Le tre generazioni, un io spettacolare tra genitori morti e una figlia che nasce, l’esistenza aggrovigliata nei geni del sangue, l’eredità che non seleziona ma che fluisce nella coscienza plasmando esperienze, evoluzioni di scoperte, di dolore, di tormento, di piacere. E così la scrittura di Paolo Sortino modella come creta le parole creando in forma e sostanza emozione, essenza, dubbi e convinzioni, di essere vivo, cosciente, spietato, schifato, odiato, amato, ammirato, permanentemente discutibile. Fa terra bruciata intorno a sé dell’ipocrisia più maligna, dei segreti più disturbanti e di come inconfessabili strade del piacere, dell’adulazione, della sottomissione, portino alla sublimazione più impossibile: l’amore che diventa materia asciugata da ogni banalità, impermeabile ad ogni perversione, luminosa di strazi, oscurata da troppa bellezza, costituente tra generazioni senza soluzione di continutità. Nulla si crea e niente si distrugge e con la potenza dei pensieri ragionati, con la lucidità folle del profeta, con la tortura del poeta, con l’angoscia dell’uomo presente, anche la morte senza dolore si trasforma in nuovo amore. Ma più che l’amore, forse veramente impossibile da sublimare, sono i ricordi che rinascono e volano insieme ai sogni di futuro come in un gioco d’avventura per regalare a chi ci sopravvive non speranza ma certezze di cui è capace il genio umano.
Come in un gioco di specchi deformanti lui ci guarda e noi guardiamo lui che abbraccia, accarezza e squarta, scortica, frusta devastando la nostra visone del mondo sempre più povera ed egoista. È un giudice severo di se stesso ma con fascinoso artificio ha l’arte di manipolare istigando il giudice che è in noi e che, pagina dopo pagina, ci denuda nell’ombra di un tribunale perenne cui siamo chiamati a rispondere, delle nostre azioni, delle nostre relazioni, del nostro intendere la vita, dell’amore che tanto agitiamo al vento. Infierisce con destrezza usando la scintilla che accende il fuoco, carburando follia e ragione, portandoci sulla vetta della trasfigurazione più intima per spingerci nel baratro profondo del dolore, insegnandoci a volare con i piedi per terra ancorati nel fango.
Lui, lo scrittore, l’io narrante, li chiama fraintendimenti, quelle piccole differenze che distinguono la verità dalla menzogna, i punti di vista diversi e soggettivi, malati di scorie che non si staccano dall’anima e restano dolori inamovibili, ferite mai rimarginate. Nel passare da una generazione all’altra, dall’essere figlio all’essere genitore, l’inevitabile cambio di prospettiva e responsabilità, questo DEMONE CUSTODE, diventa eredità, testamento in punta di vita dopo che la morte della generazione precedente è coscientemente diventata fondamenta.
È un memoir struggente, un romanzo possente, un saggio illuminato contro la saggezza della serenità quotidiana conquistata lottando. È un saggio scostumato, triviale, eretico, dotto, affascinante. È un manifesto per la vera uguaglianza dei generi e dei fini elevati di parità sociale degli individui, liberati dalle manipolazioni della competizione più abbietta, liberati dalle convenzioni che dettano normalità apparenti, bugiarde, sclerotiche, perfino infami. Tante cose sono in questo libro e con mia grande meraviglia Paolo Sortino insegna come non sia vero che un romanzo debba trattare un solo tema specifico ma che la complessità della vita non ammetta semplificazioni che possano portare ad una sola verità. La verità è come un diamante che rompe la luce in mille colori, in mille direzioni che portano alla perdizione. Demoniaco o angelico questo DEMONE CUSTODE è singolo, personale, preziosamente unico per ognuno di noi e Paolo Sortino, con questa opera superlativa ce ne indica lo splendore.
DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino è un romanzo (?) straordinariamente strepitoso: per me è un testo delicato ma crudo, poetico, filosofico e vero, forse troppo vero, allucinante, difficile e stordente. Luminoso e illuminante. Spero anche profetico nel fermare una deriva che ci sta devastando. Tra tanti temi, le impennate “sociali” e “politiche” mi hanno colpito di più. Forse perché il mio sotto proletariato culturale è fatto di scorie e rifiuti. Ignoranze e superficialità vi si mescolano, e a stento galleggio in esso. Sono rimasto intontito dalla sincronia di visione. L’ho trovata in queste magnifiche pagine di Paolo Sortino. Spero che possa venire a Salerno a presentare il suo DEMONE. Se me lo permetterà lo abbraccerò con forza per ringraziarlo di così tante, immense verità. A me nessuno ha raccontato fiabe, e quando avrei potuto raccontarle al mio erede di sangue non ero cosciente, troppo bimbi entrambi per sottrarci al tornado di video game che nei primi anni ’90 ci ha travolti e condannati all’ignoranza e al rancore per decenni, forse per sempre (ma questa è un’altra storia)
Infinitamente grazie a Gian Paolo Serino che qualche mese fa lo ha consigliato… un vero tesoro prezioso che brilla nel buio più profondo di questi giorni stonati! Leggere queste pagine è come viaggiare su montagne russe senza uscita, senza fine, lo dico io ma lo dice molto meglio di me Rosanna Romanisio Prochet nella sua possente recensione di qualche giorno fa.
E adesso ecco qualche brano che ho fotografato… potentissimo quello sui sindacalisti nel denunciare la precarietà (contratti atipici altro che libertà) che ha condannato i giovani come lui e tutti quelli venuti dopo e futuri…
Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.
Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.
Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.
Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.
C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?
Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce.” Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”
Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.
Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.
La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.
Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.
Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.
Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.
Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.
Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?
PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.
PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud?
“… il successo è solo il participio passato del verbo succedere…” ma che ne sai tu di un campo di grano? Sono ore, poi giorni, nei ritagli del tempo libero dai doveri, che leggo nella rete cosa scrivono di lui e del suo primo romanzo. Cribbio e che romanzo!
Storie vere dice Serino, e lo dice con una bibliografia finale per accademici ingrippati, perché è così: questo romanzo ti grippa il cervello, e se mai vuoi studiarti bene origini e significati, e sei un’operatore accademico della letteratura o di ogni altra scienza sociale, Serino ti fornisce indirizzi e recapiti dove andare a sbattere la testa. Così, tanto per scolpire nella roccia della conoscenza lo scheletro della realtà dell’altrove storico, credo sia un testamento osseo che si fa capolavoro, perché la verità è la polvere di cui sono fatte le stelle.
È proprio dalla fine che voglio partire, da quando il romanzo finisce e i neuroni vanno in tilt, dopo che per duecento pagine le sue frasi nella mia mente hanno vibrato, furiose, elettriche e magnetiche come le onde della luce. E se alla fine la luce ti prende e non ti abbaglia, cioè ti cattura e non ti respinge, è perché diventa materia ogni singolo fotone che raggiunge i tuoi occhi diventando polvere, lacrima senza pianto, emozione. Alla fine, queste magnifiche storie si intrecciano e si fondono in un’unica visione, semplice ma complessa come la parola cielo che ha dentro sé tutte le stelle del firmamento.
Io l’ho visto Serino sulla collina delle anime libere e sotto di lui tutto il reame.
Il reame vacuo cui appartiene Morgan, sì quello,un “brillante fallito di successo”, uno tra i tanti istrioni “che si vantano di lottare contro un regime quando non si accorgono di vivere in un reame…”
Io l’ho visto Gian Paolo con il medio teso in faccia ai sudditi in festa, zombi alla ricerca di accondiscendenze critiche e fremiti artistici, in faccia al reame di prostituzione gerarchica popolata da ingordi mediocri del niente, e ho immaginato un dito come quello gigante di Cattelan in piazza degli affari di Milano.
L’opera che l’artista ha chiamato LOVE: “libertà, odio, vendetta, eternità”.
Nel mondo che vedo io, allucinogeno agglomerato d’umanità lacerata, quei quintali di marmo di Carrara, quei due metri di fallico vaffanculo agli schiavi adoranti, sono libertà, odio, vendetta, eternità di classe, vomitate in faccia al popolo nel cortile del gioco a somma zero dell’alta finanza, che brucia e crea miliardi di capitalizzazioni con la velocità del vento. Mi penso padrone del Palazzo, capitalista dei capitalisti, e vedo il mio dito medio che mostro al popolo. La grandezza è solo una misura di un punto di vista, e la classe non è acqua ma dominio.
Forse l’artista pensava altro ma su quella collina di anime libere io l’ho visto, il dito medio al cielo di Serino mostrare la luna a gente con lo sguardo per terra che, boriosa e senza vergogna, affoga nel fango della propria irrilevanza. Io l’ho visto, questo gigante di uomo, incazzato e triste, affranto da tanto reame sprecato.
Se ti sfugge la connessione Serino/Cattelan, la polvere e le stelle, non l’hai letto questo romanzo, non puoi sapere della madre che si fa puttana per il bene della figlia e sentire l’umanità come fiamma bruciarti d’emozione. È quello che ha fatto a me, e così adesso mi sento, arso a mirare quanto sono vere le stelle che brillano eterne.
“Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”
Non so perché, non so per come ma la copertina è tutta una profezia. Una visione di futuro sconnesso dal presente, diviso e frammentato, in fuga abbracciato al passato, per qualche motivo magari divino, ma incredibilmente vivo è il desiderio eterno di un bacio ancora, e ancora, in attesa di gettare via la maschera che ci fa sentire protetti, forse da noi stessi, forse dalla paura che ci fa coraggiosi.
L’incipit è un brivido. Uomo o donna? Mi sono chiesto. Il prologo è una lettera, un vortice di sentimenti che trascina senza scampo verso una spumeggiante cascata di domande. Giù verso le rapide turbolente di un fiume agitato da scene avvolgenti: avvinghiata la mente, questa scrittura ipnotica mi ha sbalzato fuori dai gorghi frenetici della vita quotidiana, per avvincermi dentro un flusso impetuoso di fatti e personaggi che alla fine mostrano come all’origine di ogni decadenza umana ci sia il male e la menzogna. Ciò che più mi ha colpito è come, con sferzante eleganza, le vicende narrate dei singoli personaggi, diventino un insieme rappresentativo di un’intera società. Se per i fanciulli la purezza briosa della gioventù muore con la fine dell’innocenza, la purezza dell’impeto costitutivo della repubblica, muore con la fine dell’onestà. Segreti, ricatti e compromessi intrecciano singole esistenze e la pluralità di un’intera organizzazione sociale: la decadenza è un processo che divora da dentro, e il conto si paga solo alla fine con la morte che svela colpe e tormenti nascosti per una vita intera.
“Piangi. Io sono il tuo castigo.”
Dopo aver scoperto con UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE e NERO LUCANO, un intricato e appassionante personaggio come Viola, l’affascinante anatomopatologa di Piera Carlomagno, l’attesa di un’altra sua avvincente storia mi era così insopportabile da rivoltare sotto sopra tutte le priorità di quella giornata. Ricordo come fosse ieri: trenta settembre 2022, nel primo giorno dell’uscita nelle librerie italiane, la prima presentazione alla Feltrinelli di Salerno, e il fondamentale Angelo Cennamo dire: «Il taglio freddo della luna è il romanzo borghese del XXI secolo.»
Secondo una mia sensazione strettamente personale, questa avvincente cronaca romanzata dei giorni che vanno da giovedì 26 agosto con la luna calante visibile all’87%, a martedì 7 settembre del 2021 con luna nuova che inizia a crescere, è la dimostrazione di come una produzione letteraria di fantasia possa diventare un potente strumento di denuncia e critica storica di un’intera società, quella italiana, o meglio di una sua “classe”, la borghesia, che meriterebbe la condanna della memoria.
«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»
Sicuramente esagero, come è esagerata ogni generalizzazione di categorie che più le analizzi e più si frantumano in eccezioni. Ma d’altronde alla fine della lettura e rilettura di questo romanzo, il libro tra le mani scotta come una bomba inesplosa e per troppi anni sotterrata. Questa la mia sensazione dopo la lettura dei due articoli che seguono e che mostrano come laFossa Irreversibile sia vera e non fantasia; è spaventosamente reale a Rotondella di Matera, in terra lucana, in Italia.
Nel 2019 avviene una sorta di riesumazione di un cadavere vivente, pericoloso sì ma che il genio umano intende riciclare. Poi uno si meraviglia che la realtà possa superare ogni assurda fantasia. Urca che tema di estrema attualità, il nucleare, in queste ore che gli idioti sapiens fanno la guerra lungo il fiume Dnepr, intorno ai sei reattori atomici della centrale di Zaporižžja.
“Negli anni Sessanta i rifiuti nucleari si cementavano e si mettevano sotto terra, in quelle che all’epoca venivano chiamate “fosse irreversibili”, proprio perché sarebbero rimaste lì per sempre.”
Quei rifiuti erano americani e noi abbiamo fatto di pezzi incontaminati della nostra meravigliosa terra una loro pattumiera…
«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»
Cos’altro potrebbero meritare quelle generazioni che hanno permesso al nostro paese di diventare una discarica geopolitica? Più di una metafora, una condanna eterna. Ecco la potenza dell’intelletto cui la Carlomagno ci ha abituato, il viaggio su binari inseparabili, la bellezza della terra e il suo saccheggio, ma questa volta, il salto è trascendente, dal sudiciume materiale del petrolio e dei poteri massonici essenzialmente locali, passa a trattare il mostro invisibile, la contaminazione nucleare e poteri di dominio geopolitici.
«Quelle urla non le dimenticherò mai, anche se le ho ricacciate in fondo a ogni pensiero e sentimento, giù, nel punto più profondo di quell’abisso che è la mia anima.»
Uso alcuni dialoghi a ritroso partendo dalla fine del giallo per dare consistenza a questi miei commenti da lettore ipnotizzato. Sono commenti che cercano di provare quanto profondo e affascinante in questo romanzo sia l’intreccio sociale della storia di un paese con quella dei loro protagonisti, anima e identità, passato e presente, singolare e plurale.
«… Fu in quell’attimo che acquistò l’antitodo contro il veleno dei veleni: la disuguaglianza. Fu in quell’attimo che pensò di riscattarsi anche per il futuro, lui, la sua famiglia e la mamma infelice… »
La storia di uno diventa la storia di una classe smarrita che diventa soggetto sconfitto, singolare e plurale, elevato e decadente, per sé e di sé, prigioniero dell’evoluzione dei veleni materiali, sedotto e corrotto nel labirinto senza uscite di teorie e pratiche di speranza che quelli bravi hanno chiamato la fine della storia. Ma come la fossa dei rifiuti nucleari, la Storia dimostra che di irreversibile c’è solo la morte, e forse nemmeno più quella, almeno per chi sopravvive. In fondo il progresso, la modernità, le colpe che non possono ricadere sui figli, dimostrano che di giorno in giorno, diventa possibile quello che ieri era impossibile. Ecco la dualità umana in eterna contraddizione: bellezza e mostruosità.
«Siamo capaci di convivere con qualsiasi colpa» disse Viola. «Del resto siamo tutti mostri capaci di convivere con l’idea della nostra stessa morte… »
Dall’ultima alla prima pagina è Viola la guida, come il Virgilio di Dante ci accompagna oltre le righe dei fatti, oltre l’inferno e il purgatorio delle anime dei personaggi che lei riesce a sventrare da vivi, risuscitando anche quelle dei morti. Viola Guarino è la luce che scopre le ombre tra le piaghe dolorose delle verità nascoste e di quelle che sfuggono anche se in bella vista nel presente. La magia della letteratura gialla è anche questa, l’abilità della scrittrice di porre in bella mostra quelle evidenze che sono indizi che con lo scorrere delle pagine diventano certezze. Ma con la scrittura della Carlomagno si va oltre, si vola veloci come pipistrelli nelle grotte oscure dell’eterna lotta di classe. All’improvviso un sorriso e un pensiero: accecante e assoluta ineluttabilità della linfa vitale della grande letteratura, degli ultimi che resteranno per sempre ultimi, e che, nonostante i compromessi sociali della convivenza, restano fieri di esserlo, ultimi continuando a lottare per una comune identità di classe e di estraneità, forse nemmeno ultimi, diversi, esclusi ma colti.
Sorrise pensando a quelli che portavano stampata su magliette o borse di pezza appese dietro la schiena, la protesta a quel ciclone passato sulle loro teste senza coinvolgerli: «Pure io sono un povero cristo». E il cordone ombelicale con Levi non si taglia, non si tagli.
Poi ci sono i sentimenti e i desideri di Viola, i sogni erotici e gli incubi della maledizione arcaica dei tormenti che si fanno umanità inquieta, ci sono le voglie di scorticarsi addosso l’essenza emozionale del corpo e del pensiero, sentimenti e desideri che non trovano pace, che si intrecciano senza legarsi mai, e anzi ne fanno una danzatrice alla ricerca di quell’equilibrio impossibile di chi è sempre in fuga.
«La luna non muore mai» osservò Loris. «Si rigenera.»
«Certo, come tutti dopo le delusioni.»
Non c’è niente di semplice e scontato in questo grande romanzo, proprio come è la complessità della vita che nelle sfumature e negli attimi si fa preziosa, proprio come un diamante, inutile e spento senza una luce che lo attraversi. Così ci sono un paio di pagine in cui Viola e Loris si parlano, si sfiorano e si allontanano, un paio di pagine che da sole riscaldano il cuore e lo stordiscono, mettendo a nudo le differenze della donna dall’uomo, della femmina dal maschio, differenze della ragione dal sentimento.
«… Non ci si abitua a tutto, se si presenta l’occasione si saldano conti vecchi che si credevano dimenticati. E invece no, non si dimentica niente, tutto resta ferocemente piantato nelle nostre coscienze.»
Le scene e i dialoghi sono talmente vividi che saltano dalla pagina e arrivano, a volte come pugni in faccia improvvisi, a volte come carezze di una ragnatela di parole in cui i personaggi restano impigliati in attesa di essere svelati.
Ma non ricordare non è possibile, finché si è in vita, rimuginava Bepi e forse questa è la chiave di tutto. Sono i ricordi che rendono le persone pericolose e consapevoli che ciò che è stato potrà essere ancora; chiunque sia vivo continua a rimestare nei simulacri che occulta, che lo voglia o no, ed è tutta qua la complessità e la contraddizione dell’umano.
Eccola la scrittura ipnotica che salta tra passato e presente, con storie intrecciate come i rami di un bosco fitto e misterioso che mi ha ricordato il groviglio dell’adolescenza, le paure e le follie, ignoto e oscenità, vertigini e cadute, le colpe, l’ebrezza della potenza e lo sconforto della sconfitta, i rimpianti e gli occultamenti della vergogna. Ci sono conti che non si chiuderanno mai e tra questi, la conoscenza di questo personaggio grandioso che è la Viola di Piera, dopo tre romanzi è solo all’inizio. È una conoscenza parziale e ancora sfuggente, fatta di numerose curiosità irrisolte mentre nell’attesa di una prossima inchiesta, immagino lei correre come un fulmine bianco che non tocca mai terra.
… entrava nella morgue con l’aiuto di un rapporto ancestrale con la morte e si avvicinava ai corpi con la speranza di incontrarne l’anima.
la socia di Viola è bianca: Ducati multistrada 950
A leggere le opere di Giovanni Maio non smetto mai di pensare a quanta gratitudine devo a questo maestro di rigore e di sentimento. LE RADICI DI PIETRA non è solo un romanzo memoir che celebra la famiglia Maio con il cemento antisismico del ricordo condiviso dei momenti più struggenti e formativi delle vite dei protagonisti. Attraverso la storia di Don Cicco – medico condotto prima e pediatra dopo, del padre che diventa nonno, dell’uomo che “senza far rumore” raccoglie la stima e l’affetto di comunità, umane e professionali, sempre più estese – Giovanni riesce a rendere vive e pulsanti quelle radici universali a cui tutti siamo debitori, oltre i legami di sangue, oltre le fragilità della carne, oltre le turbolenze nervose delle scelte di vita, oltre, molto oltre i confini spaziali e di tempo dentro cui limitiamo le nostre esistenze, che di pietra hanno la consistenza e lo spirito dell’immortalità.
La mia immensa gratitudine, che non riuscirò mai a mettere in parole adeguate, per quanto possano sembrare viziate da un radicato sentimento d’amicizia, è il frutto gustoso e maturo di quanto l’autore riesce a far crescere durante la lettura, con la sua impavida e meticolosa semina di parole concatenate e ricorrenti, con le sue sentenze onnipresenti che accompagnano la visione allargata di fatti e vicende intime, con frasi serrate e coinvolgenti, con paragrafi tanto spesso struggenti, la madre Maria, le sorelle Angela e Claudia, il fratello Nicola e capitoli che sono momenti storici e politici di tutta la società, del Cilento, di Salerno, di tutta l’Italia.
Questa sua letteratura, che solo lui e le soggettività familiari coinvolte, possono sapere quanto romanzata e quanto vera, trascende la storia personale e le emozioni dei protagonisti per diventare messaggio universale di celebrazione ai costituenti essenziali, necessari e ideali dell’esistenza, come la fedeltà, la lealtà, il rispetto, la generosità, e non per ultimo il sacrificio, da cui la consistenza della pietra è conseguenza, da cui la resistenza della pietra è sentimento, da cui la memoria della pietra si fa radice, e quindi crescita felice di una generazione sull’altra.
La presentazione di Giovanni Maio e poi l’introduzione del Dott. Pietro Greco sono un spinta vigorosa verso un tuffo nel romanzo che si fa subito viaggio d’esperienza e di formazione in un mondo che sembra veramente scomparso, anzi oso dire addirittura sconosciuto, la cui memoria non è cronologia ma testimonianza viva come fosse presenza che si fa lezione e monito per questo futuro che stentiamo ad immaginare sereno: inorriditi vediamo crescere incertezze, ipocrisie, crudeltà e follie intorno alle nostre agitate vicende quotidiane.
Con RADICI DI PIETRA scopriamo risposte, certezze, un altro mondo non solo possibile ma necessario. È l’esempio che dovremmo fare nostro nell’agire di ogni giorno per dare soddisfazione se non soluzione al senso della vita che cerchiamo in noi e negli altri. Parafrasando con l’accetta l’incipit più famoso di tutta la letteratura di questo mondo, non so se se tutte le famiglie felici si assomigliano, so che a modo suo ogni famiglia scava e modella la roccia del ricordo con il dolore e i sacrifici, con le lacrime e le carezze dell’amore che si fa adulto e torna bambino.
Questo romanzo è un memoir per chi vuole comprendere e trovare risposte da trattenere per farsi erede e lasciare eredità preziose. Non è un regalo ma una sfida. Ecco perché dobbiamo tutti sentirci debitori a “Don Ciccio” non solo per magnificarlo come l’autore fa da figlio senza fare sconti alla gioia e alla sofferenza personale, ma anche e soprattutto, come Giovanni Maio ce lo fa conoscere come rappresentante dell’umanità più bella che regge e fa girare il mondo, umano e umanità riprodotta nelle generazioni che vincono la morte, come desiderio e dimostrazione d’amore.
Più urlate è più sento, lo schifo Nelle vostre canzoni stonate come pappagalli Nella gabbia della recita Nelle bolle delle meccaniche terrestri Di scontro e distruzione Nell’agone come colosseo moderno Leoni, martiri e fieri gladiatori Che si tolgono la vita
Schifo le bestie che vedo libere Vestite di falsa purezza Cresciute nell’agio e nella presunzione Che sbranano ignoranze
Schifo quelli che scommettono Assistono e tifano senza critica né ragione Osannando santi e madonne finte Gettano all’inferno stento e sacrificio
Schifo chi povero si fa debito e schiavo Che urla guerra, stordito guerra, caino guerre
Schifo i cani e i loro padroni che competono Chi vende scommesse, e spaccia feste per sogno
Schifo chi conta e calcola interesse con equazioni differenziali di meccaniche quantistiche
Schifo chi fa eserciti legali, criminali e di straccioni La catena e chi incatena per finire incatenato
Schifo l’utopia che mi brucia l’anima La pietà senza diritti E chi le racconta e ne fa controllo
Cosa voglio?
Il vomito delle dinamiche umane che rimbalza digerito come una palla Pronta alle mani per giocare senza pace Cremare illusioni. Impastare sabbia e cenere per farne castelli. In riva al mare di gente che riprende a pensare.
Questo voglio: finire. In parole da affidare al silenzio
A swirling dark vortex filled with shadowy human figures and objectsA devastated city engulfed in thick smoke amidst a barren landscapeA collection of old coins, various dice, and a rusty chain arranged on concrete
Che idea pazza salvare dal fuoco dell’oblio i fiori del male di Baudelair in questa edizione tradotto in versi liberi dal poeta futurista Paolo Buzzi che scrisse:
Forse è la vita vera. Il carro dipinto, i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento, le belle figlie in cenci, la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri, la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
XVIII – LA BELLEZZA – I FIORI DEL MALE – C. Baudelaire
Io sono bella, o mortali, come un sogno di pietra, – E il mio seno, ove ciascuno è a sua volta assassinato, – È fatto per ispirare al poeta un amore – Eterno e muto pari alla materia.
Troneggio nell’azzurro come sfinge incompresa; – Unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni; – Odio la plastica che sposta le linee; – E non mai piango né rido.
I poeti, davanti alle mie grandi attitudini – Che ho l’aria di prendere a prestito dai fieri monimenti, – Consumeranno i loro giorni in austeri studi;
Poi che ho, per fascinare questi docili amanti, – Dei puri specchi che fanno bella ogni cosa: – I miei occhi, i miei larghi occhi dall’eterno splendore!
Grazie di cuore Agnese per queste meraviglie di pagine che si sfaldano da un secolo e che insieme al portafortuna marino, terremo avvinti come prova d’eterno amore.
An antique wooden desk lit by a green banker’s lamp, displaying poetry books and writing tools
Paolo Buzzi
Forse è la vita vera. Il carro dipinto, i cavalli selvatici e docili, ebbri di vento, le belle figlie in cenci, la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri, la strada bianca del mondo
da Aeroplani, Zingari
Paolo Buzzi è nato a Milano il 15 febbraio 1874, è morto a Milano il 18 febbraio 1956. Poeta di impronta futurista, scrittore.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero. Certo, una Direzione provinciale è diversa da una Direzione centrale, e il mio ha 36 anni e vive in una di quelle bolle separate ma parallele, che più passa il tempo e meno si incrociano con le nostre che ci fanno più nonni oltre che genitori.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a giocare con palloncini volanti insieme ai piccoli figli delle colleghe e dei colleghi giovani che sono il futuro di questa grande, immensa famiglia INPS.
Che meraviglia quel giorno: io c’ero a fare il bimbo tra bimbi più meravigliati e gioiosi di me, nel vortice sfrenato dietro palloncini colorati e giocare come gli adulti spesso non hanno né tempo né voglia di fare.
Perché? Perché?
Chiedo: fare squadra nel lavoro non è forse bello come fare squadra in un gioco, vincente ed avvincente con piccoli, grandi, giovani e meno giovani?
Che meraviglia quel giorno, e ogni giorno, c’ero e ci sarò 😍 💪 👏 🤗 🥰
Io c’ero e con me un fantasma che volteggiava come un venticello indeciso in cerca di belle parole e buone intenzioni, della storia più bella, di cuori desti pronti alla rivolta, per la guerra alle guerre, per gridare basta, basta, mai più!
Ne ho visto tanti entusiasti rivendicare orgogliosi ardere di passione ma poi solo fuoco di paglia
Ne ho visto tanti armarsi e partire e poi fermarsi sbattere la porta
Scappare dove anch’io sono scappato
dove la lotta è un lusso la rinuncia, una comodità e la santità solo preghiera Ne ho visto tanti tornare affranti da sensi di colpa e fame di rivincita perdersi e ritrovarsi più rabbiosi di prima
Ne ho visto tanti in equilibrio tra ombre e vuoto sospesi tra andare e andato fermi nell’attesa apatica di risposte
Ne ho visto tanti giustificarsi con parole avvinte e di parole furiose morire
Ne ho visto tanti predare e farsi preda rinascere dalla melma e farsi fango poi argilla viva plasmata e cotta in statue di noi assassini innocenti
Ne ho visto tanti di stormi, torme e branchi ordinati dalla paura e dal sole immobile che brucia, che secca la carne sfinita dove nessuno sopravvive anime orfane di lacrime e dolore
A flock of birds flies over wetlands with a city skyline and dramatic sunset in the background.A hooded figure carefully walks a glowing tightrope over a deep canyon with a walking stick.A mysterious double exposure blends a howling wolf and a majestic deer in a foggy forest.
FUGACE\Si fa alba\Ed è subito sera\Così il giorno\Così una vita\Ma non sai cos’è\La fiducia\Non sai cos’è la paura\Di sé stessi\Di questo mondo bruto\Che lacrima succo\di mela verde\e nera di marcio\Sono nato bimbo\E morirò bambino\Nella meraviglia\Solitaria\Delle nostre notti insonni\Ad aspettare il sole\Ad aspettare il buio
Ancora devo capire veramente cos’è, ma quello che spacci è davvero roba buona: sapessi le ragazze del corso con quante belle parole ti lodano quando pensano a te, e quando parlano della magistra fermezza di toccarci l’anima con la carezza e la frusta della tua voce.
Essere diretti dalla regia come la fai tu, è fantastico come l’approdo in un Saggio che ci ha fatto volare negli applausi di chi ammirandoci si è emozionato anche più di quanto tutti noi sul palco abbiamo dimostrato.
Lavorare con te è stato fantastico, beccarsi cazziate e complimenti, è stato fantastico, come ci hai fatti sentire collettivamente un unico personaggio, è stato fantastico.
Abbiamo respirato e dato voce a William Shakespeare e Franz Kafka, alla scimmia che relazione all’Accademia, a Romeo e Giulietta, a Otello, a Riccardo III, all’Amore non è Amore del sonetto 116, e a tutte quelle parole così pesanti e così sublimi che ci hanno fatto trascendere dalla normale vita quotidiana a quell’universo magico in cui l’arte smette di essere spazio di contemplazione e diventa sentimento d’azione: emozioni senza confini. Dall’inferno degli orrori della dizione, al purgatorio dell’attesa nelle prove, al paradiso della festa degli applausi nel Saggio finale: è stato fantastico.
I testi che hai scelto, sono dei classici immortali che hai squarciato, sezionato, adattato, direi cucito su misura, nelle nostre traballanti figure di principianti, tanto entusiaste quanto desiderose di apprendere e di fare bella figura.
A volte indisciplinate, a volte timorose, a volte irriverenti, preoccupate e gioiose ma sempre pronte a rientrare nei ranghi di matricole senz’età che si donano adolescenti alla disciplina collettiva.
Ripeto a chi legge alcune parole scritte e non scritte nel ringraziamento corale con cui ti abbiamo salutato:
Attraverso la lettura dei grandi ci hai fatto sentire più forti, più padroni delle nostre insicurezze, più consapevoli delle nostre risorse a cui attingere sul palcoscenico della vita.
Cara Brunella, per dirla alla William, tu sei stata per noi quella luce che viene da Oriente, nell’ottica di Franz, ci sei apparsa come il maestro che vuole sciogliere l’enigma delle nostre identità. Comunque sia, per tutto quello che ci hai dato e che hai rappresentato per ognuno di noi, grazie.
Un altro anno è passato ed eccoci qui al saggio preparato con dedizione, impegno e amore, per dirti grazie di cuore.
So di ripetermi, ma per tutto questo, e per tutto quello che non so scrivere, lo dico fino alla noia: È stato fantastico. Grazie
Alessandra, Ester, Francesco, Gia, Giusy, Laura, Maria Pia, Marilia, Manuela, Pietro, Rosa e Sabrina che con la foto di Cristina Santonicola hai definito la perfezione.
FOTO DI CRISTINA SANTONICOLA —> @cristina.santonicola_foto
Una storia di passioni e d’arte nella Napoli del Seicento
di DANIELA MARRA, 2025 Colonnese Editore
Sono infinitamente grato a Daniela Marra per questo suo grandioso romanzo che mi ha svelato i segreti di una magia che viaggia nel tempo, quella della verità umana che attraverso l’arte trascende la materia dell’opera, la spina che sanguina, divenendo eterna riproduzione di passione. Non sono capace di nascondere la tremante soggezione alla studiosa che mette in letteratura, in emozione della parola scritta, la sua scienza, le sue conoscenze, al servizio di una necessità d’amore prima che scientifica. Più che l’antropologa specializzata in museografia, che si occupa di ricerca e di critica artistica, è la donna madre che colpisce con una scure affilata la grande quercia della storia per farne preziosi gioielli scolpiti nel legno dell’esistenza: materia che vive nelle pagine richiamando quelle passioni che gli stolti chiamano follie della mente, che come spine ci fanno piangere assistendo alla grandiosità della bellezza senza tempo. Dalla fragilità alla crudeltà della vita che passa e divora veloce l’esistenza, queste spine sono la ragione del sentimento che ci commuove: essere bambino e sognare, essere adulto e riprodurre umanità, genìa divina, nel pensiero e nell’azione, nel lavoro che si svolge, operando rivoluzioni vicine e lontane nei cuori che crescono come angeli, come demoni, come streghe condannate sì al fuoco, ma allo stesso tempo alle fiamme delle emozioni eterne.
Dovrei frenare, fermarmi e fare mio l’aforisma che Salvator Rosa ha dipinto – anzi, inciso – nel suo autoritratto: «Aut tace aut loquere meliora silentio» (O taci, o parla cose migliori del silenzio). Ma come posso resistere alla commozione e al bisogno viscerale di guardare, ammirare, venerare ciò che Salvator Rosa ha trasceso nelle tele che da secoli testimoniano la grandezza dell’uomo e della natura sull’uomo? È uno dei desideri che l’opera di Daniela Marra mette in moto. Se non lo conosci il Rosa, lo devi vedere quello che ha creato, primo tra i primi, grande tra i grandi. Questo è quello che è successo a me: un desiderio che diventa frenesia di conoscenza.
Quella di Salvator Rosa è un’arte che apre il cuore all’immensità dell’epopea umana figlia della natura e del divino creato. I suoi paesaggi sono veri, vivi, selvaggi, rocciosi, dominati da una sensazione a volte orrenda che incute timore e meraviglia – atmosfere cupe animate da banditi, filosofi antichi, eremiti e soldati in una guerra senza eroi. Nelle sue battaglie, non inserisce alcuna figura eroica centrale, solo violenza insensata, caos e rovine, volendo mostrare al mondo che la guerra non è gloria, ma solo macello e follia. Nei suoi dipinti, con filosofi, teschi e ossa, angeli e streghe, Rosa trasforma la tela in un teatro filosofico in cui la ragione incontra il baratro, per interrogarci senza sosta. È un pittore “fuori delle regole degli altri pittori”, è stato scritto, e che ancora oggi i critici stentano ad etichettare: pittore, poeta, attore, satirico e moralista, ubriaco ed ubriacante, capace di guardare al mondo con una coerenza così scomoda che gli aprì le porte di committenti illuminati.
Per amplificare ed andare oltre il conosciuto e il conoscibile, il tumultuoso mondo del Rosa, è fragore, è scoperta, è vita. Daniela Marra, con Le spine del Rosa, che non è una biografia – come l’autrice stessa sottolinea – è una resurrezione letteraria. E ci riesce non tanto rievocando i fatti, quanto immergendosi con slancio nei vuoti: nei silenzi lasciati dalle fonti, nei conflitti solo accennati, nel magma incandescente di una Napoli “spagnola” paradosso di modernità tracannata in ogni atto di ribellione quotidiana. Marra non fa da guida turistica in un Seicento come fosse un presepe da mettere in scena ad ogni Natale – azzarderei scrittura alla moda per il consumo – anzi in stile unico e raro, spalanca i sensi fino a farne sopraffazione emozionale, della parola sull’azione, del pensiero che sconvolge la ragione: gli odori del popolo, le carezze e gli schiaffi della miseria che si fa struttura prima che esperienza di vita, la furia delle rivolte dell’uomo e della natura, la peste del 1656 che svuotò interi quartieri e l’eruzione del Vesuvio del 1631.
Nelle pagine di Daniela Marra accadono cose sconvolgenti. Come nel racconto dell’esplosione del vulcano, simbolo eterno da millenni – lo sbriciolarsi del cono, l’innalzarsi della colonna di cenere – e poi la scrittrice lascia che sia lo stesso Rosa a interrompere il racconto scientifico per domandarsi, con dolore, perché mai l’arte dovrebbe servire a qualcosa. E la risposta che si dà è folgorante, e ci trafigge: «L’arte non salva. È un fuoco che divora».
Ecco, è qui, in pagine come queste che il romanzo di Marra si fa miracolo. Perché questa frase, come altre, non appartiene solo a Salvator Rosa e al suo tormento: è anche la chiave del mondo in cui Daniela Marra oggi scrive. Lei usa e abusa l’arte come una scure per squarciare l’oblio di quello che non possiamo dimenticare perché esperienza diretta, comune, quotidiana, di ogni figlio che assiste l’agonia di un genitore. Strumento al servizio della trama, scava nella fragilità e nella brutalità dell’umano, nella precarietà di chi sa di dover morire e così si ribella, non giace moribondo ma lotta fino all’estremo. Ma lo fa con uno stile che non imita il barocco (nessun fronzolo, nessuna ridondanza), bensì lo riscrive con frasi brevi, paragoni fulminanti, mai scontati; e nel farlo, restituisce al lettore non il ricordo di un artista del Seicento, ma l’urgenza di una coscienza che ci riguarda, oggi, domani, sempre.
E così già dall’inizio. Il titolo, Le spine del Rosa, non è solo un gioco di parole con il fiore, il colore, e il cognome del pittore. È la cifra di ogni autentica lotta con l’esistenza: la bellezza che punge, la rosa che ferisce, il genio che si paga e ripaga con il sangue e con l’incomprensione. Proprio come nelle tele di Salvator Rosa – dove i teschi e le ossa ci ammoniscono sulla caducità della vita – Marra ci racconta che le spine non si possono togliere dalla rosa senza uccidere la rosa stessa. Ma che addirittura una rosa senza spine è come un amore senza passione. Un artificio contemplativo e non l’immersione totale, l’abbandono completo nel fuoco dell’emozione che rende l’attimo, la visione e il consumo, nutrimento divino. Proprio le spine, tenacemente, resistono alle atrocità che si ripetono senza pace. E così restano. Come onde che si fanno tempesta e miscela di fluidi marci e fragranze sublimi, con lacrime e sangue del presente che viviamo. Come una domanda che rifiuta il silenzio. Come la verità umana che, attraverso l’arte, trascende la materia dell’opera, divenendo eterna riproduzione dell’umano, di vita che nasce dalla morte, irrefrenabile, passione di passioni.
Il Vento della Libertàè un romanzo importante, non solo per il lettore appassionato di storia meridionale, ma per chiunque cerchi nella narrativa verità del passato in modo serio, documentato e appassionato. Giovanni non scrive per il mercato: scrive per dare vita alla memoria, e con l’emozione di una scrittura che trasuda fervore e brividi, scrive amplificando eredità preziose. E questa, oggi, è una virtù rara.
I romanzi di Giovanni Maio hanno una voce narrativa consolidata: una miscela di lirismo descrittivo, azione senza tregua, e scarnificazione dei sentimenti umani che ogni volta mi lascia stupefatto. In questa sua opera il presente narrativo e analessi che si rincorrono con estrema naturalezza, sono momenti in cui l’autore “travalica” l’ordinario per raccontare il mito che si fa e ci fa uomini di libertà senza compromessi. Se sullo sfondo c’è la “prepotenza borbonica” della tirannia, in primo piano la storia di Nicola Riccio e dei sue tre figli, è una storia universale che esalta la grande potenza umana di sconfiggere il tempo e la morte.
Il Vento della Libertà è un romanzo storico di ampio respiro, che si colloca nella grande tradizione del genere – da Manzoni a Tomasi di Lampedusa, passando per il moderno Il Gattopardo e persino certi affreschi popolari alla Cristo si è fermato a Eboli (cui l’autore stesso rende omaggio con la citazione finale di Carlo Levi).
Con Il Vento della Libertà, Giovanni Maio, racconta una storia struggente e appassionante, storicamente rilevante: i moti carbonari del 1828 nel Cilento, e in particolare la vicenda dei fratelli Riccio di Cardile.
La struttura è classica: esposizione (giuramento dei Filadelfi), sviluppo (feste, preparativi, insurrezione), climax (scontri, repressione, morte dei protagonisti), e un epilogo che fa riflettere e lascia un segno indelebile: una frustata all’oblio dell’universo costituente che sono le nostre radici.
Bisogna riconoscere a Giovanni Maio un lavoro certosino di documentazione. Non si limita a citare qualche data o nome, anzi, ricostruisce con precisione il contesto giuridico-politico del Regno delle Due Sicilie dopo la Restaurazione: le tasse sul macinato e sul sale, la figura di Gioacchino Murat come mito riformatore, la Carboneria e la sua costola più radicale dei Filadelfi, la repressione di Francesco Saverio Del Carretto, le Commissioni Militari, la damnatio memoriae di paesi come Bosco. Però Maio sa che la verità storica non abita solo nei grandi eventi, ma anche – forse soprattutto – nelle piccole cose e così opera come restauratore dando nuova luce, nuova vita alla storia attraverso l’azione di personaggi che scolpiscono l’immaginario. Restaura non decora. La sua voce narrante tende a sovrapporsi al punto di vista dei protagonisti con commenti espliciti e così facendo opera una scelta stilistica che a tratti eleva il romanzo a saggio narrativo. L’unicità e la differenzazione dei personaggi sono il vero punto di forza di questo romanzo che si legge con tensione crescente.
Alessandro: il primogenito pragmatico, tormentato dal peso della responsabilità, capace di orazioni infiammate ma anche di dubbio e introspezione (magnifico il capitolo X, un capolavoro di psicologia narrativa con la lettera di Nicola). Alessandro è il “cuore” della rivolta.
Davide: l’impulsivo, il guerriero, il “braccio”. La sua morte – il veleno della madre, lo scempio post-mortem – sono tra le pagine più strazianti del romanzo.
Licurgo: l’intellettuale, l’architetto della logistica, ferito eppure lucido fino alla fine. La sua morte al mulino, mentre cerca di raggiungere Cardile, è narrata con asciutta crudeltà.
Elena Nunziante: donna colta e ribelle, arriva da Salerno e porta nella casa dei Riccio non solo l’amore, ma una nuova, più lucida consapevolezza: la libertà non si aspetta, si costruisce, anche a costo della vita.
Nicola Riccio, il padre medico, è il “cuore” del romanzo. La sua umiliazione pubblica, la lettera nascosta sotto il pavimento, i dialoghi con Del Carretto burocrate del terrore – tutto concorre a creare una figura di straordinaria dignità.
Questi personaggi sbagliano, dubitano, a volte cedono alla disperazione, vorrebbero tornare indietro. È proprio questa umanità imperfetta a renderli eroi autentici, eroi indimenticabili.
Ma il vero protagonista del romanzo è forse lo sguardo di Giovanni Maio. È uno sguardo che non si accontenta della superficie, che vuole capire cosa prova un uomo la notte prima di un’imboscata, cosa pensa una madre mentre il figlio è in fuga tra i monti, cosa brucia nel petto di un rivoluzionario quando vede il proprio villaggio dato alle fiamme. L’autore scrive come se fosse lì, tra i castagni di Laurino, nelle gole del Calore, o sulle creste del Monte Stella, e riesce a trasmettere al lettore l’odore della pioggia sul fango, il freddo delle grotte, il fumo degli incendi, il rumore dei passi dei gendarmi che si avvicinano.
La cifra preziosa del romanzo non è solo la lotta tra libertà e tirannia, la crudeltà della legge che è ingiustizia, ma anche – e forse soprattutto – il tradimento finale, l’abisso morale, il tradimento del vincolo sacro, il tradimento al giuramento del San Giovanni. L’ossessione dello scrittore la si vede nella meticolosità delle descrizioni, nella cura dei dettagli storici, nella costruzione quasi maniacale delle trame secondarie (il notaio di Piaggine, i Capozzoli, il canonico De Luca). Ma questa ossessione non è mai fine a sé stessa: è l’arte che Giovanni Maio crea per onorare la verità – storica e umana – l’arte che si rifiuta di ridursi a semplice intrattenimento. L’arte che sopravvive alla caducità e alla miseria dell’essere umano che nasce e che muore.
Questo romanzo parla a noi contemporanei con una forza sorprendente. Le domande che pone – quanto vale la libertà? Qual è il prezzo della dignità? Si può restare umani anche nella violenza? – sono domande che attraversano i secoli e ci interpellano direttamente. In un’epoca in cui la parola “libertà” viene spesso svuotata di significato, Giovanni ci ricorda che essa è stata conquistata a caro prezzo, con sangue, sudore e lacrime, e che nessuna conquista civile è mai per sempre. Ma è un romanzo sorprendente anche perché parla di scelte: di quando un uomo o una donna decidono che non è più possibile chinare la testa, che l’obbedienza diventa una forma lenta di morte. Parla del prezzo della dignità, che spesso è altissimo. Parla del tradimento – quello che arriva da dove meno te lo aspetti, da un amico, da un vicino, da chi hai stretto la mano in nome di un santo. E parla della memoria: di come le storie dei vinti, se qualcuno ha il coraggio di raccontarle, diventano più forti delle pietre dei vincitori.
Ho letto Il Vento della Libertà e posso dire che proprio nell’epilogo lascia aperta una finestra sulla speranza. Perché la memoria, quando è coltivata, diventa essa stessa un atto di libertà, un vento non un sussurro del passato, ma un richiamo potente per il nostro presente.
Il Vento della Libertà è un romanzo che parla al cuore, prima che alla ragione. È un omaggio a una terra, il Cilento, che troppo spesso è stata periferia del mondo, e che in queste pagine diventa, per la grazia della scrittura, centro dell’universo. È la prova che il romanzo storico, quando è fatto bene, non è evasione: è un modo per interrogarci su chi siamo stati e su chi vogliamo essere.
“Il fucile appartenuto ad Alessandro Riccio, carbonaro di Cardile (SA) che prese parte ai moti del Cilento del 1828, negli anni scorsi, e nel corso di una cerimonia solenne, è stato donato alla comunità della stessa Cardile dalla famiglia Maio. Alessandro, nella sua fuga dai gendarmi borbonici, giunto in località Acque Marine si era liberato di questa arma (e di altri oggetti personali) affidandola ad un mio trisavolo. E da allora il fucile è stato sempre custodito dalla mia famiglia. Ancora oggi posseggo oggetti interessanti appartenuti al noto combattente per la Libertà cilentano.” – G. Maio
” – “Vostra madre vi aspetta con il rosario tra le mani. Io vi spetto con la penna ferma sul foglio, sperando di poter scivere, un giorno, la parola ‘Pace’ – “
UNA STORIA DIMENTICATA
Il 7 luglio 1828 si consumò nel Cilento una delle pagine più tragiche, e al contempo dimenticate, del Risorgimento italiano: la distruzione del paese di Bosco.
Molto prima che le grandi città del Nord e del Centro Italia si unissero nei moti del 1848 o che la spedizione dei Mille tracciasse la via dell’Unità, il Cilento bruciava già di un fervore rivoluzionario straordinario. In una terra aspra e fiera, un gruppo di patrioti guidati dagli aderenti alla setta carbonara dei Filadelfi, dai fratelli Riccio di Cardile, dai fratelli Capozzoli di Monteforte Cilento, dai De Luca e tanti altri cittadini cilentani ispirati da ideali di libertà e giustizia decise di sollevarsi contro l’assolutismo della monarchia borbonica. La richiesta era chiara, modernissima per l’epoca: il ripristino della Costituzione del 1820.
La reazione del re Francesco I di Borbone fu spietata e immediata. Mandò nel Cilento i gendarmi regi guidati dal maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, un uomo che avrebbe legato il suo nome alla ferocia della repressione. Del Carretto scelse Bosco, un piccolo borgo arroccato tra i boschi che aveva accolto e sostenuto i rivoltosi, come obiettivo principale per dare una punizione esemplare a tutta la provincia.
Il 7 luglio 1828 le truppe borboniche cinsero d’assedio il paese. Bosco fu letteralmente preso a cannonate, saccheggiato e dato alle fiamme. Le case vennero rase al suolo, gli abitanti costretti alla fuga, e i capi della rivolta catturati, processati sommariamente e fucilati (le loro teste vennero persino esposte in gabbie di ferro nei paesi vicini come macabro monito). Un decreto reale arrivò a stabilire che il comune di Bosco venisse formalmente cancellato dalle mappe e che sulle sue rovine fosse sparso il sale, vietando a chiunque di ricostruirvi.
La distruzione di Bosco non fu solo un atto di violenza militare, ma il tentativo deliberato di cancellare la memoria di un popolo che aveva osato chiedere la libertà prima del tempo. I cilentani si erano svegliati dal torpore dell’epoca molto prima del resto d’Italia, pagando a carissimo prezzo il sogno di un futuro più giusto.
Oggi, il ricordo di quel 7 luglio rimane il simbolo di un Sud che non si è mai piegato, che non è stato solo terra di conquista, ma culla di un precoce e coraggioso spirito di Libertà. – Giovanni Maio –
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Mille e mille volte Ti ho accarezzato E mille, mille volte Ti avrei preso a schiaffi
Mille e mille volte ti ho voluto E mille, mille volte Ti ho perso e ti ho pensato invano Ti ho visto nel vuoto cadere Felice, ti ho visto volare
Dicono che è normale sopravvivere a madri e padri, tempeste di parole e silenzi per una vita Ma restare quando l’erede muore È disumano mille e mille volte
È pena senza fine al freddo di una tomba Nella fiamma rovente di una cremazione Che mille e mille volte brucia Come ferita aperta devastata dal male Di ricordi, sorrisi e amore
Tu sei lama che taglia e cura quando mille e mille volte ti dico resta con me Anche se ti lascio andare e tu poi ritorni
MILLE VOLTE MILLE
Sei pensiero Voce che vorrei fosse vento Mille e mille volte, carezza E mille, mille volte, schiaffo Freddo di tomba e fiamma di cremazione Che mille e mille volte brucia Come lama che taglia e cura quando mille volte mille dico resto con te
Caro Diario, scrivo a te non perché come uno specchio sai riflettere verità senza sconti, ma perché hai un’anima e mi puoi capire. Seguimi.
L’umanità si divide in due: da una parte i bimbi che imparando a leggere e a scrivere hanno ascoltato e si sono addormentati con le parole delle favole raccontate da un adulto, e dall’altra chi le favole le ha scoperte da solo, per strada, che non esistono.
Quando dico strada, intendo la solitudine di un bimbo di trovarsi solo. Che sia una casa di un condominio, che sia una tenda di un villaggio, un quartiere, un campo di terra abbandonato o seminato, un mare agitato della speranza o calmo di sete e fame, una montagna alta che tocca il cielo o bassa che si perde in un fiume. Insomma, che sia un deserto di giungle o una giungla di deserti.
Trovarsi solo anche tra la folla, anche in una famiglia piccola o numerosa.
Addormentarsi senza la voce di un grande che ti racconta una favola senza la sua infinita tenerezza, ti segna per la vita ma, non è affatto detto che poi questa vita sia meglio o peggio di quella di bimbi svezzati nell’ovatta soffice della pace e del benessere. Anzi, la violenza non si regge, a ogni vittima puoi raccontare tutte le favole che vuoi, ma quella ferita resta e quando va bene ne resta una di cicatrice sulla pelle, ma nella mente no, non rimarginano mai.
La serenità di un bimbo è un diritto fondamentale prima ancora di parlare di uomo e di donna, non ha genere né età, ma a quanto pare il diritto vale fino ad un certo punto compreso quello di polverizzare la carne, le ossa e il sangue della vita umana.
Le favole non esistono ma sono necessarie come l’aria, e non raccontarmi frottole: le favole sono scintilla divina per i piccoli e per i grandi; sono necessarie come un cuore che batte o un polmone che respira.
Io leggendo le FAVOLE di Ester e di Rosa mi sono sentito come quel bimbo meravigliato, a bocca aperta, che viaggia con gli occhi spalancati nel mondo, stando fermo ma correndo, nelle dimensioni parallele delle emozioni senza limite, senza confini, senza l’angoscia di questo mondo di merda che non comprendiamo, tra una violenza e l’altra, che ci fa orrore.
È forse proprio per questo che noi pseudo adulti ne dovremmo leggere di più, forse proprio per questo che le favole di Ester e di Rosa mi sono piaciute tanto, perché ogni tanto riprenderci lo spazio di una favola è necessario perché fa bene e ci fa sentire meglio.
La fiaba non è un rifugio dalla realtà ma uno strumento vero per abitarla. C’è una convinzione diffusa che le fiabe servano a far addormentare i bambini, a tenerli lontani dal mondo reale, a ripararli in un angolo incantato dove tutto è semplice e prevedibile. Ma chi si è davvero sciolto in una fiaba sa che accade esattamente il contrario. Come ha scritto lo scrittore messicano Juan Miguel Zunzunegui:
«Una fiaba è un luogo dove si entra per uscire trasformati.
Non serve a far dormire i bambini, ma a svegliare gli adulti»
Caro il mio Diario adesso inizia il gioco delle citazioni famose, perché la fiaba, prima ancora di intrattenere, interroga. Sì, interroga proprio noi che poi scegliamo cosa leggere e far leggere ai bimbi. La favola mette il lettore di fronte a scelte, paure, ostacoli e – soprattutto – gli restituisce la certezza che nulla è immutabile. Quindi, fammi un favore, tra un romanzo e l’altro, leggi le favole di Ester e di Rosa e poi dimmi se questo non è vero.
Italo Calvino definisce la fiaba come «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nelle favole s’incontrano la povertà e la ricchezza, l’astuzia e la crudeltà, la solitudine e l’amore: i percorsi possibili sono molti, e così scopriamo l’ovvio, che ogni destino è fatto di prove e di svolte. E poi ci sono i draghi, i mostri.
Citato da Calvino in molte occasioni, G.K Chesterton ha osservato che «le fiabe sono vere non perché ci raccontano che esistono i draghi, ma perché ci raccontano che i draghi si possono vincere».
Per un bambino, il drago, il mostro, è la paura che prende forma: l’ignoto, il pericolo, ciò che sembra invincibile. La fiaba non gli nasconde che il drago esiste, ma gli offre gli strumenti per affrontarlo.
Sempre Calvino ha definito la favola «il primo, ingenuo e profondo tentativo di dare un senso al disordine del mondo». Quindi se il mondo è un caos di stimoli, regole non scritte, emozioni incomprensibili, la fiaba è un filo che prova a tessere quel caos in una trama, senza banalizzarlo.
E la verità? Se è vero, come dice Neil Gaiman, che «una fiaba non è un inganno: è il modo che ha la verità per farsi ascoltare senza fare troppa paura», allora la fiaba non edulcora la vita: racconta l’abbandono, la fame, la morte. Ma lo fa con la distanza lieve del racconto, permettendo al bambino di avvicinarsi alla verità con la gradualità di chi ancora deve imparare a sostenere il suo peso.
Sarà per questo che non smettiamo mai di imparare?
Infine, attribuita a Gesualdo Bufalino, c’è una frase che forse riassume tutto «una favola non è mai soltanto una favola: è un modo di dire la verità con una maschera, e chi la capisce si toglie la maschera dal volto». Perché la maschera non è un nascondiglio: è un linguaggio che impariamo a decifrare, giorno dopo giorno.
La nostra fortuna è quella di essere bimbe e bimbi che desiderano decifrare il mondo, smettendo – ecco un altro favore che ci dobbiamo fare – smettere oggi di scrollare il mondo come idioti senza direzione.
Perché la fiaba non è una fuga, è uno strumento potente per abitare la realtà. Non la nega, non la addolcisce: le dà forma, la rende narrabile, e quindi vivibile. Forse è per questo che torniamo a cercarla anche da adulti? – questa domanda vale solo per me caro Diario? –
La cerchiamo, la desideriamo, la favola, perché c’è sempre un pezzo di mondo che abbiamo bisogno di imparare ad abitare, ed è proprio per questo che non posso che ringraziare Ester e Rosa per queste opere buone e necessarie come il pane. Perché nonostante le spine, e i grani geneticamente modificati: toglieteci tutto ma non il pane e le rose. Altrimenti ci succede quello che capitò a “Giovannin senza paura” che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.
Incolla il mio profilo nel campo di ricerca della tua app o piattaforma social aperta preferita.
Il tuo profilo
In alternativa, se conosci il tuo profilo, possiamo iniziare in questo modo. Perché devo inserire il mio profilo?
Questo sito fa parte dell'open social web ⁂, una rete di piattaforme social interconnesse (come Mastodon, Pixelfed, Friendica e altre). A differenza dei social media centralizzati, il tuo account vive su una piattaforma a tua scelta e puoi interagire con persone su piattaforme diverse.
Inserendo il tuo profilo, possiamo indirizzarti al tuo account dove potrai completare questa azione.
Una sabato sera di marzo al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è un’opera viscerale, tanto tosta e vibrante che scassa e trascende il mito, tanto rivoluzionaria come la verità, goccia d’acqua che scava la roccia, che materializza il divino umano nel “pacco di carne” che siamo, maneggiati, trasportati, scrollati, sballottolati lungo il viaggio dolce e amaro dell’esistenza, fino alla consegna finale della morte che ci fa immortali.
La Penelope di Brunella non è il centro dell’universo, è tutto l’universo che ribalta la sua potenza, che dal buio parla alla leggenda con la luce della carne, quando l’anima sopravvive al dolore e alle lacrime, diventando padrona, orgoglio e gloria senza tempo.
La Penelope di Brunella rovescia il mito della tela e della fedeltà, squarcia il classico con la modernità, devasta l’ovvio e lo scontato del passato con la realtà e la verità del presente buio che si agita nelle nostre paure.
Oltre e dentro la morte civile e fisica della Donna venduta e stuprata, la Penelope di Brunella è un atto che dalla scrittura all’emozione scenica della rappresentazione, coinvolge direttamente lo spettatore, invitato al dialogo, invitato a rispondere, trascinato con forza ad entrare direttamente nella ferita che mai rimargina, nel sangue che continua a scorrere, nella storia che continua a raccontarsi, falsa e disonesta, bugiarda e millenaria.
Le voci e le maschere di Brunella e Davide Curzio, interpretano lo spirito, lo rendono visione materiale, e mettono in scena la coscienza dell’anima, in un coro di parole e gesti che si fanno tumulto, interrogatorio, processo, giudizio, navigazione agitata tra tempeste e tregue senza scampo; a noi testimoni restano attaccate domande, condanna e pena.
Il testo è incarnato e sconvolge, a momenti irato di rabbia, a momenti struggente e tenero come una carezza. È l’Arte come specchio che si ribella al dubbio della precarietà, alla fissità delle certezze, all’ipocrisia della ricerca cavillosa di redenzione e assoluzione, alla verità come peccato, al peccato come verità, alla vergogna dell’indifferenza, alla vittoria sulle sconfitte, al bene produttore di male, alle suture su bubboni che si fanno tumori.
IO, PENELOPE di Brunella Caputo è l’Arte che si materializza in una interpretazione emozionante e suggestiva di cui Brunella è maestra: di vita che pulsa, non appare, ma si sente sotto la pelle fino al midollo, dentro le ossa. Brividi.
È la magia del teatro? Forse.
Forse solo la distanza abissale tra veri teatranti immortali e i teatrini di miseria umana che ci fanno bestemmiare.
*** – il post di MONICA – ***
Su il sipario… Ci accoglie la nebbia, una voce narrante melodiosa, Davide Curzio…
Nascosta sotto un velo azzurro, una sposa…
Tu e la tua Penelope, la mia Penelope, la vostra Penelope.
La Donna Penelope… la sente solo chi la vede… la giudica solo chi non vuole vedere… l’ abbraccia solo chi riconosce le sue lacerazioni… la ama solo chi è capace… l’ acqua trova sempre la sua strada… resta calma e lasciati trasportare…
Le Donne intelligenti sanno come fare, ascoltano e non solo le parole…
Le Donne come un pacco di carne…
Le Donne a cui spettano tanti ruoli, figlia, moglie, madre…
Le Donne devono aspettare, tacere, subire… l’acqua trova sempre il suo corso e se lo riprende quando vuole…
Le Donne intelligenti tessono soltanto una tela?
No… tessono tante tele e non le disfano mai…
Le Donne intelligenti conservano, ricordano, e ad ogni lacerazione del corpo e dell’anima si ricompongono…
Le Donne intelligenti affrontano la paura ed è per questo che fanno paura…
Il vestito è sgualcito, sporco, intorno c’è solo il buio, il tempo che passa non lo puoi misurare, la morte arriva quando muori dentro…
Spettacolo meraviglioso…e chissà quante di noi ieri ci siamo sentite la Penelope di Brunella… Bravissimi tutti
Una scenografia studiata nei minimi particolari, le luci abbracciano gli attori, la musica è una melodia che arriva al cuore, a rappresentare i vari stati d’ animo di noi Penelope, donne semplicemente donne.
Una serata splendida, delicata, intelligente.
E dulcis in fundo il presidente Matteo Caputo che bacia la mano di Penelope e esclama: sono fiero di avere una sorella come te.
se una bandiera rossa sola ti sembra poco e spoglia ma troppo potenti le parole che morirne non sarà mai abbastanza ai popoli liberi la terra agli indomabili prati fioriti dignità e gloria
In un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
PREFAZIONE
È oltre la soglia del prevedibile, è oltre ogni scontata, già letta, già vista e diffusa descrizione del futuribile conscio ed inconscio dell’essere umano, è oltre ogni oggettiva dimensione vitale e vissuta del nostro presente: questo voglio dire nel presentare “Il Patto delle 72 Ore”.
Non ricordo nella mia pur non più breve esistenza, un thriller psicologico così, veloce, pervasivo e travolgente che mi abbia instillato tanta immedesimazione fisica e tensione emotiva, come questa ultima opera letteraria di Giovanni Maio. Se esiste, io non l’ho ancora né letta né vista.
Parafrasando l’Autore, un codice digitale diventa emozione: il sistema non teme l’odio, teme il vuoto.
Il un terrore algoritmico dal testo scritto ha preso vita e si è diffuso nella mia mente: un mostro ha preso a cazzotti i miei anticorpi neurali affinché reagissero con razionalità per contenerne la paura. In me oltre l’immaginario, il fatto che io per mestiere faccia l’informatico, ha catalizzato e fatto esplodere ragionamenti così tanto realistici da indurmi a divorare in poche ore queste 400 pagine di thriller tecnologico, di frenetica distopia contemporanea. Giovanni Maio ha usato la tecnologia come espediente narrativo per esplorarne l’orrore capace di modellare, e infine deformare, l’animo umano.
“Il Patto delle 72 Ore” è esattamente questo: un romanzo che, muovendosi con agilità sui binari del thriller psicologico e dell’investigazione digitale, riesce a proiettare le nostre paure più intime in un futuro che è già oggi credibile e presente. È un’opera che porta a compimento una sintesi originale tra paranoia tecnologica e profondità di analisi relazionale tra umani, il tutto orchestrato con un ritmo martellante e attese spasmodiche di risposte che tra un capitolo e l’altro mi ha tagliato il fiato in gola.
L’incipit è un fulmine di suspence contemporanea: una notifica squarcia il silenzio di una notte di lutto, e con essa l’intero castello di certezze di Elena. La morte del compagno Alberto, archiviata come suicidio, viene messa in discussione da un messaggio inquietante proveniente da un’applicazione che avrebbe dovuto essere disattivata: “Bugia rilevata. Alberto – Livello di menzogna: 87%”.
Maio non perde tempo: ci getta direttamente nel cuore di un mistero che è al contempo poliziesco, emotivo e, soprattutto, filosofico. Come può un morto mentire? O, ancor più inquietante, come può un sistema fatto di codici e battiti cardiaci rivelare una verità che i vivi ignorano?
Da questo spunto fulminante, la narrazione si dipana come una ragnatela, seguendo le storie di diverse coppie intrappolate nella sperimentazione del “Protocollo 72H”, un’app che promette di rivoluzionare le relazioni misurandone la trasparenza e la coerenza emotiva. Giovanni Maio costruisce un affresco complesso e stratificato della fragilità amorosa nell’era dei big data. La vera forza del romanzo risiede proprio qui: nella sua capacità di rendere tangibile l’orrore di un sistema che non ha bisogno della forza bruta per dominare. Come il grande fratello orwelliano, 72H osserva, ma la sua sorveglianza è ben più insidiosa. Non è un potere totalitario che impone il silenzio, ma un algoritmo che analizza, prevede e, infine, orienta le nostre scelte più intime. L’incubo che Maio dipinge con maestria è quello di un mondo digitale, dove il controllo non si esercita reprimendo i sentimenti, ma misurandoli, catalogandoli e restituendoceli come percentuali, trasformando l’imprevedibile caos dell’amore in una serie di curve statistiche. La coppia perfetta non è più quella che si ama, ma quella il cui “indice di sincronizzazione” è più alto. Il romanzo sviluppa un’idea filosofica complessa (il costo della stabilità algoritmica, la tensione tra previsione e libertà) con una profondità e una coerenza che sono cifra costituente, miscela esplosiva di schegge che restituiscono densità psicologica, etica e sociale.
L’elemento che eleva “Il Patto delle 72 Ore” al di sopra di un semplice thriller, acquisendo spessore politico e filosofico, è la scoperta/rilevazione del “punto cieco”. Questa mia tesi sarà il lettore a valutarla, dico solo che con l’idea di accettare gli effetti collaterali per un obiettivo di ottimizzazione superiore, è una scintilla che trasforma il romanzo in una potente metafora del nostro tempo. Non è tanto la paura di un’intelligenza artificiale che si ribella, quanto quella di un sistema progettato per ridurre la complessità umana a dati che, nel perseguire il suo scopo, finisce per creare una gerarchia del dolore, dove alcune esistenze diventano sacrificabiliper il bene della stabilità collettiva. È un concetto che riecheggia le angosce del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff, portato però sul piano dell’intimità e delle relazioni sentimentali.
I capitoli brevi, spesso incentrati su un personaggio o una rivelazione, creano un effetto a catena che mi hanno tenuto incollato alla pagina. La prosa di Maio è funzionale ed elegante, capace di passare con disinvoltura dalla freddezza del linguaggio tecnico all’introspezione psicologica più dolorosa. Le sequenze di monitoraggio passivo, in cui ogni silenzio, ogni esitazione diventa un dato, sono piccoli capolavori di tensione, che trasformano lo spazio domestico in una gabbia di cristallo.
La paura residua non è più per chi vuole entrare, ma per la consapevolezza che anche la nostra assenza è ormai un dato che qualcuno, o qualcosa, sta elaborando.
“Il Patto delle 72 Ore” è un romanzo che scava a fondo nelle nostre paure più umane: la paura di essere traditi, di non essere abbastanza, di essere sostituiti, o peggio cancellati e infine, non ultima né meno reale, l’angoscia di essere ridotti a un numero. È un’ottima lettura per chiunque abbia mai dubitato dell’innocenza di uno schermo illuminato, e un monito potente sul futuro che stiamo costruendo, un aggiornamento alla volta.
Il finale? Non è una catarsi liberatoria, ma è proprio per questo che l’ho trovato così potente nella sua verità. Il finale non è un margine o un confine netto ma libertà di spazio alla riflessione: come lettori siamo chiamati a rubare la scena all’algoritmo. Una chiamata che è allo stesso tempo bisogno e necessità. La sua vera eredità è la domanda a cui dobbiamo rispondere: in un mondo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, cos’è che ci rende ancora, irriducibilmente, umani?
Traballo Abissi dinamici mi afferrano La mia rabbia incido sulla pietra di ciò che sembro un’ascia contro il vuoto Ogni mossa è un crollo una caduta libera nel bit È la mia ballo cadendo Chiedo scusa ad ogni mio fallimento Traballo sperduto Ballo cadendo
Romanzo di Pierangelo Consoli, 2020 Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Che dire? Bella domanda. Io, procedo come un bradipo tra momenti, giorni, mesi e anni che bruciano all’istante come un brutale incendio di foresta, o come quelle famose torri gemelle, grattacieli galattici arsi e crollati in una mattinata di quel lontano 11 settembre. Nell’eco di quell’evento viviamo ancora oggi, e anche il romanzo di Pierangelo è figlio della tempesta di eventi che seguirono quella tragica e funesta data.
Questo millennio da quel giorno ha abbandonato una plateale speranza di benessere tecnologico globale e ha fatto ripiombare l’intera umanità nel “dovere” inevitabile, più che paura, della guerra. Terrorismo e rivoluzioni colorate, esportazione forzata di democrazia, precarietà esistenziale e morale, nella società consumata dal consumismo delle merci e delle anime, e dei corpi come merce. A questo stiamo sopravvivendo in un oceano agitato di dispersione e confusione, ma, tenaci, abbiamo fede nella bella letteratura che ci da la forza di resistere e lottare.
In questi ultimi anni, in questi ultimi mesi e giorni, davvero una maledizione diabolica sembra vincere ad ogni latitudine. Poi incontri un romanzo di Pierangelo Consoli, come SALVARSI LA VITAo come questo COME IL BUIO PER LE STELLE, e il tempo si ferma, avviluppando passato, presente e futuro in un abbraccio che, all’ultima pagina, ti lascia un segno per sempre. È proprio vero: i romanzi belli non passano, non scadono. Vivono, sopravvivono, replicano l’eterna emozione semplice ma struggente, del piacere di immaginarsi potenza umana di redenzione. Salvezza dal dolore, dagli errori imperdonabili, dalla crudeltà, dai sensi di colpa, dalla condanna maledetta della morte che ci circonda. Dipende dai personaggi, dipende dalla trama, dipende da una scrittura talentuosa che, strada facendo, si affina emergendo dal caos della moltitudine che scrive.
Come il buio per le stelle è esattamente questo: un racconto corale sul riscatto che nasce dalle ferite più oscure, la storia di un’equazione umana tanto semplice quanto profonda: tanto buio, tante stelle. E il buio, in queste pagine di Pierangelo, è denso, palpabile, una misura fisica dell’esistenza con cui tutti abbiamo esperienza, fin dall’oscutità calda e sicura dentro il sacco amniotico, nutriti dall’amore e dalla placenta di mamma.
Sembrano pagine secondarie, ma quelle sul buio della comunicazione tra mamma e figli, già uomini da giovanissimi, sono le pagine universali dei mille romanzi di cui è fatta la storia umana: il distacco, la menzogna, il sogno, la speranza, l’eternità oltre la morte.
Il buio è l’antagonista: è quello della Siria devastata, dove Said e suo fratello sono cresciuti a pane, Corano e addestramento al martirio, in un mondo dove la parola “amore” è un atto di eroismo proibito. È il buio di una colpa antica che corrode padre Augusto, sacerdote dalle mani operose e dal cuore appesantito dai dubbi. È l’oscurità del carcere che ha inghiottito Gegè, ergastolano la cui vita è stata spezzata da una fiducia mal riposta. È, infine, il vuoto di attesa di Lea, giovane donna napoletana il cui amore è un presidio, simile a quello di chi aspetta un soldato al fronte. Nel buio i protagonisti sono stelle.
Consoli non scrive una favola sull’integrazione, ma un’epica della redenzione possibile, quasi una salvezza impossibile da immaginare. Il suo colpo da maestro è aver scelto, come protagonista, non una vittima innocente, ma un carnefice in fuga: Said, l’uomo addestrato a uccidere, che scampa all’attentato che avrebbe dovuto compiere. Il suo è un viaggio ai confini dell’umano: come si ricomincia quando si viene dall’«altro lato», dal mondo dove i bambini muoiono di freddo tra le macerie e i corpi s’addestrano alla vendetta? La risposta risiede in un incontro salvifico a Napoli, città che non fa da semplice sfondo ma da co-protagonista mistica e carnale. Una Napoli che venera le anime del Purgatorio perché crede nell’attesa come forma di vita, e che tra il mare e il vulcano accoglie le cadute per trasformarle in slancio.
È qui che le stelle cominciano a brillare nel buio pesto. Attorno al fragile patto tra Said, il fuggiasco, e Augusto, il sacerdote in cerca di perdono, si intrecciano le esistenze di Gegè e Lea, creando una fragile comunità di reietti. Consoli indaga con precisione chirurgica i sensi di colpa, il peso degli errori, la nostalgia tossica per un’identità violenta. Lo fa con una scrittura attenta e gentile, ma dotata di fegato e sangue, che non rifugge dal mostrare le crepe interiori da cui «si sente sempre freddo».
Questo suo romanzo non è un atto di fiducia ma la testimonianza dell’umanità che vince il buio per farsi luce di stelle. In questo suo romanzo, ci sono innervate le radici di “Salvarsi la vita” che poi pubblicherà 5 anni dopo, una frase, un monito, una verità, un dovere che diventerà titolo. Ci ricorda che la salvezza non è mai un atto solitario, ma un ponte gettato da un altro essere imperfetto. Salvarsi insieme dall’imperfezione e diventare perfezione. È nella logica disarmante di un’amicizia improbabile, nella tenerezza silenziosa di una bambina di nome Bao, nella capacità di amare sapendo, prima o poi, di annientarsi e lasciare andare, che risiede la sua luminosa, straziante bellezza. Storie che travolgono, commuovo e, in un’epoca di muri, deportazioni, di predoni e saccheggiatori, regala il coraggio di lanciare un’àncora di salvezza nella tempesta perfetta che potrebbe annientarci tutti. Perché nessuno, in fondo, dorme sotto lo stesso cielo, ma insieme possiamo imparare a riconoscere le stelle degli altri, quando brillano perché tutto intorno è buio.
Nota a margine
In queste ore, nell’approfondire l’universo di Cioran, forse per ingenuità, forse per delirio d’onnipotenza, sicuramente per ignoranza, sto pensando a come il buio di Pierangelo sia paragonabile al nulla di Emil: necessari, incontenibili, essenziali, intersecabili, disgiunti e congiunti nell’esistenza stessa dell’umanità, che senza, non avrebbe la luce delle stelle e di tutti noi miseri, pianeti riflessi, attratti nel piacere e nel dolore, nella musica e nel silenzio.
Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una lettera, mi dicevo che era indirizzata a un mortale. – Emil Cioran, L’incoveniente di essere nati
“Lea imparò che il ricordo è l’esilio dell’anima che non sa rassegnarsi alla pena del distacco… Si aggrappava ai sogni, ogni notte pregava per poterla rivedere, di parlare con lei e tutte le volte quelli cadevano al risveglio come le foglie d’autunno si liberano dal vincolo dei rami…”
“Restarono insieme, quella notte. Una brigata di gente perduta, che si era ritrovata. Un prete, un immigrato, un carcerato.”
“L’amore certe volte è distratto e si posa là dove non può essere raccolto.”
Wanda Marasco tesse l’epica intima e spezzata di due anime condannate all’imperfezione. Il suo racconto vibra tra la concretezza della realtà e la dimensione oggettiva della follia, una disperazione incontenibile come il tentativo di imprigionare l’anima in una sepoltura di terriccio materno. Sono state queste vibrazioni ad accompagnarmi in una lettura tanto complessa e rivelatoria quanto emozionante e coinvolgente, una lettura che, divorando pagine, ha divorato il me stesso illuso e disilluso di quest’epoca barbara. Vibrazioni che, però, non hanno mai raggiunto una risonanza precisa, una scelta netta tra salvezza e perdizione.
La costruzione, l’ascesa, la contemplazione, il volo e la caduta dalla Torre di Palasciano ci riguardano, non come mera impronta storica di doverosa conoscenza, ma come comunione con la fragilità umana, presente e futura: noi soli dentro noi stessi, e tutto il mondo fuori.
Di spalle a questo mondo è un’immersione febbrile nelle vite di Ferdinando Palasciano, medico visionario e precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa segnata da una zoppia fisica e interiore. La loro storia d’amore, nata da una cura e cresciuta nella Torre di Capodimonte, si consuma sotto il peso della follia, quando la mente di lui soccombe a una demenza implacabile.
La narrazione si snoda su due binari paralleli e strazianti: da un lato il vortice allucinatorio di Ferdinando, anche recluso in un manicomio, dove ricordi, rimorsi e genio si confondono in un delirio coscienzioso fin troppo lucido e preciso; dall’altro il diario struggente di Olga, costretta prima alla decisione crudele dell’internamento e poi testimone di un lento, inesorabile spegnimento. Attraverso le loro voci, Marasco esplora il confine labile tra sanità e pazzia, tra dovere etico e tradimento della storia, in una Napoli ottocentesca vibrante di fermenti risorgimentali e ombre borboniche.
Ma è nella lingua che il romanzo raggiunge vette di straordinaria bellezza. La prosa di Marasco è un mare lirico, aulico più che barocco, con onde di poesia che travolgono. È una tessitura sapiente, ricamata da inserti di lingua napoletana che fanno brillare la sapienza eterna di un popolo destinato a non smettere mai di stupire il mondo. Ogni pagina è intrisa di una materia emozionale cruda e potente, che riflette e insieme illumina i tormenti e le gioie dei personaggi, fino a squarciarne i confini del mistero: tra malattia e sanità, santità e maledizione, mortale ed eterno, curabile e incurabile, miseria e ricchezza, ordine e caos, conservazione e rivoluzione. Fino al giallo, che pare tuttora irrisolto, della testa di Giacomo Leopardi sepolta nel giardino di Palasciano per volere dell’intimo amico Ranieri e la complicità del medico Ferdinando padrone di casa.
Più che un racconto biografico, è un’indagine sull’irriducibile fragilità umana, sul senso di irreparabilità che segue ogni frattura. Il segno rimane nella carne e nello spirito, e l’unica salvezza possibile sembra risiedere nell’accettazione coraggiosa di questa condanna, nell’abbracciare la propria imperfezione come unico, autentico legame con il mondo. Il romanzo è una lacerante e poetica esplorazione di come l’amore e la follia possano intrecciarsi fino a diventare un’unica, inscindibile sostanza.
Di spalle a questo mondo è un’opera maestosa, scomoda e necessaria, che mi ha lasciato un segno indelebile, costringendomi a riconoscere nelle ferite dei protagonisti l’eco delle mie spaventose immaginazioni: una sorte che potrebbe toccare me, chi amo, come è già stato in passato per chi ho amato. Un muro dove sbattere la testa e uno specchio dove vedersi in scienza e coscienza. La scrittura di Marasco è un’indagine sull’abisso che ci guarda nella luce del sole di una storia d’amore che non si scioglie come neve, ma ghiaccia nel tormento del fine vita.
La vicenda di Ferdinando Palasciano, geniale medico travolto dalla demenza, e di sua moglie Olga, costretta a internarlo, si trasforma sotto la penna di Marasco in un’indagine sull’abisso. Ma non un abisso che separa, bensì uno che unisce. La follia non è raccontata come un elemento estraneo che distrugge il legame, ma come una terra di confine in cui il linguaggio dell’affetto si trasforma, si fa disperato e primitivo, ma non muore, diventando anzi simbiosi tra anime, capace di essere sia un muro che uno specchio. Attraverso i due binari narrativi paralleli – la vita di lui e il diario struggente di lei – l’autrice mostra come la malattia mentale diventi esperienza condivisa con l’amato, con la servitù e, soprattutto, con gli amici che lo venerano e gli restano vicino fino alla fine.
I temi che impreziosiscono questo grande romanzo sono molti. Per me, il principale si potrebbe declinare in una domanda radicale: come amare qualcuno che sta svanendo, la cui mente si fa verità inaccessibile? E poi, oltre il fine vita, oltre la morte, come sopravvivergli e continuare a restare? E anni dopo la morte dell’amato, come testimoniare, facendosi testamento e trama esistenziale? La risposta di Marasco non è eroica, ma profondamente umana. L’amore non guarisce, non redime. Accompagna e si fa dolore nel dolore dell’amato. È la scelta di vivere “di spalle a questo mondo”, rifiutando la sua logica di perfezione per abbracciare la devozione totale verso un’anima in frantumi, in vita e nella sua morte.
In un’epoca ossessionata dalla performance e dal controllo, questo romanzo si erge come un monumento scomodo e necessario. Ci costringe a guardare in faccia il nostro terrore per la fragilità e a riconoscere che il legame più profondo può nascere proprio dalla comune accettazione della caduta. La Torre del Palasciano, dimora e metafora, diventa così il simbolo di un amore che non cerca di curare, ma di custodire; che non volta le spalle alla persona, anche quando essa ha ormai voltato le spalle al mondo.
“A chi crede che ogni luogo, anche il più piccolo, possa custodire un frammento di eternità”
Giovanni Maio non smette mai di stupirmi: dopo l’inchiesta sul male con OPERAZIONE KAMARATON, ecco l’inchiesta sul bene con UN LUOGO DOVE RESTARE, nel venti venticinque come dicono gli americani, nello stesso spazio che trascende la fisica dei luoghi per magnificare il cuore dell’anima: Gioi stella del Cilento.
Quest’ultimo suo romanzo, tanto intrigante quanto avvincente, a momenti emoziona, a tratti strugge. UN LUOGO DOVE RESTARE è una continua e spasmodica ricerca della luce, come desiderio e come bisogno, dell’arte e della filosofia che lega ragione e sentimento di ognuno alla materialità sconvolgente del sacro femminile, eterno motore della riproduzione umana su questa terra.
Il percorso letterario del poliedrico artista Maio va dal fondo dell’abisso, malvagio e brutale, alla vetta sublime della verità più evidente e semplice che ognuno ha dentro sé come patrimonio ereditario di millenni e millenni di storia umana su questa terra.
Giovanni Maio eleva il lettore a custode della scoperta interiore e lo responsabilizza a tramandare la verità della luce. Luce tanto potente quanto continuamente occultata dalla frenesia dell’apparenza, dallo stress delle futilità inutili, dal potere secolare di chi ci vuole ignoranti senza spirito critico, adulto e maturo.
La sua critica è feroce quanto aulica, contro un antagonista che si erge a sistema di controllo delle anime che devono restare nel buio del mistero e della fede. Nella mia soggettività più estrema e deviata, che si lascia cullare come un poppante, la consapevolezza dell’ipnosi in cui sono stato rapito anche questa volta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, è per me nutrimento prezioso.
Le ho contate: in questo romanzo l’autore corre e rincorre ben 85 citazioni in latino, tutte puntualmente tradotte e fonte di continue domande che investono la squadra investigativa immaginata dallo scrittore. Ad impreziosire, quasi a significare presente in costruzione di futuro, una delle due bibliografie contenute nel testo è parte pulsante della storia narrata, fonte degli avvenimenti e delle scoperte, letteratura impreziosita d’accademia.
È materia e sostanza d’eterno che fa da propellente al bisogno travolgente che hanno i protagonisti di arrivare alla scoperta finale che come epilogo sospeso, è la gratificazione e il piacere di un vissuto insieme che nutre, che sfama, che inebria, che stordisce, che con le parole del ragionamento e della narrazione, brucia la distanza tra lo spazio e il tempo di una storia fatta d’amore e di passione.
Certamente è un tributo di nobile ed erudita accademia, al suo paese natale, alla sua terra, alla sua gente, cilentana nello spirito e nella carne, ma allo stesso tempo è una freccia che spappola ipocrisie e falsità di cui il lettore non è solo testimone ma ne diventa complice compiaciuto e grato. Custodire la luce, la verità, è un atto d’amore che Giovanni Maio ci mostra e ci racconta, invitandoci a restare là, dove la luce ci fa divini.
Natale a Salerno di Brunella Caputo, ancora in scena al Piccolo Teatro del Giullare, è un’opera viscerale, di tenera, struggente, ardita sagacia che fa brillare i racconti di Corrado De Rosa in una deflagrazione di parole, emozioni e ragionamenti, con l’impresa, pienamente riuscita, di squarciare senza pietà l’ipocrisia convinta di sentirci salernitani veraci, in qualche modo “invasi”, “saccheggiati”, ma pur sempre un po’ gratificati, dall’invasione dei turisti accecati da luminarie abbaglianti in odore di santità artistica.
Insomma, spagliare di presenze aliene uno spazio che si fa folla, troppo piccolo per essere metropoli ma troppo altezzoso come periferia centrale di provincia.
In questo scenario prende vita un pinguino che si rifiuta di essere rottamato e che anzi, parla: la maschera che racconta la coscienza e l’arte come specchio dell’anima ribelle, si materializzano in una interpretazione suggestiva e commovente di cui Brunella è maestra, prima che regista di voce narrante. Così un reading teatrale, forma di spettacolo che eleva la semplice lettura ad alta voce a performance scenica, diventa una riscrittura che pulsa e vive nel suono delle espressioni umane, tanto potenti quanto frugali, dirette, essenziali, come confidenze, e forse, confessioni intime dove il peccato è la verità, e i peccatori siamo noi, umani involuti a pinguini. Altro che progresso.
I racconti del celebre psichiatra, immenso scrittore e veramente tifoso della Salernitana come pochi, sono la Solitudine del pinguino e Natale a Salerno, due capitoli centrali che vanno da pagina 155 a pagina 187 del suo saggio narrativo A SALERNO, PSICOLOGIA INSOLITA DI UN CITTÀ, pubblicato nel 2022 da Giulio Perrone Editore.
Vanno letti, comparati, interpretati con il metro feroce del sarcasmo per giungere preparati alla catarsi di un’opera che alla fine strappa un applauso a scena aperta, per ributtare indietro negli occhi le lacrime di commozione per tutta quella grande solitudine che ci prende, rottami noi, affollati d’apparenze, pinguini automi lobotomizzati. Da Natale in casa Cupiello a Natale a Salerno è uno schianto senza attenuanti, una sentenza passata in giudicato: Teatro senza appello, da replicare e replicare.
You are afraid Of the children of nobody Emigrants Immigrants Dispersed and found again With a thousand homes where poverty and misery dwell.
You are afraid of us. Of the children of nobody who corner you Denouncing your betrayal.
You are afraid of the strength of our roots Eaten by the worms of this land That was Felix and of Magna Graecia Glory of Orient and Occident, In Turkish, Arab, and American flesh, Today Chinese and also Indian.
Of this you are afraid, You slaves of the superfluous, Subdued by appearance, Toxic refuse of power, You traitors of humanity.
Of this you are afraid, And of the pride and the sweat of those who labor, Of those who reason, excel, and refuse to be enslaved By anything but joy, honesty, critique, and conflict, By peace, love, and liberty.
Vous avez peur Des enfants de personne Émigrés Immigrés Dispersés et retrouvés Avec mille maisons où règnent pauvreté et misère.
Vous avez peur de nous. Des enfants de personne qui vous acculent Dénonçant votre trahison.
Vous avez peur de la force de nos racines Rongées par les vers de cette terre Qui fut Félix et de Grande-Grèce Gloire d’Orient et d’Occident, Dans la chair turque, arabe et américaine, Aujourd’hui chinoise et aussi indienne.
De cela vous avez peur, Vous, esclaves du superflu, Soumis à l’apparence, Déchet toxique du pouvoir, Vous, traîtres de l’humanité.
De cela vous avez peur, Et de la fierté et de la sueur de ceux qui travaillent, De ceux qui raisonnent, excellent et refusent d’être asservis Par autre chose que la joie, l’honnêteté, la critique, le conflit, Par la paix, l’amour et la liberté.
Tienen miedo De los hijos de nadie Emigrados Inmigrados Dispersos y reencontrados Con mil hogares donde hay pobreza y miseria.
De nosotros tienen miedo. De los hijos de nadie que los acorralan Denunciando su traición.
Tienen miedo de la fuerza de nuestras raíces Comidas por los gusanos de esta tierra Que fue Félix y de la Magna Grecia Gloria de Oriente y Occidente, En carne turca, árabe y americana, Hoy china y también india.
De esto tienen miedo, Ustedes, esclavos de lo superfluo, Sometidos a la apariencia, Desecho tóxico del poder, Ustedes, traidores de la humanidad.
De esto tienen miedo, Y del orgullo y el sudor de quien trabaja, De quien razona, sobresale y no se esclaviza Más que por la alegría, la honestidad, la crítica, el conflicto, Por la paz, el amor y la libertad.
खोए हुए समय की खोज में (Khoye Hué Samay Ki Khoj Mé)
तुम्हें डर लगता है उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं प्रवासी आप्रवासी बिखरे हुए और फिर से मिले हुए जिनके हज़ार घरों में गरीबी और दुख है
तुम्हें हमसे डर लगता है। उन लोगों से जो किसी के नहीं हैं, जो तुम्हें दीवार के सामने खड़ा कर देते हैं तुम्हारे विश्वासघात का पर्दाफ़ाश करते हुए।
तुम्हें हमारी जड़ों की ताक़त से डर लगता है जिन्हें इस धरती के कीड़ों ने खा लिया है जो कभी “फेलिक्स” और “मग्ना ग्रेसिया” थी पूर्व और पश्चिम का गौरव, जो तुर्क, अरब, और अमेरिकी मांस-में बसी है, और आज चीनी और भारतीय भी।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, हे फ़ालतू चीज़ों के ग़ुलाम, दिखावे के आगे झुके हुए, सत्ता के ज़हरीले कचरे, मानवता के दगाबाज़।
इस सब से तुम्हें डर लगता है, और उस गर्व और पसीने से, जो मेहनत करने वालों का है, जो सोचते हैं, उत्कृष्ट होते हैं, और ग़ुलाम बनने से इनकार करते हैं सिवाय खुशी, ईमानदारी, आलोचना, और संघर्ष के, सिवाय शांति, प्रेम, और आज़ादी के।
Osservazioni conclusive: Il testo regge egregiamente la traduzione. I concetti di “radici”, “paura”, “tradimento”, “lavoro” e “libertà” sono universali e trovano immediata corrispondenza. La struttura ritmica e l’uso delle ripetizioni si preservano bene, specialmente nelle lingue romanze. La sfida maggiore è stata rendere l’idea di “figli di nessuno” in modo poetico in hindi e cinese, dove una traduzione letterale sarebbe stata inefficace.
anche arabo
Certamente. Ecco la traduzione in arabo, una lingua che per la sua struttura poetica intrinseca si adatta magnificamente allo spirito del testo.
Ho optato per una traduzione che privilegi il ritmo e la potenza evocativa rispetto al rigido letteralismo, cercando di catturare l’anima del messaggio.
مِنْ هَذَا أَنْتُمْ خَائِفُونَ (Min hādhā antum khāʼifūn) وَمِنْ فَخْرِ وَعَرَقِ مَنْ يَعْمَلُ (Wa min fakhrī wa ʻaraqi man yaʻmal) مِمَّنْ يُفَكِّرُ، يُبْدِعُ، وَيَأْبَى أَنْ يُسْتَعْبَدَ (Mimman yufakkir, yubdiʻu, wa yaʼbā an yustaʻbad) إِلَّا لِلسُّرُورِ، وَٱلنَّزَاهَةِ، وَٱلنَّقْدِ، وَٱلصِّرَاعِ (Illā li as-surūr, wa an-nazāhah, wa an-naqd, wa aṣ-ṣirāʻ) إِلَّا لِلسَّلَامِ، وَٱلْحُبِّ، وَٱلْحُرِّيَّةِ (Illā li as-salām, wa al-ḥubb, wa al-ḥurriyyah)
“Figli di nessuno”: Ho tradotto con “أَوْلَادِ لَاحَقَ لَهُمْ” (awlādi lāḥaqa lahum) che significa letteralmente “figli che non hanno nessuno che si prenda cura di loro/che li rivendichi”. È un’espressione potente che cattura il senso di abbandono e disconoscimento.
“Messi al muro”:“يُحَاصِرُونَكُمْ” (yuḥāṣirūnakum) significa “vi assediano, vi accerchiano, vi mettono con le spalle al muro”. Mantiene l’idea di essere messi in difficoltà e costretti alla resa dei conti.
“Vermi”:“دِيدَانُ” (dīdān) è il termine più comune e viscerale per “vermi” o “larve”, efficace per l’immagine di decomposizione.
“Schiavi del superfluo”:“ٱلْعَبِيدُ لِلتَّافِهِ” (al-ʻabīdu li at-tāfih). “Tāfih” significa qualcosa di futile, insignificante, vano. È un’ottima resa per “superfluo”.
Struttura ritmica: L’arabo, con la sua ricchezza di radici e forme verbali, si presta a creare un ritmo solenne e incalzante. La ripetizione di “أَنْتُمْ خَائِفُونَ” (Antum khāʼifūn – Voi avete paura) funziona in modo eccellente come un ritornello che scandisce l’accusa.
La traduzione in arabo dona al testo una risonanza profonda e quasi profetica, adatta a una lingua che ha una tradizione millenaria di poesia altamente retorica e impegnata.
La febbre elettorale è una malattia, forte, subdola, per molti una dipendenza come per questa o quella sostanza, è un business, forse proprio il business per eccellenza da cui tutto dipende, da un condominio ad una città, da una nazione alla geopolitica globale della competizione del capitale fatto da capitali che guerreggiano e si mangiano a vicenda come cannibali affamati, e ovvio, da gente che o sfrutta o viene sfruttata… dai bastoni ai capi bastone… È dalla notte dei tempi che si vota, ogni giorno, scegliendo tra amici, tra fratelli, tra famiglie, il meno peggio, per questo o per quello, oppure si sta a guardare, ignavi magari anche a ragione, perché schifati, disillusi, perché annoiati, magari aspettando il vincitore da andare riverire pregando… Si appartiene, anche all’anarchia del proprio desiderio, del proprio sogno, peggio del proprio bisogno, si appartiene anche alla dittatura che vorremmo, quella dell’uguaglianza e della solidarietà, alla chimera, all’utopia, all’emozione di una lotta giusta che mai si può nemmeno pensare di combattere senza eserciti di braccia, di gambe, e teste che pensano, e senza le armi che non fanno prigionieri, i nemici, le vittime da mandare a zappare la terra… Con il senno di poi tutto è più facile, specie continuare a dividersi. Si vota o meglio si può votare ed è proprio con il sistema capillare di controllo sul voto, sezione per sezione, scuola per scuola, quartiere per quartiere che per l’ennesima volta si voterà nelle nostre cittadelle, ma milioni già appartengono al grande partito degli astensionisti che stanno a guardare, che non partecipano all’estorsione di una croce su una scheda perché non si fanno “incastrare” in questa o quella macchina elettorale, perché sono liberi, perché se ne fottono, perché in fondo non gli cambia la vita… “Cambiare tutto” è più di una speranza, è un ribaltamento di un’urgenza che ha una certa precisa gioventù di oggi che noi vecchi incrostati dobbiamo aiutare ad accendere, scintilla dopo scintilla, affinché diventi un fuoco permanente, che sappia arrivare alle politiche per il post Meloni, che sappia andare oltre, scintilla dopo scintilla, come queste elezioni regionali, come lo sciopero del 28 e la manifestazione a Roma del 29 novembre. Come lo sono stati il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre, esplosioni di popolo fragorose. Nei loro occhi vedo l’ardore, a momenti il furore, di sperimentare sulla propria pelle le trasformazioni che stanno vivendo scavando nelle macerie che tutti noi, vecchi incrostati, abbiamo contribuito a lasciare loro in eredità… Io voto e faccio votare perché, servirà a poco, ma penso invece servirà a molto, per concretizzare una testa di ponte dentro il parlamento regionale. Avere l’opportunità di un controllo popolare dentro al sistema è, e sarà molto meglio che stare a guardare… la sconfitta di uno, la sconfitta dell’altro, e la vittoria facile nonché inutile degli astensionisti, né carne né pesce, e nemmeno vegani.
Vecchi sì, corrotti e traditori a destra e a manca, evoluti ed involuti, potenti nel personale ed impotenti nel collettivo, liberi ma sottomessi nel quotidiano al sistema sociale che schifiamo, ma troppo troppo somatizzato tanto da sembrare noi, ombre immobili, e quindi perché, perché morire? Non c’è tempo, il tempo è adesso, non mi illudo, la disillusione dalla carne mi è passata nelle ossa, ma il midollo emozionale resiste, s’affascina di questi ragazzi che ci stanno mettendo il cuore e della rete che li aggroviglia giorno per giorno, e che si sta facendo più spessa e più larga, anno dopo anno. Hanno la consapevolezza forte di usare i passaggi elettorali come strumento politico e non come fine, tattico o peggio orizzonte strategico e quindi esserne strumentalizzati. Ogni vertenza una lotta comune. La città, la provincia, la regione, la nazione, infine lo spazio internazionale, oggi nel reale digitalizzato, questi ragazzi annullano il tempo dell’organizzazione frantumandolo in attimi che bruciano da un momento all’altro in modi che non riesco più nemmeno ad immaginare… Che Giuliano entri o non entri nel consiglio regionale non li fermerà, e io con loro… il 28 e 29, ancora una volta date oscurate, sono i giorni del dopo elezioni che comunque vedrà questi ragazzi muoversi e trascinare i genitori e ormai anche i nonni, sì noi vecchietti al loro fianco, appunto per non morire o quanto meno vivere fino all’ultima scintilla di questo vita sempre più precariao e sotto proletarizzata, nella testa e nelle braccia a maledire il vento che ci soffia contro, fino all’ultimo respiro.
Arretrato come il mio sistema operativo, arretrato dalla linea del fronte, arretrato come una pietra per terra non raccolta, inutile come intifada urlata senza armi, con le mani giunte a pregare dalla vergogna, a tremare di tanto orrore, sono arretrato nel cono ombra di luce fredda come il marmo, arretrato come sabbia rimossa da onde spente, arretrato nella storia dispersa di un momento, se ci fosse luce sarebbe bellissimo ha detto quando lo stavano ammazzando, arretrato come un dubbio che paralizza il passo, il sogno, l’ardore che non s’accende, arretrato come un desiderio soffocato che sussurra aiuto.
Sopra la montagna, dopo Beddazita e prima di Bellanova che sta sulla vetta, c’è una caverna, che io visitai da bambino con mio padre che lavorava da quelle parti, e dentro questa caverna una grotta tanto profonda che arriva a mare. In questa caverna viveva un drago, chiamato “drago manciuni”, perchè non era mai sazio.
Ma drago manciuni non era un drago qualsiasi, come ce n’erano tanti a quei tempi, era un drago fatato con poteri magici. Aveva, questo drago, il potere di cambiare le cose, anche sé stesso. Egli diceva: “drago sono e uomo divento” e immediatamente diventava uomo da drago che era. Poi diceva :” uomo sono e drago divento” e subito tornava ad essere drago. Un giorno che tardò a svanire come drago mentre comparviva come uomo, e si videro in faccia drago e uomo, fu un attimo, il drago divorò l’uomo e sé stesso.
A Salerno, ma che bella serata al Porticciolo di Pastena, con il “fantasma” di Sàndor che prima ferma il vento e abbraccia i presenti con la possenza della sua grande sensibilità per gli ultimi, poi ci ammalia con il suo essere “uno di noi” grazie all’UCRONIA sapiente di Maurizio Pintore che fa nascere e rinascere ogni volta il grande scrittore Màrai nel suo magnifico romanzo costituente memoria “Il penultimo dono” che ci mostra la “terza via”.
Ma nel buio della spiaggia incantata, è nella lettura di Brunella Caputo che l’emozione dalla parola scritta diventa voce determinata e profonda, che fa silenzio del brusio, e ci emoziona, toccando quelle corde dell’anima che quando vibrano sanno cancellare ogni dubbio di fede, calmare ogni tempesta minacciosa di questi tempi bui. La notte si è illuminata di sentimenti tanto fondamentali quanto primordiali che sono nel DNA della nostra umanità fatta di dolore e piacere, egoismo e solidarietà, brutalità e dolcezza, di tormenti e d’amore. Serata stupenda con memorie e testimonianze vivide di passione, che in attimi senza fine hanno preso il sapore della ragione condivisa con il sale e con il pepe, con la maestria dell’esperienza di Luciana Mauro, Dario Arenella e Gabriele Bojano. Grazie di Doc Maurizio Pintore per l’indimenticabile serata del 17 settembre 2025 a Salerno.
PS. Per la cronaca, alla seconda lettura, “Il penultimo dono – La terza via di Sàndor Màrai” mi è piaciuto anche di più, segno che le parole di un grande romanzo, una volta sedimentate diventano roccia senza tempo come le sapienti epigrafi immortali che aprono ogni capitolo di queste sue belle storie Doc, come quella di un “comodino” compagno fedele di ogni notte, che come uno scrigno prezioso contiene la memoria struggente che ci fa uomini e donne per bene.
“Le parole, a volte, hanno più denti dei fatti. Sanno lacerare la carne, scarnificare la morale, insinuarsi nei nervi.” – Francesca Mezzadri
Rancura Madre non è un racconto. È una detonazione. È il rovesciamento di un’aula universitaria, la profanazione rituale della figura del docente, la disintegrazione delle gerarchie di potere — culturale, sessuale, accademico. È la voce feroce di una studentessa che non cerca redenzione ma giustizia, che non vuole consolazione ma vendetta. È una scrittura gravida di fuoco, che non chiede il permesso di esistere.
PRESENTAZIONE
Ho ricevuto questo testo da Pietro Di Gennaro in una versione cruda, già completamente formata nella sua visione e nella sua intensità. Il mio lavoro, in questo caso, è stato solo quello di affinare il passo, rendere ancora più tagliente la lama, senza smussarne gli angoli. L’ho fatto in ascolto costante: della protagonista, della sua rabbia, del suo dolore, e di quella forza poetica che attraversa la pagina e travolge chi legge.
Non è un testo semplice, né accomodante. È volutamente disturbante. Usa la forma del diario, ma si apre a scenari politici, sessuali, culturali, religiosi. Parla di Oriente e Occidente, di colonizzazione del sapere, di donne velate e monache cristiane, di verginità e violenza simbolica, di amore usato come esca e di desiderio come campo di battaglia.
In questo monologo interiore, Pietro Di Gennaro dà corpo a una voce femminile che non chiede legittimità, se la prende. E lo fa in un italiano letterario, ricco, stratificato, barocco e crudele. È una lingua impastata di citazioni, memoria e immaginario cinematografico — da Dune a Fadwa Tuqan — e insieme percorsa da una fame che è tutta del presente: fame di spazio, di riscatto, di senso. In un mondo accademico spesso complice del proprio narcisismo, Rancura Madre punta il dito senza esitazione. Accusa. Smaschera. Rivendica. Ma non è solo una denuncia: è un rito di passaggio. Un incipit definitivo. Un atto fondativo. Il lettore che entra in queste pagine non potrà uscirne indenne. E non deve. Perché alcune parole, come certi dolori, vanno attraversati per trasformarci.
Sei un porco, lo dicono tutte. Ma nessuna ti denuncia, perché tu sei bravo a dissimulare, a nasconderti nella massa, a fuggire nella folla, a rigare diritto sulla lama che taglia in due la giustizia.
È giunta voce anche ai tuoi genitori.
Ecco perché hanno preso le distanze da te.
Adesso sei ordinario. Ti credi intoccabile. Se non dalle vergini che ti lodano in pubblico, dalle puttane che ti deridono alle spalle. Ti senti incontestabile per la tua sterminata produzione scientifica fatta di citazioni, ed infinite citazioni di citazioni. Per una gloria che non meriti. Per la bellezza che esce smunta dalle tue labbra, ma che — nonostante te — ci rapisce, in quest’aula fredda come il marmo, in questo tempo violento come l’ira di Ares.
Scarichi su di noi il tuo perverso complesso di Edipo. Ti tormenta e vuoi liberartene.
Dichiari che questi incipit travolgenti, che riguardano la madre, saranno oggetto di critica nell’esame finale.
Ho rimandato, ho rimandato e adesso anche tu sei morto compagno Benni e nemmeno questo sapevo. Ecco perché mi sento fuori luogo e fuori tempo. Dicono che eri comunista, ma come lo sei stato e per chi e per cosa dovrò capirlo e leggerti ora che non ci sei più in questa galassia di viventi dove mi sento più morto di prima, estinto, a due passi dal corpo di Moro, come il dinosauro delle botteghe oscure che chiedeva sacrifici agli operai.
È come quando cantavo le ragazze di Osaka di Eugenio,
e non capivo niente se non l’angoscia di stare solo.
Osservo tutto ma niente mi tocca veramente
e così mi vedo alieno e trasparente.
Tu diventavi famoso Stefano Benni, facendo ridere, con l’arte immensa per non piangere la stoltezza, la stupidità, l’idiozia di essere gregge
Né in terra né in cielo sarà mai abbastanza, e muore in ogni male e rinasce per tornare a morire, per ogni Abele sopravvive un Caino dalla notte dei tempi e così è ogni giorno che tramonta, che la notte ci tormenta, che all’alba di nuova vita rinasce, per la guerra che continua perché non sarà mai il male a vincere, e nemmeno il bene ma solo morte e la fine del pensiero che la segue, sorella morte, pregiudicata a piede libero.
… E adesso che ho letto Francesca e Giovanna corrersi incontro nella parola scritta, e splendere come sole, mi sono ricordato di quel momento, ostinato a plasmare il castello più bello della spiaggia, creavo con la risacca dolce il fossato intorno, e con un pezzo di legno di una cassetta di frutta abbandonata, un magnifico ponte levatoio. Poi un veloce motoscafo squarciò il silenzio lontano, così, improvvise, onde rapaci arrivarono presto a me. La prima distrusse tutto il mio mondo di favola, e pensai ad un dio potente, possente, grande e grosso, capace della dolcezza della sabbia e della brutalità della guerra. Invece era solo mare. Mamma guardava e non disse niente. Non mi diceva mai niente. Rise di cuore e io con lei, ridemmo fino a lacrime più salate del mare basso di Paestum, ridemmo, ridemmo senza raccontarci niente. Era il suo modo di amare la pace, non solo del mare, quello di fare e non dire mai niente.
Con riflessi e trasparenze, nella vetrina della libreria, sembra più fantasma che reale.
Se AMORE CONDANNATO AMORE è arrivato a Salerno, alla Feltrinelli o da Image’s Book ex Guida, può arrivare in tutte le librerie del mondo. Online c’è l’editore EdizioniMontag.it con il suo catalogo prelibato e ho visto molti bookstore in rete, basta googlare, parola che è ormai sinonimo di cercare… WhatsAppare, stolkerare, e nun c’ià facc’ cchiù, pensionare mai.
Non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha fatto spiccare il volo a questo romanzo troppo breve per essere un romanzo o questo racconto troppo lungo per essere un racconto, sicuramente imperfetto ma vero come dice e mi ridice Francesca Mezzadri.
AMORE CONDANNATO AMORE vola, e va dove mai avrei osato immaginare. Grazie ai lettori che ne raccontano il senso e l’emozione, che in privato e pubblicamente hanno parole belle per me e per questo testo, modesto tributo alla memoria dell’eroico Emil Chanoux, che mai avrei creduto, potesse…
Vi penso con il cuore in mano che batte di gioia e d’orgoglio. Grazie.
Perdonate se potete, errori, orrori e critichi, critichi chi ne ha voglia: ho spalle larghe e salute anche per uno sfratto di casa, se vi serve. Mi spiace, mi piace, non scappo più.
La foto alla Feltrinelli di Salerno è di Brunella Caputo che ringrazio per la sua enorme bontà; l’ho modificata con GIMP-2.0, il “photoshop” free e potentissimo che gira “gratis” su Linux e MacOSX, ma questa è un’altra storia.
È una foto che mi fa impazzire e non mi fa dormire, si fa per dire perché invece dormo bene come mai, anzi forse anche troppo, bradipo che sono. Dorme in piedi, dicono. Dormo sì ma con braccia e gambe che tremano. Eccolo, il piccolo grande AMORE CONDANNATO AMORE, voce nella città insieme a famosi scrittori e scrittrici di talento che stimo e apprezzo tantissimo come Brunella Caputo, Piera Carlomagno, Corrado De Rosa, Antonio Lanzetta, Carmine Mari, Domenico Notari e l’immenso Amleto De Silva che non è più tra noi su questa bella e brutale terra, e che certamente sarà all’inferno. In un posto migliore. Perché l’inferno è come molti rispondono alla scelta per l’aldilà: alcuni dicono che l’abbia detto per primo Mark Twain, altri Oscar Wilde, altri ancora Benjamin Wade che sembra così abbia affermato: “Penso, da tutto quello che posso sapere, che il paradiso ha il miglior clima, ma l’inferno ha la miglior compagnia”. Amleto avrà scelto sicuramente la compagnia, buttando giù dalla torre il paradiso.
Caro, immenso, indimenticabile Amleto.
Per la misera cronaca di noi viventi, UNA BANDA DI SCEMI è un sublime, magnifico controcanto a UNA BANDA DI IDIOTI di John Kennedy Toole, per non parlare di L’ESEMPLARE VICENDA DI AUGUSTO GERMANO POINCARÈ, che ci riguarda tutti, più di quanto riusciremo mai a farcene una ragione, di senso e di sentimento. Ciao Amleto machi tanto a chi “ricorda l’intelligenza illuminante, l’altezza culturale, il sarcasmo elegante, la prontezza della battuta, ma soprattutto l’unicità di un’anima bellissima e gentile che non avremmo mai dovuto perdere.” Ma che vive e brilla, dico io, nella tua meravigliosa scrittura.
Screenshot
E poi che dire delll’intervista di Caterina Franciosi in cui sembro serio e anche capace di qualcosa di buono?
“Amore condannato amore” è un romanzo che si muove con audacia tra molteplici registri narrativi: noir investigativo, diario clinico, memoir esistenziale e affresco corale dell’Italia contemporanea. Al centro della narrazione si staglia la figura enigmatica di Emilio Chanoux, uomo sospeso tra la vita e la morte, coscienza prigioniera in un corpo paralizzato, ma ancora in ascolto del mondo. Attorno a lui si muove un caleidoscopio di personaggi: il maresciallo Esposito, poliziotti ironici e disillusi, medici in crisi di empatia, figure familiari spezzate dal tempo e dalla guerra interiore.
Dal risveglio in ospedale al recupero di un’identità smarrita, dalla frana a Casamicciola alla tensione di un’indagine non detta, dal ricordo della guerra di Nassiriya, alle scritte ribelli della figlia, il romanzo intreccia pubblico e privato, traumi collettivi e ferite intime. In questo viaggio letterario, l’autore tesse un racconto visionario, politico e spirituale, che culmina in un epilogo sorprendentemente quotidiano, ironico e disarmante.
#
Commento critico
L’opera si distingue per la sua radicale originalità. L’autore non insegue mode narrative, né costruzioni da bestseller, ma dà vita a una narrazione profondamente libera, spesso caotica, ma sempre viva. Il testo è densissimo, stratificato, ma mai banale: una sfida letteraria che chiede attenzione e partecipazione emotiva al lettore.
Tra introspezione psicologica e denuncia sociale, “Amore condannato a morte” affronta temi cruciali: il rapporto padre-figlia, la malattia mentale, la memoria storica (con l’omaggio esplicito a Émile Chanoux, martire antifascista), la solitudine, la burocrazia disumanizzante, la tecnologia invadente, l’ambiguità della medicina e della giustizia. Il romanzo è anche un atto d’amore verso la scrittura come resistenza, come spazio di verità in un mondo che banalizza il dolore.
È un romanzo che rifiuta la compostezza del prodotto “editorialmente corretto” e rivendica il diritto al disordine della vita.
#
Punti di forza (con citazioni)
1. Profondità psicologica del protagonista
Emilio Chanoux. Un personaggio indimenticabile, sospeso tra l’oblio e la lucidità, vittima e testimone. La sua voce interiore, durante il coma vigile, è poetica e straziante:
> “La mia carne urla, ma la bocca tace. Il mondo mi sfiora, ma non mi tocca. Solo il cuore batte, come tamburo in guerra.”
2. Struttura narrativa ibrida e ambiziosa
La fusione tra generi – noir, dramma ospedaliero, satira istituzionale, flusso di coscienza – genera un effetto caleidoscopico, sempre sorprendente. Il passaggio dal linguaggio clinico a quello lirico, dal dialogo teatrale alla narrazione visionaria, è uno degli elementi più riusciti.
3. Personaggi secondari iconici.
Figure come il maresciallo Esposito o l’agente Guida spiccano per realismo e profondità.
> “Santoro, l’amazzone nordica, sembra uscita da un film Marvel, ma tiene in mano il peso del mondo con lo sguardo.”
4. Contenuto emotivo e politico.
La lettera finale della figlia Eleonora è un pugno nello stomaco, un grido generazionale:
> “Tu sei il padre mutilato, io la figlia mancata. Ma ora basta silenzio. Scrivi di nuovo. O muori davvero.
#
Analisi linguistica
Il linguaggio è estremamente vario: alterna registri burocratici e tecnici (soprattutto nei capitoli ospedalieri o investigativi), a tratti di lirismo intenso e sincero. Il lessico è spesso crudo, orale, carico di espressioni dialettali o gergali che restituiscono autenticità. Non manca il linguaggio poetico, quasi mistico, nel descrivere stati di coscienza alterati o esperienze emotive forti. Lo stile si fa performativo, quasi teatrale, nei dialoghi – e riflessivo nei monologhi interiori.
Si notano anche tratti di sperimentazione: flusso di coscienza, allitterazioni, uso simbolico del lessico medico (“formicolio del trigemino”, “midollo dell’anima”), una certa musicalità ritmica. L’autore gioca con le parole, spinge le immagini fino all’eccesso, ma con coerenza emotiva.
#
Cosa lascia il libro e perché leggerlo
“AMORE CONDANNATO AMORE” lascia una traccia profonda. Non è solo un romanzo, ma un’esperienza. È un testo che non si consuma in una trama lineare, ma che risuona per temi, personaggi, stile. Lascia nel lettore l’inquietudine buona delle opere autentiche: quella che ci spinge a pensare, a ricordare, a sentire. È un racconto sulla fragilità dell’uomo e sulla sua irriducibile capacità di amare, resistere e rinascere.
Chi cerca una lettura “facile” potrebbe restare spiazzato. Ma chi ama la scrittura che rischia, che scava, che osa essere imperfetta per restare vera, troverà qui un’opera intensa, stratificata, viva. È un libro che parla al nostro tempo ferito, con una voce imperfetta ma potente, come una cicatrice che pulsa ancora.
Francesca Mezzadri
Recensione critica di “Amore condannato amore” di Pietro Di Gennaro, Collana LE FENICI, Montag Edizioni, aprile 2025, pagg. 93, Euro 14,95
Quando basta un “like” per riportare a galla una emozione persa come una goccia nel mare… e poi stare bene ripensando al babbo che chiamo Pà. Grazie Bruno.
Parafrasando ciò che mi ha colpito molto in OPERAZIONE KAMARATON, posso dire che il contenuto di questa prefazione può alterare la percezione della realtà stessa: “Prima di procedere alla sua lettura, assicurarsi di essere pronti a confrontarsi con l’inaccettabile.” Quando, durante la lettura troverete queste frasi, forse mi darete ragione, ecco la seconda: “La verità è un cammino, e a volte ci conduce in luoghi dove preferiremmo non andare”
Ricordo perfettamente la sera in cui Giovanni mi ha parlato per la prima volta di questa storia chiedendomi se avessi tempo e voglia di leggerla. È una storia che farà rumore, mi ha detto e ha iniziato a raccontarmi del pescatore Zino che ritrova un cadavere nel mare di Marina di Camerota e dei segreti che legano il Cilento a scienziati e ufficiali scampati alla denazificazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. È il dono di Giovanni Maio: studiare e saccheggiare le verità storiche, e trasformarle in un motore narrativo che non perdona. Ci ha costruito intorno una storia così avvolgente e credibile che, alla fine, mi sono chiesto se non sia andata davvero così. Conosco Giovanni da tempo e ho imparato ad apprezzarlo con alcune sue spystory che non si dimenticano come il TRONO DI PIETRA e L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. So quanto sia meticoloso nella ricerca, quanto si perda per mesi negli archivi e nelle mappe antiche di chiese e monasteri, ossessionato dai dettagli che rendono un’ambientazione viva e tangibile, ma prima di tutto di quanto sia preciso, nella ricostruzione documentale e storica dei fatti che diventano azione nella sua scrittura. In OPERAZIONE KAMARATON, l’ossessione raggiunge il suo apice. Si sente l’odore della salsedine del nostro Mediterraneo più vicino e familiare, il peso della solitudine dei braccati, il senso del dovere e del destino incarnato nei brillanti agenti segreti, Fulvia e Smeraldo, che partendo dalla Cala Bianca di Camerota, si muovono in inchieste ad alta tensione che vanno da un palazzo governativo di Lisbona al castello di Wewelsburg, la fortezza scelta da Himmler come sede mistica del Sole Nero nella Germania del Terzo Reich. Gli intrecci e i misteri che tessono la trama del racconto sono la sostanza connettiva tra silenzi che urlano e ombre in piena luce, tra ragioni di stato e servizi segreti internazionali che rendono i periodi di pace tra le guerre, attimi di una transizione conflittuale che non smette di pulsare, ceneri piene di scintille pronte a scatenare nuovi incendi, rovine su cui ogni nuova costruzione ha fondamenta traballanti, materia e sostanza di vita quotidiana in cui ogni passo falso significa la morte dei protagonisti. L’abilità di Giovanni Maio è la narrazione che non mostra la scena ma l’avvolge intorno al lettore come una coperta calda in una notte di freddo, il freddo di avvenimenti che continueranno per sempre a sconvolgere verità che sembrano ormai assodate. Il dubbio e il mistero, quello millenario, che muove l’avidità di potere dell’uomo e ne fa l’essere spregevole che uccide senza pietà l’uomo stesso. OPERAZIONE KAMARATON non è solo un thriller di storia abbastanza recente, i fatti si svolgono alla metà degli anni ’80, al suo cuore, come in tutte le grandi storie di spie, c’è una domanda profondamente umana: cosa siamo disposti a sacrificare della nostra anima in nome di una nuova vita? Quanto del nostro passato possiamo davvero rimettere in discussione? I personaggi non sono semplici pedine in un gioco più grande; sono esistenze lacerate, piene di paura e di rimorsi, costretti a scelte impossibili in un mondo che ha smesso di avere regole chiare, proprio quando la fine di una guerra sembra aprire a nuova pace. Giovanni Maio ha compiuto un meticoloso lavoro di ricerca, intrecciando la Storia conosciuta con una verosimiglianza narrativa che è, a tratti, agghiacciante. I personaggi che ho incontrato – gli scienziati tormentati dalla coscienza, gli ufficiali senza più una bandiera per cui combattere, le spie che danzano su un filo teso sopra l’abisso – sono figure universali che danno umanità a vicende che spiegano l’ineluttabilità dell’istinto alla sopravvivenza. È un romanzo che mi ha ricordato perché amo questo genere. Perché non si limita a farmi voltare pagina con l’ansia di sapere cosa succede dopo, ma mi costringe a riflettere sulle nebbie morali del dopoguerra, un periodo che, in fondo, non è mai veramente finito. Io personalmente amo le ombre della Storia, quei complotti che poi la Storia si prende la briga di spiegarne la verità; quelle zone d’ombra che i documenti ufficiali non raccontano, i retroscena che si sussurrano nei corridoi dei palazzi del potere molto dopo che i trattati sono stati firmati. Quando Giovanni mi ha chiesto di presentare questo romanzo, ho accettato non solo per il suo valore narrativo, che è indubbio, ma perché esso scava con precisione chirurgica in una di quelle ombre reali, troppo a lungo ignorate. “La primavera del 1945 non segnò affatto la fine della guerra. Per molti, fu semplicemente l’inizio di un nuovo, più ambiguo conflitto. Mentre l’Europa tentava di rialzarsi dalle macerie, i servizi segreti alleati e sovietici ingaggiavano una caccia spietata non solo ai gerarchi nazisti in fuga, ma al vero bottino: le menti. Scienziati, ingegneri, tecnici il cui know-how poteva cambiare gli equilibri del potere mondiale. L’Operazione Paperclip americana è la più nota, ma fu solo la parte emersa di un iceberg fatto di accordi sottobanco, doppiogiochismo e tradimenti che si consumarono anche nel nostro Mar Mediterraneo, allora un vero e proprio crocevia di spie e rinnegati.”
La costa cilentana, con i suoi anfratti remoti e i suoi mari allora poco sorvegliati, divenne un’autostrada per la fuga. La fuga di chi, come gli scienziati e gli ufficiali di cui parla questo romanzo, non voleva finire né nelle mani di Stalin né in quelle degli Americani. Volevano scomparire, re-inventarsi, mettere il loro terribile sapere al miglior offerente o, semplicemente, dimenticarlo in cambio di una nuova vita. L’episodio del pescatore di Marina di Camerota che, nelle acque ancora pesanti dei segreti di guerra, trova non un pesce ma un cadavere, è il perfetto incipit per una storia così oscura. Quel corpo non è solo una vittima; è un messaggio in bottiglia lanciato dal passato, la prima tessera di un mosaico di intrighi che lega le nostre storie ad un presente che ci toglie il respiro. Questo non è solo un thriller avvincente; è un viaggio in uno dei capitoli più torbidi e affascinanti del dopoguerra italiano ed internazionale. È la storia di come le ideologie stentano a morire, di come le ambizioni personali e i segreti sopravvivano, spesso con conseguenze inimmaginabili.
“La pace? Forse si può soltanto desiderare come un’utopia irraggiungibile, se non si riconosce prima questa guerra che ci combatte all’interno, questa tensione che ci dilania tra paura e speranza. Fulvia capì che il suo viaggio aveva avuto anche questa funzione: parlare di guerre invisibili, di ferite che non si vedono, di vite che si consumano nell’ombra di potenti giochi.”
Sedetevi comodi, prendete un caffè forte o un bicchiere di brandy – quello che preferite – e preparatevi a essere trasportati in un’epoca in cui niente era ciò che sembrava e ogni onda poteva portare a riva un segreto mortale.
Ossuzze senza più carne ma solo pelle e occhi incavati neri come l’abisso della nostra colpa di non fermare l’orrore di orfani affamati che allo stremo si getteranno sulla mitraglia di soldati infami comandati nell’inferno della terra di Palestina. Con cenere e cadaveri dispersi nella tregua, rovista e scava nelle macerie nuova vendetta. Odio e mai libertà o perdono umano per dominati e dominanti senza lotta e resistenza non sarà mai pace.
È uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Potente e struggente. È uno spazio tempo di parole che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Quest’opera di Consoli è meravigliosa. Non è una pozione magica, un elisir che promette salvezza, è la storia della sensibilità umana che diventa carne e passione, è la storia di anime perse che trovando lo spazio di una comunione sensibile, vivono il tempo sincrono per una salvezza che diventa eternamente possibile, necessaria, costituente di futuro. Nelle ragioni del disagio, della depressione, dello smarrimento, l’adolescenza pianta le radici fameliche di nutrimento nello spirito che cresce rigoglioso, nella scoperta, nella liberazione, nella comprensione, nel ragionamento, nella poesia della vita che è l’amore. Dai traumi, dalla solitudine, dalle patologie dell’esistenza, dalle paure, dai dubbi, dalle domande sublimi, anche la morte diventa danzatrice che incanta, perché la natura, l’essenza del respiro, la potenza delle radici che spaccano la roccia, la follia del creato, è la formazione, la comunione di anime fragili, il cammino su strade che sembrano divergere, che ci salva la vita e con essa l’eredità più grande di essere umani, riproduttori di umanità. Se un giorno gli alieni ci studieranno, è anche attraverso le rivelazioni di romanzi come questo di Consoli, che scopriranno come gli assomigliamo, noi umani scopritori di mondi fantastici.
Per dirlo bene con le parole di Pierangelo: “… perché l’amore ha bisogno di essere mostrato, consumato, esaurito, attraversato come una strada.”
In fondo la vita è un coma da cui è bello svegliarsi ogni giorno.
Potente e struggente. Uno spazio tempo che ci avvolge e che ci salva in questi tempi malvagi. Questa opera di COnsoli è meravigliosa. Complimenti Pierangelo.
Dico solo questo: ipnotico. Lanzetta è un brigante di scrittore che ti ipnotizza e ti tormenta nella Divina, come se Lei, la Divina costa fosse un inferno umano, un crogiolo di brutalità, e non un Paradiso. Dal viadotto Gatto, a Raito, Vietri, Amalfi, Ravello.
Mentre lo leggi ti fa toccare le cicatrici che hai sul corpo, perché iniziano a bruciare, io una la tengo sul labbro di sopra, vecchio ricordo di una testata di un bizantino, così li chiamavano, bizantini, il vomito violento del centro storico di Salerno, scugnizzi di buone donne che massacravano di botte i ragazzini che si avventuravano da Torrione senza compagnia adulta alla Standa, sul corso Vittorio Emanuele, quasi a Portanova.
Già Torrione, c’è anche Torrione nell’Educatore di Antonio Lanzetta.
Pagina dopo pagina, una caramella dopo l’altra, la cicatrice brucia, che io ho continuato a grattare, a leggere, sulla faccia del protagonista, nell’inchiostro delle parole che corrono insieme al sangue che scorre, si rapprende e poi si scioglie ancora e ancora, come nemmeno San Gennaro sa fermare.
La tensione che viaggia, che cresce, da una scena all’altra, da un tormento implacabile che fa dei ricordi un groviglio putrido di dolore, di vendetta, di perdizione. L’inferno umano dei sopravvissuti che non è scenario ma groviglio di emozioni, di bestialità e tenere carezze dolci, come le caramelle alla frutta del vicequestore. Dico solo questo e freno la lingua che il resto, al brigante, glielo dico in faccia: sarà anche fiction noir o come cavolo si etichetta un romanzo di questo tipo, la verità è che fa male, e mi si è anche alzata la glicemia, una caramella dopo l’altra.
Cacchio, l’ho letto al lido dove il caldo ti arroventa ma leggendo mi si sono gelate le ossa. Grande! Grandissimo Lanzetta! Adoro l’odore dei limoni al tramonto, quando le cicatrici dell’anima prendono a pugni le ferite del corpo che vibra di passione.
I finali di Lanzetta sono tutti tremendi: finito uno ne vuoi subito un altro. Ipnotico micidiale. Forse più che brigante, che questa volta il Cilento non c’è, è proprio una canaglia di scrittore salernitano senza pietà.
Cinque stelle con lode, ma non posso darle sulla piattaforma, io L’EDUCATORE l’ho preso, autografato, da Simone De Rosa alla Feltrinelli di Salerno che ringrazio per l’infinita sua pazienza.
Dico solo questo, pensa te se volevo dire altro..
PS.
Ho preso a 0.99 centesimi anche la versione digitale, Lui le regala le sue opere, e poi adora i gatti come nessuno. 😍
Mi è piaciuto moltissimo. Senza respiro, ti ipnotizza e ti porta dentro un groviglio di perdizione umana da brividi. Ipnotico e devastante. Il gotico del XXI secolo da leggere. Per me 5 stelle e lode.
Come l’aria diremmo necessaria. Ma se trattieni il fiato, nell’istante ne fai a meno, nell’attimo si ferma il tempo, chiudi gli occhi e muori. Superflua diremmo come il vuoto. Idrosolubile come l’esistenza che morde e scappa. Necessaria l’emozione tra sentimenti aggrovigliati come edera a questo muro di dolore. Allora respira, lotta e vivi anima mia.
Voi siete voi. I più bravi siete voi, sempre voi, quelli in alto, quelli in basso, sempre voi per strada un momento, voi sull’attico l’attimo dopo che guardate dall’alto, voi che guardate dal basso, sempre voi, i più armati, i più scortati, in fuga permanente, voi che parlate e vi agitate con i tanti come voi. Voi che comunicate, voi che vi scrivono cosa comunicare, voi che dite cosa pensare e quelli come voi che vi dicono cosa leggere per pensare, voi che ragionate su come dovete ragionare, voi che mostrate e vi fate registrare per parlare a chi come voi ha fame di voi. I più bravi siete voi, voi i vincenti, voi che non perdete mai né la vista né i soldi che vi fanno voi, quelli da desiderare, voi, i privilegiati, voi il privilegio, voi l’indiscutibile, voi che afferrate nell’aria le mani sudate, voi che tirate pugni nel vento, voi a scappare, voi a schernire la miseria come un numero irrilevante perché siete voi il numero eletto, il processo di fede, voi la religione, voi la scienza e voi il mistero maledetto, voi che arrivate nella folla di chi come voi vi tiene in piedi come scheletri appesi sul palco delle recite che senza di voi non si recita. Voi sempre voi nei camerini per il trucco, nei gabinetti del potere che siete voi, immondi siete voi che ci siete dentro, a rovinarmi il sonno, voi maledetti infestanti, che di festa sapete vestirvi, voi che del gusto clonato alla moda andate ubriachi, voi peni di plastica con pile atomiche che vibrate negli ani dei miserabili accattoni, voi, sempre voi, i più grandi, in cima alle classifiche, voi che le fate quelle classifiche, voi indigeribili devo vomitarvi, di voi debbo liberarmi, azzannarvi alla gola obesa di un benessere di lusso senza fatica né sudore che schifate come questa miseria di letame che devo spazzare via dalle vostre stalle senza latte, merda ma per me concime in cui affogarvi, voi sempre voi, i più bravi che siete voi.
In questo deserto di vita diventata giungla ti attacchi ai bordi dell’abisso che siamo urlando il dolore del creato. Con dita sfregiate afferri attenzione e carezze, immondo abbraccio al confine del precipizio. Immolato sul filo spinato con desiderio, ustionato uccidi la noia, ammazzi la miseria e muori e rinasci e vivi di arte e di parola emozione vera in questo deserto di vita diventata giungla.
Nella mitologia greca, epiteto di divinità, soprattutto di Ermes (anche di Caronte e di Apollo), designante la funzione di guida delle anime dei trapassati verso il regno dei morti.
Antico “accompagnatore dell’anima” era lo “psicopompo”, per lo più figura divina o semi-divina dal significato di “guida delle anime”, spesso sovrapposto alla figura più umana – sacerdote, negromante, sciamano – dello “psicagogo” nel significato di “evocatore delle anime”
Anche nella steppa dell’Asia Centrale il cavallo è vero e proprio psicopompo che agisce in qualità di guida quando in lui decide di manifestarsi uno spirito superiore e può fungere così da intercessore al quale l’eroe si affida una volta lasciato il mondo superiore.
Il corvo è uno psicopompo?
Il Corvo è uno psicopompo, perché si connette con il mondo dei morti, cioè l’Inconscio. Beh, credo che tu lo prenda per buono. Durante l’individuazione, imparerai di più sul tuo Inconscio.
Vorrei tanto, desidero tanto, che sia solo apparenza, menzogna, il tuo soffrire, il tuo dolore, ma non è importante quello che voglio, ti aspetterò sanato e in forma, questo sarà, perché tu sei, sei, mai abbastanza, mai troppo poco, sei, la luce e il buio, ombre e raggi di colore che trafiggono cuori affamati, ingordi, spade e pugnalate alle banalità, calci eleganti e sfrenati all’ipocrisia, sei, carezze struggenti, sensibilità sopraffina che scava nei vuoti, che riempie esistenze di grandezza, sei UOMO che fa fondamenta nell’arte che rimane, scoperta e riproduzione di bellezza, del senso ultimo, dal dolore alla gioia, generosità immensa che non fugge ma trascina nell’emozione viva di sentirsi parte umana, ragione e tormento, sei bruciato ma fiamma perenne che arde senza consumarsi mai. Specchio nel tempo e nel tempo specchio. Splendore perenne. Sei.
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili, ultra iper sonici, quelli veri attaccano e distruggono i bunker sotto terra di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
In fondo: «è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».
wow l’incipit era tanta ansia coinvolgente, come quando stai andando alla stazione o all’aeroporto per non fare tardi, per non perdere l’occasione del viaggio, e nella banale quotidianità, l’ansia di perderti una storia che parte, che può partire senza di te, di me. Adesso sì che si vola. Decollato: si vola. “Ma lo sa, non è così sciocco da non sapere che non si scrive per ricevere dei complimenti. O sì?” e come in “Romanzo senza umani”, Paolo, anche con la sua voce adolescente, emozionata, e parola per parola dentro una macchina del tempo che “pendula” di passato e presente, vola, vola e ti trascina, ti trapana il cervello, e lei, lei, dov’è? Che fa? Chi ha scelto? Mentre io, nella mia cameretta, a sessant’anni penso a quanto sono stato stupido a non scegliere un liceo invece di un tecnico industriale per fare l’elettronico nel 1980, l’ITIS Galilei, frequentato da 998 maschi e solo due femmine… E io? Cos’ero, artista, muscoloso, o solitario? E lei, lei adesso chi è? Dov’è? Che fa?
wow eccola LEI, giudice di intere generazioni di uomini disperati… eccola la morte celebrale di un intero ventennio di tanta tecnologia e di tanta disperazione, umana, disumana… Decollati nella prima puntata, volando nella seconda, precipitati nella terza e adesso che succede? Sopravvissuti e sopravviventi canta Luciano ma adesso io voglio la IV puntata, dai Paolo, dai Paolo, è già tutto scritto? Pensando a Jack London? È già tutto nei gironi pensando a Dante? “Non sono né carne né pesce” pensando a Mary per sempre? Lo scrivi adesso questo deserto di vita diventata giungla?
wow: in scena l’impossibile. Il chi ero e il chi sono con in mezzo la distruzione in un lampo, in un attimo, del metronomo che batte il tempo, la cancellazione della formazione durata una vita, del divo, del solitario mai diventato divo, o più materialisticamente vip, very important person? Si può essere una persona importante, acclamata, adulata, rinnegata e denunciata, schifata e riabilitata, e continuare a ripensare alle scelte sbagliate, al coraggio di gettarsi nel fango, alla viltà di scappare dall’abisso di dentro per tuffarsi senza vergogna nell’abisso di fuori? Che specchio feroce senza la luce serena della pace interiore, della consapevolezza che ai rimorsi e ai sensi di colpa non c’è rimedio, perché perdonarsi sarebbe la fine di ogni sogno di grandezza che non basta mai, mai troppo grande, mai raggiunto, mai impossibile nell’attimo del pensiero che si fa vita, passata, presente, futura. Nella terza puntata ho visto la caduta nella realtà. In questa, inizia l’analisi di quello che ero, di quello che sono. È questa la magia della tua scrittura, la magia della letteratura, che se da un lato mi ammutolisce con soggezione unica, dall’altro istiga le urla soffocate dentro che prendono voce. Voci che si fanno transfer nei personaggi che fai vivere in queste pagine, pagine che sono spartiti di una sinfonia che prende forma e scava dentro, facendoci volare, “ripensando” all’ero, al sono, al sono diventato nonostante sconfitte e vittorie, dolori e gioie, nonostante l’incapacità genetica, forse, di fare tattica e strategia, perché se è vero e saggio non giocare con la vita degli altri, è quantomai sano, anzi, doveroso, giocare a rincorrere, “ripensare” alla propria, di vita. Intanto il tempo scorre e tutto intorno è vita giovane che non siamo più, nei corpi, negli ormoni, nei sogni che continuiamo a fare. Grazie Paolo, questa quarta puntata è feroce come lo può essere una belva che ha fame, fame di comprendere quanta umanità ci resta prima di chiudere i conti. Non so se avrò mai la possibilità di stringerti la mano ma se e quando dovesse accadere, negli occhi vedrai il tormento e nella stretta la gratitudine per questa lettura che diventa sempre più avvincente. Grazie.
WOW la gita: che bella trappola. E poi, anche in questa puntata l’arrivo di lei è rinviato. Lei contesa in una amicizia che da collettiva a quattro sta per diventare amicizia di coppia, e quindi deflagrare in relazioni particolari, amicizie intime in competizione tra loro, che a loro volta si scoprono e si trasformano strada facendo. È la fine degli anni ’90 del resto, il canone, il rito, la messa e la comunione dello stare insieme è mutato. Il ’68 nemmeno un ricordo per chi non l’ha vissuto: vissuto nel mentre accadeva, né vissuto la sbornia e il reflusso successivi, né la fusione che la fissione. L’emergere sugli altri da reato è diventato meta. Non poteva che essere così. A me sembra con gli occhi di oggi, un destino segnato per quattro amici che si dividono il sonno oltre che il giorno, la scuola e un film come American Beauty. La gita a Barcellona, la gita che chiude l’anno della maturità è uno spaziotempo in cui tutti i lettori vengono rapiti dalla nostalgia e dai ricordi. Che bella trappola letteraria. Io no, a quella gita non andai perché senza soldi. Il cinema, le gite, le bevute e la pizza con gli amici costano e senza soldi e paghetta, anche i riti più comuni della formazione si dividono in classi di appartenenza, dove un solitario è anche più solitario di questo tuo splendido protagonista tra splendidi protagonisti. Per mia fortuna, con tanto senno del poi, non andai. Mi avrebbero arrestato sulla rambla, sì proprio a Barcellona, era il 1985 e sai che figura di merda? Oltre lo stigma perenne come un tatuaggio, forse anche la condanna a ripetere l’anno scolastico. Ma questa è un’altra storia che non interessa a nessuno. Le tue scene della partenza, gli intrecci delle azioni, dei sentimenti che avanzano e precedono i ragionamenti, che si fanno maturi prima della maturità, i dialoghi che testimoniano la crescita e l’espansione della necessità di comprensione che dall’intimo personale sfociano nel mare dell’amicizia h24, sono, tutti insieme, spettacolari, veri, reali come in un lampo l’apprensione materna per un figlio che ha lasciato da qualche ora il nido per un volo internazionale. Sono (e non credo di essere l’unico, anzi, potenza di un tema universale) sono tornato in volo, nello spaziotempo della nostalgia e dei ricordi, dell’amore che nell’impazzimento di ormoni e neuroni non ha scampo, è condanna, è condannato. L’amore che si genera e si riproduce, si rincorre e sta per avvelenare le amicizie, perché domando: a chi a quell’età non è capitato di trovare l’Amore e cominciare a perdersi completamente lasciando ai margini proprio gli amici con cui si è condiviso, fino a pochi giorni prima, l’urgenza del presente, il sogno oltre che il sonno? L’ansia di lei, per lei, di entrare nei suoi pensieri, nei suoi dialoghi, cresce, cresce a dismisura, perché nello spazio tempo della nostalgia e dei ricordi, l’adolescenza sulla soglia della maturità è l’universo impossibile da dimenticare, che ci ha costruito e fortificato, che ci ha decostruito e distrutto, affogati e risorti, nelle sere senza tramonti, nei giorni orfani di albe, nelle notti di deriva e tormento: istanti di momenti eterni senza via di fuga con all’orizzonte il mare dell’ignoto a divorarci l’anima. Un futuro mai veramente futuro ma illusione di un futuro che è desiderio. Amore come veleno avvelenato muore. E poi il prossimo, e quello dopo, e amore ancora Amore. Grazie Paolo, è un trip che non scende: è la dipendenza bella, quella dei romanzi che m’intrappola. Complimenti.
Una bella sfida scrivere strada vivendo! Sotto scadenza, dentro il verso che non schiude né si apre ma dimora sospeso nell’attimo che batte fuori tempo come mettere in pausa e riprendere sotto la pioggia di un appuntamento irrinunciabile. Digressione direbbe un cantore in queste ore di caldo folle fuori all’aperto dove il condizionamento dei pensieri non è naturale. Il muscoloso più amico con lei che con lui, il solitario. Il rapporto acerbo come il sorriso nudo della Casta’ scala di livello verso una nuova asticella da superare più in alto, dove la confidenza prova ad avvicinarsi a quella già più intima con lei, lei, sì lei che gli piace pure se proprio glielo chiedi. Irrompe la gelosia che strattona la confidenza che si fa tessitrice di timori imprevisti. La relazione a due diventa stretta, arriva l’artista: le confessioni si fanno simposio adolescente? È una puntata che sembra andare fuori dal tema del titolo che promette tutto su una madre, sembra una sbandata ma che succederà adesso che la partita a tre sta per iniziare? Lei, lei, la ragazza amica, desiderio armato, dov’è, che pensa, che sta facendo? È una pena subdola l’attesa che nell’agenda dice tra una settima strada vivendo: è una sfida ulteriore che non perdona ma assolve senza uno straccio di peccato, nell’ombra nascosta alla luce di questa giovinezza seducente. 👏
Il solitario non la vuole vedere ubriaca, non ci va, e non vuole dividerla con gli altri due, tanto è ubriaca. Silvia, Silvia, Silvia. Trovo un po’ sfilacciata, l’azione di quello che accade con i pensieri che vanno verso una maturità che contrasta con i suoi richiami ad una filosofia degli eventi che sa più di università che di diploma e di un “dimenticabile” hotel a Barcellona. Tutto su mia madre è un film, quando invece la chiamata di una madre nelle puntate precedenti mi ha deviato, pensavo irrompessero le vite dei ragazzi che hanno nelle loro famiglie da cui si sono staccati da poche ore. E quindi nuove confessioni, richieste d’aiuto o ribellione che si fa conflitto. Quella gita a quell’età con gli amici forzati nell’avventura scolastica lascerà dei segni “indimenticabili” e l’ubriacatura adolescenziale ne sarà un motore ? L’attesa per la prossima puntata è sempre viva più che mai.
“E però mi fai venire un dubbio… secondo me Silvia non è la ragazza col maglione viola che piace all’artista e al solitario e pure (forse) al muscoloso. I nostri quattro protagonisti non hanno nome, mentre Silvia sì. E poi lei è già impegnata con un ragazzo (anche se sembra dimenticarselo…), mentre la ragazza col maglione viola no. Almeno, io ho capito così.”
Sì, hai ragione Claudia, Silvia non è la Lei che anch’io sto aspettando, la Lei dei 4 che dovranno commentare anche il film di Almadovar (così tanto altro si chiarirà) ma dopo la gita, dopo il diploma, dopo la maturità? Credo che Paolo stia per svelare il colpo di scena legato alla gita “indimenticabile” a Barcellona, la gita come la pistola fumante che compare e che prima o poi spara, chissà perché penso ai Fantastici 4 e alla donna invisibile, io nel 1999 a 33 anni vinco il concorso all’Università (e mi tranquillizzo, mi sistemo o come si dice) negli stessi giorni mi risposo, mi sposo con Monica, con un figlio già di nove anni: per me il 1999 non è una ripartenza ma l’inizio di un mondo nuovo, forse quello adulto che nei dieci anni precedenti è stato una fuga continua da un mondo adulto esploso troppo presto. Per questi fantastici 4 è l’anno del salto ma nella narrazione degli eventi lo spazio tempo (quello del “È felice questa irrilevanza stanotte. Felice senza sapere di esserlo, è felice perché possiamo essere solo questo, non altro ci è richiesto. L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” si accavalla e si intreccia così vorticosamente da creare in me tanta bella, vera e santa, confusione, vedi Silvia per esempio. “Andate voi” ecco, ovvio è un solitario, solitario anche nella folla, nella gita, nello scrivere racconti, nell’immaginarsi l’esistenza a puntate, settimana dopo settimana, racconto dopo racconto. Occasione dopo occasione, una gita, una giostra e la scritta del neon che dice INGANNO. Silvia è ubriaca, Silvia sta male ma al solitario non interessa o fa troppo male anche per lui? “Fermiamoci qui, artista, ti prego. Fermiamoci dove la passione è uno spreco, dove non è un impegno con nessuno, dove non è ripetizione, dove l’ostinazione non è uno stipendio o un obbligo sociale. Dove non è una cosa da adulti.” Ma la giostra non può stare ferma, riprende il suo giro con i cavalli che vanno su e giù, la musica che canta rap melodico, nell’estate più rovente da millenni. Grazie Claudia per questo tuo commento che mi ha fatto rileggere questa puntata più volte. Incasinandomi più di quanto non fossi già incasinato. Grazie Paolo per questa giostra che gira senza “gettoni”, Io che Tutto su mia madre nemmeno l’ho visto ancora, io che resto incantato a vedere passare i mille tram del desiderio di questa vita e i mille giri di una giostra che gira e non smette di girare, appunto: “L’ignoranza è una forma di felicità qualche volta.” Ma ai giostrai non è consentito fermarsi, è vietato dire basta voglio scendere, perché loro non possono scendere, fanno volare.
wow finalmente LEI, LEi, Lei, lei, leiiiii – grande, no grandissimo, no grandioso, lo sapevo, lo aspettavo, lo scrittore vivente che arde, che s’infiamma, con lei, di lei, si ustiona, lei che “Le piace quando parlano. Le piace ascoltarlo.” – ho aspettato il sabato, perché di venerdì tutto è più triste. Complimenti Paolo, si torna a volareeee. Grazie!
In ritardo ma ne valeva la pena, nell’email per tutta la giornata di venerdì non l’ho trovata mentre il mare di spam a cui mi sono iscritto negli anni, invece sempre lì presente, i giornalieri, i settimanali. Ma di 1999 niente. Mi sono preoccupato, devo dire la verità ma stamattina mi sono tranquillizzato. Devo dire, tanto è la verità comunque, questa puntata è molto più ragionata e sapevo che il tema in classe sarebbe arrivato, cos’altro manderà avanti la storia di lei e di lui se non la scrittura? Sì le letture, la relazione a tre, a quattro, ma la scrittura. E sono sicuro, almeno lo spero, salteranno fuori i diari, il diario di lei, il suo mondo, nel tema, nei temi, nelle confessioni con se stessa. Nei sogni e nei desideri che si fanno parola. Ragionato, tanto ragionato. Sembrano oggi sull’IA gli stessi discorsi di allora su internet. Oggi sarebbe il caos fermare internet, domani sarà il caos spegnere l’IA che ci controllerà tutti. Ma loro, noi, a 16 anni, che ragionamenti facciamo? Forse è una bella idea, a me la differenza è piaciuta tanto, tantissimo, quella del sabato libero invece del venerdì lavorativo. Io sto pensando che il 25 abbiamo la pizzata della nostra VF che festeggia i 40 anni dal diploma, tutti maschi in quell’aula del Galilei, per l’elettronica che non abbiamo mai visto, per i torni a controllo numerico imballati che nessuno sapeva usare, per una lei che non c’è mai stata in classe e tutti cercavamo fuori dalla scuola. Quella sera, come ad ogni nostro ritrovo, con compagni che vengono dall’estero per rivedersi, parleremo dei nostri temi in classe e se non le lacrime, perché siamo maschi adulti e alcuni già nonni esperti, le risate saranno intrise di questa dolce, amara, sublime mestizia che questa puntata mi ha regalato con la forza della ragione, con l’idea universale di essere protagonisti della nostra vita riflessa nello spazio tempo di uno specchio di parole che sono come quel sentiero di montagna del video, la via dell’emozione dei sensi, tutti insieme, vero Claudia? Grazie Paolo per questo viaggio che ci fa volare. Matrix? MATRIX? Già matrix.
una eccezione eccezionale, la discesa negli inferi, il peggiore tema che la sua prof. si potesse aspettare da lui, e da lì, il futuro della vita, dallo sconforto alla chiamata che diventerà devozione assoluta per la scrittura oltre la narrazione: l’emozione di chi legge, il sentire l’emozione. I brividi che ho provato sono quelli che mi hanno fatto ricordare uno stato simile, al ritorno dell’esame orale di chimica alla vecchia ingegneria. Feci scena muta, eppure allo scritto avevo preso trenta. Non avevo capito una mazza della teoria che però avevo applicato quasi con lode nei problemi: uno scritto da trenta, in quella sessione nessuno aveva preso trenta. Feci scena muta e il corpo s’infiammo’ altro che guance rosse, scappai tremando, e tremavo sul bus che mi riportò a casa, di vergogna e rabbia, tremavo. Non una doccia fredda ma un fuoco devastante, sentire la presunzione spegnersi e la vergogna bruciare. Scusate la digressione oggi che le “digressioni” sono di moda per non pensare alla sciagura della guerra come in modo “eccellente” avrebbe voluto la prof. per tutti, ieri come oggi. Ma la migliore è Lei, LEI, lei che supera tutti. Supererà Matrix e la prigione governata delle nostre esistenze? Lei che finalmente sentiremo, vedremo, leggeremo ammireremo, giudicheremo, dalle parole sue, tutte sue, dal tema, dalla sua scrittura che si prenderà la scena nella prossima puntata. Micidiale l’ansia per l’attesa di Lei, LEI, lei che sembra un campo appena arato, pronto alla semina, che sembra il campo dei conflitti, geometria delle pulsioni, e la battaglia per la maturità che prende voce dal seme piantato su un foglio protocollo. Grande 👏 Grazie Paolo.
Ho letto venerdì scorso e un nodo in gola mi ha affogato, lo stesso che nell’adolescenza mi prese dopo la lettura di “Se questo è un uomo”, per giorni e giorni non pensavo ad altro, a quanto fosse mostruoso l’uomo, a quanto male è capace di fare all’uomo che diventa peggio di una bestia, a quanto siamo niente rispetto all’atrocità dell’uomo. Inermi, disarmati, inutili. Indifferenti se almeno non ne parliamo, incapaci se almeno non ne scriviamo, insensibili se giriamo canale, miserabili se almeno non condanniamo. Distratti come autodifesa, traditori come disertori. Ho riletto oggi, e ho capito cosa mi è successo allora, cosa mi succede oggi a me che vivo sicuro, la vergogna di essere uomo nonostante l’uomo, questa è la mia vergogna di uomo impotente, sconvolto, distratto, costretto a fare la solita vita nella mia tiepida casa. La vergogna del mondo sono io che essendo niente non posso, non faccio niente. E non mi assolvo, se ne leggo, se ne parlo, se manifesto, se prendo la parola, se me ne sto in silenzio. Se prego anche se non so pregare. Il rifiuto, questo mi ha stordito, e non lessi più ne Levi né altri, condannandomi all’oblio come corazza tra amici che se ne andavano con l’overdose nel corpo. Anche un rifiuto ha la sua dignità, come stato transitorio di un processo di vita, di trasformazione, ma l’uomo cos’è? La bestia che diventa nella fame, la bestia che affama e massacra, con la stella di Davide sul petto, con le svastiche al vento, con i fasci littori sulla tomba, con le prigioni e le torture di ogni stato, occidentale, orientale, con la miseria, distrazione e distruzione di massa. E le armi, la guerra, solo un affare come un altro. Grazie Paolo Di Paolo, e se questa puntata diversa mi ha lasciato venerdì scorso senza parole, questa notte, rileggendo, inghiottendo il nodo della vergogna, superando l’ovvietà della disillusione perché ad ogni Abele c’è un Caino che l’ammazza, adesso voglio condividere, voglio partecipare, voglio continuare a leggere, magari ripartire dal “saggio” I sommersi e i salvati, che se magari fossi andato al liceo, che se magari avessi studiato allora, forse anche tutta la mia vita sarebbe stata diversa, quella che il tuo protagonista “solitario” mi sta facendo vivere oggi in questo dannato 2025 che sembra senza speranza. Grazie.
È il primo bacio? E non gli arriva dalla tenera e fragile che desidera? Ma la desidera? Certo che la desidera. E non c’è stata ancora la gita, e non c’è stato ancora il tema in classe, il miglior tema in classe che ha scritto Lei, il più bello di tutti. La scena del dibattito con le visioni dei nudi della “stramba” all’ultimo banco continua, dovrà continuare, che canaglia lo scrittore che nel raccontarsi “tira la corda” e mischia i piani degli eventi, nello stesso attimo che accadono, nello stesso capodanno del primo giorno del nuovo millennio. Una vita, un anno, un mese, un giorno, una scena,
Passato e presente in momenti che si fanno romanzo. Azzolo, della foto del quotidiano, a parte il direttore che oggi firma documentari su Lenin alla 7, mi ha colpito una informazione che avevo completamente dimenticato, la copia di un quotidiano il 31 dicembre 1999 costa 2200 lire (ma forse era un numero speciale), già un euro e dieci, come costa oggi più o meno, come se il 25 anni non ci fosse stata nessuna inflazione, invece l’inflazione dei sentimenti e delle emozioni in queste due belle puntate sono dei vortici impazziti tra la filosofia e l’inutilità della filosofia nell’attimo che si vive.
Già, sedici anni, il futuro che si fa indietro, la matrix che diventa discussione e un futuro che ripetitivo si fa prigione con un fine pena mai che è la nostalgia del sapore di un piatto di spaghetti al dente mentre la realtà è una pasta scotta e un bacio che sostituisce quello desiderato, nella notte che scoppia la festa, la solita festa anche se è una data speciale, insieme la fine di un secolo e di un millennio. Ma come per la discussione sul tema in classe, così non può che continuare anche la fine della festa e l’alba del nuovo giorno, il primo del 2000.
Lo so che non si fa, ma lo dico perché, puntata dopo puntata come lettore che ammira il protagonista e la corda che tira allo spasimo, strusciando per terra e volando nel cielo, con nostalgia che oscilla tra rudezza e commozione, tra rabbia e poesia, protagonista nel commento ci sentiamo un pò anche noi coraggiosi nei commenti a lasciare pensieri che si aggrovigliano nella lettura, almeno per me è così e mi lascio andare.
Non si fa ma lo dico, chi è nato molto prima ha punti di vista e di ricordo diversi, essendo io del ‘66 nel ‘99 avevo gli anni del Cristo morto sulla croce. Lui risorge e io rinasco, nel ‘99 mi risposo (il primo tanto brutto quanto bello il secondo) e nel ‘99 entro per concorso all’università e divento un “privilegiato” dipendente pubblico, nel ‘99 mio principe erede Daniele fa 9 anni ed è un campioncino a Magic, a Worcraft, in rete navigo con uno stupefacente modem a 56k che suonava prima della connessione, desiderando l’ISDN che non è una droga.
Lo vado a prendere un sabato sì e uno no a scuola e passiamo il week end insieme a giocare e giocare e giocare… Per me il ‘99 è stato un salto di livello in questo gioco straordinario che è la vita, un gioco tra sparatutto, costruttori di battaglie e città, imperi e labirinti magici della mente che continua a sognare.
Grazie Paolo: il mio primo bacio è stato con un’amichetta tra le amichette, in mezzo al mare, in estate prima del terremoto dell’80, io straccione dalla spiaggia libera, loro bellissime con la cabina e i genitori al lido, e non ci siamo dati appuntamento, e non ci siamo mai visti più.
wow che puntata! Sono qui a leggere e mi sento la cavia che ha la possibilità, nel laboratorio infinito delle nostre esistenze, forse nemmeno la possibilità ma addirittura il desiderio di comunicare con lo scienziato che mi sta vivisezionando l’anima. Per quanto robaccia, perdita di tempo, la scrittura della mandria del XXI secolo, con il meglio di sé stessi che si riesce a mettere nei social, con parole e scatti fotografici del proprio vivere, è lo scenario apocalittico che dalle macerie di rivoluzioni mancate e superate, ci fa vivere non in un deserto fatto di solitudini inespresse ma nella giungla del rumore delle parole inutili. E io che di questa mandria vorrei, magari, essere un vitello performante pronto per il macello, mi sveglio cavia che parla all’esperimento, al coraggio e all’orgoglio di farne parte, numero primo ed imperfetto come le compagne di questo viaggio, specchio e portale di spazio e di tempo che prende a schiaffi i ricordi e il presente in un conflitto di stupore che abbaglia. Forse mi sbaglio, e vorrei di cuore sbagliarmi, ma il finale di questa puntata è un atroce rimorso, un pentimento amaro di ciò che è stato, di ciò che è diventato futuro senza ritorno, una nostalgia prigioniera diventata avanzo, rifiuto imbalsamato nell’anima. Uno di quei piccoli o grandi tumori benigni che hanno smesso di crescere con cui dobbiamo convivere. La grandezza di questa puntata, di questo romanzo da cui non riusciamo a staccarci, è la vastità dei temi che affronta proprio com’è la vita che ci prende nel quotidiano, nell’usuale tempo che consumiamo nel nutrirci costantemente della robaccia che tradotta in parola è solo l’apparente follia che vorremmo essere, un po’ muscolosi, un po’ artisti, un po’ solitari, un po’ Lei che si apre al mondo, spine e rosa del futuro che è stato già passato ma da scoprire puntata dopo puntata. Forse peggio di sentirsi robaccia è sentirmi cavia, felice e grato di farne parte, per mostrare e dimostrare di essere vivo. Grazie Paolo, a te a tutte le lettrici e i lettori, buon fine settimana di ferragosto.
«La nostalgia del presente che ti muore fra le mani», risponde Bertolucci. Cavolo che potenza di visione nelle parole di un visionario. È quella corda che non smette di vibrare ma che anzi, in risonanza, amplifica l’ossessione? Di crearle le visioni? “Qual è la corda che, involontariamente, ha toccato?” Ripetete con me: esiste solo il presente! E basta? No caro “solitario”, hai fatto incacchiare anche Claudia che come me, come altri, siamo niente e siamo tutto, lettori, che si fanno incantare. E tu sai come si fa, vero? Perché allora confessare di essere il solitario “incompreso” da qualche critico le cui critiche non sono nemmeno lacrime capaci di disperdersi nella pioggia dell’irrilevanza? Perché sporcare con le irrilevanti “feci” di Putin queste pagine con un fetido presente che ci soffoca il momento che, invece nella lettura ci fa sognare? Lo diceva Eco, non usate le parentesi che stroncano il discorso. Certo che c’è una ragione, il tema in classe, quelle maledette prove, quei maledetti giudizi, quell’indifferenza a tutto il nostro ardore adolescente, di mostrare e dimostrare, negli anni più fragili e tragici, più teneri e brutali, ha risvegliato in noi, il fuoco sopito, le fiamme dimenticate, le nostalgie e i rimorsi più sanguinosi. Perché? Perché allora mortificarci al fruscio di un cespuglio che assiste suo malgrado invece di innalzarci ai mille occhi che brillano nella ruota regale di un pavone sublime in amore? Sì, non è giusto, come non è giusto niente di questa vita che ci sfugge tra le dita, tra le lettere di una tastiera che ha l’ardire di una penna senza freno che, ora come allora, vomita inchiostro del noi stessi incandescente, sopravvissute, le passioni nostre di leggere e di scrivere, la passione di Lei, di Lui, dell’Artista, del Muscoloso, di quella vita, di quegli amori devastanti, di quelle visioni che trascendono il nostro brutto presente in attimi di lucida perdizione. E tu sai come si fa, ad incantare, come Shakespeare userai la gelosia? Il mostro dagli occhi verdi che riferisce una calunnia o una verità? Lei resta contesa dal trio sconvolto dagli ormoni, che nella visione di un ennesimo film, balla e gode da sola. Ammirata ancora di più, Lei che ha fatto il tema più emozionante, con il voto più alto. E torneremo alla gita rimasta successiva al primo tema? E ce ne saranno altri, di temi in classe e fuori classe, di confessioni, di tormenti, di competizioni, di fallimenti? È già un orgasmo l’attesa per la prossima puntata, per l’ultimo sabato d’agosto. Grazie Paolo.
Wow, l’amore che brucia, l’amore che muove il sole e le altre stelle, l’amore che ti fa sentire potente come Galactus distruttore di mondi, l’amore che ti fa sentire una lacrima dispersa dentro Blade Runner o l’amore di Trinity dentro Matrix, l’amore adolescente che ti fa correre tirando pugni al vento dopo il primo bacio, o che ti fa piangere per giorni senza lacrime avvinto nella solitudine che si fa coperta stracciata piena di pulci e vomito di tristezza, l’amore delle lettere mai scritte e di quelle scritte con furia e gettate come mozziconi spenti, l’uno dopo l’altro a bruciarsi la gola per quel filo di speranza che si fa alito dell’ultima possibilità di tornare insieme, e rivivere quell’attimo estremo di felicità che non torna più. L’amore che evade da ogni schema, da ogni programma di follia, oltre ogni sbarra di questa vita imprigionata nell’esistenza di attimo perso a pensare senza agire. Che cazzo di delirio questa puntata e quest’amore che finalmente scoppia, brucia, devasta la pagina. Un sogno, l’amore, e che sogno! Che cazzo di delirio sentirsi personaggio nel romanzo, come mi capita sempre, in quelli belli, in quelli brutti, in quelli che amo e in quelli che odio, a volte personaggio possente a volte una pezza, lo straccio che pulisce la merda, se non la merda stessa. Un incubo, l’amore, e che incubo! Un brivido di freddo e il cuore di giaccio, un brivido di fiamma che soffoca il respiro, e l’amore brucia, arriva, finalmente esplode, oltre l’amicizia che come al solito dilaga e scappa in ogni direzione, si chiude e tradisce, si apre e cura, necessaria e sfuggente, incredibile e totale, di Lei, di Lui, di loro, nelle apparenze, nelle circostante, negli eventi in bilico tra due millenni, nel presente scritto e riscritto, visto e vissuto come un film, come la meraviglia di sentirsi umani nonostante l’umanità stuprata che ci circonda e ci devasta dentro. E ora un’altra settimana di passione per giungere sulla croce che ci inchioda in quest’attesa insostenibile.
Grazie autore, le ho già detto che in ogni pagina mi sembra di rivivere nel romanzo senza umani? Grazie davvero, in fondo la confusione che mi prende è l’entropia dell’universo che spande vita, solo vita quotidiana, indigeribile esistenza con mille sbarre intorno.
Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Dopo questa magistrale lezione di vita e di letteratura, dovremo rimettere nel ghiaccio le nostre emozioni, nel freezer vanno stretti lo so per certo, beh magari qualcuno pensa al frigorifero dei macelli, e io penso ai miei pensieri che penzolano squartati e privati del meglio, le frattaglie, cuore compreso. Una vita di frattaglie a guardarci indietro, ad essere cattivi con il peggio di noi che siamo stati. A come in questi personaggi e l’adolescenza, per quanto confusa, dimenticata, orribile e ubriaca di meraviglie, sia stata di sbornie e dopo sbornie. Sto leggendo in questi giorni le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis, e vomito di pagina in pagina nel nulla che siamo stati, che peccato. E lei caro autore annuncia la fine delle stelline, di quell’era che precede la sventura della fine dell’adolescenza, la fine dei superpoteri, la fine dei giorni magnifici e luminosi di pensare tutti i momenti, tutti i giorni, a lei a lui, a loro, la fine dello strazio del favoloso mondo ingovernabile, del viaggio senza frontiere, con tanto di fili spinati e abissi dietro ogni curva, alla fine dell’orizzonte catturato negli occhi e nelle risate di una canna condivisa, alla fine di quell’amore magari mai consumato, mai bruciato, straziante come quello in cenere che finisce col diventare grandi, freddi, paurosi ma più incoscienti di prima. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? Scherzo, rido di me, a queste parole, ingovernate, non distanziate, perdutamente vere, false come lo è tutta la nostra esistenza apparente, quella che non riusciamo a contenere. Azz, inautentico? Azz, “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura” ? Io tremo al solo pensiero di vedere, sentire, leggere, la reazione di Lei a quelle pagine fitte fitte, a quelle domande che sanno di vita vera ed universale che semmai la letteratura l’allarga la realtà, altro che concorrenza, semmai la realtà sarebbe sciapa, né carne né pesce (tanto per non citare un film), insapore, per chi invece di letteratura si nutre, si arma, e sopravvive. Altro che concorrenza sleale per giunta. Mi inerpico in mondi che nemmeno conosco e chiedo perdono, sì proprio come i tanti “scusa se” del solitario… Immagino il tribunale e le prove presentate a carico della “strega” che finirà sul rogo, ci salirà l’artista, il muscoloso, anche il solitario (mi pare di capire con molto senno del poi) e naturalmente Lei, che scriverà altro sul sul diario ma a loro si concederà come non farà mai più nella vita vera da adulta, dove inautentici siamo tutti ogni giorno, perché dobbiamo sopravvivere e provare a fare a meno di sostanze che all’epoca ci facevano volare ma che oggi servono a farci tenere ben piantati i piedi a terra. Ma no, delle emozioni non ne possiamo fare a meno e cavolo ecco perché: “Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito?” Poi c’è chi non si nutre né si abbevera ogni tanto di letteratura, ma questo è un altro discorso. Abbraccio con l’Autore tutti i commentatori e le commentatrici, per il loro coraggio, la loro realtà e autenticità che mi accompagnano dalla prima puntata, e mi ripeto forse, non credo affatto che “La realtà fa una concorrenza sleale alla letteratura”, anzi la letteratura sopravvive alla realtà, da millenni, se vogliamo dalla notte dei tempi pensando alla Bibbia o altri testi precedenti, la realtà non può competere né in modo leale né in modo sleale, la può deformare, infangare, magari uccidere, bruciare, Lei rinasce e si riproduce, canta e danza nei secoli, nonostante gli scrittori e le scrittrici, nonostante le lettrici (maggioranza vedo) e i lettori, gli editori, le industrie e le econaomie come i governi, i critici e le accademie, che invece passano, si consumano nella carne, nelle ossa e nel sangue che invece restano sempre vive nelle pagine della letteratura immortale perché senza mai data di scadenza. Ma no, porca di quella baldracca della miseria, già finito? 😌
FOLGORATO
“Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano”.
Che atrocità e meraviglia l’attesa, e l’attesa dell’attesa, e nell’attesa l’immaginazione che attorciglia il cuore con le budella, e fa soffrire, e fa gioire. Ero rimasto folgorato dal video del 17 settembre, e riprendere adesso il link fra centinaia di mail che ancora devo cancellare, alcune leggere per piacere, altre per dovere, altre ancora per cortesia, e poi rispondere, mi sembra passato un secolo ed invece è stato solo 4 giorni fà. Che macerie di attimi triturati nell’istante, e che magnifico istante invece essere esaudito nel desiderio, nel sentire prima di leggere con la voce emozionata dell’autore, della lettera, la famosa lettera, della parola scritta che ferma il tempo e lo rende immortale. WOW, l’autore si è aperto e confessato, ci ha parlato del suo interrogarsi e questa meraviglia ne è il risultato? Favoloso mi viene da dire, un po preoccupante con quella spada feroce che dondola dal titolo, “Eyes Wide Shut” il film che non avete ancora visto, dice l’organizzatore di una serata che salta? Che diventa la “prima volta” per sempre? Vuole la stanza per giorni per anni… O è la minaccia dietro l’ennesima curva dell’esistenza che porta al dolore e alla sofferenza del… “perduto amore”? Il finale, ma perché tutto deve finire? Una commedia, una tragedia, un romanzo, un film, una lettera, l’avventura che siamo in questa vita? E i sogni e il delirio dei desideri che si fanno carne, concretezza, fondamenta di continuità di vita in coppia, e quale coppia o accoppiamento si realizza? Era tanto tempo che aspettavo e adesso? Inizia? Durerà? Che atrocità e meraviglia l’attesa, di adesso, di allora, di quel bacio provato allo specchio con le labbra che s’incollano al vetro, con l’immagine di sé stessi, nell’abisso del tormento di non sentirsi mai abbastanza. Di non sentirsi mai veramente desiderati. Di rompere quel ghiaccio che si è solidificato non solo intorno al cuore ma che nell’anima è scheggia furiosa di dubbi e paura. L’educazione sentimentale come traccia di recupero nel senno di poi, il film di Kubrick nel senno del forse, la maschera svelata che cade ai piedi dell’ovvio rito di iniziazione che tutti abbiamo vissuto, tutti più o meno in solitudine, ma che letto così come scritto attraverso tutte queste puntate che sembrano una montagna russa dove a vorticare sono gli specchi che ci corrono intorno mentre invece siamo fermi a leggerci dentro nei ricordi, ma che letto così settimana dopo settimana tra eventi e quotidianità che ci traffiggono gli occhi di orrore, nell’attesa, nell’attesa dell’attesa, del finale dell’attesa, che letto così come scritto diventa l’oasi rubata al caos, un miraggio, visioni, atrocità e meraviglia di quella pace che meritiamo senza vergognarci, di essere stati e di essere ancora umani che si emozionano al solo pensiero dell’Amore. Grazie autore e come diceva un personaggio di De Crescenzo, prufessò io non capisco ma mi affascinate, più o meno il senso che non deve avere per forza senso, per ragionare, per bloccarsi o peggio scanzarsi, all’inspiegabile magia della parola scritta: “Le parole avvolgono. Le parole scaldano. La fanno avvampare.” – “È-una-dichiarazione-d’amore.“ – Com’era nel video la domanda? Un romanzo come una lettera? Superlativo, ardito, come acqua nel deserto. L’oasi della pace che meritiamo. – “E lei: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te.“ – La lettere scritte arrivano dove l’orale si ferma, come quando la TV non prende per un temporale o la rete si blocca perché manca la corrente, e a me sembra comunque di continuare con schimmie che non sentono, non vedono, non parlano. Già, le vedo, le sento, atroci e meravigliose, le parole che verranno. Grazie! E grazie di cuore a questa reiterata istigazione a partecipare che ci fa sentire protagonisti, in questi tempi di luci fulminate.
Il ritardo, per tabucchiano gioco del rovescio, è diventato una risorsa! Una scheggia di “calvinite acuta” ti ha dato ispirazione per trovare un’ottima soluzione del garbuglio e toglierti dall’imbarazzo, regalando a tua volta uno spunto molto intrigante sul cominciare e sul finire. Questa è stata, domenica, la mia prima reazione. Ora, leggendo i tanti commenti delle lettrici e dei lettori, indulgenti, anzi riconoscenti per questa puntata-non puntata o superpuntata imprevista e accogliente, sento la necessità di dire che tutta questa esperienza è attraversata da un filo conduttore importante e inedito. Una attenzione reciproca tra autore e gruppo di lettura, una libertà di opinione, di decisione, di immaginazione. Un “potere” condiviso nella magica piattaforma, che si è dilatato non solo nel tempo (dei ritardi e dell’andirivieni negli anni), ma anche nella riflessioni dei singoli, che portano lontano gli spunti offerti dall’autore, in un laboratorio di comprensione sempre aperto. “Le funzioni astratte che si incarnano” e hanno un nome danno ragione all’affermazione di Proust: “Ogni lettore in un libro legge sé stesso”. Ma qui c’è stata in più la possibilità di confrontarsi in presa diretta con un testo, con le fasi e i problemi della sua scrittura, misurandosi con l’autore e con altri lettori. Partecipare a questa esperienza di lettura critica in divenire è stata una straordinaria opportunità. Sentire avvicinarsi il congedo, “lo strappo”, trova consolazione nel ripercorrere le tappe del viaggio e nell’inventare un esercizio di immaginazione del futuro, per chi scrive e per chi legge. Il vincolo della gabbia, smantellato come è da piccole produttive evasioni, alimenta l’attesa di un finale libero. Resta solo da aggiungere un grazie convinto!
oggi domenica sta piovendo, mi sembra che il cielo pianga le sciagure che viviamo. Che fortuna che ho avuto a leggere questa ultima puntata dopo il finale perché forse me lo avrebbe un tantinello rovinato nel senso che… No non aggiungo altro, altri lettori arriveranno a questo punto e non né elegante né giusto anticipare niente. Ma il 3 ottobre e il 4 ottobre 2025 sono state giornate pazzesche, e la vita reale prende il sopravvento. Posso solo aggiungere che piangere con lacrime asciutte, per un amore, per l’orrore, è la forza che ci vuole per sopravvivere alla nostra fragilità di essere umani, e nei millenni raccontarci storie e vivere emozioni. Grazie Paolo.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.”
[…]
Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.
[…]
Ciao, siete un grande maestro Paolo Di Paolo – grazie per questa indimenticabile e bella avventura. Quell’intimità della Piazza di Carpi, di serenità e bellezza, è il finale che più di ogni altra cosa desidero per ogni piazza del mondo, per i popoli, per la vita. Grato e commosso con le lacrime asciutte del Solitario, di ogni solitario dentro di noi.
FINE
Diciamoci la verità, per noi generazione cresciuta fuori dalla lotta politica e dalla lotta armata, noi generazione abbagliata dagli ’80, METALLARI, punk sopravvissuti, dark e new wave nei ’90, noi allattati da SPAZIO 1999 e 2001 Odissea nello spazio, il XXI secolo è stata una sola, per poi svegliarci con un MUSK che ci porta improvvisamente su Marte, forse, sì forse, perché i missili quelli veri attaccano e distruggono i bunker di uomini come topi asserragliati sotto terra, altro che cielo, altro che universo… Grazie Paolo, questo romanzo a puntate, oltre che novità, nel merito, nella storia, ci scava dentro come una trivella in cerca di futuro, quello vero, quello che abbiamo dentro e ci emoziona ancora.
Nella tua assenza tutte le lacrime che non ho versato
Nella tua essenza tutte le lacrime che ho ingoiato
Nella grandezza della mia vergogna più grande
mi sento ancora di succhiare il tuo latte
e le tue poche parole di meraviglia
le tue tante parole di rabbia
tue carezze finite troppo presto
e i tuoi vuoti che mi hanno fatto bestemmiare
con la vita per quello che potevi essere e non sei stata
vita maledetta per quello che eri e non potevi essere
Sola in un mondo che non vale niente
Sola fatta di visioni prigioniere
nelle tue finestre sull’infinito assente
Mia eterna mamma mia come un desiderio
senza pace
Tra le mie braccia ho raccolto il tuo respiro, ingorda dell’ultima aria di questa vita che ti ha lasciato senza parole, chiusa com’eri dentro il tuo mondo estraneo e parallelo al nostro, oggi lontano dallo sgomento, e io felice come allora della tua liberazione dal dolore, oggi felice di immaginarti angelica come meritavi di essere su questa truce terra. Nanninella nostra. Mamma mia.
Dopo ITALIAN PSYCHO (2021) e LA TEORIA DEL SALTO (2025) con QUANDO ERAVAMO FELICI (2023) ho completato la lettura della trilogia Minimum Fax di Corrado De Rosa. E ora?
De Rosa “non è mai definitivo, come non lo sono i grandi personaggi letterari.”
Lui lo ha scritto di Maradona in un suo vecchio articolo sull’Espresso. Sembra facile copiare e usare le sue parole che definiscono un genio e riproporle esattamente per descriverne la sua, di genialità. Corrado De Rosa è ormai un mito e “con i miti non si può competere”. Anche questo si trova nella sua trilogia sul genio della mente umana. Di lui, lo scrittore, non puoi che acchiappare le ultime parole e provare a ragionare se riesci a far valere la parte razionale del tuo cervello, oppure lasciarti andare e volare insieme a lui per quanto rende semplice, l’esplorazione nella complessità della mente umana. In entrambi i casi questo grande scrittore non ti rapisce, ti possiede.
L’ultima riga del suo ultimo lavoro, quello che ti propone di saltare allo specchio per capire di te quello che ti sfugge, quell’ultima riga dicevo, è sublime: mi sono reso conto di come, quando ti guarda negli occhi, ha piena padronanza dei neuroni che ti brillano in testa prima di cominciare a parlare. De Rosa ti entra nel cervello.
De Rosa è una TAC vivente che mentre lo leggi ti sta analizzando con un liquido di contrasto che sono i tuoi pensieri. Lo so, sembra fantascientifico ma è la verità, ci sono grandi critici che sanno dire solo che è bravo per quanto li ha messi in mutande con la sua grandezza di ricercatore, che dire accademico è riduttivo, è come dare del maestro delle scuole elementari ad un ordinario magari anche già preside di facoltà o anche solo direttore di un dipartimento dell’Università italiana.
A lui piace lo sport e se mai leggerà queste cazzate che sto scrivendo gli piacerà la metafora del salto. Ma prima voglio dire da bravo cazzaro che scrive cazzate, e in quanto tali essenzialmente fondamentali come un metro cubo di aria all’aria aperta, che UNO che raccontando “La teoria del salto” vede gli amici più amici cominciare a saltare intorno a lui, ha dentro il suo verbo qualcosa di divino oltre ogni umana capacità di comprensione.
La mia ovviamente. Ma stamattina, sul lungomare, incrociandolo nella corsa come faccio io perché l’eccesso che siamo è una zavorra che pesa e ci rallenta, l’ho visto circondato da un’aureola luminosa come una madonna. Quindi come ho già scritto in un post su Facebook, nella piazza virtuale di noi altri esseri virtualmente razzolanti, Corrado sovrumano lo è davvero.
Ma torniamo a quello che volevo dire.
Punto primo: leggere tutte e tre le bibliografie della trilogia, e poi pensare a lui come a un Gianmarco Tamberi dei tempi d’oro, che dopo aver saltato il record del mondo, mette l’asticella un centimetro più in alto e dice: adesso salta tu.
Questa è la grandezza di Corrado De Rosa, il sovrumano, ti porta in alto con se e ti fa volare. Più sotto allego un paio di video che ho trovato: sono la testimonianza palese della sua sovrumanità, una prova si direbbe in un tribunale. Lui corre veloce come Mennea quando parla, e non si stanca mai come la finanziera Stefania Belmondo. Arriva in fondo, rendendo semplice e bello il tema più complicato che esista: la mente umana.
Lui cerca la costruzione dell’identità, così gli ho sentito dire in una delle sue innumerevoli interviste. Nel farlo, con i suoi lavori, ci spoglia e ci spiega l’identità che siamo o almeno la parte più comune che ci rende tutti umanamente normali: il genio, l’intelligenza, più o meno pronunciata. Beh, è professionalmente uno psichiatra, un medico della mente, quindi niente di strano, invece, ci fa vedere il record del mondo e ci porta più in alto ancora.
Luca Briasco alla presentazione, non ricordo le parole precise, ma lo ha detto chiaramente: editare De Rosa è un’impresa piacevole di trascendenza umana. Non so se mi spego: Luca Briasco. Mi sa che è stato De Rosa ad editare Briasco.
Va beh, Briasco ha usato la metafora della neve a Roma ma il senso che ho capito io era quello dell’extraterrestre che studia l’uomo dal di dentro. Sovraumano, appunto. Sono tutti bravi a fare le autopsie sui morti o con strumenti elettronici guardare analisi da fuori del corpo, lui, De Rosa, le fa ai vivi, da dentro: viviseziona la mente attiva mentre ragiona. Il lettore, almeno questo vale per me, si astrae dalla realtà e si fa cullare, direi trascinare con piacere, in questa sua grande opera di squartamento.
Non lo so dire meglio. Questa trilogia è sconvolgente. Il genio criminale, il genio sportivo ed infine il genio artistico. In tutte e tre c’è la follia come cifra ineluttabile della grandezza. Non è morale, non è filosofico, non è estetico: è profondamente viscerale dove tutto è nutrimento. La storia dei quozienti intellettivi presente su QUANDO ERAVAMO FELICI è emblematica. Demolisce la conoscenza come limite della creatività artistica e dà piena funzionalità al genio, che valicando il confine che non esiste della follia, produce, genera, riproduce capolavori. Capolavori che siano criminali di male, che siano di bellezza nel gesto sportivo, che siano di emozioni nel ragionamento artistico.
Non lo so dire meglio e quindi lo ripeto: questa trilogia è sconvolgente.
“Perché la realtà non si ferma al presente ed è più profonda delle apparenze: è concreta senza essere attuale, è ideale senza essere astratta.”
La velocità con cui parla quando l’ascolti, la velocità che ti fa prendere la lettura di quello che scrive, la velocità dei cavalloni di fatti, pensieri, emozioni, parole, opere e missioni che ti travolgono, è pazzesca: a me sembra sovrumana, una intelligenza artificiale fatta umana o meglio un umano con turbo intelligenza cognitiva e dimostrativa di un prossimo futuro già presente…
L’ho visto e sentito per la prima volta quando presentò il fantastico romanzo storico IL FIORE DI MINERVA di Carmine Mari nel salone della Provincia di Salerno, dove mi ero imbucato con tanto di mascherina anche se non ero dotato di greenpass obbligatorio per i raduni pubblici di quel tempo, ma questa è un’altra storia. Comunque dopo quella prima volta, il mio bisogno di leggerlo è stato incontenibile, anche i suoi A SALERNO e L’UOMO CHE DORME, sono troppo belli.
Quando, chiedo: quando eravamo felici?
Per rispondere a questa domanda, adesso faccio un esperimento: uso un suo articolo di qualche settimana fa, un post strapienissimo di like e mani plaudenti che sembra l’applauso a scena aperta di un punto vincente di Sinner a Roma in questi giorni, perché la vanità che ci contiene non è una nave ma una fregata di cammelli nel deserto, una carovana che cerca oasi di beatitudine. Parole sue e qualcuna mia.
Ok, pronti? Ciack!
Peggio della lettura senza emozioni, c’è solo l’assuefazione alla lettura. Quella sensazione in cui si mischiano disinteresse e fatalismo, in cui pare che tutto sia ineluttabile. Eppure nell’ineluttabilità c’è una sorta di giustizia interna. Se sei più ignorante, prima o poi cadi. Se non hai mezzi, qualcuno ti ferma. Ti toglie il libro dalle mani. E quel qualcuno sei te stesso. Ogni caduta ha in sé qualcosa di logico: un passo sbagliato, un equilibrio perduto, la gravità della terra che ci fa materialisti alla ricerca dell’utile finanziaro ai nostri interessi. L’emozione diventa irrilevante.
Il problema che abbiamo noi lettori ignoranti non è l’inevitabilità della caduta. É il modo in cui cadiamo. È la mancanza di consapevolezza, la vanità che ti fa credere migliore di quello che leggi. È il narcisismo che ti porta a salvare la tua immagine mentre tutto è noia. Quello sì, è imperdonabile il te stesso che ti annoia.
Tutto chiaro?
Il narcisismo è una maschera che, quando cade, lascia solo il vuoto. La verità è che siamo fatti di vuoti da riempire, e vi posso giurare che leggere Corrado De Rosa è una terapia che risolve. Il rifiuto della realtà è più grave della mancanza di talento.
Vorrei continuare ma non ne sono all’altezza, devo riprovare a saltare i momenti d’infelicità per concentrarmi su quelli felici, come un cercatore di farfalle, come un cercatore di chimere, come un cercatore di sensi e di ragionamenti vincenti. What’else? Direbbe quello famoso al cinema: beh, continuare a leggere i grandi oltre che bravi. Un medico veramente bravo, come De Rosa.
Ecco la verità? Ma cos’è la verità? Eccola in poche righe. Una lezione che rende da sola la pazzia di prendere e studiare questa trilogia.
Lui dice che non è un artista, lui dice che non sa creare. Io dissento, la sua Arte è quella di rendersi immortale con il suo verbo, che, ci crediate o no, fa saltare come allo stadio quando parte il coro.
PS. Dopo averlo ascoltato presentare e coinvolgere Emanuele Canzaniello e Salvatore Toscano, su discorsi complicatissimi di letteratura con protagonisti la finzione, la realtà e la narrazione della verità, ieri sera tornado a casa in bici, tra la folla che era tutta fuori all’evento, ho capito. I miei pensieri spesso rumorosi e antipatici, sono diventati armoniosi. Corrado De Rosa, in questi suoi tre capolavori, padroneggia la genialità umana di persone ormai mitologiche, li maneggia e li usa come orchestrali per suonare la sua musica, per volteggiare alto con armonia e semplicità. Tra questi geni, per lui esecutori di spartiti, solo per citarne alcuni: Camus, Einstein, From, Bukovskij, Freud, Halsman, Dostoevskij, Blom, Calamandrei, Eco, Nobokov, Foucault, i baffi infinito di Dalì e perfino Maradona. Se questa non può essere definita Arte è perché la sua è sovrumana. Aggiungo questa conclusione a questi miei pensieri sulla trilogia di Corrado De Rosa per provare a non fare veramente la figura del cazzaro che scrive cazzate. Ma questa è un’altra storia che riguarda le voci di dentro che tornano a fare rumore, antipatiche e moleste…
Voglio fare i miei complimenti a Giovanni Maio per questo suo ultimo romanzo: L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE. Ne sono stato prima catturato, poi rapito, alla fine liberato con un’ulteriore ricchezza che solo le sue opere sanno donare. Dopo il memoir LA MONTAGNA DEI SOGNI e la spystory del TRONO DI PIETRA, mi azzardo a dire che la cifra stilistica di Giovanni Maio è lo specchio della complessità della sua arte che è in continua evoluzione, in continua sperimentazione. Non si appaga, non trova un arrivo definitivo, non si può né etichettare né confinare.
Di questa arte, la scrittura è solo uno dei riflessi. Chi lo conosce sa di cosa sto parlando. Che sia un fiore o un frutto dei suoi campi, una tela, una scultura o una lezione di vita, la manifestazione umana della sua complessità, abbaglia.
Con questo suo ultimo romanzo, la scrittura si fa antica e nobile, capace di dare nuova vita a rovine del passato che diventano la porta specchio-tempo per ammirare quello che dentro abbiamo soffocato. Il mistero si fa intrigo. La parte iniziale è la narrazione storica degli eventi, con uno stile di altri tempi e febbrile spessore narrativo: straborda d’amore per una terra meravigliosa e complicata come il Cilento.
Il professore Martinelli, con i suoi bauli di libri, la sua ricerca ossessiva dell’impossibile a Gioi stella cilentana, teatro senza tempo, di lotte, desideri e ambizioni umane, terrene e ultra terrene, è un protagonista che guida e mi ha coinvolto in maniera così preziosa da farmi diventare attore presente in scena.
Più la conoscenza avanza è più la tensione cresce, e i segreti divorano l’attesa. La ricerca è ossessiva, la ricerca è ipnotica. La ricerca è presunzione di grandezza, di assoluto. Legato e rapito senza pietà, trascinato dentro il sudore dell’impegno, senza il quale non si raccoglie che sconfitte. Metti la cera, togli la cera, all’infinito fino a quando i muscoli non cedono alla stanchezza e sono però più forti di prima. È un romanzo che sfinisce come una lezione di arte marziale. Ma quando riprendi la lettura nel capitolo che segue senti che hai superato il tuo limite, l’orgoglio ti pervade, e un nuovo limite da superare è pronto all’orizzonte: il Bastone di Aronne aspetta di essere trovato.
Poi nella narrazione entra con prepotenza anche l’amore con l’arrivo di Bianca Maria. La ricerca, assillante, maniacale, opprimente, tormentosa, mai doma, diventa comunione di cuori che battono all’unisono, creando quella forza che vince non solo la solitudine, lo sconforto, la sconfitta, l’illusione e la disillusione, ma che addirittura conquista l’orizzonte del futuro più prossimo, più vivo e bello da vivere insieme. Tra romanzo storico, saggio, giallo e thriller, L’ENIGMA DELLA CATTEDRALE è una fusione di generi che danno tutti insieme un’unica urgenza, irresistibile: trovare il Bastone di Aronne. Scorrevole, fluido, erudito, intrigante, mi è piaciuto molto. Complimenti Giovanni.
Caro Giovanni, in conclusione, che dire? Grazie per questo viaggio che unisce la materia ai suoi significati più trascendenti del divino che è in noi. È un grande piacere leggerti e viaggiare con la tua scrittura nel Cilento più fantastico, che tu descrivi con una passione sfrenata, cifra particolare del tuo stile, che a tratti più che raccontare, dipinge.
potessi scappare e afferrare nel cuore questo cielo immenso, non più cadere ma volare, e con ali come catene, trascinato, non più morire ma sognare
potessi in colpo solo eliminare tutti gli scarafaggi di questa terra, ma quelli si riproducono, atomici, mentre angeli dal cielo stirano rughe crepate, il sole muore
voci in continuo parlare di parole scritte e parole urlate di aiuto e di lacrime ridi di me, del mio dolore perche sai quella carezza sapeva di truffa di muffa e di falsa sapienza venduta a caro prezzo come elemosina in un bacio pietoso freddo di marmo ride di me e del mio dolore beffa tradita atroce come fiele di sposa stuprata fossi egoista ti lascerei andare idea malsana ma sono cattivo e crudele mi graffio la pelle sicuro lo ammazzo questo amore deluso e sopravvivo furioso nel mio mare ribelle