VOCI

voci in continuo parlare
di parole scritte e parole urlate
di aiuto e di lacrime
ridi di me, del mio dolore
perche sai
quella carezza sapeva di truffa
di muffa e di falsa sapienza
venduta a caro prezzo
come elemosina
in un bacio pietoso
freddo di marmo
ride di me e del mio dolore
beffa tradita
atroce come fiele
di sposa stuprata
fossi egoista ti lascerei andare
idea malsana
ma sono cattivo
e crudele mi graffio la pelle
sicuro lo ammazzo
questo amore deluso
e sopravvivo furioso
nel mio mare ribelle

MANIA

Mania, che mi prende, che ti prende, che ci prende, mania, necessità magnifica di gratificazione, avvolgente, consolante come l’essere cullati, come quando infanti eravamo dentro uragani d’amore.

Regredire quindi per non morire emarginati.

Posto, pubblico, dunque sono: ogni like una carezza e ogni like mancato, uno schiaffo.

Siamo umani ma permettiamo il massacro ragionato di bimbi e permettiamo ai sopravvissuti di essere stuprati, torturati, addirittura affamati.

Si dovrebbe fermare il mondo e invece quello gira e noi con lui, con le lacrime asciutte di un momento e la vergogna della nostra impotenza, con la rabbia nel cuore che continua fare il suo mestiere, pompare sangue trasfuso, irrilevante, troppo denso di zucchero e grasso viscoso. Andiamo oltre indifferenti a girare dentro un film scritto senza passione. Rotolando nell’irrilevanza, ci aggrappiamo all’apparenza.

Sono, sei, siamo tutti bisognosi di gratificazione, manipolati da desideri indotti, contorti e contraddittori, ostinati e contrari alle manie, ai doveri, alle parole che fanno male, orgogliosi e presuntuosi dei diritti che crediamo di avere, infine siamo capaci di stupire, capaci di creare bolle di sapone che volano senza futuro, attimi di presenza nella bolla che tutti divora.

Posto, pubblico: dunque sono. E sono: quindi posto, pubblico e rileggo, e mi sbaglio, poi continuo, e leggo e condivido. Tempo sprecato. Il mio, il tuo, il pensiero di altri.

Maniaco, compulsivo, bisognoso, come un mendicante, come un tossico in cerca di soldi per una dose, come una divergenza che si fa massa, affogando nella media che tutto consuma.

Le immagini, le storie, le mie, le tue, quelle degli altri, il personale diventato attrazione e desiderio lascivo, nella piazza virtuale che tutto avvolge.

Il tempo, lo spazio, e la trascendenza delle leggi che dal fisico materiale diventano visione deformata di un presente reale, di ogni coordinata e l’emozione, una nota di colore. E così cronaca, gossip, scandali, del palazzo, del quartiere, del paese, della città, fanno di noi un grande fratello e ci sentiamo di sapere tutto l’importante che succede. Invece siamo schiavi e vittime di propaganda scientifica, di marketing sublimale, di paura inoculata a flebo giornaliere, di shock motivazionale destinati all’acquisto. Li chiamava consigli per gli acquisti ma era solo televisione.

Oggi che anche i clandestini sono connessi, la clandestinità è la disconnessione.

Oggi che la sorveglianza è una necessità fin dentro casa, dentro ogni nostra intimità, e addirittura parliamo con gli oggetti robot servitori, noi controllati e visionati in ogni strada, inquadrati in ogni via, ragioniamo con l’intelligenza artificiale. La luce non ha più ombre mentre dentro di noi le ombre non hanno più luce: indecifrabile la coscienza di esseri immondi ci divora l’esistenza.

Odiamo i poveri, e i poveri siamo noi, cannibali ci divoriamo l’un l’altro, sbandierando sentimenti ormai cadaveri.

Sono io l’esempio, sono io il rappresentante, sono io il peccatore, sono io l’ingordo, sono io che penso, sono io che posto, sono io che pubblico, sono io l’essenza, di una candela, di uno specchio che desidera il buio, riposo, disconnessione totale. Allora così sia, fino a domani, fino a quando sveglio la scimmia del mostrami non vincerà ancora, e ancora, una volta ancora. Desiderio, palliativo, inganno virtuale.

La scatola di cioccolatini è vuota, e ti guardo negli occhi mentre i nostri abissi scuri si abbracciano nella luce. Questa luce di libertà che ci fa vibrare fuori dal mondo reale.

Poi mi sveglio e vedo passioni “pazzesche” che producono lavoro senza sosta, magari anche di notte, come se la vita e la produzione di merce fossero un tutt’uno fusi insieme senza soluzione di continuità, una catena di montaggio che in questa fabbrica diffusa che ingloba ogni spazio, non ha più riposo né relazione oltre sé stessi e il proprio esserne parte eccelsa, la professione, e così la passione regge il ritmo impossibile che non è alienazione ma trascendenza, perché il lavoro intellettuale non ti consuma ma ti fa evolvere anche se la merce che produci non è valorizzata per sé ma per uno sfruttamento di massa senza confini. Gli ingranaggi sono ossessivi e oliati il giusto per non grippare con pezzi di sostituzione in tempo reale che non solo rendono precario il lavoro (e la vita), soprattutto lo rendono talmente sottopagato che sfiora quella schiavitù che ci fa prigionieri senza catene. Anzi, che bello la socialità virtuale.

Vedo passioni pazzesche, deliranti che affogano, missioni tracotanti potenza di propaganda che sedano ogni sentimento di ribellione che anzi si fanno “passione”, stupro consensuale.

L’ho dichiarato in presenza di uno scrittore e di una giornalista che ammiro molto, ad una presentazione di un VIP importante, in pubblico si potrebbe dire, in un privato ristretto forse è più giusto dire, io sono un sottoproletario, culturale e non solo… Non è falsa modestia ma presa di coscienza, e se non ricordo male (Marx, Gramsci, …) sono proprio i sottoproletari il problema della coscienza di classe, anzi il pericolo, gli assoggettabili e i più violenti, l’esercito a poco prezzo che basta a far fallire ogni rivolta, ogni rivoluzione, ogni minimo approccio alla critica dello status esistente… Ma quello che ho visto nella mia vita, è il proletario che prende coscienza di sé e in sé, e che prima o poi si corrompe. Meglio sottoproletario in fase di transizione? Meglio sì, un po’ per speranza e un po’ per ignoranza.

Non sono il granello di polvere che può fermare l’ingranaggio, anzi sono la goccia d’olio che ne aumenta le prestazioni. Io lettore che compro, io lettore che consumo, io lettore che di questa passione vorrei nutrirmi per viaggiare con ali di storie mai vissute.

Ma che ci posso fare se bastano due versi di una canzone per farmi credere che invece si può essere scintilla e appiccare fuoco?

Una serenata, dedicata a voi, passioni pazzesche, voi sì “sensibili alle foglie”.

Scetate che in italiano più o meno dice:

In cielo si sono radunate cento stelle

Per sentire questa canzone

Ho sentito parlare le tre più belle

Dicevano: “Ne ha di passione”

È passione che non passa mai

Passa il mondo, lei non passerà

Tu, certo, a questo non ci penserai

Ma sei nata per stregarmi

Tu, certo, a questo non ci penserai

Screenshot

Il pane e le rose

Il pane e le rose

il vino e le spine

con tragedie intelligenti

mentre

che vola che striscia

l’angoscia avvinta

professa pace ma arma l’istinto

di bruta follia

strategica menzogna

e ipnosi collettiva

come lo schiaffo del vento

che alita vorace

su speranze vane

e così ai bimbi straziati dall’orrore

né vino né spine

né pane né rose

PUNTO

Il punto.

Io sono un punto. Tu sei un punto. Noi siamo punti. Punti di cosa? Punti di vista. Questo è il punto della questione. Un punto di partenza. Un punto d’arrivo. Un punto di discussione. Una visione. Un punto filosofico. Una poesia. Punti di poesia. Magari solo un punto di una canzone. Una nota. Un punto sulla carta. Un punto di musica. Un punto accecante. Un punto di ferro. Un punto d’acciaio. Un punto dirimente. Un punto mobile. Un punto luce. Un punto di un ponte. Un punto franato. Un punto critico. Un punto di rottura. Un punto politico. Un punto di carta. Un appunto al punto. O un punto di appunto che non ha punti? Di sutura. D’attrito. Un punto di conflitto. Un punto di pace. Un punto senza capo né coda. Un punto in testa. Un punto nel culo che diventa tumore. Un punto d’esproprio. Un punto di legge. Giustizia. Punto. Amore. Punto. Un punto che unisce. Un punto che divide. Un punto che cade. Un punto che sale. Un tuffo di punti. Un punto di mare. Un punto di terra. Un punto nel cielo. Un punto d’incontro. Un punto di scontro. Un punto raro. Un punto bugiardo. Un punto traditore. Un punto come essere. Un punto come avere. Un punto come un pareggio. Un punto per nascondersi. Un punto incasinato. Un punto dove fuggire. Un punto dove ritrovarsi. Ad un certo punto. Un punto come casa. Un punto come strada. Un punto deserto. Un punto indivisibile. Un punto di punti. Un punto e a capo. Questo siamo. Punti. Tra pause, virgole e apostrofi appesi alla corda del sensazionale. Punti e a capo. E già sapersi punto ci fa consapevoli di appartenere a quella linea fatta di punti infiniti che s’attorcigliano sempre nello stesso punto. La vita. E a questo punto la verità è banale perché un punto vale un altro anche se il nostro punto è speciale come nessuno. Questo sì che è un punto fermo dentro galassie fatte di vuoto. Io sono un punto e tu che punto sei? Un punto e a capo. Questo sei e me ne devo fare una ragione. Non un punto ragionevole ma la ragione del punto. La fine. Il punto, la puntata o la puntura?

SCONNESSO

A volte mi sento come plastica, sintetico, forse riciclabile, magari differenziato. A volte utile nel tempo breve, deformabile, plasmabile con un po’ di calore. Composto e decomposto non da vermi ma da chimici. Creato eterno.

Vedere e farsi vedere, guardare e farsi ammirare, leggere, scrivere e criticare, ascoltare, cantare e poi ballare, adulare, maledire, bestemmiare, odiare l’amore, amare l’odio. Replicare, clonare, esprimersi con le parole di altri, amati, odiati, seguire ed essere seguiti. E quindi correre. Correre nei sogni ma legati alla misera. E quindi volare, e nello specchio specchiarsi l’anima.

Con le piattaforme social i potenti della rete toccano le corde profonde del desiderio umano e ormai l’ego di DNA bastardi, in risonanza suona amplificandosi d’eterno nel groviglio di esistenze duplicate, clonate, appese come edera. Nani che diventano giganti e giganti che diventano nani. Primavere e priapopismi di parole mai lette. Inverni senza gelo. Rifiuti nucleari nel cuore di stelle spente. Biblioteche di terabyte come cimiteri nell’universo.

Palcoscenici ipnotici, connessi come neuroni sperduti, hanno preso il posto delle celle di un alveare prigione che ci contiene obesi di niente. La libertà onnivera ci consuma e come miele produce fiele fino allo spegnimento con manifesti di lutto condivisi come novità offerta a chi rimane in corsa.

 Un senso? Cordoglio. Ubriacante sconnesso mi collego a brividi che tremano senza ordine né memoria. 

 Sconnesso godo. E zombi sociali di cinecei fluidi ritornano vintage come fiori malati con flebo di byte in vene bucate, come rancura dilaniata che striscia tra odio e amore.

E allora sì, sconnesso vago, sconnesso godo, sconnesso cerco la strada. 

A volte mi sento come la plastica, sintetico, forse riciclabile, magari differenziato. A volte utile nel tempo breve, deformabile, plasmabile con un po' di calore. Decomposto non dai vermi ma dalla chimica. Eterno.

Le notti senza memoria di Carmelo Sardo

Romanzo 2024 – Bibliotheka Edizioni

Il romanzo “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo mi ha sconvolto: iniziato la sera prima e finito la sera dopo. Oltre 400 pagine assaporate e masticate con l’ingordigia primordiale di un autista di TIR, che finalmente si ferma dopo kilometri e kilometri di noia. Non solo il lavoro, non solo le chiacchiere con la manovella e le polemiche da bar escludenti l’altro, gli altri, l’umanità che ci fa paura. Non solo le propagande da oriente a occidente. Non solo stragi d’innocenti, quotidiane come flebo d’anestetico nelle vene, come schiaffi continui di questa vita precaria, ma anche stragi di soldati e sempre più soldatesse pagate per fare la guerra. Eserciti umani con la follia negli occhi e tumori d’orrore nel cervello.

La noia uccide, invece da quella sera, da quelle 400 pagine divorate al posto di un cenone come un altro, i miei sogni sono diventati più reali, più tremendamente vivi di quanto onestamente possa io mai sopportare di vivere. Mi si è aperta nella mente, una porta spazio tempo tra i pensieri che viaggiano senza soluzione di continuità dalla notte al giorno e dal giorno alla notte, emozioni e sentimenti che diventano questioni aperte di notte e di giorno. Desideri che si realizzano e azioni che diventano desiderio. È la potenza viscerale di “Le notti senza memoria” di Carmelo Sardo. Non so spiegarmi meglio, viscerale è quella cosa biologica che mi fa sentire carne viva un pensiero.

La costruzione multidimensionale di questo romanzo è un inviluppo armonioso di sentimenti e stati carnali dell’umano che si fanno desiderio e sogno d’amore. L’intergenerazione delle vicende dei personaggi non è solo temporale, relazionale, di genere e di sangue. L’essere figlio, l’essere genitore, l’essere uomo e l’essere donna, amare e l’essere amato, sono dimensioni che si tagliano tra loro e si intersecano, sono dimensioni dell’uno e del tutto, complementi di ferite laceranti aggrovigliate con momenti d’estasi che dal tormento esplodono nella felicità, e dalla felicità precipitano nel tormento. Lotta continua. Incontro, scontro, ricerca e scoperta, dell’io narrante che si fa compagnia d’anime, che lotta e canta in coro, la grandiosità e la bruttura dell’esistenza umana. Le dimensioni del sogno e della realtà si compenetrano: tagliano, producono ferite, attraggono, creano carezze. E si cuciono e si strappano a vicenda in una lotta continua dell’io soggettivo che si racconta, unico Dio di se stesso e della terra su cui cammina. La trama è un filo di Arianna tessuto in trame convergenti, la finitura lucida di un tessuto che non veste ma incarna la soluzione, quindi l’epilogo, che come un novello Teseo mi ha portato fuori dal labirinto di pensieri senza comprensione. Ciò che sconvolge illumina, crea treni di pensieri, e nuove visioni. Questo è quello che mi ha regalato Le notti senza memoria”.

Lo dice lui nelle note finali: “veste inedita di narratore delle inquietudini delle pene dell’anima con una storia visionaria, onirica…”

Ringrazio Gian Paolo Serino e Satisfiction per la segnalazione, quella scintilla che accende il desiderio di lettura, quella critica che agita frenesie di conoscenza, quell’ordine che mette in moto il caos e ne comanda una scelta precisa. Scoperta e incontro, onore e commozione.

“Iniziati” li finisco tutti ma alcuni romanzi mi scaraventano in sogni da cui non vorrei svegliarmi mai. Io li finisco sempre i romanzi, belli o brutti, prima o poi anche soffrendo a fatica, li voglio finire. Preziosi mi diventano tra le mani quelli che mi rapiscono, presto dimenticati quelli finiti senza emozione. Sono fortunato a non dover lavorare con i libri, credo che peggio dell’alienazione del lavoro ripetitivo, ebbene sì anche la noia quando va bene e non diventa patologia, ci sia la gestione manageriale ricattatoria del tempo che vola troppo veloce. Freddo, algido, giustizialista, necessario per chi ha poco tempo e troppe scadenze che urlano alla porta. Quel dovere senza pietà che stritola la lettura e i libri stessi, è un boia, maledetto e spietato. Nelle mie mani, nel tranciare una lettura mi sembra di ucciderne l’autore e anche se non finisce nella spazzatura ma in bella vista, parcheggiato tra le cose da continuare a leggere, sento il suo sguardo che mi rimprovera perché della sua anima, riesco sempre a leggerne briciole tra le righe che ha scritto. L’anima non si può ammazzare e se anche provo a nasconderle nello scantinato sottostrutturale del mio pensiero utile, comprimendo allo spasimo mirabili desideri di fuga dalla realtà, una forza misteriosa doma la bramosia del nuovo prima di terminare il vecchio. Perché è un romanzo la dimensione ideale in cui perdersi per non annegare nella noia della vita quotidiana. Non arrendersi, in questo caso, come per tanti altri capolavori, si è rivelato una fortuna immensa. All’inizio il Carlo protagonista sembra un clone antipatico, nemmeno tanto singolare ed interessante, anzi moralmente disprezzabile con gli occhi bacchettoni, mio malgrado annoiati, di chi crede di averne visto e letto anche di peggiori. Poi invece, alla fine, non solo ti piace ma vorresti entrare nelle pagine e abbracciarlo. Posso affermare, con le parole dell’autore: “No. Non volevo guarire, e non era ancora il tempo di morire.”

Non arrendersi, resistere, paga, paga sempre.

A volte, nel brutto, nella monnezza, nell’ovvio, nel banale che non è la stessa cosa, nella sporcizia, nel fatto male, nella mediocrità, nell’orrendo, c’è tutta quell’umanità trasfigurata di cui ho bisogno, quel metro che misura tutta la mia irrilevanza, nel tempo che ci rimane. Poi a volte inciampo nella bellezza immensa, e il tempo che mi rimane diventa eterno. Il tempo non mi spreca, mi consuma come un fuoco avvampa senza ossigeno da respirare… Non so se per godere fino in fondo di questo bel romanzo di Carmelo Sardo, bisogna essere sognatori. Quello che so è che sognare è meraviglioso.

“Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.” (F.D.)

Che colpa posso mai avere io nel desiderare di vivere nelle parole di un romanzo sempre nuove storie in cui ardere d’amori e di tormenti? Quindi, sognare di vivere o vivere di sogni?

NON HAI CAPITO

Pitagora di Umberto Eco

Il silenzio di un meriggio meridionale. Lontano, la risacca del mare. Cani che abbaiano. A tratti, uno zufolo di canna. Pitagora ha l’accento pigro e pacato di un intellettuale del Sud che stia bevendo acqua e anice.

ECO – Buongiorno Maestro.

PITAGORA – Salute e armonia a te.

ECO – Pitagora… Mi dà una certa emozione pronunciare questo nome, che fu sacro a molti, poiché Lei, Maestro, fu tenuto dai suoi discepoli in conto di divinità…

PITAGORA – Non a torto.

ECO – Vedo. Ragione di più… Dicevo: una certa emozione. Ma mi chiedo se per molti altri che ci ascoltano il suo nome non evochi soltanto memorie ingrate: la tavola pitagorica, il teorema di Pitagora…

PITAGORA – Perché ingrate? Si tratta di due piccole applicazioni, e mi turba quanto tu dici, che per molti la mia fama si sia identificata con questi artifici secondari. Ma anche in essi risplende l’armonia sublime del numero. Pensa alla tavola: una matrice elementare da cui puoi generare tutti gli sposalizi possibili tra numero e numero, dati una volta per tutte, senza tema di errore, perché la regola di questo quadrato magico è la stessa che regola l’armonia dell’universo, dal cerchio più ampio delle sfere celesti agli abissi dell’infinitamente piccolo.

ECO – La capisco, Maestro. Il suo pensiero è stato così semplice e limpido, che ancora oggi molti lo confondono con quattro banali regole di calcolo a uso dei geometri o dei contabili.

PITAGORA – Noto una sfumatura di disprezzo nel modo in cui dici “geometri” e “contabili”. Vi è forse occupazione più nobile di quella di coloro che misurano le mirabili simmetrie degli spazi o che moltiplicano, sottraggono, dividono e assommano i numeri?

ECO – No certo. Ma è che ai giorni nostri… Ma è difficile da spiegare, non so se Lei può cogliere… Mi chiedo anzi come non sia stupito di trovarsi qui, di fronte a me, a tanta distanza di tempo dai giorni in cui visse, in un mondo così incommensurabilmente diverso.

PITAGORA – Ti prego, uomo ingenuo! Tu stai parlando con Pitagora. Tu sai che la mia anima ha trasmigrato in molti corpi; tu sai che un tempo fui l’eroe Euforbo e che vedendo, secoli dopo, il mio scudo nel tempio di Apollo, lo riconobbi, e piansi. Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e lo sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio della purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all’astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa librarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l’armonia del cosmo, e l’ammirevole concatenarsi dei tempi, così che il tuo presente non mi è cagione di gran stupore, come non ne fu il passato, entrambi derivando dalla calibrata e molteplice danza dei cicli cosmici. Ai tempi miei ho visitato l’Egitto, dove vi appresi i misteri coltivati da quei sacerdoti, e la Persia, e le Gallie, e Creta. Come vuoi che mi stupisca e riesca nuovo il tuo mondo?

ECO – E dopo questi viaggi, all’età di quarant’anni, Lei emigrò sulle coste italiche, a Crotone. Eravamo nel sesto secolo avanti Cristo. E qui Lei fondò la sua scuola. Adorato dai suoi discepoli (dicevano persino che Lei, divino, avesse un femore d’oro), accettavano una disciplina rigidissima, e solo gli eletti erano ammessi alla conoscenza dei misteri superiori della sua dottrina. Una comunità di tipo monastico, diremmo oggi, che ha prodotto pensatori che han diffuso le sue teorie in tutto il mondo antico. Cosa insegnava, Maestro, ai più fidi tra i fidi, laggiù a Crotone?

PITAGORA – Il numero, sostanza di tutte le cose.

ECO – In che senso, sostanza?

PITAGORA – Avrai sentito parlare di quei primi filosofi naturali che cercarono la spiegazione dei fenomeni del mondo non nell’immagine mendace degli dèi, ma nel principio primo. Non erano sciocchi, avevano capito che conoscere significa trovare un unico principio che spieghi l’origine, il divenire e l’organizzarsi di tutte le cose esistenti. Solo che la loro mente era debole, la loro fantasia pesante, e cercarono questo principio primo negli elementi fisici, l’acqua, l’aria, il fuoco. Fui io che per primo compresi che il principio e la norma delle cose erano una sola forza, e questa forza era una forza matematica. Sono i princìpi matematici che regolano la vita dell’universo, che ne sono origine, legge, motivo di sussistenza e ragione di bellezza. Il numero è la sostanza delle cose.

ECO – Ma cosa significa questo. Che le cose sono numeri? O che le cose imitano i numeri? O che le cose sono regolate da numeri?

PITAGORA – Tu mi chiedi troppo. Alcuni hanno dovuto vivere all’ombra della mia verità per tutta una vita, per capire. E non sempre hanno capito. Al massimo hanno ripetuto. Dicevano, delle mie parole; «Autosè fa – Ipse dixit – Lo ha detto il Maestro, non si discute». E nell’obbedienza, nell’umiltà, nasceva la conoscenza. E tu vuoi che di colpo ti sveli la verità? Piuttosto, guarda questa figura.

ECO – La conosco… È la Tetraktys, il triangolo magico composto di punti. Tre lati, di quattro punti ciascuno, e un punto al centro, così che sembra anche composta di quattro file di punti, una di quattro, una di tre, una di due e una di uno.

PITAGORA – E in essa, se saprai capire, già ti sorride la verità del numero. Uno più due più tre più quattro uguale a dieci. Un punto al centro, origine di tutti gli altri. Quattro punti ai lati, quattro, il numero della perfezione, della forza, della giustizia e della solidità. Tre serie di quattro punti formano il triangolo equilatero, simbolo di eguaglianza perfetta. La somma dei punti dà dieci, e coi primi dieci numeri puoi esprimere tutti gli altri infiniti numeri che abitano nell’universo. E se guardi il triangolo dal vertice alla base, ecco che il numero dei punti ti mostra, alternati, il pari e il dispari. Il pari, simbolo dell’infinito, perché non potrai mai identificare in una linea di punti pari il punto che la divida in due parti uguali. Il dispari, dotato di un centro che separa due metà sempre uguali. E l’uno, infine, numero pari e dispari ad un tempo, origine sia dei numeri dispari che dei pari, che con la sua sola presenza può rendere pari il dispari e dispari il pari. Non vedi, uomo, in questo simbolo elementare, tutta la saggezza dell’universo, tutte le leggi matematiche che fanno il mondo?

ECO – Sì, in astratto… Ma gli oggetti fisici?

PITAGORA – E cosa sono gli oggetti fisici, da dove credi che traggano la loro consistenza se non da una diversa disposizione spaziale e numerica dei loro elementi infinitesimali? Se il fuoco serpeggia così rapido, e punge e penetra, è perché dalla generazione dei triangoli elementari si generano corpi solidi in forma di piramide, che appunto punge e penetra. Mentre gli altri elementi saranno formati da ottaedri, icosaedri e dodecaedri. E questi, che regolano la vita infinitesima del microcosmo, sono i princìpi del macrocosmo, che regolano il cammino delle sfere celesti e la rotazione dei pianeti.

ECO – Io capisco, Maestro, che Lei ha anticipato di secoli le intuizioni fondamentali della scienza moderna: non solo che il mondo può essere spiegato in termini matematici, ma che sia l’universo delle galassie che quello delle particelle subatomiche sono due aspetti di una stessa macchina, spiegabile in termini di calcolo. Ma proprio Lei, Maestro, che ha dato un tono così profondamente religioso alla sua comunità, non ha preveduto l’obiezione che ancora oggi qualcuno potrebbe farle: che, cioè, il numero spiega la struttura del mondo fisico ma non la vita… come dire… dell’anima, dello spirito. Ma cos’è allora l’anima di cui Lei parla, che trasmigra di corpo in corpo sino alla purificazione? Cosa sono la musica, che lei ha amato tanto, l’arte, la poesia?

PITAGORA – Sono numero. Numero. Che altro? Lo stesso numero che costituisce le piramidi del fuoco, lo stesso gioco di pari e dispari, finito e illimitato che regge la generazione delle grandezze matematiche. Ecco, qui ho sette bicchieri, di uguale formato; e ciascuno è riempito di acqua, ma in misura diversa. Ora io batto con questa verga di metallo su ciascun bicchiere, in serie… Senti? (Si ode una successione di suoni, non una scala diatonica, qualcosa di più simile a una scala cromatica, o la successione dei tasti neri sul pianoforte). Cos’è questa?

ECO – Sì… musica. Almeno, il principio della musica.

PITAGORA – E da cosa dipendono gli intervalli, e le differenze riconoscibili (e amabili) tra suoni, se non dalla misurabile quantità d’acqua in ciascun bicchiere? E vedi ora questa corda: lo sai, è il principio che permette il funzionamento di molti strumenti musicali. Se la premi a questo punto, rendendola più corta, ottieni un suono, se la premi più avanti, e l’accorci ancora, il suono sarà più acuto (si odono due suoni). Tu sai, ogni musico sa, che ogni minima differenza di suono può essere misurata rapportandola proporzionalmente all’estensione della corda. Una formula matematica regge la vita di ogni evento musicale.

ECO – Sì, ma io dicevo: e l’anima?

PITAGORA – Risponde alle leggi della musica, è un puro gioco di rapporti numerici. Ricordo una sera, a Taormina. Un giovane, avvinazzato, al colmo dell’ira, stava per sfondare la porta di una casa dove abitava una donna. Nessuno riusciva a trattenerlo. Sino a che io capii. Non tanto il vino lo eccitava, quanto la musica che i suonatori di tibia suonavano in modo frigio, che dispone all’eccitazione, e tende muscoli e nervi, per simpatia tra i numeri che regolano e l’uno e l’altro fenomeno. E io ordinai ai suonatori di passare al modo ipofrigio. E subito il giovane si calmò. D’altra parte noi stessi, nella scuola di Crotone, ci addormentavamo al suono di qualche calcolatissima cantilena, e poi al risveglio, per rifarci lucidi, ricorrevamo ad altre modulazioni. Ma tu lo sai, e lo sapeva tua mamma, quando eri infante, che ricorreva con grande saggezza alla nenia giusta per calmare le tue lacrime! Senza che avesse studiato essa sentiva, dal profondo della sua anima, i numeri che potevano ben disporre la tua, e li traduceva in musica! Non so cosa sia d’altro, per te, l’anima, e se sia qualcosa di più. E cosa ammiri nel tempio o nella statua se non la simmetria, l’ordine e la rispondenza di una parte a tutte le altre, e il ritmo, lo stesso che ami nella poesia?

ECO – Io credo che Lei abbia ragione, Maestro, e che sia molto più religioso il suo pensiero di quello di coloro che oppongono spirito e materia come se fossero due entità incommensurabili. Ma forse lei ha portato questa sua religione del numero troppo avanti. La sua dottrina astronomica, per esempio…

PITAGORA – Cosa vi è di errato nella mia dottrina astronomica? Intorno al fuoco centrale ruotano i dieci corpi celesti. Il cielo delle stelle fisse, Giove, Saturno, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, la Luna, la Terra e l’Antiterra.

ECO – Appunto. La Sua dottrina astronomica è stata rivoluzionaria, ha anticipato quella copernicana, perché non riteneva che i pianeti ruotassero intorno alla Terra. Ma perché l’Antiterra, un corpo che nessuno ha mai visto?

PITAGORA – Ma perché solo così si raggiunge il numero perfetto di dieci!

ECO – Vede dunque che per amore di teoria, di perfezione matematica, Lei si è costruito un universo su misura, che non corrisponde alla verità dei fatti.

PITAGORA – Non corrisponde alla verità dei fatti? Cosa significa? La verità è la teoria matematica. Se la teoria matematica postula la presenza dell’Antiterra, l’Antiterra deve esistere, e peggio per noi che non siamo capaci di vederla. Forse che ai tuoi tempi non sono stati scoperti nuovi pianeti?

ECO Certo. – Urano, Plutone, e i satelliti di Giove…

PITAGORA – E come li hanno scoperti? Li hanno visti?

ECO – No, dapprima no. Dapprima, per verificare certe teorie astronomiche, per
spiegare certe anomalie nel moto dei corpi celesti, si è dovuto presupporre che esistessero, poi si è andati a cercarli con strumenti sempre più raffinati e poi…

PITAGORA – Vedi dunque che è la teoria che ha fornito gli elementi per la verità, la fiducia nella legge matematica dell’universo, il postulato della regolarità dei fenomeni!

ECO – Lei ha ragione. Ma poi si è andati a verificare.

PITAGORA – E che bisogno c’era, se la fiducia nella regola eterna ti diceva già che dovevano esserci? Ma non avverti la bellezza di questa regola eterna del numero? Ogni pianeta girando a velocità diversa intorno al fuoco centrale produce un suono della gamma musicale, e tutti insieme generano un concerto dolcissimo, un’armonia che canta perennemente nell’universo.

ECO – Che noi non sentiamo.

PITAGORA – Certo, perché il nostro orecchio vi è abituato sin dalla nascita. Non hai mai fatto caso, nell’incanto di certe notti, al rumore del silenzio? Ma solo in momenti di grazia puoi udirlo.

ECO – Sì, ma se tutti i dieci pianeti producono ciascuno una nota della scala musicale, tutti insieme non fanno armonia, ma una dissonanza tremenda, come se io schiacciassi di colpo tutta la tastiera del pianoforte, come se pizzicassi tutte le corde di un’arpa in un solo istante…

PITAGORA – Ma la musica non è data dai suoni, bensì dai rapporti tra i suoni. Anche un sordo può godere la musica, purché la pensi, mentre chi la ascolta senza pensarla non la gode.

ECO – Ancora una volta questo disprezzo per il concreto!!!

PITAGORA Ma del concreto io vedo l’anima matematica.

ECO – Sì ma l’adolescente di Taormina è stato calmato da una musica suonata, non
dal pensiero matematico degli intervalli musicali.

PITAGORA – Era puro dialogo tra numeri, opposti che si integravano, tensioni che si
componevano nell’armonia. Non era necessario che il ragazzo lo sapesse e lo capisse. Così doveva avvenire.

ECO – così doveva avvenire… Vede, Maestro, quello che le rimprovero è il suo ottimismo matematico. La sua fiducia in una sorta di fatalità armonica che regola il divenire dell’universo. Lei ha lasciato in eredità al nostro tempo grandi intuizioni scientifiche, ma al tempo stesso una terribile tentazione. La tentazione di contemplare una armonia astratta del tutto teorica, senza riuscire a tener conto della contraddizione, del dolore, di quelle vicende tutte terrestri in cui il numero fallisce e l’azione umana deve intervenire per ristabilire una legge, o per imporne una nuova. La storia della nostra scienza è fatta anche di calcoli sbagliati, e di esperimenti che hanno contraddetto i calcoli, e di calcoli che hanno rifatto i calcoli precedenti…

PITAGORA – Ma non siete mai riusciti a darmi torto.

ECO – Non lo so. Forse le si è dato ragione proprio quando le si dava torto, quando si sono negati i suoi numeri per cercare altri numeri…

PITAGORA – Sono sempre gli stessi. La regola sta al principio.

ECO Ma trasporti questo atteggiamento nella vita sociale e politica. Cosa ne nasce? Una visione aristocratica e conservatrice. Non a caso Lei ha dovuto fuggire da Crotone, perché il partito democratico vedeva nella Sua scuola un centro di pensiero aristocratico e reazionario. Nella vostra fiducia nelle leggi eterne del mondo voi pitagorici non potevate comprendere la mutazione, non potevate intuire quello che dopo di voi ha intuito Eraclito, che tutto scorre, che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, che la realtà nasce anche dal dolore, dalla lotta, che l’armonia è un punto d’arrivo, sempre provvisorio, ma guai a considerarla un punto di partenza, definitivo.

PITAGORA – Dunque non hai capito.

ECO – No Maestro, ho capito che lei ci ha offerto probabilmente solo uno dei volti della verità, e che ne esiste anche un altro, e che nella tensione tra queste due verità, quella che un nostro poeta ha chiamato la duplice battaglia dell’ordine e dell’avventura, in questo sta la nostra verità umana.

PITAGORA – Dunque non hai capito.

ECO – Sì, ho capito che la Sua funzione è stata di proporci la Sua verità, e di non dubitarne mai. La nostra è di metterla in dubbio, e di crederci, al tempo stesso.

PITAGORA – Dunque non hai capito.

ECO – Buongiorno Maestro. La ringrazio per avermi concesso quest’intervista.

PITAGORA – Non hai capito.

estratto senza permesso da:

AA.VV .
Racconti matematici
a cura di Claudio Bartocci
© 2006 Giulio Einaudi Editore S.p.A., Torino

Connessi o sconnessi buon Natale

fermati umanità gozzovigliante lacrime di dolore tra un calice e l’altro brindando morte

…una foto in cucina e l’altra scattata alla vetrina di un negozio in Via Michele Conforti, quella strada che scende dal vecchio Stadio Vestuti e porta su via Dalmazia, all’ingresso principale della Cittadella Giudiziaria di Salerno, e alle spalle la Stazione dei treni, per partire, per tornare… E poi, intelligenza artificiale.

fermati umanità gozzovigliante lacrime di dolore tra un calice e l’altro brindando morte

Caro cuore ti scrivo

Sei giudice e boia di te stesso. Sei amante e traditore di te stesso. Siamo il male e il bene di noi stessi. Ci ritroveremo a scavare cenere e terra dalla faccia per uscire dal baratro delle sofferenze per entrare nell’abisso dei dimenticati, per scappare e correre nella luce dei dispersi. Un giorno ancora, dimessi dalla mediocrità, un giorno ancora a respirare bellezza, rovente come fiamma. Un giorno ancora a prendere a calci la vita che non ci piace, indomabile la vita come questo corpo che rifiuta di morire, che a modo suo, rigetta organismi senz’anima. Un giorno ancora per giocare a farsi dio vomitando sangue. Un giorno ancora, infame, parassita, a riempire mancanze che diventano vuoto, a urlare parole di musica soave che sono carezze per questo cuore straziato. 

😍
💪
🤗

Ho litigato con un demente nella mia testa che mi diceva di ubbidire senza obiettare critiche con evanescente orgoglio politico. Un giorno ne mangerò il cuore. Un giorno racconterò cosa è successo veramente. Adesso è già notte ma troppo presto per dormire o troppo tardi per vivere ancora senza pace.

La vita è un punto di vista, azione di righe, cerchi e colori mescolati dal tempo, visione di passato all’alba che diventa futuro, linee d’orizzonte e incroci di sogni, ringhiere a sostegno e sbarre di galera nella coscienza, mentre una stella ti scalda e il tormento trasforma la corsa in attesa come piacere eterno di strade affollate immobili verso un blu che sa di cielo. Come giocare su campi bagnati dalla pioggia quando invece il mare è tranquillo, e per strada ci si perde.

LUNA ROSSO SANGUE

romanzo di Antonio Lanzetta, 2024 NEWTON COMPTON EDITORI

Il mio quarto Lanzetta non è una conferma, scontata come dicono tutte le recensioni che ho letto, è di più: è un salto che si aggrappa a quella chimera mitologica di perfezione narrativa che il talento di Antonio doma e mette al servizio di una storia incredibile e sconvolgente. Lo dice lui in un’intervista che LUNA ROSSO SANGUE è la prova della sua maturità ma, secondo me, fa un torto alle opere precedenti, perché ognuna lascia un segno profondo e intanto, una volta tradotte, le sue opere raccolgono consensi e premi oltre i confini italiani. Se mai, la conferma è la crescita costante di lettori che, come me per esempio, letto uno ne vogliono ancora e ancora, come L’UOMO SENZA SONNO che proprio in questi giorni è stato premiato a Orchies in Francia vincendo il Prix coup de coer du jury Noir Charbon 2024.

Screenshot

L’esperienza sensoriale prima che emozionale, in questo capitolo recente della produzione lanzettiana che ha per titolo LUNA ROSSO SANGUE, è la cifra artistica che ne rende unica e speciale la lettura. L’intreccio temporale delle due storie narrate con gli stessi protagonisti corre nelle pagine in modo frenetico e fanno della formazione e della maturità dei personaggi un’unica dimensione sempre presente in cui mi sono sentito avvinto come testimone partecipante e non un semplice spettatore. Le scene ti prendono con tutti i sensi e le emozioni che si provano non sono che la prova di quanto efficace e vivida sia la grandezza della scrittura di Antonio Lanzetta. Sarà che in prima persona, come nel romanzo Pietro fa con Toni sulla spiaggia di Pioppi, da bambino mi sono trovato a difendere il mio fratellino dall’assalto di una terribile gang del centro storico. Il ricordo della Standa sul corso Vittorio Emanuele di Salerno, il nostro primo centro commerciale in città ad un passo da Portanova, è una cicatrice che ancora oggi spacca il labbro superiore della mia bocca.

Questo romanzo è un crescendo implacabile in cui la forza sensoriale ed emozionale dell’onda che cresce con spaventosa irruenza, avviluppa tormenti e tenerezze in un abbraccio sublime, come in quei baci di passione che se anche ti tolgono il respiro, non vuoi mai smettere. La capacità di Lanzetta di spogliare il lettore e mettere in discussione ogni certezza difronte alla nudità dei misteri dell’esistenza umana, trascende quel mondo ideale che tutti vorremo vivere, quello di rette parallele ben distinte, dei percorsi del bene e del male, giudicabili con precisione, confinabili con fermezza. Il bene e il male, l’amore e la violenza, il caldo e il freddo, la tenerezza e il tormento, si intrecciano, si abbracciano, si combattono, si elidono e si riproducono, si sovrappongono, dentro e fuori dalla nostra mente, dalla nostra carne, dall’anima che ci costituisce. Un cerchio che tutto include, credenze, superstizioni, diritti e doveri di sangue, scienza e perfino ogni ovvia banalità quotidiana. I cerchi di pietre che trasfigurano le azioni umane oltre il mistero della vita e della morte sono nella storia umana una testimonianza millenaria del pensiero che desidera l’eterno materiale come dominio sullo spirito, evanescente presenza che fa paura, e così la letteratura di Lanzetta trascende i generi e le etichette, travalica i confini insulsi del posizionamento nel mercato per ambire alla possenza della materialità posseduta da un testo che si tramanda tra generazioni.

L’arte, di cui questo romanzo non è che un ennesimo capitolo che mi fa desiderare un seguito, è, come ho già scritto in questo utile Diario che mi ricorda pensieri che altrimenti potrei solo dimenticare, l’arte dicevo, è un bagno di verità nel più profondo, angosciante e meraviglioso intreccio dell’esistenza umana. L’ingiustizia, la crudeltà, non hanno spiegazione se non nel riflesso tortuoso del male, il serpente viscido dalle mille teste, dai mille sonagli. Mettere a nudo quello che non si traveste, colui che striscia e non cammina è l’arte di Antonio Lanzetta, perché mentre lo leggi, ti fa sentire sulla pelle, il viscido, il brivido, prima ancora di entrare nella scena che segue. La dimensione mentale e fisica del dolore, del tormento e anche dell’amore, mi è entrata dentro, o forse è il buco nero che attrae e non da scampo come nello spazio fa per la luce. Distaccarsi è lacerante, continuare a contaminarsene è sublime, ecco perché attenzione provoca dipendenza è un invito non un avvertimento.

Ringrazio di cuore Antonio Lanzetta, questo scrittore immenso, perché unico insieme a tanti altri unici immensi del passato, del presente e del futuro, uomini e donne, tra le tante cose, mi rende reale, realizzabile questo invito prezioso di Gustave Flaubert:

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”

RECENSIONI

https://www.librierecensioni.com/libridaleggere/luna-rosso-sangue-antonio-lanzetta.html

https://www.mangialibri.com/luna-rosso-sangue

A latteria abbandunata


Quando tutto il mondo fuori era in fiamme, nui vagliunciell iucavamo a pallone, areta a latteria abbandunata. Là dreta so criscut pur’io, mieza a via, iucann o pallon quann’ passav na machina ogni morte e papa. Egge iucat’ pur io rinta a chillu KGT. Nu squadrone. Ncopp o cement taglient e nu parcheggio vutat a camp e pallone, in finale contro ‘o Real Torrione, vincettm nu torneo ‘ncoppa a chella frabbrica abbandunata aro’ mo fann o mercat e ce sta na scola pe’ creature che si chiamma Posidonia.  Là patem facev l’operaio a faticà tunnellate e fierr che addiventavan tubi, lamere, e per l’esportazione guarda rail pa’ Russia. Accussì mi raccontava papà. Iucavam ‘nsieme all’ultim re frat Cavaliere, Adriano o chiù piccirill, nu’ Pelè meglie e Rivera. Gaetano in porta, Eduardo mediano. E tanti amici muccusiell che nun vech cchiù e chissà che fine enn fatt. Ricordo che fenett 6 a 2 pe’ nui e nu gol o faciett pur io, nu chiattulill che iucav a terzino cu nu 2 ‘ncopp e spalle cusut a mano da mammà. Forse era il 1977. Pure quando nisciuno sapeva che fine aveva fatto Aldo Moro, iucavamo a pallone mieza a via sott a fenestra e Nanninella. Nun m’arricord chiu’, manc e nomm e manch e facce e tutta chella bella gioventù. Là, ncoppe a chill campo ca pareva nu Maracanà, o pallone ra matin a sera nun ce bastava mmai. Pallone e pallunate, falli e mazzate, abbracci pe nu goal e cazzott ‘nfaccia pu nu sgambett a tradimento. A palleggià, pa capa e pi pier, appriess a na palla areta a chella latteria chiene e zoccole e fetenzie. A latteria steve miezo o quartiere, abbandunata comme o cementificio e quella fabbrichetta saccheggiata, mieza a chillu piezz e città tra a Pastena e a Ferrovia, là addo mo’ ogni matina è na festa e mercato. Tanta bella gente, frutta, verdura, e pisc’ e mare che ancora nun so’ muorte. Miezo ‘o Turrione e Salierno ca po’, sagliett pure in serie A.

Pur’io so crisciut miez’a via, pur’io pur’io, e pur’io vulev nu post rint’a squadra pe iucà ma crescen crescen egg capit che o pallone è na bucia comm’a vita, na pazziella a rò o padrone è semp nu patatern che prima o poi se ne va e se port appriess chi vò iss, senza pietà. Comme nu fiore e tarassaco c’emme consumat miez’a via. Comme è fredda e gelat’a notte quann chiove, vott o vient e riman sule. E pienz e a che pienz? A quand’era bell a turnà a casa, addò mammà t’aspettav, pe te fa magnà chell che era cucinato pensann’a te.


foto dal web (prego il proprietario di rivendicarne i diritti e a lui chiedo il permesso di usare questa sua bellissima foto che immortala il passaggio dell’esercito americano nella seconda guerra mondiale, si vede la vecchia latteria di Salerno poi ricostruita e abbandonata credo alla fine degli anni ’60 – la riqualificazione del quartiere è cominciata nei primi anni ’80…

traduzione

La latteria abbandonata

Quando tutto il mondo fuori era in fiamme, noi ragazzini giocavama a pallore, dietro la latteria abbandonata. Là dietro sono cresciuto anch’io, in strada, giocavamo a pallone quando passava una macchina ogni morte di papa. Ho giocato anch’io in quel KGT. Uno squadrone. Sopra il cemento tagliente di un parcheggio trasformato in campo di pallone, in finale contro il Real Torrione, vincemmo un torneo dentro quella fabbrica abbandonata dove ora fanno il mercato.
Là mio padre faceva l’operaio a lavorare tonnellate di ferro che diventavano tubi, lamiere, e per l’eportazione guard rail per la Russia. Così mi raccontava papà. Giocavamo insieme all’ultimo dei fratelli Cavaliere, Adriano, il più piccolo, un Pelè meglio di Rivera. Gaetano in porta, Eduardo mediano. E tanti amici ragazzini che non vedo più e chissà che fine hanno fatto. Ricordo che finì 6 a 2 per noi e un goal lo feci anch’io, un chiattoncello che giocava terzino con un 2 sulle spalle cucito a mano da mammà. Forse era il 1977. Anche quando nessuno sapeva che fine aveva fatto Aldo Moro, giocavamo a pallone sotto la finestra di Nanninella. Non mi ricordo più, neanche i nomi e nemmeno le facce di tutta quella gioventù. Là sopra a quel campo che sembrava un Maracanà, il pallone dalla mattina alla sera non ci bastava mai. Pallone e pallonate, falli e botte, abbracci per un goal e cazzotti per uno sgambetto a tradimento. A palleggiare, con la testa e con i piedi, seguendo una palla dietro a quella latteria abbandonata piena di topi e fetenzie. La latteria stava in mezzo al quartiere, abbandonata come il cementificio e quella fabbrichetta saccheggiata, dentro a a quel pezzo di città tra Pastena e la Ferrovia, là dove ora ogni mattina è una festa di mercato. Tanta bella gente, frutta, verdura, e pesci di mare che ancora non sono morti. In mezzo al Torrione di Salerno che poi salì anche in serie A. Anch’io sono cresciuto in mezzo alla strada, anch’io anch’io, e anch’io volevo un posto in squadra per giocare ma crescendo crescendo ho capito che il pallone e una bugia come la vita un giocattolo (una cosa di niente) dove il padrone è sempre un padre eterno che prima o poi se ne va e si porta con lui chi vuole senza pietà. Come un fiore tarassaco ci siamo consumati in strada. Come è fredda e gelata la notte quando piove, butta il vento e rimani solo. E pensi e a che pensi? A quando era bello tornare a casa dove mammà ti aspettava, per farti mangiare quello che aveva cucinato pensando a te.

STANCHEZZA

Ci credo alla stanchezza, la sento, la vivo, è la mia, è la nostra, esseri incontenibili d’infinita tristezza, per quello che è stato, per quello che poteva essere e non è stato, per come tutti i bimbi ci sono figli come dice Paolo e vengono massacrati, per come tutte le bimbe ci sono figlie e vengono stuprate. Non è indifferenza, è impotenza. Una condanna a morte senza assoluzione. Alla stanchezza dell’anima non c’è riposo, nemmeno il cardiologo riesce a trovare una soluzione, ci consumiamo questa è la verità, e solo la cenere è il concime che ci piace afferrare, una liberazione dalla materia e dallo spirito senza strada di ritorno. Caro amico ti scrivo cantava Lucio, e così il momento di un pensiero diventa eterno, immortale nel segno riprodotto in coro di un messaggio che strugge il cuore. Non è un caso, non può essere un caso, quella è la stanchezza del nastro che tiene ferma una banana sul muro in un’opera d’arte che vale milioni e non vale niente una volta mangiata. Ecco è la schiuma artistica come dice Fulvio, come quella di una birra che fa male, male sempre, e lo conferma il cardiologo che non ha armi per distruggere il male ma solo pillole chimiche di speranza. Riposo e movimento. Movimento e riposo. Quel nastro grigio ci lega al volante di una macchina, ci rende inermi. La coda del diavolo. Lega le mani al collega superiore, infame, meschino, compromesso, complice di una tratta di bambine, rapite e uccise, marchiate dal simbolo di un amo che serve a pescare e depredarne la bellezza. L’eroe vince e libera le sopravvissute, le ultime fortunate che diventano assassine del male ma le onde del mare non si possono fermare, come non si può fermare la stanchezza che devasta il silenzio, e cancella la risacca che ci inghiotte come granelli di sabbia dispersi in questo nostro deserto senza pace.

Troppo lancinanti alcuni tuoi post, lettere in bottiglia affidate al mare. Troppo feroci per non sentirli devastanti per quello che sono, ferite sanguinanti, labirinti di tormento senza uscita. Caro amico sconosciuto, mi piace immaginarti a fare il pescatore di anime in mezzo a grasse risate, in discorsi osceni e forbiti, con amici a ridere di noi famelici frequentatori di moderne piazze virtuali a combattere la nostra, di solitudine. Un sigaro, due dita di brandy, un camino che scintilla legna vera in fiamme e un maxischermo connesso alla rete. Mi piace che K sei tu, quello di Quando cadono le stelle: “Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”

Ma i piaceri sono solo attimi di stordimento come morfina per un dolore che non muore mai, come stanchezza fino all’ultimo respiro.

Tante sono le code, tanti i diavoli, osceni, indecenti, bellissimi…

EFFETTI COLLATERALI

Oggi 23 novembre 2024

Gli effetti collaterali ai sensi di colpa sono enormi, sono trascurabili, sono devastanti, sono insignificanti, sono un caso, sono il destino, sono problemi, sono soluzioni, sono l’indicibile, sono ovvietà, sono quelli che sono: ferite sanguinanti che non guariscono mai.

Il 23 novembre è la data del nostro terremoto, quello dell’Irpinia, il giorno della sciagura ma anche l’inizio di un periodo di ricchezza depredata e saccheggiata. Decenni di trasformazioni, indecenti, lussuriose, ricchi di speranze e illusioni, povere di progresso politico e sociale, anzi il ritorno di un futuro antico. Miserie e nobiltà, diventate costituenti di degrado e sfavillanti festoni, vuoti e precari come i tanti edifici puntellati ancora oggi contro il crollo di muri e solai, da quel terremoto del 1980.

Nella pandemia che c’è stata, di tutto quello che hanno gonfiato e manipolato, di tutta la paura iniettata con dosi massicce di cadaveri e sopravvissuti, di tutte quelle bombe che hanno dilaniato il petto di tanti innocenti morti in solitudine, di tutto e di niente, i sensi di colpa per quello che poteva essere e non è stato, ha scatenato effetti collaterali incontenibili, come provare a rendere testamento desideri insoddisfatti, parole di storie inventate per raccontare l’inconfessabile. Ognuno a modo suo è sopravvissuto piangendo morti inspiegabili. Ognuno è andato avanti credendo davvero che sarebbe andato tutto bene. Ma non è così, non potrà mai andare tutto bene.

Il 23 novembre è anche il giorno di una nascità che non si dimentica mai. Anche a me non piace mai festeggiare il compleanno, la certificazione che un altro anno è passato, bruciato, divorato, uno in meno al futuro da vivere. Ma si festeggia e se ne augurano altri 100, perché il meglio deve sempre venire, perché non dobbiamo mai smettere di desiderare il prossimo abbraccio felice, perdonando tutto il male che ci siamo fatti, ritrovando parole mai dette, guardando in faccia il domani senza la paura di ieri, gettando il cuore oltre le banalità delle convenzioni. I sensi di colpa restano scolpiti ma gli effetti collaterali sono incredibili. La vita è un cantiere sempre aperto, è un lavoro che non smette mai di dare tormento, di produrre scorie, effetti collaterali. Dai: forza e coraggio.

Auguri Daniel San, buon compleanno.

Un'immagine in bianco e nero che mostra una famiglia composta da un uomo seduto con un bambino in braccio, una donna anziana seduta accanto a lui, e due donne in piedi dietro di loro, con un cane che si avvicina.
Un'immagine in bianco e nero di una famiglia seduta all'aperto, con un uomo, una donna, un bambino e un cane. Sullo sfondo, una tenda e oggetti domestici. La foto è incorniciata e include testo con il titolo 'Il Terzo Livello' e un passaggio della Bibbia.

Un libro intitolato 'Il Terzo Livello' di Pietro Di Gennaro, con una foto di una famiglia in bianco e nero sulla copertina, appoggiato su un tavolo accanto a un computer.
copertina IL TERZO LIVELLO

Lila, Lenù e il Macintosh

che non c’entra niente

L’amica geniale in onda in queste settimane,

quelli che noi aspettiamo, il Malinconico di Salerno 🤣

È un errore, grave? Boh, mah… È una trappola del marketing?

Chissà.

Certo mi ha disturbato non poco: la scena vive nel 1980, tra la strage fascista alla stazione di Bologna e il nostro terremoto del 23 novembre… Quel computer in quella scena è anacronistico.

Non cambia niente è solo una cosa da niente, è bello, troppo bello il Macintosh 🙂

È un blooper: papera, errore, incoerenza, dettaglio anacronistico.

Quel computer esce nel 1984 annunciato nello spot ispirato al famoso romanzo 1984 di George Orwell

Steve Jobs presenta Macintosh nel 1984:

Computer nostalgia ’80 – ’90

APPLE, la storia di un sogno divenuto realtà:

DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino

Collana INTERZONA diretta da Orazio Labbate, 2024 EDIZIONI POLIDORO

Le tre generazioni, un io spettacolare tra genitori morti e una figlia che nasce, l’esistenza aggrovigliata nei geni del sangue, l’eredità che non seleziona ma che fluisce nella coscienza plasmando esperienze, evoluzioni di scoperte, di dolore, di tormento, di piacere. E così la scrittura di Paolo Sortino modella come creta le parole creando in forma e sostanza emozione, essenza, dubbi e convinzioni, di essere vivo, cosciente, spietato, schifato, odiato, amato, ammirato, permanentemente discutibile. Fa terra bruciata intorno a sé dell’ipocrisia più maligna, dei segreti più disturbanti e di come inconfessabili strade del piacere, dell’adulazione, della sottomissione, portino alla sublimazione più impossibile: l’amore che diventa materia asciugata da ogni banalità, impermeabile ad ogni perversione, luminosa di strazi, oscurata da troppa bellezza, costituente tra generazioni senza soluzione di continutità. Nulla si crea e niente si distrugge e con la potenza dei pensieri ragionati, con la lucidità folle del profeta, con la tortura del poeta, con l’angoscia dell’uomo presente, anche la morte senza dolore si trasforma in nuovo amore. Ma più che l’amore, forse veramente impossibile da sublimare, sono i ricordi che rinascono e volano insieme ai sogni di futuro come in un gioco d’avventura per regalare a chi ci sopravvive non speranza ma certezze di cui è capace il genio umano.

Come in un gioco di specchi deformanti lui ci guarda e noi guardiamo lui che abbraccia, accarezza e squarta, scortica, frusta devastando la nostra visone del mondo sempre più povera ed egoista. È un giudice severo di se stesso ma con fascinoso artificio ha l’arte di manipolare istigando il giudice che è in noi e che, pagina dopo pagina, ci denuda nell’ombra di un tribunale perenne cui siamo chiamati a rispondere, delle nostre azioni, delle nostre relazioni, del nostro intendere la vita, dell’amore che tanto agitiamo al vento. Infierisce con destrezza usando la scintilla che accende il fuoco, carburando follia e ragione, portandoci sulla vetta della trasfigurazione più intima per spingerci nel baratro profondo del dolore, insegnandoci a volare con i piedi per terra ancorati nel fango.

Lui, lo scrittore, l’io narrante, li chiama fraintendimenti, quelle piccole differenze che distinguono la verità dalla menzogna, i punti di vista diversi e soggettivi, malati di scorie che non si staccano dall’anima e restano dolori inamovibili, ferite mai rimarginate. Nel passare da una generazione all’altra, dall’essere figlio all’essere genitore, l’inevitabile cambio di prospettiva e responsabilità, questo DEMONE CUSTODE, diventa eredità, testamento in punta di vita dopo che la morte della generazione precedente è coscientemente diventata fondamenta.

È un memoir struggente, un romanzo possente, un saggio illuminato contro la saggezza della serenità quotidiana conquistata lottando. È un saggio scostumato, triviale, eretico, dotto, affascinante. È un manifesto per la vera uguaglianza dei generi e dei fini elevati di parità sociale degli individui, liberati dalle manipolazioni della competizione più abbietta, liberati dalle convenzioni che dettano normalità apparenti, bugiarde, sclerotiche, perfino infami. Tante cose sono in questo libro e con mia grande meraviglia Paolo Sortino insegna come non sia vero che un romanzo debba trattare un solo tema specifico ma che la complessità della vita non ammetta semplificazioni che possano portare ad una sola verità. La verità è come un diamante che rompe la luce in mille colori, in mille direzioni che portano alla perdizione. Demoniaco o angelico questo DEMONE CUSTODE è singolo, personale, preziosamente unico per ognuno di noi e Paolo Sortino, con questa opera superlativa ce ne indica lo splendore.

WOW – ecco l’instant post che mi è venuto su Facebook qualche giorno fa.

DEMONE CUSTODE di Paolo Sortino è un romanzo (?) straordinariamente strepitoso: per me è un testo delicato ma crudo, poetico, filosofico e vero, forse troppo vero, allucinante, difficile e stordente. Luminoso e illuminante. Spero anche profetico nel fermare una deriva che ci sta devastando. Tra tanti temi, le impennate “sociali” e “politiche” mi hanno colpito di più. Forse perché il mio sotto proletariato culturale è fatto di scorie e rifiuti. Ignoranze e superficialità vi si mescolano, e a stento galleggio in esso. Sono rimasto intontito dalla sincronia di visione. L’ho trovata in queste magnifiche pagine di Paolo Sortino. Spero che possa venire a Salerno a presentare il suo DEMONE. Se me lo permetterà lo abbraccerò con forza per ringraziarlo di così tante, immense verità. A me nessuno ha raccontato fiabe, e quando avrei potuto raccontarle al mio erede di sangue non ero cosciente, troppo bimbi entrambi per sottrarci al tornado di video game che nei primi anni ’90 ci ha travolti e condannati all’ignoranza e al rancore per decenni, forse per sempre (ma questa è un’altra storia)

😔

Dopo il Fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini e, Ovunque andrò di Piera Carlomagno, è il terzo grande memoir (?), che leggo in questo violento 2024 che finalmente sta per finire…

Infinitamente grazie a Gian Paolo Serino che qualche mese fa lo ha consigliato… un vero tesoro prezioso che brilla nel buio più profondo di questi giorni stonati! Leggere queste pagine è come viaggiare su montagne russe senza uscita, senza fine, lo dico io ma lo dice molto meglio di me Rosanna Romanisio Prochet nella sua possente recensione di qualche giorno fa.


E adesso ecco qualche brano che ho fotografato… potentissimo quello sui sindacalisti nel denunciare la precarietà (contratti atipici altro che libertà) che ha condannato i giovani come lui e tutti quelli venuti dopo e futuri…

😱

… e quello che Pasolini

INTERVISTE

INTERVISTA A PAOLO SORTINO SU RAIPLAYSOUND

RECENSIONI

di Paola Accoto su emmepress.com

su Bonculture.it: https://bonculture.it/il-demone-custode-di-paolo-sortino-unopera-intensa-e-lacerante-e-una-dolorosa-introspezione-sulla-vita-e-la-morte-sul-senso-ultimo-dellesistenza-in-una-nuova-feno

Non voglio

non voglio vedere la cenere

non voglio vedere la targa

non voglio sapere che pensate ora

mi vergognavo allora e di più mi vergogno oggi

al pensiero, al ricordo, alle parole mai dette

mi vergognavo allora e di più mi vergogno oggi

per ogni bacio mancato

per ogni carezza negata

per ogni sguardo d’amore inconsolabile

che brucia ancora

come tempo sprecato

e confessato delitto

per un addio mai compiuto

no, non siete in quel marmo freddo

ma urlate forte in questo cuore

che batte come un tamburo in festa

e che vi porta in giro per il mondo

insieme a me

per sempre vivi

cantori silenziosi

di nullità e morte

Solitudine

Con tante parole in testa non sei solo, volevi vedermi, volevi parlare, ma la notte del mio tempo è giunta senza un tramonto nel cuore che sappia spiegare perché. E nemmeno un’alba per sperare ancora. Resta con noi. Con tante parole stonate che non sanno più amare, ti aspetto ancora nel silenzio di una luna tagliata a metà dal fato, nera mezza verità nascosta, bianca mezza luce fredda di marmo, e in mezzo un fruscio nei capelli che sa d’eterna attesa, un canto asciutto e caldo come una lacrima vana d’orgoglio mai versata. Solo contro tutti, tutti contro lo specchio che riflette facce orribili. Meriti di morire come tutti noi sopravvissuti al dolore che non smette mai di fare male. Hai pietà del mondo che ti lascia solo ma sono parole corrotte, sfregiate di rancore. Ti aspetterò sempre, questa è la voce che senti nella folla dei pensieri che ti abbandonano per farti sognare. Sei solo perché è ora di svegliarsi, di paura, solo come un cameo di una vetta mai scalata, solo come un cadavere raccolto per strada, come nebbia cosciente nell’alba senza sole. Cara anima smarrita parlami ancora di morte solitaria e di abbandono, di visioni di fuoco come illusione di guarigione. Non è la malattia che divora, sei tu nutri lei, maledetta che ti fa sentire vivo, maledetta anche nell’ultimo respiro. Guarire sarebbe morire. Non sarai solo per sempre. A viaggiare con l’orizzonte negli occhi, anime belle cantano insieme ballando. Compagne eterne mai dome voleranno felici, nel vuoto che diventa blues.

MAGGIORANZA

Che non ci fa dormire. E sti cavoli? Indigesta come aglio ai vampiri.

Demoni, magia e difetti fondamentali. (Paolo Sortino, Raul Montanari e Luca Ricci)

Se veramente dessimo il potere in mano alla maggioranza sarebbe anarchia purissima, senza aggettivo, quella brutta, ognuno per sé e dio per tutti. La maggioranza non vota, la maggioranza non si esprime, non prende posizione, la maggioranza odia i social. La maggioranza non legge. La maggioranza non rischua. La maggioranza si fa i cazzi suoi. È libera come il vento, cristallina come l’acqua. Brucia la sua esistenza anonima e ne accudisce le ceneri. È felice come un’aquila che vaga tra montagne con negli occhi la vastità del mare. La verità è che il potere è nelle mani delle minoranze. Queste sono organizzate come eserciti e affamate come un branco di lupi che scende a valle. Beh, forse non lupi, ma cinghiali voraci che nelle strade rivoltano le spazzature della maggioranza. Quanta gente muta, silente, faticatrice, stressata, alienata e annoiata. Quella che se gli rovini i cazzi suoi, si taglia le vene.

Ok, a queste parole seguiranno le foto. Non sono foto ragionate ma filtrate dall’emozione. Quella che mi fa rileggere, evidenziare con la paura di dimenticare. Foto mischiate di belle pagine, ruvide come la scossa di un brivido. Per dare un ordine al caos dei pensieri che cavalcano ragionamenti insulsi. Sono esempio, gemme preziose di universi sovrapposti, forse nemmeno sovrapponibili. Queste fatiche letterarie appartengono a una minoranza che detta senza dettare. Stimola sguardi traversi. Influenzano senza essere influencer. Sono l’esempio di mondi intersecanti, forse a volte intersecati per somma di alterità, per sottrazione di banalità. Linee di fuga parallele che fanno croce. Più che vendere, fanno passione, creano desiderio. Insegnano a pensare, a comprendere la complessità che la maggioranza prova a sfuggire. Magari sono solo insiemi che friggono e soffriggono menti minoritarie affamate di sortilegi come le streghe di Cefalù. Dove sono i miracoli? Queste minoranze impazienti sono in cerca di bivacchi caldi e d’amore, dove brindare, cantare e ubriacarsi di compiacimento e adulazione sincera. Bramose di carezze e baci nello specchio gigante tirato a lucido nell’attico in centro con vista sul duomo.

Mi segui? È un vero peccato. Cazzi tuoi. Su queste sponde non si vedono cadaveri. Si ammirano stelle danzanti, leggere come fiori di loto. Che siabbracciano a godere momenti assoliti. E ridono, ridono di maggioranza nullità di maggioranze mutilate.

Eccole le foto, ecco l’intelligenza artificiale che genera immagini da parole…

E ora se ne siete capaci, friggete con l’olio d’oliva veramente bio, quello delle olive di Sorrento o del Cilento. I fritti leggeri non sono impossibili ma vere leccornie. Poi andiamo a dormire tranquilli. Così evitiamo il tormento di maledire irrilevanza che stordisce e toglie il sonno. I vampiri escono con il buio, e sti cavoli? Io vivo tra corone d’aglio e dormo tranquillo: paradiso per il clima e inferno per la compagnia.

MA TU CHI SEI? CHE VUOI?

Anelante deliziato a leggervi.

Il tempo è un viaggio che corre veloce. È come una farfalla imprigionata nel fango di pensieri frivoli senz’anima. È come questo articolo che sostituisce parole che non so scrivere.

IL TRONO DI PIETRA

Letteratura di spionaggio: la spy story di Giovanni Maio

È incredibile scoprire intenzioni pedagogiche che diventano letteratura.

Come mio solito lascio l’introduzione o prefazione alla fine, dopo aver ingollato tutta la storia. Lui dice che ci prova a cimentarsi in un’impresa che sa d’avventura. Una volta completata la lettura e placata la tensione che questo bel thriller accende, secondo me, Giovanni Maio ci riesce. E lo fa alla grande.

Riesce nel suo intento di condividere e diffondere conoscenza. La sua scrittura conferma che per lui scrivere non è un fine, ma un mezzo per sovvertire i luoghi comuni tesi a sottomettere nel nulla ogni istinto di pensiero autonomo e libero. Per sintetizzare: è quel complesso argomentare super cazzole che vuole mettere l’arte tra le necessità superflue della vita quotidiana, e nello specifico, come effetto collaterale quindi: ghettizzare i generi letterari in prodotti da vendere sugli scaffali dell’intrattenimento, perché altre sarebbero le cose importanti.

L’uomo si cimenta e il maestro prima che artista arriva al cuore dell’azione che rende emozione le parole.

“Il trono di pietra” conferma in pieno un’idea che ho già inserito nel mio commento a La montagna dei sogni, riguarda la dimensione dello scrittore: insegnare e donare conoscenza, plasmare mente e corpo, raccontare storie per coinvolgere, spronare lo spirito a ribellarsi all’indifferenza e al degrado dei nostri tempi. L’idea che classifica gli scrittori è di Jack London, ma questa è un’altra storia.

In questo romanzo giallo emergono con forza esperienze “militari” che sono un condimento prelibato alla trama che scorre fluida. Il collante che tiene in piedi la socialità dei personaggi non è una scontata gerarchia a piramide ma una fitta maglia di relazioni internazionali che imprigiona il lettore in una realtà che sembra troppo vera per essere un romanzo. Tanto vera da risultare indelebile e cruda come un marchio a fuoco sulla pelle, che bruciando nella carne lascia una cicatrice profonda e non un tatuaggio superficiale.

Arrivate al finale e poi ne riparliamo.

L’eroe c’è, affascinante e complicato come la tradizione delle spy story richiede: è il Magnus. Però, fino all’epilogo finale, l’anti eroe, il nemico, il male da sconfiggere per salvare il mondo, è un mistero intricato. Questo sovverte ogni predizione. Premia lo sforzo di capire l’intrigo. Supera la sofferenza che in alcuni verbali dei servizi segreti ci ricorda la guerra in Jugoslavia. Una guerra rimossa e dimenticata. Partigiani o terroristi? Libertà o dittatura? Etnia contro religione o religione contro etnia? Pulizia e polizia etnica. Fosse comuni e tavole imbandite. Opulenza e miseria, crudeltà, fame e obesità, disperazione e la follia del male strumento crudele di un bene superiore.

La storia non fa sconti a chi la racconta e determina vinti e vincitori. Però da quando il mondo è fatto da umani che raccontano, senza spie e spionaggio, senza controspionaggio e doppiogiochisti, la storia non procede. Il XX secolo continua ad essere un periodo troppo vicino e ancora troppo secretato per essere archiviato come morto. Ci turba dentro come un ricordo che agita incubi ricorrenti: le due guerre mondiali, poi la cortina di ferro e la guerra fredda con il culo seduto sulla proliferazione delle bombe atomiche, il prima e il dopo alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la globalizzazione e la connessione in tempo reale di tutta l’umanità, l’oggi e la paura dell’annientamento nucleare che ritorna più angosciosa di prima.

La tecnologia che invece di curare l’umanità è pronta a distruggerla per sempre.

La capacità poliedrica di Giovanni Maio di diffondere il suo messaggio “marziale” attraverso la scrittura e l’arte, è veramente coinvolgente. Che sia del corpo, dell’anima, visiva o d’azione, riesce sempre a coinvolgere con forza. Con questo romanzo Giovanni Maio condivide la trasfigurazione narrativa di formalità o meglio particolarità militari che ha sicuramente vissuto in prima persona. Forse azzardo troppo, ma certe cose non si possono immaginare o copiare da altra letteratura. Ecco in cosa riesce meglio: racconta una storia trasferendola dal piano del reale storico a quello simbolico, finanche metaforico. Finanche l’eros diventa uno strumento militare. Perfino la prostituzione del pensiero e del corpo assumono la necessità di un bene superiore. La fine del mondo si avvicina e non c’è più tempo di discutere. Gli ordini si eseguono, ma quelli sbagliati mai.

Altre scene invece, attengono a relazioni e desideri d’amore che sanno rendere realistiche le avventure di Massimo Baldi, il protagonista in codice Magnus, uno che esagera sempre. Le missioni, i protocolli, lo scontro e i conflitti, i momenti di sesso e d’amore, cioè in due parole la vita vera è quella che ci piace e che sogniamo di vivere. Il rischio di morire inutilmente non è un’opzione di ragionamento. Lealtà e tradimento si intrecciano in una corsa continua di avvenimenti che mettono in discussione lo stato precedente delle cose, quelle scontate, quelle assodate, quelle che bisogna cambiare mentre il thriller si gonfia e toglie il respiro.

Finiamo alla fine rischiosamente appagati e sospesi, oscillanti tra il bene e il male con la sensazione vivida di essere comunque e sempre in guerra tra una pace e l’altra, quella che segue il massacro, la pace dei sensi, e la pace dell’anima dei morti a cui siamo sopravvissuti, a cui tutti dobbiamo la vita.

Però, prima di tutto dobbiamo conoscere noi stessi, poi possiamo parlare di pericoli, d’inganni e di come un viaggio come questo, un trono di pietra, possa farci aprire gli occhi su un mondo che non trova mai pace.

Cuore?

Se il cuore batte
il motore è in moto
in folle, in fiamme
se il cuore batte
possente e fragile come una madonna
come un fiore che sboccia
sente rumore
respira movimento
vede futuri
se il cuore batte
orchestrali intorno ne bramano ritmo
come accattoni osannanti dolore
vampiri che nell’aria succhiano emozioni
sono miraggio come acqua di deserti
dissetano aridità
illusioni
sabbie di sentimento senza forza
ma lo spirito della passione
del tuo cuore che batte
alterità immortale
ha fame
fame di miseria
mentre cori stonati
che urlano
replicanti
ballano
indecenti
e se non fosse mai
una domanda d’amore
ma una risposta
sentire armonia
in musiche di lacrime
è festa solitaria
gineceo silente
di uno spirito libero
che senza il tormento di capire perché
se batte ancora
è cenere danzante
fuoco che brucia foreste ignoranti
anima pura che vince la morte

«Dedicato a chi è lontano come galassia e galassie tra loro.»

Vita

Può una vita essere prescritta
Scadere
Vivendo la sua dimenticanza
Soffrendo inutilmente
Evolvere nel niente
Decadere
In tormento come girotondo
In tondo al fuoco consumarsi
In onde ripetute agitarsi
In urla mute lievitare
Svanire
Come fantasma vivere
Svenuta e risorta
Sfregiata
Vita prescritta

colleville sur mer american cemetery memorial
Photo by Hub JACQUE on Pexels.com
a woman raising her hands while holding a banner
Photo by cottonbro studio on Pexels.com

Ovunque andrò di Piera Carlomagno

Romanzo Solferino 2024

Senza ombre non avremmo prontezza e desiderio della luce, mi viene da commentare non avendo parole degne per descrivere il piacere, la frenesia, l’arricchimento intimo, le forti emozioni, che accompagnano la lettura di questa ultimo romanzo di Piera Carlomagno.

Ho letto gli altri con passione crescente ma questo “memoir” è un’altra storia, un altro universo, di quelli paralleli che nemmeno osiamo immaginare, come le visioni di Christopher Nolan o Paolo Sorrentino, tanto per provare a essere chiaro a me stesso.

Magari fosse solo una semplice compagna di viaggio che spiega, che si deve ringraziare per aver ampliato le conoscenze tutte geografiche e storiche dei luoghi o se vuoi della scenografia del viaggio. Magari fosse solo quello, una guida unica e particolare, dotta e ammaliatrice, e comunque già questa arte letteraria è una cifra che la Carlomagno onora e rispetta anche in questa sua ultima opera.

Ci si abitua alla bellezza, si attende sempre una conferma, lo dai per scontato che è brava, la scrittrice che ormai conosci. La luce è scontata come il sole che batte il ritmo di ogni giornata, sai che sorge e tramonta e te lo aspetti all’alba. Ma poi sono le ombre, la notte, i sogni, gli incubi, le ferite, i tormenti, i sensi di colpa, le scelte sbagliate, il rammarico e la nostalgia degli attimi felici a fare la differenza. Le cadute… Come più o meno ha scritto Camus.

C’è una presunzione, tutta meritata per quanto mi riguarda, anzi di più, e per tanto le sono enormemente grato, nel dettare al lettore un coinvolgimento personale nella storia al di là dell’appartenenza generazionale, come fosse quasi un monito trascendente, una trasfigurazione sensoriale, un testamento spirituale a tutta la carne che ci appartiene essendo noi tutti eredi di sangue di una storia comune: lei lo fa attraverso la sua grandiosa protagonista Tania che parla direttamente a chi legge affinché sia lui stesso attore e giudice nel romanzo, e fuori dal romanzo nella propria vita reale. Anzi di più, Tania chiede di agire, chiede una promessa. Forse non è proprio una presunzione ma un artificio tecnico di narrazione in cui l’ingegnere che tiene in piede la struttura letteraria e l’architetto che ne ha disegnato l’estetica, sembrano comprimari di un progetto di vita più grande. Che sia questo il fine ultimo del romanzo? Ridefinire i canoni, esigere eredità dimenticate, manipolare la giustizia per riprogettare un futuro che ancora non esiste: la donna del XXI secolo?

Ecco perché voglio iniziare dalla fine, dalle note dell’autrice. Il ringraziamento all’editor Michela Gallio, è un romanzo nel romanzo: “un fiume che può scorrere fiero fino alla foce. Non ne posso avere minimamente idea ma pagherei per assistere al racconto di questo tipo di relazione lavorativa: un superlativo intreccio umano di tecnica, emozioni e sentimenti. E questo lo dico perché è secondo me determinante la prima nota: “Questo romanzo può essere definito in molti modi, ma è indubbiamente un memoir.”

Ecco la definizione più bella che ho trovato: un memoir è una narrazione che prende spunto dalla memoria emotiva di chi scrive. È questo il motivo per il quale la scrittura del memoir non deve obbedire né a progressione cronologica del raccontare, né a una verità dei fatti.

Non è una definizione accademica né tanto meno molto ricercata, e chissà cosa l’IA tirerebbe fuori dalla sua onniscienza; quello che basta a me è una conferma: non ci sono limiti, non ci sono frontiere, ne baratri né montagne invalicabili, la scrittura è un effetto portentoso della memoria emotiva sia essa un ricordo infantile, ognuno traumatico a modo suo, sia essa un motore che si muove nel ricostruire fatti dalle vecchie carte di famiglia o dagli archivi di storici, da anagrafe comunali o da atti di antichi notai, sia essa, la memoria emotiva, frutto di ricerche nelle pagine dei giornali che a tutt’oggi traboccano di false verità, manipolazioni e interpretazioni di parte e troppo spesso di fantasiose necessità riempitive, ottima palestra letteraria per giovani promesse.

La memoria emotiva non ha briglie o paraocchi, non ha padroni o schiavi, capò o nocchieri di giostre, e anche nel presente si nutre di zone nere e di tormenti, di desideri e di emozioni che tendono a scardinare il freddo ineluttabile, l’inconfessabile verità che da ombra viene condivisa e spiattellata alla giuria popolare nel romanzo, e al giudizio tignoso di noi lettori.

Quattro sono le dimensioni dello spazio ma la scrittura della Carlomagno trascende, trasfigura, anche il tempo superando la velocità della luce perché non rievoca ma crea presenza nel presente. Usa giganti che la precedono con feroce acume citando Sartre per esempio: “I genitori stanno piantati come un coltello nel cranio dei figli e tagliano in due tutti i loro pensieri”; o sfidando addirittura Bret Easton Ellis dicendo che i suoi erano memoir inattendibili, che miravano a scioccare i lettori.

Fermi tutti però, a parlare è la protagonista Tania e anche se è la scrittrice a darle voce, è la definizione del personaggio che sale in cattedra, è lo spessore del personaggio che acquista profondità, è la grandezza di un film che sinceramente vedrei diretto da Liliana Cavani o da una sua degna erede.

Ovunque andrò è un romanzo che magistralmente tiene tutto dentro: il giallo del delitto si fonde con il giallo della cultura cinese, millenaria come tutte le debolezze e le bassezze umane che illuminano Raniero e la sua consorte. Contiene i figli della coppia e loro stessi figli di altre generazioni, all’indietro nel tempo fino al capostipite Domenico Di Salvia, nato nel 1790 e notaio dal 1818 al 1857.

Ci sono gli uomini ma brillano le donne che di ogni epoca sono carattere, forza e dignità, romanticismo e razionalità. C’è il thriller dell’inchiesta e il noir dei cadaveri, degli umani e delle società economiche con l’epopea delle imprese che da familiari diventano società per azioni quotate e uccise nelle borse globalizzate dal profitto che non conosce mai riposo. C’è l’angoscia e lo splendore della metropoli, che sia mediterranea, che sia orientale. C’è la gloria e il degrado della periferia del mondo che si sposa con le tempeste emotive dei singoli personaggi che non vengono riesumati come fantasmi ma sono protagonisti vivi nelle scene abilmente raccontate in una forma presente e costituente l’ombra perenne nel cuore di chi narra il suo presente.

Dicevo all’inizio, non è solo un viaggio e una compagna nel viaggio che racconta le epopee familiari che si intrecciano e diventano il tessuto costituente di una società che si trasforma, questo romanzo non è puro e semplice intrattenimento anche se questo “dovere” è svolto egregiamente. Il fiume che scende dal passato entra nella testa con le sue irruenze e le sue domande che scorrono seguendo il pensiero remissivo di una colpevole già spacciata. Una colpevole che, testimone e artefice dei cambiamenti, ci chiede se è la società che cambia le persone o sono le persone a fare la società e se la seconda è la risposta: quanto siamo disposti a perdere? Quanta ricchezza acquisita siamo disposti a scommettere nel gioco della vita?

PS1. Aggiungo (troppe?) foto di pagine lette e rilette, stralci mischiati fra loro, frasi e parole che non possono fare altro che trascinare nel vortice impetuoso di queste storie che emozionano e ci riguardano più di quanto potremmo mai confessare.

PS2. Tania nel romanzo, quando parla della sua giovinezza, riferisce di un giovane compagno di viaggio in treno che non ha mai dimenticato. Potrebbe essere il protagonista del racconto “Ne te pencher pas par la fenêtre” contenuto nella raccolta Disperato Erotico Sud ?

RECENSIONI

di Angelo Cennamo su Telegraph Avenue

di Paola Iannelli su THRILLERNORD

di Lucia Accoto su Thebookadvisor

di Marinella Giuni su Milanonera

di Dario Brunetti su Giallo e Cucina


immagini dall’intelligenza artificiale

Il mondo di Mimmo

La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdés, di Domenico Notari, Newton Compton, 2021

I borghi invisibili. Quattro leggende per quattro tradizioni ormai mute, Officine Pindariche, 2023

Dopo l’isola di terracotta la tentazione irresistibile è stata quella di continuare mettere gli occhi dentro altre opere di Domenico Notari.

E allora…

Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle, e a te mio carissimo Diario, che ho molto peccato, in pensieri, parole, opere e omissioni. Mi è vietato, lo dice la legge: non ho il permesso di usare immagini e parole di cui non ho diritti. Ma che diritto ho di commentare opere dell’ingegno umano se non ne ho i diritti? E allora mi chiedo: dove finisce il mio diritto di consumatore nel consumare o buttare le pagine che ho tra le mani? Che diritto ho nel lodare un sentimento d’ammirazione che queste pagine m’infliggono? È forse un delitto quello che uccide la noia e l’ignoranza in questi tempi cupi di guerre e massacri?

Da vietato vietare siamo passati a vietato commentare: qui sotto il cielo non c’è confusione ma tempo buio senza luce.

Fosse solo distrazione, intrattenimento sarebbe un prodotto come un’altro comprato per anestetizzare i pensieri. L’anestesia è permessa anzi fonte di tanto lucro, a quanto pare. Sembra che ormai il consenso si fa spegnendo i cervelli. Invece, è forse reato diffondere sostanze che con le parole diventano ragione di allucinanti viaggi psichedelici nella storia, nella memoria, nella cultura, nella passione di un popolo che mi circonda? Ma allora dovrei essere io a denunciare. Questa letteratura comporta dipendenza, questo voglio denunciare.

È una notizia che apprendo oggi: le case discografiche vogliono i diritti sulle citazioni di canzoni che sono nel loro catalogo. Possibile? Di diritto in diritti dove andiamo a finire?

Ma più inquieto mi chiedo: che coraggio ha questo finissimo scrittore che è Domenico Notari nel costruirci sopra un giallo, e addirittura tessere la tela della fantasia per generare miti e leggende per tradizioni ormai mute? Visto e letto, questo coraggio da ammirevole è diventato da denunciare.

E allora fotografo pagine e ne faccio condivisione, perché i più attenti e sensibili possano farne desiderio. Fino a oggi non ho ricevuto inviti a rimuovere contenuti da questo Diario e la cosa mi conforta, ma adesso rompo un’altra prassi, dopo quella di non riprendere le parole della seconda, terza e quarta di copertina che secondo me parlano da sole.

Si possono mettere nella stessa pseudo recensione due testi così diversi e lontani tra loro?

Secondo i canoni dei generi, tutto il mondo viene diviso in comparti stagno: quelli del gusto, dei vincitori e dei perdenti, dei concorsi e delle classifiche, dei raccomandati e raccomandabili, dei banditi e dei briganti, dei venduti e di quelli al macero invenduti, generi dei premi e generi della critica.

Quindi: è forse sbagliato mettere insieme queste due opere?

Dove finisce l’arte estetica dell’architetto e comincia la tecnica ingegneristica che tiene in piedi la struttura e la rende inattaccabile dall’erosione del tempo? Nasce prima la creazione o la costruzione?

Io da consumatore, da lettore entusiasta, posso solo dire che la scrittura di Mimmo è deliziosa nell’equilibrio che si riproduce pagina dopo pagina tra la dimensione delle emozioni e lo spazio dell’insegnamento che non è solo ferrea erudizione ma assomiglia a quella dolce carezza che un maestro fa nel regalare nuovi strumenti di conoscenza.

L’uso del latino, come un pizzico di pepe qui e la, l’uso dei classici come un sapore di contrasto dolce all’amaro dell’esistenza, l’uso della storia e delle radici di questa nostra terra meravigliosa, è finezza estetica che avvolge ogni colpo d’emozione che parte dai personaggi protagonisti delle scene in cui si muovono, siano essa la città normanna che è stata Salerno o le nature dei quattro paesi della provincia: Palomonte, Persano, Roscigno e San Cipriano Picentino.

Un soffio di brezza gli portò il profumo di alghe e di scogli, spazzando via ogni pensiero.

Le trame sia del giallo che dei racconti, sono strutture d’acciaio come pilastri invisibili dentro mura che si auto portano e si auto definiscono scena dopo scena. Nei quattro racconti dei borghi invisibili, alle visioni delle parole, i disegni magistrali di Enzo Lauria uniscono l’armonia musicale di sintesi che mette in moto il nero dell’inchiostro sulla pagina opaca: parole e immagini diventano un mito facile da afferrare. Ho sentito forte il richiamo dei miei fumetti dell’infanzia.

In fondo la fantasia non è che una menzogna della realtà che si fa verità, quella cruda intuizione che l’artigiano usa per creare l’unicità dell’opera d’arte.

Le due operazioni editoriali sono diverse tra loro per contenuto e progetto, ad unirle però sono in fondo la grande passione per un mondo antico perduto che lo scrittore riscopre e ridisegna, e ne fa regalo di bellezza per noi lettori. È un mondo di storie intrigate e intriganti che lui scolpisce in parole e celebra a cominciare dallo scovare i talenti femminili nascosti del commissario capo Donnarumma, per finire all’onore di Maria Sofia, ultima regina del Regno delle Due Sicilie con capitale Napoli, onore difeso con amore e azione. Questo nel giallo dedicato al delitto dei plagi. Infine, nei racconti dei borghi invisibili, a spazzare il catrame dei luoghi comuni, la fedeltà si fa monumento regale e struggente commozione di grandezza come il tormento e il dolore diventano armi potenti di scrittura per leggende che fanno grande l’uomo. Nel mondo di Domenico Notari, una volta entrati, si resta folgorati dallo spazio infinito del sentimento che non ammette confino, si vaga e ci si perde con interesse e pensiero diletto, insomma una bolla di piacere che vola alto, molto in alto.

COPIO ERGO SUM

https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/copio-ergo-sum-il-catalogo-del-plagio/159011

Angela Elvira e Gilda

Donna complicata si nasce o si diventa?

Ho letto:

Plurale di Angela Torri

Carmela in libertà di Elvira Rossi

La ragnatela di Gilda Policastro

Testi pruriginosi per gli uomini e urticanti per le donne? Sarebbe solo un gioco scatologico a caccia di like per amicizie infide e per editori terra terra. Ieri sera mi è piaciuta molto quella battuta di Isabella Ferrari nel film Confidenze tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Vado in quella memoria breve che mi cala con velocità impressionante. Non ricordo nemmeno il nome di quel personaggio. La bella editrice dice più o meno così: se uno ha un messaggio per il mondo non me ne frega niente, ma se ha del torbido dentro gli faccio scrivere un romanzo. Beh, Starnone, un altro autore che devo leggere assolutamente. Ma torno in me e a quello che volevo dire.

Forse sono storie pruriginose per gli uomini e urticanti per le donne. Invece è letteratura. Le protagoniste di questi tre romanzi sono donne che raccontano dimensioni diversamente conciliabili della vita di una donna. Inconciliabili non solo tra le tre opere che ho letto e che ovviamente sarebbe un pensiero logico vista la diversità dei temi trattati e dello stile di scrittura: ognuna unica e differente, come ogni donna sa e vuole essere.

Angela, Elvira e Gilda trascinano il lettore nelle fratture archetipiche della formazione di una donna e hanno l’ambizione di lasciare un segno che non si dimentica. Ci riescono perché uguale e indistinguibile è la loro capacità di domare il grande senso di colpa che le accomuna e le tormenta. O almeno è ciò che io vi ho letto nelle loro pagine: non perdonano se stesse per quanto non hanno saputo governare le trasformazioni della loro esistenza, per quanto non hanno saputo osare intervenire per modificare gli eventi fondamentali della loro maturazione, per quanto siano state troppo spettatrici più che protagoniste sul palco della vita.

Il perdono, non posso sapere se parzialmente inconscio o parzialmente voluto, è sospeso nella scrittura, trascende nei personaggi ed arriva con profonda e possente liberazione del più intimo e del più privato del loro essere donna e sanno loro se finzione o realtà.

Ecco, uso il perdono con sostanza di sineddoche potenza per provare a seguire il fiume delle mie emozioni che scorre nelle profondissime forre della loro volontà. Forse il mio è un abbaglio e altri lettori sapranno dire meglio di me cosa è oggettivo e cosa è soggettivo in queste storie che catturano e danno piacere, quel piacere profondo di invadere un personale emotivo e passionale di quella dimensione multidimensionale così complicata, luminosa e scura, rabbiosa e delicata, di cui solo una donna può dare l’illusione di rappresentare. Aprono una porta e si spalanca il mondo femminile, di una ragazzina, di una adolescente, di una donna adulta che racconta come da Eva in poi Adamo non ci capisce una mazza.

Una volta il personale era politico e doveva essere argomento di dibattito. Oggi l’intimo personale è tutto privacy e gelosamente nascosto se non occultato da menzogne e trucchi estetici di dialettica, di immagini ritoccate, finanche manipolate dall’intelligenza artificiale e con infinite manfrine di flame tipiche dei tribunali popolari che infiammano il web di vacuità e mai di realtà. Sostanza del niente mi viene da dire, con l’evidente paradosso però, che con i social tutto sembra essere mostrato e raccontato giorno per giorno. La terra di mezzo la lascio volentieri ai frustrati signori degli anelli, infatti le vere signore volano con ali pesantemente reali altro che fantasie volgari mercificate dal ricco mercato sessuale senza amore.

Ecco una citazione per provare a farmi capire prima di tutto da me stesso: perché la nostra magia è la letteratura che ci permette di sviscerare verità anche da budelli di cadaveri che giacciono nei cimiteri delle biblioteche.

Da Piove all’insù di Luca Rastello (2006):

“Considerata l’incomunicabilità dei rapporti fra compagni e compagne, stasera ci siamo tirati una sega”

Queste scrittrici, con questi tre testi ci regalano una visione complementare e poliedrica dell’universo donna che nel corso del secolo scorso e in questo primo scorcio che stiamo vivendo, stenta a potersi definire completa realizzazione di libertà, di autodeterminazione e consapevolezza di una forza che non basta mai. La sconfitta e l’arretramento sociale nei confronti delle donne è palese e sembra assurdo come in tante occasioni siano proprio le donne a non allearsi ma addirittura a combattersi, a competere quando dentro continuano a franare certezze facendo vincere tormenti irrisolti celati con destrezza e furbizia.

Angela, Elvira e Gilda non sono donne comuni perché nessuna donna lo è, perché ognuna è complicata a modo suo. Sono donne che parlano all’umanità e conoscono bene tutta la femminilità più intima che riescono a confessare toccando quelle corde profonde che con risonanza amplificano all’inverosimile, quella divina differenza di genere che andrebbe preservata come un grande tesoro di civiltà e umanità. (Ecco mi diranno che sono putiniano 🙁 ).

Angela Elvira e Gilda sono scrittrici che hanno avuto la sventura di essere lette e rilette da me nello stesso momento, che non posso né voglio comparare o valutare, che vi assicuro lasciano un segno che non va via come un tatuaggio tribale che mi fissa, mi scava e ancora mi agita solo a pensarle.

NIENTE

NIENTE

Quando sto bene

Quando sto male

Non sono niente per essere qualcosa
e quel qualcosa comunque non serve a niente

Sono urla, silenzi e brezze di parole
Granella impazzita di polvere

Nell’aria rovente della guerra
disperso nella sabbia di mare profondo

Forse solo niente come rossetto
su labbra morte di cadavere pensante

Ma nella festa dell’opulenta divagazione
questo mio niente brilla come una stella
di buio e d’inferno

Spento nella calce viva
Muto in pece di luce senza pace

woman holding newspaper while burning
Photo by Produtora Midtrack on Pexels.com

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO

Antonio Franchini, 2024 Marsilio Editori

Il mio primo Franchini è il fuoco di Angela, Carmela Candida!

L’ho appena finito, è il mio primo Franchini, non solo mi è piaciuto moltissimo, ma stento a mettere insieme parole adeguate per commentarlo. Coraggioso e straordinario lo è per me. Il romanzo e l’autore, intendo. L’uno e l’altro non sono scindibili perché la verità, e la finzione di questo romanzo trascendono il personale e diventano immanenza critica della vita collettiva di una generazione responsabile della merda in cui affoghiamo o a seconda dei punti di vista dettati dall’identità economica e sociale occupata nel presente, non è merda ma oro. È la produzione di cultura collettiva di una generazione responsabile della sfavillante ed effervescente ricchezza in cui affoghiamo, oro o merda è lo stesso. Non sono solo i soldi e le emozioni, la politica e il potere, le figurine e i protagonisti, Angela, la mamma, la radice, è il fuoco dell’uomo delle caverne che porta all’incendio ogni foresta di potenza materiale dell’esistenza collettiva che ci riguarda tutti.

Coraggioso, straordinario e figlio di buona donna, è questo Franchini.

Angela che non è mai stata una zoccola, è una buona donna ma non una mala femmina, è una donna che non si è mai venduta, è una donna che lotta fino all’annientamento suo e della sua carne per un diritto, per i diritti e per i suoi figli… La guerra all’INPS è favolosa. È il calvario di tante persone disperate che cercano aiuto nel welfare che è quasi sparito, non assistenza o pietà ma riconoscimento e dignità umana. I precari di ieri e di oggi, disperati domani. Polvere da mettere sotto al tappeto di una società opulenta e senz’anima.

L’altra sera la scrittrice Piera Carlomagno al Salerno Letteratura Festival che presentava il suo ultimo romanzo OVUNQUE ANDRO’, l’ha nominato questo Franchini (che da più parti leggo osannato e denigrato con forza virulenta) per dire di come sia complicato, doloroso ma anche sublime, lavorare a rendere personaggi le proprie relazioni familiari, e non solo quelle di sangue, il passato che diventa futuro e produzione letteraria senza tempo né spazio limitato.

In questo romanzo i familiari di Antonio Franchini, non solo la mamma quindi, diventano personaggi e ognuno romanzo di intrecci che portano all’esploso dell’intera storia d’Italia, dalla seconda guerra mondiale a oggi, in cui il Nord e il Sud non sono spezzati ma annodati, non sono distanti ma sposati e fusi in un’unica anima che è quella della passione, dei sentimenti, delle emozioni che non conosce confini né di tempo né di spazio politico o geografico.

Le origini rocciose del beneventano con la fierezza dei sanniti che in battaglia fermavano l’impero romano nell’antichità, sono le stesse di quelle che fermavano gli austriaci sulle Alpi in epoca moderna. La critica letteraria alle parole che diventano slogan e muovono gli eserciti, non è a D’Annunzio ma alla responsabilità della cultura sottomessa alle vergogne della politica, che in caso di guerra diventano atrocità. La critica e il messaggio, credo anche sapientemente elaborato, passa per gemme che fanno brillare la potenza delle parole come la lezione magistrale sul testo di Zappatore portato alla fama e al ludibrio mondiale da Mario Merola.

uommene scicche e femmene pittate

Una delle pagine più intense e manipolate con l’abilità di un chimico da nobel è quella dei parti e degli aborti, materie che solo una donna avrebbe il diritto di trattare ma se è tua madre si capisce come la vertigine della più profonda emozione intima alla radice della tua esistenza, sia un tempesta senza fine. Beh, forse genio da nobel è anche troppo riduttivo.

Non è un diagramma di flussi che esplodono, è uno zapping alla televisione da un film all’altro, da un documentario all’altro, da un reality all’altro, da uno sport all’altro, da una pubblicità all’altra, da Napoli a Cortina, le pagine rimbalzano da un ricordo all’altro tutti narrati al presente come è proprio del pensiero che ce li fa vivere adesso in presa diretta nella scena e con il desiderio di intervenire per cambiare il verso della storia. I sensi di colpa si sprecano e si fanno espiazione, pentimento e rammarico, impotenza e potenza della liberazione intellettuale di trascrivere e rendere visione un fuoco che distrugge e purifica.

Questa di Franchini, sarà tecnica, sarà padronanza degli strumenti, sarà talento, è una scrittura che fa di me uno spettatore coinvolto nella narrazione e per tanto un lettore entusiasta. Sarà che, per esempio, alcune delle scene le ho vissute e le ricordo come accadessero oggi: a settembre facciamo le bottiglie di pomodoro. Anzi le viviamo ancora come ultimi indiani di una riserva in estinzione. Indigeni ribelli allo strapotere della comodità e del mercato.

“Leva le zoccole, vedi chi ci resta”… cosa rimane della società? Non è una questione di genere, il baratto delle cose e delle persone da millenni crea società e le distrugge… il mercato, l’economia, l’odio diventa vergogna per poi fare i conti con la morte e la ricostruzione… è questo fuoco che mi ha avvampato in questa lettura, in questo gran bel romanzo che per quanti pompieri entrano in campo non si riuscirà mai a spegnere. Franchini è un migrante che ha avuto successo e fortuna? Beh, se lo merita lui e la sua Angela, Carmela Candida che lo ha forgiato con l’acciaio dell’amore che si sente, si maledice, si odia perfino ma non è mai, e mai deve essere un vomito. 😍👏

“E che so’ sti vuommeche?”

Insomma Antonio ama la mamma, odia la mamma, ne ha vergogna, la racconta con crudezza viscerale e c’è un bene per ogni male, un male per ogni bene, bellezza e bruttezza, in picchi assoluti con parole semplici e dirette… Ogni giorno prende il caffè con lei e poi vive la sua vita. Quale figlio può dichiarare questo grande amore praticato materialmente e non decantato a chiacchiere? Quale figlio riesce a cedere alla volontà di un genitore che non vuole essere chiuso in una RSA o stare in ospedale a morire? Dopo la morte chi non la vorrebbe riportare in vita la propria mamma? Con questo romanzo Antonio Franchini la rende immortale senza sconti né ipocrite magnificenze. Per me è geniale, viscerale, straordinario. C’è un giovane scrittore che brucia con un fuoco dentro che non aspetta altro che incendiare le vaste praterie delle nostre piatte esistenze, si chiama Marco Peluso e mi ha scritto che di Franchini devo recuperare QUANDO SCRIVIAMO DA GIOVANI: infinita è la strada dei treni di parole che arrivano e che partono ogni ora. Ci vediamo alla stazione.

Non oso immaginare la mia mamma Anna ovunque sia che grosse risate si sta facendo, lei diceva:

«…e cherè stu parlà?»

Una donna incinta che tiene in braccio un bambino sorridente, in un ambiente urbano.
«…e cherè stu parlà?»

idioletto, il mio, il tuo, il nostro, idioletto

😍🥰😘

RECENSIONI

LETTERE A CIORAN di Nicola Vacca

2017, Gaalad Edizioni

Giuro l’ho letto tre volte. Non è che questo saggio sia difficile, anzi precipita via come una cascata, irruente senza ostacoli: travolge. È questo il punto. È una doccia fredda e non un bagno caldo in una vasca profumata, affogato in schiuma di bolle, cioè rapito in un’altra dimensione a sognare nei romanzi che, allucinanti, nelle ultime settimane mi hanno fatto compagnia. La vertigine è spaventosa, ed è tanto più grande quanto più alta sento la mia ignoranza vista da quaggiù.

Mi verrebbe da dire: «Dovrei prima analizzare la mia caduta prima di pensare alla caduta dell’intera umanità verso il niente di cui siamo fatti. Fortuna che almeno la caduta di Camus l’ho letta, e anche quella mi torna spesso in gola come quando abuso di aglio e di alcol. Non ho peli sullo stomaco, sono travi di quercia, bare di rovere. È il merito, il significato, forse il significante tra gli spazi vuoti, di queste frasi che si intrecciano a questo spirito sublime che si alza dalla tomba di Parigi e stravolge l’armonia della vita e ne fa tempesta di tormento. La frantumazione dei pensieri per pensarne uno solo che manda in frantumi l’universo.

Avete presente la trasformata di Laplace, beh in soldoni è uno strumento matematico che trasforma una funzione reale in una complessa, cioè per amore della verità il lavoro è sulle variabili ma ci siamo capiti. Vero? Ci ho messo settimane per venirne a capo ma avevo vent’anni e ai tempi la mente era veloce come un IBM compatibile.

Questo saggio di Nicola Vacca su Cioran mi scassa il cervello come le dimostrazioni di Analisi Matematica ma alla fine, quando entri in sintonia con il linguaggio e ti appoggi agli esempi della fisica reale, la doccia fredda ti sveglia e ti lascia con il desiderio di leggerlo tu Cioran. Non so se questo era l’intento dell’autore, ma se fosse stato anche solo un invito, una raccomandazione implicita ed indispensabile, beh su di me ha funzionato. L’aulica quanto severa prefazione di Mattia Luigi Pozzi, invece mi ha stroncato le cosce! Non dovrei nemmeno osare aprire queste porte ma a me di cultura sotto proletarizzata che non vuole morire, diverte e piace osare l’assurdo e quindi torniamo a noi.

Con la trasformata di Laplace cominci a risolvere problemi che fino a poco prima nemmeno prendevi in considerazione per quanto ti sembranono impossibili da risolvere e cominci a viaggiare sulla luce alla velocità fotonica. Devo dire che il desiderio di leggere Cioran me lo aveva già radicato un altro saggio, EMIL CIORAN di Vincenzo Fiore, che nel frattempo spero sia diventato professore universitario o almeno ricercatore incardinato. Ma questa è un’altra storia, di quelle che rendono la vita miseramente precaria, affannosa, tortura altro che frantumazione del nulla.

Con il saggio di Nicola Vacca il desiderio di leggere Cioran diventa necessità, bisogno esistenziale. Ma c’è un precedente che devo esplorare e cioè Pier Paolo Pasolini che va sulla tomba di Gramsci e ne scrive le CENERI. Se la montagna è grande allora bisogna scalarla con classe anche se questo parallelismo non è un volo pindarico ma un suicidio letterale. È come cercare “convergenze parallele” tra il socialismo di Craxi e quello delle repubbliche sovietiche morte con la caduta del muro di Berlino, o nell’oggi, il socialismo della grande famiglia europea come convergenza parallela a quello del partito comunista cinese. Io sento la frantumazione dei vetri nello stomaco e nell’aria le scintille delle baionette d’acciaio che confliggono, poi si accarezzano, si leccano ed infine vanno a prendersi un spritz nella Golden Hour del tramonto sulla spiaggia che si porta tanto. Tu che leggi la senti questa voglia di niente?

Sulla tomba di uno spirito di gigante che vive immortale, la poesia straripa di sincera ammirazione di uno (Cioran) e cruenta critica nell’altro (Pasolini) che dice: «Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata passione di essere nel mondo?»

C’è nell’adorazione di un maestro un confine che è più terribile di un salto nel buio, è il porsi in contraddizione come sua creatura generata, come esempio di un fallimento che senza la morte del maestro sarebbe stata dimenticata. È l’oblio della ragione, il tormento del nulla che non genera conflitto con cui incazzarsi, organizzarsi e lottare per modificare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in amore dell’uomo per l’uomo. Esiste una borghesia del pensiero, dell’arte e della bellezza? Esiste un abbandono della lotta, un tradimento di classe, una corruzione dell’anima, come quella che lo stesso Pasolini rimproverava a Calvino? (“Poi Calvino ha cessato di sentirsi vicino a me. L’ho capito subito. All’inizio degli anni Sessanta, qualcosa si spaccava, …”)

Cioran può essere solo adorato o lo si può anche criticare? Lo so devo cambiare spacciatore state pensando. Questo diario è testimone di pensieri incredibili: l’emozione non si controlla, le domande si sprecano, ma non ho scelta, altrimenti il buon senso mi diventa auto censura del ridicolo. Se come dice Nicola Vacca, Cioran altro che nichilista era immanente, per me è l’utopia che ha ammazzato la storia, e la storia delle storie non avrà mai un cimitero ma per sempre un vortice di paradiso con idee meravigliose e l’emozione a dimostrarlo.

Infine, la mia vena si chiude, l’uomo vive e si manifesta implacabile materialista, lo mette per iscritto, e anche se forse dovrò leggerlo per una quarta volta, per concludere che c’ho capito poco, le parole dell’autore sono chiare e cristalline a pagina 79:

Io quì dissento, ma chi se ne frega, i miei silenzi urlano con parole che nessuno sente, è questo il punto, senza le parole a raccontarla, la vita neppure esiste. O detta meglio: la vita non raccontata è il nulla.

Golden Hour

«Qualsiasi commento a un’opera è cattivo o inutile, perché tutto ciò che non è diretto è senza valore» Emil Cioran

http://www.orizzonticulturali.it/it_studi_Biblioteca-Cioran-Mattia-Luigi-Pozzi.html

TRA IL SOSPIRO E L’EPIGRAMMA: ANALISI DELL’OPERA DI E.M. CIORAN

Tesi del Corso di Laurea Specialistica in Scienze Filosoficheda da Mattia Luigi Pozzi all’ UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia nell’anno accademico 2007/08 discussa con relatore:
Chiar.mo Prof. Carlo SINI e correlatore: Chiar.mo Prof. Carmine DI MARTINO

“E’ il suo momento perfetto
Lei rallenta il tempo
Nel suo momento perfetto
Eravamo solo due innamorati
Con i piedi appoggiati sul cruscotto
Guidando senza meta
Bruciando l’estate”

IL PENITENTE di Ivano Ciminari

2022, Edizioni Montag, collana Le Fenici

Prefazioni di Antimo Ceparano, Noemi D’Antonio e Francesca Berritto

Epopea meravigliosa è questa storia raccontata con l’equilibrio di un funambolo di magie. Se ne avessi la forza e la confidenza necessaria, chiamerei uno di questi prestigiosi registi del grande cinema, che so, Sorrentino, Muccino o Ron Howard, l’amico del mio Fonzie che con il magnetismo sulle ragazze, il giubotto di pelle nera e il pollicione verso su, m’ha svezzato prima del TG negli anni settanta. L’avesse brevettato, quel pollice in su, il fantasmagorico ansiolitico digitale like dei social, oggi Fonzie sarebbe fanta stra miliardario.

Ecco ci casco sempre, i brevetti, i soldi, il successo: la merda del diavolo. Mi perdonerà l’autore che più leggo e più ferocemente dilania la mia fragile mente con le sue scritture. Mi perdonerà ma il mio primo desiderio che mi ha preso con la parola fine di questo suo romanzo è stato: ne voglio il film!

Domanda: come per Eco è stato IL NOME DELLA ROSA di Jean-Jacques Annaud?

No, di più: in quello straordinario successo si manifestava l’idea dell’infinita onnipotenza divina, in questo romanzo di Ivano Ciminari, si sublima l’infinita onnipotenza umana. Dalle stelle alle stalle e ritorno. E se permettete, c’è la differenza che passa tra la consistenza gassosa di un’idea, il divino, e quella materiale viva e cruda della carne, l’umano.

Blasfemo io? Magari! Materialista? Forse per sempre troppo poco.

Come ho già scritto in un’altra occasione, mettere l’etichetta di romanzo storico è riduttivo, lo sarà necessario per i critici, gli studiosi e i commercianti della Letteratura, ma per me semplice lettore estasiato, anche in questo caso, IL PENITENTE è un grande romanzo punto e basta.

Capisco lo sdegno per questa mia mania leziosa ma dal mio viscerale punto di vista, la frantumazione delle categorie non mi scende come un boccone di un mappazzone troppo grande e asciutto: i generi sono categorie dove si compete per comparti stagni come fossero filoni di pane fatti con farine diverse a placare l’ingordigia di gusti seriali quanto elitari,

In questa opera di Ivano Ciminari c’è tutto: ti piace l’amore? Ci sono amori struggenti e universali che si intrecciano come le fiamme di un fuoco immortale. La capacità dell’autore è quella di avvolgerti con il fuoco chiamato amore. Però Ciminari non ti brucia, illumina e riscalda.

Ti piace il giallo? C’è anche quello, intricato e tagliente. Sì, ma preferisci il noir e di più lo splatter di Tarantino? Beh, anche quello c’è: tremendo male nero, truce violenza gratuita come il buio di ogni ragione. Ok, va bene, però preferisci l’azione?

So di meravigliarti ma posso dire che durante la lettura mi ha preso l’adrenalina che solo l’inferno d’acciaio che sfrigola di lame, frattaglie e sangue sa rendere emozione. Poi, come se non bastasse, c’è la poesia, la filosofia, la religione e Dio. C’è l’erudizione che si fa popolare, trasposizione avvincente di conoscenza, che precipita rapidamente dalla scrittura alla sostanza del pensiero. E così immersi nella natura che diventa protagonista, le vicende umane si fanno materia viva, dolce e amara, dura e cruda, e l’emozione del momento diventa coinvolgimento.

Sembra un sogno, un film appunto, invece si vive in presa diretta dentro questa storia di storie, accanto e dentro personaggi svelati nei particolari più intimi, ad occhi aperti con la frenesia dell’attesa insostenibile del capitolo successivo, con la voglia d’intervenire se mai fosse possibile e il fragoroso desiderio di sapere cosa succede alle storie in sospeso da cui dipende l’esito della vicenda che si sta leggendo. La mente vola e le pagine sono carburante che bruciano in fretta tra le mani.

C’è tutto dicevo, la commedia e la tragedia, la farsa, la follia, le contraddizioni del tempo che sono attualissime e su tutto il drammatico confronto con la propria anima specchiata in quelle raccontate che si muovono trascinate da passioni e sensi di colpa su cui tutti noi miseri mortali, giorno per giorno, siamo chiamati a confrontarci.

Il pentimento, la penitenza come motore della storia, la resurrezione come epopea dell’esistenza, gli amori, i conflitti, la lotta e le battaglie che non possono né si devono rinviare o peggio denigrare con la viltà della rassegnazione, la guerra dentro e fuori del nostro essere umani. Insomma gli ingredienti ci sono tutti ma da soli non bastano per sfornare un piatto prelibato, ci vuole l’arte e la maestria, il talento e l’artigianalità unica del funambolo che fa magie con le parole.

Se ti prende, ti avvince, ti fa pensare e se addirittura ne desideri una versione cinematografica nelle mani di un grande regista visionario, non è per te ingordo lettore ma per lui, artista anarchico.

Definire IL PENITENTE un capolavoro è lapalissiano e ho così cominciato a fantasticare su come un regista di talento potrebbe mettere in scena una frase semplice e potente come questa: “… che nulla accade per caso e che la carne altro non è che una parentesi doloroso tra due eternità.”

Nel racconto, ce ne sono tante di queste schegge che trafiggono la mente con la forza della tensione che arriva al culmine della scena, con la prepotenza delle parole che diventano visione. Sono schiaffi. Sono carezze. Sono frecce impietose, dardi roventi che segnano e aprono ferite mai sanate. Ogni lettore troverà le sue, e sono sicuro, maschio o femmina, racconterà di essere stato presente nella scena finale, testimone oculare di una epopea meravigliosa.

Se come diceva Italo Calvino, la poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere, un romanzo è l’arte di farci entrare tutta l’esistenza del genere umano, l’incontenibile universo degli universi.

Intervista di Antimo Ceparano

  1. COME DUE SOGNI di Ivano Ciminari
  2. Un vetro di Mirò di Ivano Ciminari
  3. I RACCONTI DELLA DIVINA – CUORE DI CORALLO di Ivano Ciminari

LE ORE DELL’ALBA di Brunella Caputo

2024, Homo Scrivens

Copertina del libro 'Le ore dell'alba' di Brunella Caputo, con una luce soffusa che filtra da una finestra.

Quindi siamo l’alba del suo futuro e della sua speranza, noi lettori che arriviamo alla fine di queste pagine che ci lasciano sospesi tra la paura di proseguire e il coraggio di un altro passo deciso verso l’abbraccio definitivo alle visioni che la regista ha proposto miscelando poesia e prosa, emozioni e sogni, viaggio e contemplazione, amori e turbamenti. Sospesi come lo stesso Virgilio chiamato a soccorrere Dante: “…Io era tra color che son sospesi e donna mi chiamò, beata e bella, tal che di comandare io la richiesi…”

Quindi a noi sospesi che viviamo imprigionati nella staticità del timore di affrontare i dolori dell’esistenza, la regista con questo suo universo scritto, mette in scena la spazialità senza confini dell’alba non come etereo intermezzo di pensieri tra la fine della notte e l’inizio del giorno che arriva, ma come dimensione materiale dell’onirico che si fa emozione, energia e sostanza con cui costruire il desiderio di camminare la realtà quotidiana.

L’intreccio immanente con DELL’ACQUA E DELL’AMORE, la precedente raccolta di racconti del 2020, non è solo evidente continuazione di scrittura del sentimento che si fa passione, ma in LE ORE DELL’ALBA l’evoluzione diventa poesia, e l’emozione corrompe la ragione. Ci sono notti insonni e giorni da sogno, ma sul palco dell’alba la scrittrice poliedrica mette in scena il tormento dando voce alle lacrime. E nel leggerla, noi lettori sospesi, diventiamo protagonisti nelle sue visioni.

L’arte di Brunella Caputo è come un diamante poliformante in continua trasformazione, che più si guarda da vicino e più meraviglia: non puoi pesarne i carati come non si misurano le parole o le note di una musica, è l’insieme delle sensazioni che coinvolge gli spigoli delle superfici lisce, la trasparenza dei tagli che ne segnano il cuore, lo spettro dei colori che sommano la luce, la potenza che si fa tristezza e gioia, l’Amore che muove il sole e le altre stelle.

Il romanzo sono io?

Magari! La verità è che la vita di questo fantasma non è affatto interessante né tanto meno avventurosa. Quindi magari ma il romanzo non sono io. Cito una frase forse nemmeno tanto famosa: “senza i sensi di colpa non esisterebbe la letteratura”. La verità è che non esistono verità assolute che possono placare i tormenti del pensiero che ci bruciano dentro. E questo fuoco arde di continuo sostenuto di volta in volta dalle relazioni umane, del passato, del presente, del futuro anche solo immaginate. Dal conflitto alla concordia, dal dolore alla felicità, è un fuoco che sprigiona la luce e il calore necessari a rendere spettacolare questa nostra passeggiata nei sentieri rugosi dell’esistenza terrena. Ma imprevedibile la fiamma rinasce dalla cenere che sembrava definitiva. La verità è che dentro questo testo ci sono schizzi di vita veramente vissuta e tracce d’immaginazione tanto incontenibili quanto paradossali che mi divertono ancora oggi. Come per esempio lo “sfruttamento” di due personalità salernitane VIP come Lucia Annunziata e Michele Santoro che, ironia della contemporaneità storica dei conflitti umani, in queste ore si scontrano, contendendosi consensi e voti per le elezioni al Parlamento d’Europa. Corsi e ricorsi, alti e bassi, stalle e stelle, la verità è che solo alla morte non c’è rimedio. Sconosciuti e dimenticati, morti troppo giovani, la verità è che questo testo è un mio personale tributo alla memoria di Alfonso e Carlo, amicizie immortali come il tremendo senso di colpa che m’infligge il loro ricordo. La verità è che questo testo m’imprigiona più di quanto la sua scrittura volesse assolvermi perché in fondo questo fantasma vive di fantasmi che solo la fantasia sa liberare con il coraggio di continuare a sognare ad occhi aperti un mondo migliore pieno di conflitti ma senza guerre.

Vorrei che Kafka di ANTIMO CEPARANO

2022 Robin Edizioni

Per dio! In queste ore di doping elettorale che mi asfissiano la mente come la peggiore droga sintetica riesce a fare nell’allontanare il cervello dalla vita reale, mi trovo a sentire il bisogno di lasciare una traccia a quanto di stupendo mi è capitato nel leggere questo mio primo libro di Antimo Ceparano. Ecco cosa metterei come prima cosa da fare in un programma elettorale di minima dignità: pulire dove vi è tristezza!

Poi chiudere le cliniche dei metalmeccanici, abolire la stupidità, traghettare le anime perse su una zattera di pane da una sponda all’altra di un fiume di vino, ed infine aprire le tombe dei cimiteri dove sono sepolte le parole. Detto in un altro modo questo è l’indice di VORREI CHE KAFKA.

Potrei partire dalla fine quindi: “L’uomo è un calvario da attraversare e il mondo è pieno di croci.” Ma questa frase che stordisce deve solo ingolosire: in questi quattro racconti c’è il lavoro e il luogo di lavoro, l’umanità varia che riluce di ombre, c’è il male, c’è dio e anche c’è Dio e le sue religioni come altarini da scatramare, c’è il viaggio della ragione e del tormento, c’è la donna come dea e come puttana, c’è la dimensione del passato e del futuro, e il presente che non vogliamo vedere, insomma: quest’universo ceparano che abbaglia come un sole in piena estate, mi ha folgorato. Sarà un colpo di sole quindi, uno stordimento passeggero senza conseguenze invalidanti o è invece un’illuminazione divina di quella che è misera grandezza umana? Spero di sì, anzi spero di no, comunque vediamo se riesco a scappare dalla trappola “mistica” della venerazione. Perché dopo questa lettura la tentazione è fortissima. Aiuto!

Vorrei resistere ma non posso resistere perché non è una semplice attrazione ma un turbine possente che m’inghiotte e mi divora. Nel loro insieme questi quattro racconti di Antimo Ceparano sono un gorgo di meravigliose scene dove il tumultuoso agitarsi di persone e sentimenti, di anima e pensiero, rapisce con la brutalità che solo l’emozione inspiegabile potrebbe spiegare ma che in quanto indecifrabile, diventa per me un rito d’inizziazione trascendente, un vortice in cui le parole che risorgono dalla radice della conoscenza diventano prigione d’estasi. Non è affatto facile per me tirarmene fuori una volta entrato in questo ciclone d’anarchica bellezza. Ivano Ciminari (COME DUE SOGNIUn vetro di Mirò) nella prefazione avverte e ha ragione nel mettere in guardia il lettore dai possibili effetti collaterali ma devastanti che Antimo infligge con le sue visioni che non sono presunzione di innocenza dell’umano ma anzi grumi virulenti di colpevolezza oggettiva che mi sono tornati in faccia: e come in uno specchio vedo il sudiciume di cui posso solo vergognarmi.

In fondo se non c’è gerarchia, uno se la crea per non perdere equilibrio tra follia e banalità della ragione che ci impone di vivere tranquilli, e quindi ogni incertezza, ogni demone deve calmarsi come fa Caronte che si piega al rimprovero di Virgilio: “Caron, non ti crucciare. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare».

Posso parlare di me e di quello che io immagino di comprendere, posso provare a descrivere l’immanenza rivelatrice di come mi sento nell’occhio di questo ciclone di parole che si fa storia e racconti di vita reale, vera, cruda e precaria come la sofferenza dell’incertezza del presente, posso tentare di resistere ma avvinto mi lascio trascinare nella schiavitù della ragione che si fa sentimento. Vorrei resistere ma non posso resistere perché nudo, spogliato dall’irrisoria stratificazione del vissuto, per quanto privato, per quanto pubblico, per quanto insignificante, doloroso e personale. Lasciarsi andare a lottare nel fango delle vicende della brutalità umana, è una sfida di piacere e nobiltà di tutti quelli affascinati dalla bellezza nascosta tra le rughe dell’esistenza.

Ogni dimensione ha argomenti di misura e di ordine che la definiscono, pertanto anche ANARCARTE dovrebbe possederne? E chi dovrebbe popolare questo meta-luogo luminoso nel presente buio e angosciante che ci troviamo a vivere? Mi candido a discepolo avido e affamato, pazzo di desiderio di mettermi al tavolo di quel giovane che leggeva ed era solo: “Egli sembrava non accorgersi di tutte le persone che lo circondavano e strappava dai fogli dei libri tutte le parole che vi erano sepolte. Le resuscitava e le trasformava in pensieri vivi.”

Infine in ultimo ma non per ultimo, c’è l’Amore questa sì è una cosa seria con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno in una successione infinita di turbamenti, passione e felicità.

I beati di Stefano

OMBRA MAI PIÙ, Neo Edizioni 2022

BEATI GLI INQUIETI, Neo Edizioni 2021

«Mi nutro di parole. Vivrò in eterno.»

Non mi capitava da quando avevo quindici anni. Divorare due romanzi in tre giorni, e all’epoca il tempo era lento non frenetico come lo vivo adesso. Lo stupore che abbaglia, le parole che diventano emozione, l’emozione che diventa azione, un fiume di sfumature senza soluzione di continuità dalla razionalità alla follia e ritorno, e l’ombra che diventa luce. Una serie di scosse elettriche crescenti ma più che una folgorazione è un naufragare dolce nell’anima infinita della mente umana. Le connessioni della mente con la realtà che ci circonda sono tanto incredibili quanto naturali e folli. Perché la follia non è affatto un effetto collaterale della società anzi, come mi diceva un amico l’altra sera, i pazzi sono fuori e sono la maggioranza, in fila, in coda, in massa verso l’annientamento delle relazioni e dei sentimenti. Beh, lo ammetto, tendo a romanzare i pensieri e i fatti che invadono la mia bolla esistenziale oltre ogni misura di contenimento, esagerando e magari amplificando quelle sensazioni che più mi fanno apprezzare questa vita sempre sospesa tra armonia e rumori. Entrare nel mondo poetico ma di realtà possente che il Prof. Redaelli propone in questi due bellissimi romanzi è un senso unico che trascende il senso comune dei labirinti senza uscita, è un mondo che di fantastico ha la crudezza saporita della disperazione di chi, come me per esempio, deve soffocare istinti primordiali di pensieri folli perché troppo eccessivi e deleteri alla normale socialità delle apparenze in cui ci costringiamo a sopravvivere. E non è nemmeno paura e/o opportunismo, ma complice pigrizia di perbenismo e sottomissione docile al giudizio del mondo retto e corretto, alla normalità dentro righe precise di ipocrito auto controllo che ci rende persone normali che lavorano e rispettano le leggi della convivenza civile.

In queste due opere di Stefano Redaelli, l’immersione coinvolgente nell’universo dei matti che conosciamo e che vogliamo nascondere prima di tutto a noi stessi, toglie il fiato e a me ha regalato un’esperienza unica di vera comunione umana con la parte più critica e ribelle che mio malgrado mi porto appresso dall’infanzia, dall’adolescenza, dalla gioventù, dall’età via via più matura ma sempre e per sempre fin troppo troppo acerba. Alla crudezza saporita dei sensi di colpa che scuotono la ragione dei ragionamenti, segue la fame, il bisogno ingordo di procedere, pagina dopo pagina, nelle storie di questi esseri beati che diventano lo specchio sempre più definito di quell’immagine che non vogliamo vedere quando la realtà diventa dolore riflesso, dolore percepito, dolore devastante. C’è un prezzo da pagare per lasciarsi andare al moto perpetuo dell’anima, quel prezzo è la nudità di cui ci vergogniamo e che invece ci può rendere felici come la consapevolezza di riuscire ad afferrare il vento con le mani, come quando afferrare un sogno è lasciare fuggire da noi il filo teso dell’aquilone che solca il cielo delle nostre visioni. La magia della bella letteratura è avvicinare, aprire, addentrarsi in mondi sconosciuti e nelle ultime pagine svelare che l’ignoto è sempre stato parte di noi, fin dalla nascita, fin dalla morte di chi resta permanentemente vivo nei nostri pensieri. Ad ognuno secondo le proprie inquietudini. Grazie Prof. ci metto la mano sul fuoco, i beati di Stefano non lasciano indifferenti.

ANIN di Angela Torri

Le storie narrate in questo racconto denso di emozioni fortissime, mi hanno scatenato un senso di profonda commozione e ammirazione per le “portatrici carniche”, donne potenti e coraggiose a cui la scrittrice Angela Torri ha tributato questo bel romanzo storico.

Sarà che non sono un letterato e quindi nemmeno mi dovrei permettere, sarà l’incoscienza dell’ignoranza, ma credo che l’etichetta di genere, quella di storico per questa opera sia riduttiva, nel senso di quella strana tendenza dei critici, e forse di più degli editori, a catalogare e ghettizzare l’ingegno umano nei confini precisi delle categorie essenzialmente per fini accademici e magari più pruriginosamente, fini commerciali. Perché credo, a prescindere, che ogni romanzo sia storico in quanto testimonianza di un momento più o meno passato, anche quello di fantascienza, fotografa il pensiero del momento della pubblicazione, e quindi in quanto racconto di una storia immaginata e ormai passata. ANIN va oltre il momento storico della sua ambientazione.

ANIN trafigge lo spazio tempo della ragione aprendo al lettore l’universo infinito dei sentimenti che per quanto voglia essere spiegato e razionalizzato da quando l’uomo ha cominciato a tramandare il suo pensiero, resta un universo che sorprende, che avvolge, che sconfigge ogni paura e patimento, che vince il dolore facendo del dolore stesso una potenza di vita. Del resto “Solo i morti hanno visto la fine della guerra” frase attribuita a Platone. Quindi lo stato di guerra è una condizione permanente dei vivi, e la cronaca degli eventi di questi ultimi anni e momenti attuali che viviamo ce lo conferma, e quindi la tremenda consapevolezza dell’impotenza soggettiva alla deriva degli eventi della Storia, diventa in questo romanzo la potenza collettiva del sacrificio e del sentimento che riescono a dominare la tragedia. È emblematica la storia d’amore di Elisabetta e Pietro, e anche di più quella di Emanuele e Lucia. Come dicevo all’inizio, le storie narrate in questo racconto sono dense di emozioni fortissime e se solitamente in un romanzo si intrecciano, in questa opera fluiscono parallele l’una accanto all’altra dandosi luce a vicenda. Come per esempio Caterina che sa di essere vecchia, e che incontra lassù dove non riescono a salire i muli, il giovane Marino, figlio di sua cugina Adele.

La tela narrativa tessuta tra i fatti e i personaggi raccontati, tra le azioni e gli stati d’animo, tra i pensieri e le faccende della sopravvivenza, è una tela sapiente carica di tensione che mi ha fatto divorare le pagine come preso da frenesia. Non ci sono comprimari in questo romanzo, esiste un solo protagonista collettivo: l’umanità. La scena finale con Don Florio, e l’ultima frase a pag. 132, sono di una semplicità e di una trascendenza geniale. Ma di questo non rivelo niente, tu che leggi devi arrivarci pagina dopo pagina, entrando con la carovana che scala e ridiscende la montagna, più e più volte, dentro un’atmosfera di fatica e patimenti, emozioni e sussulti dell’anima che tolgono il respiro.

Le vicende narrate hanno oggi più di un secolo, sappiamo che la prima come la seconda guerra mondiale sono poi finite, come sappiamo che ogni guerra finisce. C’è chi dice che la pace è solo un intermezzo tra guerre e chi invece dice che gli intermezzi sono le guerre: hanno tutti ragione o forse la ragione in tutti è un torto senza soluzione, visto lo stato permanente di guerre che il genere umano è costretto a subire da millenni e millenni. Quello che posso dire è che con ANIN e il suo imperativo di “andare” le donne dimostrano la loro potenza perché vincono l’inferno in terra. È questa la verità.

Mi piacerebbe generalizzare, purtroppo non è così, perché spesso, troppo spesso, sono le donne ad essere troppo nemiche di loro stesse. In ultimo posso dire, credo senza timore di essere smentito, Angela Torri riesce con precisa determinazione a non farsi strumento di facili crudezze con cui lo schifo delle trincee sono tornate ad essere spettacolare noir da raccontare, anzi con uno stile elegante e raffinato, riesce a trasmetterne tutto l’orrore. Alla fine: “I sentimenti ci salveranno dall’abisso.” e l’abisso è lo spazio tempo in perenne equilibrio tra “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e “Mi illumino d’immenso”.

“La guerra è un inferno, ma l’inferno è la verità.” Henri Barbusse.

https://www.museograndeguerratimau.com/le_portatrici.html

IL REGOLO IMPERFETTO di Carmine Mari

2023, Marlin Editore

La genialità dell’intelletto è un mistero che squarcia il bene e il male, è una sorpresa continua che naviga con feroce brutalità il tempo dell’esistenza umana, è il fascino turbolento del divenire di un eterno conflitto primordiale sempre attuale: potere contro amore. A fin di bene non esiste male che possa essere censurato, così come non esiste potere che non sia sentimento di dominio sull’amore.

Questo romanzo è la storia di storie complicate, intrecciate con abile e aulica maestria, con maniacale fervore oserei dire, dove ogni personaggio presenta conflitti irrisolti, nodi intricati d’emozione stridente di scena in scena, che ne fanno, nella sua totalità, una rappresentazione vivida ed attualissima delle persone, della città, della nazione… del mio mondo presente.

Mi è sembrato di vivere oggi la stessa complessità di allora e se vuoi tutto compreso, la banalità dell’interesse personale che prevarica ogni morale di gloria pubblica, nei sentimenti, nel lavoro, nella disperazione quotidiana alla sopravvivenza. Se è vero che non si vive di solo pane è anche vero che senza pane non si vive, così questo romanzo sfama quella parte dell’anima sempre affamata di conoscenza e risposte alle tante domande che le tempeste di guerre che viviamo oggi ci pongono.

L’attualità di questo romanzo storico è straordinaria e partendo da un postulato quantomai “vero”, non puoi comprendere l’oggi senza sapere il passato, mi sono reso conto che tutto converge nell’uso strumentale che l’essere umano fa dell’altro, uomo o donna, potente o povero, ricco o misero, giovane o vecchio, padre o figlio. Un uso strumentale e potente che diventa ragione e passione di vita.

Oltre le diverse trame che si intrecciano, l’abilità di Mari di usare il particolare contesto storico come una scenografia viva dell’azione degli avvenimenti che si avvinghiano ai personaggi, mi continua ad affascinare fin dal suo primo romanzo che ho divorato nel 2021: Hotel d’Angleterre

Dicevo del passato come presente, oggi come allora, ragione e sentimento si alleano nel bene e nel male. Lucro, sfruttamento, ignoranza e paura sono strumenti di dominio con secolare conferma storica. Politici, religiosi, notabili e ragionieri servono mercanti conquistatori e conquistati dal potere, e anche l’accademia medica, oggi come allora, s’adombra e risplende d’intrighi e di eccellenze sulla pelle della gente comune, malata, magari senza più speranza.

Questo romanzo è un giallo intrigante, denso di tensione, di passioni e miserie umane, di ingiustizie e atrocità, c’è anche la storia della comunità ebraica presente nella città di Salerno in quell’epoca lontana. Il progresso trasforma l’apparente complessità di quella che dall’origine dei tempi umani è la forza della spada, lo strumento della violenza brandita dal diritto alla difesa, che sempre più paradossale, oggi come allora, determina la pretesa dell’umano nel sentirsi dio su questa terra.

’a stella

micro racconto di capodanno

Colpevole era lei: Frida, che suonava con me quella notte.

Mezza vestita e mezza spogliata. Brillava di sudore urlando Maracaibo, mare forza nove, fatta persa di lambrusco, quel tanto rubino da frizzare di solfiti scadenti. Graffiava la mia chitarra consumata e cantava in un corpo sgraziato dal rancore. Fuori tempo danzava con dentro sogni devastati di rock’n’roll e la gola bruciata dall’erba di Velia. Aveva solato anche me quel contadino maledetto, un truffatore altro che Eden. L’albergo del cenone, grande, bianco e pulito come la tela di un pittore senza fantasia, era un trauma improvviso come un cazzotto sull’occhio in mezzo alla piana del Sele, ai piedi dell’antica Paestum. Cento euro per una serata di canzoni era ossigeno in quella nostra vita disperata. L’avrei seguita in capo al mondo Frida. Andò dove non potevo andare, e peggio come non poteva andare. Quella fu la nostra ultima esibizione insieme. Quando il principale del locale le chiese l’autografo, lei gli spaccò la testa con una bottiglia di spumante: una morte scadente come tutta quella festa di capodanno. In cella oggi Frida scrive canzoni ubriacandosi di parole recluse come la sua anima in fiamme, mentre l’avvocato scrive ricorsi. C’è un medico che è sicuro come la cassazione: Frida in quel momento non era capace d’intendere e di volere. Voleva bere non uccidere. In mano a Laura in arte Frida, la bottiglia era vuota. Si è difesa da quel bavoso fetente che meritava di morire. A vent’anni la vergogna brucia come l’inferno ma nessuno l’ha mai creduta. Questa volta però è la volta buona me lo sento: il giovane CTU del tribunale ama il rock’n’roll e mi ha giurato che non si vende a quella potente famiglia camorrista. E poi vorrei dire: come si fa a condannare una stella?

woman in black top holding clear plastic pack
Photo by MART PRODUCTION on Pexels.com
a grayscale of the temple of hera ii in italy
Photo by Edoardo Colombo on Pexels.com
prison
Photo by Oljamu on Pexels.com

LA MONTAGNA DEI SOGNI di Giovanni Maio

È coinvolgente, è accattivante: quest’opera di Giovanni Maio trafigge in profondità, emoziona e coinvolge i sensi fino a farti sentire il freddo che angoscia la società di oggi. Ma allo stesso tempo, con la saggezza del guerriero ostinato e contrario alle ipocrite banalità moderne, trasforma la difesa dei ricordi e della memoria in un attacco narrativo che seduce e riscalda l’anima.

Per quanto ci sia racconto di sé stesso, questo romanzo di un bambino ribelle che scappa verso il richiamo ancestrale della sua montagna a Sant’Arsenio, spinge il lettore oltre le storie vissute e raccontate in prima persona dall’autore.

L’oltre è uno spazio tridimensionale dove i luoghi e il tempo si fondono in una continua eruzione d’emozioni tipica dei sogni sempre in equilibrio perfetto tra incubo dell’ignoto ed estasi della carezza amorosa.

LA MONTAGNA DEI SOGNI non è un’opera nostalgica anche se nella presentazione c’è l’intento di raccontare un’epoca che non esiste più, anzi è la forgiatura di materiale emotivo straripante che diventa ponte tra generazioni, insegnamento e cura dei pensieri fondamentali della vita.

Non puoi imprigionare un vulcano che esplode.

Giovanni Maio ci riesce come solo una cintura nera di arti marziali può fare grazie alla volontà e al controllo totale della mente di cui è maestro. E così nella sua scrittura, i ricordi del fanciullo, lapilli fiammeggianti e lava rovente, diventano fucina d’arte e filosofia dell’uomo d’acciaio che è oggi, tenero e gentile, preciso e determinato, nobile d’animo e non di titolo che non serve a niente. Il nonno che nel romanzo e nella vita vera ogni nipote potrebbe solo desiderare.

Lo giuro, è l’invidia che muove queste mie parole: cederei volentieri l’anima ad un diavolo qualsiasi per tornare bambino e avere un nonno come Giovanni Maio, un autore che oso inserire nella categoria degli scrittori sognatori definita da Jack London in un articolo pubblicato nel 1900 su The Junior Munsey Magazine.

Finito di leggere, nel chiudere le pagine di questo pregevole romanzo nella sua possente e rigida copertina cartonata, il mio primo pensiero è stato: “il tuo richiamo della montagna, ha la stessa potenza indomabile del Richiamo della foresta di Jack London”.

L’ho detto a Giovanni quando ci siamo incontrati per estorcere la dedica che desideravo lui mi facesse; gli ho parlato mentre i suoi occhi azzurri mi trafiggevano con la purezza dei cristalli di ghiaccio che si sciolgono nell’agitazione impetuosa di un fiume alla sorgente, quando esplode la potenza della primavera in montagna.

Appartiene alla mia infanzia questo ricordo di Jack London che avevo completamente dimenticato. Scalando a ritroso il passato fino alla radice delle proprie radici, quelle piantate lassù, sulla vetta più alta di tutta la propria esistenza, sono pronto a scommettere che ogni lettore troverà in quest’opera una sua commozione repressa o nascosta. Una emozione intima e dimenticata della propria montagna di sogni.

E allora per riassumere, ecco ciò che a me ha regalato questa bella lettura: esperienza e prospettiva come pura connessione emotiva tra umano e natura; riflessione e potenziale azione che il desiderio di sapere muove; conseguenze indomabili; richiami irresistibili; ribellioni innate che uccidono la vita indifferente come alla morte sopravvivono pensieri eterni di purezza e amore.

Grazie Giovanni ti leggerò ancora con la fame insaziabile che un maestro di arti orientali sa donare, anche perché quelle occidentali mi hanno rotto il c…

L’ISOLA DI TERRACOTTA di Domenico Notari

2019, MARLIN Editore

In queste ore la tempesta Ciaran allaga l’Italia ingrossando i fiumi che straripano e il mare che ruggisce sulla costa consumando arenili e i lidi appena chiusi dell’estate 2023. Nelle ultime ore ho appena finito di leggere questo straordinario romanzo pubblicato la prima volta nel secolo scorso, nell’anno 1999, l’anno che a me ricorda le mollette di legno, Aquila uno e Aquila due di SPAZIO 1999. Mentre nelle strade la rivolta giovanile del ’77 urlava, io giocavo con le mollette di mammà. Sono sempre in colpevole ritardo nel mettere toppe alla mia sbrindellata conoscenza, e probabilmente gli strappi del tempo che inesorabile passa, non sono cucibili, e forse nemmeno i ricordi hanno rilevanza, e se non era per Simone della Feltrinelli di Salerno che mi diceva «Devi leggere Mimmo Notari!» nemmeno il materialismo storico degli eventi m’avrebbe emozionato così tanto da impormi la ripresa di queste pagine di diario. Sarà la disperazione che sento nelle urla della tempesta Ciaran, la disperazione che grida dai conflitti d’Oriente, sanguinarie distruzioni di corpi innocenti, saranno le grida mute delle anime affogate nel mare dei migranti che scappando dalla follia diventano vittime di un sogno d’Occidente che sta morendo. Indicibile, insaziabile, pazzia senza umanità, la guerra. Sarà quest’angustiante senso di impotenza allo sgomento che mi avvolge in queste ore, a rimettere in moto il bisogno di fissare su una pagina le sensazioni d’immensità che una grande e bella storia riesce a donare. C’è tutto il mondo nelle vicende di Michele Procida, il protagonista di Notari, le passioni e i dolori, le scoperte, la formazione e la trascendenza della vita che diventa immortale nell’opera d’arte e nella riproduzione dei sentimenti che ci fanno umani ad li là di ogni esistenza la cui singolarità è destinata a perdersi nella folla dei pensieri senza progenie. Dopo questa lettura ogni oggetto di argilla cotta, ogni riggiola calpestata, ogni piatto o boccale sul tavolo di tutte le tavole, diventa musica e canto, ogni ceramica riluce d’anima umana, perché dalla fabbrica dei desideri non possiamo fuggire, la fabbrica è dentro e di noi, tormento e delizia, piccola ma infinita, la fabbrica dell’arte che diventa materia d’ogni emozione che non riusciremo mai a controllare. L’architetto scrittore disegna con le parole la costituzione di una cultura che si tramanda e sopravvive, nutrendosi dei conflitti e della capacità distruttiva del tempo che passa. L’architetto scrittore schizza e rifinisce il divino progetto che rende re il morto di fame, miseri i padroni e desolanti i cammini dell’avidità del potere. La storia da proteggere e riprodurre è una catena millenaria di cui Vietri sul Mare, l’intera Divina costiera, le sirene di Positano e perfino le maioliche del Monastero di Santa Chiara a Napoli, sono anelli materiali di possente forza che brillano con i colori devastanti dell’immaginazione, e così accecanti riflessi prendono vita nell’intreccio delle storie vere come solo l’emozione e il sentimento sanno sentire vive. Non posso sapere quanto lo scrittore sia al servizio dell’architetto o quanto invece sia l’architetto al servizio dello scrittore, quello che so è che L‘ISOLA DI TERRACOTTA appartiene alla nostra terra, è parte essenziale della nostra identità mediterranea, dominante e dominata; è frutto costituente di una memoria senza tempo che unisce la materialità dell’oggetto comune all’essenza stessa dell’emozione rendendola dura e fragile come ceramica. Siamo isole di terracotta in mezzo al mare di servi e padroni, isole di bellezza che s’abbracciano e si respingono in un continuo affanno di desideri irrisolti, in cerca di risposte a domande ancora da inventare come la prossima pennellata che di colore sbiadito su un piatto bianco s’accende di splendore dopo l’ultima cottura nel forno rovente dell’esistenza.

DELL’ACQUA E DELL’AMORE

Racconti di Brunella Caputo, 2020 Homo Scrivens

La felicità sta nelle piccole cose… Diceva qualcuno…

È fatta di attimi che restano nel cuore per sempre…

È fatta di carta che profuma, di carta che racconta, di carta che ti fa sorridere, sognare, pensare, ricordare…

Un libro piccolo, potresti leggerlo tutto d’ un fiato e invece no… È un libro di racconti brevi, due pagine, due pagine e mezza al massimo… Eppure due pagine lunghissime che ti restano dentro, che le leggi e poi chiudi… Per oggi mi basta questo… Sorrido…

A domani! Ti prendo come una dose di felicità giornaliera… a piccole dosi.

Dell’acqua e dell’amore di Brunella Caputo…

“Chi nasce al mare non dovrebbe vivere dove il mare non c’è. L’assenza dell’influenza del mare rende le persone diverse”

E anche, “C’è qualcuno?”

Un bimbo durante il lock down del 2020… e le mazze da golf… e la spiaggia Das Toninhas… e il giardino di Armida… e il fiore di cappero… e la città che amiamo perché una volta a Salerno le luci a Natale erano fioche… e tanti altri ancora… Racconti, uno più bello dell’altro.

Estate 2023, sì c’è qualcuno a cui il cuore batte ancora.

6 settembre, ore 12.

Oggi questa è la mia dose di felicità… Mi colpisce… Arriva come il vento…

E io l’adoro il vento… Il vento che gioca con i capelli, li sposta, li scompiglia, li ripiglia in una danza che conduce da solo… Come l’amore… A cui non puoi sottrarti… A cui non vuoi sottrarti.

Monica Langellotti

Odepòrico amalfitano

Nel 2023 uno dei RACCONTI DELLA DIVINA

e nel 2025 uno dei RACCONTI CAMPANI

Odepòrico amalfitano

Precario. Contro la mia volontà mi trovo in questo luogo magico, sospeso sulla roccia possente scavata dagli avi, a strapiombo sul mare mosso come la mia anima spaventata, e alle nostre spalle altra roccia minacciosa che sembra voler abbandonare la sua scalata al cielo per rovinare sulle nostre teste, all’improvviso, da un momento all’altro. Tutt’intorno solo silenzio e indifferenza alla mia condizione. Ovattato da nubi pesanti sul punto di esplodere, il silenzio lega insieme gente indaffarata e brulicante come formiche, come quelle che per tanto tempo mi hanno fatto compagnia tra le foglie del mio giardino natale. C’è tutto quello che non conosco e che mai avrei desiderato di vedere. Ci hanno scaricato all’ingresso di un hotel a cinque stelle che si prepara per una grande festa: un matrimonio. Come un presagio oscuro manca il sole. Guardo le facce della gente che mi ha preso in consegna, che mi ha trascinato in questo posto insieme ai miei fratelli, contro la nostra volontà. Sono facce rassegnate, senza ombre, facce tirate dalla fatica e solo preoccupate di eseguire bene gli ordini che sanno a memoria. Vedo sincronia di gesti e ripetizione di movimenti. Come formiche brulicano gli spazi senza mai fermarsi. È un via vai frenetico che scandisce i minuti di un’attesa interminabile. Ogni giorno è una celebrazione in questo luogo magico, e il lavoro si ripete come alla catena di montaggio di una fabbrica diffusa, motore di benessere, dalla spiaggia alla montagna, da Vietri a Positano, una fabbrica umana che non chiude mai. Mi sento estraneo. Straniero deportato con la forza. Vorrei essere altrove, tornare al mio giardino natale dove la roccia maestosa che adesso mi fa paura, mi riparava dai venti freddi del nord, dove il pensiero rovinoso di una frana non è possibile, dove la precarietà è una condizione sconosciuta.

Sapere di vivere un giorno senza domani è un delirio. La mia storia in quest’ultimo tempo prima di morire sarà una sorpresa alla fine di questa festa.

Ci siamo lasciati trasportare senza opporre resistenza, anzi qualcuno anche lusingato dalla scelta. La selezione è stata minuziosa. I discriminati non all’altezza, non raccolti, caduti, buttati come concime nella terra coltivata.

Nel frastuono del silenzio indifferente che ci distrae i sensi, siamo condannati senza possibilità alcuna di sopravvivenza. Io e miei compagni non abbiamo scampo. Feriti a morte saremo il sacrificio dovuto ad una celebrazione che presto diventerà rumorosa. Siamo protagonisti lacerati, offerti in dono a deliziare chi ci divorerà. Intorno a noi momenti di festa, nell’ultima ora che ci spazzerà via da questa esistenza fugace, come un sogno troppo bello per essere vero. Non siamo i primi né gli ultimi. Siamo i migliori e ne siamo fieri. Famosi nel mondo. Racconto perché non posso che lasciare ricordi, a memoria futura delle gioventù che vivranno ancora, gloria eterna di bellezza e sapore, di terra fertile ma ruvida, bagnata di sudore e bestemmie, figli di questa costa Amalfitana dove siamo nati e vissuti con onore e fortuna, abbracciati dall’occidente dove senza sforzo tramonta il sole.

Bianca e Giuseppe oggi sposi, ho letto sul menù adagiato tra i fiori d’arancio su uno dei tavoli già pronti con tovaglie damascate d’antico candore, con posate d’argento, ordinate e scintillanti. All’ingresso ho visto le cinque stelle, dipinte di giallo, scolpite in rilievo nella pietra secolare di questa struttura avvolta nell’edera che l’inghiotte tutta dal selciato al tetto, in armonia. È la forza della natura a mantenere vive le fredde architetture umane.

Sposi, amici e parenti si muoveranno da una chiesa e mi chiedo quale possa essere: magari una di quelle che hanno visto i miei compagni durante la benedizione. Con o senza fede il rito religioso resta impresso come un tatuaggio di sangue. Dalle loro confidenze ho appreso dei sessantadue gradoni in pietra che portano alla Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi. Troppo minuta e nascosta sarebbe la Chiesa di Santa Maria Immacolata di Atrani, l’atranese sceglierebbe di sicuro la Collegiata della patrona Santa Maria Maddalena Penitente e così salendo la magnifica scalinata affacciata sul mare, si tirerebbe dietro con lo strascico bianco l’ammirazione estasiata dei presenti.Però, forse, in questo momento Bianca sta recitando la sua eterna promessa sotto la cupola rivestita di ambrogette in ceramica della Chiesa di San Pietro Apostolo, patrono di Cetara. E se la sposa fosse una furorese? Allora sposi, amici e parenti arriveranno dalla chiesa di San Giacomo o da quella di San Michele Arcangelo. Bellissime. Chissà se invece la marcia nuziale sta suonando a Maiori nella chiesa Santa Maria delle Grazie o di quella di Santa Maria a Mare. Immagino il bacio degli sposi nella Chiesa Santa Maria Assunta a Positano o perché no? Nella Basilica a Minori che custodisce le reliquie della Santa Trofimena patrona del paese, martire fanciulla che si rifiutò di sposare un pagano. Forse verranno da Praiano una volta lasciata la Chiesa di San Luca Evangelista. Sarà oppio, sarà speranza, bisogno o desiderio, è comunque fede potentissima, genitrice di conflitti, altari e opere eterne di sacrificio e d’onnipotenza. Chiese bellissime.

Ognuno dei miei compagni ha ricevuto una prima comunione, ognuno la benedizione della vita, ognuno una volta sola. Chi nel Duomo di Ravello dove c’è il sangue del Santo medico Pantaleone, chi nel Duomo di San Lorenzo a Scala. Immagino gli applausi, il riso e i confetti che volano sulle teste di questi freschi sposi. Estasiati nell’eterna promessa.

E se fosse solo un rito civile? La recita formale degli articoli di legge è fredda, vuoi omettere la potenza di omelia, canti e letture dalla Bibbia? Vuoi confronatare l’esercizio sacramentale di un rappresentante di Dio con l’asprezza contrattuale di un rappresentante del popolo? Civile senza tonaca?

Il cammino insieme ci ha reso unici cari compagni, in questo posto magico siamo nati e cresciuti nella bellezza senza tempo. Non dimentichiamo il dolore del distacco dalla pianta che ci ha generato, la sofferenza dell’abbandono di chi ci ha allevato, la pietà per chi ci ha posseduto e poi venduto. Mulattiere e polvere scendendo, sono diventate vie d’asfalto. La strada attraverso la Vallata del Dragone, o il Sentiero degli Dei da Salerno a Bomerano, scendendo da Santa Maria di Castello o da Capo Muro, da Colle Serra, Li Cannati e Montepertuso, oltre mille scale fino a Positano. Il viaggio dalla Valle dei Mulini alla Valle delle Ferriere, un canyon tra Amalfi e Scala, attraversato dal torrente Canneto che si riempie e si svuota con le piogge e la siccità, cicliche come l’inverno e l’estate, come il desiderio del turista che ritorna a comprarci lungo la strada trafficata. Non dimentichiamo l’abbraccio, incontro, incrocio, rettitudine e maledizione. Il sentiero delle Vedette, Vettica Maggiore, Santa Maria di Castello, la grotta con la Madonna, quella di Santa Barbara, e ancora da Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, al bivio di Conocchia per Marina di Praia. Dai Monti Lattari, il Demanio e ancora l’Avvocata. Il Sentiero della volpe pescatrice. Fasti e rovine di una civiltà che abbandona ricchezze e ritorna per sperperare illusioni. Non dimentichiamo. E poi la sorgente chiamata acqua del castagno, l’eterna speranza. I Sentieri di Capo d’Orso dal massiccio di Monte Piano all’abbazia di Santa Maria de Olearia. Verso Cetara, il Vallone di San Nicola sopra le cascate di Erchie. I viaggi da e per l’oriente, la furia saracena e quella nazista. Le torri d’avvistamento e poi le chiese. Borghi, fortezze e poi le ville. La gloria dei greci e quella di Roma. Signori o schiavi, la storia si ripete come le rivolte di vincitori e sconfitti, come le fughe, migrazioni e il continuo ritorno alle radici che ci fanno sentire vivi. L’esaltazione di ciò che sopravvive alle mode e ai cambiamenti climatici. Macére possenti, invincibili ad ogni alluvione, muricciòli di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni e separare i campi. Ecco la coscienza dell’eterno, l’energia dei torresi a dare luce al nostro sentiero smarrito, con l’energia degli antichi, emozione e relazione, e così risuscitare borghi e villaggi dimenticati. Odepòrico divino è il nostro destino.  

Mi hanno raccontato i miei compagni nelle ore passate insieme, imprigionati e deportati insieme, come intorno a noi tutto è aggrappato e strappato alla roccia: case, stalle e ovili, terrazze coltivate, e giardini rigogliosi di atmosfera inebriante, di colori e profumi, tra stradine anguste e scale infinite, tra disegni di archi e angiporti, di torri antiche a guardia dei paesi comunque depredati, di fatica, di lacrime e desideri divini. Tanto ho appreso dalla cultura del mio padrone quando ancora mi accudiva. Lo ascoltavo leggere a voce alta parole di poesia e letteratura, con un bicchiere di vino bianco tra le mani callose, nettare che lui sorseggiava tra una pagina e l’altra, le gambe a riposo e lo sguardo rugoso rivolto all’orizzonte nel blu cobalto immenso avanti a sé: mirabile visione dal mio giardino natale in cui sono stato venerato e accarezzato come un principe. Come quella volta che gli sentii dire: «Amico mio hai proprio ragione: quando andremo in paradiso sarà un giorno come tutti gli altri.»A volte lo chiamava maestro Fucini, altre solo Renato mentre stringeva a sé quel libro sfruttato e malandato del secolo scorso, quel libro ricco denso di poesia, dignità e rispetto.

Il padrone ha venduto me e gli altri. Siamo sopravvissuti all’epidemia che non smette di bruciare vita, di giardino in giardino. Destinati, eredi di passione e bellezza, questo siamo, prescelti, sopravvissuti al mal secco, un male che uccide prima di nascere il quaranta percento di noi, il male che brucia le piante prima di fiorire. Un fungo da estirpare con cesoie sterilizzate e fuoco. È una guerra all’agente invisibile, che rende schiavi e depressi i proprietari, a loro volta di mano in mano umiliati e sconfitti. Padroni di appezzamenti di terra, terrazze come gradini per giganti che sfidano la gravità, di pietre scolpite a mano per i muri a secco, e pali di castagno come architravi di tetti e pareti inerpicate nell’aria, mille e duecento piante per ettaro, come prevede la certificazione DOP. Padroni come capitani di barche nel mare in tempesta, naufraghi in quest’era moderna peggiore di ogni altra aridità e pestilenza della storia umana. E pure restano in piedi orgogliosi, a difendere l’eredità preziosa, acquisita dal passato furioso, a difendere e vantarsi del frutto dei successi che attraverso noi sopravvissuti si ripete, nel miracolo della vita. A saziare ogni desiderio. A seminare di vittoria la speranza di eliminare per sempre il mal secco dalla loro terra, dalle loro creature sognanti.

Sento ancora la gioia del mio padrone nell’accarezzarmi il corpo, soddisfatto e malinconico nell’ultimo saluto: «Come sei bello. Perfetto! Vai. Vai a meravigliare il mondo.»

Con l’arrivo degli sposi è sbucato un sole che ora squarcia questo cielo pieno di nubi in movimento, ora trascinate via dal maestrale che sa di sale. Spazzando via la minaccia uggiosa questo vento millenario rende fresca l’aria, mitigando ansia e disagio. Brindisi e canti muovono l’appetito di sposi, amici e parenti.

«Bacio, bacio, bacio…» nella sala il coro si amplifica di bocca in bocca e il rito dell’eterno amore si rinnova.

Ferito a morte, nella cucina il mio destino si compie. Lavato e tagliato a fette nelle mani dello chef che modella il mio corpo, divento una corona solare ad una grossa spigola con gli occhi ancora vivi, e come me gli altri prescelti, di bocca in bocca, diventiamo la delizia di questo popolo in festa.

Prescelto tra i prescelti sono innanzi agli sposi e se il succo dà sapore, la mia polpa è un corpo che si mangia: è il destino del limone sfusato, di colore giallo citrino, nobile tra gli agrumi, principe tra i frutti di questa terra divina.

**********

brown concrete building near green trees
Photo by Victor Martinez on Pexels.com
view of atrani on the amalfi coast in campania italy
Photo by Salvatore Monetti on Pexels.com
grayscale photo of positano
Photo by Victor Martinez on Pexels.com
buildings on cliff
Photo by Silvia Trigo on Pexels.com
concrete buildings on the mountain slope near the coast
Photo by Tyler Shores on Pexels.com
picturesque landscape of rocky seashore with houses
Photo by Ana Eva on Pexels.com

EMIL CIORAN di Vincenzo Fiore

LA FILOSOFIA COME DE – FASCINAZIONE E LA SCRITTURA COME TERAPIA

Saggio di Vincenzo Fiore, 2018 Nulla Die edizioni

Caro diario sono al capolinea. Hai presente quando di un percorso hai saltato tutte le fermate, belle ma impegnative, e non sei sceso, e ti trovi a non sapere più dove andare? L’autobus è quello della fascinazione, i luoghi i romanzi e affascinanti le scritture. Ma sì è una bugia, ad alcune fermate sono sceso e ritornato e ritornerò per fare giri in tondo allargando il raggio della vista e dell’emozione. Dopo Le città invisibili di Italo Calvino ho capito che il sé stessi è un centro, un punto di forza elastico, che richiama e respinge, dove si torna per ripartire, dove ci si perde per ricominciare. Più leggi e più ne vuoi leggere, perché la visita è un passaggio ma la lettura è un’immersione totale nella storia che racconta, nei personaggi che la fanno vivere e scrittore o scrittrice, diventa la divinità che crea.

Esagero perché voglio profanare il senso comune, sverginare l’inconfessabile senso di fascinazione che mi toglie il respiro, quando all’ultima pagina chiudo con il suo romanzo e apro il pensiero all’autore che lo ha creato. Divina la creazione, e l’autore? Empatia emotiva e razionale, presuntuosa la mia comprensione, social da fare schifo o dispersa nella sua elitaria grandezza di solitudine, immortale perché morto o contemporaneo il lui, la lei, perché vivente.

Il preferito, la preferita o solo tra i preferiti, autore appena conosciuto o talmente studiato da conoscerne il gossip più intimo, odiato o amato perché irraggiungibile, sopravvalutato, sottostimato, ammirato o denigrato da chi non lo capisce. Il maschio è scontato ma la femmina lo è di più. Guerriera. Quindi il fascino e la venerazione, e la preferenza diventa disturbo, una patologia da curare, stili da spogliare, significati da afferrare, emozioni a cui abbandonarsi, senza remore perché la ragione è solo morte. Se l’inferno è lastricato di buone intenzioni, e l’inferno non esiste, come faccio a sopravvivere nella produzione industriale dei desideri indotti?

Da quando ho visto le creazioni della cucina destrutturata, ho il terrore del “de”, puoi capire l’orrore della parola de-fascinazione in me che adoro sottomettermi senza condizioni al fascino…

Questo è il punto, capire, comprendere, farne conoscenza. Poi mi arriva lui, Cioran, o meglio come lo presenta e lo spiega questo ragazzo del ’93 nato a Solofra (AV), Vincenzo Fiore, attraverso un saggio prezioso che, come dicevo è il mio capolinea, ma non di quelli desolati in una periferia emarginata, no, un capolinea al centro di una stella di stelle.

Mio caro diario, prova a immaginare innanzi a te tremante, un dio nudo come un re che balbetta e non sa rispondere ad una semplice domanda: «Perché ci hai creato?»

Se è vero che al centro della terra c’è il fuoco, la stella che era in origine, se i vulcani sono solo foruncoli giovanili che scoppiano in superficie, di quale fascino vuoi parlare senza conoscere Cioran?

La bibliografia che inizia a pagina 161 è l’universo, adesso capisco perché dio ha creato i buchi neri.

Prova a immaginare di spazzare via ogni struttura e sovrastruttura, ogni chiesa o multinazionale, ogni stato democratico o totalitario, ogni partito, ogni associazione di persone e interessi, cancellare ogni filosofo e pensatore, e finalmente dare senso solo alla morte. Anche oltre Jim Morrison che diceva: «Non aver paura della morte, fa meno male della vita» e ancora «Non ho scelto io di nascere quindi lasciatemi vivere come mi pare. Non siamo fatti per durare» e via dicendo.

“Via dicendo” è una citazione, forse lo stile ossessivo che più mi è piaciuto de Il giovane Olden di Salinger, finito in queste ore e per la verità, oltre l’ipocrisia è l’unica cosa che ricordo bene, che mi manca e via dicendo.

E dopo la spumeggiante questione delle anatre, la gioventù e i suoi deliri, ecco che ho attaccato con L’ANIMALE MORENTE di Philip Roth, la storia di un vecchio, un professore universitario di critica letteraria che affascina, dice lui, belle studentesse di vent’anni.

L’universo è fatto di stelle che ferme si allineano secondo uno schema preciso per poi cadere inutili la notte di San Lorenzo.

Capisci cosa fa Cioran?

Ferma il tempo non come grandezza fisica, anzi, ne annulla il conteggio come opera umana e in quanto tale, magnifica, singolare meraviglia. Meglio non esser nati.

«Tanto per cominciare, non tutti hanno la fortuna di morire giovani.»

E tu cario Diario, pur non essendo umano ma comunque intriso di ogni umanità, non avrai di questi problemi, non sarai mai abbastanza giovane né abbastanza vecchio da morire, perché in fondo come Diario di un fantasma non esisti e per tanto l’oblio ha su di te un destino segnato, fascino che mai potresti esercitare. Ecco cosa sei una terapia, lo sospettavo e Cioran me lo conferma, non con i suoi scritti che qualcuno mi riprometto comunque di leggere, ma con la sua anima che suo malgrado continuerà ad essere l’incubo di ogni filosofo, passato, presente e futuro.

Ecco cosa accade, con Cioran da oggi mi sento meno piccolo a osare sfidare i giganti ma, cara e grandissima Michela Murgia, in queste ore volata così in alto da scappare come una cometa libera di andare dove vuole, meno piccolo ma sempre in ginocchio, perché per ogni sommo che vola, miliardi restiamo in ginocchio, in catene schiavi alla terra dei bisogni.

Forse s’avess’io l’ale
sa volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo ,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

Sì perché la filosofia come ogni dio è solo una manipolazione, un tappabuchi, ecco perché amo la cameriera del suo aneddoto più di ogni sapienza che nel dubbio, senza una matematica certezza che privata d’assiomi non esiste, per tutte quelle condizioni al contorno che rendono soggettivo ogni pensiero, amo quella contadina analfabeta diventata cameriera.

E allora amo ancora quella poesia che la mia professoressa volle imparassimo a memoria, amo quel finale che da un senso profondo alla lotta di classe più di ogni sforzo umano. Funesta è la nascita senza eredità, dico io, come magnifica una vita di conquista.

Poi scopro che Cioran, rumeno, magari un po’ vampiro e un po’ zingaro, cercava le traduzioni di Leopardi, scopri che d’italiano in francese, tanto ancora nemmeno esiste, ancora oggi che interi popoli sognano la fine del giogo colonialista.

Cameriera? Una parola, dissezionabile? “Una parola dissezionata, dice Cioran, non significa nulla, proprio come un corpo che dopo l’autopsia è meno di un cadavere.”

Capisco bene i ricchi che hanno tutto da perdere e come inevitabilmente, dotato di tutt’altro tesoro, il “ricco” pensatore non ha che un capitale in dissoluzione con il passare del tempo, e capisco perché voglia scappare dalla nascita, la sua, funesta e futile filosofia. Capisco l’odio e la paura degli altri suoi simili che non pensano altro che aggrapparsi alla “roba” da portarsi dietro come le sfarzose tombe testimoniano da millenni.

Capisco poco o niente ma gli aforismi di questo scrittore, più che filosofo come sento dire e via dicendo, è una ventata di beatitudine che annulla ogni gerarchia di struttura e sovrastruttura sociale e culturale, ma come ho detto all’inizio non ho trovato la verità, ma un capolinea da dove partono infinite strade di conoscenza. Intanto, de – fascinazione e terapia, sono segnate a riempirmi di futuro.

Le città invisibili di Italo Calvino

C’è un prima e un dopo Calvino. Leggere questo testo è come nascere in un altro mondo. Forse quello vero e non la bolla in cui mi sento come un pesciolino rosso che si esprime muto in un fantasmagorico acquario esistenziale. Parlare senza suono come scrivere senza significati interessanti, credo sia in fondo l’ossessione di morte dell’individuo social di oggi. Ecco l’effetto su di me di questo mio primo Calvino, la vergogna, l’oscenità di parole gratuite prive d’emozione.

C’è un prima e un dopo come quando nuove lenti da vista rimettono a fuoco le parole sulla carta, come quando nel centro del fuoco di legna che arde, vedo la materia trasformarsi in luce, calore e cenere inutile.

Il prima è l’intera storia umana che si trasforma in nuovi significati, il dopo diventa la mia città che nemmeno sognavo di vivere. L’incubo che diventa sogno e la paura, desiderio. Calvino mi ha trasformato, forse plasmato, mi ha reso viaggiatore nel tempo e insieme dall’altro lato della scacchiera, sovrano dominatore del tempo che smette d’andare, a consumare partite di tensione duale tra abitante e abitato, tra spettatore e attore, viaggiatore che arriva e che parte, in perenne fuga dall’ovvio, dall’insostenibile pesantezza della noia.

Una dopo l’altra, Calvino svela tutte le città non del mondo ma dell’intero universo, umano mai divino, materiale mai etereo, reale come meta di un miraggio e polvere magica come lavorazione di pietre preziose:

La mia preferita è Anastasia e la tua?

Adesso capisco bene perché “Le città invisibili” di Italo Calvino sia considerato un capolavoro letterario e una delle opere più significative del Novecento.

Leggendo sono stato oggetto di uno spettacolare gioco onirico ad occhi aperti, parte in causa in temi complessi legati alla natura delle città, alla percezione e all’immaginazione.

Calvino crea un mondo letterario in cui l’immaginazione si fonde con la realtà, portando il lettore ad affogare nella complessità e nell’effimero delle città, così come nella vastità dell’esperienza umana. Affogare per poi meravigliarsi di respirare ancora per ogni piccola luce d’umanità che nessuno può spegnere.

Attraverso le descrizioni di città fantastiche, ognuna con le proprie peculiarità e simbolismi, Calvino esplora concetti filosofici, sociologici e umani, eccitando la mente con viaggi tra mondi immaginari per scoprire nuove prospettive sulla vita e sul significato delle città.

La prosa di Calvino è poetica (lo dice anche Pasolini), e il racconto in cui intreccia le diverse storie delle città invisibili è per me ubriacante. Questo libro può essere letto in molti modi: come una meditazione sulla natura mutevole delle città, come un’esplorazione della condizione umana o semplicemente come un’avventura letteraria straordinaria.

“Le città invisibili” è un viaggio intellettuale senza confini, un percorso sensuale denso di realtà e desideri che sfuggono al ragionamento tanto da diventare emozione diretta della propria residenza, forse casa, quartiere o metropoli ma allo stesso tempo, è l’odepòrico dello straniero in cerca di conoscenza, in un eterno viaggiare a cercare risposte dall’invisibilità dei pensieri.

Purtroppo il progresso tecnologico porta anche tanta distruzione e oggi nel 2023 ci sono città orribili come Arlit e chissà se Italo aggiungerebbe queste alle sue invisibili.

“Arlit è la mia città, è lì che estraiamo la ricchezza del paese. Si chiama ‘Piccola Parigi’. Vorrei davvero che fosse così! Si ha l’impressione che sia circondata da montagne, come quelle vicino alle quali i Tuareg si stabiliscono per proteggersi dal vento del deserto. Ma queste montagne sono state create da zero. Infatti, sono formate dall’accumulo delle scorie radioattive derivanti dall’estrazione dell’uranio”…


Prima e dopo Calvino? Adesso ho finito e ho voglia di ricominciare, ma il viaggio deve continuare.

Questo scrivevo a metà lettura il primo luglio 2023…

C’è meraviglia e meraviglia, scappare dalla città, correre in città, un’altra e un’altra ancora, ingabbiati e soffocati, liberi e al sicuro, coccolati… perché deve essere così? Così sarà sempre, vertigini e affanno, la scoperta, la conoscenza. Manca l’aria mai respirata, manca l’acqua mai assaporata.

Ad occhi aperti leggendo mi vibra dentro Anastasia, come un’orchestra di musica e cori possenti, come nel vicolo del silenzio, centro storico che dorme, un calcio alla lattina abbandonata, accartocciata, fa vibrare le mura antiche che cadono in frantumi, nel silenzio del mio centro storico, parole e polvere, e rovine mai viste.

Sono nemmeno a metà… braccato in questo buco di culo di un corpo meraviglioso che con le ali tocca a nord, Positano e a sud Sapri, provinciale, magari non fessura ma cuore, motore d’emozione.

IL PUGILATORE di Amleto De Silva

VIAGGIO INTORNO A SONNY LISTON

2021, Les Flaneurs Edizioni

«Lo hai letto?» e io risposi no. «Prima leggilo, è un saggio.» Così mi ha lasciato gnac dopo un bell’abbraccio con la copia in mano e il desiderio infranto di una sua dedica.

Nella folla idilliaca di una presentazione, non sai mai se Amlo è veramente lucido e ti sta prendendo per il culo, oppure nemmeno si ricorda chi sei perché perso nel delirio euforico fatto di cocktail alcolici, risate, brindisi e applausi dei tanti ammiratori e amici che lo celebrano come una star, suo malgrado.

La parola “saggio” mi stupetea e mi mette paura perché presuppone una pesantezza letteraria che si fa scuola se non università. Per la cronaca stupetea per me è sinonimo di stordimento più che di stupore, tanto per chiarire, ma del resto ogni immigrato tende a crearsi un dialetto tutto suo, ma chi se ne frega, dovrei far ricorso alle consulenze di un antropologo se non miseramente ad un semplice geriatra che mi sappia spiegare il perché dei ricordi che svaniscono.

La prende larga Amleto, tanto da riuscire con la parola scritta a trasformare un saggio in fascinazione letteraria, tanto da modellare una biografia di formazione dentro il racconto storiografico di un’epoca che ha trasformato per sempre la civiltà occidentale.

Monta e smonta miti, estirpa dai luoghi comuni le radici eretiche più intricate e potenti e con dissacrante ferocia, dall’alto di una superiorità culturale ereditata da una favolosa soffitta familiare, illumina il vasto ring del conflitto sociale come trasformazione e perversione della storia ufficiale, quella scontata dei vincitori, quella acclamata dei belli e potenti, e così la narrazione se non l’esaltazione dei perdenti diventa liberazione e orgoglio.

Diversi e sconfitti, meglio, molto meglio sconfitti che acclamati fari abbaglianti, servi del sistema criminale che usa il potere per mantenere schiavi se non “camerieri” le folle plaudenti. E il peggio sono loro, i radical chic che hanno i “camerieri” al loro servizio, quelli che predicano bene e razzolano male, come polli dal becco menomato in allevamenti intensivi senza sole ma con flebo di antibiotici come fiumi.

Più che un saggio questo Pugilatore, metafora del conflitto disarmato dall’individualismo, è per me un vangelo che professa una nuova religione, quella eretica dell’arte che svela la verità, turbamento dei controllori del dissenso, quella verità che svela l’abbrutimento della caccia alle streghe, la caccia ai rivoluzionari, un vangelo contro il pensiero unico che ammanta di speranza il benessere e la pace attraverso la truffa manipolatoria del consenso, quella depravata del successo. Un vangelo con parabole e miracoli, di quelli che ti proiettano in una narrazione eretica fuori dal consueto, oltre ogni banale normalizzazione dei sentimenti e delle certezze.

Non è religione ovviamente ma potere devastante della bellezza nelle emozioni, dai ricordi più teneri ed antichi segnati nella carne a quelli più effimeri ed irrilevanti degli eventi sportivi.

Il potere non si esercita soltanto con la polizia nelle strade: sa essere subdolo, e soprattutto sa essere ovunque, anche a sua insaputa. Se sai di non poter fermare certe cose, allora sai anche che ti conviene incanalare quello che non puoi bloccare (…) in qualcosa che conosci bene, che abbia, come si dice adesso, una narrazione fascinosa e che sia eversiva giusto quel poco che conviene. E quelli a cui conviene sono sempre loro, quelli coi camerieri.

È il mio primo libro di Amlo che leggo, invece ho letto qualcosa di Diego la cui Venere spero tanto sia presente nella prossima stagione in TV del Malinconico avvocato d’insuccesso. Ma questa è un’altra storia. Comunque anche se non è né educato né corretto mettere in competizione due fratelli su cose diverse come pere e mele, sempre di frutta si tratta, succosa e dolce, necessaria e vitale, letteratura insomma. Beh, questo Pugilatore batte ogni Malinconico a prescindere, l’avvocato al più può fare il manager di emozioni popolari, monetizzare sentimenti e cause perse, più che prendere e dare cazzotti, metafore di lotta che diventano ferite sanguinose dove il successo è invertito e di gloria risplendono gli sconfitti. Gli ultimi che non saranno mai primi.

UN VOLTO NELLA FOLLA

Bud Schulberg, Mattioli 1885 Editore, 2022

Prefazione di Gian Paolo Serino

Curioso curiosando seguo la traccia degli stimoli quotidiani, provando a distinguere semi vivi nella nebbia di parole che tutto opprime. Anelo cèrnere tra lampi, le connessioni elettriche più intense, come quelle tra neuroni agitati, e quindi accecato da fremiti luminosi, reagisco come posso, come so, come meglio sarà domani. Così immagino con l’acquolina in mente di afferrare l’inconoscibile diventare elevato pensiero tra mortali, una lepre che scappa dopo aver rosicato i fili della sua catena, terrena, precaria ma effervescente.

«Un volto nella folla… il colpo di grazia alla “società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.»

Fili, fili e fili ancora, intrecciati, annodati, lacerati dall’usura vergine, affilati e strappati con mani callose che scavano terra. 😍

Quest’uomo che fino a pochi mesi fa non sapevo esistesse, con QUANDO CADONO LE STELLE prima e con UN VOLTO NELLA FOLLA dopo, mi ha pulito come un tergicristallo che stride, quello che tira via la sabbia del deserto quando piove fango sulle nostre vecchie auto parcheggiate al sole del sud, d’estate. Pulisce e graffia, lascia il segno e la nebbia sparisce dalla vista, e gli occhi si riempiono di nuovi mondi. Dalla Storia, dal passato, emergono i classici a confermare che non siamo né possiamo essere moderni ma solo copie replicate con vite già vissute, universi conosciuti e plasmabili come creta vergine che ci appare irripetibile perché nostro è il corpo che vibra.

Il racconto di Budd Schulberg spiega bene l’ipnosi collettiva in cui siamo caduti con il fenomeno Beppe Grillo che ho seguito dalle origini, da prima dei cinque stelle, molto prima, da quando partecipammo attivamente alla colletta per l’acquisto del microscopio elettronico a quel mellifluo dottore delle nano particelle, tal Montanari, che preso poi da manie di grandezze politiche, si candidò premier in questo meraviglioso paradiso chiamato Italia.

Mentre qualche “compagno” adorante leccava le palle del cono gelato menomato dal vate Grillo ormai sazio, quel pomeriggio al palazzo della provincia di Salerno, le risate di quei due ancora mi grattano nel cervello. Grillo e Montanari si guardavano e ridevano dopo un’affermazione scientemente preoccupante: “le nano particelle di metallo pesante provocano lancinanti pruriti nelle vagine”. Ridevano e giocavano con gli indigeni del luogo, come i conquistadores facevano agli anelli al naso nel ‘500. Era la campagna “ferramenta ambulante”… l’estinto Fico, primo leader del meetup di Napoli dovrebbe ricordare. Era un’altra vita quella di tante vite fa.

Ripeto, dalla prefazione di Gian Paolo Serino:

“società della finzione” nella quale sopravviviamo perché anche noi, come gli attori, recitiamo spesso un ruolo che non ci appartiene.

Quindi caro diario, come ti sarà ormai chiaro, questa è solo una cronologia di inciampi, di cadute, d’illuminazioni, attimi immensi come la visione di un volto che nella folla non potrai mai più dimenticare. Oggi solo sapienza e conoscenza che costa poco. Di quella dura, immortale, a tempo indeterminato, scolpite nella pietra anche se solo inchiostro su carta, di quella che non si spegne con un interruttore, di quella che puoi ripetere a voce alta e meravigliare chi ti ascolta. Forse un giorno i brevetti e i diritti d’autore saranno solo archeologia, il profitto condannato a morte nei resti di civiltà estinte e questi byte persi come lacrime nella pioggia, acida come l’oblio.

Apostasia

Putin ha detto: «È apostasia.»

In Russia sembra iniziato un colpo di stato militare guidato dal suo ex cuoco, il padrone della società mercenaria Wagner. Forse siamo alla vigilia di cadere dalla padella alla brace. Fino a ieri Prigozhin era l’eroe che ha sterminato gli ucraini a Bakmut, oggi sembra diventato l’eroe dell’occidente che sogna di rovesciare il governo Russo. Un po’ di tempo fa anche in Turchia c’è stato un tentativo militare di ribaltare Erdogan ed è finita con un bagno di sangue. Se denaro crea denaro, sangue chiama sangue… e magari è tutta una commedia, forse un dramma, magari una tragedia. Pare che Aljaksandr Lukašėnka, il Presidente della Bielorussia ha messo una pezza alla questione.

Ho chiesto aiuto a ChatGPT per capire il senso di questa parola, sembra vero sempre tutto il contrario di tutto, nel tempo e nella storia cambiare idea come cambiare padrone è una libertà, sembra proprio libertà costituente… è questione di ore, forse domani mattina inizierà una guerra civile (i ceceni sono partiti all’inseguimento), la guardia nazionale e la polizia si prepara a difendere Mosca … forse come ho già detto la sceneggiata è finita prima di cominciare.

ecco l’articolo —–>

Il Concetto di apostasia: analisi politica, filosofica e religiosa.

L’apostasia, termine che deriva dal greco “apostasis” e che significa “abbandono” o “rivolta”, non è solo una questione religiosa, ma assume anche una rilevanza politica significativa. Nell’ambito politico, l’apostasia si riferisce all’atto di abbandonare o dissentire da un’ideologia o un regime politico. Tuttavia, oltre alla sua connotazione politica, la parola “apostasia” solleva anche critiche filosofiche sulla libertà di pensiero e sulla natura dell’identità individuale.

L’apostasia, termine che deriva dal greco “apostasis” e che significa “abbandono” o “rivolta”, è un concetto complesso che assume rilevanza non solo dal punto di vista politico e filosofico, ma anche religioso. Esploriamo dunque le diverse prospettive su questo argomento.

Prospettiva Politica

Nel contesto politico, l’apostasia si riferisce all’atto di abbandonare o dissentire da un’ideologia o un regime politico. Alcuni sostenitori dei diritti umani e dei principi democratici vedono l’apostasia come un’espressione della libertà di pensiero e del diritto individuale di cambiare convinzioni politiche.

Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, ha sostenuto il concetto di libertà religiosa e di coscienza come diritti fondamentali. Egli ha scritto che “il governo non ha alcun potere di prescrivere credenze religiose o coercire l’adesione ad alcuna professione di fede”.

Nelson Mandela, il famoso leader sudafricano nella lotta contro l’apartheid, ha difeso il diritto delle persone di cambiare le proprie convinzioni politiche. Ha affermato che “essere libero non è solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetti e riconosca la libertà degli altri”.

Critiche Filosofiche

Le critiche filosofiche alla parola “apostasia” mettono in luce il conflitto tra la libertà individuale e le aspettative sociali. Alcuni filosofi sostengono che l’identità di un individuo sia legata alle proprie convinzioni politiche e che un atto di apostasia possa essere visto come una forma di alto tradimento.

Jean-Paul Sartre, filosofo esistenzialista francese, afferma che l’identità è costantemente in evoluzione e che l’apostasia può essere vista come un passo verso una maggiore autenticità individuale. Secondo Sartre, ogni individuo ha il diritto di esplorare e ridefinire le proprie convinzioni politiche senza essere vincolato a un’ideologia dominante.

Friedrich Nietzsche, filosofo tedesco, sostiene che la vera grandezza di un individuo risiede nella sua capacità di superare le vecchie convinzioni e di abbracciare nuove prospettive. Secondo Nietzsche, l’apostasia può essere un segno di forza e di vitalità individuale, in quanto implica una rottura con le convenzioni e una ricerca di nuove verità.

Prospettiva Religiosa

Nel contesto religioso, l’apostasia si riferisce all’abbandono o al rifiuto di una fede o di una religione. Le prospettive religiose sull’apostasia possono variare ampiamente a seconda delle tradizioni, delle interpretazioni e dei contesti culturali.

Nella Bibbia cristiana, l’apostasia viene spesso considerata negativamente e vista come un allontanamento dalla verità divina. Ad esempio, l’apostolo Paolo afferma: “Alcuni si sono allontanati dalla fede, dando ascolto a spiriti seduttori e dottrine di demoni” (1 Timoteo 4:1). Tuttavia, alcune correnti teologiche cristiane sostengono il concetto di libertà religiosa e la possibilità di cambiare o abbandonare una fede.

Nel Corano, il testo sacro dell’Islam, l’apostasia è considerata un atto grave. Secondo alcuni passaggi, l’apostasia è vista come una negazione della verità rivelata e può essere soggetta a pene severe. Tuttavia, ci sono interpretazioni diverse all’interno dell’Islam riguardo alla punizione per l’apostasia, con alcuni sostenitori dell’idea che la libertà di religione dovrebbe essere rispettata e che l’apostasia non dovrebbe essere perseguita come un reato.

In conclusione, l’apostasia è un concetto complesso che coinvolge prospettive politiche, critiche filosofiche e prospettive religiose. Dal punto di vista politico, l’apostasia può essere considerata un’espressione della libertà di pensiero e dei diritti individuali. Le critiche filosofiche sollevano interrogativi sulla natura dell’identità e sulla possibilità di cambiamento. Le prospettive religiose possono variare ampiamente, con alcune religioni che considerano l’apostasia come un atto negativo e altre che abbracciano la libertà di scelta e di ricerca spirituale. Alla base di tutto, è fondamentale trovare un equilibrio che garantisca il rispetto dei diritti umani, la promozione di società aperte e inclusive, e la tutela delle diverse libertà individuali e collettive.

25 giugno 2023

È bastata una giornata di rivolta per accendere l’attenzione dei media sulla guerra, già perché i centinaia di soldati morti ogni giorno non facevano e non fanno notizia… Che follia, eppure i media sembrano pilotati da autori privi di fantasia e provano con pillole ipnotiche di desideri imposti, come la fine di Putin, la Russia in crisi, la vittoria militare…

Nel giorno della festa del papà del 2022, a pochi giorni dell’invasione, dell’aggressione, della guerra in Ucraina, avevo in testa un solo augurio per ogni bimbo, avere un papà con cui giocare e non al fronte a fare la guerra.

Le immagini di ieri dell’operatore ecologico che spazza tra i carri armati della Wagner a Rostov-sul-Don, è stata emblematica di come si deve rispondere alle armi: non si combatte, si tratta e al soldato si chiede: «Cosa vuoi? Chi ti comanda? Per chi sei disposto a morire?».

Io credo che la sceneggiata di ieri abbia un regista che intende parlare ai soldati ucraini, dimostra loro che rivoltarsi al proprio comandante è possibile, se lo fanno i mercenari contro Putin, loro lo possono fare contro quei generali che li stanno mandando a morire giorno dopo giorno per un’idea di vittoria impossibile.

È girata una notizia secondo me vera perché banale: in poche ore la madre Russia ha bloccato le carte di credito e i conti correnti delle milizie mercenarie di Prigožin. Ecco come si fermano i mercenari, bloccando i soldi, ecco come si alimentano i mercenari, con il vile denaro… La rivolta di Prigožin è la difesa di una “società privata di servizi” che mamma Russia voleva e vuole nazionalizzare. Prigožin ha fame di conquista e come Zelensky vuole più armi per combattere e attaccare. Forse sarà arrestato proprio in Biolorussia, forse diventerà governatore dell’Ucraina liberata, di sicuro ha dimostrato che la guerra più utile è quella con le armi che non sparano…

I militari eseguono ordini e saranno loro a fermare la guerra a Kiev.

Era il 19 marzo 2022 e il mio augurio è sempre lo stesso: avere un papà che gioca e non fa la guerra…

COME DUE SOGNI di Ivano Ciminari

Robin Edizioni 2023

Sono stupefatto dal coraggio e dalla presunzione di questo assassino di parole come lui stesso si definisce, membro di una setta artistica che magnificherei con questo slogan: “verso l’infinito e oltre…

La presunzione di Ivano è meritata, per quello che può valere un mio giudizio. Se lui si definisce ignorante, figuriamoci come possa sentirmi io nel leggere la sua opera scritta. Io nemmeno apprendista, né garzone di bottega e neanche vagabondo.

Immaginarsi condotto da Dante in un sogno, come Virgilio conduce il “sommo” nella Divina Commedia è anche oltre ogni idea di presunzione retorica, oltre ogni ricerca semantica capace di eviscerare l’intrigato transfert che attanaglia il me lettore al suo dominio di scrittura, dove poesia e narrativa si fondono come cielo e mare in una limpida giornata d’estate.

Spinto e spronato da un gigante come l’Alighiero, il cammino delle domande poste a Socrate, Omero, Celestino V, addirittura a Cleopatra e all’infinito Pulcinella, sono le briciole di Pollicino che preda degli uccelli, una volta svanite, mi lasciano l’amaro in bocca dello smarrimento. Tanta, troppa luce. Di tale grandezza, di domande e risposte, vorrei scolpita la dura pietra della mia povera mente. C’è solo una cura, ovvia e scontata, leggere, rileggere e studiare, godendo della conquista, assaporando le sfumature celate nell’ombra che gigante cresce ad ogni nuova conoscenza.

Nel sogno, il coraggio e la padronanza delle sue armi più affilate, rendono Ciminari capace di dare voce a Dante con frasi nuove nell’antico dolce stil novo. È uno stile rivoluzionario oggi come lo era allora. Senza dubbio ci vuole coraggio a rinnovarne la proposta. Purtroppo la massa malata di rozzezza contemporanea che ci circonda, quella che dilaga anche nei social, credo sia troppo impermeabile ed ottusa, troppo indifferente a tanta magnifica complessità. Quindi onore e merito allo scrittore che oltre al tributo mette in scena la vitalità dell’immortale sapere.

Poi lui si sveglia dall’incredibile sogno.

L’uomo materiale di oggi si sveglia e trova intatto l’Inferno sul comodino della sua esistenza moderna, con lacrime secche negli occhi ad incollare palpebre e pupille ingorde che leggono fatti di cronaca sempre verdi, storie drammatiche ed eterne. Perché galeotto fu quel libro per Paolo e Francesca in cui si narrava l’amore di Lancillotto per Ginevra, perché resta ineluttabile che l’amore di pochi continua a muovere l’invidia e la violenza dei tanti accecati dalla possessione e dalla gelosia dell’oggetto perduto. Peccatori gli amanti, peccatori gli assassini.

Ecco cosa sono queste 148 pagine: uno schiaffo di cultura in faccia all’ottusità di rimuovere i classici nella formazione fluida di oggi che di antico ha solo l’esaltazione barbara della vanità. Ecco il coraggio ciminareo di dimostrarsi presuntuoso quel tanto da lottare con veemenza, con le parole, sulle spalle di un gigante come Dante, contro il vuoto spinto che ci succhia via ogni umanità.

L’epilogo del primo sogno è solo la preparazione al secondo che corre via come una brezza di fresco ristoro. Una bella storia d’amore, pura come l’essenza della conoscenza più pulita e somma.

Il primo sogno ha l’ardore della complessità, lo sforzo sovrumano della sfida a vette distinguibili solo da studiosi dotati di attrezzatura accademica. Il secondo sogno è la piacevole ricompensa, la carezza che ci meritiamo dopo ogni sofferenza.

Ecco quindi l’amore di Valeria e Nicola, due personaggi che lo scrittore crea e attualizza, diversi e attrattivi come Yin e Yang, un tutt’uno indissolubile come Eva e Adamo come appunto Paolo e Francesca. Il secondo sogno è una discesa, piacevole come ogni ritorno nella propria dimora familiare, ancora più amata quanto più duro e tremendo è stato il distacco. Ogni viaggio è come un sogno, un continuo sforzo di equilibrio tra l’incubo della privazione di certezze e il desiderio trascendente di conoscenza.

I protagonisti di Ciminari sono materialmente ancora innocenti ed inconsapevoli d’essere oggetto del potere alchemico del destino. Ancora troppo giovani e già troppo maturi per la loro età nascono e si uniscono in un concerto di musica e poesia come solo la sensibilità di ognuno sa veramente apprezzare. In Valeria e Nicola sfido chiunque a non vederci l’eterno passato, l’eterno presente e l’eterno futuro della storia dell’umanità.

Ivano lascia al lettore il finale, affascinante finale, dando sostanza a quell’operazione di transfert che ho citato prima, a quella relazione intima che vorrebbe ogni lettore legarsi allo scrittore che diventa motore di altri mondi fantastici prima sconosciuti.

Verso l’infinito e oltre, già come gridano i giocattoli per darsi completamente al bambino che ci sopravviverà per sempre, immutabile nei nostri cuori fino all’ultimo battito.

LA CASA SUL PROMONTORIO di Romano De Marco

2022, Salani Editore

È il mio primo romanzo di De Marco, e visto come mi è piaciuto e oltre la decade che ha già pubblicato con successo, non sarà l’unico. Dopo le prime pagine ho pensato: prende come il super attak, quella colla leader nel mercato degli adesivi. Contrario alle intenzioni della fredda razionalità, la storia si attacca nella mente in modo inevitabile, proprio come quella colla sulle dita anche se ogni volta sono altre le cose che vuoi tenere insieme. Nel racconto, l’intreccio dei personaggi e dei fatti è elegantemente fitto e potente, poi alla fine il doppio finale fa decollare questo testo oltre i confini che definiscono categorie precise: è quindi un romanzo che trascende il giallo noir per estendersi su una letteratura più vasta ed universale. Per un neofita come me, la lettura di uno scrittore che scrive di uno scrittore mi ha riportato nelle atmosfere psichiche ricamate da Stephen King nel suo Billy Summers e questo già mi sembrava grandioso. Stessa fluidità e coinvolgimento nella continua azione dei fatti e dei personaggi. Finanche il sesso e i sentimenti sono grovigli da dipanare tra passato, presente e il futuro delle pagine che mancano alla risoluzione del racconto. Ma, come dicevo, il finale che è raddoppiato in poche pagine, ha rimesso tutto in discussione e mi ha donato la descrizione plastica della mia precarietà inconfessabile: una vita fatta da tante verità e bugie che colgo ogni giorno nelle relazioni umane. Interazioni intorno a me come fili di una marionetta sbattuta di qua e di là, relazioni visibili ed invisibili che i sensi e il ragionamento stentano a razionalizzare: mai o sempre sono solo tempi patologici. Quindi oltre l’elegante godibilità come ho detto della scrittura, la profondità dello scavo nella psiche umana che la copertina centra in modo assolutamente preciso, è la cifra del piacere che ho provato in questa lettura: una continua visione mozzafiato dal promontorio dell’esistenza, sotto i piedi il baratro a strapiombo della morte, l’angoscia della paura, ma davanti negli occhi il panorama affascinante della vita. Beh, rendere luminose le scene buie, accendere le ombre con il fuoco del thriller, sono guizzi che De Marco fa con estrema efficacia ed efficienza. Le parole dentro le frasi costruite con arte, non solo funzionano ma sono quelle strettamente necessarie allo scopo di tenere alta la tensione da un colpo di scena all’altro. Inizio a capire, c’è del metodo, ma su tutto è la storia ad essere sorprendente. Brutale e tenera come un pestaggio e un’esplosione di coccole. Schiaffi e carezze. È una storia che non lascia indifferente non tanto per la sua drammaticità ma per l’orrore del male che prima di compiersi è nel pensiero.

“Mattia stava leggendo un romanzo che lo irritava moltissimo. Vi trovava, ogni volta, soluzioni narrative e linguistiche più eleganti e colte delle sue da procurargli una profonda sensazione d’inferiorità.”

Domani IoScrittore

Caro Diario, io so che tu sai come sai che esisti per tenere traccia di emozioni che altrimenti perderei per sempre, proprio come quest’intrigante attesa per domani 18 giugno…

Dal 2021 ci provo con una storia che per i 4/5 è ancora tutta da scrivere 🤣 come lo è l’incipit ({minimo 30.000 e massimo 60.000 battute spazi inclusi}) che per il terzo anno ho presentato a IoScrittore.

È una bella sfida: interessante sono i giudizi che arrivano dopo la prima fase. Ecco quelli del 2021 e del 2022… noto come da una revisione all’altra, questi giudizi siano quasi migliorati 🤣 e domani avrò quelli 2023. L’eventuale ammissione alla seconda fase mi costringerà a scriverla tutta questa mia strana storia. 🤣 Intanto affido alle tue pagine questa mia intrigante attesa.

Giudizi 2021

• Del personaggio principale si capisce troppo poco: al lettore devono essere dati più punti di riferimento, anche se magari centellinati poco a poco. Troppi interrogativi senza risposta; troppi colloqui interiori.La disposizione del testo va meglio studiata e alleggerita.La vena comica è piacevole ma non deve lasciare che tutto cada nel grottesco.I dialoghi sono male strutturati, sia per caratterizzazione grafica, sia per alternanza di battute e tendono a trasformarsi in successione di lunghi monologhi poco credibili.La lingua va rivista e resa personale con qualche guizzo di inventiva.

• In questo incipit ci sono alcune idee di fondo interessanti e alcune capacità di scrittura che, se perfezionate, potrebbero portare a risultati positivi, purtroppo ci sono anche alcuni grossi difetti che pregiudicano il risultato finale.Il personaggio principale, che rimane comunque troppo misterioso per l’intero incipit, è inserito in un’ambientazione che stuzzica l’attenzione e ha una psicologia credibile. L’uso della prima persona, le domande retoriche e il troppo ‘pensato’ a scapito del narrato/dialogato, invece, lo indeboliscono.L’idea dei poliziotti incapaci e ottusi è interessante, ma troppo insistita: li trasforma in macchiette poco credibili. I dialoghi sono male strutturati, sia per caratterizzazione grafica, sia per alternanza di battute e tendono a trasformarsi in successione di lunghi monologhi poco credibili.Se l’autore passerà al turno successivo (come gli auguro) e riuscirà a rielaborare con coraggio i punti che gli ho elencato, sicuramente le sue speranze di vittoria aumenteranno notevolmente. Per ora, tutto appare, un po’ acerbo.

• La narrazione è lenta e inconcludente, mi ha lasciato con una profonda noia e senza la minima curiosità riguardo al prosieguo della vicenda. Ho inoltre trovato la prosa troppo pesante, senza guizzi e monotematica, così come i personaggi.

• Si merita sicuramente la sufficienza, il testo non contiene errori e non ha debolezze lampanti. Parte molto bene, con un romantico flashback sui pascoli valdostani e poi un amara descrizione del presente del protagonista a sottolineare lo strappo tra le sue due vite. Dal momento in cui iniziano i dialoghi tuttavia, i personaggi (narratore compreso) perdono spessore. L’intera, lunghissima scena alla stazione di polizia non è convincente, le conversazioni sembrano costruite con il solo fine di sottolineare il carattere gioviale del maresciallo, ma risultano ridondanti e superflue. Ho utilizzato l’aggettivo “lunghissima” per descrivere la scena in centrale e mi rendo conto che forse non è affatto lunghissima, ma questa è la percezione che ne ho avuto.

• Interessante l’idea di caratterizzare il protagonista come un personaggio vagamente disturbante. Tuttavia i dialoghi non risultano realistici. Ad esempio nella fase iniziale dell’interrogatorio il maresciallo accavalla troppe domande. Inoltre sono presenti alcuni errori grammaticali (es: vikingo)

• ‘Sarei tornato… ma non trovai’, io avrei scritto invece: ‘Ci ritornai in quella campagna…ma senza trovare più gli stessi colori’. Al posto di: ‘Sarei tornato per rivivere le emozioni irruenti e straripanti che quell’estate stravolsero la mia vita per sempre’, metterei: ‘Ci tornai per poter rivivere le emozioni irruenti e straripanti di quell’estate che stravolse per sempre la mia vita. Invece, mai più…’ Insomma, bisogna lavorare sulla scorrevolezza delle frasi, e non sbagliare i tempi verbali. Simpatiche la descrizione della mucca e le manie del protagonista. Ho trovato invece poco credibili i dialoghi col maresciallo e la situazione in sé (il fatto che venga trattenuto ore in commissariato per una testimonianza, senza una spiegazione plausibile). Alcuni refusi. Tuttavia per me resta un incipit che non mi invoglia a continuare la lettura del romanzo. 5-6-5-6

• L’incipit di questo romanzo ha una verve molto romantica e quasi eterea. Il protagonista ricorda un’estate lontana, una donna, forse un vecchio amore. Il linguaggio è particolarmente ricercato nello prime venti righe o poco piu, per poi passare ad un tono piú prosaico. C’ è quasi una rottura fisica tra questi ricordi quasi nostalgici e l’inizio brusco della vita solitaria del protagonista che sembra molto piatta e abitudinaria, ma in qualche modo anche misteriosa. Angelo Maria Chanoux sembra avere relazioni e sentimenti strani con le donne. All’inizio evoca Clara che pare il classico amore perduto ma unico, poi peró questa impressione viene smentita dall’introduzione di Tiziana: un’impiegata di un supermercato che sembra del tutto ignara di questo attaccamento morboso quasi malato del protagonista. Le dinamiche relazionali appaiono esistere solo nella mente di Angelo che improvvisamente viene portato in caserma ove comincia un debole dialogo col maresciallo. Questa ultima parte vuole essere volutamente pregna di intrigo e mistero, seguire le fila del protagonista che sembra a questo punto davvero un uomo degno di un giallo alla Agatha Christie. Sembra, appunto. I personaggi sono dei cliché, dal maresciallo col vocione che suda alla Montalbano all’ispettore donna della polizia tutta gambe e flessuositá tipiche dei gialli polizieschi in TV. Il mistero che avvolge il protagonista è un cliché riveduto che parte dal classico omicidio e commisariato. Il tono si mantiene piatto, monocorde, nonostante la singolarità del personaggio e degli eventi vorrebbero trascinare il lettore nel proseguo della storia, attraendolo. Onestamente non mi ha incuriosito, non finirei di leggere questa storia che si mantiene pressoché incolore e scevra di sentimento con la presunzione di aver gettato le basi per un mix invincibile di attrattiva: romanticismo spicciolo, giallo da nastro industriale e personaggi ahimé ormai troppo scritturati e conosciuti.

• Inizialmente non avevo ben capito che Clara fosse…una capra? Credo che sia una capra. Trovo che l’autrice/autore abbia davvero un gran talento, tuttavia l’uso degli aggettivi è molto ripetitivo e può risultare un po’ ingombrante all’interno della narrazione. Trovo il protagonista molto interessante.

• Redatto con uno stile squillante e personale. La storia è originale e scritta bene anche nella lingua e i dialoghi sono veloci, attuali, ironici quanto basta. L’ambientazione è verisimile e descritta a tratti veloci ma con precisione. I personaggi sono credibili e ben caratterizzati anche da un punto di vista psicologico.

Giudizi 2022

• le prime pagine con i ricordi dell’adolescenza vissuta con Clara tra le valli del Gran Paradiso è stata una scelta azzeccatissima dell’autore. la narrazione non è annoiante e ripetitiva, non gronda di particolari inutili ma capisci subito la personalità del protagonista Angelo: le sue manie nella scelta dei cibi, il suo restare in contatto col mondo senza la mediazione della tecnologia, Tiziana come uno spiraglio di pace, come Salerno e tutti i posti in cui ha vissuto, il suo evidente stupore e imbarazzo con le forze dell’ordine. anche i personaggi che entrano piano piano nella storia è un elemento piacevole, essi sono credibili e i loro discorsi non forzati e costruiti. mi ha coinvolto fino all’ultima pagina e mi piacerebbe fosse tra i finalisti.

• La narrazione scorre fluida e chiara, il punto di vista è quello del protagonista che svela, nel corso della narrazione, paure e traumi di cui non si è mai liberato con il passare degli anni. L’intenzione del testo però risulta poco chiara: il romanzo è di tipo formativo (con crescita del personaggio e agnizione finale) o è più da incasellare nel genere poliziesco/investigativo? La trama inoltre risulta (è comunque solo l’incipit, quindi non posso avere una visione esaustiva d’insieme) poco avvincente e senza spinta, valuterei quindi insieme all’autore di aggiungere elementi di suspense/mistero che possano renderla fin da subito accattivante al lettore.

• La scena principale all’interno del comando dei carabinieri e l’alone di mistero che avvolge il protagonista, la cui figura è in qualche modo legata a due omicidi, lasciano intendere l’inizio di un Thriller. La lettura è scorrevole e rispecchia lo stile di uno scrittore maturo. Mi è piaciuta meno la caratterizzazione dei personaggi, in particolare quella dell’ispettrice Santoro , soprattutto per la descrizione che ne fa il protagonista. Valchiria, amazzone e chi più ne ha, più ne metta… classico esempio della donna che ricopre un ruolo importante, ma che è apprezzata soprattutto per le sue doti fisiche. Spero che sia stata solo una mia impressione e perciò voglio lasciare il beneficio del dubbio. I dialoghi sono realistici e coerenti con i personaggi, anche se farei attenzione ad alcune espressioni usate dal maresciallo, perché al limite della caricatura. In generale, l’incipit ha stuzzicato la mia curiosità sullo sviluppo della trama.

• Le prime sette pagine dello scritto sono pesanti da superare, ma se il resto del libro prosegue come dalla seconda parte in poi è possibile che sia benfatto, per quanto la cosa non si capisca dall’estratto. La scrittura, pesantissima al principio, non ha molto da eccepire a parte un paio di virgole mancanti e il secondo verbo della terza frase (dovrebbe essere “mai più avrei trovato calore, solo angoscia…”), ma non ha neppure molto che attiri per la scrittura in sé. Le frasi sono molto prolisse, cosa non adatta al tono monotono del racconto. La lentezza palesemente intenzionale è un problema. Si crea l’effetto di un flusso di coscienza e l’assenza del dinamismo da una parte e di informazioni dall’altra fa sì che l’interesse sviluppato per il protagonista e per la storia sia basso. Il non sapere di chi o di quale animale si stia parlando da principio e di quale sia la tragedia della lontana “estate” non mettono curiosità a causa del reiterato girarci attorno. Un accenno stimola l’interesse, così come più rimandi che inframezzano altro, ma un susseguirsi di frasi ambigue non dovrebbe proseguire tanto a lungo. Inoltre, l’ambiguità iniziale su chi sia Clara e l’ipotesi remota che sia umana, debole di mente o molto giovane, creano un’impressione disturbante perché inducono il lettore a pensare, anche se solo un poco, agli abusi, che non hanno a che fare con la storia né con il tipo di malessere del protagonista. Non c’è nulla di palesemente sbagliato nel tratto iniziale, ma non conquista come dovrebbe. Troppe frasi sono usate per accennare allo stesso evento, alcune andrebbero eliminate. La ripetizione sembra un tratto peculiare del protagonista e può essere mantenuta, ma non sembra realistica la poca chiarezza con cui il protagonista rimugina su degli eventi. Nei tratti da non abbreviare, inoltre, i rimandi a un vago passato andrebbero inframezzati da altro, per stemperare l’impressione di non stare andando da nessuna parte. Una volta superata la prima sezione dello scritto, però, credo che il livello del libro dipenda interamente dall’impostazione del giallo, per il momento accennata, e dalla chiarezza con cui verranno spiegati gli eventi. Non so quale sia la velocità dell’intero scritto, ma suggerisco caldamente una coerenza nella quantità di eventi che accadono in ogni pagina. La caratterizzazione dei personaggi è fatta davvero bene e riducendo l’effetto di un flusso di coscienza questo potrebbe essere il punto forte dell’opera.

• La doverosa premessa è che il poliziesco non è esattamente nelle mie corde. Nonostante il genere non rispecchi i miei gusti ho trovato l’incipit di questa opera godibile, ben scritto ed efficace. L’alone di mistero circa l’esperienza sconvolgente che ha vissuto il protagonista nel passato crea curiosità e spinge alla lettura, così come le manie e le paranoie che si porta dietro. Meno curiosità si genera invece intorno all’omicidio per cui viene convocato in centrale e interrogato. L’unica pecca che ho potuto riscontrare, almeno da quanto letto, è un po’ nell’originalità dei personaggi. Il vecchio ispettore prossimo alla pensione, affiancato da una giovane e attraente collega, ha l’eco di un film già visto. Suggerisco in modo del tutto spassionato di rivedere alcune espressioni che suonano un po’ artificiose come “sontuosa chioma setosa” (sarebbe bastato un solo aggettivo per rendere l’idea). Al di là di ciò il mio giudizio è comunque positivo.

• Racconto estremamente psicologico che mantiene un buon ritmo nonostante l’azione sia piuttosto limitata, interessanti i personaggi (per quanto un po’ stereotipati), discrete le descrizioni degli ambienti. L’io narrante mentalmente tormentato ricorda, coi dovuti distinguo, il buon Patrick McGrath (autore di capolavori come Follia e Spider) e trascina il lettore con sé nei suoi deliri al limite dell’ossessivo compulsivo. Valutazione complessiva buona, peccato per qualche refuso sparso (il comune valdostano vicino a Cogne si chiama Valsavarenche non Valsamaranche).

• Sono pochi l’incipit veramente belli, sono rari, ma credo che questo si meriti di rientrare nella categoria; incipit riusciti bene.Fin dalle prime pagine l’analisi interiore del protagonista ci permette di entrare in empatia con lui e insieme ci ipnotizza con uno stile narrativo avvolgente.Le parole sono dense ma fluide, si incastrano bene una con l’altra e danno forma ad una specie di danza grammaticale ben struttura.Un punto chiave della storia è il concetto di luogo e di cosa esso dà o trasmette all’essere umano.I luoghi ci danno angoscia o appartenenza, ci chiedono di restare oppure di scappare e questo si sente bene, delineato a modo, fin dalle prime pagine.Trovo invece un po’ stonati i dialoghi, non impaginati bene e un po’ troppo lunghi e poco intervallati, sul finire delle pagine, alle frasi descrittive, rispetto alle descrizioni così ariose e tratteggiate con cura, i dialoghi perdono un poco di efficacia e realismo. Molto belle le parabole sul come ci si sente attraverso se stessi, come l’esempio della stanchezza, che permettono alla vicissitudini raccontate non solo di seguirci accanto ma di entrarci dentro.La trama lascia poi, volutamente e sapientemente, aperta la porta alla suspense, facendoci chiedere in modo insistente, cosa accadrà ora?

• Trovo la storia interessante e l’intreccio ben organizzato. Lo è anche l’incipit, con la presentazione di un personaggio che la vita ha trasformato, che fatica a stare al mondo soprattutto in un contesto più caotico di quello in cui è rimasta la sua mente. Al netto di qualche costruzione che ho trovato un po’ farraginosa (soprattutto nelle primissime pagine a dire la verità), la scrittura è piacevole e riesce a coinvolgere abbastanza bene, lanciandoci all’interno della narrazione. Il consiglio è di affinare un po’ la narrazione, ma siamo sulla buona strada.

• La prosa confusa spesso impedisce una corretta comprensione degli avvenimenti, non aiuta il fatto che spesso sembra che si passi da un flusso di coscienza ad uno stile più convenzionale. L’elenco puntato ad ogni dialogo è una minuzia che però infastidisce e fa questionare l’attenzione posta a rifinire l’opera.

• Ciao Intrepida, mi ha fatto molto piacere il tuo testo, e provo a commentarlo, pur sempre come una persona ignorante. Il tuo tema è davvero attuale: è appena uscita la sentenza definitiva sul caso di Stefano Cucchi, il tossicodipendente fermato per un banale controllo contro la droga, e poi picchiato fino alla morte da due carabinieri, per puro accanimento; a breve uscirà anche un podcast sulla vicenda di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso da due turisti mentre non era in servizio e che, è poi emerso, forse era complice dello spaccio della droga che i due cercavano. Ovviamente salta alla memoria “Il processo” di Kafka, anche se il tuo testo ha un tono intimo, il monologo interiore dell’outsider che osserva la società da fuori, senza farne parte: Angelo è uno dei tanti senza nome che vagano nelle città come ombre, e che magari servono da scenografia a qualche VIP, quando il VIP si fa fotografare sui social network mentre fa l’elemosina ai barboni. È una di quelle persone che vale la pena ascoltare, perché il suo dramma privato non tocca nemmeno questioni di risonanza pubblica come i profughi di una guerra: sembra che ci siano gerarchie di storie più e meno raccontabili. L’ibridazione col genere poliziesco funziona, perché alla base della storia di Angelo ci sono pur sempre due delitti irrisolti, quindi il mistero intriga, e invoglia alla lettura. Però non so dire di più, perché nella sinossi non hai scritto come la storia evolve: un piccolo consiglio è quello di usare la sinossi per descrivere tutta la storia, compreso il finale, perché in questo caso non è una quarta di copertina che deve accattivare il lettore, ma solo un documento utile a valutare il testo nel complesso. Lo stile funziona, anzi sembra che i discorsi di Esposito e Santoro siano la voce di un narratore esterno in terza persona, che alterna il monologo di Angelo. Visto che però è chiarissimo che Angelo sia un outsider che ha subìto un trauma, eviterei di dichiarare apertamente il tema e la parola “trauma”: è davvero bello l’incipit dove Angelo racconta l’idillio adolescenziale con la mucca Clara, e un attimo dopo lo ritroviamo in un reparto latticini, a leggere le etichette di ciò che Clara non ha mai dato alla luce; ma tutto il paragrafo da “non sempre esco di notte” a “penso a Clara e le voci si spengono” è ridondante, perché vuol già descrivere quel trauma, che comunque scopriremo poi. Le parole non devono essere descrizioni, ma azioni: io sostituirei il passaggio in cui si dice “trauma” con un sottotesto: il racconto di un programma TV che Angelo ha visto in una delle notti insonni. Così la scena che la TV trasmetterà, e che tu ideerai, sarà un’allegoria del “fatal flow” di Angelo, più o meno come la scena al banco latticini, ma senza bisogno di spiegare tutto in modo esplicito. Questi messaggi inconsci sono molto efficaci. Spero proprio di poter leggere il tuo romanzo per intero… perché il mio augurio è che ti venga pubblicato! 😉

AGGIORNAMENTO: giudizi 2023
Intrigante. Un incipit che si legge con facilità, con personaggi ben delineati, giustamente contrapposti e con una giusta dose di sottile ironia. Si sente da subito la tragedia che aleggia sullo sfondo, un passato di cui si vuole sapere di più. Un buon inizio. Anche la scrittura è scorrevole, con belle metafore, non banali.

Incipit scritto con padronanza che conduce con maestria il lettore nei diversi piani temporali della storia. Dall’incipit non mi sembra una storia che brilli per originalità, ma i personaggi sono delineati con brio, sia il protagonista che quelli secondari. Qualche errore di impaginazione e formattazione da correggere se, come ti auguro, passerai in finale.

L’autore ha dato vita ad una storia che è un mix di generi e sottogeneri, il che mi fa temere che non abbia le idee chiare. Il romanzo viene presentato come un testo di narrativa generale ma poi si snoda in un intreccio fra due omicidi, entrambi (pare) legati ad un vecchio trauma del protagonista. Ora, se si tratta di un romanzo giallo (come fanno sospettare gli omicidi e le indagini dei carabinieri/polizia), mi pare al quanto confusionario e mal strutturato. Le scene principali dell’incipit si svolgono al commissariato dove Angelo viene interrogato: nella scena prima accade qualcosa del quale lui stesso, e il lettore con lui, non ha un minimo indizio o una traccia che solletichi la curiosità. La trama avrebbe funzionato se lui uscendo dal Bigstore avesse visto, ad esempio, una donna dall’aspetto familiare ma che lui stesso non riesce a rammentare. E lui, in parallelo alla polizia, iniziasse la sua personale indagine nella memoria. Così com’è il testo invece si costruisce una catena di fatti su un evento scatenante che non ha consistenza, se si tratta di un romanzo giallo. Se invece la storia vuole appartenere alla narrativa generale, la trovo delirante. Il protagonista delira a proposito di una mucca che portava al pascolo e di come le cose siano cambiate per sempre però non ci dà veri indizi per innescare le giuste domande nel lettore: che cos’è successo? Tutto ciò che ci viene mostrato è la fissazione per i latticini del protagonista. Ora, capisco che l’autore l’abbia utilizzato come espediente per trasmettere e rendere chiari i disturbi psicologici di Angelo ma, insomma…le etichette trascritte sono troppo. Io credo che l’autore volesse scrivere un romanzo di narrativa generale ma che, per la paura di non trovare abbastanza contenuti per “animarlo” e tenerlo su, lo abbia mescolato con elementi del giallo per non far mancare la storia di eventi. Spesso viene utilizzato l’espediente di scrivere un giallo ma allo stesso tempo munire il protagonista di un conflitto interiore che lo renda più introspettivo e renda la storia sulla linea anche della narrativa generale. Si può fare quindi, ma con più sobrietà altrimenti si rischia un “mappazzone letterario” come questo. Elementi positivi sono invece il linguaggio scorrevole e il buon ritmo della narrazione. Nonostante infatti vi siano lunghi momenti in cui di fatto non accadono eventi e la storia abbia un che di delirante, la scrittura non si fa mai pesante e non si inceppa. Credo che l’autore dovrebbe ripulire la trama del romanzo per quanto è riuscito a rendere fluido e scorrevole lo stile.

La trama abbozzata nell’incipit parla di una persona, con evidenti segni di disagio psicologico, causati da un evento avvenuto nell’estate del 1985, che viene prelevata dai carabinieri come persona informata dei fatti. I fatti sono relativi ad un qualcosa che è avvenuto nel posto (il supermercato) e nel tempo (la notte prima) dove si trovava il protagonista. Non so se è una scelta dell’autore… ma ho capito che si trattava di Tiziana quasi subito; se non è una scelta, proverei a riscrivere depistando un altro po’ il lettore. Gli ambienti e i personaggi sono descritti alla perfezione e il loro interagire li rende molto reali e pieni di vita, ognuno con le sue peculiarità. Si riesce a percepire il caldo afoso del clima come pure l’irrequietezza del protagonista, la stanchezza del maresciallo, la condiscendenza piena di rispetto e deferenza del giovane carabiniere Gaeta, ecc. L’uso della lingua è piacevole, scorre benissimo e ci tiene “incollati” ad una storia che, almeno fin qui, ha un ottimo sapore.

Ho apprezzato l’attacco dell’incipit, che mi ha subito incuriosito. Altra nota positiva dell’incipit è il personaggio principale: si percepisce subito l’instabilità mentale di Angelo, e questa è ben resa dai passaggi in cui la narrazione sembra voler seguire i suoi sproloqui e ragionamenti contorti, all’apparenza “insensati”. Mi convince meno, ad ora, la trama. In particolare, trovo troppo lunga la scena dell’interrogatorio, che prende da sola una buona decina di pagine. Inoltre, se trovo Angelo ben caratterizzato, mi lascia perplesso la figura del maresciallo. Per quanto sia chiaro l’intento macchiettistico, trovo alcuni comportamenti davvero troppo poco realistici (Come è possibile che Angelo che viene prelevato da casa “d’urgenza” senza neanche sapere perché? Di cosa dovrebbe parlare Angelo se nessuno lo informa della situazione? Perché il maresciallo condivide con Angelo dei ragionamenti relativi al caso che dovrebbero essere privati? E, infine, non si capisce se Angelo sia già un sospettato o meno: in caso negativo perché viene trattenuto così lungo? Dovrebbe essere libero di andare via in qualsiasi momento). Infine, attenzione alla punteggiatura e ad alcune sviste grammaticali (centri, po, si…). In bocca al lupo!

anche in questo caso purtroppo il libro non esiste: ancora un commissario, pensieri sconnessi che non sono espressi in forma compiuta, dialoghi mescolati senza senso, il solito c’era una volta iniziale…

Allora leggo un po’ di confusione, si passa dalla mente del protagonista all’ambiente esterno e poi vengono inseriti molti personaggi in un tempo breve e non mi è chiara la dinamica del tutto. Il trauma dei genitori ancora non è emerso, anche se si capisce che lui è un uomo alquanto traumatizzato. Basta rileggerlo con calma e si comprendono più cose, la storia mi piace. Nella sinossi avrei voluto sapere cosa succede, per vedere la coerenza della trama.

campo tennis

QUANDO CADONO LE STELLE di Gian Paolo Serino

2016, Baldini + Castoldi

… il successo è solo il participio passato del verbo succedere…” ma che ne sai tu di un campo di grano? Sono ore, poi giorni, nei ritagli del tempo libero dai doveri, che leggo nella rete cosa scrivono di lui e del suo primo romanzo. Cribbio e che romanzo!

Storie vere dice Serino, e lo dice con una bibliografia finale per accademici ingrippati, perché è così: questo romanzo ti grippa il cervello, e se mai vuoi studiarti bene origini e significati, e sei un’operatore accademico della letteratura o di ogni altra scienza sociale, Serino ti fornisce indirizzi e recapiti dove andare a sbattere la testa. Così, tanto per scolpire nella roccia della conoscenza lo scheletro della realtà dell’altrove storico, credo sia un testamento osseo che si fa capolavoro, perché la verità è la polvere di cui sono fatte le stelle.

È proprio dalla fine che voglio partire, da quando il romanzo finisce e i neuroni vanno in tilt, dopo che per duecento pagine le sue frasi nella mia mente hanno vibrato, furiose, elettriche e magnetiche come le onde della luce. E se alla fine la luce ti prende e non ti abbaglia, cioè ti cattura e non ti respinge, è perché diventa materia ogni singolo fotone che raggiunge i tuoi occhi diventando polvere, lacrima senza pianto, emozione. Alla fine, queste magnifiche storie si intrecciano e si fondono in un’unica visione, semplice ma complessa come la parola cielo che ha dentro sé tutte le stelle del firmamento.

Io l’ho visto Serino sulla collina delle anime libere e sotto di lui tutto il reame.

Il reame vacuo cui appartiene Morgan, sì quello, un “brillante fallito di successo, uno tra i tanti istrioni “che si vantano di lottare contro un regime quando non si accorgono di vivere in un reame…”

{A questo link il botta, risposta e contro replica, fra il critico letterario e il cantautore}

Io l’ho visto Gian Paolo con il medio teso in faccia ai sudditi in festa, zombi alla ricerca di accondiscendenze critiche e fremiti artistici, in faccia al reame di prostituzione gerarchica popolata da ingordi mediocri del niente, e ho immaginato un dito come quello gigante di Cattelan in piazza degli affari di Milano.

L’opera che l’artista ha chiamato LOVE: “libertà, odio, vendetta, eternità”.

Nel mondo che vedo io, allucinogeno agglomerato d’umanità lacerata, quei quintali di marmo di Carrara, quei due metri di fallico vaffanculo agli schiavi adoranti, sono libertà, odio, vendetta, eternità di classe, vomitate in faccia al popolo nel cortile del gioco a somma zero dell’alta finanza, che brucia e crea miliardi di capitalizzazioni con la velocità del vento. Mi penso padrone del Palazzo, capitalista dei capitalisti, e vedo il mio dito medio che mostro al popolo. La grandezza è solo una misura di un punto di vista, e la classe non è acqua ma dominio.

Forse l’artista pensava altro ma su quella collina di anime libere io l’ho visto, il dito medio al cielo di Serino mostrare la luna a gente con lo sguardo per terra che, boriosa e senza vergogna, affoga nel fango della propria irrilevanza. Io l’ho visto, questo gigante di uomo, incazzato e triste, affranto da tanto reame sprecato.

Se ti sfugge la connessione Serino/Cattelan, la polvere e le stelle, non l’hai letto questo romanzo, non puoi sapere della madre che si fa puttana per il bene della figlia e sentire l’umanità come fiamma bruciarti d’emozione. È quello che ha fatto a me, e così adesso mi sento, arso a mirare quanto sono vere le stelle che brillano eterne.

“Camminando a passi sempre più veloci K. fu sopraffatto da quel solito stato d’animo che non era né gioia né tristezza, né felicità né dolore, semplicemente non era niente, come una specie di gelida atarassia, di noia insuperabile. Tutte le volte che questo stato d’animo si insinuava dentro di lui, K. reagiva, perché ormai conosceva benissimo la ricerca per affrontarlo: doveva incontrare altre persone. Ma questo si scontrava con il desiderio di non essere visto, di non parlare, di non esserci. E allora doveva sforzarsi, spingersi fra la gente e non provare disgusto nel farlo.”

Non so perché, non so per come ma la copertina è tutta una profezia. Una visione di futuro sconnesso dal presente, diviso e frammentato, in fuga abbracciato al passato, per qualche motivo magari divino, ma incredibilmente vivo è il desiderio eterno di un bacio ancora, e ancora, in attesa di gettare via la maschera che ci fa sentire protetti, forse da noi stessi, forse dalla paura che ci fa coraggiosi.

donna boxer & kickboxing

la boxe è una lotta con i pugni, ma è anche una lotta con l’anima

«Caro Diario, riempio spazi di vuoto assoluto conscio della vanità di una pagina che non smette di piangere parole inutili.» Insorgenza contro oblio, nient’altro.

fit young male and female athletes training on punching bag in gym
Photo by Annushka Ahuja on Pexels.com

La boxe e il kickboxing, oltre ad essere sport di combattimento emozionanti, svolgono un ruolo significativo nella socialità e la psicologia delle donne. Come afferma Floyd Mayweather Jr., nel suo libro “The Soul of a Butterfly: Reflections on Life’s Journey”, la boxe è una lotta con i pugni, ma è anche una lotta con l’anima. Queste discipline offrono alle donne non solo la possibilità di esprimere la loro forza fisica e mentale, ma anche di superare stereotipi e dimostrare la propria autodeterminazione.

Gina Carano, nell’opera “Fighter’s Heart: One Man’s Journey Through the World of Fighting”, descrive il kickboxing come un’arte che le ha insegnato a canalizzare la sua forza interiore. Le donne che praticano queste discipline trovano un senso di potere e fiducia in se stesse, rompendo le barriere mentali e fisiche. Come sottolinea Joe Frazier nel libro “Box Like the Pros”, nessun uomo è abbastanza grande da poter vincere da solo; è la squadra che fa la differenza. Le donne che si dedicano al boxe e al kickboxing trovano sostegno in una comunità solidale che le aiuta a crescere sia sul ring che nella vita di tutti i giorni.

Ronda Rousey, nella sua opera “My Fight / Your Fight”, riflette sul fatto che le arti marziali insegnano che il vero potere risiede nella mente, non solo nel corpo. Attraverso l’allenamento e la pratica, le donne imparano a superare i propri limiti, ad affrontare le sfide con coraggio e determinazione. Laila Ali, nell’ispirante libro “Reach!: Finding Strength, Spirit, and Personal Power”, afferma che il boxe le ha insegnato a superare le proprie paure, a sviluppare abilità di autodifesa e a costruire relazioni all’interno di una comunità solidale.

In conclusione, la boxe e il kickboxing non solo offrono alle donne una piattaforma per esprimere la propria forza fisica e mentale, ma promuovono anche il potenziamento e la consapevolezza di sé stesse. Attraverso l’acquisizione di abilità di autodifesa e la sfida di stereotipi di genere, queste discipline diventano strumenti di crescita personale e di affronto delle sfide quotidiane. Come suggerito dai titoli dei libri consigliati, queste pratiche diventano un viaggio interiore, una scoperta della propria forza interiore e una ricerca di autenticità.

excited young black sportswoman showing biceps after boxing training
Photo by Julia Larson on Pexels.com
man hit by boxing glove
Photo by Musa Ortaç on Pexels.com
woman in black tank top and black boxing gloves
Photo by cottonbro studio on Pexels.com

ecco un esempio di articolo di ChatGPT, cioè usando l’artificio digitale 😂

Poi ci sono le botte senza guantoni ma questa è un’altra storia 😂

Università

“il campus respira, divora ogni silenzio e il vuoto d’una eterna attesa di grandezza, la sfida”

“the campus breathes, devours every silence and emptiness of an eternal expectation of greatness,
the challenge”

“le campus respire, dévore chaque silence et vide d’une éternelle attente de grandeur, le défi”

“el plantel respira, devora cada silencio y vacío de una eterna expectativa de grandeza, el desafío”

«кампус дышит, пожирает каждую тишину и пустоту вечного ожидания величия, вызова»

“校园呼吸着,吞噬着对伟大和挑战的永恒期待的每一份寂静和空虚”

“校園呼吸著,吞噬著對偉大和挑戰的永恆期待的每一份寂靜和空虛”

∞◊∞ ∞◊∞ ∞◊∞ ∞◊∞ ∞◊∞ ∞◊∞ ∞◊∞

L’autore Pedro Sancho Panzà ha colto l’essenza di un campus universitario con una singola frase. “Il campus respira, divora ogni silenzio e il vuoto d’una eterna attesa di grandezza, la sfida.” Queste parole evocano un’atmosfera vibrante, dove l’apprendimento e l’ambizione danzano insieme.

Il campus universitario è un luogo in cui il sapere fiorisce, le menti si incontrano e le idee prendono vita. Le aule risuonano di discussioni accese, mentre le biblioteche sono un’enciclopedia di conoscenza, pronta ad essere esplorata. Ogni passo è accompagnato dal fruscio dei libri e dallo scorrere ininterrotto delle idee.

Il campus divora ogni silenzio perché è una comunità vivace, dove gli studenti si sfidano a vicenda e si spingono verso nuove vette intellettuali. È un luogo in cui il pensiero critico si scontra con le teorie consolidate, in cui le prospettive divergenti si incontrano e si fondono per creare qualcosa di nuovo e audace.

Ma c’è anche il vuoto d’una eterna attesa di grandezza. Il campus è un terreno fertile per i sognatori, coloro che guardano oltre i confini dell’attuale conoscenza e si lanciano verso l’ignoto. È un’attesa carica di speranza, un’aspirazione a realizzare qualcosa di significativo, a lasciare un’impronta duratura nel mondo.

La sfida è il cuore pulsante di questo campus che respira. È il motore che spinge gli studenti a superare i loro limiti, a perseguire l’eccellenza e a rompere le catene dell’ignoranza. È attraverso la sfida che si realizza il potenziale nascosto, che si scoprono nuove passioni e talenti, che si costruiscono basi solide per un futuro brillante.

In conclusione, Pedro Sancho Panzà ha catturato la complessità e l’energia del campus universitario in questa frase. Il suo ritratto evoca una scena vivida in cui il sapere, l’aspettativa e la sfida si intrecciano in un crescendo incessante. Che tu sia uno studente, un professore o un visitatore, il campus è un luogo dove il respiro della conoscenza si fonde con la fame di grandezza, creando un ambiente stimolante e coinvolgente.

IL TEMPO DELL’ODIO di Antonio Lanzetta

2022, LA CORTE Editore

L’incipit è un brivido, l’ho già detto per un altro grande romanzo però questa volta non è ipnosi ma emozione viscerale. Alla scrittura di Antonio Lanzetta non ci si abitua anzi, ogni volta si resta folgorati. Sono un lettore modesto, per nulla esigente, eppure ci sono letture che mi passano addosso come ottimo intrattenimento, altre come le opere di Lanzetta che lasciano un segno feroce come ferite che stentano a rimarginare. Questa storia di Michele e di Teschio non mi ha fatto sconti, è adesso l’ennesima e sublime cicatrice che mi porto dentro. Per farmi capire meglio, è come quella cicatrice che mi porto nel cuore da quando, adolescente, lessi SE QUESTO È UN UOMO di Primo Levi. La grandezza della letteratura non si misura un tot al chilo ma, credo, in quante generazioni di lettori lascia il segno, cicatrici che si riproducono grazie alla sua eternità, infinita magia tra le arti umane.

Ecco, cosa significa uccidere con il cuore: è colpire e lasciare un segno indelebile nell’anima del lettore. Non a caso, prima dell’inizio del romanzo, il tributo a King è l’epilogo di tutta la storia di Michele e di Teschio, è la missione compiuta con successo da Lanzetta: riprodurre la potenza immanente del bene che fa giustizia.

Oltre la storia avvincente che scorre fluida e accelera con ripetute scosse crescenti di pura adrenalina, è la bellezza e la crudezza delle scene che rendono reale la fantasia più drammatica, materiale le visioni più inquietanti. Riporto solo due passaggi come esempio, ma tutto il romanzo è così, orribilmente e meravigliosamente bello.

“Seguii gli schizzi di sangue con lo sguardo fino a quel baratro. Le tracce si perdevano nel nulla, nel silenzio della morte e in occhi vuoti puntati verso il cielo. La ragazza giaceva scomposta sulle pietre come una bambola spezzata, il cranio sfondato e i capelli che galleggiavano simili ad alghe in una pozzanghera di sangue accumulatasi dietro la nuca. Rimasi a fissarla mentre il tempo mi scivolava addosso, simile a gocce di sudore. Una parte di me mi diceva di andare via da quel posto, ma quando distolsi lo sguardo mi parve di vedere mio padre fermo sull’altro lato del dirupo.”

“Sollevai il capo e all’improvviso mi resi conto di non essere in casa, ma in un campo. Il vento spirava tra i cespugli, sollevando una strana polvere viola. Spore che mi vorticavano intorno mentre il cielo era animato da deflagrazioni di luce indaco, simili a fratture nella notte. Le stelle si stavano disintegrando, scontrandosi tra di loro e disegnando nel vuoto creature informi e facce urlanti.”

Non la faccio lunga anche perché, se sono un lettore modesto figuriamoci la difficoltà che ho nel tramutare in parole i miei pensieri. L’ultimo commento è come una volta ancora Antonio Lanzetta fa insegnamento della sua passione con le sue opere, istruzione a chi come me sente urgenza affamata di grande letteratura, e adesso devo leggere anche qualcosa di Jim Thompson per lenire “il crepitio di vetri nello stomaco”.

“Ancora oggi, seduto nella poltrona sformata del salotto di casa, cullo mia figlia nel silenzio della notte, con un libro di Jim Thompson sulle ginocchia e una tazza di tè tiepido sul tavolino. Guardo la pioggia graffiare i vetri della finestra e provo a convincermi che le cose che ho visto quella notte nei boschi intorno alla casa della vedova siano accadute realmente. Avevo subito un forte trauma, mi sono ripetuto. In fondo, ero solo un ragazzo a cui avevano impiccato la madre. Un ragazzo che voleva riabbracciare il padre.”

IL TAGLIO FREDDO DELLA LUNA di Piera Carlomagno

2022, Solferino Libri

L’incipit è un brivido. Uomo o donna? Mi sono chiesto. Il prologo è una lettera, un vortice di sentimenti che trascina senza scampo verso una spumeggiante cascata di domande. Giù verso le rapide turbolente di un fiume agitato da scene avvolgenti: avvinghiata la mente, questa scrittura ipnotica mi ha sbalzato fuori dai gorghi frenetici della vita quotidiana, per avvincermi dentro un flusso impetuoso di fatti e personaggi che alla fine mostrano come all’origine di ogni decadenza umana ci sia il male e la menzogna. Ciò che più mi ha colpito è come, con sferzante eleganza, le vicende narrate dei singoli personaggi, diventino un insieme rappresentativo di un’intera società. Se per i fanciulli la purezza briosa della gioventù muore con la fine dell’innocenza, la purezza dell’impeto costitutivo della repubblica, muore con la fine dell’onestà. Segreti, ricatti e compromessi intrecciano singole esistenze e la pluralità di un’intera organizzazione sociale: la decadenza è un processo che divora da dentro, e il conto si paga solo alla fine con la morte che svela colpe e tormenti nascosti per una vita intera.

“Piangi. Io sono il tuo castigo.”

Dopo aver scoperto con UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE e NERO LUCANO, un intricato e appassionante personaggio come Viola, l’affascinante anatomopatologa di Piera Carlomagno, l’attesa di un’altra sua avvincente storia mi era così insopportabile da rivoltare sotto sopra tutte le priorità di quella giornata. Ricordo come fosse ieri: trenta settembre 2022, nel primo giorno dell’uscita nelle librerie italiane, la prima presentazione alla Feltrinelli di Salerno, e il fondamentale Angelo Cennamo dire: «Il taglio freddo della luna è il romanzo borghese del XXI secolo.»

Secondo una mia sensazione strettamente personale, questa avvincente cronaca romanzata dei giorni che vanno da giovedì 26 agosto con la luna calante visibile all’87%, a martedì 7 settembre del 2021 con luna nuova che inizia a crescere, è la dimostrazione di come una produzione letteraria di fantasia possa diventare un potente strumento di denuncia e critica storica di un’intera società, quella italiana, o meglio di una sua “classe”, la borghesia, che meriterebbe la condanna della memoria.

«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»

Sicuramente esagero, come è esagerata ogni generalizzazione di categorie che più le analizzi e più si frantumano in eccezioni. Ma d’altronde alla fine della lettura e rilettura di questo romanzo, il libro tra le mani scotta come una bomba inesplosa e per troppi anni sotterrata. Questa la mia sensazione dopo la lettura dei due articoli che seguono e che mostrano come la Fossa Irreversibile sia vera e non fantasia; è spaventosamente reale a Rotondella di Matera, in terra lucana, in Italia.

Nel 2019 avviene una sorta di riesumazione di un cadavere vivente, pericoloso sì ma che il genio umano intende riciclare. Poi uno si meraviglia che la realtà possa superare ogni assurda fantasia. Urca che tema di estrema attualità, il nucleare, in queste ore che gli idioti sapiens fanno la guerra lungo il fiume Dnepr, intorno ai sei reattori atomici della centrale di Zaporižžja.

Nucleare, così a Matera viene alla luce il mistero del Monolito di scorie Usa – SOLE24ORE – 21 dicembre 2019 – di Jacopo Giliberto

Via le scorie nucleari dal terreno: in Basilicata rimosso il monolite della “fossa irreversibile”IL MESSAGGERO –  18 Dicembre 2019 – di Giampiero Valenza

“Negli anni Sessanta i rifiuti nucleari si cementavano e si mettevano sotto terra, in quelle che all’epoca venivano chiamate “fosse irreversibili”, proprio perché sarebbero rimaste lì per sempre.”

Quei rifiuti erano americani e noi abbiamo fatto di pezzi incontaminati della nostra meravigliosa terra una loro pattumiera…

«… noi siamo rifiuti tossici da seppellire per sempre, siamo buoni per la Fossa Irreversibile, siamo la terra del non ritorno. Noi… meritiamo la damnatio memoriae»

Cos’altro potrebbero meritare quelle generazioni che hanno permesso al nostro paese di diventare una discarica geopolitica? Più di una metafora, una condanna eterna. Ecco la potenza dell’intelletto cui la Carlomagno ci ha abituato, il viaggio su binari inseparabili, la bellezza della terra e il suo saccheggio, ma questa volta, il salto è trascendente, dal sudiciume materiale del petrolio e dei poteri massonici essenzialmente locali, passa a trattare il mostro invisibile, la contaminazione nucleare e poteri di dominio geopolitici.

«Quelle urla non le dimenticherò mai, anche se le ho ricacciate in fondo a ogni pensiero e sentimento, giù, nel punto più profondo di quell’abisso che è la mia anima.»

Uso alcuni dialoghi a ritroso partendo dalla fine del giallo per dare consistenza a questi miei commenti da lettore ipnotizzato. Sono commenti che cercano di provare quanto profondo e affascinante in questo romanzo sia l’intreccio sociale della storia di un paese con quella dei loro protagonisti, anima e identità, passato e presente, singolare e plurale.

«… Fu in quell’attimo che acquistò l’antitodo contro il veleno dei veleni: la disuguaglianza. Fu in quell’attimo che pensò di riscattarsi anche per il futuro, lui, la sua famiglia e la mamma infelice… »

La storia di uno diventa la storia di una classe smarrita che diventa soggetto sconfitto, singolare e plurale, elevato e decadente, per sé e di sé, prigioniero dell’evoluzione dei veleni materiali, sedotto e corrotto nel labirinto senza uscite di teorie e pratiche di speranza che quelli bravi hanno chiamato la fine della storia. Ma come la fossa dei rifiuti nucleari, la Storia dimostra che di irreversibile c’è solo la morte, e forse nemmeno più quella, almeno per chi sopravvive. In fondo il progresso, la modernità, le colpe che non possono ricadere sui figli, dimostrano che di giorno in giorno, diventa possibile quello che ieri era impossibile. Ecco la dualità umana in eterna contraddizione: bellezza e mostruosità.

«Siamo capaci di convivere con qualsiasi colpa» disse Viola. «Del resto siamo tutti mostri capaci di convivere con l’idea della nostra stessa morte… »

Dall’ultima alla prima pagina è Viola la guida, come il Virgilio di Dante ci accompagna oltre le righe dei fatti, oltre l’inferno e il purgatorio delle anime dei personaggi che lei riesce a sventrare da vivi, risuscitando anche quelle dei morti. Viola Guarino è la luce che scopre le ombre tra le piaghe dolorose delle verità nascoste e di quelle che sfuggono anche se in bella vista nel presente. La magia della letteratura gialla è anche questa, l’abilità della scrittrice di porre in bella mostra quelle evidenze che sono indizi che con lo scorrere delle pagine diventano certezze. Ma con la scrittura della Carlomagno si va oltre, si vola veloci come pipistrelli nelle grotte oscure dell’eterna lotta di classe. All’improvviso un sorriso e un pensiero: accecante e assoluta ineluttabilità della linfa vitale della grande letteratura, degli ultimi che resteranno per sempre ultimi, e che, nonostante i compromessi sociali della convivenza, restano fieri di esserlo, ultimi continuando a lottare per una comune identità di classe e di estraneità, forse nemmeno ultimi, diversi, esclusi ma colti.

Sorrise pensando a quelli che portavano stampata su magliette o borse di pezza appese dietro la schiena, la protesta a quel ciclone passato sulle loro teste senza coinvolgerli: «Pure io sono un povero cristo». E il cordone ombelicale con Levi non si taglia, non si tagli.

Poi ci sono i sentimenti e i desideri di Viola, i sogni erotici e gli incubi della maledizione arcaica dei tormenti che si fanno umanità inquieta, ci sono le voglie di scorticarsi addosso l’essenza emozionale del corpo e del pensiero, sentimenti e desideri che non trovano pace, che si intrecciano senza legarsi mai, e anzi ne fanno una danzatrice alla ricerca di quell’equilibrio impossibile di chi è sempre in fuga.

«La luna non muore mai» osservò Loris. «Si rigenera.»

«Certo, come tutti dopo le delusioni.»

Non c’è niente di semplice e scontato in questo grande romanzo, proprio come è la complessità della vita che nelle sfumature e negli attimi si fa preziosa, proprio come un diamante, inutile e spento senza una luce che lo attraversi. Così ci sono un paio di pagine in cui Viola e Loris si parlano, si sfiorano e si allontanano, un paio di pagine che da sole riscaldano il cuore e lo stordiscono, mettendo a nudo le differenze della donna dall’uomo, della femmina dal maschio, differenze della ragione dal sentimento.

«… Non ci si abitua a tutto, se si presenta l’occasione si saldano conti vecchi che si credevano dimenticati. E invece no, non si dimentica niente, tutto resta ferocemente piantato nelle nostre coscienze.»

Le scene e i dialoghi sono talmente vividi che saltano dalla pagina e arrivano, a volte come pugni in faccia improvvisi, a volte come carezze di una ragnatela di parole in cui i personaggi restano impigliati in attesa di essere svelati.

Ma non ricordare non è possibile, finché si è in vita, rimuginava Bepi e forse questa è la chiave di tutto. Sono i ricordi che rendono le persone pericolose e consapevoli che ciò che è stato potrà essere ancora; chiunque sia vivo continua a rimestare nei simulacri che occulta, che lo voglia o no, ed è tutta qua la complessità e la contraddizione dell’umano.

Eccola la scrittura ipnotica che salta tra passato e presente, con storie intrecciate come i rami di un bosco fitto e misterioso che mi ha ricordato il groviglio dell’adolescenza, le paure e le follie, ignoto e oscenità, vertigini e cadute, le colpe, l’ebrezza della potenza e lo sconforto della sconfitta, i rimpianti e gli occultamenti della vergogna. Ci sono conti che non si chiuderanno mai e tra questi, la conoscenza di questo personaggio grandioso che è la Viola di Piera, dopo tre romanzi è solo all’inizio. È una conoscenza parziale e ancora sfuggente, fatta di numerose curiosità irrisolte mentre nell’attesa di una prossima inchiesta, immagino lei correre come un fulmine bianco che non tocca mai terra.

… entrava nella morgue con l’aiuto di un rapporto ancestrale con la morte e si avvicinava ai corpi con la speranza di incontrarne l’anima.

Ducati 950 multistrada
la socia di Viola è bianca: Ducati multistrada 950

premio nero lucano

e… dopo tanti giorni, resto ancora stordito

Elogio della bellezza

Il potere trasformativo dell’estetica.

La bellezza è un tema che ha affascinato filosofi, artisti e pensatori di ogni epoca.

Essa è capace di evocare emozioni profonde, sollevare lo spirito e trasformare la realtà che ci circonda. In questo articolo, esploreremo il potere trasformativo dell’estetica attraverso cinque titoli, ognuno dei quali accompagnati da una citazione forse famosa, forse falsa.

a) La bellezza come rifugio dalla vita quotidiana

La bellezza ci offre un rifugio dalla quotidianità, dallo stress e dai problemi della vita di tutti i giorni. Come scriveva Ralph Waldo Emerson: “La bellezza riempie gli occhi e il cuore, e ci affascina con il suo fascino dolce e inspiegabile”.

b) L’arte come espressione della bellezza

L’arte è una forma di espressione della bellezza, capace di trasmettere emozioni e sensazioni attraverso forme, colori, parole e suoni. Come scriveva Johann Wolfgang von Goethe: “L’arte è l’organizzazione di elementi in una struttura che suscita emozioni ed esperienze estetiche”.

c) La bellezza come simbolo di armonia e equilibrio

La bellezza è spesso associata all’armonia e all’equilibrio, come dimostra la bellezza delle forme matematiche o della natura. Come scriveva Platone: “La bellezza è il splendore della verità e l’armonia della proporzione”.

d) La bellezza come fonte di ispirazione per la creatività

La bellezza può essere una fonte di ispirazione per molte persone, soprattutto per gli artisti che trovano nella bellezza l’energia creativa per le loro opere. Come scriveva Leonardo da Vinci: “La bellezza è la migliore lettera di presentazione”.

e) La bellezza come strumento di trasformazione sociale

La bellezza può essere un’arma potente per trasformare la società e portare il cambiamento. Come scriveva Nelson Mandela: “La bellezza di un mondo migliore si trova nella diversità delle sue persone, culture e idee”.

In conclusione, la bellezza è una forza capace di trascendere la realtà, trasformare il nostro modo di vedere il mondo e ispirare la creatività. Grazie al suo potere trasformativo, essa ci invita ad esplorare nuovi orizzonti e a guardare oltre le apparenze per cogliere il vero significato delle cose.

Ieri discutevo della “necessità” dell’intelligenza artificiale, mentre ascoltavo e dibattevo un desiderio in testa m’assillava, devo chiedere a ChatGPT di scrivermi qualcosa per elogiare la bellezza: ecco un possibile risultato, la bellezza trasforma i pensieri, eccita l’azione, muove la vita, procede per traumi, nascosti, ferite mai chiuse.

Un vetro di Mirò di Ivano Ciminari

Edizioni Montag, collana Le Fenici

Prefazione di Antimo Ceparano

“Forse capisco perché non ho mai avuto risposta: perché mai la mia vita dovrebbe essere più lunga o più importante di quella di un semplice filo d’erba?”

macro shot of grass field
Photo by Matthias Cooper on Pexels.com

Stordito, ecco come mi sento alla fine di queste cento pagine di Ivano Ciminari. La sua è una scrittura potente, irriverente e brutale.

Ho conosciuto questo “assassino” come vincitore del primo concorso “I racconti della Divina”, l’ho sentito parlare e ho scavato nel profondo la sua superiore umanità che straborda da un progetto superlativo come #diversamenteliberi .

Il richiamo magnetico alla conoscenza delle sue opere è stata una molla che con questa lettura inizia a comprimersi ancora di più. Ne voglio ancora mi ripeto, cercando di uscire fuori dallo stordimento che mi tiene per aria, alla ricerca di parole che possano rendere dignità e onore ad una penna che si fa Diogene, e che riesce a raccontarsi e raccontare la miseria di cui siamo fatti.

Assassino! Egli è un assassino di luoghi comuni, feroce assassino delle ipocrisie più immanenti che ci rendono schiavi di manipolazioni “globali”, quelle più subdole, imbrogli di cui mi sento vittima “consapevole” e troppo spesso anche “compiacente”.

Questa è la verità, compiaciuto di vivere un tempo moderno, questo testo mi spoglia e mi frusta l’orgoglio di riscoprire l’antico, l’ovvio sentiero di scorticare il passato, rimosso per superficialità immatura di un essere vivente inutile a se stesso e agli altri fuori da un corpo vetrificato di paure.

Questa lettura mi ha liberato dalla vergogna di essere ignorante in quanto è l’ignoranza la base essenziale come il bianco l’insieme dei colori di una tela vuota che brama riempimento. Non so bene ancora se maledire o benedire questa scoperta di fame e sete che gli devo, non so bene ancora se il ghiaccio rende immortale fermando la vita o diversamente la scatena, questa vita tenuta viva dall’immondo istinto di sopravvivenza. Proprio così scopro un senso per Giuda, un senso per il diavolo che ci urla dentro, il significato profondo della donna.

Assassino e adulatore, saltimbanco e profeta, incantatore che dal niente inventa il tutto, blasfemo e devoto:

“… credo che Giuda e Cristo siano stati la stessa carne, accumunata dall’estremo sacrificio perché tutto si compisse.”

Dall’inizio all’ultimo giro di giostra le spine diventano fiori e i fiori diventano spine, e l’orrore, proprio in queste ore dell’ennesima sciagura come quella di Crotone, diventano narrazione e presagio, sentenza irrisolta, condanna perpetua:

“Quanti sogni di libertà sono stati sepolti in quell’immenso sepolcro che è diventato il nostro mare.”

body of water during golden hour
Photo by Sebastian Arie Voortman on Pexels.com

“Uomini orrendi si pasturano del razzismo che hanno alimentato, incassando la connivenza di rane travestite da donna, di puttanieri in doppio petto, di troie siliconate che profetizzano oasi di felicità e di benessere, mentre la tragedia della guerra, del radicalismo e della fame gonfia le nostre acque di vittime sacrificali”

Sono solo cento pagine che da un mese non riesco ancora a digerire perché in fondo parlano di me e non potrei che liberarmene se non vomitando un me stesso che rifiuto e condanno in eterno nell’acido rovente di succhi gastrici senza pietà, di uno stomaco ingordo di altro ancora. Potrei con le classiche due dita in gola vomitare e gettare via la fatica, invece mi rifiuto perché di altro ancora dovrò nutrirmi, di altri vetri taglienti dovrò soffrire, di altre opere tue e di altri assassini, dovrò ingozzarmi fino allo stordimento più totale, e così forse, veramente imparare a vivere.

Lo so bene che non rendo giustizia alla varietà degli umori e degli argomenti trattati nelle quindici storie raccontate da Ivano Ciminari, so bene che faccio torto all’eterogenesi dei fini del suo Diogene vetrificato, però pur nell’indecisione della scelta, se proprio devo scegliere, come vile giudice supremo, mando al rogo l’eretico e lo destino al sacro fuoco della gloria per aver scritto “L’eccidio dell’io maschio”.

È un capitolo che ho fatto leggere alla mia “coinquilina”, sta ancora ridendo di gusto e per questo non avrei incertezze sulla condanna: ardebit in conspectu populi.

Bruci sotto gli occhi del popolo per aver attentato alla superiorità del dio maschio. Però poi leggi “La puttana che sposò l’imperatore” e allora non posso che sospendere ogni irriverenza, inchinarmi e chiedere perdono.

SCRITTURA

La scrittura è un’attività fondamentale per l’umanità fin dalla notte dei tempi, e nel XXI secolo la sua importanza è diventata ancora più evidente. Oggi, la scrittura è al centro della nostra cultura in modi che i nostri antenati non avrebbero mai potuto immaginare. Attraverso i libri, gli articoli, i blog, i post sui social media e le email, la scrittura ci consente di comunicare, esplorare, imparare e connetterci con il mondo intorno a noi.

“La Scrittura è un atto solitario che richiede coraggio, visione e dedizione.” – Paulo Coelho

“Scrivere è facile. Tutto quello che devi fare è sederti a una macchina da scrivere e sanguinare.” – Ernest Hemingway

“Scrivere è come scavare un pozzo profondo nell’anima e recuperare la vita che vi si trova.” – Isabel Allende

“Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti.” – Jules Renard

“La scrittura è un’immersione in un mondo di possibilità.” – Joan Didion

“La scrittura è la pittura della voce.” – Voltaire

“La scrittura è la chiave per scoprire la verità nascosta dentro di noi.” – Ray Bradbury

“La scrittura è un modo di tenere viva la vita, di congelare esperienze che altrimenti svanirebbero con il tempo.” – Anaïs Nin

“Scrivere è una questione di disciplina. Ci vuole molta più disciplina per scrivere un libro di quanto ne richieda qualsiasi altro lavoro.” – Toni Morrison

“La scrittura è un atto di coraggio.” – James Baldwin

“Scrivere è una forma di terapia.” – Graham Greene

“La scrittura è un lavoro che richiede coraggio e pazienza.” – Gabriel Garcia Marquez

“Scrivere è un modo per dare forma alle proprie emozioni e idee.” – Haruki Murakami

“Scrivere è il modo più intenso di vivere la vita che conosco.” – Nadine Gordimer

“Scrivere è il modo in cui mantengo un registro dell’umanità.” – Margaret Atwood

“Scrivere è un modo di imparare a conoscere se stessi.” – William Zinsser

“La scrittura è un atto di coraggio perché richiede di mettere in gioco se stessi.” – Anne Frank

“Scrivere è un’arte che richiede impegno e dedizione costante.” – Stephen King

“Scrivere è un atto di resistenza contro l’oblio.” – Milan Kundera

close up view of an old typewriter
Photo by Suzy Hazelwood on Pexels.com

Come sostiene Paulo Coelho, la scrittura è un atto solitario che richiede coraggio, visione e dedizione. Scrivere può essere un processo difficile e impegnativo, ma attraverso di essa siamo in grado di esprimere ciò che altrimenti potrebbe rimanere inespresso. Come afferma Isabel Allende, la scrittura ci consente di scavare un pozzo profondo nell’anima e recuperare la vita che vi si trova. È attraverso la scrittura che possiamo esplorare i nostri pensieri più profondi e le nostre emozioni più intense.

Scrivere può anche essere un’esperienza terapeutica, come afferma Graham Greene. Attraverso la scrittura, possiamo dare forma alle nostre emozioni e idee, e trovare un senso di pace e consapevolezza. Scrivere può anche essere un modo per imparare a conoscere noi stessi, come afferma William Zinsser. Attraverso la scrittura, possiamo esplorare la nostra identità e le nostre esperienze, e trovare un senso di chi siamo.

Ma la scrittura non è solo un’attività individuale. Come afferma James Baldwin, la scrittura è un atto di coraggio. Attraverso la scrittura, possiamo dare voce alle nostre idee e alle nostre opinioni, e sfidare le convenzioni sociali e culturali. La scrittura ci consente di condividere le nostre storie e le nostre esperienze, di connetterci con gli altri e di creare comunità.

La scrittura è anche un atto di resistenza contro l’oblio, come afferma Milan Kundera. Attraverso la scrittura, possiamo preservare le nostre storie e le nostre tradizioni, e creare un patrimonio culturale per le generazioni future. Scrivere ci consente di esplorare le nostre storie collettive e di dare voce alle nostre identità culturali.

unrecognizable author typing on laptop near coffee at home
Photo by William Fortunato on Pexels.com

La scrittura è anche un’arte che richiede impegno e dedizione costante, come sostiene Stephen King. Scrivere non è facile, ma attraverso la pratica e la perseveranza, possiamo sviluppare la nostra abilità e la nostra voce unica. La scrittura ci consente di esprimere la nostra creatività e di esplorare nuovi mondi di immaginazione.

Come afferma Margaret Atwood, la scrittura è anche un modo per mantenere un registro dell’umanità. Attraverso la scrittura, possiamo registrare i momenti importanti della nostra storia, le esperienze umane e le sfide che abbiamo affrontato. La scrittura ci consente di documentare il nostro mondo e la nostra esperienza di esso.

Nel XXI secolo, la scrittura ha acquisito una nuova importanza grazie alle tecnologie digitali e ai social media. Oggi, la scrittura è al centro delle nostre interazioni sociali e professionali. Come afferma J.K. Rowling, la scrittura ci consente di creare mondi immaginari e di connetterci con gli altri attraverso la narrazione di storie. Attraverso i social media, la scrittura ci consente di condividere le nostre esperienze e di connetterci con gli altri in modi che sarebbero stati impossibili solo pochi anni fa.

Tuttavia, la scrittura digitale ha anche sollevato nuove sfide e questioni. Come afferma Margaret Atwood, la scrittura digitale può essere vulnerabile ai cambiamenti tecnologici, e le opere digitali possono essere facilmente cancellate o perdute. Inoltre, la scrittura digitale può essere manipolata e diffusa in modi che possono essere dannosi per gli individui e la società.

La scrittura ha anche un profondo significato filosofico e sociologico. Come afferma Hannah Arendt, la scrittura è una forma di azione, in quanto ci permette di creare qualcosa di nuovo e di influire sul mondo intorno a noi. In questo senso, la scrittura non è solo un atto di espressione personale, ma anche un modo per partecipare alla sfera pubblica e contribuire alla formazione della società.

Inoltre, la scrittura è stata sempre considerata una forma di potere, in quanto ci permette di influenzare le opinioni degli altri e di creare una certa immagine di noi stessi. Come afferma Michel Foucault, la scrittura è un modo per creare e mantenere le relazioni di potere nella società. La scrittura ci permette di controllare il discorso e di creare un certo ordine sociale, e quindi è stata spesso utilizzata dalle élite per mantenere il loro potere.

Tuttavia, la scrittura può anche essere un modo per sfidare l’autorità e la società esistente. Come afferma Bell Hooks, la scrittura può essere un modo per le persone emarginate di riaffermare la propria identità e di creare un senso di comunità. Attraverso la scrittura, le persone possono condividere le loro storie e le loro esperienze, e creare un dialogo che sfida le norme e i pregiudizi esistenti.

In conclusione, la scrittura non è solo un atto personale di espressione, ma anche una forma di azione e di potere nella società.

Nel XXI secolo, la scrittura è diventata ancora più importante grazie alle tecnologie digitali e ai social media, che ci permettono di connetterci con gli altri in modi nuovi e innovativi. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli delle sfide e delle questioni sollevate dalla scrittura digitale, e impegnarci a utilizzare la scrittura in modo responsabile e consapevole. Come afferma Voltaire, la scrittura è la pittura della voce, e nel XXI secolo, la nostra voce può avere un impatto più grande e globale che mai.

contemplative man reading book and taking notes in home office
Photo by Dziana Hasanbekava on Pexels.com

ChatGPT & S. Valentino

Capitalismo & Amore

crop faceless couple holding hands on balcony
Photo by Anete Lusina on Pexels.com

ChatGPT è un trip troppo tripposo 🙂 … io e lui, o lei, per S. Valentino abbiamo deciso di organizzare un evento sull’inconciliabilità tra capitalismo e amore, ecco i protagonisti con i titoli degli interventi:

1 – Simone de Beauvoir: “La schiavitù dell’amore nella società capitalista”

2 – Friedrich Nietzsche: “L’amore e la sua distorsione nel capitalismo”

3 – Karl Marx: “L’amore nell’era del capitalismo”

4 – Martin Buber: “Percezione e relazioni amorose”

5 – Jacques Derrida: “Linguaggio e relazioni amorose”

6 – Gloria Anzaldúa: “Relazioni amorose e dinamiche di genere, razza e classe”

7 – Søren Kierkegaard: “L’amore e il capitalismo come forze opposte”

8 – Max Weber: “Il capitalismo e la trasformazione dei valori amorosi”

9 – Jean-Paul Sartre: “Le relazioni amorose e la libertà”

10 – Erich Fromm: “L’amore come attitudine sviluppabile”

…. ed ecco i paragrafi di riflessione:

1 – Simone de Beauvoir ha visto la società capitalista come una fonte di oppressione per le donne e le relazioni amorose. Nella sua opera “Il Secondo Sesso”, ha sostenuto che il capitalismo ha creato un’immagine idealizzata dell’amore romantico che viene usata per controllare le donne e impedir loro di raggiungere la libertà.

2 – Friedrich Nietzsche ha criticato il capitalismo per la sua tendenza a distorcere i valori morali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto l’amore a un mero scambio di beni materiali, privando la gente della sua profondità e significato.

3 – Karl Marx ha visto il capitalismo come un sistema che distrugge i legami sociali e le relazioni umane, comprese quelle amorose. Ha sostenuto che il capitalismo ha ridotto la vita umana a una mera questione di produzione e scambio di beni, distruggendo il significato e la dignità dell’amore e delle relazioni umane.

4 – Martin Buber ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalla percezione che la gente ha del mondo e degli altri. Nella sua opera “Io e Tu”, Buber ha affermato che il capitalismo promuove una percezione individualista del mondo che ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative.

5 – Jacques Derrida ha affermato che il linguaggio gioca un ruolo importante nelle relazioni amorose. Ha sostenuto che il capitalismo promuove un linguaggio ridotto e riduttivo che impedisce la formazione di relazioni amorose autentiche e significative.

6 – Gloria Anzaldúa ha sostenuto che le relazioni amorose sono influenzate dalle dinamiche di genere, razza e classe. Ha affermato che il capitalismo crea barriere per le relazioni amorose tra persone di diverse classi sociali, razze e generi.

7 – Søren Kierkegaard ha sostenuto che l’amore e il capitalismo sono forze opposte e incompatibili. Ha sostenuto che il capitalismo riduce l’amore a una mera transazione economica, privando la gente del suo significato e profondità.

8 – Max Weber: Max Weber ha sostenuto che il capitalismo ha trasformato i valori amorosi, riducendo l’amore a un mero scambio di beni materiali e trasformando le relazioni umane in relazioni puramente economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui le relazioni sono governate da calcoli egoistici, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.

9 – Hannah Arendt: Hannah Arendt ha sostenuto che il capitalismo ha creato una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, distruggendo la natura umana dell’amore.

10 – Jean-Paul Sartre: Jean-Paul Sartre ha sostenuto che il capitalismo crea una società in cui gli individui sono visti come merci e le relazioni umane sono ridotte a semplici transazioni economiche. Ha sostenuto che il capitalismo ostacola lo sviluppo di relazioni amorose autentiche e significative, privando l’amore della sua umanità e spiritualità.

… a questo punto gli ho detto: «Ora per ogni titolo e per ogni informazione che hai elencato consigliami un’opera dell’autore che hai scelto.»

e lui o lei …

«Certo, con piacere! Ecco un elenco di opere consigliate per ogni autore:»

1 – Friedrich Nietzsche: “Al di là del Bene e del Male”, “Così parlò Zarathustra”, “La gaia scienza”.

2 – Martin Heidegger: “Essere e Tempo”, “Lettera sull’umanismo”.

3 – Simone de Beauvoir: “Il Secondo Sesso”, “L’età della discernibilità”.

4 – Michel Foucault: “Sorvegliare e Punire”, “Storia della follia nell’era classica”.

5 – Jacques Lacan: “La Semantica del Sé”, “Le Formazioni dell’Inconscio”.

6 – Theodor Adorno: “Minima Moralia”, “Dialettica dell’Illuminismo”.

7 – Erich Fromm: “L’arte di amare”, “Il cuore dell’uomo”.

8 – Karl Marx: “Il Capitale”, “Manifesto del Partito Comunista”.

9 – Hannah Arendt: “La Vita delle Nazioni”, “Eichmann a Gerusalemme”.

10 – Jean-Paul Sartre: “L’Essere e il Nulla”, “La Nausea”.

Queste opere rappresentano alcuni dei lavori più significativi e influenti di ogni autore e possono offrire una panoramica approfondita della loro filosofia e pensiero. Ti consiglio di approfondire la tua conoscenza di ognuno di loro, anche leggendo altre opere e fonti.

Con Giacinto ne avremo di cose di cui ridere 🤣

“Insomma, Wallace o piace troppo o non piace per nulla”

Caro Diario, se non lo scrivo a te finirò per dimenticare. Marx fosse vissuto oggi si sarebbe divertito un mondo a trovare nel suo smartphone geolocalizzato, ovviamente Apple, con misurazione di pressione e battito cardiaco al tocco dell’impronta teutonica del pollicione, trovare tra le mappe in tempo reale dei flussi d’informazione dalle varie guerre sul terreno, tra un video Tik-Tok e un’offerta Amazon, dai mille satelliti di Musk che abbracciano il mondo, trovare dicevo, tracce della sua caduta tendenziale del saggio di profitto sulle onde impetuose del debito globale di una Terra divisa in famiglie, governi, imprese e società finanziarie. Impero multinazionale allora era già passato.

Un lavoraccio da risolvere con la matematica quantistica che all’epoca di Marx non c’era. Ecco il tempo reale, il momento che fugge, l’istante che divora il tempo lavoro come un boccone ingurgitato in una frazione di secondo per non tardare l’appuntamento con la diretta, ebbene sì uno scintillante scontro dialettico su David Foster Wallace che “o piace troppo o non piace per nulla”.

POST di Gian Paolo Serino

POST di Angelo Cennamo

Sono a metà di Infinite Jest e mo’ che faccio? Ovviamente arrivare fino in fondo e leggere il resto della sua enorme produzione; tra qualche anno dovrò pure dimostrare che chi non ha mai giocato a tennis, borghese o proletario fa lo stesso, non può sapere la differenza tra rimettere una palla in campo e sfidare la geometria del campo osando un punto vincente, un colpo imprendibile cui l’avversario può solo inchinare la testa e applaudire in segno d’ammirazione.

Meravigliosa partita dialettica, tutt’altro che materialista, anzi pura essenza di gusto soggettivo radicato nelle conoscenze personali. Sì, mirabile scontro tra personalità elitarie che rendono degno il genere umano. Sì, perché è possibile che domani mattina META fallisce, muore Facebook e questa partita per me memorabile tra Gian Paolo e Angelo sparisce dalla mia memoria, come un singhiozzo strozzato in gola.

Cosa c’entra Marx? Marx c’entra sempre: chi lo studia vince! Sembra assurdo nel XXI secolo, eppure è così, a massimizzare il pluslavoro regalato al capitalismo è il lavoratore stesso capace di lavorare a perdere, a consumarsi fino all’indecenza, fino a morire. Perché? Ringrazio Giorgio per il suo “telegram”, e beh, ha citato un grande scrittore con un passo di cui non avevo più memoria:

“Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho i bambini che han fame! io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste, i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, e io non chiedo altro. E questo, per taluno, è un bene, perché fa calar le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù”. – John Steinbeck – Furore – 1939

David
David

NOIR IN ABITO DA SERA

11 racconti noir a cura di Dario Brunetti, 2022 Damster Edizioni

Sul viso poco trucco.

– La conosci?

– Chi?

– La rossa.

Undici donne insieme, undici come in una squadra di calcio, non per competere ma unite a sgretolare il muro dell’indifferenza, a colpi di penna con scritture che devastano, sì, perché questi undici racconti noir, eleganti e raffinati, viscerali, alcuni stupefacenti, mozzano il fiato per quanto sono potenti. Si dirà che sono il genere letterario e i temi trattati a catturare l’attenzione: è vero ma solo in parte perché da soli non spiegano la bellezza corale di questa raccolta. L’insieme delle protagoniste riempie uno spazio rappresentativo dell’universo donna dentro storie di tormento, cioè in quella dimensione esplosiva della ragione sottomessa alla passione. Nella decisa differenza di stile di ogni autrice trionfa la policromia di scritture che rendono visioni di donna diverse e magnetiche come luce tra le facce di uno stesso diamante. Chicca, Francesca, Giada, Letizia, Lorena, Luana, Marzia, Mimma, Paola, Piera e Serena, raccontano sconfitte e vittorie, vendette e rivincite, la forza e la bellezza della donna. Sono undici scrittrici unite contro la violenza sulle donne con un atto concreto a sostenere un’associazione come SOS DONNA. Questa raccolta merita la lettura perché i racconti sono belli, con delle eccellenze da brividi tutte da scoprire e, merita l’acquisto, perché è un gesto pragmatico di solidarietà alle donne che hanno bisogno di essere liberate dall’orco che le distrugge prima che sia troppo tardi.

Francesca Bertuzzi con “Lenta cottura”

Piera Carlomagno con “Argia”

Mimma Leone con “L’assistente”

Lorena Lusetti con “Ossessione mortale”

Chicca Maralfa con “La suora e il talebano”

Marzia Musneci con “Pietre e polvere”

Giada Trebeschi con “La mano di corso Oporto”

Luana Troncanetti con “L’ora del thè”

Paola Varelli con “La festa del sole”

Serena Venditto con “Fiori d’arancio”

Letizia Vicidomini con “Seta blu”

“In piedi davanti a una donna” dal CHISCIOTTE di Il Teatro di Ipazia

In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.
E se ancora non vi bastasse,
alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
perché lei la sa vedere
perché lei sa farla cantare.
In piedi, sempre in piedi,
quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
quando lei vi accarezza una lacrima,
come se foste suo figlio!
Quando se ne sta zitta
nasconde nel suo dolore
la sua voglia terribile di volare.
Non cercate di consolarla
quando tutto crolla attorno a lei.
No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
che il mondo torni tranquillo a girare
e allora vedrete che sarà lei la prima
ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
innalzandovi verso il cielo
verso quel cielo immenso
a cui appartiene la sua anima
e dal quale voi non la strapperete mai
per questo in piedi
in piedi
davanti a una donna.

dallo spettacolo “Chisciotte”” da Miguel de Cervantes, andato in scena al Teatro Camploy di Verona il 7 e 8 Gennaio 2017, per la regia di William Jean Bertozzo. Con William Jean Bertozzo (Chisciotte) Paolo Bertagnoli (Sancho e chitarra) Con Nica Picciariello (Dulcinea) Flavio Malvezzi (Chitarra) Alessio Bellamoli (Tecnico Audio/Luci)

fonte: https://www.donnad.it/da-realizzare/racconti-di-donne/notizie-d/in-piedi-signori-davanti-a-una-donna-la-poesia-e-davvero

A SALERNO di Corrado De Rosa

PSICOLOGIA INSOLITA DI UNA CITTÀ SOSPESA

2022, Giulio Perrone Editore

La verità è che la verità è realmente verità fino a quando non incontri un tifoso della Salernitana che nel tempo libero è psichiatra. Fino a quando nei “Ringraziamenti” a pag. 279 ti dice che il suo libro su Salerno è incompleto, parziale, fazioso, omissivo. Perché la sua, la mia, la nostra Salerno è “materia viva”, troppo piccola per essere metropoli e troppo grande per essere un paese, troppo antica per essere moderna e troppo avanti per essere vecchia. La verità quindi è che Salerno è sospesa in quanto galleggia come piena dimostrazione del principio di Archimede: quanto più è pesante, greve e criminale è la forza che la spinge in fondo, tanto forte, uguale e contraria, è la bellezza e la genialità che la tiene a galla nel mare millenario della sua storia.

Un lettore abbastanza ignorante come me non dovrebbe osare commentare un libro così tanto “intellettuale” ma sono un salernitano testimone egocentrico, mio malgrado, di quella “espressione di un’emotività profonda” come ci dipinge l’autore a pag. 84 con un tocco di elegante raffinatezza citando il poeta Gatto e subito dopo con una mazzata terribile tra capo e collo, definendo la nostra “cazzimma” differenziandola però, da quella napoletana. La clava dialettica con cui bastona e assolve e poi ci fa guerrieri, bisogna leggerla e sentirsela addosso come un’adulazione tenera quasi materna, forse carezza fraterna o meglio come una necessaria cinghiata paterna. A tratti la sua penna diventa un bisturi preciso che tocca senza tagliare, nervi che fanno schizzare le endorfine alle stelle, dipende dalla pagina o dal capitolo; a tratti il medico che ti scava dentro lo senti entrare nel cervello perché è bravo, ci ha studiato e ci conosce molto bene, psicosomatici felici di salernitanità.

Forse la ruvidità del salernitano sta proprio in questo suo trovarsi in mezzo, fra monti e mari. In quella che Gatto chiama “montuosità marina” della città. Che non è la rigidità del montanaro o l’uomo di mare che non si fida delle onde. È un approccio esistenziale ermetico. L’ermetismo è sintesi, è una poesia più complessa di quanto non possa apparire a un primo esame. Ma quella sintesi è anche l’espressione di un’emotività profonda.

La verità è che questo testo, fosse anche un solo e grande respiro, è un libro necessario e imprescindibile per chi ama o odia Salerno, è un tributo appassionato, anche cinico, anche dissacrante, autoironico e anche commovente, anche serio, molto divertente, irriverente, ovviamente devoto, brillante, sagace, pagano e religioso, struggente, onestamente provvisorio, malizioso e burlone… Insomma impreteribile!

Agli indifferenti di e per Salerno auguro una gramsciana vergogna perpetua come stigmate indelebile di dolore e sensi di colpa. Conoscere Salerno e i salernitani con questo testo diventa indispensabile per misurare la dimensione antropologica dell’appartenenza alla propria città. A proposito, quì si continua a costruire, in pochi mesi molti altri grattaceli stanno scalando il cielo nei pressi dello stadio e del porto d’Arechi, roba di lusso (perché a Salerno 15 piani hanno la stessa pretesa dei 100 dell’Empire State Building di New York) anche se all’anagrafe comunale pare che il numero di iscritti sia in continuo e drammatico calo: sono i misteri del complicato pensiero urbanistico che non riesce a trovare una sistemazione definitiva al Museo dello Sbarco noto come missione Avalanche che insieme allo Sbarco in Normandia, a detta di Ronald Reagan, sono le due operazioni che hanno fatto trionfare in Europa la democrazia occidentale, pag. 198.

La fine del 2022 le Luci d’Artista ci sono ma Salerno sarà ricordata anche per l’assenza dei pinguini sul lungomare, forse perché è in corso il cambiamento climatico o forse per colpa della guerra; io penso che l’amministrazione comunale abbia letto il capitolo La solitudine del pinguino a pag. 155, decidendo quindi di liberarli dalla prigionia sugli scogli di fronte al bar Nettuno.

Dovrei giustificare gli aggettivi, pare che non se ne debba abusare un po’ come lo zucchero per i diabetici, dico solo che ci sono pagine in A SALERNO di Corrado De Rosa, testimonianze d’amore, di sapienza e conoscenza, da Alfonso Gatto al Siberiano, che al solo pensiero di quanto letto, mi fanno desiderare le lacrime nella pioggia di Blade Runner, perché così sono le vere lacrime di ammirazione: febbre immortale.

stadio

Foto di Salvatore Fazzari

“Quindi, non avendo mai frequentato la curva da ultras, non avevo capito l’importanza del Siberiano.” L’ho capita quando è morto.
[…]
Una volta lo sentii rispondere alla domanda di un giornalista: «Che ne pensi di questa sconfitta?». Lui lo guardò di taglio, con gli occhi che gli avevano dato il soprannome: «Noi vinciamo anche quando perdiamo».
Non so cosa significasse quella risposta ma la trovai, la trovo tutt’ora, meravigliosa.”

Questa PSICOLOGIA INSOLITA DI UNA CITTA’ SOSPESA è un testo intriso di passioni e vertigini di una città, indecisa cronica, che hai i suoi tempi, senza fretta, vive e si trasforma, invidiata da chi non la abita, e noi non ne siamo mai contenti ma a lasciarla non se ne parla e se partiamo, al ritorno ci sembra ancora più bella.

Le pagine scorrono via che è un piacere. Dopo aver letto L’UOMO CHE DORME non avevo dubbi, sapevo di fare un buon affare: euro spesi bene, molto bene, veramente grazie Doc!

Piens? Ma a che piens? Io racconto così chi s’è visto s’è visto.

Sala Abbagnano

Io con l’Eduardo che lavora in una cartoleria di via Fieravecchia (pag.224) ci sono cresciuto, giocavamo a pallone nel nostro vicolo dall’alba al tramonto, abitavamo nello stesso palazzotto a Torrione, il quartiere sotto Torrione Alto che sta sotto Sala Abbagnano. Sotto, più sotto, under low profile: il destino dei semplici è godere al livello zero, quello del mare. Un ricordo struggente ci lega per sempre: io terzino e lui mediano di quelli eterni come Ringhio Gattuso, vincemmo insieme un torneo memorabile sul ruvido parcheggio di cemento della fabbrichetta abbandonata.

E chi se lo scorda il nostro KGT vittorioso là dove don Mario del circolo di via XX Settembre, organizzava tornei di pallone a Torrione, con porte “vere” di legno e reti di spago che venivano montate e smontate ad ogni partita. Anche dal centro storico partivano squadre che venivano a giocare a Torrione. Tornei veri, cattivi, fino all’ultimo sangue, quello che usciva a fiotti perché su quel campo ti stracciavi e le ferite bruciavano come ustioni di terzo grado. Che nostalgia pensare che all’epoca, in quella fabbrica D’Elia, dove profilavano il ferro a freddo producendo tubi e lamiere esportate in Russia, la Befana distribuiva giocattoli ai figli degli operai. In quella fabbrica lavorava il mio papà, fu poi abbandonata come già la vecchia Latteria sotto casa e il mostro sostituito dal Grand Hotel sul lungomare dei poveri come lo ha definito un De Silva, là dove prima la città non c’era, ma solo agrumeti e terra coltivata, raccontava papà.

Guidati da Adriano classe ’62, un numero 10 scuro e forte come Pelè, noi i ragazzi di Via Giovanni Andrea Aurofino, in finale battemmo il Real Torrione 6 a 2. Un risultato tennistico ai tempi in cui Adriano Panatta batteva Björn Borg, la TV era rigorosamente in bianco & nero e le dirette di Bisteccone Galeazzi dalla televisione ti facevano respirare la terra rossa del Foro Italico.

Poi, non tutti si possono vantare di avere una moglie del centro storico con un’esperienza infantile avuta con un perturbante” (pag. 203) come Spic & Span a via Fusandola alla fine degli anni ’70, quindi io commento, così chi s’è visto s’è visto perché, mancanze a parte (concittadini unici come Stellina, Lalla, Rocchino, Peppeniello a femminella, Cirillo e Jolly, etc…), questo libro è già una pietra miliare ai bordi della strada che mi porta a capire il senso di come stare al mondo e in modo particolare in questa bella e maledetta città: Salerno.

Copertina interna del libro 'A Salerno' di Corrado De Rosa, con dedica autografa, datata 11/5/23, su sfondo di una scrivania con un computer tastiera e un logo editoriale di Giulio Perrone Editore.

IL FIORE DI MINERVA di Carmine Mari

2022, Marlin EDITORE

L’insostenibile desiderio alla disconnessione credo sia una delle mie personali risposte immunitarie che mi salveranno dall’affogare nella melma connettiva di questo XXI secolo, epoca tanto malata quanto ricca di bisogni antichi ma eterni.

La cura, o meglio la fuga dal virus nocivo della stressante frenesia moderna, è il romanzo, uno meraviglioso come IL FIORE DI MINERVA, per esempio.

Questa lettura è stata per me una violenta terapia d’urto, benefica e deliziosa, sorprendente nonostante quello che potevo aspettarmi dopo aver goduto dell maestria dell’autore nel romanzo precedente, Hotel d’Angleterre.

La scrittura minuziosa, erudita ma leggera, aulica ma a tratti travolgente nell’azione e, capace di emozionare, ne fanno un toccasana senza tempo, per ogni stagione, per ogni malanno dell’anima.

Romanzo storico? È una categoria forse troppo limitante per questa magnifica storia, che oltre ad essere l’ennesimo tributo ad una città troppo spesso sminuita e cannibale di sé stessa, ha il respiro della magia e della scienza umana che sperimenta e costruisce intrugli miracolosi. Con gli eventi, gli intrecci mirabolanti, e personaggi più vivi di quelli che ci circondano ogni giorno per strada, al lavoro, in TV e sui social, l’autore sembra essere diventato lui stesso la speziale che racconta, alla ricerca di quella verità superiore, distillata ad ogni fremito del pensiero, verità recondita ai desideri più materiali e tormentati dell’animo umano, quella verità madre di bellezza e amore, la verità che trionfa sulle miserie e le violenze dell’uomo, la verità che si fa giustizia umana, terrena.

Questo romanzo è una pozione magica, è un concentrato di ingredienti antichi ma eterni, sostanze che rendono significativa l’esistenza di ognuno. Questo romanzo, come dicevo è un toccasana, ma non è solo un prodotto definito, contiene la ricerca e la spiegazione, le domande e le risposte, più di una ricetta da provare, ha in sé la mirabile capacità di trascinare il lettore con coinvolgimento crescente al desiderio di distruggere il male dentro e fuori di sé. La denuncia della violenza sulle bambine e il conseguente obbligo alla prostituzione, allora come oggi, insieme alla sottomissione della donna all’uomo, sono aberranti e purtroppo fatti che ci fanno pensare a come il male si riproduca senza freni, secolo dopo secolo, a come quest’epoca sia ancora tanto medioevale, altro che moderna.

Devo dire che alle tante brutture raccontate, tanto indispensabili e vere come le ossa del nostro scheletro che ci sorregge, a trionfare sono l’immensità della poesia e la bellezza tutt’altro che esteriore che mi è permeata nel profondo, con tutta l’intensità della carne dei muscoli e dei nervi di cui siamo fatti.

IL FIORE DI MINERVA è viaggio nell’essenza umana tanto vasta quanto terribile, tanto intricata quanto meravigliosa, è una settimana del 1551, un attimo nella storia, un momento di conoscenza approfondita, senza confini di spazio e di tempo, fatto di brividi che scuotono, di carezze che ammaliano, di Héctor e di Costanza, personaggi eterni di passione, riscatto e sogno.

«Certe cose sfuggono, quando non si sa cosa cercare.»

«E ora lo sapete?»

«Sì.»

PRIGIONE

Cara amica mia ti scrivo perché non so parlarti. Quello che dico è altro da quello che vorrei farti sentire. Già è vero, sai ascoltare e mi conforti sempre: le tue parole sono panna sul mio cuore e vorrei per sempre nutrirmi di tanta dolcezza, vorrei allungare i nostri incontri, inchiodare il sole nel cielo affinché mai arrivasse il tramonto sulle nostre giornate passate insieme. Forse meno arduo fermare il tempo, e così l’estasi vibrante nei tuoi occhi diventare la ragione della mia vita.

Non è possibile invece, il silenzio tra noi è assurdo, fragoroso e rumoroso, devastante come la nube tossica di paure che mi paralizzano i pensieri. Non voglio perderti. Non posso perderti eppure sei come una goccia arida che scivola sul vetro di un grattacielo affollato, in allarme senza corrente elettrica di una sera, un esilio di tempesta.

Piove ma vorremmo scappare fuori a bagnarci e vivere, invece chiusi come zombi ammutoliti disperdiamo le nostre energie nello sguardo di una notte nera come la pece, che arriva sempre. Parliamo tanto fino a stordirci, di questo e di quello, di sacrifici e doveri, di progetti e fallimenti, di luoghi sconosciuti e di terre promesse.

Ci piace dissertare su verità e bellezza, di come trovare nel buio i colori delle emozioni ma niente di noi, di come mi trema la carne sotto la pelle immobile e controllata, vestita di niente, all’apparenza fredda e razionale. Così ti vedo ma non voglio perderti. Io non oso e nemmeno tu ne hai il coraggio, questo lo sento, forse l’immagino per sperare ancora, per godere del silenzio tra noi che ci tiene uniti.

È la prigione che vogliamo? Impazzire sarebbe evadere e correre mano nella mano, impazzire sarebbe perderti e non incontrarti più. Impazzire è pensarti lontana mentre perdo le tue parole sagge piene di accortezze gentili.

La tua voce è rovente e mi ascolti mentre non so dirti quello che vorrei.

Asserragliati nelle trincee del nostro ultimo scontro ci stiamo distruggendo.

Indisponibili alla resa lottiamo senza tregua, il silenzio che vince.

man holding his head while reading a letter
Photo by Ron Lach on Pexels.com

hands of a person with tattoo hanging from steel bars
Photo by RODNAE Productions on Pexels.com
lamp on deck behind bars
Photo by Ron Lach on Pexels.com
grey steel grill
Photo by Cameron Casey on Pexels.com

CASA

Dal 24 novembre in poi le abitudini cambiarono per tanta gente e per tanta altra gente no. Che ne sai della gente quando sei piccolo, abituato in una città piccola, al tuo vicolo piccolo, alla tua scuola piccola, ai tuoi amici piccoli anche loro. Invece tutto intorno vedi grande, il mare, la campagna e le montagne lontano, gli adulti, grandi anche loro. Che ne sai di quello che succede, quando all’improvviso il mondo cambia intorno a te e la normalità diventa un ricordo, un desiderio di quello che ti manca perché in fondo era un’abitudine che ti piaceva.

Il bagno nella vasca, le paparelle e le carezze di mammà. Il latte, i biscotti, la cartella arancione enorme e quasi vuota, piena di emozioni che raccontavi a papà che sera dopo sera ti insegnava a leggere perché ci teneva che suo figlio non finisse stracciato dalla fatica nei campi o nella fabbrica. Lo hai capito dopo come fosse già devastato dentro, dall’amianto e dalla vergogna.

L’inverno quello freddo ancora non c’era dalle mie parti. Tutto era normale come la guerra per strada tra clandestini e militari, come la culla di parole complicate diffuse dal velenoso tubo catodico della TV, e nel toccarla il friccicore sul ditino ti piaceva, non come la scottatura sul forno pieno di torta della nonna.

Che ne potevi sapere di quella moderna tangenziale in costruzione di fianco al grande ospedale di San Leonardo già finito ma ancora chiuso? La paura della morte e il terrore degli adulti li scopri all’improvviso nell’uragano di tormento che li fa impazzire e tu allora ti senti ancora più piccolo e ti accucci nel silenzio sul sedile sdrucito dell’auto, sotto la coperta.

Tornando dal paese dopo la raccolta delle olive, incontrammo tante case scassate, la nostra ancora in piedi per fortuna. Prendemmo poche cose e dalla notte del 24 novembre 1980 dormimmo nella Renault rossa, parcheggiati in fila indiana sulla superstrada, così la chiamava papà. Solo pochi giorni per fortuna, quella negata ai profughi senza casa dove tornare.

da un esercizio del gruppo FB SESE (scrittori e scrittrici emergenti)

city landscape people street
Photo by ahmet özcan on Pexels.com

Un viaggio nella Salerno degli anni ’90

EVENTI EMOZIONI RACCONTI di Alfonso Angrisani

Da dove inizio? Dai ricordi, dalla nostalgia, dalla cronaca storica, dalle foto o dalle visioni della memoria? Salerno cos’è? Salerno dov’era? Dove va? E tutti noi insieme e presi uno ad uno, cosa possiamo desiderarne oggi? E domani?

Inizio dalla prefazione e dalla premessa, ovviamente.

Urca, la prefazione di Pignataro è un innesco sopraffino. Stefano con la sociologia di Franco Ferrarotti ci spiega come si smarrisce l’origine e l’esistenza collettiva se perdiamo la memoria di quello che siamo stati: perché noi siamo quello che siamo stati. Ci avverte, io direi ci esorta, a farne tesoro, a custodire e tramandare, discuterne insomma, perché l’alternativa è ritrovarsi in scenari cupi se non drammatici.

La guerra, le discriminazioni, le povertà diffuse, l’arroganza del profitto se non le sue infami forme criminali, la volontà di potenza che ripropone la cancellazione culturale di storia e popoli, ne sono purtroppo la prova più evidente: l’oggi è drammatico ma l’ardore intellettuale di Stefano mi rincuora perché io ci credo molto a quello che scrive: “La generazione di oggi è la generazione più filmata e fotografata di sempre ed è un vantaggio incalcolabile.” Io aggiungo la più connessa e controllata, quella che se riuscirà a scrollarsi di dosso le visioni arcaiche del passato, il dominio dell’economia sulla politica, per esempio, potrà veramente aiutare la Terra a non sparire dal sistema solare ma a riprodurne l’umanità più serena, quella della condivisione, l’umanità più bella, quella artistica, l’umanità più giusta, quella senza fame né dolore.

La premessa dell’autore è una fotografia del “momento” politico e sociale degli anni ’90, italiano e mondiale, la magia della letteratura è questa: un pugno di parole riassumono un decennio e come un’immagine, un flash, ci restituisce l’attimo che dura anni, che segna le salite e le discese degli avvenimenti e degli uomini e delle donne che l’attraversavano, anonimi e spettacolari, storie diventate Storia. Quello che però voglio sottolineare è questo pugno di parole di Angrisani:

Alcuni giuristi auspicano una svolta federalista mentre gli ordini
professionali e le imprese chiedono una pubblica amministrazione più veloce più efficace e soprattutto meno burocrazia.
Si discute di una riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere con processi più celeri
.

Beh, trent’anni sono passati, oggi c’è l’ennesimo governo nuovo: avremmo bisogno di bagnarci nell’acqua pulita di un fiume che scorre, invece sembriamo nuotare sempre nello stesso stagno e quindi stagnare, ancora a desiderare, a pensare come bonificarci la palude che ci tocca abitare.

Questo volume, tra i tanti ha il pregio di fissare nella carta, anche virtuale come l’eternità in questo XXI secolo richiede, una parte di memoria della nostra Salerno, quella legata alla biografia dell’autore e alla sua generazione con il non scontato abbraccio delle generazioni di prima e di dopo. Ci sono simboli e pietre antiche, paesaggi e architettura, perché no, imprese commerciali, arti e artisti, comunicazione, desideri ed emozioni che costituiscono archetipi dell’esistenza umana e geografica di più generazioni. Un insieme illimitato di città, con chi è rimasto e con chi vi ritorna, con chi vi passa e ne racconta la memoria vissuta e tutta ancora da costruire. Nell’immaginarsi il futuro e pensare alle trasformazioni possibili, diventa necessario ritrovarsi in una memoria comune, questo è il viaggio storico proposto dall’autore, un racconto letterario per immagini, volti e luoghi della nostra città: Salerno.

Non voglio svelare niente, ogni lettore troverà le sue, ma una pagina mi ha emozionato moltissimo, sì, molto più di molto: l’altra faccia del Natale.

Mamma e nonna stanno lavando i piatti, papà nonno e gli altri componenti della tavola, parlando di sport e di politica. Zio Alfredo, mi invita a seguirlo per fare una piccola passeggiata almeno fino la stazione vuole digerire, ma soprattutto vuole indicarmi qualcosa.

Decido di accompagnarlo, fuori fa freddo, da lontano si sente qualche botto sparato in lontananza. Mio Zio adesso ha deciso di farmi vedere il vero Natale.
Con passo svelto arriviamo alla stazione di Salerno ed assisto ad una scena, che mi è rimasta impressa, cinque persone, senza fissa dimora, trascorreranno questa Santa notte, tra i cartoni, dormono uno accanto l’ altro, sono tutti uniti e compatti per dividersi i pericoli della notte e per superare il freddo.

Al bar Buco, che si trova nelle adiacenze dello scalo ferroviario, che sta per chiudere, troviamo Mosam un ambulante senegalese, amico di mio zio Alfredo il quale ci racconta con le lacrime agli occhi la tristezza, che vive questa notte, ci racconta che ha pianto tutta la giornata pensando ai cari in Africa, e che lui si trova in Italia per dare un sostentamento ed un futuro migliore alla sua famiglia.

Pensa alla madre, alle serate trascorse nel villaggio, quando era bambino, ai colori e sapori della sua bellissima Terra. Percorrendo la strada di ritorno ci fermiamo in preghiera alla chiesa Santa Maria ad Martyres, sul lungomare di Torrione, grande ed ancora vuota, le luci sono ancora spente e davanti al tabernacolo sentiamo quella carezza che viene da Dio, mentre torniamo a casa, sotto i portici del Vecchio mercato troviamo il Signor Vincenzo, che ci racconta di aver trascorso questo giorno da solo, ha riempito la giornata, bevendo una bottiglia di spumante, mangiando una fetta di panettone, il vuoto della solitudine, lo ha riempito, ascoltando una rubrica radiofonica dedicata alle persone che vivono da sole, ci chiede di pregare per lui, perché solo e depresso, e si sente un essere inutile.

Zio Alfredo, mi ha fatto vedere l’altra faccia del Natale

“Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Questa frase, resa celebre da Carlo Marx con la Critica del programma di Gotha, viene da tanti ragionamenti “elevati”, anche anarchici e ancora più indietro da speculazioni religiose, vedi gli Atti degli apostoli (cfr. At 4, 35), insomma il diavolo e l’acqua santa sono il mio tormento. Questo testo di Alfonso Angrisani, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, sarà motivo di discussione e desiderio di socialità trasversale, necessario, un onore e un privilegio per un agnostico come me.

Inserisco integralmente alcune pagine a me molto care nella loro immanenza nostalgica, è un abuso per cui Alfonso spero non mi porti a risponderne in tribunale

🙂

I lidi, Forte La Carnale e la chiesa Santa Maria ad Martyres, il mio diavolo e la mia acqua santa. La serie A di Delio Rossi, la politica di Salerno, e in ultimo ma non per ultimo, il tributo all’arte immensa della satira nel duo Ciro Girardi e Ivano Montano…

ACQUA

«Ascolta ragazzo, la tua storia è dolorosa, il posto non ti piace, capisco se non vorrai accettare questa sistemazione… Ma dimmi, cosa sai di me?»

«Non mi volevi, questo so!» Rabbia. Delusione.

Lentamente il vecchio avanza strisciando i piedi sul pavimento antico lastricato di lavoro e di storie dimenticate: «Non volevo la loro unione. Di te non sapevo niente, sono scappati da me…»

Mentre mette sul fuoco un tegame nero e un pentolino per l’orzo della colazione, la voce del nonno rimbomba nella cucina contadina, vuota di colori, abbandonata: «Non ho mai saputo niente di te…» Tre uova, un barattolo di zucchero e la bottiglia d’olio osservano la scena dei due che si guardano negli occhi mentre lacrime tristissime riflettono la vampa del legno d’ulivo che arde nel camino. Le mani protese del giovane afferrano il tepore che si diffonde nello stanzone gelido, freddo come la sala mortuaria dell’ospedale dove aveva salutato i corpi dilaniati dei suoi genitori. Il dolore straziante avvicina i due come puntini uniti da una chiazza nera d’inchiostro che macchia improvvisa la pagina bianca di parole tutte da scrivere.

 «Ascolta ragazzo mio, ci sono momenti che cambiano lo stato delle cose, guarda il vapore come galleggia nell’aria, portandosi appresso l’odore dell’orzo…»

«Che vuoi dire nonno?»

«La mia bambina non la volevo dividere con nessuno. Tua madre era troppo giovane ma non mi ero accorto come ormai fosse già unita a tuo padre, nel corpo e nello spirito. Li vedevo lavorare e giocare insieme: per me era troppo presto… Mi sono opposto e l’ho chiusa in casa. Avevo solo lei dopo la morte di tua nonna. Solo lei… Come d’estate è la temperatura a fare la differenza: l’acqua bolle e nelle bolle l’acqua è vapore che vola via. Così sono scappati come vapore, spariti. Ma come l’inverno gela l’aria, anche l’acqua si ferma e diventa ghiaccio: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno sono uniti e sono acqua così è la loro unione, un matrimonio indissolubile, anche nella morte, un amore per sempre.»

ACQUA SIAMO ACQUA

human hand under pouring water
Photo by Farooq Khan on Pexels.com

La notte che ci viene incontro

Romanzo di Claudio Grattacaso, 2017 Manni editori

Ci risiamo, un altro grande romanzo, breve, intenso, appassionante. Dopo aver letto Hello, goodbye di Claudio Grattacaso non ho resistito, dovevo leggerne ancora, altro ancora, e così ho conosciuto Raffaele e la famiglia Cherubini che di questa storia sono l’essenza.

È proprio vero, i romanzi, quelli belli, scritti bene, non scadono, anzi, è a distanza di tempo che dimostrano la loro bontà. Un lustro non è tanto ma con la pandemia e la guerra in Ucraina di oggi che ci soffoca i pensieri, gli anni prima sembrano confusi e indistinti. Ciò che più mi è piaciuto in questa storia è l’introspezione pulsante del protagonista, e con la sua voce l’esplosione del fermento interiore promesso con l’incipit, il prologo, il fuoco.

Non posso né voglio svelare niente, quello che posso dire è che il racconto in prima persona diventa archetipico dell’umanità che ci circonda in tutte le sue forme più aberranti e stereotipate, quelle del potere come quelle delle vite sfibrate, deluse, lacerate. Chi non ha di questi momenti assurdi in cui la voglia più ovvia e convita è schizzare via all’improvviso, scappare, volare fuori, preferire il niente?

Bene, dal fuoco l’incendio, brucia di dolore e di passione questo romanzo, pagina dopo pagina, tocca le corde più oscure dell’animo umano e mi ha messo allo specchio, nella penombra di sentimenti contrastanti: inconfessabili come solo il dolore e la redenzione possono svelare.

Non è l’eroe e nemmeno l’antieroe, forse uso termini a sproposito ma Raffaele Apostolico, filosofo mancato, autista di fiducia, protagonista oscuro e luminoso allo stesso tempo, è uno straordinario affresco tridimensionale della società che viviamo in tutto il suo grigiore corrotto, granuloso, asfissiante e maledetto. Le corde di uno strumento scordato danno suoni fuori scala armonica e così il racconto prende per l’oggettiva crudezza e fastidio, depista la logica cui ognuno soccombe con il senno di poi ma che durante gli eventi ci mettono alla prova giorno dopo giorno, pagina dopo pagina. Se non l’hai letto non sai che ti perdi. Tra le parole anche una canzone mai sentita che parla delle solite cose.

INTERESSI

Mostra interesse. Interessato alla sua vita, ai sui desideri. Così si apre la porta, anche la più chiusa, quella blindata dal sospetto, serrata dalle delusioni, e poi mettici dentro un piede per fermare ogni resistenza alla tua volontà. Entra e sovverti il rapporto di forza con la diffidenza, trasforma le sue paure in un bisogno, l’esigenza che tu sei lì per soddisfare e allora vendi, devasta, vendi l’impossibile: il sogno. Poi con la tua penna preziosa, la firma nel contratto sarà una formalità al tintinnio: un brindisi di nuova amicizia. Mostra interesse e porta a casa la commessa. Mostra interesse: quella bugia funziona, funziona sempre ma l’equilibrio è pericoloso come camminare su una corda tesa sull’abisso. Ho fatto palestra e fortuna vendendo armi ai ribelli; l’interesse negli occhi degli oppressi è una scintilla che accende rivoluzioni. Con l’interesse alle loro proteste ho aperto i cuori di gente che vibravano di passione. In quella settimana tremenda, ho amato una donna bellissima, danzato con lei canti tribali e alla luce d’avorio di luna piena, succhiato l’anima da pelle nera lucente, alla mia guerrigliera affamata di sesso e di vittoria. Mi scrive ancora nostro figlio sopravvissuto alla strage, è in salvo in un collegio costoso nella capitale. È sopravvissuto alla guerra e a sua madre, guerriera nella giungla che adesso non c’è più. Poi ho fatto tanti soldi vendendo armi al governo che ha massacrato i ribelli mostrando interesse per la ragione di stato, per l’ordine e il controllo come sottomissione al paese produttore di armi, sporche del sangue di soldati bambini pieni di veleno. Ho portato a casa commesse milionarie mostrando interesse per la guerra, quella giusta dei potenti, i vittoriosi. Mio figlio ancora non sa delle mie bugie e mi scrive ancora, ha la pelle mulatta di un amore corrotto dal sogno di libertà. Aspetto che si faccia grande e che mi sgozzi con le sue mani innocenti per morire mai assolto da quel mio tradimento crudele, l’infame bugia a sua madre morta ribelle. È la fine che merito in questa giungla di vita diventata deserto.

ALBERTO

La solita vita. Grigia. Anonima. Necessaria. Né veloce né lenta ma costante. Programmata in un loop senza uscita, definita, codificata, censita e trascritta. Fino a quel giorno nessuno poteva immaginarsi altro perché nessuno sapeva.

Non vai in Svizzera per cambiare vita, ci vai per la tranquillità, per l’equidistanza dalle parti in conflitto. La sicurezza. La neutralità. Devi campare tu e la tua famiglia e di te, quell’impiego, grigio, anonimo, tranquillo, necessario, di te aveva bisogno.

Così Alberto fu assunto e per anni lavorò in quell’ufficio grigio. Rigoroso, preciso, puntuale, metodico, un impiegato modello, questo era Alberto e per questo piaceva al capo, e per questo fu assunto e vi lavorò per anni, nell’ombra e nella luce di una normalità quieta, una vita ordinaria, anonima, ma solo fino a quel momento quando tutto cambiò nei giorni delle rivoluzioni che agitavano i popoli della vecchia Europa.

Se l’innesco di un incendio può avere sempre una spiegazione, l’evento che ne consegue ha vastità che la ragione deve al divino, all’ignoto, alla definizione dell’imponderabile consistenza della materia che alimenta le fiamme.

Caso o volontà divina, quel giorno l’intuizione scosse la solita vita dell’impiegato, e non fu rabbia o collera, furono i colori rifratti nel muro di polvere illuminato dal sole che entrava da una vecchia finestra di quell’ufficio anonimo, ordinato e straboccante di idee e brevetti, fu l’immaginazione a cavalcare la luce, a vedere nella materia l’energia che muove l’universo, ad attraversare il muro del tempo dissolto con il paradosso dei fratelli gemelli secondo cui uno invecchia mentre l’altro che viaggia alla velocità della luce resta giovane.

Alberto ragionava come l’uomo sa fare con schemi del passato, ma tuttavia pensava fuori recinti razionali di gabbie scontate: forse è questo l’ovvio spazio infinito di una mente libera?

Una scintilla mette in moto una macchina, una scintilla innesca un incendio, l’intuizione quel giorno fu la scintilla che cambiò la storia del mondo, e così aggiunse a mano una nota al lavoro che nessuno conosceva: l’Energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. E=mc2

dal mio esercizio/contest nel gruppo FB #sese20righe_intuizione

INTRIGO A ISCHIA di Piera Carlomagno

2017, Centauria Milano

Una delizia. Lo devo scrivere: questo intrigo è un romanzo delizioso. Provo a spiegartene il perché? Beh sì mio caro Diario, altrimenti che autocoscienza saresti?

copertina

Le vicende umane che si intrecciano nella trama sono come cupole soffici di pan di spagna, hai presente la consistenza di un dolce strutturato? Una delizia lo è. Poi, dentro lo spazio esistenziale dei personaggi ci sono cuori farciti come in un mix di crema pasticcera, e di agrumi diversi tra loro, con punte di dolce e di aspro come la granulosità dei sentimenti e il sapore delle passioni più intense. Una delizia quindi, ma non è finita perché l’insieme è bagnato da un calore alcolico e profumato come quello di un limoncello, un liquore mai uguale che scalda le personalità rappresentative della commedia dell’arte napoletana. La scrittrice rincorre le maschere eterne della vita e le supera con l’efficacia di un racconto perennemente in equilibrio tra la classicità del passato e la modernità del presente.

Allora, per rendere credibile questo commento ricomincio dal principio, perché l’inizio dell’intrigo è una delicata glassa profumata che l’avvolge, che sa di Napoli e delle sue isole immortali, Ischia tra queste. I luoghi, le tradizioni, la cronaca e le discendenze umane, si attorcigliano prima e si sciolgono dopo, come quando il palato incontra la pasta raffaioli non un semplice pan di spagna. Quindi per chiudere il discorso, se il dolce chiamato delizia è una poesia per le papille gustative, così la lettura di questa storia napoletana mi ha portato in estasi la mente, cullata dalle pagine ordinate in un romanzo delizioso, appunto.

“La vita prosegue tra inquietudine e illusione, facendo perdere sempre di più la distanza dalla realtà, finché se ne è posseduti.”

Dal “prezioso kefir messo a fermentare” alle viscere di Napoli, INTRIGO A ISCHIA è un giallo delizioso, intrigato, intrigante… oh che darei per vedere recitate sullo schermo le battute di donna Flora e quelle della Polizia che indaga sui fantasmi incalzati da una brillante, mai doma giornalista, Annaluce, e poi Patrizia, Bianca… donne, donne, tante donne… Non credo sia banale, penso sia stato detto mille e mille volte e quindi lo scrivo: l’intrigo è donna e più se ne legge e più se ne desidera…

La dolce astrazione che ho raggiunto con questo romanzo, a parte l’innalzamento della glicemia di cui dovrò discutere con la mia dietologa, è andata dove solo la bella letteratura può andare: con la giusta dose di misteri e di colpi di scena infarciti di momenti divertenti, sensuali e anche di spettacolare normalità, il giallo non si risolve facilmente anzi, la complessità e la tensione degli eventi ne fanno una delizia tutta da scoprire.

Non parlava, non piangeva, non ricordava niente. Aveva riposto la sua vita passata come in un cassetto di biancheria mai usata, rigida e ingiallita. Monosillabi, movimenti della testa, lo sguardo a terra e solo ogni tanto un segno di ribellione: «Basta, iatevenne mo’»

copertina

PRESCRIZIONE

Ti parlo e non mi ascolti come fanno tutti del resto. Ti guardo e non mi guardi come fanno i distratti o gli spocchiosi aperti solo su sé stessi. Già, l’apertura mentale sull’ombelico mi sembra un buon tema di ricerca, un progetto di sopravvivenza, ma nemmeno lo consideri. A sentirlo cantare l’ombelico del mondo viene voglia di ballare ma poi? L’idea del centro, la viltà degli affari, il piacere dell’élite a gustarsi l’agio e la bellezza pagata con il sangue degli ultimi, e penultimi, quelli prima degli ultimi, e fantasmi, e a ballarci sopra con la polvere di ossa spaccate che si alza come nebbia artificiale a nascondere l’atrocità dei servi. Stanno tutti bene quelli che vedi, tutti comodi quelli che senti, occupati e frenetici quelli che ti circondano. È un continuo imbroglio, da millenni, la pietà. Ti parlo, non mi ascolti e fai bene, non hai bisogno di me, l’ho capito ma sono io ad avere bisogno di me. Non ti permetto più di farmi male, desidero la tua indifferenza, invece mi attacchi e contesti le mie idee, i miei pensieri fermentano come veleno nelle tue parole, mi attacchi e mi distruggi. Italo

«Grazie Caterina, il tuo caffè risuscita… oggi è una bella giornata, vero?» la guarda posando la penna.

«Si dottore, non fa caldo, non fa freddo e il giardino è in fiore…» e lo dice canticchiando mentre appoggia con delicatezza il vassoio dorato sull’imponente scrivania di noce, tra carte e libri, aperti e chiusi, nell’unico spazio libero da parole scritte.

«Grazie Caterina, le adulazioni mi commuovono, dalle tue labbra risuonano con l’armonia dell’innocenza… lo sai vero che hai il nome di una regina?»

«Sì dottore, me lo dite in continuazione, serve altro?»

«Dimmi la signora dorme?»

«Certo, doppia dose di sonnifero come lei ha prescritto.»

«Bene, oggi rossetto vermiglio. La svegli alle diciassette con un bacio in fronte e gli dai questa lettera insieme al suo cioccolatino preferito, allo specchio comincerà ad urlare e tu sarai pronta con le solite benzodiazepine…»

dal contest sese20R  del gruppo FB Scrittori e Scrittici Emergenti con tema “te lo dovevo dire” e limite 2000 battute

TORMENTI

Camminava da ore sulla strada bagnata da tormenti. Le gocce di pioggia fine fine come spilli gli pungevano la faccia e rendevano pesante metro dopo metro il giaccone di lana, quello blu, preso al volo per uscire immediatamente a cercarla. Con lo sguardo alto sulla folla, dentro la folla, oltre la folla di gente che non sapeva, non poteva sapere e al più non poteva che fregarsene. Il cellulare spento e niente messaggi sul tavolo o sotto la calamita sul loro frigo da oltre vent’anni, scelto insieme tra mille.

Al mattino, prima di andare, aveva intuito che quell’ultima notte insieme poteva essere l’ultima per sempre. Poi i doveri e il lavoro l’avevano distratto ma tornato a casa, l’intuizione era diventata realtà: lei non c’era, il suo cellulare spento, abbandonato in camera da letto.

Camminava e il tormento della strada affollata senza di lei aumentava, l’avrebbe trovata nel loro posto magico, ne era sicuro ma mentre avanzava deciso controllava i volti e gli ombrelli aperti che si urtavano frenetici per tornare a casa come non aveva fatto lei quella sera.

Raggiunse il porto, superò il molo più grande mentre il faro scagliava in lontananza un fascio infinito di luce nel buio del mare, buio come il suo timore, agitato come il suo tormento. Arrivò allo scoglio dove con gli amici e don Tonino s’erano giurati amore eterno, sposati, dove il loro primo bacio anni e anni prima fu il battesimo di una relazione immortale.

Lui si era umiliato, si era annullato, non esisteva che lei e per lei avrebbe dato la vita. Ad ogni crisi per ore su quello scoglio abbracciato dal mare aperto, tornavano uniti e si giuravano di non lasciarsi mai. Gli schizzi di un’onda gigante rimbalzarono sul muro di pioggia diventata battente ma lui avanzò ancora.

Lei non c’era. Si arrese immobile all’evidenza mentre un’altra onda alta dieci metri, improvvisa, lo affogò per sempre.

Anche lei tornò su quel masso di cemento a cercare lui, ci tornò con il bel tempo, serena. 

racconto 2000 battute proposto al contest #sese20righe_lamorteèdonna del gruppo FB Scrittori E Scrittrici Emergenti

LA SCELTA

«Che mi dici di quei segni ai polsi, sul braccio e sul collo?»

«Cime, corde marinare come quelle che tendono le vele» il tono deciso non ammette repliche, conosce bene il mare, lui il male, lei la scienza. Con lei sarebbe andato ovunque, ma a veleggiare come voleva lei mai, non aveva paura del mare, aveva paura di quanto lei gli piacesse, aveva paura di annegare dentro di lei, di affogare ancora una volta nell’amore.

«Strangolata?» le chiede con distacco ma la tensione sporca la voce, e lei lo sa, fino alla soluzione del caso l’empatia con la vittima lo torturerà ogni minuto, lo conosce bene e ha smesso di invitarlo ad uscire, oltre la relazione professionale ne avverte il disagio, il rifiuto, capitolo chiuso.

«È morta nella notte, tra le due e le cinque, credo da almeno dieci ore. Domani dopo l’autopsia ne sapremo di più e sarò più precisa. Adesso vado, qui ho finito. Ascolta, è stata lavata e profumata e poi vestita, non ci sono altre tracce e so cosa stai per chiedermi, no! Niente sesso.»

Si lasciano senza salutarsi, come fanno sempre ormai da mesi. Sono colleghi, oltre il lavoro non si cercano e anche se il desiderio coinvolge entrambi, è un capitolo chiuso.

Il tenebroso Costanzo torna in centrale dove il colpevole si è consegnato e ha confessato. Cambia umore, i colleghi della OMICIDI lo conoscono bene, quando ha tra le mani il responsabile del delitto è un’altra persona, affabile, leggero, torna a scherzare, a essere l’amico che tutti vogliono avere.

«Perché lo hai fatto?»

Per chiudere il caso il poliziotto vuole il movente: quasi con tenerezza prova ad entrare in quello sguardo vitreo che gli da sui nervi, gli afferra le spalle, lo agita con delicatezza, prende tra le mani la faccia dell’uomo assente, e con voce pacata ci riesce, sveglia l’assassino.

«Era troppo pesante commissario, mi schiacciava il cuore, il corpo, la mente, troppo pesante commissario, un fardello troppo pesante, ho scelto la leggerezza.»

Solo per pochi minuti gli occhi criminali si sciolgono come il vetro nelle fornaci di Murano, mentre lacrime roventi gli rigano la faccia, parla di quel famoso romanzo tascabile. Lo ha tirato fuori dal cappotto e glielo porge «Legga le righe che ho segnato, capirà: ho respirato i suoi ultimi sospiri e come l’elio rende un palloncino meno pesante dell’aria, così mi sono sentito leggero, tanto leggero da volare via. La mia scelta non merita attenuanti, lo dica al giudice, tenetemi in gabbia per sempre, legato, io ne voglio ancora…» raffreddato dalla confessione l’uomo diventa muto, dopo un’ultima frase : «Legga solo quello, il resto è una storiella come la mia.»

Uscito dalla stanza gelata di silenzio raggiunge la strada ancora scura e deserta. Il sole appena sorgente dietro i palazzi della città che dorme, gli scalda il cuore, e pensa a quelle belle cosce che lei nasconde come un’arma letale, con un sorriso malandrino stampato in faccia prende il cellulare e chiama il suo medico legale:

«Che vuoi? Non riesci a dormire?»

«No, non voglio dormire, si è costituito e ha confessato, il caso è chiuso»

«E ti pare una buona ragione per svegliarmi? Non potevi aspettare domani…»

«No, non posso… Hai mai letto Kundera? Lo so è l’alba, dimmi solo se posso passare da te…»

“Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza è meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? “Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è il positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa era certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.” Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

… da un esercizio SESE20R di scrittura creativa del gruppo FB Scrittori E Scrittici Esordienti. Il tema proposto era leggerezza.

FERITO A MORTE di Raffaele La Capria

2021, Mondadori, Oscar Moderni CULT

Prefazione di Sandro Veronesi

Allora, e mo’ che scrivo? Solo la prefazione di Sandro Veronesi merita un commento spaziale, nel senso tempo e spazio, oppure spazio e tempo, e non è la stessa cosa. Ma chi è Sandro Veronesi? Grande scrittore leggo, ho visto e amato il film con Nanni Moretti solo attore, CAOS CALMO, regia di Antonello Grimaldi. Questo film è l’adattamento cinematografico del romanzo di Sandro Veronesi, ah rieccolo, e cosa leggo: “Caos Calmo è stato il primo libro multimediale in Italia per la piattaforma iPad, iPod Touch e iPhone. L’App conteneva il libro di Veronesi come piattaforma multimediale dove leggere il romanzo e visionare le clip del film riferibili direttamente al libro.” Che fine hanno fatto i libri multimediali? No mercato no party!

Azz, 2005 e io cosa facevo nel 2005? E chi se ne frega dell’io, Caos calmo è un romanzo dello scrittore pratese Sandro Veronesi, pubblicato nel 2005 dalla Bompiani. Nel 2006 il libro ha vinto il Premio Strega e nel 2008 ha vinto il Premio Mediterraneo per stranieri. Riporto i link tanto per rendere merito alle fonti.

Quindi… dicevo, una prefazione di Sandro Veronesi è un po’ come un vangelo che parla di Gesù, una cosa sacra insomma. Infatti se di giovinezza ferita a morte, si tratta, Veronesi che nel 1995 firma un editoriale sull’Unità dal titolo “Ma smettetela di chiamarci giovani scrittori”, menziona ad uno a uno con l’età tra parentesi, giovani protagonisti di una esperienza intellettuale ineguagliabile, se lo fa dicevo, questa benedetta giovinezza non è forse più sacra di una intera fede religiosa? Altro che spigola di 10 chili che poi li avanti a te, lenta e regale andando con un fucile tra le mani, come cazzo fai a mancarla? La grande occasione mancata, la scena, la bionda coda di cavallo oscillante e gli amici intorno che ridono, t’immagini le facce?

Ma che anni erano? Dalla scelta degli italiani della Repubblica VS Monarchia in poi, che buona parte (tutti?) gli intellettuali dopo la guerra fossero forzatamente comunisti a prescindere, un po’ me ne sto facendo una ragione. Ma che anni erano? Nel 1995, caduto il muro di Berlino, perché quello se lo ricordano tutti ma proprio tutti, stampare un grido intellettuale come editoriale in prima pagina del quotidiano fondato da Antonio Gramsci non sulla giovinezza ma sull’aparthaid degli scrittori in quanto giovani, deve essere stata un momento di passionale scelta redazionale. Mi prude la testa e anche i piedi prudono, e le dita tremano sulla tastiera zozza di cose inutili che sto scrivendo. Sfido io che poi è arrivato Caos calmo, la maturità, il premio strega come a La Capria nel 1961.

Ma che anni erano?

Quelli del romanzo di Raffaele sembrano simili a quelli che stanno vivendo i ragazzi della spiaggia di Odessa, meravigliosa spiaggia in guerra, a rifugiarsi nelle grotte, a fare l’amore, le prime volte. Caro Veronesi ho fatto come hai detto, ho subito riletto il primo capitolo dopo la fine del romanzo e per la verità, sono alla terza rilettura, sai com’è? Già solo prima e terza persona che si intrecciano mi hanno mandato al manicomio, sì, difficile e complicato. Certo che faccio come mi pare, sono un lettore libero io, mica condizionato dalla stampa di regime, libero di capire e scegliermi quello che voglio, e sapendo che insieme la luna e il sole vanno nel cielo di mezzogiorno, che il mare è senza avventura, che il tempo passa e sale con l’acqua sulle mura del palazzo, e un giorno, tra mille e mille anni uguale a questo, oggi è una bella giornata, dirà un raggio sulla parete. «No, non vengo» messaggio non raccolto – Massimo non risponde.

Oggi è S. Matteo, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Matteo Messina Denaro, ma mo’ chi è questo Massimo che non risponde?

Caro mastro Raffaele, dovevi morire per entrare nella mia conoscenza letteraria, ma no diciamo che doveva essere il centesimo anno dalla tua nascita, comunque è come tu hai scritto, i lettori continuano ad arrivare e io tra questi, dovrò scoprire cos’altro hai scritto oltre questo mirabile, complicato, infinito cha-cha-cha, non so niente ma credo che anche tu sia stato un po’ comunista, socialista sicuro, quel lusso, la povertà, non la mancanza di un relativo benessere ma il non avere altra distrazione, nessuno di quei divertimenti e diaframmi che ovattano le esistenze borghesi, niente, nessuna ricchezza che ci separi dal lusso del mondo naturale.

Non ho copiato virgolette e caporali e lo stile delle tue parole così come si leggono sulla carta, chissà a chi stavi mandando messaggi e a chi e cosa menzionavi nella tua lettera ai lettori per il cinquantesimo anniversario di Ferito a morte nel 2011.

Una volta, in fondo a una raffinata caverna, fermo a guardare un cha-cha-cha come la danza rituale di una setta sconosciuta, pensando: come fai a parlare, a stabilire un’intesa con loro, se non conosci il linguaggio, il segreto dei gesti e le movenze?

So com’è ballare un cha-cha-cha con la persona che ami, va beh, lo dico proprio a te?

Ok è tardi e ho anche annoiato troppo, faccio come ho visto fare in alcune recensioni, ecco il tuo incipit, si continuerà a studiare per decenni, spero secoli, passo e chiudo.

La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro – La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev’essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante – luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! – lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.

Impunito? Spero di non essere mai denunciato per questa opera di vaneggiante diffusione di parole e immagini, non è una testata giornalistica, non è niente, non credo ci sia qualcuno che voglia condividere ma nel caso non c’è bisogno di chiedere permessi, come ha scritto Veronesi, facciamo come ci pare 🙂

Ognuno è responsabile delle proprie azioni, a me sembra cosa buona e giusta ma se sbaglio qualcosa, se me lo fate notare vi dovrò un favore, con piacere, un favore.

INCROCI

Sapevi perché eri lì ma non come c’eri finita. Le persone dipendenti smettono all’improvviso di assumerla poi soffrono di una forma perversa di abbandono: lentamente il corpo se ne va. Ricade. Ci provano, ma per ragioni che nessun medico sa spiegare, il cuore non si ripara. Che esiste una categoria di persone senza cuore. Che la delusione non serve. Che non c’è tempo per sentirsi sollevati. Che la preda sei tu e puoi solo scappare. Che la botta bianca di calore chiude gli occhi e spegne il cervello. Che lo stomaco vuoto non fa male quanto un intestino trafitto da spine. Che ti piega in due. Che la testa ricade sull’asfalto insieme al busto. Che struscia sul muro lercio in fondo al vicolo. Che è buio per strada anche di giorno. Che il verme dentro è impossibile da saziare. Che a morire non sei capace e farsi uccidere non paga nessuno. Che non eri sola ma l’ostilità aumentava, ogni volta, alla fine dei perdoni ripartivano i processi. Che ricadono altri e allora ricadi anche tu. Che non c’è tempo per pensare. Che devi agire. Che a lamentarsi sono quelli che non sanno cos’è, sanno perché ma non come ci sei finita. In ospedale. Che ti hanno lasciato sempre sola, dopo. Che adesso ti stanno chiamando mentre sogni un nuovo posto dove vivere. Un colloquio. La selezione. Un lavoro dignitoso. Che stai per entrare. Che questa volta non scappi. Che è reale. “Che più del sessanta per cento di tutti gli arrestati per crimini connessi a droga e alcol dichiara di essere stato oggetto di abusi sessuali da bambini, mentre i due terzi del restante quaranta per cento affermano di non riuscire a ricordare la propria infanzia con sufficiente precisione per dire qualcosa riguardo a eventuali abusi.” Che anche questo hai elaborato. Che è di uno scrittore famoso. Che hai fatto bene a tenerle fuori dal curriculum. Quelle storie. Le verità. Che sembreresti macchiata e questo non aiuta. Sporca e questo non redime. Umiliata e questo non crea empatia. Che stanno chiamando te mentre una mano stringe la tua. Muoviti ti dice e tu lo senti. Lucida. Che a stare fermi si muore. Che eri in coma, ricaduta, quell’ultima volta. Che quella mano ti scuoteva per svegliarti mentre adesso ti accompagna ovunque. Che quel bel medico scontroso ti aveva salvato la vita e fatto di te la sua dipendenza. Che non esiste strada senza incroci. Che se manca la corrente i semafori non hanno luce. Che vai, adesso vai, a testa alta vai. Lo scrittore famoso? Morto suicida. Tu no sei viva e allora goditela, la vita.

manhattan bridge
Photo by Guilherme Rossi on Pexels.com
strada

da un esercizio di scrittura creativa del gruppo FB

Scrittori e Scrittici Emergenti – #sese20righe_strada

Lo scrittore famoso è David Foster Wallace, la citazione è tratta dal suo poderoso Infinite Jest, oltre 1000 pagine pubblicate per la prima volta il primo febbraio 1996.

*****

Salerno, primo febbraio 2026

Un cartello arrugginito con le parole 'MEMORY LAST SOULS' scritto in caratteri grandi.

Onore alla memoria, quale onore alla memoria se non lo sfregio all’insegna scolorita, taroccata con la vernice della vergogna, ristampa commerciale, segnata dalla ferita del rimorso: lasciato solo l’uomo si consuma e diventa cenere, ricordi, carezze, tormento che rivive nella lettura che s’emoziona, in questo deserto di anime belle diventato giungla di anime perse.

Ci salvano gli incroci, la razza bastarda che sopravvive e si adatta, e si riproduce, nelle guerre e nelle torture, fuori dai clan, che si fa carico del meglio e del peggio, senza soma né gloria, di tramandare lampi e tempeste che dalla spirito interiore trascendono verità, vita e sapienza e che il DNA rifiuta, come vomito di purezza, troppo fragile e compromesso, insignificante idea della razza pura, terrorizzata dalla contaminazione di una lettera dentro una parola, di una parola dentro una frase, di un pensiero dentro un ragionamento, e di ragionare ha smesso di celebrare.

Onore alla memoria, quale onore alla memoria se manca, non la pietà che sa di classismo, ma la comunione e la solidarietà tra mortali che sa d’eterno, eterno amore?

Ecco un mio modesto tributo alla ricorrenza dello “scherzo infinito” che di recente ho incrociato, perché l’incrocio è il destino, pochi anni la scoperta di secoli, mentre le parole in croce sollevano la terra ogni giorno nell’infinito scherzo di una vita.

Insegna danneggiata con la parola 'MEMORY' scritta in caratteri grandi e neri, circondata da macchie di vernice colorate su uno sfondo grigio.

pedro & Jest

Manifesto dell'evento 'Infinite Jest 30' dedicato al libro di David Foster Wallace, con dettagli su data, orario e relatori.

FURORE


Furore? È il giorno della rivolta.

Viviamo senza cielo, il nostro sole è il magma bollente, il centro della Terra.

            «Ho una domanda Fidel: ribelli si nasce o si diventa?»

            «Oggi il mare è rosso Ernesto, l’ossigeno non è più una molecola naturale prodotta dai verdi, è chiaro che lo siamo diventati… Ma che ti prende? Ti sembra questo il momento? Concentrati e stai zitto!»

Le ultime dosi di eccitol gli provocano effetti indesiderati. Dubbi incertezze e distrazioni prendono il controllo, tremori, anche adesso. Nelle retrovie, lontano dal fiordo, nella roccia profonda, millenaria, il dottore aveva minimizzato ancora una volta: “Non è niente, stai bene, puoi combattere” aveva detto dopo gli ultimi test d’ammissione.

Riflesse nel visore vede gocce gonfie di sudore rompersi e dalla fronte scendono nel generatore d’aria del casco da combattimento.

Chi non suda non vive, gli insufficienti sono esseri estinti, come tutti i vegetali sulla crosta ormai deserta. Non è una regola o una legge, sono secoli che la vita discrimina: sopravvive solo l’evidenza della riproduzione.

Dai segnali fluorescenti quasi interni alla sua pupilla destra, l’occhio libero di Ernesto, si sposta verso il compagno al suo fianco, immobile come lui, dietro al cannone quantico pronto a fare fuoco.

            «No Fidel, io non credo, la vita si ribella alla morte, ma ne parleremo dopo. Nel gran consiglio della caverna regnante, ti hanno messo in discussione, ti vogliono fuori dal governo. Dovrò difenderti fratello mio ma adesso pensiamo alla missione, ora i nemici sono gli acquatici.»

            «Attento Ernesto, guarda! Le vedi le bolle? Stanno arrivando.»

Mille anni fa l’atmosfera fu violata, cambiò colore, la scienza dei nostri avi smise di funzionare. Ogni previsione fallì. La variante aliena costrinse i sopravvissuti a scappare dall’aria tossica: gli abissi negli oceani o la terra sotto le montagne, non vi fu altra scelta. I ricchi tecnologici s’impadronirono dei mari, ai poveri non restò che scavare. La mutazione anfibia arrivata dopo, oggi li condanna: umani come pesci a respirare l’acqua salata. La genetica li ha resi schiavi di una risorsa evaporata, consumata, il mare è sempre più rosso, stanno soffocando.

            «I bastardi vogliono le nostre gemme di clorofilla, oggi troveranno la morte!»

            «No Fidel, non ci sono masse fredde in movimento, il mio radar è vuoto, non c’è attività sotto la superfice, tu dove le vedi queste bolle?»

I due si guardano perplessi oltre la visione dei livelli vitali fuori scala che nel casco segnalano tensioni fisiche fuori controllo. L’ignoto è una frusta che taglia ogni scudo emozionale, sono allenati e preparati ma la paura rende umano ogni soldato. Non si fidano, altre battaglie sono finite male e questa non sarà l’ultima. La vita si ribella alla morte, questo è sicuro, si nasce ribelli, aveva pensato Ernesto la notte prima di partire, o forse era già giorno, non ricordava bene la sequenza degli eventi ma adesso ha altro per la testa; la sudorazione aumenta come la tensione per la sorte di suo fratello in armi. Il respiro affannoso diventa opprimente scansione del tempo sospeso nel dubbio. Le domande servono ma nel dubbio puoi mai fermare l’azione?

Fuori le bolle adesso sono evidenti, aumentano, si vedono, ma i sensori visivi dell’apparato neuro connesso alla tuta non rilevano movimenti sotto la superfice rossa di questo mare mutante: mai come ora, è la lingua rovente di un diavolo furente che li minaccia fin dentro casa.

“Hanno scelto il fiordo leggendario come è previsto nelle scritture” aveva detto Fidel prendendo il controllo dell’apparato di guerra.

L’invasione è imminente. L’agitazione cresce, rende catatonica l’attesa. Sulle spiagge antiche, la polvere di roccia altissima, a strapiombo da millenni, si è ceramizzata, non esiste più sabbia ma un pavimento rugoso, duro più del vecchio cemento usato nell’antichità. Questo nuovo mondo ci ha tolto l’aria, l’abbraccio, l’incontro delle emozioni umane, intanto bolle sconosciute emergono senza suoni, mute.

Ernesto si rigira imprigionato nella tuta tecnologica che gli stringe ogni muscolo dolorante, è una camicia di forza; anche questo aveva detto al suo dottore.  Si sente affogare di sudore, alza le braccia davanti a sé per pararsi dalla tremenda emersione che li aspetta: «Arrivano!»

E allora? Teso come una corda di una vela piena di vento forte, con uno spasmo faticoso riprende il controllo delle mani, afferra i comandi e spara all’impazzata verso quella minaccia invisibile.

Entra decisa senza bussare. Capelli sciolti, lisci e rossi, tacco nove, tailleur incollato e trucco pesante, striscia i piedi per non farsi sentire nel buio della stanza tanto rovente da fermarle il respiro, conosce la strada e va diritta all’interruttore per aprire la persiana motorizzata.

            “Aria, aria e luce, luce” pensa nel silenzio appena disturbato dal potente motore elettrico che tira su la tapparella d’alluminio verniciato di verde.

Lei, architetto dei vip, sospira languida al primo fascio di sole che illumina il suo cristo umido e velato, atletico campioncino di tuffi e nuoto; accanita nello sguardo sul letto che brilla, indugia sui muscoli e ne ammira una possente erezione, poi grida:

            «Libero alzati. Sei in ritardo!»

Il piccolo si sveglia incazzato nel suo sudore rovente.

            «Cazzo mamma ma perché? Chiudi e vai affanculo!»

Il lenzuolo inzuppato gli attorciglia anche la testa, in un attimo si libera mentre pettorali e bicipiti guizzano luminosi come lampi strobo, scatta come una molla d’acciaio e tira le gambe verso la faccia, si chiude girandosi sul lato verso la porta opposta alla luce, diventa un feto in automatico senza pensare, serrando un cuscino blu mare tra le gambe. La voce cruda del figlio non la ferma. Invadendo lo spazio tra i due, un potente fascio di luce dalla finestra rimbalza da un poster patinato diventato da tempo insopportabile alla donna. L’abbaglio fastidioso le chiude gli occhi e la scuote dal momento di estasi in cui il corpo perfetto del figlio l’aveva rapita.

            «Ancora pensi a quella trecciolina svedese? Alla tua età, tuo padre sul muro teneva appese foto che …»

            «Sì, che incendiavano desideri e urlavano passione, e che palle mamma, sempre la stessa storia, stavo sognando e tu…»

            «Sì amore, immagino cosa stavi sognando, ma non voglio sapere niente, è tardi e devo andare, muoviti, la colazione è pronta!»

            «Sì, appunto, devi andare a fare in culo e rimanerci, chiudi! Ti ho detto chiudiiii!»

Incurante e determinata a portare a termine il solito rituale mattutino, con delicatezza accompagna la super poltrona nera da gaming con la meglio ergonomia di livello professionale disponibile sul mercato, e si sposta dalla finestra girando intorno all’immensa scrivania tecnologica devastata dal disordine. Adesso i tacchi stridono frenetici sul pennellato di Vietri: quel pavimento le era costato un occhio della testa ma ne andava fiera come di quell’essere possente che aveva generato, bello come il sole della sua Costiera. Mentre pensa a quell’assurda fissazione del figlio di tenere spento il condizionatore nelle notti più torride dell’estate, raccoglie un libro volato per terra nello scatto pudico del suo erede solo qualche secondo fa. Tra le mani ne guarda accigliata la copertina colore avana con la foto di due palme sottili, altissime, e una ciminiera sbuffante di una fabbrica sullo sfondo. “Affatto caraibico” pensa leggendone il titolo: “Che” Guevara economista.

            «La devi smettere di prendere i libri di tuo padre dallo scantinato, sono inutili. Come te lo devo dire? Medicina o Architettura, è deciso! Alla meno peggio Ingegneria, ce ne sono tante, che dici? L’aerospaziale per esempio, la Martucci dice che sei sempre con la testa tra le nuvole. Comunque, a questo proposito il nonno ti aspetta. Ha detto che ti deve dare una cosa, si è raccomandato molto. Se non vuoi andare in farmacia vai a casa sua così saluti anche la nonna» e lo dice mentre lo guarda con tenerezza aspettandosi una risposta in sintonia alla sua supplica.

            «La prof non capisce un cazzo, peggio di te!» la voce schiarita del ragazzo accompagna un dito che si alza dal pugno chiuso adagiato sul ginocchio scoperto, è un indice medio, nerboruto e teso verso la faccia di lei.

            «Signorino Orsini lei è un grande cafone, non le consento di maltrattare sua madre in questo modo. Villano e cafone…» stizzita rialza la voce mentre il libro vola nella stanza planando tra l’iMac argento ventiquattro pollici e due pile di DVD che dal tavolo crollano sul pennellato di Vietri con un rumore assordante di plastiche spaccate. 

            «Sei pessima! Smettila, fai solo casini, lasciami dormire in pace, vai via…» e lo dice serafico mentre il dito ribelle rientra nel pugno chiuso afferrando il prezioso lenzuolo bianco ricamato con fiori di seta. Tira un lembo fino a coprirsi la folta criniera rasta, quando decide di stare zitto perché sa che finisce male se dice quello che sta pensando: “Tintura, silicone e tacchi a spillo ti stanno rovinando. Mammina cara, sei ridicola!”

            «Libero alzati. Sei in ritardo. Dai non farti pregare, Gianni ti aspetta all’entrata del Policlinico, è un amico fidato, ti accompagna all’aula dei test d’ammissione. Avevi promesso che ci saresti andato…» dice lei provando una timida carezza ferma in aria a pochi centimetri dal contatto fisico che desidera con tutta sé stessa da troppo tempo.

            «Lo hai sentito, lui che dice?»

            «Tuo padre? Dice che sarà in piazza Plebiscito sotto Palazzo reale per una manifestazione contro la guerra, dice che gli farebbe piacere passare una giornata con te. Puoi raggiungerlo dopo i test all’università, tanto faranno sera, pare organizzino anche un concerto. Però non fare tardi e stai alla larga da quelle sue sciatte compagne di strada!» mitraglia parole senza pause con acuti lancinanti di disprezzo.

            «E il nonno che vuole?»

            «Vuole regalarti un viaggio per la maturità e aiutarti a scegliere, lo conosci è un vecchio saggio evergreen, muore dalla voglia di coccolarti un po’…» dice lei con un tono tornato sinuoso, materno.

L’aria pulita del mattino addolcisce l’animo dei due, i loro pensieri prendono a svolazzare leggeri. La camera passa dal conflitto ad una tregua condizionata.

            «Vai mamma, tranquilla, sto bene.»

Lei si arrende, ammutolita, e strisciando i piedi si avvia verso la porta.

            «Mamma aspetta, ti ricordi quella bella settimana a Positano?»

            «E chi se la scorda, andasti in fissa per i tuffi dalle grandi altezze. Furore, un incubo! Perché me lo chiedi?»

            «Mi prenoti una settimana in quella villa a cinque stelle del tuo amico? Dai, tu fammi questo regalo.»

            «Va bene Libero, ti accontento però tu oggi vai a fare i test d’ammissione a Medicina!» sorride compiaciuta. Uscendo chiude la porta senza fare più rumore.

L’attimo di pace diventa frenesia, il giovane di belle speranze allunga la mano verso il comodino dove afferra l’iPhone antracite e inizia a scrivere:

@GretaThumberg ciao, ti scrivo perché adesso so cosa dobbiamo fare, ti vengo a prendere e ti spiego 🤗 PS 😱 tic tac tic tac… su youtube ho visto Sara la tua agente italiana 🤣 mi è piaciuta molto: “un altro mondo è possibile perché la guerra è fossile, la pace è riciclabile” 👏 non ti muovere, arrivo! 😘

Soddisfatto rimette lo smartphone sul comodino dove nella notte aveva buttato la maglietta e il pantaloncino griffati che indossava la sera prima. Mette a fuoco i colori del suo rifugio e con una capriola fulminea cambia posizione mettendo i piedi al posto della testa. Steso sul letto, finalmente libero e rilassato con il finestrone dell’attico di mamma alle sue spalle, ammira la ragazza illuminata a giorno nel poster gigante che riempie il muro. Chiude gli occhi e si sente abbracciato a Greta, a respirarsi con lei bocca nella bocca. Fusi in un corpo solo si tuffano nel fiordo con tutto il mondo collegato in diretta che li sta osannando. L’attimo di estasi diventa frenesia, una scossa violenta attraversa il corpo incurvandolo verso l’alto, poi ricade in un secondo avvinto senza forze con il cuore che martella pesante nel petto. La frenesia diventata amplesso si placa nella pace dei sensi, gira il collo dietro la spalla aprendo gli occhi verso il blu che lo guarda dall’alto mentre un jet taglia il cielo con una scia bianca densa di speranza:

“Amore, voglio solo più amore, voglio di te il furore dell’amore. È deciso, andrò a Lettere per studiare come rendere passione il desiderio della vita. Per vincere la guerra bisogna volare alto, allora dottore sì, ma di parole.”


I RACCONTI DELLA DIVINA

tra il verde, il giallo e il blu della Costiera Amalfitana

Autori Vari, 2022 Officine Zephiro Editore

Prefazione di Vito Pinto

Caro Diario, anche a mente fredda non riesco ad estraniarmi da questa raccolta di racconti, è ovvio mi dirai, ne contiene uno tuo e quindi… Si è vero c’è FURORE e ancora stento a crederci: osare e partecipare, sgombrare la mente, rimescolare i pensieri e mettere la cera e togliere la cera… Lucidarsi serve, e tu caro Diario, come uno specchio a riflettere tutto il bello che leggo e rileggo tra le mie mani, con occhi avidi di parole… l’arte di belle persone con la passione della scrittura!

La grandezza di questa raccolta la fa l’insieme dei racconti, la cinquina premiata e gli altri menzionati, nell’abbraccio di un evento culturale di grande prestigio quanto di una scommessa estremamente ambiziosa. Scommessa vinta e rilanciata per il prossimo 2023 da Alfonso Bottone, Direttore artistico con la D maiuscola, al servizio della bellezza eterna della “Divina”. Sono caduto nella sua rete e della sua pesca non posso che nutrirmi, mai sazio nel volerne condividere sentimenti, visioni, emozioni, estasi di vita, avvinto nella sua presa tentacolare, perché coraggio e bellezza sono le due facce di una moneta che non dovrebbe mai avere un prezzo, la esaltano e la disprezzano, la comprano e la vendono, la rubano, la copiano e ne nasce di nuova, si chiama arte e a ben dire la poesia e la letteratura come la natura vergine, ne fanno parte in un solo insieme. Né noia né stanchezza ma solo coraggio e bellezza.

CUORE DI CORALLO di Ivano Ciminari è un racconto che sfida l’oblio della ragione, che sfonda la roccia dell’indifferenza, che riporta a galla tesori dell’anima mai scavati, fantasie e spettri crudeli, fantasie e fantasmi così possenti da frustare e rimettere in moto desideri di giustizia e di evoluzione esistenziale cui tutti dovremmo tendere. La leggenda si fa maestra, madre di vita e letteratura finissima suo strumento di comunicazione.

FRATELLI di Elvira Rossi è un racconto che regala emozioni profonde e grida al mondo la grandiosità dell’umanità che nonostante tutto è amore. Quello dei naufraghi che hanno perso tutto e che si aggrappano alla vita per continuare ad amarsi. Un padre, un figlio, una nuova casa, il dolore perenne dei ricordi, la complessità irrisolta del presente, il futuro costruito giorno per giorno sul dolore, sulla fatica del bisogno di rinascita: FRATELLI è un racconto universale, tosto e struggente, da condividere come vera speranza di umanità, per non essere scogli isolati in mezzo al mare, ma artefici di un mondo migliore.

LUCI E OMBRE di Angela Torri è un racconto sulla forza delle “femmine”, un racconto che attraverso l’emigrazione di una giovane di oggi, racconta le migrazioni di ieri, e quindi la nostalgia della propria terra. Ad emergere è la forza della memoria che si tramanda tra generazioni e che si pianta nell’anima e poi fiorisce nel momento del bisogno. Tra le lacrime della sofferenza di chi è costretto lontano dalle proprie origini, il ricordo si fa tenace consapevolezza, e alla fine l’esempio tremendo del passato rende il presente una sfida da raccogliere: crescere con le montagne avanti da scalare.

LA CASA DI PIETRA GRIGIA di Angela Procaccini è un fantastico tributo alla memoria di Simonetta Lamberti, vittima innocente delle mafie, morta il 29 maggio 1982. Il racconto riporta le sensazioni, la gioia e la grazia di lei, bimba di dieci anni, in vacanza con la madre a Praiano mentre percorre la strada che porta il suo nome e che collega la Statale della Costiera amalfitana giù al mare della Praia. Per non dimenticare mai.

SALE di Fausta Altavilla è un racconto dedicato a Cetara e alla sua famosa colatura di alici. Da adolescente, con il ricordo della morte del nonno, Salvatore racconta di se e della sua complicata vita familiare. Dal Canton Ticino con la madre ritorna al paese e dai giochi passa alle cose serie che gli hanno lasciato un segno profondo, la lavorazione delle alici che gli mostrò la nonna, lo spirito del pescatore e soprattutto il mare, quello profondo, ricco di alici, blu cobalto, il mare unico della Costiera amalfitana.

ANDREA E KAFKA di Mauro Valentini è un racconto noir di grande coinvolgimento e tensione. Un delitto non è mai un evento scontato ma dentro un momento di vacanza quale quello che si può vivere in estate in Costiera Amalfitana, questo delitto prende la forma dirompente del mistero, dell’inaspettato. Ad essere protagonisti sono i pregiudizi verso quelle differenze sociali che mettono subito nella lista nera chi lavora rispetto a chi è in vacanza ma l’autore mette in fila emozioni e avvenimenti, rende le scene vivide e alla fine fa trionfare la letteratura, la verità. È un giallo di grande qualità con un finale che rende merito alla bellezza delle passioni.

mooring bollard with rope

INNAMORARSI AD AMALFI di Rosa Cianciulli è una bella storia d’amore, l’amore per un posto unico come Amalfi. La storia è particolare: una ragazza napoletana emigrata a Torino nel dopoguerra che torna al Sud per ritrovare zia Maria, la sorella della madre. Non svelo niente ma posso dire che è un racconto tenerissimo per come racconta bene la magia che trasforma in positivo le persone: vivere in un posto meraviglioso fa stare bene. Scontato? Magari lo fosse per tutti.

DIVINA AGLI OCCHI DI CHI NON VEDE di Lucia Quaranta è semplicemente splendido. “Se sposti i confini incominci a viaggiare…” questa è la frase su cui l’autrice ha costruito un racconto avvincente, tenerissimo e pieno d’amore, di quell’amore che stenti a credere possa esistere, di quell’amore che rende degna la vita di essere vissuta. Pertanto posso solo dire che in un’epoca in cui i confini sono ancora pretesto di guerre l’idea dell’amore di chi non vede è forse la vera speranza che ci rimane.

SOGNO DI UN’ESTATE CETARESE di Graziella Anastasio racconta i suoni di Cetara: le parole e la vita delle persone, la riscoperta di tutte quelle emozioni che investono chi ritorna, di chi poi presenta al mondo il suo sogno oltre le radici. Il passato, oltre le immagini e le visioni, oltre le relazioni che rendono condiviso l’orgoglio e la riconoscenza per questa terra unica oltre il personale e la soggettività delle proprie esperienze.

FURORE di Pietro di Gennaro >>> leggilo a questo link

“i racconti della Divina” sono stati valutati da una giuria composta da Michele Buonomo, componente del Direttivo nazionale di Legambiente, Vincenzo Falco, dirigente Istituto Istruzione Superiore “Marini-Gioia” Amalfi, Andrea Ferraioli, presidente Distretto Turistico Costa d’Amalfi, Michele Ingenito, scrittore – giornalista – docente universitario, e Vito Pinto, giornalista – scrittore.

Il 7 luglio 2022, il Presidente di giuria Michele Buonomo e il Sindaco di Atrani Luciano De Rosa Laderchi, hanno premiato i vincitori del Concorso Internazionale “i racconti della Divina”. Primo classificato Ivano Ciminari di Salerno, seconda Elvira Rossi di Salerno, al terzo posto Angela Torri di Ferentillo (TR), quarta Angela Procaccini di Napoli, al quinto posto Fausta Altavilla di Manfredonia (FG). Menzioni inoltre a Mauro Valentini di Pomezia (RM), Rosa Cianciulli di Castelfiorentino (FI), Lucia Quaranta e Pietro Di Gennaro di Salerno, Graziella Anastasio di Cetara. 

AVVOCATI

Avvocato io, avvocato lei, con il senno di poi non avrei scelto un avvocato. Perché? Perché il senno di poi è una sciagura, quando ti va bene finisci in tribunale e perdi, perché se vinci il tormento aumenta, “avevo ragione” ti perseguita e si placa solo con un appello che preghi in segreto lei possa presentare. Magari perdo in appello e il mio senno di poi sparisce, finalmente. Perdere per un avvocato è tutto sommato meno pesante della sconfitta per un cliente, lui ti paga lo stesso e comunque, vuoi mettere la speranza che si apre con un appello? Così posso perdere e mettermi il cuore in pace, quel cretino di cuore che mi ritrovo nel petto, cieco come un pipistrello di giorno, un vampiro di notte, sì era quello che mi piaceva della mia bella vampira, tutto il sangue gli avrei donato volentieri quando mi succhiava sul collo durante l’amplesso.

Con il senno di poi avrei scelto un’altra, altro che avvocato come moglie, è stato un continuo dibattimento, a cominciare dalla luna di miele ma anche prima nella scelta del viaggio di nozze: è che ci piace discutere e avere ragione, e oggi anche di più dopo la separazione consensuale, un vero atto di guerra, altro che pace.

Tutto era perfetto fino a quel giorno, un maledetto giorno qualunque. Con il senno di poi avrei dovuto rinunciare a quel mandato che ci vedeva contrapposti a rappresentare due che volevano divorziare e non volevano divorziare veramente, lui un camorrista, lei una camorrista peggio di lui. Perché non ho rinunciato? Perché doveva rinunciare lei non io!

Da quel giorno il nostro rapporto è trasceso e ci siamo portati il conflitto dentro casa, ci siamo inaciditi come il vino rimasto troppo tempo all’aria, e per quanto preziosi e sopraffini, siamo diventati aceto scadente.

Così è andata e ora spero di perdere con lei perché solo così sparirà la mia ossessione, nella testa quella voce che mi ripete all’infinito, “avevo ragione” non dovevi sceglierti un avvocato come sposa.  Chi ha ucciso chi? Ma che domanda è?

un esercizio di scrittura creativa – 2000 battute – dal contest SESE20righe sul gruppo FB Scrittori e Scrittrici Emergenti – tema: il senno di poi

BRICIOLE di Rocco Papa

Disegno di vendetta per l’ispettore Castaldi

2017, Runa Editrice

È un giallo avvincente, con intrecci intriganti e talmente radicati e vivi nella mia esperienza quotidiana di cittadino, da farne uno strumento di studio per comprendere meglio una città come Salerno, perennemente sull’orlo del baratro come sull’uscio di un paradiso. Non voglio essere frainteso, non è una storia locale, anzi è una storia universale che diventa rappresentativa di ogni città moderna e nemmeno semplicemente italiana. Sono i personaggi a renderla tale, e tra questi un ispettore che per i suoi tormenti e la sua forza di ribellarsi alla “becera” gerarchia delle funzioni e delle istituzioni, rende l’inchiesta raccontata non solo piacevole e avvincente, come ho già detto, ma addirittura desiderio di nuovi episodi, perché alla fine dell’ispettore Castaldi si sente il bisogno di sapere di più.

Ho letto BRICIOLE in estate, in questa estate 2022 che per fortuna non sembra finire, tanto calda ed inquieta lunga estate. È impressionante come la lettura dell’autunno come descritto dall’autore, sia stato materialmente una benedizione, un viaggio, avvincente, come ho già detto, verso l’esplorazione intima del male e del bene con sullo sfondo, dietro l’angolo, l’inverno dei sentimenti. Briciole preziose come gemme, fredde e luminose come le verità più nascoste, quelle che fanno male e che richiedono vendetta, nessuna assoluzione. Avevo già letto di Rocco Papa IMPREVISTI PERICOLOSI, e posso solo dire che il suo protagonista non solo è vero e reale, addirittura con questa opera, il suo ispettore Castaldi si erge a modello di eroe che vorrei avere come amico quando sono costretto a comporre il 112. Non so se la realtà debba riflettersi nella fantasia o sia la fantasia a doversi specchiare nella realtà, so che la bella letteratura ti entra dentro e cominci a desiderare di viverla. Forse anche questo è un bisogno che soddisfo con la lettura di un buon libro, rendere colorata la grigia quotidianità. Ancora una volta, anche con BRICIOLE di Rocco Papa, il miracolo si è ripetuto, il sangue è sciolto.

PISTOLA

Ti ho messo una pistola in mano e adesso ti guardo, sparami penso e ti fisso negli occhi, immobile.

«Chi sei veramente?» mi urli contro e il sangue alla testa alimenta la tua collera. Urli e io ti vedo bruciare come Johnny il Ghost Rider. Immaturo mi dici. Ripeti più volte lo dovevo capire prima. Tu appassionata ai miei fumetti per starmi più vicino, dentro le mie fantasie.

«Ti odio, ti odio!» mi urli contro, tra parole e silenzi increduli di tanto dolore.

«Perché? Perché?»

Perché tu non lo puoi sapere. Non ti ho mai raccontato quello che è successo a me, nessuna pietà, non volevo guastarti con quel dolore che sento ancora, il mio. Non ho giocato con i tuoi sentimenti, ti volevo e ti voglio ancora ma non voglio il tuo perdono, voglio la tua ira conficcata nel mio petto come una pallottola di pistola che spara tutta la rabbia che adesso hai in corpo. Questo voglio ma non ti parlo, non reagisco, perché sono il tuo carnefice, e tu lo vedi il ghiaccio nei miei occhi e così più forte la collera ti avvampa. Che aspetti? Mi chiedo. Nelle mani hai la prova del mio tradimento, nel cellulare che nell’aria fai vorticare insieme alle tue belle braccia allenate, i messaggi e le foto hard di me e di lei, la tua migliore amica.

Che aspetti? Sparami! E tu lo fai. Colpiscimi. E tu lo fai. L’angolo dello smartphone mi apre una ferita sulla tempia, e le tue lacrime copiose, e tuoi lunghi capelli arruffati, e i tuoi pugni violenti, si mischiano al sangue che inizia a sgorgare dalla faccia. Brava così, penso, colpiscimi più forte, me lo merito.

Amo il tuo ardore possente: così sei nel piacere, così sei nell’attacco, violenta, metodica, furente.

«Ti uccido! Ti uccido!» Urli mentre le tue nocche bianche come magli si abbattono sui miei zigomi ossuti, e adesso il sangue, il mio e il tuo, è avvinghiato come noi nei nostri amplessi. Una medaglia? Tu sei me, io allo specchio vedo il mio dolore di allora, necessario per fare di te una regina di kickboxing.

«Adesso basta, fermati! La lezione è finita» ti afferro le mani e ti fermo, adesso sì che puoi diventare una medaglia d’oro e anche di più.

esercizio gruppo FB Scrittori E Scrittrici Emergenti

#sese20righe_ioallospecchio

ACCATTONE

Caro Diario mio, piove e quindi ti posso scrivere, e ci risiamo, la fortuna mi perseguita. Quale mi chiedi? Beh quella pura, non monetizzabile, quella di leggere prima un romanzo e poi di vederne il film. Da malati? dici? No da ignorante, dico io.

Non sapevo da dove cominciare e allora ho scelto ACCATTONE: uno che si è sentito per tanto tempo un bidone, mi sembrava un salto di qualità.

Nun me chiamà Vittorio, chiamame Accattone! De Vittorio ce n’è tanti, ma de Accattone ce sto solo io!

Altra materia per lo psichiatra? Ma che vai pensando, è solo che nel suo centenario della nascita, mi sono lasciato andare al dovere di leggere almeno un Pier Paolo Pasolini e mi sono fregato con le mie mani. Guardarne il film è stato un bisogno e leggerne le recensioni, con il senno di poi, una punizione.

Cosa è successo a questo paese con l’arte di Pasolini? Questo vorrei confidarti caro Diario mio. Complicato e noioso è spiegare quanta meraviglia mi ha preso la lettura di ACCATTONE e quanta delusione, per quanto estasiante e pensierosa ne sia stata la visione. Forse oggi Pasolini non l’avrebbe doppiato, la presa diretta gli avrebbe tolto per sempre quella patina di “finzione”, sì, confesso anche questo, forse è sempre così, non lo so, ma la trasposizione in immagini del romanzo un pizzico mi ha deluso. Certo è che se era rivoluzionario all’epoca lo continua ad essere come giustamente riportato da fiumi e fiumi di lavori accademici e non. La visione del film strugge, emoziona, indigna, incanta e immagino che legare su una sedia un giovane oggi a vedere quelle due ore in bianco e nero sarebbe una punizione necessaria ai mille comportamenti impulsivi e nevrotici che gli smartphone stanno provocando, invece la lettura… strugge, emoziona, indigna, incanta, di più, più del film, oggi restaurato. Ma la domanda che mi pongo è: cosa è cambiato? Dall’essere denigrato e combattuto, deriso e ucciso, all’essere messo nell’olimpo degli dei, intellettuali e non, cosa è cambiato? A me questo paese sembra peggiorato, persino nelle strade del centro, oggi vedo monnezza che nel film di Pasolini non si vede.

Quello che mi chiedo è perché la massa sottoproletaria di allora non si è estinta ma anzi oggi a me sembra cresciuta insieme alla ruggine che continua a consumare centri, periferie, arie industriali dismesse e abbandonate in uno scenario così simile al degrado sociale, morale e materiale che Pasolini portò al Festival del Cinema a Venezia nel 1961.

Ancora non sei morto? Eppure m’hanno detto che il lavoro l’ammazza la gente!

Dopo la guerra allora, dentro la guerra oggi. Prostituzione e violenza. Cosa è cambiato? Questa storia invece, dei napoletani, cattivi e violenti nel romanzo dentro uno scenario misero, quasi napoletano (??? perché mi chiedo ancora adesso???)

Tutti soli, Accattone e Stella camminarono per le strade popolose, misere, quasi napoletane del quartiere.

… napoletani che vedrà nel sogno nudi, uccisi e quasi sepolti da macerie crollate… Napoletani violenti e vigliacchi

E le diede un altro schiaffo sull’altra guancia, facendola cadere per terra un’altra volta. Maddalena si mise a urlare, cercando di scappar via, strisciando sulla polvere e l’erba secca. Cominciò il pestaggio, cazzotti, schiaffi, e, infine, cintate, caddero su Maddalena, biancheggiando alla luna. Poi i napoletani, dì corsa, salirono sulla macchina, la misero in moto. Mezza svenuta, sanguinante, Maddalena strisciava come una bestia ferita sulla polvere e sull’erba secca.

… mondo di infami vigliacchi cui ACCATTONE disgraziato si sente parte…

Semo tutti ‘na massa de disgrazziati, semo omini finiti, ce scartano tutti! Noi valemo giusto se ciavemo mille lire in saccoccia, se no nun semo niente… Pure in galera nun ce ponno vede, a noi! Nun ce considerano omini, perché nun semo boni a provacce da soli… Oggi è mejo fà er ladro che ‘sto mestiere infamante…

… un mondo da cui vuole prendere le distanze, quasi a redimersi, trascinato dall’amore per Stella, un sentimento stranito e totalizzante tanto da indurlo a ricadere nel baratro della miseria umana… cos’altro può essere un padre che ruba la catenina del figlio… forse anche una merda umana gli è superiore…

l bambino era un po’ incerto: ma poi buono e dolce com’era, acconsentì a dare un bacetto, sulla guancia che Accattone indicava col dito.
Al collo di Iaio pendeva la catenella d’oro. Mentre il bambino lo baciava, Accattone con dita leggere gli sciolse dal collo la catenella. Si rialzò, emozionato, sudato. Si guardò intorno, e intanto, sempre per darsi un contegno, come parlando al figlio, parlava roco fra sè: Un paro de scarpe… Seimila lire, capirai. Indò l’annavo a rimedià, sennò… Così si allontanò, mentre il figlio lo guardava coi suoi occhi di agnellino.

Infatti, è una delle scende più artisticamente riuscita, quella del “niente di umano”.

Con improvvisa docilità, Accattone si mise in ginocchio, sulla sabbia. Appozzò le mani sull’acqua, faticosamente, e si lavò il viso, due tre volte. Poi alzò la faccia, tutta gocciolante, e sempre docile e buono, si guardò intorno come in un sogno.
Ma gli venne un nuovo impeto di rabbia, un attacco di nervi.
Stando sempre in ginocchio, affondò la faccia nella sabbia nera e sporca, strusciandola rabbiosamente.
La rialzò: era un mascherone nero, con la sabbia appiccicata sulla faccia bagnata, contro le palpebre, il naso, le guance, la fronte, il mento. Non aveva più niente di umano.

Accattone è stato il gesto blasfemo con cui i sottoproletari, le prostitute, i ladri di polli strapparono alle stars hollywoodiane, agli eroi di guerra, ai comici del varietà un lembo di schermo, un posto al sole nell’immaginario novecentesco. Pasolini, già letterato di chiara fama, lo ha firmato come un romanzo mostrando una via italiana al concetto di autorialità, in risposta alla via francese, della quale tutti i registi dal ’61 in poi gli sono (più o meno direttamente) debitori, a partire Bellocchio e Bertolucci per finire al cinema siciliano dei nostri giorni.” –  di Carlo Altinier

Un film shoccante per la crudezza della storia, per l’indifferenza dei sentimenti, per l’evanescenza di una morale, negli squallidi individui rappresentati.Simona Proietti

A Roma Pasolini s’innamorò delle borgate sottoproletarie, tanto degradate quanto vitali, tanto vittime della povertà quanto ribelli alle convenzioni borghesi, all’etica del lavoro inteso come sfruttamento.  

Mancando lo sperimentalismo rivoluzionario di opere future dell’autore, non guastava, al posto di cotanto asciutto “realismo sociologico-antropologico”, maggiore afflato poetico, più trasporto emotivo. Il primo film italiano a essere vietato, con apposito decreto, ai minori di diciotto anni. – Niccolò Rangoni Machiavelli (1999)

Proiettato alla Mostra di Venezia del 1961, Accattone si è abbattuto sul cinema italiano con una violenza rinnovatrice pari a quella di Ossessione di Visconti e di pochi altri film. Bernardo Bertolucci, assistente alla regia, ricorda che stendere i binari del carrello sul suolo polveroso del Pigneto, borgata proletaria romana che il cinema non si era ancora mai sognato di invadere, regalò agli artefici dell’impresa la stessa emozione provata dai pionieri tardo-ottocenteschi del cinema, dagli inviati dei Lumière: il mondo prima del cinema non esisteva più, il mondo dopo il cinema stava prendendo piede.  Carlo Altinier

IL FILOSOFO

Vi racconto la fortuna di aver conosciuto il mio filosofo del cuore.

Quello è stato il giorno in cui ho capito la differenza tra crepa e crepato.

Pioveva quel giorno, ma essere bagnati davanti a quella porta non era affatto scomodo. Prima di entrare lui si componeva, passava il pettine nei capelli per sistemarsi il ciuffo, la prima impressione è quella che conta, diceva.  Ricordo come fosse adesso, io dietro e lui che suona il campanello.

«Buon giorno signor Alberto, puntualissimo, questa volta mio marito aveva ragione, prego accomodatevi…» che bella signora penso, mentre sono attirato dentro lo scollo della sua corta vestaglia di seta. Alberto non la degna di uno sguardo e senza convenevoli, come suo solito, aspetta guardandosi attorno nel ricco salone impreziosito da molti trofei sportivi. Lei con eleganza lascia la porta aperta e ci fa strada accompagnandoci lungo un corridoio adornato di deliziose opere moderne. Passiamo avanti anche ad una grande stanza attrezzata a palestra, sembra volerci dimostrare l’origine della perfetta tornitura delle sue splendide gambe o forse che in quella casa vivono maschi allenati?

«Nicò, hai sentito?» mi dice il maestro a sottolineare il grande tonfo provocato dalla porta d’ingresso sbattuta con forza dalla signora: «Mai guardare il corpo delle donne quando sei nella loro casa…»

Già trasalito dal rumore improvviso, quelle parole mi incasinano di più i pensieri ma Alberto mi riporta alla realtà: «Raccogli gli attrezzi!»

«Signora l’elemento è crepato, va sostituito. Adesso dobbiamo andare.»

«No che dite, non potete lasciarmi con l’acqua che scorre, dite a me, quanto sarebbe la spesa?»

«Non meno di mille e non più di duemila, dobbiamo rompere ma prima dobbiamo andare a comprare il pezzo.»

«Sì, sì va bene, ma vi prego tornate presto.»

Fuori dall’appartamento Alberto completa il discorso: «È vero le occasioni le ho avute, ci ho rimesso tanti soldi, e niente che una grande escort non poteva fare meglio. La crepa si ripara, il crepato no.»

Quando un filosofo parla con l’evidenza delle sue esperienze tutto si aggiusta o ogni dubbio… crepa?

Un personaggio stilizzato scena davanti a una porta, mentre piove, con un lampione illuminato e una pianta in un vaso accanto.

ALDERICO

Alderico il mio collega d’ufficio non è uno scrittore. Non scrive mai, nemmeno i biglietti d’auguri a Natale, né legge, nemmeno le circolari. Rifiuta appunti e anche il quotidiano al bar non lo interessa. Nemmeno quando in prima pagina andò a finire l’orrendo omicidio di Carla, la collega del cinquantesimo piano.

Non si informa, non studia più, fosse per lui l’editoria sarebbe estinta. Sa parlare, racconta e articola discorsi compiuti, ma a fatica, balbetta e ci rinuncia sempre. Alza le spalle e se ne va, senza mai un finale degno. Gli piace ascoltare però e non si perde mai una presentazione o un convegno, preferisce la trama dei grandi classici e si annoia quando toccano argomenti come le tecniche della scrittura creativa o la differenza tra un vero scrittore ed un dilettante, sputacchia, bestemmia, si alza e se ne va. Con lui i suoi quattro amici che si porta dietro, un gruppetto di intellettuali con papillon, scarpe lucide e camici a fiori, sempre gli stessi, è il suo branco. Lo seguono ovunque. Il più delle volte lo trascinano mentre lui balbetta, sputacchia, e bestemmia sempre. Almeno cinquecento pagine, con gli anni ’80 del secolo scorso la letteratura è morta, dice.

Eppure, ogni volta che in pubblico parla, affascina la platea, poi balbetta, la la la faccenda si crepa, sputacchia, balbetta ancora, alza le spalle e va via seguito dal branco che dai quattro angoli della sala lo raggiungono sulla porta. Più che una claque è un servizio d’ordine, applaudono Alderico o aggrediscono chi osa lamentarsi e peggio contestare Alderico. In silenzio, come arrivano così spariscono. Poi li vedi discutere animatamente al parco intorno ad una panchina, in mezzo a pusher africani e bambini incustoditi che giocano a pallone. Ultimamente, ad ondate ripetute, anche dall’europa dell’est, emigrazioni di donne, pusher e bambini incustoditi. Quando trovano un barbone è festa di papillon, bevono insieme, condividono la panchina, urlano, ballano e cantano, venerando il mondo homeless, prevedono la fine del mondo e il ritorno nelle caverne, a disegnare graffiti.

Amici e colleghi con crapule solenni, lo adorano, lo prendono in giro, da lontano, alle spalle, si divertono e lo evitano volentieri. È facile, Alderico non rivolge mai la parola a nessuno, ma in città senza Alderico in sala non inizia niente o quasi, la mezz’ora accademica non si nega a nessuno, poi se ne fa a meno volentieri. Però senza Alderico il professore, ogni evento perde importanza.

La provincia è così, elitaria a prescindere. Ha bisogno di personaggi.

Non ci sa fare con niente, Alderico lo conoscono tutti, non gli daresti un soldo bucato, ma quando parla affascina, venderebbe un sacco di libri se solo si decidesse a scrivere. Ci hanno provato ma lui, balbetta, sputacchia e se ne va. Se non bestemmia è perché gli manca l’aria e ha fretta di nascondersi. È un tipo sorpassato, per gente colta, affascina anche quando non parla, come fuori moda è un’attrazione fatale. Pagano da bere e da mangiare ai papillon pur di dare importanza all’evento. Le agenzie lo sanno bene, promettono pacchetti completi di campagne pubblicitarie e di successo assicurato. L’alternativa è l’oblio e Alderico lo sa, è il suo nirvana.

Anche se non sono un giornalista conosco tutto di tutti e, in tutta onestà, i discorsi di Alderico hanno equilibrio narrativo, usa parole e concetti densi di rimandi colti e raffinati. Eppure… Io credo che tutto dipenda dalla sua idiosincrasia verso i nuovi media, i social, e così via. Insomma, oggi si sa che passa tutto da lì e lui non vuole saperne. Si ostina con la sua essenza irriproducibile, osteggia singolarità e non ripete, come Paganini. È puerilmente convinto che basti la qualità e la cultura, il momento non le repliche. Si illude insomma e cambia papillon ogni giorno.

Lui, d’altronde, non fa mistero della sua avversione ai dilettanti, di coloro che promuovono imbarazzanti operette, quelle senza idee, prive d’esperienze vissute in prima persona, insomma, quelli che non li cerca nessuno. Basterebbe una congrega platoniana, ecco, quello ci vorrebbe per trattenerlo ancora. Invece no. Alderico continua a rifiutare aficionados, selfie e come tutti quelli come lui, si guarda bene dall’impegnarsi a lasciare un segno per gli altri, una rapida intesa, una lezione in saldo. Tutti immobili nella loro supponente superiorità di ritenerlo infondo inutile. Nemmeno una raccolta firme per salvaguardare la sua memoria. Un orpello insomma, un pezzo di scenografia.

Faceva il professore, l’ha inglobato una multinazionale. In ufficio? Io sono un testimone affidabile, ogni giorno gli sento dire: «La vita è breve, passiamo oltre.»

Al lavoro Alderico è un’altra persona, giacca, cravatta, e mai un papillon.

presentato sul gruppo FB Libri e Recensioni ed inviato al Concorso Lucius Annaeus Seneca -VII° Edizione: https://www.uniba.it/it/bacheca-opportunita-enti-esterni/anno-2023/premio-accademico-internazionale-di-letteratura-contemporanea-lucius-annaeus-seneca-settima-edizione

 

KLAUS

Discutevano da lontano, connessi da un continente all’altro del mondo.

«Quando dici perfezione hai idea di cosa parli?» il vecchio lo indicava con l’indice per dire, hei tu, proprio tu.

«Cosa sei? Un disco rotto?» mentre il giovane sbuffava e guardava a destra e sinistra sulla sua scrivania piena di libri.

«Magari una leggenda di vinile, nero come la pece…» e il vecchio rideva alzando il viso al cielo come per rincorrere ricordi volanti.

«Stai concentrato ti prego, dammi una mano, lo so cosa vuoi dirmi: mi condanni l’abuso di parole, l’enfasi oltre il significato letterale. Pensi che lo stia facendo anche con perfezione?» si guardano oltre lo schermo, negli occhi si attraggono mentre la pausa intervenuta promette di centrare l’obiettivo di entrambi: toccarsi.

«Il tuo non è solo un abuso, tu le parole le devasti, le offendi, le saccheggi. Vuoi una mano? Bene, fammi un esempio di perfezione…» il vecchio adesso era serio.

«Cos’è un tranello? Che vuoi dire?» il giovane abbassa lo sguardo, inizia a disegnare sul foglio segni geometrici collegando parole appuntate prima e pensa di chiudere il collegamento.

«Ecco lo vedi? Stai pensando di finire la discussione: te lo do io un esempio di perfezione?» il vecchio si sistema sulla sulla sedia diventata cattedra e comincia a raccontare.

Il papà Carlo, a Berlino mai avrebbe immaginato che il suo erede avrebbe poi trionfato. Lui ai Giochi Olimpici nel 1936 in Germania, partecipò senza successo e dieci anni dopo chiamò Klaus suo figlio. La Liberazione partorì speranze infinite, mai avrebbe sperato tanto, lui aveva visto Hitler, le parate delle svastiche, la guerra, le bombe, la tragedia, la morte, e nel 1936 le quattro medaglie d’oro di James Cleveland Owens, un nero.

«L’angelo biondo, questo è un esempio di perfezione» il vecchio cattura l’attenzione del giovane che adesso si agita impaziente.

“Klaus ha cominciato a 10 anni e si è tuffato oltre 10mila volte. Nel 1968 ha 19 anni, vince l’oro a Città del Messico e in un colpo solo porta a casa 1 milione di lire dal Coni, una 500 in dono dalla Fiat e finalmente la costruzione di una piscina coperta a Bolzano.”

«Hai idea di cosa significa avere il controllo di ogni muscolo, di ogni legamento, avere la padronanza dei nervi, dei pensieri nella testa e del battito nel petto che ingurgita aria? Hai idea di come si controlla il cuore? Di come si ferma il respiro l’attimo prima di rilasciare infinite molle d’acciaio sotto tensione, durante l’attimo del volo in avvitamenti e carpiati, di salti mortali che durano un secondo? Beh, questa è la perfezione…» condividendo le finestre del computer nella call di lavoro, il vecchio accompagna l’emozione delle sue parole con i video dei tuffi di Klaus Debiasi.

«Guardala e nutriti di perfezione, racconta i sacrifici che costa…»

Klaus l’angelo vinse la medaglia d’oro nel 1968 a Città del Messico, a Monaco nel 1972 e nel 1976 a Montreal. Unico atleta italiano nella storia ad essere riuscito in tale impresa insieme a Valentina Vezzali nella scherma (fioretto). Nessun altro tuffatore al mondo ha saputo eguagliare l’exploit (vincere 3 ori ai Giochi nella stessa specialità individuale in tre diverse e consecutive edizioni) di Klaus Dibiasi – unico tuffatore al mondo e unico maschio italiano di qualsiasi specialità olimpica !!!

I fatti raccontati sono presi da questo articolo: I 70 anni di Klaus Dibiasi, l’angelo biondo dei tuffi azzurridi GIANLUCA STROCCHI

da un mio esercizio 20 righe su gruppo FB SESE – Scrittori E Scrittrici Emergenti

https://nuotounostiledivita.it/biografie/klaus-dibiasi/

BILLY SUMMERS di Stephen King

2021, Sperling & Kupfer

“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”

“La vita è una festa e le feste non durano per sempre.”

No tranquilli non è il finale di questo romanzo, ennesimo grande romanzo del grande scrittore King a quanto dicono, per me il primo, e chi se ne frega, attenti che vi sento. È ovvio che scrivo per me e per i tanti che come me ignorano King. Da oggi però, sono iscritto al club di quelli che almeno un King lo hanno letto nella loro vita anche se per la verità questo è il secondo… OnWriting lo tengo segreto, lo sto studiando, attenti vi vedo che state sorridendo: leggere e studiare sono cose diverse… Diciamo la differenza che passa tra godere e soffrire? No scherzo. Un fatto però è certo, un King ti eleva, ti mostra la via esclusiva verso la trascendenza letteraria. Billy Summers è un killer che fa lo scrittore e leggere uno scrittore che racconta un killer che fa lo scrittore, come lo fa Stephen King, è una magia stampata su carta, 545 pagine di pura libidine.

Pare che il capo del World Economic Forum, Klaus Schwab abbia scritto nel suo libro “The Great Reset” (il bestseller dei complottisti a cui mi onoro di appartenere) che la quarta rivoluzione industriale “porterà a una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica”, cioè un microchip impiantabile nel nostro corpo in grado anche di leggere i nostri pensieri. Allora, vi evito il fastidio, se proprio ci tenente, continuate a leggere questo diario. La verità è che se STEPHEN KING con la sua scrittura riesce a farti amare un personaggio come Billy Summers, significa solo che i pensieri umani sono pronti a migrare via digitale da un cervello ad un altro: lo fa la letteratura in modo analogico da quando l’uomo è caduto su questa terra perché la serpe ha convinto con le parole Eva a prendere Adamo per la gola tanto da farsi buttare a calci fuori dall’Eden.

Siamo pronti a tutto, visto che a quanto pare, durante l’incontro degli elitari globali di Davos di quest’anno, il CEO di Pfizer Albert Bourla ha spiegato che presto ci saranno le “pillole ingeribili”, una pillola con un minuscolo chip a microchip che invierebbe un segnale wireless alle autorità competenti quando il farmaco è stato consumato. Ora, in attesa dei microchip nel cervello degli studenti per promuovere l’intelligenza e la memoria, dico che siamo fortunati a disporre di romanzi così belli, veri e possenti tanto da sperare in menti lucide finché sapranno ancora leggere.

Ringrazio Maurizio Blondet per la sua inesauribile e vasta capacità informativa, è una mia vecchia conoscenza di quando i meetup sbocciavano e il movimento 5stelle non era stato ancora immaginato.

LA FINE DEL MONDO

Correvano braccati. Sandy e Carl.

Li chiamerò con questi nomi di fantasia, umani braccati da un cacciatore feroce. Nella pianura aperta prima, poi nella boscaglia fitta, pericolosa forse anche più dell’assassino che li insegue senza tregua, correndo quasi sfiniti insieme al vento per non fargli annusare la paura che scappa, quella che avvampa il desiderio.

Erano intelligenti Sandy e Carl. Correvano eretti. Uso questi nomi perché lei mi ricorda la bella che balla e canta mentre lui la saggezza con la barba bianca.

Nomi evocativi per ricordi brillanti come stelle.

Li chiamo così perché scampati alle dimenticanze del tempo.

Spietato come nessuno, lo avevano visto questo mostro all’opera più volte e il suo grido furioso non dava alternative: correre, correre e basta. L’unica salvezza forse poteva essere un diversivo, dargli un obiettivo più succulento ma adesso il vento è fermo. L’immobilità nell’aria annuncia un epilogo ormai scontato, e lui si avvicina incurante di tutte le bestie intorno, troppo insignificanti ai suoi occhi iniettati di sangue. I cuori di prede e quello aguzzino, tuonano nei petti come tamburi amplificando la frenesia di fuga per Sandy e Carl, mentre per il re cacciatore, solo fame di carne e di vittoria.

E tu lo vedi che arriva anche per te?

Un diversivo, solo un miracolo, poteva fermare l’assassinio degli innocenti.

Arrivò improvviso, inaspettato come una grandinata di pietre in alta montagna. Un frastuono mai udito attirò i loro sguardi su nel cielo e fermò ogni muscolo, mentre l’atmosfera adesso rovente diventa tempesta.

Una stella cade, cadeva, veloce più del suono in una fiamma che in un attimo da luminosa pallina lontana diventa più grande di tutta la terra conosciuta.

Estinti insieme, vittime e carnefici nell’inizio preciso di una nuova era di esseri viventi, sopravvissuti e nati dalla fine del mondo.

Fossilizzati i giganti arrivano gli umani e così pensieri e memoria.

Lo conferma la Scienza, lo racconta la Storia:

le comete passano, le stelle no, magari cadono ma brillano eterne.

foto dal web – da un esercizio di 20 righe – editato anni dopo – da editare ancora – nell’oblio dell’idea che muore retorica

LA CARNE

romanzo di Cristò, edizioni Neo, 2020

Caro diario, oggi inizio a scriverti con le parole di Cristò, non ho scelta.

Succede che il mondo si sgetola e non sai se ti sgretolerai con lui o cambiarai tutto per rimanere intero. Il modo di parlare, il modo di vestire, la musica che ascolti, i pensieri, le azioni, le certezze, le paure.

Tutto o niente.

Perché sei finito insieme al tuo mondo e l’unico che può sopravvivere è un altro con la tua stessa faccia.

Ci sono momenti nella vita che attraverso come la pallina che gira nella roulette, quei momenti vorticosi e veloci finiscono per cadere in un romanzo e così mi sento come un croupier con il farfallino di un grande casinò ad annunciare l’uscita di un nuovo numero cui sono legate sventure e avventure di giocatori ingordi o semplici astanti annoiati. Il banco vince e lo champagne intorno corre a fiumi. Cosa può essere un mio commento se non l’apostrofo lilla tra la parola sogno e quella desiderio? Beh, devo dire che questo romanzo soddisfa proprio ciò: il mio desiderio di sognarmi in una nuova dimensione, rapito dalla lettura. Questa volta però l’incanto è diventata ipnosi totale. Sconvolgente e totale. Un numero fortunato, il mio, senza scommessa o azzardo se non la sorpresa di vedersi guardato dentro da una valle allagata di occhi vivi come luce di brillanti al sole. La sorpresa di toccare con mano gli zombi intorno e dentro e dirsi fortunato a sopravvivere. I deboli di cuore ma anche i forti, lo troveranno sconcertante, emozionante e commovente come è successo a me, ipnotizzato da una scrittura che diventa una cima di salvataggio ad ogni svolta pericolosa, in ogni trama della storia, in ogni anfratto della psiche dove provavo a rifugiarmi per non annegare in questo mare meraviglioso di parole che è CARNE. Il ribrezzo del vomito da sbronza e il desiderio di continuare a ubriacarsi con le pagine successive. Breve ma in lunghezza ma infinito in altezza: in fondo è l’intensità di un momento a renderlo unico.

E alla fine, il sentirmi privilegiato per essermi nutrito di CARNE, è l’ennesimo mai scontato desiderio di sogno soddisfatto, e 1, 10, 100, 1000 romanzi per provare a riempire tutto l’umano che abbiamo dentro prima di diventare zombi per le strade di questo strano mondo.

L’UOMO CHE DORME

Romanzo di Corrado De Rosa, nero RIZZOLI, 2018

Copertina

Caro diario, ti racconto come è andata. Non potevo fare l’illegale, non volevo, probabilmente m’avrebbero fermato all’ingresso. Venerdì 18 marzo nel Salone di Palazzo S. Agostino a Salerno. Ci vuole quello super ma mi sono tamponato nel pomeriggio, ho quello normale, e se fanno storie male che va, avrò buttato un greenpass inutile, mi dico facendomi coraggio. Ho letto HOTEL D’ANGLETERRE e Carmine Mari è uno scrittore che mi è entrato nel cuore. Nessuno mi controlla, nessuno mi ferma, sono illegale ma sicuramente non sono infetto, forse, perché c’è una grande polemica sui falsi positivi e quelli negativi. Insomma l’inverno 2022 è stato un casino. Entro, compro IL FIORE DI MINERVA, un saluto all’autore e mi defilo senza confessare la mia colpa preparandomi all’evento leggendo l’incipit straordinario che di li a poco sarebbe stato recitato da Brunella Caputo e commentato da Corrado De Rosa. Tutto molto intenso e molto partecipato. Alla fine scappo, quando ti senti illegale è un casino nonostante la mascherina e la completa indifferenza al virus più per scaramanzia che altro, perché la verità è che la sua minaccia vortica nell’aria e fa molta paura ancora, più di prima. Scappo con l’adrenalina in corpo di sapere chi ca-cavolo sia questo relatore che mi ha sconvolto, parla come una mitragliatrice, scava nelle pagine come una trivella, analizza e trasmette passioni che avvolgono e tirano fuori dall’autore quelle emozioni nascoste come quando si strizza un panno per tirare via l’ultima goccia d’acqua. Psichiatra? Finalmente arriva l’estate e leggo quello che scrive, quel romanzo comprato online quella sera del 18 marzo 2022, L’UOMO CHE DORME.

Caro diario sono sfasato, lo so, ma qualcosa mi dice che non sono il solo. Diciamo che la vita viaggia in tempo reale mentre io me la godo rallentata. Qualche giorno fa un collega medico di Corrado, mi dice che è un “fuori di testa”, un folle. Lo sto leggendo, la sua scrittura è immensa e questo Antonio Costanza è un personaggio grandioso… “uno stronzo finto buono o un finto buono stronzo”. Dire collega medico è senz’altro riduttivo, nella frammentarietà competitiva e specialistica della società attuale (moderna???), non so bene quanto siano veramente colleghi tra loro psichiatri e anestesisti, cardiologi o neurologi, andrologo e ginecologo, urologo e ortopedico, poi mettici anche maschio e femmina e l’universo del dubbio diventa un buco nero in cui una teoria probabilistica dell’arcobaleno avrebbe più che dignità di presenza. Diciamo in concorrenza nei pezzi di carne cui dobbiamo la vita.

Insomma caro diario, un mare di chiacchiere per dirti che ho trovato il mio psichiatra a Salerno, divino è dire poco, devo solo capire se le sue parcelle rientrano nella mia capacità di spesa. Ma il “pro bono” vale solo per gli avvocati? Bella domanda, un po’ come dire: le letture sono sogni o sono i sogni a rendere le letture un sogno?

Lo chiederò allo Pschiatra, quando l’incontrerò, mai dovesse succedere, perchè il fatto che il male si può acchiappare mi sembra proprio quello che ci serve per fermare la guerra… Caro diario ti ho detto che… salire nel cielo a partire da un castello di sabbia e nessuno osava intervenire…

ACONITO

Non una foglia vibra. In attesa del giudizio divino l’aria intorno è ferma.

Sulle Alpi si respira la forza della libertà ma nelle valli, gli eserciti in guerra non ne hanno. Combattere, eseguire ordini e basta.

Il confine l’ha voluto Dio con le montagne, a costruire passaggi ci ha pensato l’uomo e l’acqua potente dei ghiacciai, secolo dopo secolo, nei millenni. In montagna ci siamo noi partigiani, in lotta contro la guerra dei governi. Maledetti. Noi straccioni armati di idee e di armi prese al nemico.

Armati di cuore e spinti dalla speranza di liberazione. Sulla roccia a tendere imboscate, briganti a rapire l’anima degli schiavi, ad uccidere, uccidere, uccidere a tradimento.

Il gerarca ha sterminato i maschi ribelli, ha insozzato i letti, dorme con la pistola sul cuscino.

Ubriachi festeggiano il massacro. Maledetti. Nel paese la campana è muta come mai. Hanno bruciato la chiesa con il popolo chiuso dentro. Donne, vecchi e bambini, e i pochi uomini, fucilati.

E poi, divorati gli animali più giovani e teneri, hanno brindato con il vino più buono del mondo. Il nostro.

Alcuni devono ancora lavorare. Sono affamati, incazzati per il comando ricevuto di rastrellare i fantasmi pericolosi, più in alto sulla montagna sconosciuta, mentre i fortunati in paese già festeggiano con le più belle, nudate per la scelta e il resto chiuse nella chiesa.  Sono arrivati quassù tra la neve. Il capo ha voluto il mio letto, la mia carne. Lui ha trovato pace e vuole mangiare ancora. Cucino per tutti i pochi militari del suo plotone d’acciaio e cucino per lui, maledetti assassini. Non una lacrima ho versato e lui mi guarda, mi fissa e ne vuole ancora. Di aconito napello ho fatto scorta e il cibo che servo loro ne è pieno come le mie Alpi, piene di questi fiori che assomigliano a un elmo. Mi stringe il braccio, mi strattona, lo metto seduto, gli dico mangia, l’ultimo bacio è la mia vendetta.

LA CURA

«Ma tu hai capito cosa voglio da te?»

Lei insiste, e più riceve risposte vaghe e più sangue rovente le infiamma la testa. È un fuoco che minaccia di bruciare questa stanza fredda di periferia.

Lui fissa il monitor come ipnotizzato. Deve solo strattonarlo, tirarlo giù dalla sedia e prenderlo a schiaffi, almeno uno.

«Sì, sì, ho capito ma tu hai letto questo. È un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa nel Permiano e per questo è considerato un fossile vivente. È una specie relitta.»

«Te lo ripeto: hai capito cosa voglio da te?» ultimo avvertimento, la voce è violenta.

«Sì, ho capito ma guarda anche tu, è utile per la memoria e la circolazione, è un potente antiossidante. Che dici, lo prendiamo?»

Si gira e la guarda ma non la riconosce, chi è questa pazza che strilla? pensa alzandosi.

«Dove credi di andare, mi devi rispondere!» grida lei più forte di prima.

Dal muro sporco di fumo arrivano tonfi di protesta del fastidioso vicino che urlando bestemmia tutti santi del calendario. È notte fonda, minaccia ancora una volta di chiamare le guardie.

I nervi sono tesi ma lui serafico la guarda negli occhi.

Finalmente ho la tua attenzione pensa lei soddisfatta stringendosi tra le mani i fianchi. La minaccia diventa un invito sensuale alla lotta.

Chi sei? Che vuoi? Non non ho capito, nemmeno ti ascoltavo riflette lui misurando i pensieri uno alla volta come a riprendersi l’equilibrio dopo una sbandata della pressione arteriosa.

Il sangue a volte non va solo alla testa ma scende, circola male

«A te veramente importa se capisco i tuoi desideri?» con tono supplichevole le mostra i piedi gonfi, poi con dolcezza, nella voce e nella mano, le sfiora l’orecchio mentre con l’altra le scioglie i capelli, un bigodino alla volta.

«Pensi che una cura con il Ginkgo Biloba possa servire?»

Lei vuole un figlio, lui lo sa, gli brucia dentro lo stesso desiderio.

È notte, quasi giorno, fanno l’amore, quello vero.

food photography breakfast on bread illustration
Photo by picjumbo.com on Pexels.com

esercizio 20 righe con tema: il ginkgo biloba nel gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti

IO PERSONAGGIO

L’ennesima batteria ciucciata come l’infante affamato di latte. Gli dico di smettere ma non smette, arreso alla nicotina, ne posa una ne prende un’altra carica, una pippa dopo l’altra. Fossero parole lo vedrei più sereno ma niente ciuccia leggendo un personaggio che non arriva, non parte, non si muove.

È buio intorno, la casa dorme, la strada rutta rumori striduli da macchine mangia rifiuti in lontananza, si avvicinano. Un carrellato dopo l’altro, li conta meccanicamente sulle dita che rifiutano la tastiera, mentre si gira sorride alla vista delle ombre sulla finestra chiusa fuori dalla persiana da cambiare, chiusa dentro dalla tenda gialla a fiori ricamati di Lorella. La luce del possente monitor proietta il gioco dell’altra mano che ha abbandonato anche il mouse sul tavolo appiccicoso di sudore e liquido aromatico della sigaretta elettronica. Intanto il personaggio non arriva, non parte, non si muove. La pagina bianca amplifica il gioco infantile delle mani, nel silenzio ritrovato, a volare, a salutare i molestatori urbani andati via alle sei del mattino. Lo pensa, lo vede, lo cerca in mille foto rubate all’intimità socializzata della rete, oltre mille pagine trascinate da uragani di parole. Pescatore di anime belle e tormentate. Ma nessuna lo convince, non arriva, non parte, non si muove. L’emozione è un artificio viscerale, intanto placa la fame di colazione con l’ultima gelatina alla frutta, rimasta sola.

Vorrei aiutarlo ma non vuole, non da ascolto, non chiede né legge a voce alta, muto rincorre sentieri già battuti, link del passato senza sbocchi. La rotellina gira, è un frastuono, all’indietro sull’altro pezzo da sistemare e gli occhi tornati fissi nella luce dello schermo, rimbalzano lettere come mitragliate. Non si offende, non si placa, procede immobile sulla sedia, anche questa volta l’incontro è rinviato. Soddisfatto rema in un altro mare. Sa che non è l’attesa ma il desiderio a creare l’azione. Venderei l’anima al diavolo per entrare nei suoi pensieri perché io no, lo guardo e aspetterò ancora.

esercizio sul gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti alla domanda: il personaggio sei tu, come ti racconti?

IL BUIO DENTRO di Antonio Lanzetta

LA CORTE Editore

Sai cos’è il crepitio di vetri nello stomaco? Sai cos’è la conseguenza del male che rimane dentro e trasforma l’essere umano? Sai come si raccontano in modo vivido e coinvolgente momenti distanti nello stesso tempo di un romanzo, come adolescenza e maturità di un gruppo di personaggi tutti protagonisti in primo piano anche nelle scene dove sono assenti? Se lo sai allora hai letto IL BUIO DENTRO altrimenti leggilo e ne sarai rapito come è successo a me. La mia fortuna, ancora una volta, è stata scoprire l’ovvio di chi invece ha seguito l’evoluzione temporale dello scrittore, e attraverso le sue pubblicazioni, il segno indelebile lasciato negli anni. Io no, prima l’ultimo, L’UOMO SENZA SONNO e poi a ritroso questo grande romanzo in gara oggi, negli ALL STARS di sempre quando nel 2017 il Sunday Times lo ha definito uno dei migliori cinque thriller non inglesi di quell’anno.

copertina

Ecco la mia fortuna: la scoperta di Antonio Lanzetta nell’anno 2022 ad annodare nella stessa estate, fili intricati in una corda ruvida, tensione letteraria in un cappio che uccide, risolve, ogni dubbio o domanda su personaggi universali, la morte e la rinascita di un lettore che vive di nuovi desideri di conoscenza. L’intreccio armonioso e quell’ovvietà del bello a me ignota, di “scritture” salernitane immense ormai note e riconosciute nella letteratura moderna di questo complicato XXI secolo.

Il Cilento è salernitano, lo è in città, in provincia e nel mondo, puro, sporco, vergine, amato e desiderato, sfruttato e stuprato, regale, nobile e proletario, infettante ma anche curativo, medicina e veleno, come tutte le cose meravigliose, un desiderio continuo. Sì la terra, il cielo e il mare ma l’anima è l’umano che lo vive come un sogno e come un incubo, da quando Ulisse sentiva le sirene, da tanto prima e per tanto ancora finché saremo capaci di sopravvivere al male distruttivo di cui, come specie umana, siamo capaci. I conflitti come trionfo del bene sul male non sono un’opzione ma la necessità oltre il perdono, oltre la vendetta.

testo Lanzetta

Nessun ostaggio credo possa mai raccontare pienamente il suo rapimento e così credo che ogni lettore può solo menzionare in parte le emozioni vissute nelle pagine di Antonio Lanzetta, ringraziandolo di poter raggiungere dall’interno, la quarta di copertina, e così la fine di un viaggio avvincente per tenerezza e tormento. La fine non si esaurisce con la conclusione della storia di cui si ha smania vivendola dentro i personaggi allo stesso tempo giovani e adulti. No, con la fine della storia inizia il desiderio della prossima, perché se il male nasce dal buio dentro, o il buio dentro ne è conseguenza, questo grande scrittore è la luce che lo rivela al mondo. Lo fanno anche altri grandi, ma come lui nessuno, almeno per me e solo chi lo ha letto mi può contestare, non altri.

testo Lanzetta

In Cilento, Castellaccio, Agropoli, c’è Flavio, Claudia e lo Sciacallo quando era giovane, siamo tra oggi e l’estate del 1985…

Non la trama che puoi trovare ovunque in rete, né uno spot gratuito di riverenza, anche se di soggezione non me ne mancherà mai poca, ma questo è un commento, come gli altri, per una nuova pagina del diario di letture che cresce con i desideri di un lettore che non c’era, un fantasma, finché vive.

testo Lanzetta

Esperienza

Succedeva un anno fa. A me e solo a me. Sembra strano per chi è del mestiere sapere che esistono persone che ignorano tutto di questo mondo. Io tra queste, forse solo, forse tra tante. Sconosciute. Faccio numero come un granello di sabbia e tanto basta. Un anno fa, ci sono le prove, ho finito il capitolo, ho concluso il romanzo. L’ho pubblicato. Troppo facile, troppo veloce, troppo di troppo di tutto. Troppo sbagliato.

silhouette of grasses against the light of setting sun

L’avventatezza e l’ignoranza come scusa di aver sbagliato tutto, di rimettere tutto dentro l’intero tubetto una volta svuotato, con l’alibi ossessivo della presunzione di migliorare pasta, colore e sapore. I dettagli sono talmente noiosi e personali da renderli grandiosi come un chicco di sabbia, l’ultimo rimasto tra le dita. Dettagli. Inutilmente possenti e patetici come l’umido di una lacrima versata per una causa persa. Ma tanto basta per farne un racconto, questo, con la pretesa finale di dire: “fermati… con il senno di poi, non avrei dovuto!”

Il dettaglio fondamentale è che l’ultimo passo sia diventato il primo in un mondo tormentato e meraviglioso, una distrazione giocosa, con la presunzione del diritto alla presunzione della propria singolarità. Perso e disperso tra fabbriche, industrie, selve di rovi, di spine e di rose, sartorie per sfarzi e grembiuli, tappeti rossi e pezze al culo, di mestieri arti e professioni, di fango e schizzi di eterna bellezza a mostrare vicoli bui e piazze sfavillanti. A promettersi attimi di revisione tra pressione e depressione. A coltivare la pianta più viva, la meraviglia di crearsi universi paralleli di connessioni appese a fili recisi da ritmi frenetici di una quotidianità soffocante.

La mia esperienza è stata totalizzante nel suo essere consapevolmente un castello di sabbia, l’arte dell’impossibile, essere chi scrive e allo stesso tempo esserne l’editore, è quanto di più velenoso si possa pensare, scoprirlo mi ha solo confermato di quanto sia potente la scienza che studia la manipolazione delle menti della massa, asservita al mercato del consumo e del profitto. Ogni anfratto del desiderio umano trasformato in denaro contante da spremere da ogni limone disponibile, ogni limone tra miliardi, ognuno però succoso e succulento, e pensare al limoncello della Costiera mi manda in estasi. Infatti ho perseverato senza ritegno, macinando illusioni, essenze di grandezza. Cosa avrei dovuto far meglio?

Respirare senza affanno.

orange mason jar in body of water
Photo by Pixabay on Pexels.com

Maria

STORIE DI RAGIONEVOLE FOLLIA di Alfonso Bottone, TERRA DEL SOLE Edizioni

Caro diario la vita corre, impazzita. Ci sono però fermate da cui non vorresti mai ripartire, poi ci ripassi ma non sono più le stesse. Per conoscere una persona, non c’è modo migliore di leggere cosa scrive, anche questo, credo, il successo dei social, poi c’è il resto, le foto, gli appuntamenti, il trasporto delle idee, maree e inondazioni di emozioni. Il desiderare l’incontro ma il più delle volte l’utopia della conoscenza, quella profonda, diretta, il dialogo, il lavorare insieme, l’amarsi.

copertina

Alcune persone brillano a prescindere, puoi ignorarle, evitarle ma la loro luce ti arriva lo stesso e l’allineamento dei pianeti ne può solo ritardare la vista, l’incrocio.

Questo piccolo e preziosissimo romanzo è uno spasmo emozionale che mi ha lasciato una cicatrice dolcissima. Il protagonista, Stefano, è una visione che attraversa il mondo lasciando poesia e tormenti intorno a se. Lo rincorri dalla prima all’ultima pagina e poi te lo ritrovi dentro a modellare pensieri scabrosi ma anche altri, di tenerissime speranze che sfuggono dalle mani.

Poi lo conosci di persona, Alfonso Bottone, e scopri che lo scrittore è oltre, la persona abbaglia, ti scava dentro perché ti conosce, ti ha letto, presenta quello che hai scritto tu e con poche parole ti spoglia e ti butta in pasto ad un pubblico che lui ha messo seduto davanti a te.

Caro diario, ti scrivo adesso di MARIA, e di come mi sia piaciuto, perché prima sarebbe sembrato solo compiacenza pelosa verso il Direttore che mi ha invitato a partecipare al suo XVI Festival nella Divina nell’anno domini 2022.

Per me è tutto una prima volta, forse considerazioni scontate e poco interessanti per chi ci è abituato e combatte da decenni in questo variegato mondo della letteratura, che comunque però, è solo un sotto insieme dell’intero universo culturale che rende degna l’umanità di esistere e riprodursi. È anche per questo che nel tuo post finale di saluti e ringraziamenti, ho condiviso e apprezzato molto la tua visione collettiva: “solo la Cultura può aiutare il mondo a salvarsi”.

Una prima volta, una prima dedica, un mondo di nuvole da cavalcare.

citazione

Al lettore resta risolvere l’enigma di collegare con questo tuo romanzo MARIA, l’umanità di arti diverse come quelle di Luciano De Crescenzo e Charles Bukowski.

dedica

presentazione

CAMPIONI DEL MONDO

Sarebbe arrivata ne era sicuro ma l’attesa era rovente e gli bruciava dentro da quando era iniziata. Ancora stentava a crederci, aveva detto sì. “Va bene ci vediamo stasera dopo la partita“, quelle parole lo accompagnavano dal giorno prima come una carezza, in una dolcissima melodia legavano i pensieri uno dopo l’altro, la notte aveva dormito come un neonato sazio, e lei nel sogno era già sua.

Con il tintinnio delle palline di ghiaccio nel bicchiere ordinava un altro Martini mentre dal mare liscio come uno specchio, i riflessi della luna e delle luci della città rendevano la scena degna di un grande film. Mancava un niente alla perfezione, solo lei.

Per molti era un desiderio, una bellezza che fermava il respiro. La Bellucci di Malena non era niente, ecco perché per altri era una sciagura, maledetta. All’epoca Tornatore forse già pensava al Professore di Vesuviano, o’ camorrista. L’intreccio di quel ricordo rende l’attesa rovente come allora e nella mano il bicchiere ghiacciato non basta a placarne lo stesso fuoco, e oggi nemmeno la vodka ci riesce.

La pelle liscia e ambrata, gli occhi neri come un abisso, il Lido Azzurro è uguale, sarà cambiato il mondo ma le sensazioni sono le stesse, brividi di piacere con la brezza salata in faccia a richiamare emozioni già provate. Il fatto che odiasse il calcio l’aveva conquistata, anche lei amava altro, era diversa, irraggiungibile, invidia e desiderio, lontana dalla banalità della folla, ecco perché era sicuro che sarebbe arrivata.

Nel bicchiere il ghiaccio sciogliendosi segna il tempo che passa, attraverso il vetro i riflessi del mare, arcobaleno stonato, la folla è in festa, lei ha scelto quella. Siamo Campioni del Mondo. Quarant’anni dopo sono ancora qui in estate ad aspettare la fine di una partita mai iniziata.

 

esercizio 20 righe del gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti con il tema: estate – – foto dal web

people at a party
Photo by Edoardo Tommasini on Pexels.com

CAPRICCIO

Sto pensando a una storia per un grande romanzo. Semplice semplice. Figlio e padre, subordinato l’uno all’altro come deve essere. Di padre e figlio, famosi come nessuno, raccolgo informazioni. Li osservo da tempo, sono personaggi perfetti, ma che dico? Protagonisti, altro che chiacchiere. Con questi due il romanzo sarà una bomba.

Ancora non bastano gli appunti registrati. Li ho spiati da lontano, sono inavvicinabili come ogni VIP è ovvio: ci ho provato a contattarli, fisicamente dico, ma è stato inutile. Mai una risposta, anche solo un diniego sarebbe un miracolo. Armato di microfono direzionale e macchina fotografica evoluta, di quelle che fanno anche i video, ridevo tra me e me a sentirmi un paparazzo professionista che bracca la preda, anzi due, padre e figlio. Per cielo, mare e terra ho viaggiato e speso una fortuna, provandoci sul serio. Niente, ho fallito. Sono indebitato e ormai sconnesso dalla famiglia, rinnegato. Arreso? Ma manco a pensarci. Boia chi molla, di me stesso, ovvio.

Ho il mio romanzo, la storia c’è, vibra, la sento. Dovranno imprigionarmi, io non rinuncio. Immagini quante ne vuoi, leggo interviste, scoop, trattati e saggi, e quindi non giro più, mi sono fermato. Sono sulla bocca di tutti. Studio alla scrivania come un ossesso, ormai ho smesso di visitare i luoghi dove è segnalata la loro presenza. Leggo documenti dal mio computer connesso al mondo. Mi interessano i contrasti. Fan e detrattori fanno la guerra tra loro. Il successo di questo padre e di questo figlio da alla testa, è universale. Difficilmente li vedi insieme ad un party, figlio e padre insieme intendo. Il mondo delle Very Important Person è un altro mondo. Galassia e galassie lontane tra loro. Per darti un’idea della potenza di questi due personaggi, ma che dico? Protagonisti, entrambi eroi, entrambi antieroi, ho scelto un loro dialogo breve ma significativo. Giudica e fammi sapere.

Una sera, si sono parlati in giardino, non in uno qualunque, uno orientale, un giardino oggetto di mille e mille rassegne esclusive, mica capperi? Ulivi.

Con la primavera alle porte, lontane anni luce le stelle assistevano incredule. La luna piena illuminava la scena e registrava il sibilo delle foglie agitate. Grilli e falene ballavano in festa. Melodie nell’aria pulita come il vuoto, la dolce brezza serale era musica:

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

– No figliolo mi spiace, è un capriccio. L’umanità deve soffrire!

arab old man standing by road
Photo by Ahmed akacha on Pexels.com
ulivo

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle signore.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sulla vecchia quercia consumata dai clienti. Il cuore di Rick pulsa impazzito sospeso a quella mano che lo tiene stretto. Lei sente sotto le dita scorrere il sangue impetuoso del giovane, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, lo lascia di colpo e con distacco lo ringrazia. Rick precipita nel baratro delle occasioni perse. Rimmel pesante, pensa, ma fissando la bocca carnosa immagina oltre quelle spente parole di circostanza.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, frigida dal morire di freddo mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, a tuo marito non ci pensi? Dai, vieni via con me.

Non hanno mai avuto segreti tranne uno, inconfessabile come il desiderio di Rick, invisibile.

Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Dopo tanti drink a litigare, le vede andare via mano nella mano, invisibile lui negli occhi e nei pensieri di queste due belle signore con la fede al dito. Peccato, pensa Rick, mi sarei fatto rapire volentieri. Rimasto solo, la notte non si spegne ancora, almeno fino all’alba.

La ladra è lei, la giornata che viene e una vita a mentire mentre il desiderio ti scoppia dentro.

TIMES di chiocciolina

Avevo scritto giovedì. Anche venerdì e poi sabato. Non c’è più tempo. Seguila e commenta, mi hanno detto il giorno prima.

C’è una guerra? Dove? Sono pazzi ho pensato, avrei dovuto fermare l’attesa, la loro; la mia è tensione, conto pulsazioni, batto caratteri e spazi, come fiume in piena bagno deserti.

Nel frigo ho scorte di fantasia. Cazzo quanto costa oggi la frutta, conviene il gelato, vaschette da un chilo, colorate a poco prezzo, acqua zucchero e aromi chimici. Io vado a testa bassa, in folle, di corsa in discesa, senza freni, irriflessiva, ma che ne sanno?

Sono veloce, quanto veloce? Mi hanno scelto per questo, giovedì però mi sono inceppata. Porca zozza di una blatta che non vola più. Venerdì la guardavo spappolata per terra, uno schifo organico con schizzi neri, ombre artistiche lungo il bordo sbeccato dell’ultima mattonella bianca, lì nell’angolo, all’incrocio, il battiscopa staccato, sotto la chiazza di muffa, quel muro va grattato e pulito ho pensato, sì, pulizia morale, andava bene giovedì ma ieri, già sabato, la colonna di formiche è raddoppiata. Frenetici insetti trasportano via pezzi del cadavere.

Non c’è più tempo.

I viventi con la morte nutrono la vita, di un twitter, l’ho rincorsa dal corridoio quello schifo di una blatta, l’ho schiacciata con la suola liscia della superga di mamma, consumata in lavatrice la stoffa torna bianca come mai. Lei ci teneva, e mi raccontava, ragazza mia stupiscili mi diceva, loro hanno gli orologi ma tu hai il tempo, e con le tue parole ne controllerai il potere. Così mi accarezzavi.

Dove sei finita mamma? Mi hai mentito.

Lui che ne sa? Lo staff mi ha fatto il bonifico, misero; ho protestato: mi ha scritto l’avvocato, è nel contratto, è scritto, pagano solo quelli pubblicati, cinque proposte di twitt al giorno sono il minimo per mantenere il contratto. Stronzi! Quello nemmeno sa che esisto. Segui le dichiarazioni di Zakharova, Labrov e Dmitrij Sergeevic Peskov, mi hanno detto. Guardalo è la copia albina di D’Alema, ho pensato, sembra più dolce però.

Dirigenti precari a sfruttare manovalanza precaria, media manager mastini del tempo, un lavoro del cazzo. Mi ringhiano sul collo e il tempo accelera, troppo veloce per non scappare da questo brutto presente, sì, un lavoro del cazzo.

È domenica, passo lo straccio per terra massacrando formiche.

superga

un altro esercizio (editato con il senno del poi)

#sese20righe_viaggioneltempo nel gruppo FB Scrittori e Scrittrici emergenti

… e anche quello precedente, con pseudonimo Cocca nervosa

#sese20righe_ladra

Fino all’alba

«Tesoro mio aspetta, fammi spiegare…» Brigida fa volare l’ombrellino del Cuba Libre per terra mentre il nettare alcolico inonda il bancone. Il bar è un deserto, Rick mostrava indifferenza fino a un secondo fa, arriva come un fulmine a pulire, prevede una rissa e mentre finge di seguire la TV, immagina di essere rimorchiato dalle due belle.

«Va bene, spiegati meglio, pensi che il mio sia tutto un film?» serafica Clarissa non si scompone, blocca la mano di Rick fermandone il vortice dello straccio sul legno vissuto dai clienti. Sente sotto le dita il sangue impetuoso del giovane, pulsa furioso, lo trafigge negli occhi verde caraibico mentre gli sussurra nell’orecchio di raddoppiare le dosi, e con distacco lo ringrazia.

«Da quanto tempo ci conosciamo?» Brigida ha rovesciato con intenzione il cocktail per prendere tempo, sta pensando che l’amica deve aver capito qualcosa, è dai tempi del liceo che non hanno segreti.

«Non ci provare, mi stai facendo incazzare!»  lo sguardo di Clarissa è una sfida a duello, sa tutto ma offre all’amica la possibilità della confessione, la vuole nuda ai suoi piedi, l’ha sempre desiderata ma non ha mai osato dichiararsi. Gli fissa l’angolo della bocca e più forte sente un brivido mentre l’alcol in gola le avvampa il desiderio di lei.

«Perché sei così acida? Che ti prende?» – ma che stronza, stai divorziando e non hai detto niente, ma che posso farci se tuo marito mi ha cercato, sei frigida dal morire di freddo, mi ha detto Carlo, sapevi che mi piaceva e me lo hai rubato, una stronza, questo sei.

«Perché mi hai voluta vedere, cos’è che vuoi da me?» – possibile Brigida che non capisci, ti ho preso Carlo perché ti volevo tutta per me, ne ero gelosa alla follia, tu pensavi a lui e io a te senza pace; te l’ho cancellato dalla testa, so che vi frequentate e so che la tua è solo pietà, dai confessa, vieni via con me.

Svuotano i bicchieri e il silenzio prende tutto il bar. Rick deluso fa cenno loro che deve chiudere mentre spegne l’ennesima replica notturna della rassegna stampa dei giornali di domani. Peccato, pensa Rick, da queste due belle mi sarei fatto rapire volentieri, almeno fino all’alba.

Sono tenere, pensa mentre le guarda andare via, mano nella mano e io invisibile nei loro pensieri.

bancone

PICIUL

di Marco Peluso, 2021, Linea Edizioni

“… era così fragile da sembrare parte delle macerie che l’accerchiavano”

Copertina

Quanti miracoli può compiere la lettura di un romanzo? E uno bello, avvincente e profondo come questo di Marco Peluso che ancora mi rigiro tra le mani? Dopo averlo letto con voracità, riporlo mi sembra un’offesa, un peccato. Mi succede con i romanzi che lasciano un segno indelebile di crudezza e poesia, non superficiale ma dentro la carne viva delle emozioni che mi continuano a vorticare in testa. Pagina dopo pagina è una scossa continua, sberle a ripetizione, sempre più pesanti. Ogni commento mi sembra non consono, superficiale e miseramente povero rispetto alla luce con cui l’autore riesce ad illuminare il mondo fuori e dentro questi suoi personaggi tanto unici quanto rappresentativi di tutta una gioventù metropolitana invisibile, sì di Napoli, ma uguale a qualsiasi altra megalopoli che mantiene nel suo centro tutte le bellezze e le tragedie delle periferie. Invisibili ma diffusi ovunque, insieme ai rifiuti, il lercio delle metropoli affollate e senza pietà. Seconda, terza, ma anche quarta generazione di migrati, italianizzati tanto da essere un corpo unico con tutti i suoi bubboni ormai fusi nella normalità quotidiana da secoli e secoli di geo frullati di etnie e di lingue, che di straniero non hanno più niente, se non la ghettizzazione interiore fin dentro ogni singola abitazione, ogni letto che, per quanto ammantato da degrado sociale finisce per essere un letto reale di umanità senza limiti di falso perbenismo o di vergogna. I sentimenti sono quelli che trascinano e riproducono l’umanità per quanto violata e stuprata. No, l’umanità non può sparire, può solo trionfare, fossero quelli dell’odio, della vendetta o quella della tenerezza e dell’amore, i sentimenti umani non si pensano, esplodono e basta. Peluso li tocca e li spoglia tutti, e poi con il bene e il male dentro ognuno dei ragazzi, delle loro famiglie, della loro vita, dal gioco alla violenza vera, ci trascina con se in una storia che mi ha rapito nel profondo, che non lascia indifferenti, no anzi mette in subbuglio i sensi e la volontà di correre dietro questi ragazzi non per comprendere ma per viverne a fondo l’esperienza. Sì, credo che quello che meglio possa descrivere la mia esperienza di lettura di Piciul è l’immersione totale nella storia, una storia potente, totalizzante, devastante, unica per l’atroce bellezza che mi ha folgorato.

Sentirsi fragili ed impotenti, non assolve ma rende più forti e spietati nella volontà di combattere l’indifferenza al degrado, no, non può essere la pietà, quelli che sopravvivono a tutto questo non sono la speranza ma la concretezza di dare al mondo una storia diversa, come ancora non abbiamo la capacità di immaginarcela, e tra i sopravvissuti, Blanca e Piciul, sono già oggi il nostro futuro più crudo e più vero.

city road italian vacation
Photo by Márton Novák on Pexels.com
testo
galleria umberto in italy
Photo by Andrea Carinci on Pexels.com
Marco Peluso

Infinite Jest ∞ 237/261 di 1260

Sei pagine da sballo, una serie infinita di frasi subordinate che iniziato tutte con un che – se non le leggete tutte non potrete mai sapere com’è, un dondolare infinito di onde, parole e concetti, ti avvolgono e ti cullano con dolcezza squisita. Non hai il tempo di pensare eppure pensi, non hai scampo nel riflettere ma lo fai leggendo, una ipnosi che ti trapana da dentro… e alla fine: “I delitti sono un esempio”. Erano iniziate con: “Se in virtù di carità o di disperazione doveste mai trovarvi a passare del tempo in una struttura statale di recupero da Sostanze…” – tra p.239 e p.245

David

” […] ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da sostanza, è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco di ansia. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che praticamente tutti si masturbano. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso.”

Non so cos’è, uno stile? L’ho provato a scimmiottare in un esercizio di 20 righe, una fatica sovrumana (la mia) ma tanto spassosa… l’ho dichiarato ma nessuno me l’ha chiesto. Che quello che interessa gli altri quasi sempre non è quello che interessa a te 🙂 … quanti hanno letto DFW? Sarà forse che mi piacciono i particolari che sfuggono o che sono irrilevanti? Non so, eccolo il raccontino che ho chiamato INCROCI.

“Che la maggioranza delle persone con una dipendenza da Sostanza è anche dipendente dal pensare, nel senso che ha un rapporto compulsivo e insano con il proprio pensiero.”

Poi, un trattato sui tatuaggi … un romanzo nel romanzo, la carne, i muscoli, la pelle, le emozioni, le teste, dei personaggi che ti schizzano in faccia la loro vita con una dolcissima carezza sul cuore… e non ti stanchi, leggi e non ti stanchi…

“C’è qualcosa di inspiegabilmente intenso in un tatuaggio molto sbiadito, un’intensità simile a quella dei vecchi vestitini fuori moda dei bambini, quelli che si trovano ripiegati nei bauli in soffitta ( i vestiti, non i bambini…”

E non mi stanco di leggerlo e rileggerlo…

“Ecco perché i tatuaggi carcerari sembrano fatti da bambini sadici in un pomeriggio di pioggia.”

Dai tatuaggi si ritorna nella camera dei ragazzi, la comitiva più stretta di Hal, compagni di studio, di tennis e di svago, tra loro la regina nei discorsi sulle sostanze è DMZ… “decantato ed elusivo Dmz , detto anche «Madame Psychosis»”. Ne progettano l’assunzione, ma con cautela, devono programmare i loro impegni sportivi, restano competitivi, non possono fallire le priorità di vittoria.

… perché anche l’Lsd il giorno dopo ti lascia non solo sfatto e down ma del tutto vuoto, una conchiglia, vuoto dentro, l’anima come una spugna strizzata.

notes business money hospital
Photo by Szymon Shields on Pexels.com
a man in black hoodie sweater engaged in illegal drugs trade
Photo by MART PRODUCTION on Pexels.com

MALEDETTI PACIFISTI di Nico Piro

2022, PEOPLE

Ci sono ragazzi che li vedi crescere, errare per il mondo, li vedi giorno per giorno, brillare come inviati di guerra, per anni, onesti e capaci, confermare la forza del fuoco che si portano dentro, la forza della verità da seguire e cogliere dove c’è, respirarla, in diretta in prima persona, non per sentito dire, diventandone un tutt’uno con il desiderio di raccontarla.

Succedono cose, vedo gente… le guerre, il dolore, il sangue, la deflagrazione tecnologica della stupidità umana, a grappolo, all’ammasso, gli sciacalli, i servi della menzogna, gli schiavi del diavolo, l’abisso del male, la morte innaturale, quella violenta, e la disperazione.

biografia

Nico ha scritto di voler fare la sua parte, essere una gocciolina che racconta, beh a me che sono a distanza di sicurezza dagli orrori, comodo e ingolfato in una quotidianità ovattata e tranquilla, questo suo brillante pamphlet, ha fatto l’effetto di una grande doccia fredda, necessaria, benefica. Mi ha purificato dall’afa asfissiante di menzogne e luoghi comuni che tenta di mettere catene al cervello, che tenta di recidere ogni desiderio di comprensione, che prova a manipolare e fermare ogni istinto di sopravvivenza degli spiriti liberi, indipendenti, critici. Quello che Nico scrive, con leggerezza e coinvolgimento, è un secchio in faccia alla sporca banalità dei manipolatori di coscienze. Grazie Nico, e per dirla con le parole di Calvino, “La ribellione non può essere misurata… Anche quando un viaggio sembra non avere alcuna distanza, non può avere alcun ritorno”, ammiro questa tua forza, sempre più rara, che ti permette di mettere distanza siderale, senza ritorno, da compromesso e corruzione. Perché magari per qualcuno è anche un prodotto da vendere o nascondere, ma per te la verità è da cercare, da raccontare, un meraviglioso bene comune. Ancora grazie.

copertina
quarta di copertina
king chess piece
Photo by Gladson Xavier on Pexels.com
seconda di copertina

Funerale senza fiori

Perché deve essere così. Non hai avuto fiori perché l’ho deciso io. Non si sprecano i frutti della terra. Tu, non hai lasciato desideri, perché l’hai fatto? Me lo chiedo ancora. Ho dovuto ricordare tutti i momenti per cercare un desiderio, una volontà. Uno ad uno ho scavato nella memoria, nelle visioni di poche parole, di pochi discorsi, di pochi momenti, di una vita passata insieme a stare lontano. Perché deve essere così. Me lo chiedo ancora. Scavammo insieme una buca nella sabbia, mi facesti vedere come si fa e fu l’unica volta, ne ho scavate poi di fosse in giro per il mondo, e non le hai mai viste. Perché deve essere così, mi chiedo ancora.

«Che ne posso sapere io che non ho studiato, che ne posso sapere io che non ho viaggiato.»

Nemmeno mille lire hai dato per i miei figli e allora io ho lavorato solo per loro, per voi e per lei, la mamma, la mia famiglia, sempre, senza sputare mai per terra, immagino così tue parole suonarmi in testa come schiaffi. Sì, perché non potevi sapere di altri punti di vista oltre la realtà del sudore e dell’affanno, a lavorare sempre, prima di ogni futile piacere, perché prima veniva la costruzione del rifugio, tuo, proprietario, libero, indipendente, per non chiedere niente a nessuno, mai, da lasciare e hai lasciato un mondo. Senza sputare mai per terra, per rispetto, come educazione, come gentilezza verso la terra, per quanto infame e arida, ricca, come il tuo cuore. Non potevi sapere dei punti di vista, di quello che diceva un bastardo campione di tennis: se a Wimbledon butti il sangue si offendono perché sporchi il campo, invece quando lo fai in America ti osannano, ne vogliono di più. Il sudore e il sangue di lavorare sempre. Il tuo, anche in pensione, lavorare la terra. Un esempio sublime, magari sbagliato, corrosivo, distruttivo, ma quello ti faceva felice, e quanta gioia nei tuoi occhi che ridevano nel rivedermi ancora. Il funerale sei stato tu, non la morte, quando nemmeno più la forza di muovere un nervo ti ha preso, immobile a dipendere dagli altri, quella la morte, e nello sguardo tuo struggente, la sconfitta. L’impotenza, la tua, la mia, è stata la morte. Questo funerale senza fiori è la rinascita, vai vecchio mio torna a volare.

esercizio di scrittura gruppo FB #sese20righe_partecipareaunfunerale