallaggio della politica, c’è dispiacere sincero, c’è uno smottamento emotivo. C’è un paese che aspetta. C’è tutto.”
È audace ma con la Poesia si può fare la rivoluzione, anche svegliarsi il giorno dopo è la rivoluzione che non aspetta chi si ferma solo a guardare.
«Se mi ascolti e mi lasci parlare è meglio per noi» le dice cercando di arginare il fiume di parole piene di rancore e di violenza che stava subendo, e allora lui, deciso, le afferra le mani sul tavolo.
«Non mi toccare! Non mi devi toccare!» lei urla forte nel casino affollato del locale che una volta era la loro casa. Lei prova a staccarsi ma si arrende subito: da troppo tempo lo desiderava. L’ira nei suoi occhi truccati con stile, non si placa ma l’ossessione di sentire il contatto delle sue dita ancora una volta sta vincendo. Dopo anni. Non per amarlo ancora ma per fargli ancora male: «Adesso vuoi toccarmi, mi vuoi parlare?» la voce le diventa roca dopo l’urlo mentre rigira la presa affondando con forza le unghie a coltello dei pollici dentro il dorso delle mani arrendevoli di Luca.
«Titty non scappare ti prego, non è per i figli, non è per i soldi e nemmeno per il bar. Non è per la gente, né per la parentela dei soci che ci hanno massacrato. Non è l’apparenza né lo dobbiamo a chi ci ha raccattato e amato lucrando sul nostro divorzio, gli stronzi non siamo noi!».
Le braccia nude e tese di lei vibrano per lo sforzo che si amplifica all’improvviso quando rivede negli occhi del maschio la scintilla d’amore perduta, e allora affonda più forte nella sua carne.
«Parlami, continua a parlare se ne hai il coraggio» con voce tersa, di cristallo tagliente, lo tiene fermo: «sei un verme, mi hai fatto andare con uomini che nemmeno mi piacevano, per ripicca, per vendetta, mi sono fatto le tue amanti per dimostrare a me stessa che non valevi nemmeno un mezzo cazzo moscio, dai parla, forza, fammi sentire: che vuoi?»
Lui è più forte, nemmeno lo guarda il sangue che gli cola nei polsini candidi senza gemelli. Con uno scatto elettrico rigira la presa delle mani strette a tenaglia, e nell’alzare le braccia rovescia le birre ancora piene sul tavolo, la mette in piedi. In un attimo impetuoso di tenerezza cancella tutto il mondo fetido che li circonda, si avvicina alle sue labbra serrate dalla collera e le sussurra: «sei bella come mai, stasera balla con me».
Per festeggiare san Pietro & san Paolo condivido l’ultimo mio esercizio di scrittura del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti (SESE).
traccia: scena finale del film “Via col vento” – lunghezza 20 righe
Stiamo chiudendo, finalmente è venerdì, sarei già scappato ma oggi devo fermarmi, gli voglio parlare: «Jenny, hai un minuto per me?»
«Che ci fai ancora qui? siamo a metà mese!» – è sorpresa di vedermi sull’uscio del suo ufficio sempre aperto, nella sua voce la meraviglia diventa curiosità materna: «bellino, tu non me la conti giusta, ti ho osservato tutta la settimana, ancora problemi con la piccola? come sta?» – l’ufficio è quello di una segretaria ma la sua funzione va oltre, Ginevra si preoccupa di tutti ma lo fa con discrezione, mi ha salvato il culo un sacco di volte, sa della malattia di Desy, sa dei casini con la mamma, sa tante cose di me, ci vogliamo bene, è una grande compagna di lavoro, lei sa come mi butterei nel fuoco per lei.
«No Jenny, lei sta bene, te l’avrei detto, sta recuperando alla grande, ha ripreso anche a camminare» Ginevra in questo luogo triste è sprecata, fa tre lavori e a stento quell’amorale di principale gliene paga uno, in una ditta più grande, una seria, una bella, sarebbe la manager del personale, altro che segretaria.
«Ok e allora che ti serve? dai sbrigati devo chiudere i conti, dai si può sapere che vuoi?» – è incredibile come dopo una giornata di lavoro, un venerdì infernale come oggi, lei sia sempre così perfetta, efficiente e sexy da morire: «niente lavoro con lui questo fine settimana?» – prendo tempo perché quello che le devo dire non le piacerà.
«Giovanotto! non sono cazzi tuoi, o entri ti siedi e mi racconti cosa succede o te ne vai di corsa a quel paese, deciditi!» – non funziona, lo sapevo.
«Jenny gli voglio parlare, ne ho bisogno, tu intanto non chiudere ancora la cassa» apriti cielo, Ginevra si incazza di brutto.
«Adesso? a quest’ora? sei un cazzone, va, va, adesso lo sento» – non mi muovo, le sventolo tre bollette scadute che devo pagare con urgenza, lei prende il telefono, lo chiama, confabula agitandosi a gesti verso di me, posa la cornetta, si alza in piedi, mi raggiunge all’orecchio e mi sussurra: «lui ha detto che francamente se ne infischia, io ti dico tra due ore al solito posto poi domani, se ti va penseremo ad un altro giorno».
auguri a tutti/e Pietro, Piera, Pedra, Pierrette, Pétronille, Paolo e Paola del mondo: salute e serenità a festeggianti e festeggiatiper oggi e per tutti gli anni a venire.
Anche con il mio voto ha vinto un piccolo grande libro che merita di essere studiato nelle scuole primarie.
“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”
“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”
“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”
… lo so, è il disgustoso egocentrismo di un fantasma che tenta di stabilire contatti con la realtà del passato, ma i complimenti e gli incoraggiamenti di chi ha letto il #ilterzolivello mi rendono ancora più incosciente
questo video, troppo lento, troppo grezzo e troppo lungo, contiene i tre salti generazionali di ognuno, i salti della città che non c’era, come in ogni porto del mar Mediterraneo, quartiere di una metropoli diffusa del nostro XXI secolo, come sulle sponde di ogni mare del mondo globalizzato, perché
“Pè mare nun ce stanno taverne” diceva papà!
… le oltre 500 visualizzazioni uniche, ridono ancora con me, come quel moccioso in braccio alla madre fiera del suo monello, genitrice e sguardo severo, di sfida, immortale anima senza tempo …
Tempi eccitanti di Naoise Dolan, Atlantide edizioni (Irlanda)
Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis, Bompiani ( Francia)
Il mare è rotondo di Elvis Malaj, Rizzoli (Albania/Italia)
finalisti premio salerno
Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.
“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”
“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in America, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”
Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.
“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”
“Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”
Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.
“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”
Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.
“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”
Hello, goodbye, edito da Baldini+Castoldi nel 2021, è un evento formativo di grande spessore narrativo, almeno per me, giovane lettore con pochi capelli imbiancati che sopravvivono.
Claudio è un insegnante e con questa opera dimostra come essere maestri sia una vocazione fondamentale, una piacevole scoperta per un affamato di racconti, quale sono io in queste ultime settimane.
La storia raccontata è avvincente, coinvolge e tiene incollati alle pagine come un ottimo noir deve fare e come illustri recensioni continueranno a confermare.
La cosa che fa un maestro è affascinare, è aprire domande alimentando nuove curiosità ignorate, far vibrare corde ferme capaci di riempire vuoti inesplorati. Il libro che sta leggendo il protagonista Angelo è una carabina di precisione che nella notte buia alimenta il coraggio di prendere decisioni e di agire:
“Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.”
Un fucile sulle spalle, non per sparare ma portato a tracolla come compagno fedele che dà sicurezza e coraggio.
Quindi leggere e rileggere Fëdor Michajlovič Dostoevskij come un bisogno, come una necessità, arriva al lettore richiamandolo a pulsioni che una volta innescate, non si fermano più.
Questo fa un maestro, innesca desideri oltre le visioni:
“Avrei voluto essere altrove, come mi capitava sempre, qualsiasi cosa stessi facendo e dovunque mi trovassi. A meno che non fossi immerso in un libro. Solo la lettura aveva la capacità di trascinarmi via da tutto, lontano da me stesso. Ma era una parte di me a pensarla così, l’altra era consumata dal fuoco delle mie ossessioni, …”.
Allo stesso tempo, nel tempo della storia le tracce del racconto non permettono distrazioni, perché le tracce dell’autore fanno presa, sono cemento rapido:
“Stamattina, sulla spiaggia, pensavo a come in fondo le storie si assomiglino tutte. Se si gratta la scorza, ecco che compare una bella sofferenza, un male fresco o una tragedia antica che torna sempre a galla, c’è in ognuno qualcosa che gli dilania la vita e che in qualche modo ne dirige i comportamenti.”
I personaggi vivono intensamente nelle pagine di Grattacaso, le poche tracce e appuntamenti che cito sono da scoprire, da divorare con furia:
“Ci si adatta a tutto. Ai soprusi, a un’esistenza piatta, a giornate fatte di incomprensioni, a lavori mortificanti. A tutto, ma non ai tradimenti, glielo assicuro.”
I personaggi di Claudio vibrano con ardore:
“Mi baciò. Sentii la sua lingua fondersi con la mia, e mi sembrò di sciogliermi, ero una candela di cera e Zena il fuoco che mi consumava.”
La scommessa non è mai vinta veramente, vince sempre il rilancio, per scalare le montagne bisogna scavare la terra e allora si capisce meglio l’abisso e la redenzione che c’è in “Hello, goodbye” con altre parole di Dostoevskij che, il giorno dopo, ho desiderato scoprire in altri libri:
“Che cosa è la madre di Dio secondo te?”
“La gran madre – rispondo – è la speranza del genere umano”.
“Sì – dice – la madre di Dio è la gran madre umida terra e in ciò è racchiusa una gran gioia per l’uomo. E ogni angoscia terrena e ogni lacrima terrena è gioia per noi e quando avrai imbevuto con le tue lacrime la terra sotto di te fino a un mezzo arsin di profondità, allora subito ti rallegrerai per tutto. E non avrai più nessuna – mi dice – sventura, tale – mi dice – è la profezia”.
Per quanti riti possiamo immaginare le profezie assolute vorticano nell’aria e quando vicino c’è l’acqua del mare e quello della pioggia insieme, l’atmosfera non è solo scena è essa stessa disperazione che alimenta l’istinto alla sopravvivenza prima che alla felicità.
Un grande scoperta e riscoperta che devo tutto a questo grande autore che mi vergogno a dire non conoscevo, questo fa un maestro, con l’esempio apre le tante porte delle case della conoscenza, detto con le parole di Fëdor è così:
“Non vi auguro troppa felicità, vi verrebbe a noia; non vi auguro nemmeno del male, ma secondo la filosofia popolare vi ripeto semplicemente «Vivete quanto più potete» e cercate in qualche modo di non annoiarvi troppo; questo vano augurio lo aggiungo da parte mia. Be’, addio, addio sul serio. Ma non restate vicino alla mia porta, non aprirò.
”Hello, goodbye inizia così:
“La rossa aveva chiesto di me.”
L’attesa è subito insopportabile: non esiste un maschio o una femmina che non abbia una rossa nel cuore.
Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare: si commettono errori ma solo sbagliando si impara, e prenderne coscienza non sarà mai troppo tardi o forse no? Forse non è mai un luogo comune. Questi tre finalisti del “Premio Salerno Libro d’Europa” ne sono la conferma, abbiamo bisogno di letteratura giovane, fresca, europea per sentirci più europei, per scoprire a fondo le terre e i popoli dell’Europa per desiderarci meglio come cittadini di un mondo senza barriere, frontiere, muri o recinti escludenti. Per scoprirci e desiderarci dobbiamo scavare nelle nostre crepe, fratture sociali, politiche e psicologiche, le storie che eravamo, le storie che siamo e quelle che vivremo. Il personale e la comunità sono temi ampiamente esplorati da questi meravigliosi finalisti e quindi complimenti agli organizzatori, ideatori, progettisti, curatori, accademici, etc … (e finanziatori perché no!) del Salerno Letteratura Festival. Di letteratura, di cultura non ce ne sarà mai abbastanza! È la solita congiunzione astrale, misteriosa convergenza degli eventi, magnifica opportunità della scoperta: tre libri fantastici in cui 2 belle storie, importanti, e un capolavoro, hanno segnato con forza le mie ultime settimane di normale quotidianità illuminata con la luce intensa di scritture brillanti.
“Non c’è fierezza senza vergogna: eri fiero di non essere un fannullone perché temevi di essere uno di quelli da designare con questa parola. Il termine fannullone è una minaccia per te, un’umiliazione. Questo tipo di umiliazione venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più.”
“Non accetto che vengano dimenticati. Voglio che siano conosciuti ora e per sempre, ovunque, in Laos, in Siberia e in Cina, in Congo, in america, ovunque da una sponda all’altra degli oceani, in ogni continente, al di là di tutte le frontiere.”
Ecco, anche grande letteratura che grida dall’Europa per tutto il mondo, per per tutte le terre abitate da anime umane, per tutti i popoli della Terra, per oggi e per il futuro.
“Sei cambiato da un giorno all’altro, uno dei miei amici dice che sono i figli che trasformeranno i genitori e non il contrario.”
“Non riuscivo mai a capire se anche le altre persone avevano fantasie altrettanto vivide rispetto alle mie, e facevano solo tutti finta di non essere così.”
Ecco, anche grande letteratura che entra con prepotenza nella sfera intima di figli e genitori, maschi e femmine, amanti e amati. Sono tre libri da leggere e far leggere di e per giovani chiamati a vivere un futuro geneticamente e moralmente più lungo di chi ha più anni, capelli bianchi e rughe, ormai già in cassaforte.
“Mi piaceva stare per conto mio, mi dava modo di pensare. E poi c’era il treno dei pendolari all’ora di punta per sentirmi in compagnia. Mi sistemavo sotto l’ascella di un uomo, sentivo la borchia della borsa di una donna che mi affondava nella pelle e pensavo: sono parte di qualcosa.”
Ovviamente non racconterò il mio voto ma chi ha già letto questi tre titoli o li leggerà nel prossimo futuro, comprenderà bene quale sia per me il vincitore. Essere un giurato accettato a valutare letteratura è un privilegio impagabile nonché un onore che da entusiasmo al lavoro di massa più bello del mondo, quello che secondo me dovrebbe essere il più diffuso, il meglio pagato, il più retribuito di tutti: leggere.
“Irena osservava divertita il disordine che si lasciavano alle spalle.”
Lo guardavo senza farmi notare, ossessiva, guardavo lui e vedevo Jim, al di là del vetro, inafferrabile, perso nei suoi versi. Cancellava e riscriveva come un diavolo ingordo che cambia vittima e strategia, perso in una folla di anime.
“Quindi, quindi tu pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno?”
Mi piaceva ma non lo doveva sapere, io sono al mixer, domani chiameranno un’altra, forse non torneranno, non hanno soldi. Come sempre.
«Basta Alex hai rotto, l’ultima andava bene», le bacchette di Tommy continuano a roteare mentre rompe il silenzio con parole annoiate; vuole suonare, suonare ancora.
«No, cazzo, non va bene, è banale, che cazzo significa distinguere un sorriso vero da uno falso?» – Alex parla furioso, strozzato, però quando canta mi scioglie dentro. Lo amavo dal primo giorno; baciai le sue labbra con la prima birra bevuta insieme. Tra le mie cose preziose, conservo con cura quella Ceres mai lavata, insieme al biglietto della metro fissato con la colla calda sull’etichetta di una birra di cinque anni fa. Quella sera, al mio primo concerto, il mio Jimmy si esibiva, era l’idolo del mio liceo, finì con una rissa, colpa di tre sfigati che non capivano la sua immensa poesia, balordi ubriachi in un misero bar di periferia.
Oggi è diverso, registriamo una canzone vera, quasi tutta sua. Da quella sera sono il suo rifugio, non il suo amore, la sua scorta disarmata. Non lo deve mai sapere che in lui vedo Jim Morrison, impazzirebbe, sorrido con i miei pensieri balordi, lo sento nella testa: “punk esiste solo il punk”.
Oggi sono un tecnico del suono, una professionista – “concentrati e lavora bene” – così spazzo via con forza ricordi della scuola, adolescenti e troppo belli.
«Alex dai, sono ore che proviamo, ne abbiamo già registrate almeno tre che possono andare, è solo un provino da presentare a quella specie di struzzo in giacca e cravatta, ma sei proprio sicuro che ci darà una mano?» Sara suona la chitarra, è una dea, fisico da paura e ricci lunghissimi, io li mescerei di biondo platino ma lei niente, neri come la pece, capisco perché Alex non l’ha mai annusata, ne sono felice, una in meno; Alex è altrove ma vorrei che fosse qui invece è nei suoi versi, la cover per lui deve dire altro, una cover punk di Wish dei Pink può esistere solo nel suo genio. Lo amo ma lui non lo deve sapere. Mai. Lo perderei per sempre.
«Anna sei pronta? Ne facciamo un’altra, tieni gli alti in evidenza, abbassa leggermente il basso di Terry, oggi sbatte le corde come nemmeno una boscaiola del Quebec» – dall’aldilà del vetro gli faccio vedere il pollicione in alto. L’anello alla base mi stringe troppo, mi fa male – “cazzo, sono ingrassata ancora“.
Parte la musica, il climatizzatore fa il suo lavoro, l’aria è fresca, limpida, il vetro è pulito, arriva la sua voce, un delirio nevrotico mi prende, mi alzo dalla poltrona, ho le braccia che ruotano impazzite, i pugni stretti ballano con me. Sono pazza, pazza di lui ma non lo dovrà sapere mai. Ho trovato la mia strada, mi piace questo lavoro; nel pomeriggio ho finito il mio turno con altri emergenti che vogliono sfondare, magari pure i timpani, vogliono sfondare tutto. Lui no, lui è altrove e vorrei tanto che fosse qui stasera, qui nel mio letto, voglio la sua voce ruvida diventare tenera, voglio le sue mani fragili diventare dure, voglio i suoi versi, sussurrati sulla mia pelle: “che protagonista sei? chiuso in una gabbia anche se la guerra ti esplode intorno?”
video del 2006 visto da 220 milioni di anime nel web
Classico? Che abuso se ne fa di questa parola. Classico nel senso di appartenente alla classe? Nel senso di evergreen? Nel senso di raffinato? Nel senso di normale? Per carità la normalità no.
La normalità è una media. Siamo tutti delle divergenze che non si possono mediare.
Veronica Roth ne ha fatto una saga di successo. Mi sono piaciuti anche i film, anche se nei libri avevo vissuto altre storie e i personaggi che ho immaginato erano diversi. Punto, è la solita storia, difficilmente un film rende merito ad un grande romanzo stampato su carta.
Ho rinviato in continuazione il finale, leggevo e rileggevo scene e stati d’animo che segnano d’emozione una giornata qualsiasi.
#nerolucano di Piera Carlomagno non è un semplice giallo noir avvincente, è un capolavoro di romanzo che mi ha scorticato dentro.
“Intraprese il cammino tra stradine e scalinate, strette e ombrose come le crepe dell’animo, per arrivare a via Madonna delle Virtù.” […]
«Che noia» scherzò lui. «Sei su un prato ben pettinato. Immagina invece la foresta.»
Non ho parole adeguate al momento per descrivere quanto mi sia piaciuto, tanto? tantissimo? sono parole riduttive. Adesso devo sapere come è nata Viola, non mi resta che scoprirlo dentro “Una favolosa estate di morte”.
Durante la corsa mattutina, avevo notato al Grand Hotel di Salerno, l’apparato viaggiante di uno staff cinematografico di alto livello, il camper della sartoria, quello degli attori, etc. Come mi ha confermato un brillante giovanotto che, al sole di giugno, ha soddisfatto la domanda di un runner sudato e curioso: “stanno girando Malinconico di Diego De Silva, una fiction per RAIUNO”.
Ho conosciuto Diego molto prima del suo “Non avevo capito niente” che mi era piaciuto tantissimo (…e vedi tu, nel 2007 Premio Napoli e finalista al premio Strega). Quando ci lasciammo, ricordo che era molto incazxxxx con me. Questo non è ovviamente interessante. Ricordo i primi iMac colorati del fantasmagorico ritorno di Steve Jobs alla Apple, archeologia tecnologica oggi ma da sempre scelta distintiva di un artista o di un professionista.
Veniamo a oggi. Stanno girando al tribunale ma non ho chiesto se nel nuovo o nel vecchio tribunale, comunque, l’idea di vedere Malinconico nell’esercizio delle sue funzioni è desiderio puro. Non ho resistito a ritrovare tra le mie cose “Mia suocera beve”, edito da Giulio Einaudi nel 2010, ne avevo un ricordo lucido di ammirazione. Devo ritrovare gli altri ma oggi questo mi basta e avanza:
«Se c’è una cosa che non bisognerebbe assolutamente fare quando una storia d’amore comincia ad annuvolarsi, è chiedere alla propria donna cosa c’è che non va»
ed infatti dall’incipit al racconto “Quando ti svegli e capisci d’essere morto nel sonno” pag.294, racconto comparso sulla rivista Rolling Stone nel febbraio 2008, dall’inizio alla fine dunque, per me è stato più di una conferma nel lontano 2010, Malinconico mi è sempre piaciuto anche se spesso e volentieri fa e dice cose che non avrei mai il coraggio o la crudeltà di fare o dire.
“Io, quando polemizzo via sms, non faccio che pestare merde. E avendone pestate per iscritto, mi rimangono come prova documentale a carico.”
Oggi facebook o whatsApp è lo stesso, Malinconico è avanti a tutto e a tutti, come avvocato semi disoccupato, semi divorziato semi felice e come filosofo autodidatta ed involontario. Non è l’eroe men che meno il super eroe, non è nemmeno lo sfigato che vuole raccontarsi, è un personaggio next già nel futuro e quindi comprendo bene come sia possibile che la letteratura di De Silva possa approdare al cinema ai giorni nostri per riempire un vuoto di modelli e di insegnamenti a “vivere” nella complessità di una società che decennio dopo decennio, non migliora anzi decade nello sfruttamento della precarietà anche culturale.
Avere in carne ed ossa Malinconico come amico nella difesa dei propri problemi, fosse anche come avvocato d’ufficio, è salvarsi il culo dalle sconfitte e dalle cadute, dal dileggio e dalla vergogna, Malinconico è un salvatore concreto e materiale eternamente in fuga ma facilmente consultabile nelle pagine di Diego:
“… com’è curioso che uno che si sente guasto nel profondo possa ancora valere l’amore di qualcuno”.
Non mi sembra vero Malinconico è qui a Salerno, nell’antico o nel nuovo tribunale futurista della città d’Europa, non è importante, sono felice che finalmente sia uscito dalle pagine di vari libri e vaghi, tormentato, ovviamente, per strade della mia città tornata in serie A, un quartiere occidentale della metropoli diffusa che bagna il Mediterraneo come dice un’altra persona che ammiro, un professore dell’università.
Sarà uno spasso, se non lo conoscete, leggetelo, Malinconico è uno spasso che aiuta a campare con un sorriso.
La serie Malinconico di Diego De Silva: Non avevo capito niente (2007), Mia suocera beve (2010), Sono contrario alle emozioni (2011), Divorziare con stile (2017), I valori che contano – avrei preferito non scoprirli – (2020).
Tenersi tutto dentro non è mai una buona idea, anche esternare tutto non è proprio salutare, si commettono errori specie come dice Malinconico di Diego De Silva, per iscritto: sono prove a carico, spesso di aiuto all’accusa, non certo alla difesa ma rileggendo oggi questo post su “Le notti della macumba” di Piera Carlomagno, la sua prima opera dopo averne letto l’ultima, #nerolucano, con un salto temporale di ben dieci anni, avverto la necessità di riflettere ad alta voce: le montagne si scalano e da ogni vetta raggiunta si vede la prossima, una montagna più alta, più luminosa e difficile da raggiungere, si sente il brivido del desiderio di quello che non basta mai.
Non parlo del successo ma della soddisfazione data a se stessi nella realizzazione della propria opera, il sacrificio, la ricerca, lo studio, il lavoro vero, l’arrampicata a mani nude dello scalatore che respira roccia nuda o ghiaccio friabile, sempre in carenza di ossigeno. Benedico il giorno in cui il coraggio di osare mi ha lanciato su una vetta oggi alla portata di tutti, l’auto pubblicazione, pubblicare un libro, non tanto per la rovinosa caduta (ma anche quella, gioiosa come la discesa di una montagna russa) ma per il desiderio nato che si è fatto nascita ed epifania, il desiderio della lettura, senza il quale ogni tentativo di scrittura è solo esercizio estetico, molto social forse, molto distratto senza passione, solo un esercizio di se e non degli altri con le loro storie non raccontate. Questa la ragione di questo mio primo post da “nuovo lettore” di cui avvertivo l’urgenza ma mi sfuggiva l’essenza. Quindi allora, anche se solo di pochi giorni fa si tratta, sulla mia pagina condividevo solo ciò che un amministratore di un gruppo importante come quello di Rai Cultura, aveva autorizzato, rendendolo degno di essere letto. Mi hanno pubblicato è questa la differenza, l’eterno desiderio di essere accettati, l’eterno infantile, forse, eterno per quanto possa durare una vita a sangue caldo.
Ho la mia pietra grezza da curare #ilterzolivello, ma mi dicono che devo passare oltre, si vedrà ma questo non è l’importante, sarà necessario se scocca dentro la scintilla, l’importante è il fuoco dell’anima che va curato e mantenuto, la lettura vera e approfondita, perché la differenza che esiste tra la prima e l’ultima opera di Piera, testimonia la scalata, la crescita, la formazione, l’evoluzione, l’eccellenza di cui oggi sono ammirato, una fortuna, una sorpresa che ad altri è negata perché l’hanno vissuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, una sorpresa improvvisa immensa per me perché io (fortunato?) l’ho vista tutta in una volta, una sorpresa improvvisa immensa come quella sui cui ci invita a riflettere Eduardo in “Napoli Milionaria”, che, in una sola volta, ha visto le fortune economiche della borsa nera che hanno fatto ricca una moglie diversa da quella lasciata, andando in guerra.
“A te t’hanno fatto impressione pecché ll’he’ viste a ppoco ‘a vota” […] A me, vedenno tutta sta quantità ‘e carte ‘e mille lire me pare nu scherzo, me pare na pazzia…”
ecco, uno scherzo, una pazzia definire una “scrittura” la mia, un oblio perché non si tratta di me, non si tratta di “‘e ccarte ‘e mille lire… ” si tratta della tanta vita che la lettura ci fa vivere con le parole, le frasi e le pagine che rapiscono. Quindi, per tutto quanto scritto, a futura memoria, confermo:«ne voglio ancora!»
ps. come non ringraziare Marco Peluso che (io leggendo lui) mi ha fatto sentire a mio agio e assolutamente contento e consapevole di stare comodo in fondo al burrone, esso stesso montagna da scalare prima di arrivare alla roccia vera da comprendere, o come adesso mi viene in mente, nell’acqua del mare, dentro, come prima, molto prima degli esseri preistorici che emersero per respirare l’aria abbandonando branchie seccarsi al sole… grazie ragazzi … e ragazze (se no mi gioco il genere preferito) ho voglia di tornare a via Pal, lasciata troppo in fretta troppi decenni fa …
Questa prima opera di Piera Carlomagno è il mio nuovo inizio da lettore ma ogni nuovo inizio è ovviamente una contraddizione di termini se non un reset di sistema. Lo so, in questo nostro mondo moderno (?), dove l’unica forma di difesa è l’etichetta, salvo poi scoprire che non esiste chi certifica il certificatore (sul cibo dovrebbe essere dichiarato delitto all’umanità), la prima etichetta che mi stamperanno in fronte sarà: “sei strumentale”.
Il marketing, la PNL, il commercio, l’economia sono aree scientifiche sempre più subdole e invasive della sfera privata di ogni essere vagante a sangue caldo; la pubblicità è l’anima dell’apprendista diavolo, il diavolo vero non si affida alle “macumbe”, ti ruba l’anima e basta.
La penultima copia disponibile sulla piattaforma della multinazionale, libro ora nelle mie mani, è una stampa del 2012 fatta per conto delle Edizioni Cento Autori dalla Tipografia Stampa Editoriale Srl di Avellino, è un giallo, credo il primo di Piera, è un giallo intrigante e scritto benissimo sebbene “sembra” essere un’opera prima (non ci credo…), strutturalmente coerente, è una storia che mi ha catturato, mi ha trascinato fino alla risoluzione finale che collega tutto il racconto alla scomparsa di una bella, giovane, intelligente prostituta; è una storia liberamente ispirata da un delitto vero, a Salerno, a pochi passi da dove sono cresciuto, dove vivo ancora, ma che non ricordavo o che la mia memoria aveva rimosso.
La verità è che pur vivendo negli stessi luoghi, vivevo altrove ma questa è un’altra storia che in questo contesto non c’entra una mazza. L’incipit è per me strepitoso:
“Mi restano sei mesi di vita. Il dottore me lo ha detto facendo sciogliere un’aspirina in un bicchiere d’acqua: «Tra breve questa non servirà più a niente» mi ha sussurrato sorridendo «Ci vorrà ben altro per i suoi mal di testa» Sembrerà strano, ma il mio primo pensiero non è stato di disperazione. “Ho tempo a sufficienza” mi sono detto.
Salerno, martedì 18 aprile 1995, ore 10:00
«Avvoca‘, è sentenza passata in giudicato. Lo sapete gli atti sono alla torre di via Campo.”
L’avvocato Federico Rizzi, il commissario Baricco e la giornalista Annaluce, i colpevoli e gli innocenti, sono protagonisti veri, vivi, lontani dalla mia conoscenza ma dentro la mia coscienza tanto da soccombere alla necessità di doverli seguire a forza, tanto da aspettare, pagina dopo pagina, le loro conclusioni, le delusioni e ovviamente le sorprese che rendono accattivate il racconto di una storia affascinante sì, ma addirittura “normalmente noir” come mille altre.
L’unicità è nella ragione dei successi di critica e di vendita che Piera ha, la sua scrittura. Ripercorrere il mio “altrove” attraverso l’analisi delle opere pubblicate durante una carriera di uno scrittore è un impegno fuori dalla mia portata materiale, di tempo e di spazio, però è una promessa fatta al desiderio che non sapevo potesse esistere: scorticare parola per parola, frase per frase, pagina per pagina, il racconto di una storia, l’opera narrativa delle azioni e dei pensieri umani, la vita e la morte:
“Le campane suonavano a morto. Il cielo di Napoli era grigio, pesava un’aria di scirocco.Il commissario tirò fuori un fazzoletto e si asciugò il sudore. Diede un’occhiata oltre il vetro del minuscolo bar che avevano scelto per parlare. L’ingresso della chiesa di Santa Maria delle Grazie era perfettamente in vista. In Vico Rotto a carbonella, qualcuno passando si faceva il segno della croce. Curiosi bisbigliavano aspettando l’uscita del feretro.”
Non sono niente e sono tutto, un lettore, classificabile dall’ISTAT, identificabile da sofisticate ricerche di mercato, “strumentalizzabile” dal proprio ego e dall’infinito fuoco sparato dal supremo esercito, quello alle dipendenze del lucro economico, dei controllori sociali del consenso e delle vendite; sono un semplice lettore, un numero primo, solo un numero, un universo tra gli universi, vittima e carnefice, benzina nel motore dei social e del mercato, un invisibile, un codice fiscale, una tessera sanitaria, un consumatore… ho consumato questo libro, non sapevo esistesse, mi sono nutrito e sono soddisfatto, ne voglio ancora: può esistere un giudizio migliore? Gratuito? è vero: in un mondo dove tutto è ormai merce, la verità è giusta? è una bestemmia? o addirittura un’offesa? Dov’è la verità?
Le notti, un sax e le macumbe … la magia è uno stato dell’anima, segreti e misteri gli ingredienti speziati, un buon giallo mi trascina nel groviglio dei riti e delle soluzioni finali, capisco ora il successo dei romanzi noir.
Il meritato successo di oggi ha radici profonde: complimenti Piera, la vera letteratura è per sempre.
comunicato ai miei carissimi lettori: continuate così – veramente grazie di cuore!!! – ogni segnalazione di errori/orrori, in violazione della grammatica e sintassi italiana, anche napoletana ogni commento e ogni domanda sono linfa vitale per questo progetto di editing collettivo in continua evoluzione, intanto … tanto per rimarcare la mia inadeguatezza all’impresa bisogna rifare le fondamenta che si sono sfatte, forza e coraggio … ho ripreso dalla polvere il libro che si vede allegato al post … nel ’77 ero in prima media (e voi?) … vi prego fermatelo questo tempo maledetto che corre veloce, vi prego fermatelo … intanto, bisogna leggere e studiare prima di pubblicare … ormai la frittata è fatta e come dicono quelli bravi, bisogna buttare l’acqua sporca, mai il bambino !!!
essere lettore, essere giudice, valutare ciò che oggettivamente uno scritto trasmette a chi legge, è un lavoro tremendamente difficile, impegnativo, può essere una professione esaltante se costruita sulla passione ma credo che il bagaglio culturale e delle esperienze, necessario per dotarsi di una cassetta degli attrezzi adeguata è paurosamente infinito, magari ci si può specializzare in termini di “aree” di scrittura e in termini di “target” di lettura … facile, rilassante, invece è la dimensione soggettiva, quello che ci piace e che ci cattura, quello che ci fa pensare, che ci forma, che ci fa sognare, quello che … ci aiuta a sentirci vivi dentro e fuori dal nostro essere umani, nonostante la violenza e le ingiustizie che alimentano il male e la cattiveria dell’essere umano.
Facile e rilassante è scegliere cosa leggere. Devo leggere, devo giudicare…
Nel #ilterzolivello c’è un passaggio del protagonista che impone al figlio la figura del genitore come giudice, il giudicare il figlio è un dovere per il protagonista, quando sappiamo bene come da sempre i figli rimproverano con forza questo ruolo: “tu sai solo giudicarmi!” … ancora non ho trovato un lettore che mi abbia segnalato/criticato questo tema, … la verità è che nella mia sfacciataggine ho buttato dentro troppi temi … ma la vera domanda è: perché dovrei leggere questo #ilterzolivello ? Perché dovrei partecipare a questo esperimento di “editing collettivo”? … devo ragionare meglio con il mio ghostwriter … intanto seguo il suo saggio consiglio: LEGGI!!!
«L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»
Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.
1 un coro di angelo
2 due cori di angeli
4
8
16
32
64
128
256
512
1.024
2.048
4.096
8.192
16.384
32.768
65.536
131.072
262.144
524.288
1.048.576
2.097.152
4.194.304
8.388.608
16.777.216
33.554.432
67.108.864
134.217.728
268.435.456
536.870.912
1.073.741.824
2.147.483.648
4.294.967.296
8.589.934.592
17.179.869.184
34.359.738.368
68.719.476.736
137.438.953.472
274.877.906.944
549.755.813.888
1.099.511.627.776
2.199.023.255.552
4.398.046.511.104
8.796.093.022.208
17.592.186.044.416
35.184.372.088.832
70.368.744.177.664
140.737.488.355.328
281.474.976.710.656
562.949.953.421.312
1.125.899.906.842.620
2.251.799.813.685.250
4.503.599.627.370.500
9.007.199.254.740.990
18.014.398.509.482.000
36.028.797.018.964.000
72.057.594.037.927.900
144.115.188.075.856.000
288.230.376.151.712.000
576.460.752.303.423.000
1.152.921.504.606.850.000
2.305.843.009.213.690.000
4.611.686.018.427.390.000
9.223.372.036.854.780.000 – 64°raddoppio
oltre 9 miliardi di miliardi … quello che segue è un post del 20 marzo 2020 – copiato dal gruppo “Natura & Matematica” – la condivisione FB al post sparisce dopo pochi secondi e quindi ho duplicato anche la bella immagine che accompagna il post – roba da nerd –
«L’incendio suo seguiva ogne scintilla;ed eran tante, che ’l numero loropiù che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.»Dante Alighieri, Paradiso XXVIII, vv. 91-93.[…]
I riferimenti ad argomenti di carattere matematico sono molteplici nella Commedia e, nello specifico, quello riportato qui, induce a far pensare che Dante avesse un interesse anche per il gioco degli scacchi. La citazione afferma che il numero di cori degli angeli in Paradiso è talmente grande da superare il “doppiar de li scacchi”. Questa è un’allusione alla leggenda di Sissa Nassir, il mago di corte dello Shah di Persia, che, per dare qualche diversivo al suo re annoiato, inventò il gioco degli scacchi. Lo Shah gli chiese quale dono volesse in cambio per questa sua invenzione e lui rispose che gli sarebbe piaciuto molto ricevere come ricompensa soltanto un chicco di riso sulla prima casella; il doppio dei chicchi sulla seconda casella (cioè 2); il doppio ancora sulla terza casella (cioè 4); il doppio dei chicchi della terza sulla quarta (cioè , e così via, fino all’ultima casella, la sessantaquattresima. Lo Shah credette di poter soddisfare con poco questa sua richiesta, ma ben presto si rese conto che il numero di chicchi di riso necessari era di ben lunga superiore a quello di tutti i chicchi presenti nel suo regno. Allo stesso modo, nel Paradiso dantesco, i cori degli angeli sono in numero ancor maggiore dei chicchi di riso della leggenda].A.T.
quando la trasformazione della materia, attraverso la realizzazione di un’idea, crea oggetti utili e belli, queste opere sono capolavori, l’arte è un’altra cosa, magari immortale, magari eterna … il capolavoro è un lavoro fatto bene, può piacere o meno, resta un manufatto unico, irripetibile … e quando questa artigiana ti è moglie, amica e amante … non puoi che ringraziare per l’orgoglio e il privilegio di essere desiderato comunque e sempre: solo infinita ammirazione … https://www.facebook.com/media/set/?set=a.2662122613820382
.. la mia avventata nonché spregiudicata sperimentazione creativa di scrittura, acquista nuovo vigore con la bellissima recensione di Norberto Loricati che ringrazio infinitamente …
Recensione: Un libro difficilmente classificabile in un genere. Se proprio dobbiamo incasellarlo in una sezione direi “biografia romanzata”, ma in queste due parole… c’è dentro di tutto. Un elemento caro all’autore è il mare e, dunque, lo uso anche io per fare un esempio. Immaginiamo una giornata ventosa, di quelle in cui le onde si fanno grosse sotto costa, con cavalloni difficilmente superabili. Se un impavido nuotatore si avventurasse in acqua verrebbe sbattuto a terra, sommerso, respinto, ma insistendo e andando contro vento, superando quel punto in cui le onde si formano, ecco che le acque si fanno più calme, dolci, e accoglienti. Ebbene, i cavalloni costituiscono le prime quaranta pagine di questo libro: respingenti, difficili da oltrepassare, scritte con uno stile poco avvincente, dialoghi lunghi, quasi dei monologhi, composte da riflessioni pseudofilosofiche che allontanano il lettore, invece di attrarlo. Superato questo scoglio il racconto prende un altro ritmo, e ci si incammina accanto al protagonista ripercorrendo la sua (e la nostra) vita. L’autore usa un espediente – una lunga camminata per recarsi a un appuntamento – per rivedere a ogni angolo di strada sprazzi della propria esistenza, ricordando persone, luoghi e idee di una fase della vita che non c’è più. Come spesso accade, si tende a idealizzare il periodo della giovinezza, e ogni cosa dei tempi andati sembra migliore solo perché vissuta in un’età ricca di speranze, progetti e fantasia. Accade la stessa cosa in questo bel libro che Di Gennaro ci propone. Nonostante il protagonista non abbia vissuto una giovinezza particolarmente agiata, si ha la sensazione che la vera ricchezza gli fosse data da qualcos’altro: valori ormai perduti e sani principi restituiscono la soddisfazione per un percorso di vita sempre votato alla correttezza e alla rettitudine. Insieme al protagonista ripercorriamo gli anni di piombo, con il terrorismo che li incendiò, e le lotte di classe, con il periodo d’oro dei sindacati, quando riuscivano a portare in piazza migliaia di lavoratori per un salario più dignitoso. Inutile dire che l’autore sta dalla parte di chi ha meno, di chi vede i propri diritti calpestati, ed essendo egli stesso un sindacalista, in questa sezione del libro ci ha messo sicuramente molto del suo. Oltre a questi temi decisamente caldi e vissuti ancora con fervente passione, Di Gennaro ci mostra anche altri temi più romanzati e meno impegnati. Ci parla di amicizia, di lealtà, di momenti di vita vissuta socializzando con persone in carne ed ossa, e non tramite i cellulari come avviene oggi. Ci parla della sua profonda passione per la musica e del ruolo fondamentale che hanno avuto le radio private negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ci parla dei primi home computer entrati nelle case della gente. Ci parla dei primi amori, vissuti con una passione che spingeva a coprire lunghe distanze con una semplice bicicletta. Ci parla anche del ricco e variopinto rapporto di vicinato che si creava nei vicoli delle città. Ma c’è ancora tanto altro: ci sono pensieri e riflessioni sulle differenze generazionali, sul difficile rapporto fra un padre e un figlio che non riescono a comunicare e c’è spazio anche per un piccolo mistero su un’entità superiore, nascosta, capace di condizionare le vite di tutti noi. Quando si arriva in fondo a questo testo ci si rende conto che in quelle pagine c’è una parte della memoria collettiva del nostro Paese. Non solo, c’è anche tanta parte di noi come singoli individui, con le nostre piccole esperienze vissute e dimenticate negli anni. Ecco, quindi, che questa lettura si differenzia da tante altre poiché, alla fine, non facciamo tesoro delle esperienze altrui, ma scopriamo una più forte e profonda ricchezza nelle nostre stesse vite, che questo libro ci aiuta a ricordare. Una lettura che mi permetto di consigliare soprattutto a chi ha qualche capello bianco, per rivivere tanti bei momenti della propria esistenza grazie all’aiuto di Di Gennaro. (Norberto Loricati)
La logica conclusione, caro Johannes, dopo una vita passata a lottare contro i mulini a vento. Perché nessuno mi vuole dare retta? So di aver ragione, ne sono certo. Sto impazzendo per questa cosa. Perché mi hanno rinchiuso in manicomio?
… cancello ogni dubbio anche per dissuadere altri tentativi di approccio che temo si intensificheranno comunque, sotto sotto alle elezioni amministrative. Ringrazio con il cuore chi, comunque, mi onora con questo tipo di proposte, ma come ho scritto alla domanda lanciata in rete su fb da Franco Matteo: io no, non mi candido, ci provai nel 2006 anche per capire e ho capito che è un massacro di famiglie, più o meno legali … dopo 15 anni è sempre peggio, il tir di liste civiche sarà pieno di anime portate al macello 🙁 … amo Salerno e non solo quella calcistica, tutta SALERNO merita la serie A. Lo confermo con questa foto di qualche gg fa; se dovessi decidere io, la prima cosa che imporrei sarebbe un candidato sindaco DONNA … non voglio decidere, non voglio partecipare (se non con il mio voto), non ce la faccio, io sono un immigrato in questa grande e bella città, le uniche “forze residue” riesco a dedicarle alla militanza nel sindacato di base dentro una amministrazione pubblica che vi assicuro è un impegno affatto semplice … qualcosa, ma tanto altro si respira dentro #ilterzolivello …ma ora, basta chiacchiere, al LAVORO!!! La giornata è lunga, è primavera e il sole tramonta tardi
[…] Vero o falso che sia, quel che si dice degli uomini occupa spesso altrettanto posto nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, quanto quello che fanno. […]
“Il Terzo livello”, il libro dello scrittore salernitano Pietro Di Gennaro
Il libro è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio
Si chiama “Il Terzo livello” ed è il libro scritto dal salernitano Pietro Di Gennaro. Nato a Salerno nel 1966, Di Gennaro è funzionario informatico di una amministrazione pubblica, ma anche dirigente sindacale eletto da compagne e compagni di lavoro. Ha collaborato negli anni tra il 1996 e il 1999 con APPLICANDO, rivista specializzata di computer Apple Macintosh della casa editrice JCE.
Il suo libro, “Il Terzo livello”, è un esperimento creativo di scrittura in cui l’autore affronta il rapporto conflittuale padre-figlio, attraverso le confessioni intime di un personaggio egocentrico e stravagante.
Il racconto della sua presenza nella società italiana, chiede al lettore di ricordare i cambiamenti politici e sociale che ognuno ha visto, sentito o vissuto nella realtà. Il protagonista brucia una vita che dura il tempo di una passeggiata sul lungomare di Salerno durante la pandemia 2020.
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che dire? … ringrazio Maria Romana Del Mese che ho avuto l’onore di conoscere per l’intervista che il quotidiano la Città mi ha voluto dedicare, il suo articolo mi ha emozionato molto … ringrazio la Redazione e tutti i lettori che continueranno a darmi una mano in questo piccolo progetto, ogni giorno arrivano segnalazioni di strafalcioni grammaticali e sintattici, del resto il protagonista è uno terra terra e molte cose sono scelte precise della sperimentazione che ho voluto intraprendere … la storiella doveva uscire, Giacinto e il maresciallo Gradone avevano l’urgenza di lasciare il mondo della fantasia per vivere in quello concreto della pagina da leggere … GRAZIE!
«Quando il tuo amore non produce amore reciproco e attraverso la sua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fa di te un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura.»
ChatGPT è un trip… io e lui, o lei, per S. Valentino abbiamo deciso di organizzare un evento sull’inconciliabilità tra capitalismo e amore, ecco i protagonisti con i titoli degli interventi:
1 – Simone de Beauvoir: “La schiavitù dell’amore nella società capitalista”
2 – Friedrich Nietzsche: “L’amore e la sua distorsione nel capitalismo”
3 – Karl Marx: “L’amore nell’era del capitalismo”
4 – Martin Buber: “Percezione e relazioni amorose”
5 – Jacques Derrida: “Linguaggio e relazioni amorose”
6 – Gloria Anzaldúa: “Relazioni amorose e dinamiche di genere, razza e classe”
7 – Søren Kierkegaard: “L’amore e il capitalismo come forze opposte”
8 – Max Weber: “Il capitalismo e la trasformazione dei valori amorosi”
9 – Jean-Paul Sartre: “Le relazioni amorose e la libertà”
10 – Erich Fromm: “L’amore come attitudine sviluppabile”
…. ed ecco i paragrafi di riflessione:
1 – Simone de Beauvoir ha visto la società capitalista come una fonte di oppressione per le donne e le relazioni amorose. Nella sua opera “Il Secondo Sesso”, ha sostenuto che il capitalismo ha creato un’immagine idealizzata dell’amore romantico che viene usata per controllare le donne e impedir loro di raggiungere la libertà.
2 – Friedrich Nietzsche ha criticato il capitalismo per la sua tendenza a distorcere i valori morali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto l’amore a un mero scambio di beni materiali, privando la gente della sua profondità e significato.
3 – Karl Marx ha visto il capitalismo come un sistema che distrugge i legami sociali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto la vita umana a una mera questione di produzione e scambio di beni, distruggendo il significato e la dignità dell’amore e delle relazioni umane.
4 – Martin Buber ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalla percezione che la gente ha del mondo e degli altri. Nella sua opera “Io e Tu”, Buber ha affermato che il capitalismo promuove una percezione individualista del mondo che ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative.
5 – Jacques Derrida ha affermato che il linguaggio gioca un ruolo importante nelle relazioni amorose. Ha sostenuto che il capitalismo promuove un linguaggio ridotto e riduttivo che impedisce la formazione di relazioni amorose autentiche e significative.
6 – Gloria Anzaldúa ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalle dinamiche di genere, razza e classe. Ha affermato che il capitalismo crea barriere per le relazioni amorose tra persone di diverse classi sociali, razze e generi.
7 – Søren Kierkegaard ha sostenuto che l’amore e il capitalismo sono forze opposte e incompatibili. Ha sostenuto che il capitalismo riduce l’amore a una mera transazione economica, privando la gente del suo significato e profondità.
8 – Max Weber: Max Weber ha sostenuto che il capitalismo ha trasformato i valori amorosi, riducendo l’amore a un mero scambio di beni materiali e trasformando le relazioni umane in relazioni puramente economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui le relazioni sono governate da calcoli egoistici, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.
9 – Hannah Arendt: Hannah Arendt ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, distruggendo la natura umana dell’amore.
10 – Jean-Paul Sartre: Jean-Paul Sartre ha sostenuto che il capitalismo crea una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.
… a questo punto gli ho detto: «Ora per ogni titolo e per ogni informazione che hai elencato consigliami un’opera dell’autore che hai scelto.»
e lui o lei …
«Certo, con piacere! Ecco un elenco di opere consigliate per ogni autore:»
1 – Friedrich Nietzsche: “Al di là del Bene e del Male”, “Così parlò Zarathustra”, “La gaia scienza”.
2 – Martin Heidegger: “Essere e Tempo”, “Lettera sull’umanismo”.
3 – Simone de Beauvoir: “Il Secondo Sesso”, “L’età della discernibilità”.
4 – Michel Foucault: “Sorvegliare e Punire”, “Storia della follia nell’era classica”.
5 – Jacques Lacan: “La Semantica del Sé”, “Le Formazioni dell’Inconscio”.
6 – Theodor Adorno: “Minima Moralia”, “Dialettica dell’Illuminismo”.
7 – Erich Fromm: “L’arte di amare”, “Il cuore dell’uomo”.
8 – Karl Marx: “Il Capitale”, “Manifesto del Partito Comunista”.
9 – Hannah Arendt: “La Vita delle Nazioni”, “Eichmann a Gerusalemme”.
10 – Jean-Paul Sartre: “L’Essere e il Nulla”, “La Nausea”.
Queste opere rappresentano alcuni dei lavori più significativi e influenti di ogni autore e possono offrire una panoramica approfondita della loro filosofia e pensiero. Ti consiglio di approfondire la tua conoscenza di ognuno di loro, anche leggendo altre opere e fonti.
.. e come uno sgorbio può rappresentare un milione in poco spazio, così consentite a noi, zeri di questo conto immenso, di agire sulle forze della vostra fantasia
William Shakespeare
la musica è di Angelo Madureira, la composizione si chiama: Reggaebáh
per vedere il video basta fare un click sul biondino con il pannolone degli anni 60′
… … rasato in testa e in faccia, è arrivato, si parte, butteremo le mascherine e torneremo ad abbracciarci, torneremo a guardarci negli occhi fuori dai monitor, torneremo a lavorare, giocare e correre l’uno a fianco dell’altro, a scontrarci e a confrontarci senza paura di inspirare ed espirare virus letali, torneremo a respirare la libertà di questa vita, precaria, dura, maligna ma anche densa di passione, di meraviglia e d’amore. Non chiedetemi quando, so solo che impazziremo di gioia! Buon 2021 mondo mio…
Raccontare sogni è complicato. Sono così tanto personali, soggettivi, intimi, inenarrabili, vividi ma assurdi, eroici ma sempre interrotti. Quando poi i sogni diventano collettivi e vissuti nella vita reale, ogni racconto è di per sé un sogno, un mito, un cammino, un’esistenza senza tempo, senza fine. Raccontare questo lavoro di Luigi è per me impossibile, è “difficile essere uomo Sarebbe meglio volare”: appunto.
Ascolto e la musica mi fa immaginare prati assolati d’estate alle spalle di una scogliera sul mare d’Irlanda. Poi la prima ballata che mi strugge per la sola eredità possibile, che anch’io posso lasciare a chi incontro teneramente avido di risposte “… dei giovani il futuro”: appunto.
Poi i Balcani, gli zingari e il circo della vita comincia a ballare, “Verso la terra promessa”: appunto.
Poi ancora una ballata di classe italiana con un piano dolce come il miele anche se sento “Vorresti che il dolore Si trasformasse in pianto”: appunto. Poi senti una brezza possente, da brividi, africana, in una canzone d’amore per le donne che ti dice “Non è più tempo di tremare”: appunto.
Dove? L’unico posto che connette ogni esistenza, ogni lacrima, ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni cammino, ogni pop, “Ogni ingiustizia o falsità”: appunto.
Ma dove vado senza i racconti dell’infanzia per godere fiati, rap, allegria, ricordi, fusion, mare e vita, “E all’odore buono del pane”: appunto.
Non mancano le caccole ben servite “E con virile saluto romano”: appunto.
Poi una ballata folk d’autore che mi regala un film, dalla fatica del lavoro, al tragitto del ritorno, al rischio della sofferenza per amore, a “Bella, c’è una luce dentro ai tuoi occhi Che illumina la stanza E fa splendere la notte”: appunto.
Poi il blues e che blues, “Bella ciao e Via del campo”: appunto.
Poi il medioevo metropolitano, il canto tribale, “Ma nun ce scassate ‘o cazz”: appunto.
“E se verranno un giorno a cercarmi Troveranno soltanto le mie orme”.
Sarà complicato raccontare i sogni ma con queste tue musiche e parole, si sentono i profumi, gli odori cattivi, si vedono i colori, vibrano le emozioni: non si può smettere di sognare ancora. Grazie Luigi